FISICA/MENTE

 

RELATIVISMO DI PAPA, ASSOLUTISMO DI CHIESA. INTERVISTA A DANIELE GARRONE


33437. ROMA-ADISTA. Intervenendo su la Repubblica a proposito delle parole pronunciate dal papa nel corso del recente viaggio in Polonia, Umberto Galimberti ha così concluso il suo articolo: "Plaudo quindi alle aperture ‘di fatto' relativistiche del pontefice, e mi auguro che trovino presto una legittimazione teorica, se non altro per coerenza".
Secondo Galimberti, infatti, Benedetto XVI, nel tentativo di attenuare i celebri mea culpa di Giovanni Paolo II sulla storia della Chiesa, non avrebbe fatto altro che utilizzare "l'argomento cardine del relativismo che è la ‘pre-comprensione'". Il passaggio fondamentale a partire dal quale Galimberti sviluppa il suo ragionamento è tratto dal discorso pronunciato da Razinger nel corso di un incontro con il clero nella cattedrale di Varsavia svoltosi il 25/5, primo giorno del viaggio: "Conviene guardarsi", aveva detto il papa, "dalla pretesa di impalcarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi, in altre circostanze. Occorre umiltà nel negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti pre-comprensioni di allora".
Scrive Galimberti: "La ‘pre-comprensione', a cui Hans Georg Gadamer, il padre dell'ermeneutica, ha dedicato pagine illuminanti in Verità e metodo, è quel pre-giudizio (in tedesco Vor-urteil) che condiziona ogni giudizio (Urteil) formulato dagli uomini a partire dalla loro educazione, dalla loro cultura, dalla loro storia, dalla loro epoca. Questi condizionamenti sono inevitabili, per cui ogni giudizio è ineluttabilmente pre-giudicato, con la conseguenza che non si dà una verità assoluta, ma solo interpretazioni, all'interno delle quali è possibile aprire un onesto e sincero dialogo". Per questo motivo - prosegue Galimberti - "introducendo il criterio della pre-comprensione per attenuare le colpe della Chiesa nella storia, il Papa ha così aperto la porta principale del relativismo che, come insegna l'ermeneutica e come a tutti risulta ovvio, confligge con la possibilità di sostenere una verità assoluta".


Su tali questioni Adista ha intervistato Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di Teologia di Roma, il quale si era già espresso con toni piuttosto critici commentando il discorso pronunciato da Benedetto XVI in occasione della visita ad Auschwitz (v. Adista 43/06). (emilio carnevali)

Domanda - Galimberti ha interpretato alcune parole del pontefice – quelle relative alla necessaria storicizzazione delle scelte passate della Chiesa - come una sorta di apertura al ‘relativismo', ovvero ad un approccio teoretico che è stato senza dubbio il principale oggetto di polemica della riflessione pubblica fin qui condotta da questo papa. Per quanto ‘provocatoria' possa essere stata l'affermazione di Galimberti, si può effettivamente parlare, in questo frangente, di una apertura/cedimento al ‘relativismo' da parte di Ratzinger?

Risposta - No. Ritengo che non ci sia da sperare in nessuna apertura. D'altra parte sono convinto da sempre che molte delle posizioni sostenute dal papa e dalla gerarchia cattolica come ‘assolute' siano in realtà esattamente ‘relative'. Per esempio, tutto il discorso che stanno facendo in questi giorni sui Pacs e sulla famiglia è costituito da verità ‘relative'. Non discuto che soggettivamente qualcuno vi possa aderire; tuttavia non è possibile confondere quelle che sono opzioni - pur rispettabilissime, ma pur sempre opzioni e, in quanto tali, relative - con attestazioni universalistiche dotate di pretesa di assolutezza, di un fondamento indiscutibile.

D - Eppure, secondo le gerarchie, determinate norme di carattere pratico-morale sarebbero direttamente ricavate dall'ordine della creazione. La morale appare "ge-neticamente" fondata sulla verità dell'essere. Come è possibile tenere insieme tale concezione e quella della relativizzazione del comportamento della Chiesa nella storia?

R - Secondo me è difficile tenere assieme queste due cose. Infatti più che di relativismo parlerei di apologetica, perché - seguendo il ragionamento di Ratzinger - tutto viene relativizzato meno che la Chiesa. La Chiesa è assoluta anche nella storia, poiché alla fine del discorso la Chiesa non è mai indagabile storicamente.
Lo so anch'io che non si può indagare il ‘500 osservando quel periodo con le nostre categorie mentali. Se io - tanto per fare un esempio in casa mia - prendessi in considerazione Lutero e dicessi che Lutero ha sbagliato perché non ha capito quello che noi diciamo oggi dopo 50 anni di dibattito ebraico-cristiano, è evidente che la mia operazione sarebbe del tutto illegittima. Questo è banale, lo sa qualunque storico. Il problema è che noi dobbiamo collocarci in continuità oppure in dissonanza rispetto a delle scelte che sono state fatte nel passato. Non sta a noi giudicare, parlo per il passato remoto, le responsabilità morali e soggettive, ma a noi è rimesso il compito di prendere posizione e dire se ci manteniamo in un solco di continuità oppure no. Questo è il problema. E allora, quando io dico che l'antigiudai-smo è stato insegnato nella catechesi, con questo non voglio giudicare la coscienza di quei catechisti. Dico semplicemente: io che ho coscienza dell'antigiudaismo, devo mettere in discussione la continuità della catechesi. Invece, nella lettura della storia che fa la Chiesa cattolica, c'è un olismo organico e continuista sul piano del metadiscorso che si sottrae a queste segmentazioni della storia. Da ciò deriva che alla fine si può dire tutto e il contrario di tutto sostenendo che si è detto sempre la stessa cosa.
Un secolo fa i predecessori di Benedetto XVI condannavano la democrazia come una delle pesti più terribili; oggi sembra che la democrazia l'abbia inventata la gerarchia cattolica e che solo quest'ultima sia in grado di orientarla rettamente. A questo punto qualunque storico che si ponga come osservatore esterno non può che domandare alla Chiesa: come puoi avere questa visione organica delle magnifiche sorti e progressive della tua vicenda e poi tenere insieme esiti storici contrapposti? È questo il punto del discorso.

D - Mi pare di capire che secondo lei, attraverso la relativizzazione, la Chiesa vuole sostenere che non ha mai sbagliato nella storia e dunque affermare una pretesa di assolutezza…

R - Esattamente. E poi tutto questo discorso molto teorico si scontra con il fatto che - nel caso delle parole recentemente pronunciate dal papa sul nazismo - stiamo parlando della generazione scorsa. Non stiamo giudicando un'epoca lontana 1500 anni. Stiamo parlando della generazione di nostri padri e dei nostri nonni, ed in parte anche della nostra. È chiaro che la questione si complica ulteriormente. Personalmente mi colloco, non da oggi, molto di più sulla scia del discorso di Jaspers che anche Galimberti cita. Non si tratta di produrre una colpevolizzazione onnicomprensiva; è però ineludibile la consapevolezza del fatto che il fascismo e il nazismo hanno avuto un seguito popolare e hanno avuto un appoggio anche delle gerarchie ecclesiastiche. Prendiamo il caso della Germania: vogliamo porci il problema che il fior fiore della cultura accademica fu irretito dal nazismo? Oppure, dando per buona l'interpretazione del papa, vogliamo domandarci come mai quello che per certi versi era il meglio della nostra cultura si fece così facilmente irretire, abbindolare da una banda di criminali? Per rispondere a tali interrogativi o ricorriamo a spiegazioni metafisiche, per cui il nazismo in fondo viene tirato fuori dalla storia e interpretato come un intervento diabolico, oppure, molto più laicamente, dobbiamo analizzare tutti i comportamenti, le precomprensioni, le convenienze che hanno contribuito a dar vita a certi eventi storici per evitare che si ripresentino.
La storia ci aiuta a capire. Noi non siamo ‘antropologicamente' migliori dei nostri nonni o dei nostri padri. Analizzare quello che è successo ci aiuta dunque a capire noi stessi come creature umane immerse nella storia - nel fango e nel sangue della storia - e, come tali, fallibili. Ecco, l'approccio adottato da Ratzinger rischia di separare le cose umane da questa solidarietà con la carne e il sangue della storia, e dunque rischia di depotenziare le lezioni che la storia tramanda a proposito della fallibilità umana.


D - Molti hanno visto una discontinuità tra questo approccio di Ratzinger e quello precedentemente adottato da Wojtyla. Penso ad esempio a Messori che, dal suo punto di vista, ha plaudito il ‘mea culpa' pronunciato da Ratzinger per il ‘mea culpa' pronunciato da Wojtyla. Qual è la sua opinione riguardo a ciò?

R - Questa discontinuità l'ho notata anch'io. Ho in effetti pensato che Ratzinger, nel suo discorso ad Auschwitz, ha detto ancora meno di ciò che è scritto nel documento ‘Noi ricordiamo'. Già quel documento non mi era piaciuto perché mi sembrava non dicesse abbastanza. C'è sempre una reticenza a concepire la Chiesa nel processo storico: nel documento si parlava infatti dei ‘figli della Chiesa'. Avevo anche criticato questa idea del ‘chiedere perdono', perché non ha alcun senso che i pronipoti dei malfattori chiedano perdono ai pronipoti delle vittime. Il perdono ricade all'interno di una dinamica fra due persone le quali, a seguito di un processo molto sofferto, possono riconciliarsi oppure no. Invece questa purificazione della memoria attraverso un atto quasi liturgico non credo sia realmente autentica né utile a risolvere i problemi. Chi è morto è morto. Quello che è fatto è fatto. La questione è di stabilire con quali continuità e con quali rotture noi ci rapportiamo al processo storico di cui ereditiamo il peso.
C'è poi un altro aspetto da tener presente per giudicare la reale portata delle parole pronunciate dal papa. Per Benedetto XVI e per molti esponenti del cattolicesimo gerarchico oggi è l'ora di una riscossa. Cioè è l'ora di ripresentare la Chiesa come maestra di umanità, come la guida in grado di orientare correttamente tutte le scelte etiche, di purificare tutte le memorie, di riconciliare tutti. Sullo sfondo una visione molto pessimistica dell'umanità in preda al relativismo, alle opinioni, agli atti contro-natura, all'egoismo più sfrenato. In un quadro così desolato c'è solo una voce che ha una parola per tutti.
Da un certo punto di vista, dunque, capisco Messori. Avessi le opinioni di Messori, gongolerei come lui. Questa è l'ora della grande riscossa: non l'ora di pronunciare i mea culpa.
Inoltre questo sentimento di riscossa si coniuga con una cosa per me inaccettabile - identificandomi con una storia di sofferenze, sconfitte e irrisioni lunga 800 anni -: è la tesi dell' "attacco anticattolico", secondo la quale ci sarebbe un clima di persecuzione e di insofferenza verso la Chiesa cattolica. E questa tesi è sostenuta nonostante il papa non abbia mai avuto il successo che ha in questi ultimi decenni. Si pensi a cent'anni fa, quando il papa se ne stava mentalmente blindato in Vaticano, e tutto ciò che poteva fare era di dire: "io sono infallibile quindi voi sbagliate tutti". Oggi il papa va continuamente in mondovisione; come si leva una minima critica, chi ha osato pronunciarla viene colpito dal discredito generale. Non parliamo poi dell'Italia, Paese diviso tra gli atei devoti a destra e i chierichetti a sinistra…
Tutto ciò dà vita ad una paradossale sintesi tra il sentimento della riscossa ed il risentimento per l'ostracismo subito. 

(e.c.)



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