FISICA/MENTE

 

I "SANTI" IMBROGLIONI

Cristo non voleva né Chiesa, né clero, né Papi ed infatti la Chiesa di Roma non è cristiana

Roberto Renzetti

Giugno 2010

        Tutti buoni, tutti santi, i primi cristiani sono la quintessenza della devozione a Dio, della bontà, dell'altruismo. Sono quelli che ci hanno spacciato questa Chiesa con questo clero e questi Papi.  Vediamoli più da vicino questi campioni per acquisire almeno il metodo della loro indubbia santità.

 

COS'E' LA CHIESA  ?

 

        A parte ogni altro titolo tra i tanti un Papa è la massima autorità della Chiesa cattolica, una specie di vicario di Gesù Cristo sulla Terra. Il tutto discende da una frase, una sola, scritta dall'evangelista Matteo, solo da lui:

Matteo 16, 13-20

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". 14 Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". 15 Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". 16 Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". 17 E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli ". 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

        La frase d'interesse è rivolta all'apostolo Simon Pietro al quale Gesù dice che egli è Pietro e su quella pietra costruirà la sua Chiesa, cioè l'assemblea,  la comunità dei fedeli. Gli altri evangelisti non riportano questa frase e neppure frasi simili, tanto che il suo contenuto doveva essere marginale e non fondante una parte fondamentale della fede di cui Cristo era portatore. Insomma Gesù non aveva alcuna intenzione di fondare una struttura perenne che fosse portatrice dei suoi insegnamenti. I cristiani, le gerarchie della Chiesa intendo, hanno imbrogliato, anche qui, il prossimo su una questione, questa sì, fondante per il messaggio di Gesù. Il Cristo, infatti, veniva sulla Terra per salvare in tempi rapidi tutti i peccatori (in pratica l'umanità) perché, Egli stesso lo dice e ripete più e più volte, sta finendo il mondo, sta per venire il Giudizio Univesale, ed occorre procedere alla salvezza prima che ciò accada. Leggiamo, ad esempio da Luca (ma queste frasi si ritrovano in ogni evangelista):

Luca 21, 31-32

31 Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto.

        La parola Chiesa, come detto, non figura negli altri evangelisti e neppure nella gran maggioranza degli scritti neotestamentari. Solo Matteo la usa dove visto con significato di assemblea universale e la usa in un altro passo con significato diverso, di comunità locale:

Matteo 18, 17

17 E se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.

        Il fatto che qui si parli di assemblea locale è testimoniato dal testo dei Vangeli elaborato dalla CEI (Conferenza Episcopale) che non riporta la parola chiesa ma assemblea:

Matteo 18, 17

17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.

        Abbiamo quindi la parola Chiesa, nel senso di assemblea universale, scritta una sola volta da un solo evangelista. Da qui a credere che Gesù volesse una Chiesa che durasse nei secoli, confrontandola con l'imminente Giudizio Universale, è una sciocchezza che diventa imbroglio per i fedeli credenti. Ma c'è di più. Se si legge con attenzione si scopre un "te" e questo te non può essere Gesù poiché, come mostrano tutti e 4 i Vangeli, Gesù aveva buoni rapporti sia con i pubblicani (pubblici peccatori) che con i pagani se solo si pensa che all'epoca erano tutti pagani ed i cristiani si contavano al massimo a centinaia e che Gesù era venuto proprio per salvare queste persone, non certo i cristiani che non esistevano.

        Stiamo parlando comunque di un periodo in cui vi era una gran quantità di sette ebraiche ed il Cristianesimo nascente in qualche modo era inteso come una di tali sette. Vi è un documento neotestamentario, La lettera di Giacomo (scritta tra il 75 e l'80, all'interno di gruppi ebraico-cristiani, e quindi attribuita falsamente a Giacomo che a quell'epoca era già stato giustiziato), in cui il Cristianesimo viene presentato come un ebraismo liberale e le assemblee che facevano riferimento a Paolo, una degenerazione religiosa. Da qui si può capire quali divisioni vi fossero tra gli stessi cristiani e chi ha studiato un poco dell'intervento di Costantino sa bene quanta pulizia dovette fare l'Imperatore al Concilio di Nicea (325) che egli stesso dirigeva. Da qui si può anche cogliere meglio quanto ho più volte detto (ma non sono certamente né il primo né il solo) e cioè che Gesù non è stato cristiano e in un doppio senso: da una parte la Chiesa, dopo la morte di Gesù, passò agli insegnamenti di Paolo che con Gesù non c'entrano nulla, e dall'altra, Gesù non ha fondato la Chiesa cristiana ma si limitava a tentare di riunire il popolo d'Israele in un modo differente. Gesù infatti non si differenzia dagli insegnamenti ebraici ma rivendica spesso nei Vangeli il suo essere ebreo. In proposito leggiamo il Vangelo di Matteo:

Matteo 5, 17-18

17 Non pensate ch’io sia venuto per annullar la legge od i profeti; io non son venuto per annullarli; anzi per adempierli. 18 Perciocché, io vi dico in verità, che, finché sia passato il cielo e la terra, non pure un iota, od una punta della legge trapasserà, che ogni cosa non sia fatta.

        Inoltre egli si rivolge agli apostoli per invitarli non a predicare ai gentili (pagani), questo lo farà appunto Paolo, ma a chi del popolo di Israele era in difficoltà:

Matteo 10, 5-7

5 Non andate fra i pagani e non vi fermate nelle città dei Samaritani. 6 Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. 7 Andate ed annunciate che il Regno di Dio è vicino.

 

Matteo 15, 24-26

24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».

        Sembra evidente il fine di Gesù, riformare in qualche modo la pratica dell'ebraismo nel suo popolo prima della fine imminente con l'avvento sulla Terra del regno di Dio. Gesù era convinto di quanto diceva e questa fine imminente lo spingeva ad una rapida operazione all'interno, insisto, del suo popolo. Non c'era tempo e quindi non si poneva proprio il proposito di una Chiesa universale. E non è che Gesù fosse un esaltato che viveva esperienze differenti da quelle del suo popolo. La credenza del Giudizio Universale e dell'avvento del Regno di Dio in Terra era diffusissima (e lo sarà almeno per tutto il I secolo) tra gli ebrei. In proposito vi sono due testimonianze, sia di Paolo che dello stesso Pietro:

1 Corinzi 10, 11

11 Ora, queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche.

 

1 Pietro 4, 7

7 La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera.

        Purtroppo per questi profeti (e fors'anche per noi) non vi fu alcun Giudizio Universale e la gente che aveva creduto in quella profezia, che aveva abbracciato quella fede, che per questo aveva rinunciato alla sua vita (abbandonando beni, mogli, figli, ...) credendola inutile di fronte al disastro imminente per il quale occorreva solo prepararsi spiritualmente, ebbene questi fedeli, ormai alla terza e quarta generazione, si stavano spazientendo. I cristiani tra l'altro aspettavano il ritorno di Gesù in Terra perché era stato promesso che egli avrebbe diretto le danze del Giudizio. Una lettera (falsamente attribuita a Pietro) degli inizi del II secolo tenta di calmare le acque:

2 Pietro 3, 3-10

3 sapendo questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno degli schernitori coi loro scherni i quali si condurranno secondo le loro concupiscenze 4 e diranno: Dov’è la promessa della sua venuta? perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano nel medesimo stato come dal principio della creazione. 5 Poiché costoro dimenticano questo volontariamente: che ab antico, per effetto della parola di Dio, esistettero de’ cieli e una terra tratta dall’acqua e sussistente in mezzo all’acqua; 6 per i quali mezzi il mondo d’allora, sommerso dall’acqua, perì;  7 mentre i cieli d’adesso e la terra, per la medesima Parola son custoditi, essendo riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi.  8 Ma voi, diletti, non dimenticate quest’unica cosa, che per il Signore, un giorno è come mille anni, e mille anni son come un giorno.  9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni reputano che faccia; ma egli è paziente verso voi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti giungano a ravvedersi.

10 Ma il giorno del Signore verrà come un ladro; in esso i cieli passeranno stridendo, e gli elementi infiammati si dissolveranno, e la terra e le opere che sono in essa saranno arse.

        Cosa si dice in questo brano ? Un altro imbroglio dei primi cristiani nei riguardi dei fedeli che sempre più acquisivano l'aspetto del gregge. Si dice che non è che non si erano mantenute le promesse di Gesù. Ci mancherebbe ! Il fatto è che i tempi di Dio e degli uomini sono un qualcosa percepito diversamente e, in ogni caso, si trattava di un atto di profonda umanità del Signore che avrebbe permesso che schiere sempre maggiori di uomini si salvassero. Quindi, più tempo passa, rispetto al promesso Giudizio, più persone si salvano con la conseguenza che la Chiesa diventa una mediatrice importante ed i fedeli aspettano sine die il lieto fine. Beh, non a caso queste menti hanno dominato il mondo per 2000 anni ! Da questo momento i cristiani iniziarono ad esistere nonostante i Vangeli (troppo impegnativi) anteponendo ai medesimi la maggiore autorità della Tradizione, una vera bestemmia. E la Tradizione è la loro tradizione anche se, se si andasse ad indagare, ci si troverebbe in profondo imbarazzo a scegliere tra le centinaia di tradizioni diverse sulle quali ha prevalso quella che meglio si è assimilata con il potere imperiale di Roma. Anche qui vorrei tranquillizzare i lettori. Non è una mia ipotesi ma l'idea della Tradizione che ha il primato sulle Scritture è scritto nelle differenti bibbie tradotte e piene di commenti ad hoc. Rodriguez esemplifica con una Bibbia tradotta dall'ebraico e dal greco in Spagna nel 1944. Si tratta della Bibbia Nácar-Colunga (i due autori) stampata con autorizzazione ecclesiastica. In questo testo si legge:

La verità rivelata, anima e vita della Chiesa, prima che nei libri fu scritta nell'intelligenza e nel cuore di essa [Chiesa cattolica]. E' qui che risiede vivificata dallo Spirito Santo, libera dai mutamenti temporali e dal fluttuare delle umane opinioni. [...] Perciò il sentire della Chiesa cattolica, la dottrina dei Padri e dei Dottori, che ne sono portavoce e testimoni; la voce dello stesso popolo fedele, unito ai suoi pastori per formare con loro il corpo sociale della Chiesa, sono il criterio principe in base al quale sono sempre state giudicate le controversie sui punti dottrinali teorici e pratici. E' così che il Concilio Tridentino ha stabilito che nell'interpretazione delle Sacre Scritture, per quanto riguarda le cose della fede e i costumi, a nessuno è lecito allontanarsi dal sentire dei Padri e della Chiesa.

        E' dunque la Chiesa la sola che interpreta le Scritture e può raccontare ciò che crede quando crede, addirittura cambiando interpretazioni a seconda dei tempi e dei luoghi. E' inutile quindi rivolgersi ad un rappresentante della Chiesa reclamando il tal passo evangelico. Lui risponderà come crede ed avrà ragione lui, anche perché il relativismo è peccato. E così il cristianesimo-ebraico parlato agli umili, diventa piano piano, con l'apporto determinante di Paolo, il cristianesimo dei gentili e degli ebrei ellenizzati, cioè di categorie di persone agli antipodi rispetto all'umile popolo di Palestina che era nell'interesse di Gesù e soprattutto diventa, dal Concilio di Nicea in cui i vescovi non parlavano più ebraico ma greco, una struttura di potere ed in simbiosi con esso.

        Costantino il Grande, per suoi piani che servivano, a suo giudizio, a rafforzare il potere decadente dell'Impero, intervenne nelle aspre polemiche tra le due diverse sette cristiane del Nord Africa, quella dei santi guidata da Maiorino e quella cattolica guidata da Mensurio. La Chiesa dei santi chiamava traditrice, perché accordatasi con i persecutori romani, la Chiesa cattolica. Nel 313 le due fazioni, ora guidate da Donato (quella dei santi) e da Ceciliano (quella cattolica), stavano per arrivare ad uno scisma. Costantino a questo punto finanziò la Chiesa di Ceciliano e di fatto isolò quella di Donato. E non lo fece per mera simpatia ma perché aveva delle mire ben precise: far funzionare la Chiesa cattolica in modo che fosse alleata dell'Impero. A tal fine non si dovevano scontentare altre religioni e Costantino, proprio con il Concilio di Nicea, impose alla Chiesa cattolica vari dogmi, come la Trinità, che recepiva le istanze di molte religioni dell'Impero (Oriente ed Egitto), la consustanzialità tra Padre e Figlio ed il Credo, il tanto conclamato Credo che non fu ispirato ai vescovi conciliari dallo Spirito Santo ma da Costantino ! Povero Gesù, zimbello di questi crapuloni !(1)

        Le vicende del Concilio di Nicea, in cui i 300  vescovi invitati da Costantino banchettarono e vissero nel lusso per alcuni giorni tanto che si chiesero se questo era il paradiso cui aspiravano, sono raccontate in vari testi come, ad esempio, Deschner [1] e Rodriguez. Non è questo il momento di discutere questa tappa fondamentale e fondante della storia della Chiesa cattolica. Ho citato questo Concilio, insieme a ciò che per la Chiesa è la verità della fede, solo per rendere conto che da questo punto, questa organizzazione chiamata Chiesa cattolica utilizzerà il nome di Gesù, degli apostoli e di Maria per una sua politica mirata al suo mantenimento in posizioni di privilegio e quindi in alleanza con ogni potere civile che lo permetta.

        Cristo predicò il regno di Dio ... poi venne la Chiesa.

 

E COSA SONO I SACERDOTI

 

        Come già accennato, il Papa è la massima autorità della Chiesa cattolica, una specie di vicario di Gesù Cristo sulla Terra. Riletta ora questa frase mostra che c'è qualcosa che non va. Resta certamente vero che il Papa è la massima autorità della Chiesa cattolica ma, in quanto alla rappresentanza di Gesù sulla Terra, neanche a parlarne.

        Seguiamo un pochino le vicende che portarono all'invenzione del Papa che, come già detto, non è previsto in alcun modo nei Vangeli che non prevedono neppure una Chiesa.

        Innanzitutto un Papa proviene da un clero e Gesù non voleva un clero, anzi lo aborriva.

        Nel Nuovo Testamento (Rom 12, 6-7; I Cor 12, 8-10; Ef 4, 7-11) vi sono elencati vari carismi e ministeri ma mai si parla di un qualcosa che abbia a che vedere con il sacerdozio, con una Chiesa, con edifici per il culto, con rituali, liturgie e funzioni. Nel Nuovo Testamento si parla di sacerdozio solo in riferimento a vecchie usanze degli ebrei Leviti.

Marco 1, 44

44 Guardati dal farne parola ad alcuno; ma va’, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; e questo serva loro di testimonianza.

 

Marco 2, 26

26 Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?.

 

Luca 1, 5

5 Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote, chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta.

        Vi è un brano della Lettera agli ebrei, attribuita a San Paolo ma in realtà del suo discepolo Apollo, in cui Gesù viene definito sacerdote (Eb 5, 6; 7, 15-19) ma per spiegare che il sacerdozio levitico era ormai superato e Gesù è venuto anche per sbarazzarsi di quel tipo di sacerdozio, tribale, di casta, al servizio del tempio, per fare sacrifici che mondassero dai peccati (Eb 5, 9-10; 7, 21-25).  La Lettera è chiara anche in positivo quando dice che Gesù non ha bisogno di queste funzioni e tantomeno di sacrifici poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso (Eb 7, 27). E si potrebbe continuare ma sembra chiaro che il sacerdozio per Gesù in quel tempo era, diciamolo meglio, se non fonte di corruzione e di conformismo, un qualcosa di stantio, di ripetitivo che non entrava davvero nel messaggio di novità che portava Gesù medesimo.

        L'organizzazione delle prime comunità cristiane era diversa, anche se non completamente, da quella del tempio ebraico. In ogni comunità, che come abbiamo visto è una ecclesia, una assemblea, vi era una guida costituita da un collegio di presbiteri (come nelle sinagoghe). Più avanti nel tempo fu creata la figura del supervisore o amministratore, che è poi il vescovo (episcopoi) inteso in senso completamente diverso da quello che poi è diventato. Le comunità paoline avevano organizzazioni leggermente differenti con dei collaboratori di Paolo designati alle varie mansioni con un compito di servizio alla comunità (e non il contrario !). Altre funzioni di servizio furono introdotte al crescere delle comunità  ma sempre per competenze specifiche in un qualche ambito e mai con un qualcuno chiamato per essere al di sopra degli altri con una qualche vocazione in più.

        E' verso la fine del I secolo che inizia a crearsi una qualche crepa. Il vescovo di Roma Clemente (che, come vedremo, risulterebbe il IV Papa della Chiesa dall'88 al 97) scriveva ai fedeli di Corinto(2) implorandoli di seguire le indicazioni di coloro che erano preposti a capo della comunità e di provvedere al loro mantenimento. Altro documento che attesta la nascita di un qualcosa che Gesù aborriva è del 110. Il vescovo di Antiochia, Ignazio (? - circa 110), faceva sapere scrivendo agli Efesini che il vescovo era unico, era la massima autorità dell'ecclesia, doveva essere rispettato allo stesso modo di Dio. A lui si deve una prima suddivisioni di incarichi nell'ecclesia tra vescovi, presbiteri e diaconi(2) e l'uso, per la prima volta, delle parole Chiesa e Cristianesimo.

        E' l'inizio della costruzione di una gerarchia nella Chiesa. Un vescovo rappresenta il luogo e dal vescovo dipendono i diaconi ed i presbiteri che venivano nominati con l'imposizione delle mani. In tal modo entravano in un ordo risultando ordinati. E' d'interesse notare che l'ordo era una istituzione imperiale romana. Vi erano tre ordo che distinguevano i cittadini per importanza. Il primo era quello che raggruppava senatori e governanti, il secondo quello che metteva insieme i vari notabili, il terzo quello che caratterizzava la plebe. La Chiesa distinse in due gli ordo che la riguardavano, quello delle gerarchie (i minus ter o ministri che via via divennero magis ter o maestri, con un passaggio epico e tipico da minus a magis) e quello della plebe (chiaro no ?).  A questo punto fu San Cipriano (200-258) a rendere sacerdoti (persone sacre, consacrate, diverse dal gregge dei fedeli) i ministri, attingendo direttamente dalla tradizione ebraica e costruendo quindi la categoria di chierici contro i quali Gesù si era battuto, dati i risultati, inutilmente. E questo uso divenne generalizzato dopo il Concilio di Nicea (325) perché Costantino voleva un gruppo di persone di riferimento ed affidabili cui assegnare la cura dei sudditi dell'impero. La codifica della figura del sacerdote (prima delegata ai vescovi quindi ai presbiteri) avvenne nel V secolo, quando l'eucarestia che precedentemente ogni fedele poteva officiare divenne sempre più una esclusiva del clero. La Chiesa si era costituita come sistema di potere allo stesso modo di altre religioni non senza qualche insigne personaggio che, fino al IV secolo, rifiutava con fermezza la cosa. E' il caso, ad esempio, di San Girolamo (347-420) che nel rifiutare i sacerdoti affermava che nei testi sacri si parlava solo di diaconi e di presbiteri e non di vescovi e quindi il diventare vescovo significava essere fuori dall'ecclesia. San Girolamo, che era personaggio di rilievo in quanto tradusse la Bibbia in latino (la famosa Vulgata), rifiutò di conseguenza la carica di vescovo e la sua posizione la fece presente anche nella traduzione della Bibbia, quando in luogo del termine che propriamente significa diacono mise quello di minus ter o ministro che vuol dire colui che è sottoposto agli altri. Fu la Chiesa post Girolamo a cambiare quel termine in magis ter, che vuol dire colui che è più su degli altri.

        Occorre comunque osservare che a partire dal III secolo e fino a più o meno l'anno Mille valeva quanto aveva introdotto San Leone Magno poi Papa Leone I (390-461) e cioè che ogni comunità sceglieva i suoi ministri e, attenzione, li poteva revocare. Dopo l'anno Mille il sacerdote iniziò ad essere imposto dall'alto e venne eliminata quella norma di salvaguardia della revoca. Oggi un vescovo indegno, ad esempio pedofilo, arrivato lì non scelto dai fedeli ma dal vertice, non può essere rimosso non solo dall'ecclesia, dall'assemblea dei fedeli, ma neppure dalle massime autorità della Chiesa.

        Le varie contorsioni teologiche sul sacerdozio terminarono nel 1225 con il Concilio Laterano IV, quando Papa Innocenzo III stabilì che l'eucarestia poteva essere officiata solo da un sacerdote validamente e lecitamente ordinato. Nascevano i professionisti di Dio, coloro che rendevano i fedeli degli spettatori di un atto che li dovrebbe vedere partecipi, l'eucarestia(3). Un esercito che iniziò ad arruolare fannulloni, persone con il vitto e l'alloggio garantiti in ogni disastro ed avversità, che intrapresero una carriera di corruzione senza precedenti che raggiunse il suo apice tra il XIV e XV secolo tanto da originare la Riforma. In nome di Gesù.

 

ED ALLORA COS'È UN PAPA ? 

 

        Abbiamo visto che Gesù non ha mai avuto intenzione di fondare una Chiesa sia in senso lato, intesa come comunità di fedeli, sia in senso fisico, intesa come edificio. Abbiamo poi visto che il sacerdozio era addirittura inviso a Gesù. A questo punto, retoricamente, c'è da chiedersi: cosa rappresenta un Papa ? Il capo di una organizzazione di persone, legittima ma completamente estranea sia a Gesù che ai testi evangelici.

        Seguiamo, anche qui, la nascita del papato in riferimento, sempre, ai testi evangelici a partire da quello su cui la Chiesa si afferra e che è il medesimo di Matteo già citato all'inizio del primo paragrafo:

Matteo 16, 13-20

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". 14 Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". 15 Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". 16 Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". 17 E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli". 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

        Abbiamo già discusso la frase 18 nel primo paragrafo, qui la frase d'interesse è la 19, quell' A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. Frase dietro la quale si vorrebbe vi fosse l'istituzione del Papato. Questo, come l'altro verso, è un falso intercalato posteriormente nel Vangelo di Matteo (queste falsificazioni avvennero intorno al 320, prima del Concilio di Nicea, quando furono scelti quelli che dovevano essere i Vangeli canonici) ed anche qui non sono io a dirlo ma iniziarono con vigore a sostenerlo i vescovi d'Oriente nel IV secolo. Leggiamo cosa disse il vescovo cattolico Strossmayer, nel suo intervento al Concilio Vaticano I del 1870:

«Non trovando alcuna traccia di papato ai tempi degli apostoli, mi dissi: Troverò qualcosa negli annali della chiesa. Ebbene, lo dico francamente: ho cercato un papa nei primi quattrocento anni e non l'ho affatto trovato. Nessuno di voi, spero, dubiterà della grande autorità del santo vescovo di Ippona, il grande e beato Agostino. Questo pio dottore, onore e gloria della chiesa, fu segretario di un noto concilio. Ora, nei decreti di quella venerabile assemblea, si possono trovare queste significative parole: "Chiunque s'appellerà a quelli d'oltremare non sarà ricevuto nella comunione di alcuno in Africa". I vescovi africani riconoscevano così poco il vescovo di Roma da minacciare di scomunica chi avesse inteso rivolgersi a lui per qualunque ragione. Questi stessi vescovi, nel IV Concilio di Cartagine, tenutosi sotto Aurelio, vescovo di quella città, scrissero a Celestino, vescovo di Roma, per avvertirlo che non doveva ricevere appelli da vescovi, preti e chierici africani; non doveva inviare legati o commissionari; non doveva introdurre l'orgoglio umano nella Chiesa. Leggendo, dunque, i libri sacri con quell'attenzione di cui il Signore m'ha reso capace, io non trovo un solo capitolo, un solo versetto, in cui Gesù Cristo dia a S. Pietro la signoria sopra gli apostoli, suoi colleghi. Se Simone, figlio di Giona, fosse stato quello che noi crediamo essere oggi Santità Pio IX, è sorprendente che Egli non abbia detto loro: "Quando sarò salito al Padre, voi tutti ubbidite a Simon Pietro nella stessa maniera in cui ubbidite a me. Io lo stabilisco mio vicario in terra" … Non solo Cristo tacque su questo punto, ma così poco pensava di dare un capo alla chiesa che, quando promise agli apostoli la potestà di giudicare le dodici tribù d'Israele (Matteo 19: 28), garantì loro dodici troni, uno per ciascuno, senza però dire che uno di questi troni sarebbe stato più elevato degli altri, quello di S. Pietro. Certamente, se Egli avesse desiderato che così avvenisse, lo avrebbe detto. Che cosa dobbiamo dedurre da ciò? La logica ci dice che Cristo non pensò di fare di S. Pietro il capo del collegio apostolico. Quando inviò gli apostoli alla conquista mondo, a tutti fece la promessa dello Spirito Santo... Cristo - così dice la Scrittura - vietò a Pietro e ai suoi colleghi di regnare e di esercitare signoria o di aver autorità sopra i fedeli come i re delle nazioni (Luca 22: 5). Se Pietro fosse stato destinato a essere papa, Gesù non avrebbe parlato in questi termini ma, secondo la nostra tradizione, il papato ha in mano due spade, simboli del potere spirituale e temporale. Una cosa mi ha sorpreso moltissimo. Ragionando attentamente ho detto a me stesso: "Se S. Pietro veniva considerato papa, avrebbero i suoi colleghi permesso che fosse inviato con S. Giovanni in Samaria (Atti 8: 14) ad annunciare l'Evangelo del Figlio di Dio? Cosa pensereste, venerabili fratelli, se in questo momento noi ci permettessimo di inviare Sua Santità Pio IX insieme a Sua Eccellenza Monsignor Plantier al Patriarca di Costantinopoli per indurlo a mettere fine allo scisma d'Oriente?... Ma c'è un altro fatto, ancor più importante. Un Concilio Ecumenico ebbe luogo a Gerusalemme per decidere intorno a questioni che dividevano i fedeli. Chi avrebbe dovuto convocare il Concilio, se S. Pietro fosse stato il papa? S. Pietro. Chi avrebbe dovuto presiederlo? S. Pietro, o il suo legato. Chi avrebbe dovuto promulgare i canoni (le regole della chiesa) ? S. Pietro. Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto. L'apostolo fu presente al Concilio come tutti gli altri, eppure non fu lui a presiederlo, ma S. Giacomo e i decreti furono promulgati nel nome degli apostoli, degli anziani e dei fratelli (Atti 15: 22-29)... Ora, mentre noi insegniamo che la chiesa è edificata su S. Pietro, S. Paolo, la cui autorità non può essere messa in dubbio, dice nella sua epistola agli Efesini (2: 20), che essa è edificata sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù Cristo stesso la pietra angolare. E lo stesso apostolo crede così poco alla supremazia di Pietro, che apertamente rimprovera tanto quelli che dicevano: "lo son di Paolo; io son d'Apollo", quanto quelli che dicevano: "lo son di Pietro” (1 Corinzi 1: 12). Se questi fosse stato il vicario di Cristo, S. Paolo sarebbe stato ben lungi dal censurare così violentemente quelli che si dichiaravano appartenenti a S. Pietro... Lo stesso apostolo, catalogando gli uffici della chiesa, menziona gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i dottori, i pastori (Efesini 4: 11). E' giusto credere, miei venerabili fratelli, che S. Paolo, il grande apostolo dei Gentili (non israeliti, pagani), abbia dimenticato il primo di tali uffici, il papato, se questo fosse stato di istituzione divina? La dimenticanza mi appare impossibile... L’apostolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di S. Pietro. Se tale primato esisteva, se in una parola la chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo, infallibile nell'insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l'edificio della nostra Dottrina poteva essere dimenticato il fondamento, l'architrave?... Né negli scritti di S. Paolo e di S. Giovanni né in quelli di S. Giacomo ho trovato traccia o germe del potere papale. S. Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto di cui, pure, se così come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare. Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle Scritture ispirate da Dio, qualora S. Pietro fosse stato papa, m'è sembrato insostenibile e impossibile, e tanto ingiustificabile quanto sarebbe se il Thiers, scrivendo la storia di Napoleone, avesse omesso il titolo di imperatore... Quel che mi ha sorpreso e ha bisogno di dimostrazione è il silenzio di S. Pietro. Se l'apostolo fosse stato quello che noi diciamo, cioè vicario di Gesù Cristo in terra, è naturale che egli per primo avrebbe dovuto saperlo. E, se egli lo sapeva, com'è che neppure una volta ha agito da papa?... Torno a dire che, mentre l'apostolo scriveva, la chiesa non pensò mai che potesse esservi un papa. Per poter sostenere il contrario, bisognerebbe del tutto ignorare gli scritti sacri... Ma, d'altro canto, si dice: S. Pietro non venne a Roma? Non fu crocifisso con la testa all'ingiù? Non vi sono forse nella Città Eterna i pulpiti dai quali egli insegnò e gli altari sui quali celebrò messa?... Che S. Pietro sia stato a Roma, venerabili, si trova in modo assai incerto nella sola tradizione ma, se egli fosse stato vescovo di Roma, come potreste voi dal suo episcopato ricavare la sua supremazia?» (J.G. Strossmayer, vescovo cattolico di Diakovar in Croazia, dal suo discorso tenuto al Concilio Vaticano I del 1870; citato da Giovanni Fantoni).  

E Strossmayer proseguiva tentando di far capire all'assemblea dei vescovi da dove era nata la degenerazione del papato:

«Quella (di voler comandare su tutte le chiese - n.d.a.) era una tendenza del patriarca di Roma il quale, fin dai primi tempi, per la "preminente principalità" della capitale dell'Impero, cercò di arrogarsi tutta l'autorità... Ammetto senza difficoltà che il patriarca di Roma occupò il posto d'onore. Una delle leggi di Giustiniano dice: "Decretiamo, dopo la definizione dei quattro concili, che il santo papa dell'antica Roma sarà il primo dei vescovi, e che l'altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sarà il secondo"... «L'importanza del vescovo di Roma deriva non da un potere divino, ma dalla nobiltà della città stessa. Ho detto che fin dai primissimi secoli il patriarca di Roma aspirò al governo universale della chiesa. Sfortunatamente, vi riuscì ben presto, ma non raggiunse completamente il suo intento, poiché l'imperatore Teodosio II promulgò una legge con la quale stabilì che il patriarca di Costantinopoli doveva avere la stessa autorità del patriarca di Roma. I padri del Concilio di Calcedonia (451) posero i vescovi della nuova e dell'antica Roma sullo stesso piano per ogni cosa anche ecclesiastica (canone 28). Il VI Concilio di Cartagine (401) proibì a tutti i vescovi di assumere il titolo di principe o di vescovo sovrano, come per il titolo, che noi diamo di vescovo universale. S. Gregorio I, sicuro che i suoi successori non avrebbero mai pensato di adornarsene, scrisse queste memorande parole: "Nessuno dei miei predecessori ha voluto prendere questo nome profano perché, quando un patriarca prende il titolo di universale, ne soffre il titolo di patriarca. Lungi dai cristiani il desiderio di darsi un titolo che apporti discredito sui loro fratelli».

        Come reagì il Concilio Vaticano I diretto da Papa Pio IX ? Addirittura con il sancire il dogma dell'infallibilità del Papa. Uno schiaffo a quel coraggioso oratore ed ai molti che condividevano le sue tesi (molti meno di quanti sostennero Pio IX che fu descritto come un Dio in terra)

        Tornando alla storia, occorre ricordare che durante il III secolo iniziò il crollo dell'Impero Romano vhe si protrasse per un paio di secoli. Il crollo dell'Impero d'Occidente avvenne prima di quello d'Oriente di modo che mentre ad Oriente vi era ancora un notevole potere politico ed economico separato da quello religioso, in Occidente, a Roma, il disastro era completo, con le gerarchie della Chiesa che assunsero anche ruoli politici, resisi vacanti, che divennero preminenti quando il crollo d'Occidente fu completo. La Chiesa aveva i suoi massimi rappresentanti sia ad Oriente, il patriarca (vescovo) di Costantinopoli, che ad Occidente, il vescovo di Roma (più precisamente ai tempi di Giustiniano vi erano cinque capi ecclesiastici delle grandi circoscrizioni, fra le quali, esclusa l'isola di Cipro, la cattolicità era stata divisa, e cioè i vescovi di Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, e Gerusalemme e tra esse le due più importanti erano quelle che avevano sede nelle capitali dell'Impero). Nessuno dei due aveva una qualche autorità religiosa per richiedere il primato sull'altro. Ma il vescovo di Roma aveva acquisito anche cariche politiche che utilizzò in tutti i modi per farle valere in ambito religioso. E' qui che intervenne l'Imperatore d'Oriente Giustiniano (482-565)(4) con uno dei suoi decreti, la Novella CXXXI a Petro P. P. del 18 marzo 545,  che assegnò un ruolo principale al vescovo di Roma subito dopo il quale vi era il patriarca di Costantinopoli. Si tenga comunque presente che questo decreto di Giustiniano ne cancellava uno dell'altro imperatore d'Oriente Teodosio II (401-450) che aveva assegnato ai due vescovi la medesima autorità. Anche Giustiniano ebbe a dire che ciò comunque non derivava dalla volontà di Dio ma dal fatto che Roma restava più importante di Costantinopoli. Questa decisione di Giustiniano, che mostra come la Chiesa era diventata da Costantino I uno instrumentum regni come aveva sostenuto Polibio, avveniva in contrasto ai deliberati di varie precedenti assemblee di vescovi, come il VI Concilio di Cartagine del 401 ed il Concilio di Calcedonia del 451.

        Roma ottenne quindi il primato su Costantinopoli secondo quanto Giustiniano decretò. Ma si trattava pur sempre, come lo stesso Giustiniano sostenne, di un atto politico che non aveva nulla a che vedere con una questione teologica avversata strenuamente, appunto, da tutti i vescovi d'Oriente(5) i quali sostenevano che il passo di Matteo (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli) non era altro che una interpolazione fatta posteriormente dalla Chiesa di Roma. E perché questo passo di Matteo avrebbe privilegiato la Chiesa di Roma, rispetto a quella di Costantinopoli ? Perché vi era implicita una discendenza della supremazia sulla Chiesa che da Gesù passava a Pietro e da Pietro ai suoi successori (con l'imposizione delle mani). E poiché, per un'altra leggenda, Pietro si era recato a Roma ove, prima di morire martire, era diventato vescovo di Roma e quindi primo Papa, i successori di Pietro in Roma erano quelli a cui spettava il titolo di Papa.

        Vediamo punto per punto questa concatenazione a partire dalla frase di Matteo. Molti teologi concordano nel ritenere che quella frase, supposta vera, voglia dire ben altro. La pietra su cui costruire la chiesa di Cristo, cioè la sua assemblea, sta nella risposta che Pietro dà a Gesù: Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente. E' questa la pietra sulla quale Pietro dovrà edificare il proseguimento degli insegnamenti di Cristo. Ciò è confermato da altri brani neotestamentari che individuano (e non può essere altrimenti) in Gesù la pietra:

I Pietro 2, 4

4 Stringendovi a lui [Gesù], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio,
 

 

Efesini, 2, 19-21

19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore.
 

 

11 poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù
I Corinzi 3, 10-11

10 Io, secondo la grazia di Dio che m’è stata data, come savio architetto, ho posto il fondamento; altri vi edifica sopra. Ma badi ciascuno com’egli vi edifica sopra; 11 poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù.

 

I Corinzi 10, 4

4 e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e la roccia era Cristo.

        Con ciò cade il ruolo di Pietro come successore di Cristo. Non vi è scampo. E neppure si può pensare che Pietro sia stato in qualche modo preferito da Gesù rispetto agli altri apostoli. Vi è un brano significativo in tal senso nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù resuscitato parla agli apostoli:

Giovanni  20, 21-23

21 Gesù, perciò, disse loro di nuovo: “Abbiate pace. Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi”. 22 E dopo aver detto questo soffiò su di loro e disse loro: “Ricevete lo spirito santo. 23 A chiunque perdonerete i peccati, resteranno perdonati; a chiunque li riterrete, resteranno ritenuti".

        Quindi tutti gli apostoli uguali. Tutti con gli stessi poteri. E questo sarebbe tutto ? No, c'è di più. Se Pietro avesse avuto una qualche carica che lo distinguesse dagli altri dovremmo trovarne delle tracce negli Atti degli Apostoli o in qualche altro testo neotestamentario. Non vi è nulla di ciò. Nessuno sembra si sia accorto di Pietro in modo che in qualche modo lo facesse emergere. Immaginate la situazione: Pietro si reca a Roma, ne diventa vescovo e quindi Papa e nessuno lo sa e ne parla ? Nessuno dei viventi all'epoca e di coloro che vennero dopo, dico. Se qualcuno ebbe un ruolo distaccato questi non fu Pietro ma Giacomo, il fratello di Gesù. Si può leggere in proposito San Paolo che mette in un ordine di importanza per autorità gli apostoli nel modo seguente:

Galati  2, 9

9 Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi

 Ma San Paolo dice di più perché, subito dopo l'elenco fatto, nella medesima lettera, fa aspri rimproveri a Pietro:

Galati  2, 11-15

11 Ma quando Cefa [Pietro] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?

        Di fronte a queste gravi accuse Pietro si giustifica con i discepoli e non si comporta da capo della comunità. Inoltre San Paolo in tutte le sue lettere mai menziona una qualche autorità di Pietro. Nella Lettera ai Galati aggiungerà che le decisioni vengono prese collegialmente da quelli che godono di particolare considerazione (Galati 2, 6) e si arriva ad una divisione dei compiti.

        E lo stesso Pietro nelle sue due lettere mai rivendica un qualcosa per sé, mai parla come se fosse un capo di una qualche assemblea. Invece ci indica chi è la pietra fondamentale della chiesa:

Atti 4, 11-12

11 Gesù Cristo è la pietra angolare. 12 E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati.

        Insomma, il primato di Pietro non regge nei testi evangelici, si tratta di una costruzione fatta da alcuni gerarchi della Chiesa per giustificare scelte che con Gesù ed i Vangeli non avevano nulla a che fare.

        Vi è un'altro brano, questa volta nel Vangelo di Giovanni, che sembrerebbe indicare Pietro come il prediletto a divenire il capo della Chiesa dopo la morte di Gesù. Leggiamolo:

Giovanni 21, 15-19

15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

        Per capire cosa accade qui occorre sapere che Giovanni scrisse questo Vangelo tra il 100 ed il 110 quando già si sapeva o si credeva che Pietro era stato messo a morte. Si può ben capire come sia facile fare il profeta scrivendo quando i fatti sono già accaduti. A parte ciò il brano non ha una logica perché l'episodio è citato solo da Giovanni. Eppure sarebbe stato utilissimo, ad esempio, a Matteo per sostenere di più quel suo su questa pietra costruirò la mia chiesa. Inoltre, con questo episodio, sarebbe stato possibile ripulire la fama di Pietro decaduta, come raccontano tutti e 4 gli evangelisti, per aver rinnegato per ben 3 volte Gesù. I 4 raccontano di Pietro che rinnega, perché i 4 non raccontano tutti di un Pietro oggetto di tanta considerazione ? Ma poi, perché Giovanni avrebbe dovuto contraddire quanto ha detto qualche riga prima e che cioè è solo lo Spirito Santo il portatore della verità ? E perché, poi, Paolo rimase in contrasto per vari anni con Pietro e con la comunità cristiana di Gerusalemme ? Non poteva Pietro risolvere le divergenze d'autorità, visto che era il capo designato da Gesù ? Per dirimere parte, solo parte, di quelle controversie servirà addirittura il Concilio di Gerusalemme del 48, Concilio presieduto da Giacomo nel quale Pietro prese spesso la parola ma le cui conclusioni furono tratte ancora da Giacomo. Non è questa la migliore dimostrazione della nessuna autorità particolare di Pietro su altri eminenti personaggi del protocristianesimo ?

        Ritorniamo ora al famoso e contestato brano di Matteo (16, 18-19). C'è da osservare che l'episodio è raccontato anche dagli altri evangelisti (Marco 8: 27-30; Luca 9: 18; Giovanni 6: 8-70) ma, attenzione, proprio senza le due frasi di cui discutiamo. La cosa lascia un qualche sospetto perché se la volontà di Gesù era una Chiesa ed un Papato quelle frasi sarebbero dovute entrare di forza in tutti i Vangeli ispirati da Dio. C'è poi dell'altro. Nell'ipotesi che Gesù lasciasse in eredità la volontà di un papato, per di più affidato a Pietro, la frase di Matteo (16, 19) che Gesù rivolgerebbe a Pietro, l'avrebbe rivolta al solo Pietro, il prescelto. Invece Gesù la rivolge a tutti i suoi discepoli. Basta avere la pazienza di leggere oltre lo stesso Matteo che cita un episodio in cui Gesù chiama a raccolta tutti i suoi discepoli per parlare loro:

Matteo  18, 18

18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.

        Quanto qui dico è sostenuto autorevolmente dal famoso teologo cattolico Hans Küng che scrisse: lo studio dei testi biblici «mostra in modo più chiaro di una volta che i passi di Matteo 18: 18 e di Luca 22: 19 non si riferiscono soltanto ai ministri, ma a tutta quanta la chiesa» (Strutture della chiesa, p. 203, Borla Ed., Torino 1965). Ma poi, è ragionevole che poche righe più in giù del famoso 16, 19 vi sia questa frase

Matteo  18, 23

23 Ma egli [Gesù], voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

che Gesù rivolge a Pietro ?(6)

        Tornando ancora al controverso passo di Matteo (16, 18-19) sorge un altro problema confrontandolo con quanto accade poco oltre nello stesso Vangelo. In Matteo (18, 1) leggiamo degli apostoli che chiedono a Gesù chi di loro ha il primato:

Matteo  18, 1

1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi è il più grande nel Regno dei Cieli? "

frase che, a giudizio di tutti i commentatori, vuol dire: "Chi è il più importante nella comunità e nella Chiesa ? Chi ha il primato davanti a Dio ? Chi vale di più davanti a Dio ?". Ebbene, se Gesù avesse già stabilito chi era il suo successore, questa frase che vuol dire ? O Gesù non aveva indicato il suo successore in precedenza o gli apostoli erano tutti scemi. Ed ancora: a questa domanda (18, 1) Gesù non risponde affermando che il più grande è Pietro ma prendendo un fanciullo e mostrandolo loro come esempio: il più grande è chi sa rendersi semplice ed umile come un fanciullo.

        Ancora. Dopo l'ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli si riuniscono per scegliere il sostituto di Giuda. Se Pietro fosse stato indicato come successore di Gesù, sarebbe stato lui ad indicare il successore cercato. Ma non è così perché il successore viene estratto a sorte tra due nomi proposti non da Pietro !

Atti, 1, 23-26 

23 Or ne furono presentati due: Giuseppe, detto Barsaba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. 24 E pregando, dissero: "Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, mostra quale di questi due hai scelto, 25 per ricevere la sorte di questo ministero e apostolato, dal quale Giuda si è sviato per andare al suo luogo". 26 Così tirarono a sorte, e la sorte cadde su Mattia; ed egli fu aggiunto agli undici apostoli."

        Si può finire con questo aspetto del problema con due osservazioni. La prima è che, data la lettura non delle due frasi incriminate ma dell'intero Vangelo, a cui si devono aggiungere gli altri Vangeli, si capisce che quelle frasi prese a sé non significano nulla o, per lo meno, significano ciò che si vuole che significhino ed in verità vi dico che la teologia, scienza del nulla, nasce proprio per dare significati a piacere a qualunque scritto. E c'è la contundenza della Lettera gli Ebrei in cui si nega la possibilità che Gesù abbia un qualche vicario:

Ebrei 7, 24

24 Gesù, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette

          In conclusione riporto quanto dice Fantoni:

"Qual è dunque il vero significato delle parole: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»?

Queste parole vogliono chiaramente dire che l'apostolo Pietro, avendo riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio, è stato storicamente il primo vero cristiano. Pietro stesso ha definito i cristiani «come tante pietre viventi» che entrando nella struttura dell'edificio formano una casa spirituale (1 Pietro 2: 5). Di queste «pietre viventi» l'apostolo è stato storicamente la prima, perché per primo aveva riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio. E' questa la spiegazione dello stesso Giovanni Crisostomo (? - 407), il quale scrive: «Ebbe perciò Pietro un primato? Sì! Ma solo quello di essere stato il primo a confessare il Cristo, per cui egli divenne il primo apostolo e l'inizio di tutta la chiesa».

Come dobbiamo intendere le parole seguenti: «lo ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli»?

Ci troviamo qui davanti a due immagini o simboli:

a. Il simbolo delle chiavi, molto comune al tempo di Gesù, è stato da lui più di una volta adoperato: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate (= chiudere a chiave) il regno dei cieli dinanzi alla gente, poiché né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare» (Matteo 23, 13). «Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! Voi stessi non siete entrati, e avete impedito quelli che vi entravano» (Luca 11, 52). La chiave con la quale gli scribi e i farisei impedivano al popolo l'accesso al regno era evidentemente la predicazione, l'insegnamento. Perciò, quando Gesù dice a Pietro: «lo ti darò la chiave del regno dei cieli», intende dire: «lo ti darò l'incarico di predicare l'evangelo, che aprirà le porte del regno dei cieli a tutti coloro che l'ascolteranno»;

b. «Legare e sciogliere». I rabbini che usavano comunemente questa immagine, vi attribuivano due significati distinti:
1. Proibire o permettere; imporre o togliere un precetto religioso;
2. Escludere da una comunità o riammettere in essa uno scomunicato.

Gesù non ha certo adoperato l'immagine nel primo senso, essendosi sempre tenuto lontano dalla casistica o dal legalismo rabbinico. Solo il secondo senso è possibile, anche perché permette di collegare logicamente Matteo (18, 18) con il versetto precedente, in cui si parla appunto di scomunica. Questo passo deve quindi essere così interpretato: «Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa, e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, siati come il pagano e il pubblicano. lo vi dico in verità che colui che avrete escluso dalla comunità sarà escluso anche in cielo e colui che avrete ammesso nella comunità, sarà ammesso anche in cielo».

E' quindi completamente estranea al pensiero di Gesù l'idea di una speciale potestà giuridica attribuita al solo Pietro.

Conclusione

Cristo è il solo vero capo della sua chiesa. Lo era visibilmente durante la sua vita terrena e da allora lo è invisibilmente. Egli ha lasciato come suo vicario non un uomo ma lo Spirito Santo (Giovanni 14, 26), dato a tutti i credenti sinceri (Romani 8, 14) e di cui nessuno ha il monopolio.

Certo, la chiesa ha bisogno di una direzione visibile, ma bisogna vedere di quale natura deve essere. Dopo Gesù, ci furono gli apostoli come autorità principale. E come abbiamo visto, si trattava di una direzione collegiale a cui venivano associati anche altri (Atti 15, Concilio di Gerusalemme) tramite elezione e consenso della comunità dei fedeli. Gli apostoli sono un caso a sé: furono costituiti tali solo alcuni che avevano passato del tempo con Gesù ed erano stati testimoni della sua risurrezione (Atti 1, 21-26). Quindi, in questo senso stretto, dopo la morte dei dodici, non esiste più alcun apostolo né collegio apostolico. Devono però esistere dei dirigenti di chiesa e della chiesa, più in generale, eletti democraticamente, in base ai giusti principi e con spirito di preghiera, come fecero gli apostoli nelle chiese che via via fondavano.

Purtroppo, col passare del tempo, le cose degenerarono: si cominciò a dare eccessiva autorità al vescovo. Poi uno di essi diventò addirittura papa: abbiamo visto come e per quali ragioni. Abbiamo anche visto con quali deboli giustificazioni teologico-bibliche cercate a posteriori. In parte, le ragioni di questo rafforzamento dell'autorità centrale si possono capire col bisogno spesso invocato di mantenere l'unità della chiesa. Ma l'unità deve essere mantenuta nella verità (Giovanni 17: 17,21); il fine non giustifica i mezzi. I fini, poi, non sono sempre stati così nobili. Tutt'altro... In ogni caso si è giunti a un'esagerazione di spropositata gravità che se per un verso favorisce un certo tipo di unità, dall'altro è di grave ostacolo alla vera unità e lo è stato per secoli".

        E veniamo a Pietro che va a Roma, uno degli elementi del primato di Roma rispetto a Costantinopoli(7) e quindi dell'esistenza di un primato. Chi ne parla ? Come ne parla ?

        Rodriguez dice che "solo nella prima lettera di Clemente ai corinzi, scritta alla fine del I secolo, ed in un testo d'Ignazio d'Antiochia, si menziona di sfuggita e senza ben precisare che si riteneva che Pietro fosse morto a Roma". Ho letto tutta la I Lettera ai corinzi di Clemente e vi è solo scritto: V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l'ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. A questo brano segue quello in cui qualcuno, con olimpico salto logico, ha intravisto Pietro a Roma: VI, 1. A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono di bellissimo esempio a noi. 2. Per gelosia furono perseguitate le donne, giovanette e fanciulle che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede. Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse deboli nel fisico. 3. La gelosia allontanò le mogli dai mariti ed alterò la parola del nostro padre Adamo: "Ecco ella è osso delle mie ossa e carne della mia carne". 4. La gelosia e la discordia rovinarono molte città e distrussero grandi nazioni. Le donne che sarebbero andate a morte sotto l'Impero di Nerone risulterebbero essere la prova che Pietro è morto con loro e quindi a Roma.

        Scrive Hubert Jedin nella sua Storia della Chiesa (più che storia è un'Apologia) che: "Clemente viene a parlare di avvenimenti del recente passato in cui dei cristiani «per gelosia ed invidia» furono perseguitati e lottarono fino alla morte. Tra loro emergono Pietro e Paolo; «Pietro, che per un'iniqua gelosia dovette sopportare non uno o due, ma molti travagli e, resa così testimonianza, raggiunse il posto a lui dovuto nella gloria». Con lui subì il martirio un gran numero di cristiani, tra cui anche delle donne che furono mandate a morte travestite da Danaidi e da Dirci. È questa un'allusione alla persecuzione dei cristiani sotto l'imperatore Nerone che permette di porre la morte di Pietro in questo contesto e di fissarla cronologicamente alla metà del sesto decennio del secolo. Sul modo e il luogo dell'esecuzione, Clemente non fornisce alcun dato; il suo silenzio in materia presuppone evidentemente nei suoi lettori una conoscenza dei fatti, a lui stesso certo ben noti per conoscenza diretta, essendo avvenuti al suo tempo (nella sua generazione) e nel luogo stesso dove egli viveva". Voli pindarici di un presunto storico che fa la storia esegetica del potere.

        Vi sarebbe poi la Lettera ai romani di Ignazio di Antiochia, scritta intorno al 110, che attesterebbe, sempre in modo fantasioso, la presenza di Pietro a Roma. Ignazio fu il successore di Pietro alla guida della comunità cristiana di Antiochia e quindi lo avrebbe ben conosciuto. Il brano in oggetto è il seguente: IV,1. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. Ignazio scrivendo ai cristiani di Roma li pregava, come dice ancora Jedin, "di non volerlo privare, con un intervento presso le autorità pagane, di quel martirio al quale doveva andare incontro nella loro città. Egli commenta la sua richiesta con una frase piena di rispetto: «Non vi comando come Pietro e Paolo». Questi due quindi avevano avuto un tempo con la comunità romana dei rapporti che avevano dato loro una posizione autorevole; il che vuol dire che vi soggiornarono abbastanza a lungo come membri attivi della comunità e non vi capitarono di passaggio, quasi visitatori occasionali. L'importanza di questa testimonianza sta nell'essere un'indiscutibile conferma proveniente dal lontano oriente cristiano della conoscenza che la chiesa romana aveva di un soggiorno di Pietro in mezzo ad essa". Questa lettera (come le altre) sarebbe stata scritta quando, dopo l'arresto di Ignazio  ad Antiochia (persecuzioni di Traiano), era tradotto a Roma per essere giustiziato. Le conclusioni, come quelle relative a Clemente, sono fantasiose perché il riferimento a Pietro poteva riguardare il suo martirio in qualunque altro luogo e non  necessariamente a Roma. Possibile che questi conoscitori di Pietro non sanno aggiungere una parola in più che riferisca con certezza cosa è accaduto ? In ogni caso le date non aiutano Ignazio che avrebbe dovuto sostituire Pietro ad Antiochia da adolescente. Ulteriore testimonianza sarebbe secondo Jenin un testo apocrifo e presuntamente profetico, «Ascensio Isaiae» (4,2s.). Tale testo, secondo lo storico fantastico, "esprime in stile profetico l'annuncio che l'opera dei dodici apostoli sarà perseguitata da Beliar, uccisore della propria madre (Nerone), e che uno dei dodici cadrà nelle sue mani. Questa dichiarazione profetica viene chiarita da un frammento dell'Apocalisse di Pietro, che va ugualmente assegnata al principio del II sec., in cui si dice: «Ecco, a te, Pietro, ho rivelato ed esposto, tutto. Va quindi nella città della fornicazione e bevi il calice che ti ho annunciato»". Jenin aggiunge altre cose molto più vaghe di queste e dà quindi per provato che Pietro sia stato messo a morte a Roma(8).

        Aggiungo io altri scritti che attesterebbero la presenza di Pietro a Roma. Un tal Dionisio vescovo di Corinto, intorno al 170, dette una testimonianza evidentemente falsa sulla presenza di Pietro a Roma. Dionisio dice, nello stesso documento, che le Chiese di Corinto e di Roma erano state fondate insieme da Pietro e Paolo ["Tutt'e due, venendo nella nostra città di Corinto, ci ammaestrarono nella dottrina evangelica; indi se ne andarono in Italia ed, avendo istruiti allo stesso modo voi (Romani), contemporaneamente subirono il martirio " - citato da Eusebio, Stor. Eccl. 2, 25, 8. MG. 20, 210], fatto questo smentito da ogni fonte, con la conseguenza che la credibilità di un vescovo così lontano da Roma è nulla. 

        Gli Atti degli Apostoli chiudono il loro racconto sull'attività di Pietro nella comunità primitiva di Gerusalemme col velato accenno al fatto che egli «s'incamminò verso un altro luogo» (At 12,17). Abbiamo la certezza che Pietro partecipò al Concilio di Gerusalemme dell'anno 48 (ma forse del 51-52) e che poi Pietro si stabilì ad Antiochia (At 15,7; Gal 2,11-14) dove sembra sia giunto nel 52 (secondo le omelie di San Clemente). E' un fatto straordinario che gli Atti, che seguono la storia delle prime comunità cristiane fino al 61, non dicano neppure una parola su un fatto come quello del loro presunto capo che si dirige a Roma, assume il comando di quella comunità, viene lì arrestato e martirizzato (secondo le date fornite da chi crede a Pietro in Roma questi due eventi non potevano essere trattati negli Atti ma i primi sì se è vero come raccontano che Pietro fu Papa a Roma per 25 anni !). Nulla ! Vi è ancora San Paolo che ci fornisce informazioni indirette. Nella sua Lettera ai Romani egli scrive:

Romani 16, 1-24

1 “Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea, 2 perché la riceviate nel Signore, in modo degno dei santi, e le prestiate assistenza in qualunque cosa ella possa aver bisogno di voi; poiché ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me. 3 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù, 4 i quali hanno rischiato la vita per me; a loro non io soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni. 5 Salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro. Salutate il mio caro Epeneto, che è la primizia dell'Asia per Cristo. 6 Salutate Maria, che si è molto affaticata per voi. 7 Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, i quali si sono segnalati fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. 8 Salutate Ampliato, che mi è caro nel Signore. 9 Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. 10 Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli di casa Aristobulo. 11 Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli di casa Narcisso che sono nel Signore. 12 Salutate Trifena e Trifosa, che si affaticano nel Signore. Salutate la cara Perside che si è affaticata molto nel Signore. 13 Salutate Rufo, l'eletto nel Signore e sua madre, che è anche mia. 14 Salutate Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma, e i fratelli che sono con loro. 15 Salutate Filologo e Giulia, Nereo e sua sorella, Olimpa e tutti i santi che sono con loro. 16 Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. Tutte le chiese di Cristo vi salutano” (Romani 16:1-16). 17 “Ora vi esorto, fratelli, a tener d'occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l'insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro. 18 Costoro, infatti, non servono il nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici. 19 Quanto a voi, la vostra ubbidienza è nota a tutti. Io mi rallegro dunque per voi, ma desidero che siate saggi nel bene e incontaminati dal male. 20 Il Dio della pace stritolerà presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi”. “21 Timoteo, mio collaboratore, vi saluta e vi salutano anche Lucio, Giasone e Sosipatro, miei parenti. 22 Io, Terzio, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore. 23 Gaio, che ospita me e tutta la chiesa, vi saluta. Erasto, il tesoriere della città e il fratello Quarto vi salutano. 24 [La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen.]

        In questo brano Paolo manda saluti a ben 26 persone della comunità cristiana di Roma. Neppure un cenno a Pietro che, anche se rivale, resta pur sempre un correligionario e persona con cui aveva avuto per anni strettissimi rapporti. E mai Paolo, nelle sue lettere, le ultime delle quali scrisse a Roma (le scrisse in prigione tra il 64 ed il 65), ha fatto una qualche menzione di Pietro a Roma (sembra davvero impossibile !).

        Noi non conosciamo i fondatori della Chiesa di Roma. Sappiamo che a metà del II secolo la comunità cristiana aveva circa 30 mila aderenti. Nessuno, proprio nessuno di costoro, ha mai fatto menzione a Pietro in Roma. Quel qualcuno, ora ignoto, sarebbe diventato noto solo per questo. Vi è poi la ricerca storica ed archeologica che non ha mai trovato alcuna prova certa della presenza di Pietro a Roma. L'idea che di Pietro si sono ritrovate le ossa è pura follia. O Pietro è stato ammazzato da solo, cosa del tutto improbabile, visto che vi era la persecuzione di Nerone, o Pietro è stato ammazzato insieme ad altri. In questa seconda verosimile ipotesi, i suoi resti e quelli dei suoi correligionari sono finiti in qualche fossa comune o bruciati come accadeva regolarmente.

        Resta poi in sospeso un'altra questione che passa sempre in secondo piano ma è il vero motivo della separazione tra le varie chiese cristiane. Supposto vero il primato di Pietro, perché tale primato deve avere dei successori ? Perché si deve tramandare con un rito stupido che è l'imposizione delle mani ad altre persone ?

        In definitiva stiamo parlando di una serie di imbrogli e di false tesi finalizzate ad accreditare qualcosa che Gesù non pensò mai di realizzare. Qualunque sia stato il corso degli eventi resta il fatto che è nato un Papato e si sono succeduti dei papi. Seguiamone le gesta a partire da altri imbrogli nella successione iniziale.
 

FINALMENTE IL PAPATO

 

Scrive Claudio Rendina ne I peccati del Vaticano (Newton Compton 2009) al capitolo dal titolo Falsa testimonianza:

La Chiesa di Roma è «madre e capo di tutte le chiese»

        Le leggende intorno a Pietro, riconosciute dalla Chiesa di Roma come storie vere in riferimento a luoghi e reliquie considerati sacri, dando credito al fatto che Pietro, il primo degli apostoli, su nomina di Gesù, sarebbe stato alla guida della comunità della città, legittimano di conseguenza il primato del vescovo di Roma, e identificano in quella dell’Urbe la chiesa-madre del cristianesimo. È quanto si legge nell’iscrizione incisa sul fronte della basilica del Laterano, la cattedrale di Roma: «Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput», ovvero «madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo». Ed è un autentico falso.
La nascita della Chiesa di Roma risalirebbe all’origine della stessa comunità apostolica istituitasi nella capitale dell’Impero Romano come ekklesia – termine utilizzato anche nei vangeli come traduzione dell’ebraico qahal, che nella Bibbia designa l’assemblea di Dio – sotto la guida di un “episcopo”, parola derivante dal greco episkopos, che designa un sorvegliante, da cui il termine “vescovo”. E il primo vescovo sarebbe stato Pietro, riconosciuto ancora oggi come il primo papa. In realtà la Chiesa di Cristo nasce all’insegna di uno spirito popolare, ovvero democratico, che si costituisce intorno alla figura dei suoi apostoli, senza una autorità dominante, considerandola una comunità di cristiani uguali come fratelli e sorelle, senza una gerarchia che faccia capo a un apostolo o discepolo come “roccia”. Oltretutto gli apostoli che formano le chiese non sono soltanto i dodici originali, ma i primi affiliati di quelli, qualificati come predicatori e fondatori delle comunità, senza che per questo siano considerati dei “capi” ovvero dei “ministri”, ma piuttosto come “servitori”, che è la traduzione del termine diakonoi, in linea con il concetto espresso numerose volte dallo stesso Gesù: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo» (Matteo 20,26; Marco 10,43 e Luca 22,26). Non esiste quindi nella Chiesa originaria una gerarchia di valori tra i suoi predicatori e fondatori, ma una democratica opera di servizio; di gerarchia oltretutto si parla solo dal VI secolo a opera di un teologo che si maschera dietro il discepolo di Paolo, Dionigi, qualificato come lo Pseudo-Dionigi, che conia per primo il termine “ierocrazia”, per significare la gestione del potere da parte della santa casta.
In particolare l’assemblea religiosa romana sorge a immagine di quella costituitasi per prima a Gerusalemme come comunità successiva alla morte di Gesù e in riferimento a lui, che non l’aveva fondata; e quella di Gerusalemme viene riproposta in diverse comunità locali, che tutte insieme costituiscono una comunità completa, ovvero la Chiesa universale o cattolica. È Gerusalemme «madre e capo» della prima cristianità, almeno fino alla sua distruzione nel 70, così che «la storia della comunità primitiva non è storia di romani o greci, ma piuttosto storia di ebrei che», come ha osservato il teologo Hans Kung, «trasmisero alla chiesa nascente lingua, idee e teologia ebraiche, lasciando così un marchio indelebile sull’intera cristianità». E ancora, i giudeo-cristiani, dopo la morte del protomartire Stefano, riparano ad Antiochia ed è nella terza città dell’impero che si costituisce la prima comunità cristiana mista a ebrei e pagani; così l’espressione «chiesa cattolica» viene usata per la prima volta intorno al 90 dal vescovo di Antiochia Ignazio, succeduto a Pietro, nella sua Lettera alla comunità di Smirne. E ad Antiochia nella seconda metà del II secolo si costituisce appunto il kleros, che significa “sorte” e indica un gruppo scelto “a sorte” da Dio per definire la comunità ecclesiastica: che costituisce in effetti la prima gerarchia di una chiesa. A capo della quale è un episkopos, ovvero un “episcopo”, in funzione di supervisore e sorvegliante, dal quale deriva il “vescovo”, che presiede le funzioni liturgiche e amministra il battesimo. Guida un collegio di presbyteroi, che sono gli “anziani”, termine da cui deriva quello di “preti”, che celebrano l’eucarestia e guidano i catecumeni al battesimo. E ci sono i diakonoi in funzione di “servitori” che curano l’amministrazione.  Un simile kleros si costituisce a Roma solo a metà del II secolo con il vescovo Aniceto. Prima di allora nelle fonti antiche non c’è menzione di un vescovo a capo della Chiesa di Roma; ed è una falsa testimonianza «la più antica lista di vescovi romani, scritta da Ireneo di Lione, secondo cui Pietro e Paolo avevano trasmesso il ministero episcopale a un certo Lino», come ricorda Hans Kung, perché è «una ricostruzione del II secolo». E solo sotto il vescovado di Callisto I che la Chiesa di Roma può vantarsi di raggiungere un kleros che possa accreditarla come «capo» di tutte le Chiese, almeno per la sua struttura, mentre «madre» non può ormai esserlo. Con Callisto il kleros romano registra l’aggiunta di suddiaconi, accoliti, esorcisti, lettori e ostiari, tanto che si arrivano a contare centocinquantacinque chierici. Forte di questo Callisto si attribuisce un ruolo “monarchico”, come ha sottolineato lo storico tedesco Bernhard Schimmelpfennig, anche se «non lo giustificò ancora con la successione petrina». Infatti avendo permesso matrimoni tra donne nobili e schiavi cristiani, «che potevano ingenerare problemi nella vita civile, come il pericolo dell’aborto, la prevenzione del concepimento e l’esclusione dei figli dall’eredità... limitò il numero dei cosiddetti “peccati mortali”... e si riservò l’assoluzione di un tal genere di peccati». Accade, in sostanza, che il capo della Chiesa di Roma concede ai fedeli di peccare, avallando un falso con la cancellazione di alcuni “peccati mortali”. Peraltro la supremazia della Chiesa di Roma troverebbe una sua conferma nell’operato edilizio dell’imperatore Costantino (306-337), al quale va ascritta la fondazione della basilica lateranense, definita «Vertice e capo di tutte le chiese», dunque riconosciuta come cattedrale del vescovo di Roma, successivamente qualificata, con l’iscrizione scolpita sul fronte del portico dell’antica facciata a metà del XII secolo, come «madre e capo di tutte le chiese per decreto papale e imperiale», con relativa conferma nella bolla di papa Gregorio XI del 23 gennaio 1372 da Avignone.

        A questo punto, per ciò che riguarda la nostra storia, irrompe un fondamentale documento, il Constitutum Constantini. Questo documento, suddiviso in due parti, vede nella sua prima parte il racconto della guarigione dell’imperatore dalla lebbra grazie a Silvestro I, la sua conversione e la sua professione di fede. Vi è ribadita l’autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».  La seconda parte contiene invece l'atto di donazione che Costantino fa alla Chiesa dell'Impero romano d'Occidente. Scrive Rendina:

La seconda parte è indicata come donatio, dalla quale ha preso nome l’intero documento. In essa Costantino conferisce a Silvestro I e ai suoi successori poteri di sovranità temporale su Roma, sulle province e sulle località dell’Italia, nonché il potere imperiale in Occidente. Che diventa così una proprietà della Chiesa. La donatio è presentata come conseguenza della decisione di Costantino di «trasferire il nostro impero e il potere del regno nelle regioni orientali e di edificare in un ottimo luogo nella provincia di Bisanzio una città con il nostro nome e di stabilirvi il nostro impero». Anche perché «dove è stato costituito dall’imperatore celeste il principato dei presbiteri e il capo della religione cristiana, non è giusto che in quel luogo l’imperatore terreno abbia potere». È sottinteso che il papa, sovrano spirituale della Chiesa e temporale dei territori italiani che costituiranno lo Stato Pontificio, non gestirà mai il potere imperiale, ma potrà assegnarlo a un sovrano laico cristiano che ritenga adatto; il quale avrà la funzione di difensore dei territori della Chiesa, e sarà pertanto incoronato imperatore come “unto del Signore”, di quello che sarà definito il Sacro Romano Impero. È una legge sacrosanta, che sarà applicata per la prima volta il 25 dicembre del 799/800 con l’incoronazione di Carlo Magno a opera di Leone III, e immortalata a futura memoria nel mosaico del Triclinio nel palazzo del Laterano. [...] E per sette secoli i sovrani d’Europa si contenderanno l’unzione imperiale, in un susseguirsi di guerre rivolte anche contro i papi. [...] Il papa ha il potere di assegnare il titolo imperiale a chi egli ritenga adatto, secondo il suo insindacabile giudizio, perché quell’impero appartiene alla Chiesa di Roma.

        Bella questa storia vero ? Ha un solo grave difetto: E' FALSA ! E' stata spacciata per vera per 7 secoli dalla Chiesa che l'aveva fabbricata finché un umanista, Lorenzo Valla (1406-1457), non dimostrò che era appunto falsa. Questo falso documento fu presentato per la prima volta dal Papa Stefano III a Pipino il Breve per chiedergli aiuto contro Astolfo, Re dei Longobardi, nel 754. E Pipino in cambio di titoli ecclesiastici (e con il figlio Carlomagno che divenne Capo del Sacro Romano Impero), donò a Stefano III (768-772), per mezzo del suo legato Fulrado, abate di Saint-Denis, le province dell'Esarcato e della Pentapoli, sottratte ad Astolfo. Quelle terre gli spettavano secondo la donazione.

        Nel 1440 uno studioso di grande levatura ed assistente papale, Lorenzo Valla (giudicato eretico)(9), frugando negli archivi vaticani, scoprì che si trattava di un falso dimostrandolo prima al pontefice e poi ... e il poi venne solo nel 1517 con la pubblicazione del libro De falso credita et ementita Costantini donatione che ne parlava anche se la Chiesa continuò a negare fino al XIX secolo. Due prove evidenti del falso come dimostrato da Valla sono: all'epoca della pretesa donazione il Vescovo di Roma (il termine Papa venne molto dopo) non era Silvestro ma Milziade (l’attribuzione a Silvestro I del miracoloso intervento, cui seguì la donatio, si giustifica con il fatto che in realtà questo vescovo di Roma fu proprio un uomo di paglia di Costantino, il quale si considerava al di sopra della Chiesa, “vescovo dei vescovi”, secondo una definizione popolare accreditata dalla sua presidenza nei concili di Arles del 314 e di Nicea del 325, assemblee episcopali alle quali Silvestro I non fu presente). La città di Costantinopoli non esisteva perché si chiamava Bisanzio ed al massimo Nuova Roma. Lo scritto era in un latino volgare e non il classico in uso nella corte imperiale di Bisanzio.

        La pratica dei falsi nella Chiesa (tra i quali una lettera di Gesù !) è durata molti secoli (e chissà cosa accade ancora ...). Il massimo rappresentante delle falsificazioni fu Papa Gregorio VII che mise su una vera e propria impresa diretta da Anselmo da Lucca, che forniva e fornirà documenti falsificati appropriati per ogni futura azione intrapresa dai pontefici. Intorno al 1150 il monaco benedettino Graziano riordinando i documenti vaticani scoprì che su 324 citazioni di affermazioni di Papi dei primi quattro secoli soltanto 11 erano autentiche. Se si confronta questo con le intercalazioni ad hoc nei Vangeli alle quali ho accennato si capisce che tipo di organizzazione delinquenziale si era creata ai vertici della Chiesa.

         La donazione di Costantino sarebbe avvenuta il 30 marzo 315, vera vergogna che da sola basterebbe a gettare nella spazzatura i pretesi continuatori del messaggio di Cristo. Il  falso documento raccontava la storia commovente di come Costantino contraesse la lebbra e, mentre i preti pagani gli avevano suggerito di riempire una fontana appositamente costruita con il sangue di infanti, al fine di immergersi e guarire, cosa rifiutata dall'imperatore commosso dalle lacrime delle madri, gli fosse capitato di sognare Pietro e Paolo che gli imponevano di consultare papa Silvestro, allora rifugiato sul monte Soratte. La tecnica criminale di agire sul letto di morte era già allora pratica dei cristiani e si inventarono un atto ufficiale in cui Costantino dava in eredità l'Impero di Roma alla Chiesa. La Chiesa cioè buttava a mare la parte spirituale per la quale sembrava essere nata e puntava diritta al potere materiale, addirittura all'intero impero. Non a caso le gerarchie della Chiesa assunsero (e continuano) i nomi propri delle autorità imperiali, a partire da Pontefice. E non paghi dell'iconografia imperiale romana si rivolsero a quella dei faraoni egiziani con quel copricapo che ancora oggi ammiriamo e che solo al Museo del Cairo ritroviamo.

        Il falso documento(10) diceva tra l'altro le cose seguenti:

 "In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare ed onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo.... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le provincie, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali."

        Costantino diede anche una spiegazione, fino ad allora assolutamente inedita, del perché avesse tenuto per se l'Oriente. Lui desiderava che Roma, dove la religione cristiana era stata fondata dall'Imperatore del Cielo (Cristo), non avesse rivale alcuno sulla terra. La Roma pagana abdicava a favore della Roma cristiana.

        Questo falso mi è servito, tra l'altro, per introdurre una sequela di falsi che la Chiesa ha costruito per definire l'ordine temporale con cui si sono succeduti i Papi a partire da Pietro. Di questo già parlava Rendina situando il primo vescovo di Roma, Aniceto, alla prima metà del II secolo. Tal Aniceto, secondo la più antica cronologia della Chiesa stilata tra il 180 ed il 185 nell'Adversus haereses da Ireneo di Lione, originario di Smirne, (130-202) sarebbe stato l'undicesimo Papa, quello che regnò dal 157 al 168. Prima di lui i Papi inventati sono: Pietro (33-67); Lino (68-79); Anacleto I (80-92); Clemente I (92-99); Evaristo (99-105); Alessandro I (105-116); Sisto I (117-128); Telesforo (128-138); Igino (138-142); Pio I (142-157); a cui segue appunto Aniceto (157-168)(11). Ireneo, il falsificatore, aveva il fine di mostrare la verità della Chiesa nella successione dagli apostoli del massimo rappresentante della Chiesa di Roma. "La tradizione degli apostoli, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi… (Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo" (Adversus haereses, III, 3,1: PG 7,848). La successione apostolica è quindi per Ireneo la garanzia del perseverare nella parola del Signore e si concentra poi su quella Chiesa fondata in Roma dagli Apostoli Pietro e Paolo. E' l'inizio ufficiale dell'affermazione della Tradizione che ha maggiore rilevanza delle Scritture, come già accennato. Continua Ireneo: A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità, è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata...” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG 7,848). Ed ancora: “Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità” (ib., III, 3, 3: PG 7,851). L'operazione politica di Ireneo riuscì perfettamente. Leggiamo cosa scrive in proposito Deschner [2]:

Pietro non fu né il primo Vescovo di una presunta successione apostolica né, tantomeno, il primo Papa. Proprio a Roma la carica episcopale monarchica si impose piuttosto tardi, nella quarta o quinta generazione cristiana, e in ogni caso allora, verso la metà del II secolo, nessun membro della Comunità era al corrente della sua istituzione da parte di Pietro, se è vero com'é vero che ancora alla fine del secolo a Roma egli non veniva posto nel novero dei Vescovi. Ma verso la metà del IV secolo si affermò ch'era stato Vescovo di Roma per venticinque anni. E oggi un bestseller cristiano diffuso in tutto il mondo sostiene che saremmo in possesso di tavole votive e di monete con l'iscrizione «San Pietro, prega per noi», risalenti al I secolo: è una pura e semplice invenzione(12).
Nell'arte protocristiana Pietro emerge con una certa evidenza solo nel IV secolo, ma tutto ciò non scompone i moderni seguaci di Cristo, i quali traggono conclusioni sul carattere «di quest'uomo imponente, al quale Gesù promise le chiavi del Regno dei Cieli» sulla base di una statua risalente al XII secolo !

La lista dei Vescovi di Roma

Gli anni dei singoli episcopati calcolati fino al 235 sono del tutto approssimativi, e quelli riferiti ai primi decenni sono assolutamente arbitrari.
Il più antico elenco a noi noto dei vescovi romani, l'annuario ufficiale crei Papi, cita quale primo Vescovo un certo Lino, al quale Pietro e Paolo avrebbero trasmesso l'incarico dell'ufficio episcopale. In seguito Pietro passò al suo posto e Lino venne retrocesso al secondo posto; ma questo elenco papale, il celebre Liber pontificalis [di anonimo del VI secolo], è dubbio tanto quanto la lista alessandrina e antiochena dei vescovi: infatti fu messo insieme intorno al 160 e per di più da uno straniero, il cristiano d'Oriente Egesippo, il che prova che nella Comunità romana non ci si preoccupava affatto di questa tradizione. Persino taluni dotti cattolici devono ammettere che nella prima parte, quella più antica, il libro pontificale è «inattendibile e povero di informazioni». Lo storico Johannes Haller definisce la lista dei Vescovi romani un'elencazione di nomi, dei cui titolari sappiamo solo che in massima parte non erano proprio ciò per cui vengono citati, cioè Vescovi: una contraffazione che non offre nulla all'attenzione dello storiografo.

[...]

Anche l'evoluzione storico-linguistica del titolo di Papa svela l'illegittimità del primato romano

L'evoluzione linguistica del titolo papale segue di pari passo quella della Chiesa e mostra altresì come il Vescovo romano divenne una specie di sovrano assoluto da primus inter pares qual era.
Il termine Papa (papa = padre)(13), titolo onorifico di tutti i Vescovi a partire dal III secolo, restò in uso sino alla fine del primo millennio. Per distinguere il «Papa» dagli altri «Papi» fin dal V secolo si usò solitamente l'espressione «Papa della città di Roma» oppure «Papa della Città Eterna» o ancora «Papa romano». Poi però si cominciò ad attribuire al «luogotenente di Pietro» - locuzione coniata soltanto nel V secolo - il predicato di Papa senz'altri attributi, che le stesse autorità ecclesiastiche romane, per altro, usarono piuttosto raramente fino al VII secolo. Cominciarono ad autodefinirsi regolarmente così solo dalla fine dell'VIII secolo, e con l'inizio del secondo millennio il termine «Papa» diventò prerogativa esclusiva del Vescovo di Roma: Gregorio VII nel suo Dictatus Papae sostenne con parole altisonanti che il titolo di Papa era unico e che perciò doveva essere esclusivo del Pontefice romano. In realtà esso fu caratteristico dei vescovi per parecchi secoli e il Patriarca di Alessandria ancor oggi si fregia del titolo ufficiale di «Papa».
La Chiesa Cattolica utilizza la finzione della tradizione apostolica e del primato petrino per poter legittimare la politica imperialistica dei Papi ignorando però che la parola d'ordine di Gesù non fu «dominare», bensì «servire», e che tale concetto caratterizzò tutta la sua predicazione la quale, d'altra parte, è in contrasto stridente con l'intera prassi del Papato.
Ma i Papi non si limitarono a giustificare le pretese di primato servendosi del passo spurio di Mt. (16, 18), ma agitarono anche (ci limiteremo qui ad alcuni cenni) tutta una messe sterminata di documenti falsi, come le Decretali pseudocirilliche e pseudoisidoriane, di centinaia di epistole papali fasulle, di decreti conciliari e del Constitutum Silvestri: solo questo libercolo - scrive J. G. Herder - fu per il Papa più utile di dieci diplomi imperiali. Costituisce una delle pagine più oscure della Chiesa cattolica romana il fatto che i Papi non rinunciarono all'accrescimento del loro potere nemmeno quando era diventato chiaro a tutto il mondo - compreso quello cattolico - ch'esso era dovuto in misura non secondaria anche a queste falsificazioni.

        Ho precedentemente citato l'Adversus haereses di Ireneo, come primo elenco cronologico dei Papi a partire da Pietro. Quest'opera risale alla fine del II secolo ed in origine era scritta in greco. Ebbene, nell'originale greco non compaiono i primi Papi che invece si affacciano in una edizione latina che è stata scritta in epoca estremamente incerta tra il III ed il V secolo (anche questi testi sono comunque alterati in modo pacchiano e quindi difficili da studiare con serietà). In ogni caso, con certezza, fino al II secolo (originale greco di Ireneo) non compare Pietro come Primo Papa. Solo nel IV secolo, dopo che la Chiesa era arrivata al potere con la necessità di sistemare alcune cosette ne darsi un pedigree, per la prima volta comparve Pietro come Primo Papa e neppure fugacemente ma per ben 25 anni. Già nel IV secolo si era esercitato in una falsa cronologia dei vescovi di Roma il vescovo Eusebio di Cesarea (265-340) che, non contento di questi falsi continui, ne fece anche dei vescovi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Vi fu poi il Catalogus Liberianus del 354 che riporta un elenco inattendibile di "papi" fino a papa Liberio (352-66). La fonte di questo catalogo doveva essere il citato Ireneo. Arriviamo al Liber Pontificalis del VI secolo (che fu successivamente aggiornato e che è attendibile proprio a partire dal VI secolo in poi). Un elenco cronologico dei primi 28 vescovi di Roma fu fatto anche da cinque cronisti bizantini. I punti di accordo con il Liber Pontificalis sono risultati solo 4. Si può concludere che gli elenchi di papi per i primi due secoli sono fantasiosi e privi di ogni riscontro storico. La questione si può riassumere così. Roma risultò politicamente più forte per avere il primato sulle altre 5 sedi cristiane più importanti perché 4 di esse erano in Oriente e vedevano una lotta continua tra i loro vescovi mentre l'Occidente aveva solo Roma (senza lotte con altre sedi occidentali) che aveva fama di città molto importante che intersecò la sua fortuna ecclesiastica con la caduta dell'Impero d'Occidente e l'assunzione di compiti politici. Una volta che Roma ebbe acquisito il primato, il potere religioso effettivo si fondò sempre più sulle presunte prove apostoliche e sul ricorso a Pietro (ed alle interpretazioni fasulle di Matteo) anche mediante le falsificazioni e/o intercalazioni nei testi neotestamentari. E, finalmente, nel 608 per la prima volta un vescovo di Roma venne chiamato Papa(14). L'idea fu dell'imperatore di Costantinopoli Foca, che prese il potere facendo assassinare il legittimo imperatore Maurizio I con tutta la sua famiglia. Per tale atto criminale, il vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò "Papa" (inteso come capo di tutti i vescovi) il vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della chiesa cristiana dell'epoca. Tuttavia, il vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di "Papa" diventando amico ed estimatore di Foca, che aveva intrapreso conversioni forzate di ebrei, fino al punto di erigere (con il concorso dell'esarca di Ravenna Smaragdo) una colonna dorata in suo onore nel Foro Romano. L'assumere il titolo di Papa non fu comunque privo di feroci scontri tra vescovi di differenti regioni e la storia della Chiesa (non l'apologetica) è piena di riferimenti a tali diatribe.

        Un altro aspetto su cui si potrebbe misurare un qualche primato di qualcuno è la convocazione dei Concili o Sinodi dei vescovi. A parte quelli dei primi periodi che furono convocati dalle autorità ecclesiastiche più varie, a partire dal riconoscimento del Cristianesimo da parte di Costantino, i Concili non solo non erano convocati con regolarità dal vescovo di Roma ma addirittura dall'Imperatore. Ne sono chiari esempi il Concilio di Nicea del 325 convocato da Costantino con il vescovo di Roma, Silvestro I, neppure presente; quindi il 1° ed il 2° Concilio di Costantinopoli, rispettivamente del 381 e 553; ancora il Concilio di Calcedonia del 451 che un Papa ritenuto importante, come Leone Magno, fece convocare dall'Imperatore Teodosio II; ... Uno storico abbastanza affidabile della Chiesa antica, Socrate Scolastico (circa 380 - circa 440), ebbe a scrivere nella sua Historia ecclesiastica: "Da quando gli imperatori sono diventati cristiani, da loro dipendono gli affari della Chiesa, e i grandi concili si tengono secondo il loro arbitrio". D'altra parte anche i sovrani che si succederanno non avranno alcuna voglia di cedere il loro potere alla Chiesa. Restava in ogni caso una fortissima opposizione al riconoscimento di un qualche primato a Roma da parte di tutte le più importanti comunità cristiane: Cartagine, Vienna, Narbonne, Marsiglia (ognuna di queste sedi rivendicava, anche qui in modo fraudolento, la fondazione da parte di un apostolo e, rifiutando il primato di Pietro, si riteneva al medesimo livello di Roma). In queste sedi Roma non veniva neppure considerata. Ferma opposizione veniva da Milano e da tutta l'Africa dove vi erano ben 470 episcopati. Vi era un generale rifiuto di accettare il primato e con esso le decisioni di Roma. Non entrerò in queste vicende ma occorre dire che aiutarono molto la Chiesa di Roma a vincere la sua battaglia le invasioni dei barbari (Vandali in Africa, Goti in Spagna, Longobardi e Venedi nel Nord Italia, ...) anche se gli scontri sono continuati per tutto il Medioevo con l'opposizione degli ortodossi e con l'irruzione delle grandi eresie che naturalmente contestavano alla radice il Papato sempre più corrotto e sempre più lontano anche dal più banale insegnamento di Gesù. Anche tra i normali cattolici l'opposizione segui per secoli. Si portava avanti la tesi che doveva essere l'assemblea dei vescovi (episcopalismo)  e non un singolo vescovo (curialismo) ad assumere le decisioni più importanti. Ebbene queste posizioni furono giudicate eretiche nel 1516 da uno dei massimi criminali tra i Papi, tal Leone X(15). Il colpo mortale ad ogni discussione in proposito venne dal Concilio Vaticano I, con quell'altro campione di Papa, Pio IX, che decretò nel 1870 l'infallibilità papale. Ma le contestazioni non finirono e continuano ancora oggi.

        Si può concludere che gli insegnamenti di San Paolo e di Origene di Alessandria (185-254) sono diventati fondanti per la Chiesa. Scriveva San Paolo nella Lettera ai Romani (3, 7): "Ma se per la mia menzogna la verità di Dio risplende per sua gloria, perché dunque sono ancora giudicato come peccatore ?" ed aggiungeva Origene la sua teoria della menzogna economica basata sul disegno divino della salvezza. Secondo Origene l'inganno ha un'importante funzione nel Cristianesimo. La menzogna è necessaria (necessitas mentiendi) come condimento e medicina (condimentum atque medicamen).

        Rimando ad un prossimo articolo l'indagine sui Papi criminali.

Roberto Renzetti


NOTE

(1) Quei vescovi corrotti che parteciparono al Concilio di Nicea definirono Costantino condottiero amato da Dio; vescovo di tutti, nominato da Dio; esempio di vita nel timore di Dio, che illumina l'umanità tutta; e prelibatezze del genere. In realtà Costantino era noto per essere un imperatore di una crudeltà ineguagliabile, fu un pagano nel senso peggiore del termine, fu sanguinario, massacrò intere popolazioni, organizzò al circo spettacoli in cui gli oppositori venivano sbranati da varie fiere affamate, sgozzò suo figlio Crispo, strangolò sua moglie, assassinò suo suocero, ammazzò suo cognato, ... Sua madre, Elena, era una baldracca (stabularia, letteralmente stalliera) dei Balcani che suo padre, Costanzo Cloro, aveva conosciuto sbronzo in una taverna nei suoi viaggi di conquista. La Chiesa, quella di cui parlo, la fece Santa. Addirittura Ambrogio ebbe a dire che la Chiesa aveva elevato Sant'Elena dal fango al trono. Si può dire che la Chiesa non ha perso da allora i suoi costumi: si è sempre legata, come oggi in Italia, con il meglio della fauna mondiale.

(2) Riporto alcuni brani della I Lettera di Clemente ai Corinzi in cui si affronta il sacerdozio:

I ministri della Chiesa
XLII, 1. Gli apostoli predicarono il Vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. 2. Cristo fu inviato da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente secondo la volontà di Dio. 3. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio con l'assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare che il regno di Dio stava per venire. 4. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le primizie del loro lavoro apostolico, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. 5. E questo non era nuovo; da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e ai diaconi. Così, infatti, dice la Scrittura: "Stabilirono i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede".

La dignità sacerdotale
XLIII, 1. Che meraviglia se quelli che avevano fede in Cristo stabilirono come opera da parte di Dio i ministri predetti? Anche Mosè "fedele servitore in tutta la casa" segnò nei libri sacri tutto ciò che gli fu ordinato. Gli altri profeti lo seguirono rendendo testimonianza alle norme stabilite da lui. 2. Quando sorse gelosia intorno al sacerdozio e le tribù si disputavano quale di esse si sarebbe ornata del nome glorioso, egli ordinò ai dodici capitribù di portargli delle verghe e che ciascuna fosse contrassegnata dal nome. Avendole prese, le legò, le sigillò con gli anelli dei capitribù e le pose nel tabernacolo della testimonianza sulla tavola di Dio. 3. Chiuso il tabernacolo sigillò le chiavi come le verghe. 4. E disse loro: "Fratelli, la tribù la cui verga germoglierà, Dio sceglie per esercitare il sacerdozio e servirlo". 5. Venuto il mattino, convocò tutto Israele, seicentomila uomini. Mostrò i sigilli ai capitribù e aprì il tabernacolo della testimonianza e tirò fuori le verghe. E si trovò che la verga di Aronne non solo era germogliata, ma aveva anche il frutto. Che ve ne pare, o carissimi? Mosè non prevedeva che questo sarebbe accaduto? Lo sapeva davvero. Fece così perché non scoppiasse un tumulto in Israele e fosse glorificato il nome del vero e dell'unico Dio. A lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Giusto ufficio
XLIV, 1. I nostri apostoli conoscevano da parte del Signore Gesù Cristo che ci sarebbe stata contesa sulla carica episcopale. 2. Per questo motivo, prevedendo esattamente l'avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto prima e poi diedero ordine che alla loro morte succedessero nel ministero altri uomini provati. 3. Quelli che furono stabiliti dagli Apostoli o dopo da altri illustri uomini con il consenso di tutta la Chiesa, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza, e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, li riteniamo che non siano allontanati dal ministero. 4. Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall'episcopato quelli che hanno portato le offerte in maniera ineccepibile e santa. 5. Beati i presbiteri che, percorrendo il loro cammino, hanno avuto una fine fruttuosa e perfetta! Essi non hanno temuto che qualcuno li avesse allontanati dal posto loro stabilito. 6. Noi vediamo che avete rimosso alcuni, nonostante la loro ottima condotta, dal ministero esercitato senza reprensione e con onore.

Di seguito un brano di Ignazio di Antiochia della Lettera agli Efesini:

1.6 La persona del vescovo

V. Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell'unità. Nessuno s'inganni: chi non è presso l'altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di messi al vescovo come a Gesù Cristo
II,1. Se siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo dimostrate che non vivete secondo l'uomo ma secondo Gesù Cristo, morto per noi perché credendo alla sua morte sfuggiate alla morte. 2. È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo. 3. Bisogna che quelli che sono i diaconi dei misteri di Gesù Cristo siano in ogni maniera accetti a tutti. Non sono diaconi di cibi e di bevande, ma servitori della Chiesa di Dio. Occorre che essi si guardino dalle accuse come dal fuoco.
Senza i diaconi, i presbiteri e il vescovo non c'è Chiesa
III,1. Similmente tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, come anche il vescovo che è l'immagine del Padre, i presbiteri come il sinedrio di Dio e come il collegio degli apostoli. Senza di loro non c'è Chiesa. 2. Sono sicuro che intorno a queste cose la pensate allo stesso modo. Infatti ho accolto e ho presso di me, un esemplare della vostra carità nel vostro vescovo, il cui contegno è una grande lezione, come la sua rivere con più severità sulla cosa. Non arriverei col pensiero a tanto da comandarvi come un apostolo essendo, invece, un condannato.

Ed ancora nella Lettera ai cristiani di Magnesia:

1.1.1.1 Sottomissione al vescovo

III,1. Conviene che voi non abusiate dell’età del vescovo, ma per la potenza di Dio Padre gli tributiate ogni riverenza. In realtà ho saputo che i vostri santi presbiteri non hanno abusato della giovinezza evidente di lui, ma saggi in Dio sono sottomessi a lui, non a lui, ma al Padre di Gesù Cristo che è il vescovo di tutti. 2. Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poiché non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili.

IV,1. Bisogna non solo chiamarsi cristiani, ma esserlo; alcuni parlano sempre del vescovo ma poi agiscono senza di lui. Questi non sembrano essere onesti perché si riuniscono non validamente contro il precetto.

Con parole sempre uguali Ignazio insiste anche con la Lettera ai cristiani di Smirne e con altra Lettera ai cristiani di Tralle. Insomma sembra proprio che uno dei fondatori della Chiesa e delle sue prime gerarchie sia stato Sant'Ignazio.

(3) E pensare che il Gesù dei Vangeli, in Matteo, diceva ai suoi discepoli:

Matteo 6, 5-6

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E, se occorre far questo per rivolgersi a Dio, cosa ci stanno a fare i sacerdoti che ripetono un rito stantio al quale il fedele partecipa come ora detto ? Ma c'è molto di più. Anche la chiesa, intesa come edifico, non serve più a nulla: allo scopo di riunirsi basta una sala qualunque. E la cosa è detta anche da San Paolo sia nella I Lettera ai Corinzi ( 3, 16-17) sia negli Atti degli Apostoli:

Atti 17, 24-28

24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo 25 né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri ché di lui stirpe noi siamo.

(4) La politica religiosa di Giustiniano, che agli inizi del suo regno ritenne appropriato promulgare per legge il suo credo nella Trinità e nell'Incarnazione decretando che il credo era l'unico simbolo della Chiesa, rifletteva la convinzione imperiale che l'unità dell'impero presupponesse incondizionatamente l'unità della fede; e con lui sembrò un dato di fatto che questa fede potesse essere solo l'ortodossia. Gli appartenenti ad un credo differente dovettero riconoscere che il processo iniziato a partire da  Costantino II sarebbe continuato con vigore. Il Codice Giustiniano conteneva due statuti (Cod., I., xi. 9 e 10) i quali decretavano la totale distruzione dell'Ellenismo, anche nella vita civile; queste disposizioni vennero attuate con zelo. Forse, l'evento più degno di nota avvenne nel 529, quando gli insegnamenti dell'Accademia di Atene di Platone vennero posti sotto il controllo dello stato per ordine di Giustiniano, soffocando in pratica questa scuola di formazione dell'ellenismo. Le fonti contemporanee  ci parlano di gravi persecuzioni, anche di uomini altolocati. Il Paganesimo venne soppresso attivamente. Solo in Asia Minore, Giovanni di Efeso sostenne di aver convertito 70.000 pagani. Altre popolazioni accettarono la cristianità: gli Eruli, gli Unni che dimoravano nei pressi del Don, gli Abasgie e gli Tzani in Caucasia. [Da Wikipedia]

(5) Fino ad arrivare al Grande Scisma del 1054 che divise la Chiesa tra Oriente ed Occidente e dette vita alla Chiesa ortodossa.

(6) A meno che non fossero quelle le caratteristiche che Gesù voleva per un Papa.

(7) Il fatto che il vescovo di Roma fosse il “primo” (protos) nell’ordine canonico fu riconosciuto dai greci ortodossi di Lione nel 1274) e di Firenze nel 1439. La cosa resta comunque priva di un qualche significato.

(8) Un altro esegeta cattolico, Arialdo Beni, La nostra Chiesa, Firenze: LEF, 1976, pp. 477-491, racconta quanto segue:

Secondo Eusebio di Cesarea, tanto Clemente Alessandrino come Papia (morto nel 150), vescovo di Gerapoli, testimoniano espressamente che Pietro predicò a Roma la catechesi apostolica che poi fu messa per iscritto da S. Marco "suo interprete " dietro preghiera dei cristiani stessi di quella comunità (Stor. Eccles. 3, 39, 15; 6, 14, 7. MG. 20, 299; 551).  Ireneo di Lione (morto nel 202) parla, a più riprese di Pietro e del suo apostolato nell'Urbe. "Matteo - attesta nell'Adversus Haereses - ha scritto per gli Ebrei e nella loro lingua, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la Chiesa ". E un po' più avanti, dopo aver affermato che "...la massima ed antichissima Chiesa, da tutti conosciuta, [è stata] fondata a Roma dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo ", riporta un catalogo dei Papi, che scende fino ad Eleuterio, con queste precise parole: "avendo fondato e costruito la Chiesa (a Roma), i beati apostoli affidarono la funzione dell'episcopato a Lino, ecc.... ". Secondo Tertulliano, Pietro venne a Roma fatto simile al Signore nel martirio " (De Praescriptione haeret. 36. ML. 2, c. 9) e battezzò nel Tevere (De Baptism. 4. ML. 1, 1203). Da Eusebio ci vien tramandato anche un frammento di un opuscolo composto dal presbitero Gaio contro il montanista Proclo sotto Papa Zeffirino (200 -217), in cui si accenna ai "sepolcri " gloriosi di Pietro e di Paolo in questi termini: "Io posso mostrarti i trofei ( = sepolcri) degli Apostoli. Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei di questi due, che fondarono questa Chiesa " (Stor. Eccles. 2, 25, 5-7). Origene (morto nel 250), nel suo Commentario alla Genesi, scrive: "Pietro sembra aver predicato nel Ponto, nella Galazia, nella Bitinia, nella Cappadocia, nell'Asia, ai Giudei della Dispersione. Finalmente, venuto a Roma, vi fu crocifisso con la testa all'ingiù ". Nel secolo IV la convinzione che S. Pietro fosse il fondatore della Chiesa di Roma era universale e ormai la documentazione è ricchissima.

        Ho riportato questo lungo brano perché risulta evidente il crescendo con il passare dei secoli di coloro che affermano l'andata di Pietro a Roma. Quasi che col passare del tempo si abbiano più certezze. Coloro che scrivevano vicini alla morte di Pietro non sapevano nulla di lui a Roma, poi improvvisamente gli storici (?) che sanno tutto di lui, come Eusebio (265-340), amico di Costantino che fa una storia ecclesiastica basata sull'ortodossia e contro il demonio che tentava di corrompere la purezza della Chiesa. Insomma agiografi che con la storia non hanno nulla a che fare.

(9)  Sotto Papa Eugenio IV, Valla si fece molti nemici. Fu convocato dall'Inquisizione e si salvò fuggendo in Spagna. Poi, alla morte del Papa, con l'elezione nel 1447 di Niccolò V, venne elevato al rango di segretario dello stesso Papa. In tale posizione studiò i padri della Chiesa mostrando che le traduzioni dei loro lavori erano sbagliate e che i testi originali di Agostino erano eretici.

(10) Riporto alcuni brani del Constitutum Constantini:

«... Noi abbiamo giudicato utile che, come S. Pietro è stato eletto vicario del Figlio di Dio (in latino Vicarius Filii Dei n.d.r.) in terra, così anche i pontefici che fanno le veci del medesimo Principe degli apostoli, ricevono da noi e dal nostro impero un potere di governo maggiore di quello che la terrena clemenza della nostra serenità imperiale possiede, perché noi desideriamo che lo stesso Principe degli apostoli e i suoi vicari ci siano sicuri intercessori presso Dio. Desideriamo che la santa Chiesa Romana sia onorata con venerazione, come la nostra terrena imperiale potenza, e che la sede santissima di S. Pietro sia gloriosamente esaltata più del nostro impero e del nostro trono terreno, poiché noi le diamo potere, gloriosa maestà, autorità, e onore imperiale. E comandiamo e decretiamo che abbia la supremazia sulle quattro eminenti sedi di Alessandria, di Antiochia, di Gerusalemme e di Costantinopoli e su tutte le altre chiese di Dio sulla terra e che il Pontefice regnante sulla medesima e santissima chiesa di Roma sia il più alto in grado e primo di tutti i sacerdoti di tutto il mondo e decida tutto ciò che è necessario al culto di Dio e alla fermezza della fede cristiana...

«E affinché la dignità pontificia non sia inferiore, ma abbia maggior gloria e potenza dell'impero terreno, noi siamo al suddetto santissimo nostro pontefice Silvestro, papa universale, e lasciamo e stabiliamo in suo potere per nostro decreto imperiale, come possessi di diritto della santa Romana Chiesa, non solo il nostro palazzo ma anche la città di Roma e tutte le province, luoghi e città dell'Italia e dell'Occidente. Perciò abbiamo ritenuto opportuno trasferire il nostro Impero e il potere del regno in Oriente e fondare nella provincia di Bisanzio, luogo ottimo, una città col nostro nome, e stabilirvi il nostro governo, poiché non è giusto che l'imperatore terreno regni là dove l'imperatore Celeste ha stabilito il principato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana. Decretiamo che tutte queste decisioni rimangano inviolate e integre fino alla fine del mondo. Quindi, alla presenza del Dio vivo che ci ordinò di regnare, e davanti al suo tremendo giudizio, decretiamo solennemente, con questo atto imperiale che a nessuno dei nostri successori, ottimati, magistrati, senatori e sudditi che ora e nel futuro, dovunque e sempre, saranno soggetti all'Impero, sia lecito infrangere o in qualche modo alterare ciò. Se qualcuno - cosa che non crediamo - disprezzerà o violerà ciò, sia colpito dalle stesse condanne e gli siano avversi ora e nella vita futura, Pietro e Paolo, principi degli apostoli, e col diavolo e con tutti gli empi precipiti a bruciare nel profondo inferno».

(11) La lista dei Papi che seguono i primi 11 (fino al 100°), tratta dal Liber Pontificalis (del tutto inattendibile fino al VI secolo), è la seguente:

12. --- S. Sotero, di Fondi (Campania), 162 o 168 - 170 o 177.
13. --- S. Eleuterio, di Nicopoli (Epiro), 171 o 177 - 185 o 193.
14. --- S. Vittore I, Africano, 186 o 189 --- 197 o 200
15. --- S. Zefirino, Romano, 198 --- 217 o 218.
16. --- S. Callisto I, Romano, 218 --- 222.
[S. Ippolito, Romano, 217 --- 235].
17.---  S. Urbano I, Romano, 222 --- 230.
18. --- S. Ponziano, Romano, 21.VII.230 --- 28.IX.235.
19. --- S. Antero, Greco, 21.XI.235 --- 3.I.236.
20. --- S. Fabiano, Romano,... 236 --- 20.I.250.
21. --- S. Cornelio, Romano, 6 o 13.III.251 --- ... VI.253.
[Novaziano, Romano, 251].
22. --- S. Lucio I, Romano,... VI o VII.253 --- 5.III.254.
23. --- S. Stefano I, Romano, 12.III.254 --- 2.VIII.257.
24. --- S. Sisto II, Greco, 30.VIII.257 --- 6.VIII.258.
25. --- S. Dionisio, di patria ignota, 22.VII.259 --- 26.XII.268.
26. --- S. Felice I, Romano, 5.I.269 --- 30.XII.274.
27. --- S. Eutichiano, di Luni, 4.1.275 --- 7.XII.283.
28. --- S. Caio, Dalmata, 17.XII.283 --- 22.IV.296.
29. --- S. Marcellino, Romano, 30.VI.296 --- 25.X.304.
30. --- S. Marcello I, Romano, 306 --- 16.I.309.
31. --- S. Eusebio, Greco, 18.IV.309 --- 17.VIII.309.
32. --- S. Milziade o Melchiade, Africano, 2.VII.311 --- 0.I.314.
33. --- S. Silvestro I, Romano, 31.I.314 --- 31.XII.335.
34. --- S. Marco, Romano, 18.I.336 --- 7.X.336.
35. --- S. Giulio I, Romano, 6.II.337 --- 12.IV.352.
36. --- Liberio, Romano, 17.V.352 --- 24.IX.366.
[Felice II, Romano, ... 355 --- 22.XI.365].
37. --- S. Damaso I, Romano, 1.X.366 --- 11.XII.384.
[Ursino, 24.IX.366 ---... 367].
38. --- S. Siricio, Romano, 15 o 22 o 29.XII.384 --- 26.XI.399.
39. --- S. Anastasio I, Romano, 27.XI.399 --- 19.XII.401.
40. --- S. Innocenzo I, di Albano, 22.XII.401 --- 12.III.417.
41. --- S. Zosimo, Greco, 18.III.417 --- 26.XII.418.
42. --- S. Bonifacio I, Romano, 28, 29.XII.418 --- 4.IX.422.
[Eulalio, 27, 29.XII.418 --- 3.IV.419].
43. --- S. Celestino I, della Campania, 10.IX.422 --- 27.VII.432.
44. --- S. Sisto III, Romano, 31.VII.432 --- 19.VIII.440.
45. --- S. Leone I, il Grande (Magno), della Tuscia, 29.IX.440 --- 10.XI.461.
46. --- S. Ilaro, Sardo, 19.XI.461 --- 29.II.468.
47. --- S. Simplicio, di Tivoli, 3.III.468 --- 10.III.483.
48. --- S. Felice III (II), Romano, 13.III.483 --- 25.II o 1.III.492.
49. --- S. Gelasio I, Africano, 1.III.492 --- 21.XI.496.
50. --- S. Anastasio II, Romano, 24.XI.496 --- 19.XI.498.
51. --- S. Simmaco, Sardo, 22.XI.498 --- 19.VII.514.
[Lorenzo, 22.xi.498 ---... 499.... 502 ---... 506].
52. --- S. Ormisda, di Fresinone, 20.VII.514 --- 6.VIII.523.
53. --- S. Giovanni I, della Tuscia, Martire, 13.VIII.523 --- 18.V.526.
54. --- S. Felice IV (III), del Sannio, 12.VII.526 --- 20 o 22.IX.530.
55. --- Bonifacio II, Romano, 20 o 22.IX.530 --- 17.X.532.
[Dioscoro, di Alessandria, 20 o 22.IX.530 --- 14.X.530].
56. --- Giovanni II, Romano, Mercurio, 31.XII.532, 2.1.533 --- 8.V.535.
57. --- S. Agapito I, Romano, 13.V.535 --- 22.IV.536.
58. --- S. Silverio, di Frosinone, Martire, 8.VI.536 --- ... 537
59. --- Vigilio, Romano, 29.III.537 --- 7.VI.555.
60. --- Pelagio I, Romano, 16.IV.556 --- 4.III.561.
61. --- Giovanni III, Romano, Catalino, 17.VII.561 --- 13.VII.574.
62. --- Benedetto I, Romano, 2.VI.575 --- 30.VII.579.
63. --- Pelagio II, Romano, 26.XI.579 --- 7.II.590.
64. --- S. Gregorio I, il Grande (Magno), Romano, 3.IX.590--- 12.III.604.
65. --- Sabiniano, di Blera nella Tuscia, ... III, 13.IX.604 --- 22.II.606.
66. --- Bonifacio III, Romano, 19.II.607 --- 10.XI.607.
67. --- S. Bonifacio IV, del territorio dei Marsi, 25.VIII.608 --- 8.V.615.
68. --- S. Deusdedit o Adeodato I, Romano, 19.X.615 --- 8.XI.618.
69. --- Bonifacio V, di Napoli, 23.XII.619 --- 23.X.625.
70. --- Onorio I, della Campania, 27.X.625 --- 12.X.638.
71. --- Severino, Romano, ... X.638, 28.V.640 --- 2.VIII.640.
72. --- Giovanni IV, Dalmata,... VIII, 24.XII.640 --- 12.X.642.
73. --- Teodoro I, di Gerusalemme, 12.X, 24.XI.642 --- 14.V.649.
74. --- S. Martino I, di Todi, Martire, 5.VII.649 --- 16.IX.655.
75. --- S. Eugenio I, Romano , 10.VIII.654 --- 2.VI.657.
76. --- S. Vitaliano, di Segni, 30.VII.657 --- 27.I.672.
77. --- Adeodato II, Romano, 11.IV.672 --- 16.VI.676.
78. --- Dono, Romano, 2.XI.676 --- 11.IV.678.
79. --- S. Agatone, Siciliano, 27.VI.678 --- 10.I.681.
80. --- S. Leone II, Siciliano, ... I.681, 17.VIII.682 --- 3.VII.683.
81. --- S. Benedetto II, Romano, 26.VI.684 --- 8.V.685.
82. --- Giovanni V, Siro, 23.VII.685 --- 2.VIII.686.
83. --- Conone, di patria ignota, 23.X.686 --- 21.IX.687.
[Teodoro, ... 687].
[Pasquale, ... 687].
84. --- S. Sergio I, Siro, 15.XII.687 --- 7.IX.701.
85. --- Giovanni VI, Greco, 30.X.701 --- 11.I.705.
86. --- Giovanni VII, Greco, 1.III.705 --- 18.X.707.
87. --- Sisinnio, Siro, 15.1.708 --- 4.II.708.
88. --- Costantino, Siro, 25.III.708 --- 9.IV.715.
89. --- S. Gregorio II, Romano, 19.V.715 --- 11.II.731.
90. --- S. Gregorio III, Siro, 18.III.731 --- 28.XI.741.
91. --- S. Zaccaria, Greco, 3.XII.741 --- 15.III.752.
92. --- Stefano II (III), Romano, 26.III.752 --- 26.IV.757.
93. --- S. Paolo I, Romano, ... IV, 29.V.757 --- 28.VI.767.
[Costantino, di Nepi, 28.VI, 5.VII.767 --- 30.VII.768]
[Filippo, 31.VII.768 ].
94. --- Stefano III (IV), Siciliano, 1, 7.VIII.768 --- 4.I.772.
95. --- Adriano I, Romano, 1, 9.II.772 --- 25.XII.795.
96. --- S. Leone III, Romano, 26, 27.XII.795 --- 12.VI.816.
97. --- Stefano IV (V), Romano, 22.VI.816 --- 24.I.817.
98. --- S. Pasquale I, Romano, 25.I.817 ---... II.V.824.
99. --- Eugenio II, Romano, ... 11.V.824 --- VIII.827.
100. --- Valentino, Romano,... VIII.827 ---... IX.827.

        Faccio osservare che tra i Papi abbiamo un'infinità di Santi. Fanno eccezione Liberio che si impegolò in lotte interne ed esterne alla Chiesa essendo pure esiliato(36), Bonifacio II che scontentò i vescovi che elessero l'antipapa Dioscuro (55), Giovanni II che seguì ad un periodo di mercato di arredi sacri e si trovò impelagato in questioni riguardanti determinate eresie (56) e poi, da Vigilio implicato in vicende politiche (59), la santità scompare con maggiore frequenza.

        Inoltre tra i Papi succedutisi tra il 217 ed il 1449 almeno 37 furono antipapi. Lo scisma di Avignone (1305-1378) e lo scisma di Occidente (1378-1417) hanno prodotto Papi diversi, quale di loro era il successore di Pietro ?

(12) Riporto alcune affermazioni di Padri della Chiesa in proposito:

Origene (+ 253): «Se tu immagini che solo su Pietro sia stata fondata la chiesa, che cosa potresti allora dire di Giovanni, il figlio del tuono, o di qualsiasi altro apostolo?» E prosegue affermando che chiunque fa sua la confessione di Pietro, può - come lui - essere chiamato Pietro.

Giustino Martire (+ 165): «Uno dei discepoli, che prima si chiamava Simone, conobbe per rivelazione del Padre che Gesù Cristo è Figlio di Dio. Per questo egli ricevette il nome di Pietro». L’affermazione di Gesù e il mutamento del nome sono quindi chiaramente collegati alla sua confessione.

Tertulliano (+ 222) scrive al vescovo di Roma (forse Callisto), che si era appellato al «Tu sei Pietro» per sostenere la propria autorità: «Chi sei tu che sovverti e deformi l'intenzione manifesta del Signore che conferiva tale potere personalmente a Pietro?».

S. Cipriano (+ 258): «Gesù parlò a Pietro non perché gli attribuisse una preminenza, un'autorità speciale, ma solo perché, parlando a uno solo, fosse visibile il fatto che la chiesa deve essere tutta unita nella fede di Cristo. Pietro è solo il simbolo, il "tipo" di tutti gli apostoli e di tutti i vescovi».

S. Ambrogio, vescovo di Milano (+ 397): «Pietro... ottenne un primato, ma un primato di confessione e non di onore, un primato di fede e non di ordine».

S. Agostino (+ 430): «"Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa", deve essere inteso in questo senso: sopra ciò che è stato confessato da Pietro quando disse: "Tu sei il Cristo, il Figliuol dell'Iddio vivente". Perciò da questa pietra egli fu chiamato Pietro, raffigurando la persona della chiesa che viene edificata su questa pietra e che riceve le chiavi del regno dei cieli». [Ed ancora: "Siamo cristiani non pietrini", inserimento mio]

Tratto da R. Nisbet, Ma il Vangelo non dice così, pp. 40,41, Claudiana Ed., Torino 1969.

(13) Questa storia del nome scelto, Papa, è davvero ridicola perché va addirittura contro quel Matteo che aveva introdotto il "tu sei Pietro eccetera ..." nel versetto 16, 18. Se i teologi avessero letto anche oltre lo stesso Vangelo di Matteo avrebbero trovato il versetto 23, 8-10.

Matteo 23, 8-10

8 Ma voi non vi fate chiamare 'Maestro'; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. 9 Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. 10 Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo

(14) Mentre in Oriente era comune chiamare i vescovi "papi" cioè appunto padri (ma lo erano tutti), la prima volta che compare a Roma questo nome è su una lapide del periodo di Liberio che va dal 352 al 366. Il termine fu poi usato anche in Occidente ma non come esclusiva del vescovo di Roma, ma, come in Oriente, per tutti i vescovi. Solo a partire dal II millennio iniziò l'uso di attribuire al solo vescovo di Roma il titolo di papa, anche se ci volle del tempo prima che ciò fosse accettato da tutti. Ancora nel XII secolo dei vescovi non romani si facevano chiamare vicarius Petri ed il titolo di Summus Pontifex sarà utilizzato da tutti i vescovi fino al XIV secolo.

(15) Il culmine della simonia si raggiunse con questo Papa. Venivano comprate le cariche ecclesiastiche. Egli stesso divenne cardinale a 14 anni e nominò poi cardinali tre suoi cugini (il record resta comunque quello di Benedetto IX (1033.1045) che divenne Papa a 11 anni). Sotto il suo papato le cariche in vendita raggiunsero il massimo di 2000. E fu ancora lui ad emanare quell'infame decreto chiamato Taxa Camarae del 1517 che vendeva indulgenze per ogni peccato in cambio di denaro. Da qui partì Lutero con le sue 95 tesi.


BIBLIOGRAFIA

 

(1) Karlheinz Deschener - Storia criminale del Cristianesimo - Ariele 2000-2010

(2) Karlheinz Deschener - Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa - Massari 1998

(3) Pepe Rodriguez - Verità e menzogne della Chiesa cattolica - Editori Riuniti 1999 [un commento all'edizione italiana di questo libro è d'obbligo. Il titolo spagnolo è Las mentiras de la Iglesia catolica. Anche chi non conosce lo spagnolo può osservare che si parla delle menzogne della Chiesa e in nessun lato si parla di verità. L'ipocrisia ed il servilismo regnanti in questo Paese hanno dovuto cambiare financo il titolo di un libro].

(4) AA.VV. -  Il papato alla luce della storia e della Scrittura - Ed. Sentieri diritti, Roma 1981.

(5) Giovanni Fantoni - Dal primato di Cristo al primato di Pietro - Edizioni ADV, Firenze


 

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