FISICA/MENTE

 

 

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L’etica della scelta tra mafia e democrazia, tra oppressori e oppressi

Il politeismo occulto della Chiesa

Come è possibile che vittime e carnefici, miliardari e poveri, mafiosi e dittatori possano pregare lo stesso Dio ed essere in pace con sé stessi? In realtà, la Chiesa – da sempre attenta fino all’ossessione alla morale sessuale – pratica un politeismo occulto che lascia ad ogni fedele la libertà di costruirsi un Dio su misura. Ciò che importa alle gerarchie è la presenza mediatica che favorisce la restaurazione postconciliare ed annulla i dubbi dei fedeli, in un mondo che di dubbi è ancora pieno…

Roberto Scarpinato

Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

 

Il testo seguente è la trascrizione d un intervento tenuto al convegno di AdistaLegalita', questione morale, cultura della giustizia: il ruolo del Cattolicesimo italiano" (Roma 24/02/2006).  Per leggere gli altri interventi, http://www.adistaonline.it/index.php?op=numero&id=1624

 

La morte di mafia, le scelte di vita. 

Il relativismo umanistico della democrazia, da difendere come libertà, rispetto e scelta di convivenza tra diversi. Il relativismo politeista della Chiesa come l’opportunismo di chi non sceglie, a vantaggio del potere. La criminalità del potere e i silenzi della Chiesa di fronte all’illegalità di massa delle classi dirigenti che genera l’illegalità di massa delle classi popolari. La ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere, nella politica laica e nella Chiesa. La gestione mediatica delle masse, il popolo gestito demagogicamente dal potere.

Un affresco di temi chiave del nostro tempo. Lo scatto d’anima che sceglie da che parte stare tra vittime e carnefici.


 
Il dio dei mafiosi e dei dittatori

Sino all’età di quarant’anni circa, il mio rapporto con la religione ed il cattolicesimo è stato quello tipico dell’italiano medio, cioè assolutamente non problematico. In Italia, tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino culturale. Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della religione. Si attraversa un’esistenza scandita dal succedersi di riti  battesimi, matrimoni, comunioni, funerali  dei quali si è smarrito il senso.

Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a non sentirci soli nella vita.
Ho preso a riflettere su questi temi quando, appunto verso i quarant’anni, ho iniziato a frequentare per motivi professionali gli assassini. Quando a volte mi chiedono: “chi frequenti”?, io sono solito rispondere: “frequento assassini e complici di assassini”.

Perché in realtà in questi ultimi quindici anni è stato molto di più il tempo che ho trascorso con loro, a interrogarli nelle carceri, a leggere le loro dichiarazioni, ad ascoltare le intercettazioni delle loro conversazioni, che il tempo che ho passato con i miei familiari e con le persone normali.

Frequentare gli assassini per me è stato illuminante, perché è stato come frequentare a lungo la morte, lo scandalo della morte. Mors magistra vitae: entrare in confidenza con la morte a volte ti consente di entrare in confidenza con alcuni segreti della vita.

Questa premessa è finalizzata a spiegare come e perché io abbia iniziato a riflettere su Dio, sulla fede, sull’etica cattolica, sul ruolo della Chiesa in Italia. Non per un innamoramento intellettuale, ma direi quasi costretto dalla dura realtà con la quale devo misurarmi ogni giorno, una realtà che quasi ti afferra per il bavero e ti costringe a porti delle domande e a darti delle risposte.
La prima volta che nella mia lunga frequentazione degli assassini mi accadde di dovermi confrontare col problema di Dio fu in occasione dell’interrogatorio di un collaboratore.

Si chiamava Francesco Marino Mannoia, era un trafficante internazionale di droga, un killer specializzato. Un mese dopo che aveva iniziato a collaborare con la giustizia, nell’ottobre dell’89, la mafia per ritorsione gli assassinò contemporaneamente la madre, la sorella e la zia.

Mi trovai a interrogarlo qualche giorno dopo. Era distratto. A un certo punto mi disse: “signor giudice, mia madre, mia sorella, mia zia non vengono più ad abitare i miei sogni. Non si fanno sognare da me. E io so perché: Dio mi punisce. Mi punisce perché io ho tradito”.
Il caso volle che qualche tempo dopo mi trovai a interrogare un altro mafioso, divenuto pure collaboratore, che era stato uno dei componenti del commando che aveva partecipato all’omicidio della madre, della sorella e della zia di Marino Mannoia.

Era un giovane distinto, componente del gruppo di fuoco ai diretti comandi della cupola di Cosa nostra. Questo ragazzo mi disse che lui aveva ricevuto un’educazione cattolica e che tutti i giorni, sin da quando era bambino, la sera diceva le preghiere. E recitava le preghiere anche quando tornava a casa dopo avere eseguito degli omicidi.

La cosa cominciava a complicarsi. Ma una spiegazione mi sembrò arrivare da un altro mafioso, si chiamava Mutolo, anche lui trafficante di droga, anche lui con una cinquantina di omicidi sulle spalle. Una volta andai a interrogarlo con la mia segretaria. E lui aveva un atteggiamento diverso.

Poco prima di iniziare il racconto dell’esecuzione dell’omicidio si rivolgeva alla mia segretaria e esordiva: “chiedo scusa, signora…”, dopodiché raccontava. Quando finì questo interrogatorio, io stavo riordinando le mie carte, lui d’improvviso si rivolse alla mia segretaria e le disse: “signora, mi dica una cosa, ma se lo Stato italiano entrasse in guerra con uno Stato straniero, ad esempio la Jugoslavia, e un soldato italiano uccidesse cento, mille nemici, lei lo considererebbe un assassino, o un eroe di guerra?”.

La mia segretaria rimase perplessa, lui non le diede neanche il tempo di rispondere perché aggiunse: “ecco, vede? Io mi sentivo come il soldato di uno Stato. Non mi interessava affatto il giudizio del popolo italiano. Come a un italiano che è in guerra con la Jugoslavia non interessa il giudizio del popolo jugoslavo. A me interessava il giudizio del mio popolo, e io mi sentivo in pace con la mia coscienza e con Dio”.

Potrei citare tanti casi analoghi, che sono noti alla stampa, come quello di un famoso capomafia, Aglieri, che durante la latitanza riceveva un frate che celebrava messa; così come potrei raccontare le tante esperienze di perquisizioni, eseguite subito dopo arresti di latitanti e la mia sorpresa nel vedere queste abitazioni le cui pareti erano quasi tappezzate da immagini religiose.

La questione per me si complica ulteriormente quando comincia la stagione degli assassini con il colletto bianco. Mi riferisco alla mafia borghese, alla mafia bianca. Cioè quelli che non sparano in prima persona, ma che proteggono gli assassini, li aiutano a evitare le condanne, fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti della violenza materiale di eliminare qualche ostacolo che si trova lungo la strada e che non può essere eliminato per vie incruente. Il loro motto è: “Dio sa che sono loro che vogliono farsi ammazzare”. Mi è capitato di sentirlo più volte nel corso delle intercettazioni. E così mi accadde di conoscere anche questi sepolcri imbiancati, questi esponenti della borghesia mafiosa.

Ricordo uno dei più rinomati medici di Palermo, che diventò collaboratore e confessò di essere un capomafia. Lui frequentava la Chiesa e mi raccontava che suo zio, che pure era un capomafia, si recava a pregare sulle tombe di coloro che “era stato costretto ad abbattere”.

E poi venne la stagione degli uomini politici. Uomini politici potenti, importantissimi, anche di rilievo nazionale. E quale la sorpresa nel dovere constatare che questi uomini politici che avevano l’abitudine di recarsi ogni mattina a messa, negli intervalli di tempo partecipavano a summit con capimafia in occasione dei quali si decideva l’omicidio di altri uomini politici!
A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in pace con sé stesso? Ma poi ho chiesto a me stesso: ma di che cosa mi sto meravigliando?

A volte le cose sono davanti al nostro sguardo, ma noi siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il mondo è pieno di assassini, ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia esperienza palermitana, che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in pace con sé stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene operato, confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno criticati in vita e li hanno benedetti in morte.

Basterà qualche esempio: che dire del dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico, di essere in pace con sé stesso e con Dio, e di aver operato per il bene della patria?

E che dire dei generali argentini, che condannarono a morte migliaia e migliaia di giovani? Nel corso di alcuni processi alcuni di questi militari per esibire la loro patente di cattolicità raccontarono come loro avessero seguito le indicazioni del clero. E i giudici chiesero: in che senso? E i militari spiegarono: uno dei modi che veniva praticato per uccidere i dissidenti, per esempio i giovani che venivano prelevati all’uscita dalla scuola, era il cosiddetto vuelo. Si prendevano questi giovani, si caricavano su un aereo e poi si buttavano giù nell’Atlantico. Ma alcuni alti prelati ci dissero - aggiunsero gli stessi militari - che questo era anticristiano, non si potevano buttare giù queste persone così. Ci consigliarono di narcotizzarle, e noi le narcotizzammo.

Ma attenzione, il problema dei dittatori latinoamericani non può essere minimizzato, ridimensionandolo alla follia morale di alcune persone particolarmente efferate. Perché la storia insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie latino americane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per difendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici, praticanti, che ancora oggi considerano Pinochet, Videla e gli altri militari degli eroi della Patria: per questo motivo non è stato possibile processarli prima ed è difficile processarli oggi, perché processare loro è come processare un’intera parte della società latino americana.

Dunque, ritornando alle mie ben più modeste frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi meravigliavo?!

Il quesito iniziale, ovvero com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio e siano in pace con sé stessi, non riguardava più soltanto Palermo e la realtà mafiosa, ma si dilatava nello spazio e nel tempo diventando universale. Ed è un quesito che almeno per me esigeva una risposta.

 

Il politeismo occulto della Chiesa e l’elemosina della corruzione

La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà vittime e carnefici non pregano lo stesso Dio. Pregano un Dio diverso.

Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato sociale, ogni segmento della società, ogni tribù sociale esprime dal proprio interno culturale, sociale, il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa cultura, della stessa visione della vita dell’ambiente che lo ha espresso.

Esiste così un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in America Latina esistono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori genocidi e ne condividono le scelte, e quelli invece che stanno dalla parte degli oppressi, come monsignor Romero, e che si sono fatti ammazzare per tutelare le ragioni degli oppressi.

E in Sicilia c’è un padre Puglisi, ci sono sacerdoti come Nino Fasullo, pochi devo dire, e ci sono sacerdoti che invece condividono la cultura mafiosa, che celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa.
E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non stanno né dalla parte della mafia, né dalla parte dell’antimafia, né con la destra, né con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria parte.

Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il proprio Dio. Molto democraticamente.
Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed occulto. Questo politeismo è segreto per l’occhio del mondo, ma è conosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche che, tranne qualche eccezione, evitano accuratamente di scegliere e lasciano che i vari Dio convivano l’uno accanto all’altro.

 A volte mi viene in mente la metafora del banco del casinò, che non perde mai perché punta su tutti i numeri: sul rosso e sul nero, e anche sullo zero. Questo non scegliere è possibile anche perché tranne poche eccezioni la predicazione evangelica ha un taglio generalista che consente a chiunque un approccio non problematico.

La predicazione nelle chiese, tranne delle eccezioni, è incentrata sul valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici appelli alla solidarietà, all’amore per il prossimo, alla cosiddetta etica dell’intenzione, e a una carità comoda perché si traduce nella cultura dell’elemosina. Così la signora bene della borghesia mafiosa, paramafiosa ed affarista, che con i soldi delle tangenti del marito compra borse griffate Vuitton a tremila euro l’una mentre ottocento metri più sotto, nei quartieri popolari degradati c’è gente che non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, si sente tanto buona perché regala vestiti dismessi griffati, probabilmente per fare posto ad altri acquisti, perché la sera organizza le serate della Croce rossa per raccogliere fondi, e perché ha adottato dei bambini all’estero versando 50 euro. La stessa signora non si sente assolutamente in colpa poi se non versa i contributi per la collaboratrice domestica.

I mariti, che evadono il fisco, che fanno soldi con la corruzione e con mille altri metodi illeciti, appropriandosi a man bassa di soldi pubblici destinati agli ospedali, alle scuole, destinati a strappare a un destino di mafia migliaia di persone, ascoltano le omelie domenicali che predicano l’amore per il prossimo con serena coscienza, compiacendosi della propria bontà per avere staccato un assegno di ventimila euro per la parrocchia, additati dal prete celebrante ai fedeli come esempio di buona cristianità.

Poiché la realtà supera sempre l’immaginazione, vorrei raccontare un episodio emerso nel corso di un processo durante tangentopoli.
Un famoso uomo politico, già Ministro della Prima Repubblica, deve operarsi per un grave problema cardiaco: deve recarsi negli Stati Uniti e non si sa se questa operazione molto difficile andrà bene o male. Quindi fa un voto alla Madonna: se l’operazione andrà bene regalerà alla parrocchia cento milioni di vecchie lire. L’operazione va bene. Il politico ritorna, chiama un imprenditore e gli dice che deve dare cento milioni alla parrocchia. L’imprenditore obietta: “ma perché glieli devo dare io?”. “Scusa -  replica il politico - tu mi devi dare cento milioni di tangente? Invece di darli a me, li dai alla parrocchia, perché ho fatto un voto”. L’elemosina finanziata con i soldi della corruzione, da buon cattolico.

La cultura dell’elemosina non costa nulla! E perpetua le catene della schiavitù economica e della sottomissione ai potenti. La cultura dell’elemosina lascia le cose come stanno, si traduce in una acquiescenza all’esistente, in una complicità con l’ingiustizia sociale.

La cultura dei diritti e della legalità invece è scomoda, perché costringe a prendere concretamente posizione dinanzi ai potenti della Terra, quelli che occupano i vertici della piramide sociale, e che sono responsabili della ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano, un moloch che costringe milioni di persone a sopravvivere in quartieri dormitorio che sono delle vere e proprie discariche sociali e dove a volte l’economia dell’illegalità (il contrabbando di tabacchi, la prostituzione, lo spaccio di stupefacenti) diventa un’economia della sussistenza.

Tantissimi trascorrono la propria esistenza in un continuo pendolarismo tra queste discariche sociali a cielo aperto e le carceri, altre discariche sociali al chiuso, assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti sono costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro persone e dove si è invece costretti a stiparsi a volte anche in dodici, in condizioni di assoluta promiscuità.

Quali sono state, tranne poche eccezioni, le risposte delle gerarchie ecclesiastiche a tutto ciò? Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave peccato contro la solidarietà sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa e paramafiosa. Silenzio dinanzi all’illegalità di massa delle classi dirigenti che genera l’illegalità di massa delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si traduce in una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi dirigenti: col denaro pubblico.


Chiesa e democrazia: due relativismi di segno opposto

Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa Cattolica produce a mio avviso un altro fenomeno segreto: il relativismo etico della Chiesa Cattolica. L’accusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura laica è quella di una deriva relativistica dei valori. E qui bisogna chiarire. La democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini. E su questo si basa la sua superiorità rispetto ad altri regimi politici. La libertà di coscienza determina il pluralismo culturale e il pluralismo dei valori.

Il relativismo dei valori quindi non significa nichilismo, disprezzo per i valori, ma al contrario il rispetto per i valori degli altri. Le istituzioni pubbliche sono il luogo nel quale i diversi relativismi si confrontano in modo trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere su un altro, si adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il principio della maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e che quindi il relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato democratico dei diritti prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco bilanciamento e una serie di garanzie per le minoranze.

La democrazia può essere quindi orgogliosa del proprio relativismo. Il relativismo della Chiesa Cattolica invece a mio parere è occulto ed è tenuto segreto. Ed infatti mentre da un lato i vertici ecclesiastici rivendicano di essere depositari di una verità senza se e senza ma (nel campo di un’etica che si incentra oggi come ieri soprattutto sul terreno della gestione della sessualità, e su temi quali l’aborto, la fecondazione assistita, la contraccezione), e proprio sulla base di questa verità assoluta tentano di condizionare la legislazione statale, dall’altro lato, nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e l’etica cattolica si relativizzano, quasi balcanizzandosi.

Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del vivere, il dolore del vivere causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie sociali, a ciascuno è dato di scegliere il proprio Dio, e quindi la propria etica. Questo relativismo etico produce a mio parere una vera e propria scristianizzazione, una diserzione del cristianesimo. In tante, in troppe chiese, per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto.

Perché meravigliarsi dunque se nel corso del maxi processo, durante un confronto il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina, rivolgendosi a Buscetta l’accusò di essere immorale, perché Buscetta era un fimminaro che frequentava le donne. Riina era sincero, perché per lui la morale era la morale sessuale, tout court. E perché meravigliarsi, se nel corso di un’intercettazione mi è capitato di ascoltare un dialogo di questo genere: un mafioso che si reca precipitosamente a casa della moglie di un capomafia latitante e le comunica la propria preoccupazione perché tizio, pure mafioso, è entrato in una profonda crisi interiore e c’è pericolo che collabori.

Commento della moglie del mafioso: “se lui si deve pentire, si deve pentire dinanzi a Dio, e non dinanzi agli uomini, rovinando così dei padri di famiglia”. Ecco l’etica dell’intenzione, la dissociazione fra la morale del pulpito e la morale del confessionale.

Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte gerarchie cattoliche - naturalmente ci sono sempre delle eccezioni illuminanti - non sempre è praticabile. A volte la realtà ha costretto le gerarchie cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia dimostra che non sempre questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli oppressi, i quali sono stati abbandonati al loro destino. In occasione di un viaggio di lavoro a Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette madri coraggio che da tanti anni protestano sfilando in silenzio dinanzi ai palazzi del potere, per chiedere giustizia per i loro cari.

Mi capitò poi di leggere su una rivista la lettera di una di queste madri. Era il tempo in cui la Spagna chiedeva l’estradizione di Pinochet per processarlo. Il Vaticano espresse la propria contrarietà. Ho conservato questa lettera, di cui voglio leggere un brano: “Lui, il Papa, che avrebbe dovuto alzare una parola quando c’era la violenza, la disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto generare tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo, lui ha taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori. Solo noi sudamericani sappiamo bene che cosa è la curia argentina, cilena, sudamericana.

Ed ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo che si cominciasse finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla nostra storia, al nostro dolore, ancora intatto, lui, finalmente dopo tanto silenzio, parla. Ma parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri assassini, per dire no ad una condanna per i delitti aberranti, terribili che ci porteremo addosso per tutta la vita”.

È vero, in America Latina c’è stato anche monsignor Romero il quale è stato ucciso perché difendeva le ragioni dei campesinos. Ma mi pare che le gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è vero, che tutta la teologia della liberazione è stata messa a tacere. Che tutte le cattedre sono state chiuse, e se è vero come è vero che la beatificazione di monsignor Romero è rimasta bloccata per sette anni, mentre altre procedono molto velocemente (il risultato è che dai venti ai quaranta milioni di latino americani hanno abbandonato la Chiesa cattolica).


Il populismo mediatico delle oligarchie

Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non scelte? Forse il popolo cattolico? Certamente no. E qui veniamo al nodo cruciale del rapporto tra democrazia e Chiesa. Credo che siamo tutti d’accordo su un punto (me ne sono convinto ancor di più leggendo proprio le riviste cattoliche): chiusa la breve parentesi conciliare, si è assistito ad una rivincita delle burocrazie dei vertici vaticani.

La storia postconciliare sembra riconnettersi con assoluta continuità alla storia preconciliare. Alcuni parlano del canto del cigno del cattolicesimo medioevale. Siamo ritornati alla restaurazione di una monarchia assoluta che concentra tutto il potere all’interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra questo vertice e il popolo di base non esiste una vera corrente, una vera osmosi. Esiste una frattura fra questa realtà di base e i vertici, che sembrano sempre più autoreferenziali.

Mi pare che all’interno della Chiesa Cattolica si stia vivendo una vicenda analoga e parallela a quella che travaglia la storia del potere della laicità. Cioè una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere ed una gestione mediatica delle masse. A questi vertici sembra che il rapporto reale con la base non interessi. Il rapporto con la base invece di nutrirsi di una corrente ascensionale, di un continuo dibattito, sembra essere gestito mediante i media.

Un cattolicesimo sempre più ridotto a immagine mediatica, a miracolismo, a sceneggiati televisivi sulla vita dei santi. Vari minuti di Vaticano ogni giorno in Tv: dovrebbe far riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si sia rivelato scomodo per il potere, che hanno censurato l’informazione sui fatti, che ignorano completamente le esperienze di base del popolo cattolico, invece fanno da megafono ai vertici vaticani.

Mi viene in mente una frase che una volta lessi: il vero nemico del cristianesimo non è stato Diocleziano, è stato Costantino. Gesù è stato ucciso democraticamente dal potere politico e religioso. Il processo a Gesù è emblematico: il popolo sceglie Barabba. Il popolo gestito demagogicamente dal potere. Gesù viene ucciso fisicamente dal potere ecclesiastico e politico e poi viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum regni.


La scelta

E allora il problema è quello di spezzare questo rapporto perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa restituire la voce di Dio e di Cristo agli uomini perché nel corso della storia lo spazio tra l’uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal potere. Credo che ciò sia compito soprattutto dei credenti.

E credo che i credenti per assolvere a questo compito debbano solo essere coerenti con l’insegnamento di Cristo, recuperare l’insegnamento antipotere di Cristo. A me pare che il nocciolo del messaggio di Gesù sia proprio la sfida ai potenti, affinché prendano atto della loro complicità nella sofferenza degli uomini.

Solo i poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili sono senza peccato, solo chi non ha pane è senza colpa. E a proposito del dovere di scegliere, io credo che l’etica laica e l’etica cristiana coincidano. Sartre disse: l’etica consiste nello scegliere, noi siamo le nostre scelte.

E Gesù nel Vangelo (Luca, 12, 51) dice: voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione. Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva, per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere.

La lezione di Cristo dunque a me sembra esattamente opposta a quella curiale della non scelta o della scelta a favore del potere. A volte quando a Palermo mi capita di partecipare a cerimonie funebri, per commemorare le vittime di tanti omicidi mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a me stesso: chissà quanti assassini, quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in questa Chiesa, accanto a me, in pace con sé stessi e con Dio.

In quei momenti chiudo gli occhi; e mi piace immaginare che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un grande vescovo brasiliano scrisse sulla facciata della sua cattedrale: il mondo si divide tra oppressori e oppressi.

Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?


LA COSA PUBBLICA COME COSA PRIVATA, IL MALINTESO MORALE DEI POLITICI CATTOLICI

 di Nino Fasullo

Adista Documenti N°26, 1 luglio 2006

 

DOC-1722. ROMA-ADISTA. La ragione decisiva dell'esistenza della mafia è nella politica. La mafia abita nel salotto buono della politica. Ma anche della Chiesa. I politici in odore di mafia sono cattolici e si autoassolvono: la loro coscienza non riconosce il peccato pubblico verso la città e la loro Chiesa li conforta rimuovendo di fatto il fenomeno mafioso dalla sua riflessione. Pone così la questione cattolica p. Nino Fasullo, redentorista, direttore della rivista Segno e animatore culturale della sua città, Palermo, in particolare attraverso l'annuale Settimana Alfonsiana. Di seguito il suo intervento (i titoli di questo e dei successivi interventi sono redazionali).

RELAZIONE DI NINO FASULLO

Nella politica la forza della mafia


Può essere utile, a mo' di premessa, richiamare il significato del termine mafia, per una più esatta valutazione del fenomeno e delle scelte che devono accompagnarla. Mafia vuol dire criminalità organizzata che fruisce di un particolare rapporto di scambio col potere pubblico e legale. Fenomeni di criminalità esi-stono in tutte le parti del mondo. In Sicilia, a partire dagli anni '60 del secolo XIX, ovvero dall'Unità d'Ita-lia, ne nasce uno - la mafia - caratterizzato da un intimo legame di mutuo sostegno con rappresentanti delle istituzioni: membri del Parlamento, uomini politici, componenti delle forze dell'ordine. Pertanto, sono parte integrante del fenomeno mafioso esponenti delle classi sociali superiori, ovvero della aristocrazia fondiaria, imprenditoriale, culturale, professionale e della nobiltà. Per cui la mafia, metaforicamente, può essere rappresenta dal palazzo. Come il palazzo è formato da piani bassi, medi, alti, altissimi, così la mafia è multistratificata, quindi socialmente e cultural-mente complessa. La struttura mafiosa è, pertanto, piramidale: c'è chi decide e comanda, e chi invece media, esegue, copre, depista, disinforma. Ognuno svolge un compito, collaborando dall'interno e dall'esterno per il buon funzionamento dell'associazione. Molto spazio è tenuto dalla manovalanza. Il tratto distintivo della mafia, pertanto, non è la criminalità, più o meno occasionale, ma l'organizzazione: criminalità di associati. Particolare attenzione deve essere prestata agli strati superiori del fenomeno. Spesso la parola mafia viene associata a "criminalità dei poveri", alla gente del popolo o, al massimo, della classe media. È un errore. La spina dorsale della mafia è costituita dagli uomini e dalle donne dei salotti buoni, cioè da coloro che contano socialmente. Contano perché hanno denaro, relazioni, forza decisionale, soprattutto sul piano politico. La ragione decisiva dell'esistenza del fenomeno mafioso è infatti nella politica. Esistesse una trasparente, riconoscibile, ininterrotta iniziativa politica di contrasto alla mafia, l'esistenza del fenomeno avrebbe i "giorni contati".
Se questa è la mafia, non è difficile immaginare quali conseguenze chiare e coerenti si dovrebbero trarre. Specie dal punto di vista cristiano. A questo proposito voglio riportare quanto affermato a Palermo, nel febbraio del 1983, da Enrico Chiavacci, noto e autorevole teologo italiano, in una conferenza organiz-zata dai padri redentoristi siciliani in occasione dei 250 anni del loro istituto. "Si combatta - disse Chiavacci - con ogni accanimento contro ogni lista o candidatura singola, politica o amministrativa, che si sappia appoggiata, o anche solo vagamente favorita, da gruppi o ambienti in qualche modo legati alla mafia. Il sospetto di mafia, o di collusione con la mafia, dovrebbe essere la fine di un politico o di un amministratore. Per un cristiano dovrebbe essere un discorso chiuso. Non c'è bisogno di prove in senso giuridico: le prove servono per condannare. Qui si tratta del giudizio sul curatore del bene della polis. Il sospetto deve bastare".
A leggere queste parole dopo 23 anni, vengono i brividi, tanta è la distanza etica che ci separa da esse. Permangono, infatti, non solo in Sicilia, difficoltà notevoli a costruire forme di vita democratica libere dalla mafia.

Il ritardo della Chiesa


Una di queste difficoltà è dovuta proprio alla lentezza, o al ritardo, della Chiesa. Sono passati molti anni - inizi degli anni ‘80 - da quando si ebbe la "mattanza" palermitana. Quanti morti, quanti funerali! Poi si è saputo di complicità, connivenze, affari, tutti sotto il segno della criminalità organizzata. Ma non si è visto pressoché nessuno: non una parrocchia, non una comunità, che da allora abbia avviato una riflessione seria e pubblica sul fenomeno mafioso; che abbia guardato dentro i 150 anni circa della storia mafiosa. Bisogna entrare nelle viscere della società siciliana, discutere in pubblico, per avviare una qualche forma di coinvolgimento e di responsabilità sul piano etico.
E dire che le spinte non sono mancate. A parte il fatto che i morti - quanti morti! - avrebbero dovuto da soli indurre a fare diventare chiaro a tutti da che parte stare, da quale lato devono mettersi la Chiesa e i cri-stiani. Invece, una certa inerzia, un certo immobilismo caratterizza la Chiesa siciliana considerata nel suo in-sieme.
Non è senza significato il fatto che, storicamente, l'impulso a reagire alla mafia sia arrivato da due sommi pontefici: Paolo VI e Giovanni Paolo II, tutti e due non siciliani, tutti e due esterni e molto lontani dal fenomeno mafioso.
Il primo impulso arrivò nel 1963. Il 30 di giugno di quell'anno, a Palermo c'era stata la strage mafiosa di Ciaculli, borgata palermitana, in cui persero la vita sette uomini delle forze dell'ordine; nello stesso giorno altri due uomini furono uccisi a Villabate, periferia di Palermo. Sette più due: in un solo giorno nove morti. Una settimana dopo, il 7 luglio, il pastore valdese Pietro Valdo Panascia fece affiggere sui muri della città un manifesto in cui condannava la violenza mafiosa e chiamava i cristiani a schierarsi e mobilitarsi. Si diceva stupito che di fronte alla morte di tante persone i cristiani potessero rimanere muti e inerti.
Un mese dopo l'uscita del manifesto del pastore, Paolo VI, da poco nuovo pontefice, fece scrivere dal suo segretario di Stato una lettera all'arcivescovo di Palermo. In essa veniva citata l'iniziativa del pastore Panascia e si chiedeva perché la Chiesa palermitana non prendesse iniziative, non facesse un gesto pubbli-co per dissociare la Chiesa dal fenomeno mafioso e avviare una riflessione. La strage, tra l'altro, aveva avuto risonanza enorme in Italia e all'estero, e tutti, non senza ragione, parlavano male della Sicilia. Ma l'arcivescovo, risentito, rispose al Papa che la Chiesa palermitana non aveva nulla da rimproverarsi; che non si sentiva chiamata in causa perché a posto con la coscienza; che faceva intero e bene il proprio dovere intraprendendo molte opere di carattere sociale; che soprattutto non aveva nulla da imparare dai pastori protestanti. L'anno successivo, in occasione della Pasqua del 1964, l'arcivescovo scriverà la nota lettera pastorale, intitolata Il vero volto della Sicilia, in cui affermava che la mafia esisteva, sì, ma si trattava solo di delin-quenza comune dovuta a "giovinastri disoccupati" (così nella lettera a Paolo VI dell'agosto 1963). Il prelato metteva così la mafia a carico dei poveri, solle-vando "il salotto buono" da ogni sospetto, da ogni e qualsiasi responsabilità.
L'altra spinta arrivò nel 1993 da Giovanni Paolo II, quando nella Valle dei Templi alzò la voce gridando ai mafiosi: "Convertitevi, abbandonate la via del sangue e della violenza, verrà il giudizio di Dio cui non potrete sottrarvi" (a chi si rivolgeva se non agli amici suoi e correligionari ? NdR). Purtroppo, dopo quel grido, dopo quelle parole del papa la Chiesa, presa nel suo insieme, ha fat-to seguire poco. Va ricordato un documento dei ve-scovi siciliani sulla evangelizzazione nel quale un im-portante capitolo è dedicato al fenomeno mafioso. Finalmente, una pagina molto severa. Ma quanti la cono-scono, quanti ha coinvolto, quale risposta ha avuto nella Chiesa, chi l'ha discussa al suo interno?
Il fenomeno mafioso, purtroppo, in pratica viene rimosso, forse rinviato, oppure aggirato o annacquato, al punto che ne vengono date spiegazioni piuttosto curiose di tipo metafisico-religioso. Seppure nessuno ormai ne neghi l'esistenza, spesso viene ricondotto sotto la categoria di peccato, non cogliendone la specifica gravità storica. Alcuni trovano la sua genesi nel primo libro della Bibbia: nei primi dodici capitoli del Genesi! Ogni uomo - si afferma - se guarda dentro di sé può trovarvi nascosto un piccolo mafioso. Infine, siamo tutti peccatori, perché prendersela tanto con i mafiosi? Si mediti piuttosto sulla storia di Caino e Abele e si capirà che cosa è mafia.
La sostanza di questi discorsi, peraltro, è presente in una indagine su cosa pensano della mafia i preti della provincia di Palermo (cfr. Segno 267-268/2005). Emer-ge che parte del clero ha compreso poco del fenomeno. Certo, la realtà ecclesiale è variegata, complessa, non priva di contraddizioni che la riflessione e il tempo potranno comporre per una testimonianza più coerente e credibile. Ma con le difficoltà bisogna misurarsi. Una di esse riguarda i rapporti con l'ambiente mafioso. La Chiesa corre il rischio, per qualche verso, di ridursi da luogo di conversione e di assunzione di responsabilità a luogo di comprensione e tolleranza nei confronti dei comportamenti mafiosi. Può giocare un ruolo deresponsabilizzante anche la figura di Satana, quando viene presentata come il tentatore che spinge nella rete seduttrice di Cosa nostra. E giù esorcismi, benedizioni e preghiere, senza rendersi conto che il problema va affrontato con ben altri mezzi e scelte appropriate.
Cercare lucidità e coerenza in approcci come questi è difficile. Si stenta a comprendere perché alcuni preti trattino con garbo e riguardosa comprensione i mafiosi e/o i politici indagati e/o detenuti ("Ai carissimi fratelli che a causa delle indagini giudiziarie sull'intreccio mafia-politica, vivono la sofferenza dell'avviso di ga-ranzia o del carcere": così inizia la lettera di un prelato nel 2005) e non i pentiti, annessi tout court al fenomeno di un "pentitismo facile e delinquenziale" e beneficiari di un "sistema carcerario per oziosi", come ha affermato un altro prelato. Bisogna analizzare con attenzione la cultura che sta alla base di posizioni come queste. Non è problematica e un po' pelosa una pastorale che mentre è comprensiva verso i mafiosi è severa e perfino sprezzante nei confronti dei pentiti?

La latitanza della coscienza politica


Ma c'è un altro punto su cui riflettere. È noto che alcuni - non pochi - uomini della politica e della pubblica amministrazione sono stati indagati e anche rinviati a giudizio dalla magistratura. Le imputazioni riguardano reati di mafia, ovvero reati gravissimi, specie se commessi da rappresentanti delle istituzioni. Di fronte a accuse di questo genere che cosa hanno fatto gli interessati? Si sono autoassolti, sono rimasti al loro posto, non si sono dimessi. Con quale motivazione? Il testimonio della propria coscienza personale. Nel Paese e in Sicilia è invalso questo strano tipo di ragionamento: poiché la mia coscienza non mi rimprovera nulla ("so di avere agito correttamente"), non mi dimetto, non lascio il posto che occupo. Piena anarchia etica: altro che relativismo! Viene dimostrato che esiste una perfetta identità tra coscienza e poltrona pubblica. Alcuni aggiungono la variante "popolo": "mi ha eletto il popolo - dicono -, il popolo mi ha dato il posto, solo il popolo me lo può togliere". E c'è un piccolo particolare: i politici indagati e/o sotto processo per reati di mafia, che rifiutano di dimettersi, sono tutti cattolici. E non cattolici silenziosi e riservati, ma loquaci, che sbandierano il proprio cattolicesimo. Tanti di loro appartengono a movimenti spiritualistici molto dediti, però, agli affari materiali, specie nel settore pubblico. Forse ci troviamo di fronte a una nuova questione cattolica, questa volta squisitamente etica. Questi catto-lici considerano l'ufficio che occupano come proprietà privata. Non sembrano avere cognizione di cosa sia democrazia, istituzione, ente pubblico. Ma forse è vi-cino il tempo in cui qualche voce autorevole si solleverà per dire "basta": chi vuole fare politica la faccia sotto la propria esclusiva responsabilità, senza coinvolgervi il cristianesimo e meno ancora la Chiesa.
Il ricorso alla coscienza individuale per motivare il rifiuto di dimettersi da un ufficio pubblico è eticamente insostenibile. La carica pubblica - di sindaco, ministro, presidente, assessore, ecc. - non è proprietà privata di alcuno ma una funzione della città. Chi la occupa deve essere pronto a risponderne in qualsiasi momento a chi ne ha titolo, ossia la magistratura, che svolge il suo ufficio per conto della città, ovvero di tutti. Questo principio, peraltro, appartiene all'in-segnamento sociale della Chiesa, ed è eticamente vincolante non solo per i cattolici. Nell'ufficio pubblico la coscienza personale ha scarsa pertinenza e peso. L'indagato o, peggio, chi è sotto processo non può detenere l'ufficio come un ostaggio. Infine, non si dimette il colpevole, ma l'innocente, la persona moral-mente pulita.
La mancata distinzione tra coscienza individuale (inviolabile) e coscienza pubblica, politica, è una delle cause del degrado etico cui il Paese, e la regione siciliana, sono pervenuti. Venirne a capo è estremamente arduo. Ci sono vizi - un impasto di interessi, affari, relazioni, ideologismi, prassi consolidate di illegalità - duri come rocce, difficile da spezzare e rimuovere, per creare un po' di ordine, legalità e libertà. La sfida, ovviamente, va raccolta per vivere in una democrazia più autentica e credibile.


http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=114315 

Chi sono i santi?



Scorrendo il calendario è normale trovare per ciascun giorno la commemorazione di uno o più “santi”. Vi sono poi “santi” particolari che assurgono al ruolo di patroni. Si hanno così – ad esempio - il protettore degli automobilisti, il protettore dei papà, la protettrice degli aviatori e perfino una protettrice dell’autostrada. I più famosi tra questi ricevono il culto, con tanto di statue e santuari. Vengono venerati e pregati. Il culto dei santi è un fenomeno assai diffuso nel Cattolicesimo.
Ma cosa dice la Bibbia in merito? La Scrittura parla di santi? Sì, ne parla. Ma chi sono i santi? Un esame della Parola di Dio su questo soggetto ci rivelerà cosa Dio dice della santità e dei santi. Vogliamo domandarci anche se è corretto che i fedeli abbiano delle immagini o delle statue cui rivolgere il loro omaggio, bruciare incenso e accendere lumi.
Leggendo i Vangeli ci si accorge prima di tutto che gli apostoli non facevano nessuna distinzione tra santi e non santi. Per loro, tutti i discepoli di Gesù erano indistintamente santi. Ad esempio, Paolo e Timoteo – rivolgendosi ai seguaci di Gesù che abitavano a Filippi, città della Macedonia – scrivono: “Paolo e Timoteo, servi di Gesù Cristo, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi” (Lettera ai Filippesi 1:1). Tutti i credenti in Gesù erano santi, dunque. Ma cosa significa “santo”? E’ il caso, anzitutto, di definire la parola con il suo significato biblico.
“Santo” è la traduzione italiana del termine ebraico “qòdesh”, che denota qualcosa di separato, esclusivo o riservato a Dio; indica la condizione di chi o di ciò che è messo da parte per il servizio di Dio. Nella parte greca delle Scritture il termine corrispondente che viene impiegato è “hàghios”, che pure denota la stessa idea di separazione.
La Bibbia riferisce la parola santo a una serie di soggetti: luoghi (Esodo 3:5), il tempio (Secondo Libro delle Cronache 8:11), Gerusalemme (Geremia 4:17), il cortile dei sacerdoti (Ezechiele 42:14), offerte e sacrifici (Levitico 21:22), il bottino (Giosuè 6:19), sacerdoti (Numeri 6:20), la nazione di Israele (Geremia 2:3), il sabato (Esodo 16:23), il giubileo (Levitico 25:12), Dio e ciò che gli appartiene (Amos 2:7), tutti i fedeli credenti (Prima Lettera di Pietro 1:16; Levitico 11:44). Santo è dunque qualsiasi oggetto o persona riservata al servizio di Dio, appartata per lui.
Per il credente fedele la differenza non è tra bene e male, ma tra bene e santità. Di persone ritenute “buone” ce ne sono, persone dall’animo buono. La risposta che la Bibbia dà al male non è però il bene, ma il santo: “Santificatevi dunque e siate santi, perché io [Dio] sono santo” (Levitico 11:44).
E’ secondo questo concetto di santità o di essere appartati per Dio che Gesù pregò il Padre circa i suoi discepoli: “Io ti prego, non di toglierli dal mondo, ma di vigilare su di loro a causa del malvagio. Essi non fanno parte del mondo, come io non faccio parte del mondo. Santificali per mezzo della verità” (Vangelo di Giovanni 17:16,17a). E Paolo, sulla stessa riga, dice ai discepoli di Gesù che non devono uscire effettivamente dal mondo, ma devono rimanere appartati e non mischiarsi ad esso (Prima Lettera ai Corinti 5:9-11).
Come nacque allora la distorsione del concetto di santità? E come si iniziò a rendere culto ai “santi”?
Per circa trecento anni dalla nascita di Gesù non si fece alcuna distinzione tra seguaci di Cristo e seguaci di Cristo, tra seguaci santi e seguaci non santi. Né si invocò mai, in tutto quel periodo, un defunto. Le preghiere erano riservate solo a Dio nel nome di Gesù, come la Bibbia stessa richiede (Lettera ai Filippesi 4:6; Gv 14:6). Ma nel quarto secolo il cosiddetto “Cristianesimo” originale era già divenuto Cattolicesimo; molti pagani si convertirono in massa. Con Costantino (312 E.V.) i “cristiani” non furono più perseguitati. La loro religione divenne poi, con Teodosio, la religione dello Stato. Venne così a crearsi un fenomeno di conversione di massa in cui gli antichi pagani conservarono pressoché integralmente le loro tradizioni contrarie alla Parola di Dio. Proprio in quel periodo iniziò il culto dei santi che sostituì il politeismo pagano. Vennero anche adottate festività pagane: il 25 dicembre, da festa del dio sole divenne la natività di Gesù (che non nacque certo d’inverno); il 29 giugno, da festa pagana delle due divinità Quirino e Romolo (ritenuti protettori di Roma) divenne la festa dei “santi” Pietro e Paolo (presunti protettori della chiesa di Roma). I pagani erano soliti invocare nelle malattie Feronia od Esculapio; i cattolici sostituirono a questi i “santi” da invocare nelle malattie; man mano, secondo le epoche, furono introdotti: S. Andrea Avellino contro la apoplessia, S. Venanzio contro le cadute, S. Rita donatrice di prole, S. Pasquale Baylon capace di assicurare un marito a una zitella, eccetera. Nacquero così i santi tutelari o protettori che presero il posto delle corrispondenti divinità pagane. I pagani erano abituati ad avere un dio tutelare per ogni categoria di lavoratori; diventati “cristiani” non fecero altro che sostituire i loro dèi pagani con speciali “santi cristiani”. Anziché rivolgersi a Diana, protettrice dei cacciatori, si rivolsero a S. Uberto; anziché invocare Minerva, patrona della scienza e degli studi, si rivolsero a S. Caterina di Alessandria. Spesso si rasentò il ridicolo: Giovanni Battista, che andava vestito di rozza pelle di cammello, divenne patrono dei pellicciai; S. Bernardino da Siena, che scriveva il nome di Gesù su speciali tavolette e le diffondeva, divenne patrono dei pubblicitari; l’angelo Gabriele, che aveva portato l’annuncio di Dio a Maria futura madre di Gesù, divenne per volere di un papa il protettore dei postelegrafonici; S. Lucia divenne patrona degli orologiai; S. Cristoforo patrono degli automobilisti; S. Benedetto, dato che rimase tre anni in una grotta, divenne protettore degli speleologi.
Ancora oggi si continuano a creare nuovi “santi”. E, di nuovo, si sfiora il ridicolo: S. Chiara è stata eletta protettrice della televisione perché essendo a letto ammalata aveva avuto una visione di funzioni liturgiche che si celebravano a distanza; S. Giuseppe da Copertino, che cadeva in estasi e si sollevava dal suolo, divenne protettore dei paracadutisti. Ogni città ha il proprio protettore, che sostituì l’originario semidio pagano.
Secondo la Bibbia, nessuno ha l’autorità di elevare al rango di “santo” (a cui rendere culto), qualcuno. Nei primi secoli della nostra era, nessuno - nemmeno un papa (del resto, allora inesistente) – era autorizzato a canonizzare prima del tempo, il tempo futuro che spetta solo a Dio. Paolo scrisse: “A me, poi, pochissimo importa d’essere giudicato da voi o da un tribunale umano: anzi, non mi giudico neppure da me stesso. Poiché non ho coscienza di colpa alcuna; non per questo sono giustificato; ma colui che mi giudica è il Signore. Così, non giudicate nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore che metterà in luce le cose occulte delle tenebre e manifesterà i pensieri del cuore, e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (Prima Lettera ai Corinti 4:3-5).
Stefano, il discepolo di Gesù ucciso lapidato, non fu mai venerato dai discepoli di Gesù. La Bibbia dice: “Degli uomini timorati seppellirono Stefano, e fecero gran cordoglio per lui” (Atti degli Apostoli 8:2). Non vi è traccia di culto né che le sue reliquie venissero ricercate a scopo di venerazione, ma i cattolici – dato che Stefano morì a colpi di sassi – ne hanno fatto il protettore dei selciaiuoli.
Dove mai sta scritto nella Bibbia che i santi morti possono essere invocati nel bisogno o fungere da mediatori tra noi e Gesù o tra noi e Dio? Piuttosto, la Bibbia dice che vi è un solo mediatore: “C’è un solo Dio, e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (Prima Lettera a Timoteo 2:5).
La nostra analisi non può tralasciare la questione delle immagini e delle statue dei “santi" che vengono venerati. (Viene usata in ambito cattolico la parola “venerazione” per evitare la parola “adorazione”. Ma la domanda è: che differenza c’è mai tra prostrarsi davanti ad una statua “venerandola” anziché “adorandola”? In cosa differiscono i gesti tra venerazione e adorazione? Forse che, uccidendo una persona, non commettiamo assassinio se diciamo: “Io non ti uccido, ti sparo solo al cuore”?). Costruirsi una statua o una immagine, inchinarsi di fronte ad essa, “venerarla”, pregarla, costituisce una violazione del secondo comandamento, il secondo di quelli veri e originali contenuti nella Bibbia, al capitolo 20 di Esodo. (Nei decalogo cattolico il secondo comandamento è stato fatto sparire, smembrando poi il decimo in due per far tornare i conti). Ecco il secondo comandamento: “Non ti farai scultura alcuna né immagine […] Non ti prostrerai davanti a loro” (Esodo 20:4,5).
I profeti biblici derisero coloro che si costruivano una statua per porsi a pregare di fronte ad essa: “Quelli che fabbricano gli idoli sono gente da nulla. I loro dèi preziosi non servono a niente. Quelli che li adorano non vedono e non si rendono conto: perciò saranno coperti di vergogna. Chi fabbrica un idolo o fonde una statua si illude di averne un vantaggio. Quelli che li prendono sul serio saranno umiliati, perché gli idoli sono stati fatti da semplici uomini. Il falegname prende le misure, disegna l’immagine con il gesso, misura il pezzo con il compasso e lo lavora con lo scalpello. Gli dà una forma umana, una bella figura d’uomo, che metterà in casa. […] Usa una parte dell’albero per accendere il fuoco, e una parte per costruire un idolo. Mette la prima in un braciere per riscaldarsi e cuocere il pane; con l’altra invece fa la statua di un dio e la adora con grande rispetto. Con un po’ di legna fa il fuoco; arrostisce la carne, se la mangia ed è sazio. Poi si riscalda e dice: Che bel calduccio! Che bel fuocherello! Poi con il resto si costruisce un dio, il suo idolo, lo adora, si inchina e lo prega così: Tu sei il mio Dio, salvami! Questa gente è troppo stupida per capire cosa sta facendo: hanno gli occhi e l’intelligenza chiusi alla verità. Nessuno di loro riflette, nessuno ha il buon senso o l’intelligenza di dire: Ho bruciato metà di un albero; sulla brace ho cotto il pane e arrostito la carne che mangio. Dell’altra metà ho fatto un idolo inutile. Mi prostro davanti a un pezzo di legno! Il loro idolo non li può salvare, ma essi non riescono a pensare: E’ evidente che quello che ho in mano è un falso dio” (Isaia 44:9-20).


l'Espresso - 8.6.2006

Chiedere scusa



Gli errori commessi dalla Chiesa in passato e valutati tenendo conto dei tempi dovrebbero indurre alla stessa flessibilità nel considerare luci e ombre di altre religioni e culture

Quand'è che si chiede scusa? Quando abbiamo fatto qualcosa di sgarbato che però non riteniamo gravissimo, tanto che da un lato pretendiamo che l'offeso perdoni subito (tanto è vero che se continua fare l'offeso gli diciamo "quante storie, ho chiesto scusa, no?"), e dall'altro manifestiamo il desiderio di chiudere il contenzioso per poter continuare a rifare le stesse cose. Non si chiede scusa a qualcuno che si sta massacrando di botte, ma solo a chi si è urtato leggermente andando troppo di fretta. In tal senso dà un poco noia il vizio ormai universale per cui qualcuno chiede scusa per grandi eventi storici, genocidi, ingiustizie che gridano vendetta al cospetto di Dio. In casi così gravi non si chiede scusa: si ammette di aver sbagliato, e non si pretende che gli offesi debbano anche venire a lenire la nostra virtuosa sofferenza morale.

Nel suo recente discorso in Polonia Ratzinger sembra avere preso le distanze dalle molte volte in cui il suo predecessore ha chiesto scusa per qualcosa fatto in passato dalla Chiesa e/o dai cristiani. Uso 'e/o' perché su questa piccola differenza si gioca tutta la faccenda: il papa lascia capire che se i cristiani hanno fatto cose poco commendevoli ciò non significa che la Chiesa raccomandasse di farle; ma che (se l'avesse per caso raccomandato) bisogna pur tener conto dei tempi. E infatti aver giustificato la pena di morte prima di Beccaria è diverso che volerla ripristinare dopo.

Però, anche a voler considerare lo spirito dei tempi, ci sono cose difficili da mandare giù. Si veda 'Cristiani in armi. Da Sant'Agostino a Papa Wojtyla' di Maria Teresa Fumagalli, che percorre pratiche e teorie di una quindicina di secoli di cristianesimo, per mostrare documenti alla mano tutte le volte in cui padri e dottori della chiesa, teologi e santi, hanno giustificato o addirittura glorificato la guerra, definendo i moltissimi casi in cui era giusto ammazzare eretici, pagani, infedeli, indiani del Nuovo Mondo, e altre categorie di persone sgradevoli e/o pericolose. Sono duecento pagine di citazioni che partono da Lattanzio, attraverso Agostino, Ambrogio, Bernardo, Tommaso, Gregorio XIII (che benedice la notte di San Bartolomeo), Tommaso Moro e Campanella, non trascurando bellicosissimi protestanti e anglicani, sino a padre Gemelli o al 'Catechismo per gli adulti' composto nel 1991 dall'episcopato francese, dove si ricorda che "preferibile alla perdita dell'onore, la guerra è un dramma superiore".

Il catalogo è questo, e ci sarebbe di che chiedere scusa, anche se capisco Vittorio Messori che sul 'Corriere della Sera' del 26 maggio osservava che se si entra nella sindrome del chiedere scusa allora la Chiesa dovrebbe de-canonizzare molti dei suoi santi dei secoli passati, giunti agli altari proprio per aver praticato come virtù ciò che ora si riconosce come colpa. Solo che Messori usa un argomento di Montanelli, e Montanelli, sospetto, non voleva affatto denunciare un assurdo, che turba Messori, bensì segnalare con gaia e feroce malizia una conseguenza inevitabile.

Ad addolcire il catalogo sta piuttosto il fatto che Fumagalli mostra come a questa sequenza di sostenitori della guerra si intreccino agli sforzi appassionati di uomini di chiesa che hanno cercato di ingentilire i conflitti armati (ritenuti inevitabili) dettando regole tese a minimizzarne l'orrore, alla condanna di ogni 'guerra santa' da parte di Marsilio da Padova, agli appelli di Nicola Cusano che preconizzava una pace universale da raggiungere attraverso l'intesa tra le diverse religioni, sino ai pronunciamenti pontifici, da Benedetto XV a Giovanni XXII, contro la 'inutile strage'. Ma è proprio a causa di questa dialettica tra 'guerrafondai' e 'pacifici' che si dovrebbe rifiutare l'argomento che i tempi erano quello che erano. È stato possibile a molti andare contro la mentalità della propria epoca: accanto a San Bernardo che si sarebbe mangiato un musulmano a colazione e uno a cena c'era pur sempre San Francesco, e contemporanea di Oriana Fallaci è stata madre Teresa di Calcutta.

Però l'argomento dei tempi non è da buttar via del tutto. Anche se Fumagalli in conclusione vede queste contraddizioni legate ai nostri più profondi istinti di aggressività, io direi piuttosto che il messaggio evangelico, per trasformarsi in religione ufficiale, ha dovuto fare i conti col mondo in cui s'innestava, con gli usi e costumi feroci dell'Impero, e con la mistica guerriera dei popoli barbarici. Si è adattato, così come ha cristianizzato le festività pagane e ha offerto subito una pleiade di santi ai contadini pagani incapaci di abbandonare il loro confortante politeismo. Un conto è il messaggio cristiano e un conto la civiltà cristiana come fenomeno romano-barbarico.

Chiedere scusa per una cultura che molti considerano alle radici dell'Europa, e che ha fuso in modo indissolubile Vangelo e crociate? Piuttosto, direi, imparare da questa lezione a valutare con la stessa flessibilità luci ed ombre di altre religioni e altre culture. Questo sì che sarebbe un modo ragionevole di emendarsi.

Umberto Eco


http://www.filosofia.it/pagine/libri/vauchez.htm 

A. Vauchez. 

Santi, profeti e visionari. Il soprannaturale nel medioevo

Il Mulino, Bologna 2000

di Carlo Moggia

Era il 1924 quando uscì, per opera di M. Bloch, il volume pionieristico Les rois thaumaturges. Fu questa la prima indagine, condotta con metodologia rigorosa ed esatta, riguardante il “meraviglioso” ed il “soprannaturale” nel Medioevo. Prima di Bloch lo studio di tali fenomeni, sulla scorta delle dottrine positivistiche, fu condotto infatti all’insegna del folklorismo o dell’aneddotica. Effettivamente Bloch diede un impulso forte all’interpretazione del meraviglioso, secondo le categorie mentali e culturali dei secoli XI e XII: dopo di lui, anche grazie al “boom” degli studi sulla storia della mentalità e della religione popolare, in particolare dagli anni ’60 del secolo scorso, molteplici furono i lavori di rilievo inerenti tali tematiche. Un posto particolare meritano lo studio di J. Le Goff, Le merveilleux dans l’Occident médieval, pubblicato nel 1978 ed il volume di A. Vauchez, La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Age. Proprio quest’ultimo, sulla linea di continuità del primo volume, è l’autore di questo altro interessante saggio sul concetto di santità nel Medioevo.
L’autore, nella prima parte del volume delinea l’evoluzione del concetto di santità in Occidente. Egli basa la sua riflessione dimostrando dapprima come la santità non si discosti, fin dai primi secoli del Medioevo, dal concetto di potere: questa fu sentita, tanto in Oriente quanto in Occidente, come un potere, da parte di un uomo o di una donna, in grado di agire in favore di una comunità o di alcuni individui. Non a caso, come l’autore dimostra, le comunità stesse si rivolgono al santo, in genere un eremita, per ottenere la risoluzione dei conflitti sociali. Celebre è l’esempio degli abitanti di Sulmona, nell’Abruzzo, i quali durante l’inverno, organizzavano battute in montagna, per tenere aperta la via -ed il contatto- che conduceva a san Pietro da Morrone, l’eremita divenuto poi papa Celestino V. Non è neppure un caso che le città, sede di un santo, o presunto tale, durante il Medioevo, non rinuncino alle spoglie di esso, dopo la morte, per poter continuare, attraverso di esse a beneficiare della protezione divina.
Il potere è dunque nelle mani del santo, tramite privilegiato verso Dio: egli, come sottolineato da P. Brown, non è santo per se stesso, ma per gli altri. È per tale motivo che il culto dei Santi, in Occidente, ha avuto tanto successo. D’altronde ciò non deve stupire più di tanto se pensiamo che per il Cristianesimo, la divinizzazione dell’uomo tramite l’incarnazione di Dio in Cristo, rappresenta uno dei fondamenti di tale religione. La Chiesa si servì largamente del culto dei Santi e delle loro reliquie durante i primi secoli del Medioevo; come nel mondo rurale si necessitava, infatti, di un valido strumento, da affiancare alla pastorale, per eliminare le ultime credenze pagane ancora radicate nella popolazione, così in città si doveva convincere, in modo definitivo, che i vescovi rappresentassero i successori degli evergetes dell’antichità, in chiave non solo terrena, ma ultraterrena. Da qui lo sviluppo di culti popolari legati non solo a santi monaci, ma anche a laici, eremiti, anacoreti, ma soprattutto anche a nobili, re e principi. Numerosi sono i sovrani che in questo periodo (VIII-X secolo) assurgono ad odore di santità: nobili fondatori di chiese ed abbazie, fino a personaggi del calibro di Stefano d’Ungheria e Olaf di Norvegia, cristianizzatori di interi popoli. Intorno al Mille il modello occidentale di santità, contrariamente ai secoli precedenti, si è orientato sulla sacralizzazione dei natali, sulla ricchezza e sulla nobiltà, in particolare dell’aristocrazia, progressivamente più attiva all’interno della Chiesa e del quadro del monachesimo riformatore.
La situazione si modificò a partire dall’XI secolo, in concomitanza con la cosiddetta “Riforma Gregoriana”: la necessità di porre un freno alla “laicizzazione” delle strutture ecclesiastiche e all’ingerenza della aristocrazia sulla nomina del clero secolare e regolare, spinse le gerarchie della Chiesa ad un controllo più efficace sul culto dei santi. Vauchez dimostra come tra 1170 e 1234 fu progressivamente istituita la riserva pontificia sulle procedure di canonizzazione: in poche parole solo il papa, in ultimo, poteva decidere la santità di un personaggio e autorizzare ufficialmente il suo culto.
Si capisce come tale provvedimento rappresentasse per la Chiesa un efficace mezzo di controllo e selezione sociale, nonché politico, poiché la canonizzazione di questo o quel santo diventava strumento di azione politica: nel promuovere determinate prassi liturgiche o pastorali, o, di contro, nel combattere pericolosi focolai di eresia (si pensi ai Catari in Francia). Per i pontefici, in questo periodo, è essenziale non tanto il miracolo (che il papa avrebbe approvato solo se avvenuti post mortem), quanto che il presunto santo risponda alle necessità della Chiesa e alle sue istanze ortodosse. Questo spiega la rapidità con la quale furono canonizzati i fondatori degli Ordini Mendicanti di spicco -san Francesco e san Domenico- , che unitamente all’ideale di povertà associavano lo zelo apostolico e una sottomissione all’istituzione ecclesiale.
Nella seconda parte del libro l’autore analizza le tipologie e la natura del miracolo nei secoli centrali del Medioevo, dimostrando la predominanza di quelli legati alla guarigione. Si può così scoprire, mettendo al servizio le fonti agiografiche allo studio della società del tempo, l’incidenza di determinate malattie o le realtà economiche e sociali. Lo storico francese P.A. Sigal, studiando la Francia nei secoli XI e XII, ha constatato che i paralitici rappresentano un terzo dei miracolati totali; di seguito vi sono i ciechi (17%), i sordomuti (11%) e i malati di mente (8%): la maggioranza dei miracolati appartenevano alle classi popolari e meno agiate. Secondo Vauchez il compito dello storico di fronte a questi dati deve incentrarsi non sulla veridicità o meno dei miracoli, ma sullo studio della mentalità e del rapporto miracolo-fedele. Vale a dire che cosa rappresentasse e che cosa si intendesse per gli uomini di allora con la malattia e con il concetto di guarigione. Compito non facile, poiché spesso malattia e guarigione assumevano in sé un significato religioso: la guarigione non era solamente corporea o fisica, visto che il male era considerato alla stregua di un attacco diabolico all’anima. Si richiedeva quindi una terapia non solo medica, ma miracolistica, sacra, delegata ai santi. Da qui si capiscono i raduni collettivi sulla tomba di questi, causa di miracoli “a valanga” o la fortuna dei pellegrinaggi verso i santuari o le chiese depositarie di reliquie. Ma quale fu l’atteggiamento della Chiesa di fronte a tale ondata di miracoli, crescenti dall’XI secolo in poi? Sostanzialmente oscillante, secondo Vauchez. Da un lato si scorgeva il pericolo, per il cristianesimo, a causa delle clamorose guarigioni miracolose, di cadere verso una religione materialistica e “magica”, dall’altro il ricorso ad esse garantiva un prezioso strumento di aiuto ogniqualvolta gli interessi della Chiesa fossero messi in gioco. Nel corso del XIII secolo la teologia delimitò il campo del miracolo alla sfera dell’intervento improvviso e non richiesto di Dio. Parallelamente il papato, nell’ambito del progetto di asservimento e controllo del miracolo alla Chiesa di Roma, tentò di sottrarlo alla sfera del magico e del superstizioso. Si istituì, dunque, come si accennava prima, la validità dei miracoli post mortem, in particolare di quelli sacramentali. Lo stesso Concilio Laterano IV (1215) aveva posto l’attenzione sull’importanza della trasformazione Eucaristica del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Proprio in questo periodo cominciano a diffondersi i culti legati a questi miracoli: Bolsena nel 1264 o il miracolo di Billetes a Parigi alla fine del secolo, o Fécamp e Bruges.
Dopo aver analizzato l’evoluzione di alcuni culti legati a santi particolari, come quelli di nobili e laici o di figure celebri nella santità tardomedievale (Santa Brigida di Svezia, Maria d’Oignes), nelle loro molteplici relazioni con la società ed il potere politico del tempo (scopriamo per esempio come il culto e l’agiografia legata alla santa svedese fossero poco circolati, anzi fossero stati addirittura osteggiati dal clero, nella Francia del XIV secolo, a causa della posizione fedele all’osservanza romana, in contrasto con le posizioni filo-avignoniste della curia francese, o come la canonizzazione e l’opera agiografica di Maria d’Oignies, redatta da Gicomo di Vitry, mirasse a combattere l’espansione dell’eresia catara in Francia), l’autore, nell’ultimo capitolo (potere soprannaturale e poteri istituzionali nel medioevo, pp. 251-263) traccia un bilancio, nocciolo del volume, sulla concezione del soprannaturale nel Medioevo. Il più deciso controllo dei fenomeni soprannaturali, come i miracoli, rivela, innegabilmente, a mio avviso, uno stacco tra pratiche istituzionali ed ortodosse e il vissuto religioso, concreto, della massa dei fedeli, la quale aldilà delle normative e dell’azione pastorale del clero, conservava una propria concezione del sacro, fatta di miracoli e prodigi, nella quale il posto dei santi, fossero essi clerici o laici, mediatori diretti con Dio, occupava un posto insostituibile. Come sostenuto da Max Weber il soprannaturale legato alla sfera dei santi si identificava con il potere carismatico. Si pone, secondo il sociologo tedesco, una distinzione di forma tra sacerdote e profeta/santo: il primo, che è posto al servizio di una tradizione sacra, dispensa i suoi beni di salvezza (i sacramenti) in virtù del suo ufficio; il secondo in virtù di un potere trascendente ed autonomo, di carattere divino, non mediato dalla istituzione Chiesa. Vi è quindi opposizione tra uomo di Chiesa e uomo di Dio, in genere un laico. Questa opposizione si ritrova già nella Bibbia, e rimane un fattore caratterizzante dell’universo giudaico-cristiano e del Medioevo. Fin dall’altomedioevo la Chiesa si preoccupò di reintegrare la santità e le sue manifestazioni eclatanti all’interno dell’istituzione: vi era la necessità di non fornire ai dissidenti o agli eretici una pericolosa arma contro la Chiesa stessa. In quest’ottica debbono essere considerate le normative, da Gregorio VII in poi, inerenti alla cura d’anime ed al comportamento del clero secolare. Il quarto Concilio lateranense, convocato da Innocenzo III nel 1215, fu in questo senso un esempio perfetto. Le normative che estendevano l’obbligo ai laici di praticare la confessione (unitamente alle altre disposizioni in materia di cura d’anime) presso il “proprio sacerdote” miravano a fare del sacerdote il mediatore privilegiato -e unico- tra Dio e il fedele.
Nei secoli tardi del Medioevo e nella prima età Moderna, invece, si assiste ad una progressiva formalizzazione ed istituzionalizzazione dei fenomeni “carismatici” e soprannaturali. A causa di ciò si inaspriscono i rapporti tra potere istituzionale e potere informale. Nel ‘400 con la pretesa da parte della Chiesa di una assoluta sottomissione dell’irrazionale e del soprannaturale al credo ortodosso, si cancellavano le istanze della vox populi, ancora fortemente legata alle forme di devozione spontanea e popolare che assicurava una risposta immediata alle problematiche della vita quotidiana (malattie, conflitti, povertà). Il tentativo di avvicinare la sfera del soprannaturale alle strutture ecclesiastiche, compiuto in maniera poderosa, dal XIII secolo in avanti, non era riuscito. La Chiesa non seppe o non volle, per autoconservazione, colmare la distanza con il fedele. Continuava ad esercitarsi quella “spaccatura”, teorizzata da M. Weber, tra l’istituzione ed il vissuto religioso. Le persecuzioni nei confronti del “sapere empirico” delle donne, chiamata comunemente stregoneria, o nei confronti di personaggi del calibro di Giovanna d’Arco o Savonarola, dichiaratosi contro la corruzione della Chiesa, stanno a dimostrarlo.


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L' Idolatria

 


Duemila anni fa Gesù Cristo lasciò la Chiesa e la Legge di Dio agli Apostoli. Essi osservarono tutti i Comandamenti, come hanno documentato.
E il popolo di Dio si rifugiava in Lui, implorava il suo nome e pregava solo il suo Dio.
Il tempo, poi, ha abbuiato la Legge ed i profeti, promulgando per ‘legge’ la tradizione in luogo della inviolabile Parola di Dio.
Gesù aveva condannato e gli Apostoli non sapevano nulla di tutto questo: e quel Cristianesimo subì la ferita mortale.
Il mondo non si è accorto del tutto delle menzogne a cui ha creduto, come il profeta ci ricorda: “…‘I nostri padri non hanno ereditato che menzogne, vanità, e cose che non giovano a nulla’” (Ger 16:19).
Il grande messaggio di Cristo, il Regno di Dio che deve venire, è stato definito ‘falso’ e perfino ‘perverso’ da certo Cristianesimo, mentre insiste nelle sue proprie vane e molteplici dottrine.
Ai nostri giorni, in spregio ai Comandamenti di Dio, ci si carica sulle spalle un simulacro di legno, di gesso, di pietra, di metallo fuso, adornati di vesti splendenti, e si crede di ottenere miracoli, rivolgendo preghiere alla polvere della terra…, anziché a Dio.
Se Pietro potesse vedere queste amenità ne rimarrebbe allibito e Paolo si straccerebbe ancora le vesti (At 14:14).
Ma quando le tremende calamità di cui Gesù Cristo ci informa: “E se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe…” (Mt 24:22) si avvereranno, allora si conoscerà che l’ira di Dio punirà questa umanità disubbidiente e spregevole, e i primi segni sono già visibili.
Allora getteranno via gli idoli (Is 2:20) e rivolgeranno lo sguardo al solo Dio Onnipotente.
Povera umanità, quanto disubbidiente a Dio sei diventata e quanta idiozia ti sei inventata!

NON AVERE ALTRI DÈI

http://www.missione-popolare-libera.it/letteratura/frank_sfida_teologia/23_non_avere_dei.htm  

Interi capitoli della Sacra Scrittura sono stati dedicati a questo tema. Fin dai tempi più remoti, l’uomo creato da Dio si é fatto propri dèi, ha adorato il sole, la luna e le stelle e molte altre cose ancora. Però solo Dio è degno di essere adorato, perché tutte le cose sono state create per mezzo di Lui, in Lui e in vista di Lui. Ogni persona, ogni oggetto, tutto ciò che viene adorato all’infuori di Lui è per Lui un’abominazione. Chi non dà onore a Dio solo, ma a qualche altro oggetto, è decaduto da Lui e non ha relazione né comunione con Lui, ma è vittima di un inganno religioso.

Sul monte Sinai, Dio il Signore comandò: “Io sono il Signore, il tuo Dio…Non avere altri dèi oltre a me” (Es. 20:2-3).

Egli però non termina qui, ma il Suo comandamento va ben oltre e comprende anche tutte le immagini, statue e icone fabbricate, ecc. che vengono venerate nelle religioni e nelle diverse culture. Così dice il signore: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti” (Es. 20:4-6). Coloro che fabbricano le sculture per l’adorazione vengono considerati da Dio al pari di quanti Lo odiano. Si rendono colpevoli e le conseguenze vanno fino alla terza e quarta generazione.

Così dice il signore
: “Non fatevi altri dèi accanto a me; non vi fate dèi d’argento, né dèi d’oro!” (Es. 20:23). Tramite Mosè e i profeti, Dio ha continuamente messo in guardia il Suo popolo dal fabbricare sculture e immagini che sono, in ultima analisi, degli idoli: “Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture…” (Deut. 26:1). Così dice il signore: “Maledetto l’uomo che fa un’immagine scolpita o di metallo fuso, cosa abominevole per il Signore, opera di un artigiano, e la pone in luogo occulto!”(Deut. 27:15).La Parola di Dio rimane valida per sempre, anche se le persone fanno il segno della croce davanti a sculture o immagini, supponendo di poter così benedire sé stesse. Però Dio solo può benedire e soltanto coloro che non trasgrediscono in tal modo la Sua Parola.

Poiché Dio ha previsto tutte le possibilità di fabbricare sculture e immagini, le citò nei dettagli. Così Egli pronuncia il chiaro divieto che non deve essere fatta alcuna scultura, né la figura di un uomo né la figura di una donna: “…non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna” (Deut. 4:16). Ciò significa la rottura del Patto con Dio: “Guardatevi dal dimenticare il patto che il Signore, il vostro Dio, ha stabilito con voi e dal farvi una scultura che sia immagine di qualsiasi cosa che il Signore, il tuo Dio, ti ha proibita” (Deut. 4:23). Per questo motivo, il popolo d’Israele è stato cacciato sotto l’ira divina dalla Terra Promessa ed è stato sparso in mezzo a tutti i popoli, che poi si sono chiesti: “Perché il Signore ha trattato così questo paese?”.  La risposta è chiara ed inequivocabile: “Perché hanno abbandonato il patto del Signore, Dio dei loro padri: il patto che egli stabilì con loro quando li fece uscire dal paese d’Egitto; perché sono andati a servire altri dèi e si sono prostrati davanti a loro…” (Deut. 29:24-28).

La Chiesa del Nuovo Testamento non ha fatto la stessa cosa? Non ha infranto il Nuovo Patto? Con l’invenzione e la formazione di una Trinità, di un Dio uno e trino, non è apostata dall’unico Dio?  Ciò non continuò con Maria, Pietro e i molti santi che vengono invocati? Dio disse: “Io sono l’Eterno, il vostro Santo, il creatore d’Israele, il vostro re” (Is. 43:15). Il popolo di Dio conosce soltanto un Santo degno di essere adorato, e viene santificato da Lui. Il Cristianesimo popolare e le sue pratiche di canonizzazione e di beatificazione dei morti — entrambe assolutamente non bibliche — non sfociò nella totale apostasia da Dio?

Chi insegna che il Padre è la prima Persona di Dio, il Figlio la seconda e lo Spirito Santo la terza, in realtà non ha più un solo e unico Dio, anche se si pretende che i tre siano poi un solo Dio. Ancora oggi è così: 1 + 1 = 2 + 1 = 3.Se si pensa che a questa entità trinitaria di Dio segue ancora tutta una schiera di santi e di patroni per i quali sono stati attribuiti dei giorni del calendario in cui si festeggia l’onomastico, non si riesce a capire perché questi seri ammonimenti non siano stati presi in considerazione. In prima linea sta l’adorazione di Maria che supera ogni limite. Il piede della statua di Pietro nella Basilica di S. Pietro viene quotidianamente baciato da innumerevoli pellegrini provenienti da tutto il mondo. Riflettiamo su quante statue e immagini, icone e altari di innumerevoli santi cattolici e ortodossi vengono fabbricati nel mondo intero davanti ai quali la gente si inginocchia e si fa il segno della croce, li invoca, li bacia, li venera, li adora e accende candele! Il Papa che, alla sua entrata in carica, si è consacrato totalmente a Maria, porta in giro sul suo «bastone di pastore» un Cristo fatto da mano d’uomo. È un Cristo morto, che non può né camminare, né vedere e neanche udire — che non può fare proprio nulla, ma con cui viene fatto tutto ciò che si vuole a proprio piacimento. Una simile adorazione è estranea per la vera Chiesa di Gesù Cristo, è totalmente diretta contro Dio e, secondo il giudizio della Sacra Scrittura, viene equiparata al culto pagano degli idoli. Si pensi solo al culto degli dèi nell’Induismo, nel Buddismo e nelle religioni che rendono il loro culto alla natura su tutti i continenti.

Chi crede alla Parola di Dio dovrebbe di conseguenza riconoscere che, per mezzo della venerazione, l’adorazione di santi, i comandamenti divini vengono chiaramente ignorati e trasgrediti. Con la predicazione, i riformatori hanno riportato al centro la validità della Parola di Dio e hanno fatto piazza pulita del culto di statue e immagini, del commercio delle indulgenze e di ogni culto idolatra. Entrambe le cose non sono conciliabili, perché la Parola di Dio è contraria a tutto ciò, e la pratica deve combaciare con quel che si predica. Anche se nessun altro osa dirlo, tuttavia deve echeggiare la voce di un predicatore, di uno che grida, di uno che prepara la via, e che avvenga qui: un vero culto reso a Dio è solo là dove Lui solo viene adorato in Spirito e in Verità nel Nome di Gesù Cristo!  Là dove vengono invocati e adorati Maria, Pietro e una folla di santi proclamati dagli uomini, si tratta secondo la Sacra Scrittura della divinizzazione di persone, dunque di idolatria.

Ogni crocifisso e tutte le immagini appartengono alle relative Chiese, ma non hanno nessun posto nella vera Chiesa di Cristo. Non vanno messi in edifici pubblici come scuole, tribunali, aule parlamentari, ecc. Il crocifisso non risale al Cristianesimo primitivo, ma soltanto al V secolo dopo Cristo! La vera Chiesa di Gesù Cristo non conosceva e non conosce un tale simbolo.

Il Cristo risuscitato e vivente non consiste in materiali morti, Egli non è presente corporalmente nell’ostia, neanche se consacrata e conservata nel «tabernacolo». Egli è andato corporalmente in cielo ed è alla destra della Maestà di Dio. Non avviene nessuna transustanziazione, né tramite scampanellate né tramite la consacrazione praticata. Ogni prete sa benissimo che, dopo la consacrazione, l’ostia e il vino sono rimasti come erano prima. Dove sta scritto che Cristo deve essere continuamente sacrificato? Certamente non nella Sacra Bibbia! Attuando una simile pratica si conferma soltanto di non aver accettato l’unica offerta. Anche su questo punto, la Sacra Scrittura dà informazioni molto precise: “In virtù di questa «volontà» noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre. …Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 10:10-14). Colui che legge Ebrei, capitolo 9, e altri passi della Sacra Scrittura, conoscerà appieno l’opera di redenzione compiuta una volta per sempre. Cristo è entrato nel Luogo santissimo col Suo proprio sangue e l’ha presentato lassù sul trono della grazia adempiendo così la redenzione eterna: “Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più Perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna” (Ebrei 9:11-12). In virtù della redenzione operata, i redenti diventano una nuova creatura in Cristo: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2 Cor. 5:17). Nella Santa Cena, ossia la Comunione, il pane e il vino rappresentano il corpo e il sangue di Cristo. Come la cena pasquale fu ordinata nell’Antico Testamento quale ricordanza dell’esodo (Esodo, cap. 12), così celebriamo la Santa Cena in memoria  delle sofferenze e della morte di Cristo, finché egli venga, come sta scritto in 1 Corinzi 11:23-26: “Poiché ho ricevuto dal Signore quello che anche v’ho trasmesso; cioè, che il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane; e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga”.

Cristo non è più il bambino nella mangiatoia, non è al petto o nelle braccia di Maria, non è appeso alla croce, non giace più nella tomba; Egli è vittoriosamente risuscitato ed esclama maestosamente: “Ogni potestà m’è stata data in cielo e sulla terra…” (Mat. 28:18). Egli è stato elevato in cielo e ritornerà con potenza e gloria. Tutte le immagini di Cristo, di Maria e degli altri santi non hanno nulla in comune né con il Cristianesimo primitivo né con il culto biblico, ossia con un qualsiasi servizio religioso biblico.  Sono tipicamente per le relative Chiese. Nella vera Chiesa di Gesù Cristo non c’è posto né per reliquie, né per «abiti sacri» né per qualsiasi altro oggetto «consacrato». Non a un luogo, né a un’immagine fabbricata da mano d’uomo, ma soltanto al Dio vivente appartiene l’adorazione per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto” (Mat. 4:10; Deut. 6:13).

Per quanto tempo ancora il Dio santo, che definisce Sé stesso geloso, starà a guardare come nel mondo intero, grandi masse, sia all’aperto sia in edifici sacri, e soprattutto nei luoghi di pellegrinaggio, si inginocchiano davanti ad immagini? Quando recitano le loro presunte «preghiere», non parlano affatto con Dio, Colui che è l’unico ad essere onnipresente e ad esaudire preghiere. In ogni caso, i «santi» morti non sanno di essere invocati; neanche Maria, ella è in paradiso e non può udire preghiere, ancor meno esaudirle. Le presunte «apparizioni di Maria», riguardo alle quali non c’è neanche una sola promessa nella Sacra Scrittura, non possono dunque accadere, neanche a Fatima.

Del resto la Sacra Bibbia non conosce affatto la comunione con i morti e la preghiera per i defunti. La loro invocazione è assolutamente non biblica. La Sacra Scrittura parla solo della comunione dei viventi, ossia di coloro che sono stati santificati in Cristo, come risulta chiaramente dalle lettere degli apostoli: “…ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi…” (1 Cor. 1:2; 2 Cor. 1:1; Ef. 1:1 e altri). L’apostolo Paolo scrive: “Salutate ognuno dei santi in Cristo Gesù. …Tutti i santi vi salutano…” (Fil. 4:21-22). La comunione con i morti e l’invocazione dei defunti non sono occultismo e spiritismo? Benché tutto ciò abbia una forma solenne ed elegante, confrontandolo con la Sacra Bibbia, è evidente che si tratta di un inganno religioso. Le persone sacrificano molto tempo e denaro, si affaticano grandemente e a modo loro sono sinceri. Però affinché tutti lo sappiano per sempre: l’adorazione dei santi in tutte le religioni non è «fede», perché se lo fosse, sarebbe in armonia con Dio e con la Parola di Dio, ma è un’antichissima superstizione!

A questo sviluppo seguì la grande apostasia dal Cristianesimo primitivo per il paganesimo, il distacco dall’UNICO vero Dio per scivolare nel mondo pagano dei molti dèi. Sono accadute cose tremende e l’umanità viene illusa solennemente con «termini specializzati». Già in Israele, allontanarsi dall’unico vero Dio verso altri dèi significava «apostatare» da Lui e «caduta libera» nell’idolatria. Così dice il Signore: Le loro azioni non permettono di tornare al loro Dio; perché lo spirito di prostituzione è in loro, e non conoscono il Signore” (Osea 5:4). In base a simili dichiarazioni della Sacra Scrittura, le persone che hanno lo spirito di prostituzione, di idolatria, e si ostinano in esso, non possono tornare a Dio se non sperimentano una reale conversione a Lui. Paolo esclama: “Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria. …Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demonî; voi non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demonî” (1 Cor. 10:14-22). L’apostolo associa il culto degli idoli a quello dei demonî. Dunque possiamo partecipare o alla mensa del Signore o alla mensa dei demonî. Evidentemente, il nemico ha sedotto tutti coloro che stanno sotto la sua influenza e li ha condotti nelle molteplici idolatrie.

Ogni persona che riflette a questo proposito deve ammettere che tutte le statue, tutte le immagini, tutte le icone, ecc., d’oro o d’argento, hanno orecchi e non odono, hanno bocca e non parlano, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano (Salmo 115:1-8; Is. 44:12-20 e altri). Sono oggetti morti che debbono essere portati o posti su un piedistallo. Non rappresentano l’Iddio vivente, Colui che invece ci porta, e non hanno alcuna relazione con Lui. L’apostolo Giovanni ci mise insistentemente in guardia parlando dell’Iddio vivente che si è rivelato nel Figlio, Colui che è la Vita eterna: “Figlioli, guardatevi dagl’idoli” (1 Giov. 5:20-21).

In molti Paesi del mondo ci sono luoghi di pellegrinaggio. In Europa gli uni vanno in pellegrinaggio a Torino, per vedere la presunta «Sacra sindone», nonostante i numerosi test indipendenti in Svizzera, in Inghilterra e negli USA, certificano che questo lenzuolo proviene dal XVI secolo. Altri venerano il reliquiario con la cosiddetta «tunica di Cristo» a Treviri (Germania). Altri si recano a Lourdes, altri ancora a Fatima, molti a Czestochowa (Polonia), ecc. Il numero delle persone che annualmente si recano nei più importanti luoghi di pellegrinaggio è rispettivamente il seguente: 6 milioni a Guadalupe, Messico; 5 milioni a Lourdes, Francia; 4 milioni a Fatima, Portogallo; 3,5 milioni a Loreto, Italia, ecc. E da nessuno di questi pellegrini abbiamo sentito dire che abbia trovato e sperimentato Gesù. È il costernante bilancio del camminare su una via ingannevole.

Dal tempo della Riforma sono stati scritti molti articoli sul significato delle reliquie. Riguardo alla venerazione delle reliquie, Lutero disse: «La Parola di Dio è la Reliquia al disopra di tutte le reliquie, sì, l’unica che noi Cristiani conosciamo e abbiamo. Perché, anche se avessimo le ossa di tutti i santi o gli abiti sacri o consacrati, con ciò non saremmo aiutati per nulla, poiché tutto questo è cosa morta che non può santificare nessuno. Ma la Parola di Dio è il Tesoro che santifica tutte le cose, tramite la Quale tutti i santi sono santificati». Il teologo luterano e membro del consiglio di Chiesa Karl-Hermann Kandler aggiunge: «La nostra fede non  è legata a reliquie, ai “resti” di santi. La loro venerazione e i pellegrinaggi verso i luoghi santi non fortificano la fede, perché — così dice Lutero — ‹in tutto ciò sono state trovate bugie pubbliche e opera da stolti, in più non sono stati né ordinati né consigliati, perché sono delle cose non necessarie e inutili›, non possono ‹produrre alcuna assoluzione o perdono dei peccati› dice Lutero» (Idea–Spektrum N° 17, 1996).

Nel tempo più recente tuttavia, lo «spirito di riconciliazione» è potentemente all’opera, però non di riconciliazione con Dio e con la Sua Parola per mezzo di Gesù Cristo, il nostro Signore, ma lo spirito ecumenico che anima molti anche in mezzo ai Protestanti.

Nel 1996 ebbe luogo perfino un «pellegrinaggio» alla «tunica di Cristo» a Treviri con la partecipazione del presidente della Chiesa Evangelica del Rheinland, Peter Beier. Secondo la storia leggendaria, la novantenne madre di Costantino, Elena, nel 329 avrebbe portato personalmente a Treviri la «tunica senza cuciture di Cristo». Però fu soltanto nel 1512 che questa «tunica» venne esposta per la prima volta. Sotto il nome «tunica di Cristo», ci sono più di venti reliquie in diversi luoghi.

In Idea-Spektrum sta ancora scritto: «Il riformatore chiamava questo pellegrinaggio una ‹nuova truffa› e una ‹particolare e magistrale truffa con la tunica del nostro Signore›. Ancora nella sua ultima predicazione nel 1546 a Eisleben entrò nel soggetto della reliquia: ‹A Treviri c’è la tunica del nostro Signore. Va’ lì, consuma il tuo denaro e compra indulgenze al mercato delle pulci del Papa›».

Ogni credente biblico deve esclamare con grande dolore: «O mio Dio, cosa ha a che fare con Te tutto quello che viene venerato in tutto il mondo come luoghi sacri, reliquie, statue, immagini, icone, ecc.?». Cosa hanno in comune gli oggetti morti del culto con l’Iddio vivente? Chi cerca Dio Lo può trovare solamente in Cristo. A questo scopo, non c’è bisogno di alcun luogo particolare né di alcuna immagine — questi sono gli ostacoli veri e propri che debbono essere rimossi. Riferendosi ai luoghi di pellegrinaggio, il Signore stesso disse già nell’Antico Testamento: “Cercatemi e vivrete! Non cercate Bethel, non andate a Ghilgal, non vi recate fino a Beer-Sceba” (Amos 5:4-5).


 

 

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