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Umanità Nova, n 21 dell'11 giugno 2006, anno 86

Il marketing religioso di Benedetto XVI
Ratzinger ad Auschwitz


Paolo Iervese

San Benedetto è perciò molto venerato anche in Germania e, in particolare, nella Baviera, la mia terra d'origine; costituisce un fondamentale punto di riferimento per l'unità dell'Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà.
Benedetto XVI
prima udienza generale, Mercoledì, 27 aprile 2005

La visita di Ratzinger ad Auschwitz ha avuto una vasta eco su quotidiani e televisioni di tutto il mondo. Non poteva essere altrimenti. 

Come già aveva fatto Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha ritenuto di dover sfruttare la forza evocativa dei campi di concentramento nazisti per fare pubblicità alla propria chiesa, ma diversamente dal suo predecessore, Ratzinger non sembra intenzionato, per il momento, a ripetere la strategia del mea culpa che tanto lustro aveva dato a Papa Wojtyla. Quest'ultimo, infatti, durante una delle sue visite in Germania (1996), disse che furono "troppo pochi" i cattolici che si erano opposti al nazismo, ribadendo in termini falsamente negativi la missione di salvezza di cui ogni credente tende a sentirsi investito. Come cristiano, mai come uomo.

Del resto storicamente la chiesa procede per accumulo e il mea culpa è una carta già troppo giocata; perché non tentare nuove strategie di marketing nell'attesa che maturino i tempi per tornare nuovamente a battersi il petto e a stracciarsi le vesti nell'ipocrita condanna di prassi che i fondamentalisti continuano comunque a perpetrare?

Il discorso di Ratzinger va letto come una radicale inversione di rotta rispetto ad aperture che avrebbero potuto portare ad evidenziare il profondo coinvolgimento dei cattolici nei crimini di nazisti e fascisti.

L'esigenza del papa, quindi, è quella di scagionare da ogni responsabilità sia i tedeschi, suoi compatrioti, sia i cattolici in generale, sia, soprattutto, il proprio "buonissimo" dio. Il nazismo, quindi, viene completamente avulso dalla necessaria contestualizzazione storica, per essere catalogato come crimine di una infima minoranza violenta e fanatica, la quale sarebbe stata in grado di manipolare un popolo intero. Le cose, però, con buona pace del pontefice, non sono andate in questo modo.
"Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile", dice il pontefice in un passo del suo discorso di Auschwitz, ma poco dopo aggiunge: "Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia". Il papa parla di un accumulo di crimini che non ha confronti nella storia, ma subito dopo ci spiega che non possiamo permetterci di farcene giudici. Tutto il suo intervento, ma in generale il senso profondo della sua visita, è coerentemente in sintonia con questo passo: il papa non intende farsi giudice della storia perché questa potrebbe infliggergli una condanna in contumacia. Benedetto ha ragione e fa bene ad essere prudente.

Il nazismo è stato, infatti, un fenomeno di massa e ha coinvolto milioni di tedeschi, la cui storia era profondamente segnata dal cristianesimo, nelle sue forme cattolica ed evangelica. Naturalmente ci sono stati alcuni cristiani che, come Kolbe (cattolico) e Bonhoeffer (evangelico), hanno pagato con la vita la propria opposizione al nazismo, ma la cristianissima Germania non ha dovuto subire nessuna traumatica mutazione antropologica per trasformarsi in nazione nazista e (ma le due parole sono sinonimi) criminale. Le opposizioni, così come è successo in Italia, sono state schiacciate nel sangue, i cristiani, però, non hanno dovuto subire nessuna persecuzione di massa. Perché non erano tra i dissidenti, ma tra gli ignavi, quando non direttamente tra i carnefici.

Quali sono stati gli atti attraverso i quali le gerarchie ecclesistiche hanno chiamato il proprio numerosissimo popolo alla resistenza civile, alla solidarietà con gli oppositori del regime, alla diserzione di massa? La chiesa tedesca è stata connivente con il regime nazista e i cristiani hanno in larga parte aderito con convinzione ai deliri di Hitler. La stessa cosa è successa in Italia e in Spagna, dove le locali chiese cattoliche hanno benedetto e appoggiato i crimini delle dittature nazionaliste. 

I motivi di questa adesione e della mancata opposizione di massa dei cristiani ai regimi nazifascisti sono da rintracciarsi nella comunanza di valori che il cristianesimo fondamentalista condivide con i peggiori nazionalismi di destra, valori che sono riassumibili nello slogan "dio, patria, famiglia". Nel nome di questa sacra triade ancora oggi possiamo vedere che in alcune città italiane cattolicesimo e frange non irrilevanti di nazifascisti stringono alleanze e promuovono progetti eversivi, con dinamiche che riproducono da vicino le logiche che hanno dato vita al totalitarismo novecentesco di destra.

Dunque i cristiani non si sono opposti al nazifascismo perché questo ne incarnava radicalmente i valori di fondo, dando rappresentanza politica, nel contempo, agli umori più bestiali che il Sacro Romano Impero maturava già da centinaia di anni nei confronti dei diversi, nei confronti dell'Altro.

Gli ebrei sono stati la vittima designata del bisogno di unità dei sudditi dell'Impero cristiano; la loro ghettizzazione, prima, e massacro, poi, hanno dato coerenza e unità al nazionalismo occidentale, nella sua  versione intransigente.

La vittima designata, il capro espiatorio, ha da sempre la funzione di riunire sacralmente la comunità, che riconosce il proprio confine identitario nel gesto di esclusione del diverso. La pratica di questa esclusione, però, ha avuto delle modalità di attuazione che hanno promosso il cristianesimo all'avanguardia nella creativa produzione di prassi razziste. 

La storia cristiana, infatti, è stata un susseguirsi di pogrom ai danni di ebrei, atei, pagani, eretici. Già dagli albori della chiesa cristiana vescovi, preti e laici si sono impegnati nella caccia all'eretico, in una prassi di discriminazione, calunnia, assassinio che ha coinvolto anche i maggiori e più rappresentativi paladini della causa di Cristo. Se Agostino benediceva il massacro dei Donatisti (eretici cristiani), Lutero aizzava i principi dai quali dipendeva a massacrare i contadini tedeschi in rivolta, che ovviamente "appartenevano al demonio". 

Quanto avrà contribuito il concilio Lateranense IV (1215), che ha stabilito l'imposizione di un marchio distintivo per ebrei e musulmani, ad ispirare Hitler nella decisione di appiccare sulle vesti dei deicidi l'infame stella gialla?

La storia quindi, signor Ratzinger, si può e si deve giudicare e il nostro giudizio di anarchici e oppositori perseguitati di ogni regime è stato ed è di netta condanna verso tutti coloro che, nascosti dietro il fragile paravento dell'amore di dio, hanno contribuito e contribuiscono, oggi, a fomentare tensioni sociali, divisioni di classe e guerre di religione.

In fuga dal giudizio della storia Benedetto XVI si rifugia nella riflessione teologica: 

"Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: "...Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose... Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre!". 

Sembrerebbe di cogliere un accenno esistenzialista, quasi un indizio di modernità, in queste parole, ma Ratzinger ama il revisionismo solo quando si tratta di storia, in teologia preferisce la tradizione. 

Quello che sembrava un accenno di teologia negativa deve mutarsi, con un movimento catartico tipico di ogni credente, in recupero delle certezze assolute: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce". Un riposo che è già dimentico di forni crematori e eugenetiche d'altri tempi?

La teologia e la filosofia ebraica, contrariamente alla pratica pubblicitaria di Ratzinger, hanno dovuto con molta più serietà interrogarsi sul silenzio di dio di fronte al massacro degli ebrei, cioè di quelli che avrebbero dovuto comporre il popolo eletto di Iahvé.

Il filosofo ebreo Hans Jonas ne "Il concetto di Dio dopo Auschwitz" ha sostenuto che dopo la Shoah non è più possibile parlare di dio nei termini della tradizione biblica. Dio, infatti, ha permesso che in buona parte venisse attuato un progetto devastante come quello dello sterminio di massa. 

Diviene allora necessario affermare che non possono coesistere in dio bontà assoluta, onnipotenza e onniscienza, cioè i caratteri che da sempre ebrei e cristiani attribuiscono al dio della Bibbia. Per Jonas è di fondamentale importanza rinunciare all'idea dell'onnipotenza di dio, perché "il male c'è solo in quanto Dio non è onnipotente". Infatti per la fede ebraica l'intervento concreto di dio nella storia di Israele è alla base della nascita stessa del popolo eletto, per aiutare il quale Iahvé interviene quasi sempre in prima persona. Nei campi di concentramento, però, il dio della storia è rimasto muto, non ha impedito il massacro, non è intervenuto per salvare il suo popolo. 

Con queste argomentazioni, a cavallo tra teologia e filosofia, Hans Jonas sostiene la necessità di affermare che dio non ha potuto far niente per il suo popolo, schiacciato dalla persecuzione nazista e che, quindi, Iahvé ha abdicato al potere di intervenire nel processo cosmico, lasciando che il corso degli eventi si esplicasse attraverso le dinamiche relazionali che si attuano nell'orizzonte della libertà di scelta. 

La teologia negativa di Jonas, naturalmente, non convince chi usa un criterio razionale per giudicare la storia ed il senso della vita, ma rimane comunque uno sforzo notevole da parte di un pensatore che ha cercato di fare i conti, pur senza avere il coraggio di una scelta atea, con la propria tradizione.

Di fronte alla dignità di chi ha subito sulla propria carne la persecuzione nazista, e che quindi ha dovuto cercare di adattare i propri punti di riferimento culturali alle radicali mutazioni che la Shoah ha imposto alla filosofia della storia, la teologia di Ratzinger appare banale e riduttiva, inutile e dannosa quanto il revisionismo storico che aleggia nelle tesi del pontefice tedesco. L'esperienza di Auschwitz, quindi, non sembra aver influenzato in nessun modo le riflessioni di Benedetto XVI, che probabilmente avrebbe dovuto lasciare il compito della rielaborazione pubblica di un avvenimento tanto importante a chi ha il coraggio di lasciarsi realmente chiamare in causa dal crimine più orrendo che l'umanità abbia prodotto.


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