FISICA/MENTE

 

 

La sfida filosofica del papa

 

In uno dei suoi primi discorsi Joseph Ratzinger ha detto che spetta alla religione occuparsi «dei fondamenti». La sua sfida investe la filosofia, ma nessuno l'ha raccolta. Come si configura questa pretesa e dov'è il suo punto debole? Come quella antica, anche la Chiesa attuale ha la necessità di consolidarsi e di cautelarsi. Si spiega così l'impostazione dogmatica e difensiva del magistero del papa e la sua alleanza con le forze più conservatrici del cattolicesimo, guidate da tendenze fobiche
 

Franca D'Agostini


 
La cosiddetta situazione «post-secolare» in cui ci troviamo, in particolare in Italia (i parroci in piazza, i vescovi sulle prime pagine dei giornali, la Chiesa come quinto potere e voce di primo piano nella sfera pubblica), ha in fondo una spiegazione piuttosto semplice, se si considera il particolare rapporto tra religione e filosofia che Joseph Ratzinger ha voluto stabilire come cifra del suo operato, in qualità di teologo e in qualità di pontefice.
In uno dei suoi primi discorsi dopo la nomina, Ratzinger ha detto espressamente: «dei fondamenti si occupa la religione». Nessun filosofo ha protestato, che io sappia, e le sue parole sono state accolte con tranquillità e indifferenza anche da tutti gli intellettuali che normalmente si preoccupano di commentare e discutere le posizioni dottrinali del Papa. Eppure, la sfida non poteva essere più esplicita.
Temi al centro del dibattito
Per «fondamenti» si intende (e verosimilmente Ratzinger intende) l'insieme delle teorie di sfondo, preliminari e universali, che orientano la vita associata, e che riguardano l'etica della nascita e della morte, la natura delle relazioni sociali, affettive, sessuali tra esseri umani, l'essere persone o cose, e così via. Come ci è ormai noto, temi di questo tipo sono al centro del dibattito pubblico, e sappiamo anche che le gerarchie cattoliche, coerenti con il programma ratzingeriano, se ne occupano molto alacremente.
Non è facile dire quale settore della cultura laica dovrebbe invece trattare simili argomenti: tutti ne sanno qualcosa (una parte), in modo più o meno scientifico. Ma c'è un'area delle conoscenze che per sua natura dovrebbe essere votata all'elaborazione dei fondamenti, ed è la filosofia, e idealmente dovrebbe farlo elaborando e sintetizzando i risultati delle diverse scienze ed espressioni culturali. La sfida di Ratzinger era dunque filosofica, e specificamente rivolta alla filosofia. Il silenzio con cui è stata accolta la sua dichiarazione dice molto sulla difficile identificabilità pubblica della filosofia come tale (nonostante i molti festival che le vengono dedicati): se avesse detto, poniamo, «delle equazioni di sesto grado si occupa la religione», probabilmente non soltanto i matematici avrebbero obiettato.
Configurazione di una pretesa
Va detto che gli intenti di Ratzinger a questo proposito sono sempre stati espliciti. L'obiettivo è - come lui stesso ama dire riferendosi ai Padri della Chiesa - «l'appropriazione della filosofia» da parte della religione cristiana. Più propriamente diremmo, alla luce delle recenti tendenze: l'occupazione del posto scientifico e culturale della filosofia, resosi vacante, per vari motivi (non ultimo la distrazione, o disaffezione, o addirittura avversione dei filosofi riguardo a parole come «fondamenti»). Ma da dove viene e come si configura questa pretesa, quali sono le sue ragioni, e quale è (se esiste) il punto debole dell'operazione?
Sintetizzando al massimo, la posizione filosofica di Ratzinger ha due aspetti principali: una metafisica (più o meno esplicitamente) neokantiana e storicista; una di ispirazione patristica. Quanto al primo aspetto, per «metafisica neokantiana e storicista» si intende l'adesione a una concezione della realtà così concepita: ciò con cui abbiamo a che fare non è tanto realtà ma storia, narrazione di eventi umani. Ora dal punto di vista di Ratzinger (prevedibilmente) questa narrazione si è arricchita a un certo punto con l'ingresso del nome ebraico di Dio, quindi con l'inaudito fenomeno del Dio incarnato, diventato parola e vita umana.
Tutto ciò ha dato una straordinaria autorità alla storia. Non soltanto la narrazione delle vicende umane-divine è la fonte primaria del nostro ragionare e sapere, e non esiste una realtà «in sé», separata dai discorsi che narrano le vicende di Dio e dell'uomo; ma anche: la verità della storia è la voce stessa dell'in sé, nel senso più alto e specifico del termine, per l'appunto Dio.
Che ne facciamo della scienza?
Certo molti problemi restano in sospeso. Se la fonte di verità è la storia di Dio nel mondo, come la mettiamo con la scienza? La scienza non è forse un'altra voce dell'in sé, o comunque una fonte alternativa di verità (di descrizione della realtà)? La risposta può giungere prontamente: anche la scienza è narrazione, e nella misura in cui si accorda all'altra narrazione, quella privilegiata, tutto funziona nel migliore dei modi; in casi di divergenza, quando si tratta di scegliere tra la storia di Dio e la storia degli sforzi umani di conoscenza, non c'è dubbio: si sceglie Dio.
Ora le ragioni della tesi «i fondamenti sono di competenza della religione» appaiono con evidenza. Dal punto di vista in largo senso neokantiano (che in questo caso vuol dire neokantiano in senso stretto, ma anche neoempirista e storicista: tutte correnti del Novecento accomunate da uno stesso principio di autolimitazione empiristica della ragione) i fondamenti non sono oggetto di un sapere razionale. Di qui l'idea (che in particolare Ratzinger condivide con Habermas) di una natura extrafilosofica (ed extrascientifica) dell'indagine sui fondamenti. Ma qui avviene anche il «rovesciamento» operato da Ratzinger: sì, i fondamenti sono extrafilosofici, dunque di competenza della religione, ma la religione cristiana non è affatto estranea alla ragione, anzi: è la compiuta espressione del logos greco.
Perché mai Ratzinger riesce a dire questo? La risposta si trova nel secondo aspetto della sua posizione filosofica. L'ispirazione patristica percorre tutto il pensiero dell'attuale Pontefice, dalla prolusione d'insediamento all'Università di Bonn del 1959, titolata Il Dio della fede e il Dio dei filosofi ora pubblicata dalle edizioni Marcianum di Venezia (traduzione di E. Coccia, postfazione di H. Sonnemans), fino alla raccolta di scritti del 2003, Fede, verità, tolleranza, passando per l'Introduzione al cristianesimo (1969).
Che cosa vuol dire «ispirazione patristica»? Essenzialmente, vuol dire tre cose: 1) un'impostazione apologetica e missionaria, ossia una elaborazione della dottrina tutta mirata alla difesa e alla diffusione del messaggio cristiano; 2) un'attenzione specifica alla dogmatica, ossia alla fissazione delle verità istitutive dell'ortodossia; 3) una forma di fondamentale razionalismo, ossia di elaborazione del cristianesimo su base razionale, attraverso appunto «l'appropriazione» del linguaggio filosofico.
Immaginate i primi esponenti delle gerarchie cristiane, gli eredi diretti di Pietro e degli apostoli, e questi tre aspetti vi appariranno con evidenza. Quel che dovevano fare i Padri era difendere l'insegnamento evangelico dai molti nemici ebrei e pagani, e diffondere la dottrina. Ma soprattutto, dovevano fare della dottrina una vera 'dottrina', ossia creare l'ortodossia, perché la natura sostanzialmente ellittica e aperta del messaggio evangelico autorizzava le ipotesi più strampalate, e ancora prima di essere una vera religione il cristianesimo si trovava a essere lacerato dalle eresie. Come ottenere chiarezza, e soprattutto istituzionalità in queste condizioni? Semplice: richiamandosi alla filosofia, e più precisamente al logos greco, la ragione filosofica che «accomuna tutti».
Che il teologo Ratzinger faccia riferimento alla patristica è ragionevole: lì si pongono le basi, lì è l'alba del cristianesimo. Ma perché il politico-intellettuale Ratzinger ritiene di dover ancora applicare la strategia patristica? La prima risposta riguarda gli affari interni del cattolicesimo. L'assimilazione del contesto contemporaneo a quello patristico è motivata dall'esigenza di rifondazione rispetto alla deriva pluralistica e libertaria del cristianesimo postconciliare. La Chiesa attuale dunque deve consolidarsi e difendersi, come quella antica. Questo ci spiega l'impostazione eminentemente dogmatica e difensiva del magistero di Ratzinger. Ci spiega anche perché tale magistero, nonostante il grande dispiegamento di competenza filosofica e sensibilità ermeneutica, sia destinato ad allearsi alle forze più tradizionaliste e conservatrici del cattolicesimo, dando spazio e ragione alle loro tendenze fobiche e repressive.
Ma è solo la prima ragione della mossa filosofica compiuta da Ratzinger. La seconda riguarda il rapporto tra Chiesa e Stato, religione e società civile. Anche qui la spiegazione è chiara, e non lascia adito a dubbi. L'obiettivo è far sì che il cristianesimo «si ponga distintamente come un'alternativa epocale» (così dichiarava l'aggiunta del 2000 all'Introduzione al cristianesimo). Il marxismo - scrive l'attuale Pontefice - è stata l'«unica visione del mondo scientifica corredata di motivazione etica e adatta ad accompagnare l'umanità nel futuro», ma «dopo il trauma del 1989», il marxismo è crollato, e «nessuno crede più alle grandi promesse morali». Il marxismo - leggiamo nell'enciclica Deus caritas est - aveva indicato una soluzione filosofica, ossia fondata scientificamente e razionalmente, della «problematica sociale»: ora «questo sogno è svanito», e in queste condizioni «la dottrina sociale della Chiesa è diventata un'indicazione fondamentale».
Ecco dunque il vero compito dell'«appropriazione della filosofia» da parte del cristianesimo: occorre proporsi come la filosofia prima di cui l'Occidente è da molto tempo privo, e di cui da molto tempo sente il bisogno. Abbiamo perso ogni connected politics, ogni politica ispirata a una visione generale della realtà? Abbiamo perso un orientamento unitario, cognitivo e morale? Ebbene, la religione cristiana ci dà tutto questo. Gli esseri umani politicamente ed eticamente sbandati e privi di 'filosofie prime' hanno ora bisogno della ratio filosofica cristiana, vera erede della grande tradizione filosofica occidentale.
Sarà valida questa terapia?
Notiamo che la diagnostica è impeccabile: è vero che la politica pragmatizzata e l'etica frammentata in cui vive l'Occidente rendono inoperanti le migliori intenzioni; è vero che i dibattiti attuali (nella scienza, nella cultura, nella politica) sembrano richiedere a gran voce il lavoro di una nuova filosofia prima. Ma siamo sicuri che la terapia proposta sia quella giusta? Il rischio verosimile, che sta puntualmente avverandosi, è che le gerarchie cattoliche si trovino a far la parte dei ciechi che vogliono ad ogni costo guidare altri ciechi a trovare la via.
Eccoci dunque al punto conclusivo, ossia al punto in cui la barca predisposta da Ratzinger per traghettarci nell'epoca della fine delle ideologie fa acqua. Il fatto che la proposta non funzioni, e non possa fornirci, anche con le migliori disposizioni del caso, la filosofia prima di cui presumibilmente necessitiamo, si vede bene considerando i due aspetti della filosofia di Ratzinger. Mettete insieme una metafisica debole e storicista, e un pensiero forte, dotato di progettualità risolute, e di accurate procedure difensive, come la patristica, e avrete quel che già sapete di avere: un pesante e barcollante edificio costruito sulla sabbia o sull'argilla. Sarebbe meglio, sicuramente, la combinazione opposta: una metafisica coraggiosa, con un contegno aperto e anti-dogmatico.
Chi ci dice cosa fare
In ogni caso, la costruzione di Ratzinger soffre l'ipoteca del logos moderno, post-metafisico, più di quanto egli stesso riconosca. Lo storicista Ratzinger non dà definizioni chiare di ciò di cui parla (embrioni umani, donne, celibato e famiglia, vita e morte) ma preferisce rifugiarsi nella tradizione. La catechesi ratzingeriana ripete: «...è una dottrina proposta infallibilmente dalla Chiesa», che «appartiene al deposito della fede della Chiesa», che conferma «il carattere infallibile dell'insegnamento della dottrina della Chiesa». I risultati prevedibili sono due: la fallacia storicista, ossia il derivare le norme dal fatto della convenzione e della tradizione, per esempio: le donne non devono avere accesso al sacerdozio perché non l'hanno mai avuto; l'inconsistenza, ossia il far valere una regola insieme alla sua violazione, per esempio: è sacra la vita di un organismo proto-embrionale ma non è sacra la vita di un condannato a morte in Texas.
È probabile che a Ratzinger sia nota la fragilità filosofica delle posizioni della Chiesa su questi temi, in base alle sue stesse premesse però non ha molte alternative. Per uscire dal circolo vizioso forse i vescovi dovrebbero davvero mettersi a fare i filosofi, ma allora non avrebbero tempo per dirci quel che dobbiamo fare.

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Aprile-2007/art46.html


A confronto con Ratzinger

Che fare quando è in gioco la metafisica?


 
Il confronto filosofico con le posizioni di Ratzinger, se si eccettuano scritti occasionali, fino ad ora è stato condotto da autori che si muovono nel solco delle sue posizioni di fondo. Un riferimento al tentativo di esautorazione della filosofia da parte della Chiesa ratzingeriana si trova nel libello anonimo «Contro Ratzinger» (Isbn, 2006), che sottolinea la differenza tra il tendenziale storicismo dell'attuale papa e le posizioni filosofiche di Woityla, di formazione fenomenologo. Il libretto di Giulio Giorello, «Di nessuna chiesa» (Cortina, 2006) si conclude ipotizzando che la risposta al post-secolarismo debba venire da una riaffermazione dei compiti della filosofia come libera elaborazione argomentativa. Il più celebre incontro filosofico con Ratzinger si deve a Habermas: i testi del loro dialogo sono stati tradotti nel 2005 da Morcelliana («Etica, religione e stato liberale») e nelle edizioni di Reset («Ragione e fede in dialogo»). Habermas ha proposto a Ratzinger un nuovo confronto, in un articolo tradotto sul «Sole 24 ore» e gli ha rimproverato la tendenza a «ri-ellenizzare» la ragione. Ma forse è una tendenza che sta nelle cose, prima che nei discorsi di Ratzinger. Per questo è probabile che Habermas sia destinato a perdere la partita. Il formalismo della ragione «disellenizzata» prevede «l'astensione in materia metafisica»: ma che fare quando è in gioco la metafisica, ossia sono in discussione le concezioni di fondo che guidano una società?

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Aprile-2007/art45.html


Egr. prof. Ratzinger,

voglia scusarmi se nel rivolgermi a lei non ricorro ad espressioni quali "santità" o "santo padre", ma da "eretico" dalla scarsa statura spirituale quale sono, non ravviso, nella sua persona e nel suo ruolo,  alcuna "paterna" o "santa" caratteristica tale da indurmi  al ricorso a simili titoli.

Per lo stesso motivo, dal mio punto di vista, non  la ringrazio affatto per avermi concesso la libertà di esprimere liberamente il mio pensiero sul suo libro ripetendo più volte che esso "non è un atto magisteriale": posso assicurarle, infatti, che seppure lo fosse stato, le mie idee su di esso (e quello che avrei scritto per esternarle) sarebbero rimaste immutate: purtroppo per lei e per la sua chiesa, sono sempre di più i malati di quell'inguaribile e ingovernabile "complesso di libertà" che fa pensare e parlare le persone senza vincoli o condizionamenti di sorta.

E' con questo spirito che mi sono accostato alla sua opera cercando di leggerne tra le righe il messaggio, di coglierne il senso e di interpretarne le finalità.

Bel lavoro prof. Ratzinger!

Bella idea quella di dire "non è un atto magisteriale.. posso essere criticato liberamente".

Con questa premessa, a dispetto di chi la taccia di oscurantismo, ha potuto dare l'impressione di voler "aprire porte" che fino ad ora la sua chiesa non aveva mai aperto nemmeno per finta.

Ai tradizionalisti potrà sempre dire "non è la chiesa che parla", mentre ai timidi "progressisti" felici delle sue "aperture" potrà sempre dire "avete visto quanto è moderno il papa?"

E' con questo spirito che recita la parte di chi si accorge distrattamente che Gesù, la sua famiglia e Giovanni il Battista "forse" ebbero qualcosa a che fare con la comunità essena di Qumran.

Accidenti che spirito di osservazione... ma come ha fatto a notarlo?

Ah quelle grotte!

A saperlo avreste potuto farle bombardare prima ricacciando sotto tre metri di terra quegli stupidi rotoli che vi hanno dato tanto pensiero.

Ma ora con la sua straordinaria affermazione, egregio professore, ha superato sessant'anni di ottuse negazioni ed ha preso per mano una pericolosa evidenza!

Le due righe di disinvolto possibilismo nelle quali ha "imprigionato" e "liquidato" la sua "apertura" rimettono lei e la sua chiesa al passo con i tempi (almeno queste sono le sue evidenti intenzioni).

E' come se avesse detto "forse è così, forse è vero.. ma è poca cosa e nulla cambia".

Peccato, professore, che lei non conosca così bene la storia!

Peccato che non abbia mai letto con attenzione le opere di Flavio Giuseppe.

Se lo avesse fatto si sarebbe accorto che la sua "apertura" può portare molto più lontano di quanto lei non abbia calcolato.

Se Giovanni il Battista e Gesù ebbero a che fare con quella comunità allora, egregio professore. lo vogliamo dire?... Furono dei ribelli fondamentalisti e rivoluzionari!

Infatti, già a partire dal 30 a.c. (e per tutti gli anni a venire fino alla disfatta del 70 d.c.) l'essenismo si mescolò sempre più con lo zelotismo rivoluzionario fino a perdere del tutto le caratteristiche ascetico - mediatative (tanto ben dipinte da Filone Alessandrino) a vantaggio di un interventismo politico di stampo terroristico mirato a rovesciare la locale dinastia regnante, la casta sacerdotale e, soprattutto, il potere di Roma.

E', infatti,  agli anni "messianici" che risalgono il Rotolo di Rame, la Regola della Guerra e il Commentario ad Abacuc (che somigliano più ai comunicati di guerra diramati negli "anni di piombo" dalle brigate rosse, che ai manualini di catechesi appoggiati sui vostri banchi delle offerte.)

A questo punto sarebbe il caso che lei ci spiegasse, soprattutto con riferimento a Gesù (o a chi egli realmente fu) come avvenne la trasformazione da "guerrigliero" a "colomba", da messia davidico e terreno a "figlio unigenito di Dio", da combattente per la libertà del suo popolo a salvatore di tutti gli uomini del mondo e alleato delle espressioni più bieche del potere costituito.

Ce lo spieghi lei perché è dalla sua viva voce, egregio professore, che attendiamo una risposta, anche se noi laici, agnostici, atei e storici  miscredenti (in passato purificati dai sacri roghi ai quali potendo tornereste volentieri) abbiamo ben chiaro ciò che lei fa finta di scoprire solo ora.

Ai lettori del suo libro ha chiesto un "anticipo di simpatia" ma se avesse voluto evitare una domanda come questa avrebbe dovuto chiedere "un anticipo di pietà" che almeno noi cattivi (che  non siamo poi così pochi) non siamo disposti a concederle facendo finta di niente: lei l'ha detta grossa (e vera), ora la spieghi!

Provi anche a spiegare come e quando si è accorto che i soprannomi di "zelota" e "iscariota", attribuiti rispettivamente agli apostoli Simone e Giuda, forse non trovano una spiegazione valida nei fantasiosi "voli pindarici" che in passato vi hanno portato a dire che la parola "zelota" indica  l'ardore zelante di chi ama Dio e quella di iscariota la provenienza dalla città di Keriot!

Alcuni apostoli di Gesù erano zeloti? Giuda faceva parte del braccio armato dei sicari?

Posso usare un'espressione evangelica?

Lei l'ha detto. noi già lo sapevamo!

Ma se dice questo, perché mai non va oltre questa semplice affermazione e non si affaccia sulle implicazioni che essa reca?

Perché non ci spiega pure cosa, questi signori,  ci facevano al seguito del mite "agnello di Dio" che non si occupava delle cose di questo mondo, che porgeva l'altra guancia e che non conosceva l'offesa ma il perdono?

Certo, come da lei accennato, dovette essere ben complessa e variegata questa realtà messianica salvifica, divina e universale se riuscì ad inglobare e santificare i terroristi senza stravolgere se stessa e a trasformare in innocue prospettive celesti i loro orientamenti  rivendicativi insurrezionali (tutt'altro che pacifici e universali), storicamente circoscritti al sogno di riscatto della nazione ebraica (di biblica ispirazione)!

Insomma, esimio professore, con quelle poche righe con le quali nel suo libro  ha disinvoltamente pensato di rubare il mestiere agli storici,  potrebbe creare più guai al suo "sedile" di quanti non ne avrebbe e non ne ha creato con gli inutili fiumi di parole e pagine con le quali vende a buon mercato la solita noiosissima teosofia di paolina derivazione fondata, come sempre e come da sempre, su un'architettura, figlia di un platonismo di bassa lega,  incentrata su abnormi ed astrusi disegni salvifici fatti passare attraverso la parola, l'esempio, i miracoli, la nascita, la morte  e la resurrezione del vostro Dio che si fece uomo e vi incaricò di soggiogare in suo nome l'intera umanità, sol perché il nome di Pietro somigliava a quello della pietra sulla quale avete costruito la basilica di piazza San Pietro (pensi se si fosse chiamato Oronzo.)!

Professor Ratzinger, lei sicuramente non leggerà mai questa lettera e, altrettanto sicuramente, mai nessuna voce si leverà dall'esercito di prelati e fedeli per farle notare la "gaffe" nella quale è incappato (anche perché, non vorrei peccare di presunzione dicendo che non è da tutti accorgersene. e, ancora meno, dirlo).

Tuttavia noi, "pecorelle smarrite", beleremo forte: chissà. qualcuno potrebbe sentire e qualche imbarazzo potrebbe derivargliene!

Perché siamo così cattivi?

Perché, allettati dalle presentazioni del suo libro dove si parlava di Gesù come di "una figura storicamente sensata e convincente" abbiamo speso 19,50 euro per acquistarlo (a proposito. a chi andranno i proventi delle vendite.?) convinti di trovare finalmente quei riscontri storici che invano reclamiamo  da anni (ha mai sentito parlare delle sfide di Luigi Cascioli che vi guardate bene dal raccogliere?).

Purtroppo, in mezzo a migliaia di inutili parole, ancora una volta, non abbiamo trovato quella piccola e semplice prova storica dell'esistenza del vostro Gesù!

Nella sua  leziosa. lezione "non magisteriale" di cristologia da sbadiglio, egregio professore, di storico non c'è nulla al di là di qualche "offesa alla logica, all'intelligenza e alla storia" sulla quale vale la pena soffermarsi.

A pag. 138 lei ha scritto "il Gesù del quarto vangelo e il Gesù dei sinottici è la stessa identica persona: il vero Gesù storico".

Purtroppo, egregio professore, noi non siamo i papa boys pronti a salutare ed applaudire ogni pontificio starnuto.

Noi miscredenti abbiamo il brutto vizio di andare oltre l'amorevole suono delle papaline parole per cercarne  e valutarne il senso logico e storico.

E' per questo che ci domandiamo attoniti, quali comunanze può aver riscontrato tra il l'incorporeo "logos" giovanneo che prende le sembianze di carne al momento del battesimo e i tanti Gesù (nati e cresciuti prima di predicare) che incontriamo nei sinottici.

Perché tanti Gesù?

Perché nascono in anni molto diversi, i loro genitori vengono da città diverse e vanno in luoghi diversi, alcuni nascono poveri, uno in particolare (quello di Matteo) sembra essere un potente re, quando crescono si accompagnano con discepoli di numero diverso e di nomi in parte diversi, fanno miracoli diversi, dicono cose diverse ed a volte inconciliabili tra loro, muoiono tutti in croce e resuscitano lasciando sbigottite davanti al sepolcro vuoto persone diverse, qualcuno sale in cielo, qualcuno prima torna a fare capolino tra i mortali, di altri non se ne conoscono le sorti.

Il vostro unico "Gesù dei vangeli", egregio professore, è forse un "denominatore comune" dei tanti, una creazione intellettuale storicizzata e passata fraudolentemente per figura reale.

Ora, se volessimo raccogliere il suo invito, dovremmo essere certi che questa astrusa creatura è "logica" dal punto di vista storico.

Noi  "pecorelle discole" di fronte a questa sua "paterna rassicurazione" non solo rimaniamo a bocca asciutta (e portafoglio più vuoto di 19,50 euro.) ma ci sentiamo profondamente disorientati.
 
Non riusciamo, infatti, a comprendere come mai per l'uomo- dio che compie prodigi e strabilia le folle, non sia stata spesa una goccia di inchiostro dai più di quaranta storici suoi contemporanei.

Un'altra cosa che ci risulta oscura (sarà un nostro limite?) è la "logica" in base alla quale un messia celeste (incomprensibile in quanto tale per gli ebrei del tempo), promotore  di tolleranza, pace, fratellanza e distensione politica con l'oppressore romano, sia riuscito non dico a suscitare meraviglia e devozione, non dico nemmeno ad ultimare la sua pluriennale missione  in terra fino alla fatidica frase "tutto è compiuto", ma semplicemente a rimanere vivo dopo i primi tre minuti del primo discorso pubblico in una terra simile ad una "polveriera esplosiva" dilaniata dall'intolleranza fondamentalista, dagli attriti sociali, dalle tensioni religiose e dalle ossessioni di rivalsa nazionale.

Eppure, in barba ad ogni logica ed evidenza, a pag. 316 leggiamo che "Gesù non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia." (quale storia?) e che "possiamo per il tramite dei testimoni, udire le sua parole" (quali testimoni?) .

Insomma, professore, Gesù è stato quello che voi da sempre avete deciso che sia stato e, in quel contesto storico, è logica e sensata la sua presenza (come quella di un pesce a passeggio in alta montagna)!

Ma c'è di più: nella stessa pagina, rispolverando l'antica idea di Giustino, ne spara una da capogiro: "i miti hanno aspettato lui, in cui il desiderio è diventato realtà".

Ecco perché in tutti i culti preesistenti al cristianesimo incontriamo un Dio nato da madre vergine che si fa uomo, fa miracoli, viene ucciso, muore, risorge (Mitra lo fa dopo tre giorni), ascende al cielo e ritornerà alla fine dei tempi per giudicare gli uomini!

Per Giustino erano diaboliche anticipazioni del demonio che, conoscendo le future vicende di Cristo e per privare questo di credibilità, aveva fatto sorgere miti simili prima di lui.

Per lei, invece, sono "desideri".

Milioni di uomini nei tempi più remoti non hanno creduto in Dioniso, Attis, Soter, Horus, Mitra ecc., ma hanno solo desiderato che essi fossero reali ... poi è arrivato Gesù di Nazaret e li ha accontentati tutti!

E' questo il "metodo storico", da lei sbandierato in premessa, al quale "deve esporsi la fede cristiana"?

Seguire il metodo storico significa sparare un fiume di assurdità passandole per storia senza spendere mezza parola per sostenerne la reale credibilità?

Penso, in tutta franchezza, che 19,50 euro avrebbe dovuto darli lei a chi, come me, si è sorbito tutto il suo libro fino alla fine come un bicchiere di olio di ricino.

Prof. Ratzinger, segua un consiglio saggio, reciti l'angelus al balcone di piazza San Pietro e non stuzzichi quel "can che dorme" che si chiama "storia": il suo Gesù fa a pugni con la storia, la storia non conosce il suo Gesù, lei non conosce la storia. insomma, perché ne vuole parlare?

Tutti noi (non allineati) comprendiamo lo spirito del tentativo che l'ha portata a scendere sullo stesso terreno degli storici "detrattori" per farsi trovare vincente anche su quello.

L'esercito di ebeti plaudenti, che per il suo libro sarebbero disposti a spendere anche 100 euro, l'applaudiranno e l'avrebbero comunque applaudita anche se per confutare certe moderne "ricostruzioni" della figura messianica avesse detto "ambarabà ciccì coccò" (non è che poi abbia detto cose molto più sensate.).

Tuttavia, al di fuori della sacrestia o del cortile della parrocchia, il mondo laico, critico, scientifico e serio non può che provare tanta commiserazione di fronte al goffo annaspare del capo della cristianità sul primo metro di riva del mare della storia.

Non vada oltre professor Ratzinger. affogherebbe!

4 maggio 2007

Giancarlo Tranfo
Studioso del cristianesimo delle origini, ex cattolico pentito ed autore di una ricerca storica pubblicata sul sito web www.yeshua.it (non vada a leggerla  professore, potrebbe cadergli la papalina in terra .)

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NDR. Le violenze del Papa tedesco alla storia sono solo una piccola parte delle violenze della Chiesa ad ogni forma di conoscenza umana, conoscenza che deve essere soppiantata da una o più favole. Sono note le violenze ad ogni forma di conoscenza scientifica, le violenze alla filosofia, alla logica, al vivere civile, ai diritti umani, ai diritti civili, ... La Chiesa ha la forza di far questo perché i suoi adepti non devono procurarsi il pane col sudore della fronte, visto che rubano a tutti noi i soldi per pensare e fare le maggiori sciocchezze condite da crudeli crimini. In questo sono riusciti a fregare lo stesso Dio che aveva duramente condannato Adamo per aver attinto all'albero della conoscenza (vecchia storia, eh ?). Lor signori non hanno la condanna del lavoro perché non attingono a quell'albero.

E perché noi discolacci non lasciamo libero il pastore e le sue pecore nel dilettarsi con le favolette per bambini precocemente rincoglioniti ? Per un solo semplice, essenziale e fondamentale fatto: la Chiesa ci rompe le balle da mane a sera, da sempre. Noi vogliamo vivere secondo nostra coscienza. Non siamo interessati ad importare la coscienza di nessuno, tanto più se lorda del sangue dei migliori figli della storia e della cultura..

Ritiratevi davanti ad un focolare, continuate con le favole, rinunciate al furto dei nostri soldi e vedrete che, d'incanto, voi sarete semplicemente ignorati.

Fu Papa Pio II (1405-1464) che ebbe il coraggio di dire le cose con chiarezza e sfrontato realismo: "Per noi e per i nostri, la favola di Gesù è divenuta una benedizione“.

Roberto Renzetti
 

PS. Dall'arrivo del tirchio tedesco, non c'è modo di avere gli scritti vaticani senza pagare. E' notorio che anche Gesù vendeva tra i mercanti del Tempio e Ratzinger si adegua.

Io non spenderò MAI un soldo per darlo quovismodo alle finanze vaticane. Pubblicherò ogni critica che proviene da quei volenterosi masochisti che si tassano in modo così brutale.


 

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