FISICA/MENTE

 

 

Gianpiero Fiorani


Gli amici del Ragioniere  

di Marco Travaglio


Le sue specialità sono lo shopping e i debiti. Fa debiti per fare shopping, e facendo shopping fa altri debiti. E’ il banchiere più rampante e chiacchierato del momento. Non solo per la scalata dell’Antonveneta, sponsorizzata dall’amico Antonio Fazio che sventola il tricolore contro i presunti “invasori” olandesi dell’Abn Amro. Ma anche per le svariate inchieste per bancarotta fraudolenta - Cirio, Parmalat, Hdc - in cui è rimasto impigliato: uno dei destinatari della tentata e sventata legge salvacrac era lui. Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, è l’emblema della nuova finanza italiana, o all’italiana. Quella che pontifica di mercato e concorrenza, ma poi si rifugia sotto il paracqua della politica e delle parrocchie. In pochi anni s’è gonfiato come la rana della fiaba. E c’è chi giura che sia lì lì per scoppiare. Che la crescita tumultuosa di Bpl (attivi sestuplicati in 7 anni) sia costruita sulla sabbia. E che, se l’affare Antonveneta finisse male, i nodi verrebbero al pettine. A cominciare dalla montagna di debiti che qualcuno calcola in 9.4 miliardi (1.1 volte i depositi dei clienti).

Il ragionier Fiorani, da poco diplomato, entra in banca nel 1978. E’ cattolico, ma soprattutto democristiano. Infatti è un Dc doc, il patron della Popolare di Lodi Carlo Cantamessi, ad aprirgli le porte della banca e a promuoverlo direttore di filiale. La laurea in Scienze Politiche Fiorani la prenderà solo a fine anni 90. Intanto fa carriera gestendo un bel po’ di dossier ad alto rischio: ristruttura il gruppo in Sicilia (dove ha inglobato ben cinque banche), entra nella Banca Rasini (che poi si fonderà con Bpl), acquista la Mercantile dal gruppo Fondiaria. Essendo una banca popolare, la Lodi dovrebbe rispettare rigidi limiti al possesso azionario. Ma il Ragioniere li aggira comprandosi l’Iccri, Istituto Centrale Casse di Risparmio, ribattezzato Banca federale europea e poi Reti bancarie. E’ tramite la nuova holding che Fiorani avvia lo shopping, finanziato con un tourbillon di aumenti di capitale. Compra piccole banche decotte, le risana, le rilancia. Intanto Bpl ingrassa: oggi è fra i primi 10 istituti d’Italia. E nel ’97, quando muore Angelo Mazza, l’ultimo patron della Bpl, Fiorani diventa un uomo solo al comando.
Il primo stop arriva con la scalata della Popolare di Crema, un capolavoro di non trasparenza: tutto in Svizzera, a colpi di società off-shore. Arrivano gl’ispettori della Consob di Luigi Spaventa, i giudici indagano per falso in bilancio e uso di informazioni riservate. Ma finisce tutto in archivio, salvo una modesta oblazione. Ormai Fiorani è sotto l’ala protettiva di Antonio Fazio, il cattolicissimo governatore di Bankitalia che nel 1991, nel 1999 e nel 2001 gli ha mandato gl’ispettori. Il Ragioniere diventa amico della moglie e offre uno stage alla Bpl al figlio e al genero del governatore. In più si guadagna l’eterna gratitudine di Santa Madre Chiesa firmando un accordo con la Cei di Ruini per sponsorizzarne le iniziative culturali e finanziare la ristrutturazione delle parrocchie.

Col Cavaliere, tutto liscio: il papà Luigi Berlusconi lavorò per una vita nella Rasini, indicata da Sindona come la banca del riciclaggio della mafia a Milano, poi assorbita dalla Bpl che custodisce le carte di tutte le operazioni riservate; Ennio Doris di Mediolanum è un ottimo alleato di Bpl; e Paolo Berlusconi ha avuto da Bpl i 50 miliardi di lire necessari per evitare il carcere nel processo per la discarica di Cerro. Ma la Lega Nord non ama la finanza cattolica: minaccia di votare per il mandato a termine di Fazio. Il Ragioniere provvede subito: salva la banca padana Credieuronord dal crac che rischia di trascinare in tribunale un bel po’ di papaveri leghisti e sul marciapiede tremila azionisti in camicia verde. Da quel momento la Padania comincia a elogiare il Governatore. Che conserva la poltrona a vita.

Poi c’è la sinistra: anche lì, ottimi sponsor. Nell’arrampicata dell’Antonveneta, Fiorani ha due sherpa d’eccezione: la Hopa di Chicco Gnutti, già “capitano coraggioso” di D’Alema nell’affare Telecom; e l’Unipol di Giovanni Consorte, la potentissima assicurazione delle coop. Tutti soci di Bpl, insieme a Barilla, Colaninno, Emilio Riva (quello degli acciai) e i palazzinari romani al seguito di Stefano Ricucci. Ma la banca padovana è un boccone troppo appetitoso per non portare inimicizie: il Ragioniere si gioca i rapporti con Cesare Geronzi di Capitalia, l’altro pupillo di Fazio; e incontra sulla sua strada un osso duro come Guido Rossi, consulente degli olandesi. Che denunciano Bpl alla Procura di Milano. L’ennesimo guaio giudiziario. Ma il Ragioniere è abituato. Già qualche anno fa, diceva di sè: “Non finirò all’inferno, ma mille anni in Purgatorio sono probabili”. E lui, anche nell’Aldilà, ha le sue brave aderenze.


Quel legame tra la Banca Rasini, il premier e Fiorani
di Marco Travaglio



E' un torrido giorno d'agosto del 1998 quando la quiete vacanziera della Banca Popolare di Lodi viene turbata da una visita inattesa. Un plotoncino di uomini della Dia venuti da Palermo chiedono di vedere gli archivi della Banca Rasini. Cercano, su incarico del pool antimafia, i conti correnti di Silvio Berlusconi e tutta la documentazione relativa alle 25 "Holding Italiana" che custodiscono il capitale della Fininvest. L'indagine è quella a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro della mafia (inchiesta poi archiviata per il Cavaliere e approdata a rinvio a giudizio, processo e condanna di primo grado per Dell'Utri). Perché la Dia cerca quelle carte proprio alla Bpl? Perché dall'aprile 1992 la banca lodigiana, capitanata da Gian Piero Fiorani, ha inglobato (fusione per incorporazione) la Rasini. Cioè il piccolo e chiacchierato istituto creditizio milanese di Via Mercanti, a due passi dal Duomo, fondato dal banchiere Carlo Rasini in società con la famiglia siciliana Azzaretto. Lì Luigi Berlusconi, il padre di Silvio, ha trascorso tutta la sua vita professionale, entrandovi da sportellista e uscendone direttore generale. E' la banca che Michele Sindona, in un'intervista dal carcere al giornalista Nick Tosches, indicò fra quelle usate da Cosa Nostra per "lavare" i proventi dei suoi affari al Nord. La banca che a metà anni 60 concede i primi crediti e fidejussioni all'Edilnord del giovane Silvio. I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo hanno spedito la Dia a Milano per ricostruire i finanziamenti alle Holding Italiana a cavallo fra gli anni 70 e 80, quando il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex amico e poi accusatore di Dell'Utri, fa risalire i presunti investimenti miliardari del capo della mafia Stefano Bontate nell'avventura televisiva del Cavaliere.
Alla perentoria richiesta di vedere la carte della Rasini, l'ufficio legale della Bpl cade (o finge di cadere) dalle nuvole: "Della Rasini e dei conti Fininvest non ci risulta nulla". Ma il consulente della Procura Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia a Palermo che partecipa alle perquisizioni, ha un asso nella manica. Tira fuori un estratto conto che dimostra l'esistenza di alcuni conti correnti intestati a Berlusconi o riferibili a Fininvest presso la Rasini. E si piazza nei vecchi uffici di Via Mercanti. A quel punto ai banchieri lodigiani torna improvvisamente la memoria: "Ci dev'essere un archivista in pensione che sa qualcosa". Il vecchietto puntualmente arriva e accompagna agenti e consulente all'ultimo piano della banca milanese. Apre cassetti. Estrae vecchi e polverosi dossier. Ed ecco ciò che gli inquirenti cercavano, o almeno una parte: la documentazione delle Holding Italiana. Che - lo si scopre allora - non sono 25, ma addirittura 38.
La Rasini emerge anche dalle indagini del pool di Milano sul patrimonio "parallelo" del Cavaliere: quello accantonato su 105 libretti al portatore accesi presso il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Popolare di Abbiategrasso, la Comit e la solita Rasini. Tra il 1988 e il '95 i libretti, materialmente in possesso di Giuseppino Scabini (che amministra il patrimonio personale di Berlusconi), registrano movimentazioni per 130 miliardi in entrata e 126 in uscita. Poi entrano in vigore le norme anti-riciclaggio, e il "nero" verrà trasferito in Svizzera.
Oggi che dalle telefonate di Ricucci, Fiorani e Gnutti emerge il ruolo di Silvio Berlusconi nella scalata alla Rcs, torna alla mente quel vecchio legame affettivo e finanziario fra il Cavaliere di Arcore e il banchiere padano che custodisce gli archivi del suo passato. Entrato alla Bpl nel 1978 con un semplice diploma di ragioneria (si laureerà solo nel 1990, in Scienze politiche), Fiorani inizia la sua arrampicata gestendo due affari molto delicati: uno è la ristrutturazione del gruppo bancario in Sicilia (ingloba ben cinque banche sicule e fa della Lodi la seconda banca dell'isola, dopo il Banco di Sicilia); l'altro è appunto l'ingresso nella Rasini, prima con una partecipazione di controllo, poi con la fusione. Inglobandone il patrimonio, la clientela e gli archivi. Purtroppo gli archivi sono ampiamente incompleti. Alla fine la Dia e Giuffrida dovranno arrendersi di fronte alla "anomalia" di vari finanziamenti, non riuscendo a ricostruire la provenienza di almeno 113 miliardi di lire (anni 70), una quarantina dei quali giunti addirittura "in contanti". Colpa -diranno i pm al processo Dell'Utri- della condotta "poco collaborativa" della Bpl. Ma anche dell'altra banca con cui la prima Fininvest condusse gran parte delle sue operazioni: la Bnl, tramite le fiduciarie Saf e Servizio Italia e tramite la sua banca d'affari a medio termine, Efibanca. Efibanca emerge anche negli atti del processo milanese "toghe sporche": Stefania Ariosto racconta che Cesare Previti le parlò di "fondi illimitati" a disposizione di Berlusconi presso Efibanca per corrompere giudici romani. S'è poi scoperto che Previti era consulente di Efibanca fin dagli anni 70, quando l'istituto cominciò a prestare soldi alla Fininvest per l'edilizia e poi per le tv. Mutui per un totale di 230 miliardi di lire a 8 società del Biscione che - secondo un rapporto della Guardia di Finanza - "prescindono dalla prestazione delle garanzie effettive". Insomma, troppo generosi e poco garantiti. E a chi appartiene oggi Efibanca? Anch'essa alla Bpl, che l'ha acquisita nel dicembre 1999. Come su quelli della Rasini, anche sugli archivi di Efibanca è seduto oggi il ragionier Gian Piero Fiorani.

 

Banche Bassotti

Io di banche me ne intendo poco e niente. Però  mi sembra abbastanza chiaro che quest'estate l'accapigliamento generale si aggiri molto più attorno alle banche che attorno al potere "politico", che evidentemente conta meno. Nel centrosinistra, l'agitazione di Rutelli - col senno di poi - sembra riguardare prevalentemente l'affare Unipol-Bnl, che di converso D'Alema è intervenuto a difendere con inconsueta radicalità. La scalata al Corriere (che speravamo di poter attribuire a Berlusconi: un nome noto, almeno, almeno da un certo livello in su) appare viceversa ambientata in qualche saloon bar di Abilene. Ricucci, che pareva un simpatico palazzinaro prestanome, è invece il manovratore di operazioni bancarie colossali, tali da portare addirittura al congelamento e sequestro delle sue azioni (i tiggì parlano pudicamente di congelamento di "alcune azioni"  di "alcuni azionisti" di Antonveneta).

C'era una volta in Italia una grande banca, che si chiamava Banco Ambrosiano ed era diretta da un certo Calvi. Un altro grande banchiere di quei tempi (che sono cambiati: adesso i banchieri sono tutti trasparentissimi e onesti) si chiamava Michele Sindona, ed era talmente al di sopra di ogni sospetto che lo stesso presidente del Consiglio (un certo Andreotti) scriveva lettere ufficiali per garantire per lui. Non c'entra niente: ma è da diversi mesi che non sento più parlare di Parmalat e di Tanzi (tranne che per qualche avara notizia di giudiziaria) e soprattutto che non sento più quantificare una cifra precisa sull'ammontare del buco fatto. Di solito, sulle pagine finanziarie, si parla d'altro.

E' vero che Fazio rappresenta - insieme col presidente del Senato, Pera - il massimo esempio attuale di carica istituzionalmente neutra gettata invece sul mercato della politica (l'uno e l'altro hanno ambizioni), ed è anche vero che la perpetuità del Governatorato della Banca d'Italia è ormai un residuo baronale d'altri tempi (ma in altri tempi i  baroni si chiamavano Ciampi e Carli). E' anche vero però che a questo punto le scorrettezze di Fazio sono una patologia marginale, che il vero problema è: quanto comandano oggi le banche in Italia?

Sarebbe relativamente facile saperlo se, per l'emergenza mafia o per l'emergenza terrorismo, o semplicemente perché non c'è ragione per fare altrimenti, fosse stata varata una legge per la trasparenza bancaria, che avrebbe rapidamente strangolato sia Cosa Nostra che Bin Laden. Ma una legge simile non c'è, ed è altamente improbabile che ci sia in futuro: chiedere la trasparenza della proprietà bancaria in Italia (o in America, o in Inghilterra, o in alcun altro paese occidentale) sarebbe come chiedere l'abolizione di Maometto in Arabia Saudita. Ognuno ha il suo dio intoccabile, e da noi non è né Allah né
Gesù Cristo. Perciò, non resta che andare a tentoni, basandosi sui dati macroeconomici a monte e sugli occasionali detriti visibili a valle - non sugli ordinari dati economici, che dovrebbero essere invece accessibili a ogni cittadino.

di Riccardo Orioles (da La catena di S. Libero)


La Catena di San Libero

1 agosto 2005 n. 295

 

Fra le tante parole che oggi non si usano più ("lavoro", "lavoratori", "produttori", "diritti", "concorrenza") c’e’ anche la parola "industriale". Ormai sono tutti "imprenditori", parola che significa tutto e niente. Gl’imprenditori, in sostanza, oggigiorno sono dei signori che si agitano moltissimo in finanza e in borsa, ma raramente hanno mezzi propri. O dipendono dalle banche o sono delle banche essi stessi, visto che occuparne o fondarne una e’ ormai diventata un’operazione totalmente privata.

Le banche controllano le aziende, le aziende controllano i media, i media coprono le banche. Questo e’ indubbiamente un regime. Ma come possiamo chiamarlo? Capitalismo non credo, perché manca il capitale industriale. Riciclaggio nemmeno, perché Falcone è morto e non ce lo può più dire. Palazzinarismo, intrallazzo, mani-non-pulite? Ma la commedia all’italiana è finita, questi non son più personaggi alla Alberto Sordi.

Sono pericolosi. Lo sono perché, drenando risorse e non producendo, costituiscono la causa principale (altro che cinesi!) del declino economico del sistema Italia. E lo sono perché non sappiamo chi siano e da dove vengano, e possiamo solo vagamente intuire che storicamente rappresentano il passaggio successivo a Berlusconi.

Dove sarebbero arrivati Sindona e Calvi, se non ci fosse stata la generazione di Falcone? Ambrosoli, Chinnici, Carlo Palermo... Se fossero mancati loro, noi non avremmo mai saputo chi in realtà erano questi "imprenditori", ed essi tranquillamente dominerebbero senza l’opposizione di nessuno. Metterebbero tranquillamente le mani sul Corriere, gestirebbero Rai e private, farebbero politica, governerebbero il Paese.


Fiorani e il Cavaliere 

 

Il rapporto privilegiato con Forza Italia. I legami con la famiglia Berlusconi. L'appoggio politico alle scalate. L'ex boss di Bpl racconta il Grande Progetto

di Peter Gomez e Vittorio Malagutti

Adesso che Gianpiero Fiorani sta parlando tutti mettono le mani avanti. Silvio Berlusconi si rifugia nei non ricordo, giura di essersi "sempre tenuto fuori" dal risiko bancario della scorsa estate e assicura "di non aver mai influenzato nessuno". Fabrizio Cicchitto, il vicecoordinatore di Forza Italia, si spinge ancora più in là, e si lamenta perché "viene dato per oro colato quello che sta dicendo una persona nelle sue condizioni". Il capogruppo dei Ds alla Camera, Luciano Violante, ammette invece di averlo incontrato per discutere la legge sul risparmio, ma aggiunge che lo stesso hanno fatto gli esponenti degli altri partiti. In Parlamento i boatos sui nomi della lobby di onorevoli che il banchiere, in quasi 15 ore d'interrogatorio secretati, ha messo a verbale si susseguono ai boatos. Anche se un fatto è certo. Se c'è un movimento politico che aveva un rapporto privilegiato con Fiorani e la Banca Popolare di Lodi questo è Forza Italia. Non a caso, secondo quanto risulta a 'L'espresso', nel mirino della Guardia di Finanza è finita una fideiussione personale firmata nel 2002 dal presidente del Consiglio per far ottenere al movimento azzurro un prestito di 15 milioni di euro, serviti al cassiere forzista Rocco Crimi per ripianare i debiti contratti durante la campagna elettorale con la Hdc del sondaggista Luigi Crespi. Niente di illecito, per carità. Anche se la storia di quel maxi-finanziamento targato Bpl (ora Banca popolare italiana) testimonia la familiarità dei rapporti tra i vertici dell'istituto di credito e Berlusconi. ...però è meglio spostare il tiro sul leasing di D'Alema... c'est plus utile...

La firma della garanzia avviene nella quiete di Arcore, a villa San Martino dove, tre anni fa, si presenta Gianfranco Boni, l'ex compagno di classe di Fiorani all'istituto tecnico commerciale Agostino Bassi, protagonista come l'amico di una carriera tutta interna alla banca che lo ha portato fino alla poltrona di direttore finanziario della Lodi e da qui, martedì 13 dicembre, a San Vittore per rispondere di associazione per delinquere, aggiotaggio, appropriazione indebita e riciclaggio. È con lui che il Cavaliere sigla un prestito che ora diventa un particolare importante per riscontrare lo scenario politico delineato da Fiorani nei propri verbali. L'ex boss di Bpl, del resto, con i pm e il gip Clementina Forleo è stato chiaro. Da una parte ha ammesso le proprie responsabilità in ordine alle ruberie che gli hanno permesso di accumulare all'estero un patrimonio di una settantina di milioni di euro.(...nel frattempo saliti ad oltre 200... ndr) Dall'altra ha puntato l'indice contro l'ex governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio. Lo ha descritto come al corrente di una serie di irregolarità compiute dalla Lodi durante l'assalto ad Antonveneta (tanto che Fazio ha deciso di dimettersi), ma lo anche dipinto come una pedina di un gioco molto più grande, nel quale lo stesso Fiorani non era che un co-protagonista. Una sorta di progettone politico-finanziario che aveva come obiettivo finale quello di cambiare il volto del capitalismo italiano. Un disegno di molto precedente alle scalate ad Antonveneta, Bnl e 'Corriere della Sera' che, nelle speranze dei suoi esecutori, avrebbe dovuto finire per coinvolgere gli assetti attuali di altre istituzioni economico-finanziarie. Secondo Fiorani, che non ha esitato a tirare in ballo nelle sue dichiarazioni pure i vertici di alcune banche straniere destinatari di vere e proprie tangenti, la presidenza del Consiglio sarebbe stata al corrente del piano. Berlusconi, anzi, avrebbe in qualche modo 'sponsorizzato' le scalate, mentre Fazio si sarebbe trovato con le mani legate. Davanti ai magistrati, l'ex numero uno della Lodi descrive l'ex governatore come un ostaggio, tenuto sotto schiaffo dai partiti che dallo scandalo Parmalat in poi hanno cominciato a mettere in discussione il suo mandato a vita. ...memorabile il comportamento dello statista Tremonti che aveva messo un barattolo Cirio come portapenne sulla scrivania che era stata di Quintino Sella... tanto per usare un bel codice semantico da autentico mafioso...

Una simile analisi non deve sorprendere. Le cronache raccontano come il 14 gennaio del 2005 a Palazzo Chigi, dopo mesi di frizioni, si sia tenuto un pranzo della pace cui hanno partecipato Fazio, Berlusconi, il senatore forzista e presidente della commissione Telecomunicazioni del Senato Luigi Grillo (generosamente finanziato dalla Lodi) e l'allora ministro dell'economia Luigi Siniscalco. Al termine dell'incontro, che aveva per tema la "difesa dell'italianità delle banche", Grillo riferisce: "C'è stata una sostanziale identità di vedute, non si parlerà più di mandato a termine del governatore". Subito la legge sul risparmio s'impantana nelle aule parlamentari, mentre il 23 gennaio 'Il Foglio', diretto dall'ex ministro per i rapporti col parlamento Giuliano Ferrara, sotto il titolo 'Carissimi Nemici' scrive: "La Popolare di Lodi vuole comprare Antonveneta. Mediolanum (Cav.) e Unipol (D'Alema) l'aiutano".

In gennaio accade anche dell'altro. La scalata dell'immobiliarista Stefano Ricucci al 'Corriere' si fa sempre più frenetica. Ricucci, che ha come advisor l'ex amministratore delegato di Mediaset, Ubaldo Livolsi,(...tuttora consigliere Fininvest, tanto per chiarire...) si muove di sua iniziativa o su mandato di altri? E sopratutto, perché Fiorani lo finanzia nell'impresa con 570 milioni di euro pur rendendosi conto che l'assalto a via Solferino è rischioso sia dal punto di vista finanziario che da quello politico? Durante i suoi interrogatori ancora a piede libero, Fiorani aveva tergiversato: "Mah, avrò commesso un errore...". Adesso che si trova a San Vittore è più preciso. Parla di nuovo di Berlusconi e della necessità del Cavaliere di godere buona stampa. L'operazione Rcs, del resto, anche se difficile non pareva impossibile. Il gruppo dei 'furbetti del quartierino' e i loro sponsor politici avevano appoggi ovunque. Anche nei tribunali, tanto che Fiorani ha parlato di una serie di provvedimenti di favore presi nei confronti della Bpl nel corso degli anni; e a sinistra, dove il numero uno di Unipol Giovanni Consorte (vedi articolo a seguire) era riuscito a ottenere l'assenso del governo alla scalata Bnl, dopo un incontro con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta.

Per quanto riguarda la Popolare di Lodi, invece, il rapporto con Berlusconi era diretto. Fiorani e il Cavaliere si erano conosciuti molti anni fa. Nel 1991, quando la Bpl aveva acquistato dalla famiglia di Nino Rovelli (il re delle chimica che grazie a Cesare Previti avrebbe corrotto il giudice Renato Squillante) la Banca Rasini, il piccolo istituto di credito di piazza dei Mercanti a Milano, dove aveva a lungo lavorato il padre del premier. (...a beneficio degli arcorizzati immemori, ricordiamo che la Banca Rasini, diretta da Berlusconi Padre, è stata l'unica Banca italiana chiusa ed incorporata, guarda la combinazione, da Fiorani, con l'accusa di riciclaggio di danaro mafioso...) Fiorani aveva partecipato a quella trattativa. E al di là del tavolo aveva trovato, come rappresentante della Banca Commerciale di Lugano dei Rovelli, Paolo Marmont, un finanziere milanese sposato con una nipote di Leopoldo Pirelli, destinato a diventare uno dei canali del riciclaggio del denaro nascosto in Svizzera da Fiorani & C. Della Rasini, una banca dove erano custoditi i segreti (mai svelati) sui primi finanziatori del Cavaliere, Fiorani è anche stato il direttore. E in queste vesti ha concesso affidamenti a società personali di Berlusconi, come l'immobiliare Dolcedrago, che amministrava alcune ville in Sardegna, alla quale, per esempio, nel febbraio del '94 viene dato un prestito da un miliardo di lire. Buonissimi erano pure i legami con Paolo Berlusconi. Quando il fratello del premier patteggia la pena nel processo per la discarica di Cerro, Berlusconi junior si rivolge alla Lodi per ottenere i quasi 50 milioni di euro con cui risarcire il danno. E sempre la Lodi si fa avanti con decisione per tentare di rilevare dalla Edilnord 2000 della famiglia Berlusconi una rete di negozi in franchising, poi invece finita in mano alla Pirelli Real Estate. Il Berluschino nel progetto di Fiorani ci crede. Tanto che nella cassaforte della sua Paolo Berlusconi Finanziaria (PBF) è inserita come investimento stabile un'unica società quotata: la Bpl di cui la PBf risulta possedere 8 mila azioni.

Fiorani diventa a poco a poco una sorta di banchiere di riferimento al quale si rivolgono gli uomini più vicini al Cavaliere: l'ex manager di Publitalia e sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher che, secondo Fiorani, sarà il canale per contattare gli altri onorevoli da inserire nella sua lobby, il presidente della commissione telecomunicazioni della Camera, Paolo Romani, e sopratutto il sondaggista di fiducia Luigi Crespi, di cui la Lodi diventa socia in Hdc Datamedia, attraverso Efibanca. Fiorani, insomma, era uno di cui fidarsi. Lui, del resto, ricambiava la stima dicendo a chiare lettere ai giornali: "Noi siamo una banca governativa". Almeno fino al giorno del suo arresto.

Come siamo conciati male...

Un articolo-inchiesta di Marco Travaglio

 
Toccava vedere anche questa: un presidente del Consiglio con dodici rinvii a  giudizio, sei prescrizioni e due processi in corso all'attivo, circondato di  pregiudicati, ottiene le dimissioni del governatore di Bankitalia che non  voleva sloggiare per ben due avvisi di garanzia. Dimissioni invocate a gran  voce, "per la credibilità dell'Italia", da quanti non hanno mai chiesto le  dimissioni del presidente del Consiglio né dei pregiudicati al seguito.  Naturalmente l'anomalia non sono le dimissioni: ma il fatto che le dia solo Fazio e non Berlusconi.
Il quale, per la cronaca, non è sospettato di abuso  d'ufficio e insider trading, ma ha sicuramente pagato un giudice tramite un  suo avvocato (reo confesso di frode fiscale), già ministro, da 12 anni  parlamentare. C'entra qualcosa tutto ciò con la "credibilità dell'Italia"?  Chissà. A sentire i TG di regime, pare quasi che Gianpiero Fiorani avesse due soli  amici: Fazio e Consorte. Invece ne aveva ben di più. La variopinta compagnia  di giro che qualche mese fa, all'ombra dello sgovernatore e dei protettori  azzurri, bianchi, rossi e verdi, decise di spartirsi Antonveneta, Bnl e  Rizzoli-Corriere della sera (tanto per gradire: poi sarebbe toccato  verosimilmente alle Generali e alla solita Telecom), aveva molto a che fare  con il Cavalier Bellachioma e i suoi cari. Prendiamo uno dei capi della  banda, anzi della banca: Gianpiero Fiorani, l'uomo che è riuscito ad  associare due figure in genere distinte, quella del banchiere e quella del  rapinatore, in una sola persona, la sua. Bene, Fiorani è colui che acquista  gentilmente la Banca Rasini, dove il padre del Cavaliere, ragionier Luigi  Berlusconi, era entrato sportellista e uscito direttore generale, e dove  secondo Sindona la mafia riciclava i soldi sporchi. Poi ingloba nella  Popolare di Lodi anche l'Efibanca, la merchant dell'Eni infestata di  piduisti di cui Previti era ovviamente consulente e che fornì crediti  illimitati a Bellachioma per la sua scalata alle tv. Insomma, fino  all'altroieri il banchiere-rapinatore è rimasto seduto sulle due banche che  nascondono molti segreti dell'oscuro passato del Biscione, e sui rispettivi  archivi.
Nel '99 la Guardia di Finanza di Palermo andò alla Lodi in cerca  delle carte sui misteriosi finanziamenti alle holding Fininvest, ma si sentì  rispondere che l'archivio Rasini non c'era più. I finanzieri tornarono poco  dopo, ripetendo la domanda con più energia. Allora ai dirigenti fioraniani  venne improvvisamente in mente che forse l'archivio c'era: fu riesumato  dalla pensione un vecchio archivista che accompagnò i militari in una  soffitta di via Mercanti. Purtroppo alcuni microfilm erano andati bruciati  (autocombustione?), mentre le holding Fininvest si faticava a trovarle  perchè erano state registrate (quando si dice la sbadataggine) alla voce  "negozi di estetista e parrucchiere per signora"
(N.D.R. nello spettacolo  di DARIO & FRANCA RAME, l’Anomalo Bicefalo, questo fatto è bene specificato:  tutte le holding di Bellachioma erano intestate a negozi di parrucchiera). Quanto all'Efibanca, dopo averla incorporata, Fiorani si mette  in società con l'Hdc di Enrico Crespi, il sondaggista di Forza Italia. Un  impegnuccio da 15 miliardi di lire. Poi all'improvviso gli chiede di  rientrare dai fidi: Hdc fallisce e Crespi finisce in galera per bancarotta. Insomma, il presidente del Consiglio è proprio l'uomo adatto per risolvere  il caso. Infatti, per il dopo-Fazio, mentre i giornali fanno i nomi di  Monti, Quadrio Curzio, Padoa Schioppa, Draghi e altri pericolosi  incensurati, lui ha in mente l'uomo giusto al posto giusto: il senatore  forzista Giampiero Cantoni. Ex socialista, Cantoni era presidente di Bnl nel  febbraio '94 quando dovette "autosospendersi" in tutta fretta per una  spiacevole disavventura.
Mentre un'ispezione di Bankitalia si occupava di  finanziamenti Bnl al gruppo meccanico Mandelli che aveva rilevato un'azienda  legata alla sua famiglia, la Procura di Milano lo indagava e poi lo faceva  arrestare per corruzione. L'accusa era quella di aver corrotto l'architetto  Anchise Marcori, capogruppo del Psi al comune di Segrate, con una mazzetta  di 400 milioni di lire in cambio della concessione edilizia per un complesso  residenziale nei terreni della sua famiglia. Cantoni confessò di aver  pagato, ma sostenne di essere stato costretto. Cioè concusso. Ma non fu  creduto, nemmeno da se stesso, visto che all'udienza preliminare si presentò  con 800 milioni sull'unghia a titolo di risarcimento e patteggiò circa 2  anni di reclusione. Per corruzione.
Ecco perchè Bellachioma ha subito  pensato a lui per rimpiazzare Fazio. Scegliere un incensurato, col pericolo  che poi venga indagato, è troppo rischioso. Molto meglio un pregiudicato,  che è già allenato.

La Padania: Fiorani? non è più il Cavaliere Verde...

...e la Lega «liquida» il banchiere amico: non ci ha dato nulla

Aiutò il Carroccio in difficoltà. Ma ora è gelo sul nemico del «Fighetta Style»

Disse un giorno Giuliano Ferrara, col gusto del provocatore che ha, che «la caduta è un momento magico». Sarà. Certo è che ieri, a Gianpiero Fiorani, è arrivato puntuale anche il calcio dell’asino. A sferrarglielo è stato Francesco Speroni, l’unico dei fondatori della Lega che Bossi non ha mai espulso, il quale ha liquidato il banchiere in disgrazia dicendo: «Non ci ha regalato niente nessuno, anche perché pare che l’individuo fosse più abituato a prendere che a dare». Addio. Una svolta netta. Radicale. Da contrordine, padani. Arrivata dopo che La Padania, che per mesi non aveva mancato occasione di schierarsi dalla parte dell’ex astro nascente della finanza italiana, salutato come il protagonista della costruzione del mitico polo bancario del Nord, aveva dato ieri mattina la notizia delle manette con inusuale sobrietà: «Arrestato Fiorani. L’ex numero uno di Bpi accusato di associazione per delinquere finalizzata all’aggiotaggio. L’ordine di custodia firmato dal gip Clementina Forleo».
E lì, nell’assenza di una sola parola di commento perfino sul nome del magistrato autore del provvedimento, più volte azzannato in passato per la controversa sentenza sul marocchino Mohammed Daki, c’era la sottolineatura di una svolta. La scelta di tenere un profilo basso.Di stare a guardare. Di non insistere, mentre si affacciava l’ipotesi di un coinvolgimento pesante di qualche leader, in una difesa ad oltranza che aveva assunto spesso toni assai bellicosi. Fino a spingere il direttore del quotidiano leghista Gianluigi Paragone a sparare in prima pagina: «Roma padrina / Chi c’è dietro l’attacco a Fiorani e alla nuova finanza padana?». Sbilanciato il titolo, sbilanciato l’articolo del diretùr: «Nel gioco della celluloide abbiamo abusato del motto storicoRoma Ladrona, Roma Padrona modificandolo in Roma Padrina...
E un po’ padrina, questa Roma dei poteri forti lo è davvero. Più vado avanti nella lettura delle intercettazioni e più mi domando: qual è lo scandalo? C’è un reato in ballo? Ci sono illeciti? Io non ne vedo, almeno a oggi. C’è un bluff in agguato? Non mi sembra proprio, anzi mi sembra che Fiorani fosse e sia pronto a comprarsi la Antonveneta, tra l’altro con un’offerta superiore a quella degli olandesi. Cosa c’è di storto allora?» Di più: «Nessuno mi convince che il Governatore debba essere il notaio di una partecipazione. Anzi, il Governatore ha tra i suoi compiti attuali anche quello di indirizzare la politica del credito. Se pertanto Fazio avesse giocato una partita politica, non ci vedo nulla di strano ».
E qual era questa partita? La scelta di Fiorani «di fare il Pierino della finanza. Di fare una banca del Nord vera, vicina agli interessi del territorio, e alle imprese padane. Questo voleva fare Fiorani e questo poteva farlo fino a quando il sistema romano non s’è messo di traverso, "servendosi" di Abn Amro, gli olandesi nel capitale proprio di Capitalia, Geronzi. Ecco perché continueremo a stare al fianco di questo progetto e tiferemo per Fiorani, difendendo gli interessi di quei correntisti e investitori che hanno creduto al suo progetto di una banca locale in grado di sfidare i giganti del credito e del capitale. Davide contro Golia. Padania contro Roma. La piccola impresa contro la grande finanza che tiene in ostaggio l’economia. Fiorani e Gnutti contro Geronzi e Montezemolo e tutti gli altri». Ossia «i signori del Fighetta Style».
Era il 5 agosto scorso. Il giorno prima il giornale aveva scritto: «In gioco non c’è la sopravvivenza di Fazio (almeno non è questo ciò che ci interessa...) ma, ancora una volta, il tentativo dei poteri finanziari romani di bloccare il vento del Nord e la sua finanza». Non bastasse, l’appoggio al banchiere oggi in manette era stato accompagnato da un appello al patriottismo padano: «Agli olandesi cosa volete che gliene freghi dei distretti del trevigiano o di quelli tessili del biellese o della rubinetteria novarese o del Cusio-Ossola? Per loro la ricetta è semplice: i distretti non devono più esistere nel mercato globale».
La chiave per capire, a leggere il sito «la banca della lega.web-gratis.net» che raccoglie gli sfoghi delle migliaia di leghisti rovinati, a sentire le telefonate alle radio private, a registrare i lamenti di dolore alla stessa emittente leghista, starebbe in una sfumatura di uno dei tanti editoriali a difesa di Fiorani del quotidiano verde. Dove il direttore parlava della Credieuronord come della «banca considerata della Lega». Una definizione di pudica ipocrisia dietro cui sta tutto l’imbarazzo di ieri e di oggi del Carroccio. Contestato anche pochi giorni fa, durante lamanifestazione di Torino, dai correntisti traditi. Gianpiero Fiorani non è infatti solo un ex banchiere emergente che stava simpatico a Bossi e ai suoi. È l’uomo che, rilevando la Credieuronord dopo che la Popolare di Milano si era tirata indietro una volta messo il naso nei conti, impedì che la gestione dell’istituto di credito leghista, che secondo il rapporto degli ispettori della Banca d’Italia si era mangiato in tre anni l’83% del capitale, mettesse nei guai alcuni dei dirigenti della Lega ai vertici della fallimentare impresa finanziaria.
Diede respiro al partito offrendo una speranza di salvare almeno qualcosa ai leghisti infuriati che si erano scelti come simbolo una gallina spennata. Permise alla Lega di organizzare una colletta fra parlamentari e consiglieri regionali (memorabile la lettera del senatore Fiorello Provera che spiegò al Giornale di Brescia che lui aveva fatto il suo dovere auspicando che ora lo facessero gli altri «anche se non mi risulta sia così») e guadagnar tempo mentre emergevano finanziamenti incredibili concessi «in casa» al leader dei ribelli delle quote latte Giovanni Robusti e alla società «Bingo-net» del sottosegretario Maurizio Balocchi e alla moglie dell’ex campione del Milan Franco Baresi, Maura Lari. Non bastasse, oltre ad avere salvato la «banca dei padani» (parole dello stesso Bossi, che aveva prestato la faccia alla pubblicità: «Anch’io sono socio fondatore della Credinord. E tu?») il banchiere coccolato da Fazio era l’uomo che aveva fornito un mucchio di soldi alla Lega sull’ipoteca della sede di via Bellerio e finanziato l’acquisto (costoso) del «sacro terreno» di Pontida.
Insomma, quanto bastava per essere additato da La Padania come protagonista di un «progetto vincente». Ed essere difeso fino all’ultimo, con la tesi che comunque il salvataggio della banca leghista «al cittadino non è costato un centesimo di euro». Una tesi un po’ ardita. Ma la domanda più interessante, a questo punto, è un’altra: nell’accordo con cui Gianpiero Fiorani rilevò la Credieuronord c’era scritto che tutto, se non ci fossero stati problemi, sarebbe stato perfezionato entro il 31 dicembre 2005. Mancano un paio di settimane. E i risparmiatori leghisti, sventolando un esposto collettivo contro coloro cui imputano le loro sventure, sono lì a guardare: vuoi vedere che...
 

Gian Antonio Stella


 

SCALATE BANCARIE / LA STRANA COPPIA

Fiorani con villa e Consorte

L'ex capo della Popolare Italiana, ora in galera,  si è comprato una residenza in Costa Azzurra con un prestito da 3 milioni di euro di Unipol banca. In tempi record e attraverso il solito prestanome.

di Vittorio Malagutti


Recita una vecchia massima: "I tuoi amici sono anche miei amici". E il principio, a quanto pare, vale anche nel mondo della finanza. Come spiegare altrimenti la sollecitudine usata da Unipol banca nel prestare all'imprenditore Eraldo Galetti quasi 3 milioni di euro? Galetti, piccolissimo costruttore brianzolo, non era certo un vecchio cliente dell'istituto di credito bolognese. Anzi, prima di quell'affare il suo nome era del tutto sconosciuto dalle parti dell'Unipol. In compenso, Galetti poteva vantare un importante sponsor: nientemeno che Gianpiero Fiorani, fino a tre mesi fa potente amministratore delegato della Popolare Italiana (ex Lodi). Anzi, secondo quanto hanno accertato gli investigatori che indagano sulla banca lodigiana, fu proprio Fiorani a segnalare il nome del suo amico ai vertici del gruppo guidato da Giovanni Consorte. E allora, detto, fatto. Il prestito, concesso nel 2003, arrivò a tempo di record nelle casse della Liberty srl, una società con sede a Lodi amministrata dal solo Galetti.
Liberty non è un nome nuovo alle cronache. Possiede villa Stella Maris a Cap Martin, in Costa Azzurra. Una casa da sogno in un posto da sogno, con tanto di parco e vista mare. Solo che, secondo gli investigatori, quel prezioso immobile appartiene in realtà a Fiorani, che ne aveva la piena disponibilità e ne curò personalmente la ristrutturazione. Morale della storia: Galetti era in realtà un prestanome del banchiere, a cui è legato da una lunga amicizia. Di conseguenza i prestiti di Unipol banca sarebbero serviti a finanziare l'acquisto di una delle ville di Fiorani, uno dei pezzi pregiati di quel presunto tesoro occulto su cui indaga la Procura di Milano. Non è la prima volta che i destini del gruppo finanziario delle coop si incrociano con quelli della banca padana, un tempo rampante e ora in grave difficoltà. Unipol ha dato una mano a Lodi nell'assalto in Borsa (fallito) all'Antonveneta. E la Popolare Italiana ha reso il favore contribuendo alla scalata di Bnl lanciata da Unipol.
Poi c'è il capitolo degli affari personali. Come rivelato da "L'espresso" nel settembre scorso (numero 35), la Popolare di Lodi ha concesso a tempo di record e senza garanzie un prestito di 4 milioni di euro a Consorte. Un finanziamento, segnalato dalla Consob, che risale agli ultimi giorni del 2004 (28 dicembre), proprio quando si stava mettendo in moto la macchina della scalata all'Antonveneta. Adesso invece, grazie alle indagini della Guardia di Finanza, si scopre che il gruppo guidato da Consorte, tramite Galetti e la Liberty, ha di fatto contribuito all'acquisto di una delle ville di Fiorani.
E Galetti? Come avrà fatto il costruttore brianzolo a restituire il prestito a Unipol banca? Niente paura, per favorire l'amico del capo si è messa in moto l'efficiente macchina da soldi della Popolare di Lodi. In pratica, secondo quanto hanno ricostruito gli investigatori, grazie ad alcune operazioni finanziarie Galetti sarebbe riuscito a guadagnare nel giro di pochi giorni quanto bastava per pagare il suo debito. Un fenomeno, a quanto pare. Ma l'exploit diventa meno sorprendente se si considera che i guadagni derivano in gran parte da operazioni di Borsa su titoli Kamps, quotati in Germania. Sarà un caso, o forse no, ma nelle settimane scorse, dopo l'uscita di scena di Fiorani, si è scoperto che nel recente passato un gruppo di selezionati clienti della Popolare lodigiana ha realizzato guadagni milionari (in euro) grazie al trading di Borsa sulla Kamps. Ovvero l'azienda alimentare tedesca comprata da Barilla nel 2002 con i prestiti e la consulenza della banca allora guidata da Fiorani. Una vera abbuffata, a giudicare dai fatti che sta portando alla luce un'inchiesta interna avviata dalla nuova dirigenza della Popolare Italia. Il giochetto targato Kamps ha funzionato alla grande anche con Galetti che, così, è riuscito a restituire il prestito a Unipol banca. Tutti contenti, quindi. Soprattutto Fiorani, che si è tenuto la villa in Costa Azzurra.

Crac Cirio: chiesto il processo per Cragnotti, Geronzi e Fiorani

L'inchiesta romana nel 2003, dopo il mancato pagamento dei bond Per loro e altri 41 indagati ipotizzati reati legati a bancarotta e truffa. Chiesto il giudizio anche per gli ex vertici di Banca Roma, Bpl e San Paolo. Tredicimila risparmiatori risultano parti lese per titoli del 2000-2002

 

ROMA - La procura di Roma ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per Sergio Cragnotti e altre 43 persone - fra le quali i banchieri Cesare Geronzi, Gianpiero Fiorani, Rainer Masera - indagate nell'ambito dell'inchiesta per il crac della Cirio. L'atto sarà inviato domani all'ufficio del giudice dell'udienza preliminare.

I pubblici ministeri Achille Toro, Tiziana Cugini, Rodolfo Sabelli e Gustavo De Marinis contestano agli indagati, a seconda delle posizioni, i reati di bancarotta per distrazione, documentale, preferenziale e patrimoniale, nonché il reato di truffa riferito ad episodi avvenuti episodi avvenuti fra il 1998 e il 2003.

 

Per il crac dell'azienda agroalimentare, la procura di Roma chiede che siano processati Sergio Cragnotti, i figli Andrea, Elisabetta e Massimo, il genero Filippo Fucile, la moglie Flora Pizzichemi, i banchieri Cesare Geronzi, attuale presidente di Capitalia già presidente del Cda di Banca di Roma, Rainer Masera (ex presidente Cda San Paolo Imi), Luigi Maranzana (ex Cda San Paolo Imi), Massimo Mattera (Area crediti San Paolo Imi), Gianpiero Fiorani (ex Ad Banca Popolare di Lodi), Giovanni Benevento (Presidente Popolare Lodi), Ambrogio Sfondrini (Cirio spa e poi condirettore generale della Banca Popolare), Angelo Fanti (gestore agenzia Roma centro proponente per il gruppo Cirio), Pietro Celestino Locati (vicedirettore generale Banca di Roma), Remo Martinelli (Banca Roma, condirettore area crediti), Michele Casella (Banca di Roma, direttore area studi), Antonio Nottola (Banca di Roma, componente Cda), Angelo Brizi (area intermediazione Banca di Roma), Alberto Giovannini (Banca Di Roma, area finanza).
La richiesta di rinvio a giudizio segue di sette mesi il deposito degli atti scaturito da una indagine avviata dalla procura della capitale nell'estate del 2003, dopo il mancato pagamento di un bond da 150 milioni di euro. Nel mirino dei pubblici ministeri finirono nove bond collocati sul mercato tra il 2000 e il 2002 con tredicimila risparmiatori che risultano parti lese.

Secondo quanto ricostruito dall'inchiesta, il crac della Cirio fu la conseguenza di una serie di operazioni che, tramite il passaggio di finanziamenti da alcune aziende del colosso agro-alimentare ad altre, finirono per prosciugare le casse e far contrarre debiti sempre maggiori con gli istituti di credito; debiti che in buona parte pesarono sulle spalle dei risparmiatori con l'emissione dei bond. La truffa legata all'emissione di nove bond dal maggio 2000 al maggio 2002 - ha accertato l'indagine - avrebbe toccato i 1.125 milioni di euro.

Dai controlli svolti dalla Guardia di Finanza, in particolare, è emerso che Banca di Roma, San Paolo-Imi e Banca Popolare di Lodi collocarono rispettivamente 20.029.483, 48.473.000 e 5.402.342 euro di "obbligazioni presso i privati risparmiatori, occultando, nei rapporti con la clientela, la situazione di conflitto di interessi dipendente dai rilevanti crediti vantati" nei confronti delle società emittenti del gruppo Cirio o garanti delle obbligazioni, "omettendo ogni dovuta informazione circa la natura e i rischi dell'operazione, con specifico riferimento anzitutto alle condizioni del soggetto emittente, nonché alla scarsa liquidità dei titoli e alla forte volatilità dei corsi nella fase di grey market" e "concorrendo nella sollecitazione all'investimento nelle obbligazioni nei confronti dei privati risparmiatori".

Una carriera fulminante grazie all'aiuto delle
gerarchie ecclesiastiche e dei piccoli potentati locali


La caduta del banchiere di Fazio
che sognava il grande polo del Nord


di GIUSEPPE TURANI

 

MILANO - La carriera di Gianpiero Fiorani è finita, ma è stata certamente un'avventura straordinaria. Un'avventura e una carriera che lui stesso, mesi fa, aveva profeticamente riassunto nella battuta: "Non finirò all'inferno, ma farò mille anni di purgatorio". Il purgatorio di Gianpiero Fiorani, fino a poche settimane fa amministratore delegato della Banca Popolare Italiana, super-protetto dal governatore Fazio, si chiamerà probabilmente "consulenze & lavoretti". Difficile, impossibile che entri di nuovo in banca.

Era partito per costruire il quinto gruppo bancario e per fare la guerra ai giganti del credito (tutti un po' invisi al governatore e alla maggioranza di governo), e è finito invece fuori strada nel giro di un paio di mesi.

Nato a Codogno, Bassa lombarda, nel 1959, arriva fino al diploma di ragioniere e si mette a fare, per un po', il cronista in un paio di giornali locali. Come capita spesso in provincia fa la conoscenza con un esponente politico-bancario del luogo, Carlo Cantamessi, che è il numero uno della Popolare di Lodi. È lo stesso Fiorani a raccontare che era a casa e si stava facendo un uovo, quando è arrivato Cantamessi e gli ha detto: "Dai, vieni in banca con me". Risposta. "Fossi matto". Andare a lavorare in banca, allora, nel 1978, non era considerato il massimo per un giovane ambizioso.

Ma Fiorani, chissà perché, accettò. Diventò subito direttore di filiale. E poi si passò agli incarichi speciali. Gli danno da sistemare gli sportelli che la Lodi ha in Sicilia, ma anche l'acquisizione e la sistemazione della Banca Rasini di Milano, l'acquisto della Banca Mercantile di Firenze. E altro ancora. Il giovane Fiorani dimostra subito di essere rapido, efficiente, discreto. Ha molte amicizie nel mondo cattolico, si spende in beneficenza, va in chiesa. Insomma, è perfetto. E infatti lo portano al vertice della Lodi.

Una volta arrivato in cima si dimostra anche diabolico nel muoversi. Le Popolari hanno molti limiti, ma lui li aggira abilmente. Si compra l'Iccri (Istituto centrale delle Casse di Risparmio) e lo trasforma in una holding. Dopo di che va a caccia di Casse di Risparmio: le Fondazioni gli cedono le banche, ma entrano nell'Iccri (che intanto ha cambiato nome in Banca Federale).

Non sempre, a quanto pare, Fiorani segue percorsi rettilinei. Del caso della Popolare di Crema si parla ancora oggi nel mondo bancario. La banca viene scalata da personaggi misteriosi dalla Svizzera, attraverso le solite società-schermo (uno schema che ricorda abbastanza da vicino la scalata, poi fallita, all'Antonveneta). La Consob di Luigi Spaventa indaga e passa le carte alla magistratura: falso in bilancio, false comunicazioni sociali, utilizzo di informazioni riservate. Ma Fiorani se la cava pagando una semplice oblazione. Va meno bene all'ispettore della Consob, che deve andarsene fra mille polemiche.

Anche Giulio Tremonti rimane molto perplesso di fronte alle Fondazioni bancarie che vendono i loro istituti a Fiorani e poi ne diventano soci. La storia della Popolare di Crema, comunque, si conclude con un'Opa lanciata dalla Lodi, alla quale i misteriosi personaggi che dalla Svizzera avevano rastrellato azioni cedono i loro pacchi. Con utili vertiginosi.

Nonostante qualche disavventura, Fiorani continua a fare shopping di banche. E diventa l'amico prediletto del governatore Fazio, che si fa fotografare con lui da una parte e Cesare Geronzi, presidente di Capitalia dall'altra. Onore non da poco, per un piccolo banchiere di provincia e per di più già abbastanza discusso.

Sono i tempi, due anni fa, in cui Tremonti e la Lega chiedono a gran voce le dimissioni di Fazio. Poi il vento cambia di colpo e la Lega si mette improvvisamente a difendere Fazio e a complimentarsi per la sua battaglia a favore dell'italianità delle banche. Dietro questa svolta, c'è naturalmente Fiorani. Che cosa è successo?

I leghisti (con il loro chiodo fisso di essere uno Stato nello Stato) si erano messi in testa di farsi una banca: la Credieuronord. Peccato che la banca sia gestita malissimo. A un certo punto c'è la possibilità che la banca salti per aria, con 3mila soci che vedono svanire i loro risparmi e vari esponenti della Lega sotto processo. Tutto questo viene evitato grazie a Fiorani, che, con la benedizione di Fazio, compra la banca (rifiutata dalla Popolare di Milano, visti i conti) e chiude la partita.

Nel gennaio 2005 parte l'avventura per il controllo dell'Antonveneta contro l'Abn Ambro che la voleva per sé. Sulla carta Fiorani è sicuro di vincere. Da una parte ha il governatore Fazio (con il quale sono diventati amici di famiglia, il figlio e il genero del governatore vanno a fare stage da lui), dall'altra gli amici di sempre a partire da Chicco Gnutti e Giovanni Consorte di Unipol che proprio con l'Antonveneta realizzarono la scalata alla Telecom. In più, le solite società svizzere e i soliti amici misteriosi. La scalata all'Antonveneta, insomma, doveva essere una passeggiata.

Invece è finita il 2 agosto, quando la procura di Milano ha sospeso Fiorani da tutti gli incarichi e lo ha accusato di molti reati finanziari. Poi, nuove perquisizioni. Il 2 ottobre doveva rientrare in banca. Probabilmente, viste anche le nuove accuse, sono stati i suoi stessi legali a consigliargli di farsi da parte.

( 17 settembre 2005 )

Associazione a delinquere


Viviana Vivarelli

http://www.centomovimenti.it/feedback/index.php?page=11 

 


La moglie di Cesare non dovrebbe nemmeno essere sfiorata da un'ombra di dubbio. Lo stesso dicasi dell'opposizione. E invece i fatti.....

Stante la collusione bypartisan che lega ormai chiaramente elementi della sinistra agli affari sporchi della destra (e i programmi delle Grandi Opere si uniscono inestricabilmente nella grande ruberia del sistema bancario in un intreccio vergognoso), vi prego di leggere almeno l'inizio dell'ordinanza di Clementina Forleo per capire con che brave persone abbiamo a che fare e come è formato il jet set di quelli che contano. 



http://www.uonna.it/ordinanza-fiorani-parte-prima.pdf 

http://www.uonna.it/ordinanza-fiorani-parte-seconda.pdf 

Ed è davanti a operazioni illecite di tale bassezza che si deve anche sentire quelli della Cdl applaudire freneticamente Berlusconi e soci!!??
E’ proprio vero che la vergogna è qualcosa che alcuni non stanno nemmeno dove stia di casa!

Ieri su Sky si doveva sentire un deputato della Cdl che attaccava, come al solito, i magistrati, e diceva che si stavano arrogando un potere eccessivo, vecchia solfa ormai abusata che viene tirata fuori ogni volta che gli scandali di personaggi equivoci della Cdl saltano fuori nel modo più repellente.

Se i politici e i banchieri realizzano operazioni così squallide e di tale bassa criminalità, usando le banche come strumenti per arricchimenti privati con operazioni che in altri stati porterebbero all’ergastolo, cosa dovrebbe fare la magistratura? Ossequiarli?

E Berlusconi sta bassamente favorendo questo gioco e ha intenzione di depenalizzare i reati finanziari, ridurre alla burletta il falso in bilancio, abbassare il livello di controlli sulle banche, tentare di relgalizzare anche la bancarotta fraudolenta, ridurre le prescrizioni, bloccare le rogatorie e proteggere Fazio e complici!!!?

Veramente si resta allibiti da tanta arroganza e mala volontà!
Solo un governo di criminali collusi con criminali può fare questo!

La Cina è riuscita ad abbattere la banda dei quattro, riusciremo noi ad abbattere questa banda del buco, che spadroneggia sull’Italia attraverso menzogne, atti delinquenziali, protezioni ai peggiori, tangentopoli più fiorente che mai, collusioni mafiose e leggi che assassinano la democrazia?

E sapere che a questa banda di personaggi spregevoli che qualunque stato civile caccerebbe in galera, si associano per avidità privata anche equivoci personaggi della sinistra, in un gioco al massacro delle legalità e del dispregio dell’ordine e degli interessi generali che sta infamando questo paese, non può farci rallegrare.

Ormai il bene comune e l’etica sono nella polvere, le ideologie dievrse colludono nei comitati di rapina, le differenze di schieramento si inviliscono negli intrecci furfanteschi, e assistiamo sgomenti al sacco dello stato portato avanti destra come a sinistra, per non parlare degli spezzoni dispersi del vecchio centro Dc che ormai sono caduti in fondo alla palude, visto che ce li troviamo dappertutto, dalla collusione con la mafia alle operazioni finanziarie più sporche.

L’unica cosa che potremmo sperare è l’azzeramento di tutte le cariche bancarie, l’azzeramento di parlamento e governo, il licenziamento di tutti i partitie l’affermazione di una ricostruzione democratica e popolare dal basso che può solo somigliare all’esito di una guerra di liberazione.

Siamo sommersi dallo schifo!

Ci sono dunque politici della Cdl che hanno protetto e alimentato il grosso pacchetto di atti criminali, traendone grossi vantaggi economici:
quell’indecente senatore Luigi Grillo (ora FI) eletto nel 94 nel PPI che, dopo pochi giorni, vota la fiducia al governo Berlusconi, comprato, si dice, con appena 30 milioni, che ha subito un posto di sottosegretario, ora presidente della commissione lavori pubblici (povera Val Susa!), che ha tessuto tutti i peggiori intrighi della Repubblica, prestandosi al salvataggio di Fazio;
quel senatore Udc Ivo Taralli, quello della svendita dei beni culturali e ambientali;
il suo collega di partito e europarlamentare Vito Monsignore, amministratore delegato della Infrastrutture Lavori Italia, il terzo gruppo d'Italia, dopo la Società Autostrade dei Benetton e il gruppo Gavio;
quel sottosegretario alle riforme istituzionali Aldo Brancher, ex socialista, braccio destro di Gonfalonieri e fautore dell’accordo Polo-Lega;
quello strafottente e ipocrita Sergio Billè, presidente di Confcommercio, peraltro indagato per appropriazione indebita;
quel Francesco Bellavista Caltagirone, numero uno della holding Acqua Marcia quotata in Borsa, nonché cugino dell'editore del 'Messaggero';
quel Marcellino Gavio, impegnatissimo nel business delle autostrade.

Fa accapponare la pelle pensare che è per gli interessi di questa gentaglia, tutta appartenente all’area Cdl, che svende il paese, ne infanga le leggi e ci sta così spudoratamente mentendo sul traforo della Valsusa, che vuol essere un enorme business per banche e politici corrotti sulla pelle dei contribuenti italiani!

E la Lega che fa pure la sceneggiata di Calderoli in Val di Susa, dopo gli inghippi della Banca di Lodi, mi sembra veramente troppo!
Complimenti vivissimi a quella Lega che era emersa dall'indignazione delle piazze per lottare contro Roma ladrona e che, con la protezione a Fiorani, ha dimostrato come sia facile passare dall'indignazione alla spartizione!

Il regista che ha praticamente protetto e supportato questi traffici criminali, è quella faccia di bronzo di Fazio che sta ancora al suo posto come una delle massime potenze dello stato e addirittura con la protezione della Chiesa !!!!
Tutto da capire ancora l’appoggio che è venuto a queste indecenti operazioni di finanza nera dallo IOR, dalla CEI e dal Vaticano. Qua non si salva nessuno.

L’indecenza dei traffici occulti rischia di superare la prima tangentopoli e dovrebbe far precipitare tutta questa baracca nella merda. La corruzione di questo paese è gigantesca e infanga di putridume ogni partito e la Chiesa stessa.

E che la sinistra, con la sua storia, i suoi ideali, le sue lotte, i suoi fautori duri e puri, i suoi lavoratori, tutta la brava gente che sta al di sotto, tutto il paese, si sia compromessa con tale immondizia e che tale immondizia sia addirittura guardata con benevolenza da un personaggio equivoco come D'Alema è veramente troppo!

Lo sconforto di molti onesti che hanno tanto confidato nella sinistra e nei valori dell’etica sta diventando sempre più profondo al pensiero di avere ancora dentro i propri partiti gente che collude con simili affari e con simili personaggi!


UNIPOL-BNL: STANGATA ALL'ITALIANA 

( CORSERA.IT)


Posted on Martedì, 27 dicembre

 

I furbetti del quartierino l'hanno fatta grossa, ma sono stati indubbiamente bravi,anche se inconsapevoli del ruolo che stavano giocando.La Stangata è perfettamente riuscita,a farne le spese il Cappucetto Rosso della finanza rossa italiana quel certo borioso Giovanni Consorte e il suo alter ego Ivano Sacchetti,due faine pescate nel pollaio a fare piazza pulita di quattro galline indifese.Insomma come Cappuccetto Rosso ha ficcato il naso fuori dal quartier Generale di Via Stalingrado qualcuno lo ha uccellato tra le natiche bianche e grasse alla Forattini. Milioni di euro che sono finite nella disponibilità dei loro conti privati e che attraversolo scudo fiscale ideato da Giulio Tremonti,hanno non soltanto fattorimpatriare i soldi ma ne hanno goduto a piene mani.

Ma torniamo indietro,proprio alle intercettazioni tra Stefano Riucci e Giovanni Consorte:ti abbiamo servito la banca su un piatto d'argento,afferma il figlio dell'ex tranviere dell'Acotral.Giovanni Consorte,il capo di una importante azienda italiana parla con il personaggio come se fosse suo fratello,spiace pensare che qualcuno abbia potuto dare credibilità ad un ragazzone come Ricucci,eppure è accaduto.

Nel film la Stangata un manipolo di furbetti e criminali di quartiere,decide di organizzare una sala corsa con l'intento di far scommettere un noto gangaster della malavita su una corsa inventata.Il film nella vicenda UNIPOL BNL si traduce in realtà:i furbetti del quartierino più o meno consapevolmente hanno organizzato la sala corsa e quindi orchestrato la scalata a BNL,convincendo il Pollo CONSORTE UNIPOL ad acquistare per un prezzo altissimo le stesse azioni che loro rastrellavano sapientemente sul mercato .Il dazio di cui parla anche Giovanni Consorte nelle intercettazioni pubblicate oggi dal Corriere della Sera, è considerato da Piero Fassino "voi Ricucci siete troppo esosi" .Ma c'è da dire che nel gioco delle parti i vertici dell'Unipol , come dimostrato dalla chiamata in ballo del tesoriere dei DS Sposetti , si convincono che è la contropartita naturale anche perchè qualcuno sostiene Emilio Gnutti è interessato ad una possibile OPA su FIAT .Emilio Gnutti èdunque tratto in inganno,è uccellato come un tordo per invitare il Pollo Consorte UNPOL a entrare nella bisca clandestina e scommettere sulla corsa inesistente.Il ruolo chiave qui l'hanno probabilmente giocato le amicizie di Gnutti con Ubaldo Livolsi e il parterre dei collaboratri del Cavaliere.E' lui la mente raffinata che cucina a fuoco lento la sinistra italiana e forse Gianni Letta colui che sprizza aglio e peperoncino nella padella.

I furbetti del quartierino cucinati a fuoco lento.

Insomma ci voleva poco per capire che i furbetti del quartierino erano in realtà dei borgatari ignari delle vicende che si progettavano sopra le loro teste,scelti proprio per le particolari peculiarità di ignoranza e di ingenuità .Insomma i pavoni credevano davvero di essere dei raffinati fnanzieri gente in grado di convincere tutti a unirsi ai loroprogetti,in realtà convincevano soltanto loro stessi della propria stupidità.A fare da lepre il miraggio dei guadagni facili,la forza ammaliante della ribalta pubblica.I Danilo Coppola e gli Stefano Ricucci sono i due di picche in una partita a scopa dove regna bastoni.

Il tordo & le faine della Stangata.

Il finanziere bresciano è dunque è stato scelto nel ruolo del tordo,la sponda ideale per convincere l'amico a scendere nell'affare,e per amico si intende al secolo quel tal Giovanni Consorte che senza indugio si è lanciato nella rocambolesca scalata.Male che andasse si sarebbe riemepito le tasche.

Nel reato di frode come descritto anche dal nostro ordinamento,l'azione è tesa a garantirsi la fiducia di colui che verrà raggirato,e la logica della contropartita in denaro era la sponda perfetta per imbrogliare Cappucceto Rosso.Tanto il dazio per la scalata fosse stato importante e la sua negoziazione ardua e difficile, tanto l'attenzione del contraente Consorte UNIPOL avrebbe tralasciato di ponderare altre considerazioni di carattere generale,come ad esempio l'unica domanda che avrebbero dovuto porsi i mestieranti della finanza:Silvo Berlusconi aveva davvero interesse ad un patto con il sistema delle cooperative rosse?

Oppure,come forse era logico,sospettare fin da subito che loro stessi sarebbero finiti per diventare il maglio con cui demolire l'immagine canonizzata della sinistra italiana che riusciì a passare indenne anche da Tangentopoli.

Ma Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti sono due e vere e proprie faine,quelle che si incontrano nei film western della Hollywood anni cinquanta.Con due capellacci in testa e in sella a due brocchi,vedrete bene che sembra siano usciti dalla caricatura di un film di John Wayne.

Le intercettazioni dei furbetti del quartierino.

Nella intercettazioni di Giovanni Consorte e Stefano Ricucci si coglie esattamente l'ingenuità boriosa dell'amministratore della UNIPOL che si fida ciecamente di una persona della quale io,dopo averlo incontrato due volte,ho sempre evitato di incrociarmi di nuovo.Giovani Consorte si fida di un esaltato e si fida del suo legame con Gnutti,dunque delle relazioni che lo stesso e loro stessi hanno con Ubaldo Livolsi e Claudio Sposito nella composizione di alcune vicende finanziarie.

Una marmellata avvelenata che trae in inganno Consorte che intento a negoziare la contropartita economica per le azioni possedute dagli immobiliaristi ,non si accorge che al fondo della corsa non 'cè nulla,neanche forse il miraggio della BNL.Giovanni Consorte dunque gioca ad un tavlo di una partita truccata fin dalla sua origine.E' borioso e dunque non si avvede che viene ingannato,tratti allo scoperto e indotto nell'errore dalla sua avidità.

Per la mente che ha organizzato la Stangata,che ha uccellato gli anfitrioni della nuova finanza italiana,la partita BNL è soltanto l'impietosa sala corse del film,in cui i malcapitati si ritrovano a negoziare non le celeberrime scommesse sui cavalli ma questa volta titoli azionari contribuendo ad arricchirsi personalmente,compiendo ad uno ad uno tutti quegli atti sconsiderati e previsti dal nostro ordinamento giuridico ,che una volta rilasciati al mercato con sapiente dosaggio al pubblico caprone,serviranno a distruggere l'immagine pulita del movimento cooperativo,ad affondare il barcone finanziario dei ds e a coinvolgere in acque torbide una parte dello schieramento di centro sinistra che sorregge il pericolo della avanzata di Romano Prodi.La vicenda UNIPOL BNL assume i contorni di una Stangata Politica,una vendetta servita fredda da coloro che subirono e vennero trafitti da Tangentopoli.

 

La Stangata.

La Stangata è tutta qui,noi del Corsera.it e io stesso feci baluginare al pubblico che Ubaldo Livolsiè un "killer" del gruppo Silvio Berlusconi,un professionista utilizzato per azzoppare le iniziative altrui e costruirle a piacimento del Premier.La rete intessuta da Ubaldone intorno a Emilio Gnutti è essenzialmente il dosaggio di un veleno conosciutissimo che diventa letale quando si miscela ad un altro ingrediente infallibile:l'ingenuità degli arroganti.

Insomma parte della sinistra italiana si è fidata del nemico storico,ha concluso il patto con il Diavolo,pur di irrompere nello scenario finanzario nazionale con una mossa da abile prestigiatore.Non conosciamo infatti le conseguenze economiche per il movimento,ma crediamo che la scalata alla BNL finsica per impantanare l'intero valvola finanziaria delle COOP devitalizzandole,rendendole sterili e deboli nei confronti dell'intero mercato.Bnl rappresenta una pillola avvelenata per il mondo cooperativo e potrebbe diventare un boccone indigesto nel corso del tempo,costringendo il movimento a sacrifici inenarrabili ed economicamente impossibili.

Intercettazioni e la scalata.

E' necessario fare un passo indietro e capire la dinamica psicologica dei personaggi che sono invischiati nella vicenda.Stefano Ricucci da come me lo ricordo io è un ignorante puro sangue,non un furbetto del quartierino,e Giovanni Bianconi dopo essersene accorto lo ha scaricato.Chi ha creato Stefano Ricucci,sapeva che poteva contare sulla grande simpatia del personaggio mista a piaggeria tipica arma che usano gli imbecilli per farsi avanti,di coloro che assaggiano il sangue degl amici per trarne beneficio e vita eterna.

E' presumibile che la mente raffinata conduce la la partita anche in base alla conoscenza delle intercettazioni e che quindi ne traeva le debite conseguenza soffiando sull'anima esaltata degli Gnutti e dei Ricucci ,plasmandoli di quella forza che avrebbe condotto ad incenerire i vertici di UNIPOL.Riprova ne è che Emilio Gnutti adesso imputa a Giampiero Fiorani lapaternità della scalata BNL e Antonveneta,forse rendendosi conto in ritardo che è stato uccellato.

La raffinata maestria di questa Stangata era quella di convicere i furbetti del quartierino che fossero loro davvero le menti della scalata a BNL Antonveneta e RCS e che la conduzione della loro attività diplomatica intenta a smussare i veti contrari alla scalata ,sarebbe farina del loro sacco.In realtà i prestigiatori erano altri e gli alleati veri della vicenda sono soltanto due Francesco Gaetano Caltagirone e Giuseppe Statuto,alleati di ferro del Cavaliere,che si sono inseriti nella vicenda lucrando milioni dal portafoglio delle cooperative e sopratutto lasciando intendere che si doveva trovare un accordo economico prima dell'ultimo assalto.Negoziare denari pe la scalta era l'anima stessa della Stangata,le pareti della sala corse,il nettare avvelenato.


IN MOVIMENTO -  22 SETTEMBRE 2005 

Dietro le dimissioni di Siniscalco: un mix vomitevole di politica, mafia, P2 ed interessi privati 

di Viviana Vivarelli


Non solo il governo è morto, ma il cadavere puzza e vermi e metastasi si sbranano tra loro.
Mentre potrebbe arrivare l'iscrizione di Fazio nel registro degli indagati per abuso d'ufficio, Siniscalco dà le dimissioni per l'immobilismo di Berlusconi nel caso Fazio, bollando il governatore come 'mostro istituzionale': "Non mi piace che una banca straniera per venire in Italia debba chiedere il permesso a Luigi Grillo".
La legge di riforma del risparmio, che arriva dopo due anni dagli scandali Parmalat e Cirio, bloccata in parlamento per i veti incrociati sul caso Fazio.
Orfana la finanziaria che deve essere discussa tra una settimana e gode già dell'indice contro dei centristi: "Una finanziaria che non è nell'interesse dei cittadini".
E oggi Siniscalco e Fazio dovevano essere al convegno del FMI.
Follini che valuta la legge elettorale "un pasticcio".
Intanto tutto va a ramengo per il peggior governo della repubblica e ci aspetta un altro anno di crisi economica con Tremonti che scherza sulla seconda settimana.
Crescita zero contro il 4,4% della crescita internazionale, 5,1% il rapporto deficit PIL.
Un governo ostaggio della Lega.
Partiti ombra di Ruini.
Gli omosessuali sventolati come argomento civetta.
Un Fazio che non se ne va nemmeno con le teste di cuoio.
Storace che ritira la pillola abortiva per ordine del Vaticano.
Insomma siamo proprio alla putrefazione e l'aria ormai è irrespirabile.
Ma che aspetta Follini a dare la spallata definitiva al governo-fantoccio e torniamo a votare?

***

 

 

 

 

 

VAI A ROMA LADRONA E IMPARA A LADRONARE.
Nella vicenda Fazio-Antonveneta e sfascio anche del sistema creditizio italiano non dobbiamo dimenticare la bella figura della Lega.
Veramente encomiabile la vicenda della Banca della Lega. Del resto in linea con tutte le iniziative social-politico-economiche della Lega, che fanno tutte le stessa fine disastrosa da incapaci, improvvisatori e alla fine corrotti e intrallazzati come tutti gli altri.
Il 28 ottobre 1998 si costituisce a Samarate in provincia di Varese, il comitato Promotore per la costituzione della Banca Credieuronord.
Per raccogliere il capitale necessario, si raccolgono le quote dai leghisti battendo a tappeto le sezioni della Lega Nord di Piemonte, Lombardia e Veneto.
Il quotidiano LA PADANIA e l’emittente RADIO PADANIA LIBERA, invitano gli aderenti leghisti a sottoscrivere le quote.
Nei mitici raduni di Pontida si raccolgono adesioni, promotore lo stesso Bossi.
Il 21 febbraio 2000, con atto notarile, si costituisce la Banca Popolare CredieuroNord, società cooperativa per azioni a responsabilità limitata, 2600 soci, capitale nominale di quasi 18 miliardi di lire.
Banca d’Italia concede l’autorizzazione, si aprono i primi sportelli al Nord.
Bellissimo il proclama del presidente Gianmaria Galimberti : “Credieuronord serve agli ideali che la Lega ha sempre portato avanti, la difesa del risparmio della famiglia e della piccola e media impresa. Si da’ concretezza agli ideali del Carroccio… La politica non si mescolerà MAI con la nostra Banca, Credieuronord si muoverà su un piano assolutamente deontologico e non verranno fatti dei prestiti graziosi perché non è nello spirito della banca né nello statuto della banca
Sarebbe proprio il caso di fare la classica battuta sulle "ultime parole famose"!

La Banca apre i suoi sportelli e parte con la nota inadeguatezza e improvvisazione alla Calderoli o quasi: niente regolamento interno, niente controlli, una politica creditizia fai da te, prestiti agli amici senza guardare alle garanzie, niente valutazione dei rischi, insomma una forma di clientelismo amicale e straccione... in fondo e’ una banca di amici, come all’osteria e per la Lega la legge e’ sempre stata un di più, così proseguono sconfinamenti e sofferenze, gravi devianze legali e amministrative... Insomma la solita attività abborracciata e inaffidabile sempre presente in ogni operazione della Lega, dalla Bossi-Fini, alla direzione della giustizia, ai rapporti col lavoro, al controllo del CNR.
In soli due anni di gestione "faziosa" la Banca della Lega marcia verso il disastro, insomma i soliti incapaci, supponenti, ma incapaci, gonfi di retorica ma poveri di fatti. La direzione e’ stata cosi’ irregolare da portare a un deficit di una decina di milioni di euro, non poco per una banca cosi’ piccola.
I controllori di Bankitalia dovrebbero intervenire ma invece è proprio allora che Fazio da’ il suo benevolo aiuto, ovviamente niente si da’ per niente.
Il patto è: si preme in Parlamento perchè il mandato del governatore di Bankitalia non sia a vita come un Papa, ma a termine, magari di otto anni, come vogliono le leggi europee, ma un mandato a vita da’ a Fazio un potere ben più grande, come nessun governatore di banca nazionale ha in tutta Europa, e allora Fazio è come dicesse virtualmente: "io vi salvo la banca e chiudo gli occhi sulle vostre irregolarità e voi, in cambio, votate contro il mio mandato a termine".
E il fiero annuncio che la banca della Lega non sarebbe mai scesa a compromessi politici? Tutto dimenticato.
Dal che si vede chiaramente quale sia il livello etico e legalitario di entrambi, quale sia l’attendibilità di Fazio e quale sia la presunta purezza della Lega.
Insomma: “Le chiacchiere sun bele, ma davanti al dane’, andem! Sum mica capron!
Cosi’ capiamo benissimo come mai La Padania inneggi a Fazio.
In questo bailamme, il governo si inceppa, i parlamentari Cdl sbraitano che una faccenda così delicata non deve cadere nelle mani della magistratura, ma, nei fatti, solo la Clementina Forleo e altri giudici vanno avanti nella tutela della legge, il governo si gingilla, mentre l’emerito ministro leghista Castelli sollecita un’azione disciplinare non contro Galimberti, presidente della SUA banca (il conflitto di interessi e’ del tutto infondato!) ma contro la Forleo, rea di difendere la legge (ma il piano deontologico?

Intanto la stampa infuria, saltano fuori le intercettazioni che mostrano quale sia il controllo del controllore Fazio (ma questi potenti sono così gonfi di sè da non sospettare nemmeno di essere presi in castagna?), e il gentilissimo Berlusconi si premura di farsi venire una tonsillite per salvare il caro amico Fazio (sarà della P2 anche lui) e il caro amico Bossi, rimandando tutto alle calende greche, e infatti il consiglio dei ministri non si puo’ fare se Berlusconi ha la tosse, come se poi questo Berlusconi in consiglio o in Parlamento vci fosse venuto spesso.
E quale sia la nuova etichetta della vecchia Lega, già contro Roma ladrona, e ora partecipe alle ladrerie a tutti gli effetti, ormai si sa: “I dane’ sun i dane’!” Punto.
Insomma chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
L’etica lasciala ai cretini che non hanno potere.
Meglio una tonsillite oggi che un disastro domani.
La persona fisica che fa il salvataggio degli incapaci è certo ragionier Gianpiero Fiorani, ex giornalista dell'Avvenire (giornale della Chiesa), già amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, altra chiacchieratissima banca, sempre Fazio concedendo.
Il Fiorani e’ molto attivo, in 4 anni si è preso l'Iccri, l'Efibanca, la Popolare di Crema, le Casse di Risparmio di Livorno, Lucca e Pisa, la Casse di Imola e Pescara, le Popolari del Trentino, di Mantova e di Bronte, il Banco di Chiavari e la Popolare di Cremona, con una coda di accuse per insider.
Ma Fazio le ha gentilmente archiviate.
Ora Fiorani e’ entrato nella storia dell'Antonveneta.
Il giro si allarga.
Ci sono capitali stranieri che vogliono entrare nelle scalate delle banche italiane, ma Fazio preferisce affidare le nostre banche ai nuovi venuti, gente oscura, dai facili arricchimenti e dietro cui c'è il deserto.
Gente per intendersi trasparente quanto un Berlusconi ai tempi dell’Edilnord, che un momento prima cantava sulle navi e un momento dopo investiva sul mercato capitali da capogiro.
In questo bel giro di investimenti misteriosi e di banche sull’orlo di una crisi di nervi c’è anche un prete, tal don Luigi Ginami, legato a Geronzi e Fazio, consigliere piu’ finanziario che spirituale.
Di nuovo Bankitalia dovrebbe controllare e fari rispettare la legge, di nuovo Fazio gioca sporco, ignora i conflitti di interesse e le norme antitrust e tende piuttosto a favorire i beniamini, riccastri o politici, in cambio di favori di tipo ignoto (quell’intercettazione: “Portami la solita cosa passando dal retro”, non parlerà di caciocavallo, penso).
Insomma se il sistema e’ marcio, la Lega mostra di saperci stare benissimo, come il baco nella mela.
Berlusconi con Fazio ci sta pappa e ciccia.
Povero Bossi! Prima senza la voce, ora senza la dignità.
Doveva essere la lotta a Roma ladrona, è diventata la magnata de noantri !
 

***

Occuparsi di banche italiane vuol dire entrare nel delirio.
E nessuno creda che le operazioni sospette riguardino solo Fazio o Berlusconi.

Banca Rasini.
Banca con un'unica agenzia a Milano, che cura patrimoni di natura quantomeno dubbia. Non dimentichiamoci che Sindona, che di certe cose se ne intendeva, la definì "la banca della mafia".
Ci lavorava il padre di Berlusconi come procuratore con potere di firma.
Da essa, con visibile certezza, sono usciti i patrimoni che hanno di colpo lanciato il giovane Silvio sul mercato immobiliare.
Berlusconi non ha mai aperto bocca su quell'improvviso fiume di denaro da cui è iniziata la sua fortuna, quel patrimonio immenso che ne ha fatto, da quello spiantato che era, il padrone d'Italia.
Scusate se penso male, ma non si può fare a meno di fare due più due.
Per vent'anni la Banca Rasini è stata la fonte di allattamento berlusconiana.
Sono correntisti di questa strana agenzia bancaria, unica nel suo genere, noti esponenti del clan Fidanzati, del clan Bono, ma anche si dice Carmelo Gaeta, Robertino Enea, Pippo Calò, Totò Riina e qualche prestanome di Bernardo Provenzano. Insomma il fior fiore della mafia palermitana, la stessa con cui ha sempre intrattenuto piacevoli rapporti il consigliori di Berlusconi, dell'Utri, condannato a nove anni per collusione mafiosa.

Guarda caso la Banca Rasini viene assorbita dalla Banca Popolare di Lodi.
Ri-guarda caso anche la Credieuronord, banca fallita dei leghisti, viene assorbita dalla Banca Popolare di Lodi.

Le operazioni sconcertanti di queste banche non si contano.
Mai Bankitalia interviene o censura.

Il governatore Fazio è molto religioso, prega prima di mangiare, va a messa, legge il Vangelo sul pulpito, ha un assistente spirituale, il già lodato don Luigi Ginami, che è, guarda caso, un formidabile consigliere di operazioni bancarie.
Don Luigi Ginami non è un confessore qualsiasi, è il capo della segreteria del potente Cardinale Giovambattista Re, della segreteria di Stato Vaticana.
La Fondazione Re, ricchezza della famiglia del Cardinale Re, finanzia con la Bocconi la società Etichal Capital Partners, diretta dal presidente Claudio Demattè.
Ethical Capital Partners è una società finanziaria attiva nel corporate finance e nell'asset management, leader in Italia, e detiene il 60% del mercato nel campo della consulenza verso investimenti etici (etici?!?).
Sembra che Don Luigi sia confessore anche di Romiti.
Questo miscuglio di finanza e confessione veramente ci schifa.

Fazio è un mix mutante tra Andreotti e Cuccia, con una puntina di fanatismo bushiano e Sindona sullo sfondo.
Sullo sfondo delle operazioni sospette di Fazio aleggia sempre un certo odore di Chiesa. è il nuovo regime teocon, quello da cui uscirà, si teme, il nuovo partito dei Valori, benedetto da Ratzinger.
Mafia, P2, corruzione, illeciti, palazzinari, burini, incenso. Un mix che fa vomitare.

***

Ma il giro non finisce qui.
Violante ha più volte dichiarato che i DS non vogliono affatto le dimissioni di Fazio.
Sull'Unità Alfiero Grandi (anche lui DS, e nemmeno uno dei peggio) scagiona Fazio con strani giri di parole e dice che, se pure non si è comportato del tutto correttamente, lui non vede configurazioni di reato.
O bella! I DS difendono Fazio?

E intanto, per maggior tripudio, si stipula un accordo tra il maggior finanziere di destra (Berlusconi) e il maggior finanziere di sinistra (De Benedetti).
Ma va', destra e sinistra a braccetto, come compari!
Con la Chiesa come cappello!
Si accordano per creare una società che prenderà aziende andate a male rimettendole a posto.
Si fondono i patrimoni di Berlusconi (destra), e di De Benedetti (sinistra) e, udite udite, entra nell'affare anche Della Valle (grande moralizzatore a parole) e Cordero di Montezemolo (ma non era quel presidente di Confindustria che Berlusconi ha più volte dichiarato di avere sullo stomaco per le sue critiche al governo?, n.d.r.).

Insomma, dietro l'ipocrisia dei loro falsi duelli ideologici e schierati, appare che sono tutti pappa e ciccia.
Ci manca solo il Venerabile Gelli a siglare l'accordo e un bacio mafioso sulla bocca, una santa benedizione di Ratzinger e siamo a posto.

Ora aspetto solo di vedere dentro l'affare Unipol, la BNL, le Coop e lo IOR e a quel punto diamo una spallata alla CGIL perchè non se ne stia sola in un cantuccio e si unisca all'allegra brigata.
D'Alema è già della partita e dunque che problema c'è?

Conflitti ideologici? Ma manco a parlarne.

Concludendo.
C'è qualcosa che non va? Mi pare ovvio.
Il "qualcosa" che non va sono io, che non conto nulla, che li dovrei andare a votare, destra, cento, sinistra, nuovo partito cattolico, libera Chiesa in libero stato, partito dei valori e chiesa delle tradizioni... evidentemente una stessa ed eguale melma.
Una enorme troiata.
Il pezzo che non va sono io, che non capisco nemmeno più la differenza tra destra e sinistra, centro e nuovo centro, Marx, Cristo e Gelli, e mi chiedo che ci sto a fare qui a confliggere con gli amici di Berlusconi quando i nostri caporioni di opposto partito fanno affaires ensemble, come delle maitresse di lusso che si dividono i proventi.
Sono io, come tutti gli elettori italiani, che faccio qui la figura del pirla, del tradito, del sognatore e non so più di cosa.


Con l'arresto di Fiorani si chiude definitivamente
quello che poteva essere un vero golpe finanziario


Il banchiere e i suoi "bad boys"
cresciuti all'ombra di Fazio


Un disegno di potere del nuovo capitalismo straccione
che s'intreccia con la politica alla vigilia delle elezioni
di ALBERTO STATERA



DOPO tanto parlarne, la gelida notte della caccia alla "Banda d'Italia" è scoccata, con la Guardia di Finanza sguinzagliata alla cattura dei "bad boys".

Primo fra tutti quello che, all'ombra dell'unica istituzione che conservava un pizzico di eccellenza al paese, appare il loro capo. L'uomo che, con la banchetta periclitante dei "Furmagiàtt", ha messo a ferro e fuoco quel che restava del tisico capitalismo italiano e della evanescente credibilità internazionale dell'Italia. Quel Fanfulla da Lodi da pochade, quel beltomo di provincia, colonia e brillantina, che poteva permettersi di "baciare in fronte" la massima icona dell'economia italiana, di fare costosi regalini alla consorte del governatore della Banca d'Italia e, a quel che si narra, di godere dell'affettuosa amicizia di una delle sue figlie. Gianpiero Fiorani e Antonio Fazio: una coppia tragica e al tempo stesso comica, in bilico tra i tormenti di Faust e le "Vacanze di Natale" di Boldi e De Sica.

Tra la cessione dell'anima al Maligno, per un disegno di potere maturato tra ville in Costa Azzurra e in Costa Smeralda, acquistate a suon di miliardi, jet privati, superyacht, e un sottobosco di faccendieri, affaristi di quarta, finanzieri da codice penale.

Nella notte gelida delle Procure e della Guardia di Finanza va in scena "il nuovo tornado politico-giudiziario" che prefigura l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, paventando gli "eccessi" di Mani pulite? O, dopo le intercettazioni telefoniche dell'estate, lo squarcio di un costume italico pizza e fichi, il primo autentico capitolo della storia di un golpe finanziario che era destinato a condizionare gli equilibri economico-politici del paese?


Quel che è certo, dopo mesi di inchieste, è che non ci troviamo di fronte a singoli episodi di criminalità economica ma all'agire coordinato, se vogliamo malamente, di un gruppo di potere determinato e senza scrupoli, nel vuoto della politica e nella debolezza dei cosiddetti poteri forti. Forse tutto comincia persino un lustro fa, con la madre di tutte le privatizzazioni, la Telecom. La razza padana ricca, ignorante e velleitaria, che manda a segno un'impresa impensabile, meritando le congratulazioni ai "capitani coraggiosi" di Massimo D'Alema, il primo presidente del Consiglio ex comunista, sinceramente proteso a cercare di innovare il rachitico e autoreferenziale capitalismo italiano.

Se un baluba come Emilio Chicco Gnutti, ras con foulard del baretto di Brescia e delle sfilate di auto d'epoca, riesce in un'impresa come Telecom qual è mai il palazzo d'inverno che non si può conquistare con spregiudicatezza, con giuste relazioni e cupole un po' trasversali? Cuccia non c'è più, Agnelli non c'è più, gli Orlando, i Pirelli, i Falck, sono ricordi del passato. Poco a poco l'ala nobile del capitalismo senza capitali, che piuttosto spesso fu alquanto ignobile, si è dissolta lasciando dietro di sé il nulla. Se non a palazzo Chigi, Silvio Berlusconi, l'uomo che dall'ala nobile fu sempre rifiutato come un intruso.

I capitali? Oggi Sono nelle banche. Basta saperli estrarre, come il petrolio. Deputati all'opera, fin dai tempi di Sindona, furono sempre i palazzinari, compreso a suo tempo Berlusconi con la Banca Rasini e col Monte dei Paschi di Siena controllato dalla massoneria. Basta ripetere in grande il solito schema, soprattutto in tempi di bolla immobiliare speculativa, di finanza creativa, di cartolarizzazione. Non serve neanche più creare quartieri come Milano-2, basta intermediare. Così si prende un ragazzotto sfigato di Zagarolo, fallito come odontotecnico, ma voglioso di far tanti soldi, e se ne fa il finto scalatore di tutto: l'Antonveneta, la Banca Nazionale del Lavoro, persino la Rizzoli - Corriere della Sera, tempio presunto del potere politico - mediatico.

Ma non è tanto Ricucci, è piuttosto il "filo rosso" che lega i vari personaggi del bosco e del sottobosco emersi in questi mesi a far pensare al peggio. Non a un caso di normale criminalità economica, la Cirio, Cragnotti, la Parmalat, che pure s'iscrivono nello stesso filone politica-banche-favori-soldi facili - risparmiatori truffati. Ma un disegno di potere del nuovo capitalismo straccione che s'intreccia alle peristalsi della politica alla vigilia delle elezioni della prossima primavera.

Forse non è troppo presto, ora con i primi arresti che dobbiamo ritenere sufficientemente motivati, per tentare di disegnare un albero genealogico della Banda d'Italia, di cui per ora il capo riconosciuto è il banchiere velleitario di Lodi. Fiorani-Fazio: un governatore della Banca d'Italia debole, assediato al momento da un ministro del Tesoro come Giulio Tremonti, duro cattivo, vendicativo. Una sponda furba, familiare, rampante, come Fiorani.

Un principio forte: la difesa dell'italianità delle banche dal dilagare dei calvinisti del Nord Europa, come gli olandesi dell'Abn - Amro. Tremonti fa terra bruciata. Ma perché uno come Fazio, votato a San Tommaso e all'eccellenza predicata dall'Opus Dei di Escrivà de Balaguer, amato in Vaticano, e per anni invocato da tutti, da destra e da sinistra come somma autorità morale ed eventualmente politica, non può aspirare al ruolo di potere cui, da destra e da sinistra, lo candidavano? L'ex governatore Ciampi non è forse presidente della Repubblica?

Fiorani-Gnutti: i capitani coraggiosi, la razza padana, l'imprenditoria emergente del Nordest. Fiorani - Ricucci: il banchiere e la testa di legno, con al seguito i soliti palazzinari, da Bellavista Caltagirone, a quella galassia di conti correnti fiduciari delle banche, i Coppola, gli Statuto. Quelli a cui alcune banche preferiscono dare i soldi facili. Sullo sfondo il cotè berlusconiano, Letta, Livolsi, Comincioli, che partecipano alle grandi manovre. E il generone commerciale: Sergio Billè il gran pasticciere del bar di Messina, vecchio democristiano, che mette a disposizione i 100 e più milioni del "fondo del presidente" della Confcommercio per moltiplicare in pochi giorni di cento volte il valore di un palazzo di Ricucci, per la causa.

E che fa anche qualche affaretto personale, con la speculazione di borsa su Rcs, nell'insano sogno, ormai svanito sotto i magli delle Procure, di costituire il suo partito del Sud, o di fare il governatore della Sicilia al posto di quel gentiluomo di Totò Cuffaro.
Ma il ramo più doloroso dell'albero genealogico del presunto golpe finanziario è quello di Bologna, via Stalingrado. E' a sinistra.

Che ci faceva Giovanni Consorte, grande capo dell'Unipol e, di fatto, della finanza cooperativa rossa, scalatore della Bnl contro gli spagnoli, con questi qui? Perché "concertò" con Fiorani su Antonveneta, ipotesi di reato per cui è indagato?

Ecco, forse è qui il vero segreto della Banda d'Italia, mentre di notte la Guardia di Finanza rastrella i primi bad boys, quelli che condussero l'Italia dal capitalismo nobile e asfittico al capitalismo rampante e straccione.

( 14 dicembre 2005 )

Lodi story



Come è nata la Popolare di Lodi? Come si è trasformata da piccola banca provinciale a gruppo da oltre mille sportelli? Tra storia e leggenda rimangono alcuni fatti incontrovertibili e ve ne diamo conto con queste due inchieste. Equilibrata quella di Alessandra Carini dal quotidiano Il Tirreno del 6 maggio u.s.. La seconda, tratta da un articolo di ben 7 anni fa del quotidiano della Lega Nord, La Padania, non si occupa specificatamente della Lodi, ma di una banca, la Banca Rasini, dalla cui incorporazione iniziò l'inarrestabile espansione della Lodi. Avvertiamo i lettori che quest'ultimo articolo risente fortemente del diverso clima politico e giudiziario dell'epoca, ma è ugualmente "istruttivo" per gli intrecci che emergono e, se non altro, del fatto di come atteggiamenti scandalistici e "real politic" cambino a seconda delle convenienze.
Buona lettura.




Il Tirreno 06/05/2005


Dieci anni di battaglie vinte, ma la guerra è lunga
Scalate e debiti del Fanfulla. Fiorani story: l'amicizia con Fazio e le alleanze politiche. In pochi anni ha creato un gruppo da oltre mille sportelli


di ALESSANDRA CARINI



Nel corso della sua scalata mozzafiato ai vertici del sistema bancario, lo hanno ribattezzato in molti modi: "Fanfulla da Lodi", con riferimento storico-territoriale alle sue doti di condottiero ardito e spregiudicato. Il "Bazolino della Bassa", per la vicinanza con il mondo cattolico e le velleità di costruire, partendo dal nulla, una banca federale multiregionale. "Mr. Shopping continuo", per la selva di acquisizioni che hanno portato la Lodi a sestuplicare il suo attivo in sette anni, passando nell'empireo delle prime dieci banche italiane da un modesto 40esimo posto di nove anni fa.
Più prosaicamente qualcun altro ha unito gesta finanziarie, vicinanza con il mondo cattolico e conti in bilico sempre proiettati in avanti su altri affari, per cucirgli malignamente addosso la figura e le gesta di un banchiere, poi finito male, che aveva comprato la banca con i soldi della banca: Roberto Calvi.
Chissà quale altro soprannome troveranno adesso per Gianpiero Fiorani, gran patron della Banca Popolare di Lodi, che, dopo una guerra senza quartiere condotta nei pascoli della Borsa, sventolando la bandiera dell'italianità, ha soffiato l'Antonveneta all'aggressore olandese Abn Amro. Durerà, non durerà? Costruirà, come promette, il quinto gruppo bancario italiano, novello Davide contro i Golia del credito? O la bulimia di acquisizioni che oggi pesano come piombo sui suoi bilanci e le controversie finanziarie e legali della scalata su Antonveneta faranno inciampare fatalmente questa crescita turbolenta?
Un analista finanziario, Alessandro Penati, ha tracciato un bilancio spietato di questi anni di acquisizioni e di aumenti di capitale a raffica e dell'ultima avventura Antonveneta mostrando, con la cruda realtà delle cifre, che oggi il destino della Lodi è in bilico, la sua salvezza dipende da Antonveneta e dalla sua fusione con Reti Bancarie ma che, anche in questo caso, altri capitali saranno necessari.
Tra obbligazioni e prestiti subordinati la Lodi ha debiti per 9,4 miliardi pari 1,1 volte i depositi della clientela. La Borsa, chissà perché, non sembra tanto preoccuparsene consentendo al titolo la singolare performance di chiedere al mercato miliardi di euro e non subire contraccolpi.
Nella sua corsa sfrenata Fiorani ha potuto contare fin dall'inizio su una rete di amicizie potenti, su un consistente intreccio di affari con imprenditori e finanzieri e un solidissimo legame con il mondo cattolico.
Entrato in banca nel 1978 con il diploma di ragioniere e il viatico dell'allora numero uno della Lodi, il democristiano Carlo Cantamessi, dopo una breve esperienza di giornalista al "Cittadino" e all'"Avvenire", diventa quasi subito direttore di filiale.
Conquista una laurea in Scienze Politiche e l'allora leader della Lodi, Angelo Mazza, lo mette a lavorare su dossier importanti e delicati: la ristrutturazione degli sportelli in Sicilia (dove la Lodi ha posizioni di leadership essendo la prima banca non siciliana dell'isola avendo acquistato lì ben cinque istituti); l'entrata nella Banca Rasini, ex banca dei Rovelli e fusa in seguito con la Lodi stessa, di cui il padre di Silvio Berlusconi era stato uno degli esponenti di spicco e dove sono transitati i conti delle holding in cui è frazionato il capitale Fininvest. E infine l'acquisto della Banca Mercantile dal gruppo Fondiaria.
Quando gli arriva in mano il bastone del comando, Fiorani comincia una cavalcata difficile per una Popolare che ha severi limiti al possesso azionario: ma è ostacolo che supera agilmente con uno stratagemma.
Nel bel mezzo di un sonnolento agosto, si compra l'Iccri, l'Istituto centrale delle Casse di risparmio, lo trasforma in una holding dove le Fondazioni possano restare presenti e ripagare così le acquisizioni da lui stesso fatte. Attraverso l'Istituto, ribattezzato Banca Federale europea, fa man bassa di Casse di Risparmio pagando in parte in contanti, attraverso una valanga di aumenti di capitale, in parte in titoli della Banca Federale stessa che negli anni successivi scaricherà il suo peso sulla Borsa con la fusione con il Banco di Chiavari, quotato, e prendendo il nome di Reti bancarie.
Ne sanno qualcosa le Casse di risparmio di Livorno, Pisa e Lucca - conquistate pochi anni fa dalla più debole e più piccola Lodi - che ancora aspettano di incassare 610 milioni di euro.
Durante la corsa, però, inciampa in indagini giudiziarie e della Consob. Nella scalata misteriosa alla Popolare di Crema, avvenuta in Svizzera a opera di alcuni registi rimasti nascosti dietro lo schermo di società "off shore", è la Consob di Luigi Spaventa ad indagare. La vicenda, che per certi meccanismi ricalca quella di Antonveneta, si conclude con un un'offerta pubblica di acquisto e scambio della Lodi sulla consorella ma recalcitrante Crema, offerta che ricompensa gli autori misteriosi del blitz con una generosa plusvalenza.
La Consob trasmette i risultati delle sue ispezioni al Tribunale: falso in bilancio, false comunicazioni sociali, utilizzo di informazioni riservate. Ma Fiorani ne esce indenne, con un'oblazione. Non altrettanto l'ispettore incaricato delle indagini che lascia la Consob tra accese polemiche. In anni più recenti, anche l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, cui spetta il controllo delle fondazioni, chiede alle Casse, che vendono le loro banche ma entrano in quella di Fiorani che le compra, il perché di questo inusuale impiego di risorse.
Mr. Shopping, però, non sembra preoccuparsene. In questo ruolo di salvatore delle piccole banche è sostenuto dall'amicizia di ferro con Fazio. È un legame che passa per la comune matrice cattolica e attraverso la sostanziosa collaborazione con i Vescovi Italiani ai quali Fiorani garantisce fior di finanziamenti per iniziative culturali della Cei e delle singole diocesi e per progetti di ristrutturazione di parrocchie locali.
Ma ci sono a suo sostegno anche strette frequentazioni di famiglia: i Fiorani e i Fazio si frequentano, presso la sua banca e altre sue finanziarie transitano in stage il figlio e il genero del governatore. Del resto, è un'amicizia che Fazio non nasconde: al termine di una riunione gli obbiettivi dei fotografi consacrano il governatore a braccetto con il rampante leader della Lodi da una parte, e dall'altra Cesare Geronzi, il patron di Capitalia, allora grande amico, oggi solo ex.
La foto è scattata in un momento molto complicato per Fazio. Infuriano le polemiche con Tremonti e la Lega sulle vicende del risparmio. In Parlamento se ne chiedono le dimissioni e si discute di imporre un mandato a termine per il governatore della Banca d'Italia. Poi il vento, all'improvviso, cambia. E "La Padania" comincia a difenderlo a spada tratta nella sua guerra per l'italianità delle banche.
Che cosa è successo? Risulta provvidenziale, ai fini della svolta, il crac del Credieuronord, banca della Padania, costituita dalla Lega e finita con un buco che rischia di mettere sul lastrico tremila ex soci militanti e sotto inchiesta esponenti di spicco della Lega. Si cerca qualcuno per salvarla: visti i conti, la Popolare di Milano si rifiuta, ma Fiorani no. La prende, la mette nel suo carniere e in cambio incassa per il Governatore l'appoggio senza condizioni della Lega.
Così, quando si presenta alla battaglia più importante, quella per il controllo di Antonveneta, Fiorani ha nel suo fortino parecchie munizioni oltre al fondamentale appoggio strategico del Governatore. Può contare sul sostegno di un gruppo di finanzieri già usi alle scalate e agli incassi di plusvalenze come il bresciano Chicco Gnutti e Giovanni Consorte di Unipol che con Antonveneta realizzarono già l'avventura Telecom (e oggi sono sotto inchiesta Consob per la vicenda della Bell). Sono tra gli azionisti della Lodi (insieme a industriali come Barilla, di cui finanzia la scalata alla Kemps, Colaninno, Emilio Riva dell'acciaio e Mariella Burani) e tra gli amici che lo aiutano.
C'è poi Stefano Ricucci, immobiliarista sugli scudi, azionista di Bpl e da Bpl finanziato per i suoi affari immobiliari e le sue avventure di Borsa, di cui le agenzie riportano ampie notizie su sulle visite in Banca d'Italia. E infine il nutrito gruppo di veneti che sventolano poeticamente la bandiera dell'italianità ma che, più prosaicamente, contano anche su intreccio di affari con Bpl: Paolo Sinigaglia, che è azionista della Lodi, ha garantiti finanziamenti e l'aumento di capitale di Alpi Eagles. Il gruppo Boscolo, anche lui azionista della banca, che ha avuto consistenti erogazioni per conquistare una catena alberghiera Benetton cui, a garanzia delle azioni Antonveneta, viene erogato un prestito a tassi di favore ma che si sfila non senza avere incassato un lauta plusvalenza. E infine Ennio Doris socio, per via Mediolanum, del presidente del Consiglio, Berlusconi.
La prima battaglia è vinta e la bandiera, un po' stropicciata, dell'Italia sventola a Padova. Ma per vincere la guerra la partita è ancora lunga e densa di colpi di scena.



"LA PADANIA" 30 settembre 1998
Dopo le Holding del mistero, "salta" un altro tappo:
la Banca Rasini

L'istituto di "famiglia" passato al setaccio"

di MAX PARISI



La nostra inchiesta sul mistero Berlusconi continua a procedere. Innanzitutto una notizia scivolata via dalla grande stampa nazionale - e mi pare ovvio... - soltanto alcuni giorni fa: la Procura di Palermo ha ordinato il sequestro dell'intero archivio della Banca Rasini. Ah, Cavaliere, che dolori in arrivo...Come più volte abbiamo scritto, la sede principale dove vennero custoditi alcuni dei capitali all'origine dei "grandi affari" berlusconiani è proprio questo istituto di credito siculo-meneghino, fondato a metà dagli anni Cinquanta da una strano miscuglio di persone: esponenti della nobile famiglia milanese dei Rasini, ed esponenti della più disgraziata periferia palermitana ad altissimo tasso mafioso: gli Azzaretto di Misilmeri. Per quasi vent'anni, e per tutto il primo periodo d'attività di Silvio Berlusconi, la Rasini ha rappresentato un punto fermo, un faro imprescindibile per le avventure professionali del futuro Cavaliere. Alla Rasini, voluto sia dagli Azzaretto sia dai Rasini, ha lavorato fino alla pensione Luigi Berlusconi, padre di Silvio. E non ebbe un ruolo marginale, anzi. Fu procuratore con potere di firma di tutto questo clan di strani banchieri, questa confraternita tenebrosa di uomini e interessi la cui natura diventerà tragicamente chiara nel 1983, il 15 febbraio, il giorno dell'operazione "San Valentino", grande retata della polizia milanese contro le cosche di Cosa Nostra annidate in città. Diversi degli arrestati, Luigi Monti, Antonio Virgilio, Robertino Enea e per loro conto il clan Fidanzati, il clan Bono, Carmelo Gaeta e i relativi referenti palermitani, ovvero Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, erano correntisti multimilardari della Banca Rasini.Non solo questa "clientela" affezionata al riciclaggio finì in galera, anche il direttore generale della Rasini, tal Vecchione, in seguito subirà una condanna a 4 anni di carcere. Naturalmente, ripensando a tali vicende, non può che sorgere un interrogativo presto risolto: chi volle che tutta questa marmaglia operasse nella banca di Piazza dei Mercanti numero 8? Proprio Giuseppe e Dario Azzaretto, padre e figlio. Ora capite l'importanza del decreto di sequestro dell'archivio di questo istituto di credito presso la Banca Popolare di Lodi, che ha assorbito la Rasini qualche anno fa? È assolutamente basilare per poter ricostruire l'epopea di mister Forza Italia, ma anche altre vicende che apparentemente "sembrerebbero scollegate" dalla storia di Berlusconi. Infatti non finisce qui l'importanza della notizia dell'acquisizione di questa documentazione. La Rasini, dopo lo scandalo di mafia del 1983, venne ceduta dagli Azzaretto... indovinate a chi? L'avete già letto nella nostra inchiesta sull'Imi-Sir: a Nino Rovelli, il grande elemosiniere, colui che diede 2 miliardi a Giulio Andreotti, denaro di cui scrisse Mino Pecorelli (il famoso articolo: "Gli assegni del Presidente" che non venne mai pubblicato) costandogli la vita. Proprio un bell'ambientino, eh, quello della Rasini di berlusconiana memoria, non trovate? Tuttavia, per meglio capire fino a dove si spinse la ragnatela infame di questa banca, è necessario ricordare che Giuseppe Azzaretto sposò... la nipote di Papa Pacelli. Mancava giusto giusto questo tassello per completare il quadro. È fuori di dubbio che tale signora possedesse diverse e apprezzate qualità, non ultime le relazioni personali e perfino di parentela con importanti personaggi del Vaticano, ad iniziare dal Papa. Certo che ne fece di "carriera" quell'uomo, Giuseppe Azzaretto, partito da una delle frazioni più povere e miserabili di Palermo, e ritrovatosi nel volgere di pochi anni al vertice di una banca a Milano - da lui fondata - e perfino maritato con una damigella la cui famiglia era tra le meglio introdotte nei gangli del potere millenario della Roma dei Papi. C'è ancora molto da scoprire, come si vede. Se la Banca Rasini venisse davvero scoperchiata fino in fondo, sono convinto che una parte della storia d'Italia andrebbe riscritta, e sarebbero le pagine peggiori. Della storia più recente della Rasini - il lettore ricorderà anche questo - abbiamo scritto anche altro. Ad esempio abbiamo raccolto la testimonianza della baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, che fu correntista di questo istituto di credito. La baronessa ha reso noto che il vero dominus della banca non era il clan Azzaretto sic et simpliciter, bensì un certo Giulio Andreotti. Non è notizia da poco, se si pensa che Nino Rovelli rileverà questa banca benché in vita sua non avesse mai operato nel settore. Per conto di chi Rovelli gestirà la Rasini fino all'arrivo della Banca Popolare di Lodi?


Principali azionisti della Banca d'Italia (90,17%)

Gruppo Intesa (26,81%)
Gruppo San Paolo IMI (17,44%)
Gruppo Capitalia (11,15%)
Gruppo Unicredito Italiano (10,97%)
Gruppo Assicurazioni Generali (6,33%)
INPS (5%)
Banca Carige (3,96%)
Banca Nazionale del Lavoro (2,83%)
Banca Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
RAS-Riunione Adriatica di Sicurtà (1,33%)

Fonte: R & S (Ricerche & Studi) di Mediobanca, 2004, p. 1160






 

 

 

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