FISICA/MENTE

 

 

Moro non è Moro

di Claudio D'Aguanno

         Dal CdRom:   "Il Caso
Moro"  Ed Il Manifesto realizzato da Apolis Cantieri Multimediali 1998.

 

Il prigioniero negato

 

La prima lettera di Aldo Moro, uscita dalla “prigione del popolo” e pubblicata sui giornali, porta la data di mercoledì 29 marzo. É una lettera dal tono privato, inizia con un confidenziale “caro Francesco..”, ed é indirizzata al ministro più in vista del momento. Non deve essere resa pubblica ma quando capita tra le mani dell’On. Cossiga é già calda di stampa e pronta per essere consumata su tutti i quotidiani italiani. Le Brigate Rosse assecondano la volontà dell’ostaggio a comunicare con l’esterno ma “siccome nulla deve essere nascosto al popolo” fanno squillare i centralini dell’Ansa nonché quelli della “Gazzetta del Popolo” a Torino, del “Secolo XIX” a Genova, del “Messaggero” a Roma, del “Corriere della Sera” a Milano, Il presidente della DC scrive al responsabile dell’ordine pubblico, al ministro degli Interni, al sensibile uomo di partito che, un pò per elezione un pò per vocazione, é sentito quale esponente di una “corrente amica”, sicuro referente politico, in grado cioé di ispirare le mosse d’un comitato di crisi immaginato, forse, nel pieno della sua operatività. “Ti scrivo in modo molto riservato” perché “tu e gli amici, con alla testa il Presidente del Consiglio, ... possiate riflettere ... per evitare guai peggiori”.

Aldo Moro - “il meno implicato di tutti” come ebbe a definirlo Pasolini nelle sue requisitorie contro il Palazzo - é da quasi due settimane nelle mani delle BR, si trova “sotto un dominio pieno ed incontrollato”, ma pacatamente, “poiché entra in gioco la ragione di Stato”, invita alla trattativa e chiede di” . . .riflettere opportunamente ...pensare dunque fino in fondo prima che si crei una situazione emotiva ed irrazionale”. Non c’é una riga in questo primo scritto che possa tradire debolezza personale, mancanza di lucidità, malcelata connivenza col nemico, eppure proprio con queste e altre colpe il presidente DC dovrà confrontarsi per tutti i 55 giorni del drammatico sequestro.

 

Torturato, interpolato, anzi, drogato

 

É di Sciascia la definizione di “documenti del contrappasso” per i messaggi inviati da Aldo Moro. In totale il presidente della DC ne elabora quasi un centinaio rivolgendosi, con toni mutevoli, a personalità istituzionali o colleghi di partito, a fidati collaboratori e possibili alleati, oltre naturalmente agli affetti più privati. Sono frasi, concetti e segni scritti, spesso sofferti. Oltre quattrocento fogli che i più si sforzeranno di negare, di sconfessare, di sottoporre a diagnosi. Moro scrive e viene presto disconosciuto; usa il linguaggio di sempre, familiare ad amici e avversari, ma maggiormente viene allontanato; sviluppa il filo di recenti ragionamenti e meno trova intorno a sé gli interlocutori di un tempo. Prologo di tanta commedia, destinata fatalmente a scivolare in tragedia, é già nel commento alla foto diffusa con la prima rivendicazione. Qui il leader appare descamisado, privato degli abiti togati, ridotto a pura smorfia sorvegliata dalla stella a cinque punte. Il “grande statista” delle prime dichiarazioni ufficiali ora é anche “un uomo torturato”, come titola “l’Unita”’, nelle mani di “belve che é perfino difficile paragonare ai fascisti”, vago sguardo in attesa “di martirizzazione”. Nessuno parla ancora della sindrome di Stoccolma ma questa, inevitabilmente, scatterà intorno alle lettere spedite dall’interno del covo.

“Quelle parole non sono sue” attacca Eugenio Scalfari su “la Repubblica” del 30 marzo. “Il messaggio non é moralmente ascrivibile a Moro” sentenzia “il Popolo”. “Un testo interpolato dalle Brigate Rosse” suggerisce l’organo del PCI. E poi, intorno ai fogli vergati dal prigioniero, ecco il gran consulto di medici specialisti, compunti e inutili come il Corvo e la Civetta della favola di Collodi. “Potrebbero aver usato droghe” fa il farmacologo snocciolando un prontuario di sostanze consigliate: scopolamina, pentothal, neurolettici vari, LSD in modica quantità ché “bastano 70 microgrammi per abbassare la guardia”. “É la grafia tipica di un soggetto sottoposto all’aloperidolo” rilancia il neurologo. Eppure “lo scrivente si direbbe in uno stato d’animo tranquillo e sereno...”, azzarda il direttore dell’Archivio di Stato. “Moro scrive sotto dettatura” taglia corto la professoressa di Genova già studiosa degli scritti di Sossi. Da parte sua il magistrato rapito dalle BR nel ‘74 acconsente, sulla base della propria esperienza, che “scrivere é uno sfogo prezioso e Moro sicuramente non l’ha fatto sotto imposizione”. Non verrà più consultato.

 

Amici di vecchia data

 

“Il Moro del sequestro” scriverà Adriano Sofri “é veramente solo un uomo di parole”. Parole, spesso, “scritte sull’acqua” quelle del presidente DC. Parole pesanti come pietre quelle dei destinatari sordi, degli esperti allineati, degli amici arruolati nel fronte del ripudio e della fermezza. Moro scrive a Zaccagnini e la sua prosa viene bocciata come “estorta”, “infantile”, “rivelatrice d’un grave stato di prostrazione fisica”. Moro ricorda la propria posizione nel dibattito “sullo scambio di prigionieri” e i testimoni soffrono di amnesie. Moro attacca lo “smemorato Taviani” e per Rognoni é “uno strumento nelle mani delle BR”. Progressivamente, tra un corsivo anonimo e una dichiarazione conforme al clima dell’emergenza, l’identità di Moro trasfigura, ha lo spessore esile di un’ombra destinata a scomparire. “Moro é morto” decreterà, lungimirante, con un mese d’anticipo un fragoroso deputato Pci apprezzato per i suoi sonetti romaneschi.

E verrà così, nella retorica montante del 25 aprile, il colpo più duro. “L’Aldo Moro che conosciamo non é presente nelle lettere a lui attribuite” é “l’incivile protestazione”, per dirla con Sciascia, con cui una cinquantina di personalità a lui vicine certificano la “irriconoscibile fisionomia” del presidente DC.

Moro, insomma, definitivamente, “non é lui”, Il documento, diffuso da piazza del Gesù, ha lo stile d’una circolare ministeriale, il valore d’una perizia autorevole, la delicatezza d’un referto medico. I suoi firmatari hanno nomi illustri: mons. Pellegrino e Zama, storici come De Rosa e Scoppola, vari vescovi, rappresentanti di associazioni cattoliche quali Veronese, Di Rovasenda, Scaglia. Ma, verrebbe da dire, assecondando il clima di quei giorni, “é ascrivibile” a costoro tanta gelida sicurezza? Tra le diverse prese di posizione, quella sottoscritta dagli “amici di vecchia data” maggiormente ferisce il prigioniero. Moro, in data 27 aprile, risponderà sul “Messagero” di Roma con l’ultimo pubblico drammatico appello agli “ostinati immobilisti” della DC: “non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio.”

 

Ascrivibile a Moro

 

Chiunque ponga a confronto le lettere di Moro con le sue elaborazioni da libero trova corrispondenze lessicali, argomenti comuni, toni letterali appena influenzati dalla nuova situazione. “lo sono prigioniero - ricorda ai colleghi democristiani - e non sono in uno stato d’animo lieto..” Moro vive in modo “moroteo” la condizione in cui si trova. Usa i toni bassi quando parla di sé, a volte si sente "un pò abbandonato”, “un pò ferito dall’impersonalità delle reazioni”, ma, con il pudore del detenuto politico, invita a ragionare “a prescindere dal mio caso”, e quando pone il tema della “salvaguardia della vita umana” lo fa allo scopo “di realizzare un minimo di sosta, di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza”. “Un respiro minimo e la speranza esile ma tenace che invocherà ancora nelle lettere del 1 maggio a Leone, a lngrao, a Fanfani, a Andreotti, a Piccoli, a Misasi e a Craxi. Solo i socialisti, tra i partiti dell’arco costituzionale, sembrano sfuggire al “caparbio arroccamento”, ma non c’é disperazione quando, con la condanna a morte incombente, pone il quesito fondamentale: “da cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va invece che in prigione, in esilio? Il discorso é tutto qui”.

Annibale alle porte, Moro parla delle virtù della trattativa, consiglia di temporeggiare, di cedere terreno per guadagnare tempo, di riconoscere la natura del conflitto guerrigliero e, inascoltato Kutuzov, di lasciare esaurire la spinta dell’attacco. In “una guerra che é, si voglia o no, una guerra - sostiene vanamente - una qualche concessione é non solo equa ma utile...”.

Il Moro che parla così, dopo oltre un mese e mezzo di segregazione, é lo stesso Moro che da libero teorizzava le virtù della “duttilità costruttiva”. É lo stesso leader politico che, solo poche settimane prima del sequestro, ammorbidisce i colleghi riluttanti all’accordo di governo col PCI, evocando quella “flessibilità che, più che il nostro potere, ha fin qui salvato la democrazia italiana”. Moro ha i movimenti limitati, offesi da una detenzione che considera ingiusta, ma la linearità della sua azione politica é certa. Scrive molto. In maniera eccessiva per essere, come dice “la Repubblica”, solo “un uomo angosciato, sconvolto dal pensiero d’essere stato abbandonato...”. Fa politica su sé stesso, usa il suo caso, reagisce animato da una tensione ideale fortissima. Lettere private e pubbliche, testi in versioni diverse da usare a seconda della piega presa dagli avvenimenti, biglietti con indicazioni per i suoi collaboratori o memoriali su cui sollecitare l’intero partito. Scrive e distingue tra amici, alleati, personaggi istituzionali, peones a cui riservare il più gelido sarcasmo: “che dire di lei on. Bartolomei? Nulla..”.

 

L’ultima battaglia

 

Nella “desolata vastità di un’angusta cella" non è Moro a perdersi. “Comincio a capire cos’é la detenzione” afferma ad un certo punto. É un prigioniero cosciente che parla, da prigioniero, del proprio attaccamento alla famiglia, sfidando l’irrisione degli opinionisti della fermezza, dei denigratori di sempre, degli intrepidi in libertà. É un detenuto particolare che non rinnega la propria storia, non collabora con i suoi carcerieri, non dà segnali di ravvedimento operoso né accetta passivamente che il destino si compia. Moro non scarica sugli altri le proprie responsabilità. Auspica piuttosto il “miracolo del ritorno della DC a sé stessa e alla sua assunzione di responsabilità”. Esortazione fuggevole ma, per renderla piena, Moro, ricordando di essere Moro, convocherà ad un certo punto il Consiglio Nazionale delegando Misasi a presiederlo.

Moro non é un martire né un pentito del Potere. É un protagonista politico che ingaggia, perdendola, una battaglia istituzionale impari. La sua estraneità rispetto ai combattenti contrapposti é netta. “Ma tra le Brigate Rosse e me - protesta - non c’é la minima comunanza di vedute”. E ancora: “pensate bene cari amici.., siate indipendenti” da quella “presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce”.

Con estremo gesto politico, porrà la rottura del vincolo associativo col suo partito nell’annuncio delle dimissioni “non solo dalle cariche ma dal corpo della famiglia DC”. Lontano dal coro di una “unanimità fittizia” Moro desolidarizza con la “solidarietà nazionale”. Uomo di “generosità nascoste e delicate intenzioni” pagherà la sua renitenza alle ragioni dell’emergenza con il prezzo più alto. “Ora mi pare - scrive alla moglie Noretta - manchi specie la voce dei miei amici. Converrebbe chiamare.., e incitarli ad una dissociazione... La dissociazione dovrebbe essere pacata e ferma”. Scrive così l’Aldo Moro dei momenti più gravi sempre incredulo per “questo rigore in un paese scombinato come l’italia”.

Ed é una nazione ancor più scombinata, e distratta e tragica, quella dei primi giorni di maggio. Le Brigate Rosse spediscono il comunicato numero 9, in tanti s’interrogano su un gerundio, gli “uomini del potere” annaspano e Moro, abbandonato dai “fedelissimi delle ore liete”, esce definitivamente di scena. “É incredibile a qual punto sia giunta la confusione delle lingue”, lamenta il leader sconfitto. Nelle parole scritte, per settimane e giorni, é trascorsa veloce la sua esistenza imprigionata. Ultima vita breve e densa, piena d’inchiostro, tenace e ricca di pensieri e segni. Eppure fragile: “nuda vita” fatta di carta. In molti, quella vita, quella scrittura si sono ritrovati a diseredare. In troppi, sottoposti al ricatto o alla ragione di Stato l’hanno infine cancellata, lasciando che le BR fossero i fucilatori d’un corpo ormai privo di chiara calligrafia.

 

 

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