FISICA/MENTE

 

COME NASCE UNA RELIGIONE. L'ISLAM ED I SACRI TESTI

di Cristopher Hitchens 

da Dio non è grande (Einaudi, 2007)

 

Ci sono alcuni problemi sul fatto se l'islam sia una religione a sé o no. Esso inizialmente soddisfece il bisogno di un credo peculiare o distintivo da parte degli arabi, e si è poi sempre identificato con la loro lingua e con le loro successive impressionanti conquiste, le quali, sebbene non altrettanto sorprendenti di quelle del giovane Alessandro di Macedonia, finché non si esaurirono ai bordi dei Balcani e del Mediterraneo favorirono certamente nei musulmani l'idea di essere sostenuti dalla volontà divina. Ma l'islam, se lo si analizza, non è molto più di un assemblaggio piuttosto evidente e abborracciato di plagi, che si serve di libri e tradizioni precedenti, a seconda di cosa sembrassero richiedere le circostanze. Cosi, lungi dall'essere «nato nella limpida luce della storia», come si espresse molto generosamente Renan, l'islam, nelle sue origini, è invece torbido e approssimativo come le religioni da cui trasse i suoi prestiti. Ha immense pretese per sé, chiede ai suoi seguaci una sottomissione o una «resa» totali, ed esige per soprammercato deferenza e rispetto dai non credenti. Non c'è nulla, assolutamente nulla nei suoi insegnamenti che possa anche solo iniziare a giustificare una tale arroganza e una tale presunzione.

Il profeta morì nel 632 del nostro approssimativo calendario. Il primo racconto della sua vita fu redatto ben centoventi anni dopo da Ibn Ishaq; l'originale andò perduto e possiamo consultarlo soltanto attraverso una rielaborazione dovuta a Ibn Hisham, che mori nell'834. Siamo quindi di fronte a parecchio di oscuro e di sentito dire. E a ciò si aggiunga che non c'è comunità di vedute su come i seguaci del Profeta abbiano messo insieme il Corano o su come i suoi vari detti (alcuni dei quali registrati dai suoi segretari) siano stati codificati. Questo problema piuttosto familiare è ulteriormente complicato - persino più che nel caso cristiano - dalla questione della successione. A differenza di Gesù, che a quanto pare tornò alla terra assai presto senza lasciare discendenti (con buona pace del ridicolo Dan Brown), Maometto fu un generale e un politico, ma - benché padre prolifico diversamente da Alessandro di Macedonia - non lasciò istruzioni su chi dovesse raccogliere il suo mantello. Le dispute sulla leadership incominciarono quasi subito dopo la sua morte e cosi l'islam ebbe il suo primo grande scisma - tra sunniti e sciiti - prima ancora di istituirsi come sistema. Non dobbiamo prendere partito nello scisma, salvo per notare che almeno una delle scuole di interpretazione deve essere in errore. E l'identificazione iniziale dell'islam con un califfato mondano, in balia di contendenti litigiosi per il citato mantello, lo marchiò fin dall'inizio come un artefatto umano. .. .

Secondo alcuni accreditati interpreti, durante il primo califfato, quello di Abu Bakr, immediatamente successivo alla morte di Maometto, si fece strada il timore che le parole del Profeta, trasmesse solo oralmente, potessero andare dimenticate. Dopo la morte in battaglia di tanti soldati musulmani il numero di coloro che conservavano nello scrigno della loro memoria i1 Corano era diventato rischiosamente piccolo. Si decise perciò di raccogliere ogni testimonianza ancora viva, Insieme a «pezzi di carta, pietre, foglie di palma, scapole, costole, e lembi di cuoio», sui quali fossero stati scntti i detti del Profeta, e di consegnare il tutto a Zaid ibn Thabit, che era stato uno del suoi segretari, affinché ne facesse una raccolta autorevole.

Se la cosa è vera, il Corano daterebbe a un'epoca in realtà molto vicina a quando Maometto era in vita. Ma scopriamo rapidamente che non c'è certezza né accordo sulla verità della storia. Alcuni dicono che fu Ali - quarto califfo e fondatore dello sciismo - ad avere l'idea. Molti altri - la maggioranza sunnita - asseriscono che fu il califfo Uthman, il quale regnò dal 644 al 656, a prendere la decisione definitiva. Informato dal suoi generali che i soldati delle diverse province si azzuffavano su versioni discrepanti del Corano, Uthman ordinò a Zaid ibn Thabit di mettere assieme i vari testi, di unificarli e trascriverli in un testo unico. Quando il lavoro fu ultimato, Uthman ordinò che ne venissero mandate delle copie conformi a Kufa, Bassora, Damasco e in altri luoghi, mentre l' originale doveva essere conservato a Medina. Uthman giocò dunque il canonico ruolo che era stato assunto, nella standardizzazione, depurazione e censura della Bibbia cristiana, da Ireneo e dal vescovo Atanasio di Alessandria. Il rotolo fu allestito, e alcuni testi vennero dichiarati sacri e infallibili mentre altri diventarono «apocrifi». Superando Atanasio, Uthman ordinò che tutte le edizioni precedenti e rivali venissero distrutte.

Anche ammettendo che tale versione degli eventi sia corretta - e ciò significherebbe che per i dotti non esisteva alcuna possibilità di stabilire, o anche solo di discutere, quanto fosse realmente accaduto al tempo di Maometto - il tentativo di Uthman di eliminare il disaccordo risultò vano. La lingua araba scritta ha due tratti che rendono difficile per un estraneo apprenderla: essa usa dei puntini per distinguere consonanti come «b» e «t», e nella sua forma originaria non aveva segni o simboli per le vocali brevi, le quali furono talora rese con lineette o con segni simili a virgole. Queste varianti permisero letture notevolmente diverse anche della stessa versione di Uthman. I caratteri non furono standardizzati fino al tardo IX secolo, e nel frattempo il Corano senza puntini e con estemporanei segni vocalici aveva generato interpretazioni completamente diverse, come fa ancora. Ciò potrebbe non importare nel caso dell'Iliade, ma ricordiamoci che qui dovremmo stare parlando dell'inalterabile (e finale) parola di dio. C'è ovviamente un nesso tra l'evidente debolezza di questa pretesa e la certezza incrollabile e fanatica con cui viene avanzata. Per fare un esempio che difficilmente potrebbe essere definito trascurabile, le parole arabe scritte all'esterno della Cupola della Roccia, a Gerusalemme, sono differenti da qualsiasi versione presente nel Corano.

La situazione è ancora più incerta e deplorevole se veniamo ai hadith, ovvero a quella vasta letteratura secondaria, di matrice orale, che dovrebbe raccogliere i detti e i fatti di Maometto, I il racconto della compilazione del Corano e i detti dei «compagni del Profeta». Ogni hadith considerato autentico deve poi essere supportato da un isnad, o catena di testimoni che si suppongono affidabili. Molti musulmani conformano i loro comportamenti nella vita quotidiana a questi aneddoti: considerando, ad esempio, i cani animali sporchi sul solo fondamento che Maometto si dice la pensasse cosi (...).

Come è facile aspettarsi, le sei raccolte autorizzate di hadith, che inanellano sentito dire su sentito dire attraverso il lungo dipanarsi della catena degli isnad («A ha detto a B, che lo ha saputo da C, che lo aveva appreso da D») furono messe insieme secoli dopo gli eventi che dovrebbero descrivere. Uno dei più famosi dei sei compilatori, Bukhari, mori duecentotrentotto anni dopo la dipartita di Maometto. Bukhari è reputato eccezionalmente affidabile e onesto dai musulmani, e sembra avere meritato la sua reputazione perché, delle trecentomila attestazioni che accumulò in una vita completamente consacrata al progetto, stabilì che duecentomila fossero totalmente prive di valore e di conferme. Ulteriori esclusioni di tradizioni dubbie e di discutibili isnad ridussero il computo finale a dieci mila hadith. Siete liberi di credere, se lo volete, che da questa informe massa di testimonianze illetterate e semidimenticate il pio Bukhari, più di due secoli dopo, sia riuscito a selezionare solo quelli in grado di superare il vaglio della purezza e della genuinità.

Per alcuni di questi candidati all' autenticità la questione non dovette essere molto complessa. Lo studioso ungherese Ignaz Goldziher - cito da un recente lavoro di Reza Aslan - fu tra i primi a mostrare come molti hadith non fossero altro che «versetti della Torah e dei Vangeli, frammenti di detti rabbinici, antiche massime persiane, passi di filosofia greca, proverbi indiani e perfino una riproduzione, quasi parola per parola, del Padrenostro». Nei hadith si possono trovare brani di citazioni bibliche più o meno corrette, tra cui la parabola degli operai ingaggiati all'ultimo momento per lavorare una vigna e il precetto «Non sappia la tua mano sinistra cosa fa la tua mano destra». L'ultimo esempio significa semplicemente che un pezzo di futile e falsamente profonda morale trova il suo posto in due corpi di scrittura rivelata. Aslan nota come nel corso del IX secolo i legisti musulmani, che cercavano di formulare e codificare il diritto islamico attraverso la procedura nota come ijtihad, dovettero collocare molti hadith nelle seguenti categorie: «bugie dette per guadagno materiale e bugie dette a beneficio ideologico». Molto correttamente, l'islam peraltro ripudia l'idea di essere una nuova fede - e tanto meno si presenta come l'obliterazione di quelle precedenti - e utilizza le profezie dell' Antico Testamento e i Vangeli del Nuovo Testamento come stampelle o riserve permanenti, su cui appoggiarsi o da cui prendere. A compenso di tale modestia epigonica, tutto quello che chiede è di essere riconosciuto come la rivelazione assoluta e finale.


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