FISICA/MENTE

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Il piatto dell’Ultima Cena

Davvero il "sacro catino" conservato a Genova è il Santo Graal?  

di Fabio Lottero  
Il Sacro Catino.

 

Il turista che ha appena terminato la visita all’Acquario di Genova voltando le spalle al mare si ritrova in una piazza in cui dalla parte opposta inizia il centro storico medievale della città. Qualcuno può rimanere spaventato dal dedalo di vicoli (i famosi caruggi), popolati dalla più varia umanità proveniente dagli angoli più svariati del mondo, tanto da ricordare a qualcuno i suk arabi.

Proprio al centro di questa piazza sorge un palazzo sorprendente, con la facciata principale completamente affrescata. Si tratta di Palazzo San Giorgio, ora sede dell’autorità portuale, ma anticamente sede del Banco di San Giorgio, in altre parole la principale banca della Repubblica di Genova. Gli affreschi purtroppo non sono antichi, il tempo e le ingiurie dell’uomo li avevano fatti quasi sparire, ma per le Celebrazioni Colombiane del 1992 furono rifatti, riproducendo le immagini preesistenti. Oltre a un San Giorgio che uccide il drago, simbolo del palazzo tutto, statue dipinte dedicate ai personaggi storici di Genova, tra cui naturalmente Cristoforo Colombo.

Tra gli altri personaggi ce n’è uno in particolare, in armatura medievale proprio a destra del balcone, su cui sono appese le bandiere di Genova, quella italiana e quella dell’Unione Europea, anzi il personaggio è proprio sotto la bandiera europea. Si tratta di Guglielmo Embriaco detto Testa di Maglio (da qui abbiamo forse una traccia del carattere di Guglielmo). La cosa che quasi non si nota è l’oggetto che tiene in mano, infatti, nella mano sinistra regge una specie di piatto, si tratta del cosiddetto Sacro Catino. Racconta Iacopo da Varagine nella Leggenda Aurea come, durante la prima Crociata (XI secolo), i soldati genovesi al comando appunto di Guglielmo Embriaco abbiano partecipato nel 1101 alla presa della città di Cesarea e qui abbiano ritrovato nientemeno che il piatto di smeraldo in cui Gesù Cristo mangiò durante l’Ultima Cena.

La cattedrale di San Lorenzo.

Il piatto portato da Guglielmo a Genova sarebbe così diventato uno dei tesori più preziosi della città. Oggi è conservato nel tesoro della Cattedrale di San Lorenzo, sita non troppo distante da palazzo San Giorgio. Per raggiungerla, basta costeggiare il retro del palazzo dirigendosi a destra, voltando le spalle al mare e prendendo poi a sinistra per la strada pedonale (Via San Lorenzo appunto) che sale verso la cattedrale e poi raggiunge Palazzo Ducale, antica sede dei Dogi reggitori della Repubblica.

Arrivati nella piazza davanti alla chiesa, che curiosamente è asimmetrica giacché il campanile di sinistra è notevolmente più basso dell’altro, dobbiamo entrare attraverso il portone principale e poi addentrarci nella navata sinistra fino a raggiungere l’ingresso dei locali del Tesoro.

Qui abbiamo una sorpresa: i locali sotterranei sono stati costruiti come delle stanze circolari dette a tholos (vedi la pianta nella pagina successiva), e qui sono conservati oltre al Sacro Catino altri oggetti mirabili, come il piatto di onice che la tradizione afferma sia quello su cui fu posata la testa mozzata di San Giovanni Battista; la suggestione è veramente notevole tra il buio che nasconde le mura e la luce che inonda i reperti.

La statua dipinta di Guglielmo Embriaco con il Catino in mano.

Torniamo al nostro oggetto: in una delle stanze rotonde, sotto una copertura cilindrica di vetro abbiamo il Catino. Notiamo innanzitutto che è rotto, infatti quando Genova fu conquistata dai Francesi di Napoleone Bonaparte il piatto fu portato a Parigi e, quando nel 1816 fu restituito, ritornò a Genova rotto in 10 pezzi più uno mancante; da allora ha subito diversi restauri, l’ultimo nel 1951.

Il Catino è un vaso esagonale di materiale trasparente di un verde brillante, tanto che all’epoca in cui venne portato a Genova si credette fosse di smeraldo.

Ora è il momento di vedere quali misteri nasconde il Sacro Catino di Genova. Il primo è il più importante: è veramente il piatto dove Gesù Cristo mangiò durante l’Ultima cena?

Se fosse così come afferma Iacopo da Varagine saremmo di fronte nientemeno che al Santo Graal, infatti, Iacopo scrive che secondo "certi Libri Inglesi" il discepolo Nicodemo deposto Gesù dalla Croce avrebbe raccolto il Suo sangue in un vaso di smeraldo, vaso che poi avrebbe portato a Cesarea.

La storia del Santo Graal è uno dei più noti miti europei, nata attorno all’anno Mille forse basata sulla precedente leggenda celtica del calderone che forniva cibo in abbondanza, si è poi sviluppata fino a inglobare la storia di Re Artù e dei suoi cavalieri che dovevano compiere l’impresa di ritrovare appunto la Sacra Reliquia dell’Ultima cena.

Il mito poi coinvolse autori fino ai nostri giorni, basta ricordare il film Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg.

La navata di sinistra.

Il nostro Catino come si è detto sarebbe stato ritrovato dai Crociati del contingente genovese durante la Prima Crociata, secondo un testo della seconda metà de XII secolo scritto da Guglielmo arcivescovo di Tiro. I crociati avrebbero trovato in un tempio costruito da Erode il piatto di smeraldo e lo avrebbero comprato a caro prezzo. Secondo altri autori invece i genovesi accettarono il Catino in cambio della loro parte di bottino, comprendente la terza parte della città di Cesarea!

Curioso che Caffaro autore degli Annales e di Liber de liberatione civitatum Orientis, un cavaliere che fece parte della spedizione, non faccia assolutamente menzione del Catino nei suoi scritti.

Col passare dei secoli la documentazione si fa più precisa. Tra i fatti più documentati c’è quello in cui il Cardinale Luca Fieschi ottiene il Catino in pegno del prestito di 9.500 lire da lui fatto al Comune. Questo episodio è degno di nota poiché il Cardinal Fieschi era appena tornato da una missione in Inghilterra, appena qualche anno prima che re Edoardo III istituisse a Windsor una "tavola rotonda" e quindi era stato testimone della rinascita della tradizione del Graal nelle isole britanniche. Il comune nel 1327 riscattò il Catino e stabilì che in avvenire non potesse più essere impegnato né portato fuori dalla sacrestia della Cattedrale.

Da questo momento sono molti gli autori che nominano la reliquia, e addirittura si racconta che Boucicault, governatore francese di Genova nel 1409, ne avesse tentato il furto. Nel 1470 Anselmo Adorno lo descrive con precisione, anche se poi riesce a confonderlo con il piatto nel quale era stata posta la testa del Battista, anch’esso conservato in San Lorenzo.

La pianta dei locali sotterranei.

Sempre alla fine del Quattrocento si sparse la voce che anche Venezia stesse tentando il furto, e nel 1522 l’esercito di Luigi XII saccheggiò Genova, ma non riuscì a impossessarsi del tesoro della Cattedrale sia per la resistenza dei preti sia perché i Padri del Comune pagarono 1.000 ducati al Capitano che assediava la sacrestia.

Da allora il Catino venne assai poco mostrato in pubblico, e chi lo descrisse dopo cominciò a darne descrizioni discordanti, fino a far nascere il dubbio che per impedirne il furto ne fosse stata realizzata una copia con misure diverse, specie in altezza. Infatti nel 1726 Gaetano di Santa Teresa lo dice alto 8 once genovesi, cioè 16 cm, mentre quello esposto oggi è di soli 9 cm.

Altre descrizioni fatte nei secoli seguenti sono in disaccordo.

Arriviamo al 1806 quando per ordine di Napoleone Bonaparte il Catino fu sequestrato e portato a Parigi e depositato presso il Cabinet des Antiques della Bibliothèque Imperiale. Qui alcuni accademici lo esaminarono e lo dichiararono un’opera d’arte Bizantina in pasta di vetro, anche se di colore molto particolare, e conclusero che il problema dell’altezza differente fosse solo un errore di Gaetano di Santa Teresa.

Caduto l’Impero francese il 14 Giugno 1816 il Catino venne restituito alla città di Genova, ma rotto in dieci pezzi. Ne mancava uno, si dice sparito durante il viaggio oppure trattenuto in Francia e conservato al Louvre, come afferma l’autore tedesco Suida.

Dopo il ritorno a Genova la reliquia subì un primo restauro nel 1908 e poi quello definitivo del 1951, per poi essere esposto nel museo progettato da Franco Albini, inaugurato nel 1956.

Gli studi seguenti hanno poi posdatato l’opera ritenendola un manufatto Islamico del IX-X secolo.

In conclusione possiamo dire che i misteri riguardanti il Sacro Catino di Genova sono principalmente quattro:

  1. Come e da chi venne portato a Genova?
  2. Quello che vediamo adesso è l’originale o la copia fatta per impedirne il furto o il saccheggio e se è così, l’originale che fine ha fatto?
  3. Come, chi, e perché lo ha rotto?
  4. Che fine ha fatto il pezzo mancante?

Purtroppo ormai a questi interrogativi sarà molto difficile dare una risposta, l’unica cosa che rimane certa è che l’oggetto conservato è stato testimone dei secoli di gloria della città di Genova e quindi lo possiamo certamente annoverare tra gli oggetti mirabili che il patrimonio artistico italiano possiede.

Fabio Lottero
Informatico presso la Elsag spa di Genova, si interessa alla storia medievale, astrofilo, ha collaborato con il Geological Lunar Research (GLR) group.

Bibliografia:

  1. Daniele Calcagno, Il mistero del Sacro Catino , ECIG, Genova.
  2. AA. VV., Il Santo Graal, un mito senza tempo da medioevo al Cinema , De Ferrari, Genova.
  3. Caterina Marcernaro, Il tesoro della Cattedrale a Genova , Carige, Genova.

 

Si ringrazia il Dott. Ezio Baglini

Tratto da Scienza & Paranormale n. 62


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I segreti di Leonardo

di Diego Cuoghi

 

Molte pagine de Il Codice Da Vinci propongono letture di opere d’arte incoerenti con la tradizione artistica comunemente accettata, spesso ignorando particolari che consentirebbero un’interpretazione molto più semplice ed economica. Tali incoerenze, che possono sfuggire al lettore distratto, saltano immediatamente all’occhio dell’esperto di Storia dell’Arte. In questo articolo, Diego Cuoghi illustra alcune di queste "derive" interpretative.

Chi non conosce molto della vita e delle opere di Leonardo può rimanere colpito dai tanti misteri che, secondo quanto narrato da Dan Brown ne Il codice Da Vinci, circonderebbero le sue opere, anche quelle più conosciute come Ultima cena o La Vergine delle rocce. Un coltello misterioso, allusivi atteggiamenti dei personaggi, aspetti eretici di personaggi sacri... Tutti questi temi non sono originali, derivano infatti da libri come In Whose Image e La rivelazione dei templari di Pricknett e Prince, o Il santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln. Dan Brown si limita sfacciatamente a usarli come pezzi di un goffo puzzle che una volta ricomposto dovrebbe offrire la sconvolgente rivelazione di una misteriosa e secolare trama occulta della quale avrebbe fatto parte anche Leonardo da Vinci.

 
Una delle opere più cariche di misteri e significati nascosti sarebbe l’Ultima cena dipinta da Leonardo nel refettorio dei frati di Santa Maria delle Grazie a Milano (vedi sopra). Dan Brown afferma ad esempio che Leonardo avrebbe inserito nel dipinto un misterioso coltello tenuto da "una mano che non appartiene a nessuno in particolare. È priva di corpo, Anonima" (pag. 291). In effetti c’è una strana mano che impugna un coltello, e a una prima occhiata sembra davvero che nessuno possa tenerlo in quel modo innaturale (vedi i particolari nella pagina accanto). Un apostolo addirittura alza le mani come in gesto di resa di fronte all’arma.

 

Per risolvere il mistero è però sufficiente osservare i disegni preparatori che Leonardo fece prima di realizzare l’Ultima Cena. In uno schizzo conservato alla Royal Library di Windsor si vede chiaramente a chi appartiene quella mano: è quella di Pietro. L’apostolo tiene il braccio piegato dietro la schiena e la mano appoggiata all’anca col coltello rivolto allindietro.

È sufficiente confrontare questo dipinto con le tante altre versioni realizzate da altri famosi artisti rinascimentali come Domenico Ghirlandaio (sotto a sinistra), Albrecht Dürer, Beato Angelico, Jacopo Bassano (sotto a destra), Taddeo Gaddi, Andrea del Castagno, Franciabigio, Giotto...In tutte queste opere Pietro ha in mano il coltello, a ricordare il fatto che con quell’arma avrebbe poi tagliato l’orecchio a Malco, il servo del Sommo Sacerdote. Nella versione italiana del vangelo di Giovanni leggiamo che Pietro sguainò una spada, ma nell’originale greco si parla di máchaira, parola che definisce un pugnale o stiletto.

In moltissime versioni dell’Ultima cena, non solo in quella di Leonardo, troviamo poi un altro particolare ritenuto da Brown misterioso. Di fianco a Gesù appare un personaggio dall’aria femminea, col capo reclino, a volte addirittura assopito sulla spalla o sul grembo di Gesù. Non si tratta però, come vorrebbero farci credere gli autori di storie di mistero come Il codice Da Vinci, della Maddalena ma dell’apostolo Giovanni che gli artisti hanno sempre raffigurato come un giovinetto dall’aria efebica.

Dan Brown, prendendo spunto da In Whose Image di Pricknett e Prince, sostiene invece, basandosi solo sull’aspetto fisico, che la persona alla destra di Gesù sarebbe la sua sposa, la Maddalena. Ma in questo caso dove sarebbe finito Giovanni? Un’ipotesi più verosimile potrebbe essere un’altra: data la possibile omosessualità di Leonardo (che venne anche processato con questa accusa), l’artista potrebbe aver accentuato i tratti femminei dell’apostolo Giovanni, che nei vangeli è definito "quello che Gesù amava", così come poi farà in seguito con l’altro Giovanni, il Battista (vedi sotto).

Ma Dan Brown non si accontenta di questi svarioni storico-artistici. Perfino il gesto della mano sinistra di Pietro, appoggiata sulla spalla di Giovanni viene ritenuta un segno minaccioso rivolto alla presunta Maddalena. Quel gesto invece deriva dalla scena descritta nel Vangelo di Giovanni: "Annunzio del tradimento di Giuda". Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà". I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?".

Leonardo infatti rappresenta Pietro che sembra scuotere Giovanni con un tocco della mano, per chiedergli chi sia il traditore. Non si tratta quindi del gesto, degno di un romanzetto pulp, di Pietro che minaccia di tagliare il collo alla Maddalena come dice Brown.

Un altro particolare che secondo Brown rivelerebbe significati eretici nascosti nell’Ultima cena è l’assenza della coppa del vino, ovvero del Graal, sulla tavola. Ma anche in questo caso, così come per Pietro col coltello o Giovanni efebico e col capo reclinato, ecco che nella maggior parte delle "Ultime cene" rinascimentali troviamo solo bicchieri di vetro sul tavolo, mentre la coppa dalla forma di Graal è molto più rara. In diversi casi addirittura sul tavolo non ci sono nemmeno bicchieri, solo piatti e pane (Andrea Del Sarto, Daniele Crespi).

Anche in un’altra opera di Leonardo, Dan Brown, riportando quanto già sostenuto da diversi autori prima di lui, trova significati misteriosi e indizi che proverebbero la storia del secolare complotto. Si tratta della Vergine delle Rocce, conservata al Louvre ma dipinta in origine a Milano.

Nel romanzo si dice che l’opera venne commissionata a Leonardo dalle monache della Confraternita dell’Immacolata Concezione che imposero all’artista "le dimensioni, e il tema del quadro la Vergine Maria, Giovanni il battista bambino, Uriel e il Bambino Gesù". E diverse volte l’autore cita queste monache, dicendo perfino che furono inorridite quando videro il dipinto sull’altare, considerandolo eretico. Invece chi commissionò il dipinto fu una confraternita laica maschile. Non è vero nemmeno che il soggetto richiesto fosse la scena con la Madonna, Gesù, Giovanni e l’angelo Uriel. Il contratto specificava invece per il dipinto centrale (l’incarico era per un trittico le cui parti laterali furono realizzate da Ambrogio De Predis) una Madonna con Bambino con un gruppo di Angeli e due Profeti. Leonardo però cambiò il soggetto, eliminando le figure dei profeti e lasciando gli angeli a De Predis.

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A sinistra: La Vergine delle rocce nella versione conservata alla National Gallery di Londra; a destra, quella esposta al Louvre di Parigi.

Proprio per questo motivo, l’inadempienza contrattuale, la Confraternita rifiutò il dipinto, considerando l’opera incompiuta. La diatriba tra Leonardo e la Confraternita si trascinò per quasi 15 anni (ci sono moltissimi documenti) durante i quali l’opera rimase però esposta nella Cappella dell’Immacolata. I confratelli volevano pagare il dipinto molto meno del prezzo stabilito nel contratto (addirittura meno della metà) perché all’epoca il prezzo era determinato anche dalla quantità di personaggi raffigurati, ma Leonardo insisteva per avere tutto il compenso pattuito inizialmente. La contesa viene chiusa nel 1506 da una sentenza secondo la quale l’opera viene dichiarata ufficialmente "incompiuta" e Leonardo è tenuto a portarla a termine entro due anni.

 
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Dall'alto in basso: Temple Church, il Santo Sepolcro di Bologna e quello di Pisa.
A questo punto effettivamente non si sa bene cosa sia successo, perché la pala che viene venduta dopo la soppressione della Confraternita nel 1785 è quella che oggi è conservata alla National Gallery a Londra, non la versione del Louvre che ha fatto tanto parlare gli scrittori di mistero.

 

Molte ipotesi su quale delle due sia stata dipinta per prima sono state proposte da diversi critici d’arte. Secondo la più accreditata la prima versione sarebbe stata ritirata da Leonardo, che durante la lunga disputa legale aveva avuto diverse offerte d’acquisto, e sarebbe quella finita in Francia. L’artista ne avrebbe poi realizzato una seconda versione, sempre senza i Profeti, ma con i due bambini più riconoscibili e con i più classici attributi della iconografia tradizionale, come le aureole e il bastone con la croce del piccolo Giovanni, che mancavano nella prima versione. Poi certo si può romanzare sulla ambiguità della versione del Louvre: chi è Gesù e chi è il Battista? Chi benedice chi? Un’altra ipotesi "eretica" che è stata fatta è che Leonardo avesse aderito alla setta dei Giovanniti, che consideravano Giovanni Battista il vero Messia, non Gesù. I Giovanniti sopravvivono in numero limitato ancor oggi, sono i cosiddetti Mandei.

A parte gli svarioni su Leonardo, Dan Brown scrive altre assurdità in campo storico-artistico. Ad esempio dice che l’architettura della Temple Church di Londra, consacrata nel 1185, "è pagana da cima a fondo perché la chiesa è circolare. I templari hanno ignorato la tradizionale pianta a croce delle chiese cristiane e hanno costruito una chiesa perfettamente circolare per onorare il Sole [...] come se avessero ricostruito Stonehenge nel centro di Londra".

C’è da chiedersi dove si sia informato sui Templari l’autore del giallo. Moltissime chiese templari, piccole, sobrie e spoglie, si ispiravano apertamente al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Nel libro Monaci in armi dedicato all’architettura templare c’è proprio un capitolo sulle tante rotonde in cui si legge che "la rotonda ad ambulacro è forma ampiamente usata fin dall’alto medioevo per ricreare "copie" del Santo Sepolcro". Tra i tanti esempi ricordo il Santo Sepolcro di Pisa, quello di Bologna, inserito nel meraviglioso complesso di Santo Stefano, e quello di Cambridge.

Dan Brown insiste poi dicendo che "l’aggiunta rettangolare che sporgeva a destra era un pugno nell’occhio, anche se non toglieva nulla alla forma pagana della struttura principale". Invece il coro orientale a tre navate è stato eretto nel 1240, quindi è di poco successivo alla fondazione, e sostituì un precedente coro più semplice annesso all’edificio rotondo. Anche in altre cappelle templari rotonde si vedono sul lato orientale questi ambienti rettangolari, che quindi non sono pugni negli occhi o aggiunte spurie.

Chi alza le spalle di fronte a questo modo di presentare la storia dell’arte, invocando la licenza poetica, ignora le potenzialità della letteratura di produrre cultura e non soltantointrattenimento.

Diego Cuoghi
Architetto, grafico, studioso di storia dell’arte e dell’architettura. Suo suo sito, www.diegocuoghi.com, si trovano altre immagini a colori sui temi discussi in questo articolo.


Tratto da Scienza & Paranormale n. 59


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Rennes–le–Château: una bibliografia

a cura di Alessandro "Alfred" Lorenzoni e Mariano Tomatis

di Alessandro "Alfred" Lorenzoni

 

Libri in italiano

Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, Il Santo Graal: una catena di misteri lunga duemila anni. Mondadori, 1984. (Libro soggetto a varie edizioni. Titolo originale: Holy Blood Holy Grail. In Francia è stato pubblicato col titolo di L’énigme sacrée)

Il libro che ha portato Rennes-le-Château alla ribalta sulla scena mondiale; vero e proprio best seller, è stato tradotto in diverse lingue e oggetto di numerosissime edizioni. Messaggio fondamentale del libro: la Chiesa Cattolica avrebbe pagato lautamente il silenzio di Bérenger Saunière, lo scopritore del segreto più esplosivo della storia - ovvero del fatto che Gesù Cristo non sarebbe morto sulla croce ma si sarebbe unito in matrimonio con Maria Maddalena, scappando nel sud della Francia e morendo sui Pirenei. Rappresenta una libera interpretazione di questo mistero, della letteratura del Santo Graal e della storia biblica. Lincoln ha recentemente affermato che la tesi del libro è del tutto infondata.

Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, L’eredità messianica. Marco Tropea Editore, 1996. (Titolo originale: The Messianic Legacy. In Francia è stato pubblicato col titolo di Le message)

Una ripresa delle teorie proposte ne Il Santo Graal. Una sezione è dedicata alla storia del Priorato di Sion, la società segreta che nasconderebbe da secoli il segreto della dinastia di Cristo e che oggi avrebbe contatti con altri gruppi occulti come la P2 italiana, mantenendo nell’ombra il controllo dei governi di tutta Europa.

Henry Lincoln, Il codice segreto della croce. Sperling & Kupfer, 2000. (Titolo originale: Key to the Sacred Pattern. In Francia è stato pubblicato col titolo di La clé du mystère de Rennes le Château)

Il libro che segna la svolta negli studi su Rennes-le-Château del trio inglese: l’autore, prendendo nettamente le distanze dalle teorie proposte ne Il Santo Graal e L’eredità messianica, devia sulle geometrie occulte che vedrebbero il paese di Rennes-le-Château sul vertice di una serie di stelle a cinque e sei punte, riconoscendovi un importante ruolo spirituale. L’approccio geometrico è analizzato e smontato con cura da Bill Putnam e John Edwin Wood (vedi sotto).

Mariano Bizzarri, Francesco Scurria, Sulle tracce del Graal. Il mistero di Rennes-le-Château. Edizioni Mediterranee, 1996.

Uno dei primi libri in italiano e il primo libro scritto da italiani a occuparsi di questo mistero. Libera trasposizione delle varie teorie sorte in questi ultimi anni, si sofferma in particolare sull’aspetto simbolico della chiesa del paese pirenaico e sulle anomalie della Vera Lingua Celtica di Henri Boudet. Riporta il primo studio demistificatorio sul Priorato di Sion di Pierre Plantard, giungendo però a conclusioni molto discutibili quando intende sostituire la mitologia plantardiana con un’altra, di ispirazione guenoniana, di segno opposto.

Giorgio Baietti, L’enigma di Rennes-le-Château. I Rosacroce e il tesoro perduto del Graal. Edizioni Mediterranee, 2001.

Per chi vuole conoscere il mistero così come è nato negli Anni Sessanta, rappresenta una summa delle varie teorie sorte fino ad oggi con alcuni elementi piuttosto inediti. La pecca del libro è la mancanza di fonti bibliografiche a sostegno delle informazioni citate, in molti casi non suffragate che da voci o documenti apocrifi.

Roberto Volterri, Alessandro Piana. L’universo magico di Rennes-le-Château. Anche in Italia tracce di un intrigante mistero. Sugarco, 2004.

Il libro si occupa principalmente dell’aspetto simbolico della chiesa e presenta alcuni spunti di indagine nuovi riguardanti i collegamenti fra Rennes-le-Château e il "bel paese".

 
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Francesco Garufi, Rennes-le-Château: un’inchiesta. Edizioni Hera, 2004.

 

Indagine giornalistica molto critica, fa luce sui risvolti più oscuri della vita di Bérenger Saunière. Rappresenta, inoltre, il libro più aggiornato sulla recente attualità del paesino francese. Ispirata al lavoro di Jean Jacques Bedu, è impreziosita da una lunga serie di interviste che approfondiscono diversi aspetti della vicenda, fornendo utili direzioni per approfondire la ricerca. In allegato è presente un DVD.

Mario Arturo Iannaccone, Rennes-le-Château: una decifrazione. Sugarco, 2004.

L’autore, grande esperto di storia francese e di esoterismo, affronta il caso di Rennes-le-Château con un’indagine filologica e documentale molto approfondita, giungendo a proporre connessioni del tutto inedite e rivelatrici tra l’opera di Maurice Leblanc, autore della saga di Lupin, e il mito di Rennes così come nacque all’inizio del Novecento e si sviluppò dagli anni Sessanta in poi. Si tratta del libro di più ampio respiro che sia stato pubblicato in Italia sino ad oggi e presenta un impianto documentale fondamentale per la comprensione del ruolo culturale del mito di Rennes sulla cultura del XX secolo.

Libri in francese

Gérard De Sede, L’or de Rennes ou la vie insolite de Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château. Julliard, 1967.

Il primo libro ad occuparsi interamente di Rennes-le-Château. In Francia ebbe un grande successo, cosa che portò alla nascita del mito di Rennes-le-Château e alla pubblicazione di un’enormità di libri sull’argomento, fra cui il best-seller "Il Santo Graal", che si sono rifatti e continuano a rifarsi alle sue teorie. Il libro nella sua prima edizione è ormai introvabile; comunque De Sede ha pubblicato diversi lavori sull’argomento, come Le Tresor Maudit. Julliard, 1967 e Rennes-le-Château, Le dossier, les impostures, les phantasmes, les hypothèses. Robert Laffont, 1988.

René Descadeillas, Mythologie du Trésor de Rennes. Editions Collot, 1991. (Riedizione dell’originale edito nel 1968)

Il primo libro demistificatore sulla vicenda di Rennes-le-Château, è stato scritto da uno dei custodi della Biblioteca di Carcassonne. Interamente basato su documenti originali, all’epoca ancora disponibili, è il primo a sostenere la tesi del traffico di messe alla base delle ricchezze del parroco Saunière e riporta molte testimonianze fondamentali da parte di chi viveva all’epoca di Saunière. Uno dei libri fondamentali in tutti i sensi.

 
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Jacques Rivière, Le fabuleaux trésor de Rennes-le-Château, Belisane. 1983.

 

Un libro ricco di documenti e una delle indagini più approfondite mai pubblicate. Notevole è la documentazione riguardante il processo e la vita di Bérenger Saunière. Particolarmente approfondita è l’analisi della chiesa di Rennes, la cui simbologia è presentata con grande accuratezza e trasparenza. La riproduzione di moltissime delle fatture originali dell’epoca lo rendono una fonte documentale indispensabile.

Pierre Jarnac, Histoire du Trésor de Rennes-le-Château. Belisane, 1998. (Riedizione dell’opera originale del 1985, con l’aggiunta di una nota introduttiva).

Sul mito di Rennes-le-Château, Pierre Jarnac viene considerato dalla maggior parte dei ricercatori, e a ragione, una vera e propria "enciclopedia vivente". Egli ha pubblicato, dal 1985, una mole straordinaria di documenti catalogati e riprodotti nei suoi libri: dai dossier riguardanti il vescovo Billard ai quaderni di corrispondenza e ai documenti inediti del processo. In definitiva i suoi libri sono indispensabili per un approccio equilibrato e documentato a questa vicenda. L’autore ha pubblicato, tra l’altro, i seguenti libri: Les archives de Rennes-le-Château, 2 voll. Belisane,1988. e i Cahiers de correspondances (1915-1917). 1997.

 
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Claire Corbu, Antoine Captier, L’héritage de l’abbé Saunière. Belisane, 1995. (Riedizione)

 

Claire Corbu è la figlia di Noel, l’erede dei possedimenti di Saunière; suo marito Antoine Captier è il nipote del campanaro che assistette ad uno dei ritrovamenti chiave durante i restauri del parroco. La coppia è inoltre la detentrice del fondo documentale del curato di Rennes-le-Château. La loro è dunque una posizione privilegiata per raccontare la storia di Bérenger Saunière: lo fanno con una grande cura documentale, in un libro che riproduce e commenta una serie di documenti (corrispondenza, atti processuali, ecc...) totalmente inediti e di notevole interesse.

Jean-Jacques Bedu, Rennes-le-Château, autopsie d’un mythe. Loubatières, 2002. (Riedizione)

Una delle indagini più serie e documentate mai pubblicate, presenta una miriade di documenti inediti (prevalentemente sulla contabilità di Saunière) e rappresenta, al giorno d’oggi, la ricerca critica francese meglio documentata mai pubblicata sull’argomento. In definitiva si tratta di un approccio demistificatore, che riprende l’opera di Descadeillas, integrandola, correggendone gli errori e apportando nuove prove.

Libri in inglese

 
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Bill Putnam, John Edwin Wood, The Treasure of Rennes-le-Château A Mystery Solved. Sutton Publishing, 2003.

 

Poiché sul caso Rennes-le-Château la letteratura inglese ha sempre seguito le tracce più "mistificatorie", la lettura del libro di Putnam e Wood è una piacevolissima sorpresa. Il libro è il primo a sezionare la vicenda nelle sue parti fondamentali, presentando ad oggi lo studio più completo sull’argomento, che analizza la storia del paesino francese ma che non si ferma alla morte di Saunière, ma prosegue analizzando le evoluzioni del mito fino a tutto il Novecento. In appendice, un interessante studio critico sulle geometrie occulte identificate di recente a Rennes-le-Château da Henry Lincoln. É uscito anche in Italia per Newton&Compton, e si intitola Il tesoro scomparso di Rennes-le-Château.


Tratto da Scienza & Paranormale n. 59



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