FISICA/MENTE

 

 

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

17a SEDUTA

GIOVEDI 8 MAGGIO 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

 

Seconda parte

Indice interventi

PRESIDENTE
ANDREOTTI
BONFIETTI (Sin.dem.-l'Ulivo), senatore
FRAGALA' (AN), deputato
SARACENI (Sin.dem.-l'Ulivo), deputato
ZANI (Sin.dem.-l'Ulivo), deputato

 

PRESIDENTE. Do la parola all'onorevole Saraceni.

SARACENI. Vorrei fare preliminarmente una piccola osservazione in merito alla «legge Valpreda». Infatti, non credo che essa fu determinata dalle condizioni di salute dello stesso Valpreda, che non furono neanche mai propagandate come particolarmente gravi (era affetto, infatti, dal morbo di Burger).

ANDREOTTI. Non ricordo con esattezza di che tipo di affezione si trattasse, ma ricordo che si dicesse che era molto grave.

SARACENI. Si parlava di una sua malattia. L'input contingente della malattia per quella legge, che è altamente positiva, era giusto ed era costituito dal fatto che non solo Valpreda, ma insieme a lui anche un ragazzo di vent'anni, che si chiamava Gargamelli, coimputato, e con questi anche un altro ragazzo, Borghese, era stato dichiarato incapace di intendere e di volere e sottoposto ad una misura provvisoria di restrizione di libertà.

PRESIDENTE. Ma cosa prevedeva questa «legge Valpreda»?

SARACENI. Eliminava il mandato di cattura obbligatorio e consentiva la libertà provvisoria.

FRAGALA’. Si trattava di qualcosa fatto su misura per VaIpreda!

SARACENI. Rilevo che il garantismo del collega Fragalà dipende molto dal merito delle questioni!

FRAGALA’. Sono a favore di questa legge, ma ricordo che fu fatta per Pietro VaIpreda!

SARACENI. Fu il primo passo per l'eliminazione di un istituto che la storia ha confermato essere barbaro, quello che realisticamente si chiamava carcerazione preventiva, al quale oggi abbiamo cambiato denominazione; costituì l'avvio di una serie di riforme che oggi, per fortuna, rimangono. Probabilmente, senza il sacrificio di quei ragazzi, che poi era un riconoscimento di innocenza... Era ormai intollerabile che dopo tre anni di carcerazione preventiva questi ragazzi, di cui ormai la coscienza collettiva aveva percepito l'innocenza, che erano innocenti, continuassero a rimanere in prigione! Non c'era altra via, anche perché allora non c'erano nemmeno i termini di custodia cautelare per la fine delle indagini ed allora fu fatta quella legge, che poi è diventata un patrimonio importante del nostro ordinamento.

Pongo ora una breve domanda, anche perché condivido l'affermazione fatta agli esordi dal presidente Andreotti circa il metodo ricostruttivo dei fatti, perché probabilmente le cose sono semplici, così come si presentano, e forse, nella ricostruzione di queste grandi vicende che si è fatta, molto spesso, accanto alle deviazioni istituzionali che ci sono nei fatti, ci sono anche nelle ricostruzioni, attraverso l'applicazione di metodi un po' dietrologici e qualche volta un po' fantasiosi: questo è vero. Quindi, è bene partire dai dati di fatto; poi, certo, bisogna anche procedere per ipotesi attendibili circa la spiegazione dei fatti stessi.

Vorrei tornare per un attimo sulla questione di via Gradoli. Giustamente, a chi le attribuiva di sapere che era stata Autonomia, lei ha precisato di non aver affermato di averlo saputo, ma che probabilmente così era, sulla base di una ipotesi. Ma non è cosa di poco conto, un'ipotesi che un esponente dell'Autonomia abbia informato uno di quei convenuti alla seduta spiritica, perché questa ipotesi presuppone due fatti importanti. La fonte, questo esponente dell'Autonomia, sarebbe dovuto essere al corrente di un elemento importante sia della struttura organizzativa delle Brigate rosse, cioè il covo o l'abitazione del capo delle Brigate rosse, Moretti, e quindi di una struttura estremamente importante e di un elemento che poteva essere molto utile alle indagini, in quel momento rappresentato dalla scoperta della prigione di Moro. Poi, l'altro presupposto di questa ipotesi, è che questo elemento così informato e quindi così intrinseco alle Brigate rosse (le quali, pure, si diceva avessero una struttura molto compartimentata) fosse in contatto con uno degli esponenti, dei partecipanti a quella riunione. Quindi, l'ipotesi è molto grave, molto seria, importante. Proprio perché aderisco al suo metodo di spiegare le cose sulla base di dati di fatto attendibili la domanda che le faccio è questa: sulla base di quali elementi aderisce a questa ipotesi, o la formula proprio lei questa ipotesi che sia stato un esponente dell'Autonomia ad informare i partecipanti nel corso di quella che fu simulata come una seduta spiritica?

ANDREOTTI. Ho riferito quello che si diceva in quel momento. Quale sia la fonte non lo so. Questa notizia pervenuta da Bologna la si attribuiva genericamente ad Autonomia bolognese. Dove nasca poi questa attribuzione, non lo so; io stesso quando l'ho riferita ho detto che ciò era interpretato da quanti non credevano allo spiritismo. Quindi non potrei dare una attribuzione alla fonte. Ricordo che quello che si diceva era che proveniva da Bologna, da Autonomia bolognese; che cosa poi ciò significasse di nomi, di cognomi, di collegamenti e di strutture non lo saprei dire.

SARACENI. Ovviamente alla seduta spiritica ci crediamo in pochi, ma l'unica alternativa ad essa non è la fonte Autonomia.

ANDREOTTI. Infatti, non è l'unica.

SARACENI. Devo prendere atto, con un po' di rammarico che anche lei dà credito ai «si dice». In sostanza lei non può che indicare quella voce corrente come un "si dice".

ANDREOTTI. Anche l'altra volta quando ho fatto questa dichiarazione, non ho detto che veniva da Autonomia. Ho detto che si parlava di questa attribuzione.

SARACENI. Quindi lei non sa nulla di più di quel "si dice" generico di cui non conosce l'origine. Tutto qui?

ANDREOTTI. Esatto.

SARACENI. Quindi ciò non ha alcuna rilevanza a questo punto. Come lei sa, la sua opinione è una opinione autorevolissima e quando è fondata su elementi concreti ha un grande peso.

ANDREOTTI. Se avessi avuto elementi concreti, lo avrei detto.

SARACENI. Sempre a proposito di Autonomia, noto che ci furono in quei sessanta giorni rapporti ed incontri tra esponenti del Partito socialista ed esponenti di Autonomia. Ce ne furono anche con esponenti della Democrazia cristiana?

ANDREOTTI. Per quello che io ne so no. Per quanto riguarda poi il rapporto con i socialisti, devo dire che ne sono venuto a conoscenza successivamente. L'onorevole Craxi, nei rapporti che ho avuto con lui, mi ha parlato solo del contatto che ha avuto con Guiso. Alcuni contatti sono stati avuti da persone diverse dall'onorevole Craxi e non so se nell'immediato sia stato del tutto informato. Comunque si tratta di una conoscenza che non ho avuto in quel momento. Inoltre non mi risulta che ci siano stati contatti da parte di rappresentanti della Democrazia cristiana.

SARACENI. A conclusione di questa audizione, per il fatto che nel corso di ben cinquantacinque giorni l'apparato investigativo non è stato in grado di identificare la prigione di Moro, si può dare il giudizio di un apparato assolutamente inefficiente. Mi sembra che l'alternativa non sfugga da queste due affermazioni: o c'era, come dice qualcuno, una volontà politica motivata (ma credo che non ci siano le prove di ciò e che si possa sostenere soltanto facendo ricorso a dietrologie); oppure c'è stata una inefficienza altrettanto inquietante degli apparati della polizia e dei Servizi in quanto era sequestrato e tenuto in prigionia un esponente di primissimo piano del mondo politico e delle istituzioni. E’ difficile poi credere che le Brigate rosse fossero così impermeabili, anche perché poi si fa, mi sembra contradittoriamente, l'ipotesi che ci fosse però un qualcuno dell'Autonomia che potesse informare. E’ possibile (non mi sembra, però glielo chiedo) che fossero così impenetrabili da sottrarsi a qualsiasi possibilità di essere scoperte ed individuate nelle loro azioni ed operazioni? Inoltre, ritornando per un momento a piazza Fontana e a Valpreda, ricordo che in quel gruppo di ragazzi più o meno dissennati si erano infiltrati: un uomo dei Servizi, un uomo della Digos ed anche un uomo della parte politica contrapposta. Allora mi riesce un po' difficile accettare che nel fenomeno delle Brigate rosse, che è durato alcuni anni, e nel corso della prigionia di Aldo Moro, che è durata circa due mesi, l'apparato investigativo non sia stato capace di attingere notizie e informazioni. Certo non si poteva, come lei ha detto, andare in giro sfondando tutte le porte di Roma. Questo è un po' un parlar d'altro, perché è ovvio che vi sono metodi investigativi più razionali, concreti ed operativi: non si trattava certo di sfondare le porte della città nottetempo e a tappeto, ma si trattava di apprestare degli strumenti investigativi, quelli che normalmente si usano, per cercare di attingere le notizie necessarie.

Mi sembra che sul piano investigativo si debba concludere che ci fu una gravissima, quasi incredibile inefficienza. Sul piano politico è ormai passato come un dogma che fu assolutamente giusto (addirittura riesce difficile anche criticarlo) il cosiddetto partito della fermezza. Il partito della fermezza ha la sua giustificazione in ciò: se avessimo ceduto, avrebbero vinto le Brigate rosse. Si tratta di capire cosa significa. Io dico che delle Brigate rosse conosciamo quasi tutto o tutto. Possiamo dire che la tragica fragilità del loro progetto era la mancanza assoluta di radicamento sociale, come dimostra il tragico episodio di Guido Rossa, in occasione del quale ci fu una rivolta di operai contro quell'assassinio. Forse ricevevano anche delle simpatie, ma queste si sarebbero dissolte per conto loro. Si può dire complessivamente che il progetto delle Brigate rosse era così estraneo alla possibilità che si radicasse e che esse addirittura potessero prendere il potere, che sarebbe caduto da solo anche se si fosse trovato il modo per salvare Moro. Non credo che dopo le Brigate rosse si sarebbero rafforzate e avrebbero trovato il modo per radicarsi fino addirittura a scalare il potere. A mio avviso l'assetto democratico del paese non sarebbe stato rovesciato da un cedimento, che forse era compatibile con la salvaguardia dello stesso assetto democratico. Mi sembra di ricordare che in qualche modo su questa strada ci si fosse avviati. Se non ricordo male il 10 maggio era fissato un consiglio nazionale della Democrazia cristiana (Moro venne ucciso il 9 maggio, cioè alla vigilia di questo consiglio), in relazione al quale si disse che forse ci sarebbe stata una apertura, un segnale. Si dice anche che probabilmente in quel momento le Brigate rosse si sarebbero accontentate di molto poco, di un segnale qualunque, per liberare Moro che non avevano molta voglia di uccidere dopo che con lui avevano avuto un dialogo per cinquantacinque giorni. Sembra che tutti gli esponenti del gruppo che lo teneva prigioniero si rifiutassero di eseguire la sua condanna. Quindi forse ci sarebbe stato uno spazio per un segnale che non avrebbe significato affatto una capitolazione dello Stato e nello stesso tempo avrebbe portato alla salvezza di Moro che non rappresentava solo (anche se è molto importante per lui e per i suoi familiari) la salvezza dell'uomo, ma anche l'affermazione di un principio di uno Stato che è così forte da potersi permettere anche una apparente debolezza e quindi per questa via salvare una vita, se è necessario. Le chiedo: lei oggi è ancora convinto che il partito della fermezza fosse una necessità ineludibile? Si potevano forse scegliere strade diverse?

ANDREOTTI. Non ricordo se esistevano casi analoghi a quelli concernenti la legge Valpreda.

SARACENI. Mi riferisco ai coimputati.

ANDREOTTI. Ricordo invece l'effettiva preoccupazione che condividevo con Gonella ed altri per lo stato di salute estremamente precario di Valpreda e che rappresentò una spinta per un provvedimento che comunque reputo giusto. Non si trattò di un cedimento. Per quanto riguarda l'inefficienza, dato che il risultato è mancato, non è possibile dare un giudizio positivo. In ogni caso dobbiamo stare attenti a dire che il nostro apparato poteva essere più attrezzato per vicende di quel genere. Anche se si tratta di un'analogia impropria mi sembra che anche oggi il sessanta per cento degli omicidi e il novantatre per cento dei furti siano di autore ignoto.

SARACENI. Apprezzo questa morigeratezza, ma in quel caso si trattava di un gruppo terroristico che operava ormai da cinque o sei anni e che per cinquantacinque giorni è riuscito a tenere nascosto Moro. Fa impressione pensare che un'attività criminosa di tale durata non renda possibili infiltrazioni o almeno una conoscenza più approfondita.

ANDREOTTI. Certamente è la vicenda più amara che ho sofferto in tutta la mia vita pubblica anche precedente. E’ stata posta la domanda se oggi avrei fatto lo stesso. Cosa abbiamo oggi di più rispetto ad allora? Oggi conosciamo la consistenza relativamente esigua di questo gruppo. Allora questa certezza non c'era e anzi era forte la preoccupazione e la tesi - tra tutti ricordo Pertini che non faceva mistero di ciò - che alle spalle ci fossero addirittura potenze straniere fortissime e non meglio identificate. Si parlava quindi non soltanto di una struttura molto forte in sé ma addirittura di un sostegno di carattere esterno. Perché non è stato possibile seguire altra linea che quella? Per due motivi fondamentali. Seguire una linea diversa e quindi accedere ad alcune richieste significava riconoscere l'entità politica delle Brigate rosse e nel contempo mettere in crisi una linea politica democratica grazie alla quale si era raggiunto un risultato importante. Il sistema democratico - non voglio che si creino fraintendimenti - resse e certamente un riconoscimento delle Brigate rosse avrebbe rischiato da un lato il crollo di tale sistema; dall'altro lato, solo oggi si sa che un gruppo di tale entità non avrebbe potuto fare grandi cose, ma bisogna ricordare la reazione di tutti quelli che erano stati colpiti. Ricordo ancora la vedova di uno dei membri della scorta di Moro che telefonò a piazza del Gesù a Zaccagnini, minacciando di darsi fuoco come i bonzi del Vietnam se ci fosse stato un cedimento. Alle spalle c'era un ceto di servitori dello Stato che, a vari livelli, aveva pagato di persona e che non avrebbe accettato cedimenti rispetto a tale struttura terroristica. Pertanto, non si poteva seguire una linea diversa e neanche il Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, se si fosse riunito il giorno dopo, avrebbe potuto modificare gli eventi. Eravamo tutti angosciati e preoccupati e la linea politica adottata fu molto sofferta. In ogni caso - lo ripeto - non avevamo un'altra linea politica da seguire ed anche quel tentativo che era stato fatto di trovare una persona, la Besuschio...

SARACENI. Oppure Buonoconto...

ANDREOTTI. Lei sa che Buonoconto aveva chiesto il trasferimento dal carcere di Trani a quello di Napoli e che questa richiesta era stata portata avanti perché trasferire un carcerato non rappresentava un cedimento. Per la Besuschio l'operazione non era possibile perché, dal momento che era stata incriminata anche per un altro reato che comportava il mandato di cattura obbligatorio, anche se avesse ricevuto la grazia sarebbe rimasta in prigione.

SARACENI. Non voglio dire che bisognasse fare un atto di riconoscimento. Ciò è implicito. Lei è un uomo delle istituzioni e della politica troppo consumato per non sapere che esistono sistemi che si possono dissimulare. Nel caso del giudice D'Urso si specificò che la decisione di chiudere le carceri di Pianosa e dell'Asinara era stata presa dal Governo in via autonoma. D'Urso fu liberato e in quel caso a nessuno venne in mente che si fosse trattato di un riconoscimento dei custodi del giudice D'Urso. Fu in questo modo che il giudice D'Urso fu salvato. Questo atto fu presentato come un'autonoma iniziativa del Governo.

ANDREOTTI. Il caso al quale fa riferimento è molto diverso da quello relativo a Moro.

SARACENI. Certamente il giudice D'Urso era un personaggio di minor rilievo istituzionale e politico. Comunque, anche se non è mia intenzione invocare le analogie con il caso Cirillo, mi sembra che per il caso D'Urso ciò possa essere fatto. In questo senso c'è una diversa concezione dello Stato. Considero più forte uno Stato capace di resistere anche quando è costretto a subire un ricatto. Anche per la vicenda Sossi si verificò un fatto analogo, forse un gioco delle parti. Un ordine di scarcerazione della magistratura, di un certo livello della magistratura, un ordine di revoca ad un livello diverso e il risultato fu che Sossi si salvò. Forse potevano essere tentate altre vie già sperimentate. Rimango molto dubbioso sul fatto che esistesse uno strumento che avrebbe potuto salvare la vita di Moro. Come lei mi insegna nelle questioni politico-istituzionali bisogna in qualche modo prescindere dalle persone - e ne convengo - ma in quel caso il significato per i connotati liberali dello Stato sarebbe stato sicuramente forte.

ANDREOTTI. Le pare che se avessimo avuto la sensazione che ciò fosse possibile non l'avremmo fatto? E’ stato un momento di un'angoscia enorme. Inoltre, sulla linea politica adottata nessuno ha avuto qualcosa da eccepire.

SARACENI. Mi sembra anzi che ormai sia stato consacrato come dogma. Comunque, lei ci ha suggerito di ascoltare anche Moretti per capire se era vero che si trovavano in una tale situazione di crisi che sarebbe bastato un atto puramente simbolico per salvare Moro. à una cosa che possiamo comunque accertare.

PRESIDENTE. Non so quale sarà in futuro il destino di questa Commissione ma in ogni caso vorrei che restasse a verbale quanto sto per dire. E’ possibile che mi sbagli, ma sono fermamente convinto di due cose. In primo luogo è un errore gravissimo pensare che le Brigate rosse fossero il cubo d'acciaio di cui ha parlato Gallinari. Pensare che le Brigate rosse fossero una setta nata tra pochi intimi e vissuta autonomamente e non piuttosto parte di un movimento enorme che ha riguardato un'intera generazione italiana, vale a dire, quel movimento politico nato dal '68, è un grave errore. In questo senso ha ragione Cossiga. All'interno di tale movimento si faceva politica e come sempre la politica aveva come obiettivo la conquista del potere e il cambiamento della società e come ogni mondo politico esistevano tattiche diverse, conflitti e contrasti in ordine alla tattica da affidare. Gruppi o più gruppi pensarono che la scelta della clandestinità della lotta armata fosse lo strumento migliore all'interno di un mondo nel quale l'uso della violenza era uno strumento universalmente riconosciuto. Le cose che sono state dette prima su Autonomia operala le ho dichiarate io prima dell'onorevole Andreotti, proprio perché è l'unica deduzione logica che si possa fare. Fra le Brigate rosse e il mondo che stava loro intorno filtravano notizie, vi erano scambi e avvenivano incontri; questi erano personaggi che giravano tutta l'Italia. Era un mondo che sapeva benissimo di essere infiltrato e affermo ciò per scienza diretta: discutevano tra di loro di questo, ma capivano anche che vi era una serie di contraddizioni in campo avversario sulle quali avrebbero potuto giocare una partita spregiudicata, lasciandosi utilizzare per poter poi utilizzare le contraddizioni della controparte. L'ipotesi più probabile è che il tam tam di questo mondo abbia portato da Roma la notizia dei fatti di via Gradoli negli ambienti universitari. Trattandosi, infatti, di una riunione di professori universitari, potevano essere presenti figli, nipoti, amici, allievi o assistenti che potevano far filtrare all'esterno la notizia: ed è dopo di questo che il piattino è stato spinto con il dito.

SARACENI. Anch'io non credo nella seduta spiritica. Dobbiamo fare ricorso, ancora una volta, ad ipotesi che non hanno nessun sostegno nei fatti; dobbiamo invece attenerci alla realtà.

PRESIDENTE. I fatti sono quelli che sto ora riferendo: noi sappiamo che erano infiltrati. Un altro fatto è che sappiamo che Craxi, Landolfi e Signorile andarono a colpo sicuro a parlare con Piperno e con Pace per avviare le trattative. Questi erano fatti che si conoscevano: si sapeva che certi ambienti avevano canali di comunicazione con le Brigate rosse; non erano degli stupidi, erano leaders politici. Questa vicenda è sconcertante a parer mio: erano leaders politici italiani che sapevano che avrebbero potuto aprire trattative con Pace e con Piperno. Quando Piperno ha dichiarato che bisognava coniugare la geometrica potenza di via Fani con il Movimento degli studenti del 1977 non ha fatto altro che affermare che non si trattava di cose diverse.

SARACENI. Ha dato sfogo soprattutto al suo estetismo.

PRESIDENTE. Ha detto una verità storica. L'altro giorno ho chiesto ad un amico se voleva intervenire in Commissione stragi. Posso riferirvi su una riunione che si è tenuta in una piccola città come Lecce, all'interno di un gruppo leninista-marxista, nel corso della quale il problema del rapporto con i Servizi fu discusso in maniera spregiudicata. Sono del parere che la scelta della fermezza sia stata giusta, anche se vi erano tecniche sperimentate. Era il valore politico dell'ostaggio che rendeva impraticabili altri tipi di mezzi. Nello stesso tempo le Brigate rosse, che avevano fatto prigioniero l'onorevole Moro, avevano il problema politico di dare uno sbocco al sequestro, dovevano capire come utilizzarlo, valutando gli spazi che si sarebbero potuti aprire. Quali linee di ritirata ragionevoli si potevano lasciare?

SARACENI. Le Brigate rosse erano sicuramente molto brave a sparare alle spalle della gente: premere un grilletto è facilissimo, una volta che hai rotto la controspinta morale che vi è a spingere un grilletto per ammazzare una persona.

PRESIDENTE. Dobbiamo anche domandarci perché indossavano la divisa quando compivano le loro azioni.

SARACENI. Anche questo faceva parte della loro strategia.

PRESIDENTE. Questo induce invece ad affermare che probabilmente vi era qualcuno che non faceva parte delle Brigate rosse, che non era conosciuto e che aveva bisogno di indossare la divisa per essere riconosciuto e non essere colpito. Perché si fa un assalto militare e si spara in una strada stretta...

SARACENI. Prendevano delle precauzioni per non ammazzarsi tra loro e questo è comprensibile. Probabilmente abbiamo un po' enfatizzato la situazione, proprio per giustificare, a mio avviso, il partito della fermezza. Abbiamo enfatizzato l'orizzonte e la struttura politica: è più facile organizzarsi militarmente che avere un progetto politico che possa radicarsi e marciare: non c'è dubbio: sparare è più facile che avere un progetto politico.

PRESIDENTE. Non è detto che una persona, nel momento in cui compie la scelta della lotta armata, smetta di frequentare le persone con le quali si incontrava fino a due giorni prima: in genere non sparisce ma continua ad incontrare, cercando di fare proseliti; per capire ciò è sufficiente leggere il libro di Adriana Faranda.

SARACENI. Io sostengo che era possibile sperimentare questa via.

PRESIDENTE. In questo caso ha ragione il presidente Cossiga: la scelta della clandestinità era spesso occasionale, era dovuta alla velocità con la quale riuscivi a scappare da un poliziotto; se il poliziotto riusciva a raggiungerti ed eri costretto a sparargli un colpo in testa, a quel punto, la scelta della clandestinità era l'unica possibile. Vi sono state casualità, amori falliti, vicende sentimentali finite in un certo modo che hanno condizionato le vicende verificatesi: il professor De Lutiis sorride perché sa a chi mi riferisco; abbiamo sotto gli occhi la verità di quegli anni. Ho voluto ricontrollare l'elaborato del consulente per assumermi la paternità diretta della deduzione che l'informazione veniva dall'Autonomia universitaria.

SARACENI. A me non muove altro intento se non quello di cercare di capire.

PRESIDENTE. Mi ha confortato che la stessa deduzione sia stata fatta anche da altri.

SARACENI. Cercare di attenersi ai fatti è importante. Sul golpe Borghese (la prego di credere che non vi è alcun atteggiamento provocatorio da parte mia, ma sono interessato a capire) lei ha elogiato la requisitoria e la conduzione del processo da parte del pubblico ministero, che è notoriamente il dottor Vitalone, uomo che credo che lei non abbia alcuna difficoltà a riconoscere esserle stato molto vicino.

ANDREOTTI. Assolutamente.

SARACENI. Vorrei offrirle l'occasione di chiarire un fatto detto e ormai accertato e cioè che il processo sul golpe Borghese era in un cassetto, in sonno, alla procura di Roma e che fu lei a scegliere di darne impulso, preparando il famoso rapporto, mi sembra, del settembre 1974 che lei consegnò alla procura di Roma. Da quel momento il processo decollò e fu affidato all'allora sostituto procuratore Vitalone. Lei sapeva o ebbe la sensazione dei contatti, istituzionalmente magari corretti, volti a dare impulso al processo attraverso questo rapporto? Quali erano in quel momento i suoi rapporti con l'allora sostituto procuratore Vitalone, che poi divenne appunto la persona che abbiamo detto? Sembra infatti che vi fossero rapporti di frequentazione già allora e si sapeva anche che il suo rapporto ed il decollo del processo per il golpe Borghese sarebbero stati affidati proprio al sostituto procuratore Vitalone.

ANDREOTTI. La vicenda sta in questi termini precisi. Io sono venuto a conoscenza dei fatti con il rapporto che è stato predisposto dal generale Maletti, rapporto che è stato a me consegnato. Non ero al corrente della parte precedente: come ho verificato successivamente, vi era stato uno sviluppo giudiziario, anzi lo stesso Vitalone, che se ne era occupato, aveva provocato alcuni mandati di cattura. Lungo la strada però vi era stato un sostanziale dissenso tra la Procura e gli organi giudicanti e tutta la vicenda era finita praticamente nel nulla..Non conoscevo Vitalone, se non di vista; ho avuto modo di apprezzarlo in una riunione, tenutasi in una occasione che non ricordo, perché il procuratore capo era accompagnato da alcuni sostituti fra i quali il sostituto Vitalone: avevo avuto modo di notarlo per alcune osservazioni piuttosto pertinenti in base alle quali mi era sembrato intelligente. Allora non avevo rapporti particolari o familiari con lui, solo successivamente si è sviluppato un vero e proprio rapporto. Non abbiamo chiesto che fosse Vitalone, noi mandammo al procuratore della Repubblica Siotto, mi pare che fosse lui il capo della procura di Roma, quindi non abbiamo fatto niente di particolare. Poi ho seguito il processo ed ho rilevato che c'è stato un impegno effettivo come è dimostrato anche dalla requisitoria ed anche dall'appello che era stato posto nei confronti di alcuni e che fu successivamente abbandonato, ma in questo caso Vitalone non c'entra perché, in quel determinato periodo, aveva lasciato la magistratura per diventare senatore.

SARACENI. Fu del tutto accidentale l'assegnazione a Vitalone...

PRESIDENTE. Ho l'impressione che gli assegnaste un collegio molto facile perché a Tricase chiunque avrebbe vinto le elezioni.

ANDREOTTI. Ciò è normale che si verifichi in casi del genere, perché credo che anche gli altri partiti quando candidavano delle persone che non appartenevano direttamente alla militanza politica affidavano loro dei collegi cosiddetti sicuri; è chiaro pertanto che anche a Vitalone si doveva assegnare un collegio del genere, questa è la ragione ed è facilmente dimostrabile. Del resto, Vitalone aveva molti rapporti anche con l'onorevole Piccoli e con altri esponenti del partito ed era molto apprezzato; inoltre visto che si stava sviluppando una attitudine da parte dei partiti della sinistra di candidare anche nuovi stati (estranei alla politica) - cosa che prima non si era mai verificata - si creò quindi la necessità di un parallelismo. Del resto a mio avviso avere in Parlamento dei colleghi magistrati va benissimo.

PRESIDENTE. Lei pensi, senatore Andreotti, che Tricase è un collegio così sicuro che solo qualche giorno fa la sinistra ha subito una clamorosa sconfitta nelle elezioni comunali. Pertanto si tratta di una situazione che perdura.

ANDREOTTI. Quindi non ha funzionato l'Ulivo?

PRESIDENTE. No, non ha funzionato. L'eredità del senatore Ferrari - che lei ricorderà - è invincibile, del resto egli è colui che ha inventato il collegio di Tricase, un uomo elettoralmente fortissimo.

ANDREOTTI. D'altra parte, se si invita qualcuno ad entrare in politica, è chiaro che gli si assegna un collegio dove non corra troppi rischi.

SARACENI. Non succede a tutti.

ANDREOTTI. Allora era più facile. Al riguardo faccio l'esempio di Merzagora al quale in occasione della sua candidatura venne assegnato un collegio sicuro. Oggi, ripeto, collegi sicuri sono più difficili da individuare, forse perché il sistema elettorale è cambiato.

CIRAMI. Qualche altro partito sceglie la proporzionale per dare la certezza.

SARACENI. Credo di non aver capito bene, lei, senatore Andreotti, ha detto di aver «scoperto» l'intelligenza del sostituto Vitalone nel corso di un incontro.

ANDREOTTI. Ci fu una riunione, non ricordo su quale argomento…

SARACENI. Una riunione in che sede, mi scusi?

ANDREOTTI. Una riunione con la procura, credo per un problema di competenze dei tribunali militari e forse, riesaminando le carte, potrei dirle con più precisione di cosa si trattasse. In quell'occasione mi colpì come del resto successivamente...

SARACENI. Quanti erano i sostituti presenti a questa riunione?

ANDREOTTI. Tre, forse quattro. Del resto questa era un'abitudine. Anche durante il periodo del sequestro Moro, tutte le volte che mi sono occupato direttamente, insieme al Guardasigilli e al Ministro dell'interno, della questione ricordo che intervenivano dei magistrati; in quella occasione Vitalone avanzò anche una proposta, mi riferisco a quella della obbligatorietà della denuncia delle presenze per quanto riguarda gli alberghi che poi si dimostrò valida.

SARACENI. Non mi sembra che gli apparati investigativi ne abbiano tratto una grossa utilità, mi sembra che sia rimasto soltanto un mero intralcio burocratico per i cittadini.

ANDREOTTI. A me è stato detto che si è trattato di uno strumento efficace.

SARACENI. Senatore Andreotti, lei ha inoltre dichiarato che nessun esponente della Democrazia cristiana abbia mai preso contatti con l'Autonomia durante il sequestro Moro.

ANDREOTTI. Ma in questo caso non si tratta del Vitalone democristiano, ma del procuratore; della questione sono venuto al corrente dopo.

SARACENI. Infatti Vitalone divenne senatore soltanto l'anno successivo. Quindi lei sostiene che quella di Vitalone fu un'iniziativa personale.

ANDREOTTI. Sì, si trattò o di un'iniziativa personale o della procura come tale.

SARACENI. Quindi Vitalone non agì come emissario della Dc.

ANDREOTTI. No, non in questa veste.

SARACENI. Quindi si fa peccato, ma non si sbaglia mai?

ANDREOTTI. Vede, onorevole Saraceni, il senatore Vitalone da giovane - non lo conoscevo perché ho sempre fatto vita più al vertice del partito - era stato segretario di una sezione di Roma e quindi aveva anche degli addentellati politici, ma - ripeto - non lo conoscevo.

ZANI. Signor Presidente, le cose di cui stiamo discutendo questa mattina sono di rilevanza notevole, per cui debbo dire che sono sostanzialmente d'accordo con ciò che ha affermato il Presidente a proposito del verbale, circa le caratteristiche di quel movimento che si creò nel paese nel corso della metà degli anni '70. Debbo aggiungere che dobbiamo fare attenzione, anche nella stesura della relazione conclusiva di inquadramento storico-politico, a mantenere un certo equilibrio tra la visione «Gallinari» che parla delle Brigate rosse come di un cubo d'acciaio, di fortezza inespugnabile e in sostanza di tecnostruttura e il grande movimento politico di derivazione sessantottina. Infatti, a mio parere, c'è qualcos'altro in mezzo. Intanto noi abbiamo avuto a che fare con un movimento che viene definito genericamente come movimento del '77, che ha sue particolarissime peculiarità, un movimento molto moderno, si potrebbe dire post-moderno rispetto alla generazione del '68 in quanto si tratta proprio di un'altra cosa. Affermo ciò perché mantenere questo equilibrio è molto importante. E' vero che c'era quel movimento nel paese (e non per caso il Partito comunista italiano di allora era preoccupato per una possibile saldatura) ma questa preoccupazione - che ho vissuto naturalmente in prima persona in un contesto cruciale e nevralgico come quello rappresentato dalla realtà bolognese - non arrivava fino al punto di pensare che questo seguito potesse produrre una situazione politica, cioè incidere fino al punto in cui taluni sostengono potesse farlo. Credo che sia necessario mantenere un determinato atteggiamento: è vero che c'era un movimento relativamente di massa, è altrettanto vero che esisteva un tentativo di realizzare questa saldatura, soprattutto da parte di alcuni gruppi, in modo particolare di Autonomia operaia, il gruppo più duttile, più elastico e capace di agire in tal senso. Era tuttavia reale che noi non eravamo convinti che ciò costituisse un pericolo tale da cambiare la situazione del paese. A mio avviso in questo fenomeno c'è stata sia la tecnostruttura, sia la possibilità che si arrivasse alla saldatura di cui ho parlato. Credo pertanto che sia necessario fotografare con attenzione e con un certo equilibrio questa situazione e il Presidente sa cosa voglio dire. Anche perché non dobbiamo assolvere quella inefficienza di cui parlava l'onorevole Saraceni; altro che inefficienza! Nessuno al mondo mi convincerà mai - per questo motivo sono intervenuto, proprio perché restino a verbale le mie dichiarazioni - che non fosse possibile il realizzarsi di una determinata situazione insieme ad un fronte saldo della fermezza, scelta politica secondo me assolutamente inevitabile per tantissime ragioni. Poi si può dire che si poteva attivare qualcosa che magari non fu attivato, però la scelta politica come tale era assolutamente inevitabile. Adesso affermarlo è abbastanza facile, ma allora una smagliatura riguardo a tale aspetto poteva creare problemi serissimi; tuttavia, quella linea presupponeva un minimo di capacità operativa. In questo caso quindi dobbiamo condannare seriamente nella relazione conclusiva in maniera ancora più pesante questa inefficienza, e quando c'è un'inefficienza...

PRESIDENTE. La valutazione è stata sufficientemente pesante.

FRAGALA’. Sempre che si è trattato di inefficienza.

ZANI. Certo, se è stata inefficienza. In ogni caso, quando c'è una inefficienza di questo genere, c'è anche una responsabilità della politica: non si può sfuggire da questo. In altre occasioni ho usato il termine «surreale»: in questo caso devo dire che l'inefficienza è stata surreale, al punto che quando per la prima volta è stata dispiegata la violenza al livello di massa, l’11 marzo 1977, in occasione di una manifestazione a Bologna, essa è stata scatenata da un episodio che tutti ricordiamo. Mi riferisco a quando fu ucciso Lo Russo, studente di Lotta continua, dal carabiniere Tramontani: quell'episodio secondo me non è mai stato chiarito, devo dire la pura verità. La nostra sensazione, il nostro stato d'animo - è bene che anche questo resti agli atti - è che in realtà quell'episodio fu scatenante, emblematico a livello nazionale. Anche in quella circostanza si registrò quanto meno una inefficienza nella conduzione delle operazioni di polizia. Quell'episodio avvenne nel contesto di uno scontro fisico tra Autonomia operaia e Comunione e liberazione che si poteva benissimo evitare: questo non fu fatto. Per inefficienza? Lo dico con un clamorosissimo punto interrogativo.

PRESIDENTE. Un fatto che doppiava la manifestazione di Milano, prima di piazza Fontana, con i due cortei che si incrociano.

ZANI. Insomma, c'è un carico di inefficienza veramente spaventoso. Anche su Gradoli onestamente si deve dire lo stesso, nonostante cerchi di prendere con un certo grado di serenità, ormai a distanza di tanto tempo, queste cose. Infatti tutta la mattina ho ascoltato cercando di non parlare, ma non si può non intervenire. Lasciamo stare come è venuta fuori l'informazione su Gradoli da ambienti dell'Autonomia, ma badate, non scherziamo: a Bologna quelli di Autonomia operaia sapevano tutti che «quello» era un informatore della polizia o che «quell'altro» era un informatore dei Servizi. Non è che lo Stato non ci fosse dentro: attenzione, questa è una «balla» clamorosa. Nessuno al mondo, che non sia un ingenuo, può pensare che avevamo dei servizi di sicurezza non in grado di lambire, benché minimamente, quelle aree: questo è impossibile, e se qualcuno mi viene a dire che è possibile allora lo dico francamente che certi giudizi ingenerosi sul nostro paese possono avere qualche credito. Io però non lo credo; penso che un minimo di efficienza ci fosse. In quella circostanza c'è stato invece un problema enorme: Gradoli poteva essere un paese ma anche una via. Visto che era in gioco la sorte di Moro, come si fa a non pensarci? Si sarebbe dovuto trovare in tutta Italia ciò che è denominato Gradoli, utilizzando anche il fortissimo clima favorevole a livello politico nonché quella parte di legislazione speciale che pure era in vigore; si sarebbe dovuto setacciare tutto ciò che potesse rifarsi a Gradoli, nel giro di 48 ore. Mi risulta abbastanza incomprensibile che i nostri apparati di sicurezza non siano stati in grado di fare una cosa di questo genere. Naturalmente nessuno di noi, quando fa un discorso di questo genere, sottovaluta la portata politica e sociale di quegli eventi, sia ben chiaro; nessuno di noi dice: «Le Brigate rosse chissà cosa erano ... ». Lo sappiamo che cos'erano; ciò che non riusciamo a capire è che cosa erano effettivamente i nostri apparati di sicurezza. Nonostante abbia ascoltato anche l'altra audizione del senatore Andreotti, ritengo che su questo punto non si cavi un ragno dal buco: ci troviamo di fronte a versioni - mi consenta di dirlo, senatore Andreotti - di profilo eccessivamente basso; ci troviamo di fronte ad un atteggiamento volto a sminuzzare un po' il quadro della situazione. Mi domando se uomini che hanno grandi responsabilità nello Stato non si siano posti in maniera angosciosa il tema dei nostri apparati di sicurezza, per tutto quel background negativo che quei Servizi avevano, anche a distanza di tempo; mi domando come quegli uomini non abbiano riflettuto criticamente intorno a questo punto, visto che ancora molti dubbi rimangono.

Chiaramente questa non era una domanda ma solo una messa a punto di uno stato d'animo rispetto ad una inerzia che è andata al di là della realtà.

ANDREOTTI. Vorrei in primo luogo ricordare al senatore Zani che il clima era così teso e complesso che proprio alla vigilia di quella manifestazione a Bologna, rispetto alla quale si temeva enormemente quale potesse essere lo sviluppo e quali gli incidenti che potessero verificarsi, io stesso venni a Bologna per fare una riunione con il sindaco ed i responsabili, per conciliare tutto quello che non fosse provocatorio e stimolante eccessi con le necessità della sicurezza. Tuttavia né in quella occasione, né dopo raccolsi dubbi sull'origine del fatto doloroso della morte dello studente e quindi sulla possibilità che fosse evitabile. Per quanto riguarda Gradoli, certamente il punto può essere approfondito; oggi sembra piuttosto facile valutare quanto esso fosse cruciale, ma qual è la risposta che avevano dato (specie quando sono venute fuori le polemiche) i responsabili ai vari livelli? Che notizie di questo tipo, riguardanti la prigione di Moro, ne arrivavano a centinaia. La valutazione che il nome Gradoli rappresentasse una pista effettiva è intervenuta successivamente: nell'immediato non intervenne per la generale confusione; se fosse stata l'unica notizia o se si fosse accreditata una fonte in maniera più certa, allora si sarebbe potuta scatenare una indagine a tappeto. In ogni caso rispetto a Gradoli ritengo che siano ancora conservate tutte le documentazioni di quel periodo. Credo che dobbiamo stare attenti a giudicare con severità; non perché si vogliano eludere delle responsabilità.

Da ultimo voglio dire che è vero che può essere stata sopravvalutata questa «saldatura», che rappresenta lo scenario nel quale va inquadrata tutta la vicenda, ma è altrettanto vero che il nucleo particolare che ha operato il sequestro e l'assassinio di Moro, anche rispetto alle stesse Brigate rosse, era qualcosa di a sé stante e di difficilmente penetrabile. Sebbene esso avesse tutti i necessari collegamenti, se guardiamo alla sua intransigenza e alla sua spietatezza ci accorgiamo che era un nucleo estremamente limitato anche se non esente dal rischio di possibili sfilacciamenti. Ma, per esempio, l'infiltrazione effettiva in questo nucleo, secondo me, era veramente difficile, perché poi si è visto che erano persone intanto di una enorme capacità, di una dedizione ad una causa che era profondamente sbagliata ma di una dedizione, direi, totale, di una capacità di dedicarvi completamente la vita, di una capacità di muoversi in poche persone di tenere vive determinate presenze. Quindi forse, dando un giudizio obiettivo, non so quanto l'amministrazione avrebbe potuto infiltrarsi in modo operativo in questa struttura, della quale adesso si conosce già abbastanza, perché molti hanno scritto, hanno parlato, ma forse tutto ancora non si conosce nemmeno, da questo lato, e per dare un giudizio forse bisognerebbe approfondire ulteriormente; io l'altra volta ho detto che sarebbe interessante sentire Moretti, ma non per fare il processo a Moretti, bensì tutto il contrario, cioè per vedere se Moretti aiuta a capire meglio questo momento di carattere storico. lo fino a questo momento devo dire che, se mi ritrovassi dolorosamente in quella posizione, se fosse oggi per allora, non cambierei opinione.

BONFIETTI. Dopo tre sedute, dopo tre audizioni con il senatore Andreotti c'è molto sconforto: io abbraccio quasi totalmente per certe analisi, su alcune non sono d'accordo, il discorso dell'onorevole Zani; il senso dello scoramento nostro c'è ed è totale, nel senso che lei, senatore Andreotti, non rivendica nessun tipo di responsabilità politica di quegli anni (non sto parlando solo della vicenda Brigate rosse e Moro, ma anche di tutti gli altri eventi che hanno sconvolto il nostro paese). Allora, per non ripetere tutte le cose che sono già state dette in queste lunghissime tre sedute, io torno ad un argomento specifico, che è la vicenda di Ustica. So bene che lei (l'ha già precisato anche in questa sede) in quel momento, nel giugno del 1980, non aveva responsabilità di governo (ricordo che lei lo precisò anche a me nel 1981-1982, quando come associazione la venivo a trovare), ma ne ha avute nei periodi precedenti, ovviamente, e anche nei periodi successivi. Allora chiedo a lei un'informazione di comportamenti, di regole, di prassi esistenti: i Governi quali informazioni ufficiali avrebbero dovuto avere e quali ebbero realmente sulla vicenda di Ustica? Lei che idea in quel momento si fece e, nei momenti successivi, quali tipi di informazioni i Governi chiesero sulla vicenda. Lei ebbe notizia o lei stesso chiese informazioni sulla vicenda di Ustica?

ANDREOTTI. Io posso dire quello che conosco. Cioè, la sensazione che ho, sulla base degli elementi disponibili sia da parte dell’Aeronautica sia da parte, anche nei momenti successivi, di consultazioni di fonte americana e di fonte Bruxelles e Alleanza Atlantica, è che lo sforzo che èstato fatto per acquisire conoscenze è stato uno sforzo a tutto raggio. Quando recentemente (ma questo l'ho solo letto) ho saputo che vi sarebbe stata una disponibilità attuale maggiore da parte di alcuni organismi Nato per dare delle informazioni (questo però, ripeto, sono cose che ho letto), mi sono molto meravigliato, perché io ritengo che al momento in cui sono state richieste, e poi con una indagine seguita, mi pare, con molta attenzione e responsabilità dal magistrato che se ne occupa...

BONFIETTI. Forse mi sono espressa male io. Quando chiedo che informazioni ufficiali i Governi avevano sulla vicenda di Ustica, intendo sapere che rapporto vi era fra lo Stato Maggiore delle Forze armate, in questo caso dell'Aeronautica, e l'organo politico, il livello politico, e quindi che tipo di informazioni erano state chieste. Ponevo la domanda in quei termini per non continuare; lo so benissimo, ma volevo sentirlo dire da lei: so benissimo che non è stata fatta mai, per esempio, nessuna riunione; che nessun Consiglio dei ministri è mai stato svolto su questa vicenda, quindi nessun Governo si è preso la responsabilità di chiedere allo Stato Maggiore, in questo caso dell'Aeronautica, cosa si sapesse di quell'evento successo in quella notte, quindi l'informazione che io volevo da lei era se fosse una prassi normale, quella rispetto ad eventi di questa natura, che avevano, oltre che coinvolto 81 cittadini italiani, in ogni caso coinvolto sin da subito nella indeterminatezza dell'evento, la sensibilità di molti, e quindi le domando cosa fecero le istituzioni, cosa avrebbero dovuto fare, che rapporto avrebbero dovuto tenere con il livello, appunto, di informazione possibile che si poteva avere nell'immediatezza dell'evento dagli organi militari.

ANDREOTTI. Onorevole Bonfietti, per quello che ricordo il Governo deliberò allora anche la nomina di una commissione speciale che fece poi una relazione.

BONFIETTI. Sì, la cosiddetta Luzzatti, da parte del Ministero dei trasporti.

ANDREOTTI. Certamente nella sede di quella commissione sono stati sentiti tutti i responsabili anche dell'Aeronautica militare. Circa il fatto che non ci sia stata una riunione di Consiglio dei ministri, se ci fosse stata una decisione, per esempio, di porre segreti militari, per questioni che adesso ipotizzo solo astrattamente, allora capisco che ci potesse essere una necessità di condivisione. Comunque, a me sembra che lo sforzo per arrivare ad un accertamento sia stato uno sforzo piuttosto ampio; se ci sono state delle reticenze o delle simulazioni, questo allo stato attuale io non sono in grado di dirlo. Ripeto quello che prima ho accennato; mi ha impressionato il fatto di sapere che ci sarebbero adesso delle disponibilità maggiori di collaborazione da parte di organismi internazionali. Mi ha impressionato perché non capisco, qualora ci fossero stati dei dati acquisiti, perché non li diedero con immediatezza; del resto, ci sono stati dei casi, anche sul piano internazionale, di abbattimenti di aerei per errore, ma sono stati denunciati direttamente dalle parti oggettivamente responsabili; ricordiamo tutti che ci sono stati questi casi e non hanno avuto un seguito di dubbi come continua ad avere questa vicenda.

BONFIETTI. Ma anche alla Nato sostengono oggi, ovviamente quando gli si è rivolto il giudice Priore, quindi a diciassette anni di distanza, di non avere nulla su quella notte. L'unica cosa che il giudice Priore sta utilizzando della Nato sono delle informazioni sulla decodificazione di codici e quindi la possibilità di leggere dei tabulati di tracciati radar. Quindi non è che alla Nato ci si vada, ci si stia andando o ci stia andando il giudice Priore per sapere cosa è successo quella notte e quelli non ce lo vogliono dire: loro comunque sostengono, anche loro, di non avere alcun tracciato di quella notte, alcuna consapevolezza o scienza di quella vicenda.

ANDREOTTI. Ma siccome nel periodo successivo, quando io stesso ho avuto occasione di occuparmene, noi abbiamo chiesto proprio la assoluta collaborazione di questi organismi, se adesso si tratta, nel caso che lei ha citato, di decodificazione, forse questa è relativa ad una richiesta nuova che è stata fatta.

BONFIETTI. Certo. Dato che (e torno al problema che mi interessava) non vi è collaborazione da parte di ufficiali o generali dell'Aeronautica, dato che dall'interno, e quindi fra coloro che ne hanno conoscenza e che avrebbero il sapere (ammesso che non lo avessero diretto) non vi è collaborazione anche per poter aiutare il giudice nell'andare avanti nelle indagini, dato tutto ciò, il giudice Priore ha dovuto rivolgersi anche alla Nato. Queste sono cose poi che non dico o penso solo io, che non vengono dette qui certo per la prima volta. Anche il giudice Priore, interrogando l'onorevole Zamberletti, cercava di capire da lui come funzionino appunto i rapporti (dato che lo stesso onorevole Zamberletti aveva un'esperienza politica abbastanza lunga) fra lo Stato maggiore e il livello politico anche Zamberletti stesso sostiene (quindi è una risposta che è a verbale nell'interrogatorio di Zamberletti) che nessuna riunione ebbe luogo fra il Ministro della difesa e gli ufficiali responsabili, in quel momento, in quella notte, dei vari luoghi in cui si poteva capire, comprendere qualcosa: questo lo sostiene Zamberletti. Nessuno, cioè, si è mai attivato realmente (è un po' quello che avvertiamo m tutti questi suoi racconti) su questa vicenda, per incontrare coloro che avrebbero dovuto averne conoscenza, per farsi raccontare cosa fosse successo e per quale motivo certe cose fossero avvenute. Ebbene, questa riunione non è mai avvenuta a livelli ufficiali: forse vi è stata una Commissione, la Luzzatti, che ha cominciato ad indagare ed a domandare, secondo i suoi tempi. Chiedo a lei di questo rapporto con i militari, con coloro che sanno, perché sappiamo (e lei stesso lo ha ricordato nella scorsa seduta) che è stato Ministro della difesa per più e più volte: deve ben ammettere che c'è ancora qualcuno (non sono ancora tutti morti, ma tra un po' succederà anche questo, per i casi della vita) che oggettivamente sa quello che è successo quella notte, ma continua a non volerlo dire, a non voler collaborare con la giustizia. Sa benissimo che quando venni da lei (era già il 1992) vi erano state incriminazioni per falsa testimonianza e per tutta una serie di reati che davano il senso della reticenza, della non volontà di collaborazione con il giudice, certamente non per strage (perché nessuno è imputato per questa vicenda), ma in ogni caso per aver impedito al giudice di andare avanti; ciò accadde addirittura al giudice Bucarelli, che aveva fatto ben meno cose di quelle che sta facendo il giudice Priore, perché aveva scatenato delle possibilità di incriminazione.

Nonostante tutto questo (so bene che la giustizia deve fare il suo corso, ce lo siamo sentiti dire da tutti i Ministri che ho incontrato in altra veste - come lei sa -, Ministri della difesa o Presidenti del Consiglio), nessuno vuole mettere in discussione questa vicenda, ma credo - e questa Commissione ne è un esempio - che oltre al livello giuridico, oltre al livello della verità giudiziaria (che è un'altra cosa) che tocca sicuramente al giudice appurare, vi siano delle responsabilità politiche che spettano in questo caso anche alla nostra Commissione, ma a maggior ragione a coloro che nei vari momenti di questa lunghissima vicenda hanno attraversato dei posti di potere. Attraversando quei posti non sembra vi sia stato mai un interesse (non lo sto leggendo, non lo sto ritrovando adesso che mi sono messa a rileggere tutto quello che c'è intorno a questa vicenda). Non ce n'è traccia negli appunti del generale Cogliandro, che racconta (guarda caso!) altre cose, poichè racconta che nell'ambiente si diceva tranquillamente che l'impressione che se ne rilevava era che tutti (il generale Cogliandro era il terzo capocentro a Roma e quindi era probabilmente la terza carica a livello militare) davano per scontato che il DC9 fosse stato abbattuto: questo era quello che si diceva nell'ambiente. Raccontava poi di come questa verità venisse addirittura «giocata» a livello politico, come sempre dalle varie correnti, fazioni, eccetera, addirittura addebitando a lei un appunto o l'ispirazione, di un titolo di un giornale, il Tempo, che diceva in quel momento «un missile sul Quirinale». Cogliandro addebita a lei di aver ispirato questo titolo, che ovviamente interveniva in un altro gioco, che non c'entra niente. Volevo che lei ci raccontasse se queste relazioni erano davvero inesistenti, se eravate delle monadi, ognuno per conto suo, senza capacità di relazione gli uni con gli altri o se (come tutti possiamo e dobbiamo pensare dopo la sua audizione) c'è ancora una non volontà di fornirci gli elementi per capire.

Lei, anche molto velocemente, ha risposto all'onorevole Zani rispetto all'omicidio del giovane Lo Russo. Non è cosi. Tramontani, ufficiale dei carabinieri, uscì dalla macchina, si piegò e sparò contro quel giovane: quindi doveva aver ricevuto ordini di un certo tipo! Lì, in quel momento non c'era nessuna colluttazione. I fatti dei quali parla l'onorevole Zani erano avvenuti la mattina, stavano avvenendo in altra sede, all'interno dell'università, dove c'erano questi gruppi che si scontravano. Ma il giovane transitava in quella strada (corresse o no non mi interessa), qualcuno si fermò all'angolo di quella strada e sparò ad altezza d'uomo, volendo colpire. Lei ha affermato che vi eravate incontrati e riuniti: vorrei allora sapere quali fossero stati gli ordini che avevate impartito per quell'evento; tutto ciò non appare mai!

ANDREOTTI. Ci siamo ritrovati prima della manifestazione degli Autonomi, che era successiva a questa.

BONFIETTI. Ma questa era solo una divagazione!

ANDREOTTI. Ma su questo ho detto che quando sono venuto apposta a Bologna, proprio per la preoccupazione che c'era per condividere la situazione e vedere di poter svolgere il massimo sforzo di prevenzione, in quell'occasione della manifestazione indetta per due giorni dopo da Autonomia, nessuno mi ha dato delle versioni su una responsabilità di ordine pubblico nell'evento che c'era stato della morte di quel poveretto.

Su quello che mi ha detto, le dirò con molta semplicità che se qualcuno - chiunque questi sia, militare o civile - ha ritenuto o ritiene di dover essere reticente su questa cosa per motivi di carattere politico ha una concezione sbagliata della politica e tradisce profondamente i propri doveri. Nei confronti dei militari (dei capi di Stato maggiore e dei responsabili dei Servizi) i rapporti che ho avuto nel periodo di governo sono stati sempre estremamente corretti e fluidi. Naturalmente - ripeto - se qui c'è stato o c'è qualcuno che sa delle cose e ha poi deviato o disinformato, a mio avviso non può avere una copertura di carattere politico e mi rifiuto di credere che la politica, come la intendo, possa veramente aiutare in questa cosa, qualunque sia la soluzione, alla quale si debba arrivare. Certamente, arrivandoci dopo anni è molto più grave, perché se qualcuno avesse potuto fornire un contributo e non l'avesse fatto, qui veramente... Tuttora non si riesce a capire che cosa poi si dovesse coprire: si doveva coprire un attentato? Certo, questo palleggio che dura da parecchi anni tra l'esplosione interna e l'esplosione esterna..Però non vorrei avere «sminuzzato», come ha detto lei.

BONFIETTI. Lo ha fatto, perché lei a questo punto, senza ancora riuscire a decidere, a sapere, dovrebbe dirci perché sono stati fatti sparire i documenti deputati a farci capire cosa sia successo quella notte. Non li ha fatti sparire un «uccellino», ma un uomo in carne ed ossa, i responsabili di settori militari. Proprio perché lei continua a ripetere che sembra assurdo che qualcuno possa ancora confrontarsi in questo modo, che vi possano essere responsabilità politiche...

ANDREOTTI. Sì.

BONFIETTI. Ma allora siete sicuri - lei ci deve dire almeno questo - di aver chiarito, spinto, premuto a sufficienza affinché queste persone non si comportassero così? Le poche «gole profonde» che ho avuto, con varie telefonate provenienti dall'interno degli apparati militari sono sempre di questa natura; non capirei, allora, perché mi debbano venire a telefonare per dirmi «non possiamo dire» o «non possiamo parlare»! Voi non siete responsabili, politicamente parlando. Lei, che ha trasitato per varie volte nel Ministero della difesa, non si è mai sentito di urlare più forte, per chiedere conto di certe cose? Solo questo! Altrimenti qui va a finire che nessuno è mai responsabile di nulla! Però anche voi politicamente non riuscite a farvi ascoltare. Questi soggetti dovrebbero dire altre cose, sarebbero liberi di dire quello che hanno fatto, ma non lo fanno e continuano a non farlo in questa vicenda e - come lei ben sa - in tantissime altre nelle quali abbiamo trovato soltanto delle cosiddette deviazioni. Si fa fatica a credere che sia cosi: si crede più facilmente che vi sia un input politico che dice di agire in un certo modo, altrimenti non si spiega.

ANDREOTTI. Ma da un certo numero di anni non c'è più il governo della prima Repubblica e allora non capisco perché questi input dovrebbero continuare!

BONFIETTI. Lei trova sempre i modi per rispondere. Non vedo perché lei non riesca a rispondere delle responsabilità che io, al limite, addebito a lei o comunque a coloro che hanno transitato nei vari governi, nel senso che ormai sono state fatte sparire tutte le cose e non c'è più niente da trovare. Le chiedo per quale motivo, allora, non vi siete interessati di chiedere conto con più forza, ammesso che non sappiate nulla di quello, che è successo.

ANDREOTTI. Ogni volta che è stata richiesta la mia collaborazione anche su questo argomento essa è stata data con assoluta totalità e immediatezza. Quindi su questo non ho da farmi nessun rimprovero e, ripeto, che se qualcuno ha tenuto per sé cose che doveva dire ciò è a mio avviso di una enorme gravità e spero sinceramente che il giudice Priore riesca ad andare avanti e a concludere.

PRESIDENTE. Vorrei porle su questo una domanda. La collega Bonfietti faceva riferimento a fatti che attengono lo svolgimento del processo. Io faccio riferimento invece ad un fatto di tipo diverso. Lei è un profondo conoscitore di questo paese: perché è nata subito questa «leggenda metropolitana» che ci fosse un segreto noto a molti, ma così grave da non poter essere confessato? Penso che non ci sia persona che appartenga al ceto dirigente di questo paese che parlando in un aereo, in un bar, durante una cena, con persone del mondo della politica non abbia detto che su Ustica la verità si sa ma non si può dire. Ammettendo che si tratti di una «leggenda metropolitana», che paese siamo? Perché nascono queste leggende metropolitane?

ANDREOTTI. Credo che un certo numero di problemi irrisolti ce l'abbiano tutti i paesi. Ritengo tuttora, ad esempio, che sulla morte di Kennedy vi siano ancora dei legittimi dubbi nonostante siano state fatte molte inchieste. Ho citato questo perché è il caso di notorietà internazionale maggiore.

PRESIDENTE. La domanda che faceva l'onorevole Bonfietti era questa: Ustica può essere entrata a far parte di un gioco politico perché dalle carte di Cogliandro, che a quanto si capiva era una persona che faceva lo spione per fatti suoi, emergeva che vi erano almeno tre fonti diverse che raccontavano tre versioni diverse di quello che era successo.

ANDREOTTI. Se devo valutare l'attendibilità di Cogliandro dal fatto che aveva suggerito quel titolo a «Il Tempo» devo dire che chi gli ha commissionato quei servizi ha speso del denaro inutile.

BONFIETTI. Troviamo spesso questo tipo di dichiarazioni.

PRESIDENTE. Non è che lui le raccogliesse. Abbiamo visto quale era l'elenco degli informatori di Cogliandro: si trattava di persone svariatissime, giornalisti, parlamentari, magistrati che gli fornivano informazioni. Ma perché persone ben pensanti e tutto sommato assennate si debbano mettere a raccontare chiacchiere su un fatto così grave, non mi è chiaro. Questo mi lascia perplesso: io non lo farei mai, non mi metterei mai a raccontare cose del genere.

ANDREOTTI. Certamente neanche io. Ma è molto doloroso che dopo anni si sia ancora agli inizi, tuttavia mi sembra che sforzi sono stati compiuti sia da parte della magistratura che da parte politica e sono stati sforzi indirizzati nel senso giusto. Non credo che vi sia qualche personaggio politico che ha detto che bisognava fare in un certo modo o che non bisognava dire tutto. Non vedo neanche in quale direzione ciò potrebbe accadere nel caso specifico.

SARACENI. Lei ce l'ha una opinione?

ANDREOTTI. Non ho una opinione. Anzi, più passa il tempo e più, attraverso questo balletto di tesi, si hanno le idee più confuse, almeno all'esterno. Ho però molta fiducia nel giudice Priore.

BONFIETTI. Per quello che potrà fare con i resti delle cose che ha a disposizione. Si aveva più materiale a disposizione nel 1982 quando la commissione Luzzatti, commissione governativa proposta dal Ministero dei trasporti, disse nel dicembre del 1982 che l'esplosione era stata causata o da un evento esterno o da un evento interno, escluse cioè totalmente il cedimento strutturale.

CIRAMI. Ma era già una certezza?

BONFIETTI. Non si trattava certo di un cedimento strutturale, cosa che invece aveva sostenuto l'Aeronautica nel primo periodo, non sapendo cosa fare. Nel 1982 già il Governo e le autorità politiche potevano pronunciarsi. Lo chiedo a lei, dato che è successo, cosa ne pensa oggi e non con il senno di poi. le chiedo cosa si poteva eventualmente fare di più in quel momento. E’ chiaro infatti che la giustizia sarebbe andata avanti o non sarebbe andata avanti. Non è andata avanti e nessuno ha detto niente, ma questo è un altro discorso e si tratta di un'altra istituzione. Voi, come potere politico, come Governo, come autorità politica, cosa potevate fare di più? Lei pensa che se avesse fatto di più allora forse le cose non sarebbero a questo punto oggi? Si era parlato di una esplosione interna o esterna: è esploso un aereo in cielo e voi non dite niente? Il Governo non disse nulla.

ANDREOTTI. A quell'epoca non ero al Governo.

BONFIETTI. Lei nel 1982 c'era già. Non c'era nel 1980 ma nel 1982…

ANDREOTTI. No, per tre anni, fino al 1983 eccezionalmente sono stato fuori dal Governo. Non vi fu però inerzia perché si finanziò il recupero dell'aereo.

BONFIETTI. Questo nel 1987.

ANDREOTTI. Sinceramente spero che si arrivi ad una conoscenza perché, ripeto, non vedo dove sia la razionalità di una reticenza su questo.

PRESIDENTE. Questo è il problema: se vi è un segreto esso è così grosso che regge bene. Non vi sono pentiti che parlano.

CIRAMI. Quale poteva essere l'interesse politico a tacere?

FRAGALA’. Questo lo sappiamo.

BONFIETTI. No, non lo sappiamo. Sappiamo che evidentemente è accaduto qualcosa di indicibile.

PRESIDENTE. Su molte delle indagini svolte dalla Commissione una idea me la sono fatta: su Ustica sono riuscito a capire una cosa sola, che il Mig libico in Calabria non è caduto il 18 luglio. Su questo sono pronto a scommettere. Abbiamo fatto molte audizioni e da un verbale risulta che una persona ha detto di essere arrivato per primo nella forra e ce n'era però un altro che diceva di essere salito dalla forra con un pezzo di aereo in mano e quindi probabilmente l'altro era arrivato per secondo.

BONFIETTI. Non abbiamo parlato del Mig libico, però, relativamente a questo: nostri radar non ne rilevarono l'entrata sul nostro territorio. Vi sono quindi responsabilità politiche per un sistema radar che non funzionava e relativamente al quale non è stata presa nessuna posizione. Lei nel 1991, dopo la nostra richiesta che il Governo si costituisse parte civile, invece decise che il Governo si costituisse come parte offesa. Anche allora mi spiego quale era la differenza, può farlo nuovamente? Vorrei sapere perché il Governo non si costituì parte civile e ritenne necessario e sufficiente costituirsi soltanto come parte offesa. Vorrei sapere in sostanza se si trattava di uno scalino in meno, perché poi si costituì parte civile con il ministro Andò successivamente.

ANDREOTTI. Se ben ricordo era stata fatta una valutazione da parte dei nostri uffici giuridici. Da un punto di vista pratico il risultato era lo stesso e veniva comunque mantenuta la riserva di costituirsi parte civile al momento in cui la procedura fosse entrata in una fase più operativa. Ricordo che si trattava di una ragione propriamente di carattere tecnico-giuridico.

BONFIETTI. Sulla base di quanto detto dall'onorevole Fragalà, anche se da un altro punto di vista, le vorrei chiedere di approfondire il quadro dei nostri rapporti con la Libia intorno agli anni '80. Mi pare che in quel periodo avevamo diversi rapporti con la Libia, che era a tutti gli effetti un paese amico e non nemico come molti a volte vogliono far apparire.

ANDREOTTI. Nel corso del tempo abbiamo sempre cercato, con toni più o meno accentuati, di avere con i paesi vicini ampi colloqui e perseguire un'intesa. Esistevano poi tradizioni e presenze di italiani allora molto accentuate. Comunque, abbiamo sempre mantenuto una posizione ferma nei confronti delle polemiche relative a responsabilità terroristiche. In questo senso sono state anche trovate delle soluzioni. Ci fu, ad esempio, una grande polemica su quell'impianto di Ratta che sembrava dovesse produrre armi chimiche. In quel caso la soluzione prospettata fu di creare una società triangolare tra Germania, Italia e Libia in modo che le responsabilità rimanessero alla società. Ciò poi non avvenne perché fu presa una decisione diversa. Anche se non è mia intenzione fare un processo di beatificazione di Gheddafi da vivo, mi pare che cercare di avere buoni rapporti con i paesi vicini sia importante. In passato mi sono preoccupato di una partecipazione libica alle riunioni interparlamentari. Le assemblee popolari sono da considerare sui generis, come del resto accade in altri paesi, ma favoriscono pur sempre colloqui tra le parti. Ritengo che non si siano mai avuti dei cedimenti anche se il momento che è stato ricordato in precedenza è stato inquietante. Ricordo un caso che mi colpì molto di un libico ucciso in Roma che abitava in un albergo modestissimo ma che in banca teneva un conto di circa dodici miliardi in lire. Anche se esistevano personaggi un po' strani, la nostra linea politica nei confronti della Libia è stata quella di cercare di non perdere i contatti pur essendo molto corretti anche rispetto alle misure sanzionatorie prese dalle Nazioni Unite. Siamo tra i paesi più osservanti da questo punto di vista pur augurandoci che tali sanzioni non si estendano anche al petrolio perché ciò ci danneggerebbe fortemente.

BONFIETTI. Lei sapeva dell'esistenza - lo abbiamo desunto da alcune carte - di un trattato segreto con la Libia che consentiva ai loro aerei di superare il nostro spazio aereo, di recarsi in Jugoslavia e di far revisionare i loro aerei a Banja Luka?

ANDREOTTI. No, non ne sapevo niente. Bisognerebbe anche vedere a che periodo facevano riferimento le carte. Ne ho sentito parlare nel corso delle ultime audizioni, ma sicuramente a livello governativo non ne sapevo niente.

PRESIDENTE. Ringrazio il senatore Andreotti per la disponibilità che ha mostrato nel corso di tutte e tre le audizioni a cui ha preso parte.

La seduta termina alle ore 14,10.

Fine seconda parte


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