FISICA/MENTE

 

http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2004/cappellani_militari.htm 

CAPPELLANO: PRETE O MILITARE? SEVERA ANALISI DI DON PAOLO FARINELLA

DOC-1553. GENOVA-ADISTA. Qualche tempo fa, Adista pubblicava l'indignato e sentito appello che don Dino D'Aloia, sacerdote di Foggia, rivolgeva ai cappellani militari dell'esercito italiano: "strappatevi le stellette", scriveva don Dino "o fate carta straccia del Vangelo" (n. 61/04). A stretto giro di posta, anche don Paolo Farinella, sacerdote e biblista genovese, ci ha fatto pervenire il suo contributo in merito allo stesso tema. Il testo, che qui riproduciamo in versione integrale, torna in maniera circostanziata e alquanto documentata sulla questione già sollevata da D'Aloia, relativa all'inconciliabilità fra messaggio evangelico e vita militare. Inconciliabilità tanto più evidente nel caso di una guerra ingiusta e costruita sulle menzogne come quella che gli Usa e i loro alleati stanno portando avanti in Iraq oramai da un anno e mezzo. A chi, come il frate francescano Mariano Asunis, operativo in Iraq al seguito delle truppe italiane là dislocate, parla dei diciannove ragazzi della Brigata Sassari morti a Nassiriya come di eroi morti per difendere la patria, don Paolo risponde facendo valere, contro ogni delirio militarista, la logica del buon senso e lo spirito del Vangelo: "questi poveri soldati di venturetta, se cristiani, avevano un solo dovere: disobbedire e dichiararsi obiettori di coscienza". (I titoletti interni sono redazionali)


Adista sul numero 61/2004 (Anno XXXVIII, n. 5790, Doc. n. 32477, p. 8) pubblica l'appello di don Dino D'Aloia, giovane sacerdote di San Severo di Foggia, dal titolo "Strappatevi le stellette, o fate carta straccia del Vangelo. Un sacerdote scrive ai cappellani militari". Nel ringraziare don Dino per le forti parole che dice, comunicando un profondo afflato civile ed evangelico, vorrei proseguire la sua riflessione, prendendo lo spunto da una intervista scioccante di Maurizio Pagliasotti al cappellano militare della Brigata Sassari, fra' Mariano Asunis, operativo a Nassiriya e pubblicata sulla rivista "Missioni Consolata" (Anno 106, n. 3/2004, p. 62), dal titolo "Comandi, don Mariano!". L'intervista è collocata all'interno di uno splendido articolo (pp. 59-65) di Renato Sacco sui cappellani militari sul fronte della guerra in Iraq, dal titolo significativo "Quelle pesantissime stellette". A rigore di verità, il p. Mariano Asunis ha inviato una lettera di contestazione alla rivista che la pubblica nel n. 6/2004, p. 6, con una precisazione del direttore. In questa precisazione, il cappellano fa alcune puntualizzazioni (ho detto… non ho detto), ma non nega la sostanza dell'intervista, anzi, in un certo senso, l'aggrava quando si riferisce ai "concetti esasperati di pacifismo". Conosco Maurizio Pagliasotti e conosco il personale della rivista "Missioni Consolata": della loro onestà e professionalità mi fido senza tentennamenti. Non conosco il frate cappellano p. Mariano Asunis, per cui ho cercato conferme in un'altra intervista non contestata del 7 gennaio 2004 al settimanale "Toscana Oggi" dove esprime gli stessi pensieri e le stesse valutazioni (cfr. http://www.toscanaoggi.it/

a_notiziabase_foglia.asp?IDCategoria=210&IDNotizia=2866), dimostrando così la propria recidività di cappellano militare.
Nel leggere le sue parole, dure e nette senza sentimenti di misericordia, ma con giudizi senza appello, non si può non rimanere sgomenti. Bisogna rispondere, con garbo, ma con fermezza, anche per non confondersi con una mentalità che potrebbe apparire lineare e condivisa, se nessuno la contesta. Ho atteso sei mesi per una qualsiasi reazione del mondo cattolico, ho letto anche la rivista dell'Ordinariato militare ("Il Cursore") in Italia alla ricerca di una smentita ufficiale dello stesso Ordinario o una presa di distanza di qualche collega cappellano militare… ho atteso invano, per cui voglio rispondere. Non rappresento alcuno, solo me stesso e la mia coscienza. Non ho nulla da spartire con le idee e i pensieri del cappellano militare capo della Brigata Sassari e dei cappellani militari in generale, compreso il loro vescovo, Angelo Bagnasco della diocesi di Genova, che amano girovagare con stelle e stellette militari, anche quando celebrano l'Eucaristia.


Da frate Lupo a frate Mitra
L'articolo "Comandi, Don Mariano!" riporta sentimenti intrisi di vetero patriottismo di maniera, espressi da un prete, che è frate, che è francescano e cappellano militare. Una carriera folgorante! Dal saio di Francesco alla tuta mimetica! Dal dialogo fraterno con "frate lupo" alla benedizione delle armi contro "il nemico" (sic!):
[Sottolinature mie] "Noi siamo qui - afferma il militare frate - per difendere la pace e non per offendere…; la pace va difesa anche con le armi in pugno come stanno facendo questi soldati…; ci sono stati dei morti che hanno versato il sangue per la patria… noi italiani non siamo una forza di occupazione… noi siamo operatori di pace… ho un senso di nausea quando vedo certe manifestazioni [in favore della pace, ndr.]… ecco, quello [Gino Strada, ndr.] non lo posso proprio sopportare, da lui non prenderei nemmeno una medicina… voleva tenere in piedi Saddam che era un killer, un dittatore spietato e quindi ne era complice!".
La logica del militare cappellano, si sa, non fa una grinza!
"Difendere la pace con le armi in pugno" è affermazione blasfema in bocca ad un religioso, anche perché è l'eco del pensiero che Berlusconi formalizzò per l'Italia al seguito della Bush's Theory, sintetizzata nell'assunto che la democrazia si può e si deve esportare anche con le armi (cfr intervista a Frank Bruni sul New York Times del 3 dicembre 2003, ripresa anche il 5 dicembre). È il fondamento ideologico della guerra preventiva o di aggressione.
Di fronte allo sgomento suscitato dalle parole del cappellano militare, mentre ero ancora intontito nella logica e nell'anima, ho fatto una breve ricerca su Internet per trovare qualcosa che smentisse la mia angoscia e mi riportasse al centro della ragione e al cuore della fede: anche nei fautori della guerra di supremazia non ho trovato parole così dure e così qualunquiste come quelle del religioso. Suppongo che i cappellani militari a forza di vivere tra militari e al loro modo e nel loro contesto, arrivino ad assumerne la mens e la ratio fino a smarrire il senso del discernimento spirituale per appiattirsi sul pensiero del capo del governo che li paga. Il militare cappellano usa un vocabolario guerriero ed esprime un atteggiamento fondamentalista che non è inferiore a quello dei fanatici islamici che egli definisce suoi "nemici". Come un attore si immedesima nella parte fino ad identificarsi con il ruolo che recita:
[Sottolineature mie] "Noi - dichiara a "Toscana Oggi" - dobbiamo portare a termine il mandato ricevuto. Certamente con un po' più di paura [siamo dopo l'uccisione dei diciannove carabinieri italiani] ma anche con più attenzione. Siamo sicuri che il Signore ci assisterà anche se non può paralizzare la mano del nemico: c'è il libero arbitrio… il cappellano è vestito come loro [cioè come i soldati, ndr]…".


Cappellani contro il Vangelo e il papa
Parole come "mandato ricevuto" e "nemico" sono colpi di kalashnikov sulla bocca di un prete in missione di pace. San Francesco corse dal Saladino in piena guerra crociata passando tra gli eserciti avversari disarmato e a mani nude: lo stupore suscitato fu così grande che il Saladino concesse a lui la custodia dei luoghi santi, mentre i crociati che avrebbero dovuto difenderli furono sconfitti. Da chi riceve il "mandato" il cappellano militare? Non dal vangelo di Gv 13, 34-35: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". Non dal vangelo di Mt 5,43-46: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?" (cfr Lc 6,27.35). Si potrebbe continuare a citare vangeli all'infinito, ma si fa prima a regalarne una copia a tutti i cappellani militari che forse ne sono sprovvisti.
Sarebbe interessante conoscere il pensiero dei militari cappellani sulla dichiarazione del portavoce del papa, Joaquin Navarro Valls, riportata da tutta la stampa internazionale il giorno 19.03.03: "Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia". Il giornale "La Stampa" dello stesso giorno commenta: "È la risposta della Santa Sede, che fino all'ultimo ha chiesto che si desse fondo ai mezzi pacifici per risolvere la crisi irachena, all'ultimatum della Casa Bianca". Lo stesso giornale riporta la dichiarazione del direttore della Radio Vaticana, padre Pasquale Borgomeo, che si fa interprete del pressing senza precedenti cui è stata sottoposta la diplomazia vaticana per avallare la guerra di Bush, Blair e Berlusconi:
"È sotto gli occhi di tutti quanto sia lontana l'Onu da un avallo dell'intervento militare in Iraq. Ma sembra degno di seria considerazione anche il fenomeno di una schiacciante maggioranza di cittadini contrari alla guerra proprio nei Paesi i cui governi si apprestano a condurla o ad appoggiarla". Evitino perciò di attribuirsi [i capi di governo che hanno deciso la guerra] una missione salvifica e non pretendano di agire in nostro nome. E soprattutto non nel Santo Nome di Dio"
Padre Borgomeo, che non parla mai a titolo personale, esprime concetti diametralmente opposti a quelli dei cappellani militari. Il papa aveva usato le stesse parole in molteplici occasioni, pubbliche e private, arrivando a definire "bestemmie" le ragioni addotte per giustificare la guerra come scontro apocalittico tra bene e male (cfr Enzo Bianchi, monaco di Bose, "Guerra e pace: non nel nome di Dio", in "La Stampa" del 28 marzo 2003). È lecito domandare, in questa circostanza, da che parte stanno i cappellani militari? Dalla parte del papa o dalla parte di Bush-Berlusconi, di cui sembrano gli esegeti ufficiali? Le parole e il modo convinto espressi nell'intervista, pongono il problema più ampio della presenza di ministri in mezzo ai militari e del modo di starci.


"Divise" dal Diritto canonico
Tutto il personale religioso che svolge un servizio nelle strutture militari entra a fare parte dell'organico delle forze armate e in quanto militare ognuno presta giuramento di fedeltà allo Stato, di cui è funzionario. Solo in quanto funzionari sono anche ministri religiosi: ricevono, infatti, uno stipendio manu militari come dipendenti del Ministero della Difesa. Dal vescovo all'ultimo cappellano, ciascuno secondo il proprio ruolo, tutti sono insigniti di gradi militari, le cui insegne e mostrine possono indossare sugli abiti ecclesiastici (talare e clergyman): uomini della Parola e del Sacramento che si autoreferenziano come personale militare, rendendo impuri i simboli stessi del sacrificio sacerdotale, perché le stellette sono il segno di appartenenza ad un mondo, ad una logica e ad una "struttura di peccato" che si nutre e si alimenta di violenza, di sangue e di micidiali armi pensate apposta per uccidere, un mondo satanico per cui Gesù non ha pregato (Gv 17,9).
Nella stessa intervista a "Toscana Oggi", in un afflato emotivo di esuberanza viscerale, il cappellano-capo, p. Mariano, afferma di "vestire come loro", cioè di essere un militare e lo dice espressamente: "sono un militare" (sic!). Quando ero giovane, per un prete era disdicevole frequentare cinema, teatro e sedi sindacali, oggi si può essere preti-militari senza nemmeno arrossire! Forse è tollerabile che un prete possa assolvere il suo ministero anche tra i soldati, vestendo la stola del perdono e della misericordia, ma gloriarsi di vestire la divisa militare rasenta l'ignominia e il capovolgimento di ogni etica.
È una contraddizione palese, nonostante la funzione dei cappellani militari sia regolata da leggi civili ed ecclesiastiche speciali, come stabilisce il can. 568 del Cjc (Legibus specialibus)! Il can. 289 §1 del Cjc obbliga il clero a non prestare servizio militare perché "non si addice allo stato clericale" e invita non solo i chierici, ma anche "i candidati agli Ordini sacri" a non prestare il servizio militare volontario. In altre parole, il Codice proibisce di indossare la divisa militare che è simbolo di un certo stile di vita o di un modello che lo stesso Diritto positivo della Chiesa definisce non consono/non si addice (minus congruat). Don Lorenzo Milani, accusato di apologia di reato per avere difeso l'obiezione di coscienza contro un gruppo di cappellani militari che l'avevano definita "viltà estranea al sentimento cristiano dell'amore", nella sua autodifesa in tribunale, così commentava il disposto del Codice: "La Chiesa considera dunque a dir poco indecorosa per un sacerdote l'attività militare presa nel suo complesso. Con le sue ombre e le sue luci. Quella che lo Stato onora con medaglie e monumenti" (cfr "Lettera ai giudici" del 18 ottobre 1965). Il cappellano intervistato se ne rende conto e, infatti, dichiara:
"Preferisco non parlarne del grado militare. Ce l'ho perché sono militare. Ma io non ragiono col grado. Nella mimetica ho una Croce: quello è il mio grado. Quando un contingente parte ci deve essere l'alta professionalità dei militari, ma non si può mai trascurare un particolare essenziale per la riuscita della missione stessa, soprattutto quando si è lontani dalle famiglie: non si può tralasciare l'aspetto della fede in Dio".
L'alta professionalità militare non è forse la professionalità alta di uccidere? A cosa servono le sempre più sofisticate armi di cui sono equipaggiati? La fede in Dio non esige che i militari cristiani facciano in blocco obiezione di coscienza, in nome del comandamento dell'amore che ogni battezzato deve testimoniare ovunque si trovi, anche e specialmente di fronte a coloro che il mondo militare e il cappellano definiscono "nemici"? Il cappellano porta il segno del Crocifisso sulla "mimetica" e immagino che spesso benedica a colpi di Crocifisso i suoi soldati che vanno in missione di alta professionalità contro gli iracheni, anche se sono bande di sbandati e terroristi, pronti ad ogni evenienza anche ad ammazzare. Si suppone che anche "i nemici" che si trovano dall'altra parte facciano lo stesso: gente che non vuole stranieri e intrusi nel proprio Paese con i loro segni e i loro simboli religiosi, con i loro preti che benedicono, aizzano fraudolentemente al sacrifico stesso della vita, senza rispetto di Dio e della vita umana. Tutti invocano Dio per ritornare sani e salvi, per cui se deve morire qualcuno, è giusto che il Signore faccia morire quelli dell'altra parte.
Rapimenti, uccisioni degradanti (perché esposti sull'agorà mediatica) non sono forse il frutto cattivo di una guerra che si è sviluppata come un albero malvagio ramificando ovunque? I profeti dell'esportazione della democrazia a qualunque costo e della lotta al terrorismo in una sola direzione e con la doppia morale, non solo hanno sbagliato valutazione perché fondata sulla menzogna consapevole, ma hanno anche imboccato una via senza ritorno, se non al prezzo di un inutile mattatoio di sangue innocente, complici i cappellani militari che quel sangue vedono scorrere in silenzio, continuando a benedire uomini, armi e infine la stessa guerra. Il vangelo però non demorde: "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni" (Mt 7,15-18). I frutti della guerra sono davanti agli occhi di tutti: "i perfidi operano con perfidia. Terrore, fossa e laccio ti sovrastano, o abitante della terra. Chi fugge al grido di terrore cadrà nella fossa, chi risale dalla fossa sarà preso nel laccio" (Is 24,16-18; cfr Ger 20,4). Sarei curioso di conoscere le preghiere dei cappellani militari, quando benedicono la professionalità alta dei soldati che vanno in battaglia.
Povero Dio! Chi deve ascoltare? Chi è andato in una terra straniera a imporre la democrazia anche con le armi in pugno o chi a quell'imposizione si oppone con ogni mezzo, anche ignobile, vigliacco e immorale? Con ogni probabilità, Dio in queste cose proprio non sta e ha abbandonato l'umanità nell'inferno della pazzia dei suoi governanti, secondo il proverbio latino: "Coloro che vuole perdere, Dio li fa impazzire". L'umanità intera è nelle mani di governanti pazzi perché solo i pazzi come Bush, Blair e Berlusconi potevano pensare che la guerra potesse essere una soluzione. Al manicomio bisogna aggiungere Kwasniewski presidente polacco che, per una manciata di dollari americani, lui post-comunista antiamericano, ha gettato il suo Paese nella fornace della guerra.


Da che parte sta Dio?
Siamo anche nelle mani dei militari cappellani che dovrebbero essere segno di contraddizione vivente, stimolando la coscienza critica dei soldati e invece diventano essi stessi militari schierati nella parte occupante, con l'impossibilità di pregare il Padre "nostro" perché da quel "nostro" escludono tutti gli altri che non sono italiani, polacchi, americani o inglesi.
Dopo Abu Ghraib e Guantánamo, è lecito dubitare: i cappellani militari americani non potevano non sapere di quanto stesse succedendo nella prigione delle torture simbolo dell'abiezione prima con Saddam Hussein e poi con gli esportatori di democrazia. Se sapevano sono complici, se non sapevano sono superflui e quindi inutili perché vuol dire che il "sistema" li usa come coreografia. Fino ad oggi non ho letto ancora una presa di posizione dei cappellani militari contro la tortura.
Il 14 luglio 2004 nei cantieri di Riva Trigoso, provincia di La Spezia, il cardinale Tarcisio Bertone, alla presenza delle massime autorità civili e militari, benediceva (?) la nuova portaerei Cavour, pensata e costruita per distruggere abitazioni civili, uomini, donne e bambini senza discriminazione. Molte furono le voci di protesta che si levarono dentro e fuori la Chiesa. Questa nave, vera macchina di guerra e di morte, è stata definita un gioiello e orgoglio della marina italiana (lunghezza m 242, larghezza m 39, velocità 28 nodi, autonomia di 7.000 miglia [può raggiungere senza scalo il Golfo Persico con il 50% del combustibile imbarcato], pieno carico di 27.100 tn [ può caricare 8 Aerei Av-8B Harrier e caccia Joint fighter o 12 elicotteri più 100 veicoli leggeri e 24 carri armati Ariete da 60 tn ciascuno] ed ha un equipaggio di 1.210 persone. Questo gioiello costruito per la guerra ha un costo di 900 milioni di euro [esclusi i sistemi missilistici ed elettronici con i quali supera forse i 1.500 milioni di euro] e può operare in ambiente contaminato da agenti nucleari, batteriologici o chimici. Entro il 2008 verranno costruite dieci fregate al costo di 350 milioni l'una per un totale di 3.500 milioni di euro). Con queste cifre da capogiro, buttate letteralmente in mare, si potevano o non si potevano eliminare le cause strutturali del terrorismo, promovendo progetti di sviluppo, cultura, musei, scuole, università, ospedali, lavoro e sconfiggendo la miseria che è l'anima della disperazione che porta al terrorismo? Che ne pensano i cappellani militari?
La tradizione della Chiesa dei primi secoli proibiva ai cristiani alcune professioni e non dava il battesimo se non dopo il loro abbandono in quanto giudicate non coerenti con la nuova vita; esse, infatti, potevano indurre gli altri, specialmente i semplici e i pagani, in confusioni pericolose. La Tradizione apostolica, scritto patristico intorno al 215, attribuito al prete romano Ippolito, al n. 16 riporta un lungo elenco di mestieri inadatti alla condizione di cristiani, come militari e macellai (per la consuetudine col sangue), attori (per l'utilizzo di maschere mitologiche e quindi di idoli) e commercianti (la gente comune pensava che fossero ladri per natura).
Queste proibizioni salvaguardavano la vera immagine del Crocifisso che è la coerenza della pace nella verità dei credenti, come insegna un anonimo scritto del I-II sec d.C.: "i cristiani... abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono distaccati come stranieri... Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi... Così eccelso è il posto loro assegnato da Dio, e non è lecito disertarlo!" [Lettera a Diogneto, 5, 5. 10; 6, 10]. Equipaggiato di tuta mimetica, il militare cappellano come può con la sua vita superare le leggi e stare nel posto eccelso che Dio gli ha assegnato per dare testimonianza del suo essere straniero in questa terra e per dire anche in terra di Iraq che siamo tutti cittadini del cielo?
Può mai essere compatibile il Crocifisso con luoghi e contesti che sono palestre di formazione alla violenza scientifica, alla crudeltà e all'uso delle armi per uccidere? È quantomeno contraddittorio vedere il Crocifisso che impose a Pietro di riporre la spada nel fodero per non difendersi con violenza (Mt 25,52), ricevere il saluto militare o gli "onori" (!?) militari da soldati che impugnano armi sofisticate, pensate esclusivamente per uccidere.
Durante l'ultima guerra mondiale, da una parte c'erano l'Italia e la Germania e dall'altra l'Inghilterra, gli Stati Uniti e la resistenza della Francia e dell'Italia. Ogni esercito aveva i suoi cappellani militari, gli uni contro gli altri armati. Se era lo stesso Dio per tutti, un po' cattolico e un po' più tanto protestante, è lecito domandarsi da che parte stesse Dio. Stava con i cattolici italiani e protestanti tedeschi contro i protestanti e qualche cattolico inglese, americano e resistente? Come gestiva il traffico delle bombe? Secondo il peso specifico della preghiera dell'uno o dell'altro? La Madonna per quali figli tifava: per i fascisti o per i resistenti? Per i cattolici o per i protestanti? Se consideriamo i 50 milioni di morti, Dio non è stato da nessuna parte perché in quell'inferno di esclusiva fattura umana, non ci fu posto per lui, nonostante i cappellani militari. Se invece consideriamo l'esito finale, dobbiamo convenire che è stato contro l'Italia cattolica e fascista e la Germania nazista e il Giappone buddista, ma a favore di due nazioni a maggioranza protestanti, America e Inghilterra, e con i cattolici, comunisti e socialisti che militarono nelle fila della Resistenza. Anche Dio è traditore della "patria nostra"? I cappellani militari italiani che militavano da patrioti nell'esercito fascista esercitavano il loro ministero anche quando davano la comunione ai militari che obbedivano alle leggi razziali e ai rastrellamenti della popolazione civile? In tutte le chiese si pregava lo stesso Dio per i propri soldati cristiani contro i soldati cristiani in campo avverso: Dio chi doveva ascoltare ed esaudire, visto che non poteva accontentarli tutti? Ho visto documentari d'epoca con preti e frati, orgogliosi di mostrare le stellette sulla tunica e sul saio e alcuni addirittura che sventolavano la bandiera fascista come fosse uno stendardo processionale, senza un minimo rigurgito di sdegno verso un regime ignobile, per giunta ateo e anticlericale. La patria era rappresentata dai gagliardetti blasfemi del fascismo o dalla minoranza che resisteva sulle montagne? Chi ha servito "Dio, Patria e Famiglia": i cappellani militari fascisti o i preti che nascondevano gli ebrei a costo della loro vita? Qualche cappellano può rispondere?
I cappellani militari nella guerra di Etiopia benedicevano i soldati italiani che bruciavano i villaggi o usavano il gas contro la popolazione inerme: la storiografia oggi lo ha dimostrato, documenti alla mano (telegramma n. 12409 del 27-10-1935 di Mussolini a Graziani: "autorizzo impiego gas"; telegramma n. 29-3-1936 di Mussolini a Badoglio: "rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie e su qualunque scala": cfr. don Lorenzo Milani, "L'obbedienza non è più una virtù"). Dov'erano i cappellani e che cosa facevano in questi frangenti? Pregavano che il fuoco non bruciasse del tutto i poveri etiopi visto che erano già "neri" per loro conto? o che il gas non li asfissiasse troppo? O benedicevano anche le armi all'uranio, usato in Bosnia, lasciando segni indelebili di morte nella missione di pace sulla pelle degli stessi poveri militari che sono morti dopo il loro rientro a casa?
Un prete che parla di "nemici" o di "mandato ricevuto" da un governo pagano che oggi c'è e domani anche (visto l'andazzo di "questa" sinistra autoevirata), un prete a stipendio militare come funzionario di governo, ha sempre torto, anche quando può avere ragione. Egli non ha titolo per essere un educatore di giovani, militari compresi, perché egli è, per sua scelta, corruttore di coscienze che educa all'inimicizia e forse anche all'odio, giustificando con la sua stessa presenza in tuta mimetica che il bene e il male sono la stessa cosa.


Carta all'aria
Solo un caso può giustificare la presenza di un cappellano non-militare: quando si assume l'impegno di educare i soldati cristiani a disertare in massa da ogni esercito, da ogni arma, da ogni governo che calpesta la propria Costituzione, specialmente quando questa usa parole da leggersi come una profezia perenne: "l'Italia ripudia la guerra". Un cappellano si giustifica se aiuta i soldati a redigere il libello del ripudio per consegnarlo al governo e alla coscienza del proprio popolo.
L'art. 11 della Costituzione italiana, infatti, impone:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Il cappellano militare, preoccupato di benedire armi, forse non trova il tempo di leggere e meditare queste ispirate parole della suprema Carta che fanno l'onore e la civiltà del nostro Paese. La Carta parla al presente indicativo (ripudia): indica, cioè un atteggiamento interiore permanente, sempre in atto, senza distinzione di passato, presente e futuro. L'atto di ripudio è un solenne giuramento che coinvolge tutte le generazioni, indirizzandole verso l'orizzonte esclusivo della pacificazione e della pace. L'art. 11 parla di ripudio "all'offesa degli altri popoli" (= contro ogni aggressione o guerra preventiva), di "limitazioni di sovranità" (= cioè la propria) e di "organizzazioni internazionali", nel caso specifico l'Onu, che, invece, è stato esautorato e umiliato in nome della Bush's Theory e cioè del diritto di sparare il primo colpo contro ogni diritto, nazionale e internazionale. Il cappellano militare, qualsiasi militare cappellano, è lontano dalla lettera e dallo spirito di queste nobili e ispirate parole, mentre si adegua alla strumentalizzazione di quel Cesare a cui dovrebbe restituire il suo soldo per tornare a vivere come "immagine e somiglianza" suprema di quel Dio che non ha confini, né patrie, né civiltà (cfr Mt 22,21; Lc 20,25).
La dichiarazione solenne e austera dell'art. 11 della Carta fa giustizia da sola di tutta la retorica bugiarda e stucchevole sui disgraziati eroi di Nassiriya, utilizzati per una immensa mistificazione mediatica, complici i cappellani militari, per strumentalizzare l'emotività della gente comune asserragliandola attorno ad un governo in grave difficoltà di credibilità, specialmente per il fallimento del semestre europeo di presidenza italiana, che si è dimostrata incapace, vuota e sempre più succube dell'America fino al punto di giustificare la guerra russa contro la Cecenia e incassando la smentita immediata di tutti i capi di governo d'Europa. Tv e giornali di regime per giorni e giorni hanno sviolinato agli eroi di Nassiriya, morti per la patria. Eroi di che? Eroi perché? Eroi di quale patria? Sono stati, forse, costretti a partire? C'è anche chi dice che pur di "andare in guerra", alcuni soldati hanno pagato tangenti del valore di una mensilità (da 3000 a 6000 euro). Chi muore nella sporca guerra d'Iraq non muore per la patria, ma unicamente per se stesso e per gli interessi delle multinazionali del petrolio e per gli speculatori della ricostruzione. Questi poveri soldati di venturetta, se cristiani, avevano un solo dovere: disobbedire e dichiararsi obiettori di coscienza, come prescrive il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2242 (cfr. anche n. 2256):
"Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Il rifiuto d'obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica. "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"(At 5,29)".


Tu non uccidere
Il papa era stato chiaro: la guerra contro l'Iraq è immorale perché fuori da ogni diritto internazionale e illecita perché la guerra preventiva è una guerra di attacco, non di difesa, ed è una bestemmia dichiararla in nome di Dio (come invece fece Bush). Di fronte a questa guerra, un cristiano soldato poteva solo obiettare e non poteva, senza colpa, dichiararsi volontario.
Sono andati volontari per guadagnare di più e forse anche per dare sfogo all'istinto belluino di "menare le mani". Nell'uno e nell'altro caso, in ogni caso, la loro morte è stata inutile e sproporzionata. Nessuno di quelli che si sono schierati a favore della guerra vi hanno inviati figli o nipoti, al contrario hanno mandato poveracci alle prese con stipendi di fame o disoccupazione, carne da macello da buttare sul tavolo delle trattative. Da un punto di vista morale, qual è la differenza con i capi di Hamas o dei Martiri di Alaqsa palestinesi che mandano giovani squilibrati a fare i kamikaze facendosi saltare insieme ad altri innocenti nel campo "nemico"? I signori della guerra sono un virus che appesta l'umanità intera e strugge vedere come uomini di Chiesa, che per vocazione dovrebbero essere sentinelle vigilanti, non se ne rendano conto, ma ne diventino strumenti docili e ingranaggi di supporto. Il 12 novembre 2003, ai funerali di stato per i diciannove carabinieri morti a Nassiriya, è il cardinale vicario di Roma, Camillo Ruini, che, parlando come un colonnello in battaglia, si fa voce di una Chiesa prona davanti alle scelte del governo, senza rendersi conto (o proprio per questo?) che il suo grido ardimentoso era una smentita ufficiale delle posizioni del papa: "Non fuggiremo davanti a dei terroristi assassini, anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci". Il governo in difficoltà, perché il 70% del Paese è contro la guerra, finalmente prende respiro, si rafforza e ringrazia a buon rendere. La Chiesa italiana è diventata la crocerossina del governo guerrafondaio. Con la benedizione militare del cappellano capo che chiama questi sventurati addirittura "martiri", svilendo così il significato non solo semantico, ma anche morale di una parola come "martirio". Non sono eroi né tanto meno martiri coloro che mettono a repentaglio la propria vita non per ideali spirituali come la giustizia e la libertà o per la difesa del proprio popolo di fronte ad una aggressione esterna (Costituzione, art. 11.; cfr. Catechismo n. 2240), ma per interesse o per spirito militare e per avventura, come dimostrano le scene "giocose" delle torture inflitte ai musulmani da soldati battezzati e cresimati, in nome della superiore civiltà occidentale. Morire per il proprio popolo è un grande onore, come testimonia il poeta latino Orazio Dulce et decorum pro patria mori (Carm. 3,2,13), ma morire per Berlusconi che approda in Iraq ad operazione compiuta per farsi bello con l'americano Bush…, signori cappellani militari, avete smarrito la via della decenza!
Oggi, a livello ufficiale (Parlamenti di Londra e Washington, sedute del 5.2.04), è provato che le armi di distruzione di massa, motivo dichiarato dell'intervento, non sono state trovate e i responsabili di questa immensa mistificazione cercano di spostare il tiro dicendo "che avrebbero potuto esserci", arrivando persino a colpire le intenzioni. Tutte le ragioni di un intervento sono crollate e ora si cercano le scuse per giustificare una guerra, preparata almeno da due anni prima e imposta per gli interessi esclusivi della supremazia americana: avere una centrale in MO, sfruttare gli immensi giacimenti petroliferi, ridisegnare le zone d'influenza secondo gli interessi americani e israeliani. Per questo sono morti quegli sventurati soldati, per questo e non per nobili ideali.
Non scomoderò oltre il vangelo, che mi sembra troppo arduo per un militare cappellano che condanna senza appello come "complice di Saddam Hussein" chi si era dichiarato contrario alla guerra non solo in Iraq, ma anche in Afghanistan e in ogni parte del mondo.
Secondo questa logica, è complice anche il papa che all'Angelus del 16.3.03 ha dichiarato: "Di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq, per l'equilibrio dell'intera regione del Medio Oriente, nonché per gli ulteriori estremismi che ne potrebbero derivare, dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare, c'è ancora tempo per la pace. Non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare".
Dov'erano i militari cappellani, quando il papa parlava con queste parole preoccupate del futuro e della recrudescenza del terrorismo che l'intervento armato avrebbe e ha causato? Sì, c'erano anche loro il 25.3.03 in San Pietro, quando davanti ad un gruppo di cappellani militari, ricevuti in udienza, non solo Giovanni Paolo II ribadisce la sua contrarietà alla guerra, ma cita espressamente l'art. 11 della nostra Carta costituzionale e si schiera dalla parte dei pacifisti e di Gino Strada, gli stessi che provocano nausea al militare cappellano capo:
"Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese tra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell'umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore", come dimostra, appunto, "il vasto movimento contemporaneo a favore della pace".
A me pare che i cappellani militari, in quanto cristiani e preti, sono fuori di questa Chiesa che oggi si riconosce totalmente e senza ambiguità nelle parole del vecchio papa, a meno che non sia il papa a porsi fuori dell'opportunità politica di non contraddire l'America di Bush e l'Italietta di Berlusconi. Ne valeva la pena? Credo di no, perché, a dispetto di ogni guerra, nulla può giustificare la perdita della credibilità evangelica e la coscienza della pace che domina il cuore e l'anima dei credenti come anche la ragione dei non credenti, uniti gli uni e gli altri in un'unica certezza e indomita volontà: No War!
Nonostante i militari cappellani di ogni tempo, di ogni grado e in ogni esercito!

 ADISTA n°66 - 25.9.2004


http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2004/appello_fuori_cappellani_iraq.htm 

ADESSO BASTA! RITIRATE I CAPPELLANI MILITARI DALL'IRAQ.LA RICHIESTA ALLA CEI DI SACERDOTI E LAICI

 

32616. PADOVA-ADISTA. Sul massacro di Falluja ad opera delle forze armate statunitensi è calato un silenzio assoluto, anche da parte della Chiesa italiana. Questo silenzio "è peccato" e rischia di essere interpretato come complicità e "connivenza" con gli oppressori. Per questo motivo, l'associazione Beati i costruttori di pace ha preso l'iniziativa di rivolgere un appello ai vescovi italiani perché parlino: "noi vi supplichiamo - si legge - di dire da pastori una parola di pietà per i morti, di consolazione per i sopravvissuti e di condannare il peccato di chi continua ad uccidere".
Ma, insieme alla parola, ai vescovi è chiesto un segno forte e visibile: ritirare i cappellani militari "che in questo momento sono assieme ai soldati italiani, di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo". L'appello, cui hanno già aderito, tra i primi, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi, è stato già sottoscritto da decine di preti, religiosi e religiose, e centinaia di laici. Si può aggiungere il proprio nome alla lista contattando i Beati i costruttori di pace: tel. 0498070522, e-mail: beati@libero.it. Di seguito il testo integral
e.


Cari fratelli Vescovi,
in Iraq è stata superata la soglia della stessa guerra "preventiva". A Falluja si è rotto ogni argine alla barbarie. Siamo in presenza non di una occupazione militare, ma di una distruzione totale, programmata e sistematica: un numero impressionante di uccisi, cimiteri a cielo aperto, impedimento di portare i soccorsi e i rifornimenti necessari ai superstiti, rase al suolo case, luoghi sacri, edifici d'arte. Per gli iracheni sciiti Falluja è città sacra. Urbicidio.
È possibile conoscere la realtà soltanto a operazioni concluse e da un'unica fonte pilotata.
È la crudeltà dei fatti che produce fondamentalismo non le parole.
Come credenti, uniti alle sorelle e ai fratelli delle altre confessioni cristiane, ci siamo impegnati con grande varietà di modi (veglie, preghiere, digiuno, assemblee, manifestazioni) prima perché la guerra non iniziasse, come anche il Papa ha inutilmente supplicato, anche con azioni dirette di mediazione, poi perché cessasse. Accogliendo e facendo nostro l'invito di Giovanni Paolo II, abbiamo invocato e fatto pressione, perché la comunità internazionale rientrasse nelle regole del diritto offeso e ripudiato, ridando autorità all'Onu.
Sull'orrore di Falluja è calato un "tacere" impressionante, di fronte al quale la società civile che ancora sente un fremito di coscienza vive la grande sofferenza della vergogna e dell'impotenza.
Non possiamo rassegnarci. Non possiamo più tacere! Il nostro Dio ascolta il grido dei bambini, delle donne, dei civili trucidati senza distinzione. Il nostro silenzio rischia di essere interpretato da parte di tutti i crocefissi come connivenza con i crocefissori. Questo silenzio è peccato. Siamo chiamati ad aver fiducia nel "Regno di giustizia, di amore e di pace" del Crocefisso e denunciare il regno di potenza, di distruzione e di morte.
Noi vi supplichiamo di dire da pastori una parola di pietà per i morti, di consolazione per i sopravvissuti e di condanna per il peccato di chi continua ad uccidere, generando odio e vendetta di cui si nutre il terrorismo senza fine. Ribadite la scelta responsabile della nonviolenza, del dialogo e del diritto per raggiungere la riconciliazione e la pace tanto desiderate.
Vi chiediamo, come Conferenza Episcopale Italiana, un segno semplice, eloquente, comprensibile dalle folle di poveri, sfiniti dalla violenza indiscriminata: ritirate i cappellani militari, che in questo momento sono assieme ai soldati italiani, di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo.
"Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra": Parola di Dio della prima domenica di Avvento.
Sono tante le persone, anche quelle che non appartengono alla comunità ecclesiale, che aspettano con ansia un vostro gesto di verità e di coraggio.
Forza e pace nella fede. Vi salutiamo con grande cordialità.

Padova, 23.11.04


Don Achille Rossi, don Adriano Peracchi, don Alberto Bruzzolo, don Albino Bizzotto, don Alvidio Bisognin, don Andrea Gallo, don Angelo Dal Santo, don Antonio Ruccia, don Carlo Molari, don Claudio Borghi, don Dino D'Aloja, don Fabio Lazzaro, don Federico Bollettin, don Fernando Fiscon, don Flavio Gobbo, don Gianfranco Formenton, don Gianni Gambin, don Lidio Foffano, don Livio Destro, don Luigi Bortignon, don Luigi Ciotti, don Lucio Mozzo, don Luigi Renna, don Paolo Farinella, don Pierpaolo Peron, don Romeo Penon, don Vinicio Albanesi, don Vittorio Gnoato, fr. Claudio Parotti, fr. Nicola Bortoli, p. Alex Zanotelli, p. Angelo Cavagna, p. Claudio Gasbarro, pp. Comunità Comboniani, p. Dario Bossi, p. Franco Nascimbene, p. Giorgio Antonino Butterini, p. Giorgio Poletti, p. Renzo Busana, suor Evelina Savini, p. Carlo Uccelli, p. Valentino Incampo, don Gianni Fazzini, don Giorgio De Checchi, Amicimonfort - Procura Miss. Monfortani, fr. Salvatore Mancino, don Vittorio Gnato, don Carmine Miccoli


http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2005/fanti_missionari.htm  

I FANTI MISSIONARI DELLA CHIESA CATTOLICA. POLEMICHE SUL NUOVO CALENDARIO DELL'ORDINARIATO MILITARE

in collaborazione con le Pontificie opere missionarie

32642. ROMA - Aerei da combattimento che sorvolano croci, messe da campo a cui partecipano battaglioni in armi, soldati in tuta mimetica che offrono doni ai bambini: sono alcune delle immagini del calendario 2005 dell'Ordinariato militare d'Italia, quest'anno realizzato in collaborazione con le Pontificie opere missionarie. In copertina, un primo piano in abiti vescovili dell'ordinario militare, mons. Angelo Bagnasco, con una fotografia di una messa da campo sullo sfondo e la scritta "Il Signore vi benedica e vi protegga"; in basso, le firme dei promotori dell'iniziativa: Ordinariato militare in Italia e Pontificie opere missionarie.
"Ci lascia sconcertati l'iniziativa intrapresa dall'Ordinariato militare in Italia di produrre e diffondere un calendario in collaborazione con le Pontificie opere missionarie", commenta Pax Christi in una nota. "Più volte abbiamo espresso la nostra convinzione che l'assistenza spirituale e pastorale che va garantita agli uomini e alle donne arruolati nelle forze armate può avvenire ad opera di sacerdoti che svolgono il loro servizio ministeriale al di fuori dell'esercito, senza indossare divise, senza assumerne i gradi e soprattutto senza godere dei medesimi privilegi riservati alle autorità militari (come invece spetta ai cappellani militari, ndr). Ma a lasciarci particolarmente costernati è l'abbinamento e l'allusione fuorviante e diseducativa, antievangelica, strumentale e violenta che emerge dall'accostare la figura del missionario a quella del cappellano militare e del militare stesso. Non c'è un solo passo del Vangelo in cui il Cristo sembra dare una pur lontana giustificazione all'uso della forza. Al contrario sono frequenti i brani che esortano alla nonviolenza e la indicano chiaramente come un distintivo cristiano". "Ai responsabili dell'Ordinariato militare in Italia e delle Pontificie opere missionarie - prosegue la nota - chiediamo di aiutarci a cogliere il senso di questa operazione e di indicarci se davvero ritengono che l'Ad gentes possa realizzarsi affiancandosi alle armi e al loro potenziale di morte, ovvero se ritengono possibile rispondere indossando gli anfibi della guerra all'invito del maestro di annunciarlo a piedi scalzi".
Di analogo tenore il comunicato del Gim (Giovani impegno missionario), il 'ramo giovanile' dei missionari comboniani: "Ci sentiamo confusi per via di un magistero contraddittorio e riconosciamo che le posizioni favorevoli alla guerra e alla difesa dei nostri interessi sono contrarie al Vangelo. Continuiamo ad insistere con i nostri vescovi perché ritirino i cappellani militari dall'Iraq" (un appello ai vescovi in tal senso, sottoscritto da preti e religiosi, è stato pubblicato su Adista n. 85/04). "Come missionari rifiutiamo l'uso dell'espressione 'Missione di pace' riferita all'azione dell'esercito. Conosciamo l'ambiguità della presenza militare in tanti Paesi del mondo e - insieme alla rivista 'Nigrizia' - denunciamo la militarizzazione stessa dell'aiuto e della cooperazione. Nella storia dei Paesi in cui viviamo troppo spesso la Chiesa è stata al fianco dello Stato e la croce è stata affiancata alla spada. Troppo spesso l'espressione 'Dio vi benedica' ha coperto violenze e intolleranza. Non crediamo in un Dio che benedice l'uso delle armi; la Parola di Dio e la vita di Gesù lo rinnegano".

ADISTA n° 1 - 8/1/2005


http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2005/chiesa_armi.htm 

COSA VALE LA VITA PER LA CHIESA SE NON PROIBISCE LE ARMI?


 di Giacomo Tolot

"Non sono gli studenti che garantiscono la libertà di istruzione, sono i soldati! Non sono i giornalisti che garantiscono la libertà di stampa, sono i soldati! Non sono i preti che garantiscono la libertà di fede, sono i soldati! Solo il soldato è pronto a morire e proteggere il proprio popolo. Anche la Chiesa è stata molto chiara: dobbiamo difenderci anche se questo significa usare il soldato. Io credo che sia la cosa giusta ed è per questo che la sopporto e prego che i nostri comandanti prendano sempre buone decisioni".
Così si è espresso, in una trasmissione de La7 dal titolo "Così è la vita" di meno di un mese fa, il cappellano cattolico della Base Usaf di Aviano per giustificare tutto il potenziale di armi, comprese quelle atomiche, che sono stipate in quella terra friulana. E lo ha fatto - almeno così risulta dal filmato televisivo - dopo aver celebrato l¹Eucarestia nella cappella della medesima base, distribuendo la comunione, e dopo la dichiarazione di un ex-operaio sindacalista della base, ora in pensione, sulla presenza, a suo dire ‘naturale', delle testate atomiche.
Il fatto che sia un ministro ufficiale della Chiesa cattolica nello svolgimento del suo ministero ad affermare ciò, mi sembra che sia l'aspetto più inquietante anche della stessa presenza delle armi, perché si vuole manipolare il Dio di Gesù di Nazaret, rendendolo funzionale ai propri interessi. E ciò nel momento nevralgico della vita della Chiesa, l'Eucarestia "sorgente e culmine" della vita cristiana, e in un contesto in cui sempre più tra i cristiani si sta dicendo: "non possiamo vivere senza la domenica".
Eppure le armi nucleari sono definite dal Concilio Vaticano II "delitto contro Dio e contro la stessa umanità" che "con fermezza e senza esitazione deve essere condannato" (Gaudium et spes, 80).
Se poi alla presenza delle atomiche aggiungiamo il terribile dato delle spese militari nel mondo, pari a mille miliardi (1,000,000,000,000) di dollari di cui solo 500 da parte degli Stati Uniti, allora lo sconcerto diventa massimo: tutto questo diventa necessario perché il 30% della popolazione mondiale (di cui anche noi italiani facciamo parte!) possa usufruire dell'87% delle energie mondiali, mentre il rimanente 70% degli uomini debbono vivere con il 13% delle risorse della terra. Ed Aviano è una delle sentinelle più armate di questo ordine mondiale ("il nostro stile di vita non può essere messo in discussione").
Mischiare armi, preghiere, privilegi, guerre ed Eucarestia è il massimo della profanazione. Infatti nella Bibbia c'è scritto: "[11.20] Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. [11.21] Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. [11.22] Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! ... [11.27] Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. [11.28] Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; [11.29] perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (1Cor 11).
Siamo reduci da un referendum in cui, stando ai numeri, il 75% degli italiani non ha voluto "mettere la vita ai voti". Come mai di fronte a simili fabbriche di morte non ci si muove con altrettanta determinazione e passione? Dove si vedono le nostre associazioni cattoliche diocesane, almeno per ribadire la problematicità e la gravità di una presenza così terribilmente armata, e per confutare chi confonde il Dio di Gesù di Nazaret con i propri interessi, memori di quella terribile frase Gott mit uns? E perché almeno l'episcopato triveneto non ha mai detto nulla di ufficiale su questo problema?
La rubrica de La7 mi è sembrata l¹attuazione del 1° tempo del famoso film The day after che descrive quanto Gesù aveva detto duemila anni prima: "[24.37] Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. [24.38] Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, [24.39] e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo" (Mt 24).
Infatti il problema ‘Aviano', in detta trasmissione, è vissuto solo come fattore economico e un intreccio di pettegolezzi rosa e cronache più o meno nere. Che in esso si nutra e prosperi un meccanismo che vive e fa vivere neanche un terzo del-l'umanità preparando e portando la morte in tutto il mondo, ad iniziare da un possibile terribile autogol frutto di incidente o terrorismo o guerra, infischiandosi dei diritti del futuro, non interessa proprio niente.
Senz'altro l'invocazione liturgica "a peste, fame et bello libera nos, Domine" è pregata solo per mantenerci in tranquillità e donare all'umanità la pace... del cimitero.

* parroco di Vallenoncello, Pordenone
ADISTA n° 49 del 2.7.2005


http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2005/armi_finanziamento.htm 

ANCHE LE ARMI FINANZIANO LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ DI COLONIA. RIVISTE CATTOLICHE PROTESTANO

32885. ROMA-ADISTA. La pubblicità della Banca di Roma entra in chiesa grazie alla Giornata mondiale della gioventù. L'istituto di credito è infatti uno dei principali sponsor della prossima gmg, in programma a Colonia nel mese di agosto (il papa vi si recherà dal 18 al 21), e il suo logo è stampato sulle decine di migliaia di striscioni che stanno già invadendo le 25mila parrocchie italiane per pubblicizzare l'evento durante le messe, gli incontri di preghiera e di catechesi, negli oratori, ecc.
Ma la Banca di Roma è anche il principale finanziatore delle esportazioni di armi dall'Italia verso il resto del mondo (v. Adista n. 33/05): dai dati dell'ultima Relazione della Presidenza del Consiglio sull'import-export di armamenti italiani, risulta che nel 2004 l'istituto bancario ha messo a disposizione dei fabbricanti e dei mercanti di armi oltre 395 milioni di euro, ricoprendo oltre il 30% delle transazioni e accrescendo la propria attività nel settore rispetto al 2003 di oltre 170 milioni di euro. Tra i destinatari di armi italiane alla cui esportazione Banca di Roma ha prestato i propri servizi, ricavando per questi "compensi di intermediazione", compaiono Paesi verso i quali è in vigore l'embargo di armi da parte dell'Unione Europea, come la Cina; Paesi altamente indebitati che destinano ampie risorse alle spese militari come India, Pakistan, Filippine, Cile e Messico; Paesi dove le organizzazioni internazionali rilevano reiterate violazioni dei diritti umani (torture, detenzioni arbitrarie di prigionieri, limitazioni alle libertà sociali) come Egitto, Turchia, Malesia e Paesi in conflitto o in zone di tensione come Israele e Taiwan.
"Ce n'era proprio bisogno?", si chiedono don Renato Sacco, di "Mosaico di pace", p. Nicola Colasuonno, di "Missione oggi", e p. Carmine Curci, di "Nigrizia", le tre riviste che da anni promuovono la campagna di pressione sulle "banche armate". Oltre a ritenere "discutibile e contrario alla testimonianza cristiana il dover esporre in chiesa (e per due mesi!) striscioni con pubblicità varie", scrivono i tre sacerdoti, "ci chiediamo quali siano i motivi per fare una così grande pubblicità" alla Banca di Roma, che è peraltro pesantemente e attivamente coinvolta nel commercio delle armi. "Crediamo sia moralmente doveroso chiederci come e dove investono questi istituti bancari. Se è vero che il sistema economico, le ‘strutture di peccato' si basano sul consenso dei singoli, è importante riscoprire quindi le responsabilità che ognuno ha nell'appoggiare più o meno esplicitamente tale sistema", Chiesa cattolica compresa. "Crediamo che sia il momento di riflettere sui costi necessari per sostenere alcune iniziative, ispirate al criterio della sobrietà". "Cogliamo questa occasione – proseguono – per invitare tutti (diocesi, parrocchie, istituti religiosi e missionari, associazioni, movimenti, suore, sacerdoti, laici…) a scegliere con maggior oculatezza la banca presso cui depositare i risparmi o alla quale chiedere contributi per finanziare le diverse iniziative".

ADISTA n° 47 -25.6.2005


http://www.liberliber.it/biblioteca/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm 

L'obbedienza non è più una virtù

Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell'11 febbraio 1965(*)

Don Lorenzo Milani

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l'avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch'io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

SECONDO perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l'opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d'un vostro silenzio, né d'una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.

Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11 «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...».

Articolo 52 «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.

Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l'onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.

Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l'anno) l'esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all'obiezione che all'obbedienza.

L'obiezione in questi 100 anni di storia l'han conosciuta troppo poco. L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l'han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria.

A 100 anni di distanza la storia si ripete: l'Europa è alle porte.

La Costituzione è pronta a riceverla: «L'Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie...». I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell'Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

La guerra seguente 1866 fu un'altra aggressione. Anzi c'era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire l'Austria insieme.

Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant'è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant'è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: «L'insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata a causa della pioggia».

Nel 1898 il Re «Buono» onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L'avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento a Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiar polenta. Poca perché era rincarata.

Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare «Savoia» anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l'unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.

Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d'un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l'uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?

Idem per la guerra di Libia.

Poi siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era alleata.

Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?

Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una «inutile strage»? (l'espressione non è d'un vile obiettore di coscienza ma d'un Papa canonizzato).

Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza «cieca, pronta, assoluta» quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra «Patria», quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Nel '36 50.000 soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione: Avevano avuto la cartolina di precetto per andar «volontari» a aggredire l'infelice popolo spagnolo.

Erano corsi in aiuto d'un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll'aiuto italiano e al prezzo d'un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d'ogni libertà civile e religiosa.

Ancor oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d'aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l'obbedienza dei «volontari» italiani tutto questo non sarebbe successo.

Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall'altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l'appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato.

Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire?

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Era una guerra che aveva per l'Italia due fronti. L'uno contro il sistema democratico. L'altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l'umanità si sia data.

L'uno rappresenta il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri.

L'altro il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.

Non vi affannate a rispondere accusando l'uno o l'altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c'era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d'ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d'ogni giustizia e d'ogni religione. Propaganda dell'odio e sterminio d'innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

Che c'entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l'ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di patrie?

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra «giusta» (se guerra giusta esiste). L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana.

Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato.

Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i «ribelli», quali i «regolari»?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo p. es. quali sono i «ribelli»?

Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati.

Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare. Quell'obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un «distinguo» che vi riallacci alla parola di San Pietro: «Si deve obbedire agli uomini o a Dio?». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servir la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.

Del resto anche in Italia c'è una legge che riconosce un'obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti.

In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s'è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l'eroismo patrimonio dei più?

Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l'ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?

Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l'esempio e il comandamento del Signore è «estraneo al comandamento cristiano dell'amore» allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Lorenzo Milani sac.


http://www.liberliber.it/biblioteca/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_c.htm 

(*)I cappellani militari e l'obiezione di coscienza

Nell'anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l'Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana.

Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno:

«I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell'associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d'Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria.

Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà».

L'assemblea ha avuto termine con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.

Comunicato pubblicato sulla Nazione di Firenze del 12 febbraio 1965.


http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=3697 

Lettera aperta ai cappellani militari don Gennaro Somma



Don Gennaro Somma di Castellammare di Stabia (Na) critica duramente le posizioni degli Stati Uniti nei confronti della lotta al terrorismo e invita i confratelli cappellani militari alla riflessione sul loro ruolo in caso di guerra all'Iraq e ad una conseguente azione di "disobbedienza".


Cari confratelli cappellani militari, di fronte alla decisione di Bush che vuole ad ogni costo la guerra contro Saddam Hussein, come cristiano e sacerdote ho pensato, e da tempo, alla missione del cappellano militare inserito nel Nuovo Modello di Difesa che ha come finalità "…di intervenire ovunque gli interessi del paese lo richiedono", finalità che coincidono con quelle dell’esercito della Comunità Europea, ed anche dell’esercito americano, che nel settore ha fatto da modello.

Queste scelte operate dalle grandi potenze dovrebbero far riflettere la chiesa cattolica sulla validità della "missione" del cappellano militare in questi nuovi eserciti, la cui finalità risulta del tutto immorale (e legale per l’ONU?) e di conseguenza dovrebbe mettere in crisi la presenza di questa figura religiosa.
La finalità dell’esercito nell’era degli stati o nazioni era la difesa del ("sacro"?) suolo della Patria e della sua popolazione: ma ora, nell’era della globalizzazione, la finalità si è trasformata in difesa degli interessi economici delle grandi potenze che stanno affamando sempre più due terzi dell’umanità.

La globalizzazione è la nuova era che vive l’umanità, ma essa va realizzata in nome del "Dio Trino" e non del "dio quattrino".
La guerra, di per sé intrinsecamente immorale, ha sempre avuto bisogno di un aggettivo che la giustificasse e la facesse quindi accettare, e tanti ne sono stati inventati nel corso della storia: guerra giusta, guerra umanitaria, guerra di difesa... Finalmente le religioni sono ricorse a questo stratagemma e hanno inventato la guerra santa. Addirittura la nostra chiesa l’ha denominata crociata, facendo passare lo strumento della salvezza dell’umanità, la croce, come strumento di morte, e chiamando in causa finanche la divinità, affermando che "Dio lo vuole".

L’ultimo aggettivo scoperto è quello degli Stati Uniti, nella persona di Bush, che l’ha chiamata "guerra preventiva". Solo un presidente Usa che deve la sua fortuna ai petrolieri poteva arrivare a tanto!
La parola "preventiva" rievoca il metodo usato dagli squadroni della morte, che, in vari paesi dell’America latina, uccidevano e uccidono ancora i bambini di strada perché ritenuti futuri delinquenti. Se Dio usasse lo stesso metodo con noi… non ci sarebbero più peccatori sulla terra, ma non ci sarebbero neppure più uomini e donne!

Le società civili, davanti a 55 milioni di morti causati dalla seconda guerra mondiale, dichiararono solennemente di “ripudiare la guerra come strumento di soluzione dei conflitti (art.11 della Costituzione Italiana) e diedero vita all’Organizzazione che opera sotto il nome di ONU, con il compito di salvare le future generazioni dal flagello della guerra (preambolo, carta dell’ONU) e "per prendere misure collettive efficaci per prevenire ed eliminare le minacce alla pace" (art.11). Di conseguenza, quando un paese si arroga il diritto di rimuovere un regime che disapprova, con la forza delle armi. Questa è aggressione.

Le religioni, specie quelle cristiane, memori delle esperienze negative del passato, hanno condannato la guerra e propongono la "Giustizia" come mezzo di soluzione dei conflitti, specialmente se accompagnate dal perdono (Giovanni Paolo 2°).
Nella chiesa cattolica si è avuta un’unanime condanna: il Papa, l’Episcopato degli Stati Uniti, la Conferenza Episcopale Italiana, cui si aggiungono le voci di società e i movimenti cristiani (Pax Christi, Comunità di S.Egidio) e non solo (come per esempio il caso dei No-global).

Mai una guerra è stata così condannata preventivamente come questa di Bush contro l’Iraq, querra che potrebbe trasformarsi addirittura in una guerra di religione tra cristiani e musulmani, capace dunque di coinvolgere anche altri stati.
Il terrorismo va condannato e combattuto, ma non con violenze peggiori. Il terrorismo può annidarsi dovunque. Dopo l’Iraq, contro quanti altri stati faremo guerra? Chi non capisce che gli Stati Uniti vogliono la guerra per accaparrarsi il petrolio?

Cari confratelli cappellani, io mi chiedo e vi chiedo: quando verrà da voi a confessarsi un soldato che si accusa d’aver sganciato una bomba uccidento degli innocenti e che domani ripeterà la stessa azione, vi sentireste, in coscienza, d’assolverlo?
Ammesso che diate l’assoluzione, vi accuserete di non aver impedito la morte di tanti innocenti? Tu, soldato, credi che il confessore ti possa assolvere, restando tu dentro lo stesso male da cui vorresti essere assolto? Io, in coscienza, non saprei assolverti, a meno che tu non prometta di lasciare la divisa che indossi.

E anche a voi, cari confratelli soldati, che "volontariamente" avete scelto di partecipare ad una guerra da tutti condannata come immorale e contro ogni principio di diritto nazionale e internazionale, non darei l’assoluzione.
Cari cappellani, fate un gesto coraggioso: lasciate questa organizzazione e tornate alla vostra comunità ecclesiale, dove potrete essere più uomini, più cristiani, più sacerdoti.
Se tutti facessero lo stesso gesto, il mondo potrebbe realmente aspirare alla pace e testimoniare il nostro Dio come il Dio della pace.

Qualche volta ho pensato che dovrebbe essere la gerarchia a compiere un gesto altamente profetico: ritirare i cappellani dai moderni eserciti, che sono strumenti di morte che servono gli interessi dei già potenti e straricchi. Ma credo che ciò non avverrà mai.
Solo dal basso è possibile una rivoluzione ed una conversione secondo il Vangelo di Gesù. La chiesa stessa, se non oggi, sicuramente domani ve ne sarà riconoscente e potrebbe anche proclamarvi santi! Il mondo oggi ha bisogno di gesti profetici!

Don Gennaro Somma,
Castellammare di Stabia (Na)


 

Di fronte allo scandalo, cosa dice il Papa ?

 

(VATICANO) MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI CAPPELLANI MILITARI
Data: Lunedì, 31 marzo @ 09:12:44 CEST
Argomento:

http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=238 
Dal Vaticano, 24 Marzo 2003

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AI CAPPELLANI MILITARI

Carissimi Cappellani militari!

1. Sono lieto di inviarvi il mio saluto in occasione del Corso di formazione al diritto umanitario, organizzato congiuntamente dalla Congregazione per i Vescovi e dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Desidero esprimere il mio compiacimento per la cura con cui i due Dicasteri hanno da lungo tempo preparato tale incontro, in conformità all'impegno assunto dalla Santa Sede durante la XXVII Conferenza internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (1999).

Desidero, inoltre, ringraziare in particolar modo gli esperti, così qualificati, i quali hanno voluto offrire generosamente l'ausilio della loro apprezzata competenza per il buon esito del Corso.

Quasi tutti gli Ordinariati Militari hanno inviato i loro rappresentanti al Corso: è una prova del valore dell'iniziativa, che vuole essere un chiaro segno dell'importanza che la Santa Sede attribuisce al diritto umanitario, quale presidio della dignità della persona umana, anche nel tragico contesto della guerra.

2. E' proprio quando le armi si scatenano che diventa imperativa l'esigenza di regole miranti a rendere meno disumane le operazioni belliche.

Attraverso i secoli, è andata gradualmente crescendo la consapevolezza di una simile esigenza, fino alla progressiva formazione di un vero e proprio corpus giuridico, definito come "diritto internazionale umanitario". Tale corpus ha potuto svilupparsi anche grazie alla maturazione dei principi connaturali al messaggio cristiano.

Come ho avuto occasione di dire in passato ai membri dell'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, il Cristianesimo "offre a questo sviluppo una base nella sua affermazione del valore autonomo dell'uomo e della sua preminente dignità di persona con una sua propria individualità, completa nella sua costituzione essenziale, e dotata di coscienza razionale e libera volontà. Anche nei secoli passati, la visione cristiana dell'uomo ha ispirato la tendenza a mitigare la tradizionale ferocia della guerra, in modo da assicurare un trattamento più umano per coloro che erano coinvolti nelle ostilità. Ha reso un contributo decisivo all'affermazione, sia da un punto di vista morale che in pratica, delle norme di umanità e giustizia che sono ora, in forma debitamente modernizzata e precisata, il nucleo delle nostre odierne convenzioni internazionali" (18 maggio 1982).

3. I cappellani militari, mossi dall'amore di Cristo, sono chiamati, per speciale vocazione, a testimoniare che perfino in mezzo ai combattimenti più aspri è sempre possibile, e quindi doveroso, rispettare la dignità dell'avversario militare, la dignità delle vittime civili, la dignità indelebile di ogni essere umano coinvolto negli scontri armati. In tal modo, inoltre, si favorisce quella riconciliazione necessaria al ripristino della pace dopo il conflitto.

Inter arma caritas è stata la significativa parola d'ordine del Comitato Internazionale della Croce Rossa fin dai suoi albori, eloquente simbolo delle motivazioni cristiane che ispirarono il fondatore di tale benemerito organismo, il ginevrino Henry Dunant, motivazioni che non andrebbero mai dimenticate.

Voi, Cappellani militari cattolici, oltre allo svolgimento del vostro specifico ministero religioso, non dovete trascurare di offrire il vostro contributo per un'appropriata educazione del personale militare ai valori che animano il diritto umanitario e ne fanno non solo un codice giuridico, ma anzitutto un codice etico.

4. Il vostro Corso viene a cadere in un'ora difficile della storia, quando il mondo si trova ancora una volta ad ascoltare il fragore delle armi. Il pensiero delle vittime, delle distruzioni e delle sofferenze provocate dai conflitti armati arreca sempre profonda preoccupazione e grande dolore.

Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell'umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore. Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace - la quale, secondo l'insegnamento del Concilio Vaticano II, non si riduce a una "semplice assenza della guerra" (Gaudium et spes, 78) - traduce questa convinzione di uomini di ogni continente e di ogni cultura.

In tale quadro, lo sforzo delle diverse religioni per sostenere la ricerca della pace è motivo di conforto e di speranza. Nella nostra prospettiva di fede, la pace, pur frutto di accordi politici e intese fra individui e popoli, è dono di Dio, che va invocato insistentemente con la preghiera e la penitenza. Senza la conversione del cuore non c'è pace! Alla pace non si arriva se non attraverso l'amore!

A tutti viene ora chiesto l'impegno di lavorare e pregare affinché le guerre scompaiano dall'orizzonte dell'umanità.

Con questi auspici, formulo voti che il Corso di formazione sia proficuo per voi, cari Cappellani, ai quali invio di cuore la Benedizione Apostolica, estendendola volentieri agli organizzatori, ai docenti ed ai collaboratori.

Dal Vaticano, 24 Marzo 2003


http://www.abanet.it/papini/peccato/p401.htm

Il Cardinal Biffi contro il pacifista Tolstoj.

Il dibattito sui rapporti tra Chiesa cattolica e guerra ha registrato agli inizi dell'ottobre 1991 un significativo quanto discutibile contributo dell'Arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, il quale - in apertura della "Quarta settimana di formazione e studi" dei Cappellani militari italiani - si è polemicamente soffermato sulle interconnessioni tra coscienza cristiana e mondo militare. L'autorevole ecclesiastico ha criticato duramente le riflessioni tolstoiane sull'assoluta inaccettabilità della guerra, ed ha accusato il filosofo pacifista di aver riscritto il Vangelo eliminando il concetto di divinità di Cristo, col risultato di sminuire il messaggio religioso in una dimensione morale. Di qui il rigetto del "pacifismo pseudoevangelico di Tolstoj", nonché la susseguente riflessione nella quale la dottrina della nonviolenza è ritenuta contraria agli insegnamenti di Cristo.

All'obiezione di coscienza al servizio militare, Biffi ha anteposto l'obiezione cristiana di quanti si rifiutano di collaborare in alcun modo ad applicare la legislazione sull'aborto. Un raffronto invero piuttosto infelice, poiché - in quel contesto e dinanzi a quell'uditorio - si prestava a interpretazioni maliziose sui "figli della patria" e magari sui milioni di baionette pronte a tramutarsi in carne da cannone, come la storia italiana del ventennio fascista ha tragicamente mostrato.

La "provocazione" dell'alto prelato ha destato reazioni discordi: agli apprezzamenti di alcuni esponenti del partito liberale (da sempre in ottimi rapporti con il mondo imprenditoriale, inclusi i fabbricanti di armi) e del pacifista pentito on. Roberto Cicciomessere hanno fatto riscontro aspre critiche della Lega Obiettori di Coscienza, dei Verdi e dell'eurodeputato di Democrazia Proletaria Eugenio Melandri. La stampa ha trattato la questione con un discreto risalto (spicca l'incomprensibile eccezione de "Il Manifesto", che nemmeno ha passato la notizia del discorso): i quotidiani dell'8 ottobre hanno sintetizzato con titoli ad effetto il discorso del prelato: "Biffi attacca Tolstoj - Il cardinale difende il servizio militare contro l'obiezione di coscienza" ("Corriere della Sera"), "La non violenza è inaccettabile" ("La Repubblica"), "Militari all'indice? Non per la Chiesa" ("Avvenire", 1991) ecc.

La questione deve essere inquadrata in un generale contesto, nel quale la Chiesa ha ridimensionato le aperture del Concilio Vaticano in tema di armamenti: da tempo papa Wojtyla è solito rivolgere ai militari infervorati discorsi di esaltazione della vita di caserma, contrapposta - in termini di valori morali - al materialismo dilagante nella società civile.

Si presti la debita attenzione ad un segnale davvero indicativo: le gerarchie vaticane si sono inserite nello sfacelo dei regimi del socialismo reale con tutto il peso della collaudata tradizione concordataria. E ciò ha comportato novità anche sul terreno della presenza ecclesiastica nelle forze armate. Dalla scorsa estate cappellani militari cattolici operano negli eserciti dell'Europa Orientale (Armata Rossa inclusa). Il modello del "soldato di Cristo", insomma, sempre più verrà riproposto come fulgido esempio di avanguardia della società cristiana e dei valori "evangelici".

Ma torniamo alla questione di partenza. Il convegno dei cappellani italiani, apertosi nel clamore del vigoroso discorso di un cardinale, è stato coronato da due interventi non meno significativi, svolti rispettivamente dal capo di Stato Maggiore generale Corcione e dall'arcivescovo militare mons. Giovanni Marra. Il primo ha ipotizzato la trasformazione della NATO in una struttura operativa alle dipendenze dell'ONU (sulla suggestione dell'impiego contro l'Iraq), il secondo "ha insistito sulla concordanza tra l'essere cristiano e il servizio militare" (dal resoconto apparso su "L'Avvenire" il 12 ottobre).

Come si vede, perfetta concordanza tra le alte sfere cattoliche delle forze armate e le gerarchie del clero militarizzato, in una divisione del lavoro che realizza un'unità di azione ammirevole ed apre suggestive prospettive internazionali di "pacificazione armata". Possiamo immaginare l'amara delusione di quanti avevano tratto dall'opposizione della Chiesa all'intervento in Kuwait l'azzardata convinzione di un cambiamento epocale, che avrebbe portato i pastori a sospingere il loro gregge verso i lidi del pacifismo.

Ancora una volta i cappellani militari si sono prestati a fare da sponda a inappellabili sentenze di condanna del pacifismo, ed è difficile non riandare col pensiero al comunicato emesso nel febbraio 1965 dalla sezione toscana dell'Associazione Cappellani Militari in congedo, per deprecare l'obiezione di coscienza. In quell'occasione si levo' la voce profetica di don Lorenzo Milani a ricordare che l'obbedienza non è più una virtù. con don Milani si schierarono altri religiosi, ed una netta presa di distanza dal militarismo ecclesiastico venne poi assunta dal vescovo di Torino mons. Pellegrino.

Stavolta le argomentazioni del Biffi sono state tacitamente avallate dagli organi di informazione, ed il dissenso minoritario dei suoi confratelli non ha incontrato eco nei mass media, mentre le gerarchie ecclesiastiche sono rimaste in un compiaciuto silenzio per un discorso che "riequilibra" - dinanzi all'opinione pubblica ed alle gerarchie politico-militari - i termini del rapporto tra cattolicesimo e fenomeno bellico (levando di mezzo il ricordo "ingombrante" del pacifismo religioso d'inizio 1991).

Il meno che si possa dire delle argomentazioni biffiane è che esse paiono improntate ad un crudo realismo, dietro il quale fa capolino la vecchia tesi della "guerra giusta" (che in passato ha trovato centinaia di cappellani militari disponibili a giustificare ed a ricoprire di un manto religioso i conflitti armati). Se l'arcivescovo di Bologna non è ovviamente tenuto ad assumere posizioni profetiche in tema di violenza armata, si potrebbe almeno pretendere dal medesimo - in occasione di un discorso ai cappellani militari - un'adeguata meditazione critica sulle sciagurate connivenze tra il clero castrense e la guerra. Ma il cardinale, dimentico del passato, guarda in avanti ed intende collaborare all'opera di cattolicizzazione delle forze armate: tutto a maggiore gloria di Dio e del "decisionista" Cristo del Vangelo.

Mimmo Franzinelli


http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/43/cappellani3.htm

Cappellani militari

Mimmo Franzinelli

 

PREMESSA 
Questo capitolo non si propone di svelare alcun segreto particolare riguardante i cappellani militari ne di ascrivere ad essi meriti e demeriti, (come fanno alcuni) difficili da gestire. Erano persone assolutamente terrene, col livello culturale e civile allora possibile (non vivevano nell’era di internet o della libertà assoluta). Il cappellano, anche il più sconosciuto, l’ultimo degli ultimi, seguiva in guerra i soldati della sua regione, della sua valle se era Alpino e condivideva con essi la buona e cattiva sorte. La piccola comunità che veniva a formarsi, diversa, da quella d’origine, richiedeva anche un diverso spirito di comprensione ed adattamento, e questo indipendentemente dal fatto che fossero deserti, ambe africane e fredde steppe russe. Anche se il cappellano non era un missionario, veniva in contatto con realtà religiose diverse di cui non poteva ignorare l’esistenza. I nostri soldati neri (ascari), uomini e donne civili delle colonie avevano un proprio ventaglio di culti e di leggi morali che prescindevano da quelle cattoliche. Nel caso dei mussulmani la legge era difficilmente disgiungibile dalla religione. I Balcani e la Russia, dove il Cappellano incrociava la realtà ortodossa (ma anche quella mussulmana), non facevano eccezione e da queste realtà il cappellano non poteva che farsi accettare come persona, anziché come nemico. Non risultano casi in cui i cappellani siano stati uccisi per vendette o asti collegati alla religione.

Riportiamo passi da "l'Impegno", a. XV, n. 2, agosto 1995 © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli di Mimmo Franzinelli che insinua anche casi sopra esclusi. Per par condicio riportiamo l’articolo intero alla 3a  Parte di questa serie.....Non desta stupore, nel quadro di un conflitto totale, che anche i cappellani figurino tra le vittime della guerra. In alcuni casi pare anzi che su di essi si concentrasse il fuoco nemico. Così almeno attestano fonti ufficiali dell'epoca..... (ndr: I pare e i se mi sembrano un pò tanti).

(quando il prete veniva ripreso da superiori militari e viceversa) "Stigmatizzava con inferiori, usando parole indisciplinate ed irriverenti, l'operato di un suo Superiore tendente a reprimere familiarizzazioni eccessive  di soldati coi prigionieri di guerra... dimostrando totale incomprensione dei suoi doveri di italiano e di soldato"

 

 

 

 

 

 

.. Sul fronte greco un altro sacerdote, don Vincenzo Moro, aveva maturato l'impressione di un forte condizionamento esercitato sull'attività religiosa da parte di alcuni solerti ufficiali filofascisti:

"Ho l'impressione che l'attività del cappellano, soprattutto i suoi discorsi, quando spiega il Vangelo o la dottrina cattolica, sia sorvegliata, non propriamente dai Comandi ma da alcuni ufficiali più fascisti del fascismo, per i quali il fatto che non si parli del Duce in ogni discorso e non si termini ogni predica con le fatidiche parole 'Vincere - Vinceremo!' è un indice di antifascismo o addirittura di antiitalianità. Questi ufficiali, per fortuna, sono pochi ma, in compenso, cercano di fare la voce grossa. Personalmente li ho sempre lasciati gracidare e sono andato dritto per la mia strada".


 

*Vedi il libro "Preti di guerra 1943/45" di Ulderico Munzi  alla II parte

  OMELIA DI PAOLO VI PER IL CENTENARIO DELLA MORTE DI PIO IX -

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/documents/hf_p-vi_hom_19780305_it.html

La figura di Pio IX, a cento anni dalla morte, appare ormai riconoscibile in una duplice fisionomia convenzionale e fedele alla realtà, quella di Papa sconfitto sotto il crollo di quel potere temporale, nel quale il Pontificato Romano si era in certo modo identificato, e quella di Papa rinascente nell'aspetto suo proprio, non mai tradito, ma ora più palese ed evidente, di Pastore d'un Popolo, che da sé e nell'opinione pubblica non sapeva bene se e come chiamarsi cristiano. Il crollo del Potere temporale appariva indebito e grave, e comprometteva l'indipendenza, la libertà e la funzionalità del Papato; minaccia questa che pesò, fino ai giorni della Conciliazione, sulla Sede Apostolica, tenendo vivo con nostalgica amarezza il ricordo dei secoli, in cui il Potere temporale era stato lo scudo difensivo di quello spirituale e in pari tempo il tutore del territorio dell'Italia centrale, vi aveva conservato la memoria e il costume civile della tradizione classica romana, favorendo la promozione della compagine degli Stati del continente, alimentando una coscienza unitaria della civiltà scaturita dall'umanesimo greco-romano, e soprattutto sviluppando negli animi e nei costumi la fede cattolica. Ma lo sviluppo storico e civile dei Popoli e alla fine, dopo la Rivoluzione Francese e l'evoluzione post-napoleonica, verso la metà del secolo XIX, la loro maturità costituzionale, non consentivano più allo Stato Pontificio l'esercizio d'una supremazia ideologica e d'un primato temporale.

( Pio IX è in predicato di essere nominato santo)


Domenica 5 marzo 1978 


STORIA DEI CAPPELLANI MILITARI  

NEL 1859 si contavano nell'esercito piemontese quaranta cappellani di reggimento di Fortezza, di Accademia e di Scuole militari, conosciuti anche come “Elemosinieri”. Anche negli altri Stati d'Italia era assicurata l'assistenza spirituale alle Forze Armate e quando nuove province venivano annesse al Piemonte, il loro clero castrense veniva incorporato in quello piemontese. Nel 1865 l'organico del clero castrense del Regno era, al completo, di 189 cappellani. Con la presa di Roma (1870, ma anche prima) l'anticlericalismo dei Savoia aprì un periodo di crisi nei rapporti tra Stato e Chiesa con leggi di esproprio e soppressione di ordini: il numero del cappellani fu ridotto fino alla quasi completa eliminazione. Soltanto la Marina li conservò fino al 1878. Così per la guerra d'Eritrea (maggio 1896) il servizio religioso ai militari italiani fu garantito dalla volontaria assistenza dei Cappuccini,(mobilitati dalla Croce Rossa e da quei sacerdoti in servizio come soldati o graduati presso gli ospedali da campo - sanità militare). 

Infermiere lo era ad esempio Padre Pio nella successiva Grande Guerra. Nel 1915 il coscritto Giovanni Forgione (Padre Pio), nato a Pietrelcina (BN) il 25 maggio 1887, già sacerdote dell’Ordine dei Cappuccini, venne chiamato alle armi dal Distretto Militare di Benevento e  inviato presso la compagnia di sanità di Napoli. Poco tempo dopo l’inizio del servizio, a causa delle sue precarie condizioni di salute fu inviato all’Ospedale Militare (come degente) per inidoneità al servizio. 

Il papa Pio X denunciò questa situazione che "offende l'anima cristiana del popolo italiano" e auspicò che le Autorità di governo consentissero ai sacerdoti di esercitare il ministero in così gravi frangenti. Il 12 aprile 1915, nell'imminenza dell'entrata in guerra dell'Italia, il generale Cadorna (fervente cattolico), firmò una circolare per il ripristino dei cappellani e con il Decreto Luogotenenziale del 27 giugno 1915 (Luogotenente del Regno, duca Tommaso di Genova) si nominò Mons. Angelo Lorenzo Bartolomasi Vicario Castrense o Vescovo di campo, il quale ricevette le prerogative di Vescovo Ordinario dal Papa. I sacerdoti chiamati alle armi, molti dei quali destinati all'assistenza spirituale dei soldati al fronte, (ma non in prima linea) furono numerosi ed eroici (molte le ricompense al valor militare concesse).

 

DETTI, DISDETTI, INTERDETTICappellani marina

 

 (Riccardi “Avvenire - quotidiano cattolico” 29 aprile 2000)

"Una grande figura di domenicano italiano, il biblista padre Girotti, aveva predicato nel lager di Dachau: -La Chiesa fu, è, e sempre sarà l’unico rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia-. Dopo poco sarebbe morto di stenti . Un suo confratello domenicano torinese, padre Reginaldo Giuliani (Padre Giuliani viene rievocato fra i personaggi), era stato invece cappellano degli arditi nella Grande guerra e era morto in Etiopia alla testa delle Camice Nere. I cappellani militari della Grande Guerra sfilavano allora (1936) con orgoglio liberi di essere cattolici e patrioti dopo i Trattatati Lateranensi. Chi dei due agiva moralmente bene ?. Il primo. Il secondo, non solo commetteva un errore di valutazione, ma contribuiva a trasmettere il male umano dell’aggressività e a mantenerlo all’interno della società. Per questo chiediamo perdono per Padre Giuliani. Di Padre Girotti, sacrificatosi per aiutare alcuni ebrei (in lista di beatificazione) si dirà che abbia lasciato il mondo migliore di come l’aveva trovato. 
 

Altra nota in rete: 

 

Ai tempi di Benedetto XV (grande guerra) i cappellani ( sia pur “militari”, per ragioni contingenti, portavano i gradi) c’erano da entrambe le parti contendenti e da entrambe con la stessa missione, che non era quella nazionalistica dei padri Reginaldo Giuliani o degli Egilberto Martire (non è un santo, non è un martire e nemmeno un cappellano ma semplicemente un deputato popolare (democristiano) ex aventiniano propugnatore dei Patti Lateranensi ). 

 

La polemica sul  papa benedicente i soldati che partivano, parte dal presupposto che lo stesso ne fosse assertore, sponsor o parte in causa. L’Italia del ventennio non stava facendo guerre di religione, men che meno per la chiesa, con cui aveva contenziosi appena spenti. (E' noto l'astio del Duce nei confronti di Pacelli, prima segretario di stato poi Papa Pio XII). Già l’Italia di suo presentava un ventaglio di religioni non indifferente.  Dal Vaticano il crollo del dogma  dell'evangelizzazione forzata arriverà però 50 anni dopo. Premesso questo, ogni cappellano si comportò come si comporta un soldato con le sue paure e i suoi dubbi. Fra i cappellani delle camicie nere il senso nazionalistico e patriottico fu sicuramente adattato alla dottrina, ed ogni considerazione, anche generale, va riferita al periodo antecedente l’8/9/43*. Se i personaggi qui narrati escono dalle righe nel bene e nel male, non per questo sono usciti da un loro virtuale percorso di vita religiosa, sbagliato o giusto che fosse nella interpretazione. Una cosa che del resto le religioni hanno sempre fatto è di adeguarsi al Potere. Lo hanno fatto in campo ortodosso, anche recentemente, lo hanno fatto in Cina i cattolici che vogliono vivere alla luce del sole e in tante altre emergenze che non vale la pena qui richiamare. In alcuni casi la religione è lo stato come nel mondo arabo mussulmano. 

Con un R.D. 1552 del 29 ottobre 1922, il loro servizio venne di nuovo soppresso, ad eccezione di quello svolto per la raccolta delle salme dei caduti in guerra e per la sistemazione dei cimiteri di guerra e per la Marina. Questi furono il germe che continuò la vita dell'organizzazione fino alla costituzione dell'Ordinariato Militare, eretto con Decreto della S. Congregazione Concistoriale nel 1925 e approvato all'unanimità dallo Stato italiano con la Legge 417 dell'11 marzo 1926 e confermato dai successivi Patti Lateranensi (1929).  Legge 77 del 26 Gennaio 1936. “art.1 ..Il servizio spirituale presso le forze armate è istituito per integrare la formazione spirituale della gioventù …secondo i principi della religione cattolica “. (integrato nel 1984 - art.11 La repubblica italiana assicura che l’appartenenza alle Forze Armate non può dar modo ad alcun impedimento nell’esercizio della libertà religiosa..). La Chiesa Madre è quella di S.Caterina da Siena a Magnapopoli in Roma. La festa del Corpo dei Cappellani Militari ricorre l’11 Marzo anniversario della loro istituzione (11 Marzo 1926). Il S. Patrono è il francescano S. Giovanni da Capestrano (1386-1456). Nel 1956 l’Ordinario Militare Mons Arrigo Pintonello fondò sul Grappa l’Associazione Nazionale Cappellani Militari d’Italia.

 

Il gatto nero 

Il Prete prima del concordato da una riflessione di Mons. Pietro Santini Cappellano Militare

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La gente, nei tempi andati non faceva differenza se incrociava un prete o un gatto. Pensava al felino (al malefico) e all'istante faceva gesti scaramantici. Al contrario il saio del frate portava bene. La mia fanciullezza ha assorbito educazione e istruzione in un piccolo seminario ma fuori di quella isola felice l'ambiente era ben diverso. (Siamo nelle Marche, ex terra del Papato). Anarchia, anticlericalismo, socialismo tutore dei diritti della povera gente, qualche "spretato", molti mazziniani, tutti feroci contro il governo del Papa e contro i preti. Da seminaristi, uscivamo ogni pomeriggio a passeggio, in fila per due. Il chiacchiericcio del nostro gruppo richiamava l'attenzione della gente dei vicoli; dalle finestre e dai negozietti il primo saluto !: "Tirate la rete, passano i corvi". Un ciabattino dal suo chioschetto, guardandoci... "di questi me ne mangerei sette al boccone"!. A Fabriano, nei giorni caldi della settimana rossa (1911 una delle tante) se si presentava alla stazione un prete, il treno non partiva.

Celebrandosi il Corpus Domini, uscì la processione dalla cattedrale sotto una fragile scorta di bersaglieri, carabinieri e guardie regie. Astanti e facinorosi presenti assalirono la processione provocando confusione, panico e violenza. Il Vescovo con il Ss.mo trovò riparo dentro un portone, i canonici e i seminaristi si difesero a colpi di falcolotti. Il disegnatore Beltrame dedicò al fattaccio una copertina della Domenica del Corriere (n. 26 del 25 giugno 1911). Oggi tutto o quasi è cambiato, anche perché di sacchi di carbone (Tonaca) se ne vedono pochi in giro.  Quando fui arruolato cappellano militare (1942) prima dell'ambizione, che era grande, c'era la necessità di indossare la divisa, croce vermiglia sul petto. Si raggiungevano i reparti operativi, fuori di casa nostra ed eravamo ben accolti come in famiglia, come ci fossimo da tanto tempo. Ci chiamavano per nome, confidenzialmente, pochissimi conoscevano il cognome, e ti affidavano subito compiti che poco avevano a che fare con la Messa. Oltre all'azione pastorale c'era da provvedere all'istruzione primaria, al conforto e al benessere, ai malati, alle famiglie dei militari. Assistenza nel senso piú ampio del termine. Poteva anche accadere di dividere tenda e paglia con un subalterno, magari con il medico del reparto. Ma una vecchia disposizione di legge in origine poneva rigidi paletti. Il cappellano doveva occuparsi e assistere i militari ristretti nel carcere e quelli ricoverati nell'ospedale. Se poi il comandante del presidio lo riteneva utile e opportuno, poteva chiedere al cappellano qualche prestazione religioso-liturgica, una tantum.  Come potevano quindi i militari liberi e in buona salute, non pensare al beccamorto o alle pompe funebri quando si avvicinava il Prete cappellano?. Ignoranza e superstizione stimolano la difesa per neutralizzare la iettatura. "Se vedete nero, sparate! Potrebbe essere un prete"! Si racconta che la raccomandazione fosse di Garibaldi. Dopo il Concilio Vaticano II i preti hanno appeso all'armadio la talare e ora sfoggiano look eleganti, attillati, badando bene all'accostamento delle tinte. Ma talvolta sembrano arlecchini, uno straziante insieme di colori, unico quotidiano pantalone jeans implorante la lavatrice. Ritornano alla talare i monsignori di prima nomina. La fila di bottoncini e la fascia zonale violacea attraggono, seducono. E c'è chi ci scopre preti anche se siamo in borghese: i capelli scompigliati e lunghi, tasche rigonfie della giacca e dei pantaloni, macchie e patacche, modesta presenza di infagottato e sciatto. I cappellani militari, assieme ai cappellani del lavoro, a quelli degli esploratori e degli emigrati all'estero, hanno il merito, non piccolo, di avere reso familiare, gradita, simpatica una presenza non facilmente sostituibile. In caserma, ormai, sono caduti i pregiudizi e le ansie per certe presenze. Guerre, prigionia, internamento, il calvario indescrivibile dei ripiegamenti e delle ritirate attraverso deserti infuocati o campi di neve sterminati, senza altro orizzonte che la fame, le violenze, le umiliazioni. Tutto fece crescere l'anima, la fraternità, l'amore. Chi lo sa se i cappellani di oggi ricordano e riconoscono che avanti sono andati altri a scavare e a seminare? Certo è che sto uscendo inquadrato e affardellato (esercitazione) dalla porta carraia della mia caserma e mi salutano dalla finestra dell'ufficio: "Dio ve la mandi buona! So' fatti (c…i) vostri!" Allora ribatto "Perché non vieni con noi?". Gioisco quando un anziano ufficiale mi dice: "il mio prete si chiamava... quando un altro lo rievoca affermando: "Era veramente prete".


 

La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica

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"l'Impegno", a. XV, n. 2, agosto 1995 © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. 

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I cappellani dinanzi all'internamento 

delle popolazioni  nel capitolo campi di concentramento italiani nel 1944

 

Tre modelli di sacerdozio militare

 
L'uniformazione categoriale dei cappellani (realtà dietro cui stavano opzioni e soggettività diverse) vela la necessaria distinzione tra chi era entrato nel clero militare per spirito di servizio e per testimonianza religiosa, chi lo fece in ottemperanza ai desideri (ordini) del suo vescovo e chi impresse una valenza politica al proprio apostolato. Una distinzione di massima è altresì riscontrabile tra i reclutati dalle parrocchie e dai conventi: I casi di fanatica politicizzazione sono in grande maggioranza riferibili al clero secolare. Sin dai primi mesi di guerra, nella campagna contro la Francia, è possibile individuare le tre principali "correnti" in cui si suddivise il clero militare: quella rigorosamente sacerdotale, quella patriottico-nazionalistica e quella fascista. 
1-Il bergamasco don Giacomo Vender è il prototipo del religioso assolutamente rispettoso dei limiti della rigorosa assistenza spirituale: lo potremmo definire una sorta di parroco dei soldati. Cessati i combattimenti, trovandosi di stanza a Montauroux, si recò presso la Curia di Tolone per concertare il proprio comportamento e svolse addirittura un'opera di mediazione tra il sacerdote locale ed i suoi fedeli (da tempo ai ferri corti). Le relazioni da lui inviate all'Ordinariato militare sono prive di retorica e non contengono considerazioni politico-militari. Vender espresse la massima preoccupazione per la deficitaria situazione morale delle truppe, così come in tempo di pace aveva presumibilmente seguito con apprensione la condotta ed il costume dei fedeli: "In generale lo spirito dei soldati è buono. Noto però troppa intesa, assai ambigua, tra i militari e l'ambiente femminile della zona. In ciò non ottengo alcun miglioramento. La stampa che vedo tra le mani dei soldati concorre maleficamente. Il settimanale 'Gente Nostra' da mesi non giunge più al Reggimento. Era forse il periodico più passabile, ma - dicono i soldati - appunto per questo  poco interessante". Don Giacomo Vender sacerdote loverese (bg) per il suo impegno per i perseguitati durante gli anni della Resistenza trascorse un periodo nel carcere bresciano senza venir meno alle sue convinzioni di libertà e giustizia. La sua detenzione si concluse con una condanna e la reclusione nelle carceri di Bergamo, da dove venne liberato dai partigiani bergamaschi
2-……fra Ginepro: vedi Biografia Padre Reginaldo Giuliani
3- Esponente della terza corrente del clero militare è don Ferruccio Richeldi, cappellano patriottico-nazionalista.. Tempestosi i suoi rapporti coi preti francesi, che egli tendeva a scavalcare, per una connaturata diffidenza: "Il Clero francese, intelligente ed assai abile, è eminentemente nazionalista e poco propenso alla politica dell'Asse: così pure in particolare alla politica italiana. Sono naturalmente assai contrari al passaggio dei territori di loro giurisdizione all'Italia. In complesso la popolazione rispetta il soldato italiano e accoglie volentieri il Sacerdote italiano (cappellano militare). Bisogna notare che il Clero francese ha molta influenza sulla popolazione, ciò raffredda in gran parte i rapporti di essa verso di noi, rapporti che sarebbero naturalmente più cordiali e ispirati a maggiore fiducia". Il nazionalista Richeldi si urtò col clero francese, dal momento che egli non concepiva altro modo, se non il nazionalista, di esercitare il mandato pastorale. 

 

Il cappellano e la morte in guerra 


I doveri di servizio portarono i cappellani a vivere fianco a fianco con violenza e morte: "Compito particolare dei cappellani militari in zona di combattimento è di avvicinare e di seguire anche i più piccoli reparti, portando a tutti la parola del conforto e della fede, atta a tenerne alto lo spirito, ed a identificare le salme". ….. La spiritualizzazione ed il superamento della morte in combattimento costituiscono l'ossatura del diario di don Gnocchi "Cristo con gli alpini", uscito in prima edizione dopo la campagna di Grecia e successivamente completato dall'esperienza della guerra di Russia. Molti cappellani notarono che nell'incombenza del pericolo la tensione spirituale era maggiore che non nei momenti di riposo. Sul fronte della moralità - battaglia sempre affrontata energicamente dai religiosi inseriti nelle armate - la campagna di Grecia si rivelò emblematica: quando ai combattimenti si sostituì l'occupazione, i cappellani assistettero attoniti al rilassamento morale dei soldati, che "fraternizzarono" con donne locali, si rivelarono sempre più insofferenti della disciplina e in alcuni casi commisero atti di autolesionismo, sconosciuti invece alla fase della campagna militare. Decisamente tragico il panorama tracciato da don Romualdo Formato per il 33° reggimento artiglieria "Acqui": Durante le operazioni belliche il mio Reggimento non ha avuto alcun caso di autolesionismo. Finite queste, in meno di due anni ho avuto quattro casi di suicidio: un Capitano medico, un Sottotenente medico, un Caporal maggiore e, recentemente, un Artigliere. Durante le operazioni, nessun caso di follia. Finite queste, nella stessa Batteria di cui faceva parte il Caporal maggiore suicida vi fu una serie preoccupante di casi, più o meno gravi, di follia con tendenza sanguinaria" Dinanzi al fenomeno del suicidio i cappellani assunsero a tutta prima un atteggiamento rigoroso: in Albania, nell'agosto 1939, quando nella divisione "Julia" due soldati si tolsero la vita, furono negati i funerali religiosi; il provvedimento irritò i comandi, che in occasione dell'esumazione delle salme per il rimpatrio ordinarono agli ecclesiastici di eseguire le onoranze funebri.  

La discriminante della violenza bellica 


Il tema della violenza balza con forza dalle relazioni dei sacerdoti aggregati alle truppe di occupazione delle regioni slave. In quelle terre i cappellani ebbero l'immediata e generale impressione di operare in un contesto lacerato tra mondi ostili: allo scontro etnico si sommavano le divisioni religiose tra cristiani e musulmani (e, sia pure con minor vigore, tra cattolici ed ortodossi). Alcuni cappellani si sforzarono di moderare e di attenuare le brutalità belliche. Fu il caso di padre Giorgio Zoldan, un sacerdote di sentimenti fascisti ma decisamente diffidente verso le "bande" alleate, alle quali gli italiani solevano affidare le azioni "sporche" di antiguerriglia. Ecco uno stralcio dalla relazione stilata a Zara nel dicembre 1942: "Ritornò quel pomeriggio una banda con due prigionieri presi a Vodice, vennero consegnati ai carabinieri. Non m'ha fatto buona impressione il vedere che alquanti militari trattarono in modo non conveniente i due individui. Verso le ore 19-20 il capitano delle Bande David stabilì (non so con quale autorità) di procedere alla fucilazione dei prigionieri; da notarsi che a tale sentenza erano presenti alcuni militi, il brigadiere dei carabinieri ed il sottoscritto. Feci noto al cap. David che dovevo provvedere per la loro assistenza spirituale; avuto il consenso chiamai immediatamente il parroco del posto, ma giunti nelle vicinanze del luogo dell'esecuzione si sentì una sparatoria'' Vi furono comunque, specie nel clero della Milizia, sacerdoti che benedissero e sollecitarono le azioni contro i "ribelli", adempiendo così ad una funzione di legittimazione del conflitto agli occhi dei combattenti. Tra di essi spicca la figura di un prete-squadrista, padre Cesare Romiti, della 105a Legione camicie nere, impegnato in Slovenia ed in Croazia. Egli glorificò in pubblico ed in privato le sopraffazioni attuate dai reparti fascisti contro i nativi: "Qui regna sempre e specialmente in questi giorni un'atmosfera di lotta senza quartiere a questi fuori legge che hanno subito sensibilissime perdite, oltre 170 morti, mentre la 2a Legione Camicie nere alla quale insieme a don Muzzi ho portato il mio modesto contributo ha avuti 31 morti. È stato un susseguirsi di spostamenti da una zona all'altra, alla caccia di briganti comunisti, che ovunque sono stati sbaragliati dall'impeto dei nostri legionari. In questo duro periodo i partigiani hanno avuto sensibilissime perdite: ammontano a più di 400 fra morti e feriti". Nell'esperienza bellica di padre Luca Galassi, cappellano del 23° reggimento fanteria "Isonzo", ritroviamo il contraddittorio rapporto intrattenuto da molti militari italiani con la guerriglia partigiana "Entrato in Jugoslavia - scriverà il religioso in una relazione dell'autunno 1944 - ho partecipato ai vari rastrellamenti eseguiti dalle nostre truppe contro i gruppi di ribelli, riportando vari encomi e proposte per ricompense militari". Rimpatriato dopo l'armistizio e tornato al suo convento della Verna, egli dichiarò di avere attivamente appoggiato il movimento partigiano aretino. Quanti soldati italiani, tra il 1941 ed il 1944, videro ribaltato il loro ruolo, passando da rastrellatori di partigiani a...partigiani rastrellati? Da ben altra prospettiva osservò gli eventi bellici un altro cappellano, don Pietro Brignoli, sacerdote bergamasco che con toni di accorato sdegno registrava nel proprio diario le quotidiane violenze di cui era suo malgrado testimone in Croazia: "Si esce per le operazioni. Verso le 10 del mattino la nostra artiglieria e un gruppo di artiglieria alpina aprono un fuoco infernale, da un'altura, su un paesetto nella valle: qualche donna e qualche bambino uccisi: il resto della popolazione fuggita nei boschi, dove tutti i maschi incontrati dai nostri battaglioni venivano considerati come ribelli e trattati di conseguenza. Per fortuna quella gente ha le gambe buone" Per un senso di invincibile ritegno ed in segno di massimo rispetto verso una scelta pagata a caro prezzo, il cappellano dell'esercito occupante evitò di avvicinare i prigionieri condannati a morte, ma alla loro memoria dedicò preghiere e cerimonie religiose, considerandoli i "suoi fucilati". A quattro anni dalla morte di don Pietro Brignoli il diario bellico venne dato alle stampe, in edizione "purgata" per attenuare l'effetto delle crude descrizioni dell'occupazione italiana. Nonostante l'operazione censoria, "Santa messa per i miei fucilati" rimane tra i documenti di più decisa condanna alla guerra italiana in Croazia. Del resto, solamente un provvidenziale rimpatrio aveva evitato al cappellano di incappare nei rigori della corte marziale, a causa della sua insufficiente "italianità''.  Non desta stupore, nel quadro di un conflitto totale, che anche i cappellani figurino tra le vittime della guerra. In alcuni casi pare anzi che su di essi si concentrasse il fuoco nemico. Così almeno attestano le fonti ufficiali dell'epoca che presentano il sacerdote-militare come il simbolo dell'italianità cristiana e ne commentano la presenza al fronte come la definitiva riprova della giustezza della guerra mussoliniana. Ecco la descrizione della morte di don Raffaele Testa, decorato con medaglia d'argento al valor militare (ma era stata proposta la medaglia d'oro alla memoria) per il comportamento tenuto in Montenegro il 28 aprile 1943 durante un'imboscata nemica: "Don Testa assume il comando di circa 30 uomini, li schiera a difesa ed ordina di aprire immediatamente il fuoco. Egli è in piedi, completamente allo scoperto, e incita tutti a combattere e resistere contro 'i nemici di Dio e della Patria'. Un finanziare si abbatte sul fucile mitragliatore che azionava; don Testa gli si avvicina, lo compone, lo benedice, impugna il fucile mitragliatore e continua a far fuoco incitando sempre tutti, con la parola e l'esempio". Nella descrizione dell'energico comportamento di don Testa l'immagine del cappellano emerge secondo i desideri e le aspettative degli ufficiali. 

Testimonianza di pace tra le armi? 


…..Lo Stato maggiore dell'Esercito richiese all'Ordinariato militare, a fine conflitto, un memoriale da opporre agli jugoslavi che accusavano alcuni ufficiali di crimini di guerra. Si voleva far risaltare: "Gli atti di barbarie o comunque contrari al diritto delle genti commessi in Jugoslavia, sia prima che dopo l'8 settembre 1943, da parte delle varie formazioni jugoslave in lotta sia ai nostri danni, sia ai danni degli ebrei, sia ai danni della stessa popolazione jugoslava; l'opera di pacificazione ed umanitaria svolta dalle nostre truppe a favore sia degli ebrei, sia delle popolazioni delle varie fazioni in lotta; come la nostra azione contro le varie formazioni partigiane e contro le popolazioni che le appoggiavano abbia avuto unicamente carattere di giusta reazione ad atti di terrorismo e di inutile malvagità commessi ai danni delle nostre truppe". Padre Tommaso Di Toro, già cappellano del battaglione "Val Natisone", approntò un circostanziato documento difensivo, dal significativo titolo "Presunti atti di crudeltà commessi in Jugoslavia dai nostri soldati". Eccone un passaggio essenziale: "Si viene accusati di aver condannati a morte dei loro prigionieri, ma ciò avveniva solo quando si aveva contezza di massacri contro prigionieri italiani; e anche in tali casi, era sola e semplice fucilazione, e non sevizie; e se qualche volta i soldati hanno fatto di loro iniziativa qualche rappresaglia contro dei prigionieri capitati nelle loro mani, ciò avveniva solamente davanti al massacro dei loro compagni, ma l'ordine superiore era sempre per il rispetto dei prigionieri, qualunque fosse il loro reato, ma anche qui erano semplici fucilazioni e non sevizie. Ricordo infatti che le comunicazioni di fucilazioni che ci pervenivano da alti comandi erano sempre accompagnate 'in rappresaglia per altrettanti prigionieri italiani uccisi dai partigiani' e noi comprendevamo molto bene che l'ordine era anche sotto i limiti del necessario. Del resto davanti al massacro che essi facevano degli italiani, avremmo dovuto starcene colle mani in mano, e forse anche derisi? Se pretendono il rispetto dei loro prigionieri, devono anche essi rispettare gli altri, ciò che invece non hanno fatto". Con queste motivazioni, al religioso parevano giustificabili esecuzioni capitali: quelle decretate dalla corte marziale e quelle decise senza tante formalità dai militari decisi a vendicare i loro commilitoni. Il cappellano prendeva in esame le proteste del governo jugoslavo, per rigettarle in toto: "Gli italiani avrebbero ammazzati, fucilati e maltrattati pacifici e innocenti cittadini iugoslavi. In verità prima bisognerebbe stabilire se fossero realmente pacifici e innocenti cittadini, perché nell'azione di Berane contro l'ospedaletto non c'erano solo i partigiani colla stella rossa sul berretto, ma tutta la popolazione civile, che si unì ad essi attivamente; nel qual caso questa popolazione non sarebbe né pacifica né innocente. [...] I veri e pacifici cittadini iugoslavi no, non sono mai stati maltrattati e molto meno fucilati; e se qualche caso si fosse anche verificato, ciò lo è stato o per errore o per false informazioni degli stessi iugoslavi. Anzi a questo proposito posso affermare di qualche militare deferito e condannato dal tribunale militare italiano per qualche abuso contro qualche civile. [...] .Ci sono delle accuse per uccisione di bambini, ma qui si fa notare che in guerra, pur volendo, non si può evitare sempre la morte degli inermi. Del resto erano gli stessi partigiani che si servivano assai spesso dei fanciulli per farsi portare armi, munizioni e viveri, ponendoli pertanto nel pericolo. [...] Si dice che gli italiani abbiano incendiati interi villaggi. Che gli italiani abbiano effettivamente incendiato delle case, questo è vero e non sono io a negarlo; ma che queste case siano state di semplici, pacifici e innocenti civili, sono io il primo a negarlo, almeno per quel che riguarda il mio battaglione. Qui intanto voglio far notare di passaggio che nella maggior parte dei casi si trattava di case fatte di paglia o di legname". Le conclusioni del memoriale rimettevano in discussione il giudizio sulla guerra, assimilando le rappresaglie italiane in Jugoslavia con i bombardamenti angloamericani in Italia: "Del resto se vogliamo dare la colpa dei morti in Jugoslavia e delle distruzioni di case, dobbiamo dare la stessa colpa agli Alleati nei riguardi dell'Italia: quanti civili infatti non hanno uccisi coi loro bombardamenti, e quante città e paesi non hanno distrutti? Dovremmo dunque anche noi dichiararli criminali di guerra? Chi non vede che molte distruzioni sono oggi inseparabili dalla guerra? Del resto gli jugoslavi non avevano motivo alcuno di rivoltarsi; lo hanno fatto, ne segue che gli italiani non potevano portarsi passivamente". La relazione redatta da padre Di Toro per conto dell'Ordinariato militare su commissione dello Stato maggiore dell'Esercito finiva lucidamente per legittimare l'evento bellico in sé, e giustificare il comportamento delle forze armate italiane in Jugoslavia nella fattispecie. Anche in questo caso la collocazione istituzionale del clero castrense - alle dirette dipendenze del Ministero della Guerra - contribuì ad affermare una visione "realistica" in cui la guerra veniva difesa, giustificata, approvata.

(La storia delle violenze in Jugoslavia si è poi dispiegata con i fatti seguiti al 90, oltre i confini dei comportamenti italiani, fatta di guerra fra etnie e religioni, cosa per altro conosciuta da sempre e da sempre ignorata dai modesti storici italiani. Chi sa fa e chi non sa insegna o fa il giornalista. La storia ha sempre un altro difetto di base, la scrivono sempre i vincitori) 


http://lists.peacelink.it/pace/msg03754.html

A TUTTI GLI AMICI

Bologna, domenica 9 febbraio 2003

Leggo (VEDI QUI DI SEGUITO E IN ALLEGATO)"La Chiesa non va alla guerra" di F.Gentiloni su "il manifesto" di oggi 9 febb.2003. Leggo (e riporto il tutto qui di seguito) alcuni brani del Catechismo della Chiesa Cattolica, del Concilio Ecumenico Vaticano Ii, Gaudium Et Spes, e del Codice di Diritto Canonico: mi sembra allora che il teologo Giuseppe Mattai abbia davvero ragione quando afferma «ll "cappellano militare" non può essere assolto. Il parallelo con l'aborto è valido» Mi domando e domando a tutti: in che modo saranno puniti tutti quei supercattolici (politici o meno) sempre pronti ad applaudire il Papa e sempre primi a compiere il sacro rito del bacio della pantofola, ma che ora - favorevoli alla guerra - non "proteggono" certamente la vita, di cui è padrone solo Dio? E a questa prevista "scomunica latae sententiae" dovranno sottostare anche quei presbiteri ed episcopi cattolici che - forniti di stellette sulle spalline - si fregiano del titolo di "cappellani militari"? Shalom-salaam a tutti, ma proprio a tutti! Domenico Manaresi Mitt. Domenico Manaresi - bon4084@iperbole.bologna.it

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA 2270

La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto dal momento del concepimento. Dal primo istante della esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita. 2273 Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione.

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II,

Gaudium et spes, 51. Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura.

CODICE DI DIRITTO CANONICO

De delictis contra hominis vitam et libertatem - Delitti contro la vita e la libertà umana Can. 1397 - Qui homicidium patrat, vel hominem vi aul fraude rapit vel detinet vel mutilat vel graviter vulnerat, privationibus et prohibitionibus, de quibus in can. 1336, pro delitti gravitate puniatur. Can. 1397 - Chi commette omicidio, rapisce oppure detiene con la violenza o la frode una persona, o la mutila o la ferisce gravemente, sia punito a seconda della gravità del delitto con le privazioni e le proibizioni di cui al can. 1336; Can. 1398 - Qui abortum procurat, effectu secuto; in excommunicationem latae sententiae incurrit. Can. 1398 - Chi procura l'aborto ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae. La Chiesa non va alla guerra

FILIPPO GENTILONI (da "il manifesto" del 9 Febbraio 2003)

Il divino non può non tornare sull'alternativa impostata pochi giorni fa da Famiglia cristiana: «Stai con il Papa o con Bush?». Risposta, piuttosto scontata: 94,7% con il papa, 5,3% con Bush. Ma il sondaggio Abacus su 1000 lettori di Famiglia cristiana rivela anche altre posizioni interessanti. Soltanto il 4%, ad esempio, è d'accordo con l'affermazione di Bush: «La guerra contro Saddam è inevitabile, per fermare il terrorismo», mentre il 93% condivide con il papa: «La guerra non è mai una fatalità, è sempre una sconfitta dell'umanità». E ancora: soltanto il 10% condivide l'opinione di chi (come Ernesto Galli Della Loggia) aveva detto che il pacifismo del Papa sarebbe «a senso unico». Ma nell'ultimo numero di Famiglia cristiana c'è anche di più. In una lunga intervista Monsignor Martino, per anni osservatore della Santa Sede presso l'Onu, dichiara con chiarezza che è falso che non ci sarebbe bisogno di un altro pronunciamento da parte dell'Onu, e che è anche falso che il «tempo è scaduto». A questa voce il settimanale aggiunge quella del vescovo di Baghdad, Monsignor Slamon Warduni: «Dio non vuole la guerra in Iraq», anche se «in Iraq vige una dittatura». Dunque si può essere per la pace, anche senza dover essere complice di Saddam. A queste decise prese di posizione contro la guerra «preventiva», Famiglia cristiana aggiunge un'interessante risposta del teologo Giuseppe Mattai a un lettore - il sacerdote don Gennaro S. di Napoli - che domanda: «In una guerra come quella dell'Iraq un cappellano può assolvere un pilota che bombarda innocenti? Se abortire è peccato, che dire di chi si arruola in una struttura di morte?». Il teologo affronta la questione cruciale senza mezzi termini. «Il caso prospettato non consente risposte positive... Il militare in questione non può essere assolto. Il parallelo con l'aborto è valido». Ma la risposta del teologo procede oltre e arriva a dire che gli stessi cappellani militari sono anch'essi responsabili. «Non è anche la loro una forma di collaborazione alla struttura di peccato, costituita da un intervento armato più o meno giustificato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu?». E ancora: «Ritengo che un'obiezione di coscienza generalizzata dei cappellani militari, cattolici e no, rappresenterebbe un gesto significativo e un forte stimolo a ripensare con una mentalità nuova ogni guerra moderna...» E allora cosa fare? «Si tratta di rifiutare di partire assieme alle truppe che commetteranno quello che, a giudizio del magistero della chiesa è essenzialmente ingiusto, cioè peccaminoso...». Più chiaro di così. Il discorso etico si pone ben al di là di quello politico dei se e dei ma. E anche ben al di là delle impostazioni sacrali care a Bush e altri, per i quali, ancora una volta, «Dio lo vuole».

FILIPPO GENTILONI ("il manifesto" del 9 Febbraio 2003)

Mitt. Domenico Manaresi - bon4084@iperbole.bologna.it 


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