FISICA/MENTE

http://www.radicalparty.org/anticlericale/santino.htm

 

L'industria del santino
 

di Giuseppe de Lutiis

SOMMARIO: L'autore prende spunto dall'arresto della madre superiore del "Centro Caritas della Compagnia SS.mo Rosario" di Monte Porzio Catone per sfruttamento e appropriazione indebita, per tracciare una panoramica dei diversi tipi di bollettini che invitano i fedeli alle offerte. In cambio vengono proposte "borse di studio per aspirante missionario", "adozioni spirituali anche a rate," "preghiere quotidiane dei francescani" e svariati altri vantaggi spirituali. E tra la selva di periodici "santini" che sfuggono ad ogni controllo anche di tiratura, viene analizzato in dettaglio il caso di Famiglia Cristiana e di nuovi metodi di rastrellamento incentrati sui santuari ben fiorenti in Meridione.
(LA PROVA RADICALE N.2, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Inverno 1972)

Il 30 novembre scorso a Roma fu arrestata una monaca: era la madre superiora del «Centro Caritas della Compagnia SS.mo Rosario di Monte Porzio Catone», un ordine da lei fondato e continuato a dirigere e potenziare anche dopo il disconoscimento ecclesiastico. Era accusata, da alcune delle suore sue dipendenti, di sfruttamento e appropriazione indebita. In pratica mandava a mendicare per l'Italia le religiose del suo «ordine» privato e gli orfanelli che avevano avuto la sventura di capitare sotto le sue «amorevoli cure». Tutti, novizie, missionarie, vecchiette, dovevano raccogliere almeno diecimila lire al giorno e versare subito e integralmente il ricavato della questua all'intraprendente madre badessa.
Un episodio come tanti, se dall'inchiesta non fossero emerse le proporzioni dell'«affare». Con una oculata utilizzazione di «sorelle», orfani e vecchiette la furba monaca guadagnava un milione al giorno. Il fatto assume ancora maggior rilevanza se rapportiamo questa ragguardevole entrata alle dimensioni dell'industria, abbastanza modeste. Con meno di cento persone ben addestrate e atterrite è insomma possibile assicurarsi un introito di 30 milioni al mese, 360 milioni l'anno.
Un caso limite, si dirà. Già, ma se è vero, o almeno è sperabile che lo sia per quanto riguarda i «sistemi», i rapporti tra madre superiora, «sorelle» e orfanelli, la consuetudine della questua non è certo una rarità. In altre congregazioni i sistemi sono certamente più umani, ma sono anche più articolati: all'accattonaggio si affianca la pratica del santino postale, che è la sua variante tecnologica moderna. In fondo madre Eugenia era un'artigiana in un mondo dove impera l'industrializzazione; la magistratura punirà, se punirà, i suoi modi schiavistici, ma soprattutto la colpirà perché «lavorava in proprio», anche se non per sua volontà. Sottrarre un milione al giorno alla comunità sfruttando la pietà altrui è un'attività cui abitualmente si dedicano in molti, senza che nessuno abbia mai osato elevare un'accusa. E' un fatto che non costituisce reato nell'Italia concordataria, dove ogni cittadino, a qualsiasi classe o partito appartenga, trova periodicamente nella cassetta delle lettere un piccolo opuscolo dal nome angelico e dal contenuto ingenuo e innocuo, col perentorio invito a non essere duro di cuore, a dare mille, duemila, diecimila lire in cambio del buon esito degli esami del figlio, di una guarigione avvenuta o di una protezione avvenire, o più in generale di un occhio di riguardo quando si troverà di fronte al tribunale supremo.
Ce ne sono di ogni tipo: dal fogliettino 20 centimetri per 30 ripiegato in quattro e di cui metà è il conto corrente, all'opuscolo di tipo medio a 8 o 12 pagine; fino alla lussuosa brochure spillata e in carta lucida. Tutti hanno in comune una caratteristica: sono dei quotidiani o dei settimanali con tanto di direttore responsabile e con tutte le agevolazioni che questo comporta, prima fra tutte la spedizione in abbonamento postale a tariffa ridotta. Ce li ritroviamo a chili nelle cassette della posta, secondo ondate precise e ben pianificate. Li gettiamo e ci domandiamo forse un po' ingenuamente che guadagno se ne possa ricavare, dato che sicuramente una gran percentuale va persa, sia perché molta altra gente si comporta come noi sia perché spesso sono gli stessi portieri degli stabili a far fare una brutta fine a interi pacchi di «messaggeri celesti». Ma altri interrogativi sarebbe più opportuno porsi: chi fornisce i nostri indirizzi? Quante sono le «ditte» che si contendono a colpi di foglietto l'ingenua carità degli italiani? E che tiratura hanno questi singolari quotidiani? E giacché siamo in tema di stampa, i reverendi padri che figurano quali direttori responsabili sono iscritti regolarmente all'albo professionale? Se sì, non vediamo come ci possano essere arrivati, data la ferrea legge corporativa che regola l'ammissione nell'olimpo dei gazzettieri ufficialmente riconosciuti. Oppure le pubblicazioni suaccennate sono da considerare «culturali o scientifiche» e quindi esentate dall'obbligo di farsi dirigere da un giornalista timbrato e punzonato? E infine la domanda principale: quanti soldi fanno?
La prima cosa che si nota leggendoli è la facilità con cui vi si parla di miracoli ricevuti, osservati, constatati. La tanto decantata «prudenza» della chiesa nell'accettare e riconoscere i miracoli si arresta davanti al magico foglietto, di fronte alla possibilità di incassare cinquemila lire «per grazia ricevuta». Con una ipocrisia tutta gesuitica però se ne parla per interposta persona, cioè si fa in modo che le grazie e i miracoli siano descritti dai fedeli nella rubrica delle lettere ricevute, che insieme col conto corrente è una delle colonne dell'opuscolo. Così si salva l'anima di fronte a chi eventualmente ritenesse disdicevole parlare troppo disinvoltamente di miracoli, e nello stesso tempo non si rinuncia ai sostanziosi vantaggi che una così massiccia campagna sicuramente produce.
Per comodità dei fedeli i bollettini elencano una serie di diversi tipi di offerte, per tutte le tasche e per tutti i gusti. I lettori di "L'Araldo" della Casa S. Maria per aspiranti missionari di Pagliare (Ascoli Piceno) possono scegliere tra: «borsa di studio per aspirante missionario L. 150 mila una volta per sempre e anche a rate» oppure «retta mensile per aspirante missionario povero L. 30 mila anche una sola volta ed a rate entro l'anno». Per i più poveri c'è l'«adozione spirituale» che costa solo 12 mila lire «anche a rate in un anno». In questo campo la concorrenza è spietata: "Luce Viva", organo di un orfanotrofio di Montepulciano offre un'adozione «fotografica», infatti con le usuali 12 mila lire avete diritto al «nome e alla foto dell'orfanella che volete adottare», nome e foto che vi verranno inviati a stretto giro di posta appena ricevuti i soldi. E' un'adozione, dice l'opuscolo, «che ha valore dinanzi a Dio e alla vostra coscienza» e che molti orfanotrofi suggeriscono in sostituzione di quella vera, che con faccia davvero bronzea dichiarano «non consentita». In cambio delle offerte, e in sostituzione della fotografia c'è chi fa un lungo elenco di ghiotti «vantaggi spirituali». Sentiamo "L'Araldo": «Si partecipa in vita e dopo morte a 364 Messe all'anno. Si è ricordati ogni giorno nelle preghiere, Messe e Comunioni di tutti gli aspiranti missionari e dei Sacerdoti dell'Istituto. Si ha il diritto ad avere un altro adottato qualora il primo dovesse rientrare in famiglia. Si partecipa per sempre ai suffragi particolari che si fanno nel mese dei morti. Si riceve un Diploma di Benemerenza». Ancora più allettanti le offerte del "Pane di S. Antonio" del convento S. Croce di Bologna che per sole 500 lire fa partecipare i propri lettori «al frutto delle 30.000 (trentamila) SS. Messe celebrate dai Sacerdoti dell'Ordine Francescano per i loro abbonati» oltre «alla preghiera quotidiana dei Francescani e dei loro assistiti» e a svariati altri vantaggi. Anche le lettere sono molto istruttive; dalla rubrica «Cuori generosi» ne trascriviamo una esemplare: «Carissimo Padre Marroni, Le invio L. 15 mila per un'altra adozione e per tre Sante Messe da celebrare il giorno 10 marzo anniversario del mio Caro Marito. Desidererei sapere quante adozioni abbiamo fatto assieme a mio Marito», dove si trova il modo di infilare con noncuranza una frase da cui risulta che le adozioni effettuate sono tante che la generosa signora ha perso il conto e chiede la distinta.
Un altro aspetto interessante del fenomeno è l'appalto del diritto di sfruttamento del nome; molti santuari e orfanotrofi hanno cioè ritenuto utile stipulare con alcuni industriali dei singolari contratti: lui si impegna a versare mensilmente un certo numero di milioni all'orfanotrofio e in cambio ha il diritto di gestire in proprio le campagne per la raccolta di fondi, tenendo per sé l'intero ricavo. La convenienza dell'orfanotrofio sta nell'assicurarsi una non disprezzabile somma mensile stabile, che lo mette al riparo dai mesi «magri» come agosto. Starà naturalmente all'intraprendenza, alla capacità manageriale, all'inventiva dell'impresario di riuscire ad incassare, detratte le spese di stampa e spedizione del volantino, più di quanto si sia impegnato a versare. L'industriale conta ovviamente sul fatto che ci sono mesi in cui si naviga nell'oro, come giugno - che risente dall'ansiosa attesa dei risultati scolastici dei figli - e dicembre, mese in cui «fare del bene» è un'esigenza sentita da molti italiani con tredicesima. Nessuna traccia di questi contratti compare sugli opuscoli e nessun fedele verrà mai a sapere a quale industriale milanese ha fatto beneficenza.
Le continue scoperte di orfanotrofi-lager, di suore accaparratrici, di ordini religiosi senza imprimatur ma con tanto di squadra di reclutamento non hanno intaccato la fede nella buona utilizzazione del denaro sborsato? A giudicare dal moltiplicarsi delle «testate» si direbbe di no. Sembra anzi che la torta sia così succulenta da richiamare sempre nuovi adepti desiderosi di partecipare alla spartizione. Ora, poiché nessuno di solito riceve più di tre o quattro pubblicazioni, è lecito dedurre che esiste una specie di "gentlemen's agreement", per cui la concorrenza è regolata e limitata.
Che percentuale della popolazione italiana riceve questi opuscoli? E' difficile avere dati sicuri, ma è certo che il numero è elevatissimo, accresciuto dal fatto che molte pubblicazioni adottano un sistema a rotazione, per cui, posto che si disponga di un indirizzario di un milione di nomi, ogni «fedele» riceve una copia ogni quattro o più numeri pubblicati. Di conseguenza, con una tiratura di 200-250 mila copie si tiene costantemente sotto tiro un milione di famiglie. Un dato da verificare è la corrispondenza tra la frequenza effettiva e quella denunciata, cioè fino a che punto sia quotidiano o settimanale il santino denunciato come tale. La questione è meno oziosa di quanto possa apparire a prima vista, perché le tariffe degli abbonamenti postali, pur essendo tutte ampiamente vantaggiose rispetto alle normali tariffe delle stampe, variano sensibilmente secondo la frequenza; per ogni singola spedizione un quotidiano paga assai meno di un settimanale e questo di un mensile, e ovviamente non è regolare denunciare una pubblicazione come quotidiana e poi farla uscire una volta al mese. Questo, naturalmente, si somma alla irregolarità più grave, contrabbandare per giornali dei volgari opuscoletti pubblicitari.
Un altro dato che possiamo annotare è che la mancata adesione alle richieste non comporta la cassazione dall'indirizzario: siamo testimoni della sicura fede con cui alcuni santuari ci perseguitano nonostante il nostro decennale silenzio. E qui veniamo al problema più importante: chi fornisce gli indirizzi? L'elenco telefonico sembra fuori causa: molte persone che hanno il telefono intestato ad altri sono ugualmente sommerse di santini. Una nostra ricerca, condotta su un campione limitato ma indicativo, ci ha portato a constatare con una certa sorpresa che una delle fonti principali è la Rai. Non è difficile raggiungere la prova di questi traffici: un errore all'indirizzo o nel nome, la posizione della punteggiatura hanno una probabilità su 1000 di riprodursi esattamente per due volte, e troppe persone hanno constatato queste allarmanti analogie tra l'indirizzo che figura sui santini e quello segnato sul proprio libretto di abbonamento radiotelevisivo.
Ma c'è anche un sistema di rifornimento interno: molti santini estraggono premi tra chi invia un elenco di persone interessate all'opuscolo: "Itinerari Primavera", ad esempio, (la pubblicazione dell'Opera Romana Pellegrinaggi) mette in palio 3 pellegrinaggi gratuiti a Lourdes tra chi invia 12 nominativi con indirizzo. Spesso, comunque, gli indirizzi sono sbagliati del tutto o in parte, aggravando ulteriormente il già gravoso lavoro dei postini. A questo proposito abbiamo raccolto nell'ambiente giudizi decisamente poco amichevoli: le Poste sono notoriamente in crisi di crescenza, le strutture non reggono più il ritmo vertiginoso della corrispondenza e questo fiume quotidiano di santini non è certo la cura migliore. Come non bastasse, pare che a Milano ci siano state pressioni dall'alto perché durante le recenti feste venisse data loro la precedenza rispetto alla normale corrispondenza.
Ma torniamo all'aspetto pubblicistico del problema: nessun annuario della stampa né prospetto statistico cita questa selva di periodici; non abbiamo quindi dati ufficiali sulla tiratura. D'altro canto, l'abbiamo detto, nessuno dei responsabili di questi foglietti ci risulta sia giornalista professionista o pubblicista, come la legge prescrive. Del resto per molti anni non è stato iscritto all'albo neanche don Giuseppe Zilli, direttore responsabile di "Famiglia Cristiana", l'organo della Società San Paolo, figuriamoci se lo erano i «direttori» di questi conti correnti taumaturgici. Quanto al settimanale dei Paolini sarà bene spendere due righe: il suo direttore risulta iscritto nell'elenco speciale dei direttori di pubblicazioni tecniche culturali e di settore, e solo da qualche anno figura nell'elenco dei pubblicisti. Ci risulta però che "Famiglia Cristiana" ha sempre goduto dello sconto del 25 per cento sul prezzo della carta, sconto che l'Ente Cellulosa concede ai settimanali politici e d'attualità. Ora delle due l'una: o "Famiglia Cristiana" è un settimanale d'attualità, come denuncia in copertina, e allora ha ben diritto allo sconto sulla carta ma deve avere per direttore un giornalista, oppure è solo «un periodico d'indole religioso-morale» come risulta dal registro dei periodici del tribunale di Alba, e allora ha diritto a farsi dirigere da un qualsiasi sacerdote, o dalla sua perpetua, ma non può ottenere sconti dall'Ente Cellulosa. Lo stesso discorso vale ovviamente per i nostri santini. Ma giacché siamo venuti a parlare di "Famiglia Cristiana", tanto vale concludere il discorso su questo singolare periodico. C'è da aggiungere che la rivista ha una tiratura di un milione e 700 mila copie, senza resa (poi vedremo perché) e che pertanto si colloca al vertice nazionale, superando di gran lunga tutti, dalla "Domenica del Corriere" a "Playmen". Un vero miracolo dunque, ma un miracolo macchiato da qualche piccola irregolarità come ad esempio la diffusione, che salta completamente i distributori (che prenderebbero il 7 per cento) e gli edicolanti (che hanno diritto al 23 per cento). "Famiglia Cristiana" viene venduto sul sagrato delle chiese da «devoti figlioli» che affiancano i parroci nella loro opera di redenzione. Qualcuno obietterà che non si può impedire ai preti di fare opera di bene accollandosi mansioni da giornalaio; in realtà la cosa non è tanto regolare se a Trento il segretario del sindacato edicolanti è riuscito a imporre la fine di questo andazzo, per cui se la pia Società San Paolo vuole vendere il suo settimanale a Trento deve passare attraverso le edicole. Le quali edicole oltre al 23 per cento sul prezzo di copertina hanno diritto alla resa delle copie invendute, diritto inconcepibile per i furbi Paolini, che lo negano ai preti-edicolanti. Ecco perché la rivista non ha resa: le copie non vendute restano sulla groppa dei preti ai quali non resta che raddoppiare gli inviti dal pulpito ai fedeli affinché sostengano «la stampa sana».
E veniamo alla tiratura. Da informazioni riservate e interne al mondo clericale ci risulta che i bollettini «di prestigio» tirano sulle 700 mila copie, più della "Stampa" e il quadruplo dell'"Espresso". Un bollettino di tipo medio ne tira invece sulle 250 mila. Se si pensa che di bollettini di questo tipo ne esistono almeno un centinaio si può facilmente dedurre che la tiratura complessiva supera senz'altro i 25 milioni di copie a settimana. D'altro canto il fatto che molti degli indirizzi appaiono chiaramente impressi con le apparecchiature della IBM dà una conferma delle proporzioni dell'affare. Con spese di spedizione dell'ordine di una lira o due, e con spese di stampa che per esemplari così piccoli non sono certo astronomiche è evidente la convenienza di far giungere il messaggio al numero più elevato possibile di persone: con un modico aumento di spesa si ottiene una moltiplicazione di incassi. Già, gli incassi: proviamo a calcolarli. L'obolo minimo ormai è di mille lire anche nelle zone meno prospere della penisola, un versamento di cinquemila lire viene di solito ritenuto un prezzo equo per una promozione a scuola specie se inattesa, mentre 10 mila lire non sono davvero molte per una guarigione da malattia seria. Possiamo quindi fissare a 2 mila lire il livello medio di versamento. La chiave del problema sta in quante sono le risposte all'appello: variano da mese a mese, abbiamo visto, ma come media ci sembra che fissarle sul 3 per cento sia ampiamente prudenziale. 30 mila offerte ogni milione di esemplari dunque; il che significa un incasso di 60 milioni mensili. Facciamo ora un calcolo inverso: un bollettino tipo con tiratura elevata costa non più di 4 lire a copia per spese di stampa, composizione e allestimento, 2 lire vengono spese per targhettari e indirizzi e 0.50 lire per la spedizione in abbonamento postale con le tariffe «di favore» da quotidiano. Anche se fissiamo la spese ad 1 lira, come media tra la tariffa per quotidiani e quella per settimanali, il totale viene 7 lire a copia. Moltiplicando questa spesa per il numero di copie tirate, viene una spesa di 1 milione e 750 mila lire. Se risponde il 5 per mille dei destinatari inviando 2 mila lire, già le spese sono ampiamente coperte. Se è realistico fissare al 3 per cento le risposte effettive abbiamo 15 milioni settimanali d'incasso per una pubblicazione che costa meno di 2 milioni, cioè un utile netto del 400 per cento, per un bollettino di 250 mila copie settimanali si raggiunge quindi il mezzo miliardo annuo. Se limitiamo a 100 il numero delle pubblicazioni, ne viene un utile totale netto di oltre 50 miliardi.
Accanto a questi nuovi metodi di rastrellamento sono ben fiorenti specie in meridione i sistemi tradizionali, incentrati sui santuari. Quanti sono? L'unico censimento per così dire ufficiale lo possiamo dedurre dal volume «I Santuari Mariani d'Italia» che riporta queste cifre: 1212 santuari dedicati alla Madonna più 895 dedicati ad altri santi. In totale insomma oltre 2000 luoghi speciali di culto. Molti sono però piccoli santuari di campagna, che incassano meno di una normale parrocchia cittadina. Qui ci interessa soprattutto il rendimento di quella ventina di luoghi particolarmente attivi, dove il giro di denaro si calcola a miliardi, e quel sottobosco mercantile che sorge intorno ai santuari principali; un mondo che la chiesa ufficialmente non riconosce come suo, ma che si guarda bene dallo scoraggiare. Alcune forme di fanatismo sono state vietate, ma in pratica tutto si continua a svolgere come prima. E' il caso di S. Filomena, ad esempio, che nel 1961 la Sacra Congregazione dei Riti ha dichiarato «mai esistita». Ma a Mugnano del Cardinale, vicino Avellino, c'è un santuario ben avviato, con circa 200 mila clienti l'anno. Che fare? Niente; delle decisioni romane a Mugnano è giunta un'eco molto flebile e la gerarchia locale si è guardata bene dall'informare i fedeli della novità. C'è da giurare che una gran parte di loro non ne sa niente, e chi l'ha saputo non ci crede; in pratica i fedeli hanno continuato ad affluire a Mugnano come se niente fosse accaduto. Sono perfino rimasti al loro posto, cioè sotto l'altare, il corpo della «santa» e i suoi particolari oggetti di culto, ostie, cordoni ecc.
Certo è comprensibile che dispiaccia rinunciare al giro di 800 milioni annui che il santuario, coi suoi annessi e connessi, procura. Tanto più che la chiesa ha dovuto constatare, «con profonda tristezza», che i pellegrini cominciano a scarseggiare e bisogna tenerseli cari. E' un vecchio problema che la chiesa cominciò a porsi fin dal 1946. Allora il fatto era particolarmente acuto ed evidente: la maturazione e la tensione civile portate dalla guerra di liberazione, il contatto appena stabilito con il mondo consumistico americano avevano «distratto» gli italiani dalla consueta pratica del pellegrinaggio; il rischio era che questo allontanamento diventasse definitivo. Iniziò il periodo delle Madonne piangenti, un fenomeno che andò vertiginosamente crescendo nell'imminenza del 18 aprile 1948, e che occorre dire dette i suoi frutti immediati e copiosi. Ogni basilica mandava qualche sua sacra immagine in giro per l'Italia, ricevendone a sua volta da altre diocesi; i "tours" duravano mesi perché in ogni tappa la sacra immagine restava vari giorni, in un tripudio di folla molto ben orchestrato. Il tutto era accompagnato da notizie di prodigi; scorrendo la raccolta dei giornali dell'epoca i miracoli risultano quasi quotidiani. Fu allora che la chiesta sperimentò la tecnica, poi diventata legge, di ostentare cautela e indifferenza in alto e sfruttare a pieno la situazione in loco. Quanto possano aver reso quei miracoli in termini economici è difficile dire; certo erano soldi di famiglie poverissime, che speravano ancora nel ritorno del congiunto disperso in guerra o aspettavano che il capofamiglia disoccupato trovasse finalmente un posto.
Dopo il 18 aprile i miracoli continuarono; evidentemente la chiesa si stava ponendo altre mete, più stabili. Lo scopo era evidentemente quello di far nascere il grande santuario, la Lourdes italiana, che diventasse una fonte stabile di finanziamento e ponesse fine alla necessità di creare sempre nuovi miracoli. Se finora tutte le ciambelle erano uscite col buco, questa volta le cose andarono diversamente. I tentativi furono principalmente due: la Madonna del Divino Amore a Roma e quella di Siracusa. Il primo dei due santuari ha origini lontane, da alcuni episodi avvenuti nel periodo della guerra; visioni avvenute qua e là per la capitale, durante le quali la Madonna diceva di volere «un gran santuario». Ma le cose andarono per le lunghe: solo nel 1951 fu gettata la prima pietra che poi, per 7 anni, rimane anche l'unica. Quando i lavori ripresero, lo slancio dei fedeli era ormai solo un ricordo. Ancora oggi i lavori sono «in corso» e per accelerarli viene sollecitato il buon cuore dei romani. L'affluenza è di tipo medio, ben lontana dalle speranze della gerarchia; restano comunque nelle casse della chiesa vari miliardi raccolti in passato tra i fedeli italiani e d'oltreatlantico per costruire il santuario «voluto dalla Madonna».
Completo fallimento invece a Siracusa, dopo la colossale esaltazione dell'estate 1953, quando tutta l'Italia seguì trepidamente le notizie sulla Madonna piangente. I versamenti in denaro per «l'erigendo santuario» raggiunsero in breve tempo il mezzo miliardo (di allora) oltre all'oro e ai gioielli. Ma come abbiamo detto il fenomeno si è sgonfiato rapidamente, e ora si può considerare un santuario di terza categoria.
Quanto rende un santuario di prima grandezza? Abbiamo i dati precisi di Lourdes nel 1958; le cifre che diamo sono le stesse che il cardinale Valeri portò in Vaticano e che in quell'augusto ambiente suscitarono amare considerazioni sull'incapacità di creare qualcosa di analogo in Italia. Dunque nel 1958 la grotta pirenaica ha reso 50 miliardi alla chiesa di Francia e 120 miliardi di franchi ai privati della zona. Sei milioni di pellegrinaggi con quattro milioni di automezzi si sono avvicendati nel corso dell'anno. La fantasia e il senso degli affari del clero di Francia sono davvero infiniti: ogni pellegrino non ammalato doveva e deve tuttora munirsi obbligatoriamente di una tessera d'ingresso del costo allora di 300 franchi; le sole tessere fruttarono un miliardo e mezzo. Il numero degli automezzi è rilevato da un modernissimo sistema di contatori automatici a cellula fotoelettrica posti tutt'intorno alla cittadina; ignoriamo se esista una tessera anche per le auto, ma è più che probabile. Sempre nel solo 1958 le bottiglie d'acqua miracolosa hanno reso, insieme alle candele, ben due miliardi e mezzo. La stessa somma è stata ricavata dalla vendita degli altri oggetti sacri: immagini, rosari, statuette, libri da messa, per un totale quindi di 5 miliardi. Anche il settore logistico è un pozzo di San Patrizio per il clero locale: quindici miliardi di franchi sono stati spesi nel 1958 dai pellegrini per vitto e alloggio nei conventi trasformati in alberghi. Il prezzo minimo per una stanzetta a un letto, o meglio per una cella del monastero, era di 3000 franchi al giorno. Questo per quanto riguarda direttamente la chiesa; i privati cittadini, l'abbiamo detto, hanno ricavato 120 miliardi da questa singolare industria. E' da notare che proprio dopo il 1958 la chiesa istituì il monopolio sull'acqua e sulle immagini, che fino ad allora potevano essere acquistate sia fuori che dentro l'area del tempio. Nei 120 miliardi è quindi ancora compresa una fetta di denaro che poi negli anni successivi passerà alla chiesa. Comunque, come si vede, ce n'è per tutti, e non ci risulta che i cittadini di Lourdes abbiano protestato.
Con grande costernazione delle superiori gerarchie nessun santuario italiano è riuscito a raggiungere i vertici toccati da Lourdes. I dati che abbiamo riferito possono però costituire un utile metro di valutazione per tentare un calcolo sia pure approssimativo delle «entrate» dei santuari italiani. Abbiamo detto che in Italia emergono una ventina circa di santuari: S. Antonio a Padova, la S. Vergine del Rosario a Pompei; la Madonna di Loreto, S. Rita a Cascia e la Madonna di Montevergine. Sono i santuari che denunciano oltre un milione di pellegrini l'anno (1 milione e 113 mila comunioni, precisano le statistiche della Madonna di Pompei). A questi andava aggiunto, finché Padre Pio era in vita, il santuario-ospedale di S. Giovanni Rotondo. Quanto entra nelle loro casse? I dati di Lourdes, 50 miliardi i franchi per milioni di pellegrini, indicano un incasso medio pro-capite di quasi 11 mila lire, che diventa 35 se si somma con quello che i fedeli hanno lasciato nelle tasche dei commercianti pirenaici. E' una somma enorme, che fa singolare contrasto con i magri bilanci che i bollettini di alcuni santuari pubblicano periodicamente. C'è poi una voce autorevole che si colloca a mezza strada: nel volume «Le feste dei poveri», Annabella Rossi riferisce che un'autorità ecclesiastica, in via riservata, calcolava intorno alle 4 mila lire il denaro lasciato da ciascun pellegrino in visita ad un santuario.
E' una base di calcolo accettabile, tenendo però presente che a questo vanno aggiunti gli introiti "extra" costituiti da ex voto in oro, lasciti testamentari e simili, oltre naturalmente al fatto che le offerte molto rilevanti non sono poi tanto rare e fanno quindi alzare cospicuamente la media. Se accettiamo la cifra di un milione di fedeli e fissiamo a 6 mila lire la somma media che ognuno di loro lascia in chiesa sotto varie forme, viene un incasso annuo per ciascun santuario di circa 6 miliardi, vale a dire che i cinque grandi» incassano congiuntamente circa 30 miliardi l'anno.
Annoveriamo poi una dozzina o poco più di santuari di risonanza nazionale ma inferiori ai precedenti. Le affluenze denunciate vanno da 700 mila a 200 mila fedeli; possiamo quindi fissare sul mezzo milione la media delle frequenze. Il totale è presto fatto: 3 miliardi annui per ciascuno e 36 miliardi per tutti e dodici i luoghi sacri. La cifra trova un'indiretta conferma nelle cifre ufficiali di S. Giovanni Rotondo, che indicavano in 2 miliardi annui l'incasso medio dovuto alla sola beneficenza. In conclusione i 18 maggiori santuari italiani incassano congiuntamente poco meno di 70 miliardi l'anno. Una cifra enorme per noi, ma che è poco più di quanto incassò Lourdes in un solo anno. Per i preti italiani è certamente un dato che scotta.
Ma in Italia ci sono oltre 2000 santuari, è la stessa chiesa a dircelo. 100 miliardi, che sommati ai 70 precedenti, raggiungono la bella somma di 170 miliardi. Centosettanta miliardi versati in contanti o in candele dai fedeli italiani in cambio di grazie ricevute o a venire. Ad essi devono aggiungersi i 50 miliardi rastrellati coi santini postali, per non parlare, l'abbiamo detto, degli ex voto e delle donazioni.
Vediamo ora più da vicino il santuario più organizzato, quello che rende di più, S. Antonio da Padova. L'attivismo si nota appena entrati: la chiesa è piena di altari dove si alternano convulsamente preti giovani e vecchi a dire messe, il fatto è che da tutto il mondo arrivano offerte per far dire messe per un congiunto, le richieste sono tante che il clero della basilica non riesce ad evaderle e allora le subappalta per poche centinaia di lire ai curati più poveri dei paesi del Veneto. Il supermarket della santità è comunque in sacrestia: i S. Antonio di ogni dimensione vanno da 400 lire a 15 mila. Poi c'è il listino delle adozioni dei fratini: gli si può comprare una tonaca (10 mila lire) o mantenerlo per un mese (15 mila, evidentemente mangia poco) o infine adottarlo spiritualmente a vita per la modica spesa di mezzo milione. C'è infine la vendita dei frammenti del saio di S. Antonio; sono secoli che si vendono frammenti, ormai saranno stati venduti parecchi chilometri di tessuto.
E negli altri santuari? L'acqua in bottigliette, mutuata da Lourdes, tiene banco in parecchie sacrestie. Naturalmente la cosa si è industrializzata: sono bottiglie di plastica, di ogni dimensione e per tutte le borse. Anche l'olio è ritenuto un efficace taumaturgo, anzi il numero dei santuari che vanno «a olio» è superiore a quelli che vanno «ad acqua». Il riconoscimento ufficiale delle doti taumaturgiche dei due liquidi avviene attraverso i soliti bollettini che assolvono il loro compito di copertura. Concedendo attestati di validità che la chiesa ufficiale non potrebbe concedere. Anche in questa occasione la santificazione ufficiosa avviene attraverso le lettere dei «miracolati». Ma qualche volta c'è anche un riconoscimento ufficiale: nel libricino-guida per i fedeli di «santa» Filomena, libretto munito di tutti i crismi ufficiali, è esplicitamente riconosciuta l'efficacia dell'olio della santa nella guarigione di una ragazza cieca.
Nelle pagine precedenti abbiamo accennato ad una lieve crisi dei pellegrinaggi: vediamo più da vicino alcuni casi. Uno dei santuari che, pur attestato su livelli di frequenza elevati, è lievemente in difficoltà è la «Santa Casa» di Loreto. Nel 1961 ci fu un ingenuo tentativo di papa Roncalli di rilanciarlo: fu infatti la mèta della prima uscita ufficiale del papa fuori Roma, con tanto di treno speciale e scorta dell'allora presidente del consiglio Fanfani. Ma né i poteri carismatici di Giovanni XXIII, né la grancassa pubblicitario della RAI ottennero lo sperato miracolo. Loreto resta tuttavia nell'empireo dei maggiori santuari italiani.
Accanto ai santuari decaduti contro la volontà della chiesa ce n'è raramente qualcuno che le alte sfere preferiscono far dimenticare ai fedeli. A Calcata, vicino Viterbo, c'è un santuario che custodisce il prepuzio di Cristo, che nei secoli passati è stato meta di notevoli pellegrinaggi. Data la «delicatezza» dell'argomento la chiesa ha preferito rinunciare ai notevoli emolumenti che un simile pezzo d'antiquariato le avrebbe procurato e ne ha fatto dimenticare ai fedeli l'esistenza. Anzi, per maggior sicurezza, il 3 febbraio 1900 ha decretato la scomunica "speciali modo" che per chi ne parli o (ahinoi) scriva senza autorizzazione ecclesiastica, ottenendo perfino che il santo prepuzio di Calcata non fosse nominato nelle guide del Touring Club Italiano. Nel maggio 1954 il Santo Uffizio, su proposta di un gesuita francese, esaminò la possibilità di rimetterne in onore la devozione, ma la proposta fu respinta.
Anche S. Giovanni Rotondo, per altre ragioni, si può considerare un santuario che la chiesa ha in parte «suicidato». Dopo aver cambiato quattro volte giudizio, il Vaticano ha definitivamente deciso per l'affossamento del mito di Padre Pio. Sono storie note, non staremo qui a ripeterle; ricordiamo solo che un incasso annuo di un miliardo e mezzo era ufficialmente riconosciuto come minimo garantito. A questo andavano aggiunti gli "extra" procurati da particolari campagne come quella memorabile, negli Stati Uniti che fruttò in poco tempo 250 milioni di dollari. A ciò vanno aggiunti come al solito gli utili, particolarmente sostanziosi, ricavati dal commercio di fotografie, cappucci «miracolosi», dischi, bene ecc. E' questo l'unico caso in cui gli ambienti vaticani si sono dimostrati molto rigorosi e severi nei riguardi dei fenomeni di superstizione fioriti intorno al tempio. Naturalmente è solo una coincidenza che la curia romana sia diventata tanto zelante dopo l'energico rifiuto di Padre Pio di tappare le falle aperte dal crack di Giuffré in cui erano coinvolti parecchi vescovi e dirigenti dell'ordine dei cappuccini, a cui Padre Pio apparteneva. Ora «la festa è finita», la chiesa ha fatto chiaramente intendere che non ha nessuna voglia di santificare Padre Pio; i fedeli sono sempre più radi, le offerte sempre più scarse e il santuario sta precipitando agli ultimi posti della graduatoria di rendimento.
Significa questo che ovunque la frequenza è in netta diminuzione? No, per ogni santuario che perde terreno ce n'è uno che emerge, i flussi di fedeli seguono certe mode che la chiesa stessa fa fatica a governare. Sotto il Monte, ad esempio, sta diventando tutto un enorme santuario, il fatto va assumendo delle proporzioni che la chiesa non aveva previsto e probabilmente non gradisce. Ma altri centri di culto vanno affermandosi: uno che aveva vivacchiato per 30 anni e ora è in pieno decollo è il «Volto Santo» di Napoli. Si tratta di un culto privato, che solo dopo la morte della maga è stato assorbito dalla chiesa. L'antefatto è questo: parecchi anni fa, negli anni Venti, una donna di Sorrento, Flora De Santis, cominciò a dire di «vedere» il volto di Gesù; girò per qualche anno la Campania poi, nel '32, coi primi proventi si installò a Napoli in una villa di via Ponti Rossi, nella zona di Capodimonte. Il flusso clientelare si stabilizzò sui due-trecento fedeli al giorno; «Madre Flora» non affermava di avere poteri sovrannaturali, ma solo di poter intercedere in modo efficace presso il «Volto Santo di Gesù», che appunto sosteneva di vedere periodicamente e con il quale diceva di essere in rapporti piuttosto stretti. Qualche anno fa Madre Flora morì; le autorità comunali tentarono di far fare anche a lei lo stesso viaggio di tutti i mortali, cioè di farla seppellire in cimitero, ma questo ai «fedeli» sembrò una provocazione: i santi vanno sepolti nei santuari, che da questo prendono il nome, e così Flora De Santis, a furor di popolo, fu murata nella sua villetta. A questo punto la chiesa ritenne giunto il momento di «normalizzare» la situazione; se ne incaricarono le piccole Ancelle di Cristo Re a cui presumibilmente va il «merito» dello spettacoloso lancio che il Volto Santo sta avendo. Paradossalmente anche un evento che nulla ha di sacro ha contribuito ad alzare le quotazioni di Madre Flora: due anni fa si profilò un grave pericolo, la tangenziale di Napoli doveva passare per il punto dove sorge il famoso tempietto. Autostrada urbana, audaci viadotti, traffico veloce sono tutte belle cose per i napoletani, purché non si tocchino i santi e i santini protettori. A scanso di rivolte popolari fu deciso di deviare l'autostrada. Da quell'episodio ha preso slancio la seconda giovinezza di Madre Flora; per la modica spesa di 1000 lire i napoletani possono esporre sul parabrezza della loro auto il contrassegno che li pone sotto l'alto patronato del Volto Santo. Con una spesa un po' superiore i negozianti possono porre sotto protezione i propri esercizi, concorrendo anche all'erezione del santuario vero e proprio, che per ora non c'è ma che sarà presumibilmente a stretto contatto con la tangenziale, per poter soddisfare i bisogni urgenti di protezione di chi ci si trova a passare.
Se Madre Flora è entrata ormai nel patrimonio ufficiale della chiesa, esistono altri casi di «iniziativa privata». Con quello che incassa un santuario è inevitabile che qualcuno tenti di mettersi in proprio. Le due maggiori e più fortunate aziende private di vendita delle indulgenze erano fino a due mesi fa Mamma Rosa a S. Damiano di Piacenza e il «beato» Alberto a Serradarce. Ora come è noto Giuseppina Gonnella, sacerdotessa del beato Alberto, è stata uccisa: è troppo presto per dire se questa svolta segna l'inizio di un nuovo rigoglio o la fine del culto di Alberto.
Rosa Quattrini colloquiò per la prima volta con la Madonna nel novembre 1964, e da allora sono più di 5000 gli incontri tra questa furba contadina e la madre celeste; quelli ordinari avvengono ogni venerdì, gli extra senza preavviso. I miracoli sono venuti copiosi: un pero fiorito d'inverno, una cieca tornata a vedere e centinaia di guarigioni miracolose. Il giro dei fedeli è sui due-trecentomila annui, una cifra da santuario di prima grandezza; gli affari sono in proporzione. Il vescovo di Piacenza ha sconfessato apertamente l'iniziativa, ma Mamma Rosa si è creata solidi agganci con i centri mariani di Parigi, di Namur e di molte altre città estere che contribuiscono ad allargare la fama della contadina col telefono celeste. In Germania, Francia, Svizzera sono numerosi i centri «Amici di San Damiano» che diffondono imperterriti i settimanali messaggi della Madonna. I molti miliardi arrivati in questi sette anni non si sa che fine abbiano fatto: l'unica «miglioria» che Mamma Rosa ha concesso ai suoi fedeli è un lungo tunnel di plastica che li protegge dall'inclemenza atmosferica della Valle padana mentre aspettano disciplinatamente di essere ammessi alla sua presenza.
La storia di Serradarce è ormai nota a tutti, i giornali ne hanno parlato ampiamente a gennaio, in occasione dell'assassinio della «sacerdotessa». La fortuna di Giuseppina Gonnella la fece involontariamente il vescovo della zona, che nel 1964 proibì l'ingresso in chiesa alla donna e ai suoi fedeli. Da allora la fama dei Gonnella è cresciuta vertiginosamente: nel 1968 hanno costruito il «tempio» a tre navate dove la donna ha «ricevuto» ogni mattina l'anima del nipote, che «parlava» attraverso lei ai fedeli. La frequenza media era di 500 persone, con punte di 10 mila ogni 26 ottobre e un totale annuo di 200 mila persone. Ciascun fedele versava almeno mille lire in denaro liquido, poi fuori del «tempio» poteva comprare santini, portachiavi, libretti, altarini e dischi nel negozio gestito dalla mamma di Alberto. I Gonnella avevano evidentemente imparato dalla chiesa a creare il monopolio delle vendite di oggetti sacri, in modo che nulla andasse in tasca ad estranei. La proprietà del bar, del ristorante e di altri negozi da parte di parenti completava l'oligopolio. Un'azienda ben avviata insomma, quella che il colpo di lupara dell'11 gennaio ha posto in crisi, con un incasso netto di 500 mila lire al giorno, oltre alle offerte extra e agli utili derivati dalla vendita di souvenirs. Sopravviverà alla fondatrice questo colossale fenomeno d'idolatria? E' ipotizzabile che i familiari tentino di mettere a frutto questo incidente: due «beati» invece di uno possono essere forieri di nuove fortune. Oppure l'industria è destinata ad esaurirsi lentamente? Ma c'è una terza ipotesi: il culto del Volto Santo, abbiamo visto, è stata fatto rientrare nell'alveo della chiesa proprio in occasione della morte della fondatrice. Accadrà lo stesso anche a Serradarce?
Con questo caso atipico termina il nostro giro nel sottobosco idolatrico-industriale-religioso. La conclusione che se ne può trarre è una completa sfiducia in chi dice di «aggiornarsi», di «scoraggiare certe forme primitive di religiosità». I rapporti tra chiesa cattolica e questo mondo medioevale e sotterraneo somigliano molto a quelli tra DC e MSI: ufficialmente negati e aborriti, sono ben saldi e di reciproca convenienza. Sono esclusi dall'"immagine" dell'azienda perché disdicevoli, ma sono utilizzati abbondantemente per sottrarre denaro a popolazioni povere e ignoranti, conseguendo anche lo scopo di mantenerle in uno stato di perenne arretratezza. Da questo punto di vista le popolazioni, che non hanno altra speranza a cui aggrapparsi, meritano tutto l'umano rispetto.


 

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