FISICA/MENTE

 

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Sindona, il banchiere mafioso di Dio, ed i suoi rapporti con il Vaticano

 

        Una delle pagine più oscure dell'Italia dei misteri e sulla quale - nonostante le tante inchieste della magistratura siciliana - poco o nulla è stato fatto per gettarvi un po' di luce, riguarda il viaggio di Michele Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, l'anno di svolta per Cosa nostra, l'anno in cui nasce e si ramifica una nuova forma di mafia, la stessa che, con ogni probabilità, ancora impera ai giorni nostri. Quante volte abbiamo sentito fare riferimento - soprattutto dai magistrati della procura di Palermo - al viaggio di Sindona in Sicilia? Ma chi è Michele Sindona? Originario di Patti (Messi- na), diventa nel corso degli anni Sessanta uno dei più aggressivi banchieri del mondo. Secondo Giulio Andreotti, addirittura "il salvatore della Lira". La sua abilità? Legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana (non solo dell'epoca): potere politico (demo- cristiano), Vaticano, massoneria e mafia. L'impero di Sindona (arriverà a controllare un numero incalcolabile di banche e società finanziarie e a controllare la metà dei titoli quotati a Piazza Affari) comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e l'accusa di bancarot- ta mossagli dal governo americano. Fuggito in Sicilia nel 1979, dove resterà per 75 giorni, per evitare l'arresto delle autorità d'oltreoceano, accusato di essere il mandante dell'omicidio Ambrosoli, il liquidatore di uno dei suoi istituti, ricompare negli Stati Uniti, inscenando un finto sequestro e con una   ferita   ad  una gamba. Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera (dove è guardato a vista giorno e notte), sorseggiando un caffè al cianuro. Suicidio od omicidio? Ma chi è stato veramente Michele Sindona? In Sicilia, in quella lontana estate, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio? Come mai, indagando proprio su Sindona, la magistratura, questa volta milanese, arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli? Che legame esiste tra i due misteriosi "suicidi" di Michele Sindona e Roberto Calvi? I segreti della mafia moderna, i misteri dei delitti politici degli anni Ottanta, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni Novanta nascono da qui. Dal mistero Sindona.

Nasce a Patti (Messina) in Sicilia, nel 1920.  Dopo aver fatto l'autotrasportatore, cominciò la sua carriera finanziaria aprendo a Milano uno studio di consulenza legale e fiscale esercitando la professione di avvocato dopo aver preso la laurea in giurisprudenza. Diventa a Milano nei primi anni Cinquanta, il commercialista più ricercato da industrie e società finanziarie, e lui stesso dopo una serie di favorevoli operazioni in borsa, cominciò a crearsi le basi della sua carriera. Nel decennio successivo crea a poco a poco un impero; ha amicizie influenti nella politica italiana e nella finanza vaticana. Ma anche appoggi negli Stati Uniti. Infatti gli viene consegnato di persona il premio dell' "uomo dell'anno 1973" dall'ambasciatore degli Usa a Roma, John Volpe, in considerazione della notevole rilevanza economica acquisita negli Stati Uniti dalle numerose società collegate al suo gruppo. Nel 1970 la Banca Rasini di Milano  (procuratore Luigi Berlusconi)  assume una quota di capitale di una finanziaria di Nassau, nelle Bahama, la Brittener Anstalt. Che ha rapporti nell'isola con la Cisalpina  Overseas Nassau Bank. Qui troviamo nel consiglio di amministrazione alcuni nomi che diventeranno presto famosi:  Calvi, Sindona, Gelli, e il cardinale Marcinkus della banca vaticana Ior. Famosi  per il crack dell'Ambrosiano, della Italcasse, famosi per la lista dei 500 esportatori di valuta, e famosi per la successiva lista dei 962 della loggia P2, e tutto quello che accadrà. Nel marzo 1974 è sulla copertina di "Successo", ma proprio quell'anno segna l'inizio della crisi: prima, il 10 maggio, con le difficoltà dlla Franklyn Bank di New York, da lui controllata, poi, il 28 settembre, con la chiusura degli sportelli della Banca Privata Italiana; il ministro del tesoro Ugo La Malfa rifiuta di concedere l'aumento del capitale della Finambro, società finanziaria del Gruppo Sindona e in ottobre Michele Sindona è colpito da un mandato di cattura per falso contabile; fugge negli Stati Uniti.
1976 - 8 SETTEBRE - Michele Sindona viene arrestato a New York, ma subito scarcerato dopo il pagamento di una cauzione di mezzo miliardo di lire. Nel 1977 - Indiscrezioni su un  "tabulato dei 500": cinquecento nomi (che non si conosceranno mai) di persone che, attraverso una Banca di Sindona, hanno esportato all'estero 37 milioni di dollari.

1970-1978 - In tutti questi anni Settanta i rapporti tra la Banca Rasini di Milano (o quello che rimase della Banca poi assorbita da un'altra) e Gelli dovevano essere molto buoni. Un suo reclutatore  è  molto amico  di un personaggio che diventerà drammaticamente molto noto: MINO PECORELLI  noto per le rivelazioni  su  Andreotti-Lima, e anche ben altro (dossier Moro, Petroli, Esportazione valuta, ecc). Questo stesso reclutatore che gli ha dato la tessera, farà entrare alla loggia P2, il 26 Gennaio 1978, il figlio del procuratore della famosa Banca Rasini (Non dimentichiamo che  proprietario fondatore della Rasini, non era uno qualunque, ma era nativo di Misilmeri, e marito della nipote prediletta di TOMMASO BUSCETTA).   
Questo nuovo affiliato entra nella con la tessera n. 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625 e col versamento di lire 100.000. E' un "palazzinaro", un uomo che sta decollando verso le alte vette "in tutto" e che ha grandi disponibilità di denaro che proviene (e chissà da chi) dalla Svizzera. L'iniziato entra  nella Loggia P2 -proprio nel '78) mentre si sta parlando già da molto tempo di "reti televisive" con le "potenti famiglie"  della Sicilia; che in effetti ne hanno già due di Tv sull'isola e un'altra proprio a Milano, creata da un altro nativo di Misilmeri. Che però dovrà darsi alla latitanza e il suo impero passa al suo segretario che diventa segretario del palazzinaro. 
Nel progetto di Gelli-Sindona.Calvi, si parla di concentrazione giornalistiche, televisive, editoriali per condizionare con tutta l'informazione il Paese; ma si parla anche  di secessione della Sicilia, per poi "colonizzare" il continente (il partito indipendentista ombra "L'altra Sicilia", lo ritroveremo alle elezioni del 1994, con un nome curioso "Forza Sicilia".

Soprannominato agli inizi della sua folgorante carriera come "l'avvocaticchio di Patti", Michele Sindona viene raccomandato agli alleati sbarcati in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale dal boss Lucky Luciano. Immediatamente comincia a darsi da fare e intrattiene rapporti con l'AMGOT, il governo militare alleato. Compra grano dal capomafia Baldassarre Tinebra, nominato sindaco di Regalbuto dagli americani e socio di Calogero Vizzini, per rivenderlo al governo militare alleato facendosi pagare in armi che rivendeva poi all'EVIS comandato da Salvatore Giluiano. Anche John Mc. Caffery e' in rapporti di amicizia e affari con Sindona in quel periodo. Nel 1946 si trasferisce a milano apparentemente con i proventi del losco traffico in Sicilia e nient'altro, ma dopo 10 ani amministra un patrimonio di 300 miliardi. La ragione del suo successo e' da ricercare nel viaggio che nel 1952 Sindona compi' negli USA, dove consolido' le sue conoscenze sia all'interno di Cosa Nostra che con i servizi segreti statunitensi che con gli ambienti finanziari. Al ritorno da questo viaggio comincio' ad operare come incaricato d'affari di societa' americane. E' in questa veste che entra in rapporti con Franco Marinotti, padrone della SNIA Viscosa del quale Sindona vende i brevetti per la fabbricazione di fibre in USA. Marinotti, coincidenza, ha collaborato durante l'ultimo periodo della guerra con John Mc Caffery. Attraverso Marinotti, Sindona entra in rapporti con Ernesto Moizzi che possiede una piccola banca con cui opera in Borsa per conto della SNIA Viscosa: la Banca Privata Finanziaria. Moizzi possiede anche le fonderie Vanzetti, una specie di azienda rottame di cui non sa come liberarsi. Sindona trova un compratore pronto a pagare senza battere ciglio il triplo del valore dell'azienda, si chiama Dan Porco, boss mafioso e rappresentante della Crucible Steel of America che fa parte del gruppo Colt Industries, la grande multinazionale produttrice di armiDopo la vendita delle Acciaierie Vanzetti, Sindona si guadagna presso Moizzi la totale fiducia e ne diviene socio. Sindona continua a tessere i suoi rapporti con Cosa Nostra statunitense e quando Joe Adonis viene a Milano, nel Febbraio 1956, per coordinare l'insieme delle attivita' mafiose in tutta l'Europa centro-occidentale, soprattutto il traffico di stupefacenti in Germania ed Olanda conosce Sindona. Joe Adonis per giustificare la sua prolungata presenza in Italia, si presentava come incaricato da societa' USA di investire nel campo dei supermercati e degli impianti alberghieri, frequenta quindi assiduamente Sindona che gli fa da consulente fiscale. Successivamente Adonis incarico' Sindona di svolgere alcune missioni di fiducia negli Stati Uniti. Il 12 Ottobre 1957, grazie a simili entrature, partecipa al summit a Palermo di Cosa Nostra statunitense e della mafia siciliana, dove viene deciso di intraprendere il traffico di stupefacenti e dove viene decisa la condanna a morte di Albert Anastasia. Nel 1959, quindi, Sindona torna in USA su incarico di Adonis e prende contatti con la famiglia di Vito Genovese, al quale l'"avvocaticchio" sistema la situazione contabile e fiscale delle societa' "legali" di "don Vitone".Michele Sindona entra quindi nella P2 di Licio Gelli dove conosce John Mc Cone, direttore repubblicano della CIA, fervente cattolico e in stretti rapporti con alti prelati. Nel 1962 Sindona grazie alle nuove conoscenze viene incaricato dal Vaticano di "...curare gli affari della Chiesa, negli Stati Uniti..." e lo IOR entra con una partecipazione del 24,5% nella Banca Privata Finanziaria, di cui nel frattempo Sindona e' riuscito ad assumere il pieno controllo con capitali di dubbia provenienza. Gli altri soci di minoranza sono la Continental Illinois Bank di cui e' presidente David Kennedy, nona per attivita' di bilancio negli USA ed una delle piu' utilizzate dalla CIA per le sue operazioni, e la Hambro's Bank (Gran Bretagna). David Kebnnedy e' amico e concittadino di Paul Marcinkus, presidente dello IOR e di Dan Porco, e cosi' il cerchio si chiude. Kennedy e' socio di Sindona anche nella Fasco A.G., la societa' del Liechtenstein da cui Sindona manovra in tutto il mondo. la Hambro's Bank di Londra e'invece presieduta da Jocelyn Hambro un collaboratore durante la seconda guerra mondiale di John Mc Caffery. Hambro era entrato in rapporti durante la sua attivita' nell'IS inglese con l'industriale fascista Marinotti e con Edgardo Sogno, con cui continuo' a mantenere rapporti di solida amicizia. Questo la genesi dell'"Impero Sindona", per le vicende che seguirono fino ad arrivare alla morte di Sindona per avvelenamento rimandiamo alla cronologia.


Nel 1979 Sindona organizza, con la complicità della mafia italo-americana, un finto sequestro.

 

Rotocalchi e quotidiani coralmente ormai gli davano dell' "avventuriero". Durante la permanenza in America, il coinvolgimento nel fallimento della Franklin Bank lo vedeva in libertà provvisoria. Però lui scompariva improvvisamente il 2 agosto 1979 per ricomparire il 16 ottobre 1979 con una ferita alla coscia destra. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Intanto gli investigatori americani avevano ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: "Il giusto processo lo faremo noi": Era così incominciata a circolare la voce che era stato rapito da un fantomatico "Gruppo eversivo per una giustizia migliore". Ma qual era la verità?  continua

Rotocalchi e quotidiani coralmente ormai gli davano dell' "avventuriero". Durante la permanenza in America, il coinvolgimento nel fallimento della Franklin Bank lo vedeva in libertà provvisoria. Però lui scompariva improvvisamente il 2 agosto 1979 per ricomparire il 16 ottobre 1979 con una ferita alla coscia destra. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Intanto gli investigatori americani avevano ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: "Il giusto processo lo faremo noi": Era così incominciata a circolare la voce che era stato rapito da un fantomatico "Gruppo eversivo per una giustizia migliore". Ma qual era la verità?

Dall'inizio alla fine il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo-americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, rappresentanti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo venne aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti, in testa il famoso "tabulato dei 500", un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all'estero. Per rendere credibile il sequestro, pretese da Miceli Crimi, massone della P2 siciliana, nonchè suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C'era naturalmente una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona al travestimento, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia. Aspirava a diventare l'uomo della saldatura d'un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle foze di rinnovamento.

Sotto falso nome, si mosse a Palermo con facilità e disinvoltura. Potè cambiare assegni in banca e così via. Insomma, perchè la messinscena del sequestro riuscisse alla perfezione, s'era messo in moto un piccolo stato maggiore della "piovra" al quale, su un altro fronte, dava una mano una pattuglia di massoni. Ma il piano fallì, anche perchè erano sempre di più quelli che non avevano più fiducia in Sindona: basti pensare che verso la fine degli anni Settanta, i trafficanti siciliani spedivano all'incirca un miliardo di dollari l'anno dall'America a Palermo, tramite la Svizzera, Londra, Caracas e le isole Cayman. Ebbene, l'incarico di gestire anche questo denaro era stato affidato a Sindona, che ne aveva perso una quantita considerevole già prima del 1979. Pensava di recuperarne proprio esercitando pressioni e ricatti anche su personaggi della politica e della finanza italiana?

Il magistrato milanese Guido Viola lo chiamò "il grande ricatto". Quali fossero le basi lo rivelò una stessa lettera del "Comitato proletario eversivo per una vita migliore", il fantomatico gruppo che cioè s'era attribuito il sequestro di Sindona. La lettera diceva che l'ex finanziere sarebbe stato trattenuto fino a quando non avesse fornito queste informazioni: la "lista dei 500" e i loro conti segreti in banca all'estero ("basterebbero anche dieci se sono importanti nel campo della politica e della finanza..."); i nomi delle Società straniere del "Gruppo Sindona", con fondi a disposizione di partiti politici; documentazioni dei pagamenti fatti dalle banche di Sindona a politici; documentazione delle "operazioni irregolari" di Sindona per conto di "clienti importanti" come il Vaticano e una serie di industriali di spicco...

Capito allora quale era il "grande ricatto", gestito da Sindona sotto la regia della mafia? Spaventare, spacciarsi depositari di reati commessi da insospettabili ai danni dello Stato, accreditarsi nel ruolo di arpie, pronte a mettere nei guai politici e industriali. Sindona, insieme a un suo avvocato che avrebbe portato i "documenti", avrebbe dovuto incontrarsi con i fantomatici terroristi il 10 ottobre a Vienna. Ma sapeva benissimo che non gli importava nulla che l'avvocato avesse poi davvero quei documenti o che addirittura esistessero. Gli bastava solo che le potenziali vittime del "grande ricatto" sapessero della sua pericolosità e fossero a conoscenza di quali "armi" poteva ancora disporre. Poi un ritardo postale e una telefonata intercettata complicarono un po' tutto. Risultato: Sindona, che era già a Vienna, si decise a salire sul primo aereo per New York, accolto da Rosario Gambino all'aeroporto Kennedy. Poco dopo, forse perchè consigliato, forse per non incappare in agguati, si consegnò all'FBI. In carcere continuò a scrivere lettere e a riceverle. In molti andarono anche a fargli visita. Ma l'avvocato di Patti aveva ormai perso tutta la sua loquacità: anzi, mentre centellinava le parole, non fabbricava più barchette in stagnola. Giorno dopo giorno si rendeva conto che gli sarebbe stato ormai impossibile arrestare quel suo declino. I Gambino, gli Inzerillo, i Bontade, gli Spatola e tutti quelli che in un certo senso avrebbero avuto qualche ruolo nel gestire la sua libertà provvisoria negli stati Uniti e il suo finto sequestro in Sicilia, gli sembravano ormai personaggi di un altro mondo. E da estroverso, diventò sempre più cupo e taciturno. Le notizie sui suoi silenzi, trapelate all'esterno, allarmarono non poco chi aveva avuto modo di conoscerlo per affari, investimenti, raccomandazioni, soprattutto intrighi politici e finanziari. Erano forse la quiete che minacciavano la tempesta?

"L'operazione Sindona - rilevò una giornalista americana, in Italia dal 1952, scrittrice di molti libri su terrorismo e mafia - si tradusse in un fiasco avvilente...Sindona fu condannato a 25 anni a New York e all'ergastolo in Italia, dove morì avvelenato...Non si sa se il veleno l'avesse ingerito volontariamente o no. Certo che l'uomo era stato spremuto e gettato via...".

Anche l'autopsia, come sappiamo, rilanciò la tesi del suicidio, quasi epilogo conclusivo di un burattinaio che all'improvviso, per sua scelta e volontà, aveva deciso di diventare burattino, in rivolta proprio contro il fatto d'essere stato spremuto sino all'ultima goccia e poi mollato nella spazzatura. Però, a sentire un altro storico, "non vorremmo che l'utilità di Sindona fosse stata di fungere da promemoria a quegli italiani che con lui avevano brigato. Perchè se è giusta l'ipotesi che il finto rapimento, il viaggio in Sicilia, la ricomparsa a New York sono stati funzionali al ritrovamento e alla consegna a John Gambino della lista dei 500, tutto questo significa che da decenni una fetta importante d'Italia" era tenuta sotto scacco dalla mafia.

Suicida o no, tra le 8 e le 8,05 del 20 marzo 1986, nel bagno al quinto braccio del carcere di massima sicurezza di Voghera, con quel cianuro non moriva solo un ex trapezista della finanza che per troppa ambizione, ingordigia e sregolatezza si era rotto l'osso del collo impigliandosi in reti inestricabili. Moriva anche la speranza che la giustizia italiana potesse mettere le mani su documenti scottanti e comunque su rivelazioni che avrebbero potuto chiarire tanti capitoli italiani di illegalità e intrighi avallati dalla politica. Giusto o no dunque includere anche il suicidio Sindona tra "i misteri d'Italia"?

di Enzo Catania


Quell’ultimo caffè

 

Il 20 Marzo 1986 siamo nel carcere femminile di Voghera,reparto V. E’ un reparto molto particolare,approntato all’interno del carcere e destinato ad ospitare un solo “speciale” detenuto.

Talmente speciale che perr lui solo sono state approntate speciali  misure di sicurezza.Per arrivare fino al reparto che ospita lo speciale detenuto c’è un percorso sbarrato da porte blindate e guardie che controllano e perquisiscono chiunque.Nel corridoio ci sono telecamere a circuito chiuso che seguono giorno e notte chi entra e chi esce .Ci sono quindici guardie che si occupano solo dello speciale ospite,divise in cinque turni e a  rotazione continua,in modo che non possano sapere prima quando sarà il loro turno in anticipo.

I pasti sono controllatissimi, vengono prelevati direttamente dalla mensa comunea tutti gli altri detenuti del carcere e portati direttamente in cella.

Cosi dalla fine del 1985,tutti i giorni,tutti i giorni sempre uguali,con quell’uomo chiuso nella sua cella afare sempre le stesse cose,studiare gli atti processuali,rivedere carte,e dichiarazioni,leggere la bibbia,scrivere lettere su una piccola scrivania.

Sempre le stesse cose,tutti igiorni,forse per tutta la vita. Fino al 20 Marzo,quel giorno le cose andranno diversamente.

Sono le 8.00 di mattina e come sempre avviene il rito della colazione,controllatissima. Il caffè è preparato dalla macchina espresso dello spaccio del carcere.Viene messo in un thermos scrupolosamente pulito con il getto a vapore e chiuso a chieve in un contenitore di metallo,assieme al tè,al latte ed ad alcune bustine di zucchero.

Gli agenti Ribbisi e Boi ritirano il contenitore e vanno a V reparto,assieme ai colleghi Ghisu Camboni e al brigadiere Bucci,che comanda quel turno di guardia.Il contenitore viene aperto e la colazione consegnata al detenuto speciale.E’ lui stesso che prepara la colazione sulla soglia della sua cella,versa il tè,il caffe e il latte e li porta all’interno della cella.Qui ,con in mano il bicchiere di plastica che contiene il caffè,si reca nel bagno.Passa un minuto,non di più.L’ordine è quello di tenerlo sempre  di vista,l’agente Boi si avvicina allo spioncino che da sul bagno ma è già troppo tardi.

Il detenuto torna in cella,barcolla,sta male, poi crolla sul letto e pronuncia chiaramente un frase, una sola: “mi hanno avvelenato”.

 

22 marzo 1986
Michele Sindona muore avvelenato nel supercarcere di Voghera. Il faccendiere siciliano, da sempre in stretti rapporti con Mafia e P2 e da molti considerato come l'esportatore numero uno di capitali per conto del Vaticano, era appena stato condannato all'ergastolo per l'omicidio del banchiere Ambrosoli

 


In nome del Dio denaro

 di Gianluca Savoini

«Dietro i paramenti sacri, dietro il Concordato, emerge il vero dio delle gerarchie ecclesiastiche attuali: il dio denaro, definito dagli stessi uomini di Chiesa "sterco del diavolo". L'inchiesta sul vescovo di Napoli è soltanto un granello nel deserto della corruzione che, nella storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, è una tragica e vergognosa consuetudine».Luigino Vascon, sanguigno deputato veneto, interpellato sulla vicenda del cardinal Giordano non trattiene un moto di disgusto. «Se il Concordato serve a tutelare principalmente gli interessi materiali, finanziari e politici, del clero romano - attacca Vascon -, allora è giusto farla finita con questi assurdi privilegi che stravolgono l'essenza stessa della fede cattolica. La Chiesa attualmente fa politica e si ingrassa attraverso operazioni finanziarie anche sporche, si tratta di un truce spettacolo a cui noi del Nord non vogliamo più assistere».Onorevole Vascon, ha letto le dichiarazioni di Umberto Bossi in merito, apparse ieri su la Padania?«Certo, e le condivido in toto. La Costituzione italiana va cambiata per mille motivi, non ultimo quello che riguarda i rapporti tra lo Stato e il Vaticano. Per questo i partiti centralisti fanno carte false e si accordano tra loro, da destra a sinistra, per non darci l'Assemblea Costituente e prenderci in giro con bicamerali all'amatriciana e altre perdite di tempo. Toccare la Costituzione significa rivedere anche tutto il pacchetto di rapporti tra la Roma statalista e la Roma papalina. Capite cosa c'è sotto?»Queste due Rome quindi si accordano sempre tra loro, a danno della stragrande maggioranza delle popolazioni italiane, ignare e spesso in buona fede?«Spesso turlupinate da tutto quel sistema di informazione drogata e che non desidera fare chiarezza. La magistratura faccia il suo dovere e non si lasci impaurire dalle minacce provenienti da piazza San Pietro e dai Palazzi del potere politico e scavi in profondità. In certi periodi qualcosa è già venuto a galla, vi ricordate i nomi illustri coinvolti in indagini conclusesi anche con morti sospette, suicidi strani e altri epiloghi degne di romanzi gialli».Ad esempio?«Il caso Calvi, il Sindona avvelenato con la tazzina di caffè, lo scandalo dello Ior con il cardinal Marcinkus fuggito in America e via elencando. Ciò significa che le lobbies di potere economiche, siano esse "laiche", siano legate al Vaticano, da sempre convivono ed operano, a volte scontrandosi, altre volte procedendo alleate. Nulla è cambiato. E nulla cambierà se la Padania non decide finalmente di agire politicamente in maniera netta e radicale».Non tutta la Chiesa va comunque coinvolta in maniera generica. Ci saranno anche prelati onesti, onorevole Vascon?«Sicuramente, ma sono tenuti ai margini, in molti casi zittiti dalle alte gerarchie del clero romano. Insomma, fanno loro capire di non rompere le scatole. Il connubio indissolubile tra la Chiesa e i poteri dello Stato italiano distrugge la sovranità popolare, pensa esclusivamente agli interessi particolari degli alti gerarchi. Il porporato non si è mai lordato le mani direttamente, quando deve riciclare denaro sporco: lo fa fare ad altri, ad organizzazioni criminali, alla mafia, alla camorra. Se Cristo scendesse oggi sulla terra, li fulminerebbe tutti, quei signori».


Il caso Ambrosoli

di Gerardo Colombo

             Il 12 luglio 1979, sotto casa, di notte, viene ucciso  Giorgio Ambrosoli. 

Chi lo uccide non è un terrorista, è un killer prezzolato che lo uccide per il suo lavoro. 

Ambrosoli,  avvocato civilista, esperto in liquidazioni coatte amministrative, aveva lavorato con grande competenza nella liquidazione della SFI, ed era perciò stato nominato in seguito commissario liquidatore  della Banca Privata, controllata da  Michele Sindona, della quale nel 1974 era stata dichiarata l'insolvenza, e cioè il fallimento. 

Sindona, fino ad allora, era il più potente banchiere privato italiano e il massimo esponente della così detta “finanza cattolica”.

Ambrosoli, giovane professionista (era nato a Milano il 17 ottobre 1933), di convinzione  monarchica e liberale, impegnato a fare cultura più che politica,   aveva il compito di ricostruire i motivi del fallimento e di recuperare il denaro distratto da Sindona. 

Nella lettera testamento del 25 febbraio 1975 indirizzata alla moglie Annalori, che la troverà dopo la morte del marito fra le sue carte,  Ambrosoli  scrive di essersi trovato  così,  di colpo, a “fare politica per conto dello Stato e non di un partito”; ad impedire che ricadessero sui cittadini le passività delle  banche di Sindona.

Quando il suo lavoro cominciò a dare frutti, e venne acquisita alla liquidazione la holding  estera che controllava l’impero societario di Sindona, iniziarono le intimidazioni, che divennero continue; le voci anonime che telefonicamente minacciavano Ambrosoli parlavano di dettagli conosciuti soltanto da chi aveva con lui stretti rapporti proprio riguardo alla liquidazione della banca.

Procedevano intanto anche le manovre politiche a protezione di Sindona; per indurre la giustizia americana a non estradare il banchiere  personaggi di rilievo, tra cui il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Roma,  sottoscrissero “affidavit” a sostegno dell’imputato, affermando che era vittima di una persecuzione politica pilotata dalla sinistra.

Amborosoli però non si piegò. Sulla paura  prevalse il rispetto della propria libertà, libertà di essere coerente con se stesso, di non farsi condizionare da altri, di assolvere nell’interesse di tutti il proprio mandato.

Poichè Sindona era fallito anche in America, e i magistrati di New York si trasferirono in Italia per saperne di più sui suoi metodi, sulle sue malefatte italiane.  Assunsero, per giorni  la lunga testimonianza di Ambrosoli,   che metteva a nudo le responsabilità di Sindona. 

Ambrosoli venne ucciso la notte precedente alla sottoscrizione formale delle sue dichiarazioni. 

Giorgio Ambrosoli   era sposato ed aveva tre figli: Francesca, Filippo e Umberto, amava teneramente la sua famiglia, alla quale fu sottratto da chi voleva conservare il proprio potere e le proprie illecite ricchezze.

La vicenda di Ambrosoli pone  inquietanti interrogativi  sul modo di essere della nostra società.

Ambrosoli   che era uomo delle regole, ebbe tutti, o quasi tutti, contro.  Era considerato per la cultura di allora (intendendo per cultura l'insieme dei punti di riferimento che valgono per la generalità o meglio per la maggior parte delle persone e, nel caso specifico, delle persone che contano) , e forse continua ad essere considerato anche per la cultura di adesso, un personaggio a dir poco anomalo.  Perché?.

Parto dal presupposto che nessuno sia necessariamente in malafede, e mi chiedo: ma perché mai una valutazione di tal genere su Ambrosoli era (e forse sarebbe ancora) così diffusa?  Non posso pensare che tutti siano così legati al proprio interesse personale, ai propri soldi, alla propria furbizia da  dare un giudizio negativo su Ambrosoli solo perché il suo operare contrastava con precise mire di potere personale o con la evidente salvaguardia di concreti privilegi.  Le persone  direttamente colpite dalla sua azione  erano, del resto,  una minoranza, meno numerosi comunque di coloro che invece dalla onesta liquidazione dell’impero di Sindona traevano vantaggio.

 Ed allora, come mai Ambrosoli è stato considerato “uno fuori del mondo”?  Come mai esiste una convinzione così diffusa e radicata secondo la quale c'è sì la regola. ma la vita  è comunque un'altra cosa rispetto alla regola?  Essa  non riguarda soltanto  quella parte di società che Stajano ha individuato intitolando il suo libro “Un eroe borghese”. E’ ben più diffusa nella nostra società, non è prerogativa solo d'una sua componente. 

Peraltro la convinzione secondo cui la regola è cosa diversa dal vivere si combina in una singolare misura con il radicato atteggiamento secondo il quale il rispetto delle regole viene chiesto agli altri, mentre ciascuno risulta intimamente convinto di esserne personalmente svincolato.  C'è, secondo me, questa diffusa doppiezza, secondo la quale coloro con i quali ti trovi, anche occasionalmente, in contraddittorio sono tenuti, loro, a rispettare le regole, mentre se le rispetti tu finisci quasi per sentirti uno sprovveduto.

Mi sembra ovvio che  fin quando queste convinzioni saranno capillarmente diffuse sarà ben difficile che nel nostro paese possa instaurarsi una effettiva legalità.

Va poi sottolineato  un altro profilo: molti si sentono vittime della malvagità altrui, ma il loro atteggiamento è quello dello spettatore impotente, che non partecipa al gioco, che non ha strumenti per incidere, per far pesare il suo punto di vista, per comunicare ad altri (compresi i  potenti che siano allo stesso tempo “malvagi”) le proprie convinzioni e convincere a sua volta chi gli sta intorno.  Tale atteggiamento il più delle volte è in contraddizione con la realtà ed è comunque soltanto distruttivo e assolutamente pessimista.

Esso inoltre suscita un atteggiamento di fastidio come se chi vuole il rispetto della legalità venisse a turbare un  “equilibrio”, una sicurezza, una consuetudine, che evidentemente paiono valori in sé, ancorché determinino danni per tutta la collettività.


 

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