FISICA/MENTE

 

 

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

22ª SEDUTA

MERCOLEDI’ 18 GIUGNO 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
MORUCCI
BIANCHI CLERICI (Lega nord),deputato
CALVI (Sin.dem.-l'Ulivo), senatore
CASTELLI (Lega Nord), senatore
CORSINI (Sin.Dem.-l'Ulivo), deputato
FRAGALA' (AN), deputato
GUALTIERI (Sin.dem.-l'Ulivo), senatore
SARACENI(Sin.Dem.-l'Ulivo), deputato
ZANI (Sin.Dem.-l'Ulivo), deputato

SARACENI. A quando risale la rottura fra lei e Moretti che avviene nel corso del sequestro Moro?

MORUCCI. Nel corso del sequestro Moro c'è uno scontro sulle modalità di gestione e quindi ha origine dal momento in cui l'esecutivo decise di rendere pubblica la lettera di Moro a Cossiga. Questo contrasto perdura fino all'epilogo, fino all' 8 maggio.

SARACENI. Non ricordo la data della lettera; lei è in grado di datare con precisione questa rottura?

MORUCCI. La lettera di Moro a Cossiga credo che sia stata allegata al comunicato n. 3, quindi probabilmente parliamo della fine di marzo.

SARACENI. Oltre che sulla gestione, il contrasto era anche sull'epilogo.

MORUCCI. Certo.

SARACENI. Ma lei a viale Giulio Cesare, nell'abitazione della Conforto, si nascose dalle Brigate rosse o dallo Stato?

MORUCCI. Dallo Stato. Sapevano che le Brigate rosse ci cercavano con intenti non certo pacifici.

SARACENI. Chi lo sapeva?

MORUCCI. Io. Lo sapevo perché avevano contattato Piperno e Pace, pensando di risalire a noi tramite loro, di riavere le armi che avevamo sottratto, e parlarono ad essi in toni non certo amichevoli nei nostri confronti.

PRESIDENTE. Quindi avevano rapporti con Piperno e Pace.

MORUCCI. No, li cercarono appositamente dopo la nostra uscita, pensando - in quel caso giustamente - che...

SARACENI. Quindi, lei seppe che avevano delle pessime intenzioni, Moretti e gli altri, nei suoi riguardi.

MORUCCI. Sì.

SARACENI. E quindi lei si nascose.

MORUCCI. Un giorno abbiamo incontrato Gallinari e non ci ha sparato addosso, si è limitato a sputare per terra.

SARACENI. Lo incontraste per caso?

MORUCCI. Sì.

SARACENI. E in compagnia di chi era?

MORUCCI. Gallinari era da solo, io ero con Adriana Faranda.

SARACENI. E nessun altro?

MORUCCI. Poi incontrammo gli altri in un bar, dove anche lui aveva dato appuntamento ai suoi, perché poi i posti erano quelli. Qualcuno potrebbe ipotizzare chissà che cosa, ma il caso ha voluto che ci dessimo appuntamento nello stesso giorno e nello stesso bar.

SARACENI. Che bar era?

MORUCCI. Era un bar di via Antonelli, di fronte al mercato coperto.

SARACENI. Non era il bar Ruschena?

MORUCCI. No.

SARACENI. E al bar Ruschena lei ha mai avuto incontri in quella fase?

MORUCCI. Mi sembra di sì.

SARACENI. Si ricorda con chi?

MORUCCI. No.

SARACENI. Comunque, a pochi giorni dalla fine del sequestro e dall'eccidio avviene la rottura, anche sulla sorte di Moro.

MORUCCI. La sorte di Moro non era segnata; sulla gestione del sequestro certamente vi fu una rottura.

SARACENI. Ma mi ha detto che la sua rottura con Moretti avviene anche sulla sorte di Moro.

MORUCCI. Certo.

SARACENI. Cioè lei diceva che non bisognava ammazzarlo.

MORUCCI. Certo.

SARACENI. Questo avviene a fine marzo?

MORUCCI. Questo avviene dall'inizio di maggio, cioè dal momento in cui Moretti, dopo aver fatto la telefonata...

SARACENI. No, lei ha detto che la rottura avviene a fine marzo.

MORUCCI. Non è una rottura, è un contrasto sulla gestione sequestro.

SARACENI. Quando va a nascondersi da Moretti?

MORUCCI. Dopo essere uscito dalle Brigate rosse, e ciò è avvenuto nel febbraio 1979, non dopo l'omicidio di Aldo Moro.

SARACENI. Quindi, tutto il periodo del sequestro di Moro è contrassegnato da un contrasto, ma non fino al punto...

MORUCCI. E anche il periodo successivo, ovviamente. Si è trattato di un perdurante contrasto che alla fine ha portato alla nostra uscita dalle Br.

SARACENI. Ma lei poco fa ha detto che ha dovuto addirittura nascondersi.

MORUCCI. No, questo è avvenuto dopo che sono uscito dalle Br. Ma non mi sono nascosto dalle Br, mi sono nascosto perché ero ricercato.

SARACENI. Era ricercato da entrambe le parti.

MORUCCI. Ero ricercato dalla polizia, quella era la cosa più importante. Era anche la ricerca che temevo di più in quel momento, piuttosto che quella delle Br.

PRESIDENTE. Quindi la paura di essere ucciso nasce quando voi date una motivazione politica all'uscita dalle Brigate rosse con un documento che viene reso pubblico all'interno del movimento.

MORUCCI. Il documento viene reso pubblico dopo il nostro arresto, non prima.

PRESIDENTE. Però era noto, tanto è vero che vi avevano risposto.

MORUCCI. No, hanno risposto dall'Asinara dopo la pubblicazione su Lotta continua, che è successiva al nostro arresto. Successivamente al nostro arresto, cioè, decidemmo di rendere pubblico quel documento. Ma noi non temevamo che le Brigate rosse volessero effettivamente ucciderci, non pensavamo che potessero arrivare ad una cosa così aberrante. Tant'è che poi Moretti ha avuto la mia vita in mano a Nuoro e, a quanto ne so, ha detto che non dovevo essere ucciso. Magari può averci ripensato dopo, non lo so. Comunque in carcere gli fu fatta richiesta specifica in questo senso, dato che io ero solo in mezzo a brigatisti.

PRESIDENTE. Questo è stato confermato anche nel processo da altri brigatisti che erano prigionieri a Nuoro.

MORUCCI. So che da fuori arrivò un altolà: per valutazioni politiche, morali, personali, non lo so. Fatto sta che questo è avvenuto.

PRESIDENTE. Però il comunicato dell'Asinara era durissimo: ricordo che lo lessi, quando fu reso noto; vi chiamavano «i signorini».

MORUCCI. «Le zanzare che vanno schiacciate!»

SARACENI. Lei poco fa si è definito, credo legittimamente, «l'ala trattativista».

MORUCCI. No.

SARACENI. L'ha detto poco fa!

MORUCCI. Più che trattativista, «l'ala liberatoria»: non so che sostantivo possa essere utilizzato in questo senso, ma volevo che Moro fosse rilasciato vivo.

SARACENI. Anche se questo avesse implicato una trattativa?

MORUCCI. No.

SARACENI. E come pensava di poter liberare Moro? Come riteneva di mettere in opera la liberazione di Moro? Con quale strategia, con quale strumento?

MORUCCI. Non c'era una strategia. Innanzitutto ritenevo che non potesse essere ucciso del tutto indipendentemente da qualsiasi cosa avvenisse all'esterno. Cioè noi, che tra gli obiettivi del sequestro Moro e della nostra politica ponevamo lo stato di detenzione dei brigatisti in carcere, non potevamo uccidere un prigioniero: era aberrante proprio rispetto alle stesse cose che dicevamo. Non potevamo dire che c'era una strategia di annientamento nei confronti di noi delle Brigate rosse e poi annientare un prigioniero.

SARACENI. Quindi l'etica delle Brigate rosse era di non uccidere i prigionieri; ma l'uccisione - ad esempio - degli uomini della scorta?

MORUCCI. Anche lì ci si è arrivati soltanto per l'impossibilità di attuare il piano in altro modo, non per protervia o per chi sa cos'altro. C'era un piano alternativo che non prevedeva l'uccisione della scorta: il piano è saltato per una serie di motivazioni ed ancor oggi mi dispero perché poi, ripensandoci, ho scoperto che era davvero possibile attuarlo e le cose sarebbero certamente cambiate. Purtroppo...

PRESIDENTE. Le perizie dimostrano però che a tre degli agenti è stato sparato il colpo di grazia: è così?

MORUCCI. No, non mi sembra proprio che sia possibile.

PRESIDENTE. Quindi non furono sparati tre colpi di grazia agli uomini della scorta.

MORUCCI. Non credo. Si è sparato a distanza molto ravvicinata, quindi possono essere stati ritenuti colpi di grazia. Non credo assolutamente, tanto è vero che un agente è arrivato vivo all'ospedale.

PRESIDENTE. Continui pure, onorevole Saraceni.

SARACENI. Quindi lei era per la liberazione di Moro, o questa era una posizione puramente ottativa, un desiderio?

MORUCCI. No. Stavo dicendo che questo non sarebbe dovuto succedere in primo luogo perché secondo me era aberrante uccidere un nostro prigioniero, visto quanto sostenevamo. In secondo luogo ritenevo che quanto era avvenuto era già di importanza capitale per la strategia delle Brigate rosse: il fatto che il Segretario generale dell'Onu avesse rivolto un appello alle Brigate rosse per me andava anche oltre il riconoscimento in un ambito nazionale, perché era un riconoscimento mondiale.

FRAGALA’. Il Papa!

MORUCCI. Il Papa era meno importante per le Brigate rosse ed anche per me, sinceramente, al momento. Dopodiché c'era questa famosa riunione del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana del 9 maggio, rispetto alla quale io confidavo che sarebbe potuta venir fuori una posizione diversa, che avrebbe potuto raccogliere l'invito fatto da Moretti con la telefonata del 30 aprile, il che avrebbe certamente cambiato le cose. La valutazione dell'esecutivo è stata che le avrebbe cambiate in peggio, per i motivi che ha ricordato il Presidente, cioè per il rischio di un impaludamento nelle capacità infinite di trattativa della Democrazia cristiana; però io pensavo che da quella riunione potesse venir fuori un qualche segnale, non necessariamente nel senso di un documento nel quale si diceva che la Democrazia cristiana sollecitava lo Stato affinché venisse liberato un qualche temuto brigatista, ma in termini politici, che poi era quello che contava per le Brigate rosse: la liberazione dei prigionieri era un fatto secondario.

SARACENI. Qualcuno dice che questa cosa non la seppero a via Montalcini: Gallinari e Moretti non vennero a conoscenza di questa disponibilità della Democrazia cristiana, sia pure nel limiti del possibile.

MORUCCI. Come no: era sui giornali!

SARACENI. Questa testimonianza sosteneva addirittura che non avevano letto i giornali.

MORUCCI. No. Tutta la discussione dell'8 maggio in via Chiabrera si era tenuta su questo. Abbiamo litigato su questa cosa, proprio perché io dicevo che c'erano dei segnali e che si poteva aspettare, mentre Moretti sosteneva che si era già aspettato troppo e che per l'esecutivo questa cosa doveva essersi già conclusa e la si stava anzi tirando troppo per le lunghe. Lui aveva anche alle spalle Micaletto, Bonisoli e Azzolini, che quanto ad apertura politica erano «un po' inferiori» a quella di Mario Moretti.

SARACENI. In vista del Consiglio nazionale del 9 maggio ci fu un segnale di apertura, un'intervista - non ricordo bene -, una qualche dichiarazione di un politico, di cui non rammento neanche il nome, molto vicino all'onorevole Fanfani. Lo ricorda, questo?

MORUCCI. Mi sembra di sì.

SARACENI. Questo lo conobbero Gallinari e Moretti?

MORUCCI. Sì, lo conobbero. Gallinari non è in questione, però, perché era in via Montalcini e quindi non partecipava a queste riunioni.

SARACENI. E’ possibile che solo Gallinari non abbia saputo questa cosa?

MORUCCI. Sì, ma Gallinari non aveva nessuna capacità decisionale sulla cosa: la questione era di pertinenza esclusiva del comitato esecutivo.

SARACENI. E Gallinari non ne era parte.

MORUCCI. No, assolutamente: all'epoca no, dopo sì. Quindi, nell'ambito della direzione di colonna romana si discusse questa cosa. C'era questo contrasto tra noi, che dicevamo che c'erano dei segnali che facevano supporre un cambiamento, un'apertura, e Moretti che diceva che avevamo già aspettato troppo e non potevamo andare oltre.

SARACENI. Quindi lei pensava che Moro potesse essere liberato per il fatto che erano stati già acquisiti risultati sufficienti che avevano ripagato l'azione.

MORUCCI. Sì e comunque si poteva aspettare, in attesa di ulteriori…

SARACENI. Quindi l'ipotesi della trattativa e dello scambio (le ricordo il nome di Buonocontro) era anch'essa solo una fantasia di stampa?

MORUCCI. No, c'era anche quella, ma non era il centro. Certo, sarebbe stata importante.

SARACENI. La liberazione di Buonocontro avrebbe potuto essere quel segnale significativo al quale Moretti legava la sorte di Moro?

MORUCCI. Sì e no: nell'eventualità che fosse avvenuto, sarebbe dipeso da ciò che l'avrebbe accompagnato; se questa liberazione comportava il riconoscimento della sua identità di prigioniero politico, certamente era un fatto non indifferente; se semplicemente veniva «messo fuori» così, era già. meno importante.

SARACENI. Comunque la trattativa non era lo strumento principale al quale lei affidava la sua tesi?

MORUCCI. No, assolutamente, perché sapevo che le Brigate rosse non erano minimamente interessate alla cosa.

SARACENI. Dunque non aveva alcun senso mandare messaggi, tanto più per vie traverse in riunioni, con simulazioni di sedute spiritiche eccetera: è proprio fuori da ogni logica, oltreché non vero, come ha detto poc'anzi.

MORUCCI. A richiesta di Pace, di cosa si poteva fare perché secondo lui l'uccisione di Moro sarebbe stata un disastro per il movimento intero - cosa che io condividevo - risposi che se c'era una possibilità era quella di creare dei pronunciamenti, di portare a delle dichiarazioni di carattere politico e ovviamente anche di un possibile intervento sui detenuti, ma sempre con carattere politico. Non la liberazione di qualcuno con la scusa di una malattia, del non essere imputati di reati di sangue, di un errore nei conteggi: non questo. Va ricordato che il giorno del sequestro l'onorevole Lama, nel comizio a piazzale San Giovanni, disse che in Italia non c'erano prigionieri politici. Quello è il punto: finché si continuava a dire che in Italia non c'erano più prigionieri politici è ovvio che dall'altra parte c'era una netta e rigidissima chiusura. Laddove si fosse detto che in Italia c'erano, in virtù del codice Rocco, dei prigionieri politici già sarebbe stato diverso.

SARACENI. Qualunque codice punisce l'assassinio.

MORUCCI. Ma la banda armata no. I detenuti all'epoca non avevano alle spalle omicidi.

SARACENI. C'erano i quattro uomini di scorta.

MORUCCI. Si, ma stiamo parlando dei detenuti, non di quelli che stavano fuori.

SARACENI. Mi sembra che lei abbia detto che bisognava riconoscere che c'era uno stato di polizia che teneva prigionieri i politici sulla base del codice Rocco. Questo è quanto lei sta dicendo?

MORUCCI. No, sto dicendo che in virtù del codice Rocco c'erano dei prigionieri politici, cioè processati e condannati per banda armata e associazione sovversiva e questa è una particolarità del codice italiano.

SARACENI. Intanto la banda armata non è certo un reato d'opinione. C'erano però già stati degli assassinii.

MORUCCI. No, non c'erano detenuti per quegli assassinii. Forse uno o due, ma la maggioranza aveva condanne per banda armata.

SARACENI. Approfondiremo successivamente. Potrei essere d'accordo con lei in quanto Buonocontro era, se non un detenuto politico, certamente una persona che non meritava il carcere come l'evoluzione successiva della sua vicenda dimostra. Ma è un capitolo a latere. Quello che mi preme capire è se ha un minimo di logica il fatto che l'ala trattativista, come è stata chiamata sia pure impropriamente, attraverso l'autonomia avesse interesse a mandare quel tipo di messaggio con quelle modalità perché nessuno crede alla seduta spiritica. Ma se si fosse voluto mandare un messaggio si doveva ricorrere a modalità così complicate? Se ce ne fosse stata l'intenzione c'era sicuramente qualche altro mezzo.

MORUCCI. Non so cosa dire.

SARACENI. L'ipotesi viene sollevata non da una persona qualunque ma dal senatore Andreotti, secondo il quale c'è stato un input dell'autonomia che ha voluto mandare un messaggio.

MORUCCI. Se il senatore Andreotti l'ha detto può anche risalire in modo più dettagliato alla fonte.

SARACENI. No, ha riconosciuto che è una mera ipotesi e dunque altrettanto chiediamo a lei di formularne una.

PRESIDENTE. Mi ha colpito perché io avevo fatto la stessa ipotesi senza averlo ascoltato.

SARACENI. Il senatore Andreotti ha riconosciuto che non aveva alcun elemento concreto con il quale supportare quella ipotesi. Chiedo a lei una valutazione circa il grado di attendibilità che ha un'ipotesi del genere.

MORUCCI. Non lo so, mi sembra scarsa, anche se poi, chi lo sa…

SARACENI. Sa invece se il nome di via Gradoli correva sulle vie del telefono o per lettera... il famoso capitano Labruna nel corso del sequestro Moro... sa niente di ciò?

MORUCCI. No assolutamente nulla. Posso pensare che il capitano Labruna intercettava i nostri telefoni e non che noi intercettavamo i suoi.

SARACENI. Pare accertato che il capitano Labruna parli di via Gradoli nel corso del sequestro Moro. Di questo lei sa niente?

MORUCCI. Assolutamente no.

SARACENI. Dove riceveva le sue lettere che poi distribuiva con il metodo a cui ha accennato, e chi gliele consegnava?

MORUCCI. In vari posti di Roma, me le consegnava Moretti.

SARACENI. Lei ha fatto poco fa un accenno sull'azione di via Fani che mette in ridicolo la famosa definizione del professor Piperno circa la geometrica potenza delle Br.. Infatti lei ha parlato di armi che si inceppano, pistole che non sparano e così via. Si trattò di un'azione di geometrica potenza o invece fu un'azione che fortunatamente, dal vostro punto di vista, riuscì a far fuori cinque persone molto abili? Mi capitò personalmente di conoscere il maresciallo Leonardi, il caposcorta, che era persona di grandissime capacità e abilità. Aveva ragione Piperno o lei quando dice che questa azione va a buon fine, ripeto dal suo punto di vista, per puro caso? Come è andata via Fani? L'azione militare ha funzionato bene o no?

MORUCCI. Tutto è relativo. Il più grande esercito del mondo ha fatto bruciare una cinquantina dei suoi soldati in Iran: non si sa ancora come. Mi riferisco a quando hanno tentato di liberare gli ostaggi detenuti a Teheran: si sono massacrati da soli, sono morti tutti. Relativizzando le cose, rispetto a quello che può fare il più grande esercito del mondo, è stata certamente un'operazione di geometrica potenza. Parlando in assoluto tale potenza non c'è stata assolutamente in quanto è stata un'azione troppo complessa per poter andare esattamente come previsto. Infatti si sono inceppate tutte le armi, Moretti non è stato nel posto in cui doveva trovasi, si sono persi i caricatori, la mia macchina, che doveva aprire la fila, si è trovata ultima e ha dovuto superare gli altri.

SARACENI. Cosa c'è di vero nel fatto che - è una voce molto vicina al suo ambiente - nessuno voleva sparare all'onorevole Moro, che chi sparò lo fece solo perché nessun altro lo voleva fare, e volle porre fine. E’ andata così?

MORUCCI. Sì.

SARACENI. Perché non gli si voleva più sparare?

MORUCCI. Io certamente non volevo.

SARACENI. Non sto parlando di lei, anche Moretti, secondo il quale pure non si erano create le condizioni per non ucciderlo, non ce la faceva a sparare.

MORUCCI. Sì, quando disse che se ne sarebbe occupato non era molto felice. Senza dubbio.

SARACENI. Certo non si può essere molto felici quando si spara ad un uomo: chiunque esso sia.

MORUCCI. Era come un uomo costretto dalle circostanze a fare ciò che non voleva fare.

PRESIDENTE. E’ vero che Gallinari ebbe una crisi di pianto?

MORUCCI. Non ne ho la più pallida idea.

SARACENI. Ma ciò forse ha qualcosa a che vedere anche con quella comunione di vita che si era creata con l'onorevole Moro per necessità, attraverso il dialogo, la comunicazione, la conoscenza dell'uomo. C'entrano anche queste motivazioni?

MORUCCI. Penso proprio di sì. à quanto dicevo prima sull'uccisione del prigioniero con il quale comunque si crea un rapporto.

SARACENI. Quindi si è trattato di una necessità politica e di un rifiuto puramente umano che è lo schema secondo il quale alla fine uno riesce a sparare.

MORUCCI. Certo.

SARACENI. Tra le vostre vittime ci sono persone molto diverse sia nei ruoli che rivestono che più propriamente nei caratteri. Si tratta di persone che ho avuto occasione di conoscere: per esempio, Palma e Minervini, due persone che sono state uccise mentre svolgevano lo stesso ruolo, o perlomeno analogo, ma erano molto diverse anche nella gestione di un ruolo quale era la gestione delle carceri. Palma era una persona assolutamente mite; il volantino dell'uccisione di Palma era tragicomico, perché quest'uomo, che parlava in dialetto romanesco, aveva un figlio handicappato, era una persona mite veniva definito come lo stratega dello sterminio scientifico. Tuttavia Palma era un magistrato molto conservatore, mite di temperamento, ma conservatore. Minervini era tutt'altra persona, molto attivo, di grande apertura, per usare delle etichette era di sinistra. Bachelet era una persona completamente diversa da entrambe, Varisco era ancora diverso. Con quale logica sceglievate questo o quello? E’ vero che tanto più fossero di idee liberali nella gestione delle istituzioni, tanto più li consideravate nemici?

MORUCCI. Collateralmente sì, anche se quello che contava di più era il ruolo. Dopo di che in una seconda fase, nella fase tragica che ha portato anche all'omicidio Tarantelli - parlo per loro, perché io ero in carcere da parecchio - si è arrivati ad operare contro se stessi, cioè ad identificare il nemico nei più prossimi. Pertanto, coloro che, ricoprendo un ruolo di una determinata responsabilità all'interno dello Stato, mostravano una certa liberalità, erano i più pericolosi, perché erano quelli che tendevano a camuffare la reale natura della ferocia dello scontro di classe, cioè la natura repressiva dello Stato. Quindi, sempre in aggiunta al ruolo che ricoprivano, potevano essere ritenuti maggiormente pericolosi.

SARACENI. Ma questa è più la logica di Prima linea.

MORUCCI. Sì, ha ragione; però ad un certo punto ci sono arrivate anche le Brigate rosse e l'omicidio Tarantelli è chiarissimo rispetto a questo.

SARACENI. I vostri rapporti con Prima linea erano di concorrenza?

MORUCCI. Di incontro, concorrenza...

SARACENI. Anche se i percorsi della coscienza sono progressivi, ci può dire in quale momento ha preso coscienza della inevitabilità della sconfitta, perché si trattava di un disegno assolutamente impraticabile?

MORUCCI. Della sconfitta no, dell'errore fondamentale delle Brigate rosse dopo il sequestro Moro e dopo l'uccisione di due giovanissimi agenti di polizia sotto le carceri nuove di Torino, che stavano leggendo dei fumetti per passare la nottata. L'uccisione di Moro e questo altro fatto hanno determinato la consapevolezza che quella strada era completamente sbagliata. Non che la lotta armata fosse sbagliata, tanto è vero che io - uscito dalle Brigate rosse - ho dato vita ad un altro movimento armato, che aveva escluso completamente dai suoi fini e dai suoi mezzi tattici l'omicidio, ma era comunque un gruppo armato rivoluzionario.

SARACENI. La lotta armata dal volto umano.

MORUCCI. Possiamo metterla così.

SARACENI. Il tramite della sua presa di coscienza è un fatto umano; la morte di quei giovani poliziotti sotto le carceri di Torino, che però avevano lo stesso valore degli altri già ammazzati prima.

MORUCCI. Sì, ma quel fatto è stata la goccia finale.

PRESIDENTE. Dopo tanti anni, non ha l'impressione che la strategia della fermezza è servita a far prevalere questa logica che lei già allora individuò come perdente, quella dei signori della guerra al vostro interno, e che in fondo l'unico modo con cui avreste potuto utilmente contrastare quella strategia sarebbe stata la liberazione unilaterale di Moro? Questa riflessione la fece allora o la fa adesso? Io allora non avevo nessun ruolo e nemmeno una militanza politica e la trattativa, da cittadino italiano, mi sembrava una via impraticabile; ritenevo che la scelta della fermezza fosse esatta per contrastarvi e pensavo che quello che avreste potuto fare era un atto unilaterale di liberazione di Moro. Oggi penso alla liberazione di Moro e alla contestuale pubblicazione di quello che aveva detto.

MORUCCI. Mah.... Quello che so è che la strategia della fermezza ha portato ad una fase successiva al sequestro Moro segnata - per dirla con Hammett - da un «raccolto rosso», cioè da una messe di morti infinita. Questo perché le Brigate rosse erano state sconfitte con il sequestro Moro. Discutendo di questo, Moretti in piazza Barberini mi disse: «Questi vogliono la guerra» come se fino ad allora avessimo giocato; prima erano parole, ideologia, documenti: la guerra imperialista, lo Stato imperialista multinazionale. Soltanto al momento in cui non arriva nessun passo dello Stato sulla vicenda Moro, Moretti dice: «Questi vogliono la guerra e guerra deve essere». Cioè, da adesso in poi, non prima: i morti di prima per lui forse rientravano ancora nella fase della propaganda armata. Invece da questo momento è guerra e noi dobbiamo accettare questo livello di scontro perché altrimenti siamo sconfitti, cioè dimostriamo che loro sono più forti: hanno alzato la posta, noi ci ritiriamo e vince lo Stato. Invece hanno alzato la posta e noi andiamo a vedere.

PRESIDENTE. Invece di accettare uno scontro in cui eravate perdenti e non andare a vedere, perché le carte degli altri erano più forti, e capovolgere la strategia liberando Moro.

MORUCCI. Questo è quello che dicevo io, loro pensavano il contrario. A mio parere, comunque, quella dello Stato non è stata fermezza ma semplicemente ingessatura: si sono bloccati per non muoversi, per paura che muovendosi perdevano qualche pezzo. Secondo me la fermezza è ben altra cosa.

PRESIDENTE. La fermezza avrebbe implicato un'azione di polizia più efficace come quella che ha portato alla liberazione di Dozier.

MORUCCI. La fermezza è di uno Stato forte.

PRESIDENTE. Con i vecchi metodi della polizia e con la collaborazione della criminalità organizzata.

MORUCCI. La fermezza è di uno Stato forte. Lo Stato italiano non era forte e quindi si è ingessato per evitare che perdesse i pezzi: sono cose completamente differenti anche se portano allo stesso punto. La fermezza ha portato a quello che sappiamo; dove avrebbe potuto portare la non fermezza sono mere ipotesi. Quello che si può dire è che le Brigate rosse più in là del sequestro Moro non potevano andare: che altro potevano fare? Dopo quello è ovvio che la strada sarebbe stata in discesa, la strada che proponevo io, cioè un progressivo scioglimento all'interno del movimento.

SARACENI. Un atto di «concessione-riconoscimento» avrebbe agevolato questo percorso?

MORUCCI. Liberato Moro, le Brigate rosse si trovavano di fronte ad un dilemma non da poco.

SARACENI. No, visto dall'altra parte, un atto di riconoscimento avrebbe agevolato un percorso meno doloroso e anche di recupero politico?

MORUCCI. Certamente non ci sarebbe stato quello che c'è stato, non in quelle forme, in quei termini esasperati.

SARACENI. Avremmo pagato tutti un prezzo meno alto.

MORUCCI. Onestamente ritengo di sì, è una mia ipotesi, c'è anche da dire che all'interno delle Brigate rosse c'era chi dava battaglia: io in primo luogo e i detenuti in secondo luogo, che mi hanno contrastato soltanto perché temevano le Brigate rosse; perché quello che ho scritto nel mio documento era preso, pari pari, dal comunicato numero 19 consegnato dai detenuti al processo di Torino. Il problema è che i detenuti erano detenuti a tutti gli effetti e quindi non liberi di esprimere le proprie opinioni, di andare contro l'organizzazione esterna perché anche per loro, da leninisti, il partito viene prima di tutto. Si può arrivare a dire di essere una spia americana, come fece Bucharin: mi faccio fucilare ma il partito va salvato innanzitutto. In secondo luogo speravano sempre che le Brigate rosse esterne li potessero liberare. Quindi tutto potevano fare meno che appoggiare la nostra posizione. Se io fossi rimasto all'interno delle Brigate rosse, se Moro fosse stato liberato, è ovvio che non sarei stato da solo a condurre quella battaglia antimilitarista, per dirlo con le parole che ha usato lei, anche se la situazione è un po' più complessa perché anche i detenuti erano contrari alla linea portata avanti dal comitato esecutivo.

CORSINI. Vorrei partire da una domanda del tutto personale che esula dai fini di questa Commissione, su un tema che in qualche misura è stato già adombrato dal collega Saraceni. Lei ha motivato le ragioni della sua contrarietà all'assassinio di Aldo Moro in termini esclusivamente politici.

MORUCCI. E umani.

CORSINI. Appunto, volevo chiederle se vi erano valutazioni anche di carattere umanitario ed etico.

MORUCCI. Sì.

CORSINI. Il 16 novembre 1972 lei è stato arrestato al confine italo-svizzero mentre introduceva in Italia delle armi. Viene rimesso in libertà dopo circa un mese di detenzione: chiede di entrare nelle Br; mi pare che la sua domanda sia stata in un primo momento respinta, e solo nel 1976 viene ammesso nelle Br. Lei può escludere in maniera categorica di essere stato avvicinato durante il mese di detenzione da funzionari di polizia, dall'Arma dei carabinieri, dalla Guardia di finanza, dal disciolto ufficio Affari riservati o da qualsiasi altro corpo o servizio ed invitato a collaborare in cambio della libertà o di altri vantaggi?

MORUCCI. Questo durante il mio primo mese di detenzione in Svizzera?

CORSINI. Sì, esattamente.

MORUCCI. No, assolutamente no.

CORSINI. Tornando alla questione di via Fani, quanto al colpo di grazia ai tre agenti che erano già agonizzanti, qualcuno ha sollevato l'ipotesi che essi sarebbero stati uccisi perché forse avrebbero visto o capito qualcosa di cui non dovevano essere testimoni. Si tratta di una supposizione, di una pura ipotesi, perché non poggia su prove o indizi. Ha comunque qualche possibilità di essere fondata?

MORUCCI. Non vedo come potrebbe esserlo; ci sono altri testimoni che hanno visto e non sono stati uccisi: c'era l'ingegner Marini ad esempio, c'era Moro.

CORSINI. Tra il 1978 e il 1990 Azzolini, Bonisoli e il senatore del Pci Flamigni sostengono che esiste una seconda parte del memoriale ed avevano ragione. Lei si sente di affermare in modo assolutamente categorico ed incontrovertibile che da qualche parte non esista una terza parte del memoriale?

MORUCCI. Come ho già detto prima mi sembra improbabile che tutto il materiale non fosse in via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. Lei che idea si è fatta del ritrovamento dietro il pannello?

MORUCCI. Ciò che è stato detto già da Bonisoli e Azzolini.

PRESIDENTE. Lo avevano messo loro?

MORUCCI. Ce lo avevano messo loro e dato che avevano trovato tanta di quella roba non hanno pensato a...

PRESIDENTE. Perché non corrispondono le due copie del memoriale? Questa è una cosa che francamente per quanto io mi sforzi di credere a Bonisoli ed Azzolini trovo estremamente illogico. Io trovo estremamente logico che fossero stati i carabinieri a selezionare attentamente il materiale e a depurarlo delle parti...

MORUCCI. Parliamo delle parti manoscritte?

PRESIDENTE. Parliamo, per esempio, di tutta la spiegazione che viene data della strategia della tensione che nella seconda edizione del memoriale Moro è molto più ampia.

MORUCCI. Cioè sono stati ritrovati manoscritti mentre l'altro di si parla è un dattiloscritto?

PRESIDENTE. Sì.

MORUCCI. Quindi il dattiloscritto è una riscrittura ad opera dei brigatisti di quanto era stato manoscritto da Moro?

PRESIDENTE. No, non lo so.

MORUCCI. E chi lo ha battuto a macchina? Non certo Moro.

PRESIDENTE. Perché il secondo?

MORUCCI. Non lo so, è una sintesi.

PRESIDENTE. Stranamente però sono espunte le parti ...

MORUCCI. E’ una selezione delle parti ritenute interessanti.

PRESIDENTE. Strano che si espungono quelle che, dal mio punto di vista, sarebbero più interessanti.

MORUCCI. Se si fosse voluto nascondere l'originale non sarebbe stato messo dietro al pannello sotto la finestra di via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. Perché? Era il luogo dove poteva essere ritrovato in qualsiasi momento senza assumersi responsabilità.

MORUCCI. Sì però era anche il luogo dove poteva essere trovato dalla polizia e dai carabinieri; quindi se andava nascosto non sarebbe stato lì; quello era nascosto sempre e soltanto ad un'indagine casuale, cioè se fosse entrato qualcuno, se fosse arrivata la polizia senza saper bene quello che avesse trovato.

PRESIDENTE. Senta Morucci, io non ho delle idee preconcette però i processi che si stanno celebrando oggi partono dal presupposto che Dalla Chiesa aveva in mano delle carte che riguardavano il processo Moro e andava alle due di notte a trovare Evangelisti per fargliele leggere. Non sono ipotesi che faccio tanto per fare ipotesi ma che hanno dei riscontri oggettivi.

MORUCCI. Quindi lei mi dice che quello che mancava ...

PRESIDENTE. Lo avevano tolto i carabinieri.

MORUCCI. E io che le posso dire? Non le posso dire nulla. Lei mi chiede come mai, cosa posso risponderle?

PRESIDENTE. Io le stavo domandando se è una decisione logica. Noto che spesso il voler dire che tutto è chiaro, che tutto torna, a volte finisce per rendere...

MORUCCI. Io so solo che le Brigate rosse tenevano in quella base tutto, cioè quello che manca...

PRESIDENTE. Sì, infatti io non penso che siano state le Brigate rosse; forse non ci siamo capiti: trovo strano che le Brigate rosse avessero nascosto dietro il pannello una copia del memoriale contenente brani che alla riflessione della Commissione sembrano più interessanti perché completano molto la versione che fin dall'inizio fu resa nota.

MORUCCI. Ma quelli erano gli originali! Quello che è stato trovato fuori lei mi dice che può essere stato manomesso, quindi qual è il punto?

CORSINI. Nel dicembre 1975 e nel febbraio del 1976 sono documentati dei viaggi di Moretti e della Balzerani a Catania ed a Reggio Calabria. Non conosco quali possano essere stati i motivi e gli scopi di queste iniziative. Le domando: furono stabiliti contatti con la mafia o la ‘ndrangheta in quel periodo?

MORUCCI. No, assolutamente no. Credo che fossero viaggi perlustrativi per una qualche azione sulle carceri.

CORSINI. Lei sostiene che Moro è stato tenuto prigioniero per tutti i 55 giorni in via Montalcini.

MORUCCI. Non sono il solo a sostenerlo.

CORSINI. Per l'appunto. Lei era al corrente che Danilo Abbruciati, Ernesto Diotallevi e altri membri della banda della Magliana abitavano nel raggio di duecento metri, grosso modo, dal covo? Ed è al corrente che in via Montalcini 1 vi è Villa Bonelli, che allora apparteneva al costruttore Danilo Sbarra in contatto con uomini della banda della Magliana, al punto da concedere questa villa come rifugio ad un pregiudicato che era in contatto con Cutolo? Quindi eravate in un raggio d'azione che fa riferimento a questo mondo. Ci sono stati contatti, rapporti?

MORUCCI. No, assolutamente no.

PRESIDENTE. Lei però ci sta riproducendo il teorema del «cubo d'acciaio» delle Brigate rosse.

CORSINI. Sì, di una realtà assolutamente impenetrabile.

PRESIDENTE. Un mondo che non ha contatti, impermeabile al movimento, non lascia filtrare nessuna notizia...

MORUCCI. Come ogni gruppo rivoluzionario che si rispetti.

PRESIDENTE. Sembrerebbe qualcosa di estremamente poco italiano, debbo dire la verità. Sembrate dei marziani paracadutati in un paese...

MORUCCI. Questo lo hanno detto in molti.

PRESIDENTE. Ma poi, in realtà, in momenti decisivi dimostrate una fragilità assoluta. Ripeto, l'arrivo di Dalla Chiesa che in quindici giorni trova a via Monte Nevoso le carte di Moro è un fatto che...

MORUCCI. Eravamo rintracciabili, tant'è che stanno tutti in galera.

PRESIDENTE. Sì, ma il punto è: perché siete stati rintracciati da un certo momento in poi e non prima?

FRAGALA’. Perché prima li hanno sottovalutati.

MORUCCI. Forse perché prima nessuno cercava con la stessa... il gruppo di Dalla Chiesa era stato sciolto, mi sembra. Il gruppo originario del '74 era stato sciolto, è stato ricreato dopo.

PRESIDENTE. Nel 1978.

MORUCCI. E’ stato ricreato dopo, quindi perché meravigliarsi di queste cose? Se non c'era nessuno che ci cercava, come faceva a trovarci?

PRESIDENTE. Ecco, il problema è proprio questo: perché viene sciolto un gruppo che aveva già messo a segno colpi notevoli nei vostri confronti; poi vengono ridati questi poteri a Dalla Chiesa, il quale in quindici giorni vi trova. Ho rifatto i conti.

CASTELLI. Bisogna guardare allo Stato. Morucci ha già risposto prima.

PRESIDENTE. Questo però dimostra che non erano un cubo d'acciaio perché noi sappiamo come si rintracciano bande che venivano ritenute criminali: perché probabilmente c'è dentro qualcuno che parla. Le prime azioni di Dalla Chiesa erano state fatte mediante infiltrazioni, anche mediante personaggi abbastanza poco credibili come frate Girotto. Io riconosco che voi eravate parte della storia della sinistra; su questo non impegno la Commissione, è una mia valutazione, però non eravate un cubo d'acciaio. Se vi avessero voluto sconfiggere prima, vi avrebbero sconfitto.

CORSINI. Sono d'accordissimo.

GUALTIERI. Bisognava rintracciare quelli che li cercavano.

CORSINI. Sempre sulla questione della banda della Magliana, c'è una deposizione di Cutolo che dice testualmente: «Ebbi occasione di incontrarmi con Franco Giuseppucci e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro. Giuseppucci mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis. Qualche giorno dopo Nicolino Selis mi fece sapere che aveva grande urgenza di vedermi. Nell'incontro che ne seguì, il Selis mi riferì che del tutto casualmente era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli, Nicolino Selis, teneva come nascondiglio per eventuali latitanze». E’ evidente, dunque, che la banda della Magliana seppe che Moro era prigioniero in via Montalcini, e quindi secondo lei...

MORUCCI. Perché è evidente, mi scusi?

CORSINI. Se Nicolino Selis dice che la prigione di Moro...

MORUCCI. Stava a casa sua?

CORSINI. Vicino ad una casa che egli utilizzava come nascondiglio per eventuali latitanze.

MORUCCI. Non mi sembra che via Montalcini fosse casa di Selis.

CORSINI. Questa è la dichiarazione che Cutolo fa; lui ricostruisce così i fatti. Rileggo: la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze.

MORUCCI. E dove era questo appartamento?

CORSINI. Nei pressi.

MORUCCI. Nei pressi di che? Dov'era questo appartamento di Selis?

CORSINI. Ribadisco che, a dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano, quindi la prigione di Aldo Moro, era nei pressi di un appartamento che lui utilizzava. Quindi i due appartamenti erano vicini.

MORUCCI. Ma dove lo aveva?

CORSINI. In via Montalcini.

MORUCCI. In via Montalcini? C'è scritto: Selis aveva un appartamento in via Montalcini?

CORSINI. Questa è la presunzione che si può desumere.

MORUCCI. Ah; non mi sembra.

PRESIDENTE. Il senso della domanda è questo: lo Stato italiano poteva essere anche assai disorganizzato, però abbiamo una criminalità organizzata efficiente, che controlla il territorio in maniera incredibile; come potevate sfuggire totalmente a quel tipo di controllo del territorio?

CORSINI. Questo è il problema.

MORUCCI. Perché non eravamo una banda criminale.

PRESIDENTE. Attenzione: controllano il territorio.

MORUCCI. Controllano il territorio da altre bande criminali, mica dalle Brigate rosse. Noi eravamo gente normalissima in giacca e cravatta che entrava e usciva dagli appartamenti; mica venivamo con i carichi di droga. Non ci incontravamo sotto i lampioni; non facevamo traffici strani. Gente normalissima che entrava e usciva da un appartamento, non vedo come la banda della Magliana o chicchessia potesse individuare le Brigate rosse. Io ricordo che telefonai alla mia padrona di casa dopo il decreto Andreotti che obbligava alla denuncia; la chiamai io ovviamente, non mi chiamò lei, e le dissi: «Guardi, signora, è uscita questa legge e bisognerebbe fare la denuncia. Noi però non ci ricadiamo perché è stata affittata prima; comunque, se vuole venire, ne parliamo meglio». Gestione della base. Questa venne e all'occasione - prima non lo aveva mai fatto perché non si era mai entrati in argomento - mi disse: «Ma lo sa che questa prima era una base delle Brigate rosse? Io un giorno sono entrata; lì, in fondo al corridoio d'entrata, c'era uno sgabuzzino, e dentro ho visto una bandiera con la falce e martello». Questo è. Non ha pensato minimamente che io potessi essere un brigatista. Ha pensato che quelli che abitavano prima di me l'appartamento erano delle Brigate rosse. Erano degli studenti calabresi, sicuramente di sinistra, che avranno messo la bandiera con la falce e martello. Non ha minimamente pensato che potessi esserlo io. Badi bene che dopo la telefonata, mandata per televisione, Moretti mi disse: lascia quella base, perché la tua padrona di casa conosce la tua voce. A me non andava di lasciarla, perché ero convinto che non l'avesse riconosciuta. L'ho chiamata e lei è caduta completamente dalle nuvole: Come sta? Mi dica, eccetera. Non vedo come poteva identificare le Brigate rosse la banda della Magliana.

CORSINI. Qual era il giudizio che dall'interno della vostra organizzazione davate, nel corso del sequestro Moro, delle capacità investigative e di contrasto degli apparati dello Stato?

MORUCCI. Molto alta perché c'era il Sim. Pensavamo che stessero dappertutto, sotto ai tombini, che controllassero tutto, che arrivassero dappertutto, che avessero strumenti sofisticatissimi di intercettazione...

CORSINI. Insomma, l'occhio del grande fratello.

PRESIDENTE. Ma non che riuscissero ad infiltrarvi.

MORUCCI. No, assolutamente no.

CORSINI. Vi ritenevate completamente impermeabili.

MORUCCI. Sì.

CORSINI. E quindi sicuramente al riparo da qualsiasi possibilità di infiltrazione?

MORUCCI. Diciamo in alta percentuale.

SARACENI. Non vi è mai venuto nessun sospetto su qualcuno?

MORUCCI. No.

PRESIDENTE. Sono venuti in questa sede alti ufficiali di sicurezza e ci hanno raccontato, come una vanteria, che eravate infiltrati.

MORUCCI. E che ne so io? Dicessero chi. Chi avevano infiltrato? Io non ho problemi.

CORSINI. A voi risultava che il comitato di crisi che venne istituito nei giorni del rapimento fosse in larga misura controllato da uomini della P2?

MORUCCI. Oddio... erano già venute fuori le liste della P2?

CORSINI. No, il rinvenimento delle liste di Castiglion Fibocchi è posteriore, è del 1981.

MORUCCI. Però mi sembra... di Grassini lo sapevamo? Non ricordo di Grassini; lo abbiamo cercato ad un certo punto quando è stato nominato capo del Sisde, ma non ricordo se già sapevamo... se erano già usciti gli elenchi, altrimenti come facevamo a sapere che stava nella P2? Non lo sapeva nessuno, lo sapevamo noi? Forse lo sapeva la banda della Magliana. Noi no.

CORSINI. Chiedo ai colleghi di rinfrescarmi la memoria, forse il senatore Calvi o il Presidente ricordano quando sono state rinvenute le liste a Castiglion Fibocchi.

CALVI. Nel 1981.

MORUCCI. Allora no, assolutamente no.

CORSINI. Quindi voi non sapevate che nell'ambito del Comitato di crisi…

MORUCCI. Ma come facevamo a saperlo? No.

FRAGALA’. Evidentemente non potevano saperlo.

DE LUCA Athos. Facciamo una mozione d'ordine sul prosieguo della seduta.

PRESIDENTE. Colleghi, lo andrei fino in fondo. Vi chiedo un sacrificio, se potessimo andare avanti...

CALVI. Signor Presidente, limitiamoci però a porre solo delle domande.

PRESIDENTE. Senatore Calvi, nella seconda parte dell'audizione abbiamo fatto domande; Saraceni è stato martellante.

DE LUCA Athos. Signor Morucci, le faccio una domanda già posta a molte persone venute alle nostre audizioni. Grazie alla Commissione stragi, che peraltro ha chiesto nei giorni scorsi di essere prorogata, molti giudici, forse anche in virtù della sua presenza stanno andando avanti nelle indagini. Questo paese merita in questa fase di avere alcune verità rispetto alla storia per affrontare diversamente il futuro. Bene, la domanda è questa, domanda che mi pare in qualche modo le facesse lo stesso Presidente: lei non ritiene che in questa occasione ci sia qualcosa che non ha detto in nessuna altra sede e che forse è il momento di dire a questa Commissione? Un'altra questione: mi sono persuaso e volevo sapere perché lei lo escludesse - e di questo voglio esserne sicuro - del fatto che lo Stato ed i Servizi in quegli anni si siano serviti di voi come dei giovani della Destra per mettere in atto un disegno ben preciso e del fatto che foste funzionali sia al potere della Democrazia cristiana sia ad uno status quo in questo paese. La Democrazia cristiana si accreditava presso gli Stati Uniti pretendendo di incarnare il garante di tale status quo; quindi avete potuto operare in varie fasi delle vostra attività non perché lo Stato fosse poi così sgangherato, impreparato o vi avesse sottovalutati, ma perché vi era chi usava i Servizi per altre cose, magari per ricatti tra politici, e non per svolgere le indagini necessarie in quel momento per la sicurezza dello Stato. Lei stesso è stato considerato da qualcuno come un infiltrato. Le due domande sono quindi in sostanza queste: ha qualcosa da dirci che non ha mai detto in nessuna altra sede e che ritiene di dover dire in questa? L'altra domanda è questa: ritiene che le Brigate rosse abbiano potuto operare in certe fasi indisturbate non solo grazie alla loro organizzazione ma anche grazie al fatto che quella Dc che odiavate in quegli anni era quella che poi in qualche modo vi ha tutelato indirettamente attraverso i Servizi ed i suoi uomini potenti ed i suoi politici?

PRESIDENTE. Il senatore De Luca vuole concretamente sapere se involontariamente avete lavorato per il Re di Prussia. Questo è il senso della seconda domanda, la prima però mi sembra più interessante.

MORUCCI. Rispetto alla prima domanda posso dire che ho in parte omesso alcune cose sui miei rapporti con Lanfranco Pace nel senso che non è vero, come dissi all'epoca, di averlo incontrato una sola volta, ma qualche volta di più. Ho fatto questo perché l'aria che tirava nell'ambito dell'Autonomia era quella di caccia alle streghe e avrebbe necessariamente determinato per lui un processo ed una condanna per appartenenza alle Brigate rosse, cosa che peraltro avvenne solo in forma minore. Dissi una sola volta anche perché i miei rapporti con Pace durante il sequestro Moro non avevano portato a nulla, quindi dire una o tre volte non cambiava nulla rispetto a ciò che avvenne; cambiava solo per lui.

PRESIDENTE. Questo però la Faranda lo ha già scritto nel libro «L'anno della tigre»?

MORUCCI. Non lo sapevo, non me lo ha regalato e quindi non l'ho comprato per dispetto. Questa era la cosa all'epoca più martellante sui rapporti con i socialisti, con l'Autonomia, e decisi di dire che l'avevo incontrato una sola volta perché sarebbe stato ininfluente dire di averlo incontrato più volte mentre per lui ciò avrebbe costituito in quel momento un enorme danno giudiziario senza peraltro averne poveretto colpa alcuna. Mi aveva avvicinato solo per comunicarmi che secondo lui l'uccisione di Moro avrebbe costituito un disastro ed era venuto a capire come ciò si potesse evitare. Non mi sembrava il caso di farlo castigare per questa sua iniziativa. Rispetto alla seconda domanda, c'è da dire che la rivoluzione che perde fa sempre il gioco di chi vince. Questo mi sembra lapalissiano. Per approfondire maggiormente la cosa posso dire che in politica qualsiasi cosa si muova fa comodo a qualcuno. Siete tutti qui dentro e sapete perfettamente che ciò che fa uno da una parte, ciò che fa uno dall'altra può far comodo ad un altro o ad un altro ancora. Ritengo quindi del tutto ovvio che anche la sovversione di sinistra, il movimento rivoluzionario in questo paese, come qualsiasi ripeto, evento politico, sia stato ritenuto da qualcuno funzionale ad un qualche disegno. Da questo però non so cosa possa discendere poi all'atto pratico per quanto riguarda proprio l'inquinamento delle indagini ed il depistaggio fino ad arrivare ad un rapporto diretto con colui che è funzionale al disegno, insomma, ce ne corre. E’ da vedere, ripeto, se la Commissione avrà modo di lavorare ancora e di poter appurare cosa è avvenuto dall'altra parte...

PRESIDENTE. Un alto ufficiale dei Servizi ci ha detto che provò a lanciare l'allarme su un possibile innalzamento del tiro da parte delle Brigate rosse e le sue parole più o meno testuali sono state: «praticamente ci facevano capire che dell'eversione di Sinistra era meglio non parlare».

MORUCCI. O non parlare o non era pericolosa. Cicero disse che lo sbarco era in Normandia e nessuno gli credette, dove si va a finire con queste cose? Le intelligence sempre danno una miriade di informazioni, a volte può succedere che siano in contraddizione l'una con l'altra; è ovvio poi che a livello politico vengano vagliate. La storia ci insegna che il più delle volte sono state vagliate male. Dopo, col senno di poi si va a ripescare negli archivi e si dice che qualcuna aveva detto che quella cosa si sarebbe verificata ma non si vanno a vedere tutte quelle che non si sono verificate. E’molto credibile che gli sia stato detto, ma non è un grande problema. Comunque, non lo so.

CASTELLI. Vorrei porre una domanda che però devo articolare, anche se non lo farò con la facondia del collega Fragalà ma sarò più breve. Non so se lei sa esattamente qual è la denominazione di questa Commissione. Lei, a un certo momento ha detto che state tutti in galera...

MORUCCI. Siamo stati tutti arrestati.

CASTELLI. Quindi, di fatto, lei non dovrebbe trovarsi qui, perché se questa Commissione deve trovare le cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, mi pare che nel caso delle Brigate rosse le cose sono abbastanza chiare e ci sono state molte condanne. Ma evidentemente, se lei è qui è perché la maggioranza della Commissione ritiene che alcuni di questi responsabili non siano ancora stati individuati: mi pare che questo sia un sillogismo che va al di là della questione che stiamo trattando. Ricordo che abbiamo un compito da svolgere, quello di votare un documento, che la Presidenza ha preparato e che parla anche di voi, nel quale si fanno alcune affermazioni. Chiedo aiuto al presidente Pellegrino di correggermi se sbaglio nel riassumerle brevemente. Sostanzialmente, si afferma che almeno agli inizi eravate un'organizzazione permeabile (quindi il contrario di ciò che lei sta sostenendo), che ci sono stati infiltrati, come hanno dimostrano i fatti e come hanno detto altre persone che abbiamo audito. Lei ha anche detto che non siete stati eterodiretti e che in qualche modo è stata inspiegabile l'inerzia dello Stato. Al di là di tutto, è innegabile che comunque avete messo a ferro e fuoco il paese per un lungo periodo di tempo e a me sembra assolutamente impossibile - ma credo anche alla maggior parte dei commissari - che non abbiate destato l'interesse di tutti i servizi segreti che hanno combattuto quella famosa guerra non dichiarata sul territorio. Vorrei che lei innanzitutto ci dicesse se si riconosce in questo quadro che le ho riassunto molto brevemente, cioè di un movimento che era intrinsecamente debole e poteva essere attaccato con grande efficacia fin da subito. Mi pare che ciò possa esser confermato anche dalla sua descrizione delle armi e di come ve le procuravate in maniera un po' artigianale. Però, ripeto, questa immagine contrasta con la deduzione - che a mio parere è assolutamente logica e incontrovertibile - che non potevate non destare l'interesse di tutti i Servizi possibili e immaginabili. Vorrei che lei mi rispondesse su questo; a me pare impossibile che non ci siano stati tentativi non dico di infiltrazione - che sicuramente ci sono stati - ma anche di contatti, di offerte di armi, di denaro, di appoggio o anche di eterodirezione. Mi sembra che non sia accettabile la conclusione che ciò non sia avvenuto, quanto meno nelle intenzioni esterne, non al vostro interno. Su questo punto non ho sentito assolutamente nulla. Restringendo il campo (ho già avuto uno scambio di battute con il Presidente al riguardo), nella relazione che stiamo esaminando non si parla mai dei servizi della cortina di ferro. Il Presidente giustamente mi ha detto di trovare un documento, una testimonianza che parli di questi servizi e poi potremo farvi riferimento anche nella relazione. Cosa si può dire a questo proposito, ci sono stati cioè rapporti con i Servizi di qualunque paese oppure sono mancati del tutto?

MORUCCI. Si può dire che non ci sono stati, che non sono arrivati a decidere, a stabilire, a desiderare un contatto. Non ne ho la più pallida idea.

CASTELLI. E le sembra possibile?

MORUCCI. Certamente l'infiltrazione è uno strumento classico, mentre il contatto mi sembra più macchinoso, sinceramente. Un contatto per dirsi che cosa?

PRESIDENTE. Il collega si riferisce in particolare a contatti con i sistemi dei Servizi orientali.

CASTELLI. A lei sembra verosimile che un fenomeno come le Brigate rosse non desti l'interesse dei Servizi?

MORUCCI. Certo che ha destato il loro interesse.

CASTELLI. Ma solo a livello teorico, di studio?

MORUCCI. Penso che abbiano dedicato parecchio tempo a pensare come contrastare questo fenomeno. Magari non tutti, magari solo qualcuno.

CASTELLI. Però non né è scaturito nulla.

MORUCCI. Qualcuno è venuto qui e ha detto che invece ne è scaturito qualcosa. Ci dicessero cosa, così ci mettiamo l'anima in pace, lei ed io. Anch'io vorrei saperlo se fosse vero, sarei molto curioso di sapere chi si è infiltrato e che cosa ha fatto. D'altra parte, guardando ciò che è avvenuto, non vedo cosa possano aver fatto questi infiltrati.

FRAGALA’. Perché si è opposto al fatto che Franceschini entrasse nell'area della dissociazione dopo che si è dissociato?

MORUCCI. E chi ha detto questo? Franceschini è arrivato a Roma nell'area della dissociazione e nessuno gli ha detto niente.

FRAGALA’. Franceschini sostiene che lei si è opposto al fatto che lui entrasse nell'area della dissociazione in carcere e che poi un suo interrogatorio di tipo giudiziario è stato rivisto da lei per controllare se Franceschini avesse detto il vero.

MORUCCI. Franceschini sostiene tante cose, non so bene di cosa stia parlando, di quale processo. Siamo stati insieme a Rebibbia tre o quattro mesi. Di quale processo si sta parlando? Prima il Ministero chiedeva a noi le liste, che venivano redatte da me e da altri e poi venivano consegnate ad un intermediario, che era il vice direttore del carcere di Rebibbia, il quale provvedeva a farle arrivare sul tavolo del dottor Amato. Facevamo queste liste sulla base della nostra conoscenza.

PRESIDENTE. Ma le liste di chi?

MORUCCI. Le liste dei detenuti nelle carceri speciali che ritenevamo si fossero dissociati, ma che potevano aver difficoltà a dirlo visto il carcere in cui erano reclusi. Era gente che andava tirata fuori: si trattava di un'operazione di rescue, di salvataggio.

FRAGALA’. Quindi è vero che lei decideva chi doveva entrare nell'area della dissociazione e chi no?

MORUCCI. Non ero io che lo decidevo, era il Ministero che me lo chiedeva. C'è chi propone e chi dispone: era il Ministero che disponeva, non io. Mi chiedevano chi c'era nelle carceri speciali che, in base alla mia conoscenza, era dissociando, dissociato silenzioso o che si poteva dissociare se veniva spostato. Noi - tutti quanti, perché io non potevo conoscere tutti - ci riunivamo, confrontavamo le nostre conoscenze, redigevamo la lista e la consegnavamo al vice direttore di Rebibbia, responsabile del braccio (non mi ricordo il suo nome), il quale la consegnava al dottor Amato. A un certo punto, invece, l'iniziativa è passata direttamente nelle mani del Ministero: hanno deciso di forzare la mano, anche in questo caso per loro motivi politici oscuri (ma io credo che siano lampanti).

FRAGALA’. Cioè?

MORUCCI. Cioè hanno deciso di decidere loro chi andava portato nell'area della dissociazione e così sono cominciate ad arrivare cinquanta persone per volta e tra questi Franceschini.

FRAGALA’. E lei non si è mai opposto?

MORUCCI. E che facevo, mandavo una lettera al dottor Amato per dire che mi opponevo?

FRAGALA’. Lei poteva dire ad Amato che secondo lei Franceschini non era dissociato e allora Amato non lo inseriva nella lista.

MORUCCI. No, non avevo questo potere, tant'è vero che Franceschini è rimasto lì.

PRESIDENTE. Risponda meglio alla domanda del senatore Castelli. Prima lei ha affermato che avevate avuto contatti con altri gruppi rivoluzionari europei e mediterranei, mentre invece con i Servizi orientali non avete avuto nessun contatto.

MORUCCI. A me non è dato sapere questo. Sono venuti fuori gli archivi del servizio segreto della Germania orientale, dal quale si è capito che hanno avuto rapporti con la Raf, ma non mi sembra che siano emerse notizie di rapporti con le Brigate rosse. Se li avevano avuti con la Raf, probabilmente nell'area dei Servizi satelliti doveva essere quello deputato dal grande fratello sovietico ad avere contatti con altri gruppi rivoluzionari; dico questo a lume di naso: così come i bulgari andavano in giro con gli ombrelli ad ammazzare la gente, forse quelli della Germania orientale potevano essere deputati a questo tipo di contatti, però non è emerso nulla. E’ «venuto giù» l'impero sovietico, ma non è emerso nulla; tra tutte quelle macerie qualche carta ci sarebbe dovuta essere!

PRESIDENTE. Per tranquillizzare il collega Castelli informo che si è scoperto che in Austria vi erano gli equivalenti dei Nasco della Gladio, che erano del Kgb; io ho scritto subito ai Servizi per sapere se risulta che ci sia stato niente del genere in Italia: aspetto la risposta.

CASTELLI. Signor Presidente, se lei mi dice questo per tranquillizzarmi, sappia che non riesce a farlo!

PRESIDENTE. Ho detto questo per dimostrarle che se un domani emergesse un documento che dimostri che su fatti seri si sono determinate infiltrazioni dei Servizi orientali, non avrei nessun motivo per non metterlo in evidenza.

CASTELLI. Non lo avrei mai messo in dubbio, signor Presidente.

CALVI. Signor Presidente, porrò soltanto poche domande, sia per l'ora sia perché vorrei sottoporre alla sua attenzione e sollecitare il fatto che sarebbe opportuno che le nostre audizioni seguissero percorsi più ragionevoli, razionali ed equilibrati; riterrei peraltro opportuno che sia offerta a tutti noi la possibilità di interloquire ponendo domande e non anteponendo ad esse lunghe considerazioni che rappresentano solo l'opinione di chi pone i quesiti, senza poi fornire un contributo alla conoscenza, contributo che invece si può ottenere formulando domande a chi è venuto qui per rispondere. Vorrei porre a Morucci alcuni quesiti. Lei ha fatto riferimento al fatto che nel 1972 è stato arrestato al confine con la Svizzera: perché ciò avvenne?

MORUCCI. Stavo tentando di introdurre un fucile mitragliatore e per il codice Rocco il tentativo di introduzione di armi è punibile, cosi come la banda armata si differenzia da qualsiasi altra organizzazione criminale, perché è punibile anche «se non fa nulla».

CALVI. Morucci, io non polemizzo con lei su questioni di carattere giuridico!

MORUCCI. Ci mancherebbe che io possa farlo con lei, avvocato: lungi da me l'idea!

CALVI. Ecco: allora risponda alle mie domande. La banda armata non è un reato punito solo in Italia, così come l'introduzione di un'arma da guerra è un reato previsto da molte altre legislazioni.

MORUCCI. Si tratta - ripeto - di «tentativo» di introduzione di arma.

CALVI. Dicevo: lei stava portando un fucile in Italia?

MORUCCI. Esatto.

CALVI. Fu fermato al confine?

MORUCCI. Esatto.

CALVI. Da chi fu fermato?

MORUCCI. Dalla finanza italiana, che operava in territorio svizzero, perché la situazione di Chiasso è un po' anomala.

CALVI. Dove fu processato?

MORUCCI. Non fui processato.

CALVI. Ci spieghi allora cosa avvenne.

MORUCCI. Sono stato rilasciato, mi sembra, dopo due o tre mesi, non conosco bene il codice svizzero, ma da quello che ho capito non erano state raccolte prove a sufficienza. Ricordo, peraltro, che non avevo in mano l'arma: non stavo passando il confine con il fucile a tracolla.

CALVI. E dov'era l'arma?

PRESIDENTE. Dove ce l'aveva?

MORUCCI. Era nascosta nel bagno, nell'intercapedine del tipo di quelle che si aprono con la chiave quadro.

CALVI. Dopodiché, come rientrò in Italia?

MORUCCI. Rientrai in Italia consegnando il decreto di espulsione a Ginevra e in treno da Bardonecchia.

CALVI. Il decreto di espulsione riferiva la circostanza o almeno i motivi per cui lei era stato rilasciato o fu fermato?

MORUCCI. Sinceramente non lo ricordo.

CALVI. Ho capito. Tornerò poi su questo punto. Lei, poc'anzi, ha chiamato Moretti con un epiteto: «la Sfinge»; era chiamato così, è stato chiamato così da un momento in poi o cos'altro? Per quale motivo attribuivate questo epiteto a Moretti?

MORUCCI. Lo sto dicendo io adesso, perché non parla.

CALVI. Lei, quindi, presume che Moretti potrebbe dire molto di più rispetto a quello che sa e che non ha detto ciò che sa?

PRESIDENTE. Perché non parla?

MORUCCI. Ho già detto che tutto ciò che riguarda il comitato esecutivo potrebbe dirlo meglio di me Moretti, il perché di determinate decisioni lo potrebbe spiegare meglio Moretti di me, perché lui era nel comitato esecutivo ed io no: se la Sfinge parlasse potrebbe dire quello che ha chiesto a me evitandomi l'impossibilità di risponderle, perché non lo so.

CALVI. Lei quindi presume, da quello che capisco, che Moretti sappia e non dica.

MORUCCI. No. Moretti ha scritto un libro...

PRESIDENTE .... con la Rossanda...

MORUCCI. Penso che sarebbe suo dovere non limitarsi a scrivere libri, ma casomai venire qui.

CALVI. Quindi Moretti potrebbe fornire un contributo di verità superiore a quello dato sinora? Potrebbe, cioè, riferire fatti e circostanze a noi non noti?

MORUCCI. No: posso dire soltanto che Moretti avvalorando in una sede ufficiale - e non in un libro - tutto ciò che è stato detto finora e quanto lui stesso ha scritto - appunto - nel libro, potrebbe contribuire ancor più a far ritenere del tutto sufficiente ciò che si sa del fenomeno Brigate rosse, per quanto riguarda - chiaramente - le Brigate rosse stesse.

ZANI. Moretti, dopo vent'anni, potrebbe ad esempio dirci dove si riuniva il comitato esecutivo, così lo verremmo a sapere lei ed anche io, e così sarei meno sospettoso!

MORUCCI. Certamente. Potrebbe anche dire chi altri partecipava a quelle riunioni, se c'era un anfitrione o no, chi era il padrone di casa, chi era l'irregolare, chi batteva a macchina i comunicati del comitato esecutivo che poi erano distribuiti in tutta Italia sul caso Moro. Certo, ritengo siano cose che non cambino radicalmente la questione, ma penso che andrebbero dette.

SARACENI. E perché non dice queste cose?

CALVI. Volevo chiedere anch'io la stessa cosa: perché, secondo lei, non compie questo ulteriore passo?

MORUCCI. Perché non vuole ratificare la sconfitta, perché vuole starne fuori, perché ha una figlia, perché è innamorato della sua donna: il perché non lo so; si tratta di un'infinità di motivi per cui, ad un certo punto, uno può dire: «Non ne posso più». Secondo me sbaglia, avendo le responsabilità che ha.

CALVI. Tra i tanti motivi che lei ha esposto non le chiedo quale sia il più probabile, ma se concludo dicendo che Moretti finora non ha fornito un contributo pari alla qualità delle sue conoscenze, dico cosa giusta?

MORUCCI. Dice cosa più che giusta, perché non ha fornito nessun contributo!

CALVI. Bene: prendiamo atto di quanto ci ha detto. Veniamo ad un altro punto. Lei ebbe a scrivere nel 1980 un famoso memoriale che affidò a suor Teresilla. Immagino che fu redatto da lei.

MORUCCI. Sì.

CALVI. Interrogato dai pubblici ministeri romani lei disse: «posso dire che alcune parti furono redatte da me ma non ricordo di aver steso l'intero elaborato». Lei ricorda di aver detto ciò?

MORUCCI. Se me lo dice lei, sì.

CALVI. La mia domanda a questo punto è se ci furono altri che collaborano alla redazione di questo memoriale. Ricorda ora se è stato scritto interamente da lei o se qualcun altro l'ha aiutato a redigerlo?

MORUCCI. Certamente Adriana Faranda.

CALVI. E perché non disse una cosa che potrebbe apparire ovvia, e cioè che Adriana Faranda l'aiutò a scriverlo! Lei disse testualmente: «posso dire che alcune parti possono essere state stese da me ma non ricordo di aver steso l'intero elaborato».

MORUCCI. Qual era la domanda che mi fu fatta allora? Se mi è stato chiesto se l'avevo scritto solo io ho risposto, se mi è stato chiesto se l'ha scritto anche qualcun altro non ho risposto.

PRESIDENTE. Tra le cose che dice lei e quello che diceva la Faranda c'è una tale coincidenza che spesso sono sovrapponibili per cui si capiva che era scritto a quattro mani.

CALVI. Speravo che dicesse altro e non la Faranda che secondo me, è una risposta ovvia.

MORUCCI. Nel carcere di Paliano non vedo chi altri poteva collaborare.

CALVI. Non eravate in pochi a Paliano se ben ricordo.

MORUCCI. Si riferisce a detenuti. Perché si poteva pensare che come erano venuti in Svizzera personaggi strani potevano essere venuti anche a Paliano.

CALVI. I suoi sospetti sono interessanti.

ZANI. Anche suor Teresilla è un personaggio strano.

MORUCCI. E' un personaggio insolito come molti che visitano le carceri.

CALVI. Sempre nel memoriale lei ricorda come ai primi di maggio del 1978, dopo che fu decisa l'esecuzione della condanna a morte, alcuni militanti furono incaricati di reperire sabbia sul litorale romano per depistare. La stessa sabbia fu ritrovata non solo sulle scarpe di Moro ma anche sui pneumatici della Renault Quattro e nella parte interna dei parafanghi.

MORUCCI. Lei mi mette in difficoltà perché l'avvocato Tarsitano ha detto al processo che quel terriccio proveniva dalle montagne umbre.

CALVI. Tarsitano avrà avuto le sue ragioni per formulare quella domanda.

MORUCCI. E’ certo che le perizie abbiano riscontrato la stessa sabbia nelle ruote e così via?

CALVI. Io reputo che sia così e le domando se conferma che fu prelevata della sabbia e messa soltanto sui vestiti di Moro?

MORUCCI. Certamente, posso anche dire che non si è andati a prendere quella sabbia con quella macchina.

PRESIDENTE. Esclude che fu messa anche sulle ruote e sui parafanghi?

MORUCCI. Questo non lo so. E’ possibile che fu fatto per completare l'opera visto che la Renault non sarebbe stata recuperata. Forse è stata una iniziativa di chi era nella Renault, non mi sembra tanto strana dato che la macchina sarebbe rimasta alla polizia.

CALVI. Lascerei a noi i sospetti di indagare su altri. Al momento stiamo indagando sui delitti delle Brigate rosse per capire il complesso di tutto ciò che avvenne. Le è stato contestato poco fa che nella sua abitazione di viale Giulio Cesare fu trovato un numero che corrispondeva all'abitazione privata di monsignor Marcinkus. Lei ha risposto che si tratta di un numero codificato.

MORUCCI. No.

CALVI. Allora ci può spiegare come mai il numero dell'abitazione privata di monsignor Marcinkus fosse in suo possesso?

MORUCCI. Ho detto che non si trattava di agendina ma di agenda che era il brogliaccio del fronte della controrivoluzione in cui venivano riportate tutte le notizie rilevate a mezzo stampa. Poi se c'era il numero dell'abitazione privata di monsignor Marcinkus o c'era su un giornale o non c'era il numero privato. Lei lo ha visto? Ed era effettivamente il numero di monsignor Marcinkus?

CALVI. Sì, certo non l'ho fatto.

MORUCCI. Se lo dice il senatore Flamigni, lo metto in dubbio in quanto lo reputo mendace.

CALVI. Come lei sa, sono stato parte civile al processo quindi conosco gli atti. Il documento è agli atti del processo così come anche la telefonata, l'intercettazione a cui faceva cenno l'onorevole Fragalà. Quella telefonata non è stata introdotta dall'avvocato Zupo senza sapere dove è stata trovata: era agli atti del processo e fu utilizzata con l'intelligenza e l'abilità dell'avvocato Zupo perché ci si era dimenticati di utilizzarla nella redazione dell'ordinanza di rinvio a giudizio.

FRAGALA’. La Corte d'Assise respinse l'istanza.

CALVI. Certo, perché non erano identificati i soggetti, ma questo è un altro argomento. Quello che voglio dire è che le conoscenze nascono dalle carte del processo non da illazioni o da libri. Ci può dire con precisione chi decise e in che momento fu deciso che l'onorevole Moro doveva essere ucciso? Chi decretò la condanna a morte?

MORUCCI. Non so se dopo la telefonata del 30 aprile Moretti tornò a Firenze. Se non vi tornò era già stato deciso che, in assenza di un segnale che a parere insindacabile di Moretti fosse ritenuto positivo, la sentenza dovesse essere eseguita e in virtù di questo Moretti fece quella telefonata e si attese fino al 9 maggio. Se invece Moretti dopo la telefonata del 30 aprile tornò a Firenze è stato deciso dal comitato esecutivo dopo quella data.

CALVI. Al primo processo per l'omicidio dell'onorevole Moro Savasta dichiarò che la consultazione fu soltanto formale e che nel momento in cui decise di sequestrare l'onorevole Moro era già stata decisa la sua morte: la decisione di ucciderlo era già stata presa nel momento in cui si decise di sequestrarlo.

MORUCCI. Perché Moretti allora doveva fare quella telefonata?

CALVI. Savasta non è persona disinformata.

MORUCCI. All'epoca era un irregolare e non sapeva niente. Quando gli ho detto che eravamo stati noi ha stralunato gli occhi.

CALVI. Lei allora non crede alla veridicità dell'asserzione di Savasta?

MORUCCI. E’ una sua opinione.

PRESIDENTE. Ma che la condanna fosse ineludibile lo ha ammesso anche lei: non l'esecuzione ma la condanna.

MORUCCI. Sì, era un punto fissato già dal settembre 1977. E cioè se non si otteneva quello che si voleva questa volta non si sarebbe fatto come con Sossi, bensì si doveva ucciderlo. Questo era tranquillo: scritto, dichiarato, accettato da tutti non creduto possibile da nessuno. Tutti credevano che avendo Moro in mano lo Stato avrebbe trattato, si sarebbe «sbracato». Purtroppo è stato preso in un momento in cui era troppo debole per cedere. Due settimane prima forse sarebbe stato diverso.

CALVI. Questa è una sua opinione.

PRESIDENTE. Perché due settimane prima sarebbe stato diverso?

MORUCCI. Perché due settimane prima non era ancora andato così avanti il Governo cosiddetto di unità nazionale e quindi la Democrazia cristiana avrebbe mano molto più libera nei suoi movimenti.

FRAGALA’. Perché non c'era ancora il Pci.

SARACENI. Quindi il partito avverso era il Pci.

MORUCCI. Questo è evidente. E’ dichiarato: non stiamo dicendo niente di insultante anche perché la fermezza era un mezzo che si riteneva necessario per vincere quella battaglia.

PRESIDENTE. Ogni tanto ci meravigliamo perché qualcuno ripete cose che sono già agli atti della Commissione. Nella scorsa legislatura abbiamo acquisito dal fondo Spadolini addirittura una lettera riservata di Cossiga a Spadolini in cui si dice che Bufalini lo andò a trovare e gli disse di venire da parte di Berlinguer e che la fermezza era un punto da cui il Pci non poteva recedere. Questo è un fatto noto. Io che non ero comunista e che non facevo politica, ero convinto che era una scelta giusta.

CALVI. Dopo la vicenda Moro c'è una nuova e diversa stagione delle Br, mi riferisco agli attentati e agli omicidi Giugni, Tarantelli, Giorgieri e Ruffilli. Lei ha detto che si trattava di personaggi più prossimi, forse è stato un po' impreciso....

MORUCCI. No, mi riferivo a Tarantelli.

CALVI. Come lei ricorderà Tarantelli è stato ucciso nel momento in cui vi era quella grande controversia sulla scala mobile: Tarantelli cercava di raccordare le due posizioni in campo; quindi, secondo me, tutti i tentativi di mediazione erano colpiti più che le persone prossime. Voglio chiederle se in questa nuova fase, di cui lei non ha grande conoscenza, non ritiene possibile che ci sia stata una infiltrazione in qualche modo provata anche attraverso gli atti processuali. Le ricordo per esempio la vicenda del generale Giorgieri.

MORUCCI. Credo che non fosse Giorgieri, che fu ucciso da un altro gruppo le Unità comuniste combattenti. Non lo so... L'omicidio Hunt di che periodo è? Credo che il plenipotenziario americano in Palestina sia stato ucciso più o meno nello stesso periodo, per cui non credo che tornino i conti se si vede la strategia delle Brigate rosse in quel periodo unicamente diretta verso i personaggi che lei ha indicato. Credo che in quel documento ci sia stato un aggiornamento di tiro: è fallito l'attacco al monolite democristiano e si è pensato al contrario di quello che si pensava prima, cioè che il Pci in realtà esisteva solo perché la Dc voleva che esistesse nei suoi giochi strategici; si è in parte ribaltata questa idea, cioè che tutti coloro che mediavano reggevano la Democrazia cristiana. Si può essere arrivati ad un corto circuito di questo tipo.

CALVI. Lei ha mai avuto notizie circa le modalità e i criteri di selezione degli obiettivi? Chi decideva di colpire Giorgieri, Ruffilli, Tarantelli o Giugni? Come veniva selezionato l'obiettivo? E soprattutto chi e attraverso quali procedure e quale logica si giungeva ad individuare questi obiettivi?

MORUCCI. Il fronte della contro rivoluzione nazionale poteva dare delle indicazioni se si trattava di campagne nazionali, cioè nelle quali in più città venivano colpiti personaggi con un determinato ruolo, tali da permettere una gestione cumulativa. Per altri era invece il fronte della contro rivoluzione di colonna che direttamente proponeva alla direzione di colonna un possibile obiettivo con le sue argomentazioni politiche; dopo di che la direzione di colonna decideva. Se era proposto dal fronte, decideva il comitato esecutivo.

CALVI. Vengo all'ultima domanda. Lei viene arrestato nel ‘72 perché cercava di introdurre in Italia armi e credo che non possa essere sfuggita alla polizia italiana questa circostanza. Lei entra nelle Brigate rosse nel '76 e poi nel '78 e '79 c'è la stagione più crudele delle Br. Dal racconto che ha fatto questa sera, per altro assolutamente vero, risulta che lei girava tranquillamente per Roma, si incontrava nel ristoranti con persone che avevano contatti con altissime autorità dello Stato (Piperno e Pace), riferisce addirittura di aver incontrato direttamente Gallinari, che aveva un appuntamento in un bar con altre persone. Le chiedo allora: non ha mai pensato che c'era un eccessivo spazio di libertà, che voi eravate sufficientemente liberi da far pensare che in qualche modo questa libertà non fosse così cristallina, così limpida? Vi sentivate così sicuri di non essere controllati nonostante il suo precedente e l'attività che svolgeva?

PRESIDENTE. Andavate a mangiare nello stesso ristorante della scorta di Andreotti!

MORUCCI. E’ vero, lo sapevamo.

CALVI. Le faccio solo questo esempio. Quando ci fu l'omicidio Moro ero a Catanzaro per il processo di piazza Fontana; tornato a Roma, dalla stazione a casa mia fui fermato tre volte dalla polizia. Mi domando allora se è mai possibile che per voi vi fosse invece questa straordinaria libertà di azione. Voi che eravate rivoluzionari, clandestini, e quindi avevate una cultura del sospetto, non è mai balenata l'idea che c'era una libertà inconcepibile in un momento di scontro così duro come quello dei 55 giorni del sequestro dell'onorevole Moro?

MORUCCI. Noi credevamo - altrimenti avremmo fatto qualche altra cosa nella vita - che un'organizzazione clandestina fosse in grado, in una grande città, di mimetizzarsi, di evitare di incappare nelle maglie della polizia. Poi c'è sempre il caso: basta vedere che la maggior parte delle basi delle Brigate rosse sono state scoperte per perdite d'acqua e altre cose del genere.

CALVI. Ma nelle vostre storie il caso ricorre troppe volte.

MORUCCI. Come nella storia di qualunque gruppo rivoluzionario.

CALVI. C'è però una logica dei numeri che non consente di attribuire sempre al caso l'impunità.

PRESIDENTE. Lei ha richiamato prima la sua cultura leninista. Lenin va a Mosca su un treno blindato dei servizi segreti tedeschi: sapeva di essere strumentalizzato, ma pensava di poter strumentalizzare. Da alcuni leninisti non ci si poteva aspettare una valutazione di questo tipo?

MORUCCI. Certo.

PRESIDENTE. Ma la facevate?

MORUCCI. No, anche perché non c'era nessun offerente. Questa cosa non si può dire ai leninisti perché si alterano.

PRESIDENTE. Curcio la disse nella mia città.

MORUCCI. Mi pare strano, perché i leninisti non sopportano che si ricordi il particolare che la rivoluzione bolscevica è stata fatta con i marchi prussiani. Io ho provato a ritirarla in ballo a proposito della dissociazione, mentre loro parlavano della purezza leninista; cercavo di fargli capire che il mondo va in un'altra maniera.

PRESIDENTE. Perché in Italia deve essere andato diversamente?

MORUCCI. Perché non c'era l'offerente: cosa offrivano e chi offriva?

PRESIDENTE. Lo sta dicendo Calvi: vi offrivano questa libertà di azione che sembra incomprensibile o fortemente sospetta.

MORUCCI. E noi cosa gli davamo?

PRESIDENTE. Alcune centinaia di migliaia di voti.

MORUCCI. Ma questo potevano farlo senza contattarci....

PRESIDENTE. Dandovi la libertà.

MORUCCI. Non c'era bisogno di contattarci per darci la libertà.

PRESIDENTE. Potevano essere marchi raffinati.

CASTELLI. Lei ha dichiarato che non si sapeva dove Moretti si riuniva né con chi si riuniva.

MORUCCI. Con chi si riuniva lo so.

CASTELLI. Ma se ha detto che sarebbe interessante conoscere gli anfitrioni!

MORUCCI. Ho detto che sarebbe interessante sapere se c'era un anfitrione.

CASTELLI. Allora come mai esclude in maniera categorica questo fatto?

MORUCCI. C'erano gli altri del comitato esecutivo, Bonisoli, Azzolini, Micaletto; li avete chiamati? Loro vengono, hanno sempre detto che aspettavano la Commissione parlamentare: erano a Firenze e potranno sciogliere questo tipo di dubbi.

PRESIDENTE. E’ un'idea.

BIANCHI CLERICI. In primo luogo, perché credo sia opportuno che rimanga agli atti, devo censurare la battuta di pessimo gusto fatta dal collega Corsini che in maniera subdola...

CASTELLI, Non diamogli importanza.

PRESIDENTE. Colleghi, lasciamo l'attualità politica fuori da questa Commissione che è già tanto impegnata nel misurarsi con il passato.

BIANCHI CLERICI. Sì, però queste battute non sono vere e non corrispondono al nostro movimento che non è certo assimilabile in alcun modo all'attività della Brigate rosse. In secondo luogo vorrei rivolgere al signor Morucci una domanda che, in caso di risposta, soddisferà una mia curiosità personale. Me ne scuso in anticipo con la Commissione e con il Presidente ma credo in ogni caso di non essere la sola ad indulgere in questa sede al soddisfacimento di curiosità personali. Lei prima diceva che i grandi dubbi che avete avuto sul fatto di uccidere o no il presidente Moro hanno lacerato il movimento. Essi sono nati dal fatto che in ogni caso una parte di voi, ma forse anche la vostra parte più irriducibile, cercava in ogni modo un segnale di riconoscimento politico della vostra attività e della vostra esistenza al punto che è stata citata prima la liberazione di alcuni «prigionieri», vostri compagni detenuti in carcere o altri tipi di azione che dimostrassero che eravate un movimento, seppur armato e che in un certo modo vi legittimassero. Quello che mi stupisce è come poteste pensare che lo Stato, che per voi era il nemico, l'oppressore del popolo, potesse darvi un riconoscimento di questo genere anche perché voi non avevate a fianco il popolo nella vostra lotta, eravate una banda armata, sola, che portava avanti un suo progetto, che chiunque può giudicare come meglio crede, ma non eravate sostenuti da un movimento di massa. Erano momenti durissimi, io lo ricordo perfettamente, ero una liceale: quando la sera uscivo con i miei amici venivo fermata tutte le volte perché, come ricordava l'avvocato, nella nostra adolescenza abbiamo vissuto questo genere di esperienze: tutto il territorio era molto controllato. Mi chiedo come voi, che per certi versi siete stati lucidissimi nell'azione, poteste illudervi di avere un riconoscimento politico dello Stato nella consapevolezza che in ogni caso stavate facendo una rivoluzione che non aveva il consenso popolare e la forza di un popolo al vostro fianco e alle vostre spalle.

MORUCCI. Non pensavamo che fosse così.

BIANCHI CLERICI. Avete preso una cantonata così grande?

MORUCCI. Non credo che siamo stati i soli a prendere cantonate di questo tipo; in politica è possibile, è facile prendere cantonate di questo tipo, cioè pensare di rappresentare un intero popolo.

BIANCHI CLERICI. Sono cose che capitano, si possono verificare.

CASTELLI. Avreste dovuto fare un referendum!

MORUCCI. Sarebbe stato un po' difficile, noi avevamo il vantaggio della clandestinità quindi che il popolo ci appoggiava ce lo dicevamo tra di noi; leggevamo ciò che scriveva Piazzesi e ci confortava, le interviste agli operai della Fiat su Moro ci confortavano largamente.

FRAGALA’. In via Fani avevate un osservatorio?

MORUCCI. No.

CASTELLI. Io sono rimasto colpito dalla sicurezza con la quale si conferma la chiusura totale - quindi nessun sospetto - su possibili infiltrazioni. Penso infatti che ciò sarà oggetto - e lo è già stato - di dichiarazioni contrarie dell'altra parte. Molto velocemente domando a lei, che è profondo conoscitore e soggetto partecipe, quali erano gli indicatori per affermare che il compagno di lotta armata, sarebbe rimasto tale. Oltre il reclutamento iniziale, che probabilmente avrà avuto dei parametri, ci saranno stati due o tre elementi, per esempio la lunga militanza o una determinata azione, per affermare che sicuramente un personaggio non è infiltrato.

MORUCCI. La prassi che si seguiva nelle Brigate rosse, dopo i primi avvenimenti con infiltrazioni positive di frate Girotto e di quello di Trento - non ricordo come si chiamasse - a Milano... Pisetta. Dopo quegli avvenimenti, in cui il reclutamento era un po' largo (non erano ancora una organizzazione veramente clandestina, le Brigate rosse; si erano conosciuti nel movimento, giravano per case non molto coperte, insomma diciamo che era una banda armata non ancora abbastanza solida dal punto di vista della sicurezza organizzativa) i criteri di reclutamento sono stati stretti, per cui di chiunque si avvicinasse alle Brigate rosse bisognava sapere morte e miracoli, cioè doveva essere presentato da altri compagni che lo conoscevano da tempo, che sapevano cosa aveva fatto e cosa non aveva fatto. Questo in parte metteva al riparo, perché se nel 1978 una persona era conosciuta dal 1975 o addirittura dal 1974, era abbastanza difficile che nel 1974 questa persona potesse essere già stata confezionata come infiltrato. Era abbastanza difficile, e peraltro cosa aveva fatto questo infiltrato confezionato nel 1974 fino al 1976, 1977, 1978, quando è entrato nelle Brigate rosse? E' stato ad aspettare le Brigate rosse per quattro anni? Era abbastanza difficile con questo tipo di procedura pensare...

PRESIDENTE. Mi scusi, ma non poteva essere un infiltrato nel movimento?

MORUCCI. Sì, certo.

PRESIDENTE. Certamente nel movimento c'erano più poliziotti...

MORUCCI. Sì, ma non si fa tanta fatica a creare un infiltrato da Brigate rosse per poi farlo stare nel movimento; per fare cosa: per andare dietro a quelli che tirano le bottiglie molotov? Se uno è confezionato come infiltrato da Brigate rosse non può essere lo stesso che sta nel movimento e sta dietro a quelli che tirano le bottiglie molotov. Uno che deve fare l'infiltrato nelle Brigate rosse ha ben altro peso; deve avere un peso leggermente differente. Io mi sono sempre interrogato su questa cosa. Debbo dire innanzitutto che se viene fuori qualcuno che dice: Tizio e Caio erano miei infiltrati, lo non mi uccido, perché sono fatti della vita e dei movimenti rivoluzionari, così come il fatto che Lenin ha preso i marchi prussiani. Non mi ammazzo per questo motivo. Potrei dire: vedi! Porca miseria! Va bene, ce l'avevano fatta, c'era questo. Quello che però io mi chiedo è: un infiltrato delle Brigate rosse, se c'è stato, che ha fatto? Perché l'infiltrato - qualcuno può correggermi...

PRESIDENTE. Ha portato Dalla Chiesa a via Monte Nevoso, per esempio, in quindici giorni.

MORUCCI. Un infiltrato fa trovare le basi? E dopo che fine fa questo infiltrato che ha fatto trovare le basi?

CASTELLI. Influenza le decisioni.

MORUCCI. In quale senso? Nel senso contrario o nel senso di corroborare la decisione che già c'è nel gruppo terroristico? Può fare le due cose.

CASTELLI. Nel senso che ritiene più utile ai suoi fini.

MORUCCI. Ma i suoi fini possono essere di due tipi: uno, spostare l'obiettivo dell'organizzazione; secondo, mantenerlo su quella rotta. Ora, non mi sembra di rintracciare grandi spostamenti nell'attività delle Brigate rosse, e non mi sembra che le Brigate rosse abbiano avuto bisogno di essere corroborate nel perseguire i propri fini. Quindi questo infiltrato che cosa ha fatto? Ha fatto trovare Monte Nevoso? E poi che fine ha fatto, dove è finito? E’rimasto nelle Brigate rosse? Dove è finito? Si è volatilizzato? Quando vengono scoperte le basi, c'è un'analisi, per coprire la faccia.

PRESIDENTE. Questo significherebbe che sono stati tutti presi. Secondo lei non è rimasto nessuno fuori, non c'è nessun compagno che non sia stato individuato?

MORUCCI. Individuato no; forse qualcuno certamente minore, sì, forse qualcuno lo conosco pure, ma me ne sono dimenticato. Qualcuno minore certamente. Mi scusi, ma dopo che venivano trovate le basi, c'era un'analisi di questi fatti. Non succedeva mica che venivano trovate le basi e si diceva: è normale, hanno trovato le basi, andiamo avanti. Venivano scandagliati, uno per uno, chi li conosceva, è ovvio...

PRESIDENTE. Ho capito il suo punto di vista. Ma che analisi faceste sul ritrovamento del covo di via Monte Nevoso?

MORUCCI. Non l'ho fatta io, ma certamente chi l'ha fatta, se ci fosse stato un infiltrato sarebbe arrivato a identificare due o tre nomi. E quello che faceva? Un infiltrato del genere poi sparisce. Chi è sparito? A me non risulta che sia sparito nessuno. Dopo una botta del genere, sparisce. Quello che ha fatto arrestare Moretti, è sparito, non si è rimesso mica nelle Brigate rosse da un'altra parte. Non è che ha fatto arrestare Moretti e poi, siccome lo hanno coperto e il suo nome non è venuto fuori, è andato da qualche altra parte per fare arrestare qualcun altro. Arrestato Moretti, quello è scomparso. Si è preso i suoi soldi e arrivederci. Dove va?

PRESIDENTE. Mi lasci dire: Moretti viene arrestato e sembra già il capo di un esercito sconfitto.

MORUCCI. Sì, ma ce n'erano altri. La Balzerani stava ancora fuori; è stata arrestata nel 1985. Sono stati compiuti altri venti omicidi dopo l'arresto di Moretti.

PRESIDENTE. Volevo farle un'altra domanda e poi concludiamo. Quando la polizia fa l'incursione nel paese di Gradoli, il covo era ancora attivo, non era stato abbandonato. Quella incursione non vi disse niente? Non vi allarmò? Non era strano che si facesse tutto quel movimento in un paese che aveva lo stesso nome della via?

MORUCCI. Me lo stavo chiedendo mentre l'onorevole Fragalà mi faceva le sue domande. Ma la perlustrazione a Gradoli è prima o dopo?

PRESIDENTE. E’ prima.

MORUCCI. Oddio santo!

SARACENI. Prima rispetto a che?

MORUCCI. Prima del 18 aprile, quando è stata ritrovata la base di via Gradoli. Non ne ho la più pallida idea. Si sarebbe dovuti scappare a gambe levate. Ma non sono andati solo a Gradoli?

PRESIDENTE. Fecero un'irruzione in cui misero a ferro e fuoco un paese.

MORUCCI. Ma anche in altri, non solo a Gradoli. Andavano un giorno da una parte e un giorno da un'altra. Erano convinti che potesse essere in zone limitrofe a Roma, quindi per noi il fatto che andassero a Gradoli... adesso, col senno di poi, della seduta spiritica e di tutto il resto...

PRESIDENTE. Della seduta spiritica non si era saputo.

MORUCCI. ...si arriva a collegare Gradoli a via Gradoli, ma all'epoca che fossero andati a Gradoli, la settimana prima in un altro paese e la settimana dopo in un altro ancora, a tutto si poteva pensare, meno che potessero arrivare a via Gradoli, perché c'era stata la seduta spiritica.

PRESIDENTE. Ritengo che possiamo concludere questa audizione.

La seduta termina alle ore 00,55 di giovedì 19 giugno 1997.

Fine seconda parte


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