FISICA/MENTE

“né con lo Stato né con le Br”

di Claudio D'Aguanno 

 Dal Cd Rom:   "Il Caso
Moro"  Ed Il Manifesto realizzato da Apolis Cantieri Multimediali 1998.

 

 

 

É possibile nell’Italia del 16 marzo 1978 tirarsi fuori dalla chiamata alle armi, rifugiarsi nelle retrovie del dubbio, disertare dal fronte dell’antiterrorismo? No, non é possibile. Non c’é nessuna guerra ufficialmente dichiarata e ai brigatisti di via Fani viene al più concesso, in luogo dello status di combattenti, l’attributo di “belve fasciste” o “criminali assassini”. Eppure, esorcizzando continuamente lo spettro della “guerra civile”, giornali di partito e mass media moltiplicano gli appelli, giustificano il rigore da stato d’assedio, coniugano “la terribile bellezza” dell’intransigenza più emotiva con “la geometrica potenza” d’una emergenza che si fa decreto. Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano, si pronuncia per la pena di morte; Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, deposita dal notaio la sua fermezza a futura memoria; Francesco Cossiga, pensa al “Grande Vecchio”, dirama circolari sull’attuazione di fantomatici Piani Zero mentre, più concretamente, tiene a battesimo la stagione delle “leggi eccezionali”.

Nel conflitto simulato a mezzo stampa proliferano le piste straniere, preferibilmente tedesche e dell’est o all’occorrenza Cia nonché Mossad, e contemporaneamente si forza la “scelta di campo”. Il diritto al dissenso verso la “mobilitazione generale” espresso da alcuni scrittori, come Sciascia, nonché la presunzione di neutralità fatta propria da testate come “Lotta Continua” e “il manifesto”, non trovano buona critica. Soprattutto nella sinistra del compromesso storico. E, per i giacobini della “solidarietà nazionale”, i 55 giorni del sequestro Moro diventano anche l’occasione per aggiornare, con una campagna di rettifica in stile cinese condotta su “l’Unita”’, il dibattito aperto un anno prima.

 

Sentinelle eretiche

 

Lo scontro tra il PCI e le intelligenze più irregolari ha avuto, nei giorni caldi del ‘77, molte punte e asprezze. Il movimento degli autonomi nella sua differente espressività, creativa o militante, é letto dall’apparato di partito unicamente come “complotto reazionario o diciannovismo irrazionale”. Il concorso della cronaca quotidiana non risolve la polemica politica ma crea schieramenti avversi e un appello di intellettuali d’Oltralpe - Sartre, Foucault, Barthes, Deleuze e Guattari, tra i firmatari - fa da premessa al Convegno sulla repressione convocato a Bologna nel mese di settembre. “Schematico... volutamente esagerato... ovvero provocatorio a fin di bene”, é il giudizio sul manifesto francese espresso da Alberto Moravia.

Ben poco esagerato, per un poeta come Montale, é all’opposto il diritto alla fuga dei giurati popolari estratti per il processo alle Brigate Rosse in corte d’Assise a Torino nel mese di maggio. Sono ben sedici i certificati medici che lamentano una folgorante “sindrome depressiva” di chi é chiamato a giudicare “in nome del popolo italiano”. Montale condivide la paura e la disaffezione per le istituzioni. Calvino rispolvera i gradi di “garibaldino semplice” e parla del dovere d’ognuno di “restaurare lo Stato”. Sciascia declina il solenne invito, Bobbio riflette sulla “inevitabilità del pessimismo” e Sanguineti accusa l’autore di Todo modo di disertare dalla postazione di “sentinella”.

A fissare le coordinate per il dibattito ci pensa poi Giorgio Amendola. “Cosa avranno da ridere?”, aveva tuonato l’anziano leader osservando dal balcone di Botteghe Oscure un corteo degli indiani metropolitani. “Cosa avranno da menarla tanto questi disfattisti?”, é il rimbrotto rauco per le riflessioni degli intellettuali accusati di “italico nicodemismo”. Riferimento dotto e sottilmente velenoso. Gli uomini di pensiero più inquieti del ‘77 associati, dal dirigente del PCI, agli “eretici deboli” del ‘500. Leonardo Sciascia come Giorgio Siculo: impenitente sovversivo del “libero arbitrio” illuso di sfuggire all’inquisizione con la dissimulazione del proprio pensiero. “Oggi - sostiene Amendola - é il momento invece della più ferma intransigenza per respingere con coraggio il ricatto della violenza... il vero problema é quello di togliere ai guerriglieri le coperture politiche e culturali di cui finora hanno goduto”. Concetti “rivoluzionari piuttosto originali”, chiosa Sciascia; “per quel che Amendola mimetizza nel suo discorso, conformismo e anticonformismo vanno senz’altro meglio”. É comunque su questo dibattito, maturato in pieno ‘77, sulle categorie della viltà e del coraggio, dell’impegno e del dissenso, che torneranno i giornali nei giorni del sequestro Moro.

 

Il contrappello degli intellettuali

 

La prima pagina dell’Unità di domenica 19 marzo apre sui funerali della scorta. La foto di Moro con quel suo sguardo pieno di “secoli di scirocco”, sotto il drappo delle Brigate Rosse, é esposta dilato con il corsivo che parla di “un uomo torturato”. Taglio basso invece per l’agguato omicida che, davanti al centro sociale Leoncavallo a Milano, costa la vita ai due diciottenni Fausto e laio. L’editoriale é affidato alla prosa austera di Enrico Berlinguer. Il segretario del Partito Comunista parla di compiti e scelte, ammonisce al rigore, chiama all’unità e alla lotta contro la disgregazione, il lassismo, il non governo. “É giunto il momento di decidere da che parte si sta... Faccia il proprio dovere ogni cittadino democratico... Nessuno si lasci prendere dalla sfiducia..

Ed ecco, nello spazio solitamente riservato alla conviviale irriverenza di Fortebraccio, il pronunciamento di “alcuni dei maggiori intellettuali italiani”, li loro “impegno severo contro la violenza e il terrorismo” prende, dopo poche righe di liturgica professione di fede, il tono di una convocazione agli “stati generali” della cultura nazionale. “Facciamo appello” sottoscrivono, tra gli altri, Sergio Amidei e Federico Fellini, Giacomo Manzù e Renato Guttuso, “a tutti coloro che nel mondo della culturà, dell’informazione e della scuola, con la parola e l’esempio, possono orientare l’opinione dei cittadini e soprattutto dei giovani... Nessuna considerazione, pure legittima, sui gravi mali di cui soffre l’italia può essere invocata come alibi per attenuare il giudizio o, peggio, per tollerare con indifferenza azioni che si propongono di travolgere la democrazia...”

li solenne invito é arricchito nei giorni seguenti da firme, dichiarazioni, interventi. Si sollecitano le adesioni, si censurano le assenze. Arrivano Bobbio, Montale e Moravia. “Sciascia conferma il suo disimpegno”, stigmatizza grave l’organo del PCI. E sale in campo pure Pietro ingrao che fa appello al “cervello sociale” contro “i pericoli di disgregazione del regime democratico”. Più che i “killers dell’eversione”, liquidati presto come problema di ordine pubblico, l’obiettivo dichiarato della serrata campagna ideologica diventa la congrega dei disfattisti, degli estremisti del “né con le BR né con io Stato”, di tutti coloro che, “un pò De Carolis e un pò Lotta Continua”, invitano “ai distacco e allo spirito critico”. Su questa onda intervengono Giuliano Ferrara, Paolo Bufalini e Aldo Tortorella. Paolo Spriano ammonisce che “Questo Stato non é un guscio vuoto”, mentre Emanuele Macaluso dà “Qualche risposta ai garantisti e a Galloni”. Sostiene Luigi Berlinguer sull’Unità dell’i I aprile: “La pratica della violenza, degli espropri proletari, delle bombe molotov può ricollegarsi ad una concezione che afferma la faziosità ineluttabile dello Stato... Anche la neutralità pilatesca e neoaventiniana può rientrare oggettivamente in questo filone”.

L’articolo, promette l’occhiello, é scritto “per capire le debolezze verso la violenza” e tanta benevolenza richiama il Melville del Benito Cereno. Sulla stampa dell’unità nazionale gli esponenti del “partito della trattativa”, i “finti umanitari che oggi si proclamano difensori della vita di Moro”, finiscono così, di volta in volta, blanditi e ammoniti, minacciati o invitati alla giustificazione. Al pari del capitano del “San Dominique” eccoli incerti, vili, pericolosi, capaci di qualsiasi pirateria, fragili ostaggi, conniventi imbelli.

 

“né con lo Stato né con le BR”

 

“Mi rincresce per Gesù Cristo” interviene Cesare Cases su “il manifesto” del 24 marzo “ma la barbarie comincia con il detto: chi non é con me é contro di me.” Nel coro che sostiene l’impossibilità di essere neutrali poche voci fanno defezione. Una di queste, dopo un’iniziale oscillazione, é proprio “il manifesto”. Avverso alla trama del compromesso storico, il quotidiano di via Tomacelli vede la “deriva a destra” delle istituzioni, teme la degenerazione autoritaria del PCI, s’interroga, spesso disperato, come continuare a dibattere senza subire il ricatto dell’emergenza o della rivoluzione tradita. La situazione, tutt’altro che felice, non aiuta la riflessione garantista. Franco Fortini, Federico Stame, Laura Balbo, Senese e Luporini: poche le firme disposte a spendersi sul quotidiano comunista. E Lucia Annunziata va così per fabbriche e quartieri a parlare con i “compagni confusi”, con i simpatizzanti dei gambizzatori, con i quadri sindacali ostili all’ “area opaca della non condanna”.

Diverso il tono ma analoga l’ansia d’impotenza nella redazione di “Lotta Continua”. La maggiore delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare si era sciolta alla fine del 1976 e - ricostruisce ad anni di distanza Adriano Sofri - “appena dimissionari dalla nostra fede rivoluzionaria, durante il sequestro Moro stringemmo i pugni e digrignammo i denti. Nei brigatisti non vedevamo compagni che sbagliavano, ma parole ed azioni che, se avessero prevalso, ci avrebbero costretti a batterci con ogni mezzo contro di loro.” E “Lotta Continua”, nel tormento dei suoi ultimi esponenti, provò anche a rilanciare sul piano dell’iniziativa pubblica. Il giornale di Marco Boato e compagni per 55 giorni fu “il partito dei vescovi e della vita umana", “l’organo degli amici dispersi di Aldo Moro”, il bollettino della “trattativa cinica e impossibile”. Denominazioni piene di sarcasmo e benedette dalle migliori, e peggiori, penne del giornalismo nostrano. “La formula né con le BR né con lo Stato” sottolinea ancora Sofri “era stata, per chi l’aveva coniata, un ponte verso l’addio definitivo alla violenza politica; per altri significava che per opporsi alle malefatte brigatiste non occorreva sventolare la bandiera dello Stato... Non mi riconobbi in quella formula”. Delimitazione in negativo del proprio orizzonte politico, Lo slogan amplificò invece al massimo la determinazione dei filosofi dell’emergenza. “Chi so questi che spareno e ammazzeno?../ . So l’erba voglio de l’oscurantismo/ lottacontinui, autonomi, nappisti/ brigatisti del finto comunismo/... e prima o poi ce l’attaccamo al cazzo”. Così l’ineffabile Trombadori nei giorni dell’abbandono della speranza, del falso comunicato numero 7, del “Moro morto”, sepolto in fondo allago della Duchessa, definitivamente soppresso “nel cuore dei suoi amici

“Moro non é morto” strillerà a tutta pagina “Lotta Continua” di mercoledì 19 aprile. Firmato da una decina di personalità, tra cui Dario Fo e Franco Basaglia, l’appello raccoglierà nei giorni seguenti un successo inaspettato. Lo sottoscriveranno in migliaia. In nome del “diritto alla tolleranza e alla liberazione d’un prigioniero” correrà veloce di mano in mano tra parrocchie periferiche, sezioni abbandonate, luoghi di lavoro. Referendum privo di quorum rimarrà totalmente inascoltato. Dagli uomini del Palazzo. Dagli uomini del covo.

 

L’autunno dell’autonomia

 

Nel corso del Settantasette aveva riempito di cortei le piazze d’italia. Aveva occupato scuole e Università, cacciato Lama, ingaggiato guerriglie pomeridiane lunghe un anno, preso possesso di città sonnolenti, liberato energie creative fatte di onde radio, fogli ribelli, immaginazione antagonista, progettualità e decreti sulla “fine del regime del lavoro”. L’autonomia, forte di mille collettivi e altrettante identità, aveva spazzato via l’illusione d’un compromesso storico indolore e, contemporaneamente, in una rivoluzione fatta di autovalorizzazione quotidiana, di armi e parole, di gesti comuni e tempi sovvertiti, aveva messo fuorigioco ogni presunzione giustizialista delle BR. A chi parlava di SIM e della “strategicità della lotta armata con l’attacco al cuore dello Stato”, il Settantasette aveva opposto “il qui ed ora” dei movimenti, l’estraneità ai sacrifici, il rifiuto del potere, l’uso della forza subordinato ai risultati.

A distanza di pochi mesi ecco però “le armi lunghe”, fino allora clandestine e marginali, imporre la stella a cinque punte in assemblea. I mitra di via Fani inceppano i megafoni già rauchi dopo il Convegno di Bologna e, dell’espressività dell’anno prima, rimane presto solo una balbettante babele. Scorrono le rotative delle edizioni straordinarie ma i periodici autonomi non bucano il muro della controinformazione. “Non é né più alto né più basso” scrive “Rosso”: “Il rapimento Moro non ha nulla a che fare con l’autonomia”. Le BR, dicono i Volsci, ignorano l’iniziativa delle masse, il coinvolgimento del revisionismo nella crisi, “sembrano scopertamente indurre lo Stato ad una sua involuzione verso un fascismo moderno”. Per alcuni ecco “il senso ubriacante del grande balzo in avanti”, per altri “il pericolo di un’azione che, assieme allo Stato, disarticola l’intera classe”. Per gli operai dell’Alfa, invece, c’é solo il diritto a non spiegarsi “poiché la nostra differenza con loro é nelle cose che facciamo”. Ultimi sprazzi di iniziativa alla vigilia dell’esecuzione del presidente democristiano. “Come comunisti rivoluzionari neghiamo la prassi dei regimi reazionari di emettere sentenze ed eseguire condanne in nome del popolo”, Il comunicato stampa dei Comitati Autonomi Operai é del 5 maggio. Tardi. Il tempo ormai trascorre nemico verso l’epilogo di via Caetani.

 

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