FISICA/MENTE

 

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Cause d'intolleranza
di
Alfred J. Ayer


Conferenza tenuta per la prima volta il 10 maggio 1985.

 

Tratto da:
Saggi sulla tolleranza, il Saggiatore, Milano 1990
a cura di Susan Mendus e David Edwards

 

L'intolleranza assume molte forme: religiose, razziali, sociali, morali, che possono manifestarsi isolatamente o insieme. A volte l'intolleranza può essere giustificata, più spesso no. Di conseguenza, i suoi effetti sono estremamente perniciosi. Le cause sono svariate, a seconda del campo in cui viene espressa, non soltanto rispetto alla sua intensità, e la natura del suo oggetto, ma anche in relazione alle circostanze storiche di coloro che la praticano. Quando le sue cause sono portate alla luce, in genere si scopre che sono irrazionali. Sfortunatamente, ciò non è sufficiente ad abolirle, o, in molti casi, anche solo a moderarne l'influenza.

Di tutte le forme di intolleranza, l'intolleranza religiosa è quella che ha causato probabilmente maggior danno. È anche quella più difficile da spiegare. Non sono forse in una posizione favorevole a questo punto, perché non sono incline a sottoscrivere nessuna fede religiosa, ma ritengo che sia straordinario che persone che sono riuscite in qualche modo a convincersi che il corso della natura dipende dalla volontà di uno o più esseri soprannaturali si sentano di conseguenza in obbligo non soltanto di disprezzare e imprigionare, ma di torturare e uccidere coloro che non condividono la loro opinione. Per di più, coloro che affermano la loro fede nell'esistenza di quello che è, nominalmente, lo stesso essere soprannaturale, sono stati ferocemente divisi al loro interno. Essi hanno mostrato un entusiasmo persino maggiore nel disprezzare, opprimere, torturare e uccidere coloro che sostenevano un'opinione diversa dalla loro riguardo alle proprietà di questo essere, o i dettagli del rito appropriato al suo culto.

Nel dire questo penso soprattutto ai cristiani. Abbiamo prove recenti che gli indù e i musulmani sono ancora più fanatici, ma non conosco altrettanto bene le dottrine che li dividono, e l'esempio dei cristiani soddisfa il mio intento. Se qualcuno non si fida delle prove addotte da Gibbon e Voltaire e se, ignorando l'History of the Crusades di Steven Runciman, insiste nel considerare la religione cristiana benigna, posso soltanto suggerirgli di leggere i due sobrii volumi di W.E.H. Lecky, History of European Morals from Augustus to Charlemagne, un libro non molto di moda da quando fu pubblicato nel 1869, ma che presenta degli argomenti etici molto convincenti a condanna delle pratiche dei seguaci di Cristo. Dimostra che, anche prima dello sterminio degli albigesi, prima dell'Inquisizione spagnola, prima della Riforma e della Controriforma, prima di tutti gli orrori della guerra dei trent'anni, prima di tutte le seguenti manifestazioni di violenza tra protestanti e cattolici, prima dell'austerità calvinista, e la reciproca antipatia tra le sette nonconformiste, i cristiani erano stati guidati da quello che Jeremy Bentham chiamò il principio di disutilità, sia nel modo in cui si trattavano l'un l'altro, sia, fino a quando il monachesimo rimase ascetico, nel modo in cui trattavano se stessi.

Che quegli aspetti infami del cristianesimo non siano una cosa del passato è provato dalla situazione di oggi nell'Irlanda del Nord. Va ammesso che i guai di quell'infelice provincia sono anche politici ed economici, ma l'intolleranza religiosa ne costituisce le radici. Una bigotteria quasi eguale è sempre più in mostra negli Stati Uniti, anche se in quel paese prende la forma di un generale tentativo clericale di far tacere la ragione, piuttosto che di una lotta tra sette rivali. È vero che tale bigotteria, in ambedue le forme, non è caratteristica della chiesa anglicana contemporanea, o in ogni caso dei suoi esponenti più eminenti, ma questo fatto dipende da un cambiamento considerevole nella loro interpretazione della dottrina cristiana, un cambiamento che, ad un osservatore esterno, ammonta all'abbandono dei suoi punti essenziali. Come viene fatto dire a uno dei personaggi in The New Republic, di W.H. Mallock, pubblicato nel lontano 1877, a proposito di un sermone tenuto da una caricatura del dottor Jowett: «Ah... tutti gli insegnamenti di quella scuola mi sono sempre sembrati nulla di più di frammenti di scienza non ben compresi, resi oscuri da frammenti di cristianesimo non ben ricordati». «Voi dimenticate», dice un altro personaggio, «che il cristianesimo del dottor Jenkinson è in realtà una nuova società che fa affari sotto un nome noto, e cerca di conquistarsi il benvolere della struttura precedente». Per parte mia, preferisco di gran lunga la nuova società alla vecchia e mi rincresce che ci sia voluto un secolo perché venisse al potere. Ciò che non farò è prestarmi alla finzione che la struttura precedente sopravviva nei suoi successori.

La morale parrebbe dunque essere che la malvagità del cristianesimo è stata direttamente proporzionale al fervore acritico dei suoi aderenti. Perché dovrebbe essere così? Né il Vecchio né il Nuovo Testamento forniscono sufficiente sostegno allo slogan che Dio è amore, ma si può far emergere un codice morale filantropico da una selezione accurata di testi dal Nuovo Testamento. Perché questo aspetto del cristianesimo è stato esibito con maggior forza a parole che nei fatti? Ci sono effettivamente individui, ed anche gruppi, che lo hanno generosamente messo in pratica, ma sono stati una minoranza e sono stati visti spesso con sfavore dai loro superiori ecclesiastici. Un esempio contemporaneo è il modo in cui la gerarchia della chiesa cattolica ha trattato i suoi preti'lavoratori.

Penso che parte della risposta al nostro problema dipenda dal fatto che il cristianesimo nacque come un'eresia ebraica. Geova era un Dio tribale, dal quale i suoi adoratori si aspettavano che assicurasse la sottomissione di tutte le altre tribù. Si riteneva che il Messia, il cui arrivo venne preannunciato dai profeti del Vecchio Testamento, ed è tuttora atteso dagli ebrei ortodossi, godesse dell'aiuto divino nel realizzare il millennio, mille anni di dominio ebreo sulla terra. I discepoli di Gesù di Nazaret quasi certamente credevano che egli fosse il Messia. Se si può ritenere autentico il lamento che si tramanda Gesù abbia espresso sulla croce, «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?», si ha una prova che Gesù aveva condiviso quella credenza e aveva scoperto che era falsa. Come Messia, il suo primo compito sarebbe stato la liberazione degli ebrei dal giogo romano. Anziché accettare la sconfitta, i suoi discepoli scelsero di credere che la sua morte fosse un'illusione, o forse solo un'interruzione della sua vita. Non ci sarebbe voluto molto prima che egli riapparisse sulla terra e li portasse alla vittoria.

Poiché il ritorno di Gesù tardava, tra i suoi seguaci iniziò una disputa concernente la natura di coloro che avrebbero avuto diritto a godere i frutti del suo trionfo. Un partito, probabilmente capeggiato da san Pietro, sosteneva che soltanto gli ebrei avevano i requisiti necessari, e neppure tutti; un altro partito, capeggiato da san Paolo, era a favore dell'ammissione dei gentili che erano disposti a sostenere la causa. Poiché si riteneva che la seconda venuta fosse imminente, il numero degli eletti sarebbe stato comunque relativamente piccolo, e ciò diede grande valore al fatto di essere membri della setta: se si dovevano ammettere i gentili, questi dovevano meritare l'ammissione. Col tempo, quando si incominciò a credere che il paradiso non fosse una vita futura di godimento, ma che elargisse ai suoi occupanti una beatitudine puramente spirituale, la restrizione numerica cessò di avere importanza. Al contrario, venne assegnata importanza alla crescita numerica e, allo stesso tempo, le condizioni di accesso vennero rese più restrittive. Per un insieme di motivi, non tutti terreni, coloro che credevano di avere in consegna la conoscenza della via da seguire, insistettero nel mantenere la loro posizione di autorità. La più piccola deviazione, in materia di dottrina o di rito, doveva essere soppressa, se necessario, con la forza.

La tendenza all'esclusività che, ho affermato, i cristiani ereditarono dagli ebrei, fu la causa della loro iniziale persecuzione da parte dei romani, prima che Costantino facesse del cristianesimo la religione ufficiale dell'impero e così desse ai cristiani il potere di perseguitare coloro che venivano ritenuti infedeli, oltre che perseguitarsi a vicenda. I romani erano un popolo crudele, ma non intollerante in materia religiosa. Tacito ci fornisce la prova che, almeno nel primo secolo dell'era cristiana, essi considerano i cristiani una setta ebraica. La ragione per cui i cristiani vennero perseguitati non era il loro credo religioso, del quale ai romani non importava nulla, bensì il fatto che queste credenze impedissero loro, come le loro agli ebrei, di praticare il rito puramente formale di adorazione dell'imperatore; e questo venne interpretato dai romani come una forma di disobbedienza civile.

Credo che l'intransigenza ereditata dagli ebrei abbia promosso la crescita del cristianesimo e lo abbia aiutato a sconfiggere definitivamente gli altri culti misterici che prevalevano nell'impero romano. L'adorazione di Mitra non era meno ardente del culto di Cristo, ma coloro che non vi partecipavano non erano minacciati con la dannazione eterna. Coloro che negavano Cristo lo erano. Anche quando non giunge fino alla persecuzione attiva, l'intolleranza religiosa produce dei convertiti.

Non ho né il tempo, né le capacità, per separare il miscuglio di considerazioni terrene ed extra'terrene che portarono alle crociate, o la combinazione di fattori che portarono i protestanti ed i cattolici ad una lotta senza quartiere. Ciò che mi interessa da un punto di vista filosofico è la posizione calvinista.

La sua dottrina centrale era che la salvezza dipende dalla grazia, e la grazia, com'è espresso succintamente da Collins nel suo eccellente English Dictionary, era concepita come «il favore gratuito ed immeritato dimostrato da Dio verso l'uomo». La parola importante in questa definizione è «immeritato». La teoria era che gli esseri umani venivano al mondo già predestinati da Dio alla salvezza o alla dannazione, e che nessun aspetto del loro comportamento poteva cambiare il loro destino. Si potrebbe pensare che l'accettazione di questa dottrina li avrebbe resi lassi nell'osservanza dei precetti religiosi, o addirittura inclini al più totale edonismo, poiché essi non potevano essere privati della salvezza se erano stati prescelti, o conquistarla se non lo erano. In effetti ci si sbaglierebbe completamente. Non soltanto i calvinisti erano estremamente rigidi nella loro pratica religiosa, ma si dimostrarono attivamente ostili al piacere, specialmente a qualunque forma di piacere fisico, astenendosene essi stessi e scoraggiando gli altri dal ricercarlo. Al tempo stesso ricercavano la prosperità materiale e condannavano moralmente coloro che non riuscivano a raggiungerla. Come accadde tutto ciò?

La spiegazione più plausibile è che i calvinisti credevano in due princìpi che non sono deducibili dal nucleo della loro dottrina e sono anzi quasi incompatibili con esso: primo, il fatto che la concessione della grazia si rifletteva nel successo terreno e, secondo, che questo successo terreno doveva essere guadagnato attraverso la dedizione al dovere, «figlio resoluto della voce di Dio». Il risultato era che essi cercavano di ingraziarsi Dio, un modo di procedere del tutto inutile sulla base dei loro princìpi, sottraendosi alle tentazioni terrene e dimostrandosi severi verso coloro che subordinavano il dovere al piacere.

Una spiegazione che darebbe più credito alla loro razionalità se non al loro senso comune è che essi credessero che i nessi causali potessero essere invertiti. Se si accetta questo punto di vista, si può affermare che i calvinisti, essendo partiti dal presupposto che una devozione riverente ed ascetica era gradita a Dio, si comportavano come si comportavano perché presumevano di essere stati salvati. Non riesco tuttavia a trovare alcuna prova che avessero raggiunto tale livello di raffinatezza filosofica.

Qualunque spiegazione si adotti, resta da spiegare perché si sarebbe dovuto dare per scontato che Dio fosse un nemico da compiacere. È vero che la nascita del protestantesimo venne agevolata dalla corruzione e dall'ipocrisia da quelli che Mr MacQuedy ha descritto in Crotchet Castle non solo come «una massa di monaci pigri e di frati questuanti che si preoccupavano più di prendere che di dare», ma dimostrata anche dai loro superiori ecclesiastici. A queste persone veniva tuttavia rimproverata la loro infedeltà ad una tradizione ascetica. Siamo così riportati indietro ai primi cristiani ed agli ebrei. Posso solo suggerire che essi fecero virtù di un'austerità che, nel caso degli ebrei, venne loro imposta con la forza dalle sfortune politiche e dal clima in cui vivevano; può darsi che la considerassero persino un pegno della prosperità che Geova aveva in serbo per loro, proprio come il filosofo Immanuel Kant riteneva che ci dovesse essere una vita dopo la morte affinché Dio potesse riequilibrare la sproporzione tra felicità e virtù che segnava la vita vissuta di fatto dagli uomini.

È curioso, a prima vista, che i protestanti prestassero tanta attenzione al Vecchio Testamento, dato che era diventata prassi per i cristiani ignorare o persino negare le loro origini ebraiche. La spiegazione può ben essere che i protestanti ritennero di avere sostituito gli ebrei come popolo eletto di Dio, cosa che ben si accorda con l'insistenza calvinista sulla grazia. Il fatto che gli ebrei non rinunciassero alle loro rivendicazioni diede ai protestanti un motivo per perpetuare l'anti'semitismo che si era andato sviluppando nell'era cristiana.

Come ho già fatto notare, gli ebrei erano considerati dai romani come portatori di guai, ma essi rappresentavano solo un problema politico che Tito risolse con il sacco di Gerusalemme nel 70 d.C. e la successiva sconfitta della resistenza ebraica. L'anti'semitismo virulento che si sviluppò in seguito era di origine religiosa, rafforzato dalla leggenda che gli ebrei fossero responsabili della crocifissione di Cristo. Chiamo questa una leggenda perché la crocifissione era una forma di esecuzione capitale romana e non ebraica, e se si vuole dare un senso alle versioni reciprocamente contraddittorie date del martirio di Gesù dai quattro Vangeli, si può arguire che Gesù venne condannato dai romani come un agitatore politico, con un grosso seguito tra gli ebrei, ed alcuni nemici, con tutta probabilità non tanto i farisei, che non avevano nessuna ragione per provare per lui una grande antipatia, quanto i sadducei, che erano a favore della collaborazione con i romani.

Il termine «fariseo» è diventato un termine denigratorio perché, dal momento che la riapparizione di Cristo sulla terra diventava sempre più improbabile, i convertiti al cristianesimo, che erano in gran parte dei gentili, erano ansiosi di distanziarsi dagli ebrei, e, tra le varie sette ebraiche, i farisei spiccavano per la loro ortodossia religiosa.

L'anti'semitismo è sopravvissuto fino ad oggi. Nel dire ciò non mi riferisco all'ostilità dimostrata dai paesi vicini allo stato di Israele, che è un fenomeno di altra natura, un classico esempio di rivalità nazionale. Penso al pregiudizio contro gli ebrei che non è stato eliminato in Russia e in Polonia, e persino negli stati tedeschi, nonostante l'olocausto patito sotto i nazisti, pregiudizio che venne in primo piano in Francia in occasione dell'affare Dreyfus e che esiste ancora, appena sotto la superficie; pregiudizio che in tempi recenti non è stato marcato in Inghilterra o negli Stati Uniti, sebbene possa manifestarsi a livello sociale. Si dovrebbe aggiungere che in quei paesi, così come in Francia, le barriere sociali erette contro gli ebrei non sono impenetrabili all'ostentazione della ricchezza.

Si dovrebbe classificare l'anti'semitismo come una forma di pregiudizio religioso o razziale? Gli argomenti per considerarlo di tipo religioso sono che esso era in gran parte di tipo religioso all'inizio e che gli ebrei non formano una razza; non discendono dallo stesso ceppo. D'altro canto c'è il fatto fondamentale che coloro che nutrono quel pregiudizio lo trattano come si tratta un pregiudizio razziale. Non si preoccupano di informarsi della reale fede religiosa di coloro che stigmatizzano come ebrei; se siano liberali o ortodossi, atei, agnostici, o persino convertiti ad altre religioni; per loro è sufficiente che essi discendano da membri di una comunità ebraica, definita, a sua volta, da una fede comune.

Il paradosso è che ciò che rende facile per i detrattori etichettare erroneamente gli ebrei come una razza è la loro compattezza, nonostante siano un insieme di svariate comunità religiose. La stretta osservanza del sabato (condivisa, va detto, dai puritani, ma che esprime un diverso codice normativo e associata ad un giorno diverso), il conservare altri aspetti del loro calendario religioso, le particolarità della loro dieta hanno contribuito a separarli dai membri di qualunque nazione nella quale vivessero. Più importante di qualunque altra cosa, la loro insistenza che il matrimonio dovrebbe essere celebrato solo tra coloro che aderiscono già al credo religioso, o sono disposti a convertirsi, ha portato ad un livello di endogamia che, almeno in Europa orientale e tra coloro che provengono da lì, ha prodotto tendenzialmente uno stereotipo fisico, caratterizzato dal naso ad uncino, le labbra spesse, la carnagione scura ed i capelli ricci. Nelle caricature, l'ebreo veniva rappresentato come un tipo ossequioso, ma ciò era dovuto al fatto che il mestiere di negoziante era uno dei pochi che gli era permesso intraprendere. Poiché gli era proibito possedere la terra o entrare nelle libere professioni, il più delle volte si diede alla finanza, il che spiega perché lo stereotipo fosse accusato di avarizia. A parte il fatto che lo scopo del finanziere è fare soldi, dubito che questa accusa sia meritata. È anche una credenza popolare che gli ebrei siano di intelligenza superiore alla media. Se il criterio dev'essere la sopravvivenza, la loro abilità nel sopravvivere a secoli di persecuzione depone a favore di questa affermazione, anche se i dettagli dell'olocausto nazista dicono il contrario. Forse è rilevante a questo proposito che i tre principali creatori del mondo moderno dal punto di vista intellettuale, Marx, Freud e Einstein, fossero tutti ebrei tedeschi. [1] Anche se io stesso sono ebreo secondo la legge ebraica, poiché mia madre era ebrea e mio padre no, non mi considero un sionista, perché sono ostile al diffondersi del nazionalismo in qualunque forma. Ciononostante sono convinto che la creazione dello stato d'Israele abbia avuto l'effetto di diminuire l'anti'semitismo nella sua forma tradizionale. Ha sostituito il pregiudizio razziale con l'ostilità nazionale. Persino i russi, che trattano gli ebrei nel modo peggiore, non lo fanno più nello spirito del pogrom. La ragione per giustificarne la persecuzione è la loro mancanza di lealtà verso l'Unione Sovietica, come dimostra la loro richiesta di emigrare, richiesta che implica un attaccamento più forte ad un altro stato. Può darsi che sia nazionalismo anziché tradizionale anti'semitismo, che ha spinto i russi ad obbligare il maestro di scacchi Weinstein a cambiare il suo nome in Kasparov.

È vero che solo una minoranza degli ebrei ancora al mondo vive in Israele, ma è probabile che coloro che sono più rigidamente ortodossi, e di conseguenza più facilmente identificabili in un ambiente estraneo, siano tra questi. Può darsi che il risultato sia che coloro che mantengono la loro cittadinanza in altri stati siano propensi ad essere più liberali nella pratica dei riti ebraici, ammesso che li pratichino, e più propensi a sposare dei gentili. Tutto ciò avrà l'effetto di renderli meno visibili come gruppo. Persino i loro nomi, nel caso siano abbastanza orgogliosi da non cambiarli, possono perdere gradatamente le connotazioni che erano loro tradizionalmente collegate.

Quest'ultimo punto è molto importante. La fonte dell'intolleranza più velenosa nel mondo occidentale non è più l'anti'semitismo, ma il pregiudizio contro la gente di colore, e questo tipo di pregiudizio è rafforzato dal fatto che le sue vittime sono facilmente identificabili; e dal fatto che i tratti grazie ai quali vengono identificate non sono facili da sradicare. Avere anche soltanto un remoto antenato di colore diverso è una cosa che può essere facilmente scoperta dal punto di vista fisico.

Nelle forme più estreme, il presente atteggiamento dei boeri in Sud Africa verso i bantù; l'atteggiamento dei bianchi verso i neri negli Stati Uniti un quarto di secolo fa, e tuttora esistente appena si va sotto la superficie, specialmente nel Sud; l'atteggiamento degli inglesi che vivono in posti come il Kenya prima che ottenesse l'indipendenza; quando l'impero britannico esisteva ancora, l'atteggiamento degli amministratori coloniali in Africa e specialmente in India, che a modo suo equivaleva a un pregiudizio sulla base del colore della pelle; si può dire che tutti questi atteggiamenti siano fondati sui postulati seguenti.

Primo, che la superiorità dei bianchi al potere rispetto ai membri di una razza diversa che essi governano o impiegano, è decisa da Dio o è di origine genetica.

Secondo, che la purezza della razza bianca non deve essere contaminata. A questo proposito tendeva a operare, e forse opera tuttora, la doppia morale. I rapporti sessuali tra bianchi e donne di colore sono scusati più facilmente dei rapporti sessuali tra uomini di colore e bianche. Questo diverso trattamento era particolarmente marcato negli Stati Uniti quando c'era la schiavitù, ma non è stato ancora sradicato del tutto. Cosa curiosa, negli Stati Uniti, l'erosione della doppia morale non ha tanto preso la forma di una maggiore tolleranza nei confronti dell'unione di bianche e neri, quanto di una maggiore intolleranza verso i rapporti tra nere e bianchi. Anche oggi, per esempio, un giovane di razza bianca e la sua ragazza di razza nera possono incontrare delle difficoltà nel trovar casa a New Orleans.

Questo problema presenta molti aspetti collaterali interessanti. Per fare un esempio, l'accettazione sociale delle coppie miste, composte da un mercante inglese e la sua amante indiana, finì dopo l'Indian Mutiny, quando l'East India Company [2] si trasformò nel Raj Britannico e Poona fu invasa da Surbiton. È istruttivo a questo proposito paragonare le memorie di William Hickey, che vale la pena di leggere per il loro valore intrinseco, e le novelle di Kipling sull'India.

Un altro esempio è la credenza infondata che l'uomo di colore brami la donna di razza bianca e cerchi ogni opportunità per violentarla. C'è anche, almeno nella letteratura, l'inconscio desiderio della donna bianca di essere violentata. A Passage to India di E.M. Forster accenna a questo fatto. Un romanzo, popolare nella mia infanzia e imitato da altri autori, era The Sheik di E.M. Hull, nel quale l'eroina è rapita da, ed alla fine si concede a, un principe arabo. Va ammesso che gli arabi hanno un colore della pelle più chiaro dei neri, cosicché i rapporti sessuali tra arabi e bianchi sono giudicati meno oltraggiosi. E, inoltre, un principe è un po' speciale, molto simile ad un vecchio allievo di Eton. Non sono a conoscenza alcuna di romanzi in cui donne bianche cedono a dei fellah. E viene fuori che Tarzan non è un aborigeno, ma un pari inglese.

Il terzo postulato è che i padroni di razza bianca hanno il diritto e persino il dovere di governare coloro che hanno sottomesso. Il parlare che fa Kipling del «peso dell'uomo bianco» è stato oggetto di molto sarcasmo, ma è un fatto che la maggioranza dei nostri amministratori coloniali in Africa e nel subcontinente indiano erano coscienziosi nel compimento del loro dovere, e credevano di agire nell'interesse della gente alla quale erano imposti. Erano tolleranti, a modo loro, ma era la tolleranza del preside di scuola verso i suoi allievi, che dura fintanto che questi si comportano bene. In Africa i capi della popolazione aborigena erano trattati come vicepresidi e si delegava loro una certa autorità. Venivano anche incoraggiati a sviluppare la loro cultura tribale. Questo fatto può aver procurato una sanzione speciosa alla versione sudafricana dell'apartheid. Queste faccende erano trattate diversamente in Francia. La politica della Francia verso le colonie era di trapiantare, per quanto era possibile, la cultura francese. I francesi erano anche meno affetti dai pregiudizi razziali. Va fatto notare, tuttavia, che, da quando gli algerini sono diventati degli stranieri, la loro presenza in Francia, che è numericamente considerevole, per lo più in attività poco remunerate, ha dato origine a manifestazioni di ostilità razzista. Ciò è dovuto in parte alla convinzione che molti di loro siano dei criminali, in parte alla rivalità economica in un periodo in cui il livello di disoccupazione è alto, nonostante gli algerini accettino i lavori disprezzati dai lavoratori bianchi. Ci sono dei parallelismi tra l'atteggiamento francese e quello dei bianchi verso gli immigrati di colore in Gran Bretagna.

Ho parlato fino ad ora come se gli arroganti, per usare un'abbreviazione di comodo, fossero sempre i bianchi. Non è così. I cinesi, o almeno quelli che sono al di sopra del rango di coolie, si consideravano culturalmente superiori a tutti gli altri popoli, anche quando le nazioni occidentali estorcevano loro delle concessioni con la forza delle armi. Di sicuro non ammettono di essere inferiori adesso. Né lo ammettono i giapponesi, e non lo hanno mai ammesso, tranne, può darsi, quando hanno avvertito il primo shock della sconfitta nella seconda guerra mondiale. È anche interessante notare che c'è molta più tolleranza verso l'unione sessuale tra europei e cinesi o giapponesi, che tra bianchi e neri. Non ho alcuna spiegazione per questo fatto, tranne che né i cinesi né i giapponesi sono mai stati sotto il dominio europeo in misura significativa, né è successo l'opposto, e le alleanze «sessuali» si sono generalmente verificate ad un livello sociale piuttosto elevato. Paragonate la prontezza con cui membri dell'aristocrazia inglese sposarono ricche ereditarie americane già nel XIX secolo. È vero che i soldati americani nel Vietnam mostrarono disprezzo razziale per i vietnamiti, chiamandoli Gooks [3] in segno di disprezzo, ma quello era il frutto della frustrazione per l'andamento della guerra ed anche un modo facile per scaricare le loro coscienze turbate.

Ho tracciato un parallelo un momento fa tra la Francia e la Gran Bretagna. Scendendo maggiormente nei dettagli: che ruolo gioca oggi il pregiudizio razziale in Gran Bretagna? Il mio amico e successore nella vita professionale, Michael Dummett, sostiene che siamo diventati una società incurabilmente razzista. Penso che abbia ragione per due motivi. Penso che le prospettive per l'assimilazione sessuale e culturale di indiani delle Indie occidentali, africani, indiani, pakistani nella società bianca del Regno Unito e del Commonwealth non siano buone, e penso anche che i neri, forse non senza ragione, siano diventati eccessivamente sensibili a gesti che non sono veri affronti. Va ammesso che la parola nigger è un peggiorativo, specialmente negli Stati Uniti, e non dovrebbe essere usata come un appellativo, ma di sicuro definire un colore nigger brown è altrettanto innocente quanto definire un colore off white, [4] e mi sembra ridicolo che i bambini non debbano più avere l'opportunità di leggere le avventure del Little Black Sambo. Dopo tutto, trattiamo ancora la bandiera bianca come un simbolo di resa e la penna bianca come un simbolo di codardia. Parliamo anche di persone che hanno un yellow streak [5], che è del tutto inappropriato, poiché persone dalla pelle gialla sono note per il loro coraggio. Considerare le parole come insulti, quando sia chiaro che non si intende insultare nessuno, è diventato prassi quotidiana da quando le femministe hanno iniziato ad avanzare delle obiezioni all'uso impersonale di he ed hanno imposto neologismi come chairperson e spokesperson. [6] Non si vuole qui negare che nelle società occidentali, per non parlare di quelle orientali, gli uomini abbiano avuto la tendenza a trattare le donne come loro subordinate, e che questo non dia alle donne una buona ragione per protestare.

Per ritornare al problema dei rapporti razziali in questo paese, non credo che le prospettive siano così negative. I sentimenti espressi venticinque anni fa da un tipo come Enoch Powell sono molto meno evidenti. Il Pakibashing [7] è diventato meno popolare, parzialmente come risultato dell'azione determinata della magistratura. Si verificano disordini razziali, ma sono soprattutto la risposta di giovani neri disoccupati a ciò che considerano, con maggiore o minore giustificazione, come molestie da parte della polizia, e c'è senza dubbio un nesso causale tra questi disordini ed il tasso relativamente alto di disoccupazione tra i partecipanti ai disordini. Gli sforzi benintenzionati della Commission for Racial Equality [8] hanno avuto ben poco successo nello scoraggiare i datori di lavoro dal discriminare a favore dei bianchi. Non è semplice, però, capire quali passi la commissione avrebbe potuto compiere per raggiungere un risultato migliore. In un certo senso la politica della commissione ha prodotto, è vero, un effetto deleterio. Attirando l'attenzione sul fatto che le varie comunità di immigrati si erano viste negare quelli che consideravano i loro diritti naturali, ha nutrito in loro il senso della loro identità, al punto che esse sono diventate sospettose non solo di qualunque favoritismo a favore dei bianchi, ma anche di qualunque discriminazione al loro interno. Si può sostenere che sarebbe peggio se ci fosse una polarizzazione nei rapporti tra cittadini di colore e cittadini bianchi, ma non è chiaro che ciò sia stato evitato, almeno dal punto di vista dei bianchi, e non è certo positivo che i leader delle comunità di colore siano gelosi l'uno dell'altro.

Il mio punto di vista è che la linea politica ufficiale dovrebbe favorire l'integrazione e mi disturba il fatto che le cose vadano nella direzione opposta. Vi offro un esempio che mi viene dalla mia esperienza. Per molti anni sono stato il presidente dell'Independent Adoption Service, in precedenza l'Independent Adoption Society e prima ancora l'Independent Agnostic Society. [9] Come altre società per le adozioni, ci siamo trovati di fronte al fatto che è aumentata la tendenza da parte di madri non sposate a tenere con sé i loro figli (di per sé un segno positivo dell'accresciuta tolleranza in campo morale), con il risultato che c'era una disparità tra il numero di coppie che si rivolgevano a noi, e che, dopo un'accurata indagine, erano ritenute adatte a ricevere un bambino, ed il numero di bambini disponibili. Di conseguenza, incoraggiammo coloro che facevano domanda ad adottare bambini più grandi, neri e bianchi, che, per una ragione o per l'altra, sia che fossero disabili, o avessero commesso qualche crimine, o fossero stati abbandonati dalle loro madri, erano stati dati in custodia. Questo esperimento ebbe in gran parte successo, inclusi i casi in cui bambini neri vennero adottati da famiglie bianche nelle quali gli altri bambini erano figli naturali dei genitori, o erano anch'essi adottivi. Il consiglio di zona di Southwark, dalla quale la nostra società riceve una parte dei fondi, ha deciso che d'ora in poi bambini neri dovranno, se possibile, essere adottati da genitori neri. E mi viene detto che altri consigli di zona di Londra hanno seguito questo esempio. Temo che questo sia un passo indietro. È vero che non è stata nostra politica dare in adozione un bambino bianco a una famiglia nera, in parte perché neri che fanno domanda da noi preferiscono bambini neri, ed in parte perché, mi dispiace doverlo dire, la situazione di un bambino bianco in una famiglia nera, là dove ci fosse una famiglia adatta, sarebbe, dato il presente clima, socialmente svantaggiosa per il bambino. Comunque, dato che il numero di domande da parte di neri, in parte per ragioni economiche, è relativamente basso, un possibile effetto della politica adottata dal consiglio di Southwark è che bambini neri, che potrebbero in altri casi essere felicemente integrati in famiglie bianche, rimangono negli istituti, senza essere maltrattati (abbiamo fatto qualche progresso dai tempi di Oliver Twist), ma essendo probabilmente affetti, ciononostante, da un senso di privazione.

La mia storia va a favore della tesi di Michael Dummett, ma non tutti gli indizi puntano nella stessa direzione. Un esempio significativo del fenomeno contrario viene dalla nascita di una cultura giovanile che taglia trasversalmente le razze. Da un punto di vista estetico non sono un ammiratore della musica pop, o di tutte le mode giovanili nel vestiario e nelle acconciature che di volta in volta vengono di moda, ma esse hanno favorito un'unità, o almeno un'indifferenza alle differenze razziali, che considero molto più importante dell'oltraggio alle sensibilità estetiche delle persone più vecchie. Un aspetto inquietante di questa cultura giovanile è la prontezza a fare esperimenti con le droghe, ma ritengo che questo sia un prezzo che vale la pena di pagare, fintanto che la droga non è più dannosa dell'hashish. Ciò non vuol dire che sia una tendenza che mi sentirei di incoraggiare.

Un altro aspetto positivo dell'emergere di questa cultura giovanile è l'indebolimento dello snobismo sociale. In fatto di gusti, il mio figlio più giovane ha più cose in comune con i ragazzi di origine proletaria della sua età che con i membri della sua classe di una generazione più vecchia. Ciò non era vero per me cinquanta anni fa. Pur essendo diventato un adulto negli anni '30, ero politicamente molto a sinistra, ma ciò non mi rendeva inconsapevole delle distinzioni di classe. Collocavo la gente a seconda del loro accento e delle loro espressioni come mio figlio ed i suoi amici non fanno più, a meno che mi sbagli di grosso. Non pretendo che lo snobismo sociale sia interamente una cosa del passato. Il fenomeno di «rimanere alla pari con i Jones» esiste ancora, così come quello di «inchinarsi ai grandi», ma credo che siano ambedue meno diffusi di quanto non fossero una volta. In parte ciò è dovuto alla crescita della mobilità sociale nella nostra società, specialmente dall'ultima guerra; in parte alla crescita generale del livello di vita. Si è verificata una crescita sorprendente del culto della famiglia reale nel corso della mia vita, ma non considero questo una forma di snobismo più di quanto non lo siano il culto delle stelle del cinema o della musica pop o dei campioni del tennis. Non dà vita ad una gerarchia sociale, con gli occupanti dei gradini più bassi che venerano quelli appartenenti ad un rango più alto, o che pretendono di occupare una posizione più alta di quella che occupano.

Ciò non vuol dire che la nostra società sia andata oltre la coscienza di classe, anche se si sta liberando di uno dei suoi aspetti meno attraenti. Ciò che sfortunatamente rimane è un certo antagonismo, basato su un conflitto di interessi economici. La vecchia classe operaia industriale sta diventando la vittima, non tanto dell'avidità di coloro che sono in una posizione di superiorità nella scala sociale, quanto dei cambiamenti nel modo di produzione. Resistenza a questi cambiamenti, che talvolta sembra tradursi in pura avidità, non è, nel lungo termine, neppure nell'interesse di questo settore della comunità, ma è molto chiedere che la classe operaia abbandoni la prospettiva a breve termine. Lo sviluppo dell'automazione sta producendo una seconda rivoluzione industriale ed il processo di transizione è doloroso. Si può solo sperare che questo processo sia gestito meno crudelmente di quello che lo ha preceduto duecento anni fa.

Come chiunque altro, deploro il fatto che la Gran Bretagna non sia più una potenza di prima grandezza. Ma, insieme ad altri fattori, tipo l'accresciuta possibilità di viaggiare, la perdita dell'impero ha sortito un buon effetto, una minore propensione a considerare automaticamente tutti gli stranieri ridicoli se non disprezzabili. Non ci siamo liberati di dispregiativi come Woq, Babu, Froggy, Hun, Spick o Dago. [10] Ma stereotipi estetici offensivi, il tedesco con i cuscinetti di grasso alla base della nuca, dalla testa rasata, le labbra sottili, le sembianze di una salsiccia; il francese gesticolante, ricercato e saltellante; lo spagnolo dalla pelle olivastra, elegante e sottile; non sono più tanto in evidenza. Quanto eravamo arroganti nel XIX secolo è dimostrato dalla seguente citazione, tratta dalle opere di un autore di rango come William Makepeace Tackeray. L'ho annotata qualche anno fa e non riesco a trovare il riferimento, ma credo che sia autentica. È molto probabile che sia apparsa in «Punch», [11] cui Tackeray contribuiva regolarmente. «Vi dico che siete meglio di un francese. Scommetterò persino che voi che state leggendo questo pezzo siete alto più di cinque piedi e sette pollici e pesate settanta chili; [12] mentre un francese è alto cinque piedi e quattro pollici e non pesa neanche sessanta chili. Il francese ha per cena un piatto di verdure, mentre voi ne avete uno di carne. Voi siete un animale diverso e superiore, un animale fatto per battere il francese (la storia di centinaia di anni lo ha dimostrato)». Neppure un giornalista d'assalto scriverebbe in quel modo oggigiorno. Forse c'era bisogno di un cambiamento nei fatti perché il nostro atteggiamento cambiasse, ma qualunque ne sia stata la causa, dovremmo essere contenti dell'effetto.

Un altro cambiamento di cui essere contenti è il declino della morale sessuale puritana. Ho detto prima che il fatto che donne non sposate siano sempre più spesso disposte a tenere i loro bambini pone dei problemi alle società per l'adozione. Il fatto che la società non frapponga quasi più degli ostacoli a questa scelta, che essere una madre non sposata non porti più con sé un marchio negativo come accadeva una volta, è certamente un fenomeno che merita il nostro plauso. Se si è d'accordo con questo, si dovrebbe anche, per essere coerenti, approvare la pratica dei rapporti sessuali fuori dal matrimonio, fatto salvo il fatto che li si intraprenda liberamente. Penso che siamo diventati meno tolleranti della prostituzione, e sia che si condivida questo punto di vista o meno, si deve almeno riconoscere che il declino nella domanda di prostitute è il frutto di una buona causa, il declino della doppia morale. Se ci sono dei figli, credo che sia auspicabile, per il loro bene, che i genitori rimangano insieme, indipendentemente dal fatto che siano legalmente sposati o no. D'altra parte, se i genitori sono in aperto conflitto l'uno con l'altra, può essere meglio per i figli che si separino. In ogni caso, considero la recente riforma della legge sul divorzio un sintomo di progresso, anche se vorrei che fosse liberalizzata ancora di più. Non mi sembra che ci sia nessuna buona ragione perché, nel caso solo una delle parti voglia il divorzio, l'altra debba avere la possibilità di ritardare il procedimento per cinque anni, in particolare perché questo potere può essere usato per esercitare pressione dal punto di vista finanziario. Si dovrebbe poter far conto sui giudici per risolvere equamente la questione finanziaria. Ho notato che le femministe non sono sempre così orgogliose da non accettare gli alimenti, ma potrebbe esserci un qualche fondamento nell'affermazione che il compimento dei doveri domestici ha limitato o persino impedito le loro possibilità di fare carriera.

Se accettiamo l'idea che la riforma delle leggi riflette i cambiamenti degli atteggiamenti in campo morale, un altro segno positivo dell'aumento della tolleranza in materia sessuale è l'aver passato un provvedimento che rende leciti rapporti omosessuali tra adulti consenzienti. Ciò si applica solo ai maschi, poiché non c'erano restrizioni legali ai rapporti lesbici, per la semplice ragione che la regina Vittoria, il cui reale consenso era necessario per passare il progetto di legge che li avrebbe resi illegali, si rifiutò di credere che esistessero. Vi sono ancora aspetti discriminanti in quanto l'età minima per avere rapporti omosessuali se si è maschi è di ventun anni, mentre una ragazza diventa un adulto consenziente a sedici. Non sembra esserci alcuna ragione valida per questa anomalia. Mi sembra che anche la legge riguardo all'adescamento dovrebbe essere emendata. La pratica dell'adescamento è dannosa solo quando diventa una fonte pubblica di disturbo, cosa contro la quale esistono dei provvedimenti legali separati. Stando le cose così come stanno, si incoraggia la polizia a svolgere il ruolo di agente provocatore.

Un vantaggio collaterale che deriva dall'eliminare i motivi autentici di reclamo degli omosessuali è che può darsi che essi difendano la loro causa in modo meno stridente. Devo ammettere che continuerò a essere infastidito dal fatto che si sono appropriati della parola «gay», [13] per la quale, nel suo significato originario, non esiste in inglese un sinonimo accettabile.

È chiaro da ciò che sono andato dicendo che sono a favore di quella che è chiamata la società permissiva. In linea di massima questo è vero, ma ci sono dei limiti che vorrei porre alla tolleranza. Non credo che i bambini debbano soggiacere alla violenza, a casa o a scuola. Penso che dovrebbero essere protetti anche dall'assistere a certi tipi di violenza, nei libri, nei film, o sul palcoscenico, o alla televisione. Il problema della censura è un problema difficile e non è sempre facile sapere ove porre il limite, ma credo che si possa applicare un criterio di massima per decidere che cosa considerare pornografia violenta e per trovare i mezzi legali per proteggere i bambini. Temo che si debbano prendere in considerazione delle pecche più profonde del nostro sistema sociale ed educativo per spiegare l'amore per la violenza di gang di adolescenti, non soltanto alle partite di foot'ball, ma è possibile che il libero accesso a spettacoli pornografici violenti vi contribuisca.

Ho evitato di parlare del problema più difficile, la tolleranza politica. Siamo fortunati a vivere in una società che può ancora permettersi di tollerare l'espressione del dissenso politico. Fino a quando le cose restano così, non sono a favore del negare libertà di parola, neppure a coloro che la negherebbero agli altri se andassero al potere. Ma è importante che ci rendiamo conto che è un lusso che può facilmente essere eliminato. È terribile vedere quanta gente sia oppressa, o da una setta fanatica, o da un'oligarchia più o meno corrotta, un'oligarchia tanto più spietata quanto più si crede sicura del suo potere. Non sono tra coloro che ritengono che il nostro problema più grande sia come evitare una guerra nucleare. Penso che i politici, da ambedue le parti, abbiano un sufficiente senso del loro interesse, come minimo, da evitare di imbarcarsi in un'impresa che si concluderebbe con la loro stessa distruzione. Ciò non vuol dire che la promozione del disarmo non sia uno dei settori in cui abbiamo bisogno di tutta la nostra buona volontà. Prendersi cura del benessere degli altri, e la tolleranza che questo comporta, dovrebbero incominciare a casa propria, ma non dovrebbero terminare lì dove incominciano.

NOTE

1. L'aggettivo inglese Germanic include uno spettro più ampio dell'italiano «tedesco», ma «germanico» si riferisce alle tribù dei germani. «Tedesco» si riferisce qui alla dimensione culturale più che politica o geografica, e da questo punto di vista Freud, che era austriaco, è incluso (n.d.t.).

2. L'Ammutinamento indiano e la Compagnia delle Indie orientali, rispettivamente (n.d.t.).

3. Pasticcioni (n.d.t.).

4. Il primo è intraducibile letteralmente. Nigger brown è il colore della pelle dei neri. Off'white è bianco sporco (n.d.t.).

5. Letteralmente, un attacco giallo, vale a dire, di paura (n.d.t.).

6. Rispettivamente, egli, direttore, preside, ecc. (tradizionalmente chairman in inglese, vale a dire, uomo direttore, preside, ecc.) e portavoce (di nuovo, spokesman).

7. «Menare il pakistano», ma, generalmente, qualunque aggressione a persone di colore (n.d.t.).

8. La Commissione per l'eguaglianza razziale (n.d.t.).

9. Rispettivamente, il Servizio indipendente per le adozioni, la Società indipendente per le adozioni e la Società agnostica per le adozioni (n.d.t.).

10. Termini dispregiativi per indicare rispettivamente: gli orientali, gli indiani anglicizzati, i francesi, i tedeschi, gli ebrei, gli italiani (n.d.t.).

11. Rivista satirica inglese del XIX secolo (n.d.t.).

12. Eleven stone: stone è un'unità di peso che equivale a kg. 6,35 (n.d.t.).

13. Che in inglese vuol dire prima di tutto «gaio» (n.d.t.).

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