FISICA/MENTE

 

 

Gran Bretagna - 09.2.2006

Schiavitù, mea culpa anglicano

Le scuse ufficiali della Chiesa d'Inghilterra, proprietaria nell'Ottocento di centinaia di schiavi

La Chiesa anglicana si è ufficialmente scusata per aver tratto vantaggi materiali dalla schiavitù nel XVIII secolo. Lo ha annunciato ieri l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, a seguito dell'approvazione all'unanimità di un documento stilato dal Sinodo generale, riunitosi a Londra.
 
Il sinodo anglicanoAmmissione di responsabilità. L'intento del Sinodo era quello di commemorare il ruolo svolto dagli anglicani a favore dell'abolizione del lavoro forzato nell'impero britannico, in vista del duecentesimo anniversario, che ricorre l'anno prossimo. L'arcivescovo di Canterbury, massima autorità religiosa della Chiesa d'Inghilterra, ha però capovolto i termini del dibattito. Non solo esaltare la figura di riformatori anglicani come William Wilberforce o John Newton, che nell'Ottocento condussero strenue battaglie contro il lavoro forzato, ma anche e soprattutto riconoscere la responsabilità della Chiesa nell'aver tratto profitto dalla schiavitù di centinaia di neri, prelevati dall'Africa e condannati a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero.
 
William Wilberforce, paladino anti-schiavistaLa Società schiavista. La Corona inglese bandì ufficialmente la schiavitù nel 1807. Analogamente a quanto avvenuto per il Vaticano, resosi protagonista due anni fa di un mea culpa memorabile sull'antisemitismo e l'Inquisizione - o come gli stessi anglicani, che fecero ammenda per il loro coinvolgimento nelle Crociate - il Sinodo ha deliberato ieri all'unanimità una mozione di scuse ufficiali. La Società per la diffusione del Vangelo all'estero, 'ala' missionaria della Chiesa d'Inghilterra, gestita in buona parte da professori di teologia di Oxford e Cambridge, trasse enormi profitti dal lavoro degli schiavi, specialmente nella piantagione della canna da zuccchero di Codrington, la più grande delle isole Barbados. Stime del 1740 attestano che nella piantagione morivano di fatica o stenti quattro schiavi su 10, delle centinaia acquistati dalla Chiesa anglicana. Ciascuno di loro era marchiato a fuoco sul petto con la scritta 'Società', per ribadirne la proprietà. Nel 1764 uno schiavo costava 12 sterline, equivalenti a 110 galloni di rum (500 litri). Nel 1755, con 799 galloni di rum, due casse di carne e uno di maiale si compravano quattro uomini, tre donne, tre ragazze e un ragazzo di colore. Nell'estate del 1782, si verificò uno dei casi più eclatanti nel commercio di schiavi.
 
Stampa dell'epoca raffigurante la 'Zong'La nave della vergogna. La nave negriera inglese 'Zong', stipata di schiavi ben oltre la capacità consentita, incappò in una tempesta durante il viaggio dall'Africa alla Giamaica, e 60 schiavi morirono di malattie e malnutrizione. Altri 132 furono buttati a mare. Temendo di aver perso tutti i profitti che avrebbero potuto derivare dalla vendita del cargo, il capitano, Luke Collingwood inventò una scusa per l'assicurazione: disse che non vi era acqua sufficiente per tutti. Se non fosse stato per il rimorso morale del suo vice, che denunciò come il natante fosse invece riuscito ad arrivare nel porto di Black River con ancora 420 galloni di acqua, la vicenda sarebbe passata sotto silenzio. Dopo una causa penale, il caso fu archiviato come 'frode ai danni dell'assicurazione'. L'episodio scosse tuttavia le civili coscienze inglesi, e a 5 anni di distanza 12 uomini si riunirono nella stamperia di un quacchero, James Phillip. I due leader del gruppo, Granville Sharp e Thomas Clarkson, anglicani, giurarono da quel momento che avrebbero fatto qualcosa di rivoluzionario per l'epoca: abolire la schiavitù in tutto l'Impero britannico. A loro si unì William Wilberforce e  insieme fondarono la Società per l'abolizione della schiavitù. Wilberforce propose per 20 legislazioni di fila la legge sulla schiavitù, che fu finalmente emanata nel 1807. Solo nel 1838 vi fu l'effettiva fine della schiavitù nelle colonie inglesi. Un quarto di secolo dopo scoppiò la Guerra Civile americana e per un altro mezzo secolo la schiavitù continuo in Brasile (per 1.5 milioni di individui) e a Cuba (per 400mila).

La Società per l'abolizione della schiavitù"Riconosciamo le nostre colpe". I profitti della Chiesa anglicana nell'epoca dello schiavismo furono ingenti. A seguito della legge, nel 1833 il Parlamento inglese approvò una serie di risarcimenti - per i padroni ovviamente, non per gli schiavi - e gli anglicani ricevettero una somma equivalente a 500 mila sterline (attuali) per la perdita del lavoro forzato nella piantagione di Codrington. Ieri, assieme al riconoscimento e all'encomio per l'attività del riformista Wilberforce, anche l'ammissione della colpa: "Parlare di pentimento e di scuse non è pronunciare solo parole. Il corpo di Cristo è esistito nella storia - ha arringato ieri l'arcivescovo di Canterbury - e per questo motivo noi condividiamo anche peccati e mancanze dei nostri predecessori. Riconosciamo perciò che le colpe sono anche nostre, non solo di qualche distante loro".

Luca Galassi


http://freeweb.dnet.it/dell/unesco/silence.htm 

Alessandro Dell'Aira

Schiavitù: il silenzio del Concilio di Trento


Intervento al Congresso internazionale
«La schiavitù nel Mediterraneo in età moderna».
Palermo, 26-30 settembre 2000.

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La servitù coatta non rientrava tra le questioni da trattare nel concilio convocato a Mantova nel 1536 e apertosi a Trento nove anni più tardi, il 13 dicembre del 1545. Gli errori dottrinali, la riforma dei costumi, la pace tra i prìncipi, l'urgenza di un'altra crociata: ecco i temi più urgenti. Ma a quale di essi dare la precedenza?1 «Desiderato e procurato dagli uomini pii», come scrisse il Sarpi, «per riunire la chiesa che cominciava a dividersi»,2 quel concilio avrebbe privilegiato il risanamento e l'irrobustimento della Chiesa romana. L'idea di una Lega Santa contro i Turchi maturò poi come ostentazione dell'unità ritrovata. Invocando il rosario, papa Pio V dichiarò guerra agli infedeli e agli eretici che insidiavano la fede e seminavano la discordia in Europa: occorreva stringersi intorno alla croce, simbolo del martirio di Cristo. Eppure sembrava che il cielo avesse voluto risarcire Roma in anticipo per quella dimidiatio. I popoli delle Indie orientali e occidentali si erano rivolti a Roma con speranza. Nel 1521 lo aveva ricordato a Lutero il re d'Inghilterra Enrico VIII, ancora fedele al papa: «Si vera sunt quae ex India quoque huc veniunt, Indi etiam ipsi tot terrarum, tot marium, tot solitudinum plagis disiuncti, romano tamen se submittunt Pontifici».3 Un informatore portoghese dei padri conciliari, frei Gaspar dos Reis, riprese quel concetto ventisei anni dopo: «In occidentali India inventi sunt populi ad suscipiendam christianam fidem promptissimi, qui catervatim currunt ad baptismum».4 E gli africani deportati? L'attesa era grande. Nella Nuova Spagna c'erano tutte le ragioni per ritenere che in Italia si sarebbe discusso anche del ruolo delle diocesi delle Indie nella propagazione della fede cattolica. Informati dell'avvenuta convocazione del nuovo concilio, i vescovi d'America espressero il desiderio di essere presenti, e non solo rappresentati. Si pronunciò per primo il francescano osservante Juan de Zumárraga, allora vescovo e più tardi arcivescovo del Messico, testimone, nel 1531, del miracolo di Guadalupe: ai suoi piedi l'indio Juan Diego aveva deposto i fiori donatigli dalla Madonna, sciorinandoli dal mantello su cui la santa immagine si era prodigiosamente impressa. Sul momento Zumárraga dubitò di Juan Diego, ma poi credette al suo racconto. Quei fiori la Vergine li aveva dati in pegno all'umanità esotica: una sorta di rosario d'oltremare. Il 13 febbraio 1537 Zumárraga si appellò a Carlo V: «Humildemente suplico a Vuestra Majestad mande favorecer a mis procuradores, mucho más que si yo fuera, de manera que se alcance y se despache lo que ellos van a procurar en mi lugar, y a lo que yo fuera de buena voluntad; porque de aquí depende la cristiandad y la salvación destas gentes, y que el edificio espiritual vaya fundado como Vuestra Majestad lo desea».5 A più riprese, in seguito, il vescovo si rivolse all'imperatore e al Consiglio delle Indie, ma senza successo: gli venne impedita la partenza, e non fu consentito né a lui né agli altri vescovi di inviare procuratori.6 La ragione ufficiale del diniego fu che non si dovevano lasciare le sedi lontane, tanto più che il concilio rischiava di essere rinviato e che le novità sarebbero giunte per tempo attraverso i soliti canali.7 La promozione della cristiandad e l'obiettivo della salvación dell'umanità extraeuropea convivevano con la pratica dello schiavismo e rientravano negli auspici delle corone spagnola e portoghese, oltre che del papato. Questa attenzione riguardava sia gli indios sia i deportati dall'Africa, la cui sottomissione al pontefice giunse in modo simbolico molto più tardi.8 La tratta dei neri, messa in atto per la prima volta dai portoghesi verso la metà del secolo XV, prevedeva la somministrazione del battesimo a bordo o poco prima dell'imbarco, «...sola aspersione aquae cum ysopo..., sicut olim faciebant apostoli»,9 così da garantire il riscatto spirituale a chi non era stato catechizzato. Gli africani non percepivano il senso di quel rituale e lo intendevano come una forma di iniziazione alla schiavitù;10 tra coloro che li battezzavano, d'altra parte, alcuni facevano fatica a identificarsi con gli apostoli, dubitando dell'efficacia di un sacramento impartito a creature di Dio che non sapevano neppure cosa fosse lo Spirito Santo, come i discepoli efesini di San Paolo (Act. 19,2). Tra coloro che dubitavano c'era il frate minore osservante Francisco da Conceição, portoghese, coadiutore dell'arcivescovo di Braga, venuto in Italia per informare i padri conciliari riuniti nella sessione di Bologna.11

Gli Archivi Vaticani custodiscono due copie autografe dell'intervento di Francisco da Conceição, con brevi note sugli africani deportati, inserite, sotto il titolo «Apud Lusytanos [...] De servis», nel corpo delle sue riflessioni sugli abusi nella somministrazione dei sacramenti. Non è chiaro se si tratti di un parere di complemento o di un contributo direttamente rivolto ai teologi conciliari. In un passaggio, quasi una divagazione tra battesimo ed eucaristia, il frate osserva che l'ignoranza degli schiavi in materia di fede dipende non tanto dai padroni e dai padrini di battesimo, quanto dall'incuria dei prelati. E poi depreca, «quod est contra fidem», il concubinaggio tra schiavi, che i padroni favoriscono per incrementare il proprio patrimonio; la marchiatura a fuoco, che spinge le madri all'aborto o all'infanticidio; l'abitudine di insultarli come canes e Sarraceni, anche se convertiti, o di torturarli con tizzoni, cera e grasso bollente; la propensione a ledere, spesso in modo oltraggioso e violento, il loro diritto e desiderio di riscatto. Osserva Francisco da Conceição: i padroni cristiani vanno ammoniti; le loro angherie andrebbero proibite, «si videbitur». Prima di passare agli abusi nell'impartire l'eucaristia, auspica che i padri del concilio si pronuncino anche sulla compravendita e la detenzione di schiavi da parte dei cristiani, e mette in guardia i presenti, «quum enim multa sit apud christianos theologos de coacta servitute (etiam de illa, quam leges permittunt) dubitatio». Dai registri dei conti di Antonio Manelli relativi ai sussidi concessi agli intervenuti al concilio, risulta che fra Francisco da Conceição si fermò a Bologna dal luglio 1547 al febbraio 1548.12 Prima di lui, nessuno aveva toccato quell'argomento durante il concilio. Ma il suo auspicio fu vano. Né durante quei mesi, né dopo, le congregazioni generali si occuparono del suo deciso per quanto fugace accenno alla schiavitù, e ancor meno dei dubbi teologici evocati con l'esortazione a non sottacerli («Ad haec res est non levis aut sacri synodi indigna iudicio, quae circa comprehensionem et vectionem, emptionem et vendicionem ipsorum servorum fit...»).13 I risvolti politici e commerciali dello schiavismo non erano oggetto di contesa. Le due corone di Spagna e Portogallo, in concorrenza sullo scenario d'oltremare, convenivano sulla legittimità delle deportazioni. Gli schiavi erano visti come una grande risorsa per l'Europa, afflitta dalle pestilenze, dalle carestie e dagli scismi. Le raccomandazioni reali e papali riguardavano per lo più l'opportunità di evitare le conversioni forzate: erano ammonizioni, non proibizioni, e in ogni caso non tali da scongiurare il ricorso alla violenza gratuita.14 Il concilio era ormai alle ultime battute quando il corsaro e negriero inglese John Hawkins iniziò a fare concorrenza ai portoghesi sulla rotta atlantica, segnando l'inizio di una nuova e triste tappa nella storia della schiavitù.

 


Nel dicembre del 1545, a Trento, i lavori si erano aperti con il discorso ufficiale del vescovo di Bitonto Cornelio Musso, prodigo di elogi per il re portoghese, «cuius sancto nomini... a Deo datus est novus orbis».15 Musso si riferiva non solo alle Indie orientali e al Nuovo Mondo «al di qua» della linea di Tordesillas, ma anche al Niger, alla Guinea e all'Angola. Del «novus orbis» faceva parte anche l'isola di São Tomé, con le sue nuove piantagioni di canna da zucchero e le massicce deportazioni di neri dal vicino continente. Lì, a concilio ultimato e con l'assenso del papa, si sperimentò l'istruzione di sacerdoti neri da inviare anche in Africa.16 Lo stesso Francisco da Conceição sembra alludere a questa prospettiva all'inizio del suo excursus «Apud Lusytanos», prima di menzionare São Tomé e Calcutta come i centri da cui per lo più provenivano i deportati: «Sunt quaedam insulae... unde nunquam confirmationis ibi sacramentum ministratur neque ordinationes fiunt. Aut igitur tales in his locis ordinentur episcopi, qui per se ire aut suffraganeum suis expensis mittere velint et promittant, vel alia certe via, quae patribus visa fuerit, saluti animarum et ecclesiae commodo prospiciatur». Il caso di São Tomé fu eccezionale e circoscritto. I neri a quei tempi erano esclusi dal sacramento del sacerdozio. Fu così anche per fra Benedetto il Moro da San Fratello, nato in Sicilia da schiavi africani. I voti «irregolari» da lui presi sul Monte Pellegrino nella comunità eremitica di Gerolamo Lanza, sciolta in applicazione di un breve papale del 1562 quando il concilio tridentino si avviava a conclusione, non gli furono dati per validi nel convento dei frati minori osservanti di Palermo, né gliene vennero somministrati ex novo: Benedetto divenne guardiano e vicario del convento, ma restò un frate laico. Inoltre, nelle statue che lo effigiavano, destinate agli altari della penisola Iberica e del Nuovo Mondo già qualche decennio dopo la morte, la sua nerezza venne elaborata e «dosata» secondo i casi e secondo i luoghi. Dove più consistenti erano le confraternite di schiavi (Andalusia, Lisbona, Brasile), essa ne fu lo specchio iconografico. Dove la presenza di schiavi africani era contenuta, a causa anche della durezza del clima (ad esempio, nelle zone interne e alte dell'attuale Colombia, diversamente dalle zone costiere e temperate), la sua immagine venne alquanto schiarita. Il San Benito de Palermo al centro di un ricco altare barocco della chiesa dei francescani di Bogotá, identico agli altri altari databili tutti al secondo quarto del Seicento, è rappresentato con le fattezze di un bianco. Tutto ciò può spiegarsi in termini di osservanza di un canone figurativo tridentino, se consideriamo che il secondo decreto approvato nella venticinquesima e ultima sessione, tenutasi il 3 e il 4 dicembre del 1563 sotto papa Pio IV, De invocatione, veneratione et Reliquiis Sanctorum, et Sacris Imaginibus, a proposito di queste ultime disponeva: «Postremo tanta circa haec diligentia et cura ab episcopis adhibeatur, ut nihil inordinatum aut praepostere e tumultuarie accomodatum, nihil profanum nihilque inhonestum appareat, quum domum Dei deceat sanctitudo». Per la decenza della casa di Dio, la raffigurazione dei santi doveva rispecchiare la qualità spirituale della purezza. Nel caso di Benedetto, di pelle nera e aspirante alla santità, una statua di genere, bianca, in assenza di tradizione orale o di documenti, era più degna della casa di Dio se rifuggiva, in tutto o in parte, dalla rappresentazione di una qualità materiale inordinata e profana. Altrettanto inordinata, alla luce della lettura biblica e dell'argomentazione logica, fu ritenuta quella tesi del vescovo Las Casas che contraddiceva l'impianto generale della Historia de las Indias, e apertis verbis, nel silenzio all'epoca imperante, negava la legittimità della schiavitù e delle tratte di schiavi dall'Africa all'Europa e al Nuovo Mondo. Fra Bartolomé era stato consacrato vescovo del Chiapas nel convento domenicano di Siviglia, un anno e mezzo prima dell'apertura del Concilio di Trento. Prima di morire mise un veto di quarant'anni sulla pubblicazione della Historia de las Indias. La sua proposta di deportare gli africani per impiegarli al posto degli indios decimati non ebbe forte incidenza su una pratica già invalsa da tempo, o almeno non come la maledizione di Noé nei confronti della discendenza di Cam. Quell'argomento biblico, alcuni decenni dopo, avrebbe invece consentito al Santo Uffizio di condannare in blocco la Historia de las Indias, data alle stampe solo nel 1875.17 Nel valutare dunque l'esclusione dei vescovi americani dal Concilio di Trento e il silenzio dei convenuti sulla servitù coatta delle genti delle Indie e dell'Africa, si osservi anzitutto che, nei timori della Chiesa e dell'Impero, le questioni «locali» sollevate dai vescovi rischiavano di nuocere al processo di ricomposizione e di aprire nuovi fronti di discordia.18 Il controllo diretto dei rappresentanti imperiali e dei legati papali garantì questa linea nel corso di tutto il Concilio. In secondo luogo, si consideri che dietro tutto il non detto dai concili e dai papi di allora (e non solo di allora) in fatto di questioni controverse, si può ragionevolmente presumere che vi fosse: o l'ovvietà del quadro istituzionale -che non richiedeva pronunciamenti e mediazioni tra le parti-, o la rimozione di un tema delicato sotto l'aspetto etico e dottrinario, o il rigetto di questioni universali politicamente rischiose per l'Europa. In un tale contesto di cose taciute e non decretate, le parole e gli appunti autografi di Francisco da Coinceção non vanno percepiti come una sorta di interferenza, o la voce di una coscienza isolata,19 ma come la preziosa conferma dell'antichità e della consistenza, all'interno degli ordini religiosi del tempo, delle voci di protesta contro la liceità della tratta e della schiavitù delle genti d'Africa.

Bibliografia


Arch. Vat. Conc. 16, 395r-398v.
Concilium Tridentinum Diariorum, Actorum, Epistularum Tractatum Nova Collectio. Edidit Societas Goerresiana. Friburgi Brisgoviae.
P. de Leturia S.J., Perché la nascente Chiesa ispano-americana non fu rappresentata a Trento, «Il Concilio di Trento. Rivista commemorativa del IV centenario», Anno I,1, ottobre 1942, pp. 35-42.
J. De Castro, Portugal no Concílio de Trento. 6 volumi. União Gráfica, Lisboa, 1944-46.
I. Rogger, Le nazioni al concilio di Trento nella sua epoca imperiale. Orbis Catholicus-Herder, Roma, 1952.
H. Jedin, Storia del concilio di Trento. 4 volumi. Morcelliana, Brescia, 1948-81.
D.B. Davis, The Problem of Slavery in Western Culture. Ithaka, Cornell University Press, 1966.
M. Malowist, La schiavitù nel Medioevo e nell'età moderna. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma, 1986.
A. De Sandoval, Un tratado sobre la esclavitud (De instauranda aethiopum salute). Introduzione, trascrizione e traduzione di E. Vila Vilar. Madrid, Alianza Editorial, 1987.
I. Pérez Fernández, O.P., Bartolomé de las Casas ¿contra los negros? Mundo Negro, Madrid, 1991.
B. Fra Molinero, La imagen de los negros en el teatro del Siglo del Oro. Siglo XXI, Madrid, 1995.
M. Marcocchi, C. Scarpati, A. Acerbi, G. Alberigo, Il Concilio di Trento, Istanze di riforma e aspetti concettuali. Milano 1997.
A. Prosperi, Il Concilio di Trento e la controriforma. Edizione UCT, Trento 1999.
I. Gutiérrez Azopardo, La población negra en América. El Buho, Bogotá, 2000.


NOTE

1 A. Prosperi, Il concilio di Trento e la Controriforma. Edizione UCT, Trento, 1999, pp. 33-34.

2 P. Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti. Einaudi, Torino, 1974, vol. I, p. 6.

3 Concilium Tridentinum... ed. Societas Goerresiana. Friburgi Brisgoviae, 1904 ss, XII (Tract. I), 805-806. Cfr. P. de Leturia S.J., Perché la nascente Chiesa ispano-americana non fu rappresentata a Trento, «Il Concilio di Trento. Rivista commemorativa del IV centenario». Anno I,1, ottobre 1942, pp. 35-42.

4 Concilium...cit., Nova Collectio. Friburgi Brisgoviae, 1972, VI (Act. III,2) 188,9-10.

 

5 M. Cuevas, Documentos inéditos del siglo XVI para la historia de México. Editorial Porrúa, México, 1975. Cfr. P. de Leturia, Perché la Chiesa... cit., pp. 39-40.

6 Cfr. I. Rogger, Le nazioni al Concilio di Trento nella sua epoca imperiale. Orbis Catholicus-Herder, Roma, 1952, pp. 65-66. Sono grato a monsignor Rogger per la cortese revisione di questo scritto.

7 P. De Leturia, ibid., p. 41.

8 Ciò avvenne nel corso di una speciale missione diplomatica che giunse a Roma dal Congo nel 1608, dopo aver visitato il Brasile e la corte madrilena di Filippo III., quasi a sottolineare l'importanza di stabilire relazioni dirette con la sede apostolica. Cfr. A. Dell'Aira, Da San Fratello a Bahia. La rotta di San Benedetto il Moro. Magazzini di Arsenale, Trento, 1999, p. 13. Il primo papa a interessarsi alle sorti dei primi neofiti subsahariani, evangelizzati in Guinea dai missionari francescani e insidiati da altri africani convertiti, fu Pio II, che il 7 ottobre 1462 si rivolse al vescovo di Lanzarote chiedendogli di intervenire energicamente. Cfr. I. Gutiérrez Azopardo, La población negra en América. El Buho, Bogotá, 2000, pp. 154-165.

9 Frei Gaspar dos Reis, in Concilium...cit., ibidem (cfr. nota 4). 

10 M. Malowist, La schiavitù nel Medioevo e nell'età moderna. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma, 1986, p. 67.

11 Crf. Arch. Vat. Conc. 16, 395r-398v. All'intervento di Francisco da Conceição accenna brevemente Hubert Jedin (Il Concilio di Trento. Morcelliana, Brescia, 1973. Vol 3, pp. 184-85), attribuendolo erroneamente a un domenicano e lasciando indefinita la data (estate del 1547). Dai diari di Angelo Massarello si desume tuttavia che esso fu pronunciato nel mese di agosto, probabilmente giovedì 11, nel corso di una congregatio theologorum minorum (cfr. Concilii Tridentini Diariorum Pars Prima, coll. S. Merkle. Friburgi Brisgoviae 1901, 681,5). La citazione dagli Atti degli Apostoli (Neque si Spiritus Sanctus est, audivimus) è dello stesso Francisco da Conceição. Per altre notizie su di lui rinvio a I. de Castro, Portugal no Concílio de Trento, Lisboa 1944, vol. II, pp. 335-339.

12 Concilium...cit., Nova Collectio. Friburgi Brisgoviae 1985, VI (Diar. III, Pars III,2), pp. 56-78.

 

13 Isácio Pérez Fernández, studioso di Bartolomé de las Casas, ha di recente datato agli anni 1545-1547 il costituirsi nell'ordine domenicano di una corrente ideologica che condannava la schiavitù dei neri (Bartolomé de las Casas ¿contra los negros? Mundo negro, Madrid, 1991). Cfr. I. Gutiérrez Azopardo, La población negra... cit., pp. 165-66.

14 Si ricordi tuttavia che, in tempi precedenti, la Real Cédula del 1500 e il testamento di Isabella la Cattolica tutelavano i diritti degli indios, e che tali diritti vennero ripresi negli anni di preparazione del Concilio di Trento dalla bolla Sublimis Deus di Paolo III, del 1537, contemporanea alle prime istanze che Juan de Zúmarraga rivolse a Carlo V dalla Nuova Spagna.

 

15 P. De Leturia, ibid., p. 37.

   

16 Ciò avvenne quasi certamente intorno al 1574, al tempo dei dissapori che opposero il vescovo al governatore. Cfr. M. Malowist, La schiavitù... cit., p. 69. In ossequio ai decreti del concilio tridentino, l'antico seminario di São Tomé funzionò dal 1571 al 1592 (cfr. A. Brásio, Monumenta Missionaria Africana, Vol. III, nn. 5,11,80). Devo questa informazione alla cortesia di monsignor Abílio Ribas, vescovo di São Tomé.
Palermo

      Sevilla

  Bogotá 

17 B. Fra Molinero, La imagen de los negros en el teatro del Siglo del Oro. Siglo XXI, Madrid, 1995, p. 12. 18 Su mandato deI sinodi peruviani di Santa Fé (1556) e Popayán (1558), il vescovo Juan del Valle indirizzò al Concilio di Trento l'invito a pronunciarsi sulla legittimità della conquista spagnola del Perù. Il viceré Francisco de Toledo, allarmato dalla veemenza di alcuni predicatori, informò il re di Spagna che da qualche pulpito si rivendicava al papa il governo di tutte le Indie. 19 Cosi iniziano le Annotatiunculae aliquot di Francisco da Conceição: «Etiamsi oculatissime haec a Rmis DD. Meis collecta atque prudentissime sint digesta, ut iniuncto tamen ab eis mihi mandato et conscientiae meae faciam satis, paucula quaedam parvaque, mea vero sententia non praetereunda humiliter suggeram...»



http://www.cronologia.it/storia/a1901f.htm 

 

L'AZIONE SOCIALE CATTOLICA


L'articolo si riferisce all'enciclica di Leone XIII (Graves de communi) che si esprimeva a favore dell'impegno sociale dei democratici cristiani, anche se rifiutava decisamente il progetto di costituzione di un partito politico autonomo cattolico. Tuttavia nell'enciclica c'è una cauta apertura verso il liberalismo come quello espresso da FILIPPO MEDA negli ambienti cattolici lombardi. Ndr.

"Con atti solenni della sua autorità suprema e con una diffusa, per quanto assai spesso contradditoria agitazione di tutti i suoi organi, la Chiesa cattolica è entrata nel movimento sociale contemporaneo e, affermando la propria esclusiva competenza in questo, così come in ogni altro campo della vita sociale, tende ad imprimere al problema sociale, un indirizzo ed una soluzione suoi. Prescindendo deliberatamente e completamente da ogni discussione sul dogma e sulla costituzione della Chiesa, io intendo chiarire brevemente questo concetto: che l'azione sociale cattolica non è tale che il proletariato le possa tranquillamente affidare le proprie sorti.
La fiducia incondizionata, che la Chiesa domanda al proletariato è resistita dall' insegnainento di 19 secoli di storia, durante i quali o la Chiesa di proposito si è rifiutata di proscrivere le iniquità sociali o ne ha essa stessa approfittato, dividendo colle classi dirigenti laiche i profitti dello sfruttamento proletario. Ha rifiutato di intervenire a difesa degli oppressi proprio nella sua prima fase, la più gloriosa. Esclusivamente intenta alla salute delle anime nei primi tre secoli, essa sdegna non solo di alleviare le miserie sociali, ma le santifica e le consacra. Quando la società era divisa in liberi e schiavi, la Chiesa legittima la schiavitù; niente anzi di più falso di quanto è stato troppo spesso affermato e creduto, che alla Chiesa si debba la condanna e la abolizione di quell'orribile istituzione. San Paolo rimanda a Filemone lo schiavo fuggitivo Onesimo ed esorta alla obbedienza gli schiavi nelle lettere agli Efesii, a Tito, a Timoteo. Altrettanto San Pietro nella prima lettera cattolica. Nulla vi ha nella schiavitù che ripugni alla Chiesa. Salita dalle catacombe al trono dei Cesari, essa stessa diventa proprietaria di schiavi; la emancipazione anzi degli schiavi, favorita come atto umano dalle leggi romane, se si tratti di schiavi ecclesiastici è ostacolata dai Concilii, come quella che diminuisce il patrimonio della Chiesa. E si giunge a tanto, che mentre il giureconsulto pagano insegnava essere la schiavitù istituto del diritto delle genti, ma contro natura, il teologo San Tomaso nega ch'essa sia contro natura. Sulla base di tale insegnamento non è a far meraviglia che sotto gli auspici della Chiesa si introducesse prima la tratta dei negri nell'America Spagnola e che l'ultima tra le nazioni civili ad abolire la schiavitù, il Brasile, sia una nazione cattolica.
Dal giorno del suo trionfo, assunte nuove forme colla effettiva conquista del potere, la Chiesa approfitta dello sfruttamento proletario organizzato dalle e nelle varie costituzioni sociali, che si succedono da Costantino fino alla rivoluzione francese. Basta per convincersi di ciò aver riguardo a quel Medio Evo, che la Chiesa cattolica vorrebbe ora richiamare come esemplare di un nuovo assetto sociale. Durante quel lungo e tenebroso periodo la società europea si divide quasi intera in due classi, i servi e gli uomini d'arme: - la Chiesa sceglie il suo posto accanto a questi ultimi o tra di essi. Vi sono signori ecclesiastici e signori laici: gli uni e gli altri investiti degli stessi, molte volte obbrobriosi, diritti sovrani e semi-sovrani. E i vescovi e gli abati cavalcano non sempre la pacifica mula - bene spesso il caval da battaglia: "E dice il Magontino arcivescovo: Al canto
"Della mazza ferrala io porto l'olio santo.
"Ce n'è per tutti."

Si può osservare e fu difatti osservato e ripetuto infinite volte, che la storia del Medio Evo si riassume nella contesa fra il papato e l'impero per il dominio del mondo.
Quanto sangue è corso nella lotta per le Investiture !!"

(01/06/2006)

 Con una campagna pubblicitaria si ricorda il supporto di tante chiese al razzismo del KKK, paragonato alla discriminazione di oggi verso i gay.

Da redazione Gay Tv.

A Indianapolis la parrocchia Jesus Metropolitan Community Church ha speso 55mila dollari per una campagna pubblicitaria che recita "Gesù ha sempre difeso gli esclusi per motivi sociali e religiosi. Ma oggi molte chiese si sono specializzate proprio nell’aggredire i diversi. C'è qualcosa di sbagliato in ciò".


Una delle pubblicità mostra un gruppo di uomini del Ku Klux Klan con la classica croce incendiata della violenta congrega razzista americana, e proprio in riferimento all’uso del simbolo cristiano della croce, la campagna dice "Ricordate quando un simbolo di amore era usato come strumento di odio? La Bibbia non dovrebbe mai essere usata per giustificare la discriminazione contro qualsiasi gruppo, compresi i  gay".

Il Reverendo Miner, promotore dell'iniziativa, ricorda anche di quando la  Bibbia fu stata usata dalle chiese, cattolica in primis, per  supportare la schiavitù, opporsi al voto femminile e per impedire i matrimoni interrazziali. "Vogliamo aiutare i cristiani a collegare i punti del passato dove la Bibbia è stata usata per discriminare a quello che viene fatto oggi."

Giorgio Lazzarini

 




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