FISICA/MENTE

 

 

LA CHIESA ATTACCA LO STATO

____________________

Se la Chiesa divide la società. Lo Stato laico e l´intransigenza cattolica
 
da Repubblica del 9 febbraio 2007

GUSTAVO ZAGREBELSKY



L´EDITORIALE di Avvenire di martedì scorso ha il tono di una "nota diplomatica", contenente un memorandum e un ultimatum, il tono cioè di atti di natura ufficiale, nei rapporti tra Stato e Stato e, come tale, deve essere valutato parola per parola, tanto più in quanto la diplomazia vaticana è di solito maestra di cautela e sottigliezze.
L´oggetto è la legge prossima ventura (?) sui diritti e i doveri delle coppie di fatto, una legge che, secondo il quotidiano dei vescovi italiani, realizzerebbe, «sia pure in forma insolita e indiretta, un modello alternativo e spurio di famiglia» che indebolirebbe e mortificherebbe l´istituto coniugale e familiare «nella sua unità irripetibile», un effetto «sgradevole» (!) che sarebbe dimostrato «in modo incontrovertibile» dall´esperienza di altri Paesi. Ciò andrebbe contro il favor per la famiglia fondata sul matrimonio, riconosciuto dalla Costituzione repubblicana, e contro una tradizione culturale e giuridica bimillenaria. Fin qui la critica, discutibile e discussa come tutte le opinioni, ma certo perfettamente legittima. A questo memorandum, segue l´ultimatum.
«Per questi motivi – si legge - se il testo che in queste ore circola come indiscrezione fosse sostanzialmente confermato, noi per lealtà dobbiamo fin d´ora dire il nostro non possumus. Che non è in alcun modo un gesto di arroganza, piuttosto è consapevolezza di ciò che dobbiamo - per servizio di amore – al nostro Paese» e «indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».
Lasciamo da parte la retorica: ci mancherebbe altro che si rivendicasse il diritto a un gesto d´arroganza o a un atto di disprezzo verso "il nostro Paese". Vediamo invece le tre espressioni-chiave, quelle sopra indicate in corsivo.
Nella sua storia, la Chiesa ha pronunciato diversi non possumus, nei confronti delle pretese delle autorità politiche. Il che è del tutto naturale (anzi, forse ne ha pronunciati non pochi di meno di quanti ci si sarebbe potuto attendere in nome del Vangelo).

Si incomincia con Pietro e Paolo (Atti 4, 20) che, diffidati dal Sinedrio di non parlare né insegnare in nome di Gesù, risposero: «Non possumus non parlare di ciò che vedemmo e udimmo». Si dice poi che nel non possumus si siano trincerati Clemente VII, il papa che negò il divorzio di Enrico VIII da Caterina d´Aragona; Pio IX che si oppose al ritorno a casa di un bimbo ebreo, nel famoso e crudele "caso Mortara"; ancora Pio IX che rifiutò di partecipare alla coalizione anti-austriaca al tempo del Risorgimento e non accolse l´ipotesi di un´occupazione pacifica di Roma da parte dei piemontesi; il cardinale Antonelli, che escluse il riconoscimento papale di Roma capitale d´Italia. Tutto questo è chiaro e riguarda comportamenti, comunque li si voglia valutare storicamente, che rientrano nei loro compiti e nelle responsabilità degli uomini di Chiesa. Ma che cos´è che "non possono" i vescovi italiani, nella circostanza odierna? La risposta la danno loro stessi. Non si tratta solo del diritto al dissenso circa una legge dello Stato, diritto che nessuno contesta. Si tratta di una cosa molto diversa: non possono non prospettare uno spartiacque, che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana.
Bisogna meditare su questa affermazione. Non è una "indicazione" che riguarda i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano. Se così fosse, si tratterebbe di una questione, per così dire, di politica estera, tra due soggetti sovrani, che pur si riconoscono come tali. Si sarebbe potuto discutere se ciò costituisse una corretta concezione degli "ambiti" rispettivi che l´art. 7 della Costituzione riconosce a ciascuno di loro («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito…»). Poiché, in materia concordataria, manca per definizione, un terzo super partes, in caso di conflitto ognuno dei due soggetti finisce per essere arbitro dell´ampiezza della propria sfera d´azione. La discussione, su questo punto, sarebbe senza costrutto. Ma qui la "indicazione" dei vescovi è del tutto diversa: la Chiesa, attraverso un suo organo ufficiale – non un gruppo di cittadini o deputati cattolici, nella loro autonomia, ciò che farebbe una differenza essenziale - parla del futuro della politica italiana, parla cioè della vita interna dello Stato e delle «inevitabili conseguenze» su di essa. Così, viene, altrettanto inevitabilmente, messo in discussione l´altro caposaldo dell´art. 7, quel riconoscimento di reciproca «indipendenza e sovranità» dello Stato e della Chiesa, da cui discende l´esclusione di ogni ingerenza interna reciproca, esclusione che è conditio sine qua non del regime concordatario. Direi che mai, come in questo caso, nella storia recente, i basamenti del concordato hanno traballato. Non ci si è resi conto dell´implicazione? Se si vuole il concordato, occorre rispettare e difendere le condizioni materiali che lo rendono possibile.
Spesso, per comprendere i caratteri di una situazione, non c´è nulla di meglio che provare a rovesciarne i termini. Allora, che cosa si direbbe se fosse lo Stato che, per assurdo, dicesse: se la Chiesa non assume un tale o un talaltro atteggiamento, ciò rappresenterà uno spartiacque e peserà sul futuro (non dei rapporti reciproci, ma addirittura) dei rapporti interni alla Chiesa, tra le sue diverse componenti, facendo eventualmente intravedere interventi per favorire o contrastare questa o quella posizione che fedeli o sacerdoti potessero prendere, a seconda del gradimento riscosso.
Si dirà: ma qui l´Avvenire si limita a una semplice, innocente "indicazione" preventiva. Già, ma viene data per lealtà. Che significa questa apparentemente innocua aggiunta? Non altro, mi pare, che un avvertimento: non ci si venga poi a lamentare che non ve l´avevamo detto; state in guardia per quel potrà accadere. La lealtà dell´annuncio significa preannuncio di conseguenze perturbatrici del quadro parlamentare, in definitiva della libertà di esercizio del mandato parlamentare e della libera dialettica democratica. Ci sono questioni sulle quali anche da parte dello Stato democratico dovrebbero essere detti dei non possumus. Ci sono principi irrinunciabili di laicità e democraticità delle istituzioni che sono non negoziabili. Ci sono casi su cui sarebbe bene che i soggetti che le rappresentano facessero sentire una voce rassicurante per tutti, pacata e ferma. Questo è uno di quelli. Con ogni garbo, naturalmente, e con tutta la diplomazia necessaria, ma questo è uno di quelli.
Ieri abbiamo appreso di una reazione di eletti dal popolo, ascrivibili alla schiera dei cattolici democratici, di cattolici adulti che, senza disconoscere la loro appartenenza alla Chiesa e il loro attaccamento ai principi spirituali cristiani, ristabiliscono le distinzioni, rivendicano la loro autonomia nell´esercizio delle loro funzioni costituzionali e respingono richiami all´ordine fin nel dettaglio di scelte legislative, in definitiva lesivi delle responsabilità dei cristiani nelle cose temporali. Finalmente. Anche per loro, la partita in corso è decisiva ed è precisamente quella che riguarda la difesa della loro dignità di soggetti, non di oggetti, come si dice, in re: quella dignità che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto loro.
Si è detto che, nella vicenda in corso, la Chiesa italiana, attraverso la Conferenza episcopale, gioca il tutto per tutto, in una partita dall´esito incerto. Noi non sappiamo se la presa di posizione dell´Avvenire sarà eventualmente seguita da atti conseguenti. Può essere sì o no. Gli esperti di cose vaticane sono concordi nel riconoscere agli uomini della Cei capacità tattiche, se non strategiche. Può darsi che la prudenza induca a ripensamenti, a lasciare che le cose si stemperino nel tempo. Ma che triste delusione, per chi crede in Gesù il Cristo o, semplicemente, ritiene che il messaggio cristiano sia comunque un fermento spirituale prezioso da preservare, il vedere la Chiesa di Cristo ridotta al tavolo d´una partita, tentata di usare la discordia politica tra i cittadini e i suoi rappresentanti, come se fosse arma lecita delle sue battaglie.


 

Se la Chiesa sfida la Costituzione
 
da Repubblica del 14 febbraio 2007



STEFANO RODOTA

È ormai evidente che le gerarchie ecclesiastiche hanno deciso di collocare i loro interventi e le loro iniziative in una dimensione che va ben al di là del legittimo esercizio della libertà d´espressione e dell´altrettanto legittimo esercizio del loro magistero. Giudicano i nostri tempi con una drammaticità che fa loro concludere che solo una presenza diretta, non tanto nella società, ma nella sfera propriamente politica, può rendere possibile il raggiungimento dei loro obiettivi. E così espongono anche i loro comportamenti ad un giudizio analogo a quello che dev´essere pronunciato sull´azione di qualsiasi soggetto politico.
Benedetto XVI ha affermato in modo perentorio che «nessuna legge può sovvertire la norma del Creatore senza rendere precario il futuro della società con leggi in netto contrasto con il diritto naturale». Ed ha aggiunto che non si possono ignorare «norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore o dal consenso degli Stati, ma precedono la legge umana e per questo non ammettono deroghe da parte di nessuno». Di rincalzo, il Presidente della Commissione Episcopale Italiana, il cardinale Camillo Ruini, da almeno dieci anni protagonista indiscusso del corso politico della Chiesa, ha annunciato una nota ufficiale con la quale verrà indicato il modo in cui i cattolici, e i parlamentari in primo luogo, dovranno comportarsi di fronte al disegno di legge sui "diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi", i cosiddetti "Dico". Così, in un colpo solo, viene aperto un conflitto con il Governo, affermata la sovranità limitata del Parlamento, azzerata la Costituzione.
Le parole sono chiare. Se nessuna legge può sovvertire la norma indicata dal Creatore per la famiglia, la legittima approvazione del disegno di legge sui Dico diviene un atto "sovversivo" del Governo. Se i parlamentari cattolici devono votare secondo le indicazioni della Chiesa, viene cancellata la norma costituzionale che prevede la loro libertà da ogni "vincolo di mandato" e l´autonomia e la sovranità del Parlamento devono cedere di fronte ad istruzioni provenienti da autorità esterne. Se non sono ammesse leggi che non corrispondono al diritto naturale, la tavola dei valori non è più quella che si ritrova nella Costituzione, ma quella indicata da una legge naturale i cui contenuti sono definiti esclusivamente dalla Chiesa.
Il crescendo dei toni e delle iniziative, nell´ultimo periodo soprattutto, rendevano prevedibile questa conclusione, peraltro annunciata dal "Non possumus" proclamato qualche giorno fa. Viene così clamorosamente confermata l´analisi che aveva colto nella linea della Chiesa l´intento di realizzare molto di più di un provvisorio allineamento della politica su una particolare posizione definita dalle gerarchie ecclesiastiche, di cui i parlamentari cattolici divenivano il braccio secolare. L´obiettivo era ed è assai più ambizioso: una vera "revisione costituzionale", volta a sostituire il patto tra i cittadini fondato sulla Costituzione repubblicana con un vincolo derivante dalla gerarchia di valori fissata una volta per tutte dalla Chiesa attraverso una sua versione autoritaria del diritto naturale (non dimentichiamo, infatti, che il diritto naturale conosce anche molte altre versioni, comprese quelle che non prevedono proprio la famiglia tra le istituzioni discendenti da tale diritto). Viene così travolto anche l´articolo 7 della Costituzione che, disciplinando i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, stabilisce che questi due enti sono, "ciascuno nel proprio ordine", "indipendenti e sovrani". Nel momento in cui la Chiesa proclama che vi sono "norme inderogabili e cogenti" che non possono essere affidate alla volontà del legislatore, nega in queste materie l´autonomia e l´indipendenza dello Stato e sostituisce la propria sovranità a quella delle istituzioni pubbliche. Il patto costituzionale tra Chiesa e Stato viene infranto, quasi denunciato unilateralmente.
Questo è il quadro istituzionale e politico disegnato con assoluta nettezza dai molti interventi vaticani. Un quadro di rotture e di conflitti, davvero sovversivo delle regole costituzionali, con una delegittimazione a tutto campo delle iniziative di Governo e Parlamento che trasgrediscano ciò che la Chiesa, unilateralmente, stabilisce come "inderogabile e cogente". Sapranno le istituzioni dello Stato rendersi conto di quel che sta accadendo? Non devono ritrovare solo l´orgoglio della propria funzione, ma il senso profondo della loro missione, la stessa loro ragion d´essere, che ne fa il luogo di tutti i cittadini, credenti e non credenti, comunque liberi e degni d´essere rispettati in ogni loro convinzione, e in ogni caso fedeli, come devono essere, alla Costituzione e ai suoi valori.
 


Cristianesimo e diritti

da Repubblica del 21 febbraio 2007
 
UMBERTO GALIMBERTI
 
Nell´attacco alle unioni civili, la Chiesa da un lato ribadisce con estrema coerenza la sua concezione che subordina la sfera politica alla destinazione ultraterrena che attende ogni individuo in ordine alla salvezza. E dall´altro, dopo aver rivendicato il primato dell´individuo sulla società, nella più perfetta incoerenza alla sua rivendicazione, non perde occasione di conculcare i diritti dell´individuo.
Il primato dell´individuo, infatti, era ignoto sia alla tradizione giudaica, dove l´alleanza era tra Dio e il suo popolo, sia all´altra fonte della cultura occidentale, la grecità, dove l´individuo era subordinato alla città (pólis) e la sua autorealizzazione, nonché la conduzione di una "vita buona e felice", come dice Aristotele, non poteva avvenire se non nella relazione con i propri simili. Ne segue che le leggi della città realizzano, per gli antichi greci, non solo il bene comune, ma anche il bene individuale, non essendoci per l´individuo altra dimensione di autorealizzazione che non sia su questa terra e nella città.
Aristotele in proposito è chiarissimo: "In realtà le stesse cose sono le migliori e per l´individuo e per la comunità e sono queste che il legislatore deve infondere nell´animo degli uomini. [...] Gli uomini, infatti, hanno lo stesso fine sia collettivamente sia individualmente, e la stessa meta appartiene di necessità all´uomo migliore e alla costituzione migliore" (Politica, 1333b-1334a).
Con l´avvento del cristianesimo l´individuo si separa dalla comunità perché alla sua "anima", in cui è stato posto il principio della sua individualità, si prospetta un destino ultraterreno in cui l´individuo, e non la comunità, trova la sua autorealizzazione. In questo modo la vita individuale si separa dalla vita politica, perché la felicità non è più pensata nel complesso della vita sociale, ma lungo quell´itinerario che approda al di là della vita terrena raggiungibile singolarmente e non comunitariamente.
La realizzazione del bene, e quindi la salvezza, è affidata all´uomo in quanto singolo individuo, mentre alla vita collettiva e politica è affidato il compito di creare le condizioni per la realizzazione del bene individuale, quindi il compito della limitazione del male. In questo modo la realizzazione individuale viene separata dalla realizzazione sociale e, in nome della sua interiorità e della sua destinazione ultraterrena, l´individuo cristiano prende a vivere separato nel mondo e poi dal mondo.
Perciò Agostino di Tagaste può dire: "Esistono due generi di società umane, che opportunamente potremmo chiamare, secondo le nostre Scritture, due città. L´una è formata dagli uomini che vogliono vivere secondo la carne, l´altra da quelli che vogliono vivere secondo lo spirito" (La città di Dio, Libro XIV, § 1).
Da Agostino in poi la scissione tra individuo e società sarà il tratto caratteristico del cristianesimo, per il quale la salvezza e la conseguente felicità, oltre a non essere di questo mondo, possono essere conseguite a livello individuale e non collettivo. Ma allora, se la destinazione dell´individuo è ultraterrena, la sua esistenza, pur svolgendosi nel mondo, dovrà essere separata dal mondo, e il senso della sua vita privatizzato o spiritualizzato.
Si consuma così la separazione tra individuo e società. All´individuo il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, alla società e a chi la governa il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a questa realizzazione. Morale e politica, unificate nel pensiero greco, divaricano nel pensiero cristiano, perché la destinazione dell´individuo non ha più parentela con la destinazione della società.
Questa è la ragione per cui Rousseau scrive che "Il cristiano è un cattivo cittadino", e che la religione cristiana va superata con una religione civile capace di spostare l´asse di riferimento da Dio agli uomini: "Resta dunque la religione dell´uomo o il cristianesimo che, lungi dall´affezionare i cuori dei cittadini allo Stato, li distacca come da tutte le altre cose terrene. Non conosco nulla di più contrario allo spirito sociale. [...] Il cristianesimo è infatti una religione tutta spirituale, occupata unicamente dalle cose del cielo; la patria del cristiano non è di questo mondo" (Il contratto sociale, Libro IV, capitolo VII).
Se il primato dell´individuo, che il cristianesimo e non altri ha introdotto nella cultura occidentale, è il principio che consente alla Chiesa di subordinare la politica alla propria visione del mondo, questo principio le si rivolta contro o nella versione religiosa del protestantesimo, dove ciascun individuo se la vede direttamente con Dio senza mediazione ecclesiastica, o nella versione laica, dove ciascun individuo se la vede con la propria coscienza, assumendo per intero le responsabilità che derivano dalle proprie scelte.
Assistiamo così a quello strano fenomeno per cui il principio cristiano del primato dell´individuo, utilizzato nei secoli dalla Chiesa per subordinare a sé la politica, oggi, a secolarizzazione avvenuta, diventa il principio che fonda il primato della politica su ogni ingerenza ecclesiastica.
Infatti, è per esercitare un proprio diritto individuale che chi non può generare per fecondazione naturale accede alla fecondazione assistita, chi non può più sopportare sofferenze intollerabili decide di porre fine ai suoi giorni, ed è sempre per esercitare un diritto individuale che chi non vuole contrarre matrimonio possa convivere con amore nel godimento dei diritti civili.
Il laico (parola che deriva dal greco laikós che significa "ciò che è proprio del popolo") ringrazia il cristianesimo per aver introdotto nella nostra cultura il primato dell´individuo e, in coerenza, rivendica l´esercizio dei diritti individuali. In questa rivendicazione c´è il riconoscimento di fatto e di principio delle "radici cristiane" della cultura europea, per non dire occidentale. E chiede alla Chiesa di non conculcare questa radice su cui sono cresciuti i "diritti individuali" che caratterizzano la nostra cultura.
 

La Chiesa e i Dico
 

da Repubblica del 22 febbraio 2007
 

MASSIMO L. SALVADORI


C´è da chiedersi quale significato abbia il dato evidente che nella nostra vita pubblica è presente un insistito e pressoché generale richiamo ai valori. Deve trattarsi, è da pensare, del risultato prodotto dall´elevato tasso di conflittualità che emerge in relazione a qualsiasi problema di un certo peso. Tante battaglie e altrettante esibizioni e ostentazioni di valori, che escono dalle coscienze dei duellanti come da catene di montaggio: i valori della democrazia, i valori della convivenza civile, i valori della solidarietà, i valori della libertà, i valori della religione; e chi più ne ha più ne metta. Il richiamo ai valori alimenta lo spirito di invettiva e questo spirito induce a sua volta ad una scarsa o nulla disposizione al reciproco rispetto, ad un atteggiamento per cui si considera la propria parte una fortezza assaltata da barbari privi del senso del bene comune. Da ciò il ritenere – e una tale posizione è assai più presente a destra e nel centro che non a sinistra – che la difesa dei propri diritti non sia compatibile con l´accettazione dei diritti dei diversi oppure che questi, quando non si possa fare a meno di riconoscerli, debbano essere ridotti ai minimi termini, addirittura classificati come sottodiritti, diritti di seconda o terza serie.
Oggi da noi il valore più appassionatamente invocato dai cattolici e da Santa Madre Chiesa è quello della famiglia cristiana: minacciata dai mali costumi, dalla diffusa tendenza di troppe coppie a convivere e procreare senza convolare a nozze, dalle pretese degli omosessuali di formare essi stessi unioni o addirittura famiglie contro natura, dall´appoggio culturale e politico loro offerto dai "laicisti" disgregatori delle regole del buon vivere (la cui chiave teorica e pratica sta nelle dottrine della Chiesa e nelle direttive dei suoi vescovi). Contro una simile incombente minaccia il nuovo intransigentismo cattolico alza barriere chiedendo a gran voce allo Stato per le coppie devianti non certo una condizione di diritti riconosciuti e sanzionati dalla legge, ma - e in ciò la Chiesa è da sempre maestra - uno status di "tollerate". Si vuole dunque che tra le famiglie cristiane e le unioni di fatto si instauri un rapporto analogo a quello che lo Statuto albertino stabiliva tra la religione cattolica "sola religione dello Stato" e gli altri culti "tollerati conformemente alle leggi".
Ora il contrasto tra i valori degli uni e degli altri in materia di regolamento delle varie specie di coppie ci ha gettato nella "guerra dei Pacs", la quale pone ancora una volta al centro del dibattito pubblico i rispettivi ruoli dello Stato e della Chiesa e i modi di intendere la laicità che pure a parole nessuno dice di voler mettere in forse. L´evidente disegno della Chiesa in Italia è, in totale controtendenza con quanto avviene ormai in gran parte dell´Unione Europea, di lasciare nell´ombra o quanto meno in una penombra etica e giuridica le coppie di fatto sia etero sia omosessuali per non privare della giusta luce le coppie sanzionate dal matrimonio civile e santificate da quello religioso; laddove quello dei sostenitori dei Pacs è di far uscire dalla zona nera o grigia anche le coppie d´altro tipo. La contesa è interamente dispiegata e in atto; i fautori del compromesso tra le due parti sono al lavoro; e vedremo quale sarà l´esito che uscirà dal lavorio tanto faticoso dei nostri legislatori. Tutto fa pensare che ne sortirà probabilmente al massimo un colabrodo all´italiana.
Che la Chiesa e i cattolici portino avanti con vigore e determinazione le loro posizioni è non solo comprensibile, ma ovviamente del tutto naturale. Sennonché – ecco il punto – è accettabile che essi vogliano che sia la legge a negare certi diritti a chi ha scelto di regolare la propria esistenza in maniera difforme dagli insegnamenti della Chiesa? Qui emerge in piena luce l´inclinazione tradizionale della Chiesa ad esercitare una vera e propria forma di violenza etica e giuridica, poiché di questo si tratta, nei confronti dei diversamente pensanti e praticanti. E qui appare altresì come la posizione propriamente laica e liberale poggi su principi e comportamenti qualitativamente differenti. Mentre quest´ultima fa leva sui principi di libertà di tutti e sui diritti di ciascuno di operare scelte di vita rispettose della reciproca autonomia, la linea dei cattolici fa appello alla coercizione mediante la legge e mira ad usare dello Stato come suo braccio secolare. Ai cattolici nessuno vuole e può impedire di costruire la vita di coppia in coerenza con i loro valori; per contro essi intendono vietare agli altri ciò che ai loro occhi risulta sgradito e deplorevole. In ciò ci pare che la Chiesa denunci una vera e propria debolezza anzitutto spirituale. Non dovrebbe essa, infatti, ricorrere, al fine di mantenere la società sulla via giudicata retta, essenzialmente alla propria capacità di ispirare le coscienze e orientare i comportamenti? Non dovrebbe consistere la sostanza della sua missione morale e religiosa nel conquistare gli animi e attivare pratiche virtuose? Fatto è che essa, di fronte ai mutamenti in corso nel corpo sociale e al diffondersi di correnti della mentalità non riconducibili alle sue norme, sente sfuggire pericolosamente la forza della propria presa, e allora lancia il suo grido: "Nessun compromesso!", chiedendo allo Stato di farsi illiberale. Questa non è la via del dialogo, ma del muro contro muro, della prevaricazione di una parte sull´altra.
Si era creduto che lo spirito del Concilio Vaticano II avesse aperto un capitolo nuovo e non reversibile nelle relazioni tra Chiesa e politica, mondo cattolico e mondo non cattolico. Oggi riappare invece la volontà della Chiesa di riaffermare che la sua verità, in quanto unica buona, vada fatta valere impedendo ed emarginando, che il compito della politica sia di farsi strumento, veicolo e garante di questa stessa verità. Non si dica che una simile concezione è una variante della laicità: quella bene intesa che non si carica di "laicismo"; poiché all´opposto costituisce il rilancio dell´arroganza clericale, di un retaggio che, dopo aver tristemente segnato un cammino plurisecolare della storia europea, è stato interrotto grazie all´affermarsi dello Stato laico, liberale, democratico e pluralista, la cui azione civilmente pacificatrice ebbe l´effetto di far sorgere anche all´interno del cattolicesimo principi di reciproca accettazione che vengono di nuovo fortemente compromessi.


Torna alla pagina principale