FISICA/MENTE

 

ARTICOLO 7 DELLA COSTITUZIONE: IL VOLTAFACCIA DI TOGLIATTI

Colloquio con Vittorio Foa 

di Sandro Magister

(Da l'Espresso Documenti del 20 marzo 1997)

 

NEI GIORNI RADIOSI DELLA Costituente su tutto fecero pace i comunisti, i cattolici e i laici. Ma come toccarono la Chiesa, fu guerra. «Quello sull'articolo 7 fu l'unico, vero conflitto che divise i padri della Costituzione», conferma mezzo secolo dopo Vittorio Foa, anche lui padre insigne della nostra Carta, dall'alto dei suoi 87 anni. Foa era stato otto anni in prigione, poi partigiano con Giustizia e libertà. Nella Costituente entrò con il Partito d'azione. Poi fu socialista, di quelli anti Pietro Nenni. Poi socialista del Psiup, contro il centrosinistra. Poi fondatore del Pdup-Manifesto, contro il compromesso storico. Quasi sempre dalla parte di chi perde. Solo nella Costituente entrò da vincitore, con i partiti antifascisti uniti. Fino a quel drammatico 25 marzo della divisione sull'articolo 5 poi divenuto 7. Foa votò contro. E stravinsero gli altri, i democristiani, con i comunisti di Palmiro Togliatti passati all'improvviso dalla loro parte.
Ma, da bravo nipote di rabbino ebreo, Foa è come Salomone. Giudica le cose con sapienza e distanza. «Certo quello fu un giorno cupo», ricorda. «Non era l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione che ci pesava di più. Sapevamo già che l'articolo 7 sarebbe comunque passato, anche senza l'appoggio dei comunisti, sia pure per pochi voti di scarto. Era la svolta del Pci che ci umiliava».

Fu quella dei comunisti davvero una "resa a discrezione", una "capitolazione"? Così la definì Piero Calamandrei, costituzionalista principe del suo partito.

«Togliatti la vedeva in modo diverso. Ma tra noi laici c'era sgomento. Non solo la Dc aveva vinto, ma il fronte d'opposizione era stato spaccato, per la prima volta nella Costituente. Più che battuti dal voto, ci vedevamo sconfitti nei nostri stessi principii fondanti e unificanti, di laicità». 

Vi aspettavate il voltafaccia del Pci? 

«Sì, un qualche timore era nell'aria. Ma fino all'ultimo non volevamo crederci. Nemmeno i socialisti se l'aspettavano. Nonostante il patto d'unità d'azione col Pci, non furono preavvertiti. Prima che Togliatti facesse il discorso della svolta, tutti gli oratori comunisti s'erano pronunciati per il no». 

E i laici liberali? Gente di vecchio stampo come Vittorio Emanuele Orlando, Meuccio Ruini, Carlo Sforza? Quasi tutti votarono con la Dc. Solo Benedetto Croce si pronunciò contro "il giogo pretesco".

«Al momento del voto anche Croce si diede malato. La corrente laica si scoprì molto più fragile di quanto si pensasse. Eravamo convinti che il Risorgimento e Porta Pia avessero assicurato l'autonomia dello Stato italiano dalla Santa Sede. E che il Concordato del 1929 tra Stato e Chiesa fosse semplicemente un prodotto della dittatura fascista: da superare per tornare sulla strada maestra della laicità. A 50 anni di distanza, devo ammettere che sbagliammo a leggere così il 1929». 

Invece come andava letto? 

«Nel 1929 io avevo 19 anni, il mio ambiente era la Torino liberale. Ricordo bene le mie sensazioni di allora: erano due e tra loro opposte. Da un lato mi sembrava che col Concordato Mussolini svendesse l'Italia al papa: l'Italia che a Porta Pia aveva conquistato Roma! Dall'altro lato sentivo che per il fascismo quella non era una sconfitta, ma un grande successo. Ecco, nel 1947 noi laici eravamo ancora fermi lì: a questi due giudizi tra loro contraddittori». 

Mentre oggi?

«Oggi è più chiaro che il 1929 è stato un'altra cosa: una tappa decisiva della riconquista dell'Italia da parte del cattolicesimo politico. Quarant'anni di trionfo democristiano stanno lì a provarlo. E non è mica detto che questa pagina sia chiusa». 

Togliatti ebbe più fiuto di voi?

«Allora il suo voltafaccia lo giudicammo da un altro punto di vista. Lelio Basso, che era con me nel Partito d'azione, ci riferì che Togliatti gli aveva confidato d'essersi deciso a votare l'articolo 7 in cambio dell'assicurazione di un posto del Pci nel governo per altri vent'anni».

Quando invece fu buttato fuori neanche due mesi dopo.

«Appunto. Togliatti può anche aver detto quella cosa. Ma non era la sua motivazione vera. Noi però ci cascammo. I nostri giudizi erano rozzi. Riducevamo tutto a tatticismo. Era un po' un nostro difetto generale: tendevamo a sminuire le ragioni di chi era in disaccordo con noi». 

Mentre quali erano le ragioni vere di Togliatti?

«Mi sfugge tuttora il processo d'elaborazione che portò il capo del Pci a mutare la sua decisione di voto. Ma le motivazioni mi paiono oggi più chiare. Certo tutto avvenne piuttosto rapidamente. Ancora il 20 marzo, appena cinque giorni prima della votazione finale, Giancarlo Pajetta intervenne in aula per confermare e motivare il no dei comunisti». 

Però proprio quello stesso giorno monsignor Domenico Tardini, braccio destro politico del papa, confidava a un emissario degli Usa d'esser certo che i comunisti avrebbero votato sì. 

«In Vaticano ne sapevano più e prima di noi. Non escludo che Togliatti avesse percorso due vie di elaborazione parallele. Una dentro il partito, attestata fino all'ultimo sul no. Un'altra con quei suoi comunisti cattolici tipo Franco Rodano, che a loro volta avevano canali in Vaticano. Questo gli consentì d'intuire l'essenziale e di decidere di conseguenza. C'è una frase, nel suo discorso della sera del 25 marzo, quando annunciò il voto favorevole del Pci all'articolo 7, che ritengo una frase di verità». 

Perché di verità?

«Perché svela come Togliatti vedeva davvero le cose. Il vero scontro, disse, non è tra democristiani e sinistra, bensì tra la Costituente e "l'altra parte contraente e firmataria dei patti del Laterano". Come dire: qui continua quello stesso confronto tra Stato e Chiesa che è alla base del Concordato. Togliatti coglieva nel segno. Lui sapeva della pressione fortissima che il Vaticano stava esercitando perché i patti del 1929 fossero inclusi così com'erano, compresi i loro tratti illiberali, nella nuova Costituzione italiana».

Si sapeva che il Vaticano esercitava pressione in primo luogo sulla Dc e sul capo del governo De Gasperi?

«Oggi lo sappiamo più di allora. C'è una lettera del 15 marzo 1947 scritta a De Gasperi dal presidente dell'Azione cattolica, Vittorino Veronese, che è, tragica nella sua brutalità. Come scrivesse sotto dettatura, Veronese intimava al capo del governo di dar corso al "desiderio preciso della stessa autorità ecclesiastica", e arrivava a minacciare che "dipenderà da tale votazione la preferenza dei cattolici stessi nelle future elezioni politiche". In altre parole , il Vaticano avrebbe annientato la Dc, se solo questa avesse ceduto sull'articolo 7 nella formulazione a esso gradita. De Gasperi intimamente non sopportava queste pressioni. E lo fece intuire nel suo discorso del 25 marzo: quando chiese che si votasse l'articolo 7 non per obbedire alle pretese della Chiesa, ma, al contrario, per portare la gerarchia ecclesiastica a promettere fedeltà alla nuova Repubblica, in forza del giuramento imposto a ogni nuovo vescovo proprio dal Concordato». 

Tra De Gasperi e Giuseppe Dossetti lei chi preferiva?

«De Gasperi. Anche Dossetti intervenne a sostegno dell'articolo 7, con un discorso lunghissimo ed estremamente tecnico. Ma anche con un'impronta confessionale e clericale molto più marcata di quella dei vecchi popolari. Stando alle sue argomentazioni, Dossetti era capace di giustificare tutte le discriminazioni religiose a danno dei non cattolici».

Tornando a Togliatti, il suo sì all'articolo 7 era dunque un messaggio che egli voleva mandare alla Chiesa, prima che alla Dc?

«Penso che Togliatti volesse far capire alla Chiesa che in Italia i comunisti erano sinceramente per la pace religiosa. Non per ottenere di stare al governo, come un po' tutti pensavamo allora. Ma per disarmare l'aggressività della Chiesa di papa Eugenio Pacelli nei confronti del comunismo italiano. In quei mesi di divisione dell'Europa in blocchi, Togliatti voleva mostrare alla Chiesa che i comunisti italiani non erano antireligiosi come quelli dell'Est». 

Ma come riuscì questa operazione? 

«Non riuscì. La previsione di Togliatti si rivelò errata. Invece di allentare la sua ostilità anticomunista, il Vaticano la scatenò. Raddoppiò le pressioni sulla politica italiana, mirate a spaccare l'unità delle classi popolari. Tra il '48 e il '53 l'anticomunismo della Chiesa toccò punte esasperate, quasi da oscuramento della ragione, con l'Azione cattolica e i gesuiti in fila d'assalto».

All'epoca circolava un'altra spiegazione della svolta del Pci: Togliatti votava l'articolo 7 e in cambio De Gasperi ritirava la minaccia di un referendum sulla Costituzione, che avrebbe rimesso in forse la stessa scelta repubblicana.

«Questa storia della pattuizione la misero in giro i democristiani. Ma io non ci ho mai creduto. La Dc non aveva né la forza, né l'interesse di riaprire la questione istituzionale tra repubblica e monarchia. Nel '47 l'opzione monarchica era uscita di scena per sempre. Sono convinto che già nel referendum del
2 giugno 1946 i milioni, molti dei quali democristiani, che votarono per la monarchia esprimevano più un'Italia moderata che non un'Italia legittimista sabauda. Sostenendo l'articolo 7, la Dc dava al suo elettorato un segnale forte di continuità e di unità ricomposta, nel grande partito della Chiesa».

All'indomani del voto, su "Rinascita", Franco Rodano giustificò il sì del Pci all'articolo 7 in nome dell'unità delle classi popolari, cattoliche comprese, contro «i gruppi egemonici ecclesiastici e altoborghesi».

«Bassa propaganda. Come poteva Rodano parlare di "unità delle classi popolari" quando anche lui aveva fatto di tutto per spaccare la sinistra e gli stessi comunisti? E come poteva liquidare come "radicali piccolo borghesi alleati dei clericali" noi azionisti e socialisti che ci eravamo opposti all'articolo 7? Togliatti aveva in testa ben altra cosa che questi teoremi di bassa lega. Ma anche la propaganda aveva il suo peso. A forza di dirlo ci convincemmo tutti che con l'articolo 7 il Concordato era stato elevato al rango della Costituzione. Ma non era così. Le sue clausole possono essere tutte modificate con procedure di legge ordinaria. È così che sta scritto. Ma ancor oggi non ci si fa molto caso. Si è sempre drammatizzata la questione più di quanto meriti».

È corretto concludere che con l'articolo 7 Togliatti inaugurò quella politica di alleanza tra le due Chiese che sarebbe divenuta una costante della politica comunista?

«Penso di sì. Il 25 marzo 1947 Togliatti non ne fece mistero: era come se lui fosse l'Italia e il suo interlocutore il papa. Poi negli anni '70 venne il compromesso storico. Anch'esso progetto d'alleanza tra due Chiese, due visioni etiche».

E oggi? Ci risiamo? Postcomunisti, più postdemocristiani, più quel discepolo di Dossetti che è Romano Prodi...

«No. Dal 1992 è cambiato tutto. Il cattolicesimo politico non è più quello; e non solo perché è sparita la Dc. Anche la Chiesa non è più la stessa, nonostante il papa persista nel vecchio pregiudizio, speculare a quello laico, secondo cui per salvare la religione bisogna contrastare la modernità (e modernità vuol dire donna, vero problema irrisolto di questo pontificato). I comunisti, poi, non solo sono cambiati, ma hanno voluto seriamente rinnovarsi, fin troppo direi, al punto di buttare a mare con l'acqua anche il bambino. Quanto a Prodi, non vorrei che si scambiasse per rinascita del dossettismo quello che è solo un certo clima amicale emiliano. Sarò ottimista o ingenuo, chissà. Ma sento che qualcosa di nuovo e di buono ci verrà presto da parte dei cattolici. Quelli che oggi sono i più silenziosi». 

(Lucida intervista, meno questa conclusione, come si può constatare, ndr).


RESA AL VATICANO / IL 25 MARZO '47 DI ANDREOTTI


Alcide, vai tranquillo.
Togliatti fa avvertire il giovanissimo Giulio che il Pci voterà a favore. E gli chiede di intercedere presso De Gasperi. Perché usi toni morbidi in Assemblea...


di Sandro Magister


FINO ALL'ULTIMO, MA PROPRIO ALL'ULTIMO, Palmiro Togliatti tenne nascosto il sì del Partito comunista all'articolo 7 della nascente Costituzione. E quando lo annunciò, la sera del 25 marzo 1947 subito prima del voto, l'aula esplose. Ma per qualcuno non ci fu nessuna sorpresa. Alcide De Gasperi lo sapeva già dalla mattina. E in Vaticano ne erano al corrente da almeno cinque giorni.
Come lo seppero? «Ebbi la ventura di essere io il latore della comunicazione a De Gasperi», ricorda Giulio Andreotti. «La mattina del 25 marzo mi avvicinò Emilie Frattarelli, un giornalista parlamentare di poche parole ma sempre attento e presente, morto l'anno scorso a 90 anni. E mi disse: Togliatti mi ha incaricato di avvertirla, vuole che De Gasperi sappia che il Pci voterà a favore. Ma tenga la cosa sotto assoluto segreto, perché fino a sera lo stesso gruppo comunista ne rimarrà all'oscuro». Andreotti era uomo di fiducia di De Gasperi e a maggio ne diverrà sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Corse dal capo del governo, che s'era iscritto a parlare in aula per le 17 di quello stesso giorno, e lo avvertì: «Togliatti teme un tuo discorso troppo polemico, che gli renderebbe difficile motivare poi il suo voto a favore». Andreotti esclude che tra De Gasperi e Togliatti ci sia stato dell'altro. «Si parlò di una pattuizione. In cambio del sì comunista all'articolo 7, la Democrazia cristiana avrebbe lasciato cadere la minaccia di un referendum popolare sull'intera Costituzione. Ma non ci fu niente di ciò. Di indire quel referendum e di tornare a dividere il paese come l'anno prima tra monarchia e repubblica, la Dc non aveva proprio voglia».
Ma era credibile che Togliatti tenesse all'oscuro fino all'ultimo anche i parlamentari del suo partito? «Frattarelli mi disse così. Ma dubito che quelli del Pci non sapessero». In effetti il 24 marzo, il giorno prima del voto, Togliatti aveva riunito i suoi per comunicare la decisione di votare sì, capovolgendo la linea sin lì seguita. Celeste Negarville lo spalleggiò deciso. Ma non tutti si piegarono. Il giorno dopo, al momento del voto, Teresa Noce si schierò contro. E Concetto Marchesi, il celebre latinista, uscì ostentatamente dall'aula.
«Togliatti era un autocrate», aggiunge Andreotti. «Teneva alle distanze gerarchiche. Quasi mai lo vedevo chiacchierare con i suoi. Fuori dall'aula andava subito via. L'unico con cui lo vedevo fermarsi, in Transatlantico, era il giornalista Frattarelli. Perché decise di votare l'articolo 7? Secondo me perché aveva abbandonato davvero la via rivoluzionaria e voleva inserirsi pienamente nel sistema, di cui i cattolici erano parte importante. Nell'attenzione alla Chiesa, suo ispiratore era il cattolico comunista Franco Rodano».
E proprio Rodano fu il tramite che consentì al Vaticano di avere notizia con forte anticipo alla svolta di Togliatti sull'articolo 7. Ne è oggi testimone il senatore Adriano Ossicini, all'epoca anche lui della sinistra cristiana come Rodano, ma non iscritto al partito comunista. «Una settimana prima del voto sull'articolo 7», racconta, «incontrai don Giuseppe De Luca, il sacerdote e letterato amico di Rodano con cui da qualche tempo lo stesso Togliatti s'incontrava in segreto. De Luca mi disse che il Pci avrebbe votato l'articolo 7, contrariamente a quanto i suoi oratori, in aula, continuavano a sostenere. E mi spiegò che questa decisione Togliatti l'aveva maturata proprio discutendo con lui e Rodano». Aggiunge Ossicini: «Don De Luca era in costante rapporto con monsignor Domenico Tardini, futuro cardinale segretario di Stato con Giovanni XXIII, all'epoca braccio destro politico di Pio XII. Non ne ho la certezza, ma ritengo molto verosimile che egli abbia informato in anticipo anche Tardini della decisione di Togliatti».
Sta di fatto che Tardini seppe. La prova è in un documento di fonte americana, pubblicato in Italia dallo storico Ennio Di Nolfo. È una nota del 20 marzo 1947, cinque giorni prima del voto, che riferisce di un colloquio tra il prelato vaticano e un collaboratore di Myron Taylor, rappresentante del presidente Usa a Roma. Vi si legge: «Monsignor Tardini mi ha detto oggi che crede fermamente che la nuova Costituzione italiana in discussione comprenderà un riferimento ai patti del Laterano e confermerà la loro validità. Tardini ha aggiunto che non sarebbe sorpreso se i comunisti votassero a favore del proposto riferimento ai patti del Laterano nella nuova Costituzione, poiché essi sono ansiosi di non compromettere i veri sentimenti del popolo italiano che è grandemente attaccato al papa e alla fede cattolica». Ma in cambio del bel gesto dei comunisti?
Niente. Non un segno di gratitudine da parte del Vaticano. Prosegue la nota: «Tardini ha descritto l'attuale situazione politica italiana come confusa e tesa, ma non così pericolosa come molti crederebbero. Il modo migliore per aiutare a restaurare l'armonia interna in Italia, ha detto, è mostrare poca considerazione e pazienza verso i leader comunisti e le loro attività». Tardini ebbe fama di grande diplomatico. Ma altro che pazienza. Soddisfatta dall'articolo 7, contro i comunisti la Chiesa scatenò presto un Quarantotto. 

RESA AL VATICANO / STORIA E LIMITI DEL CONCORDATO

Benito, unto dal Signore

Nel 1929 papa Pio XI esaltò Mussolini come «uomo della Provvidenza». Così nacque un trattato che ha fatto epoca. Ecco i punti più controversi

di Francesco Margiotta Broglio

I PATTI LATERANENSI, ESPRESSAMENTE richiamati dalla Costituzione nell'ari. 7, hanno consentito, fino al 1985, l'integrale conservazione dell'assetto dato ai rapporti tra Stato e Chiesa cattolica dal regime fascista. Il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria vennero sottoscritti da Mussolini e dal cardinale Gasparri l'11 febbraio 1929 a Roma nel Palazzo del Laterano. Con il primo, vero e proprio trattato di pace che metteva fine alla guerra condotta dal Regno d'Italia contro lo Stato pontificio e conclusasi nel 1870 con l'occupazione di Roma, si chiudeva la questione romana e si regolava bilateralmente la condizione della Santa Sede e del pontefice attraverso la creazione di un piccolissimo Stato - la Città del Vaticano - sul cui territorio, sostanzialmente equivalente alla porzione della città non occupata militarmente il 20 settembre, veniva riconosciuta alla S. Sede la piena proprietà e sovranità.
I suoi 27 articoli definivano le modalità di esecuzione di tali impegni, la posizione del pontefice (la cui persona "sacra ed inviolabile" era protetta alla pari di quella del re), la cittadinanza dei sudditi del papa, le prerogative degli enti centrali di governo della Chiesa, la proprietà delle basiliche romane e della villa di Castel Gandolfo, il libero accesso ai Musei vaticani, i privilegi dei diplomatici pontifici e di quelli accreditati presso la S. Sede, gli onori dovuti ai cardinali, la neutralità dello Stato vaticano e l'impegno della S. Sede a non prendere parte a "competizioni temporali" tra Stati e a conferenze internazionali aventi lo stesso oggetto; da segnalare il secondo comma dell'art. 23 che dava piena e immediata efficacia civile in Italia alle sentenze e ai provvedimenti amministrativi ecclesiastici in materia spirituale e disciplinare che colpivano chierici e religiosi.
Si trattava di un vero e proprio braccio secolare che si collegava all'art. 5 del Concordato (voluto essenzialmente dalla S. Sede per colpire Buonaiuti e le residue, sparute schiere di preti modernisti) il quale imponeva l'estromissione da uffici o impieghi "a contatto immediato col pubblico" di sacerdoti apostati o colpiti da pene ecclesiastiche.
Il Concordato, costituito da 43 articoli, dopo aver richiamato il principio statutario della religione cattolica come sola religione dello Stato, riconosceva il potere spirituale e la giurisdizione ecclesiastica (cui lo Stato assicurava il proprio braccio) il carattere sacro di Roma, la libertà di comunicazione con il mondo cattolico senza ingerenza statale; regolava lo status del clero, la condizione degli edifici di culto, le festività religiose, il cappellanato militare, la determinazione delle diocesi, la nomina di vescovi e parroci. In questa materia, in cambio dell'impegno dello Stato a continuare a contribuire al loro sostentamento, lo Stato otteneva dalla Chiesa poteri determinanti di controllo potendo sia sollevare "ragioni di carattere politico" contro le nomine, sia, addirittura, ottenere la rimozione dei parroci "sopraggiungendo gravi ragioni" comunicate dal governo alle autorità ecclesiastiche. Seguivano una serie di disposizioni che ampliavano il riconoscimento della personalità giuridica degli enti ecclesiastici (restituendola a quelle associazioni religiose soppresse dalla legislazione postunitaria), garantivano specifiche agevolazioni fiscali, attribuivano effetti civili ai matrimoni celebrati secondo il diritto della Chiesa e alle decisioni ecclesiastiche sulla nullità dei matrimoni stessi, attraverso il filtro formale delle Corti d'appello, estendevano a tutti i gradi di istruzione l'insegnamento della religione cattolica già impartito nelle scuole elementari (obbligatorio con possibilità di esonero) e garantivano la parità di condizioni negli esami di Stato tra candidati di scuole governative e di scuole cattoliche, subordinavano al controllo della S. Sede le nomine dei professori dell'Università cattolica di Milano, riconoscevano onorificenze e titoli nobiliari pontifici, garantivano alle organizzazioni di Azione Cattolica la sussistenza e una certa autonomia sotto il controllo dei vescovi, vietavano al clero di iscriversi o militare in partiti politici. Alla conclusione dei Patti, la cosiddetta Conciliazione, i fascisti e Mussolini se ne fecero un grande ed esclusivo merito; l'antifascismo, anche cattolico, attribuì tutto il demerito di una transazione giudicata negativamente (anche perché rafforzava il regime all'interno e la sua immagine all'estero) ai medesimi.
Il papa parlò del Duce come dell'uomo della Provvidenza, e lo contrappose agli "sgovernamenti" dell'Italia liberale. In realtà i Patti del Laterano furono il coronamento di un lento processo che dall'inizio del '900 aveva visto il papato e la classe politica liberale collaborare nel timore che la situazione politico-sociale avesse sbocchi tali da capovolgere l'ordine costituito, e che, dopo le convergenze parallele giolittiane e gli stretti rapporti tra Salandra e Benedetto XV, resi più intensi dalla Grande Guerra, aveva trovato un suo primo, concreto sbocco nelle intese tra Orlando e l'inviato del Vaticano mons. Cerretti, che a Parigi, nel giugno 1919, convennero su una riappacificazione fondata su un trattato e su un concordato. Fu l'opposizione di Vittorio Emanuele III a far fallire l'operazione che, peraltro, venne ripresa da Nitti.
Vero merito di Mussolini fu quello di convincere la monarchia ad aderire a una Conciliazione con il papato che i Savoia ritenevano un'abdicazione di quelle tradizioni, riassunte dalla legge delle guarentigie del 1871, che avevano segnato la nascita sabauda del Regno d'Italia. Il paradosso della Costituzione del 1948 fu, appunto, quello di affiancare a una serie di norme molto avanzate in materia di libertà religiosa, la difesa dei privilegi concordatari, dando origine a una serie di gravi contraddizioni che scoppiarono al momento dell'introduzione del divorzio e del successivo referendum popolare e che sono state superate solo nella seconda metà degli anni Ottanta, con il sostanziale cambiamento del sistema concordatario, e con la stipula di intese anche con confessioni diverse dalla cattolica. 


«Paura di dieci milioni di voti cattolici»

Una lettera inedita di Pietro Nenni

Il professor Francesco Margiotta Broglio, che firma l'articolo in queste pagine, è ordinario di Relazioni tra Stato e Chiese all'università di Firenze. La lettera (qui riprodotta) gli fu scritta da Pietro Nenni il 26 novembre '77 in risposta a uno studio di Broglio sui socialisti e l'art. 7 ("Trent'anni di politica socialista", editore G. Arfé, 1977), e fornisce una lettura del voto socialista del '47. Scrive Nenni, tra l'altro:
«(...) Vengo al tuo opuscolo che è del più grande interesse. Esso mi fa toccare con mano le insufficienze della nostra, della mia, azione rispetto al problema Stato-Chiesa. Abbiamo salvato i principii. Non abbiamo lottato a fondo. Le ragioni? Per quanto mi riguarda, il freno all'attacco ai cattolici militanti, l'attacco alla Dc, fu la necessità in cui ci trovammo di non irrigidirli su posizioni isolate vista la necessità di contare su loro per la Repubblica, per la Costituzione e sul piano sociale. Quanto il rischio fosse grave ce lo disse il referendum istituzionale: dodici milioni per la Repubblica contro dieci per la monarchia. E i dieci milioni furono voti di cattolici poco interessati alle istituzioni e molto alla Chiesa. Forse degli otto milioni della Dc sei andarono alla monarchia. Fu un peso del quale trent'anni dopo non ci siamo ancora liberati. Ma è un discorso da approfondire. Un cordiale saluto, tuo Nenni».


Così la Chiesa salvò i suoi privilegi


di Antonio Gambino


Un documento trovato nelle carte personali di Aloide De Gasperi, con l'annotazione a margine "Segreto Confidenziale", permette di valutare l'importanza che le gerarchie cattoliche, e personalmente Pio XII, attribuivano all'inserimento nella Carta costituzionale italiana del Concordato firmato, l'11 febbraio 1929, da Benito Mussolini e dal Cardinal Gasparri. Si tratta di una lettera, datata 15 marzo 1947, che il presidente dell'Azione cattolica, Vittorio Veronese, invia al presidente del Consiglio, per informarlo di un suo colloquio con l'allora segretario della Dc, Attilio Piccioni. E in cui, dopo aver precisato che «è stato in primo luogo e in modo categorico affermato che non si potrebbe ammettere una qualsiasi modificazione dell'atteggiamento del gruppo parlamentare dc, volto ad accettare emendamenti (dell'articolo 7) del progetto costituzionale dei rapporti tra Stato e Chiesa», ed aver aggiunto che «la comunicazione fatta si sa rispondere al desiderio preciso della stessa Autorità ecclesiastica», si conclude che «dipenderà da tale votazione la preferenza dei cattolici stessi nelle future elezioni politiche». Ciò che Veronese lascia intravedere, dopo aver indicato di parlare per ordine del Papa, è la possibilità di una rottura dell'unità politica della Dc, e della creazione di un secondo partito cattolico. Una minaccia che De Gasperi coglie immediatamente. Nell'appunto a margine a cui si è accennato, dopo le parole "Confidenziale Segreto", aggiunge: «Ho fatto capire che, se queste cose le hanno da dire, le devono dire direttamente, e che non accettavo intimazioni di questo stile, benché contro la sostanza non abbia obiezioni». Il problema che pone il ricorso a una forma così aperta di pressione, nei confronti di un partito, come la Dc, certamente attento alle richieste della Chiesa, è quello della posta che, a giudizio di papa Panelli, era in gioco con l'approvazione dell'articolo 7. Poiché è certo che il rapporto fra Stato italiano e Santa Sede non sarebbe cambiato anche senza l'inserimento del Concordato nella Costituzione, ciò che interessava al Vaticano erano le clausole sulla posizione della Chiesa nella società italiana. E cioè, in particolare: 1. l'indicazione della «religione cattolica apostolica romana (come) la sola religione dello Stato». 2. il riconoscimento del carattere sacro della città di Roma, e l'impegno del governo italiano a «impedire» tutto ciò che potesse contrastarlo; 3. l'altro, e ben più grave, impegno del governo italiano a non mantenere negli uffici pubblici (e quindi anche nell'insegnamento) «sacerdoti apostati o irretiti da censura»; 4. il riconoscimento di tutti gli effetti civili al «sacramento del matrimonio disciplinato dal diritto canonico»; 5. l'equiparazione tra l'insegnamento della religione e quello della dottrina cattolica, sulla base del principio che «l'Italia considera fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica».
Erano state queste concessioni da parte del governo italiano che, il 13 febbraio del 1929, due giorni dopo la firma del Concordato, avevano spinto Pio XI a dire che, per il loro conseguimento, «ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale». Ma fu anche tutto l'insieme di questi privilegi (i quali, come papa Ratti intuiva, non potevano accordarsi con una impostazione liberale) che, 18 anni dopo, convinse la maggioranza del centro-sinistra italiano a rifiutare l'invito alla realpolitik di Togliatti. Per votare compattamente contro l'articolo 7.


Un caso di stalinismo compromissorio


di Giorgio Bocca


L'articolo 7 della Costituzione non è il primo atto compromissorio di Palmiro Togliatti. Già durante la guerra di Spagna, Alfredo, come allora si chiamava il vice segretario del Komintern, collabora alla stesura dei 13 punti del governo Negrin. Come sempre, Togliatti ama la diplomazia segreta, a fare da tramite fra lui e Negrin, è Benigno, segretario gitano del premier. I punti sono la accettazione di una Costituzione democratica: proprietà privata, libertà di religione, diritti umani, insomma la dittatura del proletariato accantonata. Il secondo compromesso è con la monarchia e il governo Badoglio: si deve collaborare per vincere la guerra coi tedeschi. Terzo, l'articolo 7, l'accettazione del Concordato a conclusione di un'altra trattativa segreta: «Sua cura, appena rientrato in Italia» ha testimoniato Franco Rodano, un cattolico comunista «è stato di trovare un canale diretto con la Curia e già nel Natale del '44 era in rapporto con don De Luca, del Santo Uffizio».
Come giudicare questa preoccupazione compromissoria di un comunista stalinista? Forse proprio perché era uno stalinista che conosceva bene lo stalinismo. Per cominciare, Togliatti sapeva di avere l'approvazione di Stalin, in Spagna come in Italia. La larga alleanza democratica spagnola era la risposta di Stalin al crescere minaccioso del nazismo, una premessa di possibili alleanze con le potenze occidentali. Il compromesso con la monarchia derivava dalla spartizione dell'Europa in zone di influenza. L'Italia era nella zona americana e inglese, conveniva andare d'accordo sia con la monarchia che con la Chiesa.
Togliatti eseguiva la sua opera compromissoria con doppia determinazione: obbedire al signore del Cremlino e al tempo stesso mettersi al sicuro dal suo terrore, crearsi un'autonomia. Lo stesso disegno lo aveva nei riguardi del Vaticano Alcide De Gasperi: anche lui usava la necessità della pace sociale in Italia, come un freno all'integralismo della Chiesa. A Lelio Basso, dopo il voto, Togliatti dice: «Questo voto ci assicura un posto al governo per i prossimi vent'anni». I comunisti saranno cacciati dal governo nel '47 ma per mezzo secolo potranno controllare il mercato del lavoro. Fra i pochi comunisti che si rifiutano di votare per l'articolo 7 ci sono la indomita operaista torinese Teresa Noce e il latinista Concetto Marchesi, ma è un rospo difficile da trangugiare specie dai comunisti della Resistenza. Togliatti tenta di giustificarsi in modo poco convincente, dice di aver ceduto alla minaccia di un referendum sulla monarchia.
Una assurdità. Il voto contro la monarchia è stato in buona parte opera di De Gasperi che certo non si smentirebbe. Poco convincenti sono anche le giustificazioni sociali, il fatto che poco prima del voto le liste cattoliche avevano avuto un buon successo nei sindacati. L'articolo 7 passa con 350 voti a favore e 149 contro. «Dinanzi a queste cifre» scrive Togliatti sull'"Unità" «sono parecchi a chiedersi con sgomento che cosa sarebbe accaduto se i comunisti avessero votato contro». Insomma, un'opera di bene.


QUATTRO MESI DI BATTAGLIA


La discussione per inserire i Patti Lateranensi all'interno della Costituzione comincia il 21 novembre 1946 nella Prima Sottocommissione; il 4 marzo 1947 si sposta nell'Assemblea Costituente e si conclude con il voto finale il 25 marzo. Ecco la cronaca dell'acceso dibattito che si svolse in aula.


PRIMA SOTTOCOMMISSIONE

21 novembre 1946. Presidente Umberto Tupini (Dc). Ordine del giorno: Discussione sullo Stato come ordinamento giuridico e i suoi rapporti con gli altri ordinamenti. Si apre la discussione sull'articolo 5 (poi 7) del progetto di Costituzione, relativo ai rapporti tra lo Stato e la Chiesa. L'onorevole Mario Cevolotto (D.L.) rileva innanzi tutto che si deve ammettere la possibilità di modificare, sia pure senza volerli denunciare, il Trattato del Laterano e il Concordato per quanto riguarda certe situazioni che non possono essere più ammesse. L'onorevole Giuseppe Dossetti (Dc) afferma che due devono essere i pilastri da mettere come fondamento dell'edificio che si vuole costruire. Da un lato il principio della libertà piena, completa delle diverse confessioni religiose, dall'altro il principio della necessaria bilateralità della disciplina dei rapporti tra Stato e Chiesa. L'onorevole Giorgio La Pira (Dc) si dichiara favorevole ai concetti espressi dall'onorevole Dossetti. L'onorevole Palmiro Togliatti (Pci), riconosciuta la complessità del problema, dichiara che non sarebbe contrario a inserire nella Costituzione un articolo in cui si dica che la Chiesa cattolica, che corrisponde alla fede religiosa della maggioranza degli italiani, regola i suoi rapporti con lo Stato per mezzo dell'esistente Concordato. L'onorevole Umberto Merlin (Dc) ribadisce che il Concordato e il Trattato del Laterano non devono esser toccati e che le dichiarazioni dell'onorevole Togliatti, che cioè non si debba rimettere in discussione in Italia la pace religiosa, devono essere consacrate nella Costituzione. L'onorevole Lelio Basso (Psi) dichiara che in alcuni articoli del Concordato vede una limitazione dell'indipendenza dello Stato.

• 4 dicembre. Il presidente legge e pone in discussione l'articolo 4 della relazione Dossetti: «Lo Stato si riconosce membro della comunità internazionale e riconosce perciò come originari l'ordinamento giuridico internazionale, gli ordinamenti giuridici degli altri Stati e l'ordinamento della Chiesa». Su questo articolo si manifesta un forte dissenso, in particolare da parte dell'on. Cevolotto, dell'on. Togliatti e dell'on. Concetto Marchesi (Pci). Interviene l'onorevole Aldo Moro (Dc) osservando che per quanto attiene alla Chiesa, riconoscere nella Costituzione l'originarietà del suo ordinamento, significa porre su una base di parità i rapporti che verranno a stabilirsi tra Stato e Chiesa. L'on. Cevolotto suggerisce di adottare la formula proposta dal professore Arturo Carlo Jemolo: «Lo Stato regola i rapporti giuridici con la confessione cattolica cercando, per quanto sia possibile, di concludere concordati con la Santa Sede».

• 5 dicembre. Il Presidente comunica che dall'onorevole Togliatti e da altri Commissari sono stati proposti i seguenti articoli: «Lo Stato è indipendente e sovrano nei confronti di ogni organizzazione religiosa od ecclesiastica». «Lo Stato riconosce la sovranità della Chiesa cattolica nei limiti dell'ordinamento giuridico della Chiesa stessa». «I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono regolati in termini concordatari». Il presidente dà comunicazione dei seguenti articoli da lui preparati nell'intento di facilitare l'accordo tra le diverse posizioni: «Le norme di diritto internazionale fanno parte dell'ordinamento della Repubblica. Le leggi della Repubblica non possono contraddirvi». «La Repubblica riconosce la sovranità della Chiesa cattolica nella sfera dell'ordinamento giuridico di essa». «I patti Lateranensi, Trattato e Con-
cordato, attualmente in vigore, sono riconosciuti come base dei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato».                                                                           . 

. 11 dicembre. L'onorevole Giuseppe Dossetti ribadisce che il riconoscimento costituzionale dei Patti Lateranensi costituisce un rispetto effettivo e non soltanto formale della coscienza cattolica del popolo italiano.

. 18 dicembre. L'onorevole Francesco De Vita (Pri), in merito all'articolo proposto dal presidente Tupini, dichiara che riconoscendo la sovranità della Chiesa si vengono a porre gravi limiti alla sovranità e ai poteri dello Stato e afferma di accettare la formula proposta dall'on. Togliatti purché vi si aggiunga: «Allo Stato spetta il potere legislativo, integrale ed esclusivo in tutte le materie di privato e pubblico interesse. Viene messa ai voti la prima parte dell'articolo proposto dal presidente: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani». L'articolo è approvato con 123 voti favorevoli e 3 contrari. Il Presidente pone in discussione la seconda parte dell'articolo: «I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi». L'on. Cevolotto oppone che non vi è necessità di nominare i Patti Lateranensi nella Costituzione. L'on. Giuseppe Grassi (Udn-Pli) insiste sulla convenienza che i Patti Lateranensi siano menzionati nella Costituzione. L'on. Togliatti dichiara che contro l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione vi è l'argomento dei possibili ritocchi che verrebbero ad essere esclusi, e potrebbero essere fatti soltanto attraverso un procedimento di revisione costituzionale. L'on. Basso fa presente che alcuni articoli del Concordato contrastano con lo spirito della Carta Costituzionale. Il presidente mette ai voti la formula proposta dall'on. Togliatti: «I rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati in termini concordatari». La formula Togliatti è respinta con 10 voti contrari e 7 favorevoli. Il presidente pone ai voti la formula da lui proposta. «I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Qualunque modifica di essi bilateralmente accettata, non richiederà un procedimento di revisione costituzionale ma sarà sottoposta a normale procedura di ratifica». La formula proposta dal presidente è approvata con 10 voti favorevoli e 7 contrari. 

3 gennaio 1947. Adunanza Plenaria. Ordine del giorno: Rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica. Viene posto in discussione il primo comma approvato dal Comitato di redazione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani». L'on. Cevolotto propone l'emendamento: «Lo Stato riconosce l'indipendenza della Chiesa cattolica nei suoi ordinamenti interni». L'on. Moro e l'on. La Pira si dichiarano a favore del primo comma, l'on. Emilio Lussu (P.S.d'Az.) si dichiara contrario; l'on. Piero Calamandrei (P.d'Az.) e l'on. Basso si dichiarano a favore dell'emendamento Cevolotto. Togliatti dichiara che darà voto favorevole a questo comma perché la possibilità che lo Stato italiano detti norme per l'organizzazione della Chiesa significherebbe aprire in Italia una lacerazione religiosa. Il presidente pone ai voti l'emendamento per appello nominale. Presenti e votanti 57, voti favorevoli 16, voti contrari 40, astenuti 1. La Commissione non approva. Il presidente pone ai voti il primo comma per appello nominale. Presenti e votanti 52, voti favorevoli 39, voti contrari 5, astenuti 8. La Commissione approva. Il presidente pone in discussione il secondo comma: «I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi...». L'on. Cevolotto si dichiara contrario in quanto con questo comma si richiama il principio della religione cattolica come unica religione dello Stato e si verrebbe a includere nella Costituzione un trattato di diritto internazionale quali il Trattato e il Concordato con la santa Sede. Togliatti si dichiara d'accordo e ripropone l'emendamento da lui presentato in sede di Sottocommissione. L'on. Moro e l'on. Roberto Lucifero (Blocco Nazionale della Libertà) esprimono il parere che l'articolo debba essere approvato. L'on. Luigi Einaudi (Udn-Pli) consiglia una revisione bilaterale su alcuni punti dei Patti Lateranensi ma è in sostanza favorevole al comma. L'on. Michele Giua (Psi) rifiuta il comma in quanto i Patti Lateranensi sono stati stipulati tra un governo fascista e i rappresentanti del Vaticano; accettando in pieno questi Patti si vengono a stabilire dei legami con l'opera del fascismo. L'on. Tommaso Perassi (Pri), restando su un terreno strettamente giuridico e istituzionale, ritiene che non si debba riservare ai Patti lateranensi un trattamento giuridico diverso da quello di altri trattati internazionali. È contrario dunque al loro inserimento nella Costituzione. L'on. Umberto Terracini (Pci) dichiara di accettare l'emendamento proposto. Dello stesso parere si dichiara l'on. Calamandrei. Gli onorevoli Gaspare Ambrosini (Dc), Grassi e Ottavio Mastrojanni (Uq) si dichiarano favorevoli al secondo comma. Il presidente pone ai voti la proposta dell'onorevole Emilio Canevari (Psi) di sopprimere il secondo comma. La Commissione non approva. Pone ai voti l'emendamento: «I rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati in termini concordatari». Segue la votazione nominale. Presenti e votanti 59, voti favorevoli 27, voti contrari 32. La Commissione non approva. Il presidente pone ai voti il secondo comma: «I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi...» Presenti e votanti 51, voti favorevoli 31, voti contrari 20. La Commissione approva.


ASSEMBLEA COSTITUENTE

• 4 marzo. Discussione sul progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Presidente Terracini: «Onorevoli colleghi, stiamo dunque per dare inizio all'opera fondamentale cui il popolo italiano, nelle sue elezioni del 2 giugno ci ha delegati. Sono spiacevolmente sorpreso di tanti vuoti che constato in ogni settore...». Discussione sull'articolo 5 del Progetto. L'on. Calamandrei rileva delle ambiguità nella formazione dell'articolo 5 (che poi diverrà l'articolo 7); l'inserimento dei Patti lateranensi costituisce una rinunzia da parte della sovranità dello Stato.

• 5 marzo. L'on. Ugo Della Seta (Pri) rileva che alcuni articoli dei Patti Lateranensi contraddicono il principio di eguaglianza tra i cittadini sancito nella Costituzione e cita ad esempio l'accesso ai pubblici uffici degli ex-sacerdoti, l'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche.

6 marzo. L'on. Basso osserva che l'inserimento nella Costituzione del Concordato, in particolare l'articolo 5 di esso, costituisce una grave offesa al principio di libertà e viola inoltre l'articolo 15 del trattato di pace perché non rispetta il principio fondamentale della libertà di religione. 

. 7 marzo. L'on. Lussu considera l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione come una vittoria della Dc. 

. 8 marzo. L'on. Gustavo Ghidini (Psdi), sottolinea l'incompatibilità di alcuni articoli del Concordato con il testo della Costituzione. L'onorevole Ugo Damiani (Mui) fa osservare che in altre Costituzione non sono mai stati inseriti
accordi internazionali. Lo Stato italiano e lo Stato del Vaticano sono due Stati che si accorderanno in un rapporto che deve rimanere esterno alla Costituzione senza influire su dì essa.

• 10 marzo. L'onorevole Vittorio Emanuele Orlando (Udn-Pli) esprime un dubbio tecnico in quanto l'includere nella Costituzione la rinunzia al
diritto sovrano di denunziare un trattato costituisce un limite della sovranità. L'onorevole Pietro Menni (Psi) ricorda che si sta ora negando, con questo articolo, lo spirito laico che ha animato la lotta di liberazione del Paese. Inoltre il trattato del Laterano e il Concordato sono scaturiti da una particolare congiuntura politica in cui anche la Chiesa, dato il regime di dittatura, può aver avvertito il bisogno di cautelarsi. La realtà politica attuale è totalmente diversa. 

• 11 marzo. L'on. Togliatti ribadisce l'esistenza del problema del mantenimento della pace religiosa in Italia. Questa pace religiosa si fonda su due colonne: il Trattato lateranense e il Concordato. Nega di essersi dichiarato favorevole all'inserimento dei Patti Lateranensi, attraverso il richiamo dell'articolo 5, nella Costituzione in quanto ciò costituirebbe un ritorno all'articolo primo dello Statuto Albertino. Conclude invitando i colleghi della Democrazia cristiana a non porre l'Assemblea di fronte ad alternative troppo gravi e li esorta a cercare insieme la forma o la formula migliore per risolvere la questione tenendo sempre presente l'obiettivo del consolidamento dell'unità politica e morale della Nazione. L'onorevole Benedetto Croce (Udn-Pli) definisce l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico. L'on. La Pira afferma che si deve costruire uno Stato che rispetti l'orientamento religioso del singolo e della collettività conformando ad esso la sua struttura giuridica e sociale. Esistono due ordinamento giuridici - Stato e Chiesa - indipendenti e sovrani, i quali mantengono tra loro dei rapporti. Ora questi rapporti concordati esistono e sono già statuiti.

. 12 marzo. L'onorevole Meticcio Ruini (Gruppo parlamentare misto), presidente della Commissione per la Costituzione, auspica un accordo, con una formula che consenta alla Santa Sede il riconoscimento dei patti della Repubblica, e allo Stato di non vincolare la propria posizione costituzionale. Si unisce al voto e all'appello dell'onorevole Orlando, ripetuto da Togliatti e da altri, perché si trovi la formula conciliatrice, che senza ferire il punto fondamentale delle due parti, eviti di riaccendere una guerra religiosa, esiziale per il Paese. 

• 13 marzo. L'onorevole Francesco De Vita (Pri) fa osservare che con l'articolo 5 si conferisce allo Stato una precisa connotazione religiosa, da cui consegue una difesa da parte dello Stato della religione stessa. Al contrario non dovrebbe sussistere alcuna ingerenza dello Stato in materia religiosa perché questo significherebbe un maggiore o minore favore per determinate professioni religiose. L'onorevole Amerigo Crispo (Udn-Pli) ricorda che i Patti Lateranensi comprendono il trattato e il Concordato. Il Trattato rivendica la potestà temporale della Chiesa, la costituisce come Stato sovrano, riconoscendo a esso personalità di diritto internazionale. La conseguenza è che, quando nell'articolo 5 si dice che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, si pongono nella Costituzione due sovranità che evidentemente non possono coesistere. Incorporandosi il Concordato nella Costituzione si cristallizzano gli accordi nel senso che non possono essere modificati, per revisione costituzionale, perché bilaterali. Propone quindi che alla prima parte dell'articolo 5 si sostituisca: «Lo Stato riconosce l'indipendenza della Chiesa cattolica, con la quale continuerà a regolare i suoi rapporti per mezzo di Patti concordatari». L'onorevole Stefano Riccio (De) si rifà ai valori storici della civiltà italiana fondata sul Cristianesimo e la coscienza cattolica. Dichiara che nei Patti Lateranensi non vi è nulla che contrasti con i principi di libertà e di uguaglianza dei cittadini.

• 14 marzo. L'onorevole Guido Russo Perez (Uq) sottolinea che i Patti Lateranensi non stabiliscono soltanto i rapporti tra uno Stato sovrano e un altro Stato sovrano, ma i rapporti tra uno Stato sovrano e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Attraverso il riferimento costituzionale all'inviolabilità dei Patti Lateranensi si intende riaffermare il filiale ossequio degli italiani alla Chiesa. L'onorevole Gerardo Bruni (Gruppo parlamentare Misto) riconosce che i Patti Lateranensi così come furono stilati, possono essere stati uno strumento di pacificazione tra la Chiesa e lo Stato fascista; ma nega che possano continuare a essere, in tutte le loro assunzioni, uno strumento di pacificazione tra la Chiesa e lo Stato democratico e repubblicano. L'onorevole Paolo Rossi (Psi) dichiara che indispensabile presupposto della Costituzione deve essere l'assoluta laicità. 

• 15 marzo. L'onorevole Ferdinando Targetti (Psi) elenca alcune norme esistenti nel Concordato che sono in pieno contrasto con i principi affermati nel Progetto di Costituzione.

• 17 marzo. L'onorevole Pietro Mancini (Psi) considera il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa una questione superata. I riferimenti a Stato e Chiesa, Stato laico e Stato confessionale non hanno più risonanza, servono solo a imprimere alla Costituzione il crisma di un partito. Resta piuttosto da chiedersi come possa conciliarsi il principio dell'eguaglianza del cittadino e della sovranità popolare con il contenuto politico, etico, giuridico, dei Patti Lateranensi.

• 18 marzo. L'onorevole Arturo Labriola (Udn) esclude che un trattato tra due potenze possa essere incluso in una Costituzione. In quanto i trattati sono temporanei, modificabili e annullabili. Mentre una Costituzione consacra, almeno teoricamente, condizioni di stabilità giuridica. L'indole di una Costituzione è un rapporto tra cittadini e Stato, o fra cittadini e cittadini. L'indole di un Trattato è un rapporto tra Stato e Stato. Inoltre nessuno Stato può essere confessionale senza mutare la propria indole da organo del potere amministrativo in organo di una fede particolare. L'onorevole Francesco Saverio Nitti (Udn-Pli) definisce i Patti del Laterano estranei alla materia della Costituzione e reputa il loro inserimento uno stratagemma per garantirne l'esistenza e la durata.

. 20 marzo. L'on. Calamandrei si dichiara contrario all'articolo 5, così come è stato formulato, perché lo considera un errore; un errore per chi lo ha proposto come per chi lo approverà, sia sotto il profilo giuridico che sotto il profilo storico-politico. La Costituzione è l'atto di una sola sovranità: del popolo italiano, della Repubblica italiana. Attraverso il richiamo ai Patti Lateranensi si introducono di soppiatto nella Costituzione, mediante rinvio, norme occulte che saranno in urto con articoli palesi della Costituzione, i quali ne rimarranno screditati e menomati. Mario Rodinò (Uq) presenta il seguente emendamento: far precedere la dizione dell'articolo 5 dalla dichiarazione «La religione cattolica è la religione professata dalla enorme maggioranza del popolo italiano». L'onorevole Carlo Bassano (Dl) sostiene che la Costituzione non è un dialogo ma un monologo in cui lo Stato parla in prima persona. È Illogico quindi che si pensi di inserirvi il riconoscimento della sua sovranità da parte della Chiesa cattolica. I Patti Lateranensi fanno già parte del diritto pubblico italiano per essersi loro data esecuzione con la legge del 27 maggio 1929, n. 810. Non vi è quindi bisogno di richiamarsi a essi nella Costituzione, se non si vuole porre lo Stato italiano in una vera e propria condizione di inferiorità di fronte alla Chiesa cattolica.

. 21 marzo. L'on. Cevolotto rileva che l'articolo 5 - o 7- comporta l'inserimento del Trattato e del Concordato nella Costituzione, con tutte le conseguenze; a cominciare dall'articolo 1 del Trattato il quale richiama il principio dello Statuto Albertino affermante che la religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato. L'onorevole Dossetti oppone che non si vogliono incorporare, costituzionalizzare le norme del Trattato e del Concordato. Tali norme non entrano nella Costituzione. Occorre ricordare la distinzione tra norme materiali e norme sulla produzione giuridica. La norma del secondo comma dell'articolo 5 non è una norma materiale, ma una norma sulla produzione giuridica. Non ha per oggetto i molti precetti contenuti nei 27 articoli del Trattato e nei 45 articoli del Concordato; ma è una norma che ha per oggetto un precetto solo: le eventuali norme dirette a modificare le norme contenute nel Trattato e nel Concordato, debbono essere prodotte attraverso un determinato iter, cioè l'accordo bilaterale. 

. 25 marzo. Il presidente dà lettura dei vari emendamenti proposti in merito all'articolo 5 del Progetto, che diventerà l'articolo 7 del Testo definitivo della Costituzione, già svolti in sede di discussione. Dopo lo svolgimento di ulteriori emendamenti proposti dai vari gruppi, si passa alle dichiarazioni di voto. On. Alcide De Gasperi (Dc), presidente del Consiglio: «Noi siamo dinanzi non a una improvvisazione della storia, ma dinanzi a un istituto millenario, che ha resistito a tanti colpi, a tante discussioni, a tante scissioni, istituto plurisecolare che ha sempre seguito un metodo nei rapporti con gli Stati, quello degli accordi e dei concordati... La Costituzione mette per base i Patti Lateranensi, ma nel contempo dichiara che sono modificabili (...). Vi aggiungo - ed è l'unico riferimento che faccio alla mia carica di governo - che io mi sento portato e deciso a votare anche per l'impegno che ho dato, che ho preso, di consolidare, di universalizzare, di vivificare il regime repubblicano. (...) Alla lealtà della Chiesa io credo che la Repubblica debba rispondere con lealtà». On. Pietro Nenni (Psi): «Con la coscienza di fare il nostro dovere verso la Nazione e verso la Repubblica, noi voteremo contro l'articolo 7, per ragioni, a un tempo, di principio e di coscienza. Le ragioni di principio si richiamano alla nostra concezione dello Stato laico. Il nostro caso di coscienza si pone in rapporto alle origini, al contenuto e all'interpretazione del Concordato». On. Ivanoe Bonomi (Gruppo Parlamentare Misto): «Qui non si tratta di tecnica costituzionale e di questioni meramente giuridiche: si tratta di un voto politico sui Patti del Laterano. (...) Anzitutto essi hanno chiuso per sempre la questione romana. (...) In secondo luogo quei Patti hanno posto i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica, Chiesa che raccoglie la grande maggioranza degli italiani, sulla base salda di accordi bilateralmente concordati. (...) È per questa considerazione politica che, superando le critiche che sono state mosse all'articolo in votazione, dichiaro, anche a nome dei miei amici, di votare l'articolo stesso così come ci viene proposto. On. Palmiro Togliatti: «Noi appoggeremo tutte quelle proposte le quali tenderanno a rendere sempre più tranquille le coscienze di tutti i credenti di tutte le fedi. (...) Consideriamo definitiva la soluzione della questione romana e non vogliamo in nessun modo riaprirla. (...) Riteniamo che il Concordato sia uno strumento bilaterale e che solo bilateralmente potrà essere riveduto». Si passa alla votazione dell'articolo 7 per appello nominale. Presenti e votanti 499, maggioranza 250, hanno risposto sì 350, hanno risposto no 149.

a cura di Fausta Cataldi

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