FISICA/MENTE

 

dal Corriere del 30.10.2006

 
 
 L`arcivescovo boccia il Festival «La scienza? Troppo laicistica»
 

L'arcivescovo Angelo Bagnasco diserta la manifestazione: «Programma a senso unico»



Polemica a Genova. La replica: «No, siamo liberi»



GENOVA — L`arcivescovo di Genova diserta il Festival della Scienza, che ha richiamato nel capoluogo ligure premi Nobel e scienziati da tutto il mondo, perché — dice — «il programma è troppo laicistico. Non ci vado, la fede non ha bisogno di Festival». Ma gli organizzatori rilanciano: «Venga e si renda conto di quanto è ricco il nostro dibattito. Troppo laici? Se essere liberi vuol dire essere laici, sì, sicuramente lo siamo». «Ho dato un`occhiata al programma del Festival — spiega monsignor Angelo Bagnasco — e mi sembra a senso unico».
LE CONFERENZE —
Gli organizzatori negano di non aver avuto una visione ampia delle questioni etico-scientifiche più scottanti, e citano come prova la conferenza di Enzo Bianchi priore di Bose su credenti e non credenti davanti agli interrogativi posti dalla ricerca, la lettura del Talmud di Moni Ovadia, i dibattiti sulle origini della vita. Ma quello fra il Festival, al suo quarto anno, e la Curia rimane un dialogo a distanza non privo di punte polemiche. Già lo scorso anno il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, allora vescovo di Genova, si era scontrato con il genetista Alberto Piazza.
UOMO E PROGRESSO — Questa volta l`arcivescovo Bagnasco è stato molto esplicito durante una lectio magistralis tenuta a Sanremo su «Bioetica e terapia». «La ricerca scientifica dev`essere ordinata non già all`utilità sociale e non può esserlo nemmeno a se stessa, una scienza libera senza nessun vincolo, come oggi si sente dire, è destinata all`autodistruzione — dice Bagnasco facendo eco alle parole del Papa di pochi giorni fa —. Il progresso scientifico ha invece come scopo il bene dell`uomo nella sua totalità». Di più, la visione laicistica del mondo fa dimenticare all`Europa le sue radici: «Di questa Europa l`Oriente ha paura. La fede non ha bisogno di Festival».
IL CONFRONTO — «Ma la scienza sì» ribattono Manuela Arata e Vittorio Bo, presidente e direttore del Festival. «Lo dimostrano — dice Arata — le migliaia di persone che ogni giorno affollano le conferenze. C`è una risposta ai bisogni religiosi e una ai bisogni di conoscenza». «Crediamo di non fare paura a nessuno — aggiunge Vittorio Bo — e siamo aperti al confronto con tutto il mondo religioso, non solo con la confessione cattolica ma anche con le altre religioni e culture che molto hanno contribuito nel campo della conoscenza, pensiamo al mondo islamico». «Scienza e religione sono due forze motrici che devono dialogare senza pregiudizi — conclude Pierluigi Luisi, biochimico, docente a Zurigo e Roma —. Quando si parla di mettere vincoli alla scienza, il pensiero corre a Giordano Bruno e Galileo».

 


da l`Unità del 31.10.2006
 
 
L’arcivescovo: vade retro, scienza
 


Pietro Greco



«La fede non ha bisogno del Festival». Le parole di Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, hanno rattristato ma non stupito molte delle persone giunte a migliaia nel capoluogo ligure per partecipare alla quarta edizione del Festival della Scienza, dedicato quest`anno alla scoperta. Le hanno rattristate per una certa gratuità. Alla gran parte di loro il Festival della Scienza di Genova, il più grande e variegato d`Europa dopo quello di Edimburgo, non è apparso affatto venato di quel laicismo - di quel pensiero unico - che invece vi ha scorto l`arcivescovo. E non solo perché tra le centinaia di relatori ve ne sono alcuni come il priore di Bose, Enzo Bianchi, che rappresentano al meglio il pensiero cattolico. Ma soprattutto perché la gran parte di quelle centinaia di relatori è giunta a Genova convinta di essere portatrice di un sapere provvisorio, non di un`ideologia politica o di una fede religiosa. Un sapere, quello scientifico, che per sua natura è fallibile e criticabile, fondato sullo scetticismo sistematico (nella scienza non vale l`ipse dixit). E che non accetta di essere cristallizzato in una dimensione assoluta, gelato in una logica di appartenenza.
D`altra parte è possibile dimostrare che le differenze, talvolta persino le divergenze, tra i protagonisti del Festival sono elevatissime. E non solo sui temi politici o religiosi, ma spesso anche sui temi culturali e persino scientifici. Differenze e persino divergenze che, tuttavia, con un metodo che costituisce il fondamento del principio e della prassi della democrazia, si confrontano - spesso anche duramente - ma non si combattono. A maggior ragione in una festa, una festa popolare, in cui la dimensione gioiosa rende inutile - persino ridicola - ogni tentazione militante.
Non è facile polemizzare con la scienza (sia chiaro, è invece possibile e talvolta utile polemizzare con gli scienziati). Ma è davvero difficile - un po` sopra le righe - polemizzare con una festa della scienza. Per questo la sortita dell`arcivescovo ha rattristato molti. Ma non ha stupito. Non tutti, almeno. Quando, infatti, monsignor Angelo Bagnasco è entrato nel merito ha pronunciato parole - contro la ricerca scientifica che risponde al bisogno di utilità sociale o insegue la sua libertà, insofferente a vincoli esterni - che vanno oltre la (presunta) parzialità del Festival. E che non sono nuove.
Non aveva forse il papa, Joseph Ratzinger, espresso concetti analoghi la scorsa settimana a Verona, quando aveva paragonato la scienza a Icaro, che per amore di libertà si avvicina troppo al Sole e causa la sua stessa rovina? L`idea, legittima, di Ratzinger è che occorre applicare alla scienza dei principi etici che sono fuori dalla scienza. Che sono nella fede. Una posizione difficile da accettare per un laico, quando quella posizione esce dalla comunità dei credenti e si propone come regola sociale se non come legge dello Stato. Difficile da accettare soprattutto da chi crede che le capacità di esprimere valori etici non siano il frutto di una volontà trascendente, ma di quell`evoluzione biologica che la scienza studia e, per larga parte, spiega. Difficile da accettare, in definitiva, per chiunque tende a fondare l`etica su valori laici, accessibili all`uomo attraverso la ragione. E non necessariamente attraverso la fede.
E non era stato lo stesso Benedetto XVI un mese fa all`università di Regensburg a parlare dei limiti epistemologici della scienza, a suo dire incapace di rispondere agli interrogativi propriamente umani del «da dove» e del «verso dove», e a invocare una nuova razionalità che vada oltre le certe dimostrazioni matematiche e le sensate esperienze empiriche tipiche della razionalità scientifica? Una posizione ancora una volta legittima, sia chiaro. Ma difficile da accettare per ogni scienziato (e per ogni laico), che in quelle parole scorge la possibilità che - nell`era dei teocon e dei teodem - la teologia e, più in generale, la religione tornino a rivendicare con forza una loro priorità assoluta non solo in un confronto astratto con la scienza, ma nella quotidiana pratica scientifica.
Non stupisce, dunque, che l`arcivescovo di Genova attacchi la festa della scienza che da quattro anni porta lustro internazionale alla sua città. La sensazione è che, affermando che la fede non ha bisogno del Festival, il cardinale sia andato sopra le righe. Ma non troppo. Che abbia espresso, con toni duri, un clima - forse un progetto - culturale che va diffondendosi nella Chiesa di Roma ma anche in altri ambiti religiosi (tra i cristiani protestanti, come in America, e tra i musulmani, come succede in molti paesi islamici) che non fa bene né alla fede né alla scienza.
Sergio Cofferati si è trovato di fronte a un`altra manifestazione del medesimo progetto quando due giorni fa ha letto che la Curia di Bologna considera «un`invasione barbarica che oltraggia la fede e la ragione» una manifestazione artistica realizzata da omosessuali. E ha giustamente reagito, sostenendo che «la libera espressione nell`arte e nella cultura rappresenti una delle grandi conquiste dell`uomo nell`etica moderna e sia la ricchezza del vivere civile in uno stato laico. Solo la censura, il pregiudizio e l`intolleranza rischiano di riportarci al tempo dei barbari».
Non c`é né in Cofferati, né (più modestamente) in noi - e, per la verità, neppure nel Festival della Scienza di Genova - alcun atteggiamento laicista. C`è solo un atteggiamento laico. Simile a quello del cardinale Carlo Maria Martini, che qualche settimana fa ha avuto una laurea honoris causa presso l`Istituto San Raffaele di Milano di don Luigi Verzé.
Da tempo l`ex arcivescovo di Milano invita a fare quello che migliaia di persone stanno facendo in questi giorni a Genova: «guardare con stupore alla realtà in cui viviamo», prendendo atto «con timore e trepidazione, e insieme con ammirazione» dell`universo che la scienza va scoprendo. Carlo Maria Martini riconosce i limiti della scienza e della tecnica: le cui conquiste «destano da una parte meraviglia e gratitudine e dall`altra suscitano preoccupazione». Ma riconosce anche i limiti della teologia, che «non deve pretendere di colmare i "buchi neri" (della scienza, ndr) con ipotesi che introducono soluzioni trascendenti in problemi che vanno invece lasciati al controllo empirico, mediante osservazioni ed esperimenti».
Il cardinale consiglia di far conto soprattutto sull`uomo pensante «che accetta volentieri un orizzonte continuamente mutevole». Che «non vive di sole certezze, senza porsi dubbi, bensì, stupito e meravigliato». Che «si rimette ogni volta in gioco, facendo della domanda e del dubbio la molla vitale per una ricerca onesta, animata da interrogativi incessanti, nella speranza di una risposta che apra la porta a nuove domande». Un uomo che, dotato o meno della fede, ha bisogno della scienza. E anche dei suoi festival.

 
 


 

dal Corriere del 30.10.2006
 
 Il malessere dei ricercatori cattolici: c`è un muro che deve cadere
 


«Non penso sia corretto dire che la fede può fare a meno della scienza. Dico, però, che sarebbe opportuno che la scienza venisse dibattuta a 360 gradi». Bruno Dallapiccola, genetista alla Sapienza di Roma, ha guidato il Comitato Scienza e Vita nel dibattito sulla fecondazione assistita. La decisione di monsignor Bagnasco diventa, ai suoi occhi, il simbolo di un disagio diffuso tra gli scienziati che nei valori della fede si riconoscono: «Mi sento come un intellettuale degli anni `50 e `60, quando non ci si poteva dire intellettuali se non si aderiva a un certo partito politico. Questo andazzo deve finire». Quello che Dallapiccola rivendica emerge, in modo più metaforico, dalle parole della neuropsichiatra Paola Binetti, copresidente del Comitato e senatrice della Margherita: «È come se tra scienza e fede dovesse cadere un muro di Berlino. L`una ha bisogno dell`altra, ma è necessario che si guardino con estremo rispetto. Non ci può essere progresso, in questo campo, senza sintesi».
La necessità diventa dunque, da parte degli scienziati cattolici, quella di un confronto vero, senza pregiudizi. «Oggi più che mai, abbiamo bisogno di fondare un nuovo dialogo in cui fede e ragione si incontrano davvero. La sfida dev`essere quella di un`intelligenza che cerca il senso delle cose, anche alla luce dei valori della fede. Niente che possa alimentare un contrasto tra ragione e fede gioverà all`uomo», dichiara la professoressa. «È nell`ordine del progresso scientifico che si arrivi a un confronto su certi temi — commenta Paolo Rossini, neurologo al Campus Bio-Medico dell`Opus Dei, a Roma —. Penso alle tematiche connesse all`inizio e al termine della vita: impiego delle staminali e destino degli embrioni, eutanasia, testamento biologico... Fino a 50 anni fa, quesiti inesistenti».
La scelta del prelato non viene letta come un rifiuto o una fuga, «anzi, è un modo per riflettere sul fatto che gli scienziati di matrice cattolica vivono alcune problematicità — continua Rossini — su cui è opportuno discutere, perché condivise anche da altri, al di là della matrice culturale o di fede. Non è necessario essere cattolici per trovarsi a disagio sui temi che trattano l`inizio o la fine della vita». Ancora più netto Dallapiccola: «Non è possibile che la Chiesa resti fuori dal dibattito scientifico. Ma sarei contento se il 90% dei partecipanti non la pensasse nello stesso modo... La ricetta? Raccontare i fatti. Poi, da lì, prendere le mosse per discutere». «La presenza cerimoniale di Bagnasco — chiude la Binetti — non era indispensabile; nella sua "assenza" vedo, invece, una grande sollecitazione all`uomo di scienza, perché lavori per far compenetrare i due mondi in maniera concreta. È la vera sfida della nostra cultura».


 

dal Riformista del 31.10.2006
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 Ma basterebbe leggere la Costituzione
 

INVIOLABILI I DIRITTI D’ESPRESSIONE

STEFANO CECCANTI
 





Non affrontare il tema della laicità sulla base di emergenze è diventato impossibile, ma rischia di essere distorcente. La laicità non è infatti riducibile a una parte del problema sicurezza. Come abbiamo cercato di far capire con l`associazione Qualelaicità va faticosamente costruito un nuovo equilibrio che non può essere il Londonistan (un sistema di comunità dai legami debolissimi) ma neanche l`idea dell`integrazione che ignora le differenze (tradizione francese). Quei due estremi opposti, come ben chiarisce Nicola Colaianni nel suo recente volume Eguaglianza e diversità culturali e religiose (Il Mulino) hanno una base comune: l`idea che le culture siano immutabili, siano compartimenti stagni, per cui le uniche opzioni possibili sarebbero quelle o di arrendersi o di ignorarle rigettandole nel privato. L`impostazione che invece dobbiamo perseguire, un`integrazione rispettosa delle differenze, è quella più coerente con la nostra Costituzione, che all`art. 2 riconosce i diritti inviolabili della persona sia singolarmente sia nelle formazioni sociali, valorizzando quindi le appartenenze dentro un quadro di diritti indisponibili. È anche più coerente con i documenti europei sui diritti umani, a cominciare dalla Convenzione europea dei diritti umani del 1950 fino alla Carta di Nizza del 2000. La Cedu del 1950 è particolarmente rigorosa nel precisare i limiti che possano essere opposti ai diritti: in particolare in materia di libertà religiosa, che comprende anche la piena libertà di cambiare religione; la libertà di manifestarla può essere limitata dalla legge, ma solo a patto che si tratti di misure necessarie, tipiche di una società democratica e solo per ragioni di pubblica sicurezza, protezione dell`ordine, della salute o della morale pubblica o per proteggere le libertà altrui (art. 9). La Carta di Nizza all`art. 22 afferma che «L`Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica».
Per non restare elusiva la linea dell`integrazione rispettosa delle differenze deve distinguere accuratamente gli aspetti «non negoziabili» della nostra tradizione costituzionale e gli aspetti invece suscettibili di «accomodamenti ragionevoli», come propone Colaianni. Cominciamo dai primi: senz`altro si tratta della poligamia che intacca l`uguaglianza uomo-donna e delle mutilazioni genitali che colpiscono la dignità e l`integrità personale. In quest`ultimo caso, per la proibizione, deve trattarsi non di un rituale esclusivamente simbolico, ma che comporti un danno, anche minimo. Su quali punti, invece, vi possono essere adattamenti ragionevoli? Sull`utilizzazione degli spazi delle attività complementari delle scuole pubbliche per l`insegnamento degli aspetti culturali delle religioni, in coerenza con la Costituzione, facendo attenzione al reclutamento degli insegnanti, e sempre che ciò non comporti la creazione di classi omogenee dal punto di vista religioso e anche su simboli religiosi e culturali, sempre che non ostacolino la riconoscibilità o non siano in modo dimostrabile frutto di imposizione.
Su questo aspetto, su cui il dibattito tende a concentrarsi, non sembra esservi alcun bisogno di nuove norme. La circolare del ministero dell`Interno del 14 marzo 1995 sulle foto utilizzabili per le carte di identità legittima qualsiasi copricapo e quella n. 300 del 24 luglio 2000 lo fa esplicitamente rispetto il velo. I problemi si sono posti solo per alcune varianti regionali come il burka, ma solo perché rendono irriconoscibile la persona. Il divieto di mascheramento in luogo pubblico (art. 85 del Testo unico di pubblica sicurezza) non è utilizzabile giacché un copricapo cultural-religioso non è una maschera. Quella norma è inserita nel capo che tratta «degli spettacoli e dei trattenimenti pubblici» e non può pertanto essere interpretata in modo estensivo. Negli anni `70, in clima di emergenza terroristica, la Cassazione penale (sentenza 8 giugno 1976) ha consentito un`interpretazione parzialmente estensiva di quella norma, ma solo per punire modalità di mascheramento che favoriscano «la preparazione o la consumazione di azioni criminose o comunque illecite» oppure quando in tal modo «possano essere eluse le ricerche e le investigazioni della polizia». Ad analoghe conclusioni si arriva anche rispetto all`art. 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, sul divieto di caschi o di mezzi per rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Qualsiasi simbolo che consenta l`identificazione e che non si dimostri portato contro la volontà nel nostro diritto penale è lecito; né si potrebbe prescrivere diversamente se non a patto di violare la libertà religiosa come tutelata dalla Costituzione e dai documenti europei e internazionali.
La legge francese vieta solo nei luoghi scolastici pubblici di gestione statale qualsiasi simbolo religioso appariscente: quindi li parifica tutti, in quello spazio determinato, e comunque li lega ad un aspetto di ostentazione. Se ci si mette su quella strada, però, si travolgono non solo i simboli degli studenti, ma anche quelli degli insegnanti e delle scuole (crocifissi) non essendo pensabile che ciò che non è consentito alle persone lo sia alle istituzioni. Vogliamo arrivare sin lì, senza se e senza ma? Infine un`ultima notazione: gli esponenti politici e gli esperti di diritto fanno benissimo a confrontarsi con nozioni teologiche, a familiarizzarsi con le sacre scritture, ma non debbono con questo abbandonare il terreno delle proprie responsabilità per scivolare su quello altrui. Un deputato o un costituzionalista possono anche pronunciarsi sull`esistenza di un obbligo di portare il velo nell`islam o sulla fondatezza evangelica dell`esclusione delle donne dal sacerdozio ministeriale, ma il loro specifico compito è quello di dirci come le leggi si applicano, come si possano cambiare e quando siano conformi a Costituzione. La laicità esclude il confessionalismo, l`appiattimento sulle logiche prevalenti all`interno delle confessioni, ma esclude anche il giurisdizionalismo, cioè che si possano risolvere le controversie interne alle confessioni con le leggi di uno Stato che è per definizione incompetente in materia religiosa. All`imam che ritiene che il velo sia un obbligo religioso chi ha responsabilità pubbliche deve chiedere con forza non di cambiare opinione teologica, magari costretto dalla legge, ma che affermi con uguale energia che quell`obbligo sia assumibile solo per libera scelta della persona e che nessuna coercizione possa esservi né da parte di un religioso né di un familiare né di un estraneo qualsiasi. La laicità si fonda su queste delicate distinzioni che non vanno mai ignorate.

 


 

dal Corriere del 30.10.2006
 
 La scienza è democrazia. E` questo che non piace?
 


LE CRITICHE DEL VESCOVO

Per la scienza i tempi si fanno sempre più duri. Soprattutto per la scienza di base, quella volta a esplorare il mondo e a cercare di chiarirne i misteri. Si moltiplicano gli appelli ai giovani perché si dedichino alle discipline scientifiche; si moltiplicano le dichiarazioni ufficiali di appoggio alla ricerca; si moltiplicano i Festival che avvicinano sempre più gente, soprattutto giovane, al mondo della scienza e delle sue realizzazioni, ma l`atteggiamento globale verso la scienza non migliora, se addirittura non peggiora. Non più tardi di ieri, infatti, il vescovo di Genova, ha criticato il Festival della Scienza perché «troppo a senso unico», e indirettamente la scienza «che non può essere del tutto libera, senza alcun vincolo». In un paese che destina le briciole del suo bilancio alla ricerca e ai suoi operatori, ci si potrebbe almeno aspettare un atteggiamento positivo e di apprezzamento nei riguardi della scienza, ché tanto non costa nulla. Ma non è così. L`attacco viene da più parti ed è frontale: la scienza viene criticata nei suoi presupposti, nei suoi risultati e nelle sue applicazioni, il tutto nella patria di Galileo!
La scienza produce conoscenza, applicazioni pratiche e cultura ed è portatrice di un particolare atteggiamento mentale. Per quanto riguarda la conoscenza, il progresso scientifico ci ha permesso di comprendere cose inimmaginabili, del cielo, della terra, degli esseri viventi e della mente. Ma secondo alcuni questa non è vera conoscenza: si tratta di verità parziali, temporanee e settoriali. Come se esistesse un`altra attività umana che ci dà verità globali, eterne e universali.
La scienza ha portato, in concorso con la tecnica o indipendentemente da quella, uno stuolo di applicazioni pratiche in tutti i campi, che tutti, senza eccezione, utilizzano. Ma è vezzo comune parlarne solo male, evidenziandone i rischi e la potenza disumanizzante.
La scienza ha introdotto nel nostro linguaggio quotidiano concetti e argomenti che hanno dato nuova linfa alla nostra cultura, dischiudendo ai nostri occhi orizzonti ideali senza precedenti, sul mondo che vediamo come su quello che non vediamo, perché popolato di entità troppo grandi o troppo piccole per i nostri sensi. Se non si dedica primariamente alle cosiddette grandi domande di senso — colpa fondamentale per qualcuno — ha comunque contribuito a cambiare la formulazione della maggior parte di esse. Che secondo me è il massimo che si possa fare.
La scienza è infine un metodo, uno stile di lavoro e una mentalità. La scienza educa allo spirito critico, alla non accettazione di affermazioni date per scontate, alla messa in discussione del più alto numero possibile di presupposti a priori, all`ascolto delle argomentazioni dell`altro, alla critica e alla disponibilità a essere criticati. Tutto questo costituisce secondo me anche il fondamento della democrazia, almeno nella sua accezione moderna.
Probabilmente è il contributo dato alla cultura e alla diffusione dello spirito critico che i nemici della scienza vogliono colpire. Ma non osano e allora chiamano in causa e criticano il suo potere esplicativo e predittivo e le sue applicazioni pratiche, delle quali tra l`altro la scienza più vera e profonda potrebbe benissimo fare a meno.
Si dice che la scienza abbandonata a se stessa potrebbe portare guasti infiniti e addirittura autodistruggersi. Innanzitutto, questo è vero per qualsiasi cosa: niente è bene se abbandonato a se stesso. Ma non sarà certo la scienza quella che correrebbe più velocemente verso il disastro una volta abbandonata a se stessa, essendo opera di pochissimi individui, che sono per giunta scontrosi e individualisti per natura. In secondo luogo, se davvero si ravvisa questo pericolo, non lasciamola sola: studiamola, frequentiamola, esploriamola, tentiamola. E magari facciamola.
 

di Edoardo Boncinelli
 


da Repubblica del 4.11.2006

 

 Dove sbaglia il Papa
 
 

Scienza e fede secondo Ratzinger



Un recente discorso del Pontefice potrebbe far tornare indietro la Chiesa di qualche secolo
Non è accettabile la confusione fra ricerca scientifica e tecnologia
Denigrare la tecnica sperimentale suona un po´ come una seconda condanna di Galileo
Nei secoli passati più religioni, compresa quella cattolica, hanno scatenato guerre
La ricerca è neutrale dal punto di vista etico Introdurre barriere alla conoscenza è pericoloso

LUCA E FRANCESCO CAVALLI SFORZA.




In un recente discorso, tenuto in occasione dell´inizio dell´anno accademico alla Pontificia Università Lateranense, Papa Benedetto XVI ha posto alcune critiche alla scienza, su cui merita riflettere, perché se accolte nel loro significato letterale potrebbero far tornare indietro la Chiesa di qualche secolo. L´ambiguità del linguaggio umano è una trappola pericolosa, soprattutto quando le proprie parole raggiungono tutto il mondo.
Parlando della crisi di cultura e identità della società contemporanea, il papa diceva: «Il contesto contemporaneo sembra dare il primato a un´intelligenza artificiale che diventa sempre più succube della tecnica sperimentale e dimentica in questo modo che ogni scienza deve pur sempre salvaguardare l´uomo e promuovere la sua tensione verso il bene autentico». E più avanti: «Lasciarsi prendere dal gusto della scoperta senza salvaguardare i criteri che vengono da una visione più profonda farebbe cadere facilmente nel dramma di cui parlava il mito antico: il giovane Icaro, preso dal gusto del volo verso la libertà assoluta e incurante dei richiami del vecchio padre Dedalo, si avvicina sempre di più al sole, dimenticando che le ali con cui si è alzato verso il cielo sono di cera. La caduta rovinosa e la morte sono lo scotto che egli paga a questa sua illusione». «Nella vita - ha poi sottolineato Benedetto XVI - vi sono altre illusioni a cui non ci si può affidare, senza rischiare conseguenze disastrose per la propria ed altrui esistenza».
L´espressione «tecnica sperimentale» suona un po´ come una seconda condanna di Galileo, dopo che l´ultimo pontefice aveva espresso le sue tardive, ma coraggiose scuse al grande scienziato. La scienza usa la sperimentazione come mezzo per giungere alla verità, la tecnica sperimentale è il suo strumento. Per il capo della Chiesa cattolica, è la fede che giunge alla verità: «Dio è la verità ultima a cui ogni ragione naturalmente tende». Ma quale verità, visto che esistono molte religioni e che ognuna propone verità diverse? Anche fra quelle che vogliono Dio sia unico, e fra le tre religioni nate dalla Bibbia, che parlano quindi di uno stesso Dio, vi è grande difformità di vedute riguardo alla natura di questo Dio, e quindi a cosa sia «verità».
L´unica verità che conta è naturalmente quella della propria religione. La pretesa di essere gli unici detentori della verità ultima è come un invito al dialogo tra sordi. Vi sono, inoltre, verità di diverso tipo: verità dimostrabili, e se è il caso controvertibili come quelle scientifiche, e verità la cui base è soltanto la propria fede. Vi sono verità personali, che valgono soltanto per chi ha fatto una certa esperienza, e verità comunicabili e condivisibili.
Alcune si rivelano effimere, altre più durature. La religione cattolica accetta oggi altre religioni, quindi si può pensare che accetti anche altre verità, ma non si è pronunziata molto chiaramente al riguardo. Nei secoli passati più religioni, compresa quella cattolica, hanno suscitato guerre sanguinose e massacri in nome del proprio Dio. Ancora in questi anni abbiamo davanti agli occhi quanta violenza sia perpetrata sventolando la bandiera di Dio, che sia il Dio dell´universo o il Dio laico delle ideologie totalitarie, come comunismo e nazismo nel secolo scorso, o ancora il Dio che parlerebbe tanto al presidente Bush quanto ai suoi arcinemici. Ben vengano religioni che riescono a frenare le guerre, ma tanti esempi mostrano quanto ciò sia difficile, nonostante i tentativi di dialogo interreligioso di questi anni.
La verità scientifica viene raggiunta per approssimazioni successive, mantenendo costante il dubbio e la discussione, perché la scienza conosce bene i suoi limiti e le possibilità di errore. La verità scientifica è una sola, progredisce, ed è universalmente sperimentata da chi pratica le varie discipline. La scienza non ha mai promosso guerre, anche se ha involontariamente fornito alla tecnologia conoscenze che hanno permesso di costruire armi sempre più micidiali, come le atomiche. Sono le scelte umane a fare la differenza, e gli uomini tendono ad agire spinti dal bisogno e dall´avidità. Il lavoro dei ricercatori e degli scienziati ci porta sempre nuove conoscenze, senza avere la pretesa di arrivare a una verità ultima, che forse non è nemmeno raggiungibile. Via via che scopriamo di più del mondo intorno a noi aumenta anche la nostra capacità di comprenderlo, o quantomeno di interpretarlo. Così la scienza ci aiuta a vivere meglio.
Può darsi che Benedetto XVI non volesse condannare di nuovo Galileo, ma che nell´esprimersi abbia fuso insieme scienza e tecnologia. Questa fusione però non è accettabile, perché vi è una differenza essenziale di scopo fra queste due attività, che distinguono l´uomo - l´animale culturale per eccellenza - dagli altri Primati. La differenza: la scienza è ricerca della verità attraverso l´osservazione dei fatti e la sperimentazione, mentre la tecnologia è l´applicazione della scienza per la soluzione di problemi pratici e concreti della vita.
La scienza mira alla verità, la tecnologia all´utilità.
Scienza e tecnologia sono madre e figlia l´una dell´altra, ma sono fenomeni profondamente distinti e oggi è più importante che mai non confonderli. L´accumulo di conoscenze non risulta avere avuto conseguenze dannose. L´accumulo di tecnologie ha permesso progressi immani e creato danni gravissimi, spesso promossi dalle migliori intenzioni (basti pensare alla scoperta dei metalli, all´introduzione dell´automobile, dell´aeroplano, dell´energia atomica). Lo scienziato e il tecnologo vivono l´uno accanto all´altro in una stessa società, sono talvolta la stessa persona, ma è ben diverso l´obiettivo del loro lavoro.
Le motivazioni che spingono scienza e tecnologia sono altra cosa ancora: la curiosità ispira la scienza, la ricerca del benessere guida la tecnologia (benessere materiale, per lo più, ma non sempre). Il paragone con Dedalo e Icaro non è convincente: erano entrambi tecnologi, con diversa maturità e un diverso atteggiamento verso il proprio rischio personale.
Parlare di «un´intelligenza artificiale che diventa sempre più succube della tecnica sperimentale» si presta a generare equivoci. L´intelligenza artificiale è l´uso di mezzi meccanici (elettronici, in pratica) per riprodurre l´attività del nostro cervello. E un campo di ricerca che dà qualche speranza di aiutarci a capire il funzionamento di questa parte molto speciale del nostro organismo. Ha già permesso di imitare e talvolta di superare il cervello, per alcune applicazioni, dal gioco degli scacchi ai robot, fino a quel vasto deposito delle conoscenze umane che è Internet, e sta suscitando applicazioni nuove, che hanno tutte ancora grandi limiti. Oggi sono però soprattutto i progressi di una disciplina, la neurofisiologia, che studia l´attività del sistema nervoso, a darci le migliori speranze di capire le motivazioni umane, che rimangono misteriose, ma sono fonte delle nostre azioni, che siano nobili e generose, o assurde, o malvagie. Questi sviluppi potranno aiutarci anche ad intendere l´intelligenza umana.
La scienza è neutrale dal punto di vista etico, e introdurre barriere alla conoscenza scientifica è pericoloso. Non ce la si può prendere con la scienza perché le nuove conoscenze pongono nuovi dilemmi etici. Si tratta piuttosto di avvalersi delle nuove conoscenze disponibili per affrontare dilemmi etici vecchi e nuovi. Questo non è in disaccordo con la richiesta di «salvaguardare i criteri che vengono da una visione più profonda», purché questa visione sia condivisibile su un piano etico non limitato agli articoli di fede delle varie religioni, ma che riconosca valori realmente universali, come la diminuzione delle sofferenze che si possono evitare, il diritto alla conoscenza, la libera scelta degli individui. Si tratta anche di elaborare una visione in grado di far fronte ai profondi cambiamenti sociali e di costume che si vanno manifestando.
Molto diversa è la posizione etica della tecnologia, dato che tutte le applicazioni delle nostre conoscenze hanno un costo oltre che un beneficio. Prevedere i costi di applicazioni prima che esse si siano diffuse su larga scala è obiettivamente difficile: è un limite della nostra capacità di previsione. Spesso in realtà i costi sono calcolabilissimi, solo che non se ne vuole tener conto, né si sa rinunciare ad applicazioni che promettono vantaggi importanti. Qui, evidentemente, vi è grande necessità di azioni coraggiose suggerite da considerazioni etiche.

 


dal Corriere del 14.11.2006
 

 

Tra fede e progresso c`è una terza via La vera sfida: imparare a essere eretici
 


PROVOCAZIONI
Il filosofo della scienza pone la «non ortodossia» al centro dello sviluppo sociale e della conoscenza

 

Relativisti

L`immagine dell`albero delle conoscenze è antica e pregnante, anche per il nostro tempo! I risultati delle varie scienze, le conquiste delle singole discipline e infine i nuovi traguardi indicati dalle più diverse tecnologie sono come le fronde, mentre i principi di base si radicherebbero nel profondo della verità. E ciò può avere anche un corrispettivo sul piano dell`etica e della politica: tanti e magari differenti modi di articolare in superficie quelli che sono gli «irrinunciabili» valori fondamentali.
Che cosa c`è che non va allora nell`immagine dell`albero? Semplicemente aveva ragione il Duca di Mantova: l`essere umano (e non solo la donna, come nel Rigoletto) è mobile, «muta d`accento e di pensier». Diversamente da una pianta, non è legato al suolo da questa o quella radice — a parte quei moralisti che sono un po` come gli alberi cui un tempo venivano attaccati i cartelli stradali: prontissimi a indicare la via giusta (questo o quel valore non negoziabile), ma incapaci di praticarlo, perché troppo inchiodati alla missione di imporre a noi altri quello che ritengono sia il nostro bene.
Da secoli filosofi e scienziati discutono di quel che caratterizzerebbe l`Homo sapiens rispetto agli altri animali. Le maggiori dimensioni del cervello? Il linguaggio? Qualunque sia la risposta, mi sembra che uno dei più cospicui tratti di quegli strani animali che siamo noi sia l`irresistibile tendenza al movimento e al mutamento: lo teorizzava già Aristotele, ma lo aveva sperimentato ben prima Ulisse, così desideroso di abbracciare Penelope al punto da ripartire immediatamente dopo il travagliato ritorno a Itaca… Qualcuno potrebbe concludere che questo non è altro che il sentimento del tempo.
Ricordate il prologo della Bisbetica domata? «Vieni, moglie, siediti accanto a me e lascia che il mondo vada come vuole. Non saremo mai più così giovani». Il tempo «tutto dà e tutto toglie», ma questo tipo di filosofia, lungi dall`intristirci, ci «aggrandisce l`animo», almeno se non abbiamo paura di rischiare persino «il volo di Icaro», mossi dalla passione per la conoscenza, per dirla con un illustre, ma molto sfortunato, contemporaneo di William Shakespeare, Giordano Bruno. Insomma, il tempo fa imputridire le radici e, come recitava un detto del Rinascimento, «del tempo è figlia la verità».
C`è un equivoco in tutto il dibattito sul cosiddetto «relativismo»: stando alla maggioranza dei suoi detrattori, esso sarebbe il peggior nemico della verità. Coglie nel segno, invece, chi accusa il relativismo di non riconoscere «nulla di definitivo»; ma ciò avviene proprio perché il relativismo sa fare della verità una buona alleata.
Per prima cosa, non è affatto vero che il buon relativista metta tutto sullo stesso piano. Abitualmente, è copernicano e non tolemaico; ritiene che le specie evolvano per selezione naturale dovuta alla pressione ambientale e che tutto ciò non dipenda da qualche «disegno intelligente» di un Dio così provvidenziale da essere incomprensibile; fa uso della consapevolezza, ma è disposto ad ammettere con Sigmund Freud la grande forza dell`inconscio; riconosce il potere dell`intelletto, ma non si lascia spaventare dall`idea che le macchine possano dispiegare una qualche «intelligenza artificiale», ecc. Ovviamente può, se lo desidera, mettersi anche nei panni del tolemaico, praticando però il tipo di ironia suggerito a suo tempo da Gottfried Benn, che consisteva nello sperimentare che cosa si prova a collocarsi dall`altra parte.
Il punto è che la verità ha più facce, ed è interessante metterle a confronto; anzi, usare l`una contro l`altra. È quasi banale constatare come una dinamica di questo genere si ritrovi sia nelle grandi svolte del pensiero scientifico sia nella cosiddetta pratica «normale» degli scienziati. L`opposizione dello «scettico» può spesso apparire assurda agli occhi di coloro che sono pronti ad accettare l`interpretazione dominante: così, per esempio, le obiezioni di Albert Einstein alla concezione «ortodossa» della meccanica quantistica venivano liquidate come ostinate e irragionevoli; ma, dopo la loro rilettura da parte dell`irlandese John Bell, hanno dispiegato un nuovo scenario di ricerca.
Non sto dicendo che, siccome il pluralismo o la discordanza — anzi, il dissenso — si rivelano di fatto un potente stimolo alla crescita della conoscenza, allora si debba promuoverli a nuovi assoluti. Sostengo invece che possiamo scegliere un atteggiamento favorevole a una possibilità indefinita di progresso, nella scienza come nella tecnica, e forse anche altrove. Ma è l`estensione di tale prospettiva ad altre sfere dell`umano che sembra preoccupare di più. A questo punto, è bene replicare con sincerità: come non vogliamo ortodossia in fatto di scienza, non la vogliamo nemmeno nella morale o nel diritto.
Molti potrebbero obiettarci che così si compromette qualsiasi legame comunitaristico. E allora? Mi pare piuttosto paradossale che «comunità» o «comunioni» pretendano di formarsi per partecipare a una verità e tributarle un culto! Ma anche da questo paradosso possiamo trarre un insegnamento; per dirla con un filosofo solitario come Andrea Emo, che scrisse migliaia di pagine senza pubblicarne neanche una — tanto poco era interessato ai «valori comuni» —, «la verità è una dissolvitrice di comunità e di comunioni». In altri termini, nella prospettiva che qui adottiamo, non sono le radici (greche, cristiane o magari illuministe, come potrebbe indicare qualcuno per puro spirito di contraddizione) a essere rilevanti, quanto la possibilità di estirparle ogni qual volta l`omaggio a esse rischi di tramutarsi in un`esortazione o, peggio, in un obbligo al conformismo o alla sottomissione.
In breve: non c`è alcuna «comunione» che ci liberi né alcuna liberazione che necessariamente ci «accomuni». Ovviamente, possiamo sempre inventare delle forme di verità o delle forme di solidarietà. Ma per verità qui intendiamo uno scopo cui noi riteniamo opportuno tendere se vogliamo arrivare a qualcosa di concreto. E solidarietà non è altro che una forma di cooperazione in nome degli interessi di ciascuno (attenzione, non si cada nell`errore di credere che i differenti interessi dei singoli siano necessariamente egoistici. In molti casi biologia e neurofisiologia ci dicono l`esatto contrario).
Se queste condizioni si verificano, riusciamo a riconoscerci l`un l`altro come alleati tra di noi e alleati con il Tempo. Anzi, come recita una vecchia ballata americana: We are a Band of Brothers («Siamo un gruppo di fratelli»). Ma non esageriamo: la storia umana nella Bibbia comincia con la lotta tra Caino e Abele…
 

Giulio Giorello
 


 

 

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