FISICA/MENTE

 

 

CHIESA DELLE ORIGINI E LAVORO MANUALE

Roberto Renzetti

 

Non vi è dubbio che nelle comunità primitive non vi fosse distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale,  il pensare ed il lavorare. La separazione delle due cose era impensabile.

Al di là di alcune caste privilegiate che disdegnavano il lavoro ma non per questo si dedicavano al pensiero, fu solo nell'antica Grecia che si sviluppò una coscienza elaborativa, e comparve l'uomo teoretico. In generale la tecnica occupò nell'antica Grecia un posto in sottordine di fronte alla scienza pura. Il pensiero aveva il primato sul lavoro manuale Soprattutto il realismo platonico, per il quale la realtà non era costituita dalle singole cose di questo mondo, ma dal lontano ed immutabile regno delle idee, considerava il mondo delle cose come un puro riflesso delle idee e quindi come qualcosa di secondario. Da ciò si comprende anche come il metodo sperimentale non abbia avuto grande importanza per i greci. Era invece tenuta in grande considerazione la geometria, i cui concetti appartengono al mondo delle idee. I greci antichi riluttavano al passo dalla teoria alla applicazione pratica. L'uomo libero si dedicava allo Stato, alla scienza pura, all'arte. La creazione tecnica era, più o meno, considerata compito degli stranieri e degli schiavi, il cui numero in certi periodi, particolarmente in quello ellenico, fu in Grecia eccezionalmente alto.
La valutazione che allora si dava al lavoro artigianale e tecnico è ben riassunta dal seguente passo di Platone:

"Nel nostro stato ciascuno deve svolgere soltanto un'unica attività, e da questa ricavare i mezzi per vivere. I responsabili della cosa pubblica devono far osservare questa legge e punire con ogni sorta di onta e di vergogna quel cittadino che sia più incline a svolgere una qualsiasi attività manuale che non a curare le sue virtù interiori, finché non lo avranno riportato sulla retta via. E se uno straniero intraprenderà insieme due attività, lo si dovrà parimenti punire con la prigione, la multa ed il bando, costringendolo così ad essere un solo uomo, non molti".

C'è da osservare che questa elaborazione era fondata sull'esistenza di schiavi. Già dal V secolo a. C. vi erano fabbriche che producevano con schiavi. Il relativo basso costo di questi (e la loro mobilità) rendeva antieconomico lo sviluppo e l'impiego di macchine. 

Anche Roma si servì abbondantemente di schiavi con i quali realizzò tutte le sue grandi opere (strade, acquedotti, edifici, ...).

A partire però da un certo momento (essenzialmente alla caduta dell'Impero), in corrispondenza con lo spopolamento delle città e afflusso di persone verso le campagne, divenne sempre più difficile il mantenimento degli schiavi e, in epoca Medioevale, gradualmente si arrivò al superamento della schiavitù. Non va trascurata a questo proposito l'influenza di ordine morale esercitata dalla Chiesa. Paolo scriveva nella Lettera ai Calati (III, 28): 

"Non c'è né ebreo né greco, non c'è né schiavo né uomo libero, non c'è né uomo né donna, ma siete tutti insieme uno solo in Cristo Gesù."  

Ma si correggeva poi nella Lettera agli Efesini (VI, 5-8), affermando:

"Servi, ubbidite ai vostri signori secondo la carne, con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo, non servendo all'occhio come per piacere agli uomini, ma, come servi di Cristo, facendo il voler di Dio d'animo; servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quand'abbia fatto qualche bene, ne riceverà la retribuzione dal Signore, servo o libero che sia. "

  Il diminuire dell'offerta di schiavi dopo il tramonto dell'egemonia romana produsse una rivalutazione del lavoro manuale libero. Dalla fine del IV secolo si ebbe il passaggio dalla schiavitù alla servitù della gleba. Agostino vedeva la causa della schiavitù nel peccato. La schiavitù, nella sua concezione, era uno stato che, qualora il padrone si rifiutasse di concedere l'affrancamento, andava sopportato come immutabile. Leggiamo un brano del De Civitate Dei (XIX, 14-15) in cui si possono intravedere le stesse posizioni di comodo che ha oggi la Chiesa:


        "Quelli che assumono la cura di altri, a quelli comandano: così il marito alla moglie, il padre ai figli, il padrone agli schiavi. Ed ubbidiscono quelli di cui altri hanno cura: come le mogli ai mariti, i figli ai padri, gli schiavi ai padroni. Ma nella casa del giusto che vive nella fede e che non è che un pellegrino ancora separato dalla città celeste, anche coloro che comandano servono a quelli cui possono comandare. Poiché non comandano per desiderio di potere, ma per il loro ufficio di aver cura di quelli, e non per superbia di dominazione, ma per misericordia nel provvedere... 

        Dio volle che l'uomo razionale fatto ad immagine sua signoreggiasse sopra gli esseri privi di ragione: non l'uomo sopra l'uomo, ma l'uomo sopra le bestie. Per questo i primi giusti furono piuttosto fatti pastori di greggi che non re di uomini, acciocché anche così dimostrasse Iddio che cosa esige l'ordine delle creature, e che cosa [più tardi] ha meritato il peccato. Poiché la condizione di schiavo giustamente fu imposta al peccatore. In nessun luogo della Scrittura leggiamo di servi fino a quando Noè giusto non punì con questa parola il peccato del figliuolo suo (Gen. 9, 25). Sicché questo nome venne dalla colpa, non dalla natura. E l'origine del vocabolo "schiavo" (servus) si crede derivata nella lingua latina dal fatto che quelli che secondo il diritto di guerra potevano essere uccisi, quando i vincitori li solevano risparmiare [servare] diventavano schiavi [servi]. Ma anche ciò non succede senza colpa. Però che quando si fa giusta guerra, si combatte l'avversario per il suo peccato: ed ogni vittoria, anche se tocca al malvagio, per divino giudizio umilia i vinti, e ne emenda o punisce i peccati... Adunque la prima cagione della servitù è il peccato... E per conseguenza anche molti timorosi di Dio servono a signori iniqui, ma (malgrado la loro signoria) sono liberi...


        Nello stato naturale, in cui Dio creò dapprima l'uomo, nessuno era servo di un uomo, o del peccato. Ma anche la servitù imposta come pena, è soggetta a quella legge che comanda di osservare l'ordine naturale e vieta di turbarlo. Che
se non si fosse mancato a quella legge, non si sarebbe costretti neppure per pena alla servitù. E quindi l'apostolo ammonisce anche gli schiavi, che siano soggetti ai loro signori, e che li servano con animo leggero e con buona volontà (Ephes. 6, 5). E se non possono ottenere di essere liberati dai loro padroni, trasformino essi stessi in libertà la loro schiavitù, servendo non con fraudolento timore, ma con fedele affezione, fino a quando non scompaia ogni iniquità e ogni principato e potestà umana, e sia Iddio ogni cosa in tutte le cose".

In seguito le emancipazioni di schiavi da parte di istituzioni religiose o per  effetto dell'azione della Chiesa si fanno sempre più numerose. Leggiamo un documento del IX secolo:


"Io, Heimrich, per timore di Dio e per la salvezza dell'anima mia, ho liberato la mia schiava Reginheid con i suoi figli Waldgelt e Folcheid. Ugualmente ho liberato un'altra schiava Zeizbirc, che il libero Albrich mi aveva affidato per l'emancipazione. Essi devono essere liberi, come se fossero partoriti e nati da genitori liberi. Essi non devono essere costretti contro la loro volontà a servire ad alcuno dei nostri eredi o degli eredi dei nostri eredi, ma soltanto a Dio, al quale tutto è soggetto. Le proprietà che essi hanno, o che in futuro riusciranno ad avere, dovranno possederle e goderle da sé. Essi dovranno vivere e lavorare per sé soltanto, e possedere ciò che con il lavoro guadagneranno. Questo sia loro concesso ed assicurato. Essi potranno trovare rifugio e riparo nel santo convento di Weissenburg, costruito sul Lauter in onore dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e di molti altri Santi e retto ora dal reverendo abate Grimald. Per questo dovranno pagare ogni anno a questo luogo di Santi, quale pia offerta del loro sopra nominato padrone, una tassa di due pfennig, o una quantità di cera del valore di due pfennig in onore di San Martino, il prete eletto e confessore. E cosi essi resteranno liberi come altre persone che devono pagare offerte e tributi, o come altri religiosi che sotto queste condizioni sono stati fatti liberi".

Il progressivo affermarsi di questa pratica, rese sempre più urgente il lavoro manuale per la maggior parte dei cittadini. Il riconoscimento teorico della nobiltà del lavoro e del suo essere alla pari dell'attività di pensatore era stata fornita per la prima volta dallo svilupparsi e consolidarsi del monachesimo. Il lavoro manuale, a partire dall'epoca di Benedetto da Norcia (San Benedetto, con la sua formidabile regola dell'Ora et Labora, in cui per la prima volta da Platone le due pratiche del pensiero e del lavoro erano equiparate) fino all'epoca dei primi francescani, costituiva una parte essenziale delle regole degli ordini monastici. Così si cominciò ad attribuire al lavoro manuale la nobiltà e il significato religioso che gli era stato negato dall'antichità classica. 

"Felice colui che si guadagna il pane con il lavoro delle proprie mani,

sentenziava Giovanni Crisostomo nella seconda metà del IV secolo d.C. (in Genesim homilia, L, 2). E Teofilo, un benedettino tedesco dell'XI secolo, invita a lavorare in silenzio con le proprie mani per la gloria di Dio e per il bene di coloro che soffrono.

Siamo nei monasteri, al di fuori delle gerarchie ecclesiastiche che ormai spadroneggiavano dovunque. Il forte accento posto dal primo monachesimo sul lavoro manuale fu attenuato drasticamente nelle epoche successive. Tommaso D'Aquino, nella  (Summa theologica), pose nel XIII secolo la domanda: 

"Devono i monaci dei vari ordini compiere lavori manuali?

alla quale rispose in modo limitativo:

"... Il lavoro manuale è indirizzato a quattro scopi: primo e principale, ad ottenere i mezzi per sostentarsi... secondo, a vincere l'ozio, che è colpevole di molti mali..., terzo, a imbrigliare i desideri, in quanto esso mortifica il corpo..., quarto infine, a fare delle opere di misericordia. Se uno potesse mantenersi in vita senza mangiare, non sarebbe tenuto a lavorare con le mani. Lo stesso discorso vale per coloro i quali da altre fonti hanno quanto occorre per poter vivere in modo lecito.
In quanto però il lavoro manuale ha per scopo di vincere l'ozio o di mortificare il corpo, esso di per sé non cade sotto l'obbligo del comandamento, in quanto oltre al lavoro manuale esistono molti altri modi di mortificare il corpo o di vincere l'ozio. Da ultimo, in quanto il lavoro ha per scopo le opere di misericordia, esso non cade sotto l'obbligo di comandamento se non, alla peggio, nel caso in cui uno sia tenuto per un qualche dovere a compiere delle opere di misericordia e non abbia nessun altro mezzo per aiutare i poveri.
Se quindi la regola dell'ordine non contiene particolari norme sul lavoro manuale, i religiosi non sono altrimenti obbligati al lavoro manuale che i laici
". 

E da qui, da Tommaso che viene promosso Dottore della Chiesa, nasce l'idiosincrasia dei preti per il lavoro manuale. Si prega ... si prega ... per maggior gloria del Signore. I salariati (spesso extracomunitari pagati in nero e comunque sempre molto poco) assolvono ai miseri lavori manuali necessari per mandare avanti le loro nobili funzioni.


BIBLIOGRAFIA

Friedrich Klemm - Storia della tecnica - Feltrinelli, 1966.


 

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