FISICA/MENTE

 

LA MULTINAZIONALE PEDOFILA 9

CONTINUANO SUI BIMBI DI TUTTO IL MONDO !!!

FERMIAMOLI 

Di seguito riporto altri episodi relativi ai soli due ultimi anni che vedono coinvolti preti e gerarchie pedofile o omertose. Le notizie provengono tutte dal meritorio lavoro di un sito di credenti stimabilissimi e coraggiosissimi http://www.ildialogo.org/Ratzinger/pedofiliachiese.htm# .

Non ci vuole troppo a capire la gravità delle cose che qui risultano (e si tratta solo di quelle poche di cui si viene a conoscenza a volte anche per il pudore delle piccole vittime e/o delle famiglie). La vicenda è vergognosamente estesa ai Paesi dove allignano le gerarchie di Roma. Da parte delle massime autorità non si fa nulla, anzi si copre il tutto.

Questa gente è quella che vorrebbe spiegarci la morale e l'etica. E' quella che sputa veleno contro PACS ed ogni altra organizzazione della vita civile. E' quella che fa finta di confondere omosessualità con pedofilia ed addirittura con incesto (il Presidente dei Vescovi italiani, tal Bagnasco).

Speriamo che qualcuno capisca con quali perversioni si ha a che fare e che li faccia smettere per sempre.


Di seguito riporto il file audio di "Sexcrime". La riproduzione del file audio parte automaticamente ed è possibile interromperla o riprenderla con gli appositi pulsanti



 


 

Morto da tempo, il reverendo di una piccola città cade in disgrazia

di MICHAEL RUBINO

Un crocifisso a Schnellville, Ind., dedicato alla memoria di Mons. Othmar Schroeder, che si ritiene sia stato un pedofilo.


David Pierini/The Herald, Jasper, Ind.

JASPER, Ind., 29 ago - Mons. Othmar Schroeder fu inviato in questa cittadina di 12.000 anime per mettere su una parrocchia e costruire una scuola. La sede dei "Cavalieri di Colombo" di Jasper è stata intitolata a lui, avendo trascorso qui i suoi 50 anni di servizio.

Ora il vescovo chiede alle chiese locali di rimuovere le foto del prete e di lasciar perdere le onorificenze che gli erano state attribuite, poiché sospettato di aver molestato schiere di ragazzi adolescenti.
Mons. Gerald A. Gettelfinger, è riuscito a spuntarla sui "Cavalieri di Colombo" per cambiare il nome della loro sede e sta riflettendo sul da farsi riguardo all’enorme crocifisso dedicato alla memoria di Mons. Schroeder nel cimitero della Chiesa del Sacro Cuore a Schnellville, dove è sepolto.
Gli attuali sviluppi di Jasper, cittadina a 40 miglia nord-est di Evansville, arrivano 19 anni dopo la morte del Monsignore e 11 anni dopo che il Vescovo Getterfinger è venuto a conoscenza delle accuse contro di lui.
Mons. Schroeder, fondatore della Chiesa della Sacra Famiglia, non fu mai sospeso dalla Diocesi di Evansville o ritenuto colpevole di crimini, e la diocesi non risulta avere nessun procedimento in corso. A tutt’oggi il Vescovo Gettelfinger afferma di essere sicuro della veridicità delle accuse di abusi. E, mentre non rivela quante delle vittime avessero contattato le autorità diocesane - nessuna di loro ha ancora parlato pubblicamente - ha detto che "in termini di cifre potenziali", questo potrebbe essere il caso più grande di abusi sessuali nella storia delle diocesi negli ultimi 70 anni, sebbene ce ne siano stati altri.
Il vescovo ha dichiarato di aver preso l’iniziativa adesso, perché solo all’inizio di questo mese ha appreso la quantità degli abusi. Da quel momento è andato a parlare per molti week-end consecutivi nella parrocchie dove ha lavorato Mons. Schroeder. Mons. Gettelfinger ha rivelato che i suoi discorsi hanno generato ulteriori accuse verso il Monsignore.
"Per le vittime, questi non sono fatti assorbiti", ha detto durante un discorso dopo la messa del sabato nelle parrocchie di Mons. Schroeder. "L’angoscia che esse rivelano è ancora molto viva". Tra l’altro, è stata la lunga sequenza dei fatti che ha determinato le attuali prese di posizione.
Il 5 agosto i "Cavalieri di Colombo" hanno iniziato la carrellata durante la celebrazione commemorativa in una comunità tedesca. Uno striscione con il nome del prete campeggia sulla parata. Ma mons. Gettelfinger ribadisce che proprio questo ed altri simboli celebrativi costituiscono per le vittime un "richiamo continuo". "Ogni volta che una vittima li vede", dice, "si riaprono le vecchie ferite dell’infanzia".
Sostenendo le iniziative del vescovo, il direttore di SNAP, David Clohessy, ribadisce che celebrare un pedofilo è peggio che nasconderne l’identità. "Quando coloro che hanno sbagliato sono elogiati pubblicamente", ha detto Clohessy, "aumenta il senso di disperazione e abbandono che imprigiona le vittime nel loro silenzio".
Ma siamo scettici quanto al fatto che il vescovo Geettelfinger abbia agito di sua iniziativa. "Quasi mai abbiamo visto un vescovo che di sua spontanea volontà abbia rivelato gli abusi sessuali ad opera di un prete", ha detto, "come anche il fatto di privarlo di onorificenze, a meno che qualcuno non abbia fatto forti pressioni".
La comunità nella quale Mons. Schroeder ha esercitato è regolarmente nella lista delle più belle cittadine americane. I cattolici tedeschi hanno occupato quest’area nel 1830 e Jasper ha mantenuto l’originario sapore etnico: il monumento commemorativo, poco distante ad ovest del tribunale; le vie con denominazioni tedesche e una guida telefonica che sembra redatta nelle aree della foresta nera.
Qui il cattolicesimo è ancora una pietra angolare. La cittadina ha tre chiese con circa 9.054 membri e altre otto in un’area di circa 15 miglia.
Monsignor Schroeder aveva 33 anni quando fu inviato come pastore a fondare la parrocchia della Sacra Famiglia. Ci restò dal 1947 al 1975, aiutando a costruire la scuola e il gruppo Scout. Si dice che lavorare con gli Scout fosse "uno sei suoi speciali ministeri".
I parrocchiani, che a quel tempo erano adolescenti, dicono che i suoi appetiti erano "un segreto pubblico" tra i ragazzi, ma non fra gli adulti. Dicono che Mons. Schroeder spesso portasse i ragazzi a ritiri o campi scuola o a nuotare al lago.
Il vescovo Gettelfinger sostiene di aver capito, perché i ragazzi non l’abbiano denunciato a suo tempo. "Nella cultura in cui sono cresciuto, oltre la strada di una comunità agricola, queste erano cose di cui non di doveva parlare", ha detto il vescovo 72enne, "e sono certo che se qualcuno ne avesse parlato ai suoi genitori, questi non gli avrebbero creduto. Quando accusi qualcuno come Mons. Schroeder, che era un pilastro della comunità in tutti i sensi, chi ci avrebbe creduto? E ad un ragazzo di 10 anni, poi?".
Lunedì scorso, i "Cavalieri di Colombo" hanno iniziato la difficile scelta emotiva di coniare un nuovo nome. Bernard Fallon, presidente del consiglio, ha rivelato che è difficile, perché tra i loro membri ci sono anche fratelli, nipoti e cugini del Monsignore.
Inoltre "molti membri sono stati sposati da lui", ha detto Fallon. "Ma, allo stesso tempo, intendiamo occuparci delle vittime, dei loro familiari e del loro dolore. C’è molto da sanare, anche a prescindere dalle nostre storie personali".
 


LE “IMPRESE” DI DON PIERINO GELMINI, “PRETE DI STRADA”

TRA LUSSO, BUSINESS, POLITICA E CARCERE


34006. ROMA-ADISTA. Ha detto di essere vittima della “lobby ebraica-radical-chic” (ritrattando poi lo scivolone, costatogli una valanga di critiche e la rinuncia dell’avvocato Franco Coppi a difenderlo), della massoneria, dei gay, del laicismo radicale, della magistratura anticlericale. Ma la vicenda di don Pierino Gelmini, indagato dai pm di Terni per presunti abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi della Comunità Incontro (ad accusarlo, diversi ex ospiti della struttura da lui fondata e diretta) parte da lontano. La “vocazione” dei fratelli Gelmini Quella di Gelmini è infatti una biografia lunga e con diverse zone d’ombra. Nato nel 1925 in provincia di Milano, ha vissuto e studiato in Lombardia. Ma è stato ordinato prete nel 1949 lontano dalla sua zona di origine, nella diocesi di Grosseto. Circostanza curiosa, che le note biografiche riportate sul sito web della Comunità Incontro spiegano così: da Milano, Gelmini si presenta al vescovo di Grosseto, “diocesi bisognosa di clero”, e “si prepara al sacerdozio”. A quell’epoca il vero “don Gelmini”, quello famoso, non era lui, ma il fratello padre Eligio, esuberante frate minore che preferiva il cachemire al ruvido panno francescano, precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi. Padre Eligio era confessore e assistente spirituale di vip e calciatori (era, tra l’altro, il “cappellano” del Milan, oltre che amico intimo di Gianni Rivera), l’unico prete al mondo a poter vantare di aver concesso un’intervista al settimanale sexy Playboy, frequentatore di eventi mondani, nonché fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti «Mondo X» e del Telefono Amico. Particolarmente dettagliata nel raccontare i primi anni di sacerdozio di don Pierino - che negli anni ’60 diventa segretario del card. Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, passato poi in forze alla Curia vaticana come Cancelliere di Santa Romana Chiesa –, la sezione del sito internet della “Comunità Incontro” dedicato alla biografia di Gelmini omette del tutto gli eventi che caratterizzano il periodo che va dalla metà degli anni sessanta al 1979. Sono infatti gli anni in cui per don Pierino iniziano i problemi con la giustizia e le vicissitudini giudiziarie.  I primi guai giudiziari“Già nel 1965 - racconta Marco Lillo in un articolo pubblicato dall’Espresso il 16/8 - un anno prima di darsi ai tossicodipendenti, il sacerdote aveva comprato la splendida tenuta di Caviggiolo con tanto di maniero e riserva di caccia a Barberino del Mugello, sull’Appennino toscano. I giornali dell’epoca raccontano che gli assegni per 200 milioni di lire (del 1965) consegnati alla Società Idrocarburi per l’acquisto erano scoperti e il tribunale inflisse tre mesi di galera a don Pierino”.Nel 1969 il prete acquista un’altra villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, una delle più “in” dell’hinterland romano. La biografia ufficiale di Gelmini si limita ad accennare all’abitazione definendola “una casa più ampia” di quella dove don Pierino aveva sino ad allora vissuto. Per la precisione si trattava invece di una villa in cortina a due piani protetta da un largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, un vasto giardino in cui era custodita una Jaguar, piscina, due cani, tre persone a servizio: un autista, una cuoca e una cameriera. Insomma, se al fratello Eligio piaceva la bella vita, don Pierino non era da meno. Ma il tenore di vita di don Pierino viene compromesso dalla magistratura: il 13 novembre 1969 i carabinieri lo arrestano nella sua abitazione (grande scalpore sui giornali dell’epoca suscitò la notizia che i carabinieri avevano trovato una Jaguar nel giardino di don Pierino) per emissione di assegni a vuoto, truffa e fallimento di una cooperativa di costruzioni collegata con le Acli di cui il sacerdote era tesoriere e che doveva costruire palazzine all’Eur. Gelmini viene anche coinvolto in un’inchiesta che riguarda la ditta di import-export tra Italia e Argentina che aveva costituito sfruttando – si disse – le buone entrature ottenute attraverso i servizi resi al card. Copello. Nel 1970 il prete ripara quindi all’estero, nel Vietnam del Sud, dove fa amicizia con l’ex arcivescovo della cittadina di Huè, mons. Pierre Martin Ngô Ðình Thuc, fratello di Jean Baptiste Ngô Ðình Diêm, dittatore del Vietnam del Sud, assassinato nel 1963, ormai caduto in disgrazia presso gli Stati Uniti. Ma anche in Vietnam Gelmini ha grane con la giustizia: proprio dall’ex arcivescovo di Hué, insieme a madame Nhu, vedova del fratello minore del presidente Diêm e per anni sua first lady, viene denunciato per appropriazione indebita. Nel 1971 torna in Italia. Ed entra in carcere. Il processo a suo carico si era infatti concluso con la condanna a quattro anni, che don Pierino sconterà interamente. Uscito di prigione - dopo aver trascorso un breve periodo di ritiro in Maremma per volontà delle autorità ecclesiastiche - nel 1976 don Gelmini torna in cella, ad Alessandria. Insieme al fratello Eligio è infatti accusato di aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, imprenditore in difficoltà che puntava sui buoni uffici dei fratelli Gelmini per diventare console onorario della Somalia e ottenere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il Paese africano. Stavolta però in prigione don Pierino ci rimane poco tempo. Assieme al fratello, viene prosciolto dalle accuse e nel ‘77 è di nuovo nella sua villa romana a Casal Palocco. Nel 1979 don Pierino, sulle orme del fratello (che nel 1974 era riuscito a farsi assegnare gratuitamente dal conte Lodovico Gallarati Scotti l’uso del suo castello di Cozzo Lomellina come sede del suo “Mondo X”), dà inizio al business antidroga.  1979: nasce la holding della tossicodipendenza“Don Gelmini Spa”, titola il 16 agosto l’Espresso, ricostruendo la nascita dell’impero economico del prete antidroga. La prima comunità di recupero nasce ad Amelia, in provincia di Terni. Don Pierino si fa assegnare in comodato d’uso per 40 anni un frantoio abbandonato, il Mulino Silla, in una piccola valle chiamata delle Streghe, facendone la sede della sua nuova attività. Nel 1988 sindaco di Amelia diviene l’ex leader della Cgil Luciano Lama. È lui a segnalare alla procura il fatto che a don Pierino i vincoli del piano regolatore stavano stretti e i piccoli casali abbandonati che andava acquisendo si trasformavano in enormi strutture senza le necessarie autorizzazioni. “Alla fine - racconta l’Espresso - tutto fu sanato, grazie anche ai socialisti della giunta”. Così le proprietà immobiliari della Comunità Incontro hanno potuto estendersi senza sosta, al punto da comprendere, nella sola provincia di Terni, boschi, uliveti, vigneti e pascoli per una ventina di ettari, oltre a diversi fabbricati sparsi tra Cenciolello, Porchiano e la strada di Orvieto. Oggi la Comunità di don Gelmini conta ufficialmente 164 sedi in Italia e 74 nel mondo. Dati contestati però da Stefania Nardini in un articolo comparso su Gente d’Italia, quotidiano italiano delle Americhe. La giornalista, che ha passato un periodo presso la Comunità Incontro, racconta di culto della personalità, di body guard armati di pistola, di macchinoni di lusso (un vizio antico), di disparità nel trattamento degli ospiti, ma anche di cifre gonfiate a beneficio della sua immagine pubblica: “Si parla di 164 sedi residenziali in Italia - scrive la Cardini - e invece sono 64, di 180 gruppi d’appoggio che in realtà sono una ventina, di un turnover residenziale di 12 mila persone (turnover in cui sono comprese semplici richieste di informazioni), di 126.624 ingressi in comunità tra il 1990 e il 2002, mentre attualmente si registrano non più di 20 o 30 colloqui al mese, il che significa al massimo 360 ingressi all’anno, cifra che si riduce alla metà considerando coloro che rinunciano”.Anche sui cospicui introiti delle Comunità i numeri sono incerti: “La trasparenza amministrativa - racconta l’Espresso - non è mai stata una priorità della comunità. Sul sito internet non c’è traccia del bilancio. Bisogna andare alla Camera di commercio a Roma per scoprire che la Comunità Incontro, organizzazione non lucrativa a fini sociali, è presieduta da una sconosciuta: Umbertina Valeria Mosso, avvocato di 86 anni. Il comitato direttivo è composto dalle persone più vicine a don Pierino, come Claudio Legramanti e Claudio Previtali e dal ‘don’, che è il segretario generale, ma con ampi poteri di gestione”.  La politica: un ritorno di “fiamma”In ogni caso, il suo piccolo impero don Gelmini lo ha realizzato anche in virtù delle sue ottime entrature politiche, oltre che alle cospicue donazioni che il suo carisma ha saputo intercettare. Solo in occasione della megafesta per gli 80 anni di don Pierino, nel 2005, Berlusconi dichiarò di volergli devolvere 10 miliardi delle vecchie lire. Alla mega kermesse in onore del prete ottuagenario c’era anche un altro grande amico di Gelmini, l’allora ministro Maurizio Gasparri. Insieme ad altri rappresentanti del governo, come Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi, oltre a Gustavo Selva e ad una sfilza di sottosegretari. E ad un esponente della “Prima Repubblica”, l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, da anni tra i volontari della “Comunità Incontro”.A tanta benevolenza da parte del leader e degli esponenti della Casa della Libertà, Gelmini ha sempre risposto con una indefessa militanza a destra, che - oltre ad intercettare verso Berlusconi il consenso di migliaia di visitatori ed ospiti (nonché delle loro famiglie) passati in comunità negli ultimi 30 anni - si è più volte caratterizzata con la presenza di Gelmini a manifestazioni politiche ed elettorali. Lo si è visto spesso con esponenti di An (lo scorso anno, in campagna elettorale, era a fianco del candidato sindaco di Roma Gianni Alemanno). Nel 2006 don Pierino fu uno dei maggiori sostenitori della nuova legge sulla droga che ha eliminato la differenza tra droghe leggere e pesanti. “Grazie, Gianfranco, per la legge contro la droga, affido a voi di An il compito di difendere i principi cristiani”, disse don Gelmini ai delegati di An presenti alla conferenza programmatica del partito, il 5 febbraio 2006.  Le accuse a don Gelmini: nella Chiesa, qualcuno sapevaLe recenti accuse di molestie sessuali hanno - per la verità - qualche precedente negli anni d’oro della Comunità incontro. Come quando, il 23 novembre 1991, venne ritrovato morto sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, cittadino di San Marino, anni prima ospite della Comunità del Mulino Silla. Durante le indagini, il fratello della vittima raccontò che poco tempo prima di morire Fabrizio gli aveva raccontato di aver subito da don Gelmini abusi sessuali in una casetta nel parco della comunità. Nel 2003 don Antonio Mazzi, animatore della comunità per tossicodipendenti Exodus, ricevette la lettera di un ragazzo che raccontava di aver subito molestie sessuali da parte di don Gelmini nel 1993, quando aveva trascorso un periodo di sei mesi ad Amelia. Poi il giovane si era trasferito in una struttura di don Mazzi, con il quale si era confidato ed aveva continuato a mantenere rapporti epistolari. Ma Mazzi ha raccontato questi fatti solo nelle scorse settimane, quando il caso don Gelmini era già scoppiato. Sentito dal procuratore di Terni Carlo Maria Scipio e del pm Barbara Mazzullo, Mazzi ha comunque ribadito punto per punto ciò che aveva già rivelato circa il contenuto della missiva. Nel 2004, un libro di Marco Salvia, Mara come me racconta la vita all’interno di una comunità di recupero di tossicodipendenti, delineata nei termini di un lager gestito da un prete bigotto e fanatico e da responsabili violenti. La storia è romanzata, ma il 23 gennaio 2005 il quotidiano il manifesto pubblica una lettera con cui l’autore usciva allo scoperto, dichiarando che i fatti narrati nel libro erano reali e che dietro la figura di don Luigi, il padre-padrone della comunità, si celava don Pierino Gelmini. E poi ci sono le accuse fatte da Bruno Zanin nel suo libro-autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito abusi sessuali da Don Gelmini all’età di 13 anni (il capitolo che parla dell’abuso è stato messo online dall’autore all’indirizzo internet www.bispensiero.it/documents/DonGiustino.pdf). Nel libro, Zanin, che è stato negli anni ’90 collaboratore di Radio Vaticana, racconta anche di aver parlato degli abusi all’allora direttore dei programmi dell’emittente, p. Federico Lombardi (oggi direttore della Sala Stampa vaticana) ed a mons. Giovanni d’Ercole, religioso orionino, capo ufficio della sezione affari generali della segreteria di Stato del Vaticano, da sempre amico di don Pierino e da qualche mese direttore responsabile della rivista della comunità “Il Cammino” e dell’emittente Tele Umbria Viva, di cui Gelmini è proprietario.  Titoli e sottotitoliAnche con la Chiesa cattolica i rapporti, a dispetto delle difese d’ufficio tratta che oggi vengono fatte di don Pierino come dell’ennesimo prete vittima delle persecuzioni mediatiche e laiciste, sono piuttosto tesi. Fin dal 1963, quando don Pierino iniziò a fregiarsi del titolo di monsignore, senza esserlo, il Vaticano ha iniziato a diffidarlo dall’utilizzare quel titolo e in seguito lo ha anche sospeso a divinis. Sospensione poi ritirata, ma il titolo tanto agognato non arrivava. Nel 1988 Gelmini risolse allora il problema con un abile éscamotage: pur essendo un prete di rito latino, aderì ad una Chiesa cattolica di rito orientale, quella melkita, e si fece insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Titolo onorifico che non equivale certo a quello di vescovo. E nemmeno a quello di monsignore. Nelle biografie “ufficiali” di don Gelmini però il titolo ottenuto dalla Chiesa melkita è messo in grande evidenza (insieme ad un’altra lunghissima sequela di bizzarri riconoscimenti: da “maggiore garibaldino e primo cappellano della Legione Garibaldina” a “gran comandante dell’Ordine di George Washington”). Non solo per la sua altisonanza, ma perché dà all’esuberante prete il diritto all’uso dell’anello, della mitra, della croce e del pastorale quando celebra la messa con rito greco (o avendo ottenuto dal Vaticano uno speciale permesso a celebrare con il doppio rito). Ma a don Gelmini certe sottigliezze liturgiche vanno strette e la messa continua a celebrarla in rito romano, vestendo però i sontuosi paramenti greco-cattolici.

Una piccola rivincita con la gerarchia che tanto lo ha bistrattato don Pierino se l’è presa il 20 ottobre del 2000, quando Wojtyla ricevette in piazza San Pietro trentamila rappresentanti delle Comunità Incontro. La benedizione del papa polacco non ha però migliorato i difficili rapporti con la Curia, che continua a non amarlo. Recentemente, al card. Francesco Marchisano, presidente dell’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, che gli ha chiesto di fare un passo indietro per meglio difendersi dalle accuse, don Pierino ha risposto: “Mi chiede di fare un passo indietro? Lo faccia lui in avanti, in un burrone”. E comunque, ha tenuto a precisare don Pierino, “io non guido un’associazione religiosa, ma laica”. (valerio gigante)

 

www.adista.it

Mercoledì, 05 settembre 2007

Polonia: pedofilia; decine di indagati, incluso un politico

http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=tio346987&idtipo=2



VARSAVIA - La polizia polacca ha reso noto oggi di avere fermato 41 persone nell’ambito di una operazione contro una rete di pedofili condotta nei giorni scorsi. A quanto indicato dal portavoce Mariusz Sokolowski i fermi rientrano nell’ambito delle indagini avviate due settimane fa e che coinvolgono anche alcuni sacerdoti.

Fra le persone indagate figura anche il consigliere per le pubbliche relazioni del partito Samoobrona (Autodifesa), Piotr Tymochowicz, che tempo fa aveva curato anche l’immagine dell’ex vicepremier e ministro dell’agricoltura Andrzej Lepper.

Tymochowicz avrebbe raccolto sul proprio computer immagini pornografiche di bambini. Nel dicembre scorso Lepper, siluratodal governo il 9 luglio scorso per sospetta corruzione (il caso rientra nello scandalo del Watergate ed è ancora tutto da verificare) era stato anche accusato di aver offerto ad alcune donne lavoro nel partito in cambio di prestazioni sessuali.

L’ex vicepremier respinse all’epoca le accuse ma in un’intervista di oggi al quotidiano Super Express confessa di avere "tradito qualche volta la moglie": "Sono stati momenti di debolezza", ha detto.



Mercoledì, 05 settembre 2007

Chiesa cattolica USA
Un gruppo di laici: "Non assegnate quel posto al Cardinal George"...

di Susan Hogan/Albach

Speciale del "Daily Southtown" (traduzione di Stefania Salomone)


2 settembre 2007

Un gruppo di laici cattolici sta appellando ai vescovi americani affinché non eleggano il Cardinale Francis George come nuovo presidente della Conferenza episcopale, a causa della sua trascorsa complicità nei casi di abusi sessuali.

Nella lettera ai vescovi, "Voice of the Faithful" riferisce il coinvolgimento del card. George nel caso di un prete pedofilo, Daniel McCormack, arrestato in luglio per aver molestato un ragazzo.

Fonti ufficiali ecclesiastiche confermano, che il cardinale non ha seguito le procedure del comitato di revisione, che prevedevano la rimozione di McCormack dal ministero dopo l’abuso denunciato nel 2005.

Dopo un’altra denuncia, McCormack fu arrestato nel gennaio del 2006. Si è dichiarato colpevole la scorsa estate nei 5 casi in cui era stato accusato di molestie a minori.

La Conferenza Episcopale Americana eleggerà il suo nuovo presidente in novembre. Tale posizione di solito spetta al vice-presidente, che attualmente è George.

"Rispettosamente chiediamo che suggeriate al Cardinal George di farsi da parte così che possa essere eletto un vescovo che invece ha protetto le vittime", scrive il gruppo nella sua lettera.

La portavoce del cardinale ha riferito che la lettera e il suo allegato contengono errori nella loro descrizione delle imputazioni di George, senza però entrare in dettaglio.

Dopo l’arresto di McCormack, l’arcidiocesi di Chicago ha intrapreso ulteriori azioni per migliorare il proprio programma di prevenzione contro gli abusi,su minori, hanno detto fonti ufficiali ecclesistiche.

Voice of the Faithful si è costituita cinque anni fa a Boston sulla scia dello scandalo degli abusi sessuali che portarono alle dimissioni del Cardinale Bernard law. Il gruppo, che auspica una riforma della chiesa, ha sezioni in tutto il paese, anche a Chicago.

I rappresentanti hanno affermato che la decisione di chiedere ai vescovi la non elezione di George è sopravvenuta dopo "lunga preghiera e discernimento".

"L’elezione del prossimo presidente della Conferenza Episcopale indicherà chiaramente al popolo di Dio e a tutti che la chiesa cattolica sta cercando di riparare i torti che noi abbiamo subito da cinque anni a questa parte", conclude la lettera.


Mercoledì, 05 settembre 2007


Preti pedofili
A breve il documentario che difende un prete dell’Illinois

di Matt C. Abbott

traduzione di Stefania Salomone


6 settembre 2007

Una società di produzione di New York mi ha chiesto di partecipare come commentatore alla prossima messa in onda di un documentario intitolato FORSAKEN (abbandonati)

Il documentario, in fase di realizzazione e visibile già in anteprima su un sito web, tratta dei recenti avvenimenti che hanno coinvolto la Chiesa Cattolica a Ginevra, il cui pastore è Mons. Joseph Jarmoluk.

Innanzitutto, alcuni spunti della "storia dentro la storia" (da un articolo del Daily Herald del 2004 trovato sul sito http://bishopaccountability.org - responsabilità del http://vescovo.org )

"La ’cultura distruttiva del silenzio’ che ha consentito l’estendersi del fenomeno degli abusi sessuali clericali continua ancora oggi nella diocesi di Rockford, data la assoluta mancanza di reazioni verificatasi quando un prete ha rimproverato pubblicamente un parrocchiano che a Ginevra ha osato criticare la chiesa e la diocesi, ha riferito il rappresentante di un gruppo di vittime".

"L’Associazione SNAP (gruppo di vittime abusate da chierici) ha chiesto al vescovo Thomas Doran di intervenire sul prete coinvolto e di sollecitare il coraggio dei parrocchiani".

"Ma la persona coinvolta, il cittadino di Ginevra Frank Bochte, ha detto che alle scuse o alle raccomandazioni preferirebbe che la diocesi accogliesse la sua richiesta di rendere pubblici tutti i documenti legati alle accuse di abusi sessuali contro l’ex-prete Mark Campobello".

"Bochte ha ribadito il concetto in una lettera scritta da un gruppo di vittime che Doran, il responsabile della diocesi ’sistemasse in fretta la questione a Roma e confermasse il suo impegno verso una reale integrità morale dei presbiteri e della chiesa’".

"Il battibecco tra Bochte e la parrocchia inizia il 16 novembre, quando scrive una lettera al Daily Herald in risposta all’appello della Chiesa con il quale si chiedeva un aumento delle offerte. La chiesa diceva che quelle ricevute nel primo trimestre erano il 21% (circa 91.000 dollari) al di sotto del budget a causa di una economia instabile".

"Bochte dice che il rifiuto della diocesi di pubblicare i documenti relativi alle indagini interne su Campobello è una ragione più che valida per la diminuzione delle donazioni, la sola cosa che si potesse fare". "Rifiutare di sostenere finanziariamente una diocesi che valorizza la reputazione del prete abusatore più di quella delle vittime, sembra essere il solo modo per ottenere la sua attenzione".


"Dal maggio 2003, la diocesi sta offendendo il tribunale col suo rifiuto di mostrare i documenti su Campobello, oggetto di molte accuse di abusi sessuali, dopo quelle del 1999-2000 riferite a due bambine di cui ha abusato quando stava a S. Pietro e lavorava come assistente del preside della Aurora Central Catholic High School".

’In risposta, Mons. Joseph Jarmoluk ha chiamato a colloquio privato Bochte chiedendogli di ritrattare le sue dichiarazioni e accusandolo di falsa testimonianza".

"Dopo una accesa discussione focalizzata sul rifiuto della diocesi di diffondere i documenti delle sue indagini interne, Bochte ha riferisce che tra lui e il suo interlocutore è tutto finito, rendendosi conto di essere cordialmente in contrasto.

Dieci giorni più tardi, Jarmoluk ha pubblicamente replicato alla lettera e al suo autore durante la messa domenicale senza menzionare il suo nome. Ha tentato di spiegare ai parrocchiani il perché del crollo delle donazioni e perché non avesse niente a che vedere con le accuse contro Campobello. Jarmoluk ha continuato a ribadire la posizione della diocesi sul perché i documenti non possono essere messi in pubblico e che l’autore della lettera è passibile di denuncia per falsa testimonianza".

Alcuni parrocchiani riferiscono che ad un certo punto prende di mira un parrocchiano e gli domanda come si sarebbe sentito se qualcuno avesse reso noti i suoi documenti personali.
Una volta risaputo questo l’episodio, Bochte dice di aver ricevuto "uno schiacciante sostegno da parte dei parrocchiani".

"Sebbene né la parrocchia di San Pietro né i responsabili diocesani abbiano fatto commenti, la lettera del 16 maggio di Mons. Eric Barr, recentemente ripubblicata nel bollettino parrocchiale, risponde al perché del rifiuto della diocesi".

’’Alcuni potrebbero pensare che vogliamo nascondervi le cose. Ma non è così", scrive Barr. "Stiamo proteggendo il diritto della chiesa ad essere indipendente dallo Stato, come è previsto anche dal Primo Emendemento della Costituzione..."


Forsaken ( di cui si è discusso anche in un articolo del 2006) è chiaramente una difesa di Mons. Jarmoluk e un impietoso ritratto di SNAP.

Non è chiaro chi stia finanziando il progetto. Un rappresentante della casa di produzione, David Graham, mi ha parlato a lungo al telefono pochi giorni fa, ma ha detto soltanto che la compagnia è "strettamente vincolata".

In risposta alla mia e-mail interrogativa, Mons. Jarmoluk ha affermato di non essere coinvolto nella produzione del documentario (a parte l’intervista che ha garantito agli autori), e nemmeno è informato sull’identità dei finanziatori.

Per amore di trasparenza, la casa di produzione non mi ha offerto denaro, e neanche io ne ho chiesto, e nessuna intervista ha ancora avuto luogo. Inoltre, come ho detto varie volte, non percepisco compensi per ciò che scrivo.
 


PRETI PEDOFILI
DIOCESI SAN DIEGO 198 MLN PER LE VITTIME

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_2500378.html?ref=hpsbdx1

Dopo il maxirisarcimento da 600 milioni di dollari pagato due mesi fa dalla diocesi di Los Angeles alle 508 vittime dei preti pedofili oggi e’ la volta di San Diego. La prelatura della citta’ costiera californiana ha accettato di versare 198 milioni di dollari a 144 vittime degli abusi sessuali commessi dai suoi sacerdoti oltre venti anni fa. Lo hanno annunciato i legali delle parti specificando che la somma che sara’ pagata e’ il doppio di quella offerta solo cinque mesi fa. La diocesi di San Diego, finita nel mirino da oltre quattro anni, ha chiesto a febbraio l’applicazione dell’art.11 della legislazione sulla bancarotta che abitualmente e’ impiegata dalle aziende vicine al fallimento per salvaguardare i cespiti patrimoniali. L’accordo di oggi e’ solo l’ultimo di una lunga serie di risarcimenti che diverse diocesi statunitensi sono state costrette a pagare da quando nel 2002 a Boston emerse il primo scandalo a lungo tenuto nascosto dalle autorita’ ecclesiastiche e che creao’ grave imbarazzo in Vaticano.
 



Lunedì, 10 settembre 2007

Risarcimenti milionari per preti pedofili.

Ma per il Papa il pericolo è la scienza

di Pietro Yates Moretti

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=3774

È davvero incredibile che in un periodo in cui il capo della Chiesa Cattolica è su tutti i giornali ogni qualvolta apre bocca, la notizia dell’enorme scandalo sui preti pedofili negli Usa sia nascosta e censurata. Dopo il maxi risarcimento della diocesi di Los Angeles, anche quella di San Diego ha accettato di risarcire alle proprie vittime una somma di 198 milioni. Abbiamo trovato un solo lancio di agenzia sulla questione, mentre sulla filippica papale contro la scienza non guidata da credenze religiose ne abbiamo trovate a dozzine. È il sintomo della straordinaria debolezza della politica italiana, a cui si accoda il giornalismo.

Continuamente ci vengono propinate dalla Chiesa lezioni di morale e di etica, ed un vero e proprio attacco all’ateismo e all’agnosticismo, accusato -come all’epoca l’ebraismo- delle nefandezze più profonde, o addirittura di mettere a rischio il futuro dell’umanità. Allo stesso tempo, non viene dedicata una sola riga a quella che è la realtà della Chiesa, ovvero migliaia di migliaia di vittime di preti pedofili, protetti dal segreto delle gerarchie, miliardi di dollari in risarcimenti, centinaia di edifici di proprietà della Chiesa venduti per pagare le proprie spese legali, intere diocesi che dichiarano fallimento.

Pietro Yates Moretti, consigliere Aduc

Lunedì, 10 settembre 2007


Preti pedofili
I dimostranti chiedono le scuse del prete di Cape Cod

di Peter Schworm

Da Globe Staff | 10 settembre 2007

Un piccolo gruppo di attivisti laici e di vittime di abusi dei preti hanno organizzato una protesta ieri mattina davanti ad una chiesa di Cape Cod, chiedendo che un alto rappresentante della chiesa porgesse le sue scuse per aver riassegnato uno dei preti accusati nell’ambito dello scandalo degli abusi sessuali.

I dimostranti, inclusi dei membri di Voice of the Faithful e gruppi di vittime, hanno innalzato cartelli con foto delle vittime all’epoca degli abusi, quando erano bambini, di fronte alla Chiesa Nostra Signora della Vittoria a Centerville, dove lavora part-time il Rev. Paul E. Miceli. Miceli era l’ex segretario del personale amministrativo dell’Arcidiocesi di Boston all’epoca in cui il Cardinale Bernard Law era il responsabile e membro della sua segreteria personale dal 1994 al 2001. I domostranti accusano Miceli di aver aiutato a coprire lo scandalo, trasferendo il prete accusato in un altra parrocchia ee esigono che riconosca la sua partecipazione al fatto.

"Noi vogliamo che si renda conto di quello che ha fatto poiché ci sono persone che non supereranno mai il trauma da lui causato", ha detto Paul Kendrick, co-fondatore del gruppo del Maine di Voice of the Faithful, un gruppo laico attivista. "Per me è difficile capire come la gente possa venire qui ad ascoltare le sue omelie, ignorando tutte le persone a cui ha fatto del male, i bambini che ha ferito per aver protetto la chiesa invece di proteggere loro".

Kendrick e gli altri sostengono di aver chiesto per diversi anni a Miceli di scusarsi con le vittime.

Ieri Miceli risultava irreperibile.

In una dichiarazione, il Rev. Mark Hession, parroco di Santa Maria della Vittoria, ha descritto Miceli come un collega stimato, "una vera benedizione per le famiglie della parrocchia".

Traduzione di
Stefania Salomone



Martedì, 11 settembre 2007

Preti pedofili
Dichiarazione di SNAP riguardo i risarcimenti della Diocesi di San Diego.

Dichiarazione di Joelle Casteix di Newport Beach, CA, Direttore Area Sud-ovest di SNAP

Nessun risarcimento sanerà magicamente centinaia di infanzie negate, psiche traumatizzate, autostime sotterrate e relazioni danneggiate. Ma un risarcimento è un primo importante passo verso la guarigione, la consapevolezza, la responsabilizzazione e la prevenzione.

Per le vittime, un risarcimento può iniziare per lo meno restituire quanto hanno speso per le cure mediche, le terapie necessarie, i gruppi di supporto o i programmi di trattamento.

Per i cattolici, un risarcimento può significare una sorta di gratificazione, ma dovrebbe invece stimolare la ricerca di trasparenza e riforma della gerarchia ecclesiastica.

Quando nel 2003 è venuto alla luce il fenomeno degli abusi, i leader ecclesiastici della California hanno lanciato una campagnia di pubbliche relazioni molto ben orchestrata. Hanno cominciato a lamentare gravi difficoltà economiche nell’apprendere casi di molestie di minori attribuiti alla loro diocesi. Questo non lo abbiamo permesso e non lo permetteremo. Ogni responsabile ecclesiastico, da mons. Brom fino ai parroci, deve ammettere che ’le apocalittiche previsioni’ di difficoltà finanziarie e procedimenti di bancarotta già avviati sono semplicemente manovre legali ingannevoli.

Ora è chiaro che il disperato tentativo dei vescovi di proclamare bancarotta è pura finzione, prevista per diminuire il numero di processi, la visibilità e l’entità dei risarcimenti, rallentando così il processo di guarigione delle vittime. Questo modo di agire favorisce una sola persona - il Vescovo Brom. Ha continuato a nascondersi dietro i propri difensori e i curatori di immagine - sotto giuramento durante il processo - per occultare la sua complicità.

E’ necessario che i cattolici e i cittadini tengano a mente quanto segue:

- L’onore di questo risarcimento va prima di tutto alle vittime coraggiose, poi ai giudici comprensivi (che hanno reso possibile il processo), al Giudice Louise De Carl-Adler che è andata oltre la manipolazione della diocesi con la richiesta di bancarotta. Nessun onore spetta alla gerarchia ecclesiastica.

- E’ un rischio personale molto grande, di grande coraggio, che ogni vittima di abusi sessuali venga allo scoperto e parli. E’ ancor più difficile quando l’abusatore è una persona con autorità religiosa, con le spalle coperte da una istituzione incredibilmente ricca e potente come la chiesa. Ogni singola vittima merita la gratitudine dei cattolici californiani e di tutti i cittadini in genere. Ognuna di loro ha contribuito a rendere questo stato più sicuro.

- Forse molti di questi abusatori starebbero ancora lavorando nelle parrocchie, se non fosse per i giudici californiani e per il coraggio delle vittime. Gli scettici devono rendersi conto del grande vantaggio sociale ottenuto grazie alla forza, al coraggio delle centinaia di vittime minorenni, che hanno fatto causa ai preti e ai vescovi complici.

- Virtualmente nessun complice tra le fila della chiesa (chi ha ingannato i parrocchiani, ostacolato la polizia, ingessato i giudici e aiutato gli abusatori) sarebbe mai stato smascherato se non grazie alle vittime che hanno parlato e combattuto duramente per la verità. Le vittime - non i giudici, i mediatori o altri - meritano l’onore dei risultati raggiunti.

- Brom se l’è cavata evitando la propria responsabilità nella copertura degli abusi di minori, manipolando i tribunali con la bancarotta per negare alle vittime ciò che spettava loro per legge

- Brom e i suoi confratelli vescovi californiani hanno lottato a lungo e duramente per la chiusura dei casi, reclamando di tribunale in tribunale, che la legge che prevede la trattabilità di questi casi è incostituzionale. Poi, non avendo funzionato questa tattica, hanno tentato di fare in modo che la diocesi dichiarasse bancarotta per bloccare le indagini.

- Risarcire le vittime per un delitto devastante è assolutamente il passo minimo che i colpevoli devono fare. Questo passo è una abile mossa finanziaria da parte di Brom, niente di più.

- Il risarcimento rappresenta un grande successo per le vittime coraggiose, che hanno dovuto guardare in faccia il proprio dolore, condividere la proria esperienza, sopportando ripetuti ritardi e arresti legali, prima della vittoria. Noi li lodiamo per la loro audacia, saggezza, pazienza e ostinazione.

- Per molti anni i leader ecclesiastici hanno occultato i casi di abusi. Nulla di nuovo. Il risarcimento non significa ’riforma’ o ’cambiamento’ da parte della gerarchia ecclesiastica. Quando i vescovi affrontano i casi di abusi sessuali su minori, è per risparmiarsi di comparire in tribunale, evitare domande imbarazzanti o il rischio di giurare il falso.

- Riteniamo che la maggior parte dei preti coinvolti in queste cause stiano ancora nel libro paga dell’arcidiocesi. Molti sono stati sospesi, ma non privati del proprio status. Pochi, secondo noi, sono stati sottoposti a cure o messi in condizioni di non nuocere.

- La vigilanza, non la compiacenza, protegge i bambini. I cattolici dovrebbero combattere la tentazione di essere compiacenti. Praticamente nulla è cambiato nella gerarchia ecclesiastica quanto a mala gestione e segretezza nei casi di abusi sessuali, nonostante le numerose campagne pubbliche suggeriscano diversamente.

- Ogni centesimo versato ha dovuto essere strappato, grazie all’incredibile coraggio e alla perseveranza del sistema giudiziario, dalle coraggiose, indefesse, doloranti vittime degli abusi.

- La gerarchia ecclesistica cercherà di dipingere questo accordo, i procedimenti di bancarotta e ogni altra azione imposa dal tribunale, quale segno del suo interessamento. Niente di più lontano dalla verità. Questo accordo significa che Robert Brom ha avuto paura del processo e che i suoi amministratori non sono stati tanto abili da proteggere i beni della diocesi davanti ai tribunali di bancarotta. E’ terrorizzato di dover ammettere quanto la diocesi già sapeva sull’argomento e quanto poco ha fatto nei riguardi dei preti, religiosi, suore e seminaristi pedofili.

- Tante e tante volte, Brom ha sborsato centinaia di migliaia di dollari, gentilmente donati da cattolici generosi, per ritardare il processo. Facendo questo, ha anche occultato la verità, tenendo al buio i fedeli e lasciando le vittime nell’angoscia. Il suo ruolo nel coprire le centinaia di crimini sessuali del clero è deprecabile. Anche il suo attuale agire rimane deprecabile.

Cosa dovrebbe accadere ora?

I risarcimenti di solito garantiscono un minimo di guarigione e prevenzione. Ma solo se le vittime e le controparti si rendono conto che è soltanto un passo iniziale.

VITTIME

- Molte vittime di abusi sessuali da parte del clero necessitano di trattamenti di rialibitazione per distintossicarsi da droghe o alcol o di altri programmi curativi. Hanno aspettato anni per iniziare una terapia, per affrontare disordini alimentari, depressione o tendenze suicide. Questo accordo aiuterà questi individui profondamente disturbati a rimettere insieme i pezzi della loro vita e andare avanti.

- Allo stesso tempo, comunque, dopo il saldo, le vittime di abusi continueranno ad avere incubi, insonnia, astenia e comportamenti auto-distruttivi. E’ fondamentale che le vittime continuino la terapia, frequentino i gruppi di sostegno e restino in trattamento. E’ essenziale che comprendano che nessuna somma di denaro garantirà la guarigione miracolosa.

- Ma bisogna ricordarsi che per anni, a volte per decenni, si è fatto credere alle vittime che l’abuso non era mai avvenuto, che fosse colpa loro, che non era cosa grave e che non li aveva danneggiati più di tanto. Un risarcimento come questo può essere un valido riconoscimento.

FEDELI CATTOLICI:

- dobbiamo insistere affinché la chiesa sia trasparente nelle sue finanze

- dobbiamo evitare la tentazione di diventare compiacenti

GERARCHIA ECCLESIASTICA

- Ogni membro della chiesa che sospetti abusi e rimanga in silenzio o sia stato a conoscenza di abusi e li abbia nascosti, dovrebbe uscire allo scoperto, ammettendo pubblicamente di aver sbagliato e chiedere perdono alle vittime e a tutta la chiesa

- Ciascun ex-membro attivo della chiesa che sospetti abusi e rimanga in silenzio o sia stato a conoscenza di abusi e li abbia nascosti, dovrebbe uscire allo scoperto, ammettendo pubblicamente di aver sbagliato e chiedere perdono alle vittime e a tutta la chiesa

- Ogni membro della chiesa, in esercizio o meno, deve guardarsi dentro, onorare il proprio dovere civile e morale, e riportare alle autorità civili ogni sospetto o informazione di cui dispone su crimini sessuali da parte del clero, sia attuale o di vecchia data. E’ nostro dovere di cittadini riferire alla polizia ciò che sappiamo. E’ dovere della polizia determinare se l’informazione debba dar luogo a ulteriori indagini.

Traduzione di
Stefania Salomone



Martedì, 11 settembre 2007


DON GELMINI, 50 LE DENUNCE PER ABUSI

di Fiorenza Sarzanini

In 2 hanno raccontato che all’epoca delle presunte molestie erano minori
Le accuse da ex ospiti della sua comunità. Sospetti su pressioni per ritrattare. Si allunga la lista delle testimonianze


Tratto da Corriere.it

ROMA, 11 settembre 2007 — È come se avessero preso coraggio all’improvviso, trovando la forza di rivelare segreti fino ad allora apparsi inconfessabili. Sono una cinquantina le persone che durante l’estate hanno presentato formale denuncia contro don Pierino Gelmini. Si sono unite al coro di chi lo accusa di averli molestati, insidiati, a volte violentati.

La maggior parte si è presentata spontaneamente davanti al pubblico ministero di Terni. Ha ripercorso episodi di tanti anni fa che, hanno detto in molti, «mi hanno cambiato la vita». Due di loro hanno raccontato di aver subito abusi dal fondatore della comunità «Incontro» — che assiste i tossicodipendenti in programmi di recupero — quando erano minorenni. Non c’è ancora una nuova contestazione formale, ma se queste dichiarazioni trovassero conferma, la posizione del prete già indagato per violenza sessuale, potrebbe aggravarsi. Perché si tratterebbe di episodi di pedofilia e dunque un reato diverso da quello finora ipotizzato nei suoi confronti.

LE INDAGINI — I magistrati procedono con cautela, sanno bene che in casi del genere ci può essere una sorta di suggestione, talvolta anche un desiderio di rivalsa. Ma sanno anche che i collaboratori più stretti di don Gelmini si sono attivati per convincere alcuni giovani a ritrattare. In almeno due casi avrebbero cercato di incontrare chi aveva presentato la denuncia, avrebbero offerto soldi e favori per tentare di mettere tutto a tacere. E questo ha naturalmente contribuito a confermare il quadro accusatorio già delineato dai pubblici ministeri. Al fascicolo gli investigatori della squadra mobile di Terni hanno allegato decine e decine di intercettazioni telefoniche che mostrerebbero questa volontà di alcuni operatori della comunità di favorire don Gelmini. La voce del prete si sente raramente nei colloqui. Ad ascoltare le registrazioni sembra che ad occuparsi della vicenda siano i responsabili della sua segreteria. Sono loro a tenere i contatti con chi accusa, a tentare di far cambiare idea a chi ha fatto riaffiorare i ricordi. I magistrati hanno già verificato una trasferta a Torino di uno di loro che sarebbe stata organizzata per incontrare in carcere due giovani detenuti che erano stati tra i primi a presentare denuncia. Ora si va avanti. Il primo accertamento da svolgere per verificare i nuovi verbali riempiti nelle ultime settimane riguarda il periodo di permanenza di ogni giovane all’interno della comunità. Poi bisogna verificare che tipo di legami avessero con il fondatore, se ci siano stati problemi, quali siano stati i rapporti successivi. Sembra che in alcuni casi gli episodi raccontati siano molto circostanziati, che alcuni abbiano anche indicato testimoni in grado di confermare le proprie dichiarazioni. Soltanto al termine dei nuovi controlli, il magistrato deciderà eventuali provvedimenti. A metà agosto era circolata voce che potesse essere richiesta al giudice per le indagini preliminari una misura interdettiva per impedire un eventuale inquinamento delle prove. In realtà erano in corso altri riscontri e proprio in questi giorni si starebbe rivalutando la possibilità di sollecitare un pronunciamento del gip.

LA DIFESA — Inizialmente erano sei le persone che avevano raccontato le violenze. Uno ha narrato fatti risalenti al 1993, ha detto di essersi anche confidato con don Mazzi quando si è trasferito nella sua comunità. Il sacerdote ha confermato di aver ricevuto quelle confidenze, di aver consigliato al giovane di rivolgersi ad uno psicologo, di aver continuato ad aiutarlo prima di perdere le sue tracce. «Mi accusano — si era difeso don Gelmini — perché li ho allontanati dalla comunità. Alcuni di loro erano stati scoperti a compiere reati e sono stati cacciati. È la loro vendetta. Sono innocente e dunque resto assolutamente tranquillo. Porto la croce e prego per loro». Aveva anche attaccato la lobby ebraica e la massoneria come ispiratrici «di questa campagna diffamatoria contro di me» e ciò aveva spinto il suo avvocato Franco Coppi ad abbandonare la difesa. Ma poi la lista si è allungata, altri tre ragazzi sono usciti allo scoperto dopo aver saputo che era stata avviata un’inchiesta. E con il trascorrere delle settimane le denunce sono diventate decine. Adesso è possibile che don Gelmini decida di farsi nuovamente interrogare per continuare a respingere quelle che ha sempre definito «fantasie».

[DATA: 11/09/2007]



Martedì, 11 settembre 2007


Preti pedofili
Nascondere il misfatto non è rispondere alle accuse di abusi sessuali

di Andrew Hamilton

Traduzione di Stefania Salomone


06-settembre-2007
http://www.acbc.catholic.org.au/documents/2001030111.pdf
Mentre il vescovo Geoffrey Robinson stava coordinando la risposta della chiesa cattolica australiana agli abusi sessuali ad opera dei suoi ministri, è stato colpito dall’azione di disturbo dei vertici vaticani nel tentativo di imporgli il silenzio. Aveva chiesto se il celibato presbiterale e il modo in cui la chiesa esercitava il potere avessero contribuito agli abusi. Ha scritto il suo libro arguto e ben strutturato perché la sua chiesa sembrava dare maggiore importanza alla propria reputazione che alla ricerca della verità.

Il desiderio di proteggere la buona reputazione non è solo appannaggio delle chiese. Quasi tutte le organizzazioni rispondono alle critiche rifiutandole. Ma le organizzazioni idealistiche, chiese incluse, sono particolarmente sensibili alle accuse di comportamenti negativi. E’ in ballo la propria ragion d’essere. Le chiese ritengono di essere state invitate da Cristo a vivere fedelmente la propria vocazione. Molte chiese inoltre credono che lo Spirito Santo agisca attraverso l’istituzione.

Dato che la chiesa fin dagli inizi ha avuto un così alto senso della propria chiamata, ha riscontrato grosse difficoltà nel gestire i propri membri responsabili di gravi mancanze seriamente e pubblicamente. Sembrava inconcepibile che persone prescelte da Dio potessero agire in modo da tradire la propria chiamata e la chiesa a cui appartenevano. Tuttavia, l’esperienza ha insegnato che i cristiani, come ogni altro, hanno ucciso, hanno commesso adulterio, hanno perseguitato e hanno negato la propria fede.
Le chiese locali inoltre hanno dovuto decidere se riaccoglierli o meno. Alcune hanno rifiutato, altre lo hanno fatto prontamente; la maggioranza invece ha optato per riammetterli sono dopo un periodo di pubblico pentimento della durata di molti anni.
Nella maggior parte delle chiese vige il principio, "due falli e sei fuori".

Attitudini rigide o indulgenti erano spesso associate all’immagine che il popolo aveva della chiesa. Se la gente vede la chiesa prevalentemente come l’inossidabile sposa di Cristo o come l’Arca dell’Alleanza, allora è solita dimostrarsi molto severa con i peccatori. L’infedeltà o l’abbandono della nave sembravano essere situazioni senza ritorno. Se vedevano la chiesa come una rete piena di pesci, o come un campo dove grano e frumento crescono insieme, la riconciliazione era più facilmente prevista.

Finalmente le chiese hanno trovato il modo di risolvere il conflitto tra il requisito di vivere fedelmente e la riconciliazione dei suoi membri peccatori. Ma hanno dovuto affrontarne un’altra più difficile sfida. Alcuni critici hanno affermato che le azioni negative venivano perpetuate nell’ambito dell’autorità, della celebrazione e dell’azione pastorale a supporto della vita quotidiana della chiesa.

Tali accuse venivano spesso effettuate nel periodo del tardo medioevo; hanno coinciso con la necessità riformista compresa nella Riforma Protestante. La risposta cattolica fu ampiamente difensiva. Riaffermò le strutture e le modalità di azione che la Riforma attaccava, elaborando un sempre più elevato prestigio della chiesa e sviando il previsto cambiamento verso una estensione del ciclo formativo in tema di fede e disciplina. Si focalizzava sul senso del peccato e non sulla capacità delle istituzioni di corrompere la gente.

Come dimostra il vescovo Robinson nel suo libro, la chiesa cattolica ha risposto in modo simile allo scandalo degli abusi sessuali perpetuati dai suoi membri. Obbligatorietà del celibato del clero, relazioni istituzionalizzate fra clero e laici, sono state ampiamente riconfermate e sottratte ad ogni ulteriore discussione. Si continua a raccomandare una alta teologia della chiesa. Nel mentre, si è cercato di stabilire a livello locale procedure per gestire le accuse di abusi.

Questa strategia, sebbene in parte efficace, presenta chiaramente delle pecche. I membri delle chiese locali possono essere disillusi, ritenendoche la loro chiesa abbia negato la realtà degli abusi e che la risposta sia stata fredda e priva di efficacia. Continuare a non chiedersi se celibato e istituzionalizzazione del potere possano aver portato a fatti criminali contribuisce al fatto che si pensi che proprio questi siano i temi chiave.

Questi limiti sono accentuati dall’immagine teorica che la chiesa da di se stessa. Quando vediamo la chiesa come pura, come sposa di Cristo, come madre, e quando la associamo con l’immagine idealizzata di Maria, madre dell’umanità, è difficile riconciliare questa nobile immagine con la realtà, spesso arida, della vita reale della chiesa e dei suoi rapporti istituzionali.

La chiesa primitiva disponeva di svariate immagini che la potessero descrivere. Alcune di esse esprimevano la tensione tra la somma vocazione e la debole risposta. Descrivevano la chiesa come una "casta prostituta", riconducendo questa immagine al largo numero di donne di dubbia reputazione descritte nell’Antico Testamento. Queste immagini scoraggiavano decisamente la certezza che le strutture gerarchiche fossero senza peccato, stando a significare che peccatori sono gli individui stessi che vi appartengono. Scoraggiavano anche l’ipotesi che le strutture fossero senza peccato, dato che invece i singoli rappresentanti erano senza dubbio peccatori.

Una chiesa che riconosce la propria lotta per seguire la strada di Cristo non ha bisogno di difendere la propria reputazione. Può imparare dai propri errori.

 


Il sacerdote parlò con il giudice Martellino. Meluzzi: don Pierino prega per tutti, anche per gli accusatori
Don Gelmini, collaboratori indagati

La procura: avrebbero offerto favori e soldi per far ritrattare i testi


 

di Fiorenza Sarzanini

Tratto da: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/12/sarzanini.shtml


appena hanno saputo che erano arrivate le prime denunce ed era stata aperta un’inchiesta. Hanno incontrato persone, chiesto pareri illustri e poi avrebbero offerto soldi e favori. È stata proprio questa attività a far finire alcuni di loro nel registro degli indagati per favoreggiamento. La rete di don Pierino Gelmini è raccontata nelle carte processuali della magistratura di Terni. Sono i collaboratori più stretti ad essersi attivati per proteggere il fondatore della comunità «Incontro» di Amelia, indagato per violenza sessuale nei confronti di alcuni giovani tossicodipendenti ospitati nella struttura. Ma lui stesso avrebbe cercato appoggi. Per questo si sarebbe rivolto all’ex procuratore di Terni Cesare Martellino che nel 2002 aveva già archiviato un’analoga indagine. Dal magistrato, ora all’Aja come responsabile per l’Italia di Eurojust - la struttura giudiziaria europea - sarebbe poi andato uno dei volontari che da anni lavora con il sacerdote. Cinque anni fa il magistrato aveva esaminato una denuncia per molestie trasmessa dai colleghi di Bari per competenza, ma aveva ritenuto che non ci fossero gli elementi sufficienti a contestare il reato. Ora la situazione è cambiata. E da quando sono arrivate nuove decine di denunce, gli accertamenti si sono concentrati sull’attività di chi, secondo l’accusa, mirava a inquinare le prove.
Sono le intercettazioni telefoniche a rivelare le «pressioni» esercitate sui ragazzi per convincerli a ritrattare. C’è chi si accorda con uno dei segretari sulla versione da fornire prima dell’interrogatorio. Ma c’è anche una donna che racconta di aver ricevuto 4.000 euro da un prete amico di don Gelmini per convincere il figlio a mod i f i c a r e quanto raccontato a v e r b a l e . Tracce di soldi versati alle parti lese si rintracciano nella movimentazione bancaria, ma soprattutto nelle registrazioni dei colloqui e nelle dichiarazioni delle parti les e . M o l t i hanno detto di aver ricevuto promesse di denaro che però non è mai stato versato, altri hanno ammesso di averne ricevuto soltanto una parte, altri ancora giurano di aver rifiutato l’offerta proprio perché «volevamo che uscisse fuori tutta la verità». Di quello che stava accadendo don Gelmini avrebbe parlato con Martellino dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia. Durante il colloquio il magistrato si sarebbe mostrato incredulo rispetto ai provvedimenti presi dai suoi colleghi di Terni. «Ma non è possibile, avevamo già archiviato », avrebbe commentato prima di consigliare al prete di cercarsi un buon avvocato.
Qualche tempo dopo sarebbe nuovamente intervenuto come «consigliere», incontrando all’Aja uno dei volontari della comunità che aveva voluto vederlo per capire come bisognava muoversi. Gli investigatori stanno poi approfondendo i contatti tra l’avvocato Lanfranco Frezza e alcuni testimoni per capire se quanto raccontato a magistrati e poliziotti possa essere stato concordato con la difesa del sacerdote. Ieri il legale ha sostenuto che le nuove denunce presentate durante l’estate «non sono altro che un riassunto, anche fatto male, delle puntate precedenti». Il fondatore di «Incontro» si è invece affidato all’ex parlamentare di Forza Italia Alessandro Meluzzi che gli fa da portavoce: «Don Pierino continua a lavorare e prega con tenerezza per tutti i suoi ragazzi, di ieri, di oggi e di domani. Anche quelli che lo accusano. È stato sommerso da telefonate di solidarietà, ma coloro che gli sono più vicini sono preoccupati per la sua salute. Ha 82 anni e un pacemaker. Certo la sua anima è forte come la roccia, ma la salute è quella di un uomo anziano e un po’ malato».



Mercoledì, 12 settembre 2007

MESSICO
ARRESTATO PRETE PEDOFILO, PER ABUSI COMMESSI NEL 2004

Ha violentato bimba di 9 anni, accusato di altre violenze


Fonte: http://notizie.alice.it/

postato da APCOM
Acapulco (Messico), 15 set. (Ap) - Un prete cattolico è stato arrestato in Messico con l’accusa di aver violentato una bimba di 9 anni nel 2004. Il religioso, Hermilo Solis Jaimes, 51 anni, è accusato inoltre di molti altri abusi sessuali: lo rendono noto le autorità.
Il sacerdote è stato arrestato ieri mattina mentre si preparava ad aprire la chiesa nella città di Xochistlahuaca, nello Stato meridionale di Guerrero, per la messa del mattino, ha dichiarato il direttore della prigione Angel Garcia.
Solis Jaimes ha continuato a prestare servizio nella parrocchia di Xochistlahuaca anche dopo le prime denunce su presunti abusi nel 2004. Ora è in attesa di giudizio in un carcere della città di Acapulco.



Domenica, 16 settembre 2007

Preti Pedofili
Germania: copri’ prete pedofilo, vescovo Ratisbona sotto accusa

Fonte: http://www.corriere.it/

BERLINO - Altri preti coinvolti in casi di pedofilia in Germania. Il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Mueller, e’ stato accusato di aver coperto un prete pedofilo, tornato poi a compiere abusi sessuali sulle sue giovani vittime. Lo rende noto la "Sueddeutsche Zeitung". Il vescovo avrebbe ignorato il divieto imposto ai "sacerdoti condannati per pedofilia di tornare ad esercitare la loro missione pastorale in ambienti in cui possono venire a contatto con i giovani". (Agr)
 



Domenica, 16 settembre 2007

Nuovo scandalo nella chiesa fiorentina

Cinque testimoni accusano il vescovo Maniago


 

A cura di Paola D’Anna

Riportiamo di seguito un’ampia rassegna stampa su un nuovo scandalo a sfondo sessuale che coinvolge ancora una volta la chiesa fiorentina.
Non ce ne stupiamo. E’ da tempo che sosteniamo che tali episodi continuano a venire fuori semplicemente perchè la radice da cui sono generati è ancora viva ed operante e fino a quando la Chiesa Cattolica non deciderà di mettere mano seriamente al problema esso si ripresenterà con sempre maggiore insistenza.
 


 

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/18/curia_firenze_indagini_sarzanini_scandalo.shtml

Nell’inchiesta già coinvolto il parroco don Cantini, condannato dal tribunale della Chiesa. Era stato chiamato in causa da una ventina di donne

Festini e minacce a Firenze
L’indagine porta alla curia


Cinque testimoni accusano il vescovo Maniago



FIRENZE - La sentenza di condanna del tribunale della Chiesa sembrava aver chiuso la vicenda. E invece l’inchiesta penale su don Lelio Cantini, il parroco di Firenze di 82 anni riconosciuto colpevole dai suoi superiori di abusi sessuali nei confronti di alcune ragazze, adesso entra nelle stanze della curia. Esplora i rapporti tra il prete e quello che era il suo allievo prediletto, il vescovo ausiliare del capoluogo toscano Claudio Maniago. Verifica alcune denunce che lo coinvolgono in festini a luci rosse e tentativi di plagio di alcuni fedeli per costringerli a cedere le loro proprietà. L’alto prelato non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma nei suoi confronti sono già stati disposti accertamenti e controlli. I magistrati hanno acquisito i tabulati delle sue telefonate e ora si concentrano sui conti correnti bancari proprio per stabilire la fondatezza delle accuse.

La primavera scorsa, tre anni dopo l’arrivo delle prime denunce, don Cantini e la sua perpetua Rosanna Saveri si rifugiano in un convento per sfuggire al clamore che il caso ha suscitato. Oltre una ventina di donne hanno accusato il sacerdote di averle violentate quando erano minorenni. Numerosi parrocchiani sostengono di essere stati plagiati e costretti a consegnargli denaro e beni immobili. L’obiettivo dichiarato da don Lelio era quello di creare una nuova Chiesa «non corrotta» e di trovare «ragazzi da inviare in seminario per colonizzare la struttura ecclesiale». Le presunte vittime si rivolgono alla curia e poi scrivono al Papa sollecitando le sanzioni previste dai tribunali ecclesiastici in attesa che arrivi il giudizio della magistratura ordinaria. Si tratta di fatti avvenuti molti anni fa, temono che alcuni reati vadano in prescrizione. La Chiesa intanto decide di intervenire. Il 2 aprile scorso l’arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli e il suo ausiliare Maniago vengono ricevuti in Vaticano da Benedetto XVI proprio per affrontare la vicenda e decidere gli eventuali provvedimenti. Il processo penale amministrativo autorizzato dalla Congregazione per la dottrina della fede è già stato avviato.

E si conclude qualche settimana dopo con una condanna che lo stesso Antonelli definisce «esemplare»: don Cantini è colpevole non soltanto di abusi sessuali, ma anche di «falso misticismo e controllo delle coscienze». Un plagio dunque. Il parroco non potrà più svolgere alcuna attività, viene di fatto interdetto. Il provvedimento del cardinale si chiude con la difesa della «serietà, della dedizione e della fedeltà del vescovo Maniago». In procura alcuni testimoni raccontano però una diversa verità. Due dipendenti della curia e due sacerdoti accusano Maniago di aver sempre saputo quale fosse la vera attività di don Cantini, che era il suo padre spirituale, e di averlo «coperto». Lo accusano soprattutto di aver partecipato alla gestione del patrimonio immobiliare sottratto ai parrocchiani. Poi vanno oltre e sostengono che anche lui avrebbe partecipato a festini a luci rosse. Parlano di diversi episodi, l’ultimo sarebbe avvenuto nel 2003. «Più volte - affermano - ci ha minacciato per costringerci al silenzio, ma adesso non possiamo più tacere».

I magistrati li ritengono attendibili e dispongono verifiche mirate. Acquisiscono i tabulati di un cellulare intestato alla curia di Firenze che risulta in uso al vescovo Maniago. Verificano le chiamate effettuate e ricevute tra gennaio e giugno scorsi. Accertano numerose telefonate tra lui e la perpetua, scoprono che almeno due volte l’alto prelato ha contattato il convento dove don Cantini si era rifugiato. Adesso vogliono scoprire il motivo di quelle conversazioni. Capire se sia giustificato dallo svolgimento del processo o se invece nasconda la volontà di accordarsi con i due. Il 21 aprile si presenta in procura Paolo C., 40 anni. Dice di aver deciso di parlare dopo aver letto i giornali, aver saputo quanto stava accadendo. E torna indietro di dieci anni. «Era agosto 1996 - racconta - e io, che sono omosessuale, avevo messo un annuncio su un giornale, nella rubrica "incontri sadomaso". Attraverso il fermo-posta fui contattato da una persona che mi diede appuntamento alla Certosa. Quando arrivò mi accorsi che era un sacerdote. Mi portò in una parrocchia vicino Cecina dove c’era anche un dormitorio estivo. Mi disse di chiamarsi don Andrea. Lì trovammo un altro prete e due ragazzi, certamente meridionali. Ebbi con lui un rapporto sessuale, poi rimasi la notte. Il giorno dopo mi dissero che sarebbe arrivato quello che loro chiamavano "il padrone". La sera ci fu l’incontro di gruppo, quel sacerdote l’ho riconosciuto in fotografia. Era Claudio Maniago ».

L’uomo entra nei dettagli, si sofferma sui particolari. «A un certo punto dissi basta, non potevo continuare». Paolo C. ricorda la sua fuga, la crisi. Dice di averne parlato con don Andrea «che in seguito mi aveva contattato varie volte». E aggiunge: «Mi offrirono dei soldi, poi mi fecero un bonifico. Avevo paura che si potesse pensare a una sorta di estorsione per comprare il mio silenzio, ma loro mi dissero che volevano farmi soltanto un’offerta». Sono poco più di tre milioni di lire. Il testimone fornisce i dati per risalire all’operazione, i pubblici ministeri delegano la polizia a effettuare le verifiche. Il passaggio di denaro viene rintracciato sulla Banca delle Marche. Ora proseguono gli accertamenti patrimoniali per scoprire se ci siano stati altri episodi analoghi. Soltanto quando il quadro sarà completato si deciderà se formalizzare le accuse. Prima dell’iscrizione nel registro degli indagati i magistrati vogliono incrociare i dati a disposizione ed effettuare altri riscontri.

Fiorenza Sarzanini



http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo379822.shtml

Firenze sadomaso, la Curia indaga


Presunto coinvolgimento vescovo Maniago


Orge sadomaso e minacce ai testimoni. Questo il terribile sospetto che aleggia sul capo di Claudio Maniago, vescovo ausiliare di Firenze e allievo prediletto di don Lelio Cantini, il parroco di Firenze di 82 anni riconosciuto colpevole dai suoi superiori di abusi sessuali nei confronti di alcune ragazze. Ora anche la Curia vuol vederci chiaro, dopo che è stato reso noto che gli inquirenti intendono stabilire quali rapporti vi fossero tra loro.
La vicenda
Dopo tre anni di voci, accuse e denunce, don Cantini e la sua perpetua Rosanna Saveri, travolti dallo scandalo a luci rosse, si rifugiano in un convento per sfuggire al clamore che il caso ha suscitato. Perché sono ormai almeno venti le donne che accusano il sacerdote di averle violentate quando erano minorenni. Numerosi parrocchiani sostengono di essere stati plagiati e costretti a consegnargli denaro e beni immobili.
Oltre alla magistratura, intervengono le alte sfere ecclesiastiche, con papa Benedetto XVI deciso a far chiarezza. Le "indagini" interne, come riportao Corriere e Repubblica, terminano con una condanna esemplare: don Cantini è colpevole non soltanto di abusi sessuali, ma anche di "falso misticismo e controllo delle coscienze". Il parroco non potrà più svolgere alcuna attività, viene di fatto interdetto. Il provvedimento si chiude con la difesa della "serietà, della dedizione e della fedeltà del vescovo Maniago", il quale viene però accusato da alcuni testimoni raccontano di aver sempre saputo quale fosse la vera attività di don Cantini, che era il suo padre spirituale, e di averlo "coperto".
I magistrati ritengono attendibili tali testimoni, soprattutto uno. Accertano numerose telefonate tra lui e la perpetua, scoprono che almeno due volte l’alto prelato ha contattato il convento dove don Cantini si era rifugiato. In particolare un uomo, che si dichiara omosessuale, racconta un episodio del ’96. "Avevo messo un annuncio su un giornale, nella rubrica ’incontri sadomaso’".
"Attraverso il fermo-posta - prosegue - fui contattato da una persona che mi diede appuntamento alla Certosa. Quando arrivò mi accorsi che era un sacerdote. Mi portò in una parrocchia vicino Cecina dove c’era anche un dormitorio estivo. Mi disse di chiamarsi don Andrea. Lì trovammo un altro prete e due ragazzi, certamente meridionali. Ebbi con lui un rapporto sessuale, poi rimasi la notte. Il giorno dopo mi dissero che sarebbe arrivato quello che loro chiamavano ’il padrone’. La sera ci fu l’incontro di gruppo, quel sacerdote l’ho riconosciuto in fotografia. Era Claudio Maniago".
Il testimone prosegue precisando di essere stato ricontattato da questo don Andrea che gli offrì dei soldi, oltre tre milioni di lire: "Avevo paura - ha verbalizzato - che si potesse pensare a un’ estorsione per comprare il mio silenzio, ma loro dicevano di volermi fare soltanto un’offerta". Ora la Procura verificherà quanto di vero c’è in questa ricostruzione e se e quanto il vescovo Maniago, che non risulta ancora indagato, coprì don Cantini.




http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200709articoli/25846girata.asp

Firenze, bufera sul vescovo:
"E’ lui quello dei festini"


Accuse contro l’ausiliare Maniago: «Orge sado-maso e minacce ai testimoni»

GUIDO RUOTOLO



FIRENZE


Anche il Vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago, chiamato in causa da alcuni testimoni tra cui due sacerdoti e due dipendenti civili della Curia stessa, è finito nel tritacarne dei sospetti, dei veleni, delle accuse indicibili che stanno destabilizzando la Chiesa fiorentina, e che ha visto già una testa cadere, quella di don Lelio Cantini, ex parroco della chiesa «Regina della Pace», indagato - insieme alla sua perpetua «veggente», Rosanna Saveri - dalla Procura di Firenze per violenze sessuali, psicologiche e plagio.

Lo scandalo di don Cantini
Don Cantini è già stato «condannato» dal Vescovo, il cardinale Ennio Antonelli, al termine di un processo canonico - «essendo i fatti a lui contestati ormai lontani nel tempo e giuridicamente prescritti» -, al divieto (per cinque anni) di confessare, di celebrare messa e gli altri sacramenti, di assumere incarichi ecclesiastici. Ma quelle accuse, anche se lontane nel tempo (le violenze anche contro ragazze minorenni dai 12 ai 17 anni) sono state ritenute fondate. E l’inchiesta aperta dalla Procura di Firenze avrebbe anche raccolto testimonianze di abusi e di violenze più recenti.

Nell’ambito di questa indagine sono emerse le accuse nei confronti del vescovo ausiliare, Claudio Maniago, che «sapeva» cosa faceva don Cantini e lo avrebbe protetto, coprendolo anche nella gestione (privatistica) del patrimonio immobiliare, frutto delle «donazioni» dei parrocchiani. Di più, secondo le testimonianze raccolte in Procura, anche il Vescovo Maniago avrebbe partecipato a degli incontri sessuali, l’ultimo nel 2003, e avrebbe «minacciato» i testimoni esortandoli al silenzio. L’alto prelato non sarebbe stato ancora formalmente iscritto sul registro degli indagati, anche se la Procura di Firenze ha avviato nei suoi confronti delle verifiche investigative sulla base dei testimoni che lo accusano: sono stati setacciati i tabulati telefonici del cellulare a lui riferibile e portate a termine, sembrerebbe con esiti positivi, delle prime verifiche bancarie. Storie indicibili, di festini a luci rosse. Le vittime delle violenze subite da don Cantini già nel 2004 si rivolsero al Vescovo Maniago, per chiedere aiuto. Ma non accadde nulla. Solo un anno dopo, si rivolsero al Vescovo Antonelli e il 20 marzo del 2006 addirittura a Sua Santità Benedetto XVI, a papa Ratzinger.

Il 21 aprile scorso, il pm Paolo Canessa, riceve nel suo ufficio un uomo, P. C., gay dichiarato, che ha riconosciuto nella foto pubblicata sulle pagine locali di un quotidiano il vescovo Maniago, come colui che partecipò, nell’agosto di dieci anni fa, a un incontro «sadomaso». «Feci un annuncio sul periodico “Contattiamoci” nella rubrica “sadomaso” - verbalizza il testimone - e un giorno fui chiamato da una persona che poi seppi essere un sacerdote che si presentò come “don Andrea”, che mi diede appuntamento alla Certosa del Galluzzo a Firenze e che poi mi portò sulla costa vicino Cecina. Ebbi un primo rapporto con don Andrea, che poi mi ospitò in quella che indiscutibilmente era la canonica di una chiesa. La mattina dopo, don Andrea e un altro sacerdote, don Mauro, mi dissero di prepararmi che sarebbe arrivato il “padrone”. C’erano anche due “ragazzi di vita”, meridionali... Il “padrone” l’ho riconosciuto in fotografia, era Claudio Maniago...».

Storia incredibile, quella verbalizzata da P. C. (in parte accennata sulle pagine locali di un quotidiano e per questo l’uomo è stato minacciato). Il testimone racconta della sua crisi, quella sera, del suo abbandono, della fuga. E che fu ricontattato da don Andrea che gli offrì (e poi diede) dei soldi, oltre tre milioni di lire: «Avevo paura - ha verbalizzato - che si potesse pensare a un’ estorsione per comprare il mio silenzio... ma loro dicevano di volermi fare soltanto un’offerta...».

I soldi e la crisi
P. C. ha indicato al pm Canessa la possibilità di trovare dei riscontri: «Quei soldi mi furono bonificati sul conto della agenzia 1 della Banca di Iesi (poi Banca delle Marche ndr.)». Effettivamente, dai primi accertamenti confermano una movimentazione proprio in quel periodo. Un «indizio» che non prova nulla ma che, evidentemente, rappresenta per gli inquirenti un punto a favore della credibilità del testimone. Ma non è soltanto questa «accusa» ad aver convinto la Procura di Firenze ad allargare le indagini sugli abusi sessuali compiuti da don Cantini, il padre spirituale, il «maestro» che ha guidato il Vescovo Maniago nel suo percorso che lo avrebbe portato ad indossare la tonaca. Ci sono i testimoni della Curia. E l’inchiesta del pm Canessa adesso vuole verificare la fondatezza di quelle «accuse».

 



Mercoledì, 19 settembre 2007

Hans Kung su abusi sessuali

 

Lancer 92112 da internet scrive: 

In un intervista a BeliefNet.com, Hans Küng ha affermato che il Vaticano sapeva da decenni degli abusi sessuali compiuti dai preti e della cattiva gestione dei vescovi. 

Secondo te perché hanno permesso che tutto continuasse per tanto tempo?

Caro Lancer,
 

Hans Küng  è probabilmente il teologo più quotato del XX secolo. Docente di teologia alla University of Tübingen, è uno dei leader più schietti del Concilio Vaticano II che iniziò con la Riforma della Chiesa Cattolica sotto il grande papa Giovanni XXIII. Fu poi rimosso dal ruolo di docente perché parte di uno stuolo di pensatori liberali perseguitati da Giovanni Paolo II e successivamente dal Cardinale Joseph Ratzinger, che guida ora il Vaticano come Papa Benedetto XVI.

Ho letto la maggior parte dei suoi scritti. Gli ho chiesto di tenere una conferenza al clero della mia diocesi dopo la sua estromissione. Ho anche frequentato le sue lezioni all’Union Theological Seminary di New York. Abbiamo mangiato insieme in tre occasioni. Ti dico queste cose per dimostrarti la mia grande ammirazione ed affetto per Hans Küng. Ritengo inoltre che egli conosca molto bene le trame e i sotterfugi della chiesa cattolica, quindi credo che se ha detto le cose che gli sono state attribuite nell’intervista al BeliefNet interview, sono certo che sono veritiere.

Sono praticamente sicuro che i preti che hanno commesso abusi sessuali fossero ben conosciuti alle autorità della chiesa cattolica da anni. C’è una lunga storia di vescovi ed arcivescovi che hanno spostato i preti accusati in altre giurisdizioni invece di affrontare il problema. Sono dell’opinione che sia l’abuso che la sua copertura fossero approcci sistematici, molto più siffusi di quanto sia venuto fuori fino ad ora. Forse è questa la modalità con la quale si è permesso che gli abusi continuassero. Se fosse così esteso come noi riteniamo, deve aver coinvolto persone nelle alte sfere inclusi vescovi, arcivescovi e cardinali. Una indagine approfondita e una completa e onesta ammissione avrebbero rappresentato un attacco talmente grave all’integrità di questa istituzione che hanno ritenuto meglio procedere con disonestà, nascondendo la verità. Ovviamente, alla lunga, l’affidabilità della chiesa stessa è diminuita e l’esodo dei suoi membri che è cominciato come una goccia, è divenuto un fiume.

Non credo che le autorità ecclesiastiche cattoliche si siano ancora rese conto di quanti laici sono stati colpiti dal suo atteggiamento. E nemmeno credo che ci sia stata fino ad oggi una rivelazione completa, quindi il problema andrà ancora per le lunghe. La dottrina cattolica ha preteso la repressione di una sana sessualità a servizio dell’istituzione. Purtroppo, quando una sana sessualità viene repressa, emerge quella insana. Essa si  manifesta attraverso la pornografia e l’abuso di minori. Forse Roma dovrebbe ricominciare chiedendosi perché l’astinenza è un pre-requisito per la leadership. E’ lì, credo, che la malattia entra a far parte della tradizione.

Grazie per aver sollevato il problema.

- John Shelby Spong



 

traduzione di Stefania Salomone

 


Nuovo capitolo nell’estate nera della chiesa
Foto porno nel pc del prete indagato

di ALBERTO GAINO

Torino, un ex ragazzo di vita: «Don Nino fu il primo ad abusare di me, in parrocchia»


Riprendiamo questo articolo dal quotidiano La Stampa di Torino: http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200709articoli/4535girata.asp
 


 

TORINO
I carabinieri hanno rintracciato immagini pornografiche nel computer del più giovane dei tre sacerdoti torinesi indagati per violenza sessuale, dopo le accuse contro di loro di Salvatore Costa, 25 anni, ex ragazzo di vita, arrestato due volte per estorsione negli ultimi due mesi e tuttora in carcere. Le immagini scaricate dal portatile di don Nino Fiori suggeriscono un interesse omosessuale che potrebbe supportare, se non il dettaglio delle rivelazioni, almeno la scelta del «ricattatore dei preti» di chiamare in causa il sacerdote.

Costa ha fatto il nome di Fiori solo dopo il secondo arresto, deciso dal gip Emanuela Gai con un’ordinanza durissima: «E’ un ricattatore di professione». Ritrovatosi di fronte al pm Cristina Bianconi, in quei giorni di agosto, Costa fu pesante nei confronti di don Fiori: «Fu lui, quando ero giovanissimo, il primo ad abusare di me nella stanza che occupava in parrocchia, a Moncalieri, dove mi ospitava la notte».

L’avvocato Mauro Ronco, difensore di Fiori, risponde a muso duro: «Il sacerdote ha conosciuto Costa solo in quest’ultimo anno e in ragione delle assai poco commendevoli richieste dell’uomo al canonico Vaudagnotto. L’uno officiava in Duomo, l’altro nella vicina chiesa di San Lorenzo. Del resto, a Moncalieri don Fiori ha operato in un periodo molto successivo a quello indicato da Costa». In serata, rimbalzata in tv la notizia che le tracce di consultazioni di siti pornografici sono state rinvenute nel pc di don Fiori, non è stato più possibile rintracciare il legale.

Costa ricattava da tempo il canonico settantenne Mario Vaudagnotto, cerimoniere della Curia - che gli ha consegnato 30 mila euro - e l’ex economo del liceo salesiano Valsalice, don Luciano Alloisio, poco più giovane. Quest’ultimo fece intervenire i carabinieri in strada all’atto della consegna a Costa degli ultimi 2 mila euro. L’estorsore confessò e uscì di galera in due giorni.

Una volta libero, Costa si offre di ritrattare l’accusa di aver avuto anche da minorenne rapporti sessuali con don Alloisio, in cambio di 30 mila euro. Una telefonata della sua convivente rivela tante cose: «Salvo dice “Io ritratto e però mi devono togliere la cosa di estorsione... io ritratto tutto... e mi faccio lasciare la calunnia, tanto in tre mesi... ma che c... me ne frega, mi danno gli obblighi di firma».

I pm Cristina Bianconi e Manuela Pedrotta ne ottengono il riarresto. I carabinieri raccolgono testimonianze sulla vita da «miserabile» del giovane, che ricorda certi personaggi di Dumas padre: buttato fuori di casa a 14 anni, finito in via Cavalli a prostituirsi, rapine ai trans e ai clienti, la mano tesa nelle parrocchie, finché un certo assistenzialismo-ricattatorio non è diventato lavoro, modus vivendi. Don Franco Martinacci, rettore della chiesa di San Lorenzo, riferisce ai carabinieri: «Ho assistito a minacce di Costa nei confronti di don Vaudagnotto».

L’estorsione, per l’accusa, si consuma in una frase: «Se non mi paghi, svelo i rapporti che hai avuto con me quando avevo 18 anni». Don Vaudagnotto ha riferito ai pm di avergli dato denaro per carità cristiana. La stessa versione di don Alloisio. Che, in una perquisizione a casa sua, ha però rivelato a un carabiniere di aver avuto rapporti con ragazzi di via Cavalli. Non con Costa. E’ comunque credibile il loro accusatore? Uno che, intercettato, dice al telefono, parlando del suo primo avvocato: «Lo mando a fan... all’interrogatorio, faccio finta che m’ha molestato due bambini davanti a me. Lo rovino».

La procura deve cercare riscontri alle dichiarazioni di Costa. Per tre giorni, a fine agosto, l’ha «rispremuto» per sapere dei ricatti ai sacerdoti che «duravano da anni». I pm hanno rintracciato uno dei tre compagni di sventura indicati da Costa come testimoni dei suoi rapporti con i sacerdoti. E il suo ultimo avvocato, Basilio Foti, si è visto respingere l’istanza di arresti domiciliari «perché sono ancora in corso le indagini».
 



Domenica, 23 settembre 2007

Arrestato don Mosa, parroco di Certosa

E’ in carcere accusato di violenza sessuale


 

di Adriano Agatti

Riprendiamo questo articolo da:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Arrestato-don-Mosa-parroco-di-Certosa/1789107/6


 

Per il pm ha aggredito una parrocchiana PAVIA. Il parroco di Certosa, don Michele Mosa, 44 anni, è stato arrestato nella notte tra domenica e ieri. L’accusa è pesante: violenza sessuale. Don Michele Mosa, che è anche insegnante di religione al liceo classico Ugo Foscolo di Pavia, e che ha preso la guida della parrocchia di Certosa due anni fa, dopo essere stato parroco a Albuzzano e coadiutore a Santo Spirito a Pavia, è stato fermato in piena notte in paese. Una donna ha chiamato i carabininieri: venite, una persona mi ha aggredita e ha tentato di violentarmi. Era da poco passata l’una di notte. E i carabinieri del pronto intervento arrivati sul posto hanno trovato la persona di cui parlava la donna al piano terra della casa da cui proveniva la telefonata. Lo hanno subito identificato: era don Michele Mosa. Il parroco del paese. A quanto risulta dalle prime ricostruzioni del fatto l’uomo si era nascosto in un ripostiglio usato come ricovero delle biciclette. E’ stato così arrestato e portato in carcere.


Ecco come si sarebbero svolti i fatti secondo la denuncia della donna. E. C., 39 anni avrebbe raccontato che don Michele, uscendo forse dalla porta posteriore della canonica, si sarebbe avvicinato al cancello della sua abitazione poco prima di mezzanotte proprio mentre lei rincasava dopo il fine settimana passato fuori. Ci sarebbe stata una breve conversazione, forse una richiesta di entrare in casa a cui lei si sarebbe opposta. Senza successo.

Lui non avrebbe desistito infatti dal suo proposito e quindi l’avrebbe seguita in casa. Qui sarebbe avvenuta l’aggressione con il tentativo di violenza. Toni di voce alti e trambusto avrebbero svegliato la figlia della donna che si era anche messa a gridare per chiedere aiuto. Proprio le urla della ragazzina avrebbero messo in fuga l’aggressore troppo focoso che forse non pensava ci fossero altre persone in casa.

A quel punto la donna ha chiamato il 112 e i militari, al loro arrivo, hanno trovato il parroco che forse era tornato sui suoi passi per cercare di calmare la signora. E’ stato bloccato e, a seguito del racconto della donna, e dopo una breve interrogatorio è arrestato su disposizione del pm Maura Ripamonti.

Questa mattina è prevista l’udienza di convalida dell’arresto. Il parroco sarà assistito dall’avvocato Orietta Stella.(25 settembre 2007
 




Martedì, 25 settembre 2007

Suora pedofila confessa: Frequenti rapporti con bimbi delle elementari

di Alessandro Capece

Una suora cattolica americana si è presentata spontaneamente in tribunale per denunciare un reato che aveva commesso quarant’anni prima.


Fonte:

http://www.resistenzalaica.it/index.php?option=com_content&task=view&id=481&Itemid=1

sabato 22 settembre 2007

Per liberarsi del macigno che opprimeva la sua coscienza, suor Norma Giannini ha raccontato ai giudici del tribunale di Milwaukee che tra il 1960 e il 1968 aveva avuto frequenti rapporti sessuali con i ragazzi che frequentavano la scuola elementare adiacente al convento in cui viveva e che gli incontri si svolgevano dove capitava.
Undici anni fa - riporta W.I.S.N., il foglio della emittente televisiva locale - la religiosa si era confidata con il titolare dell’arcidiocesi da cui dipendeva, ma questi si era limitato a proibirle di avere contatti con i bambini.
Lo scorso anno tuttavia i giovani che erano stati precocemente avviati all’esperienza sessuale hanno deciso di denunciarla e il tribunale a cui si sono rivolti le ha contestato il reato di comportamento indecente con i minori.
Dopo la deposizione, considerate le sue cattive condizioni di salute, i giudici le hanno concesso, dietro pagamento di una cauzione di 10.000 dollari, di tornare nella casa di cura dove era stata ricoverata.
L’ondata di scandali che sta flagellando gli Stati Uniti senza sosta ha scosso i giudici, che, nel tentativo di evitare che il Paese ne venga travolto, hanno proclamato la tolleranza zero nei confronti di coloro che esercitano violenza sui minori. Se fosse riconosciuta colpevole, suor Norma rischierebbe pertanto una condanna tra i quindici e i venti anni di reclusione.
A differenza che negli altri Paesi, dove esistono numerosi siti che denunciano la pedofilia delle suore, da noi persiste un certo pudore nel trattare un simile argomento. L’ultimo sondaggio sulla opportunità di punire i responsabili di un reato così obbrobrioso ricorrendo alla castrazione chimica ha raggiunto tuttavia il 92% dei consensi, segno che anche gli italiani pensano che sia stato stato superato il livello di guardia e che quindi la soluzione del problema non possa essere ulteriormente rinviata.



Martedì, 25 settembre 2007


Le mele marce impazzano

di Alessandro Capece

Aumenta a dismisura il numero dei vescovi beccati mentre si comportavano in modo poco consono al loro ruolo e costretti alle dimissioni.


Fonte:

http://www.resistenzalaica.it/index.php?option=com_content&task=view&id=486&Itemid=1

Il sesso si sta facendo strada a tutti i livelli persino nelle strutture clericali che sembravano destinate a esserne indenni. Respinto finora al grido "Vade retro, Satana", oggi ha vinto la sua millenaria battaglia, conseguendo l’ambizioso obiettivo di distruggere la dignità dei prelati che occupano gli scranni più alti nella scala gerarchica. Da un timeline del sito dei "Sopravvissuti agli abusi del clero", che riporta notizie riprese dai network di tutto il mondo, apprendiamo che il frutto proibito è così gustoso che neppure i vescovi riescono più a resistere al suo richiamo. Costoro sceglievano le persone da violentare tra donne sole, preti sottomessi, orfani, genitori vhe vivevano nella miseria più nera e parrocchiane bisognose di affetto. Hanno abusato dei preti che dipendevano da loro, ad esempio, Patrick Ziemann, Rembert Weakland, Bernard Law e Julius Paetz. Il primo è stato accusato da un prete che aveva rubato i fondi della parrocchia di averlo sodomizzato per punirlo di quanto aveva fatto, ma il vescovo ha obiettato che col tempo la relazione era diventata consensuale, come se questo costituisse una esimente. Il secondo ha messo a tacere con 450.000 dollari un suo dipendente che aveva violentato attirandolo in una trappola. Gli altri due si sono limitati a molestare un discreto numero di preti che appartevano alla loro parrocchia.

Hanno ingravidato le loro parrocchiane, tradendo la loro fiducia, Eugene Marino, Robert Sanchez, James Mc Carthy, HansJoerg Vogel, Robert Wright. Sono stati condannati per pedofilia Keith Symmons, Antony O’ Connell, Kendrick Williams, Hubert O’ Connor, Hans Herman Groer e Edgardo Storni, per aver perseguitato per anni ragazzi e ragazze, studenti e seminaristi di tutte le età e appartenenti a tutte le parrocchie dei dintorni. Sono stati accusati di aver nascosto gli abusi dei loro preti Thomas O’ Brien, Alfonso Penney, John Aloysius Ward e Brendon Komiskey. Casi particolari sono quelli di Eamon Casey e Franziscus Eisenback. Il primo ha confessato di aver comprato il silenzio della madre di un bambino di cui si era incapricciato e il secondo ha approfittato di una donna che fingeva di esorcizzare.

La stranezza dei comportamenti e gli eccessi a cui si sono lasciati andare prelati tenuti nella più alta considerazione per la loro specchiata condotta fa pensare ai crolli morali improvvisi e spaventosi che preannunciano la fine di una civiltà.



Mercoledì, 26 settembre 2007


Preti pedofili - l’opinione
Omertà vaticana

di Rosario Amico Roxas

« Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento »

E’ la formula di un giuramento che ha valenza sacrale, ma ci appare anche piena di omertà, quasi un sigillo o una coltre di silenzio che deve calare su fatti che coinvolgono un oprocedimento.
Risulta inquietante l’analogia che emerge con il giuramento che si recita nella iniziazione mafiosa, ma non si tratta di mafia, si tratta della formula che impone il silenzio (o l’omertà) all’interno della lettere riservata inviata dal vaticano a tutti i cardinali, vescovi e monsignori, redatta nel 1962 dal cardinale Ottaviani e confermata nel 2001 dal cardinale Ratzinger, ben nota come “Crimen sollecitationis”.
Il testo latino recita testualmente:
« Spondeo, voveo ac iuro, inviolabile secretum me servaturum in omnibus et singulis quae mihi in praefato munere exercendo occurrerint, exceptis dumtaxat iis quae in fine et expeditiones huius negotii legitime publicari contingat. »

Non vogliano entrare nel merito delle decisioni del Vaticano, ma si tratta di valutare non soltanto peccati contro la morale, che sono di competenza della Chiesa, ma di reati penali che lo Stato ha il diritto/dovere di perseguire.
Così ci chiediamo: perché un vescovo che viene a conoscenza del comportamento di un proprio sacerdote, peccaminoso per la Chiesa, ma delittuoso per l’autorità civile, non ne deve informare la magistratura dello Stato dove il reato è stato commesso ?

Per bocca del cardinale Bertone, segretario di Stato dello Stato città del Vaticano, così risponde:
“ Le Norme di cui stiamo parlando si trovano all’interno di un ordinamento giuridico proprio, che ha un’autonomia garantita, e non solo nei Paesi concordatari. Non escludo che in particolari casi ci possa essere una forma di collaborazione, qualche scambio di informazioni, tra autorità ecclesiastiche e magistratura. Ma, a mio parere, non ha fondamento la pretesa che un vescovo, ad esempio, sia obbligato a rivolgersi alla magistratura civile per denunciare il sacerdote che gli ha confidato di aver commesso il delitto di pedofilia. Naturalmente la società civile ha l’obbligo di difendere i propri cittadini. Ma deve rispettare anche il «segreto professionale» dei sacerdoti, come si rispetta il segreto professionale di ogni categoria, rispetto che non può essere ridotto al sigillo confessionale, che è inviolabile.”

Si potrebbe obiettare che tutto ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientri nel «segreto professionale» di un sacerdote...quindi divulgabile….

Ma è sempre il cardinale Bertone che si assume l’onere di rispondere:

”È ovvio che si tratta di due livelli differenti. Ma la questione è stata ben spiegata dal cardinale Ersilio Tonini durante una trasmissione televisiva: se un fedele, un uomo o una donna, non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote per avere dei consigli perché ha paura che questo sacerdote lo possa denunciare; se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato... allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza. »

Ma così emerge la libertà di delinquere, in nome e per conto della libertà di coscienza.

Se oggi un prete pedofilo, ammonito con una sentenza segreta del tribunale ecclesiastico, possibilmente trasferito per evitare pettegolezzi, come è troppo spesso accaduto, ripetesse le parole di Cristo: “Lasciate che i fanciulli vengano a me”, non suonerebbero più come una minaccia che come un paterno invito ?

E che fine fa, così, la maledizione divina quando Cristo stesso dice che “Coloro che daranno scandalo a questi innocenti farebbero meglio a legarsi una macina da mulino al collo e buttarsi in mare” ?
Non c’è affatto l’impressione che dal Vaticano si vogliano adeguatamente punire i colpevoli del più odioso dei crimini, perché perpetrato a danno di bambini innocenti, facile preda dell’autorevolezza che traspare dall’abito talare, indegnamente indossato.

Rosario Amico Roxas



Giovedì, 27 settembre 2007

Chiesa tedesca e pedofilia, scandalo a Regensburg

di Barbara Marino

Riprendiamo questo articolo di Barbara Marino (per contatti:
redazione@incasaitalia.com) del 27/09/2007 dal sito di Korazim.org. Lo abbiamo trasformato in formato PDF per facilitare la lettura e la stampa.
 


 

Pagina originale: http://www.korazym.org/news1.asp?Id=25447


Chiesa tedesca e pedofilia, scandalo a Regensburg

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Giovedì, 27 settembre 2007

Clero e pedofilia in Germania. Interviene il cardinale Lehman

di Barbara Marino

Riprendiamo questo articolo da Korazim (http://www.korazym.org/news1.asp?Id=25483)


 

Anche l’assemblea dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg. Il card. Karl Lehman: tolleranza zero e biasimo indiretto per il vescovo Müller. Nuovi dettagli dalla corte d’appello di Nürnberg ...

Articolo precedente su Korazym.org: Scandalo a Regensburg
Un sacerdote cattolico di 39 anni, pregiudicato per pedofilia, arrestato. "Era già stato condannato, il vescovo sapeva". Cosa sapeva il vescovo? E perché non ha informato i cittadini di Riekofen, dei precedenti per reati di pedofilia del parroco?

Anche l’assemblea plenaria autunnale dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg, durante la sessione finale del 27 settembre. Il giorno successivo, nel corso della Conferenza stampa conclusiva, il card. Karl Lehman ha criticato indirettamente anche il comportamento del vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller. Alla vigilia della riunione, quest’ultimo si era difeso per aver reintegrato il 39enne sacerdote pregiudicato nella pastorale, come parroco a Riekofen e Schönach, nella regione Oberpfalz. Mons. Müller aveva giustificato la sua condotta davanti ai giornalisti prima dell’inizio della riunione della Conferenza episcopale, dicendo che il parroco già condannato per atti pedofili, era stato considerato curato e guarito, e che si dovrebbe dare ad ognuno una seconda possibilità, nello spirito di Gesù.

Intanto, sono venuti a galla nuovi dettagli, compromettendo ulteriormente la curia vescovile di Regensburg. Si è appreso che prima di reintegrare nella pastorale come parroco il sacerdote pregiudicato per abuso sessuale di un minorenne, la diocesi aveva chiesto alla corte d’appello di Nürnberg, se l’uomo potesse ancora lavorare nella pastorale parocchiale. Il fatto che alza il grado di responsabilità del vescovo di Regenzburg, è stato riferito dall’edizione domenicale del prestigioso quotidiano di Frankfurt am Main, il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung. La risposta era stata chiara: ruolo pastorale possibile, ma soltanto alla condizione per il sacerdote di non avere più alcun contatto con i bambini e di essere tenuto sotto sorveillanza. Ciononostante, don Peter K. nel settembre 2004 fu nominato dal vescovo Müller parroco di Riekofen e del paese limitrofo Schönach, oltre che insegnante di religione.

Dopo il vescovo di Fulda, mons. Heinz Josef Algermissen, che in un’intervista alla Bayerische Rundfunk aveva biasimato pubblicamente l’operato del vescovo di Regensburg, mons. Gerhard Ludwig Müller (in particolare, mons. Algermissen avevo sostenuto che il sacerdote pregiudicato non avrebbe più potuto lavorare con bambini), anche il capo dei vescovi tedeschi e vescovo di Mainz card. Karl Lehmann, per la prima volta, ha affrontato in pubblico il caso. La Chiesa vuole "con tutte le forze portare alla luce abusi", ha assicurato durante la Conferenza stampa di giovedì. Nel caso di abuso sessuale, ha detto, un sacerdote che "si è reso colpevole, per nessun motivo può ancora essere impiegato nella "pastorale normale". E in nessun caso può ancora lavorare a contatto con bambini.

L’Ufficio stampa della Conferenza episcopale tedesca aveva annunciato che la riunione plenaria di Fulda si sarebbe occupata di questioni puramente pastorali. Il tema dell’abuso sessuale non era all’ordine del giorno (non è forse una questione pastorale, oltre che penale?). Una decisione che ha turbato molte famiglie cattoliche tedesche. E anche se il cardinale Lehmann ha spiegato che nessuno dei 71 vescovi ordinari e ausiliari aveva chiesto di mettere il tema in agenda (neanche "dopo diversi solleciti"), la questione è stata discussa per più di due ore. Su richiesta di molti vescovi, l’ultimo giorno mons. Müller ha informato l’assemblea plenaria dei fatti successi nella sua diocesi. Una spiegaziona intensa di due ore mezza - ha detto mons. Lehmann, che ha mostrato come questo settore sia "contestuale, differenziato, vulnerabile e delicato".

Il card. Lehmann ha sottolineato, come ogni caso di abuso sessuale nella Chiesa cattolica sia "un caso di troppo" e ha assicurato che è profondamente addolorato per i casi di abusi su bambini. I fatti di Regensburg hanno mostrato, che in ogni caso si deve procedere duramente, ha aggiunto. I vescovi tedeschi deplorano profondamente i danni, ha dichiarato, che sono stati provocati alle vittime e a loro famiglie. Fermo restando che per un sacerdote condannato non ci dovrebbero essere impieghi pastorali, rimane da chiedersi come sistemare persone simili. A una domanda di una giornalista, se la comunità parrocchiale coinvolta di Riekofen non sia stata presa sul serio, perché era stata lasciata all’oscuro del relativo passato del loro parroco, ha risposto il card. Lehmann: "Io, in un caso del genere, parlerei con il consiglio parrocchiale", perché la conoscenza dei fatti produce un controllo sociale, che è buono. Un’altra stoccata non tanta velata all’indirizzo del vescovo di Regensburg.

Almeno al vertice della Chiesa cattolica in Germania sembra essersi verificato un cambiamento. A conclusione dell’assemblea vescovile plenaria autunnale il card. Lehmann ha completato le sue considerazioni, per quanto riguarda i sacerdoti che si sono fatti notare dal punto di visto sessuale: "Non raramente consigliamo a queste persone di chiedere la riduzione allo stato laicale". Per quanto riguarda i sacerdoti colpevoli penalmente, si dovrebbe evitare qualsiasi ragionamento inappropriato e "non parlare così velocemente di misericordia e compassione". Quindi, la Chiesa vuole fare tutto per "scoprire gli abusi con tutte le forze". Senza dimenticare però, che prima di tutto il responsabile degli abusi è il singolo colpevole, "anche se sappiamo, che sempre veniamo anche colpiti come Chiesa". Con ciò, si verifica anche una perdita di fiducia, che può essere bilanciata con un’assoluta trasparenza.

Al tempo stesso, il card. Lehmann ha criticato anche il comportamento dei media riguardante questo tema. Nel contesto del caso nella diocesi di Regensburg, si è scritto di soldi pagati per il silenzio dei famigliari delle vittime. "Diffondere tali notizie false costituisce anche un delitto" ("sorvolando" sul fatto che il giornalisti non se le sono inventate, ma hanno riportato quanto dichiarato dai famigliari delle vittime ...). Inoltre, ha aggiunto il presidente dei vescovi tedeschi, non è giusto trascurare tutti i temi trattati dalla Conferenza episcopale, concentrandosi solo sugli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti. Insomma: parlate di altro, ci sono cose molte più importanti ... Infine, il card. Lehmann ha esortato i media ad informare sui fatti con "sensibilità e rispetto" per la dignità degli interessati. Il semplice sospetto di abuso sessuale spesso è difficilmente dimostrabile. "Se si viene accusati di un tale delitto, si è inermi". Il più delle volte non ci sono testimoni oppure sono pochi. Nella sua diocesi di Mainz, in 15 anni sono stati accusati 11 sacerdoti, ma soltanto 3 rinviati a giudizio e condannati. "Gli altri 8 casi sono stati archiviati dal pubblico ministero".

Il card. Lehmann ha dichiarato che per i vescovi la protezione delle vittime ha la precedenza, come chiarito in passato dalla stessa Conferenza episcopale. L’organismo, tuttavia, non è in grado di verificare, se vengono sfruttate tutte le possibilità offerte dalle direttive, dal momento che la responsabilità dei provvedimenti continua ad essere affidata alle singole diocesi. Ma perché non rendere obbligatoria una prassi generale? Il card. Lehmann risponde stizzito: "Quante volte devo ancora dichiarare, che la Conferenza episcopale per questo ha nessuna possibilità legale? La gente dovrebbe rivolgersi al Nunzio apostolico o andare a Roma".

Secondo le direttive del 2002, i sacerdoti pedofili non devono essere reintegrati nella pastorale, in contatto con bambini e giovani. L’esatto contrario di quanto avvenuto a Regensburg. "Non nego che che qua e là si sarebbe dovuto agire diversamente", ha ammesso il cardinale. Con questo chiarimento, il vescovo di Mainz ha indirettamente biasimato il vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller.

Nel frattempo, in Riekofen, il decano Anton Schober ha presentato alla comunità parrocchiale don Gottfried Dachauer, il successore di don Peter K. Originalmente, lo voleva fare il vescovo Müller, che però ha disdetto all’ultimo momento. Nella chiesa gremita, domenica 23 settembre non è stato toccato il caso degli abusi sessuali, mentre si è parlato vagamente di "preoccupazioni e problemi". E anche del celibato. Perché "se rinunciamo a una propria famiglia, abbiamo più possibilità, di impegnarci nella grande famiglia parrocchiale e di essere incondizionatamente presenti per Dio e per la gente", ha detto Schober.
 



Lunedì, 01 ottobre 2007


Pedofilia nella chiesa: licenza di abusare.

Scritto da Marco Marchese

Torniamo a parlare di questo argomento. Per forza di cose. E soprattutto per non essere ipocriti. Ecco il fatto.
l 30 agosto scorso è stato arrestato in Germania un prete cattolico di 39 anni per aver abusato di un chierichetto. A queste notizie, purtroppo, siamo ormai sempre più abituati. Abitudine che ha preso il posto dell’indignazione.
Il prete, però, aveva un complice. La notizia non ne parla in questi termini. Ma si tratta di un complice. Complice, in questi casi, è colui che aiuta il reo a commettere il reato. E così è stato.
Sì perché quel prete era stato già accusato e condannato nel 2001 per pedofilia.
Ma non è mai stato ridotto allo stato laicale, e sicuramente non ha mai subito un processo ecclesiastico (così voglio pensare) perché altrimenti (stando alle “durissime” norme previste dalla chiesa in questi casi) lo avrebbero come minimo messo in un convento sotto chiave!!! Invece, il buon vescovo di Ratisbona, ha pensato che tre anni bastavano per guarire, così, fregandosene delle precedenti vittime, gli aveva affidato nuovamente una parrocchia dove il pedofilo, con la “complicità” (responsabilità) del vescovo, ha potuto abusare di nuovo!
Non mi auguro la fine dei pedofili, e sopratutto di quelli travestiti da preti, come invece è prevista dal Vangelo: Gesù augurava loro di mettersi una pietra al collo e di gettarsi in mare… per morire! Ma dare la licenza di abusare dopo averlo fatto già in passato è troppo!
Grande responsabilità penso che abbia ancora una volta questa chiesa che non manca occasione per dire che non teme la verità e che interviene tempestivamente! Ma come? E che dire del fatto che i vescovi che hanno coperto, o permesso ai preti pedofili di abusare nuovamente, continuano a guidare il gregge di Dio? E perché a questi pedofili viene permesso di prendere in mano il corpo e il sangue di cristo? Perché voi cattolici e credenti glielo permettete? Perché continuate a pagare con le vostre offerte gli avvocati di queste persone?
Sì, lo so che non tutti sono così, che voi sostenete quelli che fanno del bene, e fortunatamente ce ne sono tanti… ma perchè questi che fanno del bene non si ribellano e buttano fuori a pedate chi ha rubato l’innocenza ad un bambino e chi lo ha aiutato? E perché nessuno di questi buoni si schiera apertamente dalla parte delle vittime prendendosi cura di loro?



 

http://www.mobilitazionesociale.it/dblog/articolo.asp?articolo=197


Marco Marchese
Presidente
Ass. per la Mobilitazione Sociale Onlus
via Malaspina, 27
90145 Palermo
tel/fax 091/2510319
cell. 3477891133
marco.marchese@mobilitazionesociale.it
www.mobilitazionesociale.it



Lunedì, 01 ottobre 2007

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