FISICA/MENTE

 

CHIESA, NAZIFASCISMO E FURTI D'ORO NEI BALCANI

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Ratlines:

La guerra della Chiesa contro il comunismo

http://www.cnj.it/documentazione/ratlines.htm

Premessa

La storia che qui viene raccontata è quella delle reti di fuga dei criminali di guerra nazisti e ustascia nell'immediato dopoguerra. Questi loschi individui furono in ogni momento appoggiati dal Vaticano, nella persona di papa Pio XII e del sottosegretario Montini (che divenne in seguito papa Paolo VI), con la connivenza dei servizi segreti occidentali. Questi ultimi cercarono di utilizzarli come terroristi, nel tentativo di abbattere i regimi comunisti.

Due reti distinte (ma pur sempre collegate) erano state approntate: una per i tedeschi, diretta dal vescovo Hudal, ed una per i croati, diretta da padre Draganovic. Personaggi come il truce dittatore Ante Pavelic, che era stato messo da Hitler a capo dello stato fantoccio della Croazia Indipendente, sfuggirono ai tribunali che dovevano punirli per i loro sanguinosi delitti, attraverso la rete dei conventi e degli istituti religiosi che era stata predisposta all'uopo. Questi assassini furono poi riutilizzati nel tentativo di far cadere la Jugoslavia di Tito, formando un una banda di terroristi denotati "krizari" (crociati). Alla fine sono quasi tutti riusciti a rifugiarsi oltreoceano, in America Latina, in Australia e in Nord America.

Quelli che seguono sono degli appunti tratti dalla prima parte del libro Ratlines, scritto dai giornalisti Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo e americano il secondo. Le parti ``tra virgolette'' riproducono citazioni testuali dal libro. Tra parentesi, dopo ogni affermazione, è riportato il numero della pagina da cui l'affermazione è stata tratta. Talvolta sono state utilizzate fonti diverse, che sono sempre indicate.

In nessun modo questi appunti vogliono sostituirsi al libro. Ratlines è ricco di dati e informazioni, tratti soprattutto dagli archivi dei servizi segreti americani. E sempre al libro si rimanda per la citazione delle fonti. Tuttavia, il modo con cui è stato scritto il libro è un po' caotico, e le informazioni non vengono sempre legate fra loro nel modo più efficace. Per questo motivo, l'uso di questi appunti sarà sicuramente di aiuto a chi si lancerà nella lettura di Ratlines.

Nella prefazione, gli autori dichiarano che non hanno voluto scrivere un libro che attaccasse la Chiesa; tuttavia la sensazione di chi legge è che si tratta proprio di un libro contro la Chiesa cattolica apostolica romana, oltre che contro i governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e dell'Italia. Altrettanto ambigua è la posizione degli autori nei confronti della Federazione Jugoslava di Tito: per quanto riguarda i fatti narrati, infatti, non c'è nulla da eccepire contro quello stato (l'unico che sembra realmente intenzionato a non lasciarsi sfuggire gli assassini, tra gli stati menzionati!), e tuttavia gli autori sono molto più severi contro quel governo che non contro il papato o contro quelle nazioni che fecero fuggire i peggiori individui che la cultura europea moderna potesse produrre.

Credo che gli autori abbiano cercato in questo modo di ostentare, nella forma, la loro fedeltà allo schieramento occidentale, pur raccontando fatti che infamano proprio tale schieramento. Forse tale impostazione è stata necessaria per trovare un editore disposto a pubblicare il libro? Se così fosse, ci sarebbe certamente da essere preoccupati per la democrazia americana, a 40 e più anni dall'epoca del senatore Mc Carthy!

Il libro è suddiviso in due parti, intitolate "La guerra della Chiesa contro il comunismo" e "La guerra del comunismo contro la Chiesa". Gli appunti per ora riguardano soltanto la prima parte. Terminato questo lavoro, mi metterò a studiare "La guerra del comunismo contro la Chiesa", e, se sarà interessante come la prima parte, produrrò un'altra serie di appunti.


Indice:

Premessa
  1. Il titolo
  2. Note sull'olocausto
  3. Geopolitica vaticana
  4. Geopolitica europea
  5. Intermarium
  6. Strategia americana
  7. L'Unione Continentale
  8. La rete di fuga dei criminali di guerra tedeschi
  9. La rete di fuga dei criminali di guerra croati
  10. I krizari
  11. Riciclaggio di denaro sporco (di sangue)
  12. I personaggi
  13. Le sigle
  14. Bibliografia

Il titolo

``Letteralmente, una ratline è la scala di corda che arriva fino in cima all'albero della nave e rappresenta l'ultimo luogo sicuro quando l'imbarcazione affonda. Pertanto ratline è diventato il termine generico con cui i servizi segreti identificano le reti o le organizzazioni istituite allo scopo di far fuggire qualcuno'' (7).

 


Note sull'olocausto

1. Il campo di Treblinka, comandato da Franz Stangl

``Al loro arrivo a Treblinka, gli uomini, le donne e i bambini, stipati nei loro carri merci chiusi, trovavano ad attenderli una normale stazione ferroviaria, graziosamente decorata con cassette di fiori. A distanza, si scorgevano alcune baracche dall'aria innocua. Franz Stangl ci teneva all'ordine. Ai passeggeri veniva detto di scendere dai carri per riposare e per farsi una doccia. Mentre si svestivano, veniva detto loro di mettere al sicuro i loro oggetti di valore in cassette numerate, di modo che, dopo la doccia, avrebbero potuto ritrovarli facilmente.

Tutto si svolgeva in maniera così rapida, organizzata, letale. Le docce erano, in realtà, camere a gas dove 900.000 persone, per la maggior parte ebrei, furono uccise immediatamente al loro arrivo. A differenza di Auschwitz, lì non si svolgeva alcun lavoro. Treblinka esisteva solo per uno scopo: lo sterminio'' (33-34).

 

2. La Croazia Indipendente di Ante Pavelic

La dittatura croata si macchiò di gravi crimini, ``tra cui gli orribili massacri di serbi, ebrei e zingari nel corso dei quattro anni [in cui stette in piedi il regime]: mezzo milione di civili innocenti trucidati per ordine personale [di Pavelic]. Molti erano stati giustiziati con metodi da pieno Medioevo: erano stati cavati loro gli occhi, recise le membra, strappati gli intestini e gli altri organi interni dai corpi ancora vivi. Alcune persone furono massacrate come bestie: venne tagliata loro la gola da un orecchio all'altro con coltelli speciali. Altre morirono in seguito a colpi di maglio sulla testa. In numero ancora maggiore furono semplicemente bruciate vive'' (80).

``Durante i primi mesi del regime di Pavelic furono massacrate circa 150.000 persone di fede serbo-ortodossa. In molti casi -è un fatto documentato- fu offerta loro la salvezza se avessero rinunciato alla loro fede per divenire cattolici'' (92). ``Le conversioni forzate [venivano celebrate] da preti cattolici sotto l'attento controllo di unità di polizia ustascia armate fino ai denti. Su tali cerimonie incombeva la minaccia di morte, poiché i contadini serbi erano perfettamente a conoscenza dei massacri condotti da quelle stesse unità nelle zone limitrofe'' (106). A dirigere le conversioni forzate era padre Draganovic (106).

 

3. Le posizioni del Vaticano e dell'Occidente durante la guerra

``Nell'aprile del 1943 [...] il Foreign Office e il Dipartimento di Stato temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente'' (21).

Anche il papa, sebbene ne fosse a conoscenza, tacque sull'olocausto: ``Il terribile silenzio da parte del Vaticano nei confronti degli ebrei si accordò completamente con la politica occidentale'' (22). Tuttavia, a fronte dell'indifferenza degli anglo-americani, per lo meno (magra consolazione) ``il papa tacque in pubblico, ma in segreto aiutò alcuni ebrei'' (24).

Fu tramite il Vaticano, inoltre, che nel 1944 le SS cercarono di ``stabilire contatti [...] con le potenze occidentali'' per convincerle a ``troncare i rapporti con Stalin e a unirsi alla Germania nella lotta contro i bolscevichi'' (25).

``Durante la guerra il Vaticano non si era pronunciato pubblicamente riguardo alle atrocità compiute dai sovietici e dai tedeschi'' (qui Aarons e Loftus mettono Hitler e Stalin sullo stesso piano, cosa molto discutibile, dato che Hitler uccise 11 milioni di civili innocenti, metà dei quali erano ebrei). Ma nel 1945, a guerra perduta per i nazisti, papa Pio XII ``capovolse la sua politica e decise che era giunto il momento di levare la voce della Chiesa contro i crimini commessi da Stalin'', mentre continuò a tacere quelli commessi da Hitler, approvandoli tacitamente (27).


Per ulteriori note sull'olocausto, leggere il numero di Storia Illustrata citato in bibliografia.


Geopolitica vaticana

L'interesse secolare della Chiesa è sempre stato quello dell'evangelizzazione, ossia della trasformazione in cattolici di quanti più uomini sia possibile, e la contrapposizione a tutte le altre filosofie o religioni. In questo modo il Vaticano si assicura un vero e proprio controllo politico su territori e nazioni. Il papato ha dunque una sua politica estera che è ben definita, anche se per molti non percettibile: ``Pensano in termini di secoli e fanno piani per l'eternità; questo rende la loro politica inevitabilmente imperscrutabile, disorientante e, in certe occasioni, riprovevole per le menti pratiche e condizionate dal tempo'' (lettera dell'ambasciatore inglese Sir D'Arcy Osborne, marzo 1947, riportata nell'epigrafe).

``Era desiderio del Vaticano aiutare chiunque a prescindere dalla sua nazionalità o dalle sue opinioni politiche, fintantoché quella persona possa dimostrare di essere cattolica. Il Vaticano giustifica inoltre la sua partecipazione col desiderio di introdursi non soltanto nei paesi europei, ma anche in quelli latino-americani, attraverso persone di qualsiasi convinzione politica, purché anticomuniste e favorevoli alla Chiesa Cattolica'' (57).

L'obiettivo del papa per l'Europa era molto semplice: ``la creazione di un grande Stato federale danubiano'' che raggruppasse le nazioni cattoliche d'Europa centrale (60), insomma in un certo senso un ritorno ai bei tempi del potere temporale della Chiesa; la creazione di una nazione sulla quale il pontificato possa esercitare la sua autorità. In questo quadro, è fondamentale la posizione della Croazia: ``La Santa Sede considerava la Croazia come la frontiera della cristianità; tra la Croazia e il papa esisteva un rapporto particolare che risaliva al 700 d.C.'' (80). ``La Croazia è una delle nazioni più benvolute dalla Chiesa, un baluardo cattolico contro gli scismatici ortodossi'' (66). ``Nell'isterismo che caratterizzò i primi anni della guerra fredda, il Vaticano considerava la Croazia come la propria roccaforte nei Balcani'' (136).

Per raggiungere i suoi scopi, il papa optò per lo spionaggio (29) e sul reclutamento di ex-nazisti per combattere i comunisti, cioè coloro che gli contendevano i territori dell'Unione Danubiana (32). Il Vaticano cercò anche di riutilizzare l'organizzazione clandestina costituita durante la guerra dai disertori dell'esercito russo in Germania ed in Austria: Estoni, Lituani, Cechi e altri cittadini di cultura prevalentemente cattolica (30-31). ``Per essere ammesso, ogni membro doveva prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa, impegnandosi a a metterne gli interessi al di sopra persino della propria nazione di appartenenza'' (31).


Geopolitica europea

Le potenze europee avevano dei progetti molto simili a quelli del papato:

 

1. Francia

``Non appena cessarono le ostilità, De Gaulle indisse un'agguerrita campagna per ottenere la simpatia dei popoli dell'Europa orientale. Il suo scopo era quello di creare un contraltare ai piani inglesi. [...] Il leader francese riteneva infatti che fosse necessario prepararsi a una nuova guerra contro Stalin per ristabilire il "legittimo" ruolo della Francia nella regione'' (62). De Gaulle aveva allacciato stretti contatti con il Vaticano, tramite il cardinale francese Tisserant (63).

``De Gaulle voleva l'aiuto del papa per creare una confederazione europea che riunisse, tra gli altri, i cattolici di Spagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia e Stati baltici. [...] La Francia avrebbe dovuto firmare dei trattati di amicizia con la Spagna e con l'Italia, stabilendo così un potente triangolo che avrebbe ricevuto in seguito, grazie all'influenza del papa, l'aiuto degli stati cattolici sudamericani'' (63).

La riuscita di questo triangolo era legata a quella della ``creazione di uno stato federale della Germania cattolica, separato dalla maggioranza protestante. L'ultimo anello del piano di De Gaulle era rappresentato da una Confederazione Pandanubiana Cattolica dell'Europa centrale. Un'alleanza con la Polonia e con gli Stati baltici avrebbe permesso agli slavi cattolici di staccarsi dai loro compatrioti ortodossi e protestanti assicurando il crollo della Jugoslavia, della Cecoslovacchia e di gran parte dell'Unione Sovietica'' (63).

In poche parole, la Francia auspicava esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni!

 

2. Gran Bretagna

``Gli Inglesi erano convinti che presto sarebbe scoppiata la guerra contro i sovietici'' (65). Il premier inglese Winston Churchill stava portando avanti sin dagli inizi del 1944 la politica di ``creare una confederazione di nazioni dell'Europa centrale sotto l'influenza di Londra. Quando finì la guerra il SIS lanciò una sofisticata operazione spionistica per reclutare gli emigrati politici dell'Europa centrale e orientale. Il SIS mirava ad istituire un'unione politica contro il bolscevismo e a fornire un aiuto materiale con lo scopo di attirare gli esuli nella sfera d'influenza inglese per operazioni di controspionaggio antisovietico e paramilitari. Gli inglesi avevano anche istituito delle logge massoniche tra gli esuli, attraendo in tal modo i più importanti leader balcanici'' (64).

Padre ``Draganovic cominciò a far pressioni sugli inglesi in favore della Confederazione Pandanubiana agli inizi del 1944, quando consegnò all'ambasciatore inglese presso il Vaticano una lunga nota, con cui inoltrava proposte fatte da alti ministri ustascia a Zagabria'' (66).

 

3. Gli intrighi degli Inglesi

Il dato che emerge è la rivalità che c'era subito dopo la fine della guerra fra Londra e Parigi, entrambe nel tentativo di controllare l'Europa centrale. Tuttavia le loro politiche si concretizzavano in piani molto simili, e simili a quelli del papato: essenzialmente l'idea della Confederazione Danubiana. Molto presto gli inglesi riuscirono a togliere l'iniziativa ai francesi. ``Alla fine dell'estate 1946 i servizi segreti inglesi avevano ottenuto un innegabile predominio sui rivali francesi'' (65).

``Esisteva almeno un importante punto di accordo tra Parigi e Londra: si sarebbero dovuti escludere gli Stati Uniti da queste operazioni clandestine. Fu adottato lo slogan "l'Europa agli Europei, senza Russi né Americani. Facciamo combattere gli Stati Uniti contro i Russi e sfruttiamo la vittoria"'' (65).

Gli inglesi ``avevano fatto infiltrare alcuni agenti tra gli emigrati politici, istituendo così dei centri spionistici a Graz e a Klagenfurt, nella zona austriaca [da loro] controllata'' (64). ``Gli inglesi diedero assistenza persino ai nazisti e agli ustascia e, fin dall'inizio, costituirono centri militari e terroristici tra tutti i profughi balcanici. Avevano fretta e non volevano perdere tempo, per cui ebbero presto una magnifica organizzazione che si estendeva fino alle parti più remote dei Balcani'' (65).

``John Colville, del Foreign Office, [...] ammise di aver permesso deliberatamente a molti fanatici ustascia di sfuggire alla giustizia'' (111). ``Nel maggio del 1945, gli inglesi avevano riconsegnato molti croati relativamente innocenti nelle mani del governo comunista di Tito, destinandoli a una morte sicura. Invece molti criminali di guerra colpevoli di orrendi delitti erano fuggiti'' (98). ``Avvalendosi dei seguaci di Pavelic, gli inglesi avevano intenzione di rovesciare il governo comunista di Belgrado. Alcuni simpatizzanti americani collaboravano già a queste operazioni senza autorizzazione ufficiale'' (94).


``La maggior parte delle volte, le operazioni occidentali [di arresto dei criminali di guerra] facevano fiasco in maniera spettacolare. La ragione di questo era molto semplice. Interi settori delle autorità alleate collaboravano, in realtà, con il Vaticano per garantire che a molti fuggiaschi fosse permesso di partire di nascosto da Genova. Un diplomatico statunitense scoprì che le potenze occidentali erano apparentemente conniventi con il Vaticano e con l'Argentina per portare al sicuro in quest'ultimo paese persone colpevoli di crimini di guerra. Le cose stavano effettivamente così. Sia Washington sia Londra erano scese a patti con la Santa Sede per aiutare molti collaboratori dei nazisti a emigrare verso il sistema di espatrio clandestino messo a punto da Draganovic. Il Vaticano veniva cinicamente usato come copertura per la condotta immorale dell'occidente'' (119).

``In quel periodo si poteva quasi parlare di cariche dirigenziali interdipendenti tra i servizi segreti occidentali e il Vaticano'' (123).


Intermarium

Intermarium era una ``rete ben organizzata di emigrati politici nazisti dell'Europa centrale e orientale, la quale riceveva segretamente sostegno da parte di una piccola ma potente congrega di cui faceva parte lo stesso Pio XII'' (59). Le radici di quest'organizzazione anticomunista risalivano ``agli anni Venti, [...] sorta a partire da un cosiddetto gruppo di esuli russi bianchi che fuggirono a Parigi in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi'' (59).

``L'Intermarium proclamava la necessità di una potente Confederazione Anticomunista Pandanubiana, composta per la maggior parte dalle nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Prima della guerra, essa aveva ricevuto grandi aiuti dai servizi segreti francesi e inglesi per operazioni anticomuniste. [Nella fase prebellica] lo scopo dell'Intermarium era quello di creare un cordon sanitaire sia contro i russi sia contro i tedeschi'' (60).

Durante la guerra era stata uno ``strumento nelle mani dei servizi segreti tedeschi: [...] nel 1939 la maggior parte dei capi dell'Intermarium aveva unito le proprie sorti a quelle di Hitler. Dopo la guerra, riuscirono a non farsi punire aiutando gli inglesi contro i sovietici'' (71).


``Il Vaticano aveva appoggiato [le operazioni relative all'organizzazione di movimenti clandestini contro i russi] lavorando ufficiosamente con i francesi e con gli inglesi affinché dopo la seconda guerra mondiale l'Intermarium tornasse in attività'' (61). ``La grande maggioranza dei capi dell'Intermarium era composta da ex-capi fascisti che lavoravano per i servizi segreti inglesi o francesi'' (67).

``Per iniziativa di Rohracher, [arcivescovo di Salisburgo,] il vescovo di Klagenfurt indisse un incontro per discutere l'opportunità di riunire, in questa Confederazione [Pandanubiana] le nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Oltre a Rohracher e al vescovo di Klagenfurt, parteciparono all'incontro anche i vescovi Gregory Rozman di Lubiana e Ivan Saric di Sarajevo. Questi ultimi due prelati erano stati collaboratori entusiasti dei nazisti'' (136).

Il presidente di Intermarium era lo sloveno Miha Krek (67).. Il principale organizzatore era l'ungherese Ferenc Vajta. Secondo quest'ultimo, occorreva ``una Confederazione Danubiana in cui venisse riconosciuta la libertà di tutti i popoli attraverso una democrazia sana e tradizionale. [Secondo lui era] giunto il momento di creare la grande unità europea e una Confederazione Pandanubiana composta da popoli aventi la stessa cultura e le stesse tradizioni'' (72).

``Sotto la direzione francese, Vajta formò dei centri spionistici ad Innsbruck, Friburgo e Parigi. Gli emigrati politici viaggiavano coi documenti dell'Etat Majeur, così da poter andare in giro in tutta sicurezza e costituire una sofisticata rete di spionaggio'' (62). Erano coinvolti anche i gesuiti, ``come agenti chiave del Vaticano, coinvolti in un programma di penetrazione all'interno di zone occupate dai comunisti'' (68).

``Molti personaggi di spicco dell'Intermarium guidavano i corpi d'emigrazione patrocinati dal Vaticano:'' il vescovo Hudal, padre Draganovic, monsignor Preseren, il vescovo Bucko, e padre Gallov (68).

Il CIC, servizio segreto americano, indagando trovò ``tracce di questa confederazione pandanubiana nella rinascita postbellica del movimento ustascia. Formatosi alla fine degli anni Venti, questo gruppo fascista aveva condotto, negli anni Trenta, una campagna terroristica a livello internazionale. Poi, durante la guerra, fu messo al potere in Croazia dai nazisti e procedette allo sterminio di centinaia di migliaia di civili innocenti. Il 25 giugno, soltanto sette settimane dopo la conclusione della guerra, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti. Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe potuto avere la possibilità di svilupparsi'' (60).

Intermarium sfociò, fra le altre cose, nel movimento dei krizari, ossia un'organizzazione di terroristi croati, reclutati nelle file degli ex-ustascia, al fine di destabilizzare la Federazione di Jugoslavia (136).

In Italia, il referente politico era la Democrazia Cristiana (68).


Strategia americana

Secondo Ferenc Vajta, dopo la guerra i servizi segreti americani avrebbero assoldato ``soltanto ebrei: sovietofili e idioti'', credendo i "profughi" dei paesi cattolici dell'Europa centrale essere ``tutti nazisti, tutti collaboratori, traditori e gente con cui non si poteva lavorare'' (72). Questo era il motivo per cui i migliori esperti dell'Intermarium si misero a disposizione dei servizi francesi ed inglesi, i quali a differenza degli americani li accolsero ``a braccia aperte''. La conseguenza per gli USA fu la perdita del controllo delle attività spionistiche in Austria e Germania (72).

Nel 1947, Vajta tentò di ottenere l'inversione di questa politica americana, cercando di convincere l'agente del CIC Gowen: ``ne abbiamo abbastanza dei piccoli intrighi inglesi e francesi. Ora, finalmente, è giunto il momento di riorganizzare l'Europa orientale in modo che la pace sia fruttuosa. [...] Gli inglesi e i francesi non ci possono più aiutare economicamente, ma gli Stati Uniti possono farlo'' (72).

Alcuni agenti americani stavano già collaborando con gli inglesi al piano per rovesciare il governo comunista di Belgrado avvalendosi dei seguaci di Pavelic, ma questo avveniva senza autorizzazione da parte dei comandi a Washington (94). ``Nei primi giorni di luglio 1947, invece, Gowen cominciò a sostenere energicamente che i servizi segreti americani avrebbero dovuto assumere il controllo dell'Intermarium; non molto tempo dopo, il funzionario del CIC smise di dare la caccia ai nazisti, ed incominciò piuttosto ad ingaggiarli'' (70). In particolare, gli americani rinunciarono a portare a compimento l'arresto di Ante Pavelic, marcando così la conclusione della loro alleanza con Vajta (92).

Nel settembre 1947, gli Stati Uniti aiutarono Vajta a fuggire dall'Italia verso la Spagna, e gli promisero ``che, se l'ungherese fosse riuscito ad organizzare un nuovo movimento, avrebbe avuto a disposizione i fondi statunitensi'' (74).


L'Unione Continentale

Nell'autunno 1947 ``Vajta decise di fondare un nuovo gruppo anticomunista, che battezzò Unione Continentale. Il suo scopo era quello di togliere all'Intermarium, controllato dagli inglesi, i capi degli immigrati politici, per attirarli nell'orbita di Washington'' (74-75).

Vajta e Gowen ``ricevettero anche l'aiuto di un alto sacerdote cattolico ungherese, monsignor Zoltán Nyísztor. [...] Ciò consentì loro di procurarsi il sostegno del nunzio papale a Madrid, che giunse in loro aiuto con una lettera dai toni accesi di quattro pagine, indirizzata al ministro degli esteri [spagnolo] Artajo, avvertendo che l'Intermarium aveva subito delle infiltrazioni da parte della massoneria francese e inglese. In seguito all'intervento diplomatico del Vaticano, Artajo ordinò ai suoi funzionari di aiutare Vajta e la sua Unione Continentale'' (75).

Insieme al suo ``vecchio amico'' Marjan Szumlakowski, Vajta intavolò ``dei negoziati con alti funzionari del governo del generale Franco, il cui risultato fu l'istituzione di un nuovo centro di emigrati politici a Madrid'' (75). Gli uomini dell'Unione Continentale avevano ``libero ingresso in Spagna [...] in cambio di informazioni segrete sulle operazioni sovietiche'' (75).

Erano stati stabiliti contatti con l'arcivescovo di Toledo (68). Era inoltre coinvolto anche Joaquin Ruiz-Giménez, il quale poco dopo ``venne nominato ambasciatore del generale Franco presso la Santa Sede'' (75). L'istituto culturale spagnolo diretto da Giménez costituiva la copertura ai finanziamenti governativi spagnoli (75).

L'Unione Continentale morì nel 1948, quando Vajta fu arrestato negli Stati Uniti (77).


La rete di fuga dei criminali di guerra tedeschi

I conventi, gli istituti religiosi e le organizzazioni caritatevoli costituivano nel 1945 la rete attraverso la quale i nazisti poterono sfuggire ai tribunali:

``Alcuni dei criminali di guerra più ricercati passarono da Rauff, a Milano, al vescovo Hudal nel Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima a Roma, per finire poi dall'arcivescovo Siri a Genova. Qui s'imbarcarono su delle navi e salparono verso una nuova vita in Sudamerica'' (48).

La rete era stata predisposta con un certo anticipo: Hudal incontrò Walter Rauff, assassino di circa 100.000 persone uccise nei furgoni a gas mobili, fin dalla primavera del 1943 (41). In quell'occasione ``furono stabiliti i primi contatti [...] che avrebbero portato, infine, all'istituzione, da parte di Hudal, di una rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti'' (42).

``A seguito del crollo effettivo dell'esercito tedesco in Italia, Pio XII avviò una campagna per ottenere il diritto di inviare i suoi rappresentanti personali in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili che allora si trovavano nei campi italiani'', con particolare riferimento a quelli di lingua tedesca (43-44). Ottenuto tale diritto, fu nominato ``per prestar soccorso alla popolazione nemica sconfitta [il vescovo antisemita] Hudal'' (44). La scelta ebbe il complice avallo degli Americani, che ``sapevano tutto sulle convinzioni politiche del vescovo austriaco'' e il cui servizio segreto aveva redatto un dossier sul libro filonazista che costui aveva pubblicato nel 1936 (45).

``Senza la diretta intercessione diplomatica del Vaticano [egli] non sarebbe mai riuscito a entrare in contatto con tanti criminali di guerra nazisti'' (45).

Lo stesso Hudal, molti anni più tardi scrisse:

``Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare e confortare molte vittime nelle loro prigioni e nei campi di concentramento e di aiutarle a fuggire con falsi documenti di identità.

[...] La guerra intrapresa dagli alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per la cui vittoria essi avevano combattuto. Questo cosiddetto business [...] si servì di slogan come democrazia, razza, libertà religiosa e cristianesimo quali esche per le masse. Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole principalmente ad ex-nazionalsocialisti ed ex-fascisti, soprattutto ai cosiddetti "criminali di guerra"'' (45).


Hudal era in grado di fornire qualsiasi tipo di documenti falsi: ``carte d'identità italiane, falsi certificati di nascita, persino dei visti per il paese verso cui si era diretti. I più utili erano i passaporti della Croce Rossa Internazionale'' (48).

``La Santa Sede patrocinava il traffico illecito di documenti della Croce Rossa, ottenuti con un falso nome o una falsa nazionalità. [...] Il perno di questa operazione era il prete ungherese Gallov'' (52).

I passaporti e documenti di identità e di viaggio occorrenti per aiutare i suoi amici nazisti erano forniti al vescovo Hudal da Montini tramite la Commissione Pontificia di Assistenza ai profughi e la Caritas Internazionale (43).

Il traffico illecito di documenti della Croce Rossa era noto ai servizi segreti americani (49), ed anche il fatto che il Vaticano stava agevolando la fuga di criminali di guerra, come è scritto nel "Rapporto La Vista" del 1947: vi erano elencate ``più di venti organizzazioni assistenziali vaticane implicate nell'emigrazione illecita o sospettate di esserlo. In cima alla lista degli ecclesiastici coinvolti c'era l'onnipresente vescovo Hudal'' (50). ``I burocrati di Washington decisero, alla fine, di inoltrare soltanto una protesta discreta e molto informale presso la Santa Sede'' (53). ``Il Dipartimento di Stato sembrava preoccuparsi maggiormente del fatto che i documenti falsi potessero inavvertitamente aiutare degli ebrei diretti in Palestina o degli agenti segreti comunisti [...] diretti verso l'emisfero occidentale'' (53).

Inoltre il capitale privato americano aveva preso, autonomamente rispetto al proprio governo, l'iniziativa di finanziare quest'emigrazione illegale (54).


Le azioni di Hudal a favore dei nazisti non passarono inosservate, ed una serie di articoli apparsi sulla stampa italiana nel 1947 fecero scoppiare uno scandalo, mettendo in cattiva luce persino Pio XII (54). Hudal fu costretto a ritirarsi, ma non per questo terminò il traffico: ``da quel momento vennero prese misure straordinarie per nascondere i percorsi di fuga dei nazisti'' (55).

La rete fu riorganizzata meglio, e sempre con l'autorizzazione di alti funzionari ecclesiastici: ``Il Vaticano sceglieva, per questo lavoro, dei preti fascisti dell'Europa Centrale'' (55).


La rete di fuga di Hudal era inserita nell'organizzazione nota con la sigla ODESSA - Organisation der Ehemaligen SS Angehörigen (organizzazione degli ex-appartenenti alle SS). Troviamo ulteriori annotazioni nell'articolo "I segreti della ODESSA" su Storia Illustrata:

``Segnando un giorno su un mappamondo gli itinerari percorsi nella loro fuga da alcuni tra i maggiori criminali nazisti, Simon Wiesenthal [un sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen, diventato poi cacciatore di nazisti e direttore del Centro di Documentazione di Vienna sull'olocausto] si accorse che seguivano grosso modo tre direttrici principali. Il primo di questi itinerari conduceva dalla Germania in Austria, poi in Italia e di qui in Spagna. Il secondo collegava la Germania con i paesi arabi, il terzo con il Sud America, precisamente con l'Argentina. Questo paese infatti, fino al 1955 -l'anno in cui cadde la dittatura di Perón- fu uno dei rifugi preferiti dei criminali nazisti che in seguito si indirizzarono verso il Paraguay.

Wiesenthal constatò che molte fughe, iniziate nelle più diverse città tedesche, convergevano verso Memmingen, un centro medievale nel cuore dell'Allgäu (regione della Germania meridionale, tra la Baviera e il Württemberg); da qui i fuggiaschi si dirigevano a Innsbruck e, attraverso il Brennero, passavano in Italia.

[...] Alla fine della guerra, in piena occupazione alleata, era sorta in Germania una serie di reti di contatto tra i nazisti chiusi in carcere e gruppi clandestini che facevano capo a ex-gerarchi i quali vivevano nascosti sotto falsi nomi. Già molto tempo prima del crollo del Terzo Reich, infatti, i capi nazisti avevano ricevuto dal partito documenti di identità con nomi falsi e stabilito dei codici segreti da usare in caso di necessità.

[...] Le due principali vie di fuga andavano da Brema a Roma e da Brema a Genova. Lungo tutto il confine austro-tedesco, nel distretto di Salisburgo e in Tirolo, ogni 60 o 70 km di percorso c'era uno scalo costituito da un massimo di cinque persone, le quali conoscevano soltanto l'ubicazione dei due scali più vicini: quello da cui giungevano a loro i fuggiaschi e quello a cui dovevano indirizzarli. Questi scali erano mimetizzati nei luoghi più fuorimano: capanne isolate, fattorie vicine ai confini, locande nascoste in mezzo ai boschi. Qui i fuggiaschi giungevano accompagnati dai "corrieri", persone che si occultavano sotto le più impensate attività.

Tra questi corrieri, ad esempio, c'erano molti degli autisti tedeschi che gli Alleati avevano assunto per guidare sull'autostrada Monaco-Saliburgo i camion militari adibiti al trasporto del giornale dell'esercito americano "The Stars and Stripes". Così, spesso, nascosti dietro pacchi di giornali, viaggiavano criminali nazisti. Questi poi, con documenti falsi e talvolta accompagnati da donne e bambini che per sviare l'attenzione delle autorità di frontiera si dichiaravano loro parenti, riuscivano a varcare il confine.

[...] Fu grazie all'ODESSA -afferma Wiesenthal- che Bormann, Eichmann, Mengele e altri, riuscirono a fuggire dalla Germania e a far perdere così bene le loro tracce.

In seguito, da altre fonti, Wiesenthal apprese che uno dei principali organizzatori dell'ODESSA era un ex-capitano delle SS: Franz Röstel, che si nascondeva sotto il nome di Haddad Said, viaggiava con passaporto siriano e faceva la spola da Lindau a Zurigo o Ginevra e da qui verso la Costa Brava, in Spagna (altro rifugio prediletto dagli ex-nazisti), l'Oriente, il Sud America. Scoprì anche che l'ODESSA si era valsa più volte, tra l'Italia e l'Austria, della cosiddetta via dei conventi, servendosi cioè di case religiose, soprattutto di frati i quali, per carità cristiana, davano ospitalità per qualche ora o per qualche giorno ai fuggiaschi, come in passato avevano accolto gli ebrei braccati dai nazisti.''

L'ODESSA era finanziata con i fondi degli ``industriali della Renania e della Ruhr, che nel 1933 erano stati i sostenitori di Hitler, [i quali] avendo compreso che la guerra era ormai perduta, avevano deciso di buttare a mare il Führer. Si erano perciò accordati per impedire che le ricchezze del Terzo Reich cadessero in mano agli Alleati. Così cominciarono a trasferire cospicui fondi nei Paesi neutrali, sotto la copertura di uomini di paglia che, con operazioni commerciali legittime, diedero vita a colossali imprese.

Un rapporto pubblicato nel 1946 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti riferisce che le società create in tutto il mondo con il denaro proveniente dai forzieri degli industriali nazisti erano allora 750, di cui 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 214 in Svizzera, 233 in vari altri paesi. Ma il segreto bancario, inviolabile, copre questi trasferimenti di fondi e con essi i nomi dei finanziatori dell'organizzazione ODESSA.''


La rete di fuga dei criminali di guerra croati

``La maggior parte degli assassini non era neppure tedesca. Alla fine della seconda guerra mondiale, c'erano decine di migliaia di europei dell'Europa orientale e centrale che avevano collaborato con i nazisti ed erano altrettanto colpevoli. Erano capi dei governi fantoccio nazisti, funzionari municipali, capi di polizia e membri delle unità locali di polizia ausiliaria che avevano eseguito l'olocausto. Molti si trovavano sulle liste nere degli alleati'' (97).

Fra gli stati fantoccio di Hitler vi era la Croazia indipendente, governata dal movimento ustascia (fascisti croati) di Ante Pavelic. Se la rete del vescovo Hudal era specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi, esisteva una seconda rete specializzata negli ustascia.

``Padre Krunoslav Draganovic, segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo, era il principale organizzatore delle ratlines utilizzate da noti criminali di guerra per sfuggire'' alla giustizia (85). ``Gli ustascia furono i primi a beneficiare della protezione di Draganovic.'' Secondo gli storici ufficiali del Vaticano, infatti, si trattava di "profughi croati" (98). La maggior parte dei fuggiaschi finì per trovare rifugio in Gran Bretagna, Canada, Australia e Stati Uniti (97).

Non era per puri fini umanitari che il Vaticano metteva in salvo queste persone: ``Draganovic li reclutava per entrare a far parte dei krizari'', e per utilizzarli in azioni terroristiche contro la Federazione Jugoslava (131).

Anche i fascisti sloveni fuggivano: ``nell'agosto del 1944 [...] gli ecclesiastici sloveni stavano collaborando attivamente con i nazisti e già operavano a stretto contatto con Draganovic per fornire assistenza ai profughi'' (137).


``La Chiesa aveva conferito pieni poteri a Draganovic'' e, a dire di padre Cecelja, ne approvava il lavoro (105).

``Una volta, all'inizio di marzo del 1946, il sacerdote croato si appellò a eminenti figure ecclesiastiche in varie parti del mondo, tra cui i cardinali Griffin e Gilroy in Inghilterra e in Australia, richiedendo la loro assistenza. Poi fece pressioni sulla Segreteria di Stato affinché intervenisse ufficialmente. Infine, si rivolse direttamente a Pio XII.

L'oggetto del suo appello erano duecento ex-miliziani ustascia e numerosi membri delle scellerate divisioni SS Principe Eugenio e Handzar. I primi erano slavi tedeschi, mentre i secondi venivano raccolti tra la considerevole popolazione musulmana della Bosnia. Entrambi i gruppi avevano commesso delle atrocità contro civili innocenti. Tra le altre persone difese da Draganovic, figuravano gli ex-ministri del governo ustascia Dragutin Toth, Vjekoslav Vrancic, Mile Starcevic, e Stjiepo Peric, come pure l'ex-capo dell'aviazione Vladimir Kren. [...] Alcuni di questi uomini si nascondevano all'interno dell'Istituto di San Girolamo o in Vaticano.

Il Vaticano agì subito, sottoponendo questi casi all'attenzione dei diplomatici inglesi e americani e raccomandando alla loro cortese attenzione e considerazione l'appello di padre Draganovic. Fecero seguito molti altri interventi diplomatici da parte del Vaticano, la maggioranza dei quali in favore di uomini che avevano perpetrato di recente l'olocausto nazista'' (126-127).


Come nel caso della rete di Hudal, i preparativi iniziarono con grande anticipo. Sin dall'agosto 1943 Draganovic cominciò ad intercedere per Ante Pavelic in Vaticano, e ad attuare ``i piani di Pavelic relativi all'istituzione di un sistema per l'espatrio clandestino dei nazisti'', coinvolgendo lo stesso papa Pio XII e ``alti funzionari della Segreteria di Stato vaticana e dei servizi segreti italiani. Il suo collegamento più importante era quello con monsignor Montini'' (66,98). Nel 1944, la ratline era già pronta per essere aperta (67).

``La maggior parte dell'organico [della ratline] era costituito da sacerdoti croati'', la maggior parte dei quali erano legati alla Confraternita di San Girolamo (107-108). ``Con l'aiuto di altri ecclesiastici, fanatici nazionalisti croati, [la Confraternita] divenne il quartier generale delle ratlines'' (66).

``Sebbene Draganovic fosse noto ai diplomatici occidentali come fanatico ustascia, i servizi segreti alleati gli diedero carta bianca'' per visitare i campi profughi, esattamente come avevano fatto con Hudal (98-99).

``Nel maggio del 1945, servendosi di documenti di viaggio americani, il sacerdote slavo si avventurò fuori di Roma. A bordo di un'automobile americana, visitò l'Italia settentrionale e le zone intorno a Klagenfurt e Villach, sul confine austro-jugoslavo. Lì prese contatto con i maggiori leader ustascia, nonché con altri sacerdoti fascisti che prendevano parte alle operazioni della ratline.

Il perno dell'organizzazione di Draganovic per l'espatrio clandestino era la Confraternita di San Girolamo, che prendeva il nome dall'omonimo istituto situato a Roma, in via Tomacelli 132, base principale delle sue operazioni. Il comitato centrale della confraternita era costituito da monsignor Juraj Magjerec, presidente e rettore dell'Istituto, da padre Dominik Mandic, vicepresidente e tesoriere, e dal suo assistente Vitomir Naletilic, nonché naturalmente da padre Krunoslav Draganovic, che ricopriva la carica di segretario. La confraternita fu presto riconosciuta Comitato ufficiale croato della Commissione Assistenziale Pontificia, il corpo papale di assistenza ai profughi.

[...] In apparenza, il comitato croato offriva assistenza morale e materiale ai profughi, ma attraverso la commissione pontificia manteneva anche stretti collegamenti con la Croce Rossa Internazionale e con le autorità alleate in Italia. Draganovic aveva rapporti particolarmente stretti con due ufficiali dei servizi segreti occidentali, il colonnello C. Findlay, direttore della sezione profughi e rimpatrio delle forze di occupazione, e il suo assistente, il maggiore Simcock.

[...] Draganovic aveva anche stretti rapporti con importanti funzionari italiani, specialmente col funzionario degli Affari Interni, Migliore, che dirigeva il servizio segreto italiano e la sezione di polizia che si occupava dei profughi in Italia. Draganovic raggiunse un accordo con Migliore per ottenere ufficiosamente l'appoggio dell'Italia -in particolare quello della sezione stranieri della questura- alla sua ratline.

Attraverso questa ragnatela di influenti contatti, Draganovic costruì una sofisticata organizzazione che si estendeva in Italia, in Austria e in Germania. Il comitato croato della Commissione Profughi del papa era in grado d'inviare i suoi agenti a far visita ai numerosi campi in cui si erano rifugiati i criminali di guerra nazisti che cercavano di fuggire. La maggior parte di questi agenti era costituta da sacerdoti cattolici croati e, anche se gran parte del loro lavoro spirituale e materiale consisteva nell'aiutare effettivamente i malati, gli invalidi, le vedove e i veri profughi, c'era tempo in abbondanza per aiutare anche i fuggiaschi'' (99-100).

Tra i fuggiaschi che ricevettero l'aiuto di Draganovic, il nome eccellente è quello dell'ex-dittatore croato Ante Pavelic in persona. ``Nell'ambito dei servizi segreti occidentali, quasi tutti sapevano che Draganovic stava proteggendo Ante Pavelic, che si nascondeva in Vaticano. Inoltre, all'epoca, la ratline di Draganovic era nota a tutti nell'ambito dei servizi segreti. Il sacerdote era tristemente noto per il suo vizio di aiutare i criminali di guerra a fuggire'' (123). Del resto, gli anglo-americani non si limitavano a lasciarlo fare. ``Draganovic faceva regolarmente visita al quartier generale dell'esercito e dei servizi segreti a Roma, dove il maggiore Simcock gli rivelava i dettagli delle imminenti operazioni di arresto dei fuggiaschi'' (121).

``Gli Italiani vennero a sapere che, presso la Confraternita di San Girolamo, erano alloggiati molti criminali latitanti, tra i quali alcuni alti membri del governo di Pavelic. Tuttavia non venne intrapresa alcuna azione contro Draganovic né contro i funzionari italiani che gli davano una mano'' (109-110). Ed infatti, erano stretti i legami del prete croato nei servizi segreti italiani (123).

Grazie all'aiuto di Montini e della Commissione papale per l'assistenza ai profughi, Draganovic ``ottenne una gran quantità di documenti di identità. [...] Migliaia di questi documenti aiutarono i fuggitivi ad eludere la giustizia'' (67). ``La ratline di Draganovic era una rete sofisticata e professionale. Era ottimamente organizzata e poteva occuparsi di centinaia di fuggitivi alla volta. [In tutto] furono fatte pervenire a Roma circa 30.000 persone provenienti dall'Austria, per poi farle proseguire fino a Genova e a nuove patrie nell'America settentrionale e meridionale e in Australia'' (96).


``Le operazioni di espatrio clandestino ebbero inizio in Austria, dove padre Cecelja fungeva da collegamento con Roma'' (100). Cecelja era il terminale austriaco di Draganovic, e aveva iniziato a lavorare alla preparazione della rete di espatrio sin dal maggio 1944 (102).

Cecelja si trovava a Vienna. L'armata rossa avanzava, e la sconfitta si avvicinava. Nella Pasqua del 1945 ``l'irriducibile "ustascia giurato" (Cecelja) lasciò Vienna e trasferì la sua base vicino a Salisburgo, dove, alla fine della guerra, si erano riuniti molti fuggitivi nazisti'' (102).

Intervistato dagli autori del libro, ``Cecelja dichiarò con orgoglio [che il suo compito era stato quello di] fornire documenti alle persone che avevano perduto i propri. Non nascose di aver aiutato dei fuggitivi a cambiare identità:

Disponevo di moduli di domanda della Croce Rossa a pacchi, per mezzo dei quali fornivo una nuova identità a chiunque volesse cambiare il proprio nome e la propria storia personale'' (103).

``In Austria era la sua sezione dell'organizzazione a prendersi cura dei fuggitivi, dando loro i soldi, il cibo, l'alloggio e i documenti falsi di cui avevano bisogno per intraprendere il viaggio dall'Austria all'Italia. A Roma, invece, era Draganovic il centro nevralgico dell'operazione. Provvedeva ai documenti di viaggio internazionali e, attraverso i suoi contatti ad alto livello con i consolati sudamericani procurava i visti necessari, soprattutto per l'Argentina. Una volta a settimana Cecelja chiamava Draganovic per sapere quanti posti fossero disponibili per quella settimana, e poi inviava a Roma quel numero esatto di persone'' (105).

Draganovic forniva ai fuggiaschi croati ``il necessario aiuto morale e materiale, facendo in modo di farli fuggire in Sudamerica. Veniva aiutato in questa attività dai suoi numerosi contatti con le ambasciate e le legazioni del Sudamerica in Italia e con la Croce Rossa Internazionale, nonché dal fatto che la Confraternita croata del Collegio di San Girolamo degli Illirici, dove aveva il suo ufficio, emetteva false carte d'identità a beneficio degli ustascia. Con tali documenti e con l'approvazione della Commissione Pontificia per l'Assistenza ai Profughi, situata in via Piave 41 a Roma e controllata quasi esclusivamente dagli ustascia, si potevano ottenere passaporti della Croce Rossa Internazionale, di cui Draganovic riusciva a garantire l'emissione'' (109).

``Le carte d'identità false rilasciate ai criminali di guerra in fuga erano stampate nella tipografia francescana. [...] A organizzare tutto questo era [il francescano] padre Dominik Mandic, il rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo'' (109). ``Avvalendosi dei suoi collegamenti con la polizia segreta italiana, Draganovic fece sì che le carte d'identità francescane venissero accettate come documenti ufficiali sulla cui base venivano poi rilasciate le carte d'identità italiane e i permessi di residenza'' (109).

Mandic ``mise anche la tipografia francescana a disposizione dell'apparato propagandistico degli ustascia. Gran parte della campagna, patrocinata dagli inglesi e intrapresa nei campi profughi come quelli di Fermo, di Modena e di Bagnoli, dovette il suo successo ai tipografi francescani. Lo stesso Mandic visitava regolarmente i campi per pronunciare discorsi d'incitamento ai militanti ustascia riuniti per ascoltarlo'' (109).


``La tappa successiva della sofisticata ratline del Vaticano era Genova, dove un altro sacerdote croato si occupava dei passeggeri: monsignor Karlo Petranovic'' (113).
``Draganovic gli telefonava regolarmente per dirgli di quanti posti avesse bisogno. Petranovic aveva già visitato gli uffici d'imbarco locali e prenotato delle cuccette. Diceva allora a Draganovic quante fossero le cuccette disponibili e, un paio di giorni prima dell'imbarco, veniva mandato a Genova un numero corrispondente di persone. Draganovic aveva già fornito ai passeggeri i documenti di viaggio e i visti necessari, perciò Petranovic non doveva fare altro che trovar loro un alloggio per pochi giorni e poi condurli alla nave. Alcune delle persone che aiutò erano senza dubbio profughi veri e propri; [tuttavia] molti importanti criminali di guerra fuggirono da Genova grazie al suo aiuto'' (116).

Gli inglesi conoscevano benissimo i movimenti di Petranovic a Genova, dato che lo tenevano sotto sorveglianza speciale (116).


I krizari

Il motivo per cui il Vaticano ed i servizi segreti occidentali lasciarono fuggire gli ustascia era la necessità di sconfiggere il nemico "ateo bolscevico", creando un movimento di resistenza clandestino per far scoppiare un'insurrezione nella neonata Jugoslavia di Tito.

Oltre al compito di aiutarli a scappare, nel dopoguerra Draganovic aveva anche ``quello di coordinare e dirigere l'attività degli ustascia in Italia'' (108).

Poche settimane dopo la conclusione della guerra, il 25 giugno 1945, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti (60). ``Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe la possibilità di svilupparsi'' (60).

``Uno degli ecclesiastici che maggiormente si impegnarono ad aiutare gli ustascia fu l'arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher [il quale] mise la Chiesa a disposizione della Confederazione Pandanubiana dell'Intermarium'' (136).

I servizi segreti occidentali conoscevano benissimo queste trame, ed un rapporto dei servizi segreti USA di quegli anni lo riassumeva con le seguenti parole: ``Stanno tentando di istituire lo Stato Intermarium o Inter-Danubio, composto da tutte le nazioni cattoliche dell'Europa sudorientale'' (149). Anche ``importanti politici e burocrati italiani aiutavano le operazioni terroristiche dei krizari'' (135).


Nel 1945 gli ustascia formularono ``l'offerta di mettersi a disposizione del comando anglo-americano. [...] Gli inglesi avevano accettato immediatamente questa offerta'' (136).

``Sia gli inglesi sia, in un secondo momento, gli americani avevano assoldato quegli stessi nazisti che venivano protetti dalla Chiesa'' (128) per ``colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti'' all'interno della Jugoslavia (129). ``Questi agenti venivano presi dalle fila degli ustascia sconfitti di Pavelic. Riandando ai giorni della cristianità militante, il poglavnik chiamò questi guerrieri cattolici "krizari", ossia i suoi crociati'' (129). Tale nome derivava da quello di un gruppo ecclesiastico ufficiale degli anni Trenta, denominato anch'esso "krizari" (145).

``Il distaccamento del CIC a Trieste riceveva informazioni sulle operazioni che inglesi e americani dovevano compiere congiuntamente, tra cui una campagna di reclutamento patrocinata dagli alleati al fine di procacciare volontari per il movimento krizari. Molti di questi volontari erano già stati portati in un campo di addestramento americano ad Udine o lì vicino, dove ricevevano la preparazione necessaria. Venivano dati loro approvvigionamenti e uniformi dell'esercito americano, più 700 lire al giorno di paga. Alla fine del loro addestramento, gli uomini venivano muniti di armi americane e portati in Austria, dai cui confini entravano in territorio jugoslavo. Potevano utilizzare i campi inglesi in Austria, nei quali si ritiravano periodicamente per riposarsi'' (145).

Uno dei principali collegamenti americani con la ratline di Draganovic ``durante gli anni 1946-47 [era] il colonnello Lewis Perry, [che] faceva parte del distaccamento del CIC a Trieste'' (145-146). Costui manteneva rapporti in particolare con Srecko Rover (146).

``Pavelic e Draganovic collaboravano strettamente, impartendo di comune accordo i loro ordini ai gruppi terroristici'' (132). ``Pavelic e i camerati più vicini a lui s'incontravano regolarmente con elementi simpatizzanti delle forze armate inglesi, che avevano pagato per la riorganizzazione unitaria degli ustascia da usare, alla fine, contro Tito'' (136).

``I rifornimenti militari ai krizari provenivano quasi esclusivamente dagli inglesi e comprendevano mortai, mitragliatrici, fucili mitragliatori, radio ricetrasmittenti da campo e uniformi di fattura inglese'' (136-137). In Vaticano si trovava ``il centro del comando. Gli aiuti [...] armi e altri rifornimenti di base arrivavano dal Vaticano con metodi clandestini. [...] Le armi che giungevano in Croazia provenivano dalla Svizzera'' (137).

Il finanziamento del movimento avveniva attraverso le operazioni di riciclaggio di denaro sporco di sangue proveniente dal furto nei confronti degli ebrei e dei serbi durante la guerra; inoltre ``attraverso figure molto influenti in ambito ecclesiastico, il comando dei krizari riceveva dei fondi vaticani. Alcuni furono usati per indurre il governo italiano di Alcide de Gasperi a fornire le armi richieste per la loro crociata contro Tito'' (143).

``Il colonnello dei krizari Drago Marinkovic [...] aveva la responsabilità di procurarsi armi e fondi di provenienza italiana, viaggiando in lungo e in largo per le missioni tra Trieste, Venezia e Roma. Inoltre Marinkovic aveva contattato il Vaticano a Roma, dove [era] riuscito ad ottenere una grossa somma di denaro. [...] Questi soldi servirono per procurarsi delle armi: [...] un camion con rimorchio che trasportava fucili mitragliatori nascosti tra pezzi di mobilio [fu consegnato ad] un gruppo di persone in attesa di portare le armi in Jugoslavia'' (143).

``I criminali comuni, soprattutto spacciatori di droga e operatori del mercato nero, venivano spesso utilizzati per aiutare i krizari ad attraversare il confine jugoslavo'' (145). Il traffico delle armi avveniva ``dietro la copertura della Croce Rossa Italiana'' (145).

A dicembre 1945 ``padre Ivan Condric e altri quattro preti furono riconosciuti colpevoli di aver organizzato le azioni terroristiche dei krizari'' (131). Si trattava del primo processo contro i krizari in Jugoslavia: in seguito ne vennero altri.

``Nell'agosto del 1946, una quantità considerevole di opuscoli venne gettata sul territorio croato da alcuni aeroplani, decollati, a quanto pare, dalla zona inglese dell'Austria. Questi opuscoli, firmati da Pavelic, dichiaravano che la guerra sarebbe continuata senza tregua fino alla definitiva eliminazione di Tito [...]'' (136).

Negli anni 1946-47, i krizari si infiltrarono in Croazia a partire dalle loro basi in Austria: ``i loro ordini erano di rafforzare il movimento clandestino e di lanciare una violenta campagna di assassinii e sabotaggi, per prepararsi al momento in cui avrebbero finalmente regolato i conti coi loro vecchi nemici. Il loro scopo era quello di ricongiungersi coi potenti reparti che operavano sull'impervio terreno, distruggere le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie, attaccare l'industria e assassinare i più importanti rappresentanti politici e militari. Invece di trovare un movimento clandestino ben organizzato di 300.000 uomini, s'imbatterono presto nell'efficiente e spietata polizia segreta di Tito. A pochi giorni, se non addirittura a poche ore, dal superamento del confine, la maggior parte di loro si ritrovò in mano ai comunisti'' (130-131).

Tra di loro ``c'erano alcune persone che avevano eseguito le stragi più brutali per conto di Ante Pavelic, uomini che avevano messo in atto i sanguinosi metodi politici e razziali del loro poglavnik con incredibile accanimento'' (130).

``Il contatto radio era mantenuto mediante una radio da campo fatta funzionare da Vrancic [...] e situata nella zona inglese dell'Austria. Si ritiene che al servizio di corriere ustascia all'interno delle zone austriache collaborasse la Chiesa cattolica romana in Austria [e in particolare] il cardinale di Graz'' (133).

``L'uomo al comando delle operazioni era uno dei più fedeli servitori del poglavnik, Bozidar Kavran, assistito da Lovro Susic'' (134).


``Gli Sloveni avevano istituito la loro sezione del movimento krizari'' sotto la leadership spirituale del vescovo di Lubiana Rozman, che si era rifugiato a Klagenfurt (137-138). Il capo dei krizari sloveni era Franjo Lipovec (143). ``Nel 1945 [Lipovec] fu arrestato dal SIS a Trieste, dove [...] fu assunto e stipendiato'' dal servizio segreto inglese (143).

``Lipovec costituiva il principale legame tra i krizari e il governo italiano. Nell'agosto 1946, s'incontrò con alti ufficiali del servizio segreto militare italiano, i quali proposero di stabilire un certo grado di collaborazione. Lipovec accettò la loro offerta e vendette completamente se stesso e i suoi piani agli italiani. Tali piani vennero a loro volta forniti al capo di gabinetto di De Gasperi e, in seguito, il presidente del Consiglio italiano assicurò a Lipovec che il suo governo avrebbe fatto, in via ufficiosa, qualsiasi cosa in suo potere per rafforzare l'opposizione a Tito, promettendogli un appoggio incondizionato nel caso in cui la situazione si fosse fatta più favorevole.

Con il sostegno finanziario dei servizi segreti italiani, Lipovec e i suoi camerati lanciarono quindi una campagna di propaganda per procurarsi nuove reclute tra gli esuli politici a Trieste. Il passo successivo fu quello di armare le unità di krizari che si trovavano nella zona e, dopo diversi incontri col servizio segreto italiano, Lipovec raggiunse un accordo secondo cui armi provenienti dai depositi dell'esercito italiano sarebbero state messe a sua disposizione per essere inviate ad elementi krizari che si trovavano a Trieste. Nei mesi di febbraio e marzo del 1947, secondo l'accordo, [...] furono consegnati otto carichi d'armi, che comprendevano 500 armi automatiche, circa 4.000 granate a mano, 100 pistole e più di 30 bombe a orologeria. I servizi segreti italiani pagarono le spese di trasporto per portare le armi fuori dalla zona alleata di Trieste fino in Jugoslavia'' (143-144).

``Trieste [che si trovava sotto l'amministrazione militare degli inglesi] rappresentava il punto d'incontro tra le forze di resistenza all'interno della Jugoslavia e le forze che le stavano finanziando, controllando e dirigendo in Italia. Il principale collegamento era costituito dal professor Ivan Protulipac, [...] l'uomo di padre Draganovic a Trieste'' (144-145). Protulipac ``dopo la guerra assunse un ruolo di primo piano [...] finché verso la fine del 1946 gli agenti comunisti non lo assassinarono a Trieste'' (145).


``La sezione croata della Croce Rossa fondata da Cecelja era, in effetti, sotto il controllo degli ustascia, che ne utilizzavano i vari uffici come agenzia per la raccolta di informazioni per operazioni clandestine in Jugoslavia e in Austria. Inoltre Cecelja era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove [venivano organizzati] regolarmente raduni militari'' (104).

Una delle loro basi era a Trofaiach (Austria), ed era diretta da Bozidar Kavran e Srecko Rover (146). Quest'ultimo fu successivamente sospettato di essere una spia di Tito, in quanto tutte le operazioni da lui dirette si rivelarono disastrose: i suoi uomini venivano regolarmente arrestati appena mettevano piede in Jugoslavia, mentre lui la scampava sempre (147-148).

``Tanti dei criminali di guerra che vennero [tratti in salvo dalla rete di Draganovic] furono catturati in seguito durante missioni terroristiche compiute all'interno della Jugoslavia'' (121).

In luglio ed agosto del 1948, si tenne a Zagabria un processo giudiziario contro 57 imputati, per gli atti di terrorismo compiuti dai krizari. ``Il verdetto, dichiarando colpevoli gli imputati, li condannava a morte o a lunghi periodi di carcere'' (130).

In Ratlines, il procedimento viene chiamato sarcasticamente "processo pilotato", e viene manifestato chiaramente il disprezzo degli autori nei confronti della Jugoslavia di Tito. Dopo sei pagine di denigrazione del processo, tuttavia, gli autori arrivano alla seguente conclusione:

 

``È possibile che le strane accuse fatte dagli jugoslavi durante il "processo pilotato" ai krizari avessero, dopotutto, una certa sostanza'' (137).

 

Il Foreign Office smentiva le accuse che gli venivano formulate al processo, accusando invece l'alleato americano; tuttavia ``dietro la rinascita militare e politica degli ustascia c'era proprio il SIS'' (132).

``Nel 1948 le prove presentate durante il processo pilotato ai krizari lasciarono ben pochi dubbi sul fatto che la polizia segreta comunista si fosse servita di agenti doppiogiochisti per condurre una contro-operazione molto sofisticata. Erano riusciti in qualche modo a procurarsi i codici radio segreti usati dai krizari ed erano informati, con buon anticipo, sui dettagli precisi delle loro operazioni. Conoscevano gli itinerari esatti adoperati dai gruppi che cercavano di entrare clandestinamente in Jugoslavia, come pure la data e l'ora del loro ingresso nel paese. Grazie a questi vantaggi, era facile per la polizia segreta attirare i krizari inconsapevoli nelle loro mani, servendosi dei loro stessi codici radio. Una volta all'interno del paese, potevano catturarli quando volevano.

[...] Nonostante questi terribili rovesci, le operazioni proseguirono e si estesero addirittura in altri paesi comunisti. Per tutti gli anni Cinquanta, fino agli inizi degli anni Sessanta, il governo jugoslavo continuò a processare gli agenti catturati, molti dei quali erano presumibilmente finanziati da padre Draganovic e agivano dietro suoi ordini'' (148-149).

``Altri eserciti cattolici clandestini erano stati radunati per disgregare e, se possibile, rovesciare i regimi comunisti dell'Europa centrale e orientale. In Cecoslovacchia, in Polonia, negli Stati Baltici e in Ucraina gruppi di nazisti clandestini operavano a stretto contatto con i krizari. [Fra i] complici dei krizari c'erano famigerati [fascisti ucraini, sotto il comando di] Stjepan Bandera, per costruire [...] il Blocco delle Nazioni Anti-bolsceviche. Cominciarono presto a lavorare per l'occidente'' (149).


Riciclaggio di denaro sporco (di sangue)

Oltre a nascondere i fuggiaschi ed a impiegarli nel terrorismo, alcuni funzionari ecclesiastici riciclavano i tesori rubati dai nazisti alle loro vittime (32). Erano coinvolte nelle operazioni numerose ``banche situate in Gran Bretagna, in Palestina, in Italia e in Svizzera.''

Inoltre Walter Rauff, dopo aver preso contatto con l'arcivescovo Siri ``si impegnò a riciclare denaro falso con l'aiuto di Frederick Schwendt, un ex-collega di Rauff nelle SS. Schwendt è considerato tra i più grandi falsari della storia'' (47).


``Con l'aiuto dei preti cattolici, all'inizio del 1944 Pavelic aveva cominciato a trasferire [a Berna] notevoli quantità d'oro e di valuta.'' Il tesoro doveva ammontare a 2500-3000 kg di oro (142), ``ossia in realtà i valori delle vittime assassinate da Pavelic, rubati dagli ustascia in fuga'' (127-128).

Una parte del tesoro fu portata a Roma con dei camion dal tenente colonnello inglese Jonson. ``Due autocarri [...] che trasportavano una parte del tesoro degli ustascia avevano [...] raggiunto l'Austria'' e furono trasferiti in Italia ``per finanziare il movimento croato di resistenza in Jugoslavia'' (133).

Inoltre, ``a Wolfsber erano stati nascosti 400 kg d'oro, del valore di milioni di dollari, nonché una considerevole quantità di valuta straniera, e lì si trovavano sotto il controllo dell'ex-ministro ustascia Lovro Susic.'' Gli ufficiali ustascia ``dissero a Draganovic di tenere [il tesoro] al sicuro. Il sacerdote obbedì fin troppo volentieri; contattò Susic e, con il suo accordo, prese 40 kg di lingotti d'oro e li portò a Roma, nascosti in due casse da imballaggio'' (133).

``Susic nominò Draganovic membro di un comitato di tre persone incaricato di controllare il tesoro. [Gli altri due erano] l'ex-ministro ustascia Stjepan Hefer e il generale di gendarmeria Vilko Pecnikar'' (134). Draganovic ``consentì a Pecnikar di avere accesso al tesoro accumulato per la sua ratline. [...] Parte di quel tesoro andò a finanziare anche una nuova campagna terroristica, appoggiata dall'occidente, all'interno della Jugoslavia'', ossia il movimento dei krizari (112).

Nella veste di ``tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi [padre Mandic] provvedeva alla vendita dell'oro, dei gioielli e della valuta straniera depositati dagli alti ufficiali ustascia in cambio di valuta italiana'' (127-128).

Nei primi mesi del 1948 il vescovo di Lubiana Rozman si recò a Berna, dove ``2400 kg d'oro e altri valori rimanevano ancora nascosti. [...] Avrebbero dovuto essere usati per aiutare i profughi di religione cattolica'', il solito eufemismo per dire gli ex-ustascia. Gli alleati, e in particolare gli americani, erano perfettamente a conoscenza dell'esistenza di questo tesoro (142). ``Gli amici ustascia di Rozman erano impegnati in un'enorme truffa, in cui ci si serviva del mercato nero per convertire l'oro in dollari e, più tardi, in scellini austriaci'' (142).


I personaggi

I preti

papa Pio XII (Eugenio Pacelli)

Fu papa dal 1939 al 1958, era un fervente anticomunista, e a causa delle sue posizioni politiche veniva detto "il papa tedesco" (54). Durante la guerra appoggiò la Croazia di Ante Pavelic (82-83). Era perfettamente al corrente delle ratlines organizzate da Hudal e Draganovic, in quanto era tenuto al corrente da Montini (122,126).

Giovanni Montini, il futuro papa Paolo VI

Assistente personale di papa Pio XII nella veste di sottosegretario di Stato per gli affari ecclesiastici (25-26). Durante la guerra fu coinvolto nelle trattative fra nazisti e occidente (25) e fu organizzatore, per conto del papa, del Servizio Informazioni del Vaticano (il servizio segreto vaticano) (26).

Fu lui a rifiutare l'udienza a Bokun, inviato dalla monarchia jugoslava per trasmettere al Vaticano le prove delle atrocità di Pavelic, malgrado che ``non ci fossero dubbi che Montini fosse ben informato sulla reale situazione'' (82).

Aiutò e collaborò con Hudal per l'organizzazione della fuga dei nazisti (43). Era anche l'amico di Draganovic (67,94). Questi talvolta ``chiedeva a Montini di procurarsi più visti da paesi che non ne emettevano in numero adeguato, e il burocrate vaticano intercedeva presso i diplomatici competenti'' (125). Altre volte, invece, era Montini a chiedere a Draganovic di ``far espatriare clandestinamente certa gente'' (125). Era sempre Montini che nascondeva Ante Pavelic a Castel Gandolfo (87).

``In quel periodo Montini era il prediletto del papa e dirigeva l'opera caritatevole della Santa Sede a beneficio dei profughi. Dato che i due prelati s'incontravano quotidianamente per parlare del lavoro che la Segreteria di Stato doveva svolgere, è inconcepibile che Pio XII fosse all'oscuro di tutto'' (126).

Alois Hudal

Vescovo austriaco, amico di Pio XII (40), antisemita convinto (55), e principale organizzatore della rete di fuga (ratline) per i criminali di guerra tedeschi nell'immediato dopoguerra.

``Nato il 31 maggio 1885, divenne professore di studi sull'Antico Testamento all'Università di Graz nel 1919. Quattro anni più tardi, Hudal si trasferì a Roma come rettore del Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima, situato su una strada che paradossalmente si chiama Via della Pace'' (37).

In tale veste, durante la guerra il vescovo aveva ``prestato servizio come commissario dell'episcopato per i cattolici di lingua tedesca in Italia [e] come padre confessore della comunità tedesca a Roma'' (37).

Il Pontificio Collegio, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma (34), ``era stato fondato nel XVI secolo per la formazione teologica dei preti tedeschi, ma nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l'espatrio clandestino dei nazisti'' (37).


Hudal ``era un ardente anticomunista, convinto che la vera minaccia per l'Europa fosse rappresentata dal bolscevismo ateo. Era perciò favorevole al raggiungimento di un accordo con i nazionalsocialisti tedeschi, che rappresentavano l'unica potenza abbastanza forte da sconfiggere i comunisti. [...] Riteneva che questa fosse una lotta di importanza vitale per la Chiesa, una lotta che avrebbe deciso chi, fra il comunismo e la cristianità, sarebbe alla fine sopravvissuto'' (37-38).

``All'inizio degli anni Trenta [...] appoggiò apertamente Hitler, viaggiando in molte zone dell'Italia e della Germania per arringare le grandi folle di cattolici di lingua tedesca'' (37).
``Pensava di essere stato chiamato da Dio per stabilire dei rapporti fra i nazisti e la Chiesa Cattolica'' (37).

Nell'aprile 1933 negoziò con Franz von Papen, il vicecancelliere di Hitler, il concordato tra Berlino e la Santa Sede. ``Prima della fine di quello stesso anno divenne senz'altro l'alleato politico di von Papen e fu da lui consultato immediatamente dopo il fallito putsch nazista in Austria'' (38).

``Nel 1936 pubblicò un trattato filosofico intitolato I Fondamenti del Nazionalsocialismo'', libro che ottenne l'imprimatur (ossia il permesso ufficiale della Chiesa per la pubblicazione) da parte del primate della Chiesa austriaca, il cardinale filonazista Theodore Innitzer (38). ``Il cardinale lo approvò calorosamente come prezioso tentativo di pacificare la situazione religiosa del popolo tedesco'' (38-39).

Il libro fu bandito dal ministro tedesco della propaganda Joseph Göbbels, il quale ``non permetteva che i fondamenti del movimento venissero analizzati e criticati da un vescovo romano'' (39). Ciononostante, Hudal rimaneva ben visto alla gerarchia nazista, e ``portava un distintivo d'oro di appartenenza al partito di Hitler'' (39). Inoltre se ne andava ``orgogliosamente in giro per Roma con il vessillo di una Germania più grande sulla sua automobile; ma quando, nel giugno del 1944, gli alleati giunsero nella capitale italiana, Hudal fu il primo a cambiarla: improvvisamente la sua bandiera divenne austriaca'' (42).

``Nel 1945, dall'oggi al domani, Hudal, da ideologo fascista qual era, cominciò a manifestare le sue nuove aspirazioni democratiche. Abbandonando la sua posizione favorevole alla Germania, s'affrettò a unirsi al libero comitato austriaco di Roma, e collaborò persino all'organizzazione di una liberazione simbolica della legazione austriaca.'' Quest'atteggiamento ipocrita era molto diffuso fra gli Austriaci, popolo ``la cui percentuale di iscritti al partito nazista era più elevata di quella della Germania'' e che malgrado ciò ha ``immediatamente richiesto un trattamento speciale in quanto prima vittima di Hitler'' (42).


Dopo la guerra Hudal fece scappare numerosi criminali di guerra attraverso la rete di fuga che aveva provveduto a predisporre sin dal 1943. Nel 1947 il suo operato fu scoperto e lo scandalo lo costrinse a farsi da parte. Tuttavia ``ci vollero quasi quattro anni per sostituire il vescovo austriaco come rettore del Collegio di Santa Maria dell'Anima. Infine, nel Natale del 1951 Hudal si arrese di fronte all'ineluttabile, annunciando che avrebbe lasciato il Collegio nel luglio seguente.'' (55).

``Convinto che la sua unica colpa fosse quella di avere una cattiva immagine presso la stampa, Hudal rimase a Roma fino alla sua morte, [che avvenne nel 1963 a Grottaferrata], senza pentirsi mai della sua opera a beneficio dei criminali di guerra nazisti:

Aiutare la gente, salvare qualcuno, senza pensare alle conseguenze, lavorando altruisticamente e con determinazione, era naturalmente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare da un vero cristiano. Noi non crediamo all'"occhio per occhio" degli ebrei'' (55).

 

Siri

Il vescovo di Genova Siri era il terminale genovese della rete del vescovo Hudal. ``Era uno dei principali coordinatori di un'organizzazione internazionale il cui scopo era quello di provvedere all'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica. Questa classificazione generale di anticomunisti comprende, ovviamente, tutte le persone compromesse politicamente agli occhi dei comunisti, vale a dire fascisti, ustascia e altri gruppi del genere. [...] Siri rappresentava il contatto di Walter Rauff nella messa a punto del sistema usato da Hudal per far fuggire clandestinamente dall'Europa i latitanti tedeschi'' (117).

``Anche se pensava soprattutto a mantenere la propria organizzazione, Siri sapeva tutto sulla rete croata'' e aiutava talvolta Petranovic ``dandogli una mano ogni volta che poteva'' (117).

Krunoslav Draganovic

Prete croato, stretto collaboratore di Ante Pavelic, sia durante che dopo la guerra. In quanto ``rappresentante croato all'Intermarium in veste quasi ufficiale'' (65) si impegnò a far fuggire molti criminali ustascia ed a organizzare il movimento dei krizari. Era noto come "l'eminenza grigia dei Balcani" (123) ed anche ``come "il prete d'oro" poiché controllava gran parte del tesoro rubato'' alle vittime degli ustascia durante la guerra (133).

Nacque nel 1903 a Brcko, in Bosnia, e prese i voti nel 1928. Dal '32 al '35 studiò al Pio Pontificio Istituto Orientale e all'Università Gregoriana Pontificia, lavorando negli archivi vaticani (66). ``Divenne in seguito segretario del vescovo di Sarajevo Ivan Saric, che raggiunse una certa notorietà durante la guerra come boia dei Serbi'' (66,136).

``Quando i nazisti occuparono Zagabria nell'aprile del 1941, era professore di teologia all'università locale. In seguito raccontò:

Quando venne proclamato lo stato croato indipendente ero in attesa a Zagabria con le lacrime agli occhi. Pensavo che la nazione croata, dopo otto secoli, avesse finalmente realizzato il suo più profondo desiderio d'indipendenza e d'autonomia'' (106).


 

(In realtà lo stato croato non era per nulla indipendente: era uno stato fantoccio impiantato dai Tedeschi senza che i Croati avessero neanche dovuto combattere)

``Era vicepresidente dell'Ufficio per la Colonizzazione ustascia. Questo ufficio costituiva parte integrante della macchina usata dai nazisti per il genocidio, poiché disponeva dei serbi o degli ebrei destinati allo sterminio, oppure, se erano molto fortunati, alla deportazione'' (106).

``Draganovic era un criminale di guerra latitante: la Commissione Jugoslava per i Crimini di Guerra mise a verbale che il sacerdote era stato un alto funzionario del comitato addetto alla conversione forzata al cattolicesimo dei serbi ortodossi. Inoltre aveva scoperto il suo ruolo di primo piano nella requisizione forzata di cibo durante la sanguinosa offensiva anti-partigiana compiuta dai nazisti sul Monte Kozara, nella Bosnia occidentale, durante l'estate del 1942. Fu la stessa offensiva in cui l'ex-presidente austriaco Kurt Waldheim svolse un ruolo di primo piano come ufficiale nazista. Pavelic conferì a Waldheim un'importante decorazione per i suoi servigi e poi, alla fine della guerra, lo seguì in Austria'' (105-106).

``Nell'agosto del 1943, Pavelic e l'arcivescovo Stepinàc inviarono Draganovic a Roma [con la carica di] rappresentante ustascia in Vaticano [per] costruire la rete clandestina per l'espatrio dei nazisti'' (107). In tale veste, ed in quella di rappresentante della Croce Rossa croata, iniziò a preparare i percorsi di fuga per i criminali di guerra (66).

``Riceveva l'appoggio dell'arcivescovo di Croazia, Aloysius Stepinàc, che gli aveva procurato influenti contatti in Vaticano'': si incontrava regolarmente con il segretario di Stato Maglione, con il vicesegretario di Stato Montini (il futuro papa Paolo VI), e persino con papa Pio XII (66-67,94).

Divenne segretario della Confraternita croata di San Girolamo, situata a Roma, in Via Tomacelli 132 (65). ``Fondata nel 1453 con il patrocinio di papa Nicola V, la Confraternita di San Girolamo aveva sfornato alcuni dei più eminenti studiosi, scienziati, scrittori e preti della Croazia'' (66).


Nel dopoguerra sarà lui a coordinare e dirigere il movimento ustascia in Italia (108), facendo fuggire i criminali di guerra attraverso la sua rete clandestina e reclutandoli per entrare a far parte dei krizari (131).

``Draganovic era non soltanto un capo del Partito Clericale Croato, ma anche uno dei maggiori leader dei krizari. Manteneva eccellenti contatti con le sue forze all'interno della Croazia e riceveva il sostegno della Chiesa Cattolica'' (137).

``Nell'estate del 1945, Draganovic fece personalmente un giro dei campi in cui erano stati sistemati ex-componenti delle forze armate e delle organizzazioni politiche ustascia. Avviò ben presto un'intensa attività politica e prese contatto con i principali rappresentanti ustascia. In questo era assistito da altri sacerdoti croati, con l'aiuto dei quali si mantennero stretti rapporti fra la Confraternita di San Girolamo e i gruppi ustascia in tutta Italia e anche in Austria. Ciò condusse alla formazione di un servizio di spionaggio politico che permise alla Confraternita di raccogliere resoconti e dati sulle tendenze politiche tra gli emigrati. È altresì probabile che le informazioni apprese da questi rapporti venissero poi trasmesse al Vaticano'' (107).

Si sospetta che Draganovic agisse nell'ambito del servizio segreto vaticano, agli ordini di monsignor Angelo Dell'Acqua; sono inoltre confermati ``stretti legami tra Draganovic e i servizi segreti italiani'' (123).


Draganovic ``dichiarava inequivocabilmente che coloro i quali hanno commesso crimini di guerra, soprattutto crimini contro l'umanità, devono essere puniti. Tuttavia sosteneva che proprio i più colpevoli non avrebbero dovuto essere classificati come criminali di guerra'' (119). ``Le uniche persone condannate da Draganovic come criminali di guerra furono i soldati che s'insanguinarono effettivamente le mani [...]. Egli escludeva [...] i politici che avevano effettivamente decretato le leggi razziali che avevano reso legale la strage'' (120).

Vilim Cecelja

``Schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103'' (101), questo prete ustascia collaborò attivamente con il regime di Ante Pavelic durante la guerra, e dopo divenne il collegamento austriaco della rete di Draganovic (100).

``Dieci giorni dopo che Pavelic fu messo al potere dai nazisti, il quotidiano ufficiale ustascia "Hrvatsky Narod" (Nazione Croata) pubblicò una lunga intervista con Cecelja. L'articolo s'intitolava "Il prete ustascia Cecelja" e rivelava quelle che erano, all'epoca, le sue vere attitudini. Nel corso di esso, Cecelja si vantava dell'importante ruolo svolto, prima della guerra, nelle attività illegali del movimento a Zagabria, dove molti capi ustascia che operavano clandestinamente s'erano incontrati in segreto nella sua parrocchia.

Ammise [di fronte agli autori di Ratlines, che lo intervistarono nel 1989] di aver fatto parte segretamente del movimento ustascia, descrivendo con orgoglio il giuramento rituale che aveva compiuto davanti a due candele, a un crocifisso e a una spada e una pistola incrociate. Ciò gli valse il titolo di "Ustascia Giurato", concesso soltanto a coloro che militavano nel partito da prima della guerra. Successivamente il prete fascista offrì a Pavelic il suo crocifisso e le sue candele in segno di devozione. Cecelja parlò con orgoglio anche del suo ruolo di primo piano nel coordinamento di 800 contadini che combatterono a fianco dei nazisti invasori.

Quando ci fu bisogno di un sacerdote per officiare alla cerimonia del giuramento di Pavelic, Cecelja fu ben lieto di farlo, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti. Poco tempo dopo, in pubblico, Cecelja "salutò con gioia il momento di libertà", proclamando apertamente i suoi stretti collegamenti con i maggiori ministri del gabinetto ustascia, come Mile Budak. Qualche settimana più tardi Budak annunciò pubblicamente il destino di due milioni di serbi in Croazia: un terzo doveva essere ucciso, un altro terzo deportato e il resto convertito con la forza al cattolicesimo. Cecelja, tuttavia, non modificò il suo atteggiamento benevolo nei confronti di Budak'' (101).

Fece parte ``della delegazione ufficiale di Pavelic a Roma, benedetta in Vaticano da Pio XII il 17 maggio del 1941. A quell'epoca il dittatore croato aveva già promulgato le sue leggi contro i serbi e gli ebrei e il genocidio era in corso. La principale conquista della delegazione fu la cessione della costa dalmata all'Italia, cosa che non rappresentò certo un atto di patriottismo croato'' (101).

``Cecelja ha tranquillamente ammesso di essere stato cappellano militare nelle forze ustascia durante la guerra, [...] nominato da Pavelic in persona nell'ottobre del 1941 e più tardi confermato dal suo caro amico, l'arcivescovo (in seguito cardinale) Aloysius Stepinàc'' (101).

``Nel maggio del 1944 abbandonò finalmente la sua carica [di cappellano militare] per recarsi a Vienna, ufficialmente per prendersi cura dei soldati croati feriti in battaglia. In realtà, il suo compito era quello di preparare il capo austriaco della rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti, per cui fondò anche la sezione locale della Croce Rossa Croata, che forniva una copertura ideale alla sua attività illecita'' (102). A proposito della Croce Rossa Croata, bisogna far notare che la stessa Croce Rossa Internazionale si rifiutò di riconoscerla, ``pur offrendole ufficiosamente notevole assistenza'' (102).

``Un diplomatico americano sollevò Cecelja da qualsiasi accusa di collaborazionismo con i nazisti. Il console americano a Zagabria affermò che il sacerdote era stato esiliato a Vienna da Pavelic per il suo ruolo in un complotto anti-ustascia.'' Queste affermazioni erano tuttavia smentite dal fatto che ``Cecelja continuò a viaggiare su aerei ufficiali degli ustascia tra Vienna, Zagabria, Praga e Berlino.'' Egli inoltre ``ricevette da Zagabria l'ordine di condurre un'intensa campagna propagandistica tra gli ustascia presenti in Austria'' (102).

Nel 1945, Cecelja si trasferì da Vienna a Salisburgo: ``il sacerdote ustascia era provvisto di documenti americani e della Croce Rossa che gli permisero di viaggiare liberamente attraverso la zona di occupazione statunitense'' (102-103). ``Il 19 ottobre del 1945 venne arrestato dal quattrocentesimo distaccamento CIC dell'esercito degli Stati Uniti. Rimase in carcere per i 18 mesi successivi.'' In agosto 1946 ``il governo jugoslavo richiese la sua estradizione come traditore, descrivendone accuratamente le attività in favore degli ustascia durante la guerra'' (103).

Tuttavia nel marzo 1947 Cecelja venne rilasciato e ciò malgrado la ``decisione da parte dell'Extradition Board americano in Austria di approvare la richiesta jugoslava'' (104). Avevano parlato a suo favore: l'arcivescovo Stepinàc; il vescovo americano Joseph Patrick Hurley, che si trovava in Jugoslavia come rappresentante del papa; il Foreign Office inglese, secondo il quale ``la maggior parte delle sue azioni [era] stata di carattere umanitario e non politico''; il console americano a Zagabria, per il quale Cecelja era un ``sacerdote di sani principi''; ed il Segretario di Stato americano George Marshall (103-104).


Cecelja partecipò anche alla costituzione del movimento dei krizari: ``era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove partecipava regolarmente a raduni militari e faceva infuocati discorsi ai fedeli riuniti'' (104).

``In seguito, fu direttamente implicato dalle autorità del controspionaggio australiano in una serie di azioni terroristiche intraprese da cellule ustascia operanti a Sidney e Melbourne'' (104). Nel 1957 ottenne un visto per visitare gli Stati Uniti (104).

``Cecelja morì qualche mese dopo aver concesso un'intervista'' agli autori di Ratlines (100). Ha ``trascorso i suoi ultimi anni di vita in un pittoresco villaggio appena fuori Salisburgo, dove le suore del convento Maria Pline si prendevano cura di lui'' (100). All'epoca dell'intervista aveva 80 anni ed ``era ancora molto fiero dell'importante ruolo che aveva svolto in favore della sua amata Croazia. Pur criticando gli ustascia per aver procurato una brutta reputazione ai Croati, non mostrava né senso di colpa né rimorso'' (100).

Nell'intervista rilasciata nel 1989, Cecelja ammise:

``Fui fiero di aiutare questi fuggiaschi, registrandoli e offrendo loro cibo, alloggio e documenti di immigrazione, nonché l'opportunità di spostarsi in giro per il mondo fino in Argentina. Ricevevo i documenti dalla Croce Rossa'' (104-105).

 

Karlo Petranovic

Nel 1934 divenne parroco di Ogulin, ``un distretto composto sia da serbi sia da croati'' (114). ``Quando i nazisti invasero la Jugoslavia nell'aprile del 1941, Petranovic era cappellano nell'esercito'' (114). ``Si era unito al movimento [ustascia] subito dopo l'invasione'' (114).

``Fu chiamato a ricoprire cariche ufficiali molto alte e influenti. [...] Gli era stato conferito il grado di capitano nell'esercito ustascia e aveva accettato la carica di vice del capo ustascia di Ogulin. [...] Egli divenne un fattore molto importante nella politica locale del regime ustascia, che decideva della vita e della morte dei serbi di Ogulin e del distretto circostante. [...] Tale politica consisteva nel seminare il terrore tra la popolazione serba completamente innocente e si risolse nello sterminio di circa duemila serbi locali'' (114).

``Una volta aveva diretto l'arresto e l'esecuzione di eminenti personalità serbe. Un'altra volta il prete, a quanto si diceva, fu responsabile del prelevamento dall'ospedale di Ogulin di cinque o sei pazienti serbi che furono uccisi nelle circostanze più brutali. Un altro episodio fu l'assassinio del dottor Branko Zivanovic, avvenuto il 31 luglio del 1941. [...] Petranovic aveva collaborato all'organizzazione degli arresti di massa dei serbi di Ogulin e del distretto, che furono derubati e uccisi, alcuni a Brezno, gli altri vicino al villaggio di St. Petar. [Ebbe un ruolo] nella morte di circa un centinaio di serbi alla fine di luglio, un massacro compiuto in seguito a una decisione presa dal comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era un alto e influente membro. [...] Il comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era funzionario, fu responsabile dell'invio di centinaia di serbi e di croati del posto ai campi di concentramento degli ustascia, cosa che si concluse con lo sterminio della maggior parte di queste persone'' (115).

Nel 1947 gli jugoslavi ne chiesero l'estradizione agli inglesi (114), ma questa non fu concessa. Fino ad oggi, Petranovic ha continuato a negare i suoi crimini di guerra, affermando che non era stato messo al corrente di quanto accadeva (114).


Nel 1989 Petranovic fu intervistato dagli autori di Ratlines. ``A domande relative alle sue attività postbelliche, Monsignor Petranovic rispose ammettendo senza problemi di aver aiutato un paio di migliaia di persone a lasciare l'Italia via Genova'' (115).

Al termine della guerra ``fu inviato al confine austro-jugoslavo, dove poteva muoversi liberamente tra gli ustascia in fuga. Si stabilì per un certo tempo a Graz, dove si nascondevano molti famigerati criminali di guerra. Lì fu aiutato nel suo lavoro dal vescovo Ferdinand Pawlikowski, che ottenne dal capo della polizia locale il permesso di far rimanete Petranovic a Graz. Da lì il sacerdote croato riuscì a scendere fino a Trieste, dove il vescovo locale provvide al suo alloggiamento; poi proseguì verso Milano, dove venne aiutato dal cardinale Schuster, per arrivare finalmente a Genova verso la fine del 1945. Voleva recarsi presso la Confraternita di San Girolamo a Roma, ma era già piena; perciò rimase a Genova e divenne l'agente locale di Draganovic'', dopo essere stato assoldato da questi in persona durante una visita a Genova (115-116).

Petranovic manteneva ``ottimi collegamenti nella gerarchia ecclesiastica, soprattutto con il vescovo di Genova Siri'', il quale era il terminale genovese dell'altra rete di fuga, quella del vescovo Hudal (117).

Monsignor Petranovic ``ha oggi quasi 80 anni e, negli ultimi tre decenni è vissuto a Niagara Falls, in Canada'' (113).

Gregory Rozman

``Durante la guerra, in assenza di Krek, [il vescovo di Lubiana] Rozman si era assunto la responsabilità del Partito Clericale Sloveno, stabilendo stretti contatti sia con i fascisti italiani sia con i nazisti'' (138). ``Verso la metà del 1942 andò in Vaticano per una missione segreta, consistente nel chiedere a Pio XII armi, cibo uniformi e altro equipaggiamento essenziale per il suo esercito anticomunista cattolico. Di conseguenza, gli italiani rifornirono le forze armate di Rozman. Dietro suo suggerimento, un certo numero di preti assunse anche ruoli chiave a livello militare e spionistico per conto delle potenze dell'Asse.

Quando, nel settembre del 1943, gli italiani capitolarono, Rozman fece in modo che il passaggio al dominio nazista fosse il più facile possibile, suggerendo al gauleiter di Hitler la formazione della Guardia Nazionale Slovena. Questa Guardia Nazionale era completamente sotto il controllo tedesco, poiché obbediva direttamente agli ordini del capo delle SS locali e della Polizia Superiore. Fu tristemente nota per i suoi massacri di civili, soprattutto sostenitori dei partigiani guidati dai comunisti, mentre la polizia segreta conduceva una campagna terroristica sotto la direzione della Gestapo.

Mentre avevano luogo queste atrocità, Rozman sosteneva entusiasticamente la causa nazista, emettendo numerosi appelli affinché gli Sloveni combattessero dalla parte della Germania. La sua Lettera Pastorale del 30 novembre 1943 rappresentò un'espressione tipica del tono filonazista che caratterizzava l'opera spirituale del vescovo. Dopo aver sollecitato i suoi fedeli a combattere per la Germania, sottolineò che soltanto "per mezzo di questa coraggiosa lotta e di questo industrioso lavoro per Dio, per il popolo e per la terra dei padri [gli Sloveni si assicureranno], sotto la guida della Germania, la [loro] esistenza e un futuro migliore, nella lotta contro la congiura ebraica"'' (138-139).

Nel 1943 fu ``fotografato sul palco con il comandante delle SS locali, [il generale Rosener,] durante una cerimonia ufficiale. La Guardia Nazionale aveva appena giurato di presentare servizio sotto la guida di Hitler, e stava marciando di fronte al suo ufficiale di comando. Il generale delle SS se ne stava rigido sull'attenti, facendo il saluto nazista, mentre il vescovo dava la pia approvazione al suo esercito collaborazionista'' (139).
(La stretta di mano fra Rozman e Rosener è raffigurata nella fotografia nei risguardi della copertina del libro.)

``Sei mesi prima della fine della guerra, Krek e monsignor Preseren perorarono la causa di Rozman presso il papa. Nel corso di un incontro con Pio XII tenutosi il 26 novembre del 1944, consegnarono al pontefice la lettera personale del vescovo. Rozman esponeva per sommi capi il suo piano per uno sforzo, appoggiato dall'Occidente, destinato a sconfiggere i partigiani di Tito e a instaurare un governo filooccidentale. Non appena cessarono le ostilità, il Vaticano intraprese una campagna per ottenere la libertà del suo vescovo, chiedendo ripetutamente che gli venisse concesso un salvacondotto dall'Austria per potersi rifugiare presso la Santa Sede. Si offrirono persino di inviare un sacerdote appositamente scelto fino a Klagenfurt, [nella zona di occupazione inglese,] per prendere Rozman. L'uomo scelto per questo compito fu nientemeno che padre Draganovic.'' La missione ebbe luogo nel maggio 1945 (139).

``Gli inglesi [con la complicità statunitense] gli permisero di fuggire e di svolgere un ruolo di primo piano nell'ambito del movimento dei krizari'' (139-140). La decisione degli inglesi di lasciar fuggire Rozman conseguì dalle pressioni di Krek ``sul Foreign Office, tramite i buoni uffici di un membro laburista del Parlamento'' (140). ``L'11 novembre del 1947 Rozman sparì dal palazzo del vescovo di Klagenfurt e [...] si recò a Salisburgo per mettersi sotto la protezione dell'arcivescovo Rohracher. [...] Aveva lasciato Klagenfurt in un'automobile del personale dell'esercito americano, guidata da un autista americano'' (142).

``Rozman, non appena fuggito da Klagenfurt, aveva ripreso con entusiasmo il suo lavoro per il movimento clandestino nazista. Il vescovo collaborazionista s'era unito ai krizari'' per finanziare i quali si dedicò al recupero del tesoro di guerra (142). ``Alla fine di maggio 1948, Rozman [...] viaggiò fino agli Stati Uniti e si stabilì a Cleveland, nell'Ohio'' (143).

Dragutin Kamber

Era ``legato alla Confraternita di San Girolamo, all'interno della quale aveva studiato dalla fine degli anni Venti ai primi anni Trenta'' (108). ``Dal 1936 era stato membro del partito ustascia'' (108). ``Il sacerdote era stato anche ufficiale della famigerata guardia del corpo personale di Pavelic'' (108).

``Padre Dragutin Kamber era un sanguinario responsabile di omicidi di massa'' (108). ``Dopo l'invasione da parte dell'Asse, fu messo a capo dell'amministrazione ustascia nella città di Doboj, [in Bosnia,] e uno dei primi provvedimenti che prese fu quello di istituire un campo di concentramento, di cui era comandante lui stesso. Introdusse nel distretto le regole razziali naziste e, di conseguenza, ordinò agli ebrei e ai serbi di portare intorno al braccio rispettivamente una fascia gialla e una fascia bianca. In seguito proclamò che i serbi e gli ebrei dovevano essere sterminati in quanto dannosi per lo stato ustascia'' (108).

``A Doboj, compì arresti in massa e fece internare i serbi. Molte delle vittime venivano spesso portate in casa di Kamber per essere interrogate e, dietro suo ordine, uccise nelle cantine. I primi ad essere assassinati in questo modo furono i sacerdoti e gli insegnanti serbi'' (108).

Milan Simcic

``Uno dei colleghi più vicini a Draganovic nella rete per l'espatrio clandestino dei criminali di guerra'' (100). ``Lavorava all'interno della Confraternita di san Girolamo e aiutava Draganovic nelle sue operazioni'' (110). ``Lavorò diversi anni per la ratline a Roma'' (122).

``Oggi Simcic è un alto funzionario vaticano e ammette apertamente che la Confraternita di San Girolamo protesse eminenti fuggiaschi ustascia. [...] Ha detto con assoluta chiarezza che il dottor Draganovic si prendeva cura a parte delle persone più importanti, tra cui ex-ministri del governo ed ex-capi di polizia'' (124). Sempre secondo la testimonianza di Monsignor Simcic, ``il dottor Draganovic e Montini s'incontrarono molte volte per parlare dell'operato della Confraternita di San Girolamo'' (125).

Dominik Mandic

Era ``rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo: [...] era, inoltre, un alto funzionario dell'ordine francescano, poiché ricopriva la carica di economo generale (tesoriere)'' (109). ``Mandic era l'alto funzionario francescano che mise la stampatrice dell'ordine a disposizione della Confraternita di San Girolamo in modo da poter fornire le carte d'identità false ai fuggiaschi'' (128). ``Padre Dominik Mandic controllava le finanze dell'istituto di san Girolamo con notevole destrezza [nella veste di] tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi'' e provvide a riciclare il denaro sporco di sangue degli ustascia (127-128).

Josip Bujanovic

Sacerdote fascista croato (134) e criminale ricercato (95). ``Durante la guerra era stato il leader ustascia della città di Gospic'' (134-135). ``Prese parte al massacro dei contadini ortodossi'' (135). ``Bujanovic abbandonò la Croazia all'arrivo dei comunisti e divenne un alto ufficiale krizari'' (135). ``Organizzò il viaggio di Pavelic in Argentina e poi [sembra che] lo seguì in Sudamerica, prima di stabilirsi definitivamente in Australia'', dove oggi vive ancora serenamente (95,135).

 

I nazisti

Ferenc Vajta

Ferenc Vajta era un ``criminale di guerra ungherese, tirapiedi nazista'' (76), ``autore di spietati eccidi di massa'' (78).

Prima della guerra aveva studiato alla Sorbona e si era unito alla loggia Grand Orient, ``specializzata nelle faccende dell'Europa centrale e orientale'' e con vedute filofrancesi (62). ``È stato protagonista attivo della politica clandestina degli emigrati politici sin dal 1932, quando cominciò a impegnarsi in questi campi per ordine del Ministero degli Affari Esteri ungherese'' (73).

Fu ``uno dei principali propagandisti nazisti nei quotidiani patrocinati dalla Germania'' (71). Inoltre ``aveva lavorato per i servizi segreti ungheresi prima della guerra'' (71). ``Tra il 1941 e il 1944, i governi ungheresi filonazisti avevano inviato spesso Vajta in missioni speciali, anche a Berlino, a Istanbul e in numerosi paesi balcanici che, all'epoca, collaboravano attivamente con i tedeschi'' (71). Nel 1944 fu promosso a Console Generale a Vienna (71). Tentò poi di giustificare il suo collaborazionismo con la necessità di frenare l'avanzata comunista (71).

Alla fine della guerra fu ``console ungherese a Vienna, inviato per organizzare il trasloco dell'industria ungherese e stabilire itinerari di fuga per i "profughi". [...] Allestì più di 7.000 vagoni ferroviari carichi di macchinari e di pezzi di fabbriche per raggiungere la Germania occidentale e salvò dai sovietici la grande maggioranza dei borghesi e degli aristocratici ungheresi. I francesi scoprirono presto che Vajta era uno dei pochi uomini a sapere dove fosse stata trasferita l'industria ungherese. I francesi erano disperatamente a corto di soldi per finanziare le operazioni clandestine e il tesoro rubato di Vajta divenne, nel 1945, la principale base finanziaria della ripresa d'interesse per l'Intermarium da parte della Francia'' (61).


Subito dopo la guerra ``fu preso in una retata del CIC e detenuto a Dachau. Fortuna volle che uno dei suoi compagni di prigione fosse il principe ereditario del Siam; un funzionario inglese venne per liberare quest'ultimo, e riconoscendo il nome di Vajta fece uscire anche lui'' (70).

Vajta, infatti, era ``considerato troppo prezioso nelle operazioni di spionaggio da francesi e inglesi, per essere riconsegnato al governo del suo paese'' (71). E infatti nel 1945 ``fu assoldato dal Deuxième Bureau e dall'Alto Comando Francese in Austria'' (62). Lavorò ``per più di due anni sia coi servizi segreti francesi sia con quelli inglesi, organizzando due movimenti clandestini contro i russi'' (61). Sotto la direzione francese prima e inglese poi, fu il principale organizzatore dell'Intermarium (62).


Il 10 aprile 1947, Vajta fu arrestato a Roma dalle autorità italiane, ``ma il 26 aprile venne rilasciato, malgrado si trovasse sulla lista ufficiale dei criminali di guerra e l'Italia dovesse consegnarlo come tale alle autorità straniere. [...] Il rilascio di Vajta era stato congegnato da Pecorari, segretario generale della Democrazia Cristiana [e vicepresidente dell'Assemblea costituente] e da Insabato, capo del Partito Agrario Italiano'' (69).

In seguito cercò di ottenere l'appoggio degli Stati Uniti all'Intermarium, e nel mese di luglio fu assoldato dal CIC (70). Aveva ``eccellenti contatti in Vaticano, in Inghilterra, in Francia e in Spagna'' (73). Inoltre ``conosceva personalmente il generale Franco, il ministro degli esteri spagnolo Artajo e il cardinale primate di Spagna'' (74).

Nel 1947, Vajta intraprese un viaggio segreto con Casimir Papee, ``uno straordinario diplomatico polacco [...] presso la Santa Sede dal 1939, [...] un autorevole membro dell'Intermarium [che aveva] collegamenti con i servizi segreti occidentali. [...] Nel corso del loro viaggio i due s'incontrano con funzionari dei servizi segreti inglesi e francesi'' (73-74).

A seguito di pressioni da parte del governo ungherese, la polizia italiana emise un mandato d'arresto nei confronti di Vajta (73). Il 3 settembre, al ritorno dal suo viaggio con Papee, l'ungherese fu avvisato ``del suo imminente arresto. [...] Vajta si recò immediatamente a Castelgandolfo, la residenza estiva del Pontefice.'' La mattina del giorno successivo poté tornare impunemente a Roma, grazie alle sue potenti amicizie: ``Alcide De Gasperi, che era anche primo ministro, aveva personalmente garantito per la [sua] salvezza.'' Inoltre egli aveva ottenuto dei documenti falsi, rilasciati dai francesi. A Roma ottenne una breve ospitalità ``presso un padre gesuita ungherese nell'Università Gregoriana Gesuita'', e scappò poi per Livorno con l'agente del CIC Gowen, per poi scappare in Spagna (74).

Da quell'anno, si mise a lavorare per gli americani al progetto dell'Unione Continentale (74-75). Il 16 dicembre 1947 arriva a New York ``con un visto emesso dal consolato americano a Madrid e contrassegnato dalla dicitura "Diplomatico"'' (76). Negli USA, Vajta incontrò ``il cardinale Spellmann, il leader gesuita padre La Farge e un gran numero di capi politici emigrati'' allo scopo di ``procurarsi appoggi per l'Unione Continentale'' (77).

La visita di Vajta non passò inosservata, e grazie all'intervento dei due noti giornalisti Drew Pearson e Walter Winchell ``il governo fu sommerso dalla pubblicità negativa'' (77). ``Vajta fu immediatamente arrestato, e il 3 febbraio 1948 gli ungheresi chiesero la sua estradizione.'' ``Gli americani non volevano restituirlo all'Ungheria'' e finalmente fu ``cacciato dagli Stati Uniti nel febbraio del 1950 [e] dopo il rifiuto da parte di Italia e Spagna di raccoglierlo, andò in Colombia'' (77).

``Il Vaticano intervenne e fece in modo che la Colombia lo accettasse e che un piccolo collegio cattolico situato laggiù lo impiegasse. Trascorse il resto della sua vita a Bogotà come professore di economia'' (78).


 

Walter Rauff

Criminale di guerra, capo della Gestapo nella Repubblica di Salò e terminale milanese della rete di fuga del vescovo Hudal nel dopoguerra.

Partecipò direttamente allo sterminio degli Ebrei, mettendo a punto un'innovativa tecnica di morte:
``A seguito dell'angoscia provata da Himmler [ministro degli interni] nell'assistere a una fucilazione di massa di ebrei a Minsk nel 1941, Rauff aveva diretto lo svolgimento del programma per la messa a punto di furgoni a gas mobili'' nei quali morirono ``circa centomila persone, per la maggior parte donne e bambini dell'Europa orientale'' (41).

``In seguito alla caduta del regime di Mussolini, nel settembre del 1943 Rauff fu inviato in Italia settentrionale, dove prestò servizio presso le SS nella zona intorno a Genova, Torino e Milano. Ancora una volta il suo incarico era quello di sterminare la popolazione ebrea'' (41).

Nella primavera del 1943, il vescovo Hudal ``entrò in contatto con questo famigerato autore di stragi'', incontrandolo a Roma, dove Rauff era stato mandato dal suo superiore Martin Borrmann per sei mesi (41-42). ``In quei mesi furono stabiliti i primi contatti col Vaticano, che avrebbero portato, infine, all'istituzione da parte di Hudal di una rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti'' (42).


``Con l'aiuto di Rauff, i più alti funzionari della Wehrmacht nell'Italia settentrionale [ed in particolare l'Obergruppenführer Karl Wolff] intrapresero una serie di negoziati segreti per la resa. Allen Dulles, il capo del servizio segreto americano in Svizzera, concluse la resa con le forze tedesche con l'aiuto di intermediari del Vaticano. A questi negoziati venne dato il nome in codice di "operazione Sunrise" e, anche se non abbreviarono la guerra, gli ufficiali nazisti che vi parteciparono sfuggirono ad una dura pena'' (46).

Sull'operazione Sunrise, Il Secolo Corto ci fornisce ulteriori particolari (cap. 15).
L'operazione era condotta ufficialmente ``per risparmiare inutili morti'', ma il suo scopo reale era invece ``di evitare che fossero i partigiani democratici italiani a conseguire la vittoria sull'esercito tedesco, poiché ciò avrebbe rafforzato il loro potere.'' I contatti fra Dulles e Rauff erano cominciati ``già all'inizio del gennaio 1945. Nel marzo dello stesso anno, le trattative fra OSS e SS erano giunte a un punto talmente avanzato da giustificare una prova concreta di buona fede da parte tedesca. Il 3 marzo Walter Rauff ebbe un incontro a Lugano con Dulles. [...] L'incontro [...] servì per organizzare il rilascio dei prigionieri americani e inglesi che si trovavano nelle mani della Gestapo in Italia. Le trattative proseguirono poi a ritmo serrato.'' A metà aprile
``Wolff si recò in Svizzera contando sulla sua reputazione personale presso gli anglo-americani per ottenere garanzie da parte di Dulles che "gli elementi idealisti e rispettabili dell'esercito, del partito, e delle SS avrebbero potuto svolgere una parte attiva nella ricostruzione della Germania". Non si trattava quindi soltanto della resa delle truppe tedesche nell'Italia settentrionale, ma di qualcosa che implicava una connivenza futura con i quadri qualificati del nazismo. Dulles concesse in pratica un'amnistia ufficiosa alle SS. Quasi una pace separata, comprendente non solo la salvaguardia della vita, ma anche la libertà personale e la protezione dell'espatrio verso luoghi lontani e sicuri.''

``Quando, il 29 aprile del 1945, l'esercito tedesco si arrese, Rauff ottenne un falso passaporto a nome di Carlo Comte e affittò un appartamento a Milano. Poi prese la sua copia dei documenti della polizia segreta di Mussolini, che comprendevano le liste degli iscritti al partito fascista, e la seppellì di nascosto fuori città. Sapeva che quei documenti si sarebbero rivelati molto utili nei mesi a venire e la sua previsione si dimostrò corretta. Il giorno seguente, tuttavia, Rauff venne arrestato dagli americani e rinchiuso nella prigione di San Vittore a Milano. Nel giro di alcune ore, arrivò un sacerdote e fece in modo che l'ufficiale tedesco venisse trasferito in un ospedale dell'esercito americano'' (46).

``Rauff venne rilasciato per essere affidato alla custodia della "S Force Verona", un'unità dell'OSS che operava con la squadra di controspionaggio speciale anglo-americana in Italia, comandata da James Jesus Angleton. Tra le altre cose, la S Force era l'equivalente occidentale della sezione anticomunista di Rauff durante la guerra'' (46).
NOTA: Angleton e Dulles divennero in seguito, rispettivamente, capo del controspionaggio e direttore della CIA, e mantennero per tutta la durata della loro carriera il controllo esclusivo sui collegamenti tra i servizi segreti americani ed il Vaticano (47).

Rauff fu rilasciato dopo un lungo interrogatorio sulle attività anticomuniste della Gestapo (47). Monsignor Giuseppe Bicchierai, segretario del cardinale di Milano Schuster, ``organizzò le cose in modo tale che questi potesse starsene nascosto nei conventi della Santa Sede'' (46).

``Rauff prese contatto con l'arcivescovo di Genova Siri e andò immediatamente [a Milano] a lavorare per il Vaticano alla creazione di un sistema per far fuggire clandestinamente i nazisti'' (47).
Secondo Il Secolo Corto, dal 1945 al 1949 Rauff, agendo per conto dei servizi segreti americani
``sotto la copertura di un'organizzazione di aiuto ai rifugiati gestita dal Vaticano, avrebbe fatto partire clandestinamente verso asili sicuri più di 5.000 fra agenti della Gestapo e SS.''

Nel 1949 Rauff lascia l'Italia per il Sud America, senza neanche prendere la precauzione di usare documenti falsi: il nome sul passaporto era infatti proprio il suo. Visse tranquillamente in Cile, paese che ne negò l'estradizione anche dopo che fu eletto il socialista Salvador Allende.


 

Franz Stangl

Fu comandante del campo di sterminio di Treblinka (33). Verso la fine della guerra fu trasferito in Jugoslavia a combattere contro i partigiani (34). Catturato dagli americani, dal 1945 al 1947 fu rinchiuso nel campo di prigionieri di guerra di Glasembach. Intorno al Natale 1947 gli americani lo consegnarono agli austriaci, che lo trasferirono a Linz. Da qui evase nel maggio successivo, e si incamminò verso Roma (34).

``Dopo essere giunto a Roma, si mise alla ricerca del vescovo Alois Hudal, [il quale gli procurò] un alloggio a Roma, [...] gli diede [...] denaro, [...] un passaporto della Croce Rossa, [...] un visto d'entrata in Siria, un posto in una fabbrica di tessuti a Damasco, e un biglietto per la nave'' (34-35).

Fuggì insieme a Gustav Wagner e ``alla fine giunsero in Brasile entrambi e lodarono il vescovo Hudal per l'aiuto che aveva offerto loro'' (36).

Stangl fu catturato definitivamente da Simon Wiesenthal nel 1967 in Brasile (35-36). Nel 1970 venne condannato all'ergastolo in Germania, e morì in carcere un anno dopo.


 

Gustav Wagner

Comandante del campo di concentramento di Sobibor durante la guerra (36). Arrestato, fuggì dalle prigioni alleate e percorse insieme a Franz Stangl la strada per Roma. Fuggì infine in Brasile grazie all'opera caritatevole del vescovo Hudal (36).


 

Alois Brunner

``Uno degli ufficiali più spietati che portarono a compimento il programma di deportazione degli ebrei'', riuscì a fuggire ``attraverso la rete ordita dal Vaticano per permettere la fuga dei nazisti'' (36).

``Fuggì a Damasco, in Siria, dove vive ancora sotto il nome di dottor George Fischer, [...] impunito per le centinaia di migliaia di vittime che inviò a Stangl e Wagner affinché le processassero'' (36).


 

Adolf Eichmann

``Principale artefice dell'olocausto'' nella veste di ``capo del Dipartimento per gli affari ebrei'' (36).

Nel 1950, Hudal gli fornì ``una nuova identità, quella del profugo croato Richard Klement e lo mandò a Genova. Lì Eichmann [...] fu nascosto in un monastero, sotto il controllo caritatevole dell'arcivescovo Siri, prima di essere fatto fuggire clandestinamente in Sudamerica'' (36).

``La Caritas ha pagato tutte le spese di viaggio per permettere a Eichmann di raggiungere il Sudamerica'' (37).

``Alla fine, Eichmann fu rintracciato in Argentina dal servizio segreto israeliano, rapito, processato e giustiziato a Gerusalemme nel 1962'' (36).

 

Gli ustascia


 

Ante Pavelic

Detto "il poglavnik" (il duce). Durante la guerra fu leader dello "Stato Croato Indipendente" ustascia, nel quale mezzo milione di serbi, ebrei e zingari furono trucidati per suo ordine personale (80). Dopo la guerra si impegnò nella costituzione del movimento dei krizari, prima di fuggire in Sudamerica.

Su Ante Pavelic si confronti anche La politica dei papi nel XX secolo:
``Nato nel 1889 in Erzegovina, laureatosi in legge nel 1915'', avvocato a Zagabria successivamente. ``Il 7 gennaio 1929, un giorno dopo la proclamazione della dittatura regia di Alessandro I, Pavelic [...] ed altri ustascia fondarono la lega per la lotta nazionalrivoluzionaria. [...] Ogni membro doveva giurare ubbidienza attraverso un pronunciamento al cospetto di Dio onnipotente e di tutto ciò che è sacro.''
(Si veda anche la descrizione del giuramento fatta da padre Cecelja.)
``Il loro precursore spirituale, il politico e pubblicista Ante Starcevic, moto nel 1896, capo del Partito della Destra Croata, sosteneva la tesi che [...] "i Serbi sono lavoro per il macello", [idea che gli valse il titolo di] Padre della Patria e maggiore ideologo politico croato.'' ``Ciò che si preparava [era]
una guerra santa, una guerra di religione, che ammetteva qualunque Terrore ed includeva "la Bibbia e la Bomba l'una di fianco all'altra come distintivo e mezzo di lotta".

Neanche ebbe fondato il suo partito di ribelli, che Pavelic [...] con i suoi compari più prossimi si rifugiò a Vienna, poi in Bulgaria, ed infine il regime fascista italiano gli assicurò ricovero ed alimenti. Mentre un tribunale serbo lo condannava già a morte in contumacia, Mussolini metteva a disposizione della famiglia Pavelic una casa a Bologna, la quale servì poi per anni come quartier generale degli ustascia. Con l'aiuto del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini, il boss dei congiurati fece poi addestrare in Toscana e sulle isole Lipari gli emigranti croati ed i seguaci ustascia transfughi, per gli assassinii a venire. Egli disponeva di alcune trasmissioni di Radio Bari, pubblicava il giornale "Ustasa" in lingua croata, teneva contatti con centrali di propaganda nazional-croata a Vienna, Berlino, negli USA ed in Argentina, e rendeva noti i suoi piani gloriosi al mondo di volta in volta, attraverso l'esplosione di bombe sui treni Vienna-Belgrado, con un più rilevante tentativo -subito sedato- di rivolta nelle montagne del Velebit (1932), e con una serie di attentati particolari.

Tra le prime azioni degne di nota ci furono l'eliminazione del direttore del foglio filojugoslavo zagrebino "Jedinstvo" (l'Unità), Ristovic, freddato nell'agosto 1928 in pieno giorno in un caffè di Zagabria, e l'assassinio del redattore capo del giornale di Zagabria "Novosti", Slegl, il 22 marzo 1929. Pavelic lasciò che la polizia rinchiudesse il suo più stretto collaboratore, Gustav Percec, in una prigione di Arezzo, e lì gli sparò di propria mano, dopo un interrogatorio con sevizie.

Ma la sua vittima certo più eminente fu il Re di Jugoslavia Alessandro. Un primo attentato al regnante, uomo gradito in effetti a tanti croati, fu sventato nell'autunno 1933 a Zagabria dal servizio segreto jugoslavo. Tuttavia, quando un anno più tardi il monarca giunse a Marsiglia dagli alleati francesi, il 9 ottobre 1934, fu assassinato mentre era ancora nella zona del porto, assieme al Ministro degli Esteri francese Louis Barthou, da un emissario di Pavelic -subito sottoposto a linciaggio dalla folla. Di nuovo Pavelic fu condannato a morte in contumacia da Francia e Jugoslavia -ed era la seconda volta. Ebbene, i fascisti italiani, dopo una custodia preventiva, gli assegnarono una nuova residenza a Siena ed una pensione di stato di 5.000 lire al mese.''

In Ratlines troviamo che oltre agli italiani, ``prima della guerra [anche] i servizi segreti britannici mantennero stretti rapporti con la sua rete terroristica clandestina, anche dopo l'assassinio [...] del Re jugoslavo'' (80-81).


Continuiamo a leggere su La Politica dei papi nel XX secolo:
``Uno scritto autografo, redatto da Pavelic nel 1936 e riguardante la causa croata, giunse al Ministero degli Esteri [tedesco] solo nell'aprile 1941, mentre erano in atto i preparativi della campagna di Jugoslavia. Il documento di 30 pagine [...] celebra Hitler come "maggiore e miglior figlio della Germania", loda la Germania hitleriana quale "potentissima combattente per il diritto vitale, la vera cultura e la più alta civiltà". [...] Il 6 aprile 1941, mentre Belgrado sottoposta al terrore incessante delle bombe tedesche cominciava a bruciare e la Dodicesima Armata del Feldmaresciallo Generale List attaccava il sud della Serbia dalla Bulgaria, Pavelic incitava le truppe croate per mezzo di un'emittente clandestina, acché puntassero le armi contro i serbi. "D'ora in poi combatteremo fianco a fianco con i nostri nuovi alleati, i Tedeschi e gli Italiani". [...]
La Wehrmacht di Hitler era salutata in Slovenia e in Croazia amichevolmente ed anche con entusiasmo.

Il 10 aprile, [...] mentre i tedeschi occupavano Zagabria, capitale del vecchio Banato, avveniva la proclamazione della "Croazia Indipendente", sempre in assenza di Pavelic: [...] "Dio è con i Croati! Pronti per la Patria!". [La proclamazione era stata] firmata dall'ex-[...] colonnello Slavko Kvaternik, rappresentante del poglavnik e Comandante Supremo delle Forze Armate [...].

Il poglavnik fece tenere ancora una parata alla sua truppa di circa 300 uomini, lo stesso 10 aprile a Pistoia; la sera fu convocato a Roma da Mussolini; l'11 aprile assicurò a Hitler gratitudine e sottomissione con un telegramma; durante la notte del 13 oltrepassò il confine jugoslavo presso Fiume, giunse a Zagabria nella notte del 15, ed il 17 nominò il suo primo Gabinetto. Era adesso Capo dello Stato, del Governo e del Partito, nonché Comandante in Capo delle truppe, e governava da dittatore -certo con sudditanza rispetto ai suoi grandi alleati, dai cui regimi copiò ampiamente- alla testa di 3 milioni di Croati cattolici, 2 milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci e parecchi altri gruppi etnici minori, tra i quali 40.000 Ebrei.

Il 18 aprile l'esercito jugoslavo capitolava senza condizioni. La Serbia fu sottoposta all'occupazione militare tedesca, e quasi due quinti del Regno di Jugoslavia andarono a formare lo Stato Indipendente di Croazia, che si componeva del nucleo di Croazia e Slavonia insieme alla Sirmia, a tutta la Bosnia (fino alla Drina) e all'Erzegovina, con una parte del litorale dalmatino; in tutto quasi 102.000 km quadrati.

Però nel maggio seguente Pavelic regalò in tutti i modi quasi la metà della Jugoslavia ai paesi limitrofi: nel Nord ai Tedeschi, per cui i confini del Reich arrivavano a soli 20 km da Zagabria, nel Nordest all'Ungheria, nel sud alla Bulgaria e all'Albania, ed infine il Sudovest, l'Ovest (dove la popolazione croata era la stragrande maggioranza) ed il Nordovest all'Italia. Qui giunse Pavelic il 7 maggio con ministri e membri del clero, tra i quali il vicario generale dell'arcivescovo Stepinàc, vescovo di Salis-Sewis, ed offrì al Re Vittorio Emanuele III la cosiddetta corona di Zvonimiro (ultimo re indipendente della Croazia nell'XI secolo), destinata al meno significativo Conte Aimone di Spoleto, il quale in effetti non venne mai incoronato, non apparve mai nel suo regno, e tuttavia parlò in Vaticano già il 17 maggio quale re designato della Croazia (con l'appellativo di Tomislao II).

E lì, in Vaticano, il giorno seguente si presentò il poglavnik, colui il quale era stato ripetutamente condannato a morte a causa di svariati omicidi, accompagnato da una delegazione numerosa -Pavelic "circondato dai suoi banditi", annotava lo stesso Ministro degli Esteri Ciano nel suo diario solo poche settimane prima. Le concessioni territoriali del poglavnik all'Italia, che laggiù conduceva con brutalità la sua politica del "mare nostro", causarono sconforto in tutta la Croazia, come riferì il 21 maggio il generale Glaise von Horstenau. "Dovunque si vada si ascoltano minacce contro gli Italiani". Eppure la stampa cattolica del paese era molto commossa per l'attenzione e la cordialità di papa Pio XII, che salutò Pavelic ed i suoi gangsters durante un'udienza privata particolarmente festosa -un grande ricevimento- e si accomiatò da loro in modo amichevole, con i migliori auguri di buon proseguimento.''


Anche Ratlines si sofferma sui rapporti fra il poglavnik e la Chiesa:
``Le atrocità erano già in corso nel momento stesso in cui Pio XII ricevette il poglavnik in un'udienza privata alla fine di aprile 1941'' (80). ``Pio XII e i suoi consiglieri più anziani nutrivano opinioni estremamente benevole nei confronti del suo cattolicesimo militante. Durante la guerra Pavelic aveva convertito con la forza decine di migliaia di ortodossi serbi sotto la minaccia della pena capitale'' (80). In virtù di ciò ``agli occhi del Vaticano Pavelic rappresentava un militante cattolico, un uomo che ha peccato, ma che l'ha fatto per lottare a favore del cattolicesimo'' (92).

Il papa riceveva regolarmente gli emissari di Pavelic, ai quali forniva ogni volta ``delle assicurazioni relative al fatto che il Santo Padre avrebbe aiutato la Croazia cattolica'' (82-83). A Branko Bokun, giovane jugoslavo che tentò di segnalare alle autorità vaticane i misfatti del regime croato, non fu invece accordata l'udienza richiesta. ``Bokun era stato mandato a Roma da uno dei capi dei servizi segreti jugoslavi a chiedere l'intervento del Vaticano per fermare il massacro in Croazia. [Egli era] armato di un voluminoso fascio di documenti, di resoconti e di testimoni oculari, e persino di fotografie dei massacri. [...] Voleva consegnare il suo incartamento a monsignor Giovanni Montini, sottosegretario di Stato per gli Affari Correnti, ma non riuscì a ottenere udienza'' (81-82). ``A Bokun venne semplicemente detto che le atrocità descritte nell'incartamento erano opera dei comunisti, ma che erano state attribuite in mala fede ai cattolici'' (82).

``Allo stato di Pavelic fu negato il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano'' (82), ma ``quando Pavelic chiese un'altra udienza con il Santo Padre nel maggio del 1943, il Segretario di Stato Maglione gli assicurò che non c'erano difficoltà connesse con la visita del poglavnik al Santo Padre, se non per il fatto che non lo si sarebbe potuto ricevere come un Capo di Stato. Lo stesso Pio XII promise di dare nuovamente a Pavelic la sua benedizione personale, [malgrado il fatto che] in quel periodo la Santa Sede possedesse già abbondanti prove delle atrocità commesse dal suo regime'' (82).

Pavelic amava vantarsi dei suoi crimini, e si dice che esibiva sul suo tavolo una grossa coppa contenente ``circa venti chili di occhi di serbi inviatigli dai suoi fedeli ustascia'' (83).


Al termine della guerra Pavelic scomparve (83). ``Mentre i suoi uomini combattevano ancora, il poglavnik era scappato con il suo seguito di comprimari, tra cui circa 500 padri cattolici, a capo dei quali erano il vescovo di Banja Luka, Jozo Gavic, e l'arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric (morto poi a Madrid nel 1960). Fu accolto nel convento di San Gilgen, presso Salisburgo, insieme a quintali d'oro rubato'' (da La politica dei papi). Nel maggio 1945, Pavelic fu arrestato dagli agenti del SIS (133). Più che di un arresto, bisogna parlare però di una protezione. Infatti fu proprio il SIS ad aiutarlo a fuggire (129), nascondendolo ``a Klagenfurt, dove possedeva un appartamento e una villa'' (86). Il vescovo di Klagenfurt era un membro dell'Intermarium (136). Klagenfurt si trovava nella zona occupata dagli inglesi.

``Nel luglio del 1945 l'ambasciatore jugoslavo a Londra disse agli inglesi che Pavelic [...] era stato fatto prigioniero a Celovac (Klagenfurt) da truppe inglesi. Il Foreign Office si mostrò inflessibile nel sostenere che Pavelic non era mai stato in mano loro'' (83). Anche i ``serbi cetnici sostenevano che Pavelic era travestito da monaco in un monastero a Klagenfurt'' (84).

Londra negava, ma secondo rapporti statunitensi del 1947 gli ``alleati inglesi avevano sempre mentito. [...] Il servizio segreto jugoslavo aveva sempre avuto ragione. Secondo fonti attendibili, Pavelic era davvero riuscito a superare la frontiera austriaca e a raggiungere i confini inglesi, dove venne protetto dagli inglesi, nei settori sorvegliati e requisiti dagli inglesi, per un periodo di due settimane, [...] restò nella zona di occupazione inglese per almeno due o tre mesi, rimanendo in contatto con il SIS'' (86).

``Nell'aprile del 1946, Pavelic lasciò l'Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente di nome Dochsen. Entrambi gli uomini erano vestiti da preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli 3. Il compagno di viaggio di Pavelic era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik'' (86). ``Subito dopo essere arrivato [...] a Roma, il poglavnik [...] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa'', dove aveva spesso l'occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini'' (87). ``Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelic alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno'' (87).

``Pavelic aveva ottenuto un passaporto spagnolo sotto il nome di Don Pedro Gonner, in previsione della sua fuga definitiva, probabilmente alla volta della Spagna o del Sudamerica'' (87). ``I gesuiti furono tra gli ecclesiastici che maggiormente l'aiutarono e appoggiarono i suoi piani per lasciare l'Italia organizzando il suo viaggio verso la Spagna sotto il falso nome di padre Gomez'' (89). ``Tuttavia, verso la metà del 1946 Pavelic temette di trovarsi troppo strettamente sotto controllo e [...] ritornò in Austria'' (87), e ritornò nuovamente a Roma alla fine dell'anno.

Sin dal momento in cui era fuggito, il poglavnik era rimasto in stretto contatto con padre Draganovic, segretario della Confraternita di San Girolamo dei Croati a Roma (88,94), il quale ``sin dal mese di agosto del 1943 [...] si era trovato a Roma a negoziare per Pavelic in Vaticano'' (98). L'agente segreto del CIC Robert Mudd, nel febbraio 1947, scrisse il seguente rapporto sull'istituto di San Girolamo:

``Per poter entrare in questo monastero, bisogna sottoporsi ad una perquisizione personale per verificare se si è in possesso di armi o di documenti, si deve rispondere a domande sulla propria provenienza, sulla propria identità, su chi si conosce, su quale sia lo scopo della propria visita e come si sia venuti a sapere della presenza di croati all'interno del monastero. Tutte le porte che mettono in comunicazione stanze diverse sono chiuse e quelle che non lo sono hanno di fronte una guardia armata e c'è bisogno di una parola d'ordine per andare da una stanza all'altra. Tutta la zona è sorvegliata da giovani ustascia armati in abiti civili e ci si scambia continuamente il saluto ustascia'' (110).


 

``In un'intervista registrata, Simcic ammise l'esistenza, all'epoca, di una strettissima sorveglianza all'interno dell'istituto [...] necessaria a causa della minaccia, sempre presente, di attacco da parte dei comunisti'' (110).

Il motivo di tante precauzioni era molto semplice. Fra l'Istituto di San Girolamo e ``quella che si riteneva fosse una delle biblioteche vaticane, in via Giacomo Venezian 17-C'' si trovavano nel 1947 numerosi ustascia ricercati. Si trattava del poglavnik Ante Pavelic e di membri del suo governo (111):

 

  1. Ivan Devcic, tenente colonnello

  2. Vjekoslav Vrancic, vice ministro

  3. Dragutin Toth, ministro

  4. Lovro Susic, ministro

  5. Mile Starcevic, ministro

  6. Dragutin Rupcic, generale

  7. Vilko Pecnikar, generale

  8. Josip Markovic, ministro

  9. Vladimir Kren, generale


 

 

Alcuni di questi assassini risiedevano in Vaticano:
``Gli ustascia che risiedevano in Vaticano facevano la spola tra i loro alloggi e la Confraternita [andando] avanti e indietro dal Vaticano varie volte la settimana, a bordo di un'automobile con autista la cui targa recava le iniziali CD, Corpo Diplomatico. [...] A causa dell'immunità diplomatica, era impossibile fermare l'automobile'' (113).


La realtà è che ``il Vaticano stava nascondendo il poglavnik, con la connivenza del SIS'' (132). Ovviamente, ``il SIS non aveva aiutato il Vaticano a salvare Ante Pavelic per malintesi concetti di benevolenza e carità. Voleva molto in cambio. Voleva degli agenti per infiltrarsi nella Jugoslavia comunista, per ottenere informazioni segrete e per colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti, soprattutto gli agenti della temuta polizia segreta'' (129). Fu solo 18 mesi dopo la scomparsa di Pavelic che gli inglesi ufficialmente "scoprirono" che costui si trovava in Vaticano. A quel punto scaricarono la responsabilità dichiarando che era fuori dalla loro giurisdizione (85).

All'inizio del 1947 Pavelic si trovava ``in un complesso extraterritoriale cinto da mura [che] si trova in cima al colle Aventino [e] che secondo l'opinione generale è crivellato di tunnel sotterranei che uniscono tra loro i singoli edifici.'' Tale complesso ospita varie organizzazioni della Chiesa, fra cui il Monastero di Santa Sabina, nel quale l'agente americano Gowen riteneva a quei tempi che avesse trovato ospitalità il poglavnik, e l'Ordine Militare Sovrano dei Cavalieri di Malta (87-88). Secondo l'autore de Il Secolo Corto, l'Ordine di Malta aveva anch'esso una sua rete per la fuga dei criminali di guerra. Ne faceva parte William J. Casey, che divenne capo della CIA negli anni ottanta.

Gli ustascia godevano di ottimi contatti con la polizia italiana (89). Un'altra delle loro basi si trovava in Via Cavour 210 (88).

In agosto Pavelic ``si nascondeva come ex-generale ungherese sotto il nome di Giuseppe [...] e viveva in una proprietà della Chiesa sotto la protezione del Vaticano, a Via Giacomo Venezian, [...] insieme al famoso terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff (sic) e ad altre due persone. Nell'edificio vivevano circa altri dodici uomini. Erano tutti ustascia e costituivano la guardia del corpo di Pavelic. Quando Pavelic usciva, si serviva di un'automobile con la targa del Vaticano (SCV)'' (90-91). ``Andava regolarmente in giro a bordo delle auto ufficiali vaticane che, recando le speciali targhe dei corpi diplomatici, non potevano essere fermate dalle autorità occidentali, neppure quando Pavelic lasciava il territorio vaticano'' (91).

I servizi segreti inglesi e americani conoscevano i movimenti di Pavelic ed avevano ricevuto l'ordine di arrestarlo. Tuttavia, dopo un continuo scarica-barile fra i due servizi segreti, l'operazione fu ``lasciata morire'' (89-91). ``La posizione degli inglesi era cinica e disonesta; mentre il SIS proteggeva Pavelic, il Foreign Office protestava perché gli Stati Uniti si sforzavano di sabotare il piano per arrestare il poglavnik'' (89). ``Il motivo [...] era davvero molto semplice. Gli alti ufficiali statunitensi stavano formando, all'epoca, la loro rete di ex-nazisti, e cominciavano a coordinare le proprie attività con quelle del Vaticano e di Londra'' (92).


Alla fine Pavelic riparò in Argentina: ``salpò dall'Italia il 13 settembre del 1947, viaggiando a bordo del piroscafo italiano Sestriere sotto il nome di Pablo Aranyos, un presunto profugo ungherese, e giunse a Buenos Aires il 16 novembre'' (95). ``Pavelic si servì dei suoi contatti molto influenti all'interno dei servizi segreti italiani per attuare il suo piano di fuga'' (96). ``Padre Draganovic [...] fornì il passaporto della Croce Rossa di cui si servì Pavelic e organizzò i dettagli del viaggio in nave'' (95). Sembra addirittura che Draganovic ``accompagnò personalmente il criminale di guerra a Buenos Aires, dove rimase con lui per dodici mesi'' (95). Secondo un'altra versione dei fatti, tuttavia, la persona che accompagnò l'ex-poglavnik era ``un altro sacerdote croato, un certo padre Jole, che era in realtà padre Josip Bujanovic'' (95).

Quando ``riapparve in Argentina, [...] il dittatore Juan Perón lo assunse come consulente per la sicurezza'' (95). ``Un certo Daniel Crljen [mandato in Argentina da Draganovic per trovare una sistemazione a Pavelic] era giunto in aereo a Buenos Aires, grazie all'assistenza del Vaticano, per conferire con il generale Perón a proposito dell'organizzazione in Argentina di un movimento ustascia chiamato "Élite". Crljen era uno dei principali ideologi e propagandisti del movimento, dato che durante la guerra aveva incitato al massacro dei Serbi. La missione di Crljen ebbe certamente successo; l'arrivo di Pavelic servì solamente a completare il trasferimento in Argentina di quasi tutto il suo governo. Tra i veterani che l'attendevano per dargli il benvenuto c'erano quasi tutti i ministri del gabinetto sopravvissuti, come pure molti funzionari municipali, capi militari e della polizia. Erano per la maggior parte criminali di guerra ricercati'' (96).

Per il seguito della storia di Pavelic, leggiamo La Storia dei Papi del XX secolo:
``Dopo la caduta di Perón, Pavelic sfuggì nel 1957 ad un attentato così come riuscì a sottrarsi alla polizia argentina; di nuovo finì in un convento, stavolta presso i Francescani di Madrid, e morì settantenne (alla fine del 1959) nell'ospedale tedesco (sic!) della capitale spagnola.''


 

Vladimir Kren

Durante la guerra fu generale e comandante in capo dell'aviazione dello "Stato Croato Indipendente": ``il generale Vladimir Kren, l'ex-ufficiale dell'aviazione jugoslava che, nell'aprile del 1941, aveva organizzato il passaggio ai tedeschi di molti dei suoi militari, era stato ricompensato con la carica di comandante dell'aviazione di Pavelic'' (118).

Vladimir Kren fu uno dei pochi amici di Pavelic che fu preso:
Nell'indagare sulla presenza di criminali croati a San Girolamo, l'agente americano ``Gowen organizzò un audace furto con scasso nell'ufficio di Draganovic. [...] Uno dei documenti più importanti era una lista di nomi di croati che venivano nutriti, vestiti, alloggiati e provvisti di ogni altra cosa nel monastero di San Girolamo. [...] In tale elenco erano inclusi anche i nomi di diversi criminali di guerra jugoslavi ricercati da tempo, dei quali Draganovic aveva continuamente negato la presenza: [...] almeno una ventina delle persone alloggiate all'interno dell'istituto si trovavano nelle liste nere occidentali'' (112-113).

In questo modo, i servizi occidentali avevano saputo che ``un gruppo di criminali di guerra ricercati [...] si era imbarcato sulla "Philippa" il 4 marzo 1947'' e che fra loro si trovava Vladimir Kren, che viaggiava sotto il falso nome di Marko Rubini (118-119). Kren fu arrestato dal maggiore Clissold, della British Special Screening Mission, la squadra alla ricerca dei nazisti. ``Questa fu una delle pochissime occasioni in cui lo spionaggio occidentale trionfò. [...] Qualche settimana più tardi, gli inglesi prepararono un'imboscata nello stesso istituto di San Girolamo, arrestando circa un centinaio di uomini che stavano andandosene al termine di un incontro'' (118). Alla fine, Kren fu consegnato al governo jugoslavo (118).


 

Vjekoslav Vrancic

Fu sottosegretario del Ministero degli Interni di Ante Pavelic. ``Tale ministero [...] era direttamente responsabile dei campi di concentramento nonché dell'apparato poliziesco particolarmente repressivo'' (112). Divenne poi il contatto radio in Austria per le missioni dei krizari (133).

Nel 1947, ``Vrancic doveva essere consegnato agli jugoslavi ma, tre giorni dopo questa decisione, egli sfuggì misteriosamente alla custodia degli inglesi. Riuscì quindi a mettersi al sicuro all'interno della Confraternita di San Girolamo, prima che padre Draganovic lo facesse espatriare attraverso la sua ratline. Nel novembre del 1947 [arrivò] in Argentina sotto il nome di Ivo Rajicevic; in quel paese Vrancic divenne una figura di primo piano nella rinascita dell'apparato terroristico ustascia'' (112).


 

Vilko Pecnikar

Genero di Ante Pavelic (134), Pecnikar era un ``veterano del movimento e organizzatore dei gruppi terroristici di Pavelic prima della guerra. Durante il conflitto raggiunse il grado di generale nella guardia del corpo personale di Pavelic e fu capo anche della brutale gendarmeria che operava in stretta collaborazione con la Gestapo'' (112).

Dopo la fine del conflitto ``Draganovic e Pecnikar lavorarono a stretto contatto per riorganizzare il movimento ustascia'' (112) ed entrambi gestirono insieme il tesoro degli ustascia (134). ``Manteneva contatti con diverse organizzazioni naziste clandestine e gestiva un sofisticato servizio segreto che collegava i gruppi italiani con quelli austriaci'' (134).


 

Ivo Omrcanin

Durante il breve periodo di vita della Croazia Indipendente, fu ``un funzionario del Ministero degli Esteri ustascia'' (127).

Successivamente, ``Lavorò a stretto contatto con Draganovic per dare una mano nelle vicende relative all'emigrazione dei profughi croati. [...] Lavorò direttamente sotto la guida di Draganovic nel Pontificio Comitato Croato di Assistenza tra il 1948 e il 1953, girando per i campi di profughi e inviando migliaia di fuggiaschi attraverso la ratline. [...] Si vanta anche di aver inviato attraverso la ratline 30.000 persone, tra cui molti scienziati e tecnici tedeschi'' (127).

``Omrcanin [....] vive oggi a Washington, da dove pubblica una serie di trattati di propaganda pro-ustascia'' (127).


 

Ljubo Milos

``Fu un alto ufficiale nel campo di concentramento di Jasenovac. Uno dei suoi atti esemplari fu l'uccisione rituale degli ebrei. Dopo l'arrivo al campo di un mezzo di trasporto, Milos indossava un camice da medico, ordinava alla guardia di portargli tutti coloro che avevano richiesto un ospedale, li conduceva all'ambulanza, li metteva lungo il muro e, con un colpo di coltello, tagliava la gola delle vittime, spezzava loro le costole e le sventrava.

Milos diresse anche altri brutali metodi di sterminio. Prigionieri nudi venivano gettati vivi nella fornace accesa della fabbrica di mattoni annessa al campo, mentre altri venivano percossi a morte con mazze e martelli. Decisamente, Milos non era un innocente patriota croato che si era limitato a prestar servizio nel governo di Pavelic per senso del dovere nei confronti della propria nazione. Era un volgare e sadico assassino, colpevole proprio di quel tipo di crimini che Draganovic riteneva meritassero una punizione. Eppure Draganovic estese anche a lui la sua carità cristiana.'' (120).

Il prete croato, infatti, fece fuggire Milos, e gli diede anche molti soldi (120). Milos scampò ``all'arresto da parte degli alleati proprio grazie a padre Draganovic, nonostante i suoi sanguinosi precedenti'' (132). ``Milos viveva in un campo italiano e stavano per arrestarlo. Draganovic fu avvertito segretamente da qualche agente dei servizi segreti inglesi e usò la sua sofisticata organizzazione per far sparire Milos, portandolo in salvo'' (121).

In seguito fu catturato in Jugoslavia nel corso di una missione terroristica (121): nel 1948 figurò come imputato al processo dei krizari (132).


 

Lovro Susic

Ministro dell'economia di Ante Pavelic (111), ``collaborò strettamente coi nazisti alla deportazione di lavoratori croati per lavori forzati in Germania, prestando servizio, in seguito, presso la sanguinaria divisione delle SS denominata Principe Eugenio'' (111).

Nel 1945 si trovava a Wolfsber, dove custodiva gran parte del tesoro ustascia, prima di affidare tale tesoro a Draganovic, Hefer, e Pecnikar (133-134). Nel 1947 si rifugiò nell'istituto di San Girolamo (111), e poi divenne uno dei comandanti delle operazioni dei krizari (134).


 

Dragutin Toth

Durante il conflitto il dottor Dragutin Toth fu Ministro del Commercio di Ante Pavelic, presidente della Banca Nazionale Croata e, infine, Ministro delle Finanze (111). ``Riuscì ad arrivare alla ratline di Draganovic e a raggiungere l'Argentina verso la metà del 1947'', e ciò malgrado il fatto che Londra e Washington avessero già raggiunto un accordo per consegnarlo a Tito (111).


 

Bozidar Kavran

``Prima della guerra [aveva fatto parte, insieme a Rover,] del movimento clandestino ustascia in Bosnia, [ed entrambi] furono coinvolti in un complotto per assassinare Re Pietro'' (146). ``In tempo di guerra fu il comandante del quartier generale ustascia'' (146).

``Dopo la fine del conflitto gli fu affidata la responsabilità della base austriaca dei krizari a Trofaiach. Lavorò direttamente agli ordini di Pavelic e Draganovic nelle operazioni terroristiche e spionistiche dei krizari'' (146). Finì imputato al "processo pilotato" del 1948 (146).


 

Srecko Rover

Ustascia sin da prima della guerra, i suoi camerati lo soprannominavano affettuosamente "piccolo lupo" (147). Fece parte, insieme a Kavran, di un complotto per assassinare Re Pietro (146). ``Quando nel 1941 arrivarono i nazisti, Rover entrò a far parte di una delle micidiali corti marziali itineranti di Pavelic, che giustiziavano in maniera sommaria i nemici razziali e politici degli ustascia. Dopo aver prestato servizio in questa squadra di sterminio itinerante, Rover fu inviato in Austria per essere addestrato come agente speciale e quindi promosso a prestar servizio nella guardia del corpo personale di Pavelic, un'unità di polizia repressiva simile alla Gestapo'' (146).

Divenne il contatto degli americani nei krizari: ``Dopo la guerra, Rover si unì alla moltitudine di criminali di guerra latitanti, dandosi alla macchia nella campagna italiana, e presto si arruolò nel movimento clandestino dei krizari. Alla Confraternita di San Girolamo, ottenne da Draganovic i documenti d'identità falsi che gli permisero di procurarsi dei certificati ufficiali, soprattutto quelli di residenza italiana.

Rover lavorò a stretto contatto con Draganovic, intraprendendo numerose missioni per conto dell'eminenza grigia degli ustascia, [ossia Draganovic,] e riuscendo ad arrivare, alla fine, ai vertici del comando dei krizari. All'inizio del 1946, Rover fu mandato a Trieste per lavorare nella rete spionistica di Draganovic. Contattò il colonnello Perry e stabilì stretti rapporti di lavoro con l'ufficiale dei servizi segreti americani. [...] Perry rimase impressionato dai progetti di Rover, dato che reclutò il capitano dei krizari e gli fornì documenti di viaggio e d'identità. L'americano lo inviò in Jugoslavia per creare un percorso clandestino attraverso cui si potessero far penetrare degli agenti all'interno di quel paese.

[...] Quasi ogni volta che [Rover] si trovava nei guai con le autorità occidentali, Perry veniva in suo aiuto. I reparti alleati specializzati nella caccia ai nazisti arrestarono Rover in varie occasioni, ma gli interventi di Perry ne garantivano sempre il rilascio. Il rapporto con gli americani permise anche al "piccolo lupo" di avere accesso a risorse e informazioni grazie alle quali fece rapidamente carriera tra le file dei krizari, fino a diventare, alla fine, comandante in seconda di Kavran della base di Trofaiach, in Austria.

[...] Da principio faceva il corriere e consegnava istruzioni top secret ai capi krizari. Divenne anche abile nel procurarsi e falsificare sofisticati documenti d'identità e di viaggio, permettendo a se stesso e ai suoi compagni di viaggiare liberamente persino all'interno della Jugoslavia comunista. Poi reclutò volontari per le missioni terroristiche e di spionaggio.

[...] Si recò a Roma per incontrarsi con Draganovic e riferirgli di persona i suoi ultimi successi. Cominciò presto a lavorare a stretto contatto con altri importanti membri della rete di Draganovic. [...] Fin dall'inizio del suo rapporto con Perry, sembrò che le cose andassero storte. Per esempio, la prima missione per conto dell'americano aveva condotto Rover a Rijeka e Zagabria. Questi tornò indietro senza correre rischi, ma la persona che percorse dopo di lui lo stesso itinerario venne immediatamente catturata.

[...] Quasi tutte le operazioni dei krizari in cui ci fu lo zampino di Rover si rivelarono un completo disastro. Lo stesso Pavelic arrivò a sospettare che Rover fosse un agente comunista che faceva il doppio gioco, o almeno una specie di agente provocatore. Tra i principali leader dei krizari, Rover sembra sia stato uno dei pochi a entrare più volte in Jugoslavia senza essere scoperto e arrestato dalla polizia segreta di Tito.

[...] Quando, verso la metà del 1948, furono varate le ultime disastrose operazioni, a Rover fu affidata la responsabilità di guidare i gruppi terroristici all'interno del paese. Per coincidenza, tutti gli uomini da lui portati oltre il confine furono uccisi o catturati, la maggior parte nel giro di poche ore, i dispersi entro pochi giorni. Nello stesso anno, i sopravvissuti si trovarono di fronte al tribunale di Tito a Zagabria. Sembra che Srecko Rover sia stato uno dei pochi tra i più importanti krizari a non trovarsi tra le loro fila. In seguito Rover riportò fiaschi simili anche in Australia'' (146-148).


 

Miha Krek

Presidente di Intermarium e amico intimo di Vajta (67). ``Capo del Partito Popolare Cattolico della Slovenia, [...] Krek lavorava per i servizi segreti inglesi'' (67,137). Lavorava in stretta collaborazione con monsignor Anton Preseren, ``assistente generale del potente ordine dei gesuiti'' (137).

 

L'agente statunitense William Gowen

Fu incaricato dal CIC per indagare sulla rete clandestina istituita per permettere ai nazisti di fuggire ed arrestare i criminali ricercati presenti a Roma (57). Fu tuttavia convinto da Ferenc Vajta a premere sugli USA affinché collaborassero con Intermarium (73). Vajta gli aveva anche rivelato l'appoggio del SIS ai krizari (132).

Fu l'arteficie della scelta americana di coprire i criminali in fuga. Consigliò ``all'America di chiudere un occhio sul fatto che il Vaticano proteggesse un nazista'', e cioè Vajta, giustificando la cosa ``in considerazione del contributo della Santa Sede alla causa anticomunista'' (78). Il 6 luglio 1947, Gowen ``suggerì che i servizi segreti americani assumessero il controllo dell'Intermarium'' (92).


Le sigle


Bibliografia

  1. Ratlines
    di Mark Aarons e John Loftus
    edizione inglese: 1991
    L'edizione da me usata è quella italiana, edita da Newton Compton nel 1993.
     
  2. Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere.
    di Filippo Gaja
    Maquis editore, 1994.
     
  3. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo)
    di Karlheinz Deschner
    Rowohlt, 1991
    I brani qui riportati sono stati scelti e tradotti da Andrea Martocchia.
     
  4. Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato "La caccia ai criminali nazisti", 1973
-------
Sull'evoluzione attuale della situazione jugoslava, si rimanda al Dossier Jugoslavia, a cura del Gruppo Romano Aiuti alla Bosnia Erzegovina.
Attenzione: si fa notare che per caricare il documento, potrebbe essere necessario un certo tempo. Si consiglia quindi di salvarlo localmente per poterlo leggere con calma.
 

"La Chiesa di questo fa politica - e va bene,
essa d'altronde, da quando esiste, costantemente
non fa altro che occuparsi di politica..."

Miroslav Krleza, massimo scrittore croato contemporaneo

Cardinali con le massime autorità naziste

Un battaglione di suore sfila con gli ustascia

Cordiale incontro ufficiale tra Stepinac e Pavelic

Simboli ustascia

La criminale polizia ustascia ricevuta in Vaticano


http://digilander.libero.it/lajugoslaviavivra/CRJ/RELIGIO/processo.html

STRALCI DEL PROCESSO ALL'ARCIVESCOVO CROATO ALOJZIJE STEPINAC
svoltosi a Zagabria dal 30 settembre al 3 ottobre 1946

(Tratti dal libro di Branimir Stanojevic:
"ALOJZIJE STEPINAC, ZLOCINAC ILI SVETAC"
- Alojzije Stepinac, criminale o santo -
stampato a Belgrado nel 1985 da "Nova Knjiga")

Traduzione a cura del CRJ

 


(...)
Il Presidente della Corte: "Se non avevate una buona opinione di lui [Ante Pavelic, leader del movimento fascista croato degli 'ustascia' (ribelli); n.d.crj] perche' non avete avvertito i vostri credenti, almeno loro, che stavano andando verso la catastrofe, che si stavano esponendo troppo a favore del regime ustascia, che commettevano dei crimini e vendevano le loro anime? (D'altronde, non credo che persone come Filipovic-Majstorovic possano salvare la loro anima dopo aver sgozzato migliaia di uomini...). Credo che fosse Suo dovere avvertire le Sue pecorelle di non fare cosi', di non collaborare con gli ustascia - non era forse questo il Suo compito, anziche' versare olio sul fuoco...? Io credo che questo dovesse essere il Suo principale compito."

L'accusato, A. Stepinac: "La mia coscienza e' a posto in questo."

Il Presidente: "Non ho il diritto di accusare la Sua coscienza, essa e' una Sua questione personale e non violo essa. Lei risponde ad un tribunale che stabilira' se sussiste il Suo atto di colpevolezza o no, e nella coscienza io non entro..."

L'accusa (all'accusato): "Parla della Sua coscienza ustasciode, umana o di arcivescovo?"

L'accusato: "Della mia coscienza umana".

(...)
Il Presidente: "Ecco qui 'La voce di S. Antonio' di Sarajevo [giornale religioso]. (Il Presidente legge) 'In Croazia ci sono oltre 30.000 ebrei. Solo a Zagabria ce ne sono 12.000'. 'La voce di S. Antonio' esamina questioni politiche e razziali, oppure e' un giornale religioso?"

L'accusato (alzando le spalle): "Un giornale di Sarajevo...".

Il Presidente: "... Abbiamo letto alcuni stralci da 'Hrvatska straza' [La guardia croata], che gia' prima dell'occupazione inneggiava e propagava idee fasciste, preannunciando la vittoria tedesca. Sapeva di questo? Lo leggeva?"

L'accusato: "Si, prevalentemente lo leggevo".

Il Presidente: "Che si puo' dedurre da cio' se non che Lei acconsentiva a questo operato?"

L'accusato: (non risponde)

Il Presidente: "Lei ha impartito la benedizione a 'La guardia croata'?"

L'accusato: "Si', e' la mia firma."

Il Presidente: "... Milan Beluhan scrive che non ci sono piu' 'litije' [processioni ortodosse] ... perche' i 'krizari' ['crociati', gruppo di derivazione ustascia, sopravvissuto come forza eversiva nel dopoguerra; n.d.crj] dichiaravano che chiunque non si fosse convertito al cattolicesimo sarebbe stato liquidato. Sicuramente Lei leggeva i giornali cattolici?"

L'accusato: "Si".

Il Presidente: "In ogni numero della 'Domenica' si trovano degli articoli in cui i 'krizari' invitano a confluire nelle file tedesche... Percio' e' evidente che la stampa cattolica si impegnava soltanto per gli ustascia. E' consapevole di questo?"

L'accusato: "Non ho niente da rispondere." (Sorrisi nell'aula)
(...)

Il Presidente: "Ha mai rimproverato i 'krizari' per la loro attivita'"?

L'accusato: "Questo e' un nostro affare interno."

Il Presidente: "Non e' un affare interno ma un reato, e come tale non puo' essere un affare interno."

L'accusato: (tace)

Il Presidente: "Ha partecipato al pellegrinaggio dell'indulgenza a Marija Bistrica [cittadina vicino Zagabria] nel 1941?"

L'accusato: "Si".

Il presidente: "Si ricorda che in quel pellegrinaggio venivano portate cinque candele? Non si ricorda? Non ha letto cosa scriveva di questo 'La voce croata' del 15.7.1941? Simbolicamente, che cosa significavano le cinque candele?"

L'accusato: "Di questo non so niente."

Il Presidente: (legge) "'La voce croata' dice: 'Due candele erano per il ritorno di Pavelic, due per i suoi ustascia rimpatriati ed una, con la Sua foto, per la felicita', la salute e il benessere di Pavelic'".

L'accusato: (tace)

Il Presidente: "Lei e' stato al pellegrinaggio a M. Bistrica nel 1942? Ha predicato allora questo che risulta dall'accusa?"

L'accusato: "Non ricordo."

Il Presidente: (legge sul 'Giornale Cattolico' che ad una festa per i credenti viene loro sollecitata la preghiera per quelli che stanno al potere) "... Dunque, questa gente semplice era costretta a pregare per i capi che erano al servizio del governo ustascia, per i Boban, i Lisak, i Luburic e in particolare per Pavelic?"

L'accusato: "Non ho fatto nessun favore."

Il Presidente: "Come no! Anche se un tale discorso fosse tenuto da un semplice ustascia, avrebbe la sua influenza. Tanto piu' quando viene pronunciato dall'arcivescovo di Zagabria e metropolita croato, il personaggio piu' potente dell'episcopato cattolico. Avra' certo piu' forza di un discorso pronunciato da un ustascia semi-intellettuale come Boban..."

L'accusato: (tace)

Il Presidente: "E tutto questo nel periodo in cui gli ustascia sgozzavano la gente?!"

L'accusato: (tace)

(...)
Il Presidente: "Ha partecipato al pellegrinaggio a Marija Bistrica nel 1944?"

L'accusato: "Credo di si."

Il Presidente: "Dunque si. In tale occasione ha pronunciato il discorso citato nell'atto d'accusa."

L'accusato: "Si."

Il Presidente: (legge) "'Madre di Dio di Bistrica, perdonaci e aiutaci'... Dunque, dal titolo risulta un'omelia religiosa, che dovrebbe contenere soltanto elementi religiosi, ma ecco cosa troviamo leggendo (legge): 'La parte belligerante (i tedeschi) forse non ritiene dei crimini questi orrori che colpiscono la nostra terra, perche' il popolo croato difende con tutta la forza dell'anima la sua liberta' ed indipendenza?' E da chi i Croati avrebbero difeso la loro liberta'?"

L'accusato: (tace)

Il Presidente: "Contro chi combatteva allora il popolo croato nel 1944 per la sua liberta' ed indipendenza? Avrebbe ragione, sarebbero criminali quelli che al popolo croato impedissero la lotta per la liberta'. Questo sarebbe un delitto, ed essi sarebbero dei delinquenti. Ma non e' forse un crimine ostacolare la lotta del popolo croato contro l'occupatore tedesco-italiano ed il regime ustascia?"

L'accusato: (tace)

(...)
Il Presidente: "Ha ordinato Lei al suo clero di officiare la messa di ringraziamento ogni 10 aprile, come data dell'anniversario della NDH [Stato Indipendente Croato]?"

L'accusato: "No."

Il Presidente: "Pero' ha ordinato al clero di officiare la messa di ringraziamento per l'onomastico di Ante Pavelic?... Rifiuta di rispondere, non e' vero?"

L'accusato: "Rifiuto di rispondere."

Il Presidente legge la circolare per la messa citata, il Te Deum con la preghiera per il 13 giugno...

Il Presidente: "Ritiene Lei che il Sabor [parlamento croato] inaugurato da Pavelic con gli ustascia, sia un rappresentante legale del popolo croato?"

L'accusato: (rifiuta di rispondere)

Il Presidente: "Le risposte possono essere soltanto due: ritengo di si, oppure no. Dalla sua risposta deduco che Lei lo riconosce legittimo. In effetti cio' annebbia gli occhi della opinione pubblica interna ed estera, perche' si vuole presentare l'NDH davvero indipendente e non come una creatura tedesca. Si vuole dimostrare tutto cio' legale, mettendo sotto un coperchio democratico i crimini ustascia, le conversioni in massa al cattolicesimo, i crimini di Lisak... E Lei sostiene tutto questo, perche' all'estero risulti tutto normale? Lei in quell'occasione ha anche impartito la benedizione al Sabor croato?"

L'accusato: "Non ho una risposta a questo."

Il Presidente: "Ed ha sicuramente officiato anche la messa?"

L'accusato: (non risponde)

(...)
Il Presidente: "Accusato Stepinac, e' stato Lei a sostenere la colpevolezza collettiva degli Ebrei?"

L'accusato: "Prego?"

L'accusa: "Era Lei d'accordo con la tesi della responsabilita' collettiva degli Ebrei, secondo gli ordini di Pavelic?"

L'accusato: "Di questo non so. Prego, dimostri le cose."

L'accusa: "Non lo sa? Dunque, dimentica le cose importanti che scrive e firma, cercando di nascondere le Sue colpe in un modo o nell'altro. Lei nasconde questa vergogna, solo una persona svergognata si comporterebbe cosi'. Cosi' non si dovrebbe comportare un arcivescovo, un metropolita. Cosi' non si sono comportati i vescovi Grgur Ninski e Strosmayer, i quali sapevano bene quello che dicevano, nella lotta per il proprio popolo." (legge il decreto stampato nel 'Giornale cattolico', nr. 25 del 26.6.1941)

(...)
Il Presidente: "E' possibile convertire in massa nel modo che Lei ha descritto? Cioe': prima si presenta la richiesta individuale, poi si deve verificare se la conversione alla fede cattolica e' per convinzione, e infine si passa all'indottrinamento? Si puo' fare questo con 2.300 persone in un giorno?"

L'accusato: "Su questo non posso dichiararmi."

Il Presidente: "Non puo' o non vuole?"

L'accusato: "Mi rifiuto di rispondere."

Il Presidente: "Le diro' perche' si rifiuta di rispondere. Lei, per cosi' dire, rifiuta di difendersi, ma le Sue risposte sono tali che da esse si deduce il suo consenso. Quando ha la possibilita' di difendersi, Lei dica si o no. Quando ieri Le ho citato 'La Voce di S. Antonio', nell'articolo in cui si attaccano gli Ebrei, Lei ha trovato il modo di rispondere, alzando le spalle, come dire: 'Come puo' interessarmi questo? E' un giornale di Sarajevo, che non appartiene al mio arcivescovado'. Quando Le poniamo la domanda sulla conversione di 2.300 Serbi nel villaggio di Budimci in un giorno, allora rifiuta di rispondere. Dove ha qualcosa da dire, li' lo dice, e dove non ha niente da dire, rifiuta la risposta..."

UN FILO NERO CHE PORTA A ROMA

Il Presidente legge un comunicato del dottor Nikola Rusinovic sulla visita di Stepinac in Vaticano, inviato a Lorkovic [Mladen, ministro del governo NDH; liquidato dagli ustascia per aver collaborato con gli inglesi; n.d.crj]:

"(...) Sulla Chiesa croato-ortodossa ed i greco-cattolici: 'Come ti ho gia' comunicato, il riconoscimento della chiesa croato-ortodossa e' accettato molto bene. In questo, la Santa Sede vede la strada verso l'Unione nella fede e la fine dello scisma in Croazia. Questo sarebbe un prezioso regalo che la Croazia puo' fare alla Santa Sede. Per facilitare cio', si pensa di formare dei centri greco-cattolici nei luoghi dove si trovano gli ortodossi, e su cio' lasciare che lavori il monsignore dottor Simrak, il miglior conoscitore delle questioni religiose nei Balcani. Alcuni rappresentanti cattolici non vedono benevolmente la conversione, ma il Vaticano e Stepinac sono d'accordo che questa e' la strada piu' breve verso l'Unita' e che sara' anche di grande valore politico per l'NDH.'"
(...)

[Sorvoliamo sugli accenni ai nemici della Croazia, sulla propaganda anglosassone che, secondo il Rusinovic, pubblica delle menzogne. Ed anche sull'intolleranza verso gli Sloveni, perche' secondo Stepinac volevano ricomporre la Jugoslavia. La Santa Sede non e' convinta delle conversioni in massa e raccomanda di farle gradualmente, perche' anche i giornali italiani hanno parlato dell'argomento; n.d.crj].

Il Presidente: "Dunque, il passaggio forzato al cattolicesimo e' spiacevole ed inopportuno anche per lo stesso Vaticano, percio' si raccomanda una conversione graduale... (legge) Nel comunicato del 6.3.1942, Rusinovic scrive a Lorkovic della sua conversazione con il cardinale Tisserand, segretario della Santa Congregazione 'Orientalis'. La conversazione e' durata per circa un'ora e mezzo. Dopo le solite formalita' di saluto, il cardinale ha chiesto in che lingua volessero conversare, francese o italiano, perche' parlava bene anche l'italiano, vivendo a Roma da 23 anni. Il Rusinovic si e' presentato dicendo di essere dalmata.
'Lei, come dalmata, puo' rappresentare la Croazia? Ci sono ancora questi casi nella vostra vita pubblica e politica? Gli italiani dichiarano che la Dalmazia e' italiana e che li' vivono italiani!' (accompagnando queste frasi con un sorriso ironico). Posso dirti che mi sono trovato un po' in imbarazzo, perche' non mi aspettavo queste domande... (Cerca di spiegare la storia dall'arrivo dei Croati). Dopo di che, il Tisserand chiede come si e' arrivati all'annessione della Dalmazia e degli Italiani allo Stato libero dell'NDH.
Tisserand replica: 'Dunque voi sareste liberi? Ma non fate forse quello che vogliono i Tedeschi, come tutti i popoli in Europa oggi? Si puo' definire liberta' questa?'.
'Scusate, Eminenza, nell'NDH non governano i Tedeschi' - risposi, cercando di citare alcuni esempi.
'La vostra liberta' e' paragonabile a quella del nostro Petain. Anche lui e' libero, ma deve consegnare ai Tedeschi l'80% di tutti gli alimenti, mentre il popolo francese e' affamato. Non sono storie queste, ma verita', lo so benissimo questo. Addirittura i tedeschi prendono il 70% di tutto quello che arriva, con le navi dall'Africa, direttamente al porto...'
."

Il Presidente continua: "Ecco come il cardinale impartiva una lezione a un delegato ustascia. Dunque, c'erano in Vaticano delle teste che capivano cosa stesse succedendo in Croazia sotto l'occupazione tedesca. (Prosegue a leggere il comunicato).
'I vostri amici fascisti ridono della vostra indipendenza e liberta', come anche dell'esistenza di uno Stato croato. Questo lo sento direttamente dai loro grandi leader politici. Il vostro re, il duca di Spoleto [Aimone d'Aosta duca di Spoleto, membro di casa Savoia, fu designato Re di Croazia dagli ustascia ma non prese mai la cosa sul serio e non ando' nemmeno a farsi "incoronare"; n.d.crj], non verra' mai in Croazia.' (...)
Cosi' stanno le cose. Che ne pensate, accusato Stepinac, delle parole di Tisserand?"

L'accusato: "Credo di conoscere Tisserand meglio di lei."

L'accusa: "Io conosco Tisserand soltanto dal comunicato che il Rusinovic ha inviato e Le domando: e' d'accordo con questo?"

L'accusato: "Non ho nessuna osservazione da fare."

L'accusa: "Il cardinale Tisserand prosegue:
'Padre Simic personalmente guidava un gruppo di persone con le armi in mano, che distruggevano le chiese ortodosse. Sono certo che i francescani di Bosnia-Erzegovina si sono comportati lo stesso cosi' miseramente. Queste cose non puo' farle una persona civile e tantomeno un sacerdote'.
(...) Il Rusinovic prosegue nel comunicato: 'Quello che alcuni fascisti dicono e pensano di noi ha poca importanza, perche' sappiamo che cosi' non pensano i loro rappresentanti, che ci hanno aiutati a fondare il nostro Stato.'"
(...)

IL COMUNICATO

Roma, 13 luglio 1943. Anche questo comunicato e' ricco di testimonianze. Lobkowitz [Erich, procuratore straordinario dell'NDH in Vaticano e consigliere personale del Papa; n.d.crj] riferisce sull'udienza del ministro ustascia Sincic avuta con il Papa, e racconta egli stesso:
"Alla fine della conversazione, il Papa [Pio XII] ha dichiarato che i Croati sono un buon popolo, e di essere molto soddisfatto della conversazione avuta con il Poglavnik [Pavelic, "duce" croato; n.d.crj], del quale si sentono voci lodevoli per essere un grande cattolico. Ho confermato questo aggiungendo che il Poglavnik prossimamente verra' in Italia, e sono sicuro che in quell'occasione chiedera' la benedizione del Papa. Il Papa ha risposto: 'Sono felice di poterlo fare anche in quella occasione'".

(...)
Dalla lettera di Rusinovic a Lorkovic sull'incontro con il cardinale Tisserand. Nella lettera si dice che il Vaticano sperava che i serbi sarebbero passati al cattolicesimo, arrivando cosi' piu' in fretta all'Unita'.

L'accusa: "Che ne pensa Lei, accusato Stepinac, crede che le conclusioni di Rusinovic fossero giuste?"

L'accusato: "Non ho niente da rispondere."

L'accusa: "Lei e' d'accordo con Rusinovic?"

L'accusato: "Non ho niente da osservare."

L'accusa: "Cio' significa che e' d'accordo."

L'accusato: (tace)

(...)
L'accusa: "Non le interessa niente, anche se i fatti vengono descritti cosi' chiaramente. Lei non vede che con questo comunicato si alza il sipario su tutti quei terribili crimini? Per nasconderli al Vaticano, questo sipario era dipinto, non e' vero? Vede che con questa lettera viene smascherato l'NDH e la politica ustasciode, e Lei sta rivelando il suo pensiero?..."

L'accusato: "Io sono tranquillo su questo."

L'accusa: "In un dispaccio del 1942, Rusinovic afferma di essere stato da monsignor Sigismondi, il quale gli disse che la propaganda nemica contro gli ustascia era molto attiva. Arrivati alla questione delle conversioni in Croazia, disse che la Santa Sede era felice e che pero', per questo, venivamo attaccati dalla stampa americana e inglese, in quanto tutte le conversioni erano effettuate con la violenza (...) Vede cos'e' la coscienza pulita... Neanche il cappellano Dionisic costringeva a convertirsi... ma invece di indossare l'abito da prete indossava l'uniforme degli ustascia e con la pistola in mano minacciava la gente. Poi, indossando di nuovo l'abito da prete, li convertiva. (...) Sapeva che dopo queste conversioni in massa venivano effettuati anche dei massacri di massa? [Questo perche', una volta convertite al cattolicesimo, le vittime sarebbero andate in paradiso... n.d.crj]"

L'accusato: "Signor Presidente, su questo non voglio fare nessuna dichiarazione. Se pensate che sono colpevole, condannatemi."

Il Presidente: "Io non voglio pensare, ma voglio sentire Lei. Ha saputo di questi massacri di massa?"

L'accusato: "Abbiamo sentito, come tutti gli altri."

Il Presidente: "E non ci credevate?"

L'accusato: "Non voglio fare nessuna dichiarazione."

(...)
Da una relazione si viene a conoscenza del compito principale di Pavelic nella relazione col Vaticano, e cioe' impegnare l'episcopato quanto piu' possibile nell'aiuto all'NDH, perche' venisse cosi' mascherata tutta la verita', nota al resto del mondo, sulle atrocita' di questo Stato. Nella relazione si parla poi di Pellegrinetti, il quale afferma: "Anche se fosse tutto vero quello di cui accusano i Croati, cioe' la persecuzione dei Serbi, conoscendo la Storia non c'e' niente di strano. Se le atrocita' non si possono approvare, si possono comunque capire".

Il Presidente: "Cosi' il Pellegrinetti acconsente a tutto quello che succedeva nell'NDH. Ecco, accusato Stepinac, questi sono gli originali che l'inviato ustascia Rusinovic mandava al ministero degli Esteri ustascia. Questi sono gli originali trovati nascosti presso di Lei. Questi originali alzano quel velo e cioe' spiegano la Sua funzione e il Suo ruolo, gli sforzi degli ustascia per ingaggiarLa nella collaborazione. E Lei ha completamente attuato, tramite l'alto clero, questa collaborazione."

(...)
L'accusa: "Accusato Stepinac, prego, Lei conosceva il duca Lobkowicz?"

L'accusato: "Si."

L'accusa: "Quando veniva da Roma, o quando arrivava a Zagabria, veniva a trovarLa?"

L'accusato: "Veniva a trovarmi."

L'accusa: "Le parlava della situazione a Roma, del Vaticano, della sua funzione? Le chiedeva qualche consiglio?"

L'accusato: "Di questo non posso parlare, e non mi ricordo."

L'accusa: "Sapeva chi fosse costui nella gerarchia del Papa?"

L'accusato: "So che aveva una funzione alla corte papale."

L'accusa: "Che funzione?"

L'accusato: "Cameriere particolare o qualcosa di simile."

L'accusa: "Dunque, un'alta funzione?"

L'accusato: "Si."

L'accusa: "E lo sa che mansioni aveva?"

L'accusato: "Era una specie di delegato, come era qui Marcone."

L'accusa: "Allora, che funzioni svolgeva?"

L'accusato: "Doveva mediare tra la Croazia e il Vaticano."

L'accusa: "Dunque, funzioni diplomatiche o politiche...?"

L'accusato: "Soltanto mediare, ma non aveva nessuna vera missione diplomatica."

L'accusa: "Missioni diplomatiche di fatto ne aveva dagli ustascia!?!"

L'accusato: "Non poteva averne perche' la Croazia non era de jure riconosciuta dal Vaticano."

L'accusa: "E proprio perche' la Croazia de iure non era riconosciuta dal Vaticano non si poteva tenere nessun altro che lui, perche' era il cameriere particolare del Papa, e dall'altra parte stava al servizio del ministero degli Esteri, ministero ustascia. Che ne pensa, e' possibile questa combinazione?"

L'accusato: "Non ho niente da osservare."

[L'accusa poi legge un pezzo dai tanti comunicati del duca Lobkowicz, che aveva organizzato a Roma l'ufficio speciale dell'NDH]
L'accusa: "Da questi comunicati, come anche da quelli dell'ustascia Rusinovic, si deduce molto bene un'intesa, una piena coordinazione dell'accusato Stepinac a capo del clero della Chiesa cattolica con il funzionario ustascia, ministro presso il Vaticano. Si vede che il Vaticano aiuta l'NDH, uno Stato ustascia... Dunque questi sono documenti originali e svelano quello che l'accusato Stepinac non vuole dire. D'altra parte, essi dimostrano quello che Stepinac faceva. < br> (...)
Dall'incontro di Lobkowicz con Spellman, arcivescovo di New York. Mentre aspettava con altre personalita' tra cui il segretario dell'arcivescovo Wurster, si senti' da un'altra parte l'eco di una vivace, simpatica conversazione, e la parola 'Croatia'. Ricevendo Lobkowicz molto cordialmente, Spellman gli disse: 'Lei non puo' dirmi niente di nuovo sulla vostra questione. Sono molto informato riguardo la questione croata. Molti anni fa viaggiavo nelle vostre terre, e gia' la differenza tra Belgrado e Zemun [oggi periferia di Belgrado, dal cui centro e' divisa dal fiume, ed allora appartenente all'NDH; n.d.crj], per non dire tra Belgrado e Zagabria, mi ha detto abbastanza: sono due mondi, non vanno insieme'. Noi abbiamo sottolineato che lo Stato croato ha una posizione avanzata per il cattolicesimo e l'Occidente verso l'Oriente, che la frontiera sul fiume Drina protegge le posizioni cattoliche, e che l'instaurazione di una qualunque Jugoslavia significa la distruzione non solo del popolo croato ma anche del cattolicesimo... (...) Gli abbiamo consegnato il Libro Grigio e la copia in latino dei Principi degli ustascia. Ha sfogliato il libro e ha domandato se questo libro e' stato consegnato al presidente Roosevelt. Gli ho risposto: 'Certamente no'. Dopo di che ha osservato che potevamo consegnarlo a Tittman, inviato di Roosevelt presso il Vaticano. Ha dimenticato che il nostro 'Stato Indipendente Croato' (NDH) e' in guerra contro gli USA e che non possiamo avere relazioni con Roosevelt. (...) Dal suo comportamento, ho capito che lo avrebbe fatto di persona.
(...)
Nel comunicato del 13 luglio 1943, Lobkowicz parla dell'udienza del ministro ustascia Sincic col Papa: 'Il Poglavnik verra' presto in Italia e certamente col grande desiderio di ricevere, in quell'occasione, la benedizione del Papa'. La risposta del Papa e' stata: 'Lo faro' anche in quella occasione, con molto piacere'."

(...)
L'accusa: "Ecco, vede, in tutti i colloqui con questi alti prelati si tocca la questione della frontiera sul fiume Drina, e sempre che i Serbi ed i Croati non possono vivere insieme, che i Croati devono essere i guardiani della frontiera sulla Drina e che devono continuare a sgozzarsi con i Serbi... [continua a leggere] Il monsignore duca [Lobkowicz] durante la conversazione ha detto che presso gli Italiani esiste la paura nei confronti del panslavismo e che e' nel loro interesse inasprire quanto piu' possibile le relazioni tra i popoli dei Balcani... Dunque vede quale compito e piano Lei svolgeva? Potremmo continuare a leggere per giorni e giorni..."

(...)
L'accusa: "Ed ora, ecco la relazione dell'11.2.1943. La manda Lobkowicz al ministero degli Esteri per quanto concerne l'informazione ricevuta dal Vaticano, e che era segreta. Spiega dove si trovano, chi sono e cosa fanno Boris Kidric, Alojz Bebler, Kocbek, Rus e Kardelj [rivoluzionari e teorici socialisti sloveni; n.d.crj]. Vere e proprie informazioni da GESTAPO: dove si trovano, chi sono e cosa rappresentano! Questo sembra un mandato di cattura per i dirigenti della guerra di Liberazione. Anche di questo si occupava il principe Lobkowicz, segretario privato del Santo Padre! Accusato Stepinac, sono queste faccende religiose? E' questo 'negatia secularia'?"

L'accusato: "Non ho niente da dire."

L'accusa: "...E nemmeno puo' dirlo! Le chiedo che nella sua difesa parli di queste cose!
(Legge il comunicato del 9.2.1943) 'Nella continuazione del colloquio, il Santo Padre mi ha detto quanto gli dispiace che ancora non tutti capiscono chi e' il vero e unico nemico dell'Europa, e perche' non si conduce una vera crociata contro il bolscevismo. Questa dichiarazione puo' un po' meravigliare, sapendo la riservatezza del Papa su questo argomento'. Dunque, mentre la vittoria sul fascismo si avvicina e diventa piu' concreta, si va costituendo un fronte reazionario in tutto il mondo contro l'Unione Sovietica, che in quel momento, con grande numero di vittime, contribuiva alla liberazione del mondo dal mostro nazifascista. (...) Accusato Stepinac, chi e' che perseguita la Chiesa, chi e' che disonora la Chiesa?"

L'accusato: "Non ho niente da dire."

L'accusa: "Non ha niente da dire?! Lo hanno detto il principe Lobkowicz, Rusinovic, Salic, Lisak e Martincic. Lo dicono centinaia e centinaia di documenti originali. Crolla cosi' la sua menzogna, la menzogna della sua 'lettera pastorale', la menzogna delle sue prediche. Svela la cospirazione col nemico esterno al nostro paese..."

L'accusato: "Su tutto rimaniamo tranquilli."

L'accusa: "E' servito tanto e tanto tempo al popolo croato, dopo la liberazione, per raccogliere questi documenti, mettere le cose in piena luce. Chiarisca e dia prove concrete almeno al clero minore, perche' si stacchi da lei e vada con il popolo..."

L'accusato: (tace)

L'accusa: "Accusato Stepinac! E' stato Lei a chiedere a Heger che tre sacerdoti del monastero di Tchestohova [in Polonia, n.d.crj] venissero trasferiti nell'NDH?"

L'accusato: "Non so niente di questo e non voglio nemmeno rispondere."

L'accusa: "Io, compagno presidente, leggero' dalla relazione."

L'accusato: "Sono i paolini?"

L'accusa: "Non lo so, qui dice soltanto che sono di Tchestohova. Voleva chiedere questo?"

L'accusato: "Si', questo ho chiesto."

L'accusa: "Ecco cosa dice di tutto questo Hans Helm, capo dello spionaggio [tedesco] in Croazia, il 3.9.1945: 'In che modo Heger sia riuscito a dimostrare la necessita' delle sue relazioni con la GESTAPO e quale beneficio abbia ottenuto io lo vorrei dimostrare con questo esempio. Stepinac ha espresso il desiderio di fronte ad Heger per il trasferimento di tre sacerdoti cattolici di Tchestohova in Croazia, per assicurarsi una ulteriore cooperazione con Heger e per rafforzare la fiducia di Stepinac. Questo desiderio e' stato esaudito. Dalla dichiarazione di Schumacher, il quale purtroppo e' stato attirato in queste cose dallo stesso Heger - sicuramente per farlo tacere - ho capito che, insieme ai collaboratori dell'azione 'Nadasve' ['Innanzitutto'], si svolgevano delle tresche: Heger aveva una relazione anche con una ebrea, della quale si voleva sbarazzare. E' riuscito molto abilmente nell'intento, come ho saputo dopo, perche' ha dichiarato a Berlino che questa ebrea ostacola il suo lavoro e che sicuramente dira' tutto all'arcivescovo. In base agli ordini di Berlino, ho dovuto mandare questa ebrea in Germania. Per attirare ancora di piu' la benevolenza di Stepinac, Heger nel 1944 a Vienna ha preso i voti da sacerdote...'. Dunque una spia GESTAPO diventa sacerdote!"
(...)

 

ANCHE LA CARITA' DIVENTA MERCE

Se qualcosa uno si aspetta dai 'servitori di Dio', questo e' l'aiuto alla gente nella sventura. Percio' e' stata fondata l'organizzazione 'Caritas'. Essa e' presto diventata un paravento dietro al quale si svolgevano le sporche azioni di molti, anche dello stesso Stepinac.

(...)
Dalla documentazione del direttore della Caritas, Dumic: "Nel 1944, il dottor Stepinac aveva paura che l'esercito gli occupasse il castello a Brezovica. Percio' mi ha dato l'incarico di trovare al piu' presto possibile dei bambini e dei mobili, perche' apparisse che a Brezovica alloggiavano dei bambini profughi. Io avevo alcuni bambini dalla Kozara e sono venute subito delle suore a prenderli per portarli nel castello dell'arcivescovo. (...) [Nota: questi bambini erano i figli di partigiani uccisi, raccolti dagli ustascia per portarli insieme alle madri a Stara Gradiska, un lager in Croazia. Alcuni di loro erano accuditi da Dumic, il direttore della Caritas, e da altre persone tramite la Croce Rossa. Mentre alloggiavano al castello, Dumic chiese a Stepinac del latte per i bambini. L'arcivescovo disse che non ne possedeva, benche' nel podere pascolassero delle mucche da latte. Gia' all'epoca, un canonico, il dottor Ferdo Rozic, aveva detto, riferendosi ai bambini, che bisognava 'togliere dai suoi piedi quei rifiuti'] (...)
"Nel maggio del 1944, il dottor Stepinac, che qualche volta in precedenza era intervenuto politicamente presso gli ustascia, mi ha detto che non sarebbe piu' intervenuto. Dopo di che, e' iniziata una nuova vita al castello. Si organizzavano feste solenni, alle quali partecipavano generali ustascia e ministri. So che anche Max Luburic veniva da Stepinac".
(...)

LA LETTERA PASTORALE

Nel periodo in cui si faceva di tutto da parte dei centri piu' reazionari dell'Occidente, con tanti memorandum sul governo ustascia e pareri dei leader partitici, mentre il tempo e gli eventi precipitavano, Stepinac si inserisce con la sua lettera pastorale nel tentativo di salvare il cosiddetto 'Stato Indipendente Croato', con vecchi motivi e slogan, anche a prezzo di nuovo sangue, se occorre.

L'accusa: "Adesso voglio esibire all'accusato Stepinac qualcosa del suo messaggio al Papa, una parte dove Egli dice cosi': 'E' inconcepibile per il sentimento cristiano di giustizia, che e' molto forte nella nostra fede, decretare la pena di morte a coloro che hanno diverse opinioni politiche'. Che ne pensate, accusato, di questo?"

L'accusato: "Non ho niente da dire."

L'accusa: "Io vi chiedo allora: perche' pronunciavate questa falsita' consapevolmente, con il presupposto di un effetto e con determinate intenzioni per il nostro paese?"

L'accusato: (tace)

L'accusa: "Lei dunque confessa questo? Perche' questi sono documenti inoppugnabili (applauso in sala - il presidente richiama all'ordine). (...) Poi il vescovo descrive i partigiani e la loro lotta: tra i comunisti, partigiani in Croazia, predomina l'elemento serbo-ortodosso e nel bosco tutti i caporali e i comandanti sono veri comunisti, serbi o ebrei. Cosi' dunque parla degli spalatini, quei dalmati che insieme ai confratelli serbi e alle altre nostre connazionalita' combattevano non soltanto in Dalmazia ma anche nel Montenegro, in Bosnia ed Erzegovina e su tutto il territorio occupato, contro gli occupatori ed i collaborazionisti. Dunque, mentre i nostri popoli versavano sangue nella lotta contro il nemico, quest'uomo presiedeva conferenze vescovili e scriveva 'lettere pastorali'; e persino nel centro di Spalato dichiarava che i sacerdoti erano perseguitati [dai partigiani]."

(...)
Sulle relazioni di vari sacerdoti con i "krizari" ("crociati"):

L'accusa: (...) "Presso ogni gruppetto di 'crociati' si poteva trovare la 'lettera pastorale'. Loro vedevano in lei la persona piu' autorevole e nella conferenza episcopale un grande avvenimento. In lei confluivano tutte le speranze ed in lei vedevano il loro condottiero. Ci spieghi questo, accusato Stepinac!"

L'accusato: "E' una loro faccenda, noi rimaniamo alla nostra 'lettera pastorale'."

L'accusa: "Voi rimanete...?"

L'accusato: "Si."

L'accusa: "Il famigerato dottor Kamber, prete e parroco a Doboj, era supplente di Stepinac in qualita' di cappellano. Questo prete delatore, ustascia, spia e delinquente, inviava nel 1941 una lettera a Pavelic, in cui denunciava i serbi, causando grandi massacri in quella cittadina. Questo prete inoltre scriveva che bisognava essere vittoriosi, e cioe' convertire tutti i serbi in Bosnia. Nella lettera viene rigorosamente descritto, non in senso religioso ma da vero aguzzino, il motivo per cui gli ustascia non sono riusciti a sottomettere tutti i serbi in Bosnia: perche' 'non hanno un servizio informativo capace ed organizzato... Delle rivolte nei paesi si sa soltanto qualche ora prima tramite il parroco, a cui cio' viene riferito da qualche credente', dice Kamber. Inoltre nella lettera indirizzata a Pavelic viene cinicamente affermato che l'esercito ustascia e' poco efficace, percio' bisogna chiedere l'aiuto dei tedeschi."

L'AUTODIFESA DI STEPINAC

Alla fine dell'interrogatorio dell'accusato Stepinac, dopo che gli avvocati della difesa hanno posto alcune domande, il presidente ha avvertito Stepinac che ha legittimo diritto alla parola conclusiva. Se durante tutto l'interrogatorio l'arcivescovo Stepinac "aveva la coscienza a posto", se per tutto il tempo non cercava di difendersi, ha pero' poi usufruito pienamente di tale facolta' al momento della conclusione. Anche se la sua difesa e' iniziata con: "A tutte le accuse che mi sono qui rivolte, rispondo che la mia coscienza e' tranquilla, e che per le mie convinzioni sono pronto anche a morire", ha cercato ugualmente di minimizzare al massimo la sua responsabilita', o di addossarla ad altri. (...) Stepinac, nella sua difesa, non puo' contraddire nessuna delle azioni di cui viene accusato, ma nello stesso tempo ritiene che la sua attivita' in nessun momento sia stata in contrasto sia con gli obblighi che con i sentimenti umani, nazionali e religiosi. (...) Stepinac ha completamente sorvolato sulla questione dei "krizari", anche se nel dibattito si e' constatato che "proprio i 'crociati' rappresentavano il quartier generale degli aguzzini ustascia" ed i "servi mercenari dell'occupazione italo-tedesca". Stepinac non ha nemmeno citato la sua relazione con Niedzielski, il peggiore ustascia e traditore, presidente dei "crociati". (...) La Conferenza Episcopale della primavera 1945 [nota bene: la guerra dell'Asse era ormai persa!] non e' stata nemmeno nominata da Stepinac; non si e' soffermato sul fatto che questa conferenza fu convocata e voluta dagli ustascia, e che da loro ha ricevuto - per meriti - la somma di 100 milioni di kune [E' lecito porsi la domanda, in base alle notizie dei quotidiani italiani di questi mesi, se questo denaro non sia una parte del bottino tolto dagli ustascia agli ebrei croati; n.d.crj] (...)

"SERVI INUTILES SUMUS - siamo servi inutili".

(...)
Dunque, anche secondo il cardinale Seper, nominato cardinale dopo la morte di Stepinac, tutto quello che e' stato, e' stato per la volonta' di Dio e non degli uomini. (...)

Quando si parla delle responsabilita' di A. Stepinac, allora sovente, da quelli che lo difendono, quelli che sono vicini al clericalismo, si dice: la storia dovra' riscrivere il ruolo di Stepinac e liberarlo dalle accuse. Sono passati quattro decenni da quando Stepinac e' stato condannato e veramente si e' venuti a conoscenza di molte nuove testimonianze, ma purtroppo e' avvenuto il contrario di cio' che molti speravano e si attendevano. Anche queste testimonianze aggravano la posizione di Stepinac, confermano le opinioni precedenti, che si e' trattato di un uomo che ha tradito il suo popolo. Una delle testimonianze e' la lettera dell'allora ministro nel governo del regno Jugoslavo, Prvoslav Grizogono, indirizzata all'arcivescovo Stepinac, gia' nel febbraio 1942, che termina con queste parole: "Le ho scritto questa lettera per salvare la mia anima, e a Lei lascio di cercare e trovare la strada della salvezza della sua. Uno di quelli che e' e si sente innanzitutto uomo e cristiano, e poi un buon croato."

(...)
All'inizio di questo capitolo sono citate le parole del cardinale Kuharic [tra gli artefici ed i personaggi-chiave della indipendenza croata del 1991-'92; n.d.crj], indirizzate alla figura di Stepinac. Le parole sono piene di calore, ammirazione, invocazione di intelligenza e fede in Dio. Ma queste dovrebbero essere piuttosto indirizzate al fratello di Stepinac, Misko, ucciso dagli ustascia dopo atroci torture nell'autunno del 1943 perche' partecipava attivamente alla guerra di Liberazione [dunque sul fronte opposto a quello di Alojzije]. Queste parole, invece, non le abbiamo sentite per Misko Stepinac. Per sentirle, bisognerebbe oltrepassare i secoli, bisogna avviarsi dal passato nel futuro. Questo passo, in un momento troppo breve per il passato, presente e futuro, poteva farlo Stepinac, nel momento in cui era veramente commosso per la morte del fratello, esprimere la sua contrarieta' per tutto quello che si e' fatto in nome dell'ustascismo e del fascismo. Ma questo momento e' sfuggito velocemente come era anche arrivato. Alojzije Stepinac ha potuto dimenticare anche il sacrificio di suo fratello. Perche' la coscienza da politicante - e non quella religiosa - di Stepinac, nel rafforzare il fascismo e il clericalismo, per conservare questa mostruosa entita' - lo Stato Indipendente Croato - era piu' forte di quella umana in lui. Egli non rinuncio' a tale politica nemmeno mentre il Vaticano, consapevole di questo macello, voltava le spalle al fascismo. E' davvero difficile distinguere la religione ed il credo dal clericalismo militante? E' davvero così difficile distinguere un santo da un criminale? E' possibile costruire sul culto di Stepinac una visione piu' umana di quella che questo stesso mondo ha conosciuto? E' infine possibile che ci siano uomini che credono nell'Inquisizione, che credono che il mondo possa migliorare e progredire con l'intolleranza religiosa o politica, seminando morte e distruzione? Alla fede nell'intelligenza e nella ragione, nella giustizia, nel coraggio e nell'onesta', alla convinzione che il tempo sia un giudice piu' severo e alla fede nella liberta' dell'uomo - alla quale e' dato sempre cosi' poco spazio - dedichiamo le ultime righe di questo libro...

[ APPENDICE:

L'arcivescovo Stepinac fu condannato a 16 anni di reclusione, commutati poi, su pressione degli Usa, in arresti domiciliari nella sua cittadina natale di Krasic. Alla fine della guerra, il Governo di Liberazione Jugoslavo consiglio' al Vaticano di trasferire l'arcivescovo Stepinac a Roma, per evitargli la condanna. Anziche' essere trasferito, Stepinac fu nominato cardinale. Fino al giorno della sua morte, consapevole della malattia che lo affliggeva, Stepinac ha mantenuto stretti rapporti con l'emigrazione croata nel mondo.

Alojzije Stepinac verra' beatificato dal papa, durante la sua seconda visita in Croazia, il prossimo ottobre 1998 a Marija Bistrica. E' sepolto nella Cattedrale di Zagabria. E' gia' pronta la sua nuova tomba, ricoperta d'argento, che sara' situata accanto all'altare maggiore della stessa Cattedrale.

CRJ, estate 1998]


 

Redazione de "L'indice puntato: viaggio nell'informazione negata" (Radio Città Aperta)
 

Franco Marenco - aprile 1995

L'articolo che segue e' apparso su "il manifesto" del 29 Settembre 1998:

CASO STEPINAC

IL PAPA IL 3 OTTOBRE NELLA CROAZIA DI FRANJO TUDJMAN

"Una provocazione"

Il Centro Simon Wiesenthal: "Rimandare la beatificazione, portatrice d'odio e di revisionismo storico. Subito una commissione di storici". Il Vaticano tace

- TOMMASO DI FRANCESCO -

Tutto è pronto a Zagabria, Marija Bistrica e Spalato per la visita di papa Wojtyla che arriverà venerdì sera, 2 ottobre. E' la seconda visita del papa, dopo quella del 1994 nella "cattolicissima e amata Croazia", da subito riconosciuta dal Vaticano (e dalla Germania) a fine dicembre 1991, contro ogni decisione comune presa allora dagli altri paesi europei. Fu riconosciuta come stato - mentre ancora esisteva la Federazione jugoslava - nonostante che si fosse autoproclamata indipendente solo su basi etniche. Il riconoscimento alimentò i nazionalismi, la guerra tra serbi e croati, preparò il disastro bosniaco.

Sono due mesi che l'annunciata visita papale serve per reclamizzare le realizzazioni del regime di Franjo Tudjman. Stavolta però Wojtyla non farà un tour pastorale qualsiasi: arriverà infatti per beatificare il cardinale Aloijzije Stepinac che durante la Seconda guerra mondiale fu arcivescovo di Zagabria e che dall'alto della sua autorità morale benedisse il dittatore nazifascista Ante Pavelic insieme con i suoi massacri di ebrei, serbi, zingari e comunisti (anche croati). La beatificazione avverrà il 3 ottobre. Tutto è pronto dunque.

Così, proprio non ci voleva che in questi giorni il Centro Simon Wiesenthal da Parigi chiedesse al Vaticano - la richiesta è stata rinnovata con forza anche ieri - di "rimandare la beatificazione del cardinale croato Aloijzije Stepinac".

In una lettera inviata al portavoce vaticano, Joaquin Navarro-Valls, il direttore delle relazioni internazionali del Centro Wiesenthal, Shimon Samuels ha dichiarato: "Molto è stato detto sul sostegno dato dal cardinale allo stato ustascia fantoccio della Germania nazista e sulla sua benedizione del suo Fuhrer, Ante Palevic. La stampa croata ultranazionalista venera il cardinale Stepinac insieme con il criminale di guerra, recentemente estradato, Dinko Sakic come patrioti e vittime del comunismo".

Samuels ha poi sottolineato che "Sua Santità ha già promosso Stepinac al titolo di Servo di Dio legittimando così raduni di massa e pellegrinaggi in suo onore al suo villaggio natale". Il Centro Simon Wiesental ha sollecitato quindi papa Wojtyla, "alla luce degli amari ricordi e delle attuali sensibilità religiose nella realtà della ex Jugoslavia, come anche della speranza più volte espressa da Sua Santità di una riconciliazione con gli ebrei, a rimandare questa beatificazione fino al completamento di uno studio approfondito sul comportamento tenuto da Stepinac durante il periodo di guerra, basato sulla possibilità di un pieno accesso agli archivi del Vaticano". Shimon Samuels ha poi concluso: "La decisione di attendere il freddo giudizio di storici indipendenti, cancellerebbe la sensazione di un atto, al meglio, provocatorio e, al peggio, di un esempio di revisionismo storico".

Nonostante un'agenzia Reuters abbia annunciato che "fonti ufficiose respingono ogni rinvio" della beatificazione, nessuna fonte ufficiosa e tantomeno ufficiale del Vaticano ha sentito il dovere di rispondere a questa sollecitazione.

Shimon Samuels, da noi raggiunto telefonicamente in Israele, ha commentato amaramente il silenzio vaticano: "Sono arrivati a giustificare Stepinac, dicendo che in quel regime non aveva alternative alla sottomissione a Pavelic. Ma allora perché beatificarlo?". Samuels insiste sulla gravità dell'iniziativa di Wojtyla ribadendo la necessità di una "commissione internazionale di storici indipendenti" e ricordando che "beatificare Stepinac vuol dire creare un modello di valori che la gioventù dovrà seguire. E' il primo passo per arrivare alla beatificazione di Pio XII e cancellare le sue responsabilità verso lo sterminio degli ebrei e il ruolo della Chiesa nella fuga dei criminali nazifascisti". "E' un'iniziativa pericolosa - ha poi concluso - perché offende le altre minoranze slave in un momento in cui la guerra è sospesa e i nervi sono ancora scoperti verso le gravi responsabilità della Croazia cattolica"


 

L'articolo che segue e' apparso su "il manifesto" del 3 Ottobre 1998, giorno della beatificazione di Alojzije Stepinac da parte del papa di Roma:

http://digilander.libero.it/lajugoslaviavivra/CRJ/RELIGIO/step_rivelli.html

REVISIONISMO STORICO

L'arcivescovo Stepinac, altro che martire

MARCO AURELIO RIVELLI *

Costituito il 10 aprile 1941 lo Stato Indipendente Croato, cioè il regime ustascia di Ante Pavelic, fu immediatamente posta in atto una mostruosa crociata volta al totale sterminio dei serbi ortodossi, degli ebrei e dei Rom, gli zingari. Nel corso di quattro anni vennero sterminati all'incirca un milione di esseri umani in una maniera così feroce che non ha avuto eguali, per le modalità, in tutto il corso della seconda guerra mondiale. Se l'atroce sterminio di sei milioni di ebrei avvenne nel chiuso dei campi, e per i più la constatazione dell'Olocausto ebbe luogo solo alla fine del conflitto, i massacri ustascia furono invece posti in atto con la maggiore pubblicità di fronte agli occhi di tutti: nelle strade, nelle piazze, nelle campagne. I torturatori si facevano un vanto di essere ripresi dalle macchine fotografiche nell'atto di uccidere le vittime. Mentre i vescovi tedeschi sostennero sempre di essere stati all'oscuro degli avvenimenti, lo stesso non si può dire dell'episcopato croato, dell'"Ambasciatore Vaticano", Monsignor Ramiro Marcone e dell'Arcivescovo Stepinac. Il numero delle vittime varia da settecentomila ad un milione. L'Enciclopedia Britannica riporta settecentomila, secondo il rapporto redatto dal Sottosegretario di Stato Usa Stuart Eizenstadt nel giugno 1998, inerente l'oro predato alle vittime degli ustascia e nascosto - secondo il rapporto stesso - in Vaticano, sono sempre settecentomila, per l'autore si aggirano intorno al milione. Andrjia Artukovic, Ministro degli Interni dello Stato Croato Indipendente e capo di tutti i campi di sterminio, affermò al suo processo che nel solo campo di Jasenovac i trucidati furono settecentomila. L'orrore della crociata diventa ancora più fosco quando si considera la partecipazione fisica ai massacri di centinaia di preti e frati, in particolare i monaci francescani. Secondo la politica ustascia, i serbi dovevano essere tutti convertiti al cattolicesimo. Il Ministro Mile Budak affermò a proposito dei serbi "... un terzo lo convertiremo, un terzo lo uccideremo, un terzo verrà rimandato in Serbia".

A capo del campo di sterminio di Jasenovac, vi fu per un certo periodo il frate francescano, Filipovic-Majstorovic, detto Frà Satana. Al suo processo si vantò di aver ucciso oltre quarantamila prigionieri. Gli successe alla guida del campo un altro religioso. Nel mio saggio indico i nomi di circa 160 religiosi, colpevoli di partecipazione diretta all'eccidio, ma furono molti di più. Il Resto del Carlino, quotidiano bolognese, in due articoli del 18 e 22 settembre 1941, in pieno periodo fascista, pubblicò a firma di Corrado Zoli due articoli nei quali, inorridito, narrava gli eccidi commessi dai francescani. Altre testimonianze oculari, quelle degli appartenenti all'esercito italiano, la maggior parte delle quali accessibili a tutti conservate negli archivi dello Stato Maggiore - Ufficio Storico.

L'Arcivescovo Alojs Stepinac accolse con calore l'arrivo di Ante Pavelic, il Poglavnik (duce), ordinando che fosse cantato il Te Deum in tutte le chiese dello stato e diffondendo una lettera pastorale che incitava ad appoggiare il nuovo Stato perché esso "... rappresenta la Santa Chiesa Cattolica ...". La Pastorale di totale appoggio al regime di Pavelic vedeva la luce quando già le prime notizie di massacri si erano diffuse e Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri Italiano e genero del Duce, annotava nel suo diario, il 28 aprile 1941, "... spoliazioni, rapine, uccisioni sono all'ordine del giorno". Il 26 giugno 1941, Ante Pavelic, che aveva già al suo attivo il massacro di 180 mila tra serbi ed ebrei, compresi tre vescovi e oltre cento pope ortodossi, concedeva udienza all'episcopato cattolico e, anche in quell'occasione, Stepinac non mancava di esternare lodi per il Poglavnik come documentato dai periodici cattolici, "Katolicki List" e "Hrvatski Narod" del 30 giugno 1941. Da ricordare che il 17 maggio precedente, Ante Pavelic, accompagnato da 120 ustascia in divisa, era stato ricevuto a Roma da Papa Pio XII. Alla fine dell'anno, l'Arcivescovo, che precedentemente con altri 11 religiosi cattolici era stato nominato deputato al Parlamento Croato, riceve la carica di capo dei cappellani delle Forze Ustascia. Più tardi riceverà anche un'altra onorificenza ustascia. Superfluo aggiungere che mai condannerà le efferatezze compiute davanti ai suoi occhi da individui con i quali per quattro lunghi anni intratterrà cordiali rapporti.

Nell'aprile del 1945, gli ustascia in fuga depositano, per ordine di Pavelic, tutti gli atti e i documenti governativi, oltre ad oro gioielli e preziosi rubati alle vittime serbe ed ebree, nell'Arcivescovado di Zagabria, dove verranno nascosti e scoperti dopo alcuni mesi dalle autorità del Nuovo Stato Jugoslavo.

Stepinac non punì mai - naturalmente in maniera ecclesiastica - i sacerdoti che si erano resi colpevoli di delitti, non proibì ai cappellani ustascia di continuare - quanto meno - ad essere testimoni di crimini, né vietò alla stampa cattolica la continua esaltazione del regime e delle sue leggi, e tanto meno censurò pubblicamente un regime reo di siffatte scelleratezze. Qualche apologeta ha scritto in questi giorni che Stepinac elevò alcune proteste contro, si badi bene, le modalità della conversioni ma non,l'affermo recisamente contro i massacri. Mi chiedo se, di fronte ad un eccidio di tale proporzione e nefandezza, per di più non isolato ma commisto ad infiniti altri si possa tacere e non esprimere lo sdegno di uomo di chiesa verso tali assassini. Mi chiedo come si possa assistere a cerimonie cui presenziano criminali conclamati e i loro capi senza rendersi conto di dare con la propria presenza un sostegno di fatto a quel regime sanguinario. Da non dimenticare che il sostegno fu anche dato, dopo la costituzione del Nuovo Stato Jugoslavo alla fine della guerra, alle attività clandestine di terrorismo condotte dagli ustascia che si erano dati alla macchia e dei quali benedì, dentro l'Arcivescovado, alcuni gagliardetti. Infatti, rientrato clandestinamente a Zagabria l'ex capo della polizia ustascia, Lisak, al fine di svolgere un'attività di terrorismo contro la Federazione, appena composta, l'Arcivescovo lo nascose nel suo palazzo, come dichiarato durante il processo dallo stesso Lisak.

Stepinac non fu certamente un martire. Lo stesso Tito chiese a Monsignor Patrizio Hurley, rappresentante ufficiale del Vaticano, di richiamare a Roma l'Arcivescovo, non desiderando una rottura con la Santa Sede, altrimenti avrebbe dovuto arrestarlo, come riportato dall'Unità del 7 novembre 1946 in relazione ad un colloquio fra Tito e Togliatti.

No. Stepinac non fu un martire. Chi scrive, pur avendo visionato migliaia di atti, non ne ha mai trovato uno dove l'Arcivescovo manifestasse la sua pietà per i tanti innocenti trucidati, fra i quali i migliaia di donne e bambini; non ha mai trovato la fiera condanna del Presule per l'uccisione barbara dei vescovi e dei preti ortodossi, nonché dei rabbini: sarebbe stato un gesto di carità cristiana di amore verso il prossimo in un contesto dove imperversava il "Male". No. Questo, Alojis Stepinac non lo fece. Seguitò le sue frequentazioni con i criminali, che in seguito, aiutò a fuggire. Condannato a sedici anni di carcere, fu posto, dopo quattro anni di detenzione, agli arresti domiciliari nel suo paese natale. Morì nel suo letto. Pochi giorni or sono il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto al Papa di soprassedere alla beatificazione fino a che non fossero stati meglio accertati i fatti.

Oggi, a Zagabria, Giovanni Paolo II beatifica Alojis Stepinac. Nella teologia cattolica, la santità è il complesso delle perfezioni morali. Propria di Dio in senso assoluto, e, in grado diverso, delle persone che hanno riprodotto in qualche modo la perfezione divina e che hanno modellato la loro vita ad imitazione di quella. Non ci sembra il caso del Cardinale Stepinac.

* Autore di "Le Génocide occulté, Etat Indépendant de Croatie 1941-1945", edito in questi giorni da l'Age d'Homme-Losanna e presentato a Parigi una settimana fa.


Alojzije Stepinac: Lettera al Cardinale Maglione


24 maggio 1943

Mi pregio di comunicare all'Eminenza Vostra quanto segue: Il rev.mo abbate Marcone, rappresentante della S. Sede in Croazia, mi fece sapere che siano pervenute certe accuse alla S. Sede, come se la Chiesa cattolica in Croazia non avesse fatto il suo dovere verso gli ortodossi, i quali si sentono perseguitati, anzi, che la Chiesa, secondo le medesime calunnie, avrebbe approvato e inscenato le misure contro gli scismatici.

Affinché dia la prova documentata dai fatti che la Chiesa cattolica in Croazia ha conservato sempre intatto il suo carattere di essere protettrice di tutti i sofferenti, oso presentare all'Eminenza Vostra:

1. Alcuni documenti, i quali provano, quanto abbiamo fatto per i Serbi, malgrado tutti i mali, che i Serbi ci hanno inflitto durante 20 anni della vita comune;

2. Alcuni documenti, dai quali si vede, quanto abbiamo fatto a pro dei Giudei.

Mi sento obbligato di avvertire l'Eminenza Vostra che il materiale inviato dalla propaganda serba alla S. Sede non serve, che per far cadere negli occhi della S. Sede il prestigio del Regime attuale in Croazia.

Non ostante tutta la propaganda nemica contro la Chiesa in Croazia resta il fatto storico che la Chiesa cattolica in Croazia ha sempre fatto sentire la sua voce anche davanti ai più alti personaggi dello Stato, anche quando questo non era senza il pericolo per gli altri interessi della Chiesa. Questo ci hanno confermato e riconosciuto anche non pochi Serbi, guidati non dall'odio ma dalla verità e gratitudine.

Per aver un'idea esatta dei fatti bisogna sapere che le crudeltà, delle quali si lamentano i Serbi, si sono avverate nel periodo della rivoluzione nazionale, quando il tempo ha portato con se degli individui irresponsabili, i quali hanno commesso dei delitti a nome del Governo ma di fatto senza il sapere delle autorità dello Stato, o anche spesso contro i decreti del Governo. Il che si vede dal fatto che molti di questi irresponsabili sono stati fucilati per ordine del Governo. Gli accusatori serbi dovrebbero rammentarsi che il serbo Punisa Racic, dopo aver ucciso nel Parlamento di Belgrado alcuni deputati croati, è stato messo, si, in carcere ma nello stesso tempo era quasi libero ottenendo dal Governo di Belgrado un sussidio mensile di 2.000/dinari. Questo è fatto sicuro, seppure segreto.

Si deve poi notare che il Governo croato, dato non concesso d'aver commesso tanti mali, come dicono i Serbi, ha fatto anche molto del bene. Eccone alcuni fatti per l'informazione dell'Eminenza Vostra:

  1. Il Governo croato lotta energicamente contro l'aborto, che minacciava la rovina non solamente alla Croazia ma anche alla Chiesa in Croazia. Si parlava di 20.000 aborti annualmente, mentre un buon medico cattolico mi dice che ne erano circa 200.000 annualmente. Il male fece tali progressi che io dovetti scrivere una lettera ai medici ammonendoli che sono responsabili davanti a Dio per questi delitti.

  2. Il Governo però scismatico di Belgrado non ha fatto quasi niente per ostacolare il progresso di questo male in Croazia essendo ispirato in prima linea dai medici giudei e ortodossi.

  3. Il Governo croato attuale proibì severamente tutte le pubblicazioni pornografiche, che erano dirette anche queste in prima linea dai giudei e Serbi. Esse erano una vera peste per la gioventù croata. Quanto feci io presso il Governo serbo per impedire queste pubblicazioni ma tutto fu invano!

  4. Il Regime attuale in Croazia abolì la massoneria e fa guerra accanita contro il comunismo, che cominciò a fiorire sotto il Governo di Belgrado.

  5. Il Governo ha emanato i decreti contro la blasfemìa.

  6. Vuole inoltre che i soldati siano educati cristianamente, che nell'esercito già jugoslavo era tanto ostacolato.

  7. Il Governo insiste sull'educazione religiosa della gioventù nelle .scuole. Non è contrario alle scuole confessionali, le quali il Governo serbo voleva sopprimere a qualunque costo.

  8. Ai seminari come anche agli altri istituti ecclesiastici il Governo ha aumentato le dotazioni.

  9. Ugualmente ha aumentato la dotazione mensile ai sacerdoti.

  10. L'attività caritatevole della Chiesa se ne gode pure dei soccorsi del Governo.

  11. Il Governo aiuta le costruzioni e riparazioni delle chiese.

Potrebbero aggiungersi parecchie altre cose buone, che il Governo croato ha fatto o è disposto a farle.

Dal detto segue che il Regime attuale in Croazia pare almeno di essere di buona volontà, la quale non può essere negata dalla Chiesa.

Del resto devo assicurare l'Eminenza Vostra che i Serbi non cesseranno di accusare e di odiare la Chiesa cattolica, qualunque sarà l'atteggiamento della Chiesa verso essi. Ciò non ostante faremo anche nell'avvenire il nostro dovere dettato dalla carità cristiana anche verso i nemici.

Dall'altra parte però devo esprimere di nuovo la mia persuasione che la Chiesa cattolica avrebbe da subire un periodo di martirio crudele nel caso, se la Croazia dovesse un sol giorno essere soggiogata di nuovo dalla Serbia. Questo risulta dalle voci, che corrono come pure dall'ultimo foglio volante emesso dai Cetnici (truppe serbe), che qui allego per informarne l'Eminenza Vostra. Il foglio è autentico e tradotto dalla lingua serba.

Fra poco come spero potrò presentare all'Eminenza Vostra l'altro materiale, dal quale risultano le crudeltà commesse dai Cetnici contro la popolazione cattolica croata.

Eminenza ! Se la reazione da parte dei Croati è stata talvolta crudele, noi lo deploriamo e condanniamo. Ma è fuor di ogni dubbio che questa reazione è stata provocata dai Serbi, i quali hanno violato tutti i diritti del popolo croato nei 20 anni della vita comune in Jugoslavia...

Tratto da: Acte et documents du Saint Siege relatifs a la Seconde Guerre Mondiale / 9:
LA SAINT SIEGE ET LE VICTIMES DE LA GUERRE (Janvier-Decembre 1943)
Libreria Editrice Vaticana, 1975



Un libro da leggere

http://www.ecn.org/est/balcani/jugo/jugo03.htm

Il testo che segue è la traduzione letterale di quello presentato da Karlheinz Deschner il 26/12/1993 in occasione dell'ultima puntata della sua serie televisiva sulla politica dei Papi nel XX secolo. Questa serie è stata trasmessa in Germania da Kanal 4, sulle frequenze di RTL. (dalla rivista della sinistra extraparlamentare tedesca "Konkret", 3-1994, pg.47)

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Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso la guerra e l'inganno, attraverso la guerra e l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel XX secolo il sorgere di tutti gli Stati fascisti con determinazione, ma più degli altri ha favorito proprio il peggior regime criminale: quello di Ante Pavelic in Jugoslavia.
Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni '30 addestrò le sue bande soprattutto in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia il re Alessandro di Jugoslavia in un attentato che costò la vita anche al ministro degli Esteri francese. Due anni più tardi celebrò con un libello le glorie di Hitler, "il più grande ed il migliore dei figli della Germania", e ritornò in Jugoslavia nel 1941, rifornito da Mussolini con armi e denari, al seguito dell'occupante tedesco. Da despota assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta Croazia Indipendente a capo di tre milioni di Croati cattolici, due milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonchè numerosi gruppi etnici minori. Nel mese di maggio cedette quasi la metà del suo paese con annessi e connessi ai suoi vicini, soprattutto all'Italia, dove con particolare calore fu accolto e benedetto da Pio XII in udienza privata (benchè già condannato a morte in contumacia per il doppio omicidio di Marsiglia sia dalla Francia che dalla Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti si accommiatò da lui e dalla sua suite in modo amichevole e con i migliori auguri, letteralmente, di "buon lavoro".
Così ebbe inizio una crociata cattolica che non ha nulla da invidiare ai peggiori massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera. Duecentonovantanove chiese serbo-ortodosse della "Croazia Indipendente" furono saccheggiate, annientate, molte trasformate persino in magazzini, gabinetti pubblici, stalle.
Duecentoquarantamila Serbi ortodossi furono costretti a convertirsi al cattolicesimo e circa settecentocinquantamila furono assassinati. Furono fucilati a mucchi, colpiti con la scure, gettati nei fiumi, nelle foibe, nel mare. Venivano massacrati nelle cosiddette "Case del Signore", ad esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da vivi venivano loro strappati gli occhi, oppure si tagliavano le orecchie ed il naso, da vivi li si seppelliva, erano sgozzati, decapitati o crocifissi. Gli Italiani fotografarono un sicario di Pavelic che portava al collo due collane fatte con lingue ed occhi di esseri umani.
Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei Serbi furono macellati, taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L'ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l'arcivescovo cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, "il duce adorato", e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, "al servizio della Verità, della Giustizia e dell'Onore".
Le macellerie cattoliche nella "Grande Croazia" furono così terribili che scioccarono persino gli stessi fascisti italiani; anche alti comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista Von Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle "macellazioni" di Serbi, truppe tedesche intervennero contro i loro stessi alleati croati.
E questo regime - che ebbe per simboli e strumenti di guerra "la Bibbia e la bomba" - fu un regime assolutamente cattolico, strettamente legato alla Chiesa Cattolica Romana, dal primo momento e sino alla fine. Il suo dittatore Ante Pavelic, che era tanto spesso in viaggio tra il quartier generale del Führer e la Berghof hitleriana quanto in Vaticano, fu definito dal primate croato Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943!) "un cattolico praticante". In centinaia di foto egli appare fra vescovi, preti, suore, frati. Fu un religioso ad educare i suoi figli. Aveva un suo confessore e nel suo palazzo c'era una cappella privata. Tanti religiosi appartenevano al suo partito, quello degli ustasa, che usava termini come dio, religione, papa, chiesa, continuamente. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustasa. Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic. I cappellani ustasa giuravano ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano bande armate ed organizzavano massacri: "Abbasso i Serbi!". Essi dichiaravano giunta "l'ora del revolver e del fucile"; affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di sette anni, se questo infrange la legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i Serbi nel tempo più breve possibile": questo fu indicato più volte come "il nostro programma" dal francescano Simic, un vicario militare degli ustasa. Francescani erano anche i boia dei campi di concentramento. Essi sparavano, nella "Croazia Indipendente", in quello "Stato cristiano e cattolico", la "Croazia di Dio e di Maria", "Regno di Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del paese, che encomiava anche Adolf Hitler definendolo "crociato di Dio". Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare 40.000 esseri umani in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto 1942, 1360 persone con una mannaia.
Non per caso il primate del paradiso dei gangsters cattolici, arcivescovo Stepinac, ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i Francescani" quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste degli ustasa. E naturalmente il primate, entusiasta degli ustasa, vicario militare degli ustasa, membro del parlamento degli ustasa, era bene informato di tutto quanto accadeva in questo criminale eldorado di preti, come d'altronde Sua Santità lo stesso Pio XII, che in quel tempo concedeva una udienza dopo l'altra ai Croati, a ministri ustasa, a diplomatici ustasa, e che alla fine del 1942 si rivolse alla Gioventù Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava la grande "U" con la bomba che esplode all'interno) con un: "Viva i Croati!". I Serbi morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della popolazione della Grande Croazia - tutto ciò esaurientemente documentato e descritto nel mio libro La politica dei papi nel XX secolo [Die Politik der Pëpste im XX Jahrhundert, Rohwohl 1993 - non ancora tradotto in italiano]. E se non si sa nulla su questo bagno di sangue da incubo non si può comprendere ciò che laggiù avviene oggi, avvenimenti per i quali lo stesso ministro degli Esteri dei nostri alleati Stati Uniti attribuisce una responsabilità specifica ai tedeschi, ovvero al governo Kohl-Genscher. Più coinvolto ancora è solo il Vaticano, che già a suo tempo attraverso papa Pio XII non solo c'entrava, ma era così impigliato nel peggiore degli orrori dell'era fascista che, come già scrissi trent'anni fa, "non ci sarebbe da stupirsi, conoscendo la tattica della Chiesa romana, se lo facesse santo".
Comunque sia: il Vaticano ha contribuito in maniera determinante alla instaurazione di interi regimi fascisti degli anni venti, trenta e quaranta. Con i suoi vescovi ha sostenuto tutti gli Stati fascisti sistematicamente sin dal loro inizio. E' stato il decisivo sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco, Pavelic; in tal modo la Chiesa romano-cattolica si è resa anche corresponsabile della morte di circa sessanta milioni di persone, e nondimeno della morte di milioni di cattolici. Non è un qualche secolo del Medioevo, bensì è il ventesimo, per lo meno dal punto di vista quantitativo, il più efferato nella storia della chiesa.

 


POSTILLA: In occasione del viaggio in Croazia di Giovanni Paolo II, il quotidiano italiano la Repubblica ha scritto: ...Ma il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore dei Croati come un'icona del nazionalismo. Woityla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro... (la Repubblica, 12/9/1994).


 

http://www.circolorussell.it/index.php?doc=106

CATTOLICI CONTRO ORTODOSSI

di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it

 

Le religioni omologate al potere sono intolleranti, non solo quelle monoteiste, perché gelose dei loro seguaci dai quali provengono le loro entrate, perciò ne sono nate le guerre di religione, in cui la religione è un pretesto per favorire il sacrificio dei combattenti, la religione nobilita la guerra, nel senso che le conferisce una causa apparentemente nobile e così rende facile l'abnegazione dei combattenti, però l'oligarchia, anche quando si professa religiosa, è in realtà sempre atea.

Le religioni minoritarie hanno invocato la tolleranza ma, una volta arrivate al potere, hanno preteso  privilegi e sono divenute intolleranti, con l'aiuto della religione, gli ebrei conquistarono Canaan, con l'aiuto della religione, l'Europa cristiana si espanse in guerra, con la religione e la spada si diffuse l'islamismo.

Il cattolicesimo settario e monopolistico ha cacciato ebrei, pagani, eretici cristiani, protestanti e ortodossi, l'Islam ha fatto la stesa cosa con zoroastriani, cristiani ed ebrei, di seguito riporto alcuni indirizzi della politica della chiesa cattolica verso la chiesa ortodossa, poco conosciuta ai più.

Nel 1941 la Jugoslavia fu invasa dal nazifascismo e la Croazia proclamò la secessione dalla Jugoslavia, facendo capo del nuovo stato il cattolico e fascista Ante Pavelic, che costituì il governo ustascia, che proclamava la superiorità razziale dei croati cattolici sui serbi ortodossi.

La dittatura ustascia di Pavelic trovò il pieno e convinto sostegno della santa sede e di tutto il clero croato, rappresentato dall'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac, avviò una campagna di persecuzioni razziali contro serbi ed ebrei, arrivò a sterminare 50.000 ebrei e tutti i rabbini, con l'avallo del cattolicesimo croato permeato d'antigiudaismo.

I croati distruggevano villaggi serbi e deportavano ebrei, il Vaticano ricevette un appello per intervenire ma non intervenne, anche perché i croati promettevano salva la vita agli ortodossi che si convertivano al cattolicesimo, previo il pagamento di una tassa alla chiesa cattolica.

Monsignor Stepinac definiva i serbi rinnegati della chiesa cattolica, mentre Pavelic e i miliziani ustascia erano ricevuti con tutti gli onori in Vaticano, il nunzio a Zagabria, monsignor Marcone, era in ottimi rapporti con Ante Pavelic,  per i sacerdoti e frati francescani croati, lo stato croato era una loro creatura.

In quest'opera di conversione Sidonje Scholz, a capo dei missionari cattolici, fece torturare ed uccidere un sacerdote serbo, a sua volta fu ucciso dai serbi e perciò fu definito martire dalla chiesa cattolica croata.

In Croazia, i frati francescani ustascia, come padre Simic Knin, prendevano parte agli attacchi contro la popolazione ortodossa, avevano campi di sterminio diretti da Vjeroslav Luburic, l'Auschwitz croata era diretta dal francescano Miroslav Filipovic-Majstorovic, che divenne maggiore della milizia e comandante dei gruppi speciali di liquidazione, però non era il solo frate aguzzino in Croazia.

Con questi sistemi in pochi anni in Croazia perirono 600.000 persone, però il Vaticano continuò a sostenere la dittatura ustascia in Croazia,  Montini era convinto che la Croazia era un baluardo contro il bolscevismo e nel 1942 il segretario di stato Maglione manifestò il suo personale disprezzo verso i serbo-ortodossi.

Il nunzio Marcone cercò di giustificare il trattamento inflitto ai serbo-ortodossi e monsignor Alojzije Stepinac ricordò al Vaticano le benemerenze del regime, che aveva abolito l'aborto, la pornografia, la massoneria e lottato contro il comunismo, condannato la blasfemia, introdotto l'educazione religiosa a scuola e nelle caserme, aveva favorito le scuole confessionali, aumentato la dotazione per il clero, costituito un corpo di cappellani militari, costruito e riparato chiese, senza ricordare che alcune di queste chiese erano state tolte agli ortodossi. 

Con la caduta del nazismo, Ante Pavelic, prima di fuggire, affidò a monsignor Stepinac 36 bauli colmi di preziosi, sottratti agli ortodossi, che furono custoditi in Vaticano e amministrati dalla banca vaticana IOR, tra i fuggiaschi vi erano anche vescovi compromessi, come Ivan Saric e Jozo Garic, che si nascosero in conventi francescani austriaci.

Monsignor Stepinac invece rimase a Zagabria, il governo di Tito propose alla santa sede di richiamarlo a Roma, ma questa rispose di no, perciò fu arrestato e condannato a sedici anni di reclusione e poi scarcerato dopo cinque.

Alla fine del 1946 "L'Osservatore Romano" commentò che Stepinac era stato araldo della fede cristiana contro il comunismo, il 12 gennaio 1953 papa Pacelli gli attribuì la porpora cardinalizia, egli morì di morte naturale nel 1960 e nel 1998 fu beatificato da Giovanni Paolo II.

Anche Pavelic fu nascosto da monsignor Dragonovich in un convento di francescani in Austria, poi nel 1947 era a Buenos Aires, sotto la protezione del generale Peron, caduto Peron, fuggì a Santo Domingo, dove ottenne la protezione del dittatore Truijllo, nel 1959 si stabilì a Madrid, sotto la protezione di Franco, ospitato in un convento francescano, dove morì nel febbraio del 1960,  Giovanni XXIII gli fece pervenire la sua benedizione. Tutti questi dittatori erano, come Mussolini,  figli diletti della chiesa cattolica.

Gli Usa, per interessamento del Vaticano, con il piano Odessa e il canale dei topi avevano fatto fuggire in Sudamerica  criminali ustascia e nazisti, tra loro era anche Adolf Eichmann, nel 1960 fu catturato in sudamerica dai servizi segreti israeliani, il cardinale Antonio Caggiano, vescovo di Buenos Aires, protestò energicamente per la sua cattura.

Il Vaticano, entrato in possesso del tesoro degli ustascia, non voleva più restituirlo, Ante Pavelic chiese, a tale proposito, l'aiuto di Peron, però senza risultato, comunque, in Vaticano monsignor Dragonovich riuscì a trafugare una parte del malloppo, aiutato da monsignor Cippico, che  fu ridotto allo stato laicale dal papa e poi fu arrestato dalla polizia italiana, per esportazione illegale di capitali, cioè del malloppo ustascia.

George Zivkovic, serbo ortodosso, oggi cittadino americano, ha deciso di chiedere la restituzione  di quel tesoro al Vaticano e all'ordine dei francescani, perciò, con altri concittadini, ha intentato causa al Vaticano, accusandolo anche di ricettazione. La santa sede ha invocato l'immunità, perché stato sovrano, ed ha chiesto al governo americano di intervenire, tentando portare la controversia giudiziaria sul piano politico.

Nel 1927 Mussolini creò per Ante Pavelic, un centro d'addestramento al terrorismo vicino Parma, poi, negli anni trenta, l'Italia ospitò due campi d'addestramento, dove i terroristi croati erano istruiti all'uso delle armi contro i serbi; nel 1934 re Alessandro di Jugoslavia fu ucciso ed i responsabili avevano denaro e passaporti italiani, per questo delitto Pavelic fu condannato a morte in Francia, ma Mussolini si rifiutò di estradarlo e Pavelic continuò a vivere in Italia, a spese del governo italiano, era  rifornito di denaro e armi da Mussolini, ospitato in campi d'addestramento nelle isole Eolie, inoltre aveva l'accesso a radio Bari per trasmissioni di propaganda dirette in Jugoslavia.

Il 10.4.1941, dopo l'invasione della Jugoslavia, i fascisti croati, capeggiati da Ante Pavelic, proclamarono l'indipendenza della Croazia.

L'arcivescovo di Zagabria Stepinac era un nazionalista ed aveva partecipato a parate naziste e fasciste, nello stato croato furono tollerate solo la religione islamica e quella cattolica, mentre ebrei e ortodossi subivano persecuzioni.

Chiese e monasteri ortodossi furono distrutti, preti e vescovi ortodossi furono torturati e assassinati, solo nel 1941 in Croazia 100.000 civili furono uccisi e la chiesa ortodossa di Glina fu trasformata in mattatoio.

Nello sterminio si distinsero i figli di San Francesco d'Assisi, i cui conventi erano depositi d'armi per gli ustascia, il francescano Augusto Cevola girava con la pistola sotto la tonaca, invitando il popolo ad assassinare gli ortodossi, altri francescani occupavano il posto di boia in campi di concentramento dove si eseguiva la decapitazione di massa, anche il prete cattolico Bozidar Bralo viaggiava con un mitra e partecipava all'eccidio di serbi.

Dopo il crollo del nazi-fascismo, i conventi francescani divennero luoghi di rifugio dei massacratori ustascia in Austria, a Klagenfurt, in Italia, a Modena, e in Francia, protetti dalla chiesa cattolica, in Vaticano il cardinale Tisserant condannò le gesta di questi francescani, però Pio XII protesse Pavelic e Stepinac che avevano assicurato la conversione di 250.000 ortodossi al cattolicesimo.

Nel corso della seconda guerra mondiale, in Croazia furono assassinate centinaia di migliaia di persone, in larga maggioranza ortodosse, il papa appoggiò l'invasione della Russia da parte dei nazisti e non protestò per la distruzione delle sue chiese ortodosse, da parte dei comunisti e dei nazisti, perché voleva la diffusione del cattolicesimo in quel paese.

A Roma era stato creato un seminario speciale, il collegium russicum, il quale istruiva i preti in russo e ucraino, per la futura campagna missionaria in Unione Sovietica, nel 1940 a tale proposito ci fu collaborazione tra generale dei gesuiti e nazisti, un anno prima dell'attacco tedesco i seminaristi gesuiti del collegio attraversarono in incognito i confini sovietici, per operazioni di spionaggio, in pratica il collegio era un'istituzione per la formazione d'agenti e spie vaticane.

I nazisti agevolarono l'attività missionaria dei preti cattolici nei territori occupati, come hanno sempre fatto le potenze coloniali europee, anche perché i tedeschi sapevano che il papa voleva la distruzione della Russia comunista.

Altri vescovi e preti ustascia criminali hanno trovato asilo in Spagna, Austria, Svizzera, Egitto e Usa, il prete Dragonovich,  che uccise 60.000 persone, dopo la guerra scomparve in Vaticano, divenendo professore al seminario cattolico tedesco.

Adolf Eichmann fuggì con l'aiuto di padre Benedetti, che teneva collegamenti con l'organizzazione clandestina Odessa, altri nazisti si rifugiarono all'estero con l'aiuto del Vaticano, tre loro erano  Bormann, Mengele e Barbie.

Alla fine del 1946 "L'Osservatore Romano" commentò che Stepinac era stato araldo della fede cristiana contro il comunismo, il 12 gennaio 1953 papa Pacelli attribuì a monsignor Stepinac la porpora cardinalizia, questo morì di morte naturale nel 1960 e nel 1998 fu beatificato da Giovanni Paolo II.

Nel 1917, allo scoppio della rivoluzione in Russia, il cardinale Gasparri aveva sperato che ne nascesse un indebolimento della chiesa ortodossa, per estendere l'influenza della chiesa cattolica in quelle terre, poi fu disilluso dall'avvento del comunismo. Nel 1923 Mussolini a Rodi costrinse la chiesa ortodossa a recidere i legami con Costantinopoli,  per riconoscere l'autorità del papa,

La chiesa cattolica promosse le crociate non solo contro l'Islam, ma anche per sottomettere la chiesa ortodossa, con la caduta di Gerusalemme in mano turca nel 1070,  papa Urbano II indisse la prima crociata, ai partecipanti  prometteva la remissione dei peccati.

Ben presto i bizantini presero le distanze dai crociati, che avevano preso a saccheggiare anche città cristiane e chiese ortodosse, si unirono ai crociati avventurieri, uomini d'arme spiantati e contadini affamati. Molte volte la chiesa ortodossa russa è stata minacciata dal proselitismo cattolico.

A Zara, sotto controllo dei crociati, arrivò Angelo Alessio, figlio dell'imperatore spodestato di Costantinopoli, che propose ai crociati una deviazione per Costantinopoli, per rimettere sul trono suo padre, promettendo in cambio la fine dello scisma religioso.

Così iniziò la quarta crociata  (1202-1204), sotto papa Innocenzo III, in quell'occasione i cristiani entrarono a Costantinopoli ortodossa e la saccheggiarono, era accaduto che  Alessio e i capi della religione ortodossa rifiutarono di mantenere gli impegni, allora i crociati si diedero al saccheggio, violentarono donne e religiose, in quell'occasione Venezia s'impossessò di tesori d'arte di Bisanzio e di tante isole dell'Egeo.

Pacelli nel 1939 approvò l'invasione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti, a capo della Slovacchia fu messo il collaborazionista prete Tiso, cattolico e antisemita, che instaurò un regime fascista e fu promosso dal papa monsignore. Tiso dichiarò che il suo regime si sarebbe ispirato al nazionalsocialismo tedesco e al cattolicesimo romano, così furono abolite libertà, partiti, perseguiti ortodossi, protestanti ed ebrei.

Sotto di lui il 90% dei preti slovacchi pregò per Hitler, Tiso inviò truppe a fianco della Germania in Polonia e Unione Sovietica e favorì l'apertura di campi di concentramento. Nel 1945 monsignor Tiso fu condannato dagli alleati come criminale di guerra, però fu difeso fino all'ultimo dal Vaticano.

Anche nella repubblica ceca l'alto clero collaborò con i nazisti, il governatore tedesco scrisse nel 1944 a Hitler dicendo di appoggiarsi all'alta gerarchia della chiesa cattolica ceca.

Hitler indusse il papa a non condannare l'invasione della Polonia cattolica e ad utilizzare i polacchi per una crociata contro i sovietici,  Pio XII  acconsentì, a patto che gli interessi della chiesa in Polonia fossero salvaguardati.

D'altra parte, i sovietici, nella parte di Polonia da loro occupata, fecero persecuzioni religiose, chiudendo scuole e chiese cattoliche, esattamente come avevano fatto i cattolici dopo la prima guerra mondiale, a spese degli ortodossi, nei territori passati dalla Russia alla Polonia.

Nei balcani l'espansionismo papale si era servito dell'Austria e dei croati, dopo il crollo della Turchia e dell'Austria avvenuto nel 1918, il Vaticano fu teso a contrastare la chiesa ortodossa nei balcani, perciò negli anni '20 e '30 dispiegò un'intensa attività in Jugoslavia, attraverso l'azione cattolica, appoggiandosi sulla Croazia.

Dopo la seconda guerra mondiale si sentì la stessa esigenza, d'altra parte in Ucraina negli anni '20  la chiesa uniate cattolica fu costretta dal regime comunista a fondersi con quella ortodossa, nel 1950 la cosa si ripeté in Slovacchia, dove il regime comunista ordinò l'eliminazione della chiesa cattolica uniate, che dovette fondersi con la chiesa ortodossa.

Pavelic in Croazia praticò deportazioni e  stermini, cioè fece della pulizia etnica d'ebrei, zingari, ortodossi e comunisti, il Vaticano non reagì a questi massacri, il primate di Croazia era l'arcivescovo Stepinac, rappresentante dello stato anche in Vaticano,  che sosteneva il regime.

In Croazia furono proibiti i matrimoni misti, proibito l'alfabeto cirillico, furono chiuse le scuole ortodosse, fu imposta la conversione forzata,  i croati si appropriarono delle chiese degli ortodossi, i serbi si scavavano la fissa ed erano legati col filo di ferro, erano ammazzati con l'accetta e seppelliti vivi, alcuni erano torturati, accecati  e fatti a pezzi. Gli ustascia chiedevano ai serbi i certificati di conversione al cattolicesimo, chi li esibiva era risparmiato, invece gli ebrei erano sistematicamente eliminati.

Ciò malgrado, lo stato di Croazia fu riconosciuto dalla santa sede come bastione contro il comunismo, nel massacro dei serbi il clero cattolico ebbe un ruolo di guida e il papa non si dissociò dalle azioni degli ustascia croati.

Stepinac esortava i fedeli a collaborare con Pavelic, i frati francescani ebbero un ruolo nei massacri, giravano armati, facevano omicidi, saccheggiarono villaggi e dirigevano campi di concentramento.

Tra questi frati vi era Bozidar Bralow, alle donne furono recisi i seni, agli uomini furono strappati occhi e  genitali, pare che gli occupanti italiani, anche se fecero repressioni, salvassero dallo sterminio ustascia 33.464 civili, tra cui 2118 ebrei. Il vescovo cattolico di Mostar  esprimeva la brama storica dell'episcopato croato per la conversione in massa al cattolicesimo degli ortodossi.

Questo vescovo appoggiava i massacri, in generale i vescovi croati avallavano anche la politica di conversione forzata, alcuni di loro sedevano nel parlamento croato, volevano approfittare della buona occasione per un'opera d'evangelizzazione, anche il Vaticano puntava all'evangelizzazione dell'est.

Il 6.3.1942 il cardinale francese Tisserant  denunciò che i francescani, tra cui padre Simic di Knin, volevano distruggere la chiesa ortodossa croata e disse che, fino ad allora, erano scomparsi 350.000 serbi dalla Croazia, però Pacelli riceveva in visita a Roma gli ustascia croati, il papa pensava che l'evangelizzazione dell'est passasse per la Croazia e riteneva che tra nazismo e comunismo fosse meglio il nazismo, inoltre l'avanzata tedesca dava l'opportunità di evangelizzare l'est.

In Vaticano esisteva un ufficio per l'attività missionaria all'est, la congregazione per la chiesa orientale, guidata dal cardinale Tisserant, in Germania Heydrich ostacolò il piano di conversione cattolico, che chiamava piano Tisserant, e  che doveva far perno sui cappellani militari, Hitler non voleva che il Vaticano divenisse il solo beneficiario della guerra all'est.

Nel 1925  i vescovi latini di Russia erano stati eliminati dai bolscevici, perciò quell'anno Pio XI, che non voleva rinunciare alla Russia, mandò in quel paese, in missione segreta, il gesuita Michel d'Herbigny, che fece vescovo,  con l'ordine di nominare altri vescovi in clandestinità, questo ne nominò sei che però furono eliminati dai russi, il Vaticano ha perseguito la stessa politica in Cina, perciò ancora oggi Russia e Cina temono molto la penetrazione di questi agenti vaticani o pseudo- missionari.

Pio XI istituì una commissione vaticana per la Russia e aprì a Roma il Collegio Pontificio Russo, noto come Collegium Russicum, e il collegio pontificio ruteno, per preparare sacerdoti missionari  in Urss, anche altre istituzioni ecclesiastiche cattoliche erano impegnate in attività missionarie d'evangelizzazione della Russia, come l'abbazia di Grottaferrata, vicino Roma, di Chevetogne in Belgio, di Velehrad in  Moravia, vi erano impegnati redentoristi, assunzionisti, gesuiti ed il clero di Polonia.

Da Londra anche John Carmen Heenan, divenuto poi arcivescovo di Westminster, si recò in missione in Russia nel 1932, camuffato da viaggiatore di commercio, s'innamorò della sua interprete russa e  fu arrestato, poi tornò in fretta in Inghilterra.

Nel 1941, dopo l'invasione dell'Unione Sovietica,  questi religiosi missionari partirono per la Russia come cappellani militari e s'insidiarono in zone prescelte, dove i il popolo era rimasto senza pastori, i tedeschi ne fucilarono alcuni  come disertori, mentre i russi misero quelli da loro scoperti nei gulag.

Tisserant era soprattutto interessato ai cattolici  di rito orientale o bizantino  dell'Ucraina, ai cui sacerdoti era permesso anche di sposarsi, secondo il papa, l'evangelizzazione doveva arrivare fino alla Russia e in Grecia, per riassorbire lo scisma orientale, secondo Pacelli la Croazia doveva servire da testa di ponte, perché tutti tornassero all'unità con Roma.

Gli ustascia in fuga avevano un bottino di 80 milioni di dollari, rubato agli  ebrei e ai  serbi, dopo la guerra, il Collegio di San Girolamo degli illirici a Roma  divenne il quartier generale degli ustascia, che qui si procurarono documenti falsi per emigrare, nel collegio operava il professore di seminario Dragonovich, che nel 1958 fu espulso dal collegio.

Questo aiutò gli ustascia a fuggire verso il sud America, soprattutto verso l'Argentina, raccolse i preziosi degli ustascia e collaborò con gli americani a far fuggire il doppiogiochista Klaus Barbie in Bolivia, questo era stato doppiogiochista e capo della gestapo a Lione, dove perseguitò gli ebrei.

I francescani dell'Erzegovina controllano il santuario di Medjugorje, aiutati dai croati d'America hanno favorito l'affermazione del presidente  Tudjman, con la definitiva disgregazione della Jugoslavia, hanno utilizzato la caritas francescana per affiancare le milizie croate contro i musulmani e i serbi, nella recente guerra civile le milizie nazionaliste croate avevano sede a Medjugorie.

L'arcivescovo di Zagabria, Stepinac,  responsabile dello sterminio dei serbi, fu sottratto al tribunale di Norimberga perché nascosto dal Vaticano in un collegio di Roma e poi riparò all'estero, Ante Pavelic, sostenuto dall'arcivescovo Stepinac e da Pio XII, si accanì contro le minoranze etniche e soprattutto contro i serbi,  Stepinac non condannò i frati francescani che assassinavano i serbi e fu ricevuto in udienza da Pio XII.

Nel 1990 il presidente della Croazia, Tudjman, sostenuto da Germania e Vaticano, relegò ancora una volta le minoranze in serie B, cioè negando loro gli stessi diritti dei croati, poi nel 1991, scoppiata la guerra con la Jugoslavia, diede ordine di uccidere tutti i serbi, comprese donne e bambini.

Nel 1998, quando papa Giovanni Paolo II beatificò Stepinac, il centro ebraico Simon Wiesenthal, che aveva cacciato i criminali nazisti, aveva inutilmente lanciato un appello perché ciò non avvenisse.

Il risultato di questa politica vaticano-tedesca fu una guerra che procurò 250.000 morti e molti senzatetto, anche se il Vaticano si diceva sempre contro la guerra, comunque, con l'indipendenza di Croazia e Slovenia,  guadagnò nuovi seguaci e fece un concordato, economicamente vantaggioso per esso, con il governo croato.

Nel 1999 i sopravvissuti all'olocausto ustascia di Usa i hanno fatto causa presso il tribunale federale di San Francisco per un  risarcimento di 18 milioni di dollari da parte dell'ordine francescano, chiedendo la restituzione del bottino rubato dagli ustascia.

I soldi trafugati furono  depositati in  Vaticano, il quale, poiché non deve mai rendere conto a nessuno dei propri atti, affermò che erano stati utilizzati per finanziare la ratline vaticana, cioè per far fuggire in sudamerica i criminali nazisti, il processo è in corso.

Alla vigilia della prima guerra mondiale Pacelli fece un concordato con la Serbia, a maggioranza ortodossa, che irritò l'Austria, perché minacciava il protettorato austriaco sul paese, la Serbia nel 1912 aveva sconfitto la Turchia e si era annessa territori abitati da musulmani, era anche incoraggiata dalla Russia a sfidare l'impero austriaco.

Per il Vaticano, il concordato con la Serbia serviva a sanare lo scisma ortodosso e doveva  favorire l'evangelizzazione della Russia e della Grecia, con questo concordato il papa aveva il diritto d'investitura dei vescovi cattolici del paese, prima riservato all'Austria, probabilmente questo concordato  arroventò il clima che portò all'assassinio dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo e poi alla guerra che la Serbia voleva.

Il concordato garantiva libertà alla religione cattolica e finanziamenti ai suoi vescovi, cioè intaccava i privilegi della chiesa serba ortodossa, garantiva clero e scuole cattoliche, l'istituzione di seminari cattolici, il concordato doveva anche favorire la nascita di una grande Serbia, assieme alla Croazia, perché l'unico ostacolo all'unione con i croati, di stella lingua e razza, era la religione ortodossa.

Con queste premesse, nella seconda guerra mondiale i croati cattolici si scatenarono, con un risorto  spirito di crociata,  contro i serbi ortodossi. L'ecumenismo di Giovanni Paolo II ha ricevuto l'opposizione del patriarca di Mosca che lo ha interpretato come un tentativo d'espansione di Roma verso Mosca, anche la chiesa greca ha lo stesso atteggiamento verso Roma, come la Cina.

Nel medioevo l'impero germanico, con il sostegno dal papa, si era scontrato con il mondo slavo e ortodosso, a Filippopoli ci furono cruente battaglie tra cristiani tedeschi e bizantini, ad  Adrianopoli il duca Federico I di Svevia, detto  Barbarossa, fece bruciare un convento ortodosso e fece uccidere  monaci ortodossi.

La Spagna musulmana fu l'obiettivo della riconquista spagnola e cristiana, conclusasi nel XV secolo, del resto anche l'Islam aveva tolto, con la forza, la Spagna ai visigoti cristianizzati, il popolo non è stato mai veramente sovrano e quindi non mette mai becco nelle vicissitudini territoriali delle nazioni.

In precedenza la Spagna era stata di iberi, cartaginesi, romani, gli arabi vi arrivarono nel 711 dal Marocco, perciò quelle condotte in Spagna furono le prime crociate cristiane e durarono sette secoli,   condotte dai re d'Aragona e Castiglia contro gli islamici, con la riconquista ne furono colpiti islamici ed ebrei.

Il papa, per interesse di potere,  ha diretto crociate anche contro altri cristiani. Oggi anche  la chiesa ortodossa russa, sostenuta dal governo, è ostile all'espansionismo vaticano e perciò ha rifiutato anche una visita del papa nel paese, mentre in  Ucraina, oggi indipendente, è guerra tra chiesa uniate, legata a Roma, e chiesa ortodossa.

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Bibliografia:

- Storia criminale del cristianesimo - di Karlheinz Deschner - Vol.  I - VII - Ariele editore,

- I mercanti del Vaticano - di Mario Guarino - Kaos edizioni,

- Il manganello e l'aspersorio - di Ernesto Rossi - Kaos edizioni,

- Il libro nero del cristianesimo - di Fo-Tomat-Malucelli - edizione Nuovi Mondi,

- I papi, storia e segreti - di Claudio Rendina - Newton editore,

- Il Vaticano, storia e segreti - di Claudio Rendina - Newton editore,

- Verità e menzogne della chiesa cattolica - di Pepe Rodriguez - Editori Riuniti,

- Gli italiani sotto la chiesa - d Giordano Bruno Guerri - Mondatori editore,

- La piovra vaticana - di Pippo Gurrieri  - La Fiaccola editore,

- Mussolini - dio Denis Mack Smith - Rizzoli editore,

- Il gallo cantò ancora - di Karlheinz Deschner - Massari editore,

- Il secolo dell'odio - di Gianni Moraini - Marsilio editore,

- Gli italiani sotto la chiesa - di Giordano Bruno Guerri - Mondatori editore,

- Il papa di Hitler - di John Cornwell - Garzanti editore,

- Habemus papam - di David Yallop - Nuovi Mondi Media editore.


www.resistenze.org

 05-04-05

La morte del Papa. Note inattuali


Giino Candreva, 3 aprile 2005



Anche se non è possibile riassumere in un breve intervento il pontificato di Papa Wojtyla, uno dei papi più longevi della Storia, la cui elezione data dal 16 ottobre 1978, proviamo a trarre un sintetico bilancio.La difficoltà è accresciuta dal fatto che Wojtyla è stato davvero il “papa di tutti”, anche se non nel senso evangelico del termine. E’ stato il papa di Gianfranco Fini e di Walter Veltroni, concordi nel ringraziare il roccioso combattente reazionario polacco per aver dato la “spallata” decisiva a quello che ritengono di comune accordo il “male peggiore del secolo“ XX; è stato il papa di Gorbaciov, grato per avergli dato man forte nello sgretolamento dell’Unione Sovietica, e di Reagan;  di Pinochet , di Somoza, della Junta golpista  argentina; il Papa  dei vescovi reazionari latinoamericani, riconoscenti per la repressione della “Teologia della liberazione”; il Papa della razzista Oriana Fallaci e del pacifista Bertinotti. Tutti chini, non per rispetto della parola di Gesù di Nazareth, ma delle proprie convinzioni e progetti politici. Il cinismo della comune commozione di fronte alla morte del Papa non ne è che l’ulteriore conferma.

Wojtyla è stato il primo papa non italiano dai tempi dell’olandese Adriano VI, morto nel 1523. Succeduto a papa Luciani, la cui morte dopo appena 33 giorni di pontificato è ancora avvolta nel mistero, si è imposto subito per la partecipazione alla guerra fredda contro l’Unione Sovietica. L’elezione del primo papa polacco non è stato un fulmine a ciel sereno, ma abbondantemente sostenuta e probabilmente preparata dalla Cia e dall’Opus Dei. Il suo anticomunismo era ampiamente conosciuto, in Polonia e all’estero. Fin dal 1971 il futuro papa era noto per le prese di posizione contro il regime di Varsavia ed era stato molto attivo in Polonia nell’organizzare movimenti e associazioni di protesta. Le sue omelie vennero perfino incriminate in base all’articolo 194 della legislazione polacca dell’epoca. Sembrava dunque il candidato ideale ad aiutare l’imperialismo americano che aveva individuato nella Polonia il tallone d’Achille dell’”impero del male” sovietico. In cambio del suo sostegno l’Opus Dei venne emancipata dalla subordinazione ai Vescovi e divenne molto più importante nella gerarchia vaticana. Ne ha canonizzato il fondatore, il franchista Escrivà de Balaguer, morto solo nel 1975.  Il 30 dicembre 1982 il Wall Street Journal scriveva: “L’alleanza è del tutto naturale perché l’Opus Dei e Giovanni Paolo II condividono tre preoccupazioni: un’opposizione fissata al comunismo; un forte desiderio di aumentare l’autorità del papa e un deciso impegno a preservare la dottrina ortodossa della Chiesa sull’aborto, la contraccezione, il celibato dei preti e su altre preoccupazioni tradizionali”. Il pontificato di Giovanni Paolo II si è svolto esattamente lungo queste tre direttrici. E grazie alla posizione conquistata sotto il pontificato di Wojtyla l’Opus Dei potrebbe giocare oggi un ruolo decisivo nella designazione del successore.

Ad appena tre giorni di distanza dal suo insediamento, in un rapporto del 19 ottobre 1978, la Cia considera l’elezione del nuovo papa polacco una pericolosa minaccia per la stessa Unione Sovietica. E nota che in Polonia, Bielorussia, Lituania e Ucraina, la Chiesa cattolica sta prendendo la testa del rinato nazionalismo anticomunista, mentre in Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est si assiste a un’accelerazione delle riforme e a una rinascita della Chiesa Protestante. L’elezione di Wojtyla, nota ancora il rapporto, contribuirà in maniera decisiva alla rottura del legame tra i Partiti comunisti dell’Europa occidentale e Mosca, già indeboliti dall’avvento dell’Eurocomunismo nel 1976. Si può dire che se dio è stato il primo a benedire l’avvento di Giovanni Paolo II la Cia non è stata meno rapida.

  In seguito all’ascesa al soglio pontificio, il neo eletto papa intensificò tutto il suo attivismo ideologico nei confronti non solo della Polonia, ma  di tutte le nazioni cattoliche del blocco sovietico, la Lituania, la Lettonia, l’Ucarina e la Bielorussia. Nel giugno del 1979, il viaggio in Polonia diventa l’occasione di una protesta di massa contro il regime stalinista di Varsavia, nella quale la Chiesa assume il ruolo centrale. L’occasione per tramutare l’offensiva ideologia in offensiva politica venne fornita dalla crisi polacca del 1980, con la nascita di Solidarnosc. Il contributo ideologico e politico del  Vaticano alla nascita di Solidarnosc fu sostanziale. Quello economico ancora di più. Il finanziamento di Solidarnosc fu il risultato di complesse operazioni che ebbero come protagonisti il banchiere Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano, la Mafia e lo Ior (Istituto opere religiosa, la banca vaticana) diretta da monsignor Marcinkus. Lo stesso papa Wojtyla, vicino all’Opus Dei difenderà Marcinkus accusato di bancarotta fraudolenta per il Caso Ior-Banco Ambrosiano (e solo l’extraterritorialità del Vaticano ne ha impedito l’incarcerazione).

Ecco ciò che scriveva Tony Zermo sul giornale La Sicilia il 7 gennaio 2003:


“Diciamo che la storia comincia all'incirca negli anni '70 quando Cosa Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro dev'essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un'altra ancora in Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un'altra parte viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all'arsenico: come anni addietro all'Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l'uccisore di Salvatore Giuliano.

Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice "ragiunatt" era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il "banchiere dagli occhi di ghiaccio", sembrava l'uomo giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all'Ambrosiano. Del resto "pecunia non olet" e nessuno potrà mai provare con certezza che quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.

Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed esattamente allo Ior, l'istituto bancario della Santa Sede gestito da mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi passarono dall'Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c'era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò "Solidarnosc" di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli altri Paesi satelliti dell'Urss.

Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse niente: aveva affidato i suoi "risparmi" a Calvi perché li facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a "Solidarnosc". E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei "Frati neri" sul Tamigi. A distanza di venti anni s'è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi.
Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia c'era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici.”


Controllata dal Vaticano e dalla Cia, Solidarnosc divenne il cavallo di Troia dell’imperialismo nell’intero blocco sovietico. Un altro importante polacco, Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora presidente americano  Jimmy Carter, dichiarò “Mi sono trovato a mio agio con Casey [direttore della Cia]. E’ stato molto flessibile e poco burocratico. Ha cercato soluzioni inedite. Ha fatto tutto ciò che bisognava fare per appoggiare gli sforzi clandestini in termini di materiale, reti, ecc… ed è per questo che Solidarnosc non è stata schiacciata” (24 febbraio 1992). Ma è il successore di Carter, Ronald Reagan, a comprendere in maniera decisiva le potenzialità dell’alleanza tra il Vaticano e l’imperialismo americano. In un rapporto del 1982 la Cia assume decisamente la direzione politica dell’affare polacco, consigliando al Vaticano una strategia di piccoli passi, mentre Wojtyla rafforza le tendenze anticomuniste all’interno della Chiesa e interviene nella politica polacca tramite il cardinale Glemp. Tra la fine del 1982 e il 1983 avviene la svolta nel blocco sovietico; a Breznev succede Andropov, uno dei responsabili della repressione ungherese del 1956, ma ora “riformista”, Walesa riceve il Nobel per la pace e Reagan inaugura il progetto di “guerre stellari”. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e dell’intero blocco sovietico nel 1991 giunsero al culime di questo processo inaugurato dall’elezione di Wojtyla.  

Il Vaticano, i suoi partner finanziari e naturalmente il suo partner politico più importante, l’imperialismo Usa, non mostrarono in America Latina lo stesso zelo per i diritti umani. Anche in America centro-meridionale la politica del Vaticano ebbe come stella polare l’anticomunismo.Tuttavia l’America Latina non era governata da partiti stalinisti bensì da sanguinarie giunte di destra. Il Cardinal Sodano, nunzio apostolico in Cile, fu uno dei più ferventi sostenitori della dittatura del boia cileno Augusto Pinochet, mentre il nunzio apostolico in Argentina, mons. Laghi, benediceva la giunta militare e mons. Tortolo giungeva ad equiparare il golpe argentino del 1976 con la Resurrezione pasquale. I responsabili di queste relazioni sono stati tutti promossi ai posti più alti della gerarchia vaticana, compresa la segreteria di Stato. In particolare uomini dell’Opus Dei sono stati tra i più influenti consiglieri di Pinochet, come il ministro degli esteri Cubillos, o uno degli uomini più ricchi del Cile, Cruzat, il cui impero attorno alla Banca di Santiago consisteva di oltre 250 aziende. Cruzat pagava ogni anno all’Opus Dei milioni di dollari in sovvenzioni. Dopo aver incontrato e benedetto di persona il boia cileno, il 18 febbraio 1993 il Papa invia la sua speciale benedizione su Augusto Pinochet e signora in occasione delle nozze d’oro. I “diritti umani” in America latina sono evidentemente meno importanti che in Europa, dove possono essere usati come parola in codice della guerra fredda.

Se da una parte il Vaticano promuoveva alle più alte cariche gli elementi particolarmente reazionari del clero sudamericano, dall’altra concentrava la repressione all’interno della Chiesa contro la cosiddetta “Teologia della liberazione”.

In occasione del suo viaggio in Nicaragua nel 1983 il Papa condannò energicamente il “falso ecumenismo” dei cattolici impegnati nel processo rivoluzionario sandinista e li invitò all’unità sotto la direzione del vescovo di Managua, il reazionario monsignor Miguel Obando y Bravo, nominato cardinale subito dopo il viaggio.

Nata in America Latina, ma diffusasi in altre parti del mondo, soprattutto in Asia e in Africa, la Teologia della liberazione è una corrente che si propone la riflessione su dio, come tutte le teologie, ma la coniuga con le necessità sociali. Parla di liberazione dei poveri dalla fame, dall’oppressione e dallo sfruttamento, non semplicemente di liberazione dopo la morte. Il punto di partenza è dunque costituito dal tentativo di coniugare cristianesimo ed emancipazione sociale. I teologi della liberazione criticano soprattutto l’intreccio tra la Chiesa cattolica e i poteri forti, che nei paesi del terzo e quarto mondo, spesso sono rappresentati da dittature feroci. Questa tendenza appariva dunque pericolosa sia per le gerarchie ecclesiastiche che per i loro mentori politici locali e regionali. La reazione della Chiesa di Roma e in particolare del Papa è stata durissima. Il cardinal Ratzinger ha accusato questa corrente di marxismo e ateismo, ai teologi venne impedito di continuare il loro insegnamento, ai centri didattici legati alla Chiesa di parlare di questa dottrina. Lo stesso Wojtyla, in occasione di un viaggio in Nicaragua nel 1996, dichiarò che con la morte del comunismo anche questa corrente non aveva ragione di esistere. In questo modo si considerava la teologia della liberazione semplicemente una corrente subordinata al Vaticano, strumentale alla lotta al marxismo, che si proponeva cioè di strappare all’ideologia marxista l’egemonia sulle masse oppresse. Finito il marxismo, la teologia della liberazione aveva perso il suo ruolo di concorrente. La repressione di questa corrente si è inserita in un contesto di profonda restaurazione passatista. Il documento Dominus Jesus ha posto fine al tentativo di dialogo con le altre confessioni religiose, al di là delle esibizioni mediatiche degli incontri di Assisi. Sono stati sospesi e condannati i tentativi delle Chiese locali di adattare la liturgia alle varie culture, diversi teologi hanno subito la proibizione ad insegnare, mentre ad altri, autori di libri ritenuti non ortodossi, sulla verginità della Madonna o sull’origine del Purgatorio, per esempio, sono stati oggetto di scomunica o di pesanti condanne.

 

Caduto l’”impero del male” sovietico, la frenetica attività del papa si è rivolta alla nomina di centinaia di santi e beati della Chiesa. Alla fine il totale sforerà quota 1500, un record! L’iperattivismo di Wojtyla ha una ragione: la necessità di imporre la Chiesa di Roma al centro dell’attenzione. La beatificazione o la santificazione hanno costituito un potente segno del messaggio restauratore del Vaticano. Ogni cerimonia è finita col diventare un messaggio politico. Interi gruppi di “martiri” sono stati innalzati all’altare, dai sacerdoti bulgari, che hanno subito la pena capitale in seguito a un processo del 1952, a un gruppo di 31 martiri ucraini,  a 25 vittime della guerra civile messicana degli anni Venti. 120 sono stati i martiri cinesi, dal 1600 agli anni Trenta.

E’ naturalmente impossibile ripercorrere tutte le fasi di una così frenetica attività beatificatoria. Particolarmente significative sono stati però tre episodi, indicativi dellae preoccupazioni del Papa. 

Il primo riguarda la beatificazione, avventa nel marzo del 2001, dei 233 preti e laici franchisti uccisi durante la Guerra civile spagnola dagli “anarco-comunisti”. Il clero spagnolo, durante la guerra civile del 1936-39, si spaccò tra leali al governo legittimo del “Fronte popolare” da una parte e ai golpisti di Francisco Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini, dall’altra. Molti sacerdoti inoltre parteciparono alle brigate internazionali che accorrevano da più parti d’Europa in difesa della Repubblica. Dopo l’occupazione delle Asturie lo stesso Franco ordinò una feroce repressione e la messa a morte di quanti avevano combattuto tra le file repubblicane, tra cui qualche centinaio di sacerdoti. Queste vittime della repressione franchista-fascista non hanno però trovato ancora un papa che le beatifichi. Così come non l’hanno trovato le migliaia di sacerdoti copti massacrati dal fascismo in Etiopia per il solo sospetto di essere oppositori del colonialismo di Roma. La consacrazione selettiva delle “vittime dell’anarco-comunismo”, come si è espresso Giovanni Paolo II durante la celebrazione, costituisce da parte del Vaticano una rivalutazione postuma del Regime di Franco e un programma politico preciso.

Il secondo episodio riguarda la beatificazione di Alojzije Stepinac, avvenuta in Croazia nell’ottobre del 1998. Stepinac, considerato da Wojtyla una delle “prime vittime del comunismo”, in realtà è stato un fedele alleato del regime Ustascia di Ante Pavelic, che in quattro anni sterminò centinaia di migliaia di serbi, ebrei, zingari e altre minoranze in nome della “purezza etnica e religiosa della Croazia”, in quanto alleato subordinato di Hitler e Mussolini. Vari prelati sedevano nel governo di Ante Pavelic, alcune centinaia di religiosi parteciparono direttamente al massacro (v Marco Aurelio Rivelli: “L’arcivescovo Stepinac, altro che martire”, in il Manifesto, 3 ottobre 1998). Lo stesso Stepinac dispose la celebrazione del Te Deum all’atto dell’insediamento del governo Pavelic e in seguito, perfino quando i massacri e le deportazioni erano ben conosciute, in una lettera del 24 maggio 1943 al Cardinale Maglione, rassicura la gerarchia vaticana, che sollevava dubbi sul regime di Pavelic: “Dal detto segue che il Regime attuale in Croazia pare almeno di essere di buona volontà, la quale non può essere negata dalla Chiesa.” Lo stesso centro Simon Wiesenthal ha considerato la beatificazione di Stepinac “una provocazione”. La beatificazione di Stepinac giunge al culmine di un processo che ha visto il Papa impegnarsi in prima persona a favore della sanguinosa guerra che ha distrutto l’ex Jugoslavia. Il Vaticano (e la Germania) furono i primi a riconoscere la repubblica di Croazia, proclamata su basi etniche e religiose quando ancora esisteva la federazione jugoslava. La benedizione di Wojtyla al nazionalismo croato
servì da miccia per l’esplosione della guerra serbo-croata, alimentò il nazionalismo, fece precipitare la crisi bosniaca. Col viaggio del 1994 e infine la canonizzazione di Stepinac,  il Vaticano sostenevaesplicitamente Tudijman, il nuovo poglavnik (duce) della “cattolicissima” Croazia, che si presentava come l’erede di Pavelic. Come ricompensa al sostegno vaticano il governo di Zagabria restituiva alla Chiesa di Roma i beni confiscati dalla Repubblica federale jugoslava.

 Dopo aver attaccato il comunismo, il Papa ha preso di mira la stessa ideologia della Rivoluzione francese, come paradigma di ogni idea di progresso. In un discorso pronunciato il 19 settembre 1996, in Vandea, così si rivolge il Papa ai fedeli di questa regione passata alla storia per essersi opposta alla Rivoluzione francese e aver scatenato il terrore bianco contro i rivoluzionari: "Voi siete gli eredi di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo, quando la sua libertà e la sua indipendenza erano minacciate". Più che a Cristo il clero e i nobili della Vandea, regione a nord della Francia, furono fedeli al Re e a un sistema di privilegi che non volevano abbandonare. Nel 1789 organizzarono la resistenza alla Rivoluzione nel tentativo di restaurare l’Antico Regime. La rivolta vandeana giunse a spalancare i porti all’invasione inglese, che rischiava di travolgere il neonato potere rivoluzionario, già minacciato dalla reazione monarchica e dai suoi alleati austro-prussiani. Anche i “martiri” vandeani hanno avuto naturalmente la loro beatificazione.


Come se Wojtyla avesse voluto far girare all’indietro il film della storia e del progresso:  dalle Repubbliche popolari nate nel dopoguerra, alla Rivoluzione russa, fino alla Rivoluzione francese; un filo percorre le scelte del pontificato di Wojtyla, che si sposa col cattolicesimo liberale moderato: l’idea delle masse come oggetto e non soggetto di trasformazione sociale. La stessa enciclica “Laborem exercens” del 1981, riprende il progetto del “cattolicesimo sociale” ponendosi in concorrenza con la teoria marxista sul terreno dell’egemonia sulla classe operaia. Le masse devono subire passivamente i processi sociali, determinati da un potere sul quale non hanno controllo, ma che deve paternalisticamente badare alle loro necessità. Quindi si criticano gli eccessi del liberismo e del capitalismo, ma l’essenza del socialismo. Il pericolo principale da scongiurare è la possibilità che il proletariato si emancipi istituendo un proprio sistema di potere da contrapporre al potere della borghesia. Dieci anni dopo la “Centesimus annus” travolge nella sua critica non solo il socialismo marxista ma lo stesso “razionalismo illuministico”.

 Predicando contro “il potere”, lo stesso Giovanni Paolo II è stato un uomo di potere. Ha utilizzato l’enorme apparato della Chiesa cattolica romana, le sue quasi sterminate risorse finanziarie, il rapporto privilegiato con l’imperialismo americano e un iperattivismo mediatico per rafforzare la gerarchia ecclesiastica e subordinarla all’autocrazia papale. Lo stesso principio di collegialità episcopale, diffuso dal Concilio Vaticano II, sotto Karol Wojtyla è andato disperso. Lo strumento privilegiato è stato il Servizio diplomatico e la Nunziatura, direttamente controllati dal Papa. Sotto Giovanni Paolo II la Chiesa ha rafforzato il peso dell’apparato, finendo per distruggere altre istanze e forze vive richiamando i fedeli, ma non solo, a una stretta ortodossia cattolica tradizionalista.

Nulla è rimasto inespresso nel pensiero di Giovanni Paolo II, dalle grandi questioni politiche alle questioni sociali quotidiane alle questioni morali. In particolare su queste ultime si è fondato l’edificio di una grande restaurazione dottrinale della Chiesa. Innumerevoli sono i documenti nei quali il Papa ha preso posizione. Perfino i villaggi vacanza, “luoghi di un turismo vuoto e superficiale”, sono caduti sotto la scure del pontefice. Ma è stata la famiglia il terreno privilegiato della restaurazione cattolica. Su questo aspetto il Vaticano è rimasto sordo a ogni richiesta di rinnovamento che provenisse dalla società civile. E cuore della famiglia sono i figli. Wojtyla ha ribadito più volte la concezione che scopo della famiglia è la procreazione. Ha quindi condannato senza mezzi termini qualsiasi controllo o pianificazione delle nascite. Perfino di fronte all’esplosione dell’epidemia di Aids in Africa il Papa ha condannato l’uso dei profilattici. Il che ha impedito che centinaia di migliaia di vite venissero salvate. L’omosessualità viene condannata come atto “contro natura” e il possibile riconoscimento legale, di qualsiasi tipo, delle coppie omosessuali ha incontrato sempre una decisa chiusura negli ambienti vaticani. Il divorzio è nettamente condannato.

Ma dove il Vaticano ha insistito maggiormente, e in modo più intenso negli ultimi tempi, è nella netta opposizione all’aborto e nella difesa dell’embrione, definito “soggetto umano con una ben definita identità”. Nell’ Evangelium vitae” del 1995, accanto a una condanna senza mezzi termini della contraccezione o di qualsiasi controllo delle nascite, dell’eutanasia, ecc., si teorizza la disobbedienza alle leggi quando queste violino la morale cattolica: “L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza”. Nell’agosto del 2000 la Pontificia accademia pro vita, istituita da Wojtyla nel 1993, ha condannato la ricerca sulle cellule staminali e nel 2001 lo stesso Pontefice, rivolgendosi ai medici cattolici, ha ribadito le convinzioni morali della Chiesa, auspicando anche qui la necessità della cosiddetta “obiezione di coscienza”, ovvero la violazione delle leggi vigenti, per medici, ostetriche ecc.

L’enciclica “Evangelium vitae” tuttavia è importante anche per un altro aspetto. Essa contiene una casistica dettagliata sui doveri del cattolico che occupi posizioni istituzionali, di fronte a un dilemma di coscienza. Mira quindi al condizionamento religioso della vita politica del Paese. Un attacco alla laicità dello Stato che culmina in questi giorni con la pesante intromissione ecclesiastica nel referendum sulla procreazione assistita. 

La visione del mondo che Wojtyla ha voluto diffondere è una visione ampiamente antimodernista. A questo scopo ha utilizzato tutti gli strumenti di forte impatto mediatico messi a disposizione dalla modernità. Si tratta di un utopico quanto reazionario tentativo di ritorno al Medioevo, quando l’Europa si chiamava Cristianità. Da qui l’insistenza al riconoscimento delle “radici cristiane” nella Costituzione Europea. Lo scopo è rendere la religione un “affare pubblico”, ovvero fondamento di diritto. In questo modo la legislazione europea si sarebbe dovuta piegare ed adeguare ai principi morali della Chiesa cattolica in tema di famiglia, aborto, omosessualità, ecc. Ma a ben guardare la logica della nominatio Dei nel preambolo costituzionale europeo andava oltre, fondava la “comunità europea” su basi religiose e non su basi politiche, stabilendo la superiorità del Dio dei cattolici sulla volontà popolare. E, implicitamente, la superiorità del suo rappresentante in terra, il Vescovo di Roma sulle istituzioni politiche.

La scena di un povero vecchio che muore, resaci incessantemente dalla pruderie necrofila dei mass media, non può oscurare l’essenza reazionaria del pontificato di Wojtyla e del suo grandioso progetto di restaurazione che cerca di fare piazza pulita di oltre due secoli di progresso ed emancipazione. Né può farci dimenticare che l’emancipazione umana è, oltre che emancipazione sociale e politica, emancipazione della ragione dai dogmi ciechi della fede.

 


http://digilander.libero.it/lajugoslaviavivra/CRJ/DOCS/7_97_gold.txt

(31/7/1997)

Una settimana fa (1) agenzie di stampa di Los Angeles, Washington e Londra hanno fatto riferimento ad un documento dell'Archivio di Stato USA, che rappresenterebbe la prima prova evidente del ruolo del Vaticano nell'affare dell'"oro nazista".

Come ha riferito anche la televisione di Stato danese (2), in base al documento ritrovato dalla II guerra mondiale il Vaticano tiene nascosti 200 milioni di franchi svizzeri rubati a serbi ed ebrei dagli ustascia croati, alleati della Germania nazista. Il denaro e' parte di un totale di 360 milioni di franchi svizzeri, solo 150 milioni dei quali furono confiscati dagli inglesi al termine del conflitto al confine tra Austria e Svizzera, mentre il resto sarebbe finito in Vaticano.

Il documento in questione sarebbe una nota riservata del Ministero delle Finanze americano dell'ottobre 1946, fino alla fine dello scorso anno segretata e solo ora derubricata e quindi accessibile a chiunque ne faccia richiesta, come tanti altri documenti analoghi che dopo 50 anni vengono resi disponibili dalle autorita' americane.

Il direttore della sala stampa vaticana Navarro Valls ha subito smentito la notizia, basandosi sul fatto che la fonte dell'informazione contenuta nella nota (una "fonte fidata in Italia") sia anonima (3). Noi viceversa
siamo certi che questa storia non possa concludersi con la immancabile smentita di un autorevole membro dell'Opus Dei, quale e' il direttore della sala stampa vaticana. Ne siamo certi, perche' la storia del sostegno della Chiesa cattolica apostolica romana e di Pio XII in persona agli ustascia di Ante Pavelic e' una storia a noi nota (4), così come e' ormai noto a chiunque voglia informarsi il ruolo svolto dal Vaticano nella organizzazione della fuga dei nazisti tedeschi e dell'Europa centro-orientale dopo il conflitto, ed in particolare il ruolo giocato dal clero croato in tutte queste vicende (5).

NOTE:

 (1) Il 22 luglio 1997
 (2) Citiamo questa perche' quella italiana (che non guardiamo) probabilmente non ne ha parlato...
 (3) ...e ci mancherebbe: quali informative dei servizi riportano nome e cognome dell'autore?
 (4) Cfr.:   http://www.ecn.org/est/balcani/jugo/jugo03.htm
 (5) Cfr.:   http://www.citinv.it/info/ratlines.html

FONTE:     Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), 23/7/1997

POSTILLA:  Secondo la FAZ, quell'oro non e' quello rubato a serbi (750mila morti) ed ebrei (20mila) durante lo sterminio nei campi di concentramento croati, bensì sarebbe "proveniente dalle riserve della Banca Nazionale del Regno di Jugoslavia".

           Da una parte, non sorprende che la ultraconservatrice FAZ, velina dell'odierno apparato militar-industriale tedesco, insista nel minimizzare o nascondere i crimini degli ustascia di Pavelic soprattutto nei confronti dei serbi. D'altro canto pero' e' interessante questo riferimento all'oro della Banca Nazionale Jugoslava, il mitico "Oro di Belgrado", oggetto di un clamoroso, banditesco furto da parte degli occupatori
italiani e del criminale di guerra Mario Roatta in particolare, descritto brevemente alla URL:
http://www.ecn.org/est/balcani/italia/italia01.htm furto del quale, se possibile, torneremo a parlare...
 


Il seguente articolo e' apparso su "il manifesto" del 26 Agosto 1998

MIRACOLI DIETRO L'ALTARE

La Madonna abbandonata

Medjugore in crisi di pellegrini. Un viaggio nel supermercato della guerra santa dei croati

- GIACOMO SCOTTI - MOSTAR

 

F ino all'inizio di luglio del 1981, il villaggio di Bijakovici, nella parrocchia di Medjugorje, era un paesino con qualche centinaio di casette sparse sulla brulla pietraia carsica dell'Erzegovina. Poi i frati francescani (ribelli al vescovo di Mostar) che amministrano tutte le parrocchie della regione, annunciarono al mondo che dal 24 giugno di quell'anno, ogni giorno, in quel luogo, la Beata Vergine Maria appariva a sei ragazzi.

Con una interessante propaganda sulle miracolose apparizioni della Madonna che né le autorità cattoliche dell'Erzegovina né il pontefice di Roma hanno mai riconosciuto, Medjugorje è diventata meta di pellegrinaggi, e questi hanno arricchito centinaia di speculatori: una modesta chiesa è diventata un moderno tempio-santuario, sono sorti alberghi e ristoranti, si è sviluppata una grande industria di oggetti religiosi: coroncine di rosario, effigi della Madonna, croci, statuine, libri.

Nel nome della Madonna da circa 17 anni girano miliardi ogni giorno nella regione di Medjugorje. Ad arricchirsi, oltre al convento francescano, sono stati i criminali che hanno governato quella che durante la guerra 1992-1995 e fino a pochi mesi addietro, fu la "Repubblica croata di Erzeg-Bosnia", con capitale prima a Grude e poi a Mostar Ovest, covo di contrabbandieri di armi e di droga, di taglieggiatori e dei peggiori mafiosi. Finora, i pellegrini di Medjugorje sono stati poco meno di trenta milioni. Hanno lasciato sul posto migliaia di miliardi di lire, senza contare le consistentissime donazioni fatte dai "miracolati" agli amministratori del santuario. Gran parte delle armi fornite ai croati di Erzegovina per fare la guerra ai musulmani furono acquistate con i soldi dei pellegrini.

A Medjugorje arrivammo in tre, il 15 agosto. Quel giorno in tutte le chiese cattoliche dell'Erzegovina occidentale si celebrava la "Madonna Grande", l'Assunzione. Grandi folle di fedeli affluirono a Siroki Brijeg, località divenuta malfamata nella seconda guerra mondiale come roccaforte delle milizie fasciste croate (ustascia), mentre il santuario di Medjugorje appariva quasi deserto. "Ha perso l'aureola dell'esclusività", si è sentito dire. Ma forse, il motivo per cui i fedeli disertano questo santuario perfino nella più grande festa mariana sono più profondi. Medjugorje era diventato un grande mercato, il santuario degli speculatori e della criminalità. Quanto costa una corona? Grazie a Dio, dieci kune. Qui la moneta croata sostituisce ancora la valuta nazionale della Bosnia-Erzegovina, l'autorità di Sarajevo è ancora misconosciuta, lo stemma sulle candele è quasi sempre la scacchiera croata. Il cattolicesimo ostentato e violento va a braccetto col più retrogrado nazionalismo.

Lo stesso giorno tornavano da Medjugorje due giornalisti di Fiume, Tomislav Klauski e Nenad Rabersak. Il 17 agosto, sul loro giornale, il Novi List, il servizio: "Anche stavolta nella festa agostana a Medjugorje si mescolano i prezzi e le preghiere, ancora una volta la fede si vende bene. Ma in misura minore rispetto agli anni passati. Gli anni in cui si vedevano migliaia di turisti aggirarsi per la pietraia. Stavolta Medjugorje è più vuota che mai". Lo si capiva già a Doljani, al confine con Metkovic: una colonna lunga cinque chilometri di auto targate Bih attendeva di entrare in Croazia; erano turisti bosniaci diretti alle spiagge adriatiche. In direzione dell'Erzegovina, provenienti dalla Croazia, soltanto poche auto e un bus di Trieste semivuoto. La strada per Medjugorje era pressoché deserta. Il Novi List ha scritto: "Dal primo mattino la temperatura è andata crescendo fino a superare i trenta gradi, quando qualsiasi apparizione miracolosa è possibile". Il sentiero che porta alla grande croce bianca sulla pietraia era infuocato, attraverso i vigneti lo salivano poche vecchie donne portando cesti pieni di coroncine del rosario e di tovaglioli ricamati i cui prezzi erano scritti nelle valute di nove paesi. Le venditrici aspettavano o inseguivano i rari pellegrini americani, polacchi o italiani. Una di loro, profuga da Mostar, si lamentava dei magri affari spiegando con chiarezza che "qui la Madonna non c'entra, si tratta di turismo organizzato, si vede che la reclame all'estero non funziona come una volta". O forse ai "miracoli" di Medjugorje sono ormai pochi a crederci.

A ricordo dei tempi delle vacche grasse sta una città di grandi e sfarzose ville a due-tre piani, con ristoranti e alberghi, che hanno trasformato un povero villaggio, qual era Bijakovici-Medjugorje quindici e più anni addietro. Le poche piccole casette tipicamente erzegovesi risparmiate dall'"ammodernamento" sono diventate bottegucce di oggetti-ricordo. Tutti, qui, si sono dati agli affari, non c'è casa che, con le sue insegne luminose, non offra al turista alloggio, cibo, bevande, regali da acquistare. Ma, come si diceva, ora i turisti sono pochi.

La gente del luogo dice che qualcuno arriva qui per vendere automobili rubate, e non solo quelle. Lo scrivono anche i due colleghi del giornale croato fiumano ai quali, proprio ai piedi di quella croce, si è avvicinato un certo Ante, proprietario di due mobitel e di un "milione" di Cd che vende davanti ai santuari della zona fino a Stolac. Ai giornalisti ha offerto automobili. Il prezzo? "Se ti interessano, il prezzo non ha importanza, ci metteremo d'accordo". Tomislav e Nenad commentano e concludono il loro servizio: "La città è piena di automobili di gran lusso, di reclames al neon e di coroncine del rosario a ogni angolo. La fede a Medjugorje si vende ancora bene, anche se la città è quasi deserta. Per le vie si aggira soltanto qualche soldato italiano dello Sfor...".

Ricordo gli anni di guerra. Dall'Italia meridionale, soprattutto dalla Campania - da San Vitaliano, Scisciano, Saviano, Nola eccetera - la gente di buon cuore dava aiuti per i bosniaci, partivano grossi automezzi carichi di questi aiuti umanitari, le Caritas diocesane raccoglievano contributi in denaro per migliaia di adozioni a distanza. Tutto si riversava a Medjugorje dove i mafiosi "cattolici" si arricchivano, mentre centinaia di migliaia di donne, vecchi e bambini musulmani facevano la fame o venivano uccisi... L'inganno è durato fin troppo a lungo.


http://www.tibereide.it/articoli_dettaglio.asp?articolo_id=465&articolo_categoria=2

IL CENTESIMO VIAGGIO DEL PAPA,
LA CROAZIA, IL "BEATO" STEPINAC E LA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA...

14/06/2003   

Beati i criminali di guerra

Non è certo un caso che per il suo centesimo viaggio pastorale, Papa Wojtyla abbia scelto la Croazia: per la precisione, il centesimo viaggio di Giovanni Paolo II coincide con la sua terza visita in Croazia. Una visita che affonda le radici in quella storia vicina e tormentata che ha portato alla distruzione della Jugoslavia. Non è un caso neanche che, nelle sue parole di circostanza per dare il benvenuto al Papa, il presidente croato Stipe Mesic, dopo aver decantato la "democratica" e bella terra croata, abbia "dimenticato" il ruolo disintegratore dell'integralismo cattolico in Croazia, che ha ricevuto una spinta sostanziale dalla beatificazione di Alojzije Stepinac, "l'arcivescovo del genocidio", che  ha dato ancora più vigore al clero cattolico croato, bloccando e ostacolando il processo di riconciliazione tra gli slavi ortodossi  e i cattolici.

Proprio nel corso della sua seconda visita in Croazia, nell'ottobre 1998,  papa Wojtyla aveva beatificato  il dr. Aloysius Stepinac, vescovo cattolico, complice dei più atroci misfatti in Croazia durante il regime di Ante Pavelic dal 1941 al 1945.

Il 18 Maggio 1941 «circondato dai suoi banditi» - come annotava Ciano nel suo Diario - Pavelic venne festosamente e solennemente ricevuto in udienza privata da Pio XII, che, congedandolo, gli fece i migliori auguri per «la sua opera futura...».

Ma cosa riguardava "la sua opera futura"?

Riguardava la cosiddetta "ricattolicizzazione della Croazia" - come scrive, ne "L'arcivescovo croato Stepinac e la strage degli ortodossi",  Costante Mulas Corraine. Una ricattolicizzazione da attuare "con tutti i mezzi", come risulta dalle stesse parole del padre francescano Simic: «Ammazzare tutti i Serbi nel più breve tempo possibile. Questo è il nostro programma»; oppure dalle lugubri espressioni programmatiche di Ante Pavelic: «Un terzo dei Serbi deve diventare cattolico, un terzo deve abbandonare il paese, un terzo deve morire!». La politica di sterminio fu sistematica: "le chiese ortodosse vennero distrutte, trasformate in stalle, depredate; i Serbi dovevano circolare con una P sul braccio (Pravoslavac = Ortodosso)...l'unico modo per sfuggire al destino di morte che attendeva i Serbi era la conversione al cattolicesimo: «Se passerete alla chiesa cattolica» - prometteva il vescovo Aksamovic di Djakovo - «sarete lasciati in pace nelle vostre case».

Nelle prime sei settimane di vita della nuova Croazia furono assassinati tre vescovi, più di cento preti e monaci ortodossi e migliaia di Serbi. "Per ordine dell'ordinariato episcopale le chiese ortodosse vennero trasformate in luoghi di culto cattolico oppure furono completamente distrutte. Il mese seguente vennero ammazzati oltre 100.000 Serbi, donne, vecchi, bambini. La chiesa di Glina venne trasformata in un mattatoio: «Il bagno di sangue durava dalle dieci di sera alle quattro del mattino, e andò avanti per otto giorni. Le uniformi dei macellai dovettero essere cambiate, perché intrise di sangue. In seguito vennero ritrovati bambini infilzati negli spiedi, con le membra ancora contratte negli spasmi della sofferenza». Fino al Novembre del 1941 furono uccisi altri cinque vescovi e non meno di trecento preti ortodossi: l'ottantenne metropolita di Sarajevo Petar Simonic venne strangolato, mentre contemporaneamente l'arcivescovo cattolico della città Ivan Saric componeva odi in onore di Pavelic ed esaltava nel giornale diocesano i nuovi metodi rivoluzionari «al servizio della verità, della giustizia e dell'onore». A Zagabria, dove risiedevano il primate Stepinac e il Nunzio Apostolico Marcone, il metropolita ortodosso Dositej fu torturato al punto che divenne pazzo. Il 26 Giugno 1941 Pavelic accolse in pompa magna l'episcopato cattolico guidato da Stepinac, cui promise «dedizione e collaborazione in vista dello splendido futuro della nostra patria». Il primate di Croazia sorrideva."

I militari italiani presero le distanze dagli eccessi virulenti di Pavelic, dando vita a tanti episodi di eroismo, salvando vite di civili serbi indifesi. Il  generale Mario Roatta, comandante della Seconda Armata italiana, minacciò di aprire il fuoco contro gli Ustascia che intendevano penetrare nei territori controllati dagli Italiani, e gli stessi tedeschi, diplomatici, militari e uomini dei servizi segreti, inviarono proteste contro il terrore ustascia al comando supremo della Wehrmacht e all'Ufficio Esteri. "Il 17 Febbraio 1942 il capo dei Servizi di Sicurezza scrisse al comando centrale delle SS: «È possibile calcolare a circa 300.000 il numero dei Pravoslavi uccisi o torturati sadicamente a morte dai Croati... In proposito è necessario notare che in fondo è la chiesa cattolica a favorire tali mostruosità con le sue misure a favore delle conversioni e con la sua politica delle conversioni coatte, perseguite proprio con l'aiuto degli Ustascia... È un fatto che i Serbi che vivono in Croazia e che si sono convertiti al cattolicesimo vivono indisturbati nelle proprie case... La tensione esistente fra Serbi e Croati è non da ultimo la lotta della chiesa cattolica contro quella ortodossa» (Dagli Archivi della Gestapo). Felix Benzler, inviato tedesco a Belgrado, il generale Alexander Löhr, l'inviato tedesco a Zagabria Siegfried Kasche, il generale Glaise von Horstenau inviarono a Berlino memoriali che sollecitavano esplicitamente a una maggior prudenza nel sostegno al regime di Pavelic. Come risulta da un comunicato del 12 Aprile 1942 redatto dai servizi segreti tedeschi «in diverse località ai confini fra Serbia e Croazia si è giunti a scontri armati fra le truppe tedesche e unità ustascia», scontri determinati dall'intenzione dei Croati di estendere i loro «massacri» dei Serbi. Lo stesso Ribbentrop incaricò l'ambasciatore tedesco a Zagabria di esprimere la profonda costernazione del governo del Reich a causa «degli orribili eccessi degli Ustascia, elementi criminali». In più occasioni i militari italiani e tedeschi si dimostrarono sconvolti e scandalizzati dal comportamento criminale del regime croato; soltanto la chiesa cattolica e il suo capo Stepinac tacquero, anzi, collaborarono attivamente alla realizzazione del «futuro lavoro». In questo "lavoro" si è distinto Stepinac, "l'arcivescovo del genocidio", che Papa Wojtila ha beatificato nel '98.

"E questo accadde perché «le azioni degli Ustascia erano azioni della chiesa cattolica», la quale collaborò fin dal principio col regime di Pavelic. Molti preti cattolici erano membri del partito Ustascia, come l'arcivescovo di Sarajewo Ivan Saric; vescovi e sacerdoti cattolici sedevano nel Sobor, il Parlamento croato, che apriva le sue sedute al canto del Veni creator spiritus; padri francescani comandavano i campi di concentramento e lo stesso Pavelic appare in centinaia di fotografie circondato da vescovi, preti, frati, suore e seminaristi. E Stepinac non lo sapeva? Forse fu proprio lui a dettare il messaggio di Pavelic a Pio XII: «Santo Padre! Allorché la provvidenza divina concesse che io prendessi nelle mie mani il timone del mio popolo e della mia patria, decisi fermamente e desiderai con tutte le mie forze che il popolo croato, sempre fedele al suo glorioso passato, restasse fedele in futuro all'apostolo Pietro e ai suoi successori, e che il nostro popolo, compenetrato dalla legge del vangelo, divenisse il regno di Dio». Codesto regno di dio venne intanto delineato dal ministro dell'istruzione Mile Budak: «Ammazziamo una parte dei Serbi, ne cacciamo via un'altra, e il resto, che deve accettare la religione cattolica, sarà accolto nel seno del popolo croato».  Il "beato" Stepinac non ha alzato la voce per fermare il massacro, come hanno fatto, rischiando la loro posizione e a volte la loro vita, tanti militari italiani.

E' difficile dire oggi se e quanto la Croazia abbia effettuato una analisi critica di questo passato, e quanto abbia abbandonato la politica nazionalista di Franjo Tudjman, che ha favorito l'affermarsi dell'integralismo cattolico in Croazia.

Questo Papa, con la beatificazione di Alojzije Stepinac ha dato ancora più vigore al clero cattolico croato, e ha reso più difficile il rapporto e la riconciliazione tra gli slavi ortodossi e i cattolici. I grandi mezzi di informazione, appiattiti sulle "veline" vaticane, ci hanno riversato addosso, durante questo ennesimo viaggio pastorale, "parole di pace e speranza per le vittime della guerra dei Balcani, dal Papa, a Fiume, per il suo centesimo viaggio. Un ricordo delle ferite della guerra, presenti qui come in Paesi vicini, è stato fatto dal Papa, che ha auspicato un veloce inserimento della Croazia nella CEE". "Parole di pace e di speranza", come quelle che hanno giustificato e accompagnato i "bombardamenti umanitari" che hanno disintegrato la Jugoslavia e messo in ginocchio la Serbia, lasciando il Kosovo in preda a bande di terroristi albanesi e all'impotenza delle Nazioni Unite.

Forse il presidente croato Mesic e il Papa non sanno che, nella Jugoslavia socialista le religioni erano più rispettate di quanto non lo sia ora lo stesso cattolicesimo nella "cattolicissima Croazia". Scrisse il politico Cubrilovic, dopo la morte di Tito nel 1980: "E stato un grande ateo, ma il comunista Josip Broz Tito è stato sepolto con tutti gli onori, perfino dalle Chiese. Le gerarchie di tutte le comunità religiose dovevano riconoscere che milioni di credenti hanno veramente amato e stimato Tito, e che sono stati addolorati alla notizia della sua morte" (Da "La battaglia più sofferta di J. Broz Tito"di Staumbringer )

Ma la Jugoslavia come realtà unitaria e organica dava fastidio al Vaticano. Ricordiamo alcune date:

Nel 1918  Il Vaticano si pronunciava contro la formazione della Jugoslavia,decisa a Versailles da Francia e Inghilterra. Motivo: popolazioni cattoliche finirebbero nell'orbitta ortodossa dei serbi, popolo egemone del nuovo Stato.

Fra il 1918 e il 1941 cresceva la fortissima opposizione della Chiesa ortodossa, diventata nel frattempo indipendente da Costantinopoli, a un accordo fra Belgrado e il Vaticano relativo ai rapporti tra lo Stato e i cattolici. La mancata firma del concordato faceva crescere la tensione tra Belgrado e la Chiesa slovena e croata.

Fra il 1941-1945 - L'arcivescovo di Sarajevo, Saric, si distingueva in ferocia, mentre a Zagabria, l'arcivescovo Stepinac salutava il nuovo stato indipendente croato di Pavelic.

Nel 1945  gli immensi beni della Chiesa (case, edifici di culto, boschi, campi, abbazie) venivano nazionalizzati dal nuovo regime comunista.

Nel 1946 Stepinac veniva arrestato per collaborazionismo e condannato al carcere. Tito, temendo di farne un martire,  gli offriva l'esilio, ma l'arcivescovo rifiutava.

Veniva rinchiuso per 5 anni nel carcere di Lupoglava. Poi gli venivano concessi gli arresti domiciliari (Con ampia libertà di ricevere chiunque volesse. Sono documentate anche le visite dello scultore Ivan Mestrovic, residente negli USA).

Nel 1953  Papa Pacelli nominava Stepinac cardinale, e, per reazione, Tito rompeva  i rapporti diplomatici col Vaticano. Per gli ortodossi Stepinac rimaneva il simbolo della ferocia ustascia. Stepinac muore nel 1960, e subito circolano le voci di avvelenamento. Così, appena preso il potere nel 1990 "l'anticomunista" (dopo essere stato comunista.) Tudjman disporrà l'autopsia. Non fu mai accertato l'avvelenamento.

Tra il 1987 e il 91 le Chiesa di Lubiana e Zagabria tuonano contro il "centralismo belgradese" e i tentavi egemonici di Milosevic. Il Vaticano, con la sua diplomazia sommersa punta sull'indipendenza delle due repubbliche di Slovenia e Croazia.

Nel 1992 lo Stato Vaticano riconosce l'indipendenza di Slovenia e Croazia con anticipo su tutti gli altri Stati. L'atteggiamento antiserbo della Chiesa è netto.

Nel 1994 in Bosnia, il Papa preme per un intervento armato in favore dei musulmani e contro gli "aggressori di Sarajevo", cioé i serbi. E' la storica riscoperta della "guerra giusta" di agostiniana memoria. Nella precedente guerra, quella del Golfo, il Papa aveva proclamato la sua assoluta neutralità. Da allora subisce un ulteriore rallentamento il processo di riavvicinamento alla Chiesa Ortodossa. A tutt'oggi Wojtyla non è ancora riuscito a incontrare il patriarca di Mosca.

Dal 1994 si raffreddano i rapporti tra la Chiesa e il presidente Tudjman ("diventato più cattolico dello stesso Papa"), rimproverato di eccessi nazionalistici. Ma Tudjman dimostra verso la Chiesa una disponibilità unica a restituire almeno in parte i beni nazionalizzati. In questo clima, Wojtyla visita per la prima volta Zagabria e Sarajevo.

Nel 1998 il papa decide la beatificazione di Stepinac e la nuova visita in Croazia nel segno della "riconciliazione etnica e del dialogo ecumenico".

 Marco Aurelio Rivelli, autore de  "L'Arcivescovo del genocidio"( Milano '99, Kaos edizioni), intervistato da Vittorio Bellavite, raccontava che: " ...si tratta appunto di un "genocidio occultato". Non è conosciuto in Occidente ed è stato trascurato dalla storiografia ; gli sterminatori erano fanatici fascisti che impugnavano la croce ed il pugnale, erano appoggiati da gran parte del clero cattolico e dai Vescovi. I militari italiani cercavano di frenarli ; gli sterminati non erano ebrei ma altri cristiani giudicati scismatici perché ortodossi. Il Vaticano sapeva tutto e tacque. Innumerevoli segnalazioni giunte da Londra, dagli Usa, dal governo iugoslavo in esilio con richiesta di intervento non furono raccolte dal Vaticano (l'unico a protestare era il Card. Tisserant, allora uno dei pochissimi non italiani nella Curia). Ciò spiega anche in buona parte la guerra civile scoppiata in Jugoslavia nel '91. In Jugoslavia però esiste un'opera monumentale in parecchi volumi di Milan Bulajic. Questo storico ha passato la sua vita a ricostruire il genocidio, villaggio per villaggio, famiglia per famiglia, campo di concentramento per campo di concentramento. Ci sono i nomi, i luoghi, le date. In Jugoslavia tutti sanno per esperienza diretta, le notizie passano di generazione in generazione; si tratta poi di fatti non ancora troppo lontani.

Il genocidio inizia immediatamente. Come gli ustascia si insediano a Zagabria ( a metà dell'aprile '41 ) inizia il massacro. e continua per settimane e anni. I massacri non sono occultati  ma ben noti, visibili, per le strade, nelle Chiese ortodosse.... lo sterminio avvenne con tale crudeltà (nei confronti di donne, bambini, con mutilazioni, accecamenti, sventramenti.....) da essere un unicum tra le atrocità della seconda guerra mondiale e nella storia degli ultimi secoli. Le truppe italiane di occupazione già nell'agosto del '41 ampliarono l'area che occupavano dall'Istria e dalla Dalmazia verso Est di un centinaio di chilometri, estromettendo del tutto gli ustascia dove arrivavano. Gli italiani riaprirono le Chiese ortodosse e ciò suscitò la reazione di Stepinac presso i militari italiani. "

E vediamo come certa stampa di ispirazione cattolica ha commentato in questi giorni la visita del Papa in Croazia, paese tormentato dalle "guerre balcaniche, una terra che ha da sempre difeso le proprie radici cattoliche e cristiane. Anche nei momenti più duri del comunismo titino, la Chiesa croata ha testimoniato la propria fedeltà a Roma grazie a personalità come il cardinale Aloijze Stepinac (poi dichiarato beato) o il cardinale Franjo Kuharic, allievo dello stesso Stepinac e faro spirituale dei croati durante la violenza guerra con i serbi quando, fra il 1991 e il 1992, si è disfatta la Federazione di Jugoslavia. La prima visita del Papa in Croazia fu nel 1994 quando parlò a una folla oceanica riunita a Zagabria, nella capitale, senza dimenticare che qualche centinaio di chilometri più a sud, oltre confine, in Bosnia Erzegovina, si stava consumando una delle più violente guerre del ventesimo secolo. Nella sua seconda visita il Papa si fermò a Spalato, nel cuore della Dalmazia e poi ancora nella capitale croata. Fu in quell'occasione che, durante un incontro con i rappresentanti del mondo della cultura, disse: «In questa regione, dove per secoli si sono incontrate visioni del mondo diverse, occorre continuare a impegnarsi insieme per la cultura, senza indulgere a sterili contrapposizioni, ma coltivando piuttosto sentimenti di rispetto e riconciliazione». Un appello alla fratellanza e ai valori del cristianesimo che il Papa non mancherà di ripetere anche adesso."

Di quale "rispetto e riconciliazione", di quale "fratellanza" e di quali "valori del cristianesimo" si parli, si può facilmente capire dall'impulso dato da questo Papa al "beato criminale" Stepinac, e dalla capacità dimostrata dalla diplomazia vaticana di soffiare, da sempre, sui venti di guerra che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia e al martirio dei Serbi in Kosovo e Metohija.
 

Maria Lina Veca  


http://www.linjat.org/site/2006/04/14/santo-subito-biografia-criminale-di-un-papa/

Santo subito. Biografia criminale di un papa

Anche se non è possibile riassumere in un breve intervento il pontificato di Papa Wojtyla, uno dei papi più longevi della Storia, la cui elezione data dal 16 ottobre 1978, proviamo a trarre un sintetico bilancio. La difficoltà è accresciuta dal fatto che Wojtyla è stato davvero il papa di tutti, anche se non nel senso evangelico del termine.
È stato il papa di Gianfranco Fini e di Walter Veltroni, concordi nel ringraziare il roccioso combattente reazionario polacco per aver dato la spallata decisiva a quello che ritengono di comune accordo il male peggiore del secolo XX; è stato il papa di Gorbaciov, grato per avergli dato man forte nello sgretolamento dell’Unione Sovietica, e di Reagan, di Pinochet , di Somoza, della Junta golpista argentina; il Papa dei vescovi reazionari latinoamericani, riconoscenti per la repressione della Teologia della liberazione; il Papa della razzista Oriana Fallaci e del pacifista Bertinotti. Tutti chini, non per rispetto della parola di Gesù di Nazareth, ma delle proprie convinzioni e progetti politici. Il cinismo della comune commozione di fronte alla morte del Papa non ne è che l’ulteriore conferma.

Wojtyla è stato il primo papa non italiano dai tempi dell’olandese Adriano VI, morto nel 1523. Succeduto a papa Luciani, la cui morte dopo appena 33 giorni di pontificato è ancora avvolta nel mistero, si è imposto subito per la partecipazione alla guerra fredda contro l’Unione Sovietica. L’elezione del primo papa polacco non è stato un fulmine a ciel sereno, ma ampiamente sostenuta e probabilmente preparata dalla Cia e dall’ Opus Dei. Il suo anticomunismo era ampiamente conosciuto, in Polonia e allestero. Fin dal 1971 il futuro papa era noto per le prese di posizione contro il regime di Varsavia ed era stato molto attivo in Polonia nell’organizzare movimenti e
associazioni di protesta. Le sue omelie vennero perfino incriminate in base all’articolo 194 della legislazione polacca dell’epoca. Sembrava dunque il candidato ideale ad aiutare l’imperialismo americano che aveva individuato nella Polonia il tallone d’Achille dell’impero del male sovietico. In cambio del suo sostegno l’Opus Dei venne emancipata dalla subordinazione ai Vescovi e divenne molto più importante nella gerarchia vaticana. Ne ha canonizzato il fondatore, il franchista Escrivà de Balaguer, morto solo nel 1975. Il 30 dicembre 1982 il Wall Street Journal scriveva: L’alleanza è del tutto naturale perché l’Opus Dei e Giovanni Paolo II condividono tre preoccupazioni: un’opposizione fissata al comunismo; un forte desiderio di aumentare l’autorità del papa e un deciso impegno a preservare la dottrina ortodossa della Chiesa sull’aborto, la contraccezione, il celibato dei preti e su altre preoccupazioni tradizionali. Il pontificato di Giovanni Paolo II si è svolto esattamente lungo queste tre direttrici. E grazie alla posizione conquistata sotto il pontificato di Wojtyla l’Opus Dei potrebbe giocare oggi un ruolo decisivo nella designazione del successore.

Ad appena tre giorni di distanza dal suo insediamento, in un rapporto del 19 ottobre 1978, la Cia considera l’elezione del nuovo papa polacco una pericolosa minaccia per la stessa Unione Sovietica. E nota che in Polonia, Bielorussia, Lituania e Ucraina, la Chiesa cattolica sta prendendo la testa del rinato nazionalismo anticomunista, mentre in Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est si assiste a un’accelerazione delle riforme e a una rinascita della Chiesa Protestante. L’elezione di Wojtyla, nota ancora il rapporto, contribuirà in maniera decisiva alla rottura del legame tra i Partiti comunisti dellEuropa occidentale e Mosca, già indeboliti dall’avvento dell’Eurocomunismo nel 1976. Si può dire che se Dio è stato il primo a benedire l’avvento di Giovanni Paolo II la Cia non è stata meno rapida.

In seguito all’ascesa al soglio pontificio, il neo eletto papa intensificò tutto il suo attivismo ideologico nei confronti non solo della Polonia, ma di tutte le nazioni cattoliche del blocco sovietico, la Lituania, la Lettonia, l’Ucraina e la Bielorussia. Nel giugno del 1979, il viaggio in Polonia diventa l’occasione di una protesta di massa contro il regime stalinista di Varsavia, nella quale la Chiesa assume il ruolo centrale. L’occasione per tramutare l’offensiva ideologia in offensiva politica venne fornita dalla crisi polacca del 1980, con la nascita di Solidarnosc. Il contributo ideologico e politico del Vaticano alla nascita di Solidarnosc fu sostanziale. Quello economico ancora di più. Il finanziamento di Solidarnosc fu il risultato di complesse operazioni che ebbero come protagonisti il banchiere Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano, la Mafia e lo Ior (Istituto opere religiosa, la banca vaticana) diretta da monsignor Marcinkus. Lo stesso papa Wojtyla, vicino all’Opus Dei difenderà Marcinkus accusato di bancarotta fraudolenta per il Caso Ior-Banco Ambrosiano (e solo l’extraterritorialità del Vaticano ne ha impedito l’incarcerazione).

Ecco ciò che scriveva Tony Zermo sul giornale La Sicilia il 7 gennaio 2003:

Diciamo che la storia comincia all’incirca negli anni ‘70 quando Cosa Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro dev’essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un’altra ancora in Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un’altra parte viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona [e dove va un’altra importantissima parte ? riuscite ad immaginarlo ? ndr]. Quando fa bancarotta nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all’arsenico: come anni addietro all’Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l’uccisore di Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice “ragiunatt” era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano. Calvi, il “banchiere dagli occhi di ghiaccio”, sembrava l’uomo giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all’Ambrosiano. Del resto “pecunia non olet” e nessuno potrà mai provare con certezza che quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra. Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed esattamente allo Ior, l’istituto bancario della Santa Sede gestito da mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi passarono dall’Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c’era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò “Solidarnosc” di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli altri Paesi satelliti dell’Urss. Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse niente: aveva affidato i suoi “risparmi” a Calvi perché li facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a “Solidarnosc”. E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei “Frati neri” sul Tamigi. A distanza di venti anni s’è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi. Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia c’era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici.

Controllata dal Vaticano e dalla Cia, Solidarnosc divenne il cavallo di Troia dell’imperialismo nell’intero blocco sovietico. Un altro importante polacco, Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora presidente americano Jimmy Carter, dichiarò “Mi sono trovato a mio agio con Casey [direttore della Cia]. E’ stato molto flessibile e poco burocratico. Ha cercato soluzioni inedite. Ha fatto tutto ciò che bisognava fare per appoggiare gli sforzi clandestini in termini di materiale, reti, ecc ed è per questo che Solidarnosc non è stata schiacciata” (24 febbraio 1992). Ma è il successore di Carter, Ronald Reagan, a comprendere in maniera decisiva le potenzialità dell’alleanza tra il Vaticano e l’imperialismo americano. In un rapporto del 1982 la Cia assume decisamente la direzione politica dell’affare polacco, consigliando al Vaticano una strategia di piccoli passi, mentre Wojtyla rafforza le tendenze anticomuniste all’interno della Chiesa e interviene nella politica polacca tramite il cardinale Glemp. Tra la fine del 1982 e il 1983 avviene la svolta nel blocco sovietico; a Breznev succede Andropov, uno dei responsabili della repressione ungherese del 1956, ma ora riformista, Walesa riceve il Nobel per la pace e Reagan inaugura il progetto di guerre stellari. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e dell’intero blocco sovietico nel 1991 giunsero al culmine di questo processo inaugurato dall’elezione di Wojtyla.

Il Vaticano, i suoi partner finanziari e naturalmente il suo partner politico più importante, l’imperialismo Usa, non mostrarono in America Latina lo stesso zelo per i diritti umani. Anche in America centro-meridionale la politica del Vaticano ebbe come stella polare l’anticomunismo.Tuttavia l’America Latina non era governata da partiti stalinisti bensì da sanguinarie giunte di destra. Il Cardinal Sodano, nunzio apostolico in Cile, fu uno dei più ferventi sostenitori della dittatura del boia cileno Augusto Pinochet, mentre il nunzio apostolico in Argentina, mons. Laghi, benediceva la giunta militare e mons. Tortolo giungeva ad equiparare il golpe argentino del 1976 con la Resurrezione pasquale. I responsabili di queste relazioni sono stati tutti promossi ai posti più alti della gerarchia vaticana, compresa la segreteria di Stato. In particolare uomini dell’Opus Dei sono stati tra i più influenti consiglieri di Pinochet, come il ministro degli esteri Cubillos, o uno degli uomini più ricchi del Cile, Cruzat, il cui impero attorno alla Banca di Santiago consisteva di oltre 250 aziende. Cruzat pagava ogni anno all’Opus Dei milioni di dollari in sovvenzioni. Dopo aver incontrato e benedetto di persona il boia cileno, arriva il 18 febbraio 1993 il Papa invia la sua speciale benedizione su Augusto Pinochet e signora in occasione delle nozze doro. I diritti umani in America latina sono evidentemente meno importanti che in Europa, dove possono essere usati come parola in codice della guerra fredda.

Se da una parte il Vaticano promuoveva alle più alte cariche gli elementi particolarmente reazionari del clero sudamericano, dall’altra concentrava la repressione all’interno della Chiesa contro la cosiddetta Teologia della liberazione.

In occasione del suo viaggio in Nicaragua nel 1983 il Papa condannò energicamente il falso ecumenismo dei cattolici impegnati nel processo rivoluzionario sandinista e li invitò all’unità sotto la direzione del vescovo di Managua, il reazionario monsignor Miguel Obando y Bravo, nominato cardinale subito dopo il viaggio.

Nata in America Latina, ma diffusasi in altre parti del mondo, soprattutto in Asia e in Africa, la Teologia della liberazione è una corrente che si propone la riflessione su dio, come tutte le teologie, ma la coniuga con le necessità sociali. Parla di liberazione dei poveri dalla fame, dall’oppressione e dallo sfruttamento, non semplicemente di liberazione dopo la morte. Il punto di partenza è dunque costituito dal tentativo di coniugare cristianesimo ed emancipazione sociale. I teologi della liberazione criticano soprattutto l’intreccio tra la Chiesa cattolica e i poteri forti, che nei paesi del terzo e quarto mondo, spesso sono rappresentati da dittature feroci. Questa tendenza appariva dunque pericolosa sia per le gerarchie ecclesiastiche che per i loro mentori politici locali e regionali. La reazione della Chiesa di Roma e in particolare del Papa è stata durissima. Il cardinal Ratzinger ha accusato questa corrente di marxismo e ateismo, ai teologi venne impedito di continuare il loro insegnamento, ai centri didattici legati alla Chiesa di parlare di questa dottrina. Lo stesso Wojtyla, in occasione di un viaggio in Nicaragua nel 1996, dichiarò che con la morte del comunismo anche questa corrente non aveva ragione di esistere. In questo modo si considerava la teologia della liberazione semplicemente una corrente subordinata al Vaticano, strumentale alla lotta al marxismo, che si proponeva cioè di strappare all’ideologia marxista legemonia sulle masse oppresse. Finito il marxismo, la teologia della liberazione aveva perso il suo ruolo di concorrente. La repressione di questa corrente si è inserita in un contesto di profonda restaurazione passatista. Il documento Dominus Jesus ha posto fine al tentativo di dialogo con le altre confessioni religiose, al di là delle esibizioni mediatiche degli incontri di Assisi. Sono stati sospesi e condannati i tentativi delle Chiese locali di adattare la liturgia alle varie culture, diversi teologi hanno subito la proibizione ad insegnare, mentre ad altri, autori di libri ritenuti non ortodossi, sulla verginità della Madonna o sull’origine del Purgatorio, per esempio, sono stati oggetto di scomunica o di pesanti condanne.

Caduto l’impero del male sovietico, la frenetica attività del papa si è rivolta alla nomina di centinaia di santi e beati della Chiesa. Alla fine il totale sforerà quota 1500, un record! L’iperattivismo di Wojtyla ha una ragione: la necessità di imporre la Chiesa di Roma al centro dell’attenzione. La beatificazione o la santificazione hanno costituito un potente segno del messaggio restauratore del Vaticano. Ogni cerimonia è finita col diventare un messaggio politico. Interi gruppi di martiri sono stati innalzati all’altare, dai sacerdoti bulgari, che hanno subito la pena capitale in seguito a un processo del 1952, a un gruppo di 31 martiri ucraini, a 25 vittime della guerra civile messicana degli anni Venti. 120 sono stati i martiri cinesi, dal 1600 agli anni Trenta.

E naturalmente impossibile ripercorrere tutte le fasi di una così frenetica attività beatificatoria. Particolarmente significative sono stati però tre episodi, indicativi delle preoccupazioni del Papa.

Il primo riguarda la beatificazione, avventa nel marzo del 2001, dei 233 preti e laici franchisti uccisi durante la Guerra civile spagnola dagli anarco-comunisti. Il clero spagnolo, durante la guerra civile del 1936-39, si spaccò tra leali al governo legittimo del Fronte popolare da una parte e ai golpisti di Francisco Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini, dall’altra. Molti sacerdoti inoltre parteciparono alle brigate internazionali che accorrevano da più parti d’Europa in difesa della Repubblica. Dopo l’occupazione delle Asturie lo stesso Franco ordinò una feroce repressione e la messa a morte di quanti avevano combattuto tra le file repubblicane, tra cui qualche centinaio di sacerdoti. Queste vittime della repressione franchista-fascista non hanno però trovato ancora un papa che le beatifichi. Così come non l’hanno trovato le migliaia di sacerdoti copti massacrati dal fascismo in Etiopia per il solo sospetto di essere oppositori del colonialismo di Roma. La consacrazione selettiva delle vittime dell’anarco-comunismo, come si è espresso Giovanni Paolo II durante la celebrazione, costituisce da parte del Vaticano una rivalutazione postuma del Regime di Franco e un programma politico preciso.

Il secondo episodio riguarda la beatificazione di Alojzije Stepinac, avvenuta in Croazia nell’ottobre del 1998. Stepinac, considerato da Wojtyla una delle prime vittime del comunismo, in realtà è stato un fedele alleato del regime Ustascia di Ante Pavelic, che in quattro anni sterminò centinaia di migliaia di serbi, ebrei, zingari e altre minoranze in nome della purezza etnica e religiosa della Croazia, in quanto alleato subordinato di Hitler e Mussolini. Vari prelati sedevano nel governo di Ante Pavelic, alcune centinaia di religiosi parteciparono direttamente al massacro (v Marco Aurelio Rivelli: L’arcivescovo Stepinac, altro che martire, in il Manifesto, 3 ottobre 1998). Lo stesso Stepinac dispose la celebrazione del Te Deum allatto dell’insediamento del governo Pavelic e in seguito, perfino quando i massacri e le deportazioni erano ben conosciute, in una lettera del 24 maggio 1943 al Cardinale Maglione, rassicura la gerarchia vaticana, che sollevava dubbi sul regime di Pavelic: Dal detto segue che il Regime attuale in Croazia pare almeno di essere di buona volontà, la quale non può essere negata dalla Chiesa. Lo stesso centro Simon Wiesenthal ha considerato la
beatificazione di Stepinac una provocazione. La beatificazione di Stepinac giunge al culmine di un processo che ha visto il Papa impegnarsi in prima persona a favore della sanguinosa guerra che ha distrutto lex Jugoslavia. Il Vaticano (e la Germania) furono i primi a riconoscere la repubblica di Croazia, proclamata su basi etniche e religiose quando ancora esisteva la federazione jugoslava. La benedizione di Wojtyla al nazionalismo croato servì da miccia per l’esplosione della guerra serbo-croata, alimentò il nazionalismo, fece precipitare la crisi bosniaca. Col viaggio del 1994 e infine la canonizzazione di Stepinac, il Vaticano sosteneva apertamente Tudijman, il nuovo poglavnik (duce) della cattolicissima Croazia, che si presentava apertamente come l’erede di Pavelic. Come ricompensa al sostegno vaticano il governo di Zagabria restituiva alla Chiesa di Roma i beni confiscati dalla Repubblica federale jugoslava.

Dopo aver attaccato il comunismo, il Papa ha preso di mira la stessa ideologia della Rivoluzione francese, come paradigma di ogni idea di progresso. In un discorso pronunciato il 19 settembre 1996, in Vandea, così si rivolge il Papa ai fedeli di questa regione passata alla storia per essersi opposta alla Rivoluzione francese e aver scatenato il terrore bianco contro i rivoluzionari: “Voi siete gli eredi di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di rimanere fedeli alla Chiesa di Gesù Cristo, quando la sua libertà e la sua indipendenza erano minacciate”. Più che a Cristo il clero e i nobili della Vandea, regione a nord della Francia, furono fedeli al Re e a un sistema di privilegi che non volevano abbandonare. Nel 1789 organizzarono la resistenza alla Rivoluzione nel tentativo di restaurare l’Antico Regime. La rivolta vandeana giunse a spalancare i porti all’invasione inglese, che rischiava di travolgere il neonato potere rivoluzionario, già minacciato dalla reazione monarchica e dai suoi alleati austro-prussiani. Anche i martiri vandeani hanno avuto naturalmente la loro beatificazione.

Come se Wojtyla avesse voluto far girare all’indietro il film della storia e del progresso: dalle Repubbliche popolari nate nel dopoguerra, alla Rivoluzione russa, fino alla Rivoluzione francese; un filo percorre le scelte del pontificato di Wojtyla, che si sposa col cattolicesimo liberale moderato: l’idea delle masse come oggetto e non soggetto di trasformazione sociale. La stessa enciclica Laborem exercens del 1981, riprende il progetto del cattolicesimo sociale ponendosi in concorrenza con la teoria marxista sul terreno dell’egemonia sulla classe operaia. Le masse devono subire passivamente i processi sociali, determinati da un potere sul quale non hanno controllo, ma che deve paternalisticamente badare alle loro necessità. Quindi si criticano gli eccessi del liberismo e del capitalismo, ma l’essenza del socialismo. Il pericolo principale da scongiurare è la possibilità che il proletariato si emancipi istituendo un proprio sistema di potere da contrapporre al potere della borghesia. Dieci anni dopo la Centesimus annus travolge nella sua critica non solo il socialismo marxista ma lo stesso razionalismo illuministico.

Predicando contro il potere, lo stesso Giovanni Paolo II è stato un uomo di potere. Ha utilizzato l’enorme apparato della Chiesa cattolica romana, le sue quasi sterminate risorse finanziarie, il rapporto privilegiato con l’imperialismo americano e un iperattivismo mediatico per rafforzare la gerarchia ecclesiastica e subordinarla all’autocrazia papale. Lo stesso principio di collegialità episcopale, diffuso dal Concilio Vaticano II, sotto Karol Wojtyla è andato disperso. Lo strumento privilegiato è stato il Servizio diplomatico e la Nunziatura, direttamente controllati dal Papa. Sotto Giovanni Paolo II la Chiesa ha rafforzato il peso dell’apparato, finendo per distruggere altre istanze e
forze vive richiamando i fedeli, ma non solo, a una stretta ortodossia cattolica tradizionalista.

Nulla è rimasto inespresso nel pensiero di Giovanni Paolo II, dalle grandi questioni politiche alle questioni sociali quotidiane alle questioni morali. In particolare su queste ultime si è fondata l’edificio di una grande restaurazione dottrinale della Chiesa. Innumerevoli sono i documenti nei quali il Papa ha preso posizione. Perfino i villaggi vacanza, luoghi di un turismo vuoto e superficiale, sono caduti sotto la scure del pontefice. Ma è stata la famiglia il terreno privilegiato
della restaurazione cattolica. Su questo aspetto il Vaticano è rimasto sordo a ogni richiesta di rinnovamento che provenisse dalla società civile. E cuore della famiglia sono i figli. Wojtyla ha ribadito più volte la concezione che scopo della famiglia è la procreazione. Ha quindi condannato senza mezzi termini qualsiasi controllo o pianificazione delle nascite. Perfino di fronte all’esplosione dell’epidemia di Aids in Africa il Papa ha condannato l’uso dei profilattici. Il che ha impedito che centinaia di migliaia di vite venissero salvate. L’omosessualità viene condannata come atto contro natura e il possibile riconoscimento legale, di qualsiasi tipo, delle coppie omosessuali ha incontrato sempre una netta chiusura negli ambienti vaticani. Il divorzio è nettamente condannato.

Ma dove il Vaticano ha insistito maggiormente, e in modo più intenso negli ultimi tempi, è nella netta opposizione all’aborto e nella difesa dell’embrione, definito soggetto umano con una ben definita identità. Nell’Evangelium vitae del 1995, accanto a una condanna senza mezzi termini della contraccezione o di qualsiasi controllo delle nascite, dell’eutanasia, ecc., si teorizza la disobbedienza alle leggi quando queste violino la morale cattolica: L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. Nell’agosto del 2000 la Pontificia accademia pro vita, istituita da Wojtyla nel 1993, ha condannato la ricerca sulle cellule staminali e nel 2001 lo stesso Pontefice, rivolgendosi ai medici cattolici, ha ribadito le convinzioni morali della Chiesa, auspicando anche qui la necessità della cosiddetta obiezione di coscienza, ovvero la violazione delle leggi vigenti, per medici, ostetriche ecc.

L’enciclica Evangelium vitae tuttavia è importante anche per un altro aspetto. Essa contiene una casistica dettagliata sui doveri del cattolico che occupi posizioni istituzionali, di fronte a un dilemma di coscienza. Mira quindi al condizionamento religioso della vita politica del Paese. Un attacco alla laicità dello Stato che culmina in questi giorni con la pesante intromissione ecclesiastica nel referendum sulla procreazione assistita. La visione del mondo che Wojtyla ha voluto diffondere è una visione ampiamente antimodernista. A questo scopo ha utilizzato tutti gli strumenti di forte impatto mediatico messi a disposizione dalla modernità. Si tratta di un utopico ritorno al Medioevo, quando l’Europa si chiamava Cristianità. Da qui l’insistenza al riconoscimento delle radici cristiane nella Costituzione Europea. Lo scopo è rendere la religione un affare pubblico, ovvero fondamento di diritto. In questo modo la legislazione europea si sarebbe dovuta piegare ed adeguare ai principi morali della Chiesa cattolica in tema di famiglia, aborto, omosessualità, ecc. Ma a ben guardare la logica della nominatio Dei nel preambolo costituzionale europeo andava oltre, fondava la comunità europea su basi religiose e non su basi politiche, stabilendo la superiorità del Dio dei cattolici sulla volontà popolare. E, implicitamente, la superiorità del suo rappresentante in terra, il Vescovo di Roma sulle istituzioni politiche.

La scena di un povero vecchio che muore, resaci incessantemente dalla pruderie necrofila dei mass media, non può oscurare l’essenza reazionaria del pontificato di Wojtyla e del suo grandioso progetto di restaurazione che cerca di fare piazza pulita di tre due secoli di progresso ed emancipazione. Né può farci dimenticare che l’emancipazione umana è, oltre che emancipazione sociale e politica, consiste nell’emancipazione della ragione dai dogmi ciechi della fede.

Gino Candreva, 3 aprile 2005


(Presidente dell’Istituto Pedagogico della Resistenza, Via degli Anemoni, 6, 20147 Milano,
Tel.: +39 02 41 09 20, www.resistenza.org, e-mail: info@resistenza.org)

http://www.agapecentroecumenico.org/sito/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=79 


http://www.we-are-church.org/it/attual/Stepintriv.htm

Intervista a Marco Aurelio Rivelli

(a cura di Vittorio Bellavite)

 

 

L'Arcivescovo del genocidio

Il suo volume "L'Arcivescovo del genocidio"( Milano '99 Kaos edizioni L. 35.000) ha destato grande scalpore per la documentazione sul genocidio effettuato dagli ustascia di Ante Pavelic nei confronti dei serbo-ortodossi negli anni '41-'45 con la complicità del clero cattolico e con l'avvallo del Card. Stepinac, allora Primate di Croazia.Cosa l'ha indotto a scrivere di questo argomento?

 

Ho sviluppato la tesi di laurea che ho dato nel '81 all'Università "la Sapienza" di Roma. L'argomento allora ed in seguito mi ha coinvolto moltissimo sia per la mia passione per gli studi storici sia perché mi sono reso progressivamente conto che questo aspetto della seconda guerra mondiale era tra i più ignorati nella cultura occidentale e che questa ignoranza era inconcepibile per la gravità dei fatti che sono riuscito a ricostruire.

Ha avuto qualche sponsor?

No, ho lavorato da solo. Non sono uno storico di professione, è l'unico libro che ho scritto; ho approfittato di miei viaggi per altre mie attività per esaminare documenti e cercare testimonianze dirette in Argentina, in USA, in Spagna oltre che naturalmente in Croazia e in Italia. E' un lavoro che porto avanti da quasi vent'anni. La bibliografia in calce al libro testimonia che ho esaminato tutto quanto c'è in materia e che ho cercato fonti dirette. Mi ha indotto a rompere gli indugi e a concludere il libro il documento ufficiale del Sottosegretario di Stato americano Stuart E. Eizenstat del giugno '98 che parla esplicitamente dello sterminio nel '41-'45 di 700.000 serbi e della conoscenza che di ciò avevano sia gli Alleati che il Vaticano. L'occultamento non è più possibile. Il documento americano è stato fatto in occasione delle ricerca dell'oro trafugato agli ebrei a partire dalla Conferenza internazionale tenutasi a Londra nel dicembre '97 su questo argomento con la partecipazione di 41 paesi.

Perché il titolo dell'edizione francese è "Le genocide occulté"?

Perché si tratta appunto di un "genocidio occultato". Non è conosciuto in Occidente ed è stato trascurato dalla storiografia ; gli sterminatori erano fanatici fascisti che impugnavano la croce ed il pugnale, erano appoggiati da gran parte del clero cattolico e dai Vescovi. I militari italiani, pure fascisti, cercavano di frenarli ; gli sterminati non erano ebrei ma altri cristiani giudicati scismatici perché ortodossi. Il Vaticano sapeva tutto e tacque. Innumerevoli segnalazioni giunte da Londra, dagli Usa, dal governo iugoslavo in esilio con richiesta di intervento non furono raccolte dal Vaticano (l'unico a protestare era il Card. Tisserant, allora uno dei pochissimi non italiani nella Curia). Ciò spiega anche in buona parte la guerra civile scoppiata in Jugoslavia nel '91.

Anche all'estero questo genocidio è occultato?

Mi sembra di sì. In Jugoslavia però esiste un'opera monumentale in parecchi volumi di Milan Bulajic. Questo storico ha passato la sua vita a ricostruire il genocidio, villaggio per villaggio, famiglia per famiglia, campo di concentramento per campo di concentramento. Ci sono i nomi, i luoghi, le date. In Jugoslavia tutti sanno per esperienza diretta, le notizie passano di generazione in generazione; si tratta poi di fatti non ancora troppo lontani. Si trovano ancora testimoni diretti.

Perché questa sua ricerca è stata edita in Francia prima che in Italia?

Non ho trovato un editore in Italia. Allora l'editore svizzero-francese "L'age d'homme" ha tradotto il libro in francese. A Parigi è stato ben accolto e presentato dall'ex-ministro Gabriel Kaspereit con grande affluenza di pubblico. Finalmente con l'editore "Kaos" è stato pubblicato anche da noi ed ora si sta vendendo. Il libro è stato ripreso in molti articoli, dal "Corriere della sera" (Ettore Mo) a "Repubblica" (Marco Politi) al "Giornale", all' "Osservatore romano", ad altre pubblicazioni.. Forse l'occultazione del genocidio non continuerà per sempre.

La lettura del libro è un incubo. Pensavamo di sapere già il peggio del peggio con la conoscenza della Shoà. In che cosa questo genocidio è diverso da tutto quello che già sappiamo?

Il genocidio inizia immediatamente, senza alcuna organizzazione o preparazione (come invece avvenne per l'Olocausto meticolosamente preparato e gestito). Come gli ustascia si insediano a Zagabria ( a metà dell'aprile '41 ) inizia il massacro. e continua per settimane e anni. I massacri non sono occultati (come invece cercavano di essere i lager tedeschi) ma ben noti, visibili, per le strade, nelle Chiese ortodosse....Non c'erano nazisti contro ebrei ma fanatici fascisti di confessione cattolica contro altri cristiani ma serbi e di osservanza ortodossa (cioè non dipendenti da Roma ma dal Patriarcato serbo di Belgrado e dai loro Vescovi ortodossi croati). In Croazia il genocidio degli ebrei, che erano solo novantamila, fu un'appendice di quello principale e fu sollecitato dai nazisti. I mussulmani furono lasciati in pace; non erano "concorrenti", non facevano proselitismo. Ultima differenza: lo sterminio avvenne con tale crudeltà (nei confronti di donne, bambini, con mutilazioni, accecamenti, sventramenti.....) da essere un unicum tra le atrocità della seconda guerra mondiale e nella storia degli ultimi secoli. Al confronto le camere a gas erano un assassinio soft.

Le truppe italiane assistettero al massacro passivamente?

No. Le truppe italiane di occupazione già nell'agosto del '41 ampliarono l'area che occupavano dall'Istria e dalla Dalmazia verso Est di un centinaio di chilometri, estromettendo del tutto gli ustascia dove arrivavano. I militari italiani impedivano i massacri sia per motivi umanitari sia per prevenire l'ingrossarsi delle file partigiane che in quel periodo cominciavano ad organizzarsi e che raccoglievano i tanti che erano spinti dalla situazione a passare alla macchia. I tedeschi che occupavano la parte orientale della Croazia e la Serbia lasciavano agire in libertà gli ustascia. Gli italiani riaprirono le Chiese ortodosse e ciò suscitò la reazione di Stepinac presso i militari italiani.

Ci fu chi non stette zitto nella Chiesa cattolica?

Ci fu il parroco della Chiesa di S.Pietro a Zagabria che fu condannato a morte da Pavelic (ebbe poi salva la vita per l'intervento di Stepinac di cui era stato "padre spirituale"). Ci fu il Vescovo di Mostar Alois Misic che denunciò al Card. Stepinac le violenze degli ustascia in quanto rendevano difficile una spontanea conversione degli ortodossi al cattolicesimo.

Che possibilità avevano i serbi di sfuggire al massacro?

Tutti i serbi, compresi i bambini e le donne, erano a rischio di massacro. Si calcola che lo sterminio abbia eliminato un milione di serbi su un totale di due milioni. L'unica possibilità era la conversione al cattolicesimo che infatti in parte avvenne ( si parla di duecentomila conversioni forzate) La salvezza con la conversione indica quanto il genocidio avesse radici nel fanatismo religioso.

E le responsabilità di Stepinac?

Partecipò fin dai primissimi giorni dopo l'invasione nazifascista all'accreditamento del regime ustascia, spesso presenziando alle manifestazioni del regime; membro del Parlamento-fantoccio di Pavelic, condivise l'oltranzismo antiserbo e sostanzialmente tacque sulle stragi (salvo -pare- in alcune omelie che non lasciarono traccia in alcun documento scritto o in alcuna direttiva al suo clero); condivise la linea delle conversioni forzate salvo questionare con gli ustascia su chi dovesse accettarle e gestirle. Stepinac fu definito dal noto storico delle democrazie popolari Francois Fejto " il simbolo esasperato dello sciovinismo cattolico croato".

Il processo fattogli dal regime comunista fu veramente una farsa?

Volutamente non ho scritto niente sul processo. Ho fatto una ricerca sugli anni '41-'45. Per me Stepinac deve essere giudicato a partire da quegli anni e tenendo ben presente quello che successe, l'efferato genocidio dei serbo-ortodossi.

Tito cercò di fare in modo che Stepinac lasciasse la Croazia per non processarlo e per non farne un martire ; il processo infatti si tenne ben sedici mesi dopo la fine della guerra.

La mia ricerca del resto non si occupa solo di Stepinac ma di tutta la vicenda del genocidio e della fuga degli ustascia dopo la sconfitta. Ho contribuito a scoprire " The rat Channel " (il canale dei topi) con cui migliaia di criminali nazisti ed ustascia furono aiutati a fuggire in Sudamerica. Al centro di questa rete di complicità e di questo smistamento c'era il prelato ustascia Mons. Draganovich ed il Collegio ecclesiastico di san Girolamo degli Illirici in Via Tomacelli a Roma.


17 marzo 1999
 


http://www.ecn.org/antifa/article/22/i-crimini-di-guerra-degli-ustascia-e-degli-uomini-di-chiesa


I crimini di guerra degli Ustascia e degli "uomini di chiesa" 

PAPA IN CROAZIA: UN MINUTO DI DOLORE PER LE MIGLIAIA DI VITTIME DEGLI USTASCIA CATTOLICI

19.02.05

 

DOC-1385. ROMA-ADISTA. Una visita lampo, quella compiuta dal papa il 22 giugno a Banja Luka, la capitale della Republika Srpska, nella Bosnia Erzegovina, una regione a maggioranza serba. Per il pontefice l’obiettivo era quello di lanciare un messaggio di riconciliazione ai tre diversi gruppi presenti nella regione: serbi, croati, musulmani. Ma anche per riaffermare il diritto dei profughi di ritornare nelle proprie case visto che, proprio nella Republika Srpska, come ha denunciato di fronte al papa mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, i profughi cattolici fuggiti durante la guerra hanno molte difficoltà a fare ritorno nelle proprie case. Prima della guerra erano 130 mila, ora sono meno di 40 mila. “Finora – ha detto Komarica – nella mia diocesi sono riusciti a rientrare solo il 3 per cento dei fedeli esuli”. Per il vescovo, le cui parole sono state più volte interrotte dall’applauso degli oltre 20 mila fedeli, pesanti responsabilità gravano sull’Unione Europea: “Siamo tristi ed addolorati”, ha detto, per il fatto che l’Europa “tuttora non riconosce noi uomini e popoli di pari diritti con gli altri suoi abitanti”. Nell’intera Bosnia Erzegovina i cattolici rappresentano solo l’11,3 per cento della popolazione. La paura è che la presenza dei cattolici nel Paese possa divenire poco più che testimoniale. Addirittura, secondo il vescovo, c’è il pericolo di “un totale annientamento per la volontà ‘permissiva’ dei potenti di questo mondo”.
Sono d’altra parte assai profonde le ferite che dividono i cattolici dalla maggioranza serba del Paese: significativo il fatto che l’arrivo del papa sia stato duramente contestato dalla popolazione, che ha riempito i muri con manifesti che dicevano “papa, vattene a casa”, o ha dipinto, sopra i manifesti che annunciavano l’imminente visita, la “U” simbolo degli ustascia, la milizia del regime nazi-fascista instaurato in Croazia dal 1941 al 1945 da Ante Pavelic. A Giovanni Paolo II viene infatti rimproverata la sua smaccata simpatia per i croati. Fu infatti lui, nel corso della sua seconda visita in Croazia, nel 1998, a beatificare il cardinale Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria durante la Seconda guerra mondiale, processato e condannato nel 1946 dal governo comunista di Tito per la sua complicità con i più atroci misfatti del dittatore Pavelic, ma frettolosamente riabilitato dalla Chiesa cattolica (v. Adista n. 74/98). Fu sempre il Vaticano, nel 1992, l’unico Stato, insieme alla Germania, a riconoscere l’indipendenza della Croazia, appena staccatasi dalla Federazione jugoslava.
E moltissimi uomini di Chiesa (specialmente preti e religiosi francescani) furono protagonisti, durante il periodo degli ustascia, di crimini orribili contro i serbi ortodossi. La collina di Petricevac, dove il papa ha celebrato la messa, è il luogo dove sorgeva il monastero in cui viveva il francescano padre Miroslav Filipovoc Majstorovic, denominato “frate Satana”, appellativo che si era guadagnato guidando il “Campo della morte”, un campo di concentramento dove sono state uccise migliaia di persone tra serbi, zingari ed ebrei durante la Seconda guerra mondiale. All’uccisione di molte di esse Majstorovic provvedeva personalmente. Il Vaticano si limitò a sospenderlo a divinis. Alla fine della guerra, fu processato e giustiziato dalla Jugoslavia di Tito. Il suo monastero fu raso al suolo dai serbi nel ‘95 (ma era già stato distrutto una prima volta nel 1945). Consapevole del forte rancore nei confronti dei cattolici, durante la messa, Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per le colpe commesse dalla Chiesa: “Da questa città – ha detto -, segnata nel corso della storia da tanta sofferenza e tanto sangue, imploro il Signore onnipotente affinché abbia misericordia per le colpe commesse contro l’uomo, la sua dignità e la sua libertà anche da figli della Chiesa cattolica e infonda a tutti il desiderio del reciproco perdono. Soltanto in un clima di vera riconciliazione, la memoria di tante vittime innocenti e il loro sacrificio non saranno vani, ci incoraggeranno a costruire rapporti nuovi di fraternità e di comprensione”.
Il papa, prima di ripartire per Roma, ha fatto visita privata al Consiglio interreligioso della Bosnia-Erzegovina, di cui fanno parte le autorità religiose cattoliche, ortodosse, islamiche ed ebraiche. Presenti l’arcivescovo di Sarajevo, cardinale Vinko Puljic, il capo della comunità islamica Mustafa Ceric e il rappresentante degli ebrei Jacob Finci. Per la Chiesa serbo-ortodossa bosniaca c’era il vescovo Jefrem: sostituiva il maggiore rappresentante della Chiesa serbo-ortodossa di Bosnia, il metropolita Nikolaj, anche lui membro del Consiglio. Il Patriarca della Chiesa Ortodossa di Serbia, Pavle, cui il papa in apertura dell’omelia che ha tenuto durante la messa, aveva inviato un messaggio di saluto, non ha ritenuto opportuna la sua presenza, a dimostrazione del permanere delle tensioni fra la Chiesa ortodossa serba e la Santa Sede.
Come primo, immediato risultato della sua visita, il pontefice ha comunque incassato l’assicurazione da parte dei tre componenti della presidenza collegiale della Bosnia Erzegovina, Bosislav Paravac, Dragan Covic e Sulejman Tihic, che verranno restituiti a cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei i beni confiscati durante il periodo comunista.
Sulla visita del papa in Bosnia abbiamo chiesto una valutazione allo storico Marco Aurelio Rivelli. Studioso della questione jugoslava e dei rapporti tra Vaticano e regimi nazi-fascisti, Rivelli, nel 1999, ha pubblicato per la Kaos Edizioni, il libro “L’arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945” (v. Adista nn. 28/99 e 54/02). Pubblichiamo di seguito il suo contributo.

“HO UN ELENCO DI 138 PRETI E FRATI MASSACRATORI USTASCIA” – di Marco Aurelio Rivelli

Giovanni Paolo II si è recato in Bosnia e ha chiesto perdono per le colpe commesse dai figli della Chiesa.
Wojtyla ha parlato a Banja Luka sulla spianata del convento di Petricevac, ove vi aveva svolto la sua missione il frate francescano Miroslav Filipovic Maistorovic, poi soprannominato “Fra’ Satana”, assassino della peggiore specie, comandante, per un certo periodo, del campo di sterminio di Jasenovac, dove, con le sue stesse mani, aveva trucidato oltre 40mila prigionieri. Fra le sue prodezze, il 7 febbraio 1942, l’uccisione nella zona di Banja Luka di 2750 serbi fra cui 250 bambini, in sole dieci ore (se ne vantò durante il processo che subì in Jugoslavia dopo la guerra). Secondo la stampa cattolica, questo frate sarebbe stato sì un assassino, ma scomunicato e cacciato via anzitempo. La verità è che solo alla fine del 1943 la Chiesa ne avrebbe disposto la semplice “sospensione a divinis”.
Nella cattolicissima Croazia ustascia oltre un milione di Serbi, uomini, donne e bambini, furono massacrati dal 1941 al 1945, nei modi più crudeli. Unica loro colpa quella di essere ortodossi, cioè contrari alla Chiesa di Roma.
La maggior parte di questi massacri, oltre che nei campi di sterminio, avvenne nelle strade, nei villaggi, ovunque sotto gli occhi di tutti. Una follia omicida istigata dalla stampa cattolica e dai vescovi tuonanti dai pulpiti all’eccidio. Bande di assassini comandate da preti e da frati. Ai malcapitati prigionieri veniva imposto di abiurare e di convertirsi al cattolicesimo. Conversioni collettive dopo le quali seguiva l’eccidio con i carnefici che gridavano: “Avete salvato l’anima, ma il vostro corpo ci appartiene”.
In quel contesto l’orda ustascia distrusse 292 chiese ortodosse, i cui beni vennero incamerati dalla Chiesa cattolica. Centinaia i religiosi ortodossi uccisi insieme ai cinque vescovi di questa chiesa. Ogni esecuzione un atto di efferata crudeltà. Valga per tutte la descrizione della fine di uno di questi: monsignor Dobrosavljevic, vescovo di Ototac, fu catturato con il figlio. Furono condotti vicino ad un pozzo e il ragazzo fu fatto a pezzi, a colpi di accetta, davanti agli occhi del padre, costretto a guardare. Furono quindi strappati al vescovo i capelli e la barba e, cavatigli gli occhi, venne finito a colpi di scure. Tutto ciò sotto gli occhi di Stepinac, intento a flirtare con il macabro governo ustascia.
Nel corso delle mie ricerche, sui luoghi dei delitti, tutti i testimoni da me intervistati sono stati concordi nel descrivermi le bande degli sterminatori con sempre al comando preti e frati francescani. Di questi indegni uomini di chiesa ho un elenco di 138 nomi nonché molte fotografie, in uno delle quale uno di essi regge per i capelli la testa tagliata ad un serbo. Bande di sacerdoti e vescovi criminali, aiutati dal Vaticano, nel dopoguerra, a fuggire all’estero. Tra questi Ante Pavelic, il capo di tutti questi mostri. Sono stato a Jasenovac dove 600mila veri martiri, uomini, donne e bambini, furono sterminati.
Camminando in quel campo dell’orrore, con le lacrime agli occhi, mentre mi tornavano in mente nomi di infelici già destinati all’oblio, ho pensato immodestamente di avere contribuito a far sì che il loro sacrificio non venisse dimenticato.
La distanza fra Banja Luka e Jasenovac è breve. Wojtyla, il Santo Padre di una Chiesa che molto spesso ha disatteso i dettami di Cristo, avrebbe fatto bene a percorrerla.

da ADISTA del 5.7.2003


http://italy.indymedia.org/news/2005/09/881718.php

«Il Vaticano protegge il generale Gotovina»

 by G. SCOTTI, T. DI FRANCESCO

Friday, Sep. 23, 2005 at 10:27 PM
 

 

Carla Del Ponte, procuratore dell'Aja, accusa: la Chiesa cattolica impedisce la cattura del criminale, «eroe» per Zagabria. Dura reazione di Navarro Valls: «Fuori le prove». Coinvolto il papato di Wojtyla?

 

Ieri la Sala stampa del Vaticano e il governo croato hanno trasalito: il procuratore dell'Aja, Carla Del Ponte, in una intervista al Daily Telegraph, ha accusato il Vaticano di «proteggere la fuga di Ante Gotovina», uccel di bosco dal 2001, ricercato dal Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra commessi nell'«Operazione Tempesta» che portò nel 1995 alla cacciata dell'intera popolazione serba delle regioni croate della Lika, Kordun e Banovina ed al massacro, dopo l'operazione, di qualche migliaio di civili. Particolarmente dura la reazione del portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls, per il quale la Del Ponte «non ha dato prove delle sue accuse». Lo scontro inedito riflette un interrogativo pesante: la denuncia, più che rivolta al nuovo «pastore tedesco» sembra coinvolgere lo stesso Wojtyla - che non nascose mai la sua simpatia verso la cattolicissima Croazia nella guerra interetnica nei Balcani, a conoscenza probabilmente di questo ruolo non proprio neutrale della Chiesa cattolica verso Gotovina. Tutto è cominciato a Londra, in concomitanza, anche, di uno strano atto terroristico compiuto da ignoti a Zagabria, ieri l'altro, all'Ambasciata britannica: un funzionario addetto al disbrigo della posta è rimasto gravemente ferito da un pacco bomba. A Londra, dunque, attraverso le colonne del quotidiano Daily Telegraph Carla Del Ponte è uscita allo scoperto. Il procuratore ritiene che il criminale di guerra sia nascosto da tempo in un monastero francescano della Croazia. Altre fonti dicono, invece, che sia ospite di un monastero francescano dell'Erzegovina, regione della Bosnia controllata dai croati, famosa nell'ultima guerra fratricida e, ancor prima nella seconda guerra mondiale, per i misfatti delle milizie croate neo-ustascia e ustascia. Molti aderenti al movimento filo-nazifascista avevano le loro basi proprio nei conventi da dove, grazie ad una fitta rete di connivenze che aveva base a Roma proprio in Vaticano, venne fatta fuggire poi tutta la leadership ustascia compreso il leader Ante Pavelic.

Per la Del Ponte, il Vaticano dovrebbe indicare «in pochi giorni» quale degli ottanta monasteri croati (in Croazia ed Erzegovina) offre protezione al generale ricercato, considerato dai neofascisti croati e, almeno fino a ieri, anche da gran parte dei militanti del partito tudjmaniano tornato al potere con Ivo Sanader, un grande «eroe nazionale» e come tale osannato ovunque. Inoltre il procuratore dell'Aja ha riferito pure di essersi recata in Vaticano nel luglio scorso, incontrandovi l'arcivescovo Giovanni Lajolo, segretario di Stato. Il «ministro degli Esteri di Benedetto XVI» come lo ha definito la Del Ponte, avrebbe risposto alle sue pressanti richieste che il Vaticano non è uno Stato e pertanto «non ha obblighi particolari». Praticamente si è rifiutato di collaborare con un organismo delle Nazioni unite.

Violenta anche la reazione della Conferenza episcopale croata di Zagabria (riunisce anche i vescovi cattolici della Bosnia-Erzegovina) che, per bocca del suo portavoce Don Anton Sulljic, ha definito «inaccettabili» le accuse della Del Ponte al Vaticano, perché la Chiesa croata «non ha indizi su dove si trovi Gotovina». Il quale deve rispondere in particolare dell'uccisione diretta di 150 civili serbi e dell'espulsione forzata di circa 200 mila civili nell'estate del `95.

Sulla medesima linea del Vaticano e dei vescovi croati anche il premier Ivo Sanader, il quale ha peraltro ribadito la volontà di collaborare con l'Aja, ripetendo però che le indagini finora condotte dai servizi segreti croati «non danno la presenza di Gotovina in Croazia». E' peraltro molto diffusa l'opinione che proprio i servizi segreti croati, almeno fino a qualche mese addietro, abbiano protetto Gotovina, coprendo anche i suoi finanziatori.

La Chiesa croata, i vescovi croati (e in Erzegovina), non hanno mai pronunciato una parola di condanna di Gotovina, considerato anche da loro «eroe della causa croata». Per il «caso Gotovina» a primavera l'Ue ha bloccato i colloqui per l'ingresso della Croazia. Ma l'Austria ha rilanciato la campagna per l'apertura di colloqui, già in autunno, tra Bruxelles e Zagabria. La Del Ponte ha ribadito nei giorni scorsi - come del resto ha fatto per i ricercati serbobosniaci Ratko Mladic e Radovan Karadzic - che in assenza della cattura di Gotovina, l'Ue dovrebbe bloccare ogni ipotesi d'integrazione


 

LE RESPONSABILITA' VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

a cura del Comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia

 

• Nei primi anni '80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l'apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell'Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall'Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.

Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi "visionari" o "miracolati": sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all'estero.

Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando "apparve" la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni...

• Il 1990 è l'anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d'Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell'Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: "Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito", dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.

Negli anni successivi segnaliamo tra l'altro la visita del papa in Albania (paese - per inciso - a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla "Grande Albania".

• Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all'Angelus delle "legittime aspirazioni del popolo croato". Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.

• Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose... noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies - cfr. LIMES n.3/'95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall'italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio "etnico", applicato d'altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)...

• Il culmine dell'interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell'odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d'aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: "...il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un'icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro."

Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell'entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all'inizio di Via Tomacelli, nota tra l'altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro "Ratlines" di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l'occasione.

Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.

1995: è l'anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l'intervento militare (contro i "tentennamenti" della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente "il necessario" per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo "repulisti" della Krajna, mentre in settembre, dopo l'ennesimo grande attentato sarajevese stile "strategia della tensione" (v. Cronologia), la tanto invocata "comunità internazionale" interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.

In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.

Nell'ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non "passa" sui giornali. Noi l'abbiamo trovata sull'Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.

• Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la "tanto attesa" visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su "la Repubblica" del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR - cfr. i giornali di quei giorni).

• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell'ottobre successivo il papa andra' a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera' la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita' di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello "Stato Croato Indipendente" instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro "L'Arcivescovo del genocidio", di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).

• Durante la sua visita in Croazia all'inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di "ingerenza umanitaria" da parte della "Comunita' Internazionale", cioe' alla liceita' di un intervento armato per "aiutare chi soffre". Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi' Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi "Il silenzio di Pio XII" uscito nel 1965, nonche'i gia'citati "Ratlines" e "L'Arcivescovo del genocidio"). La frase recita: "Con la guerra tutto e' perduto, con la pace niente e' perduto". All'Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: "Ma come si puo' parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire... e se ne incendiano le abitazioni?... E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?". Percio', a parte la discutibile richiesta di una "pausa" nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondzionata.

Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell'intervento militare argomentandola con la necessita' "di estirpare la malattia" e di sconfiggere una volta per tutte "il creatore della guerra" Slobodan Milosevic.  


Il Manifesto, 22 ottobre 1999

I rapporti tra Vaticano e nazismo in undici volumi "filtrati" da quattro gesuiti

Falso movimento in Santa Sede

Eccessivo il clamore intorno alla commissione mista di storici che si apprestano a vagliare gli "Atti della Santa Sede". Parla Amos Luzzatto - di Iaia Vantaggiato

Lasciano perplessi l'entusiasmo e l'enfasi con cui la stampa (italiana) ha commentato l'istituzione della commissione mista di sei storici - tre ebrei e tre cattolici - cui è stato consentito l'accesso agli undici volumi degli "Atti e documenti della Santa Sede nella seconda guerra mondiale" con l'intento di fare luce sui "silenzi" di Pio XII - e in generale sull'atteggiamento del Vaticano - di fronte alle atrocità naziste perpetrate contro gli ebrei. La decisione - contenuta in un comunicato diffuso lo scorso martedì in Vaticano e firmato dal cardinale Edward Cassidy, presidente della Commissione per i rapporti con l'ebraismo e dal magistrato newyorkese Seymour Reich, presidente del Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose - è stata salutata come significativa, destinata a mettere fine a una scabrosa querelle, in una parola clamorosa. Dove non poterono i termini - assai cauti - del comunicato, potè la stampa.

Redatti da un gruppo di quattro gesuiti e pubblicati tra il 1965 e il 1981 per iniziativa di Paolo VI, gli "Atti" - secondo il Jerusalem Post - sarebbero stati la risposta allo scandalo provocato dall'apparizione, nel 1963, di un testo teatrale, Il vicario, in cui l'autore Rolf Hochhut accusava Pacelli di non aver contrastato il nazismo. Un modo, dunque, per calmare le acque e fronteggiare gli ambienti ebraici internazionali, sempre più insistenti nel chiedere l'apertura degli archivi vaticani sulla II guerra mondiale. Una richiesta sempre ripetuta negli anni successivi e ribadita con particolare vigore nel 1998, all'indomani della pubblicazione del documento vaticano sull'Olocausto considerato un atto di pentimento insufficiente perché non supportato dalla decisione di aprire i famigerati archivi. E non si tratta di "voci di corridoio": lo stesso Shimon Samuels, direttore delle relazioni internazionali del Centro Wiesenthal, raccontava ai lettori del manifesto ("La croce di David", supplemento al numero del 29 ottobre 1997) di aver rivolto personalmente la domanda al papa che non aveva voluto rispondere mentre Padre Remy Hoechman, segretario della commissione per i rapporti con il giudaismo, aveva affermato con chiarezza: «questo tema non è all'ordine del giorno».

Perché, ci chiediamo, tutta questa delusione visto che gli "Atti" dei gesuiti erano già a disposizione degli studiosi? Oppure, au contraire, perché oggi tutto questo entusiasmo, visto che a disposizione continuiamo ad avere solo e soltanto i suddetti "Atti"? La novità rispetto al passato si riduce, forse, a una mera questione di quote (tre ebrei e tre cattolici)?

«La decisione - afferma Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - è stata presa dopo le polemiche provocate dalla pubblicazione dei due libri di Cornwell e Gompel: tesi opposte e assolutamente inconciliabili, esigevano che dati reali e precisi su cui lavorare potessero essere rinvenuti. D'altronde c'era la sollecitazione dell'ambasciatore israeliano presso la santa sede, Lopez, che insisteva sulla riapertura degli archivi. Ma gli ambienti vaticani hanno reagito in maniera nervosa. Mentre parlavo del silenzio di Pio XII, sono stato accusato, in una sala pubblica, di ingratitudine verso i conventi che, durante la guerra, avrebbero nascosto centinaia di migliaia di ebrei. Ora, a parte l'esagerazione numerica, nessuno di noi l'ha mai negato, anzi. Ma questo nulla c'entra con l'atteggiamento del papa né con l'obiezione - che pure mi è stata rivolta - che neanche inglesi e americani intervennero».

E quanto alla commissione mista, continua Luzzatto, «siamo in una fase talmente fumosa e preliminare che è diffficile esprimersi. Non sappiamo cosa ci faranno vedere, quali archivi, entro quali limiti temporali, quanti documenti, se tutti o una parte. Per avere un'idea più precisa vorrei, almeno, avere l'indicazione di qualche data, dei titoli dei raccoglitori. Poi, comunque, ben venga che si aprano degli archivi ma non vorrei che ci sbilanciassimo troppo presto. Ho sentito anche dire che Cornwell non avrebbe pubblicato nulla di inedito ma il problema, anche qui, non sono le innovazioni ma sapere se ha detto verità o bugie».

E potremmo impiegarlo, il tempo dell'attesa, a ripassare un po' di santa storia. Dal 1938, data in cui vennero introdotte in Italia le leggi razziali che mai riuscirono a far vacillare il Concordato tra Vaticano e Mussolini (certo, sul soglio sedeva ancora Pio XI ma non è forse vero che il comunicato che annuncia l'istituzione della commissione non fa mai esplicito riferimento a Pio XII?). Alle mancate condanne di criminali di guerra come monsignor Tiso, ex arcivescovo di Bratislava, in Slovacchia o di Ante Pavelic; del resto è noto anche come Pio XII abbia sostenuto sino alla fine, in Croazia, il regime ustascia: ed è nel convento francescano di Kaptol a Zagabria che è stato scoperto, nel 1946, il "tesoro ustascia": gioielli, oro, denti in oro su mandibole intere, anelli su dita tagliate. Tutto proveniente dal saccheggio, preliminare al massacro, di ebrei e serbi ortodossi. E tornare, ancora, alle dichiarazioni di Pio XII sulla rivoluzione russa definita un complotto giudaico massonico e al favore con cui salutò l'operazione Barbarossa, l'aggressione nazista contro l'Unione sovietica il 21 giugno del 1941. Sempre zitto il papa non è stato. O al dossier studiato dallo storico Saul Friedlander, in cui si legge come la curia fosse stata informata da fonti ebraiche americane (Myron Tayler, rappresentante di Roosevelt presso il papa) e tedesche sullo stato particolareggiato degli stermini in Polonia il 26 settembre 1942. Ma qui, va da sé, il silenzio calò; lo stesso che il papa oppose a americani e inglesi quando, dal luglio all'ottobre del '42, gli sollecitarono una protesta pubblica contro le atrocità naziste.

«Si tratta - sostiene Luzzatto - di nozioni già conosciute. Io credo, soprattutto, che siamo lontani dall'aver capito fino in fondo non la teologia ma la politica che ha caratterizzato la Santa Sede nei confronti dei regimi di quegli anni, cosa l'ha ispirata. Non c'è dubbio che se il Vaticano avesse fatto, dopo il '42 quando cioè la soluzione finale era già nota, una dichiarazione con cui raccomandava ai governi interessati di bloccare lo sterminio, beh, sono convinti che i cattolici austriaci, polacchi, bavaresi almeno un minore entusiasmo nel collaborare al massacro degli ebrei, lo avrebbero manifestato. E se non altro le vittime avrebbero sentito che non erano state ripudiate dal genere umano».

Ma ripassare la santa storia conviene anche per contrastare l'entusiasmo (di nuovo) con cui agenzie giornalistiche (italiane) annunciano la pubblicazione di documenti considerati finora segreti. Ci informano, infatti, le suddette agenzie - per avallare la tesi di una sottovalutazione degli orrori del nazismo da parte di Pio XII - che Pacelli confidò a un diplomatico americano di considerare esagerate le notizie delle atrocità naziste contro gli ebrei. «Lo si apprende - recita il lancio d'agenzia - da un rapporto segreto redatto dall'allora ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Harold Tittmann, su una sua udienza dal papa il 30 dicembre 1942. (...) La pubblicazione del documento coincide con le polemiche sollevate da un nuovo libro del giornalista britannico Cornwell. Intitolato 'Il papa di Hitler', il volume afferma che il Capo dei cattolici (sic, ndr) durante la II guerra mondiale minimizzò l'Olocausto perché era filotedesco e antisemita». Un libro che, evidentemente, Annie La Croix-Riz deve avere letto in bozze se in un suo articolo pubblicato sul manifesto del 27 ottobre 1997, fa esplicito riferimento al documento segreto e ai sentimenti di Pacelli che, come scrisse Tittmann, «non si sentiva di condannare i nazisti senza far riferimeto ai bolscevichi ma questo, pensava, non avrebbe fatto piacere agli Alleati».

Troppi gli inediti, troppi i clamori. Non vorremmo che il Vaticano stesse giocando il dopo-Wojtyla sulla pelle del capro espiatorio di sempre.

«Vorrei - conclude Luzzatto - documenti ufficiali che testimonino di una pubblica presa di posizione contro il massacro degli ebrei. Se dalla ricerca ora avviata verrà fuori che questi documenti ci sono ma sono stati pudicamente nascosti, nessuno sarà più felice di me di essere stato smentito».


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