FISICA/MENTE

 

La nuova riforma scolastica introduce il concetto di storia  delle religioni  (al plurale) come tentativo di superare la tradizionale identificazione con un’unica religione, quella cattolica, nel nostro Stato in cui convivono ormai comunità sempre più ampie portatrici di culture diverse. 
Nonluoghi  ha intervistato Mario Alighiero Manacorda, storico dell’educazione.


Storia della religione o storia delle religioni? Ovvero quale convivenza?


Mario A. Manacorda: "Sarebbe più appropriato parlare di culture..."
 

di ALDA RADAELLI

    D. Come si prospetta, come verrà gestito, come sarebbe meglio che si gestisse questa nuova disciplina?

   Manacorda. Non c’è bisogno di nuove discipline, c’è però bisogno di nuove forme culturali perché il mondo cambia: fra queste anche la conoscenza della storia dell’attualità, e delle religioni attualmente dominanti. 
  Sarebbe però più appropriato parlare di culture, invece che di religioni: non esiste da nessuna parte una uniformità religiosa perfettamente corrispondente ad uno stato, nemmeno in Iran, nemmeno in Israele, che pure è nato nel nome di una ideologia religiosa.
   Comunque il problema, dal punto di vista storico, non è nuovo. Inizia nel momento stesso in cui la religione viene introdotta come disciplina scolastica, nella scuola di uno stato laico e moderno, e non più di uno stato che si identifica con la religione com’era lo stato pontificio. 
Quando è stata introdotta la riforma Coppino, intesa come carta dei diritti e dei doveri del cittadino, sono nati enormi conflitti enormi tra Stato e Chiesa.
In casa nostra il problema si è riproposto con la revisione del concordato del 1984, in cui con una formula ambigua, si ammette che la religione cattolica non è più l’unica religione dello stato: idiozia giuridica, perché lo stato non ha né una, né tante religioni. La religione riguarda le singole coscienze degli individui. Lo stato è assolutamente neutrale.
 Nel nuovo concordato del 1984, che modifica il precedente, si dice: “ La repubblica continuerà ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica” 
 Dove sta la modifica se si parla di continuazione? Si dice che il concordato fa parte del patrimonio storico del popolo italiano, come se del patrimonio storico del popolo italiano non facesse parte anche, non solo la religiosità e l’ateismo, ma soprattutto una costante opposizione al dominio del papato, come dimostrano i cattolici Dante e Tetrarca.
        Tra le varie ambiguità che caratterizzano il nuovo concordato c’è la proposta di attenersi al “quadro di riferimento delle finalità della scuola”. 
        Nell’interpretazione laica la finalità della scuola doveva essere subordinata alla concezione laica generale dell’insegnamento, ma i cattolici, nel telegiornale all’indomani della firma del concordato, il 19 febbraio 1984, hanno subito precisato che la religione era da considerare una delle finalità della scuola: se gli  concedi il mignolo, ti rubano il braccio e tutta la persona. In questa situazione è difficile entusiasmarsi per una formula che apparentemente sembrerebbe suonare avanzata.

D. Allora, c’è o no un fatto nuovo nella riforma che adotta la storia delle religioni invece della tradizionale storia della religione?

M. Il fatto nuovo c’è. Quando nel febbraio 1984 venne approvato questo nuovo concordato, la perplessità e la contrarietà, dovute alla reintroduzione dell’ora di religione, furono grandi, anche perché la sua facoltatività creava più problemi di quanti non ne risolvesse. Ci fu chi, per temperare l’impressione che nella scuola fosse rientrato l’insegnamento dogmatico di una data religione, disse che bisogna sostenere l’insegnamento culturale di tutte le religioni. Ma la toppa rischia di essere peggiore del buco, perché si tenta invano di mediare con un’imposizione assurda e autoritaria.
         Le religioni esistono in tutto il mondo. Sotto la stessa parola “religione” sta la perfidia del cardinale Bellarmino, l’opposizione di Giordano Bruno, l’ignoranza  delle plebi, Dante che fa della religione uno strumento antipapale. Stiamo attenti alle frasi culturalmente affascinanti, se non sappiamo esattamente che cosa ha in mente chi le si usa.  Ci sarebbe sempre chi, nell’ambito dell’insegnamento delle religioni comparate, insegnerebbe la propria come la migliore.

D. Oggi stanno crescendo in Italia comunità portatrici di culture diverse. Che ci piaccia o no, è un fatto che gli stranieri aumentano, che aumentano i matrimoni misti, che si formano nuove generazioni nelle scuole e nelle università: sono cittadini che si sentono italiani di fatto, ma si portano dentro anche la loro cultura di origine. Come rapportarsi, nell’ambito della scuola a queste persone?

M. Direi che si può andare oltre all’ambito scolastico. Noi oggi viviamo in un mondo in cui i mezzi di comunicazione ci hanno già così strettamente legato gli uni agli altri che la questione dei cittadini stranieri viventi in Italia diventa secondaria. Se non ci fosse neanche un arabo, un indiano, un cinese, un filippino, noi dovremmo lo stesso tener conto del fatto che esistono culture diverse.  Ma non è aggiungendo materie scolastiche che risolviamo una maggiore conoscenza reciproca. L’ultimo anno in cui insegnai all’università si discusse dell’allargamento delle discipline offerto dal rettorato. Erano già 220, divennero 330: come facevano gli studenti a dominarle tutte?



 

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