FISICA/MENTE

 

LAICITA'

http://materialiresistenti.clarence.com/archivi/2003-06-01_4.html

di Mario Alighiero Manacorda.

Parliamo tanto di laicità, ma siamo d'accordo su ciò che intendiamo con questa parola? In che rapporto la pensiamo con laicismo e anticlericalismo, e, in opposizione, con religiosità, clericalismo, fondamentalismo ecc.?
Quando demmo vita a "Carta '89", Filippo Gentiloni, esprimendo una esigenza di chiarezza sulla distinzione tra laicità e laicismo, propose di dedicare un convegno a definirla. Poi nel convegno di Società laica e plurale in Campidoglio del 9 febbraio 2002, la questione fu affrontata soprattutto da parte del segretario della International Humanist & Ethical Union, che osservò come il termine laicità-laicismo, corrente in Italia, non fosse comprensibile in Europa. Il che è vero, come è vero, d'altronde, che anche il termine umanesimo ha in Europa diversi significati, che vanno dalla definizione del movimento culturale di rinascita dell'antico a qualcosa di assai vicino a umanitarismo. Forse, per cominciare, può essere utile rifarsi all'etimologia, che, se si esce dal facile gioco di erudizione a buon mercato, può fornire qualche utile spunto. Ebbene, il greco laós significa popolo, gente, moltitudine, opponendosi a kleros, parte separata, eletta (élite): ma ovviamente questa etimologia con relativa traduzione non ci aiuterebbe molto. Basterebbe infatti pensare ai significati dei termini inglesi corrispondenti, che, ineccepibilmente ma in modo riduttivo, indicano soltanto l'opposizione laico-chierico, cioè il semplice essere o non essere uomini di chiesa: che sarebbe un po' poco per intenderci sul concetto di laicità. Quello che invece il termine greco originario può suggerirci in più è che esso e la sua traduzione con "popolo" (e gli altri termini affini: gente, moltitudine ecc.) rimandano alla totalità degli individui di fronte a una parte che intende rappresentarli, guidarli e dominarli. Ebbene, il punto di scelta è proprio qui: quella totalità esiste in quanto esistono i singoli individui o persone, uguali (per volontà di dio o per natura, poco importa) nei loro diritti insopprimibili di pensare con la propria testa e di agire in conformità, ovviamente nel rispetto dei propri simili. Allora, se così è, dobbiamo ammettere che qualsiasi scelta di pensiero è lecita, e che in nessun caso l'uomo può arrogarsi il diritto di imporre all'altro uomo, con la forza del potere, il proprio pensiero: questo sarebbe il contrario di laicità (laós), cioè clericalismo (kleros). Ma a questo punto devo concedere che il ricorso all'etimologia non era altro che un piccolo pretesto, atto comunque a far luce. In realtà stiamo ricorrendo alla storia, non solo delle parole ma degli uomini, perché il significato odierno di laós e kleros è nato solo col cristianesimo. Non che prima, nelle società "pagane", la distinzione proprio non esistesse: i latini dicevano profanum il popolo che, escluso dal rituale, restava "davanti all'altare", anziché dietro dove erano i sacerdotes a sacrificare agli dèi; ma, fuori dagli atti del culto niente distingueva gli uni dagli altri. Affinché la distinzione cristiana tra laici e chierici si instaurasse stabilmente, occorsero secoli di dure lotte intercristiane, risolte solo con l'alleanza: tra il potere imperiale di Costantino e il clero cristiano, che d'ora in poi possiamo chiamare cattolico. (Fu un'alleanza, sia detto tra parentesi, nella quale la Chiesa ufficiale rappresentava soprattutto i lapsi, cioè quelli che durante le persecuzioni erano "caduti" nell'idolatria: non per nulla, infatti, come primo suo atto nei concili patrocinati dall'Impero essa condannò come eretici tutti coloro, novaziani e donatisti, che avevano resistito alle persecuzioni e si erano poi opposti al rientro trionfante dei lapsi nella comunità cristiana e addirittura nelle loro cariche ecclesiastiche). Questo per la storia, che ci pesa ancora addosso. Ma a noi il discorso serve ora per affermare che, essendo la moltitudine costituita dai singoli, a tutti i singoli va riconosciuto l'inalienabile diritto a quella libertà di pensiero, che Spinoza ha stupendamente definito mentis libertas seu beatitudo. Una volta riconosciuta questa libertà di tutti come inerente al concetto stesso di popolo, e di laicità come popolarità, ciò significa che di essa fanno parte a pieno titolo tanto chi crede in un Dio quanto chi non ci crede, tanto la religiosità quanto la non religiosità. Ma qui, dato che sto parlando soprattutto a laici, interessa sottolineare soprattutto la religiosità, perché di solito, in forza della nostra situazione storica immediata, la laicità tende a identificarsi con la lotta alla religione, in particolare a quella religione cattolica che da sempre si è opposta a ogni mentis beatitudo con la forza del potere politico, ovvero del braccio secolare. Ora, al diritto di essere ateo, areligioso ecc., corrisponde paritariamente il diritto di essere religioso e, se tale, cristiano, cattolico, o di qualsiasi altra religione. Ed è chiaro che se parlassi a dei religiosi, in particolare cattolici, rivendicheri l'eguale diritto di essere atei ecc. Insomma, quello che si rivendica è la libertà di religione e di non religione (ma che inessenzialità!). E tuttavia non vorrei essere frainteso su questo ovvio riconoscimento della religiosià: io da tempo ho deciso di proclamarmi apertamente, ovunque si discutesse di queste cose, ateo, areligioso, irreligioso, antireligioso: e a ogni buon conto lo ripeto qui. Io sono ateo ecc., e non intendo per questo considerare nemici quanti si dichiarino credenti in questa o quella religione: anzi spesso mi sono state e mi sono amici carissimi persone credenti in questa o quella religione: ed è, ovviamente, un'amicizia reciproca. Ci può anzi essere tra noi una curiosità umana di conoscere le vie di queste scelte così differenti. Non è dunque una rivendicazione arrogante la mia: è, anzi, un invito alla convivenza amichevole, come di fatto avviene nei piccoli gruppi, di famiglia, vicinato, lavoro ecc., in cui normalmente queste differenze risultano del tutto inessenziali. Quando io mi proclamo tale, per pura esigenza storica, cioè del momento attuale, non intendo ovviamente negare ad alcun altro il diritto di proclamarsi religioso, di questa o quella religione: anzi, il mio è un cordialissimo invito alla tolleranza e, semmai, alla reciproca, affettuosa cordialità. D'altra parte, non intendo nemmeno porre fine alla battaglia delle idee, per quel tanto che può avere un senso, anche se non trovo utile o interessante discutere in astratto dell'esistenza di Dio: direi piuttosto, con Plinio il vecchio che "effigiem dei formamque quaerere imbecillitatis humanae reor" (Credo proprio della debolezza umana indagare l'immagine o l'aspetto di Dio" (II,5) e con Marx, che si tratta di una inessenzialità che non ci può portare da nessuna parte (???????????). Un anno fa mi è capitato di essere invitato a un pubblico dibattito estivo una stazione balneare, dove, credendo di dover presentare un mio libro, mi trovai invece con sorpresa a dover discutere con un antagonista cattolico dell'esistenza di Dio. Lascio immaginare che voglia avessi di discutere di simili inessenzialità davanti a dei bagnanti appena reduci dalla spiaggia, io, convinto con Leonardo che "le bugiarde scienze mentali che non siano passate per il senso e le matematiche dimostrazioni sono vane, e che lì le grida non finiscono mai", mentre con la scienzia "il letigio resta in eterno distrutto... e vien posto silenzio alla lingua de' litiganti" (cito a memoria dal suo Manoscritto urbinate, ma torna). Si discuta anche di questo quanto si vuole, se si vuole; ma una sola cosa importa: che nessuno pensi di giovarsi del potere politico per affermare il suo pensiero o per avere privilegi giuridici, economici o altri. E soprattutto si capisca una buona volta che la pretesa di chicchessia di parlare all'altro non solo di Dio, ma addirittura in nome di Dio è una stupidità e, per usare un loro termine, una bestemmia contro lo spirito dell'uomo. Resta che queste diversità di opinioni non possono avere alcuna rilevanza morale e, soprattutto, politica. Questa è laicità. Forse si può distinguere laicità da laicismo, accettando che questo sia identificato con la vituperata pretesa, attribuita a certo positivismo ottocentesco, di sostituire alla religione la scienza, trasformata anch'essa dal continuo procedere "nell'infinito e interminabile atto della cognizione circa il vero" (Degli eroici furori, Argomento del Nolano Ed. Gentile III, p. 298) (ahimé) in un dogma. Possiamo convenire che il laicismo, in senso deteriore, cominci da qui, e accoglierne, se si vuole, l'uso invalso di negatività. Ma anche qui non intendo con ciò proibire o sconsigliare a chi ne abbia voglia le discussioni, la propaganda e le polemiche, religiose o laiciste. Praticamente, tutta la filosofia moderna è "laicista", cioè non si adopera più a discutere se Dio esista o a dimostrare che esiste: che resta una inessenzialità delle bugiarde scienze mentali dove le grida non finiscono mai. E se per esempio c'è in Italia una "Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, o in Europa qualche altra associazione del genere, come la citata International Humanist & Ethical Union o "Union humaniste", ben vengano, perché le loro argomentazioni non solo politiche ma anche filosofiche o, se vogliono, teologiche, anche coi loro aspetti di satira dissacrante, fanno parte di diritto della odierna battaglia delle idee. Eguale diritto hanno ovviamente gli interventi o le polemiche politiche filosofiche e teologiche della parte religiosa di ogni specie, anche cattolica: se non fosse, però, che qui intervengono due fatti illiberali. Il primo, soggettivo, è la pretesa di porsi a priori come unica verità, che non accetta discussione perché data da Dio (il De vera religione di Agostino ecc.); il secondo, oggettivo, è il godere, per diffondersi e imporsi, dell'appoggio preferenziale del potere politico. Due condizioni preliminari alla sua partecipazione al dibattito, perché lo trasformano in un indottrinamento autoritario, negando agli altri ogni qualifica di parità e di libertà. Se non fosse per questo, si discuta quanto si vuole. A me, comunque, discutere di Dio proprio non interessa, per le ragioni di Plinio, di Leonardo, di Marx (e mie). Ma è evidente che lo Stato, se laico, non può prender parte in queste battaglie, né sostenere una parte con finanziamenti e con privilegi giuridici, nonché con l'identificazione degli atti di culto di una siffatta religione con le proprie regole e solennità, comepur si fa quotidianamente. Il punto è proprio questo, la laicità dello Stato: che può infatti importare alla comunità o allo Stato che cosa ha in testa ogni suo singolo cittadino, cioè se crede che ci sia un creatore dell'universo e dell'uomo, o che il tutto si sia formato chissà come? "Può star la discordia delli intelletti con la concordia delle volontà d'ambidui", scriveva Tommaso Campanella, il 6 luglio 1638, a Ferdinando II de' Medici, a proposito dei suoi rapporti con Galileo. Ed era una stupenda formulazione dell'ideale rapporto tra persone di diverse opinioni. Ed era anche il laico auspicio di Spinoza, quando scriveva: "E' necessario governare gli uomini in modo tale che, se anche palesemente si dichiarano di opinioni diverse e contrarie, tuttavia vivano concordi" (Tractatus theologicus-politicus, 5). Quello, insomma, che caratterizza la laicità è l'eguale libertà di pensiero per tutti i singoli e per tutti i gruppi, nessuno dei quali possa godere del sostegno del potere politico. Ma in Italia, per lunga tradizione di servilismo e per le conseguenze del duplice Concordato, del 1929 e del 1984, le cose non stanno così. Certo, Togliatti commise un imperdonabile errore quando votò l'inclusione del Concordato fascista nella Costituzione italiana, nella prudente intenzione di evitare lo scontro (improbabile) tra masse popolari cattoliche e social-comuniste: dimenticava che altro è il laós cattolico, il quale difficilmente sarebbe sceso in piazza per il Concordato fascista, altro il kleros, che, lungi dall'accettare la sua "mano tesa", avrebbe approfittato, come poi fece, del cedimento sui principi per rincarare con le scomuniche la dose della sua intransigenza. Ma aveva ragione quando più tardi postillò che "la lotta per l'unità col mondo cattolico si concilia con la lotta altrettanto ferma e decisa che noi dobbiamo condurre contro la clericalizzazione dello stato italiano". Cosa che poi né il suo né altri partiti hanno saputo fare, lasciando semmai fare alle spontanee associazioni laiche. Ma la battaglia ideale il Partito comunista non l'ha mai fatta, a differenza del partito socialista tra otto- e novecento. (Eppure io, da comunista, l'ho sempre fatta nel mio piccolo nell'Istituto Gramsci e, da laico, nelle associazioni unitarie di difesa della scuola pubblica con liberali, repubblicani, azionisti, socialisti e tutti quanti. E non è un caso che quando, sul solo organo del partito che me lo poteva consentire, cioè "Riforma della scuola" (che io dirigevo allora con Lucio Lombardo Radice), scrissi un articolo contro il Concordato mi trovai inaspettatamente circondato non da "laicisti" ma da credenti, soprattutto cristiani, anzi cattolici, magari "del dissenso". E allora: se la laicità non può essere antireligiosa, deve però essere anticlericale. E come potrebbe non esserlo, in un paese in cui, malgrado le affermazioni (maldestre) di laicità dello Stato, c'è un clero che gode di privilegi concordatari e di favori che vanno ben al di là dello stesso concordato? Certo, la parola anticlericale non gode di buona stampa, ed è pudicamente rifiutata anche da tanti laici, che pure in cuor loro sono anticlericali. E come non ricordare, senza mezzi termini, che l'anticlericalismo diffuso fa "parte del patrimonio storico del popolo italiano" quanto e più della religione cattolica, avendo precedenti illustri e incontrastabili tra tutti i grandi della nostra letteratura, cattolici e non cattolici, da Dante (e anche prima) in poi? É difficile trovare un nostro autore che non sia anticlericale, se non tra i mediocri. Certo, c'è stato un "anticlericalismo vetero-ottocentesco", del tipo del giornale satirico di Podrecca, "l'Asino", che mi è stato rimproverato anche da compagni del partito comunista e da storici cattolici più o meno democratici, gli uni e gli altri (guarda un po'!) filoconcordatari. Ma era forse senza ragioni e senza dignità? Basti pensare, non dirò all'inaffidabile Carducci, ma al De Sanctis., che stigmatizzò con parole sdegnose quanti laicisti gridavano contro i preti e si mettevano poi "il cappello del prete". Ma perché non si cita allora il livello ancora più basso, non solo di molta stampa clericale ottocentesca, e la stessa volgarità e virulenza di tante encicliche papali? Non straparlavano forse i papi, quando parlavano dei maestri laici come di "lupi rapaci" ("Spingeteli fuori e sterminateli immantinente"; dei libri acattolici "da distruggere completamente, bruciandoli" Pio VI, Diu satis, 1800). O dei "mostruosi e fraudolenti errori delle astutissime società bibliche, dell'orribile infezione delle dottrine pestilenziali e "dei perversi insegnamenti che corrompono la gioventù e le somministrano fiele di drago nel calice di Babilonia" (Pio IX, Qui pluribus, 1846); o dei socialisti come di una "torbida plebe bramosa di lanciarsi sui palagi e sulle fortune dei più doviziosi'", o della libertà di parola e di stampa da essere "legalmente repressa", e della libertà di pensiero e di insegnamento" come "cosa del tutto contraria alla ragione" (Leone XIII Libertas, 1888) e via anatemizzando? Qui non mi resta che ribadire che l'anticlericalismo non è necessariamente antireligioso: può essere religioso, anzi cristiano e perfino cattolico: lo deve essere tanto più quanto più uno è profondamente tale e perciò rifiuta ogni accomodamento della sua Chiesa col potere politico, sia esso costantiniano, teodosiano, fascista o repubblicano. Insomma, anticlericalismo è una bella e degna parola, che va rivalutata: è l'aspetto immediatamente storico- politico della laicità come questione ideale di principio. Non nega nessuna religiosità, nemmeno quella di un clero; ma nega la pretesa di un qualsiasi clero di godere di privilegi e di giovarsi della forza del potere. É perciò contrario ai concordati e anche alle intese, che ne sono un derivato minore, atto solo a confermare l'odioso principio della distinzione tra i cittadini in nome della loro religione da loro dichiarata. (E che privilegi restano a chi non può o non vuole dichiararne alcuna? Che difese a chi non può giovarsi di alcun clero? Restare senza privilegi e senza tutele extra legem in uno Stato dove altri, in nome di qualche Dio, hanno tutele e privilegi, vuol dire essere cives minoris iuris). La libertà religiosa dei singoli cittadini e la laicità dello Stato coincidono dunque. E non può bastare la sgangherata sentenza concordataria, che "la religione cattolica non è più la sola religione dello Stato", che finora non ha garantito nulla, e che è comica per la sua impropria collocazione in un articolo di un miserello "Protocollo addizionale" aggiunto all'ultimo momento in un atto minore relativo a rapporti internazionali, quale è un Concordato, nientemeno a smentire il solennissimo art.1 dello Statuto albertino del 1848, confermato dal Concordato fascista del 1929 e non cancellato dalla Costituzione del 1948. Ma è altrettanto comico e falso per la sua forma logica. Dice infatti, a rigor di logica, che lo Stato può avere tante religioni. Ma non si doveva invece dire che non ne ha alcuna? Purtroppo, qualcuna ne ha, se ancora oggi il sindaco della Città eterna e il Presidente della Repubblica fanno a gara nell'esaltare il suo capo. Ora, di fronte a questo Concordato, anzi alla situazione concordataria che fa della Repubblica Italiana uno Stato confessionale, che c'è di più necessario, di più utile alla convivenza civile, di più nobile, che il dichiararsi anticoncordatari, cioè a piena voce anticlericali? E, anche se, per le parole su citate di tanti nostri antichi amici, è proprio della debolezza umana indagare l'immagine o l'aspetto di Dio, tuttavia, in nome della laicità, che in quell'infinito e interminabile atto della cognizione circa il vero si esprime come mentis libertas seu beatitudo, non dobbiamo forse adoperarci affinché la discordia degli intelletti conviva con la concordia delle volontà? E mi sia lecito aggiungere a queste parole un'altra parola del grande Plinio, laicamente religiosa e che può essere condivisa da tutti: "Dio è che il mortale aiuti il mortale" (Deus est mortali iuvare mortalem - 2,5). Se così è, ognuno è libero di aggiungerci quante altre parole gli piaccia. E così sia..

 
di materialiresistenti, 09:08


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