FISICA/MENTE

 

 

 

14 Marzo 2005
Cioè, compagni, io volevo dire

di Lanfranco Caminiti

(pubblicato su Ambaradam)

             Recentemente, in un articolo sul «manifesto», Andrea Colombo recensendo Miccia corta, il libro di Sergio Segio che è stato un comandante di «prima linea» e racconta l’evasione di un gruppo di detenute, si chiedeva se questa memorialistica sugli anni settanta non interessi ormai soltanto gli ultracinquantenni, e non mascheri solo una forma di narcisismo. E non sia giunto, piuttosto e finalmente, il momento di superarli, sti anni settanta.
            Devo dire che io sarei abbastanza d’accordo, almeno per quel che riguarda quel tono «inquisitivo» che ha assunto sempre in Italia l’americanissima domanda: «Dov’eri tu quando spararono a Kennedy?», quella che si sente ripetere in tanti film, che «fa» tanta letteratura. Qui da noi, se te lo chiedono, ti guardano sempre con l’aria di chi è convinto che sia stato tu a passare il fucile a Lee Oswald, lassù al magazzino dei libri di Dallas. Qui da noi la memoria ha sempre un coté giudiziario fastidioso.
            Qui da noi è fuor di luogo pensare a un «dovere della memoria» per gli anni settanta. Questo «dovere» implicherebbe una generale tendenza della società a celare, a dimenticare, a nascondere una sorta di «catastrofe dell’umano», qualcosa che sarebbe meglio mettere sotto i tappeti spazzando. Ma le cose non stanno così. Gira e rigira, gli anni settanta ricicciano sempre sotto i proiettori, un’ultima rivelazione, un particolare finalmente svelato, un dettaglio che si illumina, un ragionamento articolato, un rinsavimento che parte da lontano. E ancora c’è da dire, ancora c’è da sapere, ancora c’è da ragionare, aspettiamo ancora questa o quella verità, come fossero stati un «vaso di Pandora» che qualcuno abbia sconsideratamente aperto e di cui non si trovi più il tappo. È una catastrofe dell’umano a cielo aperto. Non ci libereremo più delle chiacchiere su quegli anni. Discuterne, stramaladirne è diventato un «rito collettivo», un «gioco di società», di destra e sinistra, dell’alto e del basso, di vincitori e sconfitti, di pentiti e irriducibili, di intellettuali e d’uomini d’arme, col il codazzo, proprio d’ogni gioco di società, di nani e ballerine.
            Probabilmente, quegli anni sono il «mito fondativo» della società d’adesso, di questa nostra sgangherata modernità. Sono stati anni di mutazione profonda, nel costume, nel lavoro, nell’immaginario, nei diritti: gli anni della accumulazione primitiva e selvaggia del capitale sociale di questa società. Di lacerazioni mal ricucite con brutte cicatrici evidenti. Ma è un mito grottesco, perché è un mito sentito come «cattivo», un mito all’incontrario, perché questa società non è stata costituita sugli anni settanta. Non ne ha fatto mai la propria consapevolezza. Anzi sembra rivolgersi contro se stessa. L’ultima trincea difensiva sembra ormai la frase: «Ma gli anni settanta non sono stati solo questo». E quindi è tutto un prendere le distanze, un disconoscersi nello stesso momento in cui si continua a ripetere l’agnizione, noi eravamo lì, sì eravamo proprio noi ma eravamo altro. Una società che prende continuamente commiato da se stessa, che guarda indietro con malcelato imbarazzo, che getta il cuore oltre l’ostacolo sragionando, stracciandosi le vesti. Come si può fare «memoria condivisa» d’una memoria che nessuno vuol tenere in mano come fosse una patata bollente, un gioco al cerino che brucia – l’ultimo è il fesso a cui addebitare ogni cosa? A volte ho l‘impressione che l’«anomalia italiana» sia radicata nella schizofrenia di questo paese.
            Quello che io mi chiedo invece, che mi sono chiesto al decennale, al ventennale, e tra un paio d’anni mi chiederò al trentennale del Settantasette, è una cosa molto personale: come è stato possibile, come è accaduto che io abbia partecipato a quel movimento. Come avviene che uno entra dentro, si trova dentro un movimento, una insorgenza, una rivoluzione che è come un tremendo fatto di natura, che so, una tempesta terribile e perfetta, una eruzione vulcanica? È naturale fuggirne. La militanza precedente non spiega tutto, come se ci fosse un percorso obbligato. Per molti fu un affacciarsi alla vita. In tanti ne fuggirono. Anche tra quelli che oggi ne dicono. Ma altrettanto naturalmente si vuol guardare da vicino, ci si accosta con prudenza. E d’improvviso si smarriscono o perdono le cautele. La lava che erutta, il geyser che sbuffa, la frana che scivola lentamente. Si viene travolti. Si dicono cose «fuori di sé», si compiono gesti incauti, imprudenti, irresponsabili, «fuori di sé». Così almeno è capitato a me. Anch’io ho compiuto gesti «fuori di me», ho calato il passamontagna, ho sfilato armato nei cortei, ho attaccato sedi d’impresa, ho scavalcato sportelli di banche: mi ci vedete? Giuro di dire la verità se racconto che tra i momenti di maggiore crisi nella mia lunga vita matrimoniale vi sia l’attimo fuggente in cui mia moglie salendo sul tram decide di non pagare il biglietto e io mi precipito invece a timbrare il mio.
            In Giovinezza rivoluzionaria d’un moderato, un breve scritto contenuto nel libro Una famiglia di patrioti e altri saggi, Benedetto Croce racconta la storia di Giuseppe Poerio dentro la Repubblica napoletana del 1799. Giovanissimo, Poerio arrivò a Napoli nel 1796 dalla natia Calabria e vi svolse attività d’avvocato. Era di intelligenza brillante, aveva una formazione «aperta», avendo studiato con insegnanti di idee liberali, leggeva e scriveva in francese e in inglese. In breve, anche sotto la tutela d’uno zio magistrato e dei consigli da lontano dei vecchi insegnanti, si mette in mostra in città: allora fare l’avvocato era uno dei pochi modi di affrontare questioni sociali. A Napoli, il giovanotto cede però anche alle lusinghe della vita di salotto, giochi, scapestrataggine. Finché, nel 1798, incontra una giovane donna, Carolina di Sassisergio. Con lei, per lei inizia una «nuova vita»: sarà una lunga storia d’amore costellata da numerosissime lettere. In francese. Ma cherie Charlotte, le scrive. È appena un anno prima della rivoluzione del ’99.
            Nei moti del 1799 Poerio è in prima fila. Come sbucato fuori dal nulla. Attraverso i documenti che possediamo niente ci rivela il suo percorso. Può essere stata una vita parallela, quella del suo impegno repubblicano, un travolgimento cresciuto insieme al suo innamoramento. Oppure una improvvisa passione. Addirittura viene spedito come delegato presso i soldati del generale francese Championnet che stanno acquartierati a Capua, prende accordi per l’ingresso dei francesi in città appena i repubblicani abbiano conquistato il Castel dell’Ovo. Quando Championnet entra a Napoli, Poerio sfila a cavallo vicino al generale, che ha all’altro fianco Michele «il pazzo», «re» della plebe napoletana. Poi, Poerio viene mandato in Calabria, che dovrebbe conoscere bene, per «stabilizzare» la Repubblica, ma ormai le folle sanfediste sono organizzate, numerose e trionfanti. Ripara a Napoli. E qui si dispone a resistere, a combattere, a difendere la Repubblica. Continua sempre a scrivere lettere d’amore alla sua Carolina, alla sua cherie Charlotte, ora soffuse di patriottismo, anche quando sta soccombendo circondato dai nemici della Repubblica. In una lettera la esorta, come fosse un testamento, a trattenere questa o quella sua cosa cara, a gettare via questa o quella sua cosa compromettente [Carolina, di suo, salverà la propria famiglia: quando i lazzari andranno in giro nelle case dei nobili per verificare, attraverso la cortezza dei capelli delle ragazze, quale famiglia avesse ceduto alle «mode» giacobine, trascinandola al patibolo, sarà Carolina, che aveva lasciato lunghi i suoi capelli, a apparire sulla soglia di casa con le chiome discinte e a salvare i suoi: non tutti rimangono travolti dagli eventi]. Il giovane Giuseppe scampa all’assedio, fugge, ma viene di nuovo circondato, e catturato. È tratto in prigione, dove aspetta la forca, insieme a tanti altri. Il re invece lo risparmia e lo manda all’isola di Favignana. Che non era rose e fiori. A Favignana, per dire, c’è schiattato pure un mio bisavolo che s’era schierato con Murat. Lì Poerio resterà per due anni, letteralmente in una fossa, leggendo e rileggendo il Werther di Goethe, imparando il tedesco, continuando a scrivere alla sua Carolina, che intanto era andata in Puglia. Quando poi ci sarà l’indulto, per quei pochi che sono scampati alle forche, tornerà nella sua terra, si sposerà, inaugurerà le virtù di famiglia. In quei due anni di Favignana si consuma il suo ardore giacobino rivoluzionario. Non parlò mai più della guerra irremissibile tra popoli «schiavi» e efferati «tiranni». Il figlio Carlo, che ebbe una sorta di legato testamentario dal padre a raccogliere le sue carte [le sue lettere, anzitutto], ricordava che «spesso, nei più intimi discorsi, manifestava il dubbio di avere errato nel 1799». Con Giuseppe Poerio, giovane rivoluzionario del 1799 e adulto assennato, per Croce ha inizio la «tradizione moderata del Mezzogiorno».
            Ecco, negli anni a me è capitato di rincontrare i giovani con i quali ho condiviso le passioni del Settantasette, a volte i disastri. Qualcuno è diventato un affermato manager, dirigente d’impresa o di istituzioni anche importanti. Ce n’è uno a cui scoppiò in mano un piccolo ordigno che stava costruendo in casa. Ce n’è un altro che tracciava mappe di come si sarebbe potuto conquistare il suo paese, prendendo la caserma, la posta e il comune, e poi dopo un proclama fuggire via per i monti. Oggi dirigono flussi di sapere e denaro, decidono investimenti su territori, costituzioni di imprese, movimenti di uomini e cose. Io li guardo incuriosito.
            C’è in questo periodo tutto un ragionare a proposito del prossimo referendum sulla procreazione assistita. La questione centrale sembra essere quella dell’embrione, se è vita, quando diventa vita, se è vita umana, vita in potenza o vita in atto. La discussione è a volte scientifica, a volte filosofica, a volte ritorna alle convenzioni umane che, sole, tracciano i confini fra ciò che è lecito e giusto. Quello che mi chiedo, a proposito dei miei amici, giovani rivoluzionari d’un tempo e affermati manager d’oggi, è quando la loro vita è diventata «atto» e cosa era in «potenza». Erano già manager in potenza che aspettavano solo di venire all’atto? Erano rivoluzionari in potenza che sono diventati qualcos’altro all’atto? Eravamo tutti manager o eravamo tutti rivoluzionari? Eravamo rivoluzionari perché «dovevamo» essere manager? Come può il rivoluzionario del Settantasette stare dentro lo stesso corpo del moderato del Duemilaecinque? Come è possibile tenere insieme lembi di vita, della stessa vita, così diversi? È la vita stessa che si incarica di tenere insieme atti così disparati? Se è così, non ci appartiene: forse ci appartiene ogni singolo momento, ma non ci appartiene la sua interezza. O al contrario, ci appartiene la sua interezza ma non ci appartiene ogni singolo momento. Come se la temperie d’un periodo possa strapparci fuori di noi. E lasciarci poi lì, disinteressandosi a noi.
Quello che non riesco a colmare è la distanza tra una biografia e un movimento. Tra una vita singolare e una moltitudine. Non riesco a trovare la misura dell’una con l’altra. Dell’una nell’altra. A spiegare l’una con l’altra. Né mi convince del tutto il principio degli storici eruditi per cui «la storia finisce quando cominciano le biografie».
            La letteratura invece vive di questa differenza. È – giusto per dire una cosa – il «meccanismo di Stendhal», come il brano della Certosa di Parma con il racconto di Fabrizio del Dongo della battaglia di Waterloo. Fabrizio, ferito, racconta la «sua» Waterloo, la «vede». È un’altra da quella che è davvero accaduta, da quella che «conosciamo» tutti noi. Non meno vera, eppure un’altra. Italo Calvino ha scritto che «il clima di pura avventura in cui s’entra col sedicenne Fabrizio che gira intorno all'umido campo di battaglia di Waterloo tra carretti di vivandiere e cavalli in fuga è la vera avventura romanzesca calibrata di pericolo e d'incolumità e con una forte dose di candore». Dice proprio così, pericolo e incolumità. Ci si avvicina con prudenza, si perdono le cautele, si viene travolti. Dice proprio così, di candore. Fabrizio capita in mezzo alla più grande battaglia della storia moderna senza capire bene cosa gli stia succedendo intorno: sono gli occhi di chi scopre il mondo per la prima volta. È come se il candore, l’innocenza fossero legate al trovarsi dentro il fuoco delle cose, a bruciarvisi pure, ma nello stesso tempo a non capirci proprio nulla della «storia».
            D’altra parte, è vero, a noi manca il senso della storia, l’aver partecipato consapevolmente a un evento radicale, da riportare nei dettagli, che segna in qualche modo uno spartiacque, che fa una datazione che poi diventa «senso comune», quello che si trova, che so, dentro le pagine di Memorie d’un italiano di Ippolito Nievo. Noi non abbiamo fatto l’Italia. E se è per quello, nessuno ha fatto quest’Italia. Noi neppure l’abbiamo disfatta. A me colpisce molto il racconto di Daniele Pifano – che un qualche ruolo aveva nei Volsci dell’Autonomia romana – della giornata in cui Lama fu cacciato dall’università di Roma, che è un evento radicale, uno spartiacque, una datazione di un prima e un dopo, in cui dice che nessuno si immaginava cosa sarebbe successo, che fino alla sera prima c’erano stati incontri coi sindacati, che lui arriva tardi alla Sapienza di mattina e quasi non riesce a entrare perché c’è il servizio d’ordine sindacale e non lascia passare nessuno. Poi succede il quarantotto. Così, all’improvviso, imprevisto, imprevedibile. C’è quindi una sorta di testimonianza «straniata» che sembra prevalere, un senso di essersi trovati dentro una «cosa» di cui nessuno governava il divenire. Qualcosa che sembra somigliare ai racconti delle trincee del Carso o del ritorno dei nostri soldati dell’Armir dalle steppe di Russia, insomma Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern e anche il Bedeschi delle diecimila gavette di ghiaccio. Dopo la catastrofe si riannodano i fili. Però, è curiosa questa cosa qui, che le raccolte sul Settantasette sono perlopiù collazioni di materiali, su giornali, riviste, radio, musiche, insomma produzione critica sensibile ma senza storie, una memorialistica senza storie. Mancano le storie. Mancano le frasi-chiave. Manca l’elaborazione narrativa. Manca il «romanzo» di quegli anni. Ci sono frammenti, un’ossessiva ricorrenza di frammenti. Saggistica a strafottere, con quella lingua neutra e senza tempo che è propria della sociologia. Ma non c’è il romanzo: c’è una sorta di «gergo del tempo», ma non c’è lingua. Manca Il partigiano Johnny, manca Fenoglio. Non c’è il capolavoro. Eppure dovrebbe. È possibile? Come può non esserci? E se no, perché non è possibile?
            Ora, bisogna ammettere che non è facile. Si può raccontare adesso, «elaborare», che da un corteo di diecimila persone a Milano qualcuno tira fuori un Winchester e spara contro le finestre dell’Assolombarda? Un gesto folle, assurdo, senza ritorno, non per questo meno «vero» in quel momento. Si possono raccontare gli scontri terribili, durissimi con la polizia, in cui si scappava e si veniva schiacciati da un furgone o si veniva sparati alle spalle da un carabiniere, ma qualcuno tirava fuori una pistola e a gambe larghe prendeva la mira per tirare addosso a una divisa? Si può raccontare degli assalti ai negozi di caccia e pesca di città, da cui tutti uscivano brandendo fucili, pistole, coltellacci, che poi magari buttavano a fiume, e qualcuno intanto innalzava al cielo una canna da pesca, un retino per i pesci? O gli assalti alle vetrine che esponevano i piumini Moncler, le Timberland che venivano rubate a man bassa, scarpe spaiate, misure sbagliate, e che provocarono una discussione feroce tra i «materialisti» – compagni, non possiamo rubare le merci di lusso – e i «post-moderni»? Si può consegnare questo come una «memoria accertata»? E questo non era meno vero di quell’altro, dei cortei gioiosi, della festosità, degli assalti ai «forni», delle forme di parmigiano rotolate per strada.
            Forse, proprio il ricordo rende irriducibile la propria vita a quella d’un movimento, d’un fatto storico, d’un cataclisma naturale. A me è capitato riscontrarlo incontrando i pochissimi sopravvissuti al terremoto di Messina del 1908. da vecchi, spesso dentro le stesse case fatiscenti che furono costruite nel dopo terremoto, favoleggiavano di una loro vita «precedente», ricca di eventi e di abbondanze, persino di nomi curiosi: una cosa evidentemente falsificabile, eppure non poco verosimile, gli archivi non esistevano più, non c’erano fastidiosi riscontri, documenti, «carte», una sorta di libera corsa dell’immaginazione che lavorava solo sul singolo fatto «accertato» – il terremoto con la sua furia indelebile nella memoria collettiva globale – e su una moltitudine praticamente infinita di singole vite da reinventare. E una sorta di «patto non scritto» tra sopravvissuti, in cui ciascuno non avrebbe mai smentito gli altri purché fosse libero di dire a piacere.
Nello stesso tempo, la propria singolare memoria rende irriducibile a fatto collettivo quella storia. Questo mi sembra ragionevole, proprio perché «senza ragione» si partecipa a un movimento: si vive un movimento, una insorgenza, una rivoluzione senza scienza esatta. Come una perdita di sé. E anche, come una conquista di sé. E quello che si prova a recuperare dopo è la ragione di quella partecipazione e di quel movimento: una cosa, evidentemente, fuori tempo. Quanto più scomponi un movimento in gesti, in frammenti, in piani, in biografie, tanto meno capisci dell’insieme, proprio come scomponendo una tempesta nei suoi elementi fisico-chimici ne ricostruisci tutti i passaggi ma non ne trattieni nulla, perdi il «sentimento» dell’insieme. Anzi, curiosamente, quanto più provi a leggere la dinamica dell’insieme attraverso un frammento, tanto più l’insieme diventa «sentimentale», emozionale, uno scadimento cioè nell’attributo di quello che è la sostanza. Io non ho visto il film Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, ma ho l’impressione – persino il pregiudizio – che sia proprio questa cosa qui, una cosa sentimentale.
Nel consegnare agli altri la propria storia e la propria ricostruzione, l’avvertimento non dovrebbe essere quello cinematografico «Ogni riferimento a fatti e persone è del tutto casuale», quanto piuttosto «Non ho capito davvero nulla di quello di cui sto parlando». Con candore.
            Restano quindi piani distinti, livelli diversi: quello della propria vita con la vita d’un movimento, quella d’una propria storia con la storia d’un movimento, quello della propria rielaborazione con la rielaborazione collettiva. Tanto più per fatti insoluti e insolvibili come quello del Settantasette.
            E di converso, quindi, la domanda è: «come nasce un movimento?» Come accade un evento radicale che distingue un prima e un dopo? C’è una accumulazione progressiva di fatti, gesti, azioni, pensieri, biografie che sfocia in un singolare «momento»? E riusciamo a leggere questi fatti, prima, come i segnali di quello che accadrà? Ogni singola lotta, ogni singola battaglia, ogni singola barricata «costituiscono» la rivoluzione che viene? Riusciamo a essere profetici? Qual è il «turbine di soggettività» che trasforma ogni singolo frammento in un profluvio di rivoluzionamento delle cose, degli uomini? Come si forma una moltitudine? A meno di non credere nel crociano «spirito della Storia» mi è difficile rispondere. Per dire, chi avrebbe immaginato che Genova del luglio 2001 sarebbe stata Genova del luglio 2001?
            Il Settantasette è insolvibile, non si può «spendere», che so, come il Sessantotto. Di questo non ha l’aura. È stato troppo sfacciato e spavaldo. Il Sessantotto è ormai inteso come l’acne giovanile, uno «sfogo» salutare che non puoi non avere fatto, il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Non è stato solo così certamente. Ma non so se il Settantasette sarà mai così travisato. Rimane imperdonabile. Non è entrato nel «modernariato del pensiero». È difficile dire perché. Capita a certe rivoluzioni che accadono ma non si compiono, che so, la Comune di Parigi, la rivoluzione ungherese del 1919, gli spartachisti a Berlino. Rivoluzioni che rimangono trascurate, di cui si perdono i contorni reali, che si disperdono al vento. Che rimangono cariche d’un significato che non si è sciolto. Capita quando vi succedono subito dopo gli inizi di una lunga Restaurazione, da noi gli anni ottanta e novanta che sono finiti proprio con Genova 2001.
            Così è per il Settantasette. In parte per i suoi gesti: forse tutte le azioni che noi compiamo dentro un movimento sono intrattabili, non si possono riscattare: come suol dirsi, davvero non si può tornare indietro. Il «si sarebbe potuto», «si sarebbe dovuto», l’esercizio del «condizionale composto» è davvero senza senso. È un esercizio remoto contro il principio del desiderio, il condizionale semplice, quel «io vorrei», «noi vorremmo» che è il tempo verbale d’ogni movimento. E che è un esercizio semplice. Io credo che se un principio d’azione umana abbia agito nel Settantasette questo sia stato il principio del desiderio. E che questo principio si sia scontrato duramente con il «principio di realtà», «quel che possiamo», che però era agito da fuori e contro, non da dentro, non c’era voce di dentro in questo senso. Era agito dal compromesso storico, era agito dal riformismo dei comunisti. Per capire meglio il Settantasette bisognerebbe sempre tenere presente questo dato: che ci fu un rapporto diretto e proporzionale tra principio del desiderio d’un movimento e il principio di realtà del riformismo comunista. Che si vissero senza mediazioni, anzi nemici.

            Ora, siccome non ho alcuna intenzione di sembrare un romantico anglosassone, qualcosa che si muove fra la poesia di William Blake e Shelley, far scivolare cioè l’idea che i movimenti appartengano solo alla «natura» – terribile e meravigliosa – quindi non-scusabile per principio, inspiegabile, di fronte alla quale ci resta solo da guardare e ricordare attoniti, io penso che il vero gesto imperdonabile oggi del Settantasette siano le sue idee. Qui la ragione fa davvero il suo lavoro. Abbandonato il piano della memoria dei «fatti», l’unica cosa che ci rimane da fare è ricostruire con i concetti i passaggi della produzione, del lavoro, della politica, dei soggetti sociali, del potere e dei rapporti di forza, quello che è accaduto, che si è incistato, quello che vale ancora adesso, che non è poco.
In particolare, vorrei soffermarmi su un punto: la questione del «potere». Io non credo che il movimento del Settantasette sia stato un movimento sbarazzino, che la sua attenzione alle microfisiche del potere, all’essere decentrato – come se l’eccentricità fosse una fragilità – all’ironia dissacrante, a non farsi risucchiare dal «colpire il cuore dello Stato» abbiano mai significato una sua distrazione dal potere. Dirò di più: non c’è mai stato in Italia un momento così diffuso di «esercizio del potere» come quello negli anni settanta e attorno il Settantasette. C’era potere anche di qua, da questa parte: potere di bloccare una città, di scorrazzare per i loro luoghi privilegiati e farne strame, di far loro paura, di costringerli a pensarci sopra prima, qualunque schifezza volessero fare. C’era un potere operaio, di fabbrica, come nel lungo braccio di ferro alla Fiat fino al licenziamento degli 81, un mucchio selvaggio che si muoveva tra i reparti impedendone il controllo, anche ai sindacati. C’era un potere dei giovani, degli studenti, nel bloccare università, scuole, nell’impedire il funzionamento della routine, nel prendersi i concerti, la musica, nell’occupare spazi. C’era un potere di quartiere, nel prendere i sevizi, nell’autoridursi le bollette. C’era un potere di piazza, che metteva in difficoltà o faceva impazzire questure e milizie. Insomma, un potere sulla vita degli altri. È una cosa che dà alla testa, io credo. E che può rendere meschini.
            Di questo scontro di poteri, di questa interdizione di poteri, di questo sfilacciamento dei poteri, di questa censura e autocensura di poteri, hanno goduto in tanti. In particolare i ceti sociali intermedi, che hanno potuto beneficiare degli interstizi, delle nicchie di potere, che si allargavano quanto più quelli «forti» si interdivano. Negli anni settanta la «classe media» italiana è quella che più d’altri ha potuto godere dello scontro di potere, perché se lo «ritrovava» senza doversi battere. E non lo esercitava alla luce del sole, se non in parte, nella piazza sociale, ma nei recessi, nei ridotti, nelle retrovie, dietro i paraventi. Incitava, inveiva, si infiammava, indicava, additava, personalizzava. Quello che il movimento, i movimenti consideravano «all’ingrosso» veniva invece «dettagliato» dalla classe media, perché loro c’erano – in funzione subalterna e compromessa – dentro i centri del potere, conoscevano, sapevano. Quando i poteri forti hanno trovato un accordo, un compromesso contro il potere dei movimenti, si sono ristretti gli spazi interstiziali. E le esortazioni, gli ammiccamenti sono rifluiti – c’è stato un accomodamento o uno schierarsi da qualche parte – o sono diventati clandestini. Hanno banalizzato e svolto il tema del potere in forma meschina.


In occasione della presentazione della ristampa di Settantasette. La rivoluzione che viene a Esc, Roma, 17 febbraio 2005, e a Vag 61, Bologna, 12 marzo 2005.

 

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