FISICA/MENTE

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La mala romana e la mafia 

 

La mafia attraverso la Banda della Magliana entra a pieno titolo nei palazzi del potere politico romano. I rapporti con Licio Gelli

 

I boss della mala romana erano satelliti minori che ruotavano attorno a una stella di prima grandezza, all’interno di un’immensa galassia di cui non riuscivano a distinguere i contorni,la stella era Pippo Calò, il numero tre della cupola di Cosa Nostra,subito dopo Riina e Provenzano. Nel 1954 il boss palermitano aveva conosciuto i carcere Domenico Balducci, un faccendiere romano di origini siciliane, Una ventina di anni dopo, quando Calò andò a cercarlo a Roma, lo strano personaggio gli disse di avere amici molto importanti, magistrati,poliziotti, uomini dei servizi segreti e una certa eccellenza, di cui non si è riusciti a scoprirne l’identità, ma il cui nome deve aver colpito favorevolmente colpito il boss, che proprio in quel periodo aveva deciso di trasferii nella capitale, con il consenso di Riina, quest’ultimo non era ancora capo di Cosa Nostra ma stava “studiando” per diventarlo. Totò “u Curtu” voleva aprirsi un varco nei centri di potere romani, fino a quel momento esclusiva riserva di caccia del Principe, ovvero Stefano Bontade: cominciò così una singolare avventura che ha consentito al boss che “voleva morto Moro” di centuplicare il patrimonio mafioso, infiltrando i tentacoli della Piovra nelle stanze più importanti della capitale, attraverso uno spregiudicato gioco di alleanze con la politica, i servizi segreti, la malavita comune e il terrorismo.

Fu  anche grazie a questi appoggi che i Viddani riuscirono a vincere la guerra di mafia a cavallo degli anni 80, ormai forti del loro coinvolgimento nei “grandi segreti” erano in grado di rilanciare la sfida nei confronti dello Stato.

Il punto più alto della sfida fu la strage del 23 dicembre 1984, che salutò l’arrivo di Buscetta in Italia e l’inizio della sua collaborazione con Giovanni Falcone. E da allora che Cosa Nostra farà ricorso alle stragi ogni volta che tra mafia e Stato saltavano le “mediazioni”. Soltanto dopo l’arresto di Riina , Cosa Nostra ha tentato di ritornare invisibile, di ricucire i rapporti con la politica, di cancellare un lungo periodo di “errori” che si è concluso con la sconfitta del partito armato. Ma è un percorso molto difficile, raccontano gli ultimi pentiti il passato molto probabilmente non tornerà.

Torniamo all’arrivo di Pippo Calò a Roma ed ai rapporti con Balducci nei primi anni romani, periodo non del tutto chiaro e pieno di misteri. Le cronache cominceranno a occuparsi di loro soltanto alla fine degli anni settanta. Balducci in quel periodo era molto noto nel colorito mondo che ruota attorno al Monte della Pietà, con un soprannome che tradisce le sue origini. Era chiamato Mimmo il “cravattaio”, cioè un usuraio. Quando Calò approdò a Roma, Mimmo era proprietario di un piccolo negozietto di elettrodomestici, in una stradina adiacente a Campo de Fiori. Tra frigoriferi e lavatrici spiccava un inequivocabile cartello:<< Qui si vendono soldi>>. Ad attaccarlo era stato Oberdan Spurio, un altro “ cravattaio” amico di molti personaggi della mala romana poi confluiti nella Banda della Magliana. Nella bottega di Mimmo, Oberdan aveva aperto un vero e proprio sportello bancario, dove oltre al denaro venivano venduti argenteria, preziosi, tappeti pregiati, frutto di refurtiva e pagamenti a prestiti  con interessi spropositati.

Allo “sportello” era di casa anche Flavio Carboni, il faccendiere sardo, coinvolto nella morte di Calvi, Carboni era un ex impiegato della Pubblica amministrazione e poi imprenditore discografico, che si era improvvisato speculatore edilizio  e aveva perciò urgente bisogno di liquidi. Il Carboni era un personaggio brillante, spregiudicato, ma a causa di operazioni affaristiche mal riuscite era finito in un vortice di protesti cambiari. Ad indirizzare Carboni al negozio di Campo de Fiori era stato un imprenditore edile, Daniele Sbarra, che Rosario Nicoletti costituiva il riferimento finanziario della mala romana. Insomma attorno al negozietto di Calducci si formò una connection molto potente e destinata a grandi successi. Fu Sbarra a presentare Balducci a Carboni, che ai magistrati dirà di lui<< Era un procacciatore di finanziamenti eccezionali, uomo ignorantissimo quanto intelligente>>.

Per Mimmo il “cravattaio trovare somme ingenti in breve tempo non era difficile: alle sue spalle c’era Calò che non aveva problemi di liquidità. Carboni ebbe i suoi primi 800milioni, che gli servirono per acquistare  un terreno edificabile nel siracusano a cui erano interessati anche personaggi in odore di mafia, oltre al costruttore Sansone ( che molti anni dopo verrà arrestato insieme a Riina), anche Giuseppe Di Cristina, un boss nisseno molto potente. Di Cristina si trovava nella necessità di riciclarsi: fino a quel momento era stato guardaspalle di Graziano Verzotto , ma il finanziere  era fuggito all’estero nel 75 per una serie di reati finanziari e il boss era momentaneamente disoccupato. In seguito Pippo Calò avrà una ricompensa: fu grazie a Carboni se il boss riuscì ad entrare nel giro immobiliare, dopo aver conosciuto Sbarra.

La mafia a Roma cominciò a investire nelle costruzioni e tutto andava per il meglio. L’ingresso di Carboni nel giro si era rivelato un ottimo affare: il faccendiere sardo era in buoni rapporti con alti prelati in Vaticano ed esponenti democristiani come Benito Cazora , Clelio Darida e Mauro Bubbico.  Il vero asso nella manica di Carboni era un altro: vantava di essere socio d’affari del finanziere italosvizzero Fiorenzo Ravello (alias Florens Ravello Ley) , gestore di grandi ed oscuri patrimoni, coinvolto anche nello scandalo Italcasse. Carboni si assicurò in questo modo la considerazione di Balducci e per tramite suo anche del potente Calò. Ma tutto questo spiega, almeno in parte, come sia potuto accadere  che un personaggio modesto come il “cravattaio” sia riuscito a diventare , nel volgere di pochi anni, un importante collettore di capitali: << Il tramite di un mondo imprenditoriale romano, ancora ufficialmente legale, e una malavita organizzata interessata a investire quanto lucrato illegalmente>>, come scriveva il giudice Lupacchini nella sua ordinanza.

Ma fu proprio a causa delle strette relazioni tra la società di cui Balducci era prestanome e quelle di Ravello Ley, che le indagini sull’Italcasse s’intrecciarono con l’inchiesta sulla Banda della Magliana. Quando Di Cristina fu ucciso, nell’estate del 1980, addosso al cadavere del boss nisseno furono trovati due assegni di cinque milioni , emessi dalla SIR di Nino Rovelli e girati alla Sofint, società che faceva capo a Carboni,Balducci,e Florent Ravello Ley e dietro cui si celava come socio “occulto” Pippo Calò. Gli assegni facevano parte di un’operazione legata all’acquisto di un terreno sulla Costa Smeralda, cui era interessato il giovane Paolo Berlusconi, ma rientravano anche in quella vicenda di “Assegni del Presidente” di cui Mino Pecorelli, la sera in cui fu ucciso si apprestava a pubblicare la seconda puntata. I magistrati romani, nel chiedere l’autorizzazione a procedere contro Andreotti, hanno sottolineato  che il giornalista aveva scoperto come<<intorno alle vicende della Italcasse e assegni della SIR si fosse determinata la convergenza di interessi di gruppi mafiosi riconducibili a Pippo Calò e Domenico Balducci. Dalle indagini è emerso che Andreotti aveva la disponibilità di questi assegni, che negoziò personalmente cedendoli a diverse persone>>

La sera del 20 marzo 1979 Pecorelli stava per tornare sull’argomento, con nuove travolgenti rivelazioni, ma l’articolo sparì. Rimase soltanto la copertina con la foto di Andreotti, poi scomparsa in seguito. Il direttore di <OP> sapeva che il presidente aveva ricevuto finanziamenti in “nero” da Rovelli, sotto forma di assegni di piccolo taglio, parte dei quali erano stati riciclati in società appartenenti o in odor di mafia, come la Sofint, una scatola finanziaria che aveva i terminali nell’ufficio di Lugano di Florent Ravello Ley , in piazza Pepinè, e riconducibili allo scandalo Italcasse.

I rapporti con la P2 di Licio Gelli

L’ombra del venerabile, nella storia della Banda della Magliana, ha fatto una fugace apparizione dietro il centro studi reatino del Prof De Felice dove, all’ombra di mitra e svastiche, venivano indottrinati i boss. Ma quali erano i rapporti tra Gelli e la Banda?

Molteplici, complessi, come indecifrabili. Sappiamo con certezza che sono sopravvissuti fino allo scioglimento della Loggia. Dieci anni dopo,, tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, troviamo ancora l’ineffabile Licio aggirarsi tra banche, toghe  e rapporti fiduciari con i governi del sudamericani, come ai bei tempi della sua amicizia con Peron e Lopez Rega, sempre con le mani in tasca in affari miliardari, assieme a qualche boss superstite della Banda romana.

Nel rapporto che il sostituto procuratore Franco Ionta ha inviato alla Commissione Antimafia nel marzo del 90 , pochi giorni dopo l’omicidio di De Pedis, si legge;

“ La malavita romana può definirsi mafia dei colletti bianchi per il suo ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili, pellicce e gioiellerie, ristoranti e locali notturni gestiti attraverso un reticolo di società a responsabilità limitate (…) Il * Jackie ‘O”, notissimo locale notturno della capitale, Può considerarsi la base  logistica dell’organizzazione Gli assegni sono riciclati con la compiacenza di  funzionari del Banco di Santo Spirito e della Banca del Cimino ( un giro vorticoso di decine e decine di miliardi. ).

Ma il passo più interessante della relazione è il seguente:<< L’organizzazione è in grado di investire negli appalti di grandi opere edilizie in Sud America e in Africa grazie al venerabile Licio Gelli e nell’acquisto di grandi alberghi a Milano e a Roma>>.

A fare da intermediario era uno sconosciuto, tal Pasquale  De Tomasi, detto” o chiattone”, immobiliarista.

Nel ’83 fu denunciato per associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con la famiglia palermitana Barbarossa.capi mafia nella kalsa, De Tomasi ( stando alla  ricostruzione storiografica della Banda della Magliana fatta dal giudice Lupacchini) ancora costituiva << il canale più importante attraverso il quale la criminalità organizzata, ricicla all’estero i miliardi delle innumerevoli attività illecite costruendo , ponti , autostrade e edifici in Argentina>>.

Appare più che evidente, a questo punto, che la Banda della Magliana non è soltanto una gang criminale, ma una struttura molto importante di un’organizzazione ben più vasta che godeva di ampie protezioni in Italia e all’estero grazie ai rapporti con i servizi segreti e la grande massoneria. Anche i rapporti con la mafia,, come abbiamo visto precedentemente , non sono quelli di un semplice gruppo affiliato.

 

da : Rita di Giovacchino - Il Libro Nero della Prima Repubblica - Fazi 2005


La Banda della Magliana

 

Usura, droga, riciclaggio. Rapporti con personaggi della politica, dell'alta finanza, dei servizi segreti, della mafia, della destra eversiva. Le attività della "banda della Magliana", nella seconda metà degli anni Settanta, trasformano Roma in un "crocevia eversivo", una "zona grigia non ancora conoscibile nei dettagli e con indagini ancora in corso, come quella sull'omicidio di Roberto Calvi", come la definisce la relazione della Commissione stragi.
Ecco in sintesi alcune vicende in cui la "banda della Magliana" è stata coinvolta: Sequestro e omicidio Moro
Era legato alla banda il falsario Chichiarelli, autore del falso comunicato del lago della Duchessa e organizzatore e autore della rapina del marzo 1984 alla Brink's Securmark che fruttò un bottino di circa 30 miliardi di lire. A Chichiarelli sono attribuiti due messaggi: un borsello contenente oggetti che alludevano all'omicidio Pecorelli, al sequestro Moro e al depistaggio del Lago della Duchessa.
Omicidio Pecorelli
Sono stati assolti a Perugia Pippo Calò e Massimo Carminati ma è stata successivamente arrestata la "primula rossa" della banda, Fabiola Moretti, ex convivente di Danilo Abbruciati, il killer della banda della Magliana freddato nell'82 durante il fallito agguato a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco ambrosiano. L'accusa: depistaggio delle indagini sull'omicidio Pecorelli
Tentato omicidio di Roberto Rosone
Condannati il faccendiere Flavio Carboni e i
l boss della banda Ernesto Diotallevi per l'agguato al collaboratore di Roberto Calvi.
Furto nel caveau del Palazzo di giustizia di Roma
Tra gli arrestati anche un esponente della banda della Magliana, Manlio Vitale, soprannominato "er Gnappa" ex braccio destro del boss della Magliana Maurizio Abbatino.

Vita e morte della gang romana

La mala romana,fino a tutti gli anni sessanta, aveva vivacchiato all’ombre di piccoli traffici, riciclaggio, contrabbando di”bionde”, qualche rapina. Ogni quartiere aveva i suoi boss e i contrasti si risolvevano ancora a coltellate. Ma agli inizi degl’anni settanta, con l’avvento dei Marsigliesi, gangster italo francesi come Turatello e Bergamelli trasferitisi nella capitale, e il diffondersi sulla piazza romana della droga pesante, gli irruenti boss locali cominciarono a sentirsi stretti sul loro “territorio”.

E a un certo punto schizzarono alla conquista dell’intera città,grazie a un patto tra gang, “paranze” o “batterie”, come venivano definite in gergo, che fino a quel momento si erano spartite in modo abbastanza pacifico i quartieri di Roma sud: da Trastevere a Testaccio, dalla Magliana all’Ostiense fino al litorale romano da Ostia ad Acilia. Un’avventura che ricorda la nascita delle gang criminali nella Chicago anni trenta, anch’essa destinata a finire in un bagno di sangue.

In questi ultimi anni la saga della Banda della Magliana, sta diventando oggetto di rivisitazioni narrative e cinematografiche, segno, che si può cominciare a guardare a quel sanguinario periodo con gli occhi della memoria.

I giovani lupi della Magliana erano riusciti a spartirsi la città, ma avevano anche cambiato pelle. I trasteverini e i testaccini venivano chiamati”mafiosi”per il loro legame con il boss Pippo Calò. Quelli della Magliana e di Ostia “camorristi” per i loro rapporti con i luogotenenti di Cutolo , il boss supremo della Nuova Camorra Organizzata : pronti a scannarsi per spartirsi le zone d’influenza, lo “sgarro” veniva ormai punito con l’omicidio, come a Palermo.

Ma c’erano variabili ancora più pericolose nell’avventura della Magliana, come il legame con i terroristi di destra ( i vari Alibrandi e Fioravanti e Carminati), cominciò con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine ( e dei malavitosi agli attentati ).

E’ per questa strada che i lupi stringono relazioni politiche, massoniche e con ambienti dell’intelligence, fino a stabilire un patto scellerato con il nucleo più occulto dei servizi segreti.

Prima di essere eliminati,dopo il supporto,oscuro coinvolgimento nelle vicende Moro, riuscirono a firmare altri delitti eccellenti: come quello di Roberto Calvi, il presidente dell’Ambrosiano.

E un paio di stragi: la bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto dell’80, e quella al treno di Natale del dicembre 1984, che segna l’esordio di Calò e di Cosa Nostra nell’avventura stragista. Per quanto riguarda l’omicidio Pecorelli, la Banda della Magliana ricopre un ruolo che la motivazione della sentenza non ha cancellato: chiunque sia stato a sparare in via Tacito quei quattro colpi di pistola contro Pecorelli è passato prima in Via Liszt  34 , l’ambigua armeria fornitrice di armi a vari gruppi dell’estrema destra e della malavita romana.

La nascita della Banda della Magliana va collocata attorno alla metà degli anni “70”, quando con gli arresti di Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Bellicini uscirono dalla scena romana i Marsigliesi. La sua fine è più incerta, c’è chi fa sopravvivere la gang fino agli Novanta, ma l’arresto di Pippo Calò nell’85 può essere considerato un buon punto di riferimento per stabilire il declino della holding criminale. Nel  1984 Buscetta, aveva avviato la sua collaborazione con Falcone e stava mandando in carcere centinaia di boss: sotto assedio era finita anche  quell’ala della camorra che era in rapporti d’affari con la mafia siciliana e la stessa Banda della Magliana.La notte del 23 dicembre 1984, una bomba fu fatta esplodere a distanza, tramite un telecomando molto sofisticato, sul treno Napoli - Torino provocando quindici morti e un’ottantina di feriti. Calò aveva tentato di sottrarsi all’assedio mandando un segnale ricattatorio. Tre mesi dopo verrà arrestato.

A metà degli anni settanta, decaduta l’egemonia dei Marsigliesi, i “capoccia” della mala romana assumono l’iniziativa e decidono di proseguire nella strada dei sequestri di persona, intrapresa dai colleghi d’oltralpe all’ombra della P2. Ma i rapimenti sono un capitolo perdente della holding del crimine .Del primo nucleo della Banda della Magliana, a detta degli storiografi, facevano parte Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis detto Renatino, Raffaele Pernasetti, Ettore Maragnoli e Danilo Abbruciati. Stiamo parlando della “batteria” che si muoveva tra Trastevere e Testaccio.

Al gruppo ben presto si aggregarono Maurizio Abbatino, Marcello Colatigli, Enrico Mastropietro, che facevano capo proprio alla zona della Magliana.La grande occasione arriva nel “77” , quando la banda rapisce Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, esponente dell’antica nobiltà papalina: l’ostaggio viene dato in gestione a una “famiglia” di Montespaccato, ma qualcosa non funziona e dopo quattro mesi di violenze e vessazioni il duca muore,quando parte del riscatto era stato già pagato.

Non è una gran cifra, due miliardi e mezzo, ma quanto basta al gruppetto per lanciarsi nell’avventura:acquistarono una grossa partita di droga per cominciare a trattare “alla pari” con altre gang presenti nella capitale,a cominciare con la camorra di Cutolo.

La seconda “batteria”, che si associò, fu quella di Acilia-Ostia, i cui big erano Edoardo Toscano, e i fratelli Carnevale, Giovanni Girlando e Nicolino Selis, uomo della NCO, un cutoliano di ferro trasferitosi a Roma proprio per allargare la sfera dei traffici napoletani.La fusione nasce con il consueto patto di sangue. Selis, in una delle sue brevi pause carcerarie, si rivolge ai capi delle batterie, e pone il problema di eliminare”un infame” : Franco Nicolini, detto Franchino, allibratore clandestino sospettato di essere un’informatore della polizia.

Comicia così la scalata dei boss romani, passati dalle risse a base di vino e coltello alle sparatorie coi mitra nei ristoranti di lusso.Per gli usurai, i contrabbandieri, i borseggiatori e i ricettatori era la grande occasione, la loro ascesa all’olimpo criminale:dalle rapine a mano armata ai sequestri di persona, e poi via via sempre più su fino alle holding finanziarie e ai santuari del riciclaggio in Svizzera.

Poi la mala capitolina, grazie alle conoscenza di faccendieri  ben introdotti al Vaticano, come Flavio Carboni, approdò alla speculazione edilizia sulla Costa Smeralda. Alle spalle agivano società fantasma,pure scatole finanziarie come la SOFINT , proprio quella che aveva messo nei guai Giulio Andreotti per aver inghiottito nelle sue casse  i “piccoli” assegni dati al Presidente da Nino Rovelli (imi-sir).

Alla base del patto tra le “paranze” malavitose, c’era soprattutto lo spaccio di droga e la divisione degli utilia “stecca para”anche con i detenuti. Una sorta di democrazia criminale, che garantiva la pace interna.

La droga pesante facilitava i contatti con mafia e camorra. Il primo camorrista che trasferì a Roma i suoi traffici fu Enzo Casillo,luogotenente di Cutolo. Tutto era cambiato nel giro di pochi anni, solo i nomignoli erano rimasti quelli tradizionali della Roma malandrina. Er Negro, er Zanzara, er Secco, Er Rospo, Er banana. Quello che distingueva la Banda della Magliana da una pura gang criminale erano intrecci con ambienti politici e imprenditoriali. Il pentito nero Rolando Battistini raccontò: "Nell’ambiente sapevamo, lo si diceva tra pochi intimi, che c’erano avvocati, magistrati e uomini importanti a fare da traìt d’union tra ambienti politici e la Banda della Magliana". Un altro terrorista, Paolo Bianchi, disse:

Il professor Aldo Semerari era figura di spicco come ideologo e politico e per le conoscenze che aveva con il mondo giudiziario e politico,ma partecipava anche a riunioni di vertice sull’organizzazione di attentati. Il suo lavoro di perito psichiatrico gli consentì di assicurare contratti tra la destra eversiva e grossi personaggi della mafia, della camorra e della malavita comune.

L’identikit di Semerari assomiglia molto a quello di un agente sotto copertura: comunista in giovane età, diviene massone negli anni “60”, poi grazie a l’intervento del Gran Maestro Gamberoni approda alla P2.Nell’80, poco prima della tragica morte , lo troviamo impegnato a organizzare attentati con l’estrema destra, ma anche in un’altra straordinaria attività: pensate un po’, l’indottrinamento ideologico dei boss della Magliana, una vera scuola di quadri, organizzata dal massone Fabio De Felice ( lo stesso che aveva sollecitato l’ex parà Saccucci del golpe Borghese ad indagare sulle nascenti formazioni di sinistra).I “corsi di formazione” si svolgevano in una villa del reatino. Sembra fossero presenti uomini dei servizi segreti.Anche  il povero Zanzarone, al secolo Alessandro d’Ortensi, eccellente rapinatore che aveva al suo attivo ottantaquattro rapine a mano armata, ma senza spargere una goccia di sangue, come si è sempre vantato, era costretto a seguire i corsi di studio: raccontò poi che i contatti tra Temerari, De Felice e Licio Gelli erano tenuti dal neofascista Paolo Oleandri, che confermerà l’accusa.

Il 25 marzo 1982 Semerari fu trovato decapitato davanti al Castello di Raffaele Cutolo, a Ottaviano; la testa fu trovata poco distante in un secchio. Molto probabilmente era rimasto vittima di un regolamento di conti: nella sua qualità di psichiatra forense  si era adoperato per la scarcerazione di un boss della NCO quando era già passato come consulente alla fazione opposta. Ma è ancora probabile che sia stato eliminato perché a conoscenza dei loschi retroscena del sequestro Cirillo.

Altri intrecci pericolosi conducono all’entourage andreottiano. Per fare un esempio , le ricchezze accumulate in maniera illecita erano talmente ingenti da richiedere l’intervento di veri banchieri ed esperti riciclatori di denaro sporco.Il migliore era Enrico Nicoletti che, nel mandato di cattura del giudice Lupacchini, fu definito detentore dei patrimoni della Magliana. "Nicoletti funziona come una banca,nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento  moltiplica i capitali investiti dell’organizzazione", spiega il giudice nell’ordinanza con la quale ha rinviato a giudizio una novantina di boss.

Imprenditore e costruttore , Nicoletti era da sempre in affari con Giuseppe Ciarrapico, personaggio di spicco della “gens Giulia. Rapporti tempestosi, in qualche caso. Il dossier legato all’operazione “Colosseo”, che ha portato in carcere il costruttore, si accenna a una riappaficicazione tra Nicoletti e il re delle acque minerali, intimo di Andreotti, nell’affollatissimo studio di Franco Evangelisti (tuttofare di Andreotti). Ma in un rapporto dei carabinieri dell’88 Nicoletti viene anche indicato come personaggio legato all’ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel Febbraio 1990 [e sepolto in una cappella della Chiesa romana di Sant'Apollinare). Il costruttore ebbe in eredità anche alcune proprietà immobiliari che appartenevano al boss. La morte non colse di sorpresa Renatino; il boss era stato previdente da organizzare per sé una sepoltura prestigiosa in una cripta nella chiesa di Santa Agnese in Agone, in piazza Navona, e sta ancora lì tra i principi e grandi artisti.Quella di De Pedis è la storia più prodigiosa della gang romana: sembra che il privilegio di starsene sepolto tra alcuni tra i grandi della storia sia stato concesso al boss della Magliana da un cardinale che lo aveva in grande stima. A Renatino i soldi non mancavano : con l’operazione “Colosseo” la polizia sequestrò ai boss della Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili, un fiume di denaro sporco, frutto di riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli appoggi politici,di alto livello. E l’ultimo grande boss della ganga romana: trasteverino puro sangue, proprietario di note trattorie, fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de’ fiori .Con lui si può considerare esaurita la vecchia guardia della mala romana coinvolta nei misteri d’Italia

Roma è una piazza bastarda, che non accetta regole e neppure gerarchie: Renatino era considerato uno “sbirro”. Molti  rivali in affari sapevano che aveva rapporti con i servizi segreti; in realtà, come tutti i grandi big della Magliana,aveva sempre contato su protezioni importanti.Secondo Fabiola Moretti, la pentita ondivaga del processo Andreotti, De Pedis era amico, molto intimo di Claudio Vitalone, tanto che nell’86 lo avrebbe convinto a pilotare la fuga di un imputato dall’aula Occorsio di piazzale Clodio durante il processo. Ma la cosa andò storta: l’evasione era stata organizzata a favore di Edoardo Toscano, un pezzo da novanta, ma quando venne il momento a guadagnare la porta fu Vittorio Cornovale, un pesce più piccolo. Fuori  del portone di Piazzale Clodio c’era un auto ad aspettarlo. Il pesce piccolo fu scaricato senza troppi riguardi in aperta campagna. Il pesce grosso, Toscano, fu ammazzato due anni dopo, appena uscito dal carcere. Secondo la procura di Perugia la fuga sarebbe stata organizzata da Vitalone, che avrebbe inteso sdebitarsi in questo modo per il favore ricevuto, ovvero l’omicidio Pecorelli. Ma la corte non ritenne provata l’accusa, e Vitalone venne scagionato.

Il primo della banda storica a cadere era stato”er Negro”, alias Franco Giuseppucci, assassinato il 13 settembre 1980 in piazza San Cosimato, nel cuore di Trastevere. L’omicidio fu attribuito al clan rivale dei Proietti, sterminati nei mesi successivi.Ma non è affatto escluso che”er Negro” sia rimasto vittima dei suoi troppi segreti: sono in molti a pensare che sia stato lui a indicare la vera prigione di Aldo Moro agli intermediari di Benito Canora. Due anni dopo, il 13 aprile, in uno scontro a fuoco, Danilo Abbruciati cadrà ucciso dalla guardia del corpo del vicepresidente dell’Ambrosiano Renato Rosone, che stava collaborando un po’ troppo con Ambrosoli, il curatore del fallimento e meritava quindi una punizione.

Negli anni a venire, i giovani lupi si sono sbranati senza riguardo. Chi è riuscito a sopravvivere della vecchia guardia? Forse soltanto Ernesto Diotallevi, ma da molti anni è sparito dalla circolazione,e la pattuglia di pentiti, come Mancini, Abbatino e Cornovale, che abbiamo visto sfilare al processo di Perugia, è sopravvissuta grazie all’arresto.Uno dopo l’altro i lupi del branco sono stati tutti fatti fuori, e con loro tutti i segreti della Banda della Magliana.

I rapporti con il venerabile Gelli

L’ombra de Venerabile, nella storia della Banda della Magliana, ha fatto una fugace apparizione dietro il centro studi del Pof.De Felice dove, all’ombra di mitra e svastiche, vengono indottrinati i boss. Ma quali erano i rapporti tra Gelli e la Banda? Molteplici, complessi, come sempre indecifrabili. Sappiamo con certezza che sono sopravvissuti fino allo scioglimento della Banda. Dieci anni dopo, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, troviamo ancora l’ineffabile Licio aggirarsi tra banche, toghe e rapporti fiduciari con i governi sudamericani, come ai bei tempi della sua amicizia con Peron e LopezRega, sempre con le mani in pasta in affari miliardari, assieme a qualche boss superstite della grande gang. Nel rapporto che il sostituito procuratore Franco Ionta ha inviato alla Commissione Antimafia nel marzo ’90. nel quale si legge:” la malavita romana può definirsi mafia dei colletti bianchi per il suo ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili, pellicce e gioIellerie, ristoranti e locali notturni gestiti attraverso un reticolo di società a responsabilità limitata.IlJackie “O”, noto locale notturno della capitale può considerarsi la base logistica dell’organizzazione.”

L’organizzazione era in grado inoltre di investire in grandi opere edili in Sud America e in Africa, attraverso i contatti di Licio Gelli con quei paesi.

Il giro d’affarI, molte decine di miliardi, hanno evidentemente fruttato molto,da calcoli effettuati dagli inquirenti sembrerebbe che il giro di affari ammontasse ad oltre i 600 miliardi. La Banda della Magliana non è stata soltanto una ganga criminale, ma una struttura molto importante di un’organizzazione ben più vasta che godeva di ampie protezioni in Italia e all’estero grazie ai rapporti con i servizi segreti e la grande massoneria e la mafia

 

da : Rita di Giovacchino - Il Libro Nero della Prima Repubblica - Fazi 2005


Banda della Magliana: i padroni di Roma

 

Raccontare il crimine è forse uno dei modi migliori per gettare una luce indagatrice sulla realtà di un periodo storico, sui suoi personaggi, sui suoi luoghi, sulle sue leggende. La storia Banda della Magliana è esattamente questo: una lente di ingrandimento per guardare nelle pieghe di una Roma che in quegli anni era un crocevia di malaffare che legava delinquenti di strada e istituzioni, le strade e i palazzi, semplici criminali e movimenti eversivi.
Per romani e cittadini italiani che hanno vissuto in prima persona quegli anni difficili, le gesta della temibile "batteria" rappresentano un'occasione unica per ricordare tutto quello che è stato prematuramente sepolto sotto "una spianata di cemento armato".
Proiettato ieri sera al Roma Indipendent Film Festival, "Fatti della banda della Magliana" di Daniele Costantini ha richiamato in sala un pubblico molto numeroso. Il soggetto è una libera ricostruzione dei crimini della banda. Formata da testaccini e da quelli della Magliana, l'organizzazione criminale capeggiata da Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino riuscì in un'impresa storica: conquistare la capitale.

Costantini racconta la storia della banda attraverso la ricostruzione del "pentito" Luciano Amodio, (Abbatino) che davanti ad un giudice (resta senza volto fino all'ultima scena) ripercorre le fasi salienti dell'avventura, dalla fusione tra il clan di Testaccio e quello della Magliana all'ecatombe finale. Alle confessioni del pentito e dei suoi ex compari, molti dei quali morti, si alternano le scene relative alle principali azioni della banda: dal sequestro del duca Boncompagni, all'omicidio del boss di Tordivalle "Peppe er Terribile", fino al regolamento di conti con la famiglia dei "Pesciaroli".

Il film, che ha tra i protagonisti anche quattro detenuti, è quasi interamente girato a Rebibbia, una location insolita che ha messo a dura prova le capacità di costumisti, scenografi e reparti fotografia. Il risultato finale è una buona mescolanza di linguaggi visivi diversi, intenzione esplicita di Costantini che ha tratto il film proprio dalla suo spettacolo teatrale "Chiacchiere e sangue", in scena a Roma nell'ottobre 2003: "E' stato un tentativo - ha spiegato il regista - di abbattere barriere tra cinema, tetro e video".

"Fatti della Banda della Magliana" trasuda romanità da tutti i pori, secondo un originale angolo di visuale che privilegia l'ironica e quasi grottesca epopea di un gruppo criminale alle prese con accuse reciproche, liti furiose e battute irriverenti ("c'avete er cervello disabitato", "te stacco er braccio e poi te ce meno"). Ognuno dei componenti ha la sua versione dei fatti, la propria "verità" da raccontare per salvare se stesso da infamanti insinuazioni.
Bravissimi gli attori, professionisti e non, che riportano sullo schermo la quinta essenza del tipico "borgataro". Una rappresentazione della romanità forse un po' caricaturale ma comunque di grande impatto.
Nel cast compare anche un disponibile Leo Gullotta. È lui che da un viso al giudice rimasto dietro la camera da presa per tutto il film. Alla fine della proiezione l'attore catenese ha espresso il desiderio che questo tipo di lavori indipendenti, realizzati con innumerevoli sforzi e con un budget limitato, trovino maggiore spazio nelle sale cinematografiche.

C.Ce


Omicidio Roberto Calvi

 

Nella vicenda dell'omicidio di Roberto Calvi rispunta dalle nebbie un personaggio che sembrava dimenticato, ma che è sempre stato al centro delle indagini. Silvano Vittor, ex contrabbandiere triestino, che dalla veste di testimone del delitto si ritrova ora in quella più sgradevole di imputato di concorso in omicidio. Secondo i magistrati di Roma Luca Tescaroli, Maria Monteleone e Frencesco Verusio, Vittor, l'uomo che per conto di Flavio Carboni controllò l'allora presidente del Banco Ambrosiano durante il suo soggiorno londinese, concorse nell'omicidio.

Il suo nominativo va ad aggiungersi a quello dell'ex cassiere della mafia Pippo Calò, dello stesso Carboni, dell'ex convivente di quest'ultimo Manuela Kleinszig e dell'ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi (tutti già rinviati a giudizio) tra i presunti responsabili del delitto avvenuto a Londra il 18 giugno 1982.
E dalle stesse nebbie era già rispuntato, circa un anno fa, anche il nome di Licio Gelli come mandante dell'omicidio. Il nome dell'ex venerabile della P2, e quello di altre tre persone, fanno parte del fascicolo stralcio tuttora all'esame dei pubblici ministeri. L'accusa contestata a Vittor è contenuta nel capo di imputazione depositato a conclusione della prima tranche dell'inchiesta stralcio sulla morte del banchiere. Una procedura, questa, che precede la richiesta di rinvio a giudizio. Ora l'auspicio dei pm romani è che la posizione di Vittor possa essere definita in tempo per l'eventuale riunione (in caso di rinvio a giudizio) al processo, che comincerà il prossimo 6 ottobre.
Alla base dell'imputazione gli incontri di Vittor con l'antiquario Sergio Vaccari, ucciso a coltellate tre mesi dopo l'assassinio di Calvi e considerato un altro responsabile del delitto, le dichiarazioni di alcuni testimoni, una serie di intercettazioni e le contraddizioni nella sua ricostruzione dei fatti quando era un semplice testimone. Accuse respinte dall'indagato il quale ha sempre rivendicato la propria estraneità all'omicidio sottolineando che il suo ruolo fu solo quello di accompagnare Calvi a Londra. Per la procura, invece, Vittor e gli gli altri quattro imputati "avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - è detto nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti ale predette organizzazioni; conseguire l'impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all'impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro".

Corsera  20 maggio 2005


I ricatti della banda della Magliana

 

La sera del 25 marzo 1984 fu messo a segno il colpo del secolo. Una rapina da 35 Mld alla Brink’s Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona. Quattro uomini con il volto coperto da maschere, prelevano verso l’ora di chiusura una delle guardie giurate, Franco Parsi, lo condussero a casa, lo tennero in ostaggio fino all’alba della mattina successiva insieme alla moglie e ai figli. Poi uno restò nell’abitazione per  tenere a bada i familiari, gli altri tre condussero la guardia giurata, che aveva le chiavi,al caveau dove disarmarono altri due agenti e senza sparare un colpo portarono via denaro liquido, traveller’s cheque, oro e preziosi per una cifra astronomica, che fu stimata intorno a 35/37 miliardi.

Non fu una rapina qualsiasi: sul bancone gli ignoti lasciarono una serie di oggetti che stavano simbolicamente a rappresentare il vero significato dell’impresa.

Una granata Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette piccole catene e sette chiavi. La bomba Energa era dello stesso tipo usata durante l’agguato al colonnello Varisco e proveniva dall’armeria di via List. Le sette chiavi e le sette catene furono lette come un chiaro riferimento al falso comunicato delle Br sul lago della Duchessa, mentre i sette proiettili calibro 7,62 riportano all’omicidio di Mino Pecorelli, e c’erano anche le cinque schede , identiche a quelle ritrovate nel borsello sul taxi  da Toni Chichiarelli una ventina di giorni prima dopo l’omicidio di Pecorelli , che stavano ad indicare lo stretto collegamento tra l’omicidio del giornalista e il rapimento e la morte di Aldo Moro.

In seguito si scoprirà che uno degli autori del colpo era proprio Toni Chichiarelli, il falsario della Banda della Magliana, specializzato nei falsi De Chirico, era tornato alla carica con un’inesauribile gamma di ricatti, che proseguirono anche nei giorni successivi: furono fatti ritrovare nei cestini dei rifiuti, sullo stile bierre, frammenti autentici di comunicati e volantini delle BR e perfino due frammenti di una foto di Moro scattata con una Polaroid durante il sequestro nel carcere del popolo. A chi erano indirizzati quei messaggi e da chi realmente provenivano?

Molte risposte a questi interrogativi verranno dopo la morte di Chiachiarelli, il 26 settembre 1986 fu ucciso in macchina  con lui  c’era la giovane compagna, una ragazza di 24 anni che rimase gravemente ferita e la figlia di tre anni.

Nel corso della perquisizione nell’abitazione del falsario, all’interno di una cassaforte, fu ritrovata una bobina con un etichettab-ok”, con il filmato della rapina al deposito della  Brink’s. Un suo amico, Luciano Dal Bello, informatore dei servizi segreti e dei carabinieri, durante la perquisizione aiutò la polizia nel ripulisti: furono trovati documenti che sembravano provenire dalle Brigate Rosse, altri a quanto sembra, scomparirono. Commenterà Dal Bello con un agente, che poi riferirà al magistrato "Toni era pazzo, un pazzo fascista, se l’è andata a cercare".

Il suo commercialista Osvaldo Lai raccontò che negli ultimi tempi Toni gli aveva confidato di essere entrato a far parte delle BR, quanto alla rapina però "gli sarebbe stata commissionata da un membro della P2 legato a Sindona". E in effetti altre due rapine, compiute nei messi successivi, alle sedi della Brink’s Securmark di Parigi e Londra fanno pensare a un piano che va più in là della corruzione di qualche agente di custodia. L’avvocato Pino De Gori, legato a Flaminio Piccoli( che in quel periodo frequentava intensamente Francesco Pazienza), fece un’altra sorprendente dichiarazione: "E’ stato il Mossad ad autorizzare la rapina, era una ricompensa per il volantino falso del Lago della Duchessa, poi però l’hanno fatto fuori".

Comunque nelle mani degli investigatori c’erano due pezzi di foto autentiche di Aldo Moro, il cui significato era gravissimo: un uomo legato alla malavita romana e ai servizi segreti era entrato nella prigione del leader DC, mentre era vivo.

La moglie, pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase vittima Chichiarelli disse che Toni non poteva aver fatto tutto da solo, anche la storia del falso comunicato del Lago della Duchessa non poteva essere una sua idea: lo aveva visto scrivere a macchina copiando da un blocchetto notes.

La Zossolo diffidava di Dal Bello e raccontò che aveva visto il marito in compagnia di una persona che parlava molte lingue straniere, le era sembrato un personaggio pericoloso, non capiva cosa volesse e aveva pregato il marito di non frequentarlo. Di Pecorelli una volta Toni disse : "era una brava persona, non meritava di essere ucciso". Di certo però si sa che Toni Chichiarelli fu visto il giorno prima dell’assassinio del giornalista sotto la redazione di "OP" in via Tacito a Roma. Gli inquirenti non dettero peso a questo confortati anche dal fatto che il commercialista Lai disse che Toni e Pecorelli si conoscevano e si frequentavano, probabile quindi che quella poteva essere una coincidenza.

Siamo però all’interno di un giro molto stretto, Radaelli titolare di una galleria d’arte era amico di Evangelisti, ma anche Flavio Carboni il”faccendiere” della Banda della Magliana conosceva Pecorelli che Chichiarelli. Dall’agenda di Pecorelli risultano frequenti incontri  con Radaelli, negli ultimi mesi di vita,anche in compagnia di altre persone. Era allora Toni la fonte” molto vicina” alle BR che gli aveva fornito tante informazione sul carcere del popolo? Insomma un estremista di destra evidentemente legato ai servizi segreti e alla Banda della Magliana aveva avuto contatti diretti con i carcerieri di Moro. Un suo amico,Gaetano Miceli,confermò al giudice istruttore che era stato Toni a fotografare il presidente della DC  con la Polaroid, gli aveva anche promesso di mostrargli le foto e alcuni documenti, poi sostenne di averli distrutti. L’idea della rapina alla Securmark  dicono sia stata sua, ma in realtà poteva far parte di una partita molto più complessa di ricatti e ricompense, sullo sfondo del rapimento Moro, gestita dal capo della banda Calò. Toni infatti conosceva il boss siciliano: la sorella della sua compagna, che era con lui la mattina in cui l’hanno ucciso, era legata a Nunzio La Mattina, luogotenente di Calò

da : Rita di Giovacchino - Il Libro Nero della Prima Repubblica - Fazi 2005


Altre vicende di estremo interesse su questa banda affaristico-politico-criminale si può vedere quanto riportato nei seguenti files PDF:

 

1 - Le origini della banda della Magliana

2 - La banda della Magliana ed il delitto Pecorelli

3 - La banda della Magliana. Pippo Calò. Gli affari. L'estrema destra.

4 - La banda della Magliana, la P2 e la destra eversiva

5 - La struttura criminale della banda della Magliana di Libero Mancuso

6 - Banda della Magliana: l'attentato a Rosone (vicepresidente del Banco Ambrosiano)


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