FISICA/MENTE

 

 

 

LA GARBATELLA RIBELLE DEGLI ALBERGHI

 di Claudio D'Aguanno  

Pubblicato su l'Unità  del 24.04.05

A vederli dall’alto quei quattro palazzoni chiamati Alberghi, disegnati alla fine degli anni ’20 dall’estro di Innocenzo Sabbatini, sembrano pezzi di un puzzle bizzarro. Nel disegno della Garbatella fanno da tappo all’intreccio dei lotti che scendono dalla scalinata di Carlotta ed è facile riconoscerli, lì in fondo a via Massaia, accoccolati alla piazza tonda di Michele da Carbonara, quasi a sentinella del confine “dell’aprico quartiere”. Tre di loro, il bianco il giallo e il “terzo albergo”, s’incastrano con forme ad Y  mentre il quarto, quel lotto 42 dipinto di rosso, sembra una bottiglia rovesciata, un fiasco di quello buono, un calice pieno di umanità e storie vere. Quando furono costruiti non mancarono elogi sui

 giornali di regime. “Frutto di sperimentazione progettuale che rimanda a suggestioni futuriste.. –scrive nel marzo del 1928 il Messaggero- questi edifici si notano per una migliore pratica costruttiva ed una perfetta utilizzazione degli spazi..” In realtà erano, allora, poco più che dormitori pubblici, con i servizi in comune, destinati a concentrare sgomberati, espulsi dal centro storico, assieme a sorvegliati di polizia o ex confinati vittime del Tribunale Speciale. All’Albergo bianco c’era la maternità con “le monache cappellone” mentre al 44 c’era il Commissariato e a quello rosso oltre alla scuola elementare, tanto per metter d’accordo la pagnotta col crocefisso, trovavano pure posto il refettorio pubblico e la chiesa delle feste comandate. Militi di caseggiato con tanto di Direttore in camicia nera si preoccupavano d’imporre una disciplina da caserma e questa, esaltata tra fanfare d’eiaeia e mani a paletta nonché rabbonita da elemosine di Stato, era secondo i gerarchi di borgata la migliore ricetta per controllare le smanie sovversive del

 posto. Tutto inutile. Gli Alberghi non furono mai un posto tranquillo per fascisti e accoliti varii. Da qui, nei giorni terribili delle bombe e della fame, partivano gli assalti ai treni alla stazione Ostiense e sempre qui, motivati dalla voglia di farla finita con la guerra infame, furono in tanti a prendere le armi e mettere in gioco la propria vita ribelle. “Molti loro nomi –sottolinea Gianni Rivolta storico appassionato della Garbatella- non figurano nelle pagine epiche della Resistenza. Erano tutti proletari. Muratori, operai del Gas, fruttaroli, falegnami e stracciaroli che rischiarono brutto soffrendo carcere, povertà e deportazioni senza ritorno. Parlo dei fratelli Sante e Angelo Ticconi, comunisti di Trastevere, mandati al confino e poi in domicilio coatto agli Alberghi. Parlo di Pietro Carniello, del lotto 44, preso mentre diffondeva l’Unità clandestina e scomparso, come Cesare Di Nepi, in un lager nazista. Sono tutte storie, quelle di Ruggero Favilla, di Silvio Volterra, Alfredo Angelucci e altri, che non devono essere dimenticate.”

Una di queste, occhi neri e folti capelli immortalati tra le impronte digitali d’una scheda segnaletica, è quella di Spartaco Proietti. Operaio comunista, verniciatore provetto, abitava al lotto 43, lo stesso di Enrico Mancini partigiano del Partito d’Azione trucidato alle Fosse Ardeatine. Spartaco, già negli anni ’30 segnalato come pericoloso e arrestato più volte, troverà poi la morte da combattente della VII zona Gap il 6 novembre del ’43, arrampicato su un traliccio dove s’era alzato per esporre, a ricordo della rivoluzione d’ottobre, la sua bandiera rossa.

 

LA LEGGENDA DELLA SPARTACO PROIETTI

 

Carlo Levi a zonzo in jeep dalle parti della Garbatella alla ricerca di Fanny,  misteriosa amante del suo amico, parlando degli Alberghi ancora soffocati dalle macerie dei bombardamenti, non riusciva a trattenere sdegno e sgomento: “Si vedevano archi grigiastri di cemento –scrive nel romanzo l’Orologio- Il terreno era tutto coperto da qualche metro di rifiuti, sterco diventato solido e grigio, a monticciuoli separati da pozze di liquido nerastro… E quelle costruzioni mostruose e sudicie, anacronistiche e tristi come la camicia da sera che un selvaggio ubriaco infili sul nero corpo dipinto..” Non era facile viverci. Gli americani liberatori ciancicavano gomme, suonavano jazz ma qui la loro “way of life” sapeva di boogie stonato, sogni lontani e promesse hollywoodiane. Roma intanto era circondata di baraccopoli fatte di fango, miseria e sfollati. Nei quartieri periferici montavano le lotte per la casa mentre “scioperi alla rovescia” organizzati dai partiti di sinistra portavano, un po’ ovunque, operai e giovani ad occupare cantieri e piazze per chiedere reddito e lavoro.

Da queste parti la voglia di scazzottare il mondo intero contagiava i pischelli d’ogni età, i piedizozzi con la zazzera smossa e le facce toste sempre in bilico tra cinema neorealista o cronaca nera. E fu così che il nome di Spartaco Proietti tornò vivo, tra la gente dei lotti, per battezzare una palestra di pugilato. “Alla Garbatella –ricordano i fratelli Mario e Otello Cecilia- non è mai mancato l’amore per la boxe. Negli anni ’30 il campione dei campioni è stato Mario Bianchini detto faciolo. La famiglia stava all’Albergo rosso e tutti i fratelli Bianchini hanno tirato pugni. Ma Mario è stato il più forte. Comunque, nel dopoguerra, tutta la tradizione pugilistica riprese ancora più forte. C’era in giro fame, rabbia e tanta voglia di scarrocciare tra le dodici corde. Una palestra importante era quella della Romana Gas. Un’altra stava al lotto 8 e anche a piazza Sauli, in un locale della scuola, c’era chi provava ganci, diretti o montanti. Però un ricordo a parte merita la Spartaco Proietti che come compagni della settima cellula decidemmo di aprire lì al lotto 43. Oltre a noi Cecilia c’erano Alfio Guardabassi, Socrate Camponeschi, Budini e tanti ancora. Lo facemmo anche per togliere tanti ragazzi dalla strada e dare loro un’occasione di sport e di riscatto. E all’inaugurazione venne pure Giancarlo Pajetta.”

Uno dei ragazzi cresciuti sul ring del terzo Albergo, sotto la guida d’un maestro come Edoardo Barbanti, è Giuliano Catini. “Come aprì – fa l’ex insegnante della Noble Art - tutta la pipinara degli Alberghi fece la fila per andarci. Io avevo quindici anni e stavo in banda con tanti altri. Non vedevamo l’ora di menare le mani. Intorno al lotto 42 la gioventù d’allora faceva capo a Renato er Gobbo, a Nino er Carnera, uno tozzo e di tutto rispetto, o a Mario detto Gatto. Mario era un bandito ma di quelli che non ce ne sono più. Aveva un’agilità incredibile. S’attaccava al tram e ne scendeva di corsa all’incontrario. La specialità sua era l’assalto ai camion militari. Prendeva la rincorsa e con un salto si ritrovava sopra. Poi, lesto, si sbrigava a svuotarli buttando di sotto tutto quello che riusciva ad arraffare. L’hanno fatto fuori lì al Tombolo dove c’è la base americana di camp Darby. Forse era andato a ruba’ e ha trovato una fucilata d’un soldato. Ma, a parte er Gatto, l’idolo vero per tutti noi era Alvaro Nuvoloni detto Chivecchia. Io avevo quindici anni e non me ne perdevo uno dei suoi incontri.”

Nato nella shangai di Tor Marancia e poi emigrato al lotto 41 di piazza Biffi, Alvaro Nuvoloni sin da novizio aveva trovato modo di farsi rispettare. Pugile acerbo ma di gran fegato non rifiutava le sfide anche se queste venivano da picchiatori esperti col record gonfio di vittorie. Il suo peso oscillava sui 53 chili e mezzo. Era un gallo naturale ma con caratteristiche da fighter che gli garantivano un tifo più che sfegatato da parte del pubblico. “Anch’io – riprende Catini – ho combattuto come peso gallo e ho incrociato i guanti con gente seria come Paolo Mortale, fratello di Ettore, ma uno come Alvaro non l’ho più rivisto. Lui al gong partiva in quarta. Era un carro armato. Poca tecnica e cazzotti a quantità. Lo chiamavano Chivecchia proprio per le schicchere che ammollava. Ai raffinati della scherma non piaceva ma era un trascinatore vero. Non è mai finito knock out e questo è un bel vanto. Tra il 50’ e il 51’ gli anni suoi migliori. A Verona fece fuori il titolo italiano battendo Amleto Falcinelli poi l’anno dopo tentò la scalata all’europeo di Luis Romero. In quegli anni non c’era la televisione e noi ragazzi andavamo avanti con le cronache del Corriere. Al bar di Socrate dove ci vedevamo, lì in fondo a via de’ Nobili, sui match di Alvaro eravamo capaci di discutere per settimane.”

Passato all’Indomita ad Alvaro Nuvoloni ad un certo punto fu offerta pure un’opportunità mondiale. Gli proposero una sfida d’assaggio col campione del mondo Vic Toweel. Una sfida da disputarsi a Johannesburg. Proprio lì dove l’Africa s’appunta e due oceani si scambiano le onde. Qualcun altro c’avrebbe pensato due volte a trasvolare il continente nero ma Nuvoloni non se lo fece ripetere. E quel lontano ottobre, di cinquanta e passa anni fa, tutta la gente del quartiere si diede appuntamento per accompagnare il Chivecchia all’aeroporto.

 

BANDIERE E CANTI ALL’OMBRA DEGLI ALBERGHI

 

Ore 11 e 25. Per più di cinquant’anni l’orologio della torre lì all’Albergo rosso ha fissato l’istante del bombardamento che il 7 marzo del ’44 colpì l’intera zona. Tonnellate di tritolo piovute dal cielo cambiarono allora, in pochi attimi, la geografia dell’Ostiense seminando panico e distruzione. Le bombe rasero al suolo la maternità del lotto 41 e oltre cinquanta furono i morti. E quelle lancette bloccate, ferme su un’ora così tragica, per oltre mezzo secolo sono state forse il miglior monumento contro la guerra e il suo tempo pieno di morte e di nulla. “Simbolo vero di sofferenza e di lotta” ha scritto Cosmo Barbato parlando di quella torre che da piazza Michele da Carbonara guarda la città. E diversi fatti, in memoria dei tanti 25 aprile della nostra storia, l’hanno presa spesso come riferimento. “Nel 1953 –ricorda sempre Cosmo su Cara Garbatella- in cima alla torre si arrampicò un giovane studente. Si chiamava Alfredo Batoli, nipote di Silvio Barbieri, uno dei martiri delle Fosse Ardeatine, per issarvi una bandiera contro la guerra. Quella bandiera rimase lì per mesi.” Negli anni ’70, ed è un’immagine tutta nostra, fu Aldo Santini a salire su quel punto alto e a legarvi uno striscione per salutare il 1 maggio e la lotta del popolo vietnamita.

Oggi quell’orologio restaurato ha ripreso a correre ma  la memoria di fatti e cose non s’è dispersa. Ed è per questo, con iniziative promosse dal Centro Sociale La Strada e dal Municipio Roma XI, che i 60 anni della Liberazione saranno ricordati domenica e lunedì 25 aprile in via Percoto 3. Proprio in quel cortile dove abitavano Spartaco Proietti, Enrico Mancini e i tanti ribelli giovani d’un posto strano chiamato Alberghi.

 

 

 

 

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