FISICA/MENTE

 

 

PREGA CHE TI PASSA

(Da l'Espresso n°7 del 23 febbraio 2006 (pagg. 167-171).

Quanto possono influire la fede e la meditazione sui percorsi di guarigione ? La scienza affronta il più controverso dei dilemmi. E spiega perché la religione aiuta.

di Ignazio Marino*

 

E se pregare facesse bene alla salute? Gli interrogativi sull'influenza delle azioni divine nel destino e nel benessere degli uomini si perdono nella notte dei tempi e, quando la scienza prova ad avvicinarsi alla questione affrontandola con i tradizionali metodi della ricerca, le cose si complicano. Eppure gli scienziati non si arrendono e continuano a studiare, e con loro anche importanti istituzioni come il National Institutes of Health (Nih), il più importante organismo di ricerca pubblico del mondo, gestito dal governo federale americano. Proprio l'Nih negli ultimi anni ha promosso numerosi studi sulla relazione che intercorre tra la medicina, la preghiera e la spiritualità ed ha sostenuto, e finanziato, la creazione di un centro totalmente dedicato a queste ricerche: il Nccam (National Center for Complementary and Alternative Medicine), che dal 1998 studia i meccanismi che intercorrono tra la mente e il corpo e le reazioni, fisiologiche e psicologiche, che vengono attivate grazie a pratiche spirituali come la preghiera ma anche la meditazione, lo yoga, il tal chi e altre. L'interesse verso questi temi è aumentato negli ultimi anni soprattutto negli Stati Uniti, sulla spinta della New Age e di un numero sempre più elevato di persone che si definiscono credenti e che affidano alla loro fede grandi aspettative, certamente maggiori di quelle che ripongono nei medici. Per quanto riguarda l'opinione pubblica americana, i sondaggi stupiscono ma parlano chiaro. Il 79 per cento della popolazione statunitense è convinta che la fede può aiutare le persone a guarire da una malattia, il 63 per cento pensa che i medici dovrebbero parlare di questi aspetti con i pazienti, mentre il 48 per cento delle persone che sono state ricoverate in ospedale, ammette persino che avrebbe apprezzato, in quella circostanza, che il medico avesse pregato assieme a loro. Queste convinzioni convivono con una medicina ipertecnologica e sono molto diffuse non solo tra i cittadini che hanno una fede ma tra gli stessi medici. Una ricerca condotta negli Stati Uniti dall'American Academy of Family Physicians, una delle principali società scientifiche dei medici di medicina generale, ha messo in luce che il 99 per cento dei medici di famiglia pensa che il credere in un Dio possa avere un effetto benefico sulla guarigione e il 75 per cento ritiene utile la preghiera, non solo se la richiesta di aiuto alla divinità viene espressa dal malato ma anche per intercessione, ovvero da parte dei familiari del paziente, dagli amici o da gruppi di preghiera.
Un'ulteriore testimonianza dell'interesse crescente attorno al tema del rapporto tra religione e medicina si riscontra nel numero sempre maggiore di università americane (ormai più di trenta, compresa la prestigiosa Harvard Medical School), che negli ultimi dieci anni hanno introdotto nei programmi dì laurea delle facoltà di medicina anche corsi di "Religione, spiritualità e salute".
La questione non va considerata come una semplice moda passeggera legata allo spirito del tempo, ma va affrontata da due diversi punti di vista, quello strettamente scientifico e quello etico.
Un recente studio, pubblicato lo scorso luglio dalla rivista "Lancet" si è occupato dell'impatto delle terapie noetiche, cioè che non prevedono il ricorso a farmaci, alla chirurgia o ad altri interventi tangibili, sul percorso di guarigione di pazienti con gravi problemi cardiaci, come l'infarto. Una delle terapie analizzate è stata proprio la preghiera nell'ambito di un'analisi condotta su 748 pazienti ricoverati in unità coronarica. Tutti avevano firmato un consenso informato in cui si spiegava che un gruppo di malati, pari circa alla metà, avrebbe ricevuto oltre alle cure mediche, anche delle preghiere; i nominativi di alcuni di loro sarebbero infatti stati consegnati a gruppi di fedeli di varie religioni, cristiani, ebrei, buddisti e musulmani, che avrebbero pregato per la loro guarigione. Per assicurare l'obiettività dei risultati, i pazienti non sapevano a quale gruppo erano stati assegnati e quindi nessuno poteva immaginare se, al di fuori dell'ospedale, qualcuno pregava per il bene della sua salute, oppure se la sua sorte era affidata esclusivamente alle terapie mediche. Le valutazioni al termine della ricerca hanno mostrato che il gruppo di pazienti che ha ricevuto le preghiere non ha avuto un miglioramento immediato delle condizioni cliniche rispetto agli altri, ma si è tuttavia osservata una riduzione del 36 per cento delle complicanze e una minore mortalità a sei mesi dall'attacco di cuore. Risultati sorprendenti e controversi, accolti con grande prudenza dalla comunità dei ricercatori, poco propensi a considerare come attendibili dei dati che si prestano a facili interpretazioni e, soprattutto, i cui meccanismi restano sconosciuti alla scienza.
Altre ricerche volte a scoprire un'eventuale relazione tra la fede, la preghiera ed i processi di guarigione hanno fatto discutere e molte di queste, condotte con metodi inattaccabili dal punto di vista delle procedure e della rigorosità, sono state pubblicate da riviste mediche autorevoli. L'attenzione si è concentrata soprattutto sui pazienti oncologici oppure quelli con problemi cardiaci e ricoverati in unità coronariche. Un gruppo di ricercatori della Duke University nel Nord Carolina, per esempio, ha sostenuto il legame tra la pratica religiosa e la pressione sanguigna, dimostrando che chi segue le funzioni religiose, frequenta regolarmente la chiesa e legge la Bibbia con assiduità mantiene la pressione bassa anche nella terza età, quando i rischi di innalzamento dei valori sono molto frequenti, diminuendo di conseguenza il pericolo di infarto o di altri problemi cardiovascolari. Gli effetti positivi dell'andare a messa sono stati osservati anche nel percorso riabilitativo delle persone operate all'anca e c'è chi si è spinto ad individuare dei vantaggi anche sull'aspettativa di vita. Due diversi studi, condotti su un vasto campione di persone, avrebbero infatti messo in evidenza una minore mortalità fra le persone che vanno a messa: un dato riscontrabile tuttavia solo tra le donne. Certo, di fronte a risultati così poco scientifici, i dubbi si moltiplicano eppure non bastano ad archiviare la questione. Per ognuno degli studi esaminati, la scienza non riesce ad attribuire una spiegazione univoca e a dare certezze, l'interpretazione si orienta in base a chi analizza, se è laico o credente. Nel primo caso si pensa che la preghiera, come anche la musica o la pranoterapia possano indurre dei meccanismi fisiologici, come la vasodilatazione o il rilassamento, che contribuiscono al generale miglioramento delle condizioni di salute dei pazienti. Oppure c'è chi sostiene che la preghiera potrebbe avere un effetto placebo, e indurre benefici sulla salute di chi prega, dal momento che il credente è convinto fermamente che la sua azione porterà a dei risultati positivi. Per chi crede in un Dio, invece, è tutto più semplice e il merito va attribuito all'appello rivolto alla divinità e alla sua risposta positiva nel momento del bisogno. Complessivamente comunque, il 57 percento degli studi condotti su questo tema dimostra che la preghiera, di qualunque religione si tratti, esercita un ruolo positivo nel percorso verso la guarigione. Tutti questi elementi, riscontrabili empiricamente, ma non spiegabili scientificamente, conducono i medici a porsi degli interrogativi di tipo clinico: se infatti è dimostrato, o per lo meno ampiamente riconosciuto, che la preghiera può servire a migliorare le condizioni di salute di un ammalato, allora il medico avrebbe il dovere di includere nelle sue indicazioni al paziente oltre alla terapia anche il suggerimento di determinati comportamenti? In altre parole, se i medici hanno il dovere di suggerire ai pazienti che cosa mangiare, che sport fare, quali comportamenti adottare, o evitare, per mantenersi in buona salute o per guarire, perché non dovrebbero prescrivere, ai credenti, anche una discreta dose di preghiere? Proviamo a fare un altro esempio: i dati della letteratura scientifica dimostrano che chi si sposa, o chi conduce una vita di coppia stabile, vive più a lungo rispetto a chi sceglie una vita da single. Si potrebbe allora immaginare che il medico di famiglia suggerisca al suo paziente arrivato in età da matrimonio, di mettere su famiglia per il bene della sua salute e della sua vecchiaia? Dovrebbe forse indirizzarlo ad un sito di incontri su Internet? Mi pare difficile, di più, impossibile. Sono questioni che riguardano la sfera personale di ognuno, come anche la religione, in cui il medico non ha alcun diritto di intromettersi. Esistono però delle circostanze che valgono come eccezioni. Personalmente, reputo che se un medico ed un paziente, entrambi credenti, si trovano a confrontarsi sul tema della fede, non ci sia nulla di sbagliato nell'incoraggiare lui e la famiglia ad affidarsi alla preghiera, anche come fonte di sollievo e conforto morale nel momento di difficoltà. Io ammetto di farlo e di averlo fatto, soprattutto quando vedo i limiti delle possibilità messe a disposizione dalla medicina e quando sono consapevole che è stato fatto tutto il possibile per curare un paziente. Ma parto dal presupposto che questo tipo di dialogo può avvenire solo se entrambi, medico e paziente, condividono la stessa convinzione sull'esistenza di Dio. Non mi pare che in questo senso ci possa essere alcuna controindicazione, anzi sono convinto che in alcuni casi un dialogo sulla fede può rappresentare un elemento che avvicina il paziente al suo medico, accresce la sua fiducia, diminuisce il senso di solitudine. Un feeling positivo tra medico e paziente dovrebbe comunque stabilirsi sempre, fede o non fede, sulla base del rispetto della dignità di chi soffre. Non si tratta dunque di dire sì o no alla preghiera o di sostituire gli antibiotici con un brano della Bibbia o del Corano; le terapie noetiche tuttavia non vanno eliminate dal percorso terapeutico ma piuttosto affiancate alla medicina tradizionale, che invece spesso tende a rifiutarle mostrando un senso di superiorità che forse invece è solo arroganza. La preghiera è a mio avviso un elemento di conforto che, da un punto di vista clinico, aiuta il malato almeno quanto ascoltare una musica a cui si è particolarmente affezionati; entrambe possono avere un'influenza positiva sul cervello, i cui meccanismi ci sono ancora in gran parte sconosciuti, e scatenare delle reazioni che aiutano nel metodo di cura e nel percorso verso la guarigione.

* direttore del Centro Trapianti del Jefferson Medical College, Phìladelphia