(da l'Unità 12 giugno 2004)
C’è un posto molto particolare nel municipio di Roma 11, stretto tra l’Ostiense e il Tevere, dove storia e arte, sport e scienza si incontrano. Qui, appena oltre il ponte di ferro, i racconti più diversi, sul Papa re o sulla rivoluzione industriale, se li porta via il fiume e le narrazioni sanno di fatica e ingegno, energia e carbon fossile, gong e polvere, termodinamica e progresso. Al di là del muro di via del Commercio, i viali di quelle Officine stile primo novecento, a tratti segnati da pavè e rotaie, tagliano di sbieco l’ombra di quattro pentoloni chiodati, detti Gazometri, che qualcuno somiglia a montagne russe e altri a cilindriche tour Eiffel ancora schizzate dai colori d’autunno di Mario Sironi o dai tratti violenti di Renzo Vespignani. Ed è qui, discorrendo magari di metano o gas

Sironi

Vespignani
illuminante, che è facile incontrare appunto i nomi di Pio IX e dei pionieri della Società Anglo Romana, di Enrico Mattei o dei cinesi che canalizzavano l’aria di fuoco nelle canne di bambù, di Mussolini l’autarchico e dei gappisti romani alla vigilia di un’azione partigiana, di campioni di calcio in casacca aziendale e di quanti, come Guido Nardecchia o Giulione Rinaldi, da queste parti affrontarono l’impresa di tramandare ai giovani la nobile arte del pugilato.

Foto di pugilato, con riferimento alla Storia burina di Pier Paolo Pasolini
“E’ impossibile dire del
secolo andato o inseguire le tracce di tante cose passate tra la Piramide e San
Paolo senza raccontare della Romana Gas. Ai tempi di papa Mastai Ferretti la
sede dell’Officina per il gas da illuminazione era in via dei Cerchi. Poi, con
la giunta Nathan nel 1909, lo stabilimento fu spostato qua fuori le mura. Questo
è stato il primo insediamento industriale della zona. E, nel corso degli anni,
ha cambiato la vita della città, la sua geografia, il modo di stare insieme
delle persone.” A parlare così è Enzo Stella già direttore d’esercizio
dell’azienda di via Ostiense. “Una volta c’era la via del carbone che
partiva dal Galles, sbarcava a Civitavecchia e poi faceva capolinea al porto
fluviale. Qui il minerale nero finiva sui carrelli e poi ai forni dove, per
distillazione, si otteneva coke, gas e altro. La ferrovia arrivava solo fino a
Trastevere e per esigenze produttive si impose lo scalo Ostiense. Chi ha un
po’ d’anni forse ancora ricorda i convogli che uscivano su via Matteucci e
arrivavano da noi. Quello è il grande gazometro ed è stato tirato su nel 1936:
alto 114 metri, diametro 60, con una campana da 200 mila metri cubi di gas. Era
il più alto d’Europa ma il lavoro operaio per riempirlo era durissimo e
sapeva di sfruttamento e fatica. A un certo punto per reclutare mano d’opera
l’azienda aprì uno sportello alla Lungara vicino Regina Coeli. Agli ex
detenuti allora l’unica offerta di reinserimento nella società era una
fornace da 1000 e passa gradi centigradi. Come dire, uscivano dal collegio ma
non salivano in paradiso.” E, a proposito d’inferno, ci pensò pure la
guerra a portare fuoco, piombo, morte e macerie. Dopo l’8 settembre
l’azienda si ritrovò militarizzata, presidiata dai panzer e sotto il tiro
delle bombe che tra febbraio e marzo colpirono l’intera zona. “Questo però
–riprende Stella- è stato anche luogo di dura resistenza al nazifascismo.
E’ in queste officine che si fabbricavano i chiodi a tre punte che fermavano
le colonne tedesche o gli spezzoni usati dai Gap in diverse azioni. Anche la
cassetta dove finirono i diciotto chili d’esplosivo dell’attacco di via
Rasella è stata confezionata qui all’Ostiense. Lo ha più volte raccontato
Carla Capponi, nome di battaglia Elena, protagonista di quei giorni. In quel
gruppo di giovani gappisti, assieme al fisico Cortini e alla moglie Laura
Garrone, con Sasà Bentivegna, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini, Marisa Musu,
Calamandrei e tanti altri c’erano insomma anche gli operai gasisti romani. Del
resto alto fu il tributo di sangue pagato. Due nostri letturisti sono finiti
alle fosse Ardeatine. Si chiamavano Ovilio Volpe e Francesco Cinelli.”
Tedeschi in fuga, quel giugno
del ‘44 è un evento a stelle e strisce pieno di swing, jazz e molto boogie
woogie. E anche alla Romana Gas il gong della Liberazione schiocca tra balli,
voglia di ripresa, tanto sport e pugilato. “La fine del conflitto –precisa
il dirigente- per noi rimette in moto tutto e, tra le tante cose, qui nasce un
Cral di forte ispirazione sociale. E’ il primo dopolavoro della ricostruzione.
Nasce nel ’44, proprio sessant’anni or sono, e si trovò battezzato nel
piazzale tra una pista da ballo e l’arena del ring. Di fatto è la boxe il
primo sport targato Romana Gas. Una disciplina che allora voleva dire speranza
d’emancipazione, voglia di riscatto, spinta a cazzottare la vita agra del
tempo. L’ho già detto, il lavoro non era uno scherzo. Ci si ammalava di
silicosi e cirrosi e per molti resistere alle fornaci voleva dire scolarsi
interi fischi di vino al giorno. Qui inoltre circolava pure la varia umanità
dei Mercati Generali e poco distante c’era il Mattatoio, l’ammazzatora, dove
è cresciuta la generazione dei Proietti. Insomma era il pugilato lo sfogo più
naturale in un ambiente del genere. Poi verrà il calcio con Italo Caioli, con
Eufemi e Banella, e verranno anche altre soddisfazioni come il basket o il
ciclismo. Ma per noi oggi è sempre viva la memoria delle imprese del mosca
Guido Nardecchia di Testaccio, campione europeo dei dilettanti e autore di
epiche sfide per il titolo con Belardinelli e Matta, o l’irruenza mediomassima
di Giulio Rinaldi, l’avversario di Archie Moore, che qui era di casa.”
Nella bacheca aziendale le
facce da pugni si confondono con la grinta dei dilettanti in scarpini e
mutandoni. Foto piene di folla al campo Roma di via Sannio fissano in
chiaroscuro il volo di Baccarini, il piglio di Chiodi e Borgi, l’estro di
Morgia, Tanni e Bocci, il carattere di Italo Caioli, capocannoniere in
Promozione con 37 reti e capace di rifiutare le convocazioni di Fiorentina e
Roma per non mollare i colori gassisti. Oggi a lui è dedicato l’impianto
sportivo che guarda il Tevere da un’altra sponda all’altezza delle Idrovore
della Magliana. Altre istantanee sono tutte per quel teatro del ko che Pier
Paolo Pasolini nella sua incompiuta “Storia burina” chiamava “la concalla
della Romana Gas”. Lì il corsaro venuto da Bologna era di casa negli anni
cinquanta e quel suo racconto è un round mai chiuso tra due ragazzi, Romano
“er paino” e Romano “er burino”, due mori con “occhi e pugni pieni di
dinamite”. Per Alberto Cusanno, classe 1937 e memoria da welterleggero, la
leggenda della fabbrica del gas è un ricordo tenace carezzato dal tifo su un
campo di calcio o dalle urla di quelle riunioni sulla via Ostiense. “Per la
maglia della Romana Gas –ricorda sicuro- ho combattuto oltre settanta
incontri. In palestra i miei maestri sono stati Sangiorgi, Placidi e Meloni e
m’hanno portato avanti fino alla soglia delle Olimpiadi di Roma. Poi la boxe
ha chiuso ma c’era sempre il pallone o il ciclismo da seguire. Qui sono
cresciuto con Rinaldi e Pioppini ma i veri artefici d’un impegno sportivo
pieno di risultati, ai tempi miei, era gente come Bologna, Valicchi e
Seracchioni, sindacalisti tosti che gestivano il circolo aziendale anche con una
certa passione politica. Il clima delle riunioni era sempre caldissimo. Il ring
anzi l’arena, com’era chiamata, veniva montata nel piazzale interno e
d’intorno, sulle gradinate di legno, c’era il popolo di Testaccio, della
Garbatella, dell’Ostiense e dei quartieri. Avevamo fama di palestra operaia e
con certi arbitri faziosi dovevamo stravincere per portare a casa il verdetto.
Ma non c’erano santi. Sapevamo farci rispettare. I nostri erano pugni di
classe. In tutti i sensi.”