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CNNItalia.it - Ecco i documenti della Cia su ebrei romani e spie SS - 30 giugno 2000 wysiwyg://17/

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Ecco i documenti della Cia su ebrei romani e spie SS


1 giugno 2000


Articolo messo in Rete alle 02:12 ora italiana (00:12 GMT)


All'interno:
Gli archìvi di College Park "Cinque giorni per avvertire gli ebrei" L'oro degli ebrei romani "I vestiti di Mafalda e di Ciano" Dialogo sullo sterminio Battute sul forni crematorl [Borghese e von Fuerstenberg GII italiani nelle fabbriche del Relch
La Cia ha reso pubblici 400 mila documenti che vengono dagli archivi della Oss, i servizi segreti americani così come erano conosciuti durante la seconda guerra mondiale


di Riccardo Orizio - Cnnitalia


COLLEGE PARK (Maryland) — I nazisti avevano una insospettabile gola profonda in Vaticano: il monsignore irlandese O'Flaherty, che rappresentava la Croce Rossa Usa. Gli agenti segreti delle SS trasferivano grosse somme di denaro tra Milano e Roma grazie al cardinale Ildefonso Schuster. I servizi segreti nazisti erano in costante contatto con aristocratici come Tasilo von Fuerstenberg (il genero del senatore Agnelli) e Junio Valerio Borghese, in vista di un nuovo Reich senza Hitler. Mussolini ordinava il furto di opere d'arte per farne poi gentile omaggio a Hermann Goering, in nome dell'amicizia nazi-fascista. Priebke si occupava probabilmente dell'oro sequestrato agli ebrei romani.

E nelle 28 casse che custodivano il tesoro di guerra del maresciallo Rodolfo Graziani, il viceré d Etiopia, gli Alleati trovarono piatti e posate provenienti dal palazzo reale di Addis Abeba e l'aquila d'oro massiccio del trono di Hailè Selassiè.

Gli archivi di College Park

Sono questi alcuni dei nomi e degli episodi che, dopo sei decenni di segreto assoluto, escono dai 400 mila documenti appena declassifìcati dalla Cia, finalmente riapparsi in decine di scatoloni di cartone grigio al secondo piano di una palazzina di College Park, a metà strada tra Washington e Baltimora. Le scatole contengono intercettazioni "catturate" all'insaputa dei nazisti, diari sequestrati a prigionieri di guerra, interrogatori di agenti che facevano il doppio gioco. «In molti casi, sono segreti imbarazzanti per gli Alleati.
Perché, per esempio, Londra non avvertì gli ebrei romani della retata organizzata da Kappler, la cui preparazione era stata intercettata il 6 ottobre 1943? Perché non cercò di evitare il loro trasferimento ad Auschwitz?

"Cinque giorni per avvertire gli ebrei"

"Secondo i miei calcoli, dopo la traduzione e vari passaggi burocratici, i vertici britannici entrarono in possesso di quei documenti intorno all'11 ottobre, quindi con cinque giorni di preavviso sulla retata. Non hanno agito perché l'intelligence cercava segreti militari, non si occupava di questioni umanitarie. E poi agire avrebbe voluto dire far sapere ai tedeschi che le loro comunicazioni erano decifrabili", spiega Timothy Naftali, storico del Miller Center dell'Università della Virginia.


Naftali è l'esperto di spionaggio che ha selezionato per conto della Cia i 400 mila documenti declassificati lo scorso lunedì. Oltre alle intercettazioni ci sono chili di verbali tratti dagli interrogatori a prigionieri di guerra e rapporti segreti inviati da agenti sul campo.

L'oro degli ebrei romani

E' grazie a questi documenti che oggi si sa che la retata dei mille ebrei romani, per esempio, avvenne con la piena approvazione del maresciallo Rodolfo Graziani. Che una simile retata era stata prevista per Napoli, ma fallì "causa il clima ostile della città". E che non fu affidata ai carabinieri perchè considerati dai nazisti "inaffidabili" (Kappler ordinò che fossero disarmati). Che il clima era già così ostile da obbligare i nazisti a minacciare gli uomini che rastrellavano gli ebrei di "ritorsioni contro le famiglie" se non eseguivano gli ordini "in modo conforme". Sempre da questi documenti si sa che all'inizio d'ottobre del '43 i nazisti confiscarono agli ebrei romani 50 chili d'oro.


Il comando tedesco di Roma cercò subito di inviare il bottino alla Reichsbank di Berlino. Il 7 ottobre un telegramma da Berlino dice, enigmatico: "Non abbiamo ancora ricevuto il camion di Priebke. Sappiamo che è ancora all'ambasciata tedesca. Pregasi investigare". Cosa trasportava quel camion? L'oro?

"I vestiti di Mafalda e di Ciano"

Pochi giorni dopo un telegramma cifrato inviato da Roma tranquillizza Berlino: "Il camion con i vestiti di Mafalda, di Ciano e del Principe Filippo d'Assia e gli altri oggetti provenienti dalle due case è stato caricato insieme all'oro diretto a Milano" e poi in Germania. Forse Priebke si occupò degli effetti personali di Mafalda di Savoia, del marito von Hessen e Galeazzo Ciano (che, non più ambasciatore, era in Germania e ancora sperava in un visto per la Spagna). Di certo questo chiarisce per sempre che Priebke era un uomo-chiave nella gerarchia nazista della Roma del 1943. Chiarisce anche che un regime come quello nazista si occupa con la stessa efficienza dello sterminio degli ebrei, ma anche del guardaroba della famiglia Ciano.

Dialogo sullo sterminio

Leggere questi documenti è come guardare l'Olocausto dal buco della serratura. Ci sono dei dialoghi intercettati al nemico che sembrano presi da uno scadente film di spionaggio sulla seconda guerra mondiale. E' l'aprile del '45. Il viceammiraglio Utke della Marina del terzo Reich conversa amabilmente con l'amico e contrammiraglio Engel.
Utke gli chiede: "Ma tu ci credi a queste storie sui campi di concentramento?".
Engel risponde: "Certo, è ovvio. Io so da molto tempo cosa accade dentro posti come Belsen e Buchenwald. Anzi, una volta a Posen uno mi ha raccontato come ammazzava personalmente gli ebrei. Ricordo di avergli chiesto perché uccidesse anche i bambini. Lui mi rispose: 'Perché non sono un codardo e i lavori li faccio fino in fondo'. Beh, qualunque giudizio si abbia sugli ebrei, per me un bambino resta un bambino".
Utke: "Ma non posso credere che i nostri siano così stupidi da continuare
a perpetrare questi orrori a due o tre settimane dall'invasione (degli Alleati)!".

Battute sui forni crematori

Il dialogo prosegue per pagine intere. Tra battute sui forni crematori ("In fondo spero anch'io di poter morire in modo così rapido, quando sarà l'ora") e i sogni per il futuro ("Quando è finita vorrei fare il maestro in campagna, chissà se gli americani me lo permetteranno"), gli ammiragli parlano, parlano. E gli Alleati ascoltano. Anzi, traducono.
Nel diario di Guido Zimmer, agente dello spionaggio SS in Italia, ci sono le prove di un capitolo oscuro della seconda guerra mondiale: il tentativo di alcuni aristocratici filo nazifascisti di negoziare un armistizio anticipato con gli Alleati per consentire al Reich - depurato di Adolf Hitler e depurato forse anche del partito nazista - di sopravvivere alla sconfitta militare.

Borghese e von Fuerstenberg

I nomi? Il diario di Zimmer spiega che in questa operazione furono coinvolti due principi: Tasilo von Fuerstenberg, il marito di Clara Agnelli (la figlia del senatore Giovanni Agnelli), cittadino tedesco di casa a Torino e alla Fiat; e Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, che "combatte una sua guerra personale contro le popolazioni slave" ed era pronto anche a negoziare con gli Alleati in funzione anti-russa.


Molti protagonisti avevano posizioni ambigue. Come il cardinale Ildefonso Schuster, che aiutava a trasferire denaro tra Milano e Roma per conto - chissà se in modo consapevole - di agenti nazisti. Altri hanno commesso peccatucci di altro tipo: Graziani aveva nascosto in una chiesa romana il vasellame d'argento del Negus.

Gli italiani nelle fabbriche del Reich

Come in ogni guerra, tutti ne sono usciti con le mani sporche. Vincitori e vinti. Le conversazioni tra alti ufficiali tedeschi confermano che i vertici militari erano consapevoli dell'Olocausto, delle sue dimensioni e della sua tragica realtà quotidiana. Ma anche gli americani sapevano sin dal '42 che i tedeschi prevedevano di portare in Germania 300 mila "volontari" italiani e metterli al lavoro nelle fabbriche del Reich. "Sì, ma per evitare queste grandi tragedie bisognava prima vincere la guerra", dice lo storico Naftali. Cinquantacinque anni dopo, le scatole di cartone grigio custodite agli Archivi Nazionali numero due del Maryland ci dicono che la guerra delle spie era già stata vinta.


Nota: questi servizi sono in collaborazione con 'la Repubblica'


Mussolini e il furto di opere d'arte a Vipiteno


1 giugno 2000


Articolo messo in Rete alle 05:01 ora italiana (03:01 GMT)


COLLEGE PARK (Maryland) - A rubare opere d'arte in Italia non furono solo i nazisti. Anche Benito Mussolini fece un uso disinvolto dei tesori artistici.
In una lettera scritta dall'ufficiale delle SS Heinrich Hatka il 19 novembre 1945 e indirizzata al procuratore capo del tribunale di Norimberga, Hatka (prigioniero di guerra interrogato dagli americani) rivela un episodio importante: la sparizione dal municipio di Vipiteno di un celebre altare barocco, opera dell'artista Hans Nueltscher.
"Nel 1942 - scrive Hatka - Mussolini fece un prezioso regalo al maresciallo del Reich Hermann Goering: i quattro dipinti che provenivano da una chiesa di Sterzing (Vipiteno). Opere che fanno parte della storia dell'arte tedesca". Hatka, originario di Vipiteno, vuole m contribuire al processo in corso a Norimberga contro Goering, definisce l'episodio un "furto". "I dipinti erano proprietà della città di Vipiteno e vennero prima rubati dai fascisti, poi portati a Trento e consegnati a Mussolini, che li regalò a Goering". Da Vipiteno spariscono altre decine di oggetti preziosi, di cui Hatka da una lista: miniature medievali, dipinti
del Trecento e perfino un lampadario.
Nel '45, gli Alleati rimproverano al governo italiano di mostrarsi "disinteressato" al recupero delle opere d'arte. E si fanno carico del lavoro di restituzione ai legittimi proprietari. Il tenente James Plaut, comandate della Art Unit dei servizi segreti Usa, scrive il 26 aprile 1945 che l'unico privato ad aver denunciato il furto di opere da parte dei nazisti (48 dipinti provenienti da un suo castello) è il conte fiorentino Contini-Bonacossi, "molto noto come antiquario". Ma gli americani hanno dubbi. "E' perfettamente possibile che la sua rivendicazione dei 48 dipinti sia falsa", perché in precedenza Contini-Bonacossi aveva ammesso di aver venduto collezioni di mobili antichi a Goering. Un business fatto "sotto costrizione".


II cardinal Schuster nel diario di un agente delle SS in Italia


1 giugno 2000


Articolo messo in Rete alle 05:02 ora italiana (03:02 GMT)


COLLEGE PARK (MARYLAND) - Sono poche righe dal contenuto esplosivo. "L'agente Basilius mi ha comunicato di aver preso contatto con il cardinale Schuster di Milano e mi ha spiegato come intende trasmettere lire 300 mila attraverso Schuster al ben conosciuto ... a Roma. La somma era già stata stanziata per Stennle da Bols a Verona ... Se è così, faccio immediata richiesta a Verona perché la somma sia subito i consegnata a Basilius, in quanto non posso farlo io da qui".


A scrivere è uno dei migliori agenti segreti delle SS in Italia, Guido Zimmer. Uno 007 vecchio stampo, che amava frequentare le case degli aristocratici e teneva un diario infarcito di lettere. Questo diario è rimasto finora top secret. Scritto tra il maggio '44 e il marzo '45, Zimmer forse lo usò come merce di scambio quando si consegnò agli Alleati in Svizzera.
Zimmer vi aveva annotato i nomi dei simpatizzanti e collaboratori delle SS nell'Italia settentrionale. Come Basilius, ossia un certo Basilius Sadathierashvili, personaggio importante tanto da venir convocato a Berlino (come risulta da intercettazioni di telegrammi). Basilius, dunque, era in contatto con il cardinale Ildebrando Schuster, arcivescovo di Milano e, alla fine del conflitto, intermediario tra i nazi-fascisti e gli Alleati. Ciò che stupisce, leggendo il diario, è che Basilius fosse così intimo del cardinale da usarlo per consegnare - probabilmente ad un agente delle SS - una grossa somma di denaro.


Questa non è l'unica rivelazione che coinvolge la Chiesa. Grazie a Enigma, la macchina che intercettava le comunicazioni dei nazisti, i servizi segreti inglesi sapevano che le SS avevano una gola profonda (non si sa se consapevole o meno) in Vaticano: monsignor O'Flaherty, l'irlandese che rappresentava la Croce Rossa americana presso la Santa Sede. Il 19 ottobre 1943 il comando delle SS avverte Berlino: "Monsignor O'Flaherty ha avvertito una fonte sicura che gli anglo-americani stanno preparando uno sbarco in Italia, a Civitavecchia o in Sardegna, ma che i russi si oppongono a un simile sbarco nei Balcani". Civitavecchia diventò Anzio. Ma l'informazione era esatta.


Posate, vasi e aquile d'oro il bottino di guerra di Graziani


1 giugno 2000


Articolo messo in Rete alle 05:03 ora italiana (03:03 GMT)


COLLEGE PARK (Maryland) - Le 28 casse con il tesoro di guerra del maresciallo Rodolfo Graziani erano state messe al sicuro: in una stanza della sagrestia della chiesa di Santa Agnese, in via Nomentana a Roma. Erano piene di quelli che il maresciallo, dalla sua prigionia a Procida, definisce "ricordi personali e di famiglia". E per i quali, in una supplica all'ammiraglio americano Ellery Stone, fa "appello al Suo nobilissimo sentimento di Soldato che non può rimanere insensibile alla voce di un altro sfortunato, ma sempre onorato, Soldato".
In realtà, oltre ai ricordi di casa Graziani, pignolamente elencati ("tre gagliardetti della riconquista libica, pergamene riguardanti la Cirenaica, dente di elefante legato in argento, autografo di D'Annunzio... "), le casse contengono i ricordi di un'altra famiglia: quella del Negus. 

All'imperatore di Etiopia, infatti, il viceré aveva sottratto vari oggetti e, soprattutto, l'aquila d'oro massiccio che si trovava, sul suo trono al momento dell'incoronazione. Un'aquila che gli americani restituirono all'imperatore nel luglio del '45. Gli archivi declassificati dalla Cia mostrano un incredulo Hailè Selassiè che passa in rassegna il vasellame, le posate d'argento e le croci copte al momento della loro restituzione.
Nella lettera all'ammiraglio Stone, Graziani si affanna a spiegare l'origine dei due servizi di posate in argento dorato (uno da 12 persone e uno da 18): sono stati "ricostituiti acquistando i singoli pezzi da indigeni di Addis Abeba".


Oltre agli oggetti d'arte Graziani aveva nascosto anche documenti ufficiali del fascismo e documenti militari. Tutti oggetti che il maresciallo chiede in restituzione "a che possa tramandarli ai miei nepoti perché questi abbiano materia per giudicare realmente chi sia stato il loro Nonno e sia salva presso di loro la Mia Memoria".


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