FISICA/MENTE

 

 

 

http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/esteri/benedettoxvi-4/papa-protesta-musulmani/papa-protesta-musulmani.html

Le parole del Pontefice sull'Islam infiammano la polemica
"Calunnie ingiustificate contro il Profeta, gettano olio sul fuoco"

Leader musulmani contro il Papa
"Chieda scusa per quel che ha detto"

La massima autorità religiosa della Turchia chiede che venga annullata
la visita di Benedetto XVI nel Paese, prevista per il prossimo novembre

 

ROMA - "Ciò che sta a cuore al Santo Padre è un chiaro e radicale rifiuto della motivazione religiosa della violenza". Il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, cerca di smorzare i toni della polemica che agita il mondo musulmano a seguito delle parole pronunciate da Benedetto XVI, ieri, all'Università di Regensburg. Numerosi i leader religiosi che hanno letto, in quelle affermazioni, un collegamento implicito fra Guerra Santa e terrorismo. Un'indignazione, quella del mondo musulmano, che si anima fra l'altro a poco tempo dalla prevista visita del Santo Padre in Turchia a novembre.

"Non era certo nelle intenzioni del Santo Padre svolgere uno studio approfondito sulla Jihad e sul pensiero musulmano in merito, e tanto meno offendere la sensibilità dei credenti musulmani", aggiunge padre Lombardi, riaffermando la volontà del Papa "di coltivare un atteggiamento di rispetto e dialogo verso le altre religioni e culture, evidentemente anche verso l'Islam''.

Tuttavia la massima autorità religiosa turca, Ali Bardokoglu, presidente del Dipartimento affari religiosi della Turchia, chiede al Papa di scusarsi. Se le parole di Benedetto XVI mostrano "un odio nel suo cuore, allora siamo davanti ad una situazione pericolosa. Non mi aspetto niente di buono da una visita nel mondo islamico da parte di chi pensa così del Profeta" aggiunge, chiedendo che la sua prevista visita in Turchia in novembre venga annullata.

"Il Papa del Vaticano ha offeso il Profeta" è il titolo di un messaggio apparso sui forum islamici su internet, gli stessi che pubblicano i video e i comunicati di Al Qaeda. "Dove sono quelli che parlano di dialogo tra le religioni? In realtà - si legge questa non è altro che una guerra crociata che lo si voglia o no". Anche il portavoce di al-Fatah in Cisgiordania, Fahmi al-Zaarir, condanna le dichiarazioni di Benedetto XVI: "Il suo discorso non riflette i principi di tolleranza del cristianesimo, veicolati dal messaggero palestinese della Cristianità, Gesù Cristo".

Una richiesta di scuse giunge anche dalla guida spirituale dei Fratelli musulmani, il principale gruppo d'opposizione in Egitto, Mohammed Mahdi Akef, secondo il quale le dichiarazioni di Benedetto XVI "gettano olio sul fuoco" e creano "un grave danno all'Islam". Mentre Fawi Zefzaf, presidente della Commissione del Parlamento egiziano per il dialogo interreligioso definisce "bugiardo" il Papa, e mette in guardia: "Semplici caricature (di Maometto, ndr) hanno scatenato la risposta furiosa delle masse musulmane, quale sarà la reazione a simili dichiarazioni?".

Una richiesta di scuse ufficiali arriva anche da due alti rappresentanti musulmani in Kuwait, Haken al-Mutairi, segretario generale del Partito della comunità islamica degli Emirati, e Sayed Baqer al-Mohri, capo dell'Assemblea sciita degli Ulema. Al-Mutairi ha chiesto che il Pontefice chieda immediatamente scusa "al popolo musulmano per le sue calunnie contro il profeta Maometto e l'Islam", collegando i commenti del Pontefice alla "guerra dell'Occidente attualmente in corso contro il mondo musulmano, in Paesi come Afghanistan, Iraq e Libano. Le sue affermazioni ricordano lo spirito delle crociate" ha aggiunto.

Le polemiche hanno trovato ampia eco sulle pricipali emittenti arabe e sui loro siti web. "Il Papa critica l'Islam e cita un'offesa al suo profeta" è il titolo con il quale l'emittente satellitare Al Jazeera apre il dibattito e scatena reazioni molto dure nella sezione dedicata ai commenti dei visitatori sel sito. Toni simili su Al Arabiya, il secondo canale satellitare nel mondo arabo, che sul suo sito titola: "Il Papa rivolge critiche all'Islam a pochi giorni dalla sua attesa visita in Turchia" e aggiunge che "ci si attende che provochi la rabbia islamica".

Chiede chiarimenti al Vaticano il capo del Consiglio francese per la religione musulmana: "Attenzione a non confondere l'Islam, che è una religione rivelata, e l'islamismo, che non è una religione ma un'ideologia politica". Critiche anche da Aiman Mazyek, presidente del Consiglio centrale musulmano in Germania: "Dopo le sanguinose conversioni dei popoli latinoamericani, le crociate, le coercizioni imposte da Hitler alla Chiesa, e perfino dopo che Urbano II coniò per primo il termine Guerra Santa - ha detto - non credo che la Chiesa Cattolica possa puntare il dito contro gli estremismi di altre religioni".

(14 settembre 2006)


http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/esteri/benedettoxvi-4/testo-integrale-angelus/testo-integrale-angelus.html

Il testo integrale del discorso di Benedetto XVI pronunciato all'Angelus
con le scuse e il rammarico "per le reazioni suscitate"

Il Papa: "Era solo una citazione
che non rispecchia il mio pensiero"


 

<B>Il Papa: "Era solo una citazione<br>che non rispecchia il mio pensiero"</B>

Il Papa parla all'Angelus a Castelgandolfo

 

ROMA - Queste le parole del Papa sulla vicenda Islam pronunciate a Castel Gandolfo all'Angelus: "Cari fratelli e sorelle, il viaggio apostolico in Baviera, che ho compiuto nei giorni scorsi, è stato una forte esperienza spirituale, nella quale si sono intrecciati ricordi personali, legati a luoghi a me tanto familiari, e prospettive pastorali per un efficace annuncio del Vangelo nel nostro tempo".

"Ringrazio Dio per le interiori consolazioni che mi ha dato di vivere e sono riconoscente, al tempo stesso, a tutti coloro che hanno attivamente lavorato per la riuscita di questa mia visita pastorale. Di essa, come è ormai consuetudine, parlerò più diffusamente durante l'Udienza generale di mercoledì prossimo".

"In questo momento desidero solo aggiungere che sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell'Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale".

"Ieri il Signor Cardinale Segretario di Stato ha reso pubblica, a questo proposito, una dichiarazione in cui ha spiegato l'autentico senso delle mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un invito dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco".

(17 settembre 2006)

 

http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=40&ID_articolo=38&ID_sezione=55&sezione=

Vivere nel vuoto


17/9/2006
Barbara Spinelli


SE Benedetto XVI avesse citato non solo la frase insultante pronunciata dall’imperatore bizantino su Maometto, martedì nella prolusione all’università di Regensburg, ma avesse raccontato come andò l’intero dialogo fra Manuele II Paleologo e il dotto persiano che avvenne una notte d’inverno del 1390-1 o 1391-2, tutto oggi sarebbe un po’ più chiaro, più complicato e forse anche un po’ più triste. Sarebbe più chiaro perché conosceremmo le argomentazioni del Mudarris, il professore teologo musulmano che davanti all’imperatore di Bisanzio difende l’Islam con forza e precisa convinzione. Sarebbe più complicato, perché il dissidio non riguarda tanto la ragione quanto l’essenza della fede, la sua vocazione a sperare, legiferare. Saremmo più tristi, perché in quella notte del XIV secolo il dialogo è una pratica normale, mentre nel secolo nostro non esiste. In quella notte c’è ascolto, voglia d’apprendere, immensa curiosità di conoscere le ragioni dell’altro e di fare in modo che la propria fede prevalga razionalmente anche se molti suoi tratti non sono razionali. Oggi quel dialogo è completamente assente. Se tutti ne parlano, se tanti l’invocano come un valore fine a se stesso che implica nei cristiani dissimulazione della propria identità, è perché tra i due monoteismi il baratro è enorme. Il basileus bizantino non deve scusarsi, il Papa sì.

La lettura dell’intero dialogo fra Manuele e il Persiano ci mostra innanzitutto una cosa: che non sono affatto il logos e l’Ellade a dividere il mondo cristiano dal musulmano. Rifacendosi alla filosofia greca, Manuele denuncia la propagazione delle fede attraverso la spada, vedendo nella guerra santa o jihad non solo un abito «malvagio e disumano» ma un’«assurdità non conforme a ragione», dunque sgradita a Dio «che non si compiace nel sangue». Il Persiano gli risponde che la vera ragionevolezza sta dalla propria parte, essendo l’Islam fondato su moderazione e praticabilità, su misura (métron) e giusto mezzo (mesòtes): categorie aristoteliche centrali. Ambedue sono immersi nella cultura greca. Ambedue si sforzano di poggiare argomentazioni e precetti sulla ragione e su una ragionevolezza «abbordabile». Il disquisire dei conversanti è logico, e in alcuni punti talmente sillogistico da apparire sofistico.

Quel che veramente li divide è in realtà qualcos’altro. Non è la fiducia o non fiducia nella ragione (il dialogo si conclude con la comune constatazione che «la Misura è la migliore delle cose»), ma sono i diversi modi di vivere le leggi, i folli paradossi insiti nella fede e nell’attesa. E la maggior follia non è quella dell’Islam ma del cristiano. Il basileus-imperatore bizantino lo riconosce d’altronde apertamente: in fondo è vero quel che il Persiano rimprovera al credo di Cristo - la sua follia, la non ragionevolezza, la «dismisura», il contraddirsi tormentoso tra poter essere e dover essere. Quel che fin d’allora stupisce più i musulmani - compresi i messianici sciiti - è proprio questa follia cristiana: il credere l’incredibile, il tendere smisuratamente l’anima verso l’alto, il non compromesso con le cose del mondo. Ed è l’insegnamento centrale del Cristo: l’amare il proprio nemico, il porgere l’altra guancia, oltre al disfarsi d’ogni ricchezza e al precetto che ingiunge, se si vuol esser discepoli, di «odiare padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria psyche, la propria anima» (Luca 14, 26): «Qual è l’uomo di ferro, di diamante, più insensibile della pietra - così il Persiano - che sopporterà queste cose?».

Manuele Paleologo non dissimula, non sminuisce: è vero che il cristianesimo mostra al credente una strada infinitamente più difficile, come deplorato dal musulmano. Una strada «dura, esagerata, eccessiva», dunque «impraticabile» (la parola greca abatos impiegata dal Persiano è la via che non si può camminare, l’inattraversabile). Impregnato anch’egli di pensiero ellenico, il dotto musulmano cita la «dottrina degli Antichi» e critica una via, quella cristiana, «contraria alla ragione», «pari a una trappola», «fardello violento» (per esempio sulla verginità). Una via «che in un certo modo forza la nostra natura terrestre a montare verso il cielo». Che raccomanda «cose impossibili, disumane».

Il basileus bizantino non nega tutto questo, abbiamo visto. Sì, la via cristiana comporta - quando è perfetta - una scelta deliberata di «soffrire cose penose, quale che sia la loro qualità e quantità»; di «sopportare con mitezza chiunque ci calpesti»; di «percorrere vie dolorose perché ogni strada in salita lo è». Il basileus non nega neppure che ci sia follia, nella religione della croce. Quest’ultima spiritualizza leggi che nell’Islam sono rigide, troppo semplificate e abbordabili, «copiate dalle sorpassate leggi di Mosè». Ma la follia cristiana ha un possente lievito curativo, come contrappeso: l’illimitata speranza, questa follia che guarisce dalla follia. Ha la speranza-certezza che l’incredibile diventi credibile, che l’insperabile sia sperabile, che i frutti della virtù si rivelino dolci pur essendo la loro radice amara. Questo il paradosso che distingue il cristiano: l’attesa di quel che verrà, la promessa del regno celeste, il presagire un futuro non visto ma sentito vicino. Per il Paleologo è vicinissimo, come lo era per Giovanni. Manuele dice: oggi l’aldilà è ineffabile ma «nel secolo a venire» sarà visibile. Gesù confida a Giovanni, in Apocalisse 22, 20: «Sì, verrò presto».

Questa speranza ineffabile e però vicinissima oggi manca, nel cristianesimo. Di speranza si parla anzi poco, come scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose, in un bellissimo saggio che uscirà a settembre ne «La rivista del clero italiano»: questa è epoca di «passioni tristi, narcisiste», che ha perso interesse nel futuro, che non prendendo tempo per pensarlo impoverisce il rapporto stesso col tempo. Eppure proprio questo è sperare: «dar forma al tempo». La ragione fatica a combinarsi con lo sperare, e il Persiano non ha torto quando osserva che «vivere con simili speranze non permette di mantenere la misura» ed evitare il peccato d’orgoglio. Se include le domande religiose sull’essere e sul perché esistiamo, la ragione si rimetterà a cercare: in questo il Papa nuota nel profondo e alla ragione apre più vasti spazi. È la follia dell’attesa che nel suo discorso non c’è. Non c’è l’ossimoro che è la speranza nell’insperabile. Non c’è neanche il riconoscimento che jihad è sforzo individuale oltre che guerra: sforzo non diverso dal combattimento spirituale (agone pneumatico) che il Paleologo esalta come cristiano. Questo è segno di intristimento, ma ancor più triste è la sordità dell’Islam alle parole cristiane, e a ogni alterità. La forza del persiano nel dialogo del ’300 è nell’ascolto, ed è una forza che oggi l’Islam non ha. Non è capace di dialogo e di esame della propria storia religiosa perché è come se avesse perso se stesso, e la scelta del Papa di parlare con massima franchezza (è un’altra virtù greca: la parresia) sarà «tragica e pericolosa» come scrive il New York Times, sarà più professorale che politica come dicono alcuni, ma ha la nobiltà politica dell’impolitica, della profezia. La collera nell’Islam nel mondo è diffusa ma esistono anche voci dissenzienti. Il capo della comunità musulmana in Germania, Aiman Mazyek, non scorge attacchi: le parole pontificali contro la violenza sono indirizzate non alla religione, ma a chi trasforma l’Islam in ideologia estremista. «Sono piuttosto un’incitazione a esercitare con più forza l’autocritica nelle nostre comunità», e a «mettere più apertamente in discussione il nichilismo infiltratosi nell’Islam» (Süddeutsche Zeitung, 14-9). In realtà l’Islam è meno forte di quanto sembri credere il Papa stesso in alcuni momenti. In realtà il vuoto lo minaccia.

Proprio questo svuotamento può tuttavia dischiudere porte, inaspettatamente. In un nitido testo pubblicato il 15 settembre sul Corriere, la scrittrice Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran) dice: «Vivere nel vuoto (accade nell’Iran del dopo-Khomeini, ndr) è molto meglio che sentirsi intrappolati da ideologie prefabbricate». Vivere nel vuoto - o come scrive Manicardi: nella disillusione, disperazione - apre a quel che Nafisi chiama «l’emergere d’un nuovo linguaggio». Il linguaggio della società aperta, che presuppone in ciascun individuo la coesistenza di molteplici identità: civili, estetiche, etiche, religiose (fra esse l’identità creata dall’arte: «L’arte consente di vivere molte vite», spiega a Nafisi il regista Mohsen Makhmalaf, che a forza di filmare e guardare ha abbandonato il fondamentalismo). Solo la laicità dà questa possibilità, e quando non è convinzione esclusiva ma metodo inclusivo rende obsolete definizioni riduttive come civiltà islamica, o buddhista, o cristiana. È la debolezza e non la potenza dei monoteismi che schiaccia nazioni e cittadini sulla sola appartenenza religiosa, trasformandola in unico cemento politico. Fare il vuoto perché emerga un nuovo linguaggio non esclude il conflitto, non inibisce l’affermazione della propria fede, non è neppure nichilismo: è l’inizio del dialogo, quello vero.
 


http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=1672&tp=C

ANCHE I MUSULMANI MODERATI SCANDALIZZATI PERCHE’ IL PONTEFICE NON HA PRESO LE DISTANZE DALLA CITAZIONE DI MANUELE II


Non si può offendere così il Profeta


17/9/2006
di Farian Sabahi


 

LA rabbia dei musulmani è legata all’orgoglio della umma, la comunità dei credenti, offesa dalla frase «mostratemi ciò che di nuovo ha portato Maometto e troverete solo cose malvagie e disumane» pronunciata dall’imperatore bizantino Manuele II nel 14° secolo e citata dal Papa nella conferenza di Ratisbona. Per i musulmani la Rivelazione dell’Islam nel VII secolo dell’era volgare rappresenta un cambiamento positivo rispetto alla Jahiliyya, l’era dell’ignoranza e del politeismo in cui era sprofondata la Penisola araba. I musulmani considerano Maometto un innovatore rispetto al passato, un uomo che attraverso la Rivelazione impose la correttezza nei costumi sociali e negli scambi commerciali, per esempio vietando l’usura. Anche nei confronti della donna, l’Islam è considerato innovativo: già nel VII secolo le musulmane ottennero il diritto all’eredità e l’infanticidio, a quell’epoca diffuso, fu punito come reato.

Oggi, indubbiamente, sono ancora molte le misure da intraprendere prima di poter parlare di effettiva uguaglianza tra i sessi nel mondo islamico. Ma non sempre le musulmane si sentono da meno, in fatto di diritti, rispetto alle europee. Recentemente a Istanbul l’avvocatessa Julia Gulbahar mi ha chiesto provocatoriamente come osavo intervistarla sui diritti delle donne, io che abito in Italia, «dove il divorzio e l’aborto sono conquiste recenti e dove il Papa ancora oggi vieta l’uso di anticoncezionali». I soprusi nei confronti delle donne in Paesi come il Pakistan? «Sono motivati dai costumi tribali, se a essere applicati fossero i principi islamici le donne sarebbero tutelate maggiormente».

Perché ad arrabbiarsi per le dichiarazioni di papa Ratzinger sono anche i moderati, e non soltanto i fanatici? I motivi sono tanti. Innanzi tutto, numerosi intellettuali e moderati hanno fatto notare come il Santo Padre non abbia preso le distanze dalla citazione di Manuele II, come sarebbe stato invece opportuno: se ha ricordato una frase pronunciata alla fine del XIV secolo, deve averla ritenuta importante all’interno del suo discorso. E ancora, i musulmani sono irritati da questo continuo storpiare la parola jihad: guerra santa? La jihad è innanzi tutto «lo sforzo individuale per migliorarsi».

Ma forse il motivo principale della rabbia scatenata dalle affermazioni del Papa tedesco è anche un altro. La lectio magistralis di Ratisbona è la goccia che fa traboccare il vaso, dopo le crociate medievali e il colonialismo europeo. In tempi più recenti, secondo i musulmani, il Vaticano avrebbe «svenduto Gerusalemme ai sionisti». E ancora, il Papa non avrebbe preso la parola per difendere, anche solo verbalmente, le popolazioni islamiche e condannare così i tanti dittatori della regione, come ci si aspetterebbe da un’autorità religiosa di prestigio internazionale. Infine, non infliggendo una scomunica agli Stati Uniti, il Papa avrebbe permesso agli americani (e ai loro alleati israeliani) di ridurre in macerie il Medio Oriente. Prima l’Iraq e, quest’estate, il Libano. Poco importa se in un caso il Santo Padre si chiamava Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Settembre-2006/art1.html
 

Se il papa sbaglia


Marco d'Eramo


Benedetto XVI ha infine dimostrato, dopo 2000 anni, in modo definitivo e incontrovertibile, la dottrina della fallibilità del papa. Il pontefice che la stampa inglese insiste a definire «il rottweiler di dio», l'ex prefetto del Santo Uffizio, è riuscito a sgretolare uno dei cardini dell'ortodossia cattolica: prima con i suoi attacchi al limite della goffaggine contro Maometto, durante la visita in Germania e, ieri, con le sue «quasi scuse» e la sua «desolazione» di fronte alla marea crescente di proteste tra il miliardo e 300 milioni di musulmani nel mondo. Il papa sbaglia.
Ma la disfatta teologica impallidisce di fronte al disastro diplomatico e politico, il più grave per la Chiesa cattolica da mezzo secolo. Che bisogno aveva infatti Ratzinger di riesumare una frase del 1391 («di nuovo, Maometto ha portato solo cose cattive e disumane»), pronunciata per di più da un imperatore, Manuele II Paleologo, che da bambino era stato prigioniero dei turchi, che vedeva il suo impero spazzato via dagli ottomani, e che quindi non poteva certo esprimere un'opinione distaccata?
Se proprio voleva mostrare come non si propaga la fede con la spada, perché non ricorrere alla storia cristiana, citando le crociate o la conversione forzata degli indios americani? Con le sue parole ha dato più di un argomento a quei musulmani che vedono nelle guerre di oggi una riedizione delle crociate. Con la sua «maldestra» citazione, il papa ha innescato una crisi assai più grave di quella delle vignette su Maometto: non è un giornalista a esprimersi, ma la guida spirituale di un miliardo di cattolici. A differenza della crisi delle vignette, in gran parte orchestrata dai governi islamici, questa volta la furia è spontanea e la «desolazione» non basterà a calmare la collera. Già nell'Islam molti la considerano insufficiente e il Marocco ha ritirato l'ambasciatore presso la Santa Sede. Dall'altro canto scuse ancora più esplicite, quali chiede il New York Times in un durissimo editoriale, segnerebbero per gli islamici una vittoria insperata.
Si potrebbe dire che uno stimato intellettuale non fa un buon politico, e tanto meno un grande vicario di Cristo. Il fatto è però che Benedetto XVI non è nuovo a questi atteggiamenti. Non a caso una delle sue prime decisioni era stata di rimuovere l'esperto vaticano dell'Islam, l'arcivescovo Michael Fizgerald, presidente della commissione per il dialogo interreligioso, e di esiliarlo come nunzio apostolico in Egitto. Attizzando la furia delle moltitudini islamiche Ratzinger alimenta il fanatismo che dice di voler combattere.
L'esternazione pontificia ci ha infatti procurato l'iscrizione non richiesta al club dei bersagli dei terroristi iracheni e somali che ora minacciano attentati a Roma. Così Benedetto XVI scatena quella guerra santa che ostenta di aborrire.
Perfino per la rigidità dottrinale teutonica sembra una miopia eccessiva. Viene il sospetto che, al contrario, lo scopo recondito della gaffe fosse per il navigato prelato proprio quello di creare le condizioni per un vero «scontro di civiltà». O è così, o i tempi del suo pontificato rischiano di accorciarsi drammaticamente: dagli esempi recenti del passato non risulta che la curia abbia molta pazienza nei confronti dei gaffeurs.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Settembre-2006/art22.html

 Il Papa: «Sì alla ricerca, ma non sugli embrioni»
 

M.CA


Sì alla ricerca sulle cellule staminali adulte, no a quella sulle staminali embrionali, «programmata soppressione di esseri umani già esistenti, anche se non ancora nati». Il discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al congresso sulle staminali della Pontificia Accademia per la vita non farà scandalo. Il papa ha riproposto tal quale la dottrina cattolica sull'embrione-persona umana, indisponibile per fini terapeutici. Questo veto, sostiene Ratzinger, non autorizza le «frequenti e ingiuste accuse d'insensibilità rivolte alla Chiesa» verso le esigenze della ricerca scientifica e della pratica medica. La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, ha dato «un costante sostegno alla ricerca rivolta alla cura delle malattie e al bene dell'umanità». Se resistenza c'è stata, e c'è tuttora, è verso uno scienza che non rispetta la vita umana «fin da suo concepimento», una scienza «priva della luce di Dio, ma anche priva di umanità».
Dunque, caldi elogi per la ricerca sulle cellule staminali «adulte», prelevate da tessuti già differenziati, che non implica l'uso di embrioni. Le prospettive aperte da questo nuovo capitolo della ricerca sono «affascinanti», ammette Ratzinger, fanno intravedere la possibilità «di curare malattie che comportano la degenerazione dei tessuti, con i conseguenti rischi di invalidità e di morte». La Chiesa avverte il dovere di «lodare» chi si applica a questa ricerca e chi ne sostiene l'organizzazione e i costi. A patto che non si superi il limite. «La ricerca sulle staminali somatiche merita approvazione e incoraggiamento quando coniuga felicemente insieme il sapere scientifico, la tecnolgia più avanzata in ambito biologico e l'etica che postula il rispetto dell'essere umano in ogni stadio della sua esistenza». Distruggere embrioni, anche se a fini terapeutici, è legalizzare un delitto. «Il bene dell'uomo deve essere ricercato senza ricorrere a mezzi illeciti». E ancora: «Di fronte alla diretta soppressione dell'essere umano non ci possono essere né compromessi, né tergiversazioni. Non si può pensare che una società possa combattere efficacemnete il crimine, quando essa stessa legalizza il delitto nell'ambito della vita nascente». Scendendo nei particolari tecnici, Ratzinger ribadisce il valore umano del concepito, «anche prima del suo impianto in utero».
Monsignor Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, applica l'insegnamento papale all'ipotesi di reperire cellule staminali dagli embrioni risulatanti dalla fecondazione artificiale o prodotti per donazione: «Si provoca ineluttabilmente la soppressione di tali embrioni che hanno sempre il carattere di esseri umani con piena e specifica dignità».

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Settembre-2006/art29.html

 

 Papa «dispiaciuto», critiche feroci da occidente


«Il santo padre è vivamente dispiaciuto che alcuni passi del suo discorso abbiano potuto suonare come offensivi della sensibilità dei credenti musulmani e siano interpretati in modo del tutto non corrispondente alle sue intenzioni». Con una lunga dichiarazione ieri il nuovo segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, ha cercato di spegnere l'incendio delle proteste suscitate da alcune frasi ritenute offensive dell'Islam contenute nella lectio magistralis pronunciata martedì da Benedetto XVI all'Università di Ratisbona. Nel ribadire il Suo rispetto e la Sua stima per coloro che professano l'Islam - si legge in un altro passaggio di Bertone - il Papa si augura che siano aiutati a comprendere nel loro giusto senso le Sue parole, affinché, superato presto questo momento non facile, si rafforzi la testimonianza all'unico Dio, vivente e sussistente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini e la collaborazione per difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà». Ma mentre una parte della Umma, la comunità islamica, non si ritiene affatto soddisfatta, sia perché il comunicato vaticano non viene incontro a chi chiedeva scuse formali, sia perché non è intervenuto direttamente il papa, le critiche più pesanti all'uscita di papa Ratzinger arrivano dalla stampa anglosassone. «Dopo un anno tranquillo come Pontefice, il rottweiler di Dio mostra i denti», titolava ieri a pagina 4 il Guardian, ribadendo la definizione che usò lo scorso anno per l'elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio. L'ex responsabile della Congregazione per la dottrina della fede «sembrava essersi trasformato da cane da guardia in un micino - sostiene il quotidiano britannico - un benevolo vecchio signore con un'inclinazione innocua verso copricapo anacronistici e con l'abitudine di annoiare il suo uditorio con astrusi discorsi teologici», commenta il quotidiano britannico in una corrispondenza da Roma. Ma adesso sono cambiate le cose e ci sono due elementi che fanno pensare che Benedetto XVI «è pronto a turbare i seguaci delle altre fedi piuttosto che rinunciare a dire quello che ritiene debba essere detto». Intanto, «lo ha già fatto prima: ad Auschwitz, a maggio, ha lasciato sgomenti molti ebrei ignorando quella che molti ritenevano un'opportunità storica per un Papa tedesco di chiedere scusa per il comportamento della Chiesa cattolica durante la Seconda guerra mondiale - ricorda il Guardian - In secondo luogo, papa Benedetto XVI ha indicato chiaramente che preferisce una linea più dura della Chiesa nei rapporti con l'Islam. La parola chiave in Vaticano adesso è reciprocità». Durissimo anche il New York Times, secondo il quale «Il mondo ascolta attentamente le parole di ogni Papa. Ed è tragico e pericoloso se egli semina il dolore, intenzionalmente o incautamente. È necessario che presenti scuse profonde e convincenti, dimostrando così che le parole possono anche essere un rimedio». Il New York Times è intervenuto così sulla vicenda delle dichiarazioni di Benedetto XVI, con un editoriale intitolato «Le parole del Papa». Secondo il quotidiano statunitense «non è la prima volta che il papa alimenta discordie tra cristiani e musulmani: «Nel 2004 ...si pronunciò contro l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea perché la Turchia, come paese musulmano, era in contrasto permanente con l'Europa». F. D. P.
 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Settembre-2006/art27.html

 

Nuove crociate


Quei prelati entusiasti che appoggiano le guerre imperialiste
Tariq Ali


L'ultima provocazione di Benedetto XVI è stata accidentale o deliberata? Il prelato bavarese è un religioso profondamente reazionario. Penso che, nel dire quello che ha detto, era ben cosciente di quello che stava per fare. Scegliere una citazione da Manuele II Paleologo, uno degli imperatori bizantini meno intelligenti, è stata probabilmente una mossa studiata, soprattutto alla vigilia di un viaggio in Turchia. Avrebbe potuto trovare citazioni più pregnanti e più vicine a casa. Forse si è trattato del suo unico tributo a Oriana Fallaci. Forse.
Non c'è bisogno di ricordare al mondo musulmano, che ha due paesi - l'Iraq e l'Afghanistan - occupati da truppe occidentali, il linguaggio delle Crociate. In un mondo dominato dal neo-liberismo, che soffre per la degradazione ambientale, la povertà, la fame, la repressione, un «pianeta di bidonville» (secondo l'evocativa espressione di Mike Davis), il Papa sceglie di insultare il fondatore di una fede rivale.
La reazione nel mondo musulmano era prevedibile, ma drammaticamente insufficiente. La civiltà islamica non può essere ridotta al potere della spada. È stato il ponte vitale tra il mondo antico e il Rinascimento europeo. È stata la chiesa cattolica a dichiarare guerra all'islam nella penisola iberica e in Sicilia. Espulsioni di massa, omicidi, conversioni forzate e una feroce Inquisizione per controllare un'Europa ripulita e arginare il nemico protestante: la furia contro gli «eretici» ha portato a bruciare villaggi catari nel sud della Francia. Ad ebrei e protestanti venne offerto un rifugio dall'impero ottomano; un rifugio che nessuno avrebbe offerto loro se Istanbul fosse rimasta Costantinopoli. «Schiavo, obbedisci al tuo maestro umano. Perché Cristo è il tuo reale padrone», disse San Paolo, stabilendo una tradizione di collaborazionismo che ha raggiunto l'apogeo durante la Seconda guerra mondiale, quando la leadership della Chiesa collaborò con il fascismo e non si pronunciò contro l'uccisione degli ebrei o le stragi nel Fronte orientale.
L'Islam non ha bisogno di lezioni di pacifismo da questa chiesa. La violenza non è mai stata e non è prerogativa di una singola religione, come dimostra peraltro la persistente occupazione della Palestina da parte di Israele. Durante la guerra fredda, il Vaticano ha appoggiato, con rare eccezioni, le guerre imperialiste. Entrambe le parti ricevettero la benedizione durante la Prima e la Seconda guerra mondiale: il cardinale statunitense Spellman è stato in prima linea nelle battaglie per distruggere il comunismo durante le guerre di Corea e del Vietnam. Il Vaticano ha poi punito i teologi della liberazione e i preti-contadini dell'America latina. Alcuni furono scomunicati.
Non tutti i cristiani parteciparono alle vecchie e alle nuove crociate. Quando papa Urbano ha lanciato la crociata, il re normanno di Sicilia si rifiutò di mandare truppe per evitare che musulmani siciliani fossero costretti a combattere contro altri musulmani più a est. Suo figlio, Ruggiero II, si rifiutò di appoggiare la seconda crociata. Nel far ciò mostrarono maggiore coraggio dei dirigenti dell'Italia contemporanea, che partecipano in modo entusiastico alle crociate imperialiste contro il mondo musulmano.
«Per essere sicuri di essere sempre nel giusto», diceva il fondatore della Compagnia di Gesù Ignacio de Loyola, «dobbiamo sempre mantenere il principio che quello che vediamo bianco dovremmo considerarlo nero se così vorrà la gerarchia ecclesiatica». Oggi molti prelati cattolici (incluso il bavarese del Vaticano) e politici di centro-destra e di centro-sinistra ascoltano con devozione il vero papa, che vive alla Casa bianca e dice loro quando il nero è bianco. Amen

 


 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Settembre-2006/art4.html

La rivolta dei figli di un dio minore


Mariuccia Ciotta


Il papa è riuscito con un sol colpo a compattare l'islam e i fondamentalisti, e a ridare impulso alla «guerra di civiltà» che già tramontava nel sangue delle carneficine medio-orientali. Ci voleva il teologo Ratzinger con il suo disprezzo verso l'occidente laico e illuminista - incapace di far fronte alla forza spirituale del «nemico» - per infiammare l'islam, figlio di un «dio minore». Non è una gaffe quella del papa che fin dall'inizio del suo pontificato ha consegnato la salvezza del nostro mondo consumista e materialista al ritorno di un'identità forte e al primato del Dio cristiano. E il silenzio della comunità politica e laica adesso gli dà ragione così come gli Usa di Bush, che per bocca di John Hanford, responsabile per la libertà religiosa del dipartimento di stato, incassa l'aiuto del Vaticano nella sua guerra permanente e preventiva all'«islamo-fascismo». La sordina messa dalla stampa alle prime dichiarazioni di Ratzinger si è infranta contro la protesta dei seguaci dell'«irragionevole» profeta con la spada, Maometto, e adesso il senso del discorso di Ratisbona emerge in tutta la sua pericolosità. Dalla Giordania all'Egitto, da Hamas alla Turchia - intenzionata a cancellare il viaggio apostolico di Benedetto XVI - dal Libano agli Ulema iracheni l'islam è in fiamme: «Le parole del papa consentono ai soldati in Afghanistan e in Iraq di sentirsi nel giusto, mentre le loro mani commettono crimini vergognosi nei confronti dei musulmani». Risponde dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente degli Stati Uniti, che ieri ha avvertito il Congresso: «Torneranno ancora, ci attaccheranno ancora» e ha chiesto il nulla osta alle leggi speciali contro il terrorismo. Dov'è finita la cristiana «ragionevolezza»? In che modo Ratzinger interpreta la religione di un Dio che si fa uomo contro un Allah trascendente, intransigente e incapace di coniugare il divino con l'umano? Se c'è una contraddizione in questo papa, è proprio qui, nel suo farsi integralista, interlocutore di altri integralisti, nel promuovere una jihad sotto il segno della croce. E per una cattiva convergenza astrale oggi i giornali celebrano la scrittrice che temeva l'invasione dei topi-arabi, e che per un solo giorno ha mancato il suo trionfo.
 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Settembre-2006/art11.html

Guerre sante. Il papa ha avviato l'ultima crociata?


Il Vaticano riparte dal Medioevo


Ventisei anni di politica wojtyliana verso l'islam mandati in fumo in un attimo, con un discorso integralista e superficiale. La visione di Benedetto XVI non può che sconcertare le masse arabe cheil suo predecessore aveva corteggiato
Mimmo De Cillis*


Puff. Ventisei anni di pontificato wojtyliano andati in fumo in un baleno. Benedetto XVI aveva un rospo, trattenuto in gola per troppo tempo. Doveva dire al mondo la sua visione dell'islam, doveva farlo nella forma articolata e maestosa di un discorso scritto, una lezione di teologia in cui esplicare il Ratzinger-pensiero. Doveva far capire al mondo che l'islam è una religione che manca della ragione, e che quindi è esposta ai terribili rischi della guerra santa. Doveva spiegare che il cristianesimo è la religione del logos, parola greca che vuol dire «verbo» e «ragione» al tempo stesso, dunque è il credo che riesce a coniugare ragione e fede. E che rappresenta, insieme con il pensiero filosofico ellenico, uno dei due bastioni della civiltà occidentale. Da troppo tempo aveva queste idee, le accennava, le ventilava ai suoi collaboratori ma, data la presenza di Wojtyla, non poteva esprimerle compiutamente. Adesso Benedetto è venuto allo scoperto. Ora si comprendono le sue riserve verso i raduni interreligiosi (da Assisi 1986 in poi). Ora si comprende l'insistenza che, da Prefetto del Sant'Uffizio, ebbe per la pubblicazione dell'enciclica Dominus Iesus.
Ora, però, la parola «continuità», usata nei primi discorsi dopo l'elezione al soglio di Pietro, sembra andata in pensione, e il papa sembra aver dimenticato le orme del suo «amato predecessore», come l'ha definito più volte. Ratzinger sa di essere, su questo punto, distante anni luce da Wojtyla. E' un pontefice che ha la sua personalità, la sua formazione, le sue sensibilità e preferenze teologiche, certo. Ma la prudenza e la responsabilità, proprie del ruolo che ricopre, avrebbero dovuto suggerirgli di percorrere un altro sentiero. Non certo quello di ribaltare, almeno agli occhi del pubblico dei musulmani, le parole di Wojtyla.
Beninteso, si tratta di «sensibilità» e di «accenti», non certo di differenze dottrinarie. Ma proprio su questi accenti Wojtyla aveva faticosamente costruito un rapporto simpatetico con il mondo islamico, aveva sdoganato il suo pontificato, dandogli un'impronta universalistica. E' stato un papa «globalizzato», in un momento in cui il melting pot culturale è inevitabile. Inanellando una serie di gesti significativi, Wojtyla era riuscito a costruire un rapporto con i leader musulmani più diversi, e soprattutto a farsi accettare dalle masse arabe. Il tassista del Cairo, il venditore ambulante a Tunisi e il barbiere di Islamabad ne riconoscevano l'impegno per la pace, lo rispettavano e lo percepivano come «amico». I viaggi nei paesi islamici, l'incontro interreligioso di Assisi, il viaggio a Gerusalemme, l'ingresso nella moschea di Damasco, i continui richiami al comune padre Abramo, sono stati gesti coraggiosi, a volte deflagranti, che comunque comunicavano prossimità, dialogo, amicizia, rispetto, amore. Questo approccio non significava certo per Wojtyla abdicare alla centralità di Cristo o mettere in discussione le proprie verità di fede, ma manifestava la volontà di costruire armonia a fraternità a tutti livelli, tantopiù in un mondo già di per sé devastato dai conflitti e dal terrorismo.
Wojtyla sentiva potente il richiamo dell'attualità, il ruolo propositivo della chiesa come agente di riconciliazione. Per questo i suoi discorsi erano sapientemente calibrati. Faceva uso dell'empatia, amava mettersi nei panni dei suoi interlocutori, specialmente quando molto diversi da sé. E così ha aperto una strada dialogica e una relazione con l'islam. Soprattutto, pur sottolineando la necessità per l'Europa di riconoscere le sua radici cristiane, non ha mai teorizzato la piena identificazione del cristianesimo con la civiltà occidentale (che pure ne è stata la culla), ma ha sempre cercato di declinarle il messaggio di Cristo in senso universale, facendo del processo di «inculturazione» (la fusione originale del messaggio evangelico con le diverse culture) la chiave teologica e pastorale per la presenza delle comunità cristiane nei cinque continenti.
Questa impostazione, che ha scongiurato le moderne crociate, e ha salvato tante vite dei fedeli cattolici in terre ostili, è stata di fatto sconfessata da Ratzinger nel discorso di Ratisbona. Un discorso che può essere anche ritenuto impeccabile nella sua raffinatezza teologica, ma che risulta confezionato con lo stile assertivo (e dunque integralista) del cattedratico e che manca di un elemento fondamentale: l'interrogativo come sarà recepito? Quali reazioni potrà generare?
Questa lacuna significa che Ratzinger non ha ben chiaro il peso delle sue parole da pontefice. Il medesimo discorso fatto da un da un professore di teologia non avrebbe avuto lo stesso impatto. E se il papa intendeva puntualizzare la natura del dialogo interreligioso (da lui inteso in chiave interculturale, come testimonia la fusione fra i dicasteri della cultura e del dialogo), avrebbe potuto convocare una conferenza internazionale di studio per fare trapelare il suo pensiero.
Oggi lo sguardo dell'islam su Benedetto XVI è obliquo. Le richieste di «ritrattare» giunte da ogni parte del mondo, sono il segno inequivocabile di un fallimento o, peggio, di un imminente conflitto. Che, con un passo indietro di decenni, potrebbe trasformare il papato in un'istituzione arroccata nei suoi dogmi, nella sua estraneità rispetto al mondo contemporaneo. Sarebbe un tradimento del Concilio Vaticano II, che indicava la chiesa come «sale, luce e lievito» nel mondo. Oggi sembrano tornati i muri e l'incomunicabilità.
*Lettera22

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Settembre-2006/art12.html

il commento


Con quale autorità?


Filippo Gentiloni


Quello che si pensava come un semplice viaggio di ricordi nostalgici e familiari - il viaggio di Benedetto XVI in Baviera - si è dimostrato alla fine ben diverso: attacchi, polemiche, temi scottanti di geopolitica e di confronto-guerra fra le religioni. Non ce lo aspettavamo da questo papa e in questo momento. Ratzinger, così colto, ma anche prudente e compassato, si è fatto aggressivo, proprio mentre tutti gli sguardi sono rivolti al Medio Oriente conteso fra cristiani, ebrei e musulmani. Due i temi che Benedetto XVI ha voluto affrontare e porre in primo piano nella sua tranquilla Baviera. Uno, si potrebbe dire, di politica interna del cattolicesimo; l'altro di politica estera: l'evoluzionismo e l'islam. Fra i due un certo collegamento: con la condanna dell'evoluzionismo, infatti, il papa vuole riportare alla rigida ortodossia il pensiero cattolico, mettendo fine a certe tendenze moderne che giudica pericolose , e insieme rendendo capace il cattolicesimo di fronteggiare il grande avversario di oggi, l'islam. E' su questo argomento che il papa ha sconvolto tutte le aspettative, attaccando l'islam con una decisione e una violenza che va ben al di là di tutte le affermazioni diplomatiche e di tutte le ripetute dichiarazioni ecumeniche. Il papa si permette di giudicare l'islam, sulla base della accettazione islamica della «jhad», la guerra «santa» e prescindendo da tutte le interpretazioni che l'islam stesso ne ha date. Ma con quale autorità Ratzinger si permette questo affondo e questa ingerenza? Certamente non è sufficiente quella di Michele II Paleologo o di qualche altra autorità antica che il papa potrebbe invocare. La vera, unica, autorità è per Ratzinger quella della ragione, della quale ancora una volta il papa di Roma si pretende maestro e custode. La ragione alla quale tutti e in tutti i tempi si devono conformare e la cui sede è nel palazzo pontificio. Si è anche permesso di aggiungere che le frasi del Corano contro la guerra e il sangue in un secondo tempo sarebbero state rinnegate dallo stesso Maometto. Logiche, perciò, le reazioni islamiche: puntuali , arrabbiate. A rischio addirittura il programmato viaggio del papa in Turchia. Sembra di tornare ai toni di qualche secolo fa. Le famose Crociate non appaiono poi così lontane. Ci dobbiamo attendere reazioni e risposte dure di fronte alle quali il Vaticano non potrà dirsi innocente. Si affretterà a fare marcia indietro: scuse, accuse di fraintendimenti... E cortesie nei confronti di tutti i neocon anche di casa nostra, tutti ben lieti che il papa dimostri la forza e la rigidità delle nostre posizioni, attaccando quelle altrui anche se, a parole, si scambiano strette di mano e sorrisi. Atteggiamenti al limite della ipocrisia, ai quali l'accorta diplomazia vaticana non era mai stata estranea, ma che appaiono particolarmente stonati in un tempo come l'attuale, mentre le difficoltà della geopolitica mondiale assumono, purtroppo, i colori e i toni dello scontro anche religioso. Il nome - i nomi - di Dio sempre più invocato , ma anche sempre più bestemmiato.
 


 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200609articoli/10943girata.asp

 

ESTERI

UNA INIZIATIVA CHE NON HA PRECEDENTI, LA VERSIONE DEFINITIVA CONTERRA’ ALCUNE NOTE A MARGINE DEL PONTEFICE

Il discorso di Ratzinger sarà corretto


Il sito della Santa Sede: l’attuale stesura è da considerarsi provvisoria

19/9/2006

di Giacomo Galeazzi

 

CITTA' DEL VATICANO. Il Vaticano corregge Benedetto XVI. Per arginare le conseguenze del discorso anti-Maometto pronunciato dal Papa a Ratisbona la Curia prende le distanze con procedure e bilanciamenti senza precedenti. In stretto collegamento con le comunità cristiane d’Oriente, nei dicasteri d’Oltretevere si cerca prudentemente di arginare dietro le quinte i danni provocati dall’«incauto riferimento» del Pontefice ad una questione incandescente. Primo esempio: il sito ufficiale della Santa Sede, consultato ogni giorno in tutto il mondo da milioni di persone, aggiunga all’intervento papale che ha infiammato le comunità islamiche un’insolita postilla: «Di questo testo il Santo Padre si riserva di offrire, in un secondo momento, una redazione fornita di note. L’attuale stesura deve quindi considerarsi provvisoria».

La gravità delle parole papali sul Corano, dunque, non ha impressionato solo i musulmani ma anche alti esponenti della Curia e degli episcopati nazionali tanto che il gesuita padre Federico Lombardi, «ministro della comunicazione» d’Oltretevere nel triplice incarico di direttore della Sala stampa della Santa Sede,di Radio Vaticana e del Centro televisivo vaticano ha cercato in ogni possibile occasione di minimizzare i cenni del papa all’Islam. Radio vaticana, infatti, ha sempre omesso l’infelice citazione anti-Maometto, limitandosi a riferire che Benedetto XVI ha parlato a Ratisbona del «confronto possibile tra fede e ragione e del dialogo con l’Islam, mettendo in guardia, da un lato, sulle derive di un razionalismo che tende ad escludere Dio, e dall’altro di una fede imposta con la violenza, in contrasto con la natura di Dio e dell’anima». Nessun accenno sui media della Santa Sede alla «guerra santa» evocata dal Pontefice. E sulla contestata citazione papale, è lo stesso padre Lombardi a mettere le mani avanti: «E’ un punto di partenza e non la meta del discorso. E’, in un certo senso, quasi un esempio, quello del problema della religione e della violenza». Le reazioni negative alle parole di Benedetto XVI hanno costretto il Vaticano a ricorrere ad inedite contromisure per cercare di depotenziarne gli effetti del «cambio di rotta» operato da Benedetto XVI rispetto alla strategia del ramoscello d’ulivo verso l’Islam attuata da Giovanni Paolo II attraverso i viaggi nei paesi musulmani e la fitta rete di contatti con le autorità religiose islamiche intessute dall’arcivescovo Michael Louis Fitzgerald, il ministro vaticano per i rapporti con le altre religioni rimosso a febbraio dal suo incarico e retrocesso a nunzio apostolico in Egitto e delegato presso la Lega degli stati arabi. Una rimozione che ha segnato un cambio di linea, motivata con l’accusa di «annebbiare l’identità cattolica nella ricerca del dialogo ad ogni costo».

A ricucire lo strappo del Pontefice sono in Curia gli «uomini-ponte» del dialogo interreligioso che, Magistero alla mano da Giovanni XXIII in poi, si dissociano dalla interpretazione dell’Islam contenuta nel discorso di Ratisbona. Joseph Ratzinger sostiene che nel Corano vi sono aspre contraddizioni: da una parte Maometto afferma che la fede deve essere libera ma, dall’altra, che va imposta anche con la spada. Così Benedetto XVI, osserva qualcuno in Vaticano, potrebbe indurre nell’equivoco di voler avallare la tesi che la jihâd equivalga a «guerra santa». Eppure molti teologi hanno da tempo spiegato che la identificazione, oggi sostenuta in particolare dai teocon occidentali, tra la jihad e la «guerra santa», è sbagliata, perché nel suo senso primo e pieno, jihad significa sforzo personale e interiore per obbedire alla volontà di Dio. Il significato di «guerra santa» è secondario, e va collocato nel suo contesto.
 

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Settembre-2006/art21.html

La ragione unica di papa Ratzinger. Che uccide il dialogo
 

Filippo Gentiloni


Il clamore suscitato dalle parole del papa sull'islam non sembra placato, nonostante le dichiarazioni distensive di Roma e anche di non poche autorità islamiche. Il papa, in realtà non si è scusato: è stato frainteso, il dialogo può e deve continuare.
Un episodio increscioso, utile, comunque, a comprendere meglio il pensiero di Benedetto XVI: due i suoi principali caposaldi, già emersi nel primo anno del pontificato, rinnovati e chiariti nel corso della discussa settimana bavarese: il ruolo della ragione e quello del dialogo.
La ragione giudice e arbitro
La ragione per il papa è il grande e solenne tribunale di fronte al quale tutto e tutti vengono giudicati. Cristianesimo e islam compresi. Anche al di là e al di sopra sia della Bibbia che del Corano. Quest'ultimo, in particolare, è chiamato a rispondere di fronte alla ragione delle parole sulla guerra e sulla pace. La ragione, dunque, giudice e arbitro.
Né irrazionalità, dunque, né relativismo, quel pericolo che il papa più volte ha indicato come il massimo rischio del tempo moderno. La ragione salva e dal relativismo e dall'errore. La ragione giudica. E della ragione è custode proprio Roma, anche se non sempre il papa lo ripete e lo ricorda.
Ma sempre la ragione al singolare: ecco il punto su cui vacilla il pensiero ratzingeriano. Sembra che i secoli della cultura moderna siano ignorati: tutti i secoli, infatti, che ci hanno insegnato a parlare delle ragioni al plurale.
La ragione al singolare, unica, eguale per tutti, sembra dimenticata da tempo. Da tutti, meno che dal Vaticano, erede più o meno unico di quella ragione al singolare che la cultura greca aveva trasmesso, ma soltanto per qualche tempo, al mondo moderno. La ragione al singolare univa tutto e tutti, poteva insegnare a tutti e giudicare. Così è stato - forse - fino al nostro Medioevo. Poi le scoperte geografiche hanno mostrato a tutti, con la pluralità dei mondi e delle culture, la pluralità delle ragioni.
Nel mondo cristiano, i primi a rendersene conto sono stati i protestanti; dal tempo della Riforma non più la ragione universale. Basti dare un'occhiata a come le ragioni moderne parlino proprio di Dio e anche dell'etica (il matrimonio). Come si può invocare la presunta ragione al singolare per parlare di verità e falsità, di guerra e di pace? A questo punto il discorso del papa non regge: non si può citare il Corano davanti a un tribunale inesistente, che avrebbe sede dentro le mura vaticane. Altra la verità, altri i criteri.
Un dialogo tra verità e errore?
Altre, molteplici, le ragioni. La loro molteplicità intacca anche l'altro caposaldo del discorso del papa, il dialogo. E' questo lo strumento che il Vaticano invoca continuamente per favorire il rapporto fra le religioni, in pace e tranquillità. Anche questa volta, per evitare equivoci e fraintendimenti, il papa invoca il dialogo.
Ma come intenderlo? All'interno di un'unica ragione universale o ad un livello eguale per tutti, là dove le ragioni si incontrano? Soltanto se così inteso, come dialogo fra eguali, il dialogo può favorire veramente la pace. Non un dialogo fra dialoganti in posizioni diseguali, uno di serie A e gli altri di serie B. Purtroppo il dialogo invocato da Roma è sempre proprio di questo secondo tipo. Per Roma la verità e l'errore possono dialogare ma non sullo stesso piano. Una posizione che anche il recente episodio sembra confermare. Inutile ripetere la necessità del dialogo se uno dei presunti dialoganti si mette su un livello superiore, sale in cattedra. Più che di dialogo, è allora più corretto parlare di insegnamento o di «evangelizzazione», come ha fatto per secoli la tradizione cattolica. In paradiso, comunque, potevano entrare tutti, anche se da porte secondarie. Concessioni, cortesia più che parità. Logica la scontenta irritazione, a dir poco, dell'islam.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Settembre-2006/art54.html

TEOPOLITICA


Il Pontefice europeo nello specchio dello Straniero


Papa Ratzinger dalla critica della ragione moderna alla teologia dello scontro di civiltà. Ovvero come una polemica contro i valori interni all'Occidente post-illuminista si trasformò in un manifesto dell'Occidente contro il nemico esterno islamico. Combattendo il fantasma non della differenza ma della somiglianza fra i due monoteismi
Caterina Bori e Samuela Pagani*
«Un tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dall'interno»: così Benedetto XVI ha definito la sua lectio all'università di Regensburg del 12 settembre scorso. Nella storia della ragione occidentale, argomenta il papa, «l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale», per colpa in primo luogo della scienza sperimentale, una «autolimitazione» della ragione che esclude il divino dal proprio dominio, e dunque dal dominio dell'universalità e pubblicità della conoscenza. Soluzione: tornare alla metafisica razionalista della filosofia scolastica, che ci può dire ex cathedra - a noi, «comunità europea» - «da dove» veniamo e «verso dove» andiamo, e soprattutto e in primo luogo «chi siamo»: la perfetta e universale sintesi del logos greco e della fede biblica, operata dal Verbo incarnato.
Per affermare pienamente questa identità europea in pericolo occorre escludere: la ragione critica e il pensiero delle scienze naturali su cui si basa il «concetto moderno della ragione»; le manifestazioni imperfette del cristianesimo, come le chiese orientali («Non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa»: e Bisanzio dov'era, in Asia o in Europa?); le tendenze «deellenizzanti» (antimetafisiche) nate nel cristianesimo europeo.
Ma perché lo spunto di questa «purificazione» dell'identità europea dall'interno viene proprio da una presa di posizione perentoria (l'Imperatore Manuele II Paleologo è «brusco» e «pesante», dice il papa) contro l'islam? Perché proprio l'islam è scelto nell'ouverture come esempio per eccellenza di ciò che è «altro» da noi?
Forse perché un'identità assediata da ogni parte da nemici «interni», come quella appena descritta, ha bisogno, per definirsi, di specchiarsi in un «altro» assoluto. Ma anche perché il papa sa bene che l'islam è attualmente più capace del cristianesimo di creare una comunità, o una identità. E in questo senso è un potente rivale dell'universalismo identitario da lui proposto. Manuele Paleologo è un exemplum perché simboleggia un'identità minacciata (Bisanzio assediata dagli Ottomani; come l'Europa dalla Turchia?), e da questo punto di vista rinvia a una rivalità islamo-cristiana di natura essenzialmente politica. Ma la scelta di veicolare il messaggio attraverso un frammento di controversia teologica medievale serve anche a ribadire che le radici della contrapposizione con l'islam sono, prima che politiche, teologiche, ossia essenziali e non occasionali. Al tentativo di «critica della ragione moderna» si affianca così l'abbozzo di una «teologia dello scontro di civiltà». Questa «cerniera teologica» fra l'obiettivo politico e l'obiettivo filosofico del papa è un aspetto centrale della sua argomentazione, come ha spiegato Ida Dominijanni nella sua analisi sul manifesto del 15 settembre.
Data la gravità di una simile presa di posizione dottrinale, il papa si circonda di cautele, giocando abilmente con le citazioni. Innanzitutto, lui stesso ci avverte che il frammento prescelto «è piuttosto marginale nella struttura dell'intero dialogo» fra l'imperatore e «il persiano). Si potrebbe essere più precisi: la frase isolata dal papa non solo contrasta, per la sua aggressività, con il tono generale molto più pacato del dialogo, ma è in realtà a sua volta una citazione indiretta della Confutazione della Legge dei Saraceni scritta alla fine del Duecento dal domenicano Ricoldo di Montecroce (Silvia Ronchey ha spiegato sulla Stampa del 13 settembre come questo testo si sia trasmesso dall'Occidente latino a Bisanzio). La tesi per cui la religione islamica sarebbe «irragionevole» e «violenta» è un caposaldo della polemica di Ricoldo, a cui sono dedicati due interi capitoli della Confutazione. Insomma: rinviando nella forma a un testo che appartiene alla ricca e raffinata tradizione della controversia teologica fra le chiese d'Oriente e l'islam, il papa recupera nella sostanza la libellistica anti-islamica del cristianesimo latino, funzionale alla legittimazione delle Crociate.
In questo contesto polemico militante, il rimprovero rivolto all'islam di affermare la fede con la forza è una parte irrinunciabile dell'argomentazione: serve infatti a confutare la pretesa di «logicità» della religione rivale, la sua ambizione di rappresentare «l'universalità della ragione», contesa fra i due monoteismi universalisti. Quello che veramente disturba il polemista cristiano non è la radicale differenza dell'islam, ma la sua somiglianza emulatrice (e la coscienza di questa somiglianza affiora nella frase: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»: il nuovo è solo la violenza, il potere, la politica, e dunque il resto è solo una variante deviata del cristianesimo). Perché posto che l'autentica ragione universale è quella teologica, questa può essere una sola. Il fatto che «le culture profondamente religiose del mondo» (cioè le religioni extra-europee non cristiane) aspirino a essere incluse nella «universalità della ragione» non significa che tutte possano allo stesso titolo rappresentarla: le loro aspirazioni confermano semmai che tutti gli uomini hanno bisogno della verità, ma non che la possiedono, poiché la loro «teologia», non essendo greco-cristiana, ignora la vera natura del logos, non è veramente universale (dunque parliamoci per convertirli, e, se sono cattivi, difendiamoci).
Escludere l'islam dalla salvezza del logos greco è tanto più necessario, per affermare la «differenza» occidentale, in quanto le somiglianze sono più evidenti e fastidiose. La sintesi greco-biblica è infatti il fondamento della cultura politico-religiosa medievale tanto nel cristianesimo quanto nell'islam: il califfo abbaside al-Ma'mun (m. 833) afferma la sua immagine di legittimo erede della tradizione imperiale romana, contro l'imperatore di Bisanzio, sognando Aristotele. Per rendere plausibile questa esclusione, il papa ricorre all'astuzia dialettica di scegliere, come portavoce della teologia musulmana, un autore molto originale: Ibn Hazm di Cordova, che rappresenta, nella scolastica musulmana, una corrente critica altrettanto minoritaria di quel volontarismo cristiano che il discorso del papa non manca di condannare. Gli esegeti più concilianti potranno dire che il papa, concentrandosi su un caso di letteralismo estremo, vuole rivolgersi contro gli «estremisti». Ma il ragionamento è un po' tortuoso. L'intenzione più evidente del suo discorso è piuttosto quella di inchiodare la teologia musulmana alla sua corrente più radicalmente «deellenizzante», per mostrarne la marginalità culturale, ed eludere al tempo stesso il discorso apologetico razionalista della corrente maggioritaria, di fronte al quale è molto più difficile sostenere una differenza radicale di atteggiamenti fra islam e cristianesimo.
L'idea che la religione «vera» e autenticamente universale sia quella più conforme alla ragione e dunque alla natura umana è infatti condivisa dai teologi ufficiali di entrambi i fronti. La teologia musulmana si chiama 'ilm al-kalam («scienza del discorso») proprio perché si basa sull'idea che il trionfo della fede debba essere effettuato attraverso la persuasione. Per i teologi musulmani (come per i loro colleghi avversari), non è certo la «violenza» che assicura il trionfo della fede, ma piuttosto il suo intrinseco valore di verità, che, nel caso dell'islam, si traduce nella più perfetta corrispondenza di questa religione con la «disposizione naturale» dell'uomo - anche se naturalmente il successo nelle armi non fa che confermare il sostegno divino. Lo testimonia nel modo migliore un'interpretazione tradizionale del versetto coranico citato dal papa, secondo la quale le parole «non c'è costrizione nella religione» (2:256) non esprimono un divieto, ma un'impossibilità: la fede, in quanto «atto del cuore», non può essere imposta con la forza. Secondo la tradizione musulmana, questo versetto, sia detto per inciso, risale al quarto anno dell'Egira, o emigrazione, del Profeta a Medina (625 d. C.). Esso appartiene cioè al periodo in cui il Profeta si afferma anche come capo di una nuova comunità, e non al «periodo iniziale», quando «era ancora senza potere e minacciato».
Ma non è un caso che l'Imperatore - e poi il papa - non si siano attardati sui particolari. Il metodo delle controversie teologiche è dialettico e non dimostrativo, direbbe un vero interprete della ragione greca come Averroè. Quel che conta è assestare un colpo efficace, anche a costo di omissioni e approssimazioni, se non di vere e proprie mistificazioni, al destinatario fittizio dell'apologia. Il desiderio di comprensione storica dell'Islam è ovviamente del tutto estraneo a questa impostazione, a-scientifica per definizione. Dire che il papa esprime «la verità storica» (Magdi Allam sul Corriere della Sera) è un po' come dire che la teoria del «disegno intelligente» rappresenta la «verità scientifica» nella storia naturale. Del resto, il fatto stesso di brandire «la verità storica» come un manganello è il segno della completa estraneità alla mentalità scientifica degli epigoni «laici» del papa. Nelle scienze storiche, come nelle scienze naturali e matematiche, non c'è «verità» che non possa essere messa in discussione da nuovi dati e nuove interpretazioni. Gli atei devoti teocon di oggi confermano, se fosse necessario, che il dogmatismo e il fanatismo non hanno bisogno, per prosperare, di essere illuminati dalla fede.
Nella citazione del papa, «il colto interlocutore persiano» dell'Imperatore non ha la parola. «I suoi ragionamenti» non hanno posto nella lectio, perché la sua figura serve soltanto a evocare un'immagine di alterità a cui contrapporsi per riconoscersi. Ne è prova eloquente la sua anonimia, e la stessa vaghezza con cui è definito. E' vero quindi che il papa, come hanno detto i rappresentanti del Vaticano rispondendo alle reazioni di sdegno del mondo islamico, non si è voluto impegnare in una discussione sull'islam, o il jihad, e ha evitato di pronunciare un giudizio diretto su questa religione. Si è limitato a farne il limite, il confine, della nostra identità. Un territorio straniero che dovrebbe restare tale.
L'equivalente contemporaneo del mutismo del «persiano», il destinatario fittizio dell'apologia bizantina, è lo sdegno di massa spettacolarizzato. Largamente prevedibili, le reazioni di un mondo islamico veramente (militarmente) in stato di assedio, servono magnificamente a dare corpo al fantasma di una moltitudine «irragionevole» (senza logos), pronta a cancellare ciò che siamo. Così, un breve accenno in apertura contro «l'intolleranza» islamica è riuscito a trasformare una polemica contro i valori «interni» all'Occidente post-illuminista in un manifesto dell'Occidente contro il nemico esterno, una bandiera dietro la quale anche gli europei più riottosi sono invitati a schierarsi.
 

* Samuela Pagani è ricercatrice
di lingua e letteratura araba
all'Università di Lecce,
Caterina Bori è teaching fellow
di storia dell'islam alla School
of Oriental and African Studies
dell'Università di Londra

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Settembre-2006/art49.html

Scuse all'Islam, il papa ci riprova


Paleologo addio E' stato «solo un fraintendimento» dice Benedetto XVI ai fan plaudenti in piazza San Pietro. Non proprio le scuse chieste dagli islamici ma il Vaticano spera di mettere fine alle polemiche. Caso chiuso per Zapatero e Solana


Mimmo de Cillis*


Si è trattato di un «fraintendimento». Con queste parole di Benedetto XVI, pronunciate ieri all'udienza generale in piazza san Pietro di fronte a 20mila fedeli, il Vaticano intende mettere la parola fine alla vicenda che ha agitato le sacre stanze. Papa Ratzinger ha voluto spiegare ancora il proprio pensiero, ripercorrendo i passaggi più importanti della visita nella sua terra natale. Ha ricordato la prolusione a Ratisbona come «un'esperienza particolarmente bella»: «Come tema avevo scelto la questione del rapporto tra fede e ragione», e il brano di un dialogo cristiano-islamico del XIV secolo (quello di Manuele II Paleologo) sul rapporto religione-violenza, viene definito «incomprensibilmente brusco». Il pontefice chiarisce: «Questa citazione, purtroppo, ha potuto prestarsi ad essere fraintesa. Per il lettore attento del mio testo, però, risulta chiaro che non volevo in nessun modo far mie le parole negative pronunciate dall'imperatore medievale e che il loro contenuto polemico non esprime la mia convinzione personale». La sua intenzione era tutt'altra: «Volevo spiegare che non religione e violenza, ma religione e ragione vanno insieme. Volevo invitare al dialogo della fede cristiana col mondo moderno ed al dialogo di tutte le culture e religioni». Riafferma il suo «rispetto profondo per le grandi religioni e, in particolare, per i musulmani, che adorano l'unico Dio e con i quali siamo impegnati a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà». Poi l'auspicio conclusivo: «Confido quindi che, dopo le reazioni del primo momento, le mie parole possano costituire una spinta e un incoraggiamento a un dialogo positivo, anche autocritico, sia tra le religioni come tra la ragione moderna e la fede dei cristiani». La Santa Sede spera ora che la polemica (ritenuta pretestuosa) si chiuda e che la situazione si normalizzi. L'attività delle nunziature è stata frenetica nei giorni scorsi e la diplomazia vaticana ha cercato di illustrare ai diversi interlocutori la complessità del discorso di Ratzinger, vittima di semplificazioni mediatiche e di una de-contestualizzazione che avrebbero generato il fraintendimento. Il Segretario di stato vaticano, Tarcisio Bertone, ha ribadito che «il dialogo resta un priorità nei rapporti con l'islam»; a Roma è convocato d'urgenza un incontro simbolico con altri leader religiosi; l'Osservatore romano pubblica in prima pagina (per la prima volta nella storia) le scuse del pontefice in arabo, mentre il testo papale viene tradotto in urdu in Pakistan. Insomma la Santa Sede ce l'ha messa tutta. E' tornato a Roma anche l'ambasciatore del Marocco, Ali Achour, che oggi riprende le sue funzioni in Vaticano.
L'appoggio giunto ieri da leader politici di grosso calibro sembra indicare che la strategia è efficace: il premier socialista spagnolo Zapatero ha chiesto ai musulmani moderati ad accettare le spiegazioni sul discorso di Ratisbona e ha espresso «piena comprensione e appoggio» al papa e invitato alla calma il mondo musulmano, definendo le spiegazioni fornite da Benedetto XVI «molto chiare» e offrendo la sua «totale solidarietà». Questione archiviata per il responsabile della politica estera europea, Javier Solana, che ha ricordato come «in un mondo dove il fossato tra le civiltà è sempre più largo», l'Occidente «non ha il diritto di provocare» (alludendo anche alle vignette su Maometto). Ha poi invitato a non usare la «libertà di stampa e di espressione per offendere».
Segnali di pace da Oriente: il presidente pakistano Pervez Musharraf ha detto che questo «E' il tempo dell'armonia interconfessionale». Vci fuori dal coro, invece, quelle dei Fratelli musulmani per i quali «il papa deve presentare scuse ufficiali e chiare sulle sue dichiarazioni blasfeme nei confronti del profeta Maometto».
* Lettera 22


Joseph Henn, condannato per abusi verso due seminaristi, doveva lasciare l'Italia per finire in un carcere statunitense

Prete pedofilo estradato in Arizona
Ma svanisce nel nulla a Roma

"In America lo uccideranno", aveva detto il suo avvocato

 

ROMA - La Corte di Cassazione aveva dato il via libera al procedimento di estradizione, dopo un anno di arresti domiciliari, forse per questo ha fatto perdere le sue tracce. Joseph Henn, 57 anni, alto prelato statunitense accusato di pedofilia, è sparito nel nulla a Roma. E' accusato di abusi nei confronti di due ex seminaristi, che sarebbero stati commessi tra il marzo 1979 e il giugno 1981 ma scoperti solo nel gennaio 2003. A muovere le accuse una corte di giustizia dell'Arizona.

La Corte di Cassazione aveva dato il via libera all'estradizione con una sentenza depositata il 27 luglio scorso, ma quando le forze dell'ordine si sono recate nella Casa del Divino Salvatore per notificargli il provvedimento, Henn non c'era.

"Se viene estradato in America rischia la vita perché i preti accusati di pedofilia non sono simpatici ai detenuti dell'Arizona, e ci sono già stati tre omicidi in casi del genere negli ultimi anni", aveva detto l'avvocato difensore di Henn, Michele Gentiloni Silverij, durante un'udienza l'anno scorso. E di fronte a un ipotesi di questo tipo, viene da pensare che Henn si sia dato alla fuga.

Ma le autorità giudiziarie dell'Arizona, dopo aver appreso la notizia, sono state irremovibili: "Questo ultimo comportamento - ha commentato Andrew Thomas, legale della Contea di Maricopa - denota una mancanza di rispetto per la legge. Può scappare ma non può nascondersi. Sarà catturato e giustizia sarà fatta". Adesso il religioso è ricercato in tutta Italia dalla polizia e dall'Interpol.

Henn, colpito dallo scandalo di pedofilia in cui la Chiesa cattolica americana precipitò nel 2002, fu arrestato il 16 luglio dello scorso anno dalla squadra mobile della capitale che gli notificò un provvedimento della corte d'appello di Roma cui era arrivato l'ordine di cattura del dipartimento di Giustizia americano.

( 3 agosto 2006 )


http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=85302

Perché Benedetto XVI non ha voluto tacere, né ritrattare


Se a Ratisbona il papa ha citato il dialogo tra l'imperatore di Bisanzio e il suo avversario musulmano, l'ha fatto a ragion veduta. La sua tesi è che – allora come oggi – la religione deve sposare non la violenza ma la ragione. Un'analisi di Pietro De Marco e un commento di Lucetta Scaraffia

di Sandro Magister

 



ROMA, 22 settembre 2006 – Nell'udienza generale di due giorni fa, mercoledì, in una piazza San Pietro gremita di folla e con le tv di tutto il mondo collegate, compresa l'araba Al Jazeera, Benedetto XVI è tornato sulla controversa lezione da lui tenuta il 12 settembre all'Università di Ratisbona.

Qui sotto trovi quello che ha detto il papa. L'intervento fa seguito alle parole da lui dette sulla stessa questione all'Angelus della domenica precedente, 16 settembre, e alla dichiarazione ufficiale emessa il 15 settembre dal segretario di stato, cardinale Tarcisio Bertone.

Inoltre, in questa stessa pagina trovi:

– l'adesione alla “splendida” lezione di Ratisbona espressa dal cardinale Camillo Ruini, vicario del papa per la diocesi di Roma e presidente della conferenza episcopale italiana, nella relazione introduttiva al consiglio permanente della CEI riunitosi lunedì 18 settembre;

– un articolo di Sandro Magister uscito su “L'espresso” n. 38, 2006, in edicola dal 22 settembre;

– una nota di Pietro De Marco, esperto in geopolitica religiosa, professore all'Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale;

– un commento all'uccisione in Somalia, domenica 17 settembre, di suor Leonella Sgorbati, scritto per il quotidiano della CEI “Avvenire” da Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all'Università di Roma “La Sapienza” e studiosa del femminismo.

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1. “Per introdurre l'uditorio nella drammaticità e nell'attualità dell'argomento...”

di Benedetto XVI


Cari fratelli e sorelle, [...] un'esperienza particolarmente bella è stata per me [martedì 12 settembre] tenere una prolusione davanti a un grande uditorio di professori e di studenti nell'Università di Regensburg, dove per molti anni ho insegnato come professore. [...] Come tema avevo scelto la questione del rapporto tra fede e ragione.

Per introdurre l'uditorio nella drammaticità e nell'attualità dell'argomento, ho citato alcune parole di un dialogo cristiano-islamico del XIV secolo, con le quali l'interlocutore cristiano, l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo – in modo per noi incomprensibilmente brusco –, presentò all’interlocutore islamico il problema del rapporto tra religione e violenza.

Questa citazione, purtroppo, ha potuto prestarsi ad essere fraintesa. Per il lettore attento del mio testo, però, risulta chiaro che non volevo in nessun modo far mie le parole negative pronunciate dall'imperatore medievale in questo dialogo e che il loro contenuto polemico non esprime la mia convinzione personale.

La mia intenzione era ben diversa: partendo da ciò che Manuele II successivamente dice in modo positivo, con una parola molto bella, circa la ragionevolezza che deve guidare nella trasmissione della fede, volevo spiegare che non religione e violenza, ma religione e ragione vanno insieme.

Il tema della mia conferenza – rispondendo alla missione dell’Università – fu quindi la relazione tra fede e ragione: volevo invitare al dialogo della fede cristiana col mondo moderno ed al dialogo di tutte le culture e religioni. Spero che in diverse occasioni della mia visita – per esempio, quando a Monaco ho sottolineato quanto sia importante rispettare ciò che per gli altri è sacro – sia apparso con chiarezza il mio rispetto profondo per le grandi religioni e, in particolare, per i musulmani, che "adorano l’unico Dio" e con i quali siamo impegnati a "difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (“Nostra Aetate”, 3).

Confido quindi che, dopo le reazioni del primo momento, le mie parole nell'Università di Regensburg possano costituire una spinta e un incoraggiamento a un dialogo positivo, anche autocritico, sia tra le religioni come tra la ragione moderna e la fede dei cristiani.

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La lezione di Benedetto XVI all'Università di Ratisbona:

> Il meglio del pensiero greco è “parte integrante della fede cristiana”

La nota ufficiale emessa il 16 settembre dal segretario di stato cardinale Tarcisio Bertone:

> “La posizione del papa sull’islam...”

Le parole di Benedetto XVI all'Angelus di domenica 17 settembre:

> “Questo è il senso del discorso...”

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2. “Il legame essenziale tra la ragione umana e la fede nel Dio che è 'Logos'...”

di Camillo Ruini


Salutiamo con profondo affetto il Santo Padre, da pochi giorni rientrato dal viaggio nella nativa Baviera, dove ha annunziato e testimoniato con straordinaria profondità di riflessione e con persuasiva dolcezza la fede in quel Dio nel quale l’uomo, la sua ragione e la sua libertà trovano la loro superiore e autentica pienezza.

In particolare nella splendida “lezione” all’Università di Regensburg egli ha potuto non soltanto proporre ma argomentare la verità, validità e attualità del cristianesimo attraverso un grande affresco teologico, e al contempo storico e filosofico, capace di far emergere il legame essenziale tra la ragione umana e la fede nel Dio che è “Logos”, mostrando che questo legame non è confinato nel passato ma apre oggi grandi prospettive al nostro desiderio di conoscere e di vivere una vita piena e libera.

Questa lezione, insieme all’Enciclica “Deus Caritas Est” e al discorso per gli auguri alla curia romana del 22 dicembre, offre le coordinate fondamentali del messaggio che il papa va proponendo: dobbiamo dunque meditarla e assimilarla in profondità, già nel contesto del convegno che ci attende a Verona.

Suscita sorpresa e dolore che alcune affermazioni in essa contenute siano state equivocate al punto da essere interpretate come un’offesa alla religione islamica e da condurre fino ad atti intimidatori e ad inqualificabili minacce – forse addirittura a fornire il pretesto per l’abominevole assassinio di suor Leonella Sgorbati ieri a Mogadiscio –, mentre il papa si proponeva di favorire “un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno”, come è detto nella lezione stessa e come il cardinale segretario di stato ha felicemente precisato nella sua dichiarazione di sabato scorso, fatta propria dal Santo Padre nell’Angelus di ieri.

In quanto vescovi italiani esprimiamo al papa la nostra totale vicinanza e solidarietà e intensifichiamo la nostra preghiera per lui, per la Chiesa, per la libertà religiosa, per il dialogo e l’amicizia tra le religioni e tra i popoli.

Deploriamo invece quelle interpretazioni, che non mancano anche nel nostro paese, le quali attribuiscono al Santo Padre responsabilità che assolutamente non ha o errori che non ha commesso e tendono a colpire la sua persona e il suo ministero.

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3. Perché Benedetto XVI non ha voluto tacere, né ritrattare

di Sandro Magister


La lezione capolavoro del papa teologo, dalla cattedra dell'università di Ratisbona, ha davvero messo i brividi al mondo. Perché quello che Benedetto XVI là ha detto, è avvenuto. Il papa ha spiegato la distanza che corre tra il Dio cristiano che è amore, immolato in Gesù sulla croce, ma è anche “Logos”, ragione, e il Dio adorato dall'islam, così trascendente e sublime da non esser legato più a nulla, nemmeno a quel ragionevole asserto secondo cui non dev'esserci “nessuna costrizione nelle cose di fede”. Il Corano questo scrive, nella sura seconda puntualmente richiamata dal papa, ma poi scrive anche altro ed opposto. E la violenza che s'è avventata dal mondo musulmano sul papa e i cristiani conferma che è questo altro a pesare, a dar forma e sostanza allo sguardo che miriadi di fedeli di Allah lanciano sul mondo infedele. L'altra faccia della lezione di papa Joseph Ratzinger a Ratisbona è il sangue versato nella musulmana Mogadiscio da suor Leonella Sgorbati, donna velata ma libera, una martire la cui ultima parola è stata per i suoi uccisori: “Perdono”.

Veramente, la quasi totalità della lezione di Benedetto XVI a Ratisbona era rivolta al mondo cristiano e all'Occidente e all'Europa, a suo giudizio così sicuri, troppo, della loro nuda ragione da smarrire il “timore di Dio”. Ma anche qui le parole del papa hanno trovato conferma nei fatti. Di pari passo col crescere della violenza verbale e fisica di parte musulmana, sull'altro versante, quello teoricamente suo, il papa è stato bersaglio di incessanti bordate di fuoco amico. Come i dotti compagni di Giobbe imputavano a lui la colpa delle sue disgrazie, così attorno a Benedetto XVI è stato tutto un vorticare di consigli e rimproveri d'analogo segno.

Anche in Vaticano è andata così. Benedetto XVI ha avuto la fortuna d'insediare un nuovo segretario di stato e un nuovo ministro degli esteri, entrambi di sua stretta fiducia, proprio il giorno d'avvio dell'attacco musulmano contro di lui, venerdì 15 settembre, appena tornato dal suo viaggio in Baviera. Ma il brontolio della curia a lui ostile non s'è affatto acquietato, anzi. Passi per il nuovo ministro degli esteri, che è l'arcivescovo corso Dominique Mamberti, che è stato nunzio in Sudan, Somalia, Eritrea e prima ancora in Algeria, Libano, Kuwait, Arabia Saudita, e quindi è un conoscitore diretto del mondo arabo e musulmano, versato nelle arti diplomatiche. Ma la nomina a nuovo segretario di stato del cardinale Tarcisio Bertone, questa no, non gliel'hanno perdonata. Il fatto che Bertone non sia un diplomatico di carriera, ma un uomo di dottrina e un pastore d'anime, è ora ritorto ancor più contro il papa, come prova della sua inettitudine sulla scena politica del mondo. In Baviera, a passaggio delle consegne non ancora avvenuto, accompagnava Benedetto XVI il segretario di stato uscente, il cardinale Angelo Sodano, una vita tutta spesa in diplomazia. Ma il papa si guardò bene dal far controllare previamente da lui la lezione che si apprestava a dettare a Ratisbona. Blocchi interi del testo sarebbero stati censurati, se a criterio supremo fosse stata eletta quella Realpolitik di cui si nutre la diplomazia vaticana di Sodano e colleghi.

Anche per Benedetto XVI il realismo nei rapporti tra la Chiesa e gli stati è un valore. Lo è stato con i sistemi totalitari del Novecento: col nazismo tedesco come col comunismo sovietico. I controversi silenzi di Pio XII col nazismo e poi, col comunismo, di Giovanni XXIII, del Concilio Vaticano II e della Ostpolitik di Paolo VI avevano le loro forti ragioni, in primo luogo la difesa delle vittime di quei sistemi medesimi. Ma ora un pari silenzio si esige da Benedetto XVI nei confronti del nuovo aversario, l'islam: un silenzio al quale spesso si dà il nome di dialogo. Papa Ratzinger non l'ha rispettato? Ed ecco il contrappasso che si merita, ad opera dell'islam “offeso”: minacce, cortei, roghi in effigie, governi che pretendono ritrattazioni, ambasciatori richiamati, chiese incendiate, una suora uccisa. Di tutto ciò il papa si vede assegnare la sua parte di colpa. Mentre invece è beatificato “post mortem” il predecessore Giovanni Paolo II, che pregava mite ad Assisi assieme ai mullah musulmani e visitando a Damasco la moschea degli Omayyadi ascoltava in silenzio le invettive scagliate dai suoi ospiti contro i perfidi ebrei. Nessuna fatwa ordinò allora di abbattere le mura vaticane, né di sgozzare papa Karol Wojtyla. Ali Agca, che gli sparò contro, era musulmano per caso, l'assassinio era stato ordito in territorio cristiano...

Al realismo della politica, Benedetto XVI non nega il giusto prezzo. La segreteria di stato ha mobilitato la rete delle sue nunziature perché i governi abbiano a disposizione il testo integrale della lezione di Ratisbona, così come la nota di spiegazione ufficiale diffusa sabato 16 settembre dal cardinale Bertone e le giustificazioni dette all'Angelus di domenica 17 dal papa in persona. Entro fine settembre saranno convocati in Vaticano per un'ulteriore atto distensivo gli ambasciatori dei paesi a maggioranza musulmana. E più in là il pontificio consiglio per la cultura presieduto dal cardinale Paul Poupard prepara un incontro con esponenti religiosi dell'islam.

Ma per Benedetto XVI il realismo non è tutto. Il dialogo che vuole tessere con l'islam non è fatto di pavidi silenzi e di abbracci cerimoniali. Non è fatto di umiliazioni che in campo musulmano sono interpretate come atti di sottomissione. La citazione che egli ha fatto a Ratisbona dei “Dialoghi con un maomettano” scritti alla fine del Trecento dal dialogante cristiano, l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, l'aveva scelta a ragion veduta. Si è in guerra, Costantinopoli è sotto attacco e di lì a mezzo secolo, nel 1453, sarebbe caduta sotto il dominio ottomano. Ma il colto imperatore cristiano porta il suo interlocutore di Persia sul terreno della verità, della ragione, della legge, della violenza, su ciò che fa la vera differenza tra la fede cristiana e l'islam, sulle questioni capitali da cui discendono la guerra o la pace tra le due civiltà.

Anche i tempi attuali papa Ratzinger li vede come gravidi di guerra, e di guerra santa. Ma chiede all'islam di fissare esso stesso un limite al “jihad”. Propone ai musulmani di slegare la violenza dalla fede, come prescritto dallo stesso Corano. E di riallacciare invece alla fede la ragione, perché “agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio”.

A Ratisbona il papa ha esaltato la grandezza della filosofia greca, quella di Aristotele e Platone. Ha mostrato che essa è parte integrante della fede biblica e cristiana nel Dio che è “Logos”. E anche questo l'ha fatto a ragion veduta. Quando il Paleologo dialogava col suo interlocutore persiano, la cultura islamica era da poco fuoruscita dal suo periodo più felice, quello dell'innesto della filosofia greca sul tronco della fede coranica. Chiedendo oggi all'islam di riaccendere il lume della ragione aristotelica, Benedetto XVI non chiede l'impossibile. L'islam ha avuto il suo Averroè, il grande commentatore arabo di Aristotele di cui fece tesoro un gigante della teologia cattolica come Tommaso d'Aquino. Un ritorno, oggi, alla sintesi tra fede e ragione è la sola via perché l'interpretazione islamica del Corano si liberi dalla paralisi fondamentalista e dall'ossessione del “jihad”. È il solo terreno per un dialogo veritiero del mondo musulmano con il cristianesimo e l'Occidente.

All'Angelus di domenica 17 settembre, ripreso in diretta anche dalla tv araba Al Jazeera, Benedetto XVI ha detto il suo “rammarico” per come la sua lezione è stata fraintesa. Ha detto di non condividere il passaggio da lui citato di Manuele II Paleologo, secondo il quale in ciò che di nuovo ha portato Maometto “troverai soltanto cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede”. Ma non si è scusato di niente, non ha ritrattato una sola riga. La lezione di Ratisbona non è stata per lui un esercizio accademico. Là non ha smesso le vesti del papa per parlare solo la lingua sofisticata del teologo, a un uditorio di soli specialisti. Il papa e il teologo in lui sono tutt'uno, per tutti. Il cardinale Camillo Ruini, che più di altri capi di Chiesa ha capito l'essenza di questo pontificato, ha detto lunedì 18 settembre al direttivo dei vescovi italiani che “le coordinate fondamentali” del messaggio che Benedetto XVI va proponendo alla Chiesa e al mondo sono in questi tre testi: l'enciclica “Deus Caritas Est”, il discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio Vaticano II e, ultima ma non meno importante, la “splendida” lezione di Ratisbona.

Benedetto XVI è fiducioso. Non avrebbe osato tanto se non credesse in una reale possibilità che nel pensiero islamico si riapra un'interpretazione del Corano che sposi fede e ragione e libertà. Però troppo deboli e rare, quasi introvabili, sono le voci che nel mondo musulmano raccolgono la sua offerta di dialogo. E troppo solo il papa si trova, in un Europa smarrita che un po' somiglia davvero all'Eurabia descritta da Oriana Fallaci, una “atea cristiana” che egli ha letto, incontrato e stimato. E poi c'è la violenza che incombe sui cristiani in terra d'islam, e anche fuori. Quando per far tacere il papa si uccidono i suoi, tanto più se innocenti, una suora, una donna.

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4. “Asse del sacro” e critica interreligiosa. Bisanzio a Ratisbona

di Pietro De Marco


Vi è un disegno di taglio inconfondibile nell’importante discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona. È la volontà del papa di non evitare la parte critica entro il suo rapporto dialogico con l’islam, ovvero entro quella stessa prospettiva che è stata anche definita impropriamente un “asse del sacro” cristiano-islamico.

La profonda visione strategica di papa Benedetto sembra operare ad integrazione del magistero di Giovanni Paolo II, con le stesse caratteristiche di fermo discernimento sui temi della verità e della ragione che Joseph Ratzinger aveva esercitato, come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di fronte alle derive teologiche interne alla Chiesa.

Si trattava, e si tratta oggi su altro fronte, di assumersi il rischio di dire “opportune et importune” l’eccesso e l’errore, quando dottrine e condotte oltrepassino soglie estreme di tollerabilità. Lo spazio di tolleranza implicito nella ricerca e nella condotta dialogica, e richiesto dalla sua stessa logica profonda, ha comunque i suoi confini. Anzi, questi ultimi sono la condizione stessa della sensatezza del confronto: senza confini di accettabilità che si impongano ai protagonisti, si dissolve la ragione del dialogo e ogni risultato diviene in sé indifferente.

La costante – e feconda contro molte previsioni – prassi di Giovanni Paolo di attenzione alle sensibilità islamiche, nonché l’obiettiva convergenza della Santa Sede col mondo musulmano sui fronti della bioetica (a partire da quello che è stato chiamato lo “scontro del Cairo” del 1994) sembrano per Benedetto XVI dati acquisiti. Da qui in avanti egli vuole aprire una nuova fase nelle relazioni con l’islam. Chiede alla soggettività islamica un incremento di sapienza autocritica. In altre parole, il papa vuole integrare quel che c'è di reciproca fiducia tra Chiesa e grande comunità islamica, faticosamente ottenuto su basi pragmatiche, con la prima sperimentazione di un vero e proprio dialogo, che è più della coesistenza senza palese conflitto.

Questa sperimentazione di dialogo riguarda anzitutto i preamboli. Uno di essi è la scelta di un comune terreno di ragione. Il secondo, quasi un corollario, è relativo alla milizia sacra. Sappiamo che la fede militante non è patologica ma è costitutiva delle religioni di salvezza. L'islam deve però – secondo papa Benedetto – rinunciare criticamente alla attuale versione violenta e belligerante del “jihad”. Ecco allora che i “Dialoghi con un maomettano” – discussioni controversistiche tra un cristiano, l’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo, e un dotto persiano, composti da Manuele nella tremenda congiuntura di fine Trecento, quella degli anni dell’assedio di Costantinopoli e della vana ricerca di aiuto in Europa – sono parsi a Benedetto XVI un perfetto esempio su cui fare perno. Per l’imperatore la riflessione sull’essenziale, che è poi il confronto tra leggi, quella biblica e quella coranica, non era resa implausibile dall’incombere del nemico. Il colto sovrano pensava la relazione con la religione avversa e conquistatrice pur sempre come un confronto tra verità.

Al tempo stesso l’islam che dilaga in armi non veniva edulcorato, ma nel “Dialogo” settimo era polemicamente ricondotto al suo fondatore Maometto, per chiedere al contraddittore persiano una risposta (che sarà estesa e importante, vedi “Dialogo” 7, 5a-5d ). Insomma, se il confronto tra fedi non dissimulava la presenza delle armi, le armate del sultano sul Bosforo non impedivano di porre, sul terreno della disamina razionale, la questione decisiva.

Papa Benedetto vuole dunque dire all’interlocutore islamico di oggi che cristianità e Occidente sanno che l’islam è in armi e, per una sua parte, in guerra; e che sapranno farvi fronte, com’è già avvenuto, dopo e nonostante la caduta di Costantinopoli. Ma il papa indica anzitutto alla fede e alla dottrina degli uomini e delle culture che il terreno del confronto di verità e per la verità è altro. È quello del “Logos”. Ma anche l’islam ha praticato il “Logos”, e al servizio della fede, per secoli e dovunque, dall'Andalusia a Bagdad, dal Cairo alla Persia.

Movimenti e governi dei paesi musulmani si attendono sicuramente dei vantaggi tattici dalla mobilitazione delle “masse” di questi giorni, e dalle dichiarazioni di rammarico del pontefice. Ma le élites politiche e religiose musulmane sanno anche che l’apertura critica del papa di Roma non ha niente a che fare con il dileggio delle vignette. Non solo, è il loro contrario. È il massimo apprezzamento dialogico dell’islam come fede – nella possibile individuazione di un sapiente “asse” delle religioni bibliche – nella massima onestà critica e rigorosità del metodo.

Terminato il breve e sterile tempo della piazza, il mondo musulmano dovrà specchiarsi costruttivamente nello sguardo spirituale e storico di un papa che, per la verità e la lealtà del confronto, ha voluto assumersi i rischi sia della strumentale incomprensione delle sue parole, sia della loro comprensione ostile.

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5. La doppia carica simbolica dell'uccisione di suor Leonella

di Lucetta Scaraffia
“Avvenire”

La drammatica uccisione, domenica 16 settembre, di suor Leonella Sgorbati in Somalia è un gesto simbolico, purtroppo, di grande peso. Per due motivi fondamentali. Perché, di fatto, anche in assenza di precise rivendicazioni, si tratta di un ricatto. E perché è stata assassinata una donna, e una donna religiosa.

Come mostra la storia delle persecuzioni cristiane, anche questa volta è stato scelto il metodo di colpire altri al posto di chi è stato indicato da troppe voci del mondo islamico come principale bersaglio, cioè papa Benedetto XVI, e non solo perché la religiosa italiana era una vittima più facile. Lo racconta in pagine memorabili lo scrittore giapponese Shusaku Endo, narrando la persecuzione dei cristiani nel Giappone del Seicento: alcuni gesuiti, benché pronti a morire per testimoniare la loro fede, furono costretti all’apostasia sottoponendo alla tortura sotto i loro occhi dei contadini cristiani. Un cristiano può disporre della sua vita fino al martirio – e lo hanno dimostrato gli innumerevoli martiri cristiani del secolo appena trascorso – ma non della vita degli altri: l’uccisione e la tortura di altri cristiani immobilizza chi sarebbe il vero bersaglio dell’azione aggressiva, lo imbavaglia, gli impedisce di dire e di fare quello che per lui è giusto, fino a impedirgli il martirio. Il caso giapponese è il più clamoroso, ma ce ne sono stati altri simili, se solo si leggono con attenzione le vite dei missionari nell’Ottocento e Novecento: basti ricordare le missionarie comboniane prigioniere del Mahdi nel Sudan di fine Ottocento.

Minacciando la vita dei cristiani che vivono in terra islamica, si vuole far ritrattare al papa parole che non ha detto e quanto non ha neppure pensato. Si vuole fargli perdere dignità e autorevolezza, imponendogli di dire ciò che detta un certo tipo di estremismo islamico. E questo è un ricatto molto più pesante delle proteste diplomatiche, delle manifestazioni, delle minacce sui siti fondamentalisti: non è possibile chiedere a tutti i cristiani che vivono in paesi islamici di accettare il possibile martirio per permettere al papa la libertà di pensiero e di parola, la libertà di non essere maliziosamente frainteso. È quanto di più grave è finora accaduto nel confronto tra Occidente e fondamentalismo islamico, con la violazione di tutti i diritti di rispetto e di reciprocità sempre invocati dalle Nazioni Unite.

Ma un altro motivo aggrava la carica simbolica di questo gesto: a essere colpita è stata una donna, una donna che non aveva nessuna delle caratteristiche di libertà sessuale vistosamente rivendicata che vengono rimproverate dall’islam più tradizionale all’Occidente. È stata uccisa una donna dal capo velato, dal vestito modesto, che però il velo l’aveva scelto liberamente, e altrettanto liberamente aveva scelto di offrire la sua vita a Dio e al servizio degli altri. È questa libertà che è stata colpita, questa libertà segno di una cultura che attribuisce alle donne la stessa dignità degli uomini.

La semplice presenza di donne di questo tipo, modeste e rispettose, ma libere e responsabili della loro vita e delle loro scelte, apre un problema: quello che per Benedetto XVI è il confronto tra le culture. Che prima di essere un dialogo teologico fra le religioni, è un confronto tra due universi culturali originati da due religioni diverse che, in questo caso, riservano un posto molto diverso alla donna. Se parliamo infatti di libertà e dignità della donna uguale a quelle dell’uomo, non mettiamo in dubbio una intera tradizione religiosa, ma proponiamo un valore culturale non negoziabile: ed è proprio sul confronto tra le culture, sui loro principi fondanti che si deve centrare un dialogo, come ha proposto Benedetto XVI, “franco e sincero, con grande rispetto reciproco”

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In questo sito, sullo stesso tema (che finezza!, ndr):

> L'irragionevole guerra dell'islam contro Benedetto XVI (18.9.2006)


 

 

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