FISICA/MENTE

 

 

Chiesa e “valori”  

 

I crimini di Dio 

 

 

Negli ultimi decenni la crisi della modernizzazione (occidentale o ispirata al socialismo reale) ha determinato la crescita delle religioni, prontamente sfruttata da imam, papi e chierici vari per riproporre a vari livelli la teocrazia e lo scontro frontale contro il razionalismo illuminista ed il pensiero laico.

La chiesa cattolica gode di una fama quanto mai immeritata di santità ed onestà. Dalle origini ad oggi, si è contraddistinta per la difesa della schiavitù, le crociate, la discriminazione delle donne, le campagne omicide contro indios, eretici, non credenti, per poi contraddirsi nel corso dei secoli o – più di recente - “chiedere scusa”.

 

 

Walter Peruzzi

 

Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista “Guerre & Pace” nn. 122-123/24-125 del 2005


 

 

Sommario

Introduzione – Il ritorno degli sciamani

La restaurazione teocratica

L’alleanza Trono - Altare

Dal restauratore al codificatore

E i cattolici?

Parte I

La nuova “laicità”

L’autocritica di Wojtyla

Da Cristo al Cristianesimo

La schiavitù non e’ contro la legge naturale…

… L’abolizione della proprietà privata, invece, sì

Ateismo e faccia tosta

Evangelizzazione a fil di spada

La “reconquista”

Dalla parte dei potenti

La politica dei concordati

La legittimazione del fascismo

L’Appoggio al Nazismo

Parte II

Tredici secoli di crociate

Il dovere di uccidere

La “santa“ inquisizione

Revisionismo storico

Sei secoli di torture e omicidi

Le “circostanze attenuanti”

Le “debolezze”

L’antisemitismo

Tortura e pena di morte

Guerra “giusta” e guerra “santa”

La conquista: un castigo di Dio

La consacrazione della truppa

La chiesa cambia rotta?

Il catechismo di Ratzinger

Peggio del parricidio

Parte III

Una morale sessuofobia

L’elogio della castità…

… E la pratica della castrazione

Sublimazione e repressione

O la castità o la vita

Cento modi di peccare

Pena di morte per gli omosessuali

La Chiesa non cambia rotta

La guerra alla contraccezione

La vita per un battesimo

La donna nel Cristianesimo

Indegnità e inferiorità della donna

La materia e la forma

O Eva o Maria

La Chiesa scopre la parità dei sessi…

… E il “femminismo” di San Paolo

Ma donne sacerdote, no

Un “faro” spento

 


 

 

 

 

Introduzione – Il ritorno degli sciamani

 

Sono molte e complesse, non riducibili solo all'arrendevolezza di cui continuano a dare prova i laici, le ragioni che hanno riportato in auge dagli anni Ottanta la religione, non tanto come rispettabile risposta privata agli interrogativi sull'esistenza umana, quanto come pubblica superstizione, amministrata da atei devoti alla Pera, da cristiani rinati alla Bush o da sciamani fanatici e furbastri tipo Khomeini, Wojtila, Khamanei, Ruini o Ratzinger.

 

Molti tendono ad ascrivere fra i "meriti" del papa polacco lo caduta del comunismo. In realtà è vero il contrario: è stata la caduta delle ideologie novecentesche, e del "socialismo reale" in primo luogo, così come il fallimento della modernizzazione occidentale o socialista in Medio Oriente, a determinare una crisi profonda e una domanda di valori prontamente sfruttate dai chierici per riproporre o fondamento degli stati la religione e restaurare il potere politico di chi la rappresenta in quanto sedicente 'ministro di Dio".

 

 

 

La restaurazione teocratica

 

Tale disegno restauratore, che rimanda agli Innocenzo III e ai Bonifacio VIII, ha ispirato tutto il pontificato di Karol Wojtyla  e spiega il suo appoggio al guerrafondaio Reagan, l’abbraccio a Pinochet, il sostegno alla guerra contro la Serbia così come la condanna della guerra contro l'Iraq; le aperture verso i migranti cosi come la chiusura verso le donne o verso la teologia della liberazione.

 

Questi comportamenti paiono contradditori solo a chi (cattolici e purtroppo anche molti laici) tende a considerare i papi per quello che dicono di essere, cioè rappresentanti di Dio mossi da propositi "religiosi", e non per quello che sono, cioè sovrani assoluti di uno stato transnazionale, animati da fini politici come, nel caso di Giovanni Paolo II, la restaurazione teocratica.

 

Per realizzarla, Wojtyla ha sostenuto prima la lotta dell'Occidente, condotta anche con metodi feroci e brutali, con colpi di stato, assassini e stragi, contro il comunismo, ideologia rivale per antonomasia, poi ha utilizzato il vuoto di valori che si era creato per sostituirla.

 

In questo quadro e in funzione dell'evangelizzazione (vecchio nome della conquista) Wojtyla si è aperto ai bisogni dei "poveri" e dei migranti o al dialogo con le masse musulmane, e quindi alle “ragioni della "pace" compromessa dall'aggressiva politica neocolonialista di Bush in Medio Oriente.

 

Naturalmente la coerenza di Wojtyla trova un limite nel carattere del suo regno: una gerontocrazia di maschi celibi basata sullo scambio castità (ufficiale) contro potere, con l'inevitabile corollario di una morale sessuofobica che la Chiesa ritiene suo carattere distintivo e irrinunciabile anche se la mette in conflitto con la morale dei suoi fedeli oltre che con i diritti delle donne. Non sarà male ricordare al proposito il differente impegno della Chiesa nel referendum sullo 'vita’, dove ha dato una precisa direttiva politica (astenetevi) e nel caso della guerra all'Iraq, quando nessuna direttiva di voto fu data ai parlamentari cattolici ed ex post fu addirittura benedetta da Ruini lo missione omicida dell'Italia a Nassirya.

 

 

 

L’alleanza Trono - Altare

 

La pressione dello Stato Vaticano sull'antico feudo italiano si fece sentire già nel periodo del centro-sinistra (pieno di cattolici o atei sensibili ai desiderata papali) e riuscì a ledere il principio della laicità della scuola, assicurando cospicui contributi alle scuole private.

 

In realtà il vulnus alla laicità della scuola è più profondo e non è costituito neppure solo dai crocifissi che costellano le nostre aule, trasformandole in stazioni della via crucis, mo ben più dal pagamento a spese dello stato (e quindi anche degli atei) dei professori di religione nominati dalle curie.

 

L'alleanza trono-altare  si è fatta tuttavia più stretta e organica con il governo di centrodestra specie dopo lo smottamento delle illusioni su cui si era fondato, cioè la fine dei sogni di facili fortune e del berlusconismo. A una destra in crisi di 'valori’ monetari, la Chiesa offre in cambio i suoi valori spirituali e imperituri.

 

A dettare l'agenda politica del governo sono diventati sempre più Ruini e lo Cei, cui si deve la legge 40 e la campagna astensionista per difenderla contro il referendum popolare, mentre a livello più alto il naturale erede della restaurazione sbozzata da Wojtyla è diventato il suo consigliere Ratzinger.

 

 

 

Dal restauratore al codificatore

 

Tocca a Benedetto XVI codificare e tradurre nel grigio linguaggio curiale la rivoluzione di Giovanni Paolo II.

Ha cominciato a farlo ordinando ai cattolici italiani, in piena sintonia con Ruini, di tenere ferma la legge 40, che serve ad abolire un certo numero di diritti delle donne. Ad abolire gli altri ci penserà in seguito. Intanto ha detto a Ciompi, con arrogante sicumera, nei recente incontro del 24 giugno 2005 fra "capi di stato”, che la laicità dello stato italiano è accettabile solo se 'sana” e che tocca a lui certificare tale condizione o curarla in caso di malattia.

 

Nel colloquio con Ciampi, Ratzinger è anche tornato sulla "difesa della vita". Al pari di Giovanni Paolo II, che abbracciava il massacratore Pinochet e raccomodava di morire di Aids piuttosto che usare il preservativo; al pari del cardinal Pio Laghi, complice dei torturatori  argentini; al pari del cardinol Ruini, che ha benedetto la missione di guerra italiana in Iraq; al pari di Bush, che ha praticato molti omicidi di stato come governatore della Florida e come comandante in capo delle guerre d'aggressione in Afghanistan e in Iraq, anche Ratzinger è interessato a difendere realmente solo la vita... dell’embrione, perché non è ancora persona, quindi non pensa, non reagisce, non dissente ma obbedisce perinde ac codaver.

 

E i cattolici?

 

Questo ritorno del temporalismo papale, in sintonia con gli umori neocons della società statunitense e con il khomeinismo che torna a riproporsi in Iran, è chiaramente allarmante.

In Italia, come ha mostrato l'ossequiente atteggiamento di Prodi di fronte alle insolenti affermazioni di Benedetto XVI al Quirinale, è molto concreto il pericolo che il centro-sinistra si genufletta davanti alla Chiesa, offrendole quanto pretende, nella speranza di prevenire così il suo sostegno elettorale alla destra clericofascista.

 

In questo modo si garantirebbe un sostegno bipartisan alla rapida cancellazione dei diritti umani, non solo delle donne o delle minoranze sessualmente discriminate.

Occorre che lo sinistra riprenda una campagne da troppo tempo accantonata per la laicizzazione del costume, della scuola e dello stato.

Essa passa anche attraverso un ‘sano’ anticlericalismo, tanto per dirla alla Ratzinger, e una campagna che informi sulla realtà di una istituzione come la Chiesa, circondata da un'aura quanto mai infondata di santità e onestà.              

 

Passa anche attraverso un confronto franco, al limite della brutalità, con troppi cattolici che cercano di conciliare una fama di apertura e buoni rapporti con la gerontocrazia vaticana, che sono in prima linea sui temi dell'immigrazione o della povertà ma trovano nel crocifisso un simbolo "universale" o espressivo di una "comune" cultura.

Ciò lascia sempre lo sgradevole sospetto che le aperture verso i poveri, i migranti e gli ultimi abbiano un sottinteso "missionario", "evangelizzatore", di conquista, magari sul letto di morte.., al "buon" dio.

 

 

 

 

 

Parte I

 

All’arroganza e all’ipocrisia della Chiesa cattolica, che pretende di imporre anche ai non credenti i valori morali di cui si vanta depositaria, occorre opporsi non solo in nome dello stato laico, ma proprio in nome di quei valori di uguaglianza, giustizia e rispetto della vita che le dottrine della Chiesa hanno in realtà sempre negato giustificando, in nome di Dio, crimini d’ogni tipo

 

Con la recente campagna a difesa dell’embrione e con le successive dichiarazioni papali contro l’aborto, definito “piccolo omicidio”, o contro la rimozione di Dio dalla vita pubblica (1), la Chiesa mira a proporsi come portatrice esclusiva dei grandi valori morali e a far valere la sua morale come legge per tutta la società, rafforzando così il predominio dei sé-dicenti rappresentanti di Dio. A ciò tende anche la rivendicazione delle “radici cristiane” dell’Europa.

 

La nuova “laicità”

 

Tale progetto, che vuole restaurare lo stato etico, è stato definito “sana” laicità da Benedetto XVI in un recente incontro con Ciampi e “nuova” laicità dal patriarca di Venezia, Angelo Scola, in un’intervista al “Corriere” del luglio scorso. Mentre la vecchia laicità consisteva nella neutralità dello Stato rispetto alle varie religioni e dottrine morali, secondo la nuova laicità, spiega il patriarca, “Io dico la mia idea, tu la tua, il popolo giudichi qual è la migliore e lo Stato laico la assuma” (2).

Come a dire: “Mentre adesso se tu sei per il divorzio e io no, la legge consente entrambe le scelte; dopo, se la maggioranza non vorrà praticare il divorzio, esso sarà vietato anche a chi intenderebbe valersene.” E così dicasi per l’aborto, i preservativi e - perché no? - la fede in Dio. Messa ai voti e imposta poi per legge (3)…

Questa aggressione alla laicità dello Stato è tanto più pericolosa in quanto è sostenuta in Italia anche dai cosiddetti “atei devoti”, ossia dalla destra di governo, in cerca di “valori” purchessia (beninteso se compatibili con i privilegi) da sostituire al tramontante berlusconismo.

Del tutto inadeguato appare, al  confronto, il modo tutto genuflesso con cui l’Unione difende la laicità dello stato dall’eccessiva “ingerenza” ecclesiastica, riconoscendo però la funzione “morale” della Chiesa e i suoi “valori”. E' invece necessario smascherare la falsità di tali valori e la profonda immoralità del cristianesimo, intendendo con questo termine la religione cristiana, ossia quella fondata da Paolo di Tarso e sviluppata dalle varie Chiese (e da quella cattolica in specie, cui limiteremo qui il nostro esame).

 

 

 

L’autocritica di Wojtyla

 

Non si tratta tanto di denunciare lo scarto fra quello che la Chiesa insegna e i comportamenti pratici dei suoi figli, che spesso “predicano” bene e “razzolano” male cioè sono - secondo l’espressione evangelica - “sepolcri imbiancati” (4).

Ciò viene pacificamente ammesso da molti e anzi usato per mettere in luce quanto siano elevati e “santi” gli insegnamenti della  Chiesa, che non sempre i suoi figli riescono a seguire, data la “debolezza della carne”…

In questi limiti è rimasta anche l’autocritica di Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000.

Allora egli chiese scusa perché in certe epoche, per imporre il  cristianesimo, alcuni “figli e figlie della Chiesa” ricorsero alla violenza.

 

Ma non chiese scusa perché tale ricorso alla violenza era giustificato e anzi imposto dalla dottrina della Chiesa. “Il Papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei ‘figli e delle figlie della Chiesa’, ma non per quelli del ‘Santo Padre’ e della Chiesa stessa”, ha scritto il teologo cattolico Hans Kung (5).

 

 

 

Da Cristo al Cristianesimo

 

La invincibile ipocrisia della religione cattolica non sta nello scarto fra teoria e pratica ma in quello fra le dottrine, gli insegnamenti, i dogmi della Chiesa e le idee di giustizia, amore, eguaglianza che la tradizione identifica con l’insegnamento di Cristo.

Non ci interessa qui discutere la storicità di Gesù, fino a che punto sia stata rivoluzionaria la sua predicazione o se egli abbia mai pensato di fondare una Chiesa: cosa di cui molti dubitano e di cui c’è labile traccia solo nel versetto di Matteo “Tu sei Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia chiesa”(6), forse interpolato nel II secolo, in ogni caso del tutto insufficiente a fissare i caratteri della gerarchia, compreso quello celibatario e maschile del sacerdozio…

Quel che ci preme rilevare è che il cattolicesimo, pur riferendosi strumentalmente a Cristo, ha elaborato un corpus dottrinale proprio, cui ha via via incorporato alcuni mutamenti "tattici" imposti dalle circostanze (come la vittoria di idee e regimi laici).

Tale religione non è affatto una religione dell’Amore, degli oppressi e della vita, quale vorrebbe farsi credere, ma al contrario legittima in quanto volute da Dio, come cercheremo di mostrare con alcuni esempi, disuguaglianze sociali, discriminazioni, omicidi e violenze funzionali al potere della Chiesa e delle classi dominanti.

Lo conferma anche il fatto che la Chiesa non denunci come peccatori ma veneri come santi non pochi papi e teologi che hanno teorizzato, ordinato o compiuto questo genere di delitti.

 

 

 

La schiavitù non e’ contro la legge naturale…

 

Cominciamo con la schiavitù, una infamia che, secondo un luogo comune piuttosto diffuso, sarebbe stata eliminata grazie all’avvento del cristianesimo. Ora, ciò non è affatto vero.

La schiavitù scomparve gradatamente nel Medioevo, anche se mai del tutto, venendo sostituita dalla servitù della gleba, per ragioni economiche e sociali che poco hanno a che vedere con la diffusione della nuova religione. La Chiesa per parte sua, oltre a ritenere normale lo sfruttamento dei servi della gleba, e il loro asservimento ai feudatari laici ed ecclesiastici, giustificò l’uso degli schiavi.

L’affermazione di Paolo nella Lettera ai Galati, secondo cui “non vi è più giudeo né greco, né schiavo né libero”(7), di solito citata a riprova di quell’uguaglianza fra gli uomini che sarebbe stata predicata dal cristianesimo, riguarda, come al solito, l’altra vita. In questa, raccomanda Paolo nella Prima Lettera a Timoteo, “quanti sono sotto il giogo schiavi, d’ogni onore stimino degni i propri padroni… E quelli che hanno i padroni credenti, non li disprezzino, per il motivo che sono fratelli, ma piuttosto li servano bene” (8).

Anche il vescovo Ignazio, all’inizio del II secolo, avvertiva che gli schiavi convertiti al cristianesimo “non devono insuperbire, bensì compiere ancor più diligentemente il proprio lavoro di schiavi in onore di Dio” (9).

Nemmeno i dottori della Chiesa del IV e V secolo che pure, come vedremo, avevano una posizione “avanzata” in tema di proprietà privata, misero in discussione la schiavitù, definita da Sant’Ambrogio “un dono di Dio”.

E  Sant’Agostino, scrive lo storico tedesco Karlheinz Deschner nella brillante opera polemica Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, “si attiene tanto più saldamente a questa istituzione, che ritiene fondata sulla naturale ineguaglianza degli uomini. Da un lato può consolare gli schiavi, definendo come voluto da Dio il loro destino, dall’altro far presente ai padroni l’utilità terrena che deriva loro dall’influenza ecclesiastica sugli schiavi!” (10). E  quando gli schiavi cristiani chiedono l’emancipazione, Agostino li richiama bruscamente all’ordine…

Anche san Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, possedeva gli schiavi e accettava la schiavitù avvertendo che “tutti siamo uguali per natura… ma un’incomprensibile distribuzione pospone alcuni ad altri a seconda che variano i meriti” (11).

Il massimo cui si spinse fu, come scrive nella sua Storia del Cristianesimo Ernesto Buonaiuti, che pure guarda con simpatia a questo papa, di temperare “la condizione degli schiavi, avvicinandoli a quella dei servi della gleba” (12). Il che implicitamente sottolinea quanto ampiamente dimostrano tutta la storia del Medioevo e dei movimenti ereticali sorti per  invocare la “riforma” della Chiesa e cioè che l’inumano sfruttamento dei servi della gleba era normalmente praticato e ritenuto giusto anche dai papi più riformatori.

Ancora nel XIII secolo poi San Tommaso, la cui filosofia è stata dichiarata dalla Chiesa verità “perenne”, giustificava il mantenimento della schiavitù.

 

Collocava altresì  i salariati “fra i miseri e la gente sozza” e sosteneva che a nessuno è lecito andare oltre la propria condizione (13).

Nel XVI secolo la posizione della Chiesa si modificò in quanto si tese a vietare la riduzione in schiavitù dei cristiani, ad esempio degli indios convertiti forzosamente e che era comunque lecito adibire ai lavori forzati … Ma la schiavitù non fu condannata. Papa Nicolò V invitò a fare schiavi i musulmani, che erano “infedeli”, e con gli stessi argomenti fu poco dopo legittimata la tratta dei neri dall’Africa anche da fra Bartolomé de Las Casas, che pure scrisse un’appassionata denuncia del genocidio consumato dagli spagnoli a danno degli indios.

La Chiesa cattolica non fu dunque la prima a bandire la schiavitù. In compenso fu l’ultima. Il 20 giugno 1866, quando ormai le idee illuministe e i nuovi sviluppi del capitalismo avevano portato a vietare la tratta e la guerra di secessione aveva abolito la schiavitù anche negli Stati Uniti, papa Pio IX scriveva nella sue Istruzioni: “La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento....

 

Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato." (14)

 

 

 

… L’abolizione della proprietà privata, invece, sì

 

Wojtyla, nella sua autocritica, non si è autocriticato perché la Chiesa ha insegnato per secoli secoli in materia di schiavitù quello che, almeno dal Concilio Vaticano II, è reputato falso. Ha anzi beatificato Pio IX, sostenitore di questa dottrina oltre che fautore, come vedremo nella seconda parte, della pena di morte. In compenso, riprendendo la lezione Leone XIII, ha giudicato contraria “alla legge naturale e divina” (15) l’abolizione della proprietà privata, ossia di quella proprietà che alcuni possono avere solo a patto che la maggioranza ne sia priva.

Nei primi secoli molti padri della Chiesa ritenevano doversi predicare l’eguaglianza fra gli uomini e conseguentemente la condivisione della proprietà e delle ricchezze. “Chi ama il suo prossimo come se stesso”, dichiarava Basilio, “non possiede più del suo prossimo” (16). “Nella suddivisione della ricchezza terrena”, diceva Gregorio da Nissa, “uno che si appropria di una quantità più grande danneggia quelli con i quali deve dividere” (17). “Il ricco o è ingiusto o è erede di un ingiusto” (18), secondo Gerolamo.

E Giovanni Crisostomo sosteneva l’esatto contrario di quanto affermò più tardi la Chiesa e cioè che “la comunanza dei beni è per la nostra vita la forma più adeguata che non la proprietà privata, ed è conforme a natura” (19).

Ma già nel V secolo, osserva Deschner nel libro che abbiamo citato, “i papi erano i più grandi latifondisti dell’Impero romano” (20).

Con papa Gregorio Magno (fine VI secolo) la Chiesa era ormai una grande potenza politica ed economica. Di qui la difesa strenua della proprietà, che allora era soprattutto la proprietà terriera, e quindi il diritto a sfruttare i servi della gleba, anche contro quanti periodicamente chiedevano il “ritorno” alla povertà evangelica. Per quanto si sa, solo un papa, Pasquale II, all’inizio del XII secolo, dichiarò che la Chiesa doveva rinunciare alle sue ricchezze e al suo potere. Ma ciò sollevò una protesta così violenta della curia che il papa dovette fare una precipitosa marcia indietro. Pasquale II dichiarò... che aveva scherzato, cioè che le ricchezze e il potere sono necessarie alla Chiesa per perseguire i suoi scopi “spirituali”. E tale è la posizione che la Chiesa ha mantenuto fino ad oggi.

Solo alla fine dell’Ottocento, di fronte al diffondersi delle idee socialiste, Leone XIII ritenne necessario affrontare la “questione sociale”, nel tentativo di conciliare alcune concessioni agli “operai” intese a neutralizzare l’influenza delle idee marxiste, con la difesa della proprietà privata - che ricevette proprio allora sanzione ufficiale. “Questo conte Pecci”, scrive polemicamente Deschner nel testo già citato, “fu tutt’altro che amico della piccola gente: proprio nella enciclica su citata [la Rerum Novarum] ribadisce: ‘Prima di tutto, dunque, è necessario partire dall’ordine dato e immodificabile delle cose, per cui nella società civile non è affatto possibile l’equiparazione di alto e basso, di povero e ricco’ “ (21).

Si delineò così la “dottrina sociale” della Chiesa, terza via fra liberismo e socialismo, riproposta da Giovanni Paolo II con la Centesimus annus (1991) e che condanna come lesiva della persona umana l’abolizione della proprietà privata.

 

 

 

 

Ateismo e faccia tosta

 

La Centesimus annus ci dà anche due significativi esempi della malafede papale. Il primo è costituito dalla definizione di “proprietà privata”. Wojtyla, sulla scia di Leone XIII, definisce la proprietà privata “il diritto di possedere le cose necessarie per lo sviluppo personale e della propria famiglia”(22): ma il papa sa bene che non è questa la proprietà privata che i socialisti intendono abolire, bensì quella dei mezzi di produzione, che rendono possibile acquistare e sfruttare il lavoro di chi è privo di ogni proprietà.

Così Wojtyla difende come diritto naturale il sistema capitalistico e il possesso di terre e fabbriche, contrabbandandolo come possesso delle “cose necessarie al proprio sviluppo personale e della propria famiglia”.

Con ancora più olimpica faccia tosta Giovanni Paolo II ci spiega che l’errata concezione della società professata dai socialisti discende dal loro ateismo, a sua volta “strettamente connesso col razionalismo illuministico” poiché “la negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e di conseguenza induce a riorganizzare l’ordine sociale prescindendo dalla dignità della persona” (23). Come a dire che invece nel Medioevo o nella Spagna dell’Inquisizione, fondate sull’affermazione di Dio, esisteva un ordine sociale che esaltava la dignità della persona...

L’arrogante smemoratezza dei crimini commessi dalla Chiesa in nome di Dio non in qualche sporadico caso ma per quindici-sedici secoli, caratterizza anche Joseph Ratzinger, il quale alla vigilia di diventare papa esortava a comportarsi come se Dio esistesse “anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio” (24) (si noti per incidens l’arrogante sicumera di questa definizione degli atei: come se noi definissimo i credenti “quanti non arrivano a capire che Dio non c’è”).

Della stessa qualità l’affermazione con cui Wojtyla chiude l’enciclica: “Lotta di classe in senso marxista e militarismo hanno le stesse radici: l’ateismo e il disprezzo della persona umana” (25).

 Il papa naturalmente non dice quali siano le radici delle crociate, delle sanguinose guerre di religione, dell’evangelizzazione forzata degli indios, tutte cose ispirate alla fede in Dio e piene di rispetto per la “trascendente dignità della persona umana”...

 

 

 

Evangelizzazione a fil di spada

 

Del resto proprio Giovanni Paolo II, come ricorda il bel saggio di Anna Borioni e Massimo Pieri Maledetta Isabella maledetto Colombo, ha definito “epopea missionaria” la conquista delle Americhe e “parla di Colombo come del primo evangelizzatore, così come il suo predecessore Alessandro VI, nel 1493, lo aveva chiamato diletto figlio” (26).

E nel 1987, rivolgendosi agli indiani d’Argentina, Wojtyla li esorta ad amare “soprattutto la gran ricchezza che per volere divino avete ricevuto: la vostra fede cristiana” (27), riqualificando così come “volontà di Dio” la sanguinosa conquista autorizzata e anzi ordinata da papa Alessandro VI nel donare ai re di Spagna e Portogallo, “per l’autorità di Dio onnipotente a noi concessa…, tutte le isole e terre trovate e da trovare, scoperte e da scoprire… sia che siano dalle parti dell’India o che siano da qualunque altra parte” (28).

L’immagine del “figlio dell’Uomo” che non ha un giaciglio ove posare il capo è rovesciata in quella del papa che, in nome di Dio, si fa padrone assoluto dell’orbe terracqueo e lo “dona” ai re cattolici con tutti i suoi abitanti, legittimando così la penetrazione imperialistica. “La Chiesa”, notano Borioni e Pieri, “non solo non ha mai ripudiato le bolle del papa Borgia, ma neanche ha speso una parola di critica, anzi bolle di altri papi hanno confermato l’operato di Alessandro VI” (29).

Nella Bolla in questione, la Inter coetera,, Alessandro VI fonda inoltre il “diritto di conquista” sul “dovere” di convertire gli indios che il papa assegna ai re cattolici: “Vi comandiamo in virtù della santa obbedienza, che così come pure lo prometteste ... e procuriate di mandare alle dette terre ferme e isole uomini buoni, timorati di Dio, dotti, saggi, e esperti, affinché istruiscano i Nativi e Abitanti alla Fede Cattolica, e insegnino loro i buoni costumi”(30).

Quei “buoni costumi” di cui Alessandro VI, notoriamente dedito all’assassinio e al concubinaggio, era fulgido esempio. Si fissa così un legame che sarà sempre rinnovato nei secoli successivi fra Chiesa e potenze imperialistiche, fra attività missionaria e penetrazione capitalistica, fra conquista ed “evangelizzazione”.

Per una documentazione dei rapporti fra Chiesa e colonialismo si veda, ad esempio, Fede e civiltà, a cura di Aldo Landi che raccoglie la bolla di Nicolò V del 1455 in cui si auspica la penetrazione del cattolicissimi portoghesi nel continente africano, i documenti sul commercio di schiavi nello Stato Pontificio del Seicento, le preghiere per i legionari italiani in Africa durante il periodo fascista ecc.

“Un lavoro, quello del Landi”, osserva Mimmo Franzinelli, “che si potrebbe aggiornare con l’inserzione dei discorsi tenuti da Giovanni Paolo II in occasione dei frequenti viaggi extraeuropei, quando ebbe occasione di accompagnarsi a tiranni che dalla presenza multi-mediale del pontefice trassero elementi di legittimazione” (31).

 

 

 

La “reconquista”

 

Il riferimento di Franzinelli è soprattutto ai viaggi di Giovanni Paolo II in America latina, ma in generale il motivo dell’evangelizzazione, ossia della “conquista” al cattolicesimo di tutto il mondo, è una chiave importante per capire le scelte, apparentemente contraddittorie, del suo pontificato.

C’è chi ha paragonato Giovanni Paolo II a Innocenzo III o Bonifacio VIII per il carattere tutto-politico del suo pontificato, teso a restaurare il potere universale del papato. Il sogno teocratico di Wojtyla doveva naturalmente misurarsi con un mondo dove l’odiato illuminismo ha laicizzato costumi e istituzioni, o dove il diffondersi dell’Islam rende i cristiani minoranza in varie parti del globo. Giovanni Paolo II ha quindi abilmente usato un linguaggio di “apertura” e di “dialogo” là dove la Chiesa doveva convivere con religioni o ideologie diverse.

Ma nel contempo ha continuato la vecchia politica di alleanza con il potere, anche il più tirannico, dove si trattava di conservare un predominio consolidato, come nell’America latina. Qui il papa ha abbracciato Pinochet, si è schierato contro tutte le spinte innovative del mondo cattolico, specie contro la teologia della liberazione, ha glissato disinvoltamente sull’assassinio di Romero.

Allo stesso modo non ha esitato a sostenere il reazionario nazionalismo cattolico croato, favorendo l’esplosione delle guerre jugoslave, in contrasto con il pacifismo manifestato nel caso dell’Iraq, cioè in un’area dove il papa temeva di vedere compromesse dalle aggressive politiche antimusulmane degli Usa le possibilità di penetrazione o di pacifica convivenza a fini di “evangelizzazione”.

 

 

 

Dalla parte dei potenti

 

L’alleanza della Chiesa con i potenti, iniziata già con Costantino e sancita da Teodosio nel 380, quando dichiarò il cattolicesimo “religione di stato” dando il via alle persecuzioni contro i pagani, divenne la regola nei lunghi secoli del Medioevo e continuò, come abbiamo visto parlando di Alessandro VI, anche nell’età moderna garantendo privilegi economico-politici e influenza sociale al papato che, in cambio, assicurò il suo appoggio ai governi più dispotici.

Questo ruolo della religione, di quella cattolica nella fattispecie, prima che da Marx fu rilevato da Napoleone che, nello spiegare la funzione del Concordato da lui firmato con la Chiesa nel 1801, ebbe a dire: “Quando un uomo muore di fame accanto a un altro pieno fino al gozzo, gli è impossibile darsi pace di questa differenza se non c’è un’autorità che gli dice: ‘Così vuole Dio, bisogna che ci siano i poveri e i ricchi in questo mondo, ma dopo, e per l’eternità, le parti saranno fatte diversamente” (32).

Ancora alla fine dell’Ottocento un papa sedicente “progressista” come Leone XIII, nell'enciclica Immortale Dei (1885), propose questa alleanza fra potere laico ed ecclesiastico come “modello” di società e di civiltà: “Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell'onorevole grado che le conveniva, fioriva all'ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il sacerdozio e l'impero, stretti tra loro per amichevole reciprocanza di servizi.

Ordinata in tal modo la società recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata a innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare” (33).

 

 

 

La politica dei concordati 

 

Il compito di ristabilire l’alleanza fra trono e altare, incrinata dalle nuove idee illuministe, dalla rivoluzione francese e dall’affermarsi di regimi laici e democratici, fu assegnato dalla Chiesa ai Concordati. Essi tesero ad affermare nei vari paesi il cattolicesimo non come una religione fra le altre ma come religione dello stato o comunque dotata di cospicui privilegi e contemporaneamente a fare dello Stato della Chiesa, territorialmente ininfluente, una “potenza” trasnazionale.

L’esempio fu seguito anche dalle Chiese cristiane protestanti. “Cattolicesimo e protestantesimo” scrive Deschner, “si allearono… con  ogni sorta di regime, anche col più criminale, come prova il loro rapporto con Mussolini, Franco e Hitler” (34).

 

 

 

La legittimazione del fascismo

 

La storia dei rapporti fra Chiesa e fascismo è troppo nota perché qui vi si insista, così come sono noti i vantaggi derivati e che ancora derivano alla Chiesa dal Concordato, anche dopo la revisione del 1984 che ha privato il cattolicesimo del titolo di “religione dello stato”. Ricorderemo fra l’altro l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, fino al 1984 obbligatorio, il crocifisso nelle aule, le agevolazioni alle scuole private, l’incredibile recente normativa che assicura il pagamento da parte dello stato degli insegnanti di religione nominati dalle curie.

Qui merita soprattutto ricordare alcune formulazioni teoriche e dottrinali legate all’intesa del papato con il fascismo, come l’affermazione di Pio XI secondo cui “Mussolini ci è stato inviato dalla Provvidenza” (35), o la composizione e diffusione nelle scuole di preghiere che favorivano un vero e proprio culto del duce (“Duce ti ringrazio che tu mi abbia reso possibile crescere sano e forte. Mio caro Dio proteggi il Duce, affinché venga a lungo conservato all’Italia fascista”) (36) o il sostegno alla guerra d’Etiopia: in tale occasione il papa “proclamò che una guerra difensiva (!) a scopo espansionistico (!) poteva essere giusta e opportuna per una popolazione in crescita” (37), mentre il periodico gesuita Civiltà cattolica precisava “che la teologia cattolica non condanna affatto ogni espansione economica violenta” (38).

 

 

 

La Chiesa e il Nazismo

 

Tralasciando il sostegno della Chiesa al franchismo o quello a Pavelic e agli Ustascia che si resero responsabili, fra l’altro, dello sterminio di 600.000 croati ortodossi, o al collaborazionista slovacco monsignor Tiso, ci limitiamo infine a ricordare l’appoggio al nazismo da parte dei vescovi tedeschi con la lettera pastorale collettiva del giugno 1933 (39).

“Col capo diritto e con passo sicuro siamo entrati nel nuovo Reich e siamo pronti a servirlo”, dichiarava il vescovo Bornewasser di Treviri, mentre il vescovo ausiliario Burger affermava: “I fini del governo del Reich sono da lungo tempo i fini della Chiesa cattolica” (40). In un Vademecum per il soldato cattolico con tanto di imprimatur, del 1938, si legge: “Il Fuhrer incarna l’unità del popolo e del Reich”(41) né si contano preghiere e inni al Fuhrer.

Da parte sua, nel 1937, l’allora segretario di stato Pacelli, futuro Pio XII, scriveva all’ambasciatore tedesco in Vaticano che alla Santa Sede “non sfuggiva la grande importanza insita nella costituzione di una linea  di difesa politica internamente sana e vitale contro il pericolo del bolscevismo ateo”.

La Santa Sede, continuava Pacelli, pur combattendo il boscevismo con altri mezzi ammetteva anche l’utilizzo “di mezzi estremi di pressione contro il pericolo bolscevico” (42). Nel 1941, dopo l’invasione tedesca della Russia, i vescovi tedeschi scrivevano: “Una vittoria sul bolscevismo equivarrebbe al trionfo della dottrina di Gesù su quella degli infedeli” (43).

Troppo noto, perché vi si insista, è poi il “silenzio” di Pio XII sul genocidio degli ebrei e sui campi di sterminio nazisti.

Ma varrà la pena ricordare, a conferma di una linea ancora oggi non smentita di complicità con i potenti e con il nazifascismo in particolare, la beatificazione di un responsabile dei massacri e degli stermini consumati dagli ustascia come l’arcivescovo croato Stepinac.

Queste pagine della storia recente, come quelle sull’evangelizzazione forzata degli indios, portano d’altra parte a considerare un altro aspetto del cattolicesimo, su cui ci soffermeremo in seguito, e cioè la legittimazione che la Chiesa diede alla guerra, all’omicidio, alle stragi di massa e a varie forme di violenza e di intolleranza.

 

 

 

Note prima parte

 

(1) “Dove scompare Dio, l’uomo perde la dignità divina”, ha detto Ratzinger ovviamente identificando Dio con il Dio cristiano, cioè il crocifisso. Vedi Lasciate il crocifisso nelle aule, “la Repubblica”, 17 agosto 2005.

(2) A. Cazzullo, Ora un patto per una nuova laicità, “Corriere della Sera”, 17 luglio 2005.

(3) Naturalmente c’è da giurare che in un paese dove la maggioranza sostenesse norme contrarie alla morale cattolica, il cardinale Scola rivendicherebbe per i cattolici il diritto di disattenderle, riscoprendo la “vecchia” laicità. E’ un gioco che la Chiesa fa da duemila anni: invocare la “tolleranza religiosa”se è minoranza, e il rispetto della “verità cristiana”, da parte delle minoranze, se è al potere.

(4) Gli esempi stucchevoli anche oggi si sprecano, da quello di Benedetto XVI che in una recente omelia, ricoperto d’oro e pietre preziose come una madonna di Loreto, esortava a “staccarsi” dalla ricchezza a quello della “terza carica dello stato”, il "bel Pieferdi" Casini, indefesso propagandista del matrimonio indissolubile e della morale sessuale vaticana, che dopo l’elezione a presidente della Camera concluse il discorso chiedendo la protezione della  Vergine e mandando baci verso le tribune dove sedeva la sua, in linguaggio canonico, “concubina”.

(5) H. Kung, Il Papa che ha fallito, “Corriere della sera”, 26 marzo 2005.

(6) Vangelo di Matteo, 16, 18 in La Sacra Bibbia, Salani editore, Milano 1954, p. 1406

(7) Paolo, Lettera ai Galati, 3, 28 in La Sacra Bibbia, cit., p. 1640

(8) Paolo, 1 Tm. 6.1-2, in La Sacra Bibbia, cit., p. 1686

(9) Ign., Polyc., 4, 3 in K. Deschner, Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari editore, Bolsena (Vt) 1998, p. 375.

(10) Aug:, In Ps., 124, 7, in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., p. 376.

(11) in G. Pepe, Il Medioevo barbarico in Italia, Einaudi, Torino 1941

(12) E. Buonaiuti, Storia del cristianesimo, vol. II, p. 37.

(13) in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., p. 378.

(14) Pio IX, Instruzioni, 20 giugno 1866, in J. F. Maxwell, Doctrine Concerning Slavery, in “World Jurist” (1969-70), pp. 306-307

(15) Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1991, sito internet della Santa Sede.

(16) Bas., in divites, 1 in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., p. 357.

(17) Greg. Nyssa, Primo discorso, 18 sgg in K. Deschner, cit., p. 378.

(18) Hieron.,in Mich. 6, 10 sgg.in K. Deschner, cit., p. 378.

(19) Crisostomo, dodicesima omelia sulla prima Lettera a Timoteo, in K. Deschner, cit., p. 378.

(20) K. Deschner, cit., p. 353.

(21) K. Deschner, cit., p. 367.

(22) Giovanni Paolo II, Centesimus annus, cit.

(23) ibid.

(24) Joseph Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, estratto da una conferenza del 1 aprile 2005 a Subiaco.

(25) Giovanni Paolo II, Centesimus annus, cit.

(26) A. Borioni, M. Pieri Maledetta Isabella maledetto Colombo, Marsilio, Venezia 1991, p. 30.

(27) ibid., p. 31.

(28) ibid., p. 173.

(29) ibid., p. 178.

(30) ibid., p. 173.

(31) M. Franzinelli (a cura), Ateismo, laicismo, anticlericalismo, Ed. La Fiaccola, Ragusa1992, vol. II, p. 152.

(32) in A memoria d’uomo, manuale di storia per la scuola media, Cappelli, Bologna 2005, vol. B, p. 269.

(33) Leone XIII, Immortale Dei, in R. Cammilleri, La “leggenda nera” dell’Inquisizione, in “Fogli”, n.131-32, agosto-settembre 1988 (www.kattoliko.it).

(34) K. Deschner, cit, p. 446.

(35) ibid., p. 447.

(36) ibid., p. 447.

(37) ibid., p. 448.

(38) ibid., p. 448.

(39) ibid., p.454-55.

(40) ibid., p.456.

(41) ibid., p. 462.

(42) ibid., p. 469.

(43) ibid., p. 448.

 


 

Parte II

 

Continuiamo la rivisitazione critica di dottrine della Chiesa cattolica prendendo in considerazione le posizioni assunte da papi, santi e teologi, per molti secoli e in parte ancora oggi, sulla vita umana, la guerra, la tortura, la pena di morte. Esse mostrano quanto sia falsa e ipocrita l’odierna pretesa del cristianesimo di presentarsi come religione “della vita”

 

“Nella vita umana la Chiesa riconosce un bene primario, presupposto di tutti gli altri beni, e chiede perciò che sia rispettata tanto nel suo inizio quanto nel suo termine” (1), ha dichiarato Benedetto XVI, poco dopo la sua elezione a papa, nel quadro della campagna in difesa dell’embrione e contro l’aborto.

Questa affermazione suonerebbe meno risibile se Ratzinger avesse precisato che la Chiesa ha assunto solo di recente tale posizione, dopo aver predicato per quasi duemila anni il contrario, ossia il più totale disprezzo per la vita di uomini, donne e bambini messi a morte in quanto “infedeli”, eretici o ribelli alle autorità; e che ancora adesso il rispetto si limita alla vita dell’embrione, o di chi è ridotto a un vegetale attaccato alle macchine, non a quella degli adulti che, specie nei paesi del Terzo mondo, la condanna vaticana dei preservativi espone disarmati alla peste dell’Aids (2).

 

 

 

Tredici secoli di crociate

 

L’esaltazione della violenza e il disprezzo per la vita umana, cioè il capovolgimento di quell’amore verso il prossimo che si vorrebbe tipico dei cristiani, si manifestarono appena il cristianesimo cessò di essere perseguitato.

“Prima della vittoria del Cristianesimo”, nota il teologo tedesco Carl Schneider, “si pretendeva che lo Stato non potesse costringere nessuno a venerare una determinata divinità, ma poi, con la stessa determinazione, si pretese che esso dovesse costringere tutti all’adorazione del Dio proprio dei cristiani, anche con l’uso di ogni forma di violenza” (3).

Le guerre di sterminio, i massacri e gli omicidi per la fede, istigati o sostenuti, spesso ordinati e talora anche eseguiti dai papi, non furono episodici ma sistematici, per almeno tredici secoli. Andarono dalle campagne del IV-V secolo contro il vecchio paganesimo fino a quella condotta nell’VIII-IX secolo da Carlo Magno contro i sassoni, passati a fil di spada se non si convertivano, dalle crociate contro i turchi alla “reconquista” della Spagna contro gli Arabi, dai roghi dell’Inquisizione, attiva per oltre sei secoli, alla crociata promossa nel 1208 da Innocenzo III per sterminare gli Albigesi e alle altre persecuzioni contro gli eretici, dalle guerre di religione concluse con la guerra dei Trent’anni (1618-48) alla conversione forzata degli indios.

 

Voltaire calcola che siano stati uccisi per ragioni di fede, solo in Europa, circa 9 milioni e mezzo di cristiani, senza contare i milioni di “infedeli” o gli indios delle Americhe.

Si devono poi aggiungere i milioni di vittime delle rivolte contadine (centomila solo in  quella del 1525 in Germania), sanguinosamente represse per tutto il Medioevo da vescovi-conti o feudatari laici benedetti dai papi, dai vescovi cattolici e da Lutero, nell’intento di difendere l’ordine sociale fondato sullo sfruttamento dei servi della gleba.

 

 

 

Il dovere di uccidere

 

Qui tuttavia, più che su tali comportamenti criminali, comuni per molti secoli alle massime autorità ecclesiastiche, merita insistere sul fatto che essi furono presentati come un “dovere” da bolle e altri documenti papali: tali documenti obbligavano i fedeli, in nome di Dio e della “santa” religione, a ricercare, torturare e bruciare gli eretici o bandivano le crociate, promettendo salvezza eterna e indulgenze plenarie a chi vi partecipava.

Alle posizioni papali vennero di rincalzo le teorie dei massimi teologi, come Agostino, Tommaso d’Aquino, Bernardo di Chiaravalle che non solo non furono smentite o condannate in seguito dalla Chiesa ma furono proposte, nel caso di Tommaso d’Aquino, come verità e filosofia “perenne”.

I papi elevarono inoltre questi e altri simili personaggi all’onore degli altari, facendoli santi. “I papi”, come ha detto lo storico cattolico Acton, “non furono solo assassini in grande stile ma fecero del delitto un fondamento giuridico della Chiesa cristiana e una condizione della salvezza” (4).

 

 

 

La “santa“ inquisizione

 

Agostino fu il primo a sostenere, già nel V secolo, la “conversione coatta” e la necessità di ricorrere all’intervento statale contro gli eretici. Tommaso d’Aquino, soprannominato il “dottore angelico”, affermò che è “un delitto molto più grave falsificare la fede, che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla  vita mondana”. Se quindi per i falsari vige la pena di morte è giusto che gli eretici “non soltanto possano essere cacciati dalla comunità ecclesiale, ma anche a buon diritto giustiziati!” (5).

 

A queste idee si ispirò l’Inquisizione, cioè la “ricerca” degli eretici, già iniziata in epoca carolingia e regolamentata con il decreto Ad abolendum di Lucio III che fissò nel 1184 la pena del rogo per i peccatori. Con Gregorio IX tale procedura divenne un’istituzione denominata Santa Inquisizione. Innocenzo III con la bolla del 1199 Vergentis in senium trasformò il reato di eresia da reato religioso in reato contro lo stato, rendendolo così perseguibile dai tribunali civili di tutti i paesi europei. E non sarà male notare come ancora oggi papa Ratzinger cerchi di trasformare in un "reato" perseguibile dallo stato ciò che la Chiesa condanna come "peccato", come i Pacs e l'aborto. Innocenzo IV, con la bolla Ad extirpanda del 1252, introdusse e legittimò il ricorso alla tortura per “portare alla luce la verità” obbligando inoltre i governanti “ad eseguire la pena di morte sui colpevoli entro cinque giorni”(6).

 

Circolari dei papi Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Adriano IV spinsero espressamente gli inquisitori tedeschi, francesi e italiani a perseguitare la “setta delle streghe” e, secondo gli stessi atti del Simposio internazionale sull’Inquisizione, indetto dal Vaticano nel 1998, “papa Leone X nel 1521 scrisse una bolla violenta nella quale autorizzava gli inquisitori a scomunicare le autorità civili che dovessero opporsi ai roghi delle streghe condannate dal Santo Ufficio” (7). In soli 10 anni vennero bruciate vive 3.000 streghe.

 

Paolo III, il papa del Concilio di Trento, riformò l’Inquisizione romana su modello di quella spagnola con la bolla Licet ab initio in cui avvertiva di voler punire quanti persistessero nell’eresia “in modo tale che la loro pena diventasse un esempio per gli altri” (8).

Nel 1556 Paolo IV istituì per la domenica successiva al 5 novembre un rogo solenne, concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che vi avessero assistito e nel 1557, con la Pro votantibus, diede al Tribunale dell’Inquisizione “licenza e facoltà [di emettere] voti e sentenze che comportassero tortura, mutilazioni e spargimento di sangue, fino alla morte inclusa, senza per questo incorrere in censura o irregolarità” e poco dopo dispensò cardinali e inquisitori “dall’irregolarità in cui incorrevano infliggendo tortura reiterata” (9). 

Per la severità con cui punì la bestemmia, l’immoralità, la violazione dei giorni festivi e per lo zelo con cui fece eseguire le condanne a morte decise dagli Inquisitori, si distinse Pio V, papa e santo, che nel 1572 minacciò la pena di  morte anche a chi scriveva o leggeva gli “Avvisi”, antenati dei giornali moderni…

Tristemente noto per le esecuzioni capitali di massa fu papa Sisto V.

È solo un parzialissimo spaccato dell’album di famiglia di Wojtyla, Ratzinger, Ruini e altri personaggi così amorevolmente solleciti verso il destino dell’embrione…

 

 

 

Revisionismo storico

 

Nonostante questo, sul sito "kattoliko" tal Rino Cammilleri scrive: “c’è stato un tempo in cui gli uomini si riconoscevano nella Res publica christiana e chiedevano alla Chiesa di essere difesi dai falsi profeti, propugnatori di idee non di rado aberranti, tali da minacciare gravemente i fondamenti dottrinali, culturali e istituzionali della società religiosa e civile. Fu a questo compito che sovrintese con mitezza e buonsenso il tribunale dell’Inquisizione” (10).

Anche se pochi cattolici arrivano a questa grottesca apologia, non mancano tentativi più accorti, da parte ad esempio di Vittorio Messori o Franco Cardini, di rivalutare le pagine “oscure” della Chiesa. Ma il più ragguardevole tentativo ufficiale di “ridimensionare” il fenomeno si ebbe nel 2003, quando furono presentati gli atti del Simposio internazionale sull’Inquisizione tenutosi su sollecitazione di Wojtyla nel 1998 e già citato.

Scopo del Simposio doveva essere stabilire con esattezza i fatti, su cui basare l’autocritica che il papa poi presentò nella “Giornata del perdono” del Giubileo 2000. Ma del libro di 788 pagine, osserva Adriano Petta su “Alias”, i giornali, “Avvenire” in testa, riportarono solo le poche parole dei presentatori miranti a far notare che “il numero degli eretici mandati al rogo dalla Santa Inquisizione non giungeva nemmeno a 100” (11).

Forte di questi dati, il pro-teologo della Casa pontificia Georges Cottier osservava che la Chiesa deve chiedere perdono solo per “fatti veri e obiettivamente riconosciuti”, non per “alcune immagini diffuse all’opinione pubblica, che hanno più del mito che della realtà” (12).

 

 

 

Sei secoli di torture e omicidi

 

Naturalmente ad essere “mitico” è il numero dei 99 morti cui si “limiterebbero” le vittime della Inquisizione. Da dove venga tale numero ce lo fa capire il seguente passo degli atti del Simposio in questione: “si stima che il numero di processi di stregoneria in quell’epoca è di 100.000 in totale e circa la metà, 50.000 persone, finirono al rogo.

Delle 1.300 vittime in Portogallo, Spagna e Italia, meno di 100 roghi possono essere attribuiti all’Inquisizione dei suddetti paesi. Il resto si deve ai tribunali civili e vescovili degli stessi paesi” (13). “Come se quei tribunali civili e vescovili”, commenta giustamente sdegnato Petta, “non fossero emanazione diretta del potere della Chiesa… Con questa operazione del Simposio, papa e cardinali hanno provato a mischiare le carte” (14).

Quello della caccia alle streghe è d’altra parte solo un capitolo cui vanno aggiunte le persecuzioni degli ebrei, che a lungo i papi additarono come colpevoli di “deicidio”, dei musulmani e perfino dei musulmani forzosamente convertiti (specie in Spagna), degli atei, degli aderenti a movimenti ritenuti eretici, degli oppositori politici.

 

Le vittime dell’Inquisizione, scrive Petta, furono “almeno cinquecentomila, senza contare i 100-150.000 presunti catari, uomini, donne e bambini, scannati vivi in poche ore a Béziers il 22 luglio 1209, nel corso della crociata contro gli albigesi bandita da Innocenzo III” (15).

Ma una stima precisa è difficile, anche perché rivoluzioni e rivolte portarono in varie occasioni a distruggere documenti dell’Inquisizione, che operò dal XIII al XVIII secolo.

 

I processi celebri, come quelli a Giovanna d’Arco o a Galilei, di cui la Chiesa si è autocriticata trecento anni dopo, o a Giordano Bruno, per cui si attende ancora l’autocritica, non sono che una parte infinitesimale dei processi conclusi con ritrattazioni, torture e roghi in Europa e nelle Americhe.

Qui, allo sterminio degli indios per effetto della conquista, si aggiunsero le condanne al rogo dei nativi che non volevano abbracciare la fede cristiana. Per avere un’idea di come la Chiesa procedeva nell’evangelizzazione si veda il rapporto di un funzionario reale a Filippo II dove si legge che i frati raparono a zero e vestirono i maya coi sanbeniti, dopo averli torturati “collocandoli in alto alla maniera del tormento della carrucola con pietre di due e tre arrobas e così appesi dandogli molte frustate fino a che scorreva a molti di loro sangue per la schiena e per la gambe fino al suolo; e su queste [ferite] li tormentavano con olio bollente” (16).

Si aggiungano le vittime delle inquisizioni promosse dalle varie Chiese cristiane riformate, quella calvinista e anglicana in primo luogo.

 

 

 

Le “circostanze attenuanti”

 

Dando inizio ai lavori del citato Simposio internazionale sull’Inquisizione, il domenicano Georges Cottier affermò che “la considerazione delle circostanze attenuanti [quelle storiche riguardanti i costumi dell’epoca, N. d. R.] non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto” (17).

Venivano posti così due limiti, entrambi profondamente ipocriti e inaccettabili, all’autocritica.

Il primo riguarda le cosiddette circostanze attenuanti, cioè i costumi dei tempi, spesso invocate dalla Chiesa per giustificare non solo l’Inquisizione ma le crociate e la pratica diffusa dell’omicidio: è una richiesta autolesionistica e ridicola perché nei tempi di cui si parla non imperversavano, per dirla con Wojtyla, “l’ateismo e il disprezzo della persona” (18) ma, come affermò Leone XIII, “la filosofia del Vangelo governava gli Stati… la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli” (19).

Furono dunque le scellerate dottrine propagate dalla Chiesa, che aveva allora un assoluto predominio, a rendere duri e spietati i costumi, legittimando torture ed eccidi, non viceversa.

 

 

 

Le “debolezze”

 

Altrettanto e ancora più ipocrita è definire “debolezze” di “figli della Chiesa” le persecuzioni, le torture e i roghi dell’Inquisizione, poiché si trattò di pratiche non solo giustificate ma prescritte o autorizzate da papi e vescovi ossia da chi, allora come oggi, si autodefiniva “rappresentante di Dio”. Furono loro a insegnare che gli eretici si dovevano punire con la morte, che la verità si doveva strappare con la tortura, che le streghe erano persone invasate dal demonio, che (come vedremo fra poco) uccidere i nemici di Cristo non era omicidio ma “uccisione del male”. In  una parola fu la Chiesa a diffondere per secoli dottrine menzognere e criminali.

è questo che la Chiesa non vuole ammettere quando parla di “debolezze” o di “errori” dei suoi figli. Il papa e la Chiesa non possono infatti riconoscere di aver predicato il falso, in questo campo come a proposito della schiavitù o delle guerre “giuste” ecc.

 Dove andrebbe a finire la “infallibilità” del papa? Come si potrebbe sostenere ancora che la Chiesa è stata fondata da Cristo, rappresenta Dio e parla in suo nome anziché essere, come è, una qualsiasi “fallibile” istituzione terrena?

 

 

 

L’antisemitismo

 

La Chiesa continuò a manifestarsi intollerante anche dopo la fine dell’Inquisizione, nel XIX e nel XX secolo, specie nei confronti delle minoranze cristiane, dei modernisti e degli ebrei. A questo ultimo proposito ci limitiamo a rimandare a un recente articolo in cui Rossana Rossanda ricorda che l’antisemitismo non è attribuibile solo a molti “figli della Chiesa”, come disse Wojtyla, né tanto meno a un neopaganesimo sorto dal nulla nel XX secolo, come ha detto Ratzinger l’agosto scorso alla Giornata mondiale della gioventù di Colonia, ma è stato “seminato per quasi venti secoli dal cristianesimo” e in particolare dalla Chiesa di Roma che ha “incoronato ed esortato i potenti persecutori degli ebrei dei secoli scorsi in tutta Europa” (20).

 

 

 

Tortura e pena di morte

 

Quanto alla tortura e alla  pena di morte, esse continuarono a essere in vigore nello Stato della Chiesa anche quando negli altri paesi europei erano state soppresse grazie all’influenza di quel razionalismo illuminista che, secondo Wojtyla, negherebbe la “dignità della persona” (21).

 

“Nello Stato Pontificio, dal 1796 al 1864, il ‘maestro di giustizia’ Mastro Titta praticò da solo ben 516 esecuzioni” si legge in un recente comunicato dell’Associazione Nessuno tocchi Caino, e la pena di  morte, fino al 1992, “era ancora considerata pienamente legittima dal Catechismo della Chiesa Cattolica” (22).

La pena di morte, prevista tramite impiccagione, e abbondantemente applicata da Pio IX, è stata abolita solo nel 1967 da Paolo VI anche se non veniva più eseguita dall’inizio del Novecento.

Solo con Giovanni Paolo II, e la sua Enciclica Evangelium Vitae del 1995, il Vaticano è divenuto decisamente abolizionista e si è posto alla testa della crociata in difesa della vita, tentando di far dimenticare con questo “entusiasmo”, e senza nessuna autocritica, quindici secoli di teorizzazione e di pratica delle condanne capitali.

 

 

 

Guerra “giusta” e guerra “santa”

 

Lo stesso dicasi per la guerra. Già Agostino, nel V secolo, ai suoi oppositori manichei replicava: "Cosa si biasima nella guerra? Forse il fatto che muoiano quelli che sono destinati a morire, perché i destinati a vivere siano sottomessi nella pace?" e legittimò la "guerra giusta", condotta per punire una "violazione del diritto" o le guerra "santa", cioè "che si intraprende sotto l'autorità di Dio", come quelle di Mosè ( 23).

Alla sua dottrina si richiamò all'inizio del XII secolo il mistico Bernardo di Chiaravalle per legittimare le crociate: "I soldati di Cristo combattono sicuri le guerre del loro Signore e non temono né il peccato se uccidono il nemico, né il pericolo se muoiono essi stessi… Un soldato di Cristo… senza dubbio quando uccide un malvagio non è un omicida, ma, per così dire, un uccisore del male e viene stimato vendicatore di Cristo nei confronti di coloro che fanno il male e difensore dei Cristiani" (24).

"Disperdere questi gentili che vogliono la guerra, eliminare questi operatori di iniquità che vagheggiano di strappare al popolo cristiano le ricchezze racchiuse in Gerusalemme, … ecco la più nobile delle missioni" (25).

Ratzinger, nella Giornata della gioventù di Colonia, ha condannato l’idea “che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a Lui [Dio] gradita” e ha detto che il ricordo delle crociate “dovrebbe riempirci di vergogna” (26).

 

Ma, al solito, si è dimenticato di dire che quelle idee sono state parte integrante dell’insegnamento della Chiesa e che quest’ultima ha fatto santi e ancora oggi venera come tali i sostenitori di quelle idee “vergognose”.

Dire questo avrebbe significato riconoscere che la Chiesa è una qualsiasi istituzione umana, soggetta a errori e a cambiamenti di politica a seconda di chi la governa. Benedetto XVI invece ha voluto rimarcare anche a Colonia di essere il rappresentante di Dio in terra, addirittura parlando sotto una nuvola di plexigas.

“Nella Bibbia - hanno spiegato gli organizzatori - spesso Dio appare in una nuvola e parla” (27). "Altro che ritorno alla religiosità", ha notato Guido Ambrosino, "a Colonia si celebra l'idolatria papista" (28).

Sicché le autocritiche di Ratzinger o di Wojtyla somigliano a quella di Clinton sui crimini degli Usa in America latina: un modo per rifarsi una verginità e ricominciare meglio a delinquere secondo l’aurea massima cattolica “dal peccato alla confessione, dalla confessione al peccato”…  

 

 

 

La conquista: un castigo di Dio

 

Con gli stessi scopi dichiarati (la diffusione della fede) e reali (le “ricchezze” di Gerusalemme…) che servirono per legittimate le crociate, furono elaborate da frati e teologi,  subito dopo la scoperta dell’America, dottrine che giustificarono la conquista.

“Se la Chiesa e il papa hanno il diritto e il dovere di predicare il Vangelo in tutto l’orbe”, scriveva uno dei massimi teologi dell’epoca, il domenicano Francisco de Vitoria, “è evidente che se gli indiani non riconoscono questo diritto e si oppongono ad esso con la forza, sarà lecito ribattere con la forza… Da qui sorgerà il titolo della conquista” (29).

Di più, per giustificare la repressione degli indios e il loro sterminio, religiosi ed eruditi si impegnarono a dimostrare la discendenza dei nativi americani dalle dieci tribù di Israele che, a differenza di quelle di Beniamino e Giuda, non erano ritornate dall’esilio babilonese, erano cadute nell’idolatria e avevano fatto perdere ogni traccia di sé.

Questa discendenza spiegherebbe come gli indios vivessero nell’idolatria, senza conoscere il vero Dio, e giustifica la loro sottomissione violenta da parte degli spagnoli, come castigo per i loro peccati: “vediamo compiute in queste misere popolazioni “, scrive il domenicano Diego Duran, “tutte le pene, afflizioni e castighi che hanno meritato per le loro malefatte e abominazioni e idolatrie” (30).

 

“Alla luce di queste teorie”, osservano Borioni e Pieri nel loro Maledetto Isabella, maledetto Colombo, “diventa provvidenziale e quindi legittimo, per conquistadores e missionari, l’assoggettamento degli indiani…, la rapina delle loro ricchezze” (31) e, ovviamente, la conversione spontanea o forzata alla “vera” religione. Da allora il nesso fra “missioni” e colonialismo fu strettissimo.

 

 

 

La consacrazione della truppa

 

Anche nell’età moderna, fino a tutto il XIX secolo, i papi promossero non solo guerre di religione ma guerre fra gli Stati. Lo Stato pontificio fomentò guerre, leghe più o meno “sante”; strinse e ruppe alleanze militari. L’inizio del Novecento vide vescovi cattolici e protestanti impegnati a favore della guerra mondiale, ognuno al fianco del proprio governo, come documenta Deschner nel suo più volte citato Il gallo cantò ancora (32).

è vero che in questa occasione si ebbe una significativa presa di posizione contro la guerra da parte di papa Benedetto XV, ma ciò non impedì il prevalere del bellicismo nazionalista in autorevoli ambienti  cattolici. Significativo il caso di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università cattolica di Milano.

 

Nel 1915 egli andava spiegando sulla sua rivista “Vita e Pensiero” le “conseguenze benefiche della guerra” che “viene ad essere un terribile e severo eliminatore di quei popoli che hanno tradito la loro missione e uno strumento nelle mani della Provvidenza per guidare le genti”, “un flagello misericordioso e divino” che “coi suoi mali conduce a manifestazioni sublimi di carattere religioso” (33).

Questa esaltazione bellicista sfociò nella “Solenne consacrazione dei soldati del Regio Esercito Italiano al Sacro Cuore di Gesù”, proposta dal Gemelli con l’appoggio della “Civiltà cattolica”, dell’episcopato e dello stesso Vaticano: campagna rilanciata dal Gemelli nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale...

 

In questa guerra poi, dato il legame delle Chiese con il nazifascismo, di cui abbiamo già parlato nella prima parte, cappellani militari, invocazione dell’aiuto di Dio per incenerire il “nemico” e benedizione di gagliardetti si sprecarono.

Più tardi Pio XII condannò l’obiezione di coscienza affermando che "un cittadino cattolico non può richiamarsi alla propria coscienza per rifiutare il servizio militare e per non adempiere ai doveri stabiliti dalla legge” (34), mentre ancora nel 1959 “il gesuita Gundlach, professore (e per un certo tempo rettore) della pontificia Università Gregoriana di Roma… ha stabilito come risultato della dottrina di Pio XII sulla guerra atomica che: ‘L’utilizzazione delle armi atomiche in guerra non è immorale in assoluto’” (35).

 

 

 

La chiesa cambia rotta?

 

In conclusione anche per quanto riguarda il “pacifismo” la correzione di rotta della Chiesa si manifestò, e ambiguamente, solo nella seconda metà del Novecento, a partire da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II.

Tale orientamento si espresse poi concretamente nelle due guerre del Golfo per calcoli eminentemente politici, cioè per la legittima preoccupazione politica del Vaticano che le crociate di Bush compromettessero la faticosa opera di evangelizzazione in terra musulmana. Dello stesso pacifismo infatti Giovanni Paolo II non diede prova in occasione della crisi jugoslava, quando anzi sollecitò l’ingerenza umanitaria a difesa dei “diletti figli” croati.

Ancora nel 1991, del resto, il cardinale Biffi attaccava il “pacifismo pseudoevangelico” di Tolstoj accusandolo di avere concorso a far penetrare “in qualche corrente della mentalità ecclesiastica contemporanea [leggi: don Milani, il movimento ‘Beati i costruttori di pace’ ecc.] l’idea di una certa immoralità di ciò che ha attinenza con le armi” (36).

 

Idea da lui certo non condivisa, né dal cardinal Ruini che, anche dopo la ventata “pacifista” del 2003, è tornato ai ruoli a lui più consueti di “cappellano militare” che benedice armi e gagliardetti esprimendo il sostegno all’occupazione militare italiana in Iraq, ipocritamente definita “missione di pace”.

 

 

 

Il catechismo di Ratzinger

 

L’ombra lunga del “diritto-dovere di uccidere”, rivendicato per secoli dall’autorità ecclesiastica e dai potenti da essa appoggiati, si stende del resto anche sul recentissimo Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, licenziato da Benedetto XVI il 28 giugno 2005.

In esso si conferma la posizione della Evangelium vitae per cui, date le odierne possibilità dello Stato, “i casi di assoluta necessità della pena di morte ‘sono ormai molto rari se non praticamente inesistenti’” (37), ma si ribadisce che l’uso della forza militare può essere giustificato seppure a date condizioni quali la certezza di un danno grave e durevole subito, l’inefficacia di ogni alternativa, le possibilità di successo (!?, N. d. A.), l’assenza di danni maggiori (38).

Soprattutto, e qui casca l’asino, si afferma che la valutazione di tali condizioni, ossia di decidere se è il caso di fare la guerra o no, “spetta al giudizio prudente dei governanti [ad esempio Bush, Blair e Berlusconi, N.d.A.], cui compete anche il diritto di imporre ai cittadini l’obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto personale all’obiezione di coscienza [che il rappresentante di Dio Joseph Ratzinger riconosce sbugiardando il rappresentante di Dio Eugenio Pacelli…, N.d.A.]” (39). Anche l’accumulo e il commercio delle armi vengono vietati dal Compendio, ma solo se “non debitamente regolamentati dai poteri legittimi” (40)…

 

 

 

Peggio del parricidio

 

In compenso vengono definiti peccati “gravi”, senza nessuna circostanza attenuante e senza alcuna distinzione fra loro, “l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali” (41).

Permane insomma nel catechismo di Ratzinger l’idea, esposta da monsignor Bouvier in un pruriginoso manuale ottocentesco ad uso dei confessori, che una violazione della morale sessuale, ad esempio la seduzione della penitente da parte del suo confessore, “non solo è paragonabile al parricidio, ma lo supera” (42).

Si conferma che la pena eterna è garantita per una fellatio quanto per uno stupro, mentre omicidi e stragi, se compiute nel quadro di una guerra decisa con  prudenza dai poteri legittimi, sono compatibili con l’onore degli altari, riservato del resto da Giovanni Paolo II a un  papa che comminò molte condanne a morte, come Pio IX, o a un complice del sanguinario regime ustascia, come il cardinale Stepinac.

Ma sulla morale sessuale cattolica ci soffermeremo meglio nella prossima e conclusiva parte.

 

 

Note seconda parte

(1)  “Corriere della sera”, 24 giugno 2005.

(2) La condanna vaticana si è tradotta nella disincentivazione o nella messa al bando dei contraccettivi da parte di molti governi “devoti” del Terzo mondo. Terry Eagleton ha scritto sul “The Guardian”: “il Vaticano ha condannato - in quanto ‘cultura di morte’ - i profilattici, che nei paesi in via di sviluppo avrebbero potuto salvare dall’agonia della morte per Aids tantissimi cattolici. Il Papa va al suo premio eterno con le mani sporche del sangue di quei morti” (T. Eagleton, Mani sporche di sangue, in “il manifesto”, 5 aprile 2005).

(3) C. Schneider, Geistesgeschichte, II, 27 in K. Deschner, Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari editore, Bolsena (Vt) 1998, p. 399.

(4) K. Deschner, cit. p. 411.

(5) Tommaso d’Aquino, Summa Th., II a e q.XI, a.3, in K. Deschner, cit., p. 412.

(6) K. Deschner, cit. p. 412.

(7) A. Petta, Le radici dell’orrore, “Alias”, suppl. del “manifesto”, 11 settembre 2004.

(8) A. Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella maledetto Colombo, Marsilio, Venezia 1991, p. 50.

(9) A. Petta, cit.

(10) R. Cammilleri, La ”leggenda nera” dell’Inquisizione in “Fogli”, n. 131-32, agosto-settembre 1988 in www.kattoliko.it/leggendanera/inquisizione.html.

(11) A. Petta, cit.

(12) Ibid.

(13) L’Inquisizione - Atti del Simposio internazionale, in A. Petta, Le radici dell’orrore, cit.

(14) A. Petta, cit.

(15) Ibid.

(16) A. Borioni, M. Pieri, cit., p. 248.

(17) Ilaria Tremolada, Come la Santa Inquisizione catturava eretici e peccatori, in “Storia in network” (www.cronologia.it/storia/)

(18) Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nel sito della Santa Sede, 1991

(19) Leone XIII, Immortale Dei, in R. Cammilleri, La “leggenda nera” dell’Inquisizione, cit.

(20) Rossana Rossanda, I distinguo del papa, “il manifesto”, 21 agosto 2005.

(21) Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nel sito della Santa Sede, 1991

(22) “Nessuno tocchi Caino”, comunicato stampa, 28 giugno 2005..

(23) Agostino, Contro Fausto Manicheo, libro XXII, cap. 74-75 in Agostino, Tutte le opere, www.sant'agostino.it/italiano/

(24) Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiate, in Opera omnia, trad. D’Agostino.

(25) Bernardo di Chiaravalle in E. Buonaiuti, Storia del cristianesimo, vol. II, p. 320.

(26) Jaia Vantaggiato, “La religione non sia un’arma”, “il manifesto” 21 agosto 2005.

(27) Ibid.

(28) Guido Ambrosino, Lutero, dove sei?, “il manifesto” 21 agosto 2005.

(29) A. Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella, Maledetto Colombo, Marsilio, Venezia 1991, p. 175-76.

(30) D. Duran, Historia de las Indias de Nueva Espana Y Islas de tierra firme, in A. Borioni, M. Pieri, cit., p. 16.

(31) Ibid.., p. 18.

(32) K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., pp. 438-445.

(33) M. Franzinelli, Padre Gemelli per la guerra, edizioni la Fiaccola, Ragusa 1989, pp. 18-21.

(34) K. Deschner, cit. p. 496.

(35) Ibid., p. 499.

(36) in M. Franzinelli (a cura), Ateismo, laicismo, anticlericalismo, Ed. La Fiaccola, Ragusa  1992, vol. III, p. 95.

(37) Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2005, p. 127.

(38) Ibid., p. 130.

(39) Ibid., p. 130.

(40) Ibid., p. 130.

(41) Ibid., p. 131.

(42) J.-B. Bouvier, Manuale dei Confessori testo latino con trad. it. a fronte in Venere al Tribunale della Penitenza, Claudio Gallone editore, Milano 1999, p. XXVIII.

 


 

 

Parte III

 

La morale sessuofobica del cattolicesimo e il suo disprezzo per la donna sono vistose espressioni di quella negazione dei valori umani insita, come si è visto anche nelle precedenti sezioni, in molte dottrine della Chiesa e che rende del tutto infondata la sua pretesa di porsi come “guida”e punto di riferimento morale per tutta la società.

 

Nel giugno 2005, alla vigilia del referendum sulla procreazione assistita, il cardinal Ruini affermò che “la fede cristiana non è affatto ostile al corpo e alla sessualità, ma al contrario ci aiuta a scoprire pienamente il loro genuino valore" (1).

Al pari di altre affermazioni, tese a presentare il cristianesimo come religione degli oppressi, della giustizia sociale o della vita, si tratta di una grossolana bugia.

 

 

 

Una morale sessuofobia

 

Il cristianesimo si fonda sull’idea di un uomo “decaduto” per effetto del peccato originale (2) e tale decadenza si manifesta, secondo la Chiesa, soprattutto nei “disordinati” desideri del corpo e nel piacere, in primis quello sessuale, che il cristiano deve rifuggire e reprimere per elevarsi a Dio. Tale sessuofobia, estranea agli insegnamenti di Cristo, s’impose presto nella Chiesa e divenne tipica della dottrina cattolica, come dimostrano puntualmente sia un critico assai aspro del cristianesimo quale il tedesco Karlheinz Deschner, sia la teologa cattolica tedesca Uta Ranke-Heinemann, la prima donna abilitata dalla chiesa a insegnare teologia nelle università ma anche la prima ad esserne allontanata per aver negato il concepimento verginale di Maria.

Per il Deschner la sessuofobia cattolica risale a Paolo da Tarso le cui lettere “in stridente contrasto col Vangelo, rigurgitano di macerazione della carne, di mortificazione delle passioni e di odio verso tutto ciò che è corporeo. Il sarx, la carne, appare addirittura come ricettacolo del peccato … Il cristiano deve ‘martirizzare il corpo e soggiogarlo’ (Gal. 5,24), ‘appenderlo alla croce’ (Rom. 8,13), ‘ucciderlo’ (Col. 3,5) e così via dicendo” (3).

Per la Heinemann, invece, furono i primi padri della chiesa e in particolare Agostino a unire “l’avversione al piacere e alla sessualità con il cristianesimo facendone un’unità sistematica” (4).

Per Agostino, come per gli altri padri della Chiesa, “impudico” era lo stesso rapporto matrimoniale poiché gli sposati vivono “come bestie” e nel coito gli uomini non si distinguono “in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli” (5).

Del resto, con buona pace di Ruini, il disprezzo del corpo, del piacere e dello stesso matrimonio, visti come sinonimi di “impurità”, sono fra i motivi con cui papa Innocenzo II, nel sinodo di Clermont del 1130, giustificava il celibato dei preti affermando: “Poiché i sacerdoti devono essere tempio di Dio, vasi del signore e santuari dello Spirito santo […], è contrario alla loro dignità che essi giacciano nel talamo nuziale e vivano nell’impurità” (6).

 

 

 

L’elogio della castità…

 

Il rapporto sessuale quindi in tanto fu tollerato dalla Chiesa in quanto finalizzato alla procreazione, secondo la massima popolare “non lo fo per piacer mio, ma per dar dei figli a Dio”. Di qui l’obbligo per i cristiani di mortificare la carne anche nel matrimonio, praticando il più possibile la continenza, e di qui l’esaltazione della castità come condizione preferibile per il cristiano. Per Agostino “la castità di chi non è sposato è migliore di quella degli sposati” e una madre “otterrà in cielo un posto inferiore a quello della figlia vergine” (7).

In questo modo, per un verso, il cristianesimo assolve al ruolo proprio della religione di inculcare nei fedeli l’idea della vita terrena come “valle di lacrime” e della sofferenza come offa da pagare al fine di garantirsi la salvezza eterna. Per altro verso pone su un piedistallo il clero che, scegliendo la castità e il celibato, si propone come modello di virtù, capo e guida rispetto ai laici in uno scambio “potere” contro “piacere”.

 

 

 

… E la pratica della castrazione

 

Anche se l’obbligo del celibato per i preti fu codificato solo piuttosto tardi, e gradualmente, nel Medioevo, il culto della castità alimentò fin dai primi secoli negli asceti e nei teologi cristiani forme estreme di disprezzo del corpo che andavano dall’infibulazione, consistente nel legare un anello o pezzi di ferro al pene, fino alla castrazione.

Persino Origene, il più grande teologo dei primi tre secoli, si evirò e fu per questo elogiato dallo storico ecclesiastico e vescovo Eusebio. La pratica della castrazione fu in seguito coltivata anche per ragioni artistiche, ossia per “sopranizzare” i cantori delle cappelle papali, dove non potevano cantare le donne. “Nella Cappella Sistina”, annota Deschner, “per secoli hanno cantato con giubilo i castrati: fino al 1920! Non meno di trentadue ‘Santi padri’[…] permisero senza scrupoli tale mutilazione” (8).

La Chiesa ha inoltre sottolineato il suo disprezzo per il corpo e per la sessualità facendo santi una sfilza di uomini e donne che si distinsero per le autoflagellazioni e altre umiliazioni fisiche, spesso ripugnanti: da San Luigi, i cui simboli sono il giglio, la croce, la frusta e il teschio, alla salesiana Marguerite Marie Alacoque, vissuta sempre nel Seicento, che “si incise il monogramma di Gesù sul petto… mangiava pane ammuffito, verdura marcia, puliva con la lingua il vomito dei pazienti, e nell’autobiografia ci descrive la felicità provata riempiendosi la bocca delle feci d’un uomo che soffriva di diarrea…

Papa Pio IX la fece santa nel 1864!” (9).

 

 

 

Sublimazione e repressione

 

Altri risvolti di questa sistematica repressione degli “istinti” furono da un lato forme di misticismo incarnate da sante come Caterina da Siena o Teresa d’Avila, in cui molti studiosi vedono una sublimazione del desiderio sessuale, e dall’altro il dilagare fra il clero e nei conventi della lussuria e della corruzione più sfrenate, spesso ipocritamente tollerate purché nascoste, in modo da non dare “scandalo”.

Dura fu per contro la repressione di quei preti che rifiutavano apertamente il celibato. Contro i sacerdoti che convivevano con una donna, contro quest’ultima e i loro figli “per oltre un millennio furono adoperati i più diversi metodi coattivi: digiuni, multe, destituzione, scomunica, infamia, tortura, penitenza pluriennale o perenne in galera” (10).

Analoga maniacale severità la Chiesa manifestò nel condannare senza eccezione come “peccato mortale”, almeno dal Seicento, ogni atto o pensiero “impuro”, giudicato peggiore del parricidio dal Manuale dei confessori di Jean-Baptiste Bouvier, vescovo e teologo francese del XIX secolo.

 

 

 

O la castità o la vita

 

Detto Manuale (che è solo uno dei tanti libri simili circolanti ad uso dei confessori) lascia a più riprese intendere che per la Chiesa la “purezza” vale più della vita. Il Manuale, ad esempio, fa proprio quanto prevedeva l’art. 324 del Codice penale francese dell’epoca, secondo cui “nel caso d’adulterio, l’omicidio commesso dallo sposo sulla sposa, come anche sul complice, nel momento in cui egli li sorprende in flagrante delitto nella abitazione coniugale, è scusabile” (11).

Se poi una giovane sta per essere violentata e teme “di poter acconsentire al piacere delle sensazioni veneree, deve gridare, anche con evidente pericolo della propria vita, ed in allora ella sarà una martire della castità”(12).

Tuttavia l’inferiorità della donna, altro “valore” predicato dalla Chiesa per quasi due millenni come vedremo fra poco, mitiga in qualche misura l’offesa.

Di conseguenza il Manuale raccomanda alla fanciulla insidiata “di difendersi con tutte le sue forze” e con ogni mezzo, “in guisa però di non uccidere né di mutilare gravemente l’aggressore, perché la vita e i principali membri del corpo valgono in questo caso più dell’onore” della donna (13). “La vita dell’aggressore vale più dell’onore”, commenta ironicamente Barbara Alberti, “Quella della donna, meno” (14).

 

 

 

Cento modi di peccare

 

Il testo di Bouvier si dilunga poi a classificare con un certo pruriginoso compiacimento i vari tipi di lussuria, naturale e contro natura (cioè non finalizzata alla procreazione), consumata e non consumata, condannando come sodomia anche il rapporto fra persone di sesso diverso o fra coniugi “quando il commercio carnale avviene all’infuori dell’accoppiamento delle parti genitali, per esempio quando si mettono in opera la parte deretana, la bocca, le mammelle, le gambe, le coscie ecc,” (15) o quando il marito si stende sotto la moglie “capovolgendo così i ruoli naturali’” (16).

In verità, chiosa ironicamente Deschner, è difficile capire “perché l’atto ‘tradizionale’, la moglie sdraiata sul dorso e il marito sopra di lei facies ad facies, debba essere normale, corretto e voluto da Dio” (17).

O è difficile capire il presunto accanimento divino contro la masturbazione, ritenuta da Tommaso d’Aquino (finanche in forma di polluzione involontaria) più grave della fornicazione, punita nei conventi fino all’Ottocento con bastonature e frustate, vietata nel 1929 dal Santo Uffizio anche se usata a fini terapeutici, cioè per poter diagnosticare una malattia, e ancora oggi considerata dalla Chiesa una specie di assassinio in quanto dispersione dello sperma destinato a procreare…

Anche “il gocciolio”, che è “una lenta emissione di seme imperfetto… se avviene volontariamente e copiosamente, o con una notevole commozione degli Spiriti genitali, è peccato mortale, perché implica il pericolo prossimo della polluzione” (18) e così peccano mortalmente “il giovine che fa sedere una ragazza sulle sue ginocchia e la trattiene, o abbracciandola la preme su se stesso” e “le donne che non hanno marito né vogliono né sono in condizione di averlo… se si adornano colla intenzione di ispirare amore negli uomini in quanto che, in codesto caso, sarebbe un amore non tendente al matrimonio, e per ciò necessariamente impuro” (19).

 

 

 

Pena di morte per gli omosessuali

 

Questa stucchevole casistica, “che con pretesti religiosi e richiamandosi a Dio ha deformato molte coscienze umane” (20), come dice la Heinemann, restando dal più al meno valida ancora oggi, può far sorridere, così come il tempo sprecato da teologi e santi, Alfonso de’ Liguori in primis, nel redigerla. Ma c’è poco da ridere per quanto riguarda l’atteggiamento della Chiesa verso l’omossessualità.

Ritenuta presso vari popoli civilissimi una normale espressione della sessualità, l’omosessualità viene giudicata dalla Chiesa contraria alla ragione in base all’idea curiosa che contrasti con la ragione quanto non combacia con le dottrine via via escogitate dai papi e dai loro entourage.

Fu quindi colpita non solo con la minaccia della pena eterna ma con gravi pene terrene.

Al principio del IV secolo gli omosessuali furono scomunicati dal Sinodo di Elvira, nel 390 i cristiani, appena arrivati al potere, tentarono di sterminarli per legge, nel 693 il Sinodo di Toledo stabilì che dovessero essere esclusi da ogni convivenza sociale, frustati, privati della capigliatura ed esiliati, il Sinodo di Nablus del 1120 decretò la loro condanna al rogo e la bolla papale Cum primum del 1566 impose che tutti gli omosessuali fossero consegnati allo Stato per subire l’esecuzione capitale.

Nei paesi più a lungo influenzati dal cattolicesimo, come la Spagna e il Portogallo, ancora a metà Novecento gli omosessuali potevano essere internati.

 

Solo in anni recenti, quando si è ridotta negli stati l’influenza del cristianesimo (così sollecito nel tutelare la dignità e la vita della persona, se si dovesse dar credito a quanto raccontano Wojtyla o Ratzinger), gli omosessuali hanno cominciato a vedere riconosciuti i loro diritti, che la Chiesa fa comunque quanto può per limitare o ridurre, come tutti sappiamo.

 

 

 

La Chiesa tira diritto

 

Ancora oggi, questa morale sessuale ridicola, ossessiva e disattesa da molti cattolici, è rimasta inalterata. Di fronte al crescente disagio e alla protesta che si sono manifestati fra i laici e nel clero stesso, soprattutto negli anni del Concilio Vaticano II, la teologia cattolica è arrivata a riconoscere la possibilità di finalizzare il rapporto sessuale nel matrimonio anche alla ricerca del piacere, purché mai “per se stesso” né “con sfrenatezza”.

Ma niente più. Per il resto i vari pontefici, da Pio XII a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ribadito l’obbligo del celibato per i preti, la condanna dei rapporti extraconiugali o di quelli coniugali non finalizzati alla procreazione, hanno definito “contro natura” ogni ricerca del piacere sessuale per se stesso.

Ancora negli anni Sessanta del Novecento il cardinal Ruffini invitava a seguire “Sant’Agostino, il quale non temeva di affermare che i coniugi cadono nella violenza carnale e nella prostituzione, qualora non vivano cristianamente il matrimonio, separando l’unione matrimoniale dalle sue finalità (cit. da Hampe III 258)” (21), finalità che la Chiesa - del tutto a capocchia e unicamente guidata dal suo odio per una sessualità libera - fa consistere in una forsennata moltiplicazione della specie.

 

 

 

La guerra alla contraccezione

 

In questo quadro si comprendono campagne di segno opposto come quella contro l’aborto e la procreazione assistita, che dicono di voler salvare milioni di vite “potenziali”; e quella contro i contraccettivi che, impedendo rapporti protetti o una limitazione delle nascite in paesi afflitti dalla fame e dall’Aids, manda a morte milioni di persone “reali”.

Al fondo vi è sempre la condanna del piacere, cioè di rapporti sessuali non subordinati al “dovere” di procreare. Che i papi, mentre ostacolano pianificazione delle nascite e prevenzione dell’Aids, si proclamino difensori della “vita nascente” e che definiscano “delittuose” le fabbriche di contraccettivi mentre autorizzano le fabbriche di armi “purché debitamente regolamentate dai poteri legittimi” (22), è solo l’ennesima conferma dell’insanabile ipocrisia del cattolicesimo.

Questo nonsenso criminale è ben rilevato dalla pur cattolica Heinemann, dove nota: “i figli immaginari vengono protetti dalla contraccezione con molto più vigore di quanto i figli reali, quasi adulti, vengano difesi dall’inferno della guerra e dalla morte sui campi di battaglia, secondo l’intollerabile errata credenza cattolica che i veri crimini dell’umanità si compiono nella camera da letto matrimoniale e non sui teatri di guerra” (23).

Altrettanto ridicolo il tentativo, riproposto da Giovanni Paolo II con la Familiaris consortio del 1981, di distinguere metodi contraccettivi “naturali” (il calcolo dei giorni fecondi) e “artificiali”, invitando i teologi a “cogliere e approfondire la differenza antropologica, e al tempo stesso morale, che esiste fra la contraccezione e il ricorso ai ritmi temporali” (24): “un compito impossibile”, ironizza la Heinemann, “poiché dove non esiste alcuna differenza morale, non se ne può scoprire alcuna.

Effettivamente una differenza c’è, non teologica ma papale: col metodo della scelta dei tempi il papa riesce a costringere per molti giorni i coniugi sotto il pontificio giogo della castità, mentre con gli altri metodi questo non gli riesce” (25).

“Con ciò”, conclude la Heinemann, “non si vuole dire nulla a favore della pillola […] e contro la continenza periodica; nulla a favore del preservativo e contro il coitus interruptus o viceversa: si vuole solo affermare che tutte queste questioni non sono da porre ai teologi e ai papi, ma alla medicina e ai coniugi stessi” senza più sottostare a “un imperativo [papale] che deriva dal disprezzo del matrimonio da parte dei celibatari avversi al piacere e maniaci della verginità” (26).

E, da cattolica, la Heinemann auspica che i cattolici sottraggano  “l’amore coniugale dall’ambito voyeristico di una polizia ecclesiastica del letto matrimoniale” (27).

 

 

 

La vita per un battesimo

 

Analoghe considerazioni credo valgano per l’aborto, contro cui ancor più si accanisce l’intrusiva ingerenza della gerontocrazia celibataria: il che si spiega anche con il misogenismo che la porta a malsopportare l’autogestione del corpo da parte della donna, e la sua emancipazione dal potere maschile. Una spia di tale atteggiamento è data da una delle più odiose norme della morale cattolica, quella secondo cui dovendo scegliere fra la vita del feto e la vita della madre, è quest’ultima che va sacrificata perfino se si tratta di tenere in vita il bambino solo il tempo necessario a battezzarlo. Secondo Agostino infatti i bambini che muoiono senza battesimo sono condannati all’Inferno.

“È un capitolo macabro”, scrive la Heinemann, “quello che riguarda il pericolo di morte per parto, a causa - a volte - dell’omissione di soccorso. Negli ospedali cattolici, fino a tempi recenti, le donne hanno corso questo pericolo e, se venisse osservato l’insegnamento ufficiale della chiesa, lo correrebbero ancora oggi.

Secondo questo insegnamento, infatti, è più importante battezzare in fretta il bambino che sta morendo piuttosto che consentire alla madre di sopravvivere alla morte del figlio senza battezzarlo” (28). “Lo spietato Dio di Agostino,”, continua con sferzante ironia, “il persecutore che danna i neonati che prima della loro morte non hanno fatto in tempo a farsi battezzare, è anche un persecutore e un aguzzino delle loro madri “ (29).

Con altrettanta fermezza la Chiesa, specie dal 1884 e poi con la Casti connubii di Pio XI (1930) e l’Allocuzione alle ostetriche di Pio XII (1951), ha condannato l’aborto anche quando “non si tratta dell’alternativa tra la vita della madre e quella del bambino, ma soltanto: morte di entrambi o sopravvivenza della madre attraverso l’aborto del feto. Il principio in sé giusto del ‘non uccidere’, mitigato e rimosso dalla chiesa quando si tratta della guerra o della pena di morte, viene qui spinto ad absurdum con la morte della madre e del bambino”, scrive la Heinemann  e continua rilevando: “Numerosi teologi hanno osservato che casi estremi come quelli su cui Roma si è pronunciata, oggi non potrebbero più verificarsi, grazie ai progressi della medicina […]: ma non per questo le numerose donne che per molti secoli sono state vittime dei teologi torneranno in vita” (30).

 

 

 

La donna nel Cristianesimo

 

Nella sua Lettera alle donne del 29 giugno 1995, Giovanni Paolo II affermò di dispiacersi perché fra i condizionamenti millenari che hanno “reso difficile il cammino della donna” e ostacolato la sua liberazione, “non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa”; ciò in contrasto con il “messaggio di perenne attualità” a favore della liberazione della donna, “sgorgante dall’atteggiamento stesso di Cristo” (31).

 

Come al solito, Wojtyla contrappone le colpe dei “figli” della Chiesa agli insegnamenti di Cristo, fingendo di credere che tali insegnamenti facciano tutt’uno con la dottrina cattolica, cioè con gli insegnamenti della Chiesa, dei teologi e dei papi.

È invece facile notare che anche per quanto riguarda la donna, come per la schiavitù, la giustizia sociale, il diritto alla vita, la pace ecc., insegnamenti di Cristo (o a lui attribuiti dalla tradizione popolare) e cattolicesimo, ossia insegnamenti della Chiesa, sono cose affatto diverse.

Limitandoci a questi ultimi, i soli che ci interessino nell’economia del nostro discorso, è facile notare come essi spieghino ad abundantiam le colpe dei figli della Chiesa verso le donne, in quanto colpe della Chiesa tout court, cioè “sgorganti” dalle sue dottrine.

Così la cattolica svizzera Gertrud Heinzelmann descrive come fu colpita quando scoprì le dottrine della Chiesa sulla donna: “Le citazioni antifemministe patristiche e scolastiche mi sconvolsero”, scrive (in sostanziale sintonia con l’Heinemann prima citata) “mi resero insonne. Parlavano di una donna che è solo un valore inferiore, materia non spirituale e quindi tentazione…

Della donna dotata del proprio valore e della propria coscienza… non si parlava in questa letteratura in nessun luogo. Invece dell’elevazione spirituale, che ingenuamente mi ero aspettata dal pensiero teologico, trovai disconoscimento, umiliazione, repressione. […] Padri e Scolastici con il loro antifemminismo avevano creato il clima della Chiesa che perdura ancora oggi” (32).

 

 

 

Indegnità e inferiorità della donna

 

In realtà, se il corpo è per il cristianesimo sinonimo di peccato, la donna né è, fin da Eva, il simbolo. L’idea della sua indegnità e inferiorità è teorizzata da Agostino per cui la donna è “un essere inferiore creato da Dio non a sua immagine e somiglianza (mulier non est facta ad imaginem dei) e “il giusto ordine si trova solo là dove l’uomo comanda e la donna ubbidisce” (33).

Ma dipendenza e inferiorità erano già presenti in testi di Paolo, le cui Lettere sono ritenute dalla Chiesa ispirate da Dio: “L’uomo no, non deve coprir di velo la testa, essendo immagine e gloria di Dio; e la donna è gloria dell’uomo. Poiché non viene l’uomo dalla donna, ma la donna dall’uomo, né fu fatto l’uomo per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo deve la donna aver sulla testa il segno della sua dipendenza” (34).

E altra volta Paolo scriverà: “Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come anche Cristo è capo della Chiesa” (35).

“Verso il tuo uomo dovrà andare il tuo anelito, ed egli sarà il tuo signore”, affermava Giovanni Crisostomo (36). Quanto all’indegnità della donna essa è tema ricorrente: “Se gli uomini potessero vedere quel che si nasconde sotto la pelle… la vista delle donne causerebbe solo il vomito”, secondo Sant’Odo, abate di Cluny del X secolo, e il papa umanista Pio II, noto per la sua dissolutezza in gioventù, avvertiva: “Quando vedi una donna, pensa che sia un demonio, che sia una sorta di inferno” mentre il Sinodo di Tyrnau del 1611 stabiliva che “ogni malvagità è piccola in confronto con la malvagità della donna” (37).

 

 

 

La materia e la forma

 

La Heinzelmann insiste particolarmente sulla dottrina di Tommaso d’Aquino, che ancora oggi la Chiesa indica come verità “perenne” chiedendo nelle preghiere a Dio “di comprendere ciò che ha insegnato e di imitare ciò che ha fatto” (38).

Ora, secondo Tommaso, “il padre deve essere amato più della madre” poiché “la madre dà nella procreazione la materia informe, che riceve la sua forma dalla forza formatrice nel seme dell’uomo” (39), “la donna si rapporta all’uomo come l’imperfetto e il manchevole al perfetto” (40).

Per Tommaso, osserva la studiosa svizzera, “la donna ha la sua funzione nell’opera del procreare - è in primo luogo un essere sessuale - e rappresenta il principio della ‘materia’ del passivo ricevere” come il dottore Angelico afferma là dove scrive: “era necessario che la donna diventasse ‘aiuto all’uomo’. E precisamente non come aiuto per qualche altra opera, in cui in ogni caso l’uomo sarebbe stato aiutato meglio da un altro uomo, ma per l’opera della procreazione” (41).

In conclusione l’apporto “originale” del cattolicesimo è consistito nel ribadire la concezione della donna tipica della società patriarcale, cioè come “oggetto sessuale” e “angelo della casa”, sottomessa al marito. Del resto “L’Osservatore Romano”, nota Deschner, “proclama senza confutazioni ancora nel 1965, la ‘posizione prioritaria’ dell’uomo voluta da Dio” (42).

 

 

 

O Eva o Maria

 

L’unica possibilità di riscatto che la Chiesa offre alla donna è di spogliarsi della sua femminilità, di desessualizzarsi e negarsi come “Eva” per assumere a modello Maria, divenuta madre senza perdere la verginità, ossia senza passare attraverso il piacere sessuale.

Si tratta di una rappresentazione che secondo la Heinemann contraddice la Bibbia, da cui risulta che “Maria era una donna sposata e partorì un figlio […] ella ebbe persino molti figli e figlie. Ma accettare le cose semplicemente, come stanno, significherebbe senz’altro per Maria un tipo di vita piuttosto estraneo al celibato, anzi persino anticelibatario; pertanto si dovette modificare la sua immagine” (43). Si arrivò prima a trasformare i fratelli e le sorelle di Gesù in cugini e cugine, infine a privare Maria anche del parto dell’unico figlio: un’operazione, “la dottrina della Chiesa  su Maria”, non “elaborata da donne, ma da uomini, per giunta celibi” i quali “affermavano che il loro stato […] avesse un valore più alto del matrimonio” (44).    

Secondo Deschner tale visione di Maria, poi la sua assunzione in cielo e la immacolata concezione, proclamate molto tardi, si sono imposte solo lentamente nella Chiesa.

“E quanto più s’innalzava la celebrazione della Vergine”, aggiunge lo storico tedesco, “tanto più profondamente veniva degradata ogni donna (che vivesse naturalmente); là iperdulia senza pari, qui sconfinata diffamazione” (45).

“Il movimento mariano e la condanna della donna, della carne peccaminosa”, scrive Friedrich Heer, “sono strettamente connessi” (46).

 

 

 

La Chiesa scopre la parità dei sessi…

 

Negli ultimi decenni, l’irrompere nella Chiesa delle riflessioni e delle critiche espresse dalle femministe, ha spinto i papi a rivedere le loro opinioni sulla donna, come già è avvenuto per la schiavitù o per la pena di morte.

Le speranze suscitate nelle donne cattoliche dai fermenti di rinnovamento che si manifestarono durante il Vaticano II, ma anche le successive delusioni, sono ben ricostruite dalla Heinzelmann nel libro Donna nella Chiesa, già citato.

L’autrice mette soprattutto l’accento sugli elementi di continuità con una visione disincarnata e asessuata della donna, che trapelano ancora dall’enciclica Redemptoris mater con cui pure Giovanni Paolo II intendeva affermare i valori della femminilità. In essa, osserva la Heinzelmann, attraverso un’immagine di Maria che riflette secondo Wojtyla, “i più alti sentimenti di cui è capace il cuore umano”, “viene offerta l’antica immagine della donna come dedizione assoluta, che però ha perduto ogni significato presso le donne che vivono nella vita moderna” (47).

 

La successiva lettera apostolica Mulieris dignitatem è uno degli esempi più chiari dei funambolismi cui Giovanni Paolo II deve ricorrere per cercare di adeguarsi ai tempi in parte virando di rotta senza ammetterlo, cioè rivendicando come propria della Chiesa “da sempre” una posizione molto recente, in parte non assumendola fino alle conseguenze ultime, ossia continuando a negare la parità uomo-donna per quanto riguarda l’accesso al sacerdozio.

Larga parte della Mulieris dignitatem è dedicata ad affermare la sostanziale uguaglianza fra i due sessi. In questo senso Wojtyla rilegge e reinterpreta il Genesi, e in particolare le parti del testo biblico che affermano la predominanza dell’uomo sulla donna come conseguenza del peccato.

Il papa si spinge addirittura a riconoscere “la giusta opposizione della donna di fronte a ciò che esprimono le parole bibliche: ‘Egli ti dominerà’, Genesi 3, 16” (48). Come in casi analoghi, però, il papa non critica la precedente lettura, in base a cui per secoli la Chiesa ha sostenuto l’inferiorità della donna, ma semplicemente la ignora. Siamo alle solite: si cerca di contrabbandare come dottrina permanente della Chiesa una dottrina che, quando sia sincera, è molto recente, onde non dover ammettere che la Chiesa ha insegnato il falso per secoli, ossia è una istituzione “fallibile”, come tutte le istituzioni umane.

 

 

 

… E il “femminismo” di San Paolo

 

Wojtyla inoltre, costretto a non discostarsi dalle Lettere di Paolo in quanto le ritiene, come si sa, ispirate da Dio, deve riproporne una lettura compatibile con le nuove idee di parità. Ci spiega così che la sottomissione delle mogli ai loro mariti, sostenuta da Paolo, era da lui “intesa e attuata in un modo nuovo: come una ‘sottomissione reciproca nel timore di Cristo’(cf. Ef 5, 21)” (49), sottacendo gli altri passaggi in cui Paolo affermava la “dipendenza” della donna.

 

Poi, onde spiegare come per secoli sia a tutti sfuggito che Paolo da Tarso era un campione della parità dei sessi, Giovanni Paolo II mette tale incomprensione in conto alle dure cervici degli uomini: “L’apostolo scrisse non solo: ‘In Cristo non c'è più uomo né donna’ ma anche: ‘Non c’è né schiavo né libero’. E tuttavia, quante generazioni ci sono volute perché un tale principio si realizzasse nella storia dell'umanità con l'abolizione dell'istituto della schiavitù!” (50).

Wojtyla, naturalmente, evita di dire che fin quasi ai nostri giorni furono proprio la Chiesa e i papi, rappresentanti di Dio in terra, depositari e interpreti autorizzati del messaggio paolino, a leggerlo in senso contrastante con quello che ci viene oggi proposto e a battersi contro la parità uomo-donna o contro l’abolizione della schiavitù (Pio IX ancora nel 1866!) …

 

 

 

Ma donne sacerdote, no

 

Postosi per questa strada, comunque, il papa deve spiegare perché nonostante la parità fra i due sessi la Chiesa intenda ancora riservare il sacerdozio ai maschi celibi.

 

E a questo proposito Giovanni Paolo II ricorre a un ben debole argomento “storico” e cioè al fatto che “Cristo - con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale - ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere ‘icona’ del suo volto di ‘pastore’ e di ‘sposo’ della Chiesa attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale” (51).

Una risposta visibilmente debole, se si pensa che, quando alla Chiesa pare conveniente, essa è sempre pronta a dichiarare variabile e reinterpretabile una posizione in base al particolare contesto storico rifiutando, ad esempio, il “fermati sole” o coniugando creazionismo e darwinismo.

L’imbarazzo di Wojtyla è visibile anche dal passo successivo in cui, quasi a consolare le donne dell’esclusione, aggiunge: “D’altra parte… il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo, ‘non è espressione di dominio, ma di servizio’” (52), come se non sapesse, beata ignoranza o beata ipocrisia, che questo “servizio” si traduce in “potere” di decidere e guidare i fedeli per quanto concerne la dottrina e la morale.

Un’analoga risposta, con un di più di arroganza, aveva dato qualche anno prima, in una intervista a Vittorio Messori, l’allora capo del Santo Uffizio Ratzinger: “Il cristianesimo… apre alle donne una situazione nuova, dà loro un posto che rappresenta uno degli elementi di novità rispetto all'ebraismo. Ma di questo conserva il sacerdozio solo maschile. Evidentemente, l'intuizione cristiana ha compreso che la questione non era secondaria, che difendere la Scrittura (la quale né nell'Antico né nel Nuovo Testamento conosce donne-sacerdote) significava ancora una volta difendere la persona umana. A cominciare, si intende, da quella di sesso femminile" (53).

Perché impedire l’accesso delle donne al sacerdozio sia “difendere la persona umana”, Ratzinger non spiega. Con la consueta ipocrisia si limita a presentare misure di esclusione prese nell’interesse dalla gerontocrazia vaticana o dei potenti ad essa legati (poco prima, nella stessa intervista, aveva rigettato le istanze dei poveri sostenute dalla teologia della liberazione) come misure prese a vantaggio… degli esclusi.

La sordità di Ratzinger “a tutti i valori positivi dell’emancipazione” e il suo proposito di rinviare apoditticamente la donna “ai tradizionali valori della maternità e della verginità” (54) vengono denunciati del resto anche dalla Heinzelmann nel testo citato.

 

 

 

Un “faro” spento

 

Alla fine di questo saggio pare di dover affermare che quanto il cristianesimo ha da dirci oggi in ogni campo è poco plausibile o palesemente assurdo per quanto ha di originale, mentre è banale per quelle parti che sono un semplice adeguamento a idee cui il pensiero laico è arrivato ben prima della Chiesa e quasi sempre in contrasto con essa.

Non si capisce quindi a quale titolo i suoi rappresentanti continuino a pretendersi dispensatori di chissà mai quali profonde verità e salvifici ammaestramenti.

E a che titolo, se non per opportunismo elettorale, i cosiddetti laici ne riconoscano o elogino il “ruolo morale”. Né si capisce perché il crocifisso, che è diventato storicamente il simbolo della Chiesa cattolica, delle sue false dottrine e dei suoi delitti, debba restare nelle aule scolastiche a rappresentare i “nostri” valori, come ha detto in TV perfino un cattolico cosiddetto “aperto” come don Vinicio Albanesi, che forse intendeva dire i “suoi” valori: le Crociate, i roghi, la benedizione dei gagliardetti, le evangelizzazioni a fil di spada, i traffici d’indulgenze, le prevaricazioni odiose al capezzale dei moribondi, le donne uccise per poter battezzare il neonato.

Valori da cancellare, con un’opera di scristianizzazione della società, ossia di recupero degli autentici valori umani, rintracciabili anche in taluni insegnamenti di Gesù Cristo o nei sentimenti dei fedeli “di base” che a lui ancora oggi si richiamano, ma non certo nelle dottrine della religione e della Chiesa, cioè della gerontocrazia vaticana, che ne usano il nome.

 

Note terza parte

 

(1) “La Repubblica”, 9 giugno 2005.

(2) Sulla dialettica peccato-redenzione e altri aspetti più filosofici del cattolicesimo non ci fermiamo in questa sede, limitandoci a a considerare i “valori” che esso propaganda.

(3) K. Deschner, La croce della Chiesa. Storia del sesso nel Cristianesimo, Massari editore, Bolsena 2000, p. 41.

(4) U. Ranke-Heinemann, Eunuchi per il regno dei cieli. La chiesa cattolica e la sessualità, Rizzoli, Milano 1990.

(5) S. Girolamo. Ep. 22 ad Eustochium e altrove, in Deschner, cit., p. 173.

(6) U. Ranke-Heinemann, cit.

(7) August., serm. Domin. e altrove, in Deschner, cit., p. 173.

(8) Ibid., p. 68

(9) Ibid., p. 65.

(10) Ibid., p. 112.

(11) Venere al Tribunale della Penitenza, Claudio Gallone editore, Milano 1999, p. 57.

(12) Ibid., p. 53.

(13) Ibid., p. 53.

(14) Ibid., p. XXX.

(15) Ibid., p. 135.

(16) In K. Deschner, cit., p. 186.

(17) Ibid., p. 186.

(18) Venere al Tribunale della Penitenza, cit., p. 111.

(19) Ibid., p. 159, 169

(20) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 325.

(21) In K. Deschner, cit., p. 212.

(22) Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2005, p. 130.

(23) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 283.

(24) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 275.

(25) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 275.

(26) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 278.

(27) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 290.

(28) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 291.

(29) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 301.

(30) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 293.

(31) Lettera del papa Giovanni Paolo II alle donne, 1995, nel sito del Vaticano su internet (http://www.vatican.va).

(32) G. Heinzelmann, La donna nella Chiesa. Problemi del femminismo cattolico, Xenia, Milano 1990, p. 91.

(33) in K. Deschner, cit., p. 146.

(34) Paolo, 1 Cor. 11. 7-10, in La Sacra Bibbia, a cura G. Ricciotti, Salani, Milano 1950, p. 1613

(35) Paolo, Ef. 5. 22-23, in La Sacra Bibbia, cit., p. 1651.

(36) In K. Deschner, cit., p. 149

(37) Ibid., p. 146.

(38) G. Heinzelmann, cit., p. 248.

(39) Ibid., p. 250.

(40) in K. Deschner, cit., p. 146.

(41) G. Heinzelmann, cit., p. 252.

(42) in K. Deschner, cit., p. 153.

(43) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 332.

(44) Ibid., p.332.

(45) in K. Deschner, cit., p. 154.

(46) Ibid., p. 153.

(47) G. Heinzelmann, cit., p.159.

(48) Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 1988 (http: //www.vatican.va).

(49) Ibid.

(50) Ibid.

(51) Lettera del papa Giovanni Paolo II alle donne, cit.

(52) Ibid.

(53) J. Ratzinger-V. Messori, Rapporto sulla fede, Paoline, Roma 1985.

(54) G. Heinzelmann, cit., p.147.

 


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