FISICA/MENTE

 

 

Il figlio del falegname (*)


Esordio di una carriera millenaria


«Come potete dire: “Noi siamo savi e la legge del Signore è con noi?”. Essa infatti è stata falsificata dalla penna ipocrita degli scribi ».

di Rita Grenz


***


La critica della religione, un tempo presupposto d’ogni critica, dovrebbe aver esaurito da tempo il suo scopo (1); tuttavia essa non può essere considerata solo un’estetica delle rovine. Le condizioni oggettive del nostro mondo, il persistere di un fenomeno importante per la nostra mentalità e cultura, c’inducono a misurarci con questioni lontane e che risolte non sono.
                   Noi siamo i tempi: quali noi siamo, tali sono i tempi ...
Le note che seguono non si prefiggono di smentire il cristianesimo nei suoi fondamenti di fede (dal momento che “la fede è un dono”) ma di situarlo nella storia come un movimento che ha accompagnato grandi trasformazioni sociali. L’intento è quello di offrire, senza pretese di obiettività, alcuni spunti di contraddizione e confronto, nonché una bibliografia non sempre scontatissima, mantenendo come punto fermo che le credenze religiose sono incompatibili con la
ragione.
Per il cristiano la storia è anzitutto storia della salvezza e trae la propria conferma da un atto di fede esclusivo e assoluto: la resurrezione di Cristo. Il resto, è conseguenza.
Da questo preteso “ordito tra fede e storia”, comincia l’irredimibile disaccordo tra
credenti e non credenti, tra fede (credenza) e ragione (conoscenza e discernimento).
Per il credente, il significato della storia, è collocato altrove: la storiografia come genere letterario, come ricostruzione e interpretazione delle vicende dei popoli, ha interesse solo nelle cause e nei fatti già tutti prefigurati o riconducibili alle sacre scritture. Sulla base di tali premesse, l’apologetica non reputa necessario contestualizzare genesi e dinamiche del cristianesimo nell’àmbito dell’impero romano e nelle cose di quel tempo.
Le fonti cristiane ci ammantano il cristianesimo primitivo come un lavoro fondativo di un nuovo linguaggio, il costituirsi di una nuova credenza di valori, la storia che si risolve nella venuta del figlio di Dio, il Salvatore. È descritto come un movimento religioso perseguitato per il suo asserito monoteismo intransigente; i suoi vescovi e propagandisti come uomini devoti, dediti ad almanaccare il Verbo (2).
Qual è l’attendibilità di Eusebio, Lattanzio, Socrate, Sozomeno il plagiario, Agostino, ecc.? Monsignor L. Duchesne (3) ebbe a scrivere a proposito di Eusebio che “tutto è accompagnato in lui da così copiose reticenze, precauzioni oratorie e sottintesi, che spesso riusciamo a fatica a capire quel che vuol dire”. Un modo elegante per dire che le storie eusebiane vanno maneggiate con estrema cautela. Nondimeno, Eusebio resta per gli storici uno dei fondamenti narrativi di riferimento per l’esordio istituzionale cristiano; mentre Agostino ne è uno dei più riveriti teorici.
Ma ciò che rende impraticabile ogni strada verso un sereno confronto, è il fatto che la Chiesa, per sua stessa costituzione, è antitetica ad ogni democrazia e impermeabile al cambiamento, posseduta da una sola Verità, teologicamente rivelata e dogmaticamente imposta. In un simile catino, possiamo trovare solo acqua sporca.
L’idealismo, dal canto suo, si dice disponibile ad un patteggiamento di pena col cristianesimo: “dopo Cristo siamo diventati tutti cristiani” (B. Croce). Da cui deriva grossomodo la versione spuria del “perché non possiamo non dirci cristiani”, della sagrestia “progressista”.


Dimmi tu, mortale, da che parte soffia il vento, oppure se Dio ha un naso, e ti dirò cos’è destra e cos’è sinistra.


Di contro, ma nella sostanza non molto diversamente, la cosiddetta scuola storica oppone le tesi kautskyane rivedute e corrette secondo le quali Gesù fu "un lottatore politico della resistenza, un rivoluzionario sociale" (4). Diatribe in gran parte ben riassunte da Marcello Craveri e che rimangono essenzialmente ancorate alla critica neotestamentaria e valutano il successo del cristianesimo su motivi ideali: una dottrina religiosa che avrebbe conquistato la primazia facendo leva su attese di giustizia e uguaglianza.
Friedrich Engels, in un articolo dedicato alle origini del cristianesimo, invita a spiegare il trionfo della nuova religione tenendo conto dello sviluppo delle condizioni storiche, così come, osserva, non è sostenibile la leggenda di un cristianesimo sorto bello e pronto dall’ebraismo e partito alla conquista del mondo (5) .
Mezzo secolo prima di tali parole, Engels e Marx scrivono con impeto polemico che tutte le forme nelle quali il cristianesimo venne concepito in tempi diversi, furono determinate da cause del tutto empiriche, sottratte ad ogni influenza dello spirito religioso (6). Del resto, concepire la lotta tra cristianesimo e paganesimo come mero conflitto tra religioni, porta ad inseguire fantasmi. La storia è essenzialmente storia di lotta per il potere, e l’affermazione del cristianesimo non fa eccezione.
Ciò non significa attribuire al cristianesimo mera accidentalità; esso ha rappresentato la risposta ideologica di un deciso cambiamento sociale e va da sé che vi fu un’interazione di processo tra struttura e sovrastruttura, come prassi normale.
Dobbiamo quindi intendere la politica di Costantino come espressione dei complessi problemi economici, sociali e religiosi con i quali essa è costretta a incontrarsi e scontrarsi.
Molto si è speso circa l’effettiva adesione religiosa di Costantino, sulla quale c’è disaccordo tra gli storici, anche se tuttavia prevale nettamente lo scetticismo. Il Christianismus politicus di Costantino è una formula coniata dallo Struve cui si accorda Burckhardt, il quale nega all’imperatore la capacità di “momenti di raccoglimento interiore”. Tuttavia è necessario dar conto di storici autorevoli, quali p. es. il Gibbon e il Seeck, che hanno argomentato che la decisione di Costantino di adottare il cristianesimo non dipese da calcolo politico, ma, piuttosto, da una sorta d’illuminazione religiosa (7).
Ad ogni buon conto, la diatriba non ha grande significato, poiché Costantino è uomo di potere e, per dirla alla Tomasi di Lampedusa, coloro che vi hanno interesse, le illusioni se le sanno creare.
Nella realtà, il cristianesimo dei primi tempi può essere stato di tutto, e il nostro interesse non può prendersi cura di una ricostruzione troppo “événementiel”, peraltro qui assunta entro certi limiti necessari. Di tali inesauribili questioni si occupano gli storici (la bibliografia sull’argomento è forse la più estenuante), e del resto, che una religione s’ispiri a un dio del quale si attesti e celebri l’esistenza, sembrerebbe un fatto scontato.


***


Nell’impero i notabili delle città svolgevano tradizionalmente un ruolo essenziale di
“nutritori” e controllori della plebe urbana; per mezzo di donativi essi garantivano al gruppo civico vitto gratuito o a basso prezzo, nonché svago e intrattenimento. Già a partire dal secondo secolo si assiste al mutare delle strutture agrarie su cui era fondata l’economia del principato. Al sistema della villa a conduzione servile, successe progressivamente la struttura del latifondo di più unità coltivate da coloni legati al dominus attraverso vari rapporti giuridici (8). Nel terzo secolo le minacce barbariche, il perverso sistema tributario e le guerre civili avevano distrutto gran parte della ricchezza. La tendenza a lasciare il lavoro dei campi spinse il governo a vincolare i contadini alla terra, a rendere le attività obbligatorie ed ereditarie (9). La crescente crisi impoverì le classi medie, le carestie e i conseguenti tumulti urbani e le rivolte agrarie, l’esazione dei tributi, insufficienti a far fronte alle enormi spese militari, finirono per opprimere di gravi responsabilità la classe dirigente locale.
Dopo una lunga fase conflittuale, con l’intesa tra Costantino e i circoli più qualificati delle gerarchie ecclesiastiche, il cristianesimo, ben rappresentato nelle classi alte e introdotto a tutti i livelli negli ambienti governativi, diviene attivo protagonista di un progetto di riassetto dell’esistente, di “un nuovo stile di conduzione politica urbana” (10). Come solito, si cambiava tutto perché le cose non avessero a mutare realmente: da una parte i potentiores possessori d’oro, effettivi signori della società del quarto secolo, dall’altra la afflicta paupertas ancorata alla moneta di rame (11).
Non ci fu dunque rivoluzione sociale dal basso, ma una grave crisi degli antichi istituti, ormai inadatti a far fronte agli imponenti cambiamenti nelle condizioni sociali, economiche e demografiche, per non dire del rilevantissimo impatto della fiscalità nei rapporti agrari e no. Si rese quindi necessario un ricambio d’élites che prese le sembianze di una revisione religiosa radicale. A tal fine, bisogna tener presente che nel mondo antico ogni società politica aveva le sue divinità e l’osservanza del culto era una funzione dello stato, il sacerdozio una carica pubblica (12). Osserva a tale proposito l’eminente storico Santo Mazzarino:


[…] quei vescovi presbiteri diaconi che provenivano dalle curie, vedevano nella carriera ecclesiastica il modo di liberarsi dai loro obblighi precedenti […].
La classe dirigente del basso impero ha proprio qui, nella carriera ecclesiastica cristiana, il suo più autentico rinnovamento (Il basso impero, I, p. 181 e 191).


Il cristianesimo uscito da Nicea è un’organizzazione matura, molto articolata ed importante che lotta per il riconoscimento e il potere, parallela e concorrente all’aristocrazia pagana, diretta da una cerchia di personaggi che rappresentano la punta di diamante della sua “teologia politica”. Dall’iniziale culto astratto del Cristo, essa ha la necessità di dare al Cristo-Dio una fisionomia dogmatica.
Una volta ammessa l’esistenza d’un agitatore e fondatore della Chiesa, crocifisso e
risorto, epurato del suo semitismo e travestito da Zorro, toccò ad esponenti influenti quali il vescovo di Cordova Osio (Ossius) (13) e a uomini devoti come Eusebio di Cesarea (di tendenza ariana), sotto l’egida e il soldo di Costantino, il compito di dirimere i conflitti, la matassa di dottrine (14) e imporre l’ortodossia. Le fonti plurime e parallele furono messe a tacere come apocrife dal consolidarsi e definitivo prevalere della Grande Chiesa (15).


Ero un ceppo di fico, un legno buono a nulla,
quando il mio falegname, incerto se fare di me
Priapo od uno sgabello, finì col scegliere il dio ...


Dopo di che, l’annuncio del Regno perse l’ardore messianico e divenne dottrina per l’uomo storico, puntello indispensabile della nuova organizzazione imperiale. La Chiesa, con la sua diffusa ed efficiente rete assistenziale sostenuta da proprietà, donazioni, liturgie ed elemosine (ecclesiarum divitiæ), offre alle plebi colpite dalla grave crisi dell’impero, da un lato, le condizioni minime di sopravvivenza che lo Stato non può più garantire; dall’altro, la protezione al singolo contadino contro l'esattore delle tasse in cambio della riversione della terra alla sua morte.
Entro breve tempo, la proprietà fondiaria ed enfiteutica ecclesiastica, sarà seconda solo a quella imperiale. Tutto ciò fu reso possibile, prima e dopo Costantino, dalla
libertà vigente nel diritto associativo romano, forte del quale, la Chiesa seppe approfittare. Ove vi fossero dubbi sulla strategia, san Paolo (o chi passa per lui) sottolinea: «Colui che è catechizzato nella parola stia in comunanza in tutti i beni col catechizzatore» (Ai Galati, 6, 6).
Quanto all’adesione al cristianesimo, il contadino che vi si opponeva vi era costretto a bastonate (C.Th. 16.52.I). Non si può provare, osserva lo storico Dick Whittaker, che la solidarietà tra padroni e coloni derivasse da reciproca devozione più che da semplici strategie di sopravvivenza. Di contro, Momigliano, nelle cure del suo celebre saggio sul conflitto tra paganesimo e cristianesimo, sostiene che le resistenze al nuovo credo e alla distruzione dei templi furono piuttosto blande. Gli studi degli ultimi decenni, ben documentati, dimostrerebbero l’opposto, ma non è il caso d’insistervi in questa sede.
La letteratura storica moderna ha posto in luce con chiarezza il ruolo sociale assunto dalla Chiesa cristiana nel quarto secolo, pilastro del nuovo welfare state. Governo delle anime, ma non solo. Momigliano esprime la tesi che la Chiesa fu un baluardo, elemento fondamentale di compromesso tra gli ideali aristocratici dei pagani e la violenza primitiva dei barbari (questo può essere vero, ma ciò non impedì al cristiano Alarico di saccheggiare Roma). Spetterà inoltre ad essa di operare la più massiva manomissione di schiavi (manumissio in ecclesia), rendendoli liberi e obbedienti servitori davanti a Dio e all’Imperatore, secondo la famosa formulazione dottrinale: “date a Cesare ....”. La manomissione, come rilevato nell’opera famosa del Ciccotti sul tramonto della schiavitù (16), fu sostenuta dall’influsso delle idee cristiane, ma promossa essenzialmente delle nuove esigenze economiche e da ragioni di sicurezza dello stato, in quanto i coloni (con gli immigrati) erano di fatto indispensabili per alimentare l’arruolamento nell’esercito (17).
Questa politica, di non breve momento, trova i più noti ideologi del IV e V secolo, keynesiani ante-litteram, in Ambrogio, già governatore imperiale dell’Italia annonaria, Libanio, Atanasio, Agostino, ecc.. Se si leggono le loro opere, lettere e sermoni, in piedi e non in ginocchio, si avrà la chiave della grande operazione ideologica a sostegno del corso politico-economico iniziato con Costantino e proseguito dai successori.
Ma non dobbiamo dimenticare la resistenza al cristianesimo: sarebbe un errore, scrive Andreas Alföldi, considerare Costantinopoli il centro del Basso impero nel quarto secolo e dimenticare l’antica capitale che possedeva ancora vaste risorse di energia spirituale e, con esse, le risorse materiali per rendere operante la sua resistenza contro il nuovo mondo (18). Soggiungiamo: non solo l’antica capitale, ma anche i grandi centri del Medio oriente (19).
Indicativo di questo clima di conflitto politico tra cristiani e pagani, di lotta tra latifondisti e senza terra, tra “statali” e coloni, di trasformazione nella continuità, è l’apostasìa giuliana (20), laddove sotto le mentite spoglie della restaurazione pagana, agisce per un breve momento una volontà chiara e ideologicamente cosciente di un vecchio ordine sociale, dapprima sconfitto e poi dichiarato estinto dalla storia. È il crepuscolo degli dèi (21).


***


Gesù è il mito più clamoroso e controverso della storia dell’Occidente. Le uniche fonti che narrano la sua vicenda, la morte e resurrezione, sono i cosiddetti vangeli (22). È essenziale mettere in luce almeno alcuni dati certificati al primo secolo:


1) la Giudea fu creata provincia romana da Augusto, nel 6 d.C; una violenta opposizione al censimento era stata placata solo con difficoltà. Il banditismo era endemico; inoltre la ribellione tra gli zeloti e i sicarii, autentici rivoluzionari dell’epoca che furono crocefissi a migliaia, determinò una situazione di gravissima instabilità che sarebbe sfociata nella guerra giudaica (66-73 d.C., con la caduta dell’ultima presunta roccaforte, Masada, nel 74), la distruzione di Gerusalemme e della struttura sociale e religiosa della Giudea; quindi la diaspora ebraica, ecc. (23). Non va tuttavia escluso, come Giuseppe Flavio fa intendere sia pure senza dichiararlo esplicitamente, che alla base della rivolta ci fosse un conflitto di classe tra ebrei ricchi ellenizzati e i poveri pronti al saccheggio.
2) questo clima di tensione apocalittica e insurrezionale, era sollecitato dall’attesa messianica e dai relativi annunci verso l’eschaton imminente, l’alba del regno di Dio. Ebbero quindi larghissima diffusione i falsi letterari, con attribuzioni suggestive e stravaganti (24). Nella formazione del mito messianico va ricordata la Regola della Comunità di Qumran, laddove si parla di almeno due Unti, uno sacerdotale e uno regale, ma successivamente affioreranno altre tipologie, ivi compreso un messia collettivo costituito dagli eletti d’Israele.
L’ultimo tentativo, sotto Adriano, di restaurare uno stato ebraico, si ebbe quando prese il potere il governo militare di un certo Bar Kochba Shimon (seconda rivolta giudaica). Gli Ebrei saranno venduti come schiavi, Gerusalemme si chiamerà Aelia Capitolina e la Giudea sarà Siria Palestina.


L’istituzione del canone evangelico fu laboriosa, con strascichi fino al concilio di Trento e riverberi sino alle odierne commissioni di “esperti”. Infine si decise per tre vangeli: Marco, Matteo e Luca; un quarto, attribuito all’apostolo Giovanni, esiliato a Patmos (come Oreste, dopo aver ucciso la madre Clitennestra, per sfuggire alle Erinni), fu accolto nel canone dal Sinodo di Cartagine dell’a. 397. In questo vangelo di 404 versetti, 278 contengono almeno una citazione vetero-testamentaria, fatto di per sé eloquente. Gli altri vangeli divennero extra-canonici, cioè via via rigettati come “apocrifi”.
Sono state proposte varie teorie sull'origine dei tre vangeli sinottici e sulla loro datazione. L'ipotesi più comune è che il vangelo di Luca ed il vangelo di Matteo siano stati scritti sulla base del vangelo di Marco. Molte ipotesi ma nessuna certezza per quanto riguarda la loro lingua originale (25). Sicuramente scritti dopo la distruzione di Gerusalemme (Mc XIII 1-4; 14-19, ecc.), probabilmente per un pubblico (se ci si può esprimere così) non ebreo (Mt XXVII, 24-25), subirono poi vasti rimaneggiamenti come p. es. dimostrano certi versetti ballerini di Giovanni (7,53 e 8,11) e la redazione in Marco (16, 9-20) dell'appendice canonica, ma non autentica, - che si continua a leggere nelle chiese il giorno dell’Ascensione -, aggiunta probabilmente nel II secolo, relativa alle “apparizioni” dopo la resurrezione (cfr. Carlo Maria Martini, Introduzione ai vangeli sinottici, in Il messaggio della salvezza, Torino 1970, pp. 69 e sg.).
Chi possa aver ispirato i vangeli, canonici e no, è un argomento che appassiona i filologi sapienti e i teologi saccenti. Mentre questi ultimi dedicano la loro esistenza all’interpretazione e all’ermeneutica del trascendente, gli atei dedicano i loro sforzi a denunciare e combattere le nefandezze commesse in nome e per conto di Dio. Anche papa Wojtyla, nella Lettera apostolica novo millennio ineunte, per quanto riguarda i vangeli, parla di “loro complessa redazione”. Non possono non venire alla mente le celebri parole dell’Anticristo di Friedrich Nietzsche, laddove si dice che persino se si ha per l’onestà la piu modesta pretesa, si deve oggi sapere che un
teologo, un prete, un papa non soltanto errano, ma mentono in ogni frase che sia da essi proferita.
Nella più favorevole delle ipotesi, c’è connubio tra malafede e uno stato di alienazione psico-patologica che ottunde la ragione critica.
Il senso comune, e non solo, ritiene che i vangeli contengano un massaggio d’amore e di perdono, un paradigma opposto a quello del V.T.. In realtà i vangeli su questo punto sono molto contraddittori. È vero che si invita l’offeso a porgere l’altra guancia, che Gesù nel Getsemani ammonisce di non ricorrere alla spada, ma vi sono innumerevoli altri passi che dicono esattamente l’opposto. Per i cultori della materia: Mt. 11,20-25; 13,42-50; Lc. 10,15; 13,27; 22-13; 25-14; ecc. ecc.. La vittoria del cristianesimo ha posto i vangeli in una luce particolare, come modello letterario a sé stante; tuttavia essi appartengono al genere della mitologia religiosa, tipica di ogni tempo. I racconti relativi alla vita di Gesù trovano analogie decisive nella letteratura religiosa di diversi popoli e, del pari, sono improntati al miracoloso, con trasmutazione di acqua in vino e di vino in sangue, passeggiate sulle acque, resurrezioni, apparizioni, ascese al cielo, ecc.. Forse il personaggio Gesù, il Salvatore, è ricalcato su quello biblico di Giosuè (B. Dubourg) oppure si tratta di una figura fraudolentemente mutuata su quella di un certo Giovanni di Gamala, figlio di Giuda il Galileo appartenente alla famiglia degli Asmonei e discendente della stirpe di Davide (26). Eccetera. La diatriba, infinita, non c’interessa fino a tal punto.
Pertanto, l’attitudine storica dei vangeli non ha alcuna seria possibilità di considerazione. Le circostanze epocali alle quali essi alludono con insistenza sospetta, sono frutto di ricostruzioni imprecise quando non arbitrarie: si parla, p. es., di allevamento di maiali in Palestina e simili.
Per i cultori del genere (solo per loro) si ricorda che Eusebio considera i fratelli di
Gesù come fratelli di carne (I, 20) e adduce a suo favore testimonianze “storiche”.
Non ultimo: c’è da considerare come assolutamente inverosimile “supporre la divinizzazione di un ebreo contemporaneo, di un uomo di sangue e carne” (Couchoud), in terra palestinese e nell’àmbito dell’ortodossia giudaica, di un uomo che aspira a farsi re:


Quanto a quei miei nemici che non volevano che io regnassi su loro, menateli qua e scannateli in mia presenza (Lc, 19-27).


È vero che questo versetto si riferisce ad una parabola, ma tutto fa ritenere, visti anche i versetti sopra citati e tanti altri, che questo rispecchi esattamente il pensiero peraltro contraddittorio del protagonista dei vangeli.
Nell’a. 325 è convocato Costantino il concilio ecumenico di Nicea; l’imperatore presiedeva da un kathisma d’oro. Sarà il primo e più celebrato imperatore cristiano; pare ispirasse la sua vita al vangelo. Fece uccidere, tra gli altri, il figlio primogenito Crispo, figlio di Minervina, e inoltre Liciniano, figlio della sorella Costanza; costrinse il suocero al suicidio, la moglie Fausta fu affogata nel bagno, eccetera (27). Considerato santo dalla Chiesa ortodossa.


... inter Divos meruit referri.
 

Secondo Zosimo, nel 326, oppresso da rimorsi per le uccisioni dei familiari, l’imperatore santo s’era imbattuto in un cristiano, forse Osio, il quale gli aveva assicurato che la credenza dei cristiani cancellava ogni peccato e gli aveva perciò promesso il perdono invece negatogli dai sacerdoti pagani (28).
Scopo principale del Concilio era quello di rimuovere le divergenze nella Chiesa di Alessandria, cioè quello di stabilire la natura di Gesù in relazione al Padre; in particolare, stabilire se il Figlio fosse della stessa ousìa, sostanza, del Padre. Ario, il prete di Baucalide, che aveva molti suoi partigiani nel clero e tra gli elementi religiosi di Alessandria, sosteneva:


« Dio è uno ed eterno, non generato. Gli altri esseri sono creature, il Logos per primo. Come le altre creature, esso è stato tratto dal nulla, non già dalla sostanza divina; ci fu un tempo in cui non esisteva. (29) »


In altri termini, fino al primo concilio (e anche dopo) non tutto il clero cristiano è d’accordo sulla vera natura della trinità e quindi circa quella di Gesù (30). Che questi fosse inteso come un’entità divina era nelle cose, ma che fosse omologo a Dio in tutto e per tutto, era e sarà tutt’altro che pacifico. Si adottò un escamotage: fu dichiarato “consustanziale” al Padre: homooùsion  =  della stessa essenza.
Anche il vescovo Eusebio, teologo di corte, di tendenze ariane, si piegò all’ortodossia cattolica per compiacere il suo protettore Costantino.
Da ultimo, la Chiesa di Roma, con la fondamentale costituzione Dei verbum, promulgata nel 1965, ha confermato i vangeli quali espressione della parola di Dio.


***


Una delle osservazioni più immediate e frequenti rivolte a coloro che negano la storicità di Gesù è che:


L’invenzione di un tale personaggio in così pochi anni è del tutto inverosimile, anche se si deve ammettere che la sua vita ed il suo insegnamento abbiano potuto essere profondamente reinterpretati in questo intervallo di tempo (Henri-Charles Puech, Storia del cristianesimo, trad. it. Laterza 1984, p. 41).


Anche Vittorio Messori, nel suo Ipotesi su Gesù, a proposito della creazione del mito, liquida la questione così:


... c’è bisogno di tempo, di tanto tempo.


Scritture sacre a parte, tali affermazioni (“in così pochi anni”, oppure, “c’è bisogno di tempo”) sono di fatto il piedistallo sul quale i professionisti della falsificazione, dai media alla scuola, mettono in piedi il Gesù storico e respingono la tesi del mito, disconoscendo con tipica disinvoltura la critica moderna (31).
Con la stessa facilità, ma con maggiori credenziali storiografiche, si può sostenere che un mito, antico o moderno, per affermarsi, più che di tempo, ha bisogno di condizioni favorevoli. Il tempo lungo è necessario per obliterare le tracce e far tacere le testimonianze contrarie. In tal senso, la Chiesa cattolica ha operato per secoli in condizioni di monopolio perfetto.
Così come si può credere all’autenticità di una reliquia, di un miracolo (nel XXI secolo), non c’è motivo perché non possa essere creduta qualunque altra fola.
Facciamo un esempio molto cogente, cioè la storia raccontata da Dawn Brown nel
Codice Da Vinci: un’organizzazione segreta, il Priorato di Sion, fondato molti secoli or sono da Goffredo di Buglione e destinato a custodire le spoglie di tale Maria Maddalena in un sarcofago, sarebbe depositaria di un mistero capace addirittura di sconvolgere il cristianesimo. Gesù avrebbe figliato con lei e la sua discendenza si troverebbe in Francia, là dove avrebbe oggi il volto di una donna. Salvo poi scoprire che il Priorato di Sion è un ordine creato dopo la Seconda guerra mondiale da una banda di nostalgici del regime filo-nazista di Vichy che aveva dei conti aperti con l’Opus Dei, responsabile a loro dire dello sterminio dei discendenti di Gesù.
Non ci dobbiamo sorprendere degli effetti della falsificazione e manipolazione: p. es., è sufficiente digitare “death Paul McCartney” su un motore di ricerca di internet per trovarsi di fronte a 1.400.000 link! Perciò non deve sorprende che vi siano almeno decine di migliaia di persone disposte a dar credito all’esistenza effettiva del Priorato e molte di più disposte a credere alla possibile figliolanza di Gesù e, implicitamente e acriticamente, ad una sua effettiva vicenda storica.
La vicenda di Bérenger Saunière, parroco di Rennes-le-Château, è in tal senso il degno contraltare del racconto di Brown.
Il fantastico ha una presa sulle coscienze che la verità non possiede. La falsa coscienza è il miglior mezzo di adattamento sociale di cui dispone l’umanità precaria. Da sempre, i magliari di ogni risma, statisti e preti, sanno perfettamente che per mantenere salde le condizioni oggettive dello sfruttamento, diventa indispensabile l’accettazione morale e non solo pratica della sottomissione.
Un’altra obiezione reiterata dagli esponenti cattolici, è quella secondo cui, con gli stessi argomenti richiamati per negare la storicità di Gesù, si potrebbe, ad esempio, negare quella di Socrate. Si tratta di un’osservazione apparentemente ingegnosa che mira a spiazzare l’interlocutore, ma in realtà non tiene conto che l’esistenza storica di Socrate e quella di Gesù hanno una valenza decisamente molto diversa sul piano del postulato e delle relative conseguenze. Per chi crede, Cristo rappresenta una “effettualità” tangibile della fede; ma Gesù deve esibirsi anche come realtà storica sostenibile perché il cristianesimo possa rivendicare un credito. Di contro, le concezioni filosofiche possono essere seguite nei loro insegnamenti anche se i loro fondatori risultassero dei miti.


***


C’è bisogno di tempo, di tanto tempo. Vediamo, in modo ovviamente sommario e a scopo esemplificativo, come è stato impiegato partendo dalle contaminazioni tra paganesimo e cristianesimo, ovvero come quest’ultimo ha risolto i suoi problemi di
inculturazione una volta uscito dall’alveo giudaico, dal quale ha comunque tratto moltissimo (32). È ormai diventato luogo comune il fatto che tali tracciabilità si riscontrano numerosissime tra Gesù, Krishna, Horus, Prometeo, Budda, Mitra, ecc.; vale quindi farne solo un rapido cenno.
Uno degli influssi più notevoli nella formazione del mito cristologico lo ebbe il mazedismo: il "Salvatore" Mitra, figlio del dio Ahura Mazda. Nato il 25 dicembre in una grotta da una vergine, aveva dodici apostoli, santificava la domenica, ecc..

 Quel che c'era di bello e di sublime nel mito del Sole venne fatto proprio dal Cristianesimo: Helios divenne Cristo.


Fu arrestato, processato, torturato ed ucciso dopo essere stato appeso ad un palo. Dopo tre giorni resuscitò. La resurrezione di Mitra veniva festeggiata alla metà di marzo, in corrispondenza alla rinascita della natura dopo l'inverno. Alla fine del mondo, egli sarebbe tornato sulla Terra per giudicare i vivi ed i morti resuscitati dalle loro tombe con i loro corpi. Era l’Agnello di Dio e Figlio dell’uomo.


Nella religione del Dio Mitra, che ebbe sopra tutte le altre grande diffusione e potenza, tanto da sembrare che in un dato momento riuscisse vittoriosa contro il cristianesimo stesso (e ciò spiega la reazione violenta dei cristiani, che ai tempi di Teodosio perseguitarono a morte il mitracismo, distruggendone i templi e trucidandone i seguaci) (Francesco Michelini, Schiavitù, religioni antiche e cristianesimo primitivo, Laicata ed. 1963, p. 63).


Giustino accusa gli adepti di Mitra di aver attinto alcuni riti dall’Antico Testamento e dagli “Evangeli” (33). Anche Tertulliano denuncia come imitazioni diaboliche dell’eucarestia i banchetti mitriaci. Mircea Eliade dice che in realtà i banchetti delle
religioni pagane erano molto diffusi in epoca imperiale (34). Resta da rilevare che il culto di Mitra è più antico del cristianesimo e fu introdotto a Roma in età repubblicana.
L’eucaristia, nel significato odierno e recente, non aveva luogo nel cristianesimo primitivo.


Gli Apostoli che presero parte all'Ultima Cena capirono il significato delle parole uscite dalle labbra di Cristo? Forse no         (Lettera enciclica “Ecclesia de Eucharistia” di Giov. Paolo II ).


E anche nel rito essa era solitamente diversa da quello che divenne in seguito. Nel rituale degli ebioniti c’era pane e sale, per i montanisti pane e formaggio, per gli “acquari” nordafricani pane ed acqua; sembra che per un certo periodo nella Chiesa ufficiale si sacrificasse con pane, verdure e acqua.
La transustanziazione divenne dogma molti secoli dopo. Una sistemazione definitiva fu data nei dottrinali dei Decreti sulla Santissima Eucaristia e sul Sacrosanto Sacrificio della Messa promulgati dal Concilio di Trento, ma non è nostro interesse indagare a fondo nella questione: i cattolici possono sacrificare come e cosa liberamente. Si vuole bensì ribadire che, anche in questo caso, il rito e il dogma sono aggugliati al mito, ex post (35).
Di notevole interesse, a proposito di banchetti, è la pratica del refrigerio presso la tomba del defunto. Il rito fu ripreso anche in àmbito cristiano: consisteva in una libazione di vino o in una vera e propria colazione, nota in quanto tale col nome di
agape (Pasquale Testini, Archeologia cristiana, Edipuglia 1980, p. 143-45). I soliti Tertulliano e Agostino cercarono di offrire un’interpretazione diversa del rito, per quanto riguarda i cristiani, più simbolica. Il Testini, in nota, osserva che “l’agape per eccellenza fu quella eucaristica”.
San Paolino ricorda il gran numero di poveri che partecipò al grandioso convito approntato da Pammachio nel 397 a S. Pietro in Vaticano in suffragio dell’anima di sua moglie.
Agostino (v. Sermoni Dolbeau) cercò di riformare le celebrazioni dei martiri in cui si festeggiava con canti, vino e danze. Del resto, scrisse:


Quando ero studente in questa città andai alla veglia in chiesa e passai la notte a sfregarmi con le donne, insieme ad altri ragazzi desiderosi di far colpo sulle ragazze, dovunque si fosse presentata un’opportunità di fare all’amore.


Tali conviti, nonostante i richiami dei vescovi alla moderazione, divennero un’abitudine quotidiana, con eccessi ormai frequenti (in abundantia epularum et ebretiate). Malgrado gli ammonimenti e la repressione, tale rito rimase in auge almeno fino al VI sec. in Occ. e con qualche eco fino al XII in Or..
Ma anche altri aspetti sono significativi del lento costituirsi del mito cristologico, e riguardano l’iconografia funeraria e l’epigrafia. Prima del III sec. non si hanno elementi certi di ipogei cristiani:


Durante questo periodo di transizione mancano del tutto dati sicuri per la maggior parte degli ipogei isolati noti e, molto spesso, anche per alcuni di quelli che diedero origine alle maggiori catacombe cristiane (Philippe Pergola, Le catacombe romane, Carocci 1998, p. 53).


Come è ormai risaputo, le catacombe come luogo di comunione o di rifugio cristiano appartengono al repertorio leggendario.
Per quanto concerne l’iconografia funeraria cristiana, per secoli essa è marcata da un impiego diffuso di elementi ispirati a modelli profani, specialmente di carattere mitologico. Ancora nel terzo secolo, certe figure, attribuite al culto cristiano, sono ampiamente reinterpretate su modelli pagani (Friedrich W. Deichmann, Archeologia cristiana, L'Erma di Brettschneider 1993, p. 124). Per esempio, nelle catacombe di Roma si può vedere Horus rappresentato come un bambino in braccio a Iside.
Laddove gli esperti di archeologia cristiana presumono di vedere raffigurato Gesù (“è straordinariamente arduo decidere”), esso è rappresentato piuttosto come un filosofo, con il tipico pallio.


Quanto sia difficile identificare alcune figure, anzi quasi impossibile, è dimostrato da quel pastore con barba e pallio [...] Ma in tutto l’ipogeo degli Aureli (36) dove è mai possibile ritrovare un’altra scena sicuramente cristiana [...] ? Dunque questo pastore, filosofo e maestro dovrà rimanere per noi senza nome (Deichmann, cit., p. 125).


Nei primi secoli, l’iconografia si ispira a motivi biblici, oppure a scene di battesimo cui è però difficile attribuire un significato univoco. Si dovrà attendere l’epoca costantiniana perché l’iconografia cristiana abbandoni gli elementi pagani per dotarsi di modelli più autonomi (ibidem, p. 129) e perché la figura di Gesù sia più chiaramente rappresentata. Anche se continueranno a rappresentarsi scene di Orfeo e di animali. E solo più tardi, negli ultimi decenni del IV secolo, si avrà un Gesù assiso in trono e con la clamide purpurea degli imperatori, legislatore e maestro, dunque con la mimica, gli attributi e il carattere dell’arte imperiale.
 

Dunque questa sua immagine, che ancora oggi impronta in maniera determinante l’immagine del Redentore ed è divenuta quella accettata da milioni e milioni di cristiani, ebbe origine nel IV secolo (Deichmann, p. 136).
Una delle immagini che ha maggiormente animato il dibattito è certamente quella del pastore con la pecora sulle spalle, oggetto di un’infinità di studi e riflessioni.
Nel III secolo lo si incontra indifferentemente associato alle stagioni nella pittura funeraria o nei sarcofagi pagani e al centro di rappresentazioni esclusivamente cristiane [...]
(Pergola, cit., p. 70).


La venerazione delle immagini sacre, dapprima solo tollerata dalla Chiesa (in ossequio al divieto della tradizione giudaica), venne infine ufficializzata e quindi promossa e favorita (si rammentino le parole di Gregorio Magno). Ovviamente l’interpretazione, di fronte all’iconografia paleocristiana, si è sbizzarrita ed è spesso rimasta intrappolata nella speculazione soggettiva e, come sappiamo, nulla è più tenace delle teorie teologiche o del pio desiderio del credente.
Gli esempi riguardano anche le figure zoomorfe, quali il pesce, l’agnello, la colomba; ma anche altri tipi: la stella, l’ascia, la svastica (dal sanscrito svasti = salute, bene, felicità), ecc.. Altro esempio riguarda la cosiddetta cathedra Petri, cioè quelle cattedre scavate nel tufo. Si è voluto, dice Testini, attribuire loro un carattere liturgico che in realtà è senza fondamento. Queste cattedre erano destinate ad essere occupate dalle anime dei defunti, quando i vivi venivano a celebrare il refrigerio davanti ai loro sepolcri. Se ne trovavano non solo singole ma anche doppie, destinate ai coniugi (cit., pp. 147 e 489).
Altri tipi di raffigurazione, p. es. gli angeli lati, hanno tradizione antichissima e abbondanti sono le attestazioni, come frequente la loro presenza nelle steli funerarie e nei manufatti vascolari di tipo greco (37).
In buona sostanza, da questi pochi esempi, ricaviamo l’idea che in occasione di visite guidate alle catacombe, si potevano (e si possono) sentir raccontare diverse “imprecisioni”.
Per quanto riguarda l’epigrafia, cioè a proposito di monogrammi, acrostici, la “psefia”, ecc., si rinvia all’opera fondamentale di Testini, Archeologia cristiana, Terzo libro, Epigrafia, cap. II, Elementi tecnici. In questa sede ci preme sottolineare solo quanto segue:


Va però notato [che tutti i monogrammi] sin qui esaminati e perfino lo stesso segno di croce nella forma matura del sec. IV, formata da due semplici bracci trasversali incrociati, hanno numerosi precedenti grafici similari in vari segni egizi, semitici, ebraici e in genere delle civiltà precristiane del medio Oriente. Il cristianesimo, come fu suo costume, conferì loro un contenuto nuovo [...] I pochi monumenti superstiti, anteriori a Costantino, sono talvolta contraddittori e comunque non rivelano elementi sufficientemente sicuri, né consentono, almeno per ora, affermazioni cronologiche precise (cit., p. 361).


Quindi, al simbolo della croce fu dato un contenuto nuovo, ma solo a partire dal IV secolo. Prima di allora l’archeologia non offre nulla di significativo. Per molti studiosi, Robin Lane Fox, per esempio, non esiste nell’entourage cristiana un segno del Chi-Rho (XP) che possa essere fatto risalire ad un’epoca precedente quella costantiniana (38).
Per quanto riguarda invece i riferimenti espliciti al battesimo, in epigrafia, sono piuttosto tardivi. Testini avverte che per quanto riguarda i primi secoli non si trova alcun cenno al verbo baptzio. Per il resto, i termini destinati al battesimo e alla cresima rimasero fino al IV secolo abbastanza generici (cit., p. 418).
Anche per quanto concerne le iscrizioni allusive all’eucarestia, Roma “presenta pochissime iscrizioni”. Così fuori Roma, in Occ. come in Or., “testi epigrafici del genere sono rarissimi” (cit., p. 419).
I pochi testi epigrafici che, come si diceva, alludono all’eucarestia (refrigerio gaudentes), sono in greco e, in tutta franchezza, chiedono una certa predisposizione per interpretarli in senso favorevole all’eucarestia. Ad ogni buon conto, esempi in Testini sono alle pp. 144 e 422-425.
Anche per quanto riguarda il sacramento del matrimonio, proprio il termine “matrimonium” viene menzionato ben rare volte nelle epigrafi cristiane. Lo stesso
dicasi per quanto riguarda la dogmatica cristiana, l’epigrafia è ben scarsa e riguarda, al solito, un’epoca molto tarda e vi si rintracciano solo allusioni.
Il parere degli studiosi citati, tutti collegati al Pontificio Istituto di archeologia cristiana, è sostanzialmente unanime:


Secondo una felice formula di C. Carletti l’ “epigrafia dei cristiani” della prima metà del III sec., prima di diventare “epigrafia cristiana” nella seconda metà del medesimo secolo, è caratterizzata da un’alta percentuale di testi “neutri” (Pergola, cit., p. 69).


Di rilievo è il modo di operare di certi archeologi del passato: per es., il celebre De
Rossi, reperiti ed interpretati dei piccoli frammenti di iscrizioni, ne integrava le parti mancanti con testi e trascrizioni del VII secolo! Oggi possiamo leggere nella cripta dei papi della catacomba di san Callisto, un celeberrimo carme ricomposto con questa metodica (cfr.Carlo Pavia, Roma sotterranea, Gangemi 1998, p. 279).
Infine, una breve cenno sulle iscrizioni storiche, cioè quelle che riguardano la genesi e la storia dei monumenti, gli avvenimenti della Chiesa, la liturgia, le reliquie, donazioni, i voti, ecc. (39). Anche per quanto concerne questo tipo d’iscrizioni le testimonianze anteriori al IV secolo sono scarse. Questi testi subirono gravi perdite, ci dice Testini, ma vennero trascritti dai compilatori delle sillogi dal VII all’XI secolo.
Pertanto il beneficio del dubbio, per quanto riguarda questi testi, deve essere quello di pragmatica. Poi vi sono altri testi conservati nelle opere degli autori più celebrati, quali Paolino da Nola, Prudenzio, Venanzio Fortunato, Agnello di Ravenna, Ambrogio, Agostino, ecc.. Tutti autori di indiscutibile referenza.
Insomma, l’archeologia cristiana, ci segnala che del nome di Gesù, fino ad epoca piuttosto tarda, non c’è traccia. Si rintraccia l’acrostico IKZVS (ICQUS), che in sé significa pesce e che secondo Deichmann:


Nell’archeologia cristiana il pesce è stato a lungo il simbolo principale del Cristo e ogni sua raffigurazione nell’arte della tarda epoca imperiale romana è stata interpretata, in un certo senso quasi obbligatoriamente, come il simbolo di Gesù Cristo, fissandone l’origine all’età apostolica. Così sono state riferite a Cristo molte immagini del pesce che invece possedevano tutt’altro significato, ossia non rappresentavano alcun simbolo di Gesù Cristo, né avevano alcun altro significato cristiano. Difatti allo stato delle nostre conoscenza il pesce divenne simbolo di Cristo solamente verso la fine del II secolo d.C.. (cit., pp. 152-53).
Ma al contempo il pesce poteva simbolizzare anche il semplice fedele [...] Inoltre il pesce appare come significato eucaristico. [...] Tuttavia oggi sappiamo che il pesce in questo caso raramente aveva un legame diretto con Gesù Cristo, bensì raffigurava solamente un piatto scelto [...]
(ibidem, p. 153).


Parole eloquenti e, per quanto ci riguarda, definitive. Deichmann non è stato uno studioso qualsiasi (e men che meno Testini). Di contro ai falsificatori di professione, possiamo quindi asserire che il processo di costruzione del mito cristologico, non solo fu lento, ma richiese diversi secoli di elaborazione e messa a punto. Un lavoro di taglia e incolla che procede senza sosta anche ai nostri giorni.


***
 

Le credenze arcaiche sono sostanzialmente forme concrete di relazione e percezione del mondo, magia e divinazione approcci di conoscenza. Esse non rappresentano una concezione della realtà con una morale conseguente, una “filosofia”, ma sono la coscienza “autentica” della comunità. Solo in seguito, quando i rapporti sociali diventano coattivi, le antiche credenze si corrompono, diventano religioni morali, strumenti di potere, ideologia dominante. Tutta la verità stabilita si converte in autorità.
È a tale stadio che la religione e tutte le altre idee, separate dai rapporti sociali di produzione, sembrano vivere di vita propria. I filosofi di scuola chiamano questa falsa coscienza autodeterminazione del concetto. Ed è in base ad essa che ogni epoca racconta la propria storia illudendo se stessa e i propri schiavi (40), tendendo a dimostrare la necessità e inalienabilità dei rapporti di sfruttamento. Tra i suoi portavoce, spiccano quelli con la porpora, esperti della Vita, della Famiglia Naturale, del sacro Vincolo e della universalità più varia. Essi combattono una battaglia inestinguibile contro l’uomo storico.
Dal lato della fede, il cristianesimo, quale religione a marcatore soteriologico, risponde all’esclusivo bisogno di illusioni di un mondo rovesciato, alla speranza di redenzione di uomini e donne schiavizzati da sempre. Affermare che solo dei bambini potrebbero credere ad un cielo abitato da alieni con fisionomia terrestre, significa eludere questioni importanti che attengono alla psicologia sociale e a molto altro ancora. Del resto, la storia che non tiene conto della psiche, è una storia senza uomini vivi.


La battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità (41).


Dal lato della storia, la Chiesa cattolica non rinuncia e anzi contrattacca con la sicumera di chi brandisce la verità. Maestra di citazioni e versetti chiama in campo i suoi corifei per una difesa ad oltranza, invoca “autenticità” e favorisce con puntiglio e acribia la polemica sulle inezie.


Coloro che sono al servizio della Chiesa, invece di demordere, insistono, quanto più viva e la loro intelligenza e profonda la loro conoscenza della storia, nel mentire non tanto per illudere se stessi quanto per perpetuare l’inganno ai danni degli altri (K.H. Deschner, Storia criminale del cristianesimo, I, 46).


Ove non bastasse, soccorre la sacra “tradizione”, quella apostolica e degli “eredi”:
 

È questa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l'intero canone dei libri sacri e nella Chiesa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre Scritture (Dei verbum, cap. II).


Ancorché la tradizione si rivelasse debole o insufficiente, i notai della Dei verbum forzano sul magistero della Chiesa, unica depositaria dell’interpretazione autentica e definitiva. Insomma, una linea Maginot (42).
Su questo versante la storia non ha tema. Vano è anche sottolineare la distanza, la frattura, tra annuncio profetico e verifica del presente, rincorrere la dogmatica, l’ermeneutica pindarica, il vagheggiamento di fantasmi. Se in Marco (9,1) Gesù afferma che tra i suoi seguaci molti non saranno ancora morti quando verrà il regno di Dio, nei successivi Atti degli apostoli (7,1) si correrà ai ripari rinviando sine die.
 

L’avvento del Regno di Dio era dunque soltanto questione di giorni. In seguito, noi decidemmo ch’Egli intendeva dire che sarebbe tornato durante la presente generazione. In tempi comunque brevissimi. Stiamo ancora tremando come canne al vento. Stiamo ancora sulle spine.
Naturalmente, io predico tutto questo ogni domenica dal pulpito della mia cattedrale che, sia detto per inciso, avrebbe bisogno di un tetto nuovo. Ma, come dice il nostro proconsole: «Perché spendere soldi se il Messia sta per venire, da un momento all’altro ormai, e questo nostro magnifico mondo, tutt’intero, sta per andare a catafascio?». È spiritoso, il proconsole della Macedonia
. (Gore Vidal, In diretta dal Golgota, Longanesi 1992, p.34).


L’ironia dissacrante di Gore Vidal è l’opportuna risposta all’agiografia e storiografia cattolica quando tratta questioni essenziali, quali per esempio la resurrezione di Gesù.
In tali frangenti (ma non solo), essa assume un comportamento fraudolento e intollerabile. Parla d’altro. Oppure, bruscamente, passa da una visione storica ad una interpretazione simbolica e meta-storica del vangelo. Superato questo snodo cruciale, riprende a pontificare su virgole e translitterazione, sic et simpliciter. Così nei testi universitari per l’esame di storia del cristianesimo, per non dire poi di quelli di scuola.
La scuola dello Stato concordatario di ieri, di oggi e, c’è da temere, di sempre.


***


Note


1. La critica della religione, affrancandoci dalle pastoie del soprannaturale, ha reso possibile la critica dell’esistente scartando le pregiudiziali dogmatiche.
2. I Cristiani avevano subìto davvero la prova del fuoco. Ma questa, anziché distruggerli, era stata semente di nuovi proseliti. Con la Fede che spiega la loro energia, con la predicazione che è “vivum ministerium Verbi”, con l’amore e lo spirito di sacrifizio si erano, verso la fine del III e il principio del IV secolo, imposti all’attenzione e alle preoccupazioni di quelli che reggevano le sorti dello Stato: quindi, Costantino. Si tratta di un passo della tesi di laurea di Paolo Roasenda, alias padre Mariano, il famoso frate che per mezzo della televisione italiana degli anni ’60 e ’70 ebbe notevole influenza sul pubblico cattolico. È stata pubblicata a Roma nel 1991 dalle edizioni “La posta di P. Mariano”; la cit. è a p. 23. Ad ogni buon conto, i cristiani dei primi secoli si guardavano bene dal revocare in dubbio l’autorità imperiale; anzi, anche in tempi di persecuzione, avevano sostenuto che il potere dei sovrani pagani, secondi solo a Dio, era espressione della grazia divina: “Colimus ergo et imperatorem, sic, quo modo et nobis licit, et ipsi expedit ut hominem, a Deo secundum, et quidquid est a Deo consecutum, solo Deo minorem (Tertulliano, Ad Scapulam, c. II). Anche dopo Costantino, era naturale che il sovrano intervenisse nelle cose ecclesiastiche. Vari esempi lungo i secoli in: H.C. Lea, Le origini del potere temporale di Papi, Casa ed. di Cult. Moderna, Mendrisio 1915, in part. pp. 7-15.
3. L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, Soc. Ed. Libraria, Milano s.d., Preambolo al II vol. , p. 5.
Nel 337 Eusebio scrive la cronaca della battaglia di Ponte Milvio,“come meglio poté”, sul racconto di Lattanzio, De mortibus persecutorum. ("orribile opuscolo" proveniente da "una voce stridente di odio implacabile", secondo A. Momigliano (Storiografia pagana e cristiana nel sec. IV d.C., nel vol. di AA.VV., Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel IV secolo, Einaudi 1968, p. 91). In tale cronaca eusebiana si racconta del sogno di Costantino e del simbolo della croce sul vessillo delle sue truppe. Nella sua precedente Storia Ecclesiastica del 325, la favoletta non viene raccontata. Sappiamo però che questo vessillo era da tempo in uso nei reparti della Gallia; era una X con una linea ripiegata in cima e al centro di questa lettera, e sappiamo pure che furono messe molto in evidenza nella lotta, perchè tutti i romani (cristiani e pagani) dall'interno della città potessero nettamente distinguere le truppe di Costantino che stavano dando l'assalto. Dopotutto la croce non era un simbolo esclusivamente cristiano. In tempi passati i galli avevano combattuto sotto la croce di luce del dio Sole, sicché per i soldati quello era semplicemente il loro labaro e basta (su questo argomento v. anche la successiva Nota 38). Sull’autenticità dei documenti costantiniani, in part. l’Editto ai Prov.li di Palestina (VCII, 24/42), pubblicati nella Vita Costantini di Eusebio, gli storici si sono accapigliati e non sembra che la diatriba possa placarsi. Della Vita Costantini si hanno sette manoscritti, ma solo tre effettivamente utilizzabili. Anche di questi mss. i più antichi datano dall’XI secolo. L’Heikel, uno dei massimi esegeti di Eusebio, constatò che tutti i mss. usati fino allora erano interpolati ed ebbe la ventura di conoscerne alcuni fino allora ignoti e fra essi il miglior manoscritto della V.C., il Vaticano 149. Per l’Heikel, Eusebio “non scrive soltanto per i suoi contemporanei, ma anche per i posteri”.
Per le controdeduzioni: Ireneo Daniele, I doc.ti costantiniani della Vita Costantini, Università Gregoriana 1938. Un’opera per lunghi tratti considerata fondamentale in tema di questi studi è quella del Crivellucci, Della fede storica di Eusebio ecc., Livorno 1888, pubblicata in appendice alla St. delle relaz.ni tra Stato e Chiesa. Lasciamo di buon grado la filologia e la storia agli esperti e limitiamoci ad inferire ciò che è di nostro interesse: per la sua politica Costantino si avvalse dei cristiani e di tutti coloro che potevano tornargli utili. Da buon statista, senza rinunciare alla carica di massimo pontefice dei pagani (v. anche la successiva Nota 27).
4. Karl Kautsky aveva però ottime ragione nel sostenere che “Non c’è un solo pensiero cristiano […] che non sia rintracciabile già prima di Gesù nella letteratura pagana o giudaica”.
5. Sulle origini del cristianesimo, Editori Riuniti 1975, passim. Ad Engels va senza dubbio riconosciuto l’alto valore propedeutico e anticipatore dei suoi scritti sul cristianesimo, e quindi il nostro debito verso di essi. Tuttavia, tenuta ben ferma tale premessa, alla luce degli studi pubblicati nei decenni a noi più vicini, le tesi di un cristianesimo primitivo quale movimento religioso connesso strettamente alle classi degli schiavi e del proletariato antico, così come il parallelismo, per quanto riguarda taluni aspetti, tra cristianesimo delle origini e movimento socialista, ci paiono ormai datate.
6. L’ideologia tedesca, MEOC, vol. V, p, 145.
7. Pietro Bonfante, St. dir. rom., vol. II, cap. XXIV, p. 5. Per una breve disanima storiografica della questione sulla religiosità di Costantino, cfr.: S. Mazzarino, Il basso impero, Dedalo 1974, vol. I, cap. II. Scrive lo storico siciliano: Secondo l’opinione di Burckhardt, come tutti sanno, ogni tentativo di penetrare nella coscienza religiosa di C. risulterebbe vano, in quanto l’ambizione e l’avidità di dominio non avrebbero concesso a quest’uomo geniale alcun attimo di quiete: Burckhardt dunque riteneva che C. fosse stato “ganz wesentlich unreligiös”, cioè sostanzialmente non-religiorso (cit. p. 33).
8. Andreas Alföldi, Costantino tra paganesimo e cristianesimo, Laterza 1976, p. 25.
9. Lucio De Giovanni, Costantino e il mondo pagano, M. D’Auria editore 1993, pp. 6-7.
10. Peter Brown, Potere e cristianesimo nella tarda antichità, Laterza 1995, p. 111.
11. Santo Mazzarino, Aspetti sociali del IV secolo, BUR 2002, p. 95.
12. A. Momigliano, nel vol. di AA.VV. , Il conflitto, cit., p. 11.
13. Secondo S. Mazzarino, nel rapporto tra il vescovo di Cordova Ossius e il principe di Treviri è una delle chiavi che possono introdurci all’intedimento dell’età costantiniana (Il basso imp., cit. p. 152).
Sempre secondo Mazzarino è nell’età dei Severi che si compì l’incontro tra forme statali e rivoluzione cristiana (ib., p. 158).
14. Adozionisti, antimarcioniti, apocalittici, apollinaristi, ariani, basilidiani, cainiti, docetisti, ebioniti, encratici, eunomiani, gnostici, macedoniani, manichei, montanisti, marcioniti, sabellianisti, valentiniani, ecc.. Nei quasi venti secoli di esistenza del cristianesimo, le eresie sono innumerevoli, forse tante quante i versetti delle Scritture. Mons. Duchesne scrive a tale riguardo: “l’ortodossia nicena sembrava naufragata nella prevaricazione, più o meno forzata, dell’episcopato latino e greco” (cit., p. 7).
15. Salvatore Calderone, Costantino e il cattolicesimo, Il Mulino 2001. Ad ogni buon conto, contrariamente a quanto comunemente si è portati a credere, “non ci furono sostanziali differenze fra evergetismo pagano e opere di carità” (Rita Rizzi, Vescovi e strutture ecclesiastiche, ecc., Ed. New Press 1989, p. 143).
16. Ettore Ciccotti, Il tramonto della schiavitù nel mondo ant., Ist. Edz. Accademiche, Udine 1940, p. 46 (ora disp. presso L’Erma di Bretschnaider).
17. Il più forte freno alla liberazione degli schiavi dipese dal loro vantaggioso utilizzo rispetto alla manodopera “libera”, poiché quest’ultima era sì più efficiente sul piano del rendimento, ma soggetta all’arruolamento forzato nell’esercito che poteva durare decenni. Cfr.: S. Mazzarino, Aspetti, cit., pp. 255-56. Il dibattito storico su tali questioni è tutt’altro che sopito: per es.: il ventaglio interpretativo del concetto di “colono” è assai variegato. Schematicamente possiamo dire che la condizione del colono, formalmente libero, assomiglia a quella degli schiavi, così come non è del tutto fuori luogo un parallelo con il più moderno “mezzadro”. Studi più recenti in: Terre, proprietari e contadini dell’imp. rom., NIS 1997. In séguito servi e schiavi, sotto i barbari, cambiarono soltanto padrone (Momigliano, op. cit. p. 17).
18. Andreas Alföldi, cit., p. V. Vedi anche successiva Nota 20.
19. Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti 1993.
20. Polymnia Athanassaidi, Giuliano, ECIG 1994. Assai notevole, secondo S. Mazzarino (Il basso imp., I, p. 289), fu la politica economica di Giuliano, tendente ad aumentare il potere d’acquisto delle monete divisionali, in part. di quella ènea.
21. La resistenza al cristianesimo comunque non cessò, prova ne sia, probabilmente, la violenta fine di Graziano nel 383, dopo che aveva rifiutato il pontificato e aveva promulgato le misure antipagane relative all’altare della Vittoria e la soppressione delle sovvenzioni per i collegi sacerdotali.
Protestato [alto funzionario romano] aveva rappresentato per un cinquantennio la risposta “romana” – forse l’ultima valida, per vissuta sincerità e fondamento culturale – al difficile innesto delle sollecitazioni mistiche, soteriologiche e individualiste del paganesimo ellenico sul vecchio tronco del ritualismo di Roma, indissolubile dallo sbocco politico” (vedi: Lellia Cracco Ruggini, Il paganesimo romano tra religione e politica (384 – 394) ecc., Acc. Naz. dei Lincei 1979, pp. 4 – 14 e la citazione a p. 22).
22. Un’analisi storico-filologica delle diverse falsificazioni contenute nelle opere di Tacito, Giuseppe Flavio e altri classici, non rientra né negli scopi utili di questo lavoro, né nelle cognizioni euristiche di chi scrive. Un utile contributo per coloro ne avessero interesse, sta in Luigi Cascioli, La favola di Cristo, con epitome in: www.luigicascioli.eu . Viceversa, nostro scopo non è tanto quello di “dimostrare” qui la non storicità di Gesù, bensì quello di sottolineare la storicità del cristianesimo. Per un confronto tra due tesi opposte, cfr.: Karlheinz Deschner, Il gallo cantò ancora, Massari 1987, libro primo; Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, SEI, varie edizioni.
23. Martin Goodman, Iudea capta, ECIG 1995, pp. 15-18.
24. Falsificazioni letterarie abbondavano nella letteratura greca e romana, e libri religiosi, pagani, ebraici e cristiani, venivano spesso messi in circolazione sotto il nome di qualche antico personaggio illustre. Appena gli Ebrei impararono abbastanza il greco, cominciarono a fabbricare testi di famosi autori greci che glorificavano il popolo eletto. Già nel 150, i cristiani avevano confezionato le minute del processo a Gesù. Durante la grande persecuzione del 211, le autorità romane fabbricarono falsi atti dello stesso processo. Un secolo più tardi, Agostino conosceva le lettere apocrife di Gesù nelle quali questi appariva come un mago (Elias J. Bickerman, Quattro libri stravaganti della Bibbia, Pàtron 1979, p. 144). Sulla fraudolenta facilità e competenza manipolatoria del cattolicesimo romano, si possono citare casi innumerevoli e molto noti, non ultimo il fatto che nell’809 Carlo Magno fu costretto, a causa della nota vertenza sul “filioque”, far incidere il Credo su delle lastre affinché non subisse repentine “trasmutazioni”.
25. Bernard Dubourg, L’invention de Jésus, vol. I: L’hébreu du nouveau testament, pp. 20-21; v. anche: vol. II: La fabrication du nouveau testament, Gallimard 1987-1989; purtroppo non c’è trad. it..
B.D. è scomparso prematuramente agli inizi degli Anni Novanta. Cfr. anche il datato ma sempre valido W.F. Albrigt, L’archeologia in Palestina, Sansoni, pp. 246-54.
26. Per molto tempo la nascita del Cristo non fu celebrata, e in seguito, per altro, venne determinata in modo estremamente diverso, dato che non era certa neppure la determinazione dell'anno della nascita (per non parlare poi della storicità dell'evento). Intorno al 200, secondo quanto si sa da Clemente Alessandrino, per alcuni era il 19 di aprile, per altri il 20 di maggio, mentre lo stesso Clemente credeva che la data esatta fosse il 17 novembre (Clemente Alessandrino, St. rom. 1,21,147). Il natale sorse in Egitto nel II secolo, festeggiato il 6 gennaio (11 Tybi), giorno della nascita del dio Eone ovvero Osiride (vedi Plutarco: Iside e Osiride: 12,355 E.). Fu solo a partire dal 353 che la Chiesa
indicò il 25 dicembre, nel quale ricorreva la festività di Mitra, l'invitto dio del Sole, e tale scelta si proponeva soltanto di cancellare dalla coscienza popolare la ricorrenza pagana. L'Avvento, festa preliminare alla celebrazione del Natale, venne introdotto addirittura solo nel VI secolo. La nuova solennità ecclesiastica divenne ben presto assai popolare proprio perché altro non era se non la trasformazione e l'adeguamento della festa pagana del solstizio, della festività dell'Eone, cioè della mitica rappresentazione della nascita del nuovo sole. In tale circostanza, nella notte fra il 24 ed il 25 dicembre gli iniziati si raccoglievano in un adyton sotterraneo, per compiere i riti iniziatici intorno alla mezzanotte. All'alba i fedeli lasciavano in processione il luogo sacro, portando con sé la statuetta di un bambino, simbolo del Figlio del dio del Sole appena nato dalla Vergine, la Dea Caelestis, e non appena sorgeva il sole recitavano in coro la formula liturgica: «La Vergine ha partorito, la luce cresce». Il racconto cristiano del Natale è talmente popolare, che molti credono che esso si trovi in tutti i Vangeli, mentre, al contrario, è presente soltanto in Luca, il quale ha rielaborato una tradizione veterotestamentaria e più ancora un patrimonio culturale pagano. Cfr.: Karlheinz Deschner , op. cit..
27. Il pio Costantino [raccontato da] Eusebio di Cesarea, ed anche dallo storico Socrate, non ha, come è da tempo assai noto, maggiore consistenza storica del cardinal Richelieu di Alessandro Dumas; il primo imperatore nominalmente cristiano fu, infatti, ben lungi dall’essere quel prottetore della nuova fede e quel disinteressato persecutore d’eresie e del paganesimo che ai cristiani sarebbe poi piaciuto che fosse (P. M. Conti, Devotio e viri devoti in Italia da Diocleziano ai carolingi, CEDAM 1971, p. 28). Burckhardt afferma che Eusebio “ha falsificato da cima a fondo” la figura di Costantino (cit. da Mazzarino in: Il basso impero, p. 39).
28. Lucio De Giovanni, cit., p. 19, in nota.
29. L. Duchesne, op. cit., p. 78.
30. Chi era veramente questo Gesù in rapporto al padre? Che senso aveva professarsi monoteisti, se si affermava l’esistenza di un Dio in tre persone? Gesù era allora uguale o simile al Padre, o – addirittura – ne era una creatura subordinata? Sta in: G. Alberigo (a cura di), Decisioni dei concili ecumenici, Utet 1978, p. 12.
31. Tra i quali: Raul Vaneigem, La résistance au christianisme, Fayard 1993. Un testo importante che improbabilmente, come altri del resto, sarà tradotto in italiano.
32. L’Eglise accepta en bloc tout le service religieux des synagogues (L. Duchesne, Origines du culte chrétien, De Boccard Ed., Paris 1925, p. 49). Fenomeno noto come translatio Hierosolymae.
33. Reinhold Merkelbach, Mitra, ECIG 1988. Sono ripresi da pagina 186 i brani di Giustino.
34. Mircea Eliade,. St. delle credenze relig., ecc., vol. II, p.328.
35. Per le attestazioni, cfr. Deschner, op. cit., note alle pp. 242-43.
36. Sull’ipogeo degli Aureli, certamente non collegabile ad ambienti cristiani, cfr.: Philippe Pergola, Le catacombe romane, Carocci 1998, p. 91.
37. Nei sepolcri romani era quasi immancabile il rif. Agli Dèi Mani, alcune volte raffigurati come due angeli custodi i quali prendono possesso dell’anima del defunto (cfr.: Lidia Storoni M. (a cura di) Iscrizioni funerarie, ecc., Einaudi 1973, p. 33, in nota. Anche nei cimiteri cattolici odierni tale raffigurazione è tutt’altro che rara.
38. R.Lane Fox, Pagani e cristiani, Laterza 2006. Di questo lavoro non si condivide una delle tesi di fondo, ovvero quella secondo cui il cristianesimo si sarebbe diffuso poco alla volta dalle campagne ai centri urbani. Ritengo sia vero il contrario, come del resto dimostra l’ampia bibliografia sull’argomento.
Ogni lettera dell’alfabeto ebraico e greco-latino, racchiude un aspetto misterico. Altrettanto si verifica per l’uso simbolico delle lettere che nel cristianesimo hanno rappresentato la croce di Cristo. La lettera greca tau (T) corrispondeva più similmente al taw paleosemitico (+), l’ultimo grafema dell’alfabeto ebraico, che sviluppatosi successivamente in X ha contribuito a far associare, dai latini, questo nuovo segno alla crux decussata, nota anche come la croce di sant’Andrea (X). Tale corrispondenza, però, fu soltanto formale: le due lettere, infatti, furono associate non solo perché foneticamente simili, ma perché i loro morfemi richiamavano facilmente la figura della croce; si cercò, cioè, quel che più si avvicinava. La tradizione ebraica, come è noto, enfatizzò il tau: Ezechiele lo vede segnato sulla fronte dei giusti che Dio voleva salvare dall’imminente flagello (9,4). Anche nella letteratura sacra cristiana il tau appare come segno di salvezza: nell’Apocalisse i servi di Dio delle varie tribù d’Israele sono segnati con questo misterioso simbolo, il “segno divino” per eccellenza.
Il taw (t), l’ultima lettera dell’odierno alfabeto ebraico, corrisponde all’omega (W), l’ultima di quello greco, da cui le associazioni come lettere escatologiche che simboleggiano la signoria di Cristo sul tempo e sulla storia. Per l’ebraismo tale segno ebbe un’importante valore perché fu considerato come “segno di YHWH”, uno dei nomi del Signore, definito già dal profeta Isaia come l’Ultimo (44,6; 48,12). È per questo motivo che il sommo sacerdote era consacrato con un’unzione a forma di X (Chi) greco: l’antico taw semitico, diventa il Cristos, l’Unto che portava il nome di Dio. Il cristianesimo assunse il taw paleosemitico e l’elaborò nel suo significato teologico. Il tau, quindi, avrebbe rappresentato per i teologi del cristianesimo il “segno del Salvatore”; ciò può trovare conferma nel fatto che per gli ebrei il taw aveva già una significazione sacra, infatti era la lettera con la quale iniziava la parola hrwt (Thoràh) e che indicava sia la Legge sia coloro che vivono secondo la Legge.
39. Al British Museum di Londra è esposto il cd. tesoretto di S. Eufemia ed inoltre il cofanetto di
Secundae e Proiecta. Lungo il bordo del coperchio di quest’ultimo, è incisa un'iscrizione preceduta da una crux monogrammatica con alpha e omega: "Secundae et Proiecta vivatis in Christo". Entrambi i reperti risalgono alla fine del quarto secolo.
40. Lo schiavo romano era legato al suo proprietario da catene; l’operaio salariato lo è dal suo da invisibili fili: l’apparenza della sua autonomia è mantenuta dal continuo mutare dei padroni individuali e dalla fictio juris del contratto (K.Marx., Il Capitale, Libro I, cap. XXI, p. 736, Utet 1974). Allorché un individuo è costretto a pagare e a lavorare per altri, questo individuo è lo schiavo degli altri (Maffeo Pantaleoni, La caduta della Soc. Gen: di Cred. Mob. It., Utet 1988).
41. B. Brecht, Vita di Galileo, scena XIV.
42. I valdesi e in genere gli altri eretici, vennero perseguitati essenzialmente per il fatto che essi volevano dare testimonianza diretta del Vangelo. Ancora nel 1689, cioè dopo sette secoli dalla grande persecuzione, le poche centinaia di superstiti, non lontano da Torre Pellice, vennero circondati dalle truppe dei Savoia (sì, sempre loro) e dagli alleati francesi. La “soluzione finale” non trovò compimento per il semplice fatto che improvvisamente ebbe termine l’alleanza franco-piemontese.


Ago-set. 2006

________________________


(*) Dall’omelia di Giovanni Paolo II per l’inizio del pontificato, domenica 22 ottobre 1978.


Torna alla pagina principale