LA STRAGE DI STATO
Controinchiesta
NOTA DEGLI AUTORI 30 ANNI DOPO
Le bombe del 12 dicembre
Gli anarchici
I fascisti
Controinchiesta
La strategia della tensione
APPENDICE
1) lettera
dì Pietro Valpreda dai carcere
2) note alla
lettera di Valpreda
3) il
taccuino di Mario Merlino
4) testo
integrale dei dossier segreto greco per l'Italia
5) note al dossier greco
6) gli agenti dei colonnelli greci in Italia
7) giudizi ed interventi di parlamentari
APPENDICE 2
APPENDICE 3
NOTA DEGLI AUTORI
Questa controinchiesta - condotta da un gruppo di
militanti della sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con
il pretesto degli attentati dei 12 dicembre, si scatenava la caccia
all'"estremista di sinistra" - non nasce da esigenze di legittima
difesa: per denunciare "le disfunzioni dello stato democratico" o
"la violazione dei diritti costituzionali dei cittadini". Sappiamo che
questi diritti, quando esistono, sono riservati esclusivamente a chi accetta le
regole del gioco imposto dai padroni: l'unanimismo dei servi o l'opposizione
istituzionale dei falsi rivoluzionari. Per noi, "giustizia di classe"
e "violenza di stato" non sono definizioni astratte o slogan
propagandistici, ma giudizi acquisiti con l'esperienza: gli operai, i contadini,
gli studenti, li verificano ogni giorno nelle fabbriche, nelle campagne, nelle
scuole, nelle piazze e non soltanto nelle "situazioni di emergenza".
La repressione preferiamo chiamarla rappresaglia. Essa rappresenta un parametro
di incidenza rivoluzionaria: sappiamo che il sistema colpisce con tanta più
virulenza quanto più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti, e che
l'unica, vera, amnistia che conti, sarà promulgata il giorno in cui lo stato
borghese verrà abbattuto.
Per questo non ci stupisce ne' ci indigna il ricorso dei
padroni alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo;
ne' che l'apparato ne copra le responsabilità con l'assassinio e con
l'incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai "democratici" il compito di
scandalizzarsi, di chiedere accertamenti e indagini parlamentari, di gridare:
"Questo non deve accadere! Qui non siamo in Cambogia" come se
esistessero tanti imperialismi anziché uno solo, come se i sistemi che esso usa
abitualmente in Asia, Africa, America Latina o in Medio Oriente, fossero
privilegio esclusivo dei popoli di colore o sottosviluppati: inammissibili per
un "paese di alta civiltà", come il nostro. Fin dall'inizio eravamo
coscienti che non avremmo potuto fornire agli altri militanti molto di più di
quanto essi già sapevano sulle responsabilità dirette e indirette che stanno
dietro la strage di Milano.
Prima ancora che i giornali progressisti definissero
"oscuro suicidio" la morte di Giuseppe Pinelli, sui volantini alle
fabbriche e all'Università, sui giornali rivoluzionari e sui muri delle città
italiane, i colpevoli venivano indicati con nome e cognome. Quando i deputati
della sinistra ufficiale denunciavano "l'oscura manovra reazionaria"
rivolgendo appelli di unità antifascista a quegli stessi settori politici che
di questa manovra, nient'affatto oscura, erano i gestori e i portavoce
ufficiali, migliaia di militanti si scontravano in piazza con la polizia
gridando esplicitamente i risuitati della loro analisi di classe. Il significato
di questa contro-inchiesta, quindi, è quello di offrire ai compagni un modesto
strumento di lavoro per l'approfondimento e la diffusione a livello popolare
dell'analisi sullo stato borghese; perché, come ha detto Lenin prima di Gramsci,
la verità è rivoluzionaria. Siamo convinti, nello stesso tempo, che essa
fornisca la dimostrazione di quanto e meglio avrebbero potuto fare - se solo lo
avessero voluto - le forze della sinistra istituzionale, politiche e sindacali.
Le quali però non hanno voluto perché il farlo significava dimostrare che
dietro le bombe di Milano e di Roma, dietro la morte di Giuseppe P¡nelli,
esistono complicità che non lasciano spazi riformistici.
L'abbiamo dedicata a due compagni: Giuseppe Pinelli e
Ottorino Pesce. il primo, un operaio, è rimasto ucciso per predisposizione
storica, come i suoi compagni che quasi ogni giorno muoiono nei cantieri e nelle
fabbriche dei padroni; il secondo giacché aveva scelto di mettersi dalla parte
degli sfruttati anziché degli sfruttatori, pretendendo di rifiutare il ruolo
sociale che gli era stato assegnato. Lo ha fatto dichiarando - proprio quando la
sinistra ufficiale assisteva pressoché impassibile alla caccia
all'"anarchico" e al "maoista" che la giustizia italiana è
una giustizia di classe: la stampa "indipendente" lo ha linciato, i
magistrati "progressisti" lo hanno invitato alla prudenza e al
tatticismo. morto d'infarto il 6 gennaio 1970.
Un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare
13 dicembre 1969-13 maggio 1970
Nota degli autori
nel trentennale della strage
1) Il titolo di questo libro non a tutti piacque. Anche nella sinistra
extra-parlamentare nella quale militavamo, molti pensavano - contro ogni
evidenza, secondo noi - che la strage fosse fascista, forse con qualche
copertura o complicità di apparati statali. La storia ha dimostrato che non era
così. Anche le successive stragi degli anni '70/80 (piazza della Loggia,
Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni
dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso
gestendoli in prima persona e comunque coprendoli; ultimi esempi Ustica,
Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e
il Cermis; crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro
dominio.
2) L 'inchiesta fu militante/collettiva e così la diffusione del libro. Fu
anche una indicazione di metodo che oggi vogliamo/dobbiamo rilanciare. Tanto più
che se alla fine degli anni '60 e inizio dei '70 ancora esistevano taluni spazi
d'informazione più o meno liberi, oggi si sono ridotti al lumicino. Difficile
credere che qualche giornalista "normale" oggi indagherà sui
delitti/bugie di Stato (la guerra '99 della Nato, per dire il fatto più grave)
e comunque che queste inchieste avranno un'eco. Non possiamo però tacere che
molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque
informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo
di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate.
3) In coda al libro trovate le prefazioni (Aldo Natoli, Lelio Basso, Alessandro
Natta e Ferruccio Parri) che allora chiedemmo a 4 esponenti, seppure un po'
atipici, della sinistra tradizionale. Perché noi - extraparlamentari -sentimmo
il bisogno di coinvolgere persone da cui eravamo più o meno lontani come prassi
politica? In parte fu per dare copertura politico/giudiziaria a un libro che
temevamo fosse bloccato e/o passato sotto silenzio; in parte (ben maggiore)
perché la gran parte di noi era allora convinta che, per quanto grandi fossero
le distanze dalla "vecchia" sinistra, c'era un terreno minimo (di
difesa delle regole democratiche uscite dalla Resistenza, di opposizione al
fascismo vecchio/nuovo) su cui comunque ci saremmo potuti trovare insieme. Fu
questo un grave errore d'analisi, come infatti successivi dimostrarono; al di là
di singole persone infatti, tutta la "vecchia" sinistra (intendiamo
con ciò il Psi, la Cgil, il Pci e i suoi vari figlioli Pds, Ds/Ulivo) non si è
schierata per "far luce", come all'epoca si diceva, e con triste
coerenza ha tradito persino una delle pagine fondanti della Costituzione, quella
che ripudia la guerra come strumento d'offesa. Esistono fra noi - che oggi siamo
politicamente impegnati in luoghi assai diversi - divergenze di idee sulle
ragioni e sui passaggi di questa "devastazione" della sinistra, come
di altri nodi storici. Al di là però di queste diverse valutazioni, tutti noi
abbiamo la certezza che oggi la sinistra vera può essere solo
extra-parlamentare, che i meccanismi del potere impediscono ogni possibilità
d'accesso democratico/elettorale a chi vuole scardinare le ingiustizie (italiane
e mondiali), che i veri utopisti sono coloro che non sentono la necessità di
una rivoluzione dal basso. Curioso che noi - extraparlamentari ieri - siamo oggi
al fianco degli "extra-comunitari" (che noi preferiamo comunque
chiamare migranti); ci dev'essere in questo "extra" qualcosa che ci
sfugge, al di là delle sprezzanti definizioni di chi è "dentro".
Forse essere "fuori" (dai meccanismi) è l'unico modo d'agire nel
profondo, il che spaventa i cani da guardia dell'ingiusto ordine costituito.
4) In copertina a La Strage di Stato ci sono i gendarmi di Pinocchio o
forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e
debole con i forti. Viviamo sempre più all'interno d'una nazione-poliziotto e
in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le
frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano
interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte
privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia
della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno
4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di
un'organizzazione del lavoro criminale; c'è anche chi vorrebbe sempre più
portare il poliziotto/prete dentro le nostre camere da letto. Trent'anni dopo
abbiamo la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continum fra
lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi
trafficanti d'armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano
le "missioni Arcobaleno") e il tentativo di controllare e/o ingabbiare
le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso che, come altri, qui
accenniamo solo. Noi crediamo che questo filo vada spezzato, ovunque sia
possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo. Anzi, come
direbbe Totò, "alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata
debolezza". Però lo faremo e invitiamo a farlo ogni giorno: ci si chiami
tute bianche o rete Lilliput, centri sociali o Greenpeace, lavoratori
auto-organizzati o Cantieri Sociali, zapatisti o sem-terra di ogni parte del
mondo, "Dire mai al Mai" o altro ancora, i nomi contano poco, è come
s'agisce quel che fa la differenza. Se un anello della catena dello Stato
poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino.
E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di "un
altro/a", perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando
una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale
oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850
leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o
giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un 'idea) e che hanno 50 mila
"luogotenenti" per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord
(se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se
provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con "le
politiche di aggiustamento strutturale" della Banca mondiale). Oggi come
ieri, lo ripetiamo: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario.
5) Ovviamente questo libro non ha copyright: non crediamo alla proprietà
privata delle idee, figuriamoci se pensiamo che la memoria possa essere
registrata con diritto d'autore. Chiunque può, se crede, riprodurlo.
V'invitiamo però, oggi come ieri, a diffidare di chi sui libri s'arricchisce:
non pagare un libro più del dovuto è un atto di elementare giustizia, sabotare
chi sul caro-sapere s'arricchisce (ed esclude i più) è un irrinunciabile
dovere.
6) Anche questa ri-edizione è firmata solamente dai nomi di due compagni,
(Edoardo e Marco) che nel frattempo sono morti; perché materialmente ne
scrissero gran parte, ma anche per ricordarli. Nel '98 è morto anche Edgardo
Pellegrini, uno dei tanti/tante che ci diede una mano: per lui - scrive la sua
compagna Elettra Deiana -"il metodo che portò alla stesura di Strage di
Stato fu sempre un punto di riferimento, una memoria feconda anche per
l'oggi". Gli altri e altre "co-autori" non ci tengono a far
sfoggio dei loro nomi, anche se sono orgogliosi di aver preso parte a
quest'impresa. La ragione di questo essere "anonimi" ben la spiega
Sarina (la poetessa del gruppo): "nel regno dell'avere, al tempo della
ufficializzazione del nulla, chi aspira a essere non può che essere
clandestino". O, se preferite! una versione più politica, noi comunque
(con il triste privilegio dell'età, in parole povere pur invecchiati e
ingrassati), continuiamo a sentirci parte d'un grande movimento, ad aver
senso/ragione solo dentro questa mobile, eterogenea folla che combatte "lo
Stato presente delle cose".
7) Non siamo dunque pentiti di questa contro-inchiesta (anzi ne siamo assai
fiere/i), come non siamo pentiti d'aver lottato e di continuare a farlo
(ognuno/a a suo modo), dopo 30 anni. Ci sentiamo di sottoscrivere quanto, nel
'95; scrisse un "pazzo" compagno statunitense, Albert Hoffman, in
prima fila nel movimento degli anni '60-70: "Certo, eravamo giovani. Certo,
eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati,
sciocchi. Ma avevamo ragione". Avevamo ragione noi, anche su questo: la
strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che "per quanto vi
crediate assolti", come cantava allora Fabrizio De Andrè, "noi
verremo ancora a bussare alle vostre porte", perché siete sempre - e per
sempre - tutti coinvolti.
Un gruppo dei compagni/compagne che indagarono e scrissero 30 anni fa per
smascherare la "strage di Stato"
I CAPITOLO
Le bombe del 12 dicembre
L'uomo scompare la mattina di Natale 1969, a Roma. E'
uscito come al solito alle otto con il suo cane, un setter inglese di nome
Paulette, dicendo alla moglie che sarebbe tornato verso le dieci, per la messa.
A mezzogiorno la donna comincia a preoccuparsi, si è accorta che il marito ha
dimenticato a casa il portafoglio con i documenti. All'una scende in strada,
vede che la "500" bianca non è al parcheggio e prega un vicino di
accompagnarla al parco di Villa Doria Pamphili: ma i guardiani quella mattina
non hanno visto l'uomo e il suo cane. Nessun altro nei dintorni li ha visti. La
donna telefona agli ospedali. Avverte un amico, un monsignore del Vaticano,
perchè si informi in questura. In serata denuncia la scomparsa ai carabinieri.
Il giorno dopo i quotidiani romani danno la notizia in poche righe di cronaca.
Il cadavere dell'uomo viene scoperto più di un mese dopo, la
mattina di mercoledì 28 gennaio, dall'operaio di un cantiere edile che lo
scorge in fondo a un piccolo pozzo, affiorante nell'acqua insieme alla carogna
di Paulette. Il pozzo è alla periferia di Roma, in località Bravetta, e i
carabinieri non si sono spinti sin qui perché la moglie ha escluso che questa
fosse una meta delle passeggiate con il cane, su strade fangose per la pioggia e
troppo lontane da casa.
Il corpo è in stato di avanzata decomposizione ma l'autopsia
esclude che siano presenti tracce di violenza. L'orologio da polso è fermo
sulle 8,34. Chi conduce le indagini parla subito di disgrazia:forse l'uomo, per
salvare il cane caduto nel pozzo, vi è caduto a sua volta e non è più stato
capace di uscirne; ha chiamato ma nessuno, dato che il luogo è isolato - un
terreno da costruzione, con alberi e canneti - ha sentito le sue invocazioni di
aiuto.
L'uomo è Armando Calzolari detto Dino, nato a Genova 43 anni
fa. Ex ufficiale di coperta della marina mercantile, poi commissario di bordo.
Da otto anni non navigava più. Il suo lavoro dichiarato era di addetto alle
pubbliche relazioni per una impresa di costruzioni di strade e ponti. In realtà
procurava e in parte amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Junio Valerio
Borghese. Le numerose amicizie all'estero, specialmente negli Stati Uniti, la
conoscenza di diverse lingue e la facilità con la quale stringeva rapporti,
oltre alla sua provata fede di ex marò della Decima Mas, facevano di lui un
personaggio prezioso per le attività del "principe nero".
L'ipotesi di un delitto, e per giunta di un delitto politico.
Viene avanzata esplicitamente per la prima volta a soli nove giorni dalla
scomparsa di Calzolari, il 2 gennaio 1970, con un articolo del quotidiano
filofascista di Roma Il Tempo. L'articolo sottolinea che il lavoro per
il Fronte Nazionale "aveva evidentemente portato (Calzolari) a conoscenza
di alcune situazioni i cui particolari potrebbero interessare gruppi organizzati
di avversari politici. Qualcuno, infatti, ha detto che negli ultimi tempi in cui
lavorava per il Fronte il Calzolari aveva ricevuto delle minacce: per
esempio,era stato visto rispondere al telefono ed impallidire".
Tuttavia Il Tempo non lancia accuse contro la
sinistra: "gli avversari politici" di cui parla potrebbero benissimo
essere identificati nella tormentata geografia delle organizzazioni di estrema
destra che sono proliferate in Italia negli ultimi anni. Molto diverso, dodici
giorni dopo, I'atteggiamento dell'organo ufficiale del MSI, Il Secolo
d'Italia Il giornalista Sergio Tè insiste sull'ipotesi del delitto
politico e parla esplicitamente di estrema sinistra. Ma è molto vago quando si
tratta di definire l'attività della vittima: tra i molti a "pare" il
Fronte Nazionale è scomparso, si parla solo di un indefinito "gruppo
politico". I,'articolo di Sergio Tè, ex militante del gruppo fascista
Avanguardia Nazionale, si chiede inoltre se la inchiesta senza risultati dipenda
solo da una eccessiva lentezza nelle operazioni di ricerca "oppure da una
troppo efficiente organizzazione interessata a " far sparire" certe
persone dopo essersene servita per sottrarre loro importanti informazioni".
Ma di quali informazioni poteva essere in possesso Armando Calzolari, tanto
importanti da costargli la vita?
Che di delitto si tratti, è difficile dubitare. Il pozzo
della Bravetta è nascosto agli sguardi da una scarpata sopraelevata e da un
canneto, in mezzo a un ampio terreno recintato. reso fangoso dalle piogge: un
posto tutt'altro che ideale per una passeggiata col cane, in una mattina di
dicembre. D'altra parte è molto difficile cadervi dentro, per un uomo e tanto
più per un cane da caccia. La buca, del diametro di circa m. 1.50, è ben
visibile e protetta da una spalletta di mattoni alta 40 centimetri. Il punto più
profondo misura un metro e 76 centimetri, cioè poco più della statura di
Calzolari, e !'acqua stagnante non supera gli 80 centimetri. Inoltre le pareti
offrono molti appigli. Improbabile morire d'inedia lì dentro, come afferma chi
ha assistito all'autopsia, specie per un uomo come Armando Calzolari, un atleta
robusto. campione di lotta giapponese ed esperto nuotatore subacqueo.
Tre giorni dopo la sua scomparsa, il 28 dicembre, mentre i
cani poliziotto seguono inutili piste, la "500" bianca di Armando
Calzolari viene improvvisamente ritrovata in un parcheggio a 200 metri dalla sua
abitazione. La moglie e i vicini escludono di averla notata prima. Il giorno
successivo la donna, Maria Piera Romano, riceve la visita di alcuni "amici
del partito". Dice loro che vuole dichiarare a qualche settimanale di
conoscere i rapitori e le loro intenzioni, ""per impaurirli e impedire
che facciano del male a Armando". Gli amici, dei quali la donna non vuole
fare i nomi, la sconsigliano dicendo che la sua iniziativa "potrebbe avere
l'effetto contrario". Il 4 gennaio la signora Calzolari riceve un'altra
visita: questa volta è il capitano dei carabinieri Castino il quale, nel corso
di un lungo colloquio, cerca di convincerla a scartare l'ipotesi del delitto
politico adombrata dal Tempo e la consiglia di aver fiducia nel ritorno del
marito.
L'unica persona, a parte carabinieri e camerati, che sino a
oggi è riuscita ad avvicinare Maria Piera Romano, racconta così l'incontro:
"La stanza di questo appartamento al quarto piano di via
Baglioni, al Quartiere Gianicolense, è modesta e impersonale: una piccola
libreria, una scrivania, una poltrona, un paio di tavolinetti e poche altre
cose. Mi colpisce una serie di volumi con legature nuovissime delle quali non
riesco a decifrare i titoli in carattere dorati,poi mi accorgo che i volumi sono
tutti capovolti. Altra cosa che mi sembra strana, una serie di frasi di Kipling
chiuse fra parentesi e tradotte in italiano su un foglio dattiloscritto. La
signora mi dice che conobbe Calzolari dieci anni fa e che si sposarono quando
lui era ancora commissario di bordo, la qual cosa contrasta con quanto afferma
il portiere che sostiene che non sono legalmente marito e moglie. E' agli ultimi
due anni di navigazione che risalgono tutte le "importanti amicizie"
contratte dal Calzolari. Si sono trasferiti a Roma da Genova solo due anni fa e
adesso l'attività principale del Calzolari consisterebbe in un lavoro di
pubbliche relazioni presso una ditta che costruisce strade e ponti, della quale
però la signora non vuole fare il nome. Questo lavoro lo interessava moltissimo
perché lo portava a fare quella vita mondana che aveva sempre amato. La sua
grande passione era la gente importante, con la quale amava stringere amicizia
che poi coltivava anche a distanza di anni e di continenti. Amava tutti gli
sport praticandone parecchi. in particolare la lotta giapponese nella quale era
abilissimo. Il suo lavoro consisteva quasi essenzialmente nel coltivare e
aumentare le relazioni e i contatti della "ditta" anche a livello
ministeriale. Quasi tutte le occasioni per questi incontri erano offerte da
pranzi sapientemente organizzati, quasi sempre in un ristorante assai noto
(Ville Radieuse. via Aurelia 641). Intervenivano principalmente industriali,
uomini politici e prelati. La signora ricorda di una volta in cui, lei presente,
c'erano il carrozziere Zagato e il cardinale Tisserant.(1)
"Certo mio marito era un nazionalista", dice la
signora Calzolari che preferisce usare questa parola per dire che C. era per un
governo forte e che ammirava i colonnelli greci nonchè gli israeliani.
Naturalmente non gli piacevano gli arabi e tantomeno i negri, esseri incapaci e
inferiori. La grande ammirazione per Mussolini lo portava spesso a violente
discussioni in luoghi pubblici, anche dal giornalaio se capitava. C. partecipava
anche alle manifestazioni ma pare che non abbia mai picchiato nessuno; anzi una
volta disse che stava per scattare contro la polizia ma pensando alle sue qualità
di lottatore si era frenato in tempo. Non aveva mai fatto vita di sezione e non
aveva la tessera del partito (il MSI). In quanto a lavoro politico, la signora
non esclude che ne abbia svolto ma dice di non saperne nulla. Oltre ai rapporti
con prelati del Vaticano, C. frequentava assiduamente la confraternita di San
Battista dei Genovesi in via Anicia in Trastevere e la messa della domenica era
solito ascoltarla in Sant'Andrea della Valle.
In merito alla scomparsa del C., l`opinione della signora è
molto vaga. Non esclude che suo marito, quella mattina, sia stato avvicinato da
persone che potrebbero averlo convinto con ricatti o promesse a seguirlo per
partecipare a un lavoro connesso con qualcuna delle tante conoscenze che C.
aveva all'estero e che potrebbe anche essere legato a fatti politici: un lavoro
forse per il quale lui era stato individuato come l'uomo adatto.(2)
E' escluso che sia stato portato via con la forza date le sue qualità atletiche
e data anche la presenza del cane. Mi dice che in questi giorni cerca di
controllarsi molto allo scopo di non cadere nella disperazione. E nel silenzio
pensa di trovare la verità. A volte crede di esserci vicina: ci sono tre nomi,
dice, sui quali mi sono fermata e uno in particolare. Si tratta di un
industriale che non è a Roma, di
cui non fa il nome, il quale avrebbe mandato a suo marito un regalo il cui
valore sembra del tutto sproporzionato. trattandosi di una comune conoscenza
limitata allo scambio di biglietti da visita. Le chiedo perché non sia andata a
trovare questa persona e mi offro anche di farlo io per lei, se crede Ma non
sembra propensa, dice che ci penserà e in caso mi telefonerà".
Dopo questo incontro. avvenuto verso la metà di gennaio,
nessuno riesce più a entrare in contatto con la moglie di Calzolari. E alla
fine di quel mese, trovato il cadavere nel pozzo della Bravetta e emessa la
versione ufficiale di morte accidentale, la donna si dice soddisfatta di queste
conclusioni dell'inchiesta e parte per Torino. Passano due mesi e di nuovo
avvicinata, questa volta telefonicamente, dalla stessa persona, la vedova di
Calzolari le confida di essere preoccupata perché la magistratura non ha ancora
archiviato la pratica. il che "la danneggia economicamente". Fatto
inspiegabile, visto che Armando Calzolari non risulta assicurato: a meno di
pensare che qualcuno abbia promesso alla vedova di aiutarla economicamente, nel
suo silenzioso dolore, solo quando, e a condizione che il caso fosse stato
definitivamente archiviato.
Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano
e a Roma. l,a strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di
piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. I'attentatore
ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica
dell'esplosivo sotto il tavolo al centro dell'atrio dove si svolgono le
contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti
amputati dalle schegge. L'esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle
16.37: poco dopo in un'altra banca distante poche centinaia di metri. in
piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla
direzione. E' la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale
Italiana. Non è esplosa forse perché il "timer" del congegno
d'innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30
di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l'hanno prima
sotterrata nel cortile interno della banca.
E' una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente
si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli
attentatori.(3) In mano alla polizia rimangono solo la borsa
di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il "timer" di
fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica
contenente l'esplosivo è anch'essa simile a quella usata per la prima bomba. Il
perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all'operazione
di un dinamitardo esperto.
Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un
corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San
Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa
poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza
dell'Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti
dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della
scalinata dell'Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due
passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno
potenti degli altri.
La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di
dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria
collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e
soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di
piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in
questa direzione nella ricerca dei colpevoli.(4)
Italia 1969, un attentato ogni tre giorni
Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro
ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il
momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono
durante l'intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni
di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un
significato molto chiaro.
Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a
partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno
ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto
Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca
fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti
partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco,
sinagoghe. ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di
origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell'8-9
agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli
anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione
centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che
li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in
atto i presupposti necessari alla "strategia della tensione" che sta
maturando a più alto livello politico.
Si tirano le somme della "strategia della tensione"
Cosa significhi in concreto questa "strategia della
tensione" lo dice questo secondo elenco di fatti. anch'essi noti, che
accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre.
Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I., Federazione Nazionale Combattenti della
Repubblica Sociale Italiana - fascista "di sinistra" -
distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli
ex-combattenti a "non farsi strumentalizzare per un colpo di stato
reazionario".
Il 10 novembre, in un discorso a Roma, il presidente del
partito socialdemocratico Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al
PSU: "O il centrosinistra pulito o lo scioglimento delle Camere", con
conseguenti elezioni anticipate. Cinque giorni dopo a Monza il colonnello
comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del
procuratore della Repubblica: "Stante l'attuale situazione di disordine
nelle fabbriche e nelle scuole, l'esercito ha il compito di difendere le frontiere
interne del Paese: l'esercito èl'unico baluardo ormai contro il disordine e
l'anarchia".
Nel corso dello sciopero generale nazionale per la
casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratori in via Larga a
Milano e un agente, Antonio Annarumma rimane ucciso in uno scontro tra due
automezzi della stessa polizia. (5) Si diffonde la versione
dell'assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali
di destra. Lo stesso presidente della Repubblica, in un telegramma
trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornata del
19 e del 20 novembre, oltre ad anticipare una sentenza di "barbaro
assassinio", afferma: "Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad
isolare. e mettere in condizione di non nuocere, i delinquenti, il cui
scopo è la distruzione della vita. e deve risvegliare non soltanto negli
atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la
solidarietà per coloro che difendono la legge e le comuni libertà".
Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale
del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul Secolo d'ltalia: "L'assassinio
dell'agente di P.S. a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor
Presidente della Repubblica se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente
qualificati "assassini" i responsabili. Ora occorre individuare
e colpire i mandanti"
Ma chi sono i responsabili, gli "assassini", i
"delinquenti"? Secondo la CISL "L'intervento della polizia non
legittimato da fatti obiettivi non favorisce l'ordinato svolgersi delle
manifestazioni e come, per altro, l'insistenza provocatoria di gruppi estremisti
- la cui provenienza diviene sempre più dubbia - provoca effetti
negativi nell'azione dei lavoratori". Contro i gruppi estremisti si
scagliano anche Gian Carlo Pajetta, che li definisce "massimalisti
impotenti", e l'Unità che commenta così gli incidenti di Milano
nel suo articolo di fondo: "Mai come in questi giorni è apparso chiaro che
l'avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario. La sostituzione
della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano
in un'occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di
destra".
In questo crescendo di clima da caccia alle streghe si
inserisce il giornale ufficiale del PSU che però approfitta dell'occasione per
allungare il tiro: "L'assassinio di Annarumma chiama in causa la
responsabilità diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI,
nella DC e nei sindacati".
La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di
Pubblica Sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte,
vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la città a fare piazza
pulita degli "estremisti delinquenti" (6).Il giorno dei funerali
dell'agente il centro di Milano è teatro di gravi disordini provocati dai
fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale
Italiana. I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi
di isteria collettiva: sotto i portici di corso Vittorio Emanuele quel giorno è
presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede
"il sangue dei rossi": signori distinti, bottegai arricchiti,
pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi
di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno "la faccia
da comunista".
Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi
lanciano un duro attacco contro i sindacati che stanno vivendo, sotto la spinta
operaia, i giorni più caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque
milioni di lavoratori mobilitati. Nello stesso giorno, 21 novembre, un
comunicato della Confindustria: "... il potere operaio tende a
sostituirsi al Parlamento ed a stabilire un rapporto diretto con il potere
esecutivo. Ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico". Sul
settimanale Oggi il deputato della destra democristiana Guido Gonella
lancia un appello alla "reazione del borghese timido contro i picchetti
degli scioperanti". Da Londra il settimanale The Economist rivela
l'esistenza di un documento "segreto solo a metà" in cui un gruppo di
giovani industriali italiani proclama la necessità di un "governo
forte". Pietro Nenni, in una intervista al Corriere della Sera, traccia
un paragone tra la situazione attuale e quella del 1922. Intanto è stato dato
il via alla serie di arresti e condanne per reati di opinione: il primo a finire
in carcere è Francesco Tolin, direttore di Potere Operaio.
Ai primi di dicembre, a rendere più precario l'equilibrio
parlamentare, e come prima avvisaglia della dura campagna che sarà scatenata
tra poco, compare sull'Osservatore Romano, organo del Vaticano, un
attacco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio. In un
paese della Lombardia, il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi
operai in sciopero.
Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The
Observer pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell'ufficio
diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all'ambasciatore greco a Roma.
Contiene allegato il rapporto segreto sulle possibilità di un colpo di stato di
destra in Italia, inviato dagli agenti dei servizi di spionaggio dei colonnelli.
"Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali", scrive The
Observer, "sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con
l'incoraggiamento e l'appoggio del governo greco e del suo primo ministro, I'ex
colonnello Giorgio Papadopulos" (Vedi
testo integrale del dossier greco)
Mancano pochi giorni allo scoppio delle bombe. Sabato 6 dicembre Mauro Ferri,
segretario del PSU, rilascia al settimanale Gente questa dichiarazione:
"O il quadripartito o le elezioni anticipate". La decisione di
scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato che ne ha il potere
previsto dalla Costituzione... e sono convinto che tutti gli italiani possono
essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben
affidato". Domenica 7 dicembre, in un discorso a Alessandria, Ferri
ribadisce il leitmotiv socialdemocratico: "Quadripartito o elezioni
anticipate" e fa un nuovo, esplicito richiamo al presidente Saragat. Due
giorni dopo, in un'intervista a La Stampa di Torino, Ferri afferma che
"non è aberrante" l'ipotesi di una collaborazione tra democristiani,
socialdemocratici e liberali, nel caso si presenti la "drammatica necessità"
di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio '60".
Mercoledì 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel
pubblica una dichiarazione del segretario del MSI, Almirante: organizzazioni
giovanili fasciste si preparano alla guerra civile in Italia; nella lotta contro
il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve essere più
distinzione tra misure politiche e misure militari. Di fianco a Almirante, il
dirigente confindustriale Ferruccio Gambarotti specifica ancora meglio: "Il
sistema parlamentare non è fatto per gli italiani. Occorre una organizzazione
sovrapartitica, una coalizione dai monarchici sino ai socialdemocratici con una
fede mitica nell'ordine".
Giovedì 11 dicembre: lo stesso "fiuto" dimostrato
da Mauro Ferri (che ha parlato di "drammatica necessità di garantire la
libertà" tre giorni prima delle bombe) lo dimostra anche il settimanale Epoca.
Mancano ventiquattro ore alla strage di piazza Fontana e il giornale appare
nelle edicole con una vistosa copertina tricolore. l.'articolo è di Pietro
Zullino e conclude così: "...se la confusione diventasse drammatica, e se
- nell'ipotesi di nuove elezioni - la sinistra non accettasse il risultato delle
urne, le Forze Armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la
legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di
volontà politica a tutela della libertà e della democrazia... Tuttavia il
ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di
mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. La situazione generale è
terribilmente intricata... Come si può garantire un minimo di stabilità al
potere economico?... Questa Repubblica, così com'è, funziona ancora? La
confusione che stiamo vivendo non sarà dovuta al fatto che le sue istituzioni
sono ormai insufficienti e superate? Perché i costituenti crearono l'articolo
138. che prevede la possibilità di riformare la carta fondamentale della
Repubblica? Chi ci impedisce di utilizzare l'articolo 138 per sorreggere i
difetti ormai evidenti delle nostre istituzioni? Perché non possiamo imparare
qualcosa dalle grandi democrazie dell'Occidente? Perché non ci poniamo
seriamente il problema della Repubblica Presidenziale, l'unica capace di dare
forza e stabilità al potere esecutivo? Vi sono giorni in cui la storia impone
riflessioni di questo tipo. Forse questi giorni sono venuti. Questi giorni,
forse, noi li stiamo già vivendo". (7) È.
Riletti oggi, questi fatti noti fanno pensare che la data
tragica del 12 dicembre ha avuto molti profeti, consapevoli e no. E poi ci sono
alcuni fatti ignoti che diciamo adesso, per quello che possono significare.
Questi:
Roma, 15 novembre: in un appartamento nei pressi di piazza
Tuscolo si svolge una riunione alla quale partecipano Michele Caforio (generale
di divisione, paracadutista), il "comandante" Bianchini (ex Decima Mas
e uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese nel Fronte Nazionale), un tale Buffa
detto il Lupo di Monteverde (membro dell'associazione paramilitare Europa Civiltà),
un gruppo di paracadutisti tra i quali alcuni ex repubblicani della Nembo, ed
altri militanti di gruppi di estrema destra, dei quali un paio provengono dalla
vecchia Avanguardia Nazionale. Presente anche Armando Calzolari come membro del
Fronte Nazionale. Il tema da discutere è la situazione politica italiana alla
vigilia dello sciopero generale del 19 per la casa. Tutti sono sostanzialmente
d'accordo sulla necessità di opporsi al "caos dilagante" ma non sulla
scelta dei mezzi da usare. Si crea una frattura tra "duri" e
"moderati" e questi ultimi, tra i quali c'è Armando Calzolari
abbandonano la riunione dopo un violento alterco.
Roma, 6 dicembre: i "duri" si riuniscono nella sede della Associazione
Nazionale Paracadutisti in viale delle Milizie 5. Vi partecipa, sembra, anche
Junio Valerio Borghese.
Milano, 11 dicembre, sera : riunione di ufficiali dei servizi
segreti; riunione di alti ufficiali dell'esercito, "in previsione di
qualcosa di grosso che sarebbe successo l'indomani".
Roma, 12 dicembre, primo mattino: attorno alla capitale viene
segnalato un movimento di truppe e carri armati. Roma, 12 dicembre, tardo
pomeriggio: alla notizia dei gravi attentati di Milano e di Roma, il presidente
della Repubblica Giuseppe Saragat convoca il ministro degli interni Restivo, il
generale Forlenza comandante dei Carabinieri e altri. Si discute sull'opportunità
di proclamare lo stato di emergenza. Si oppongono quasi tutti i presenti.
Interviene, al fine di dissuadere, il ministro del lavoro Donat Cattin. Nello
stesso senso si pronuncia l'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.
Roma, 15 dicembre: il tenente G.A., appartenente al Fronte
Nazionale, riceve alcune confidenze da Armando Calzolari, del quale è molto
amico, circa alcune minacce che l'uomo avrebbe ricevuto negli ultimi giorni.
Roma, 20 dicembre: nell'appartamento di un funzionario di
banca, il signor D., in via degli Appennini, ha luogo una riunione alla quale
partecipano Junio Valerio Borghese, il comandante Bianchini, tre deputati del
MSI, due greci e alcuni ufficiali, dei quali due dei carabinieri e uno di
pubblica sicurezza. L'argomento in discussione non è noto.
Arrnando Calzolari scompare cinque giorni dopo, Ia mattina di
Natale.
Il cadavere di Armando Calzolari viene ritrovato oltre un
mese dopo la sua scomparsa, il 28 gennaio. Verso la metà dello stesso mese un
uomo si era presentato nella redazione di un settimanale romano e aveva
rilasciato una lunga dichiarazione, registrata su nastro magnetico alla presenza
di alcuni testimoni. Il suo racconto finiva con questa frase: "Ho deciso di
parlare con voi perché mi sono accorto di avere sbagliato a frequentare gli
ambienti di destra e poi perché ho paura. Non vorrei fare la stessa fine di
Calzolari".
L'uomo si chiama Evelino Loi, è un sardo disoccupato e ha 25
anni. Al suo arrivo a Roma era stato protagonista di una clamorosa protesta:
salito sul Colosseo aveva minacciato di gettarsi nel vuoto se non gli veniva
dato un lavoro. Lo assumono in Vaticano, come uomo delle pulizie in casa di un
monsignore. Dopo qualche giorno Loi si licenzia e comincia a frequentare i
portici della stazione Termini in compagnia di un gruppo di sottoproletari
meridionali e sardi. Vive di espedienti. Quando nell'inverno del 1968 il
movimento studentesco occupa la facoltà di Magistero in piazza Esedra, di
fronte a Termini, Evelino Loi, che proviene da una famiglia di comunisti, chiede
di partecipare alle lotte degli studenti e viene accolto. La facoltà occupata
gli serve anche come asilo notturno. Nel giro di pochi giorni organizza una
squadra coi suoi amici meridionali che aiutano gli studenti a respingere gli
attacchi dei fascisti.
Il 3 febbraio 1969, durante la visita del Presidente Nixon a
Roma, i fascisti danno l'assalto alla facoltà con razzi e bombe incendiarie. Un
anarchico, Domenico Congedo, precipita dal quarto piano e muore. La polizia, che
ha assistito all'attacco senza intervenire, coglie il pretesto per sgomberare
l'edificio. Gli studenti continuano l'occupazione alla città universitaria,
dove si trasferisce anche Evelino Loi col suo gruppo. Dopo qualche giorno 3.000
poliziotti e carabinieri irrompono all'alba: nelle aule sono presenti solo sette
ragazzi, che vengono malmenati e arrestati Tra essi c'è un operaio meridionale
del gruppo di Loi. Il movimento studentesco organizza una colletta e Loi è uno
degli incaricati: raccoglie circa 400.000 lire. Quando i sette escono dal
carcere si scopre che quei soldi non gli sono mai stati consegnati. Evelino Loi
confessa il furto e viene immediatamente allontanato. Poco dopo, il quotidiano
di destra La Luna pubblica una sua intervista nella quale egli accusa
il movimento studentesco di "teppismo" e di "fregarsene degli
operai". In cambio di quelle dichiarazioni ha ricevuto 100.000 lire.
Da quel momento Evelino Loi diventa uno dei tanti mazzieri
dei fascisti, partecipa in prima fila alle loro manifestazioni vestito della
divisa di Volontario del MSI. Nell'autunno 1969 tenta di riavvicinarsi agli
ambienti di sinistra offrendo informazioni sui fascisti ma è guardato da tutti
con sospetto: a parte i suoi precedenti, sono molti i compagni che, fermati nel
corso di qualche manifestazione, se lo sono ritrovato nella stessa camera di
sicurezza della questura a fare domande, chiedere nomi, episodi. Inoltre,
nonostante gli sia stato consegnato più volte il foglio di via obbligatorio. ha
sempre contravvenuto alla diffida riuscendo a rimanere a Roma.
E' questo tipo d'uomo che, un giorno di metà gennaio 1970,
si presenta nella redazione di un settimana!e della capitale per rilasciare una
lunga confessione. Per prudenza, non è mai stata pubblicata. Tuttavia,
credibile o no, oggi è doveroso renderla nota.
"Alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19
novembre fui avvicinato dal comandante Bianchini e dal vicecomandante Santino
Viaggio, ex appartenenti alla decima Mas e attuali collaboratori di Valerio
Borghese nell'organizzazione di estrema destra Fronte Nazionale. (8)
Mi accennarono all'eventualità di compiere azioni terroristiche simultanee a
Roma e Milano e mi chiesero se, dietro pagamento, fossi disposto a parteciparvi.
Compresi che doveva trattarsi di qualcosa di grosso e rifiutai. I due non
insistettero e passarono circa dieci giorni finchè, subito dopo la
manifestazione dei metalmeccanici a Roma, il 29 o 30 novembre, si misero di
nuovo in contatto con me su questo argomento. Mi riproposero di partecipare ad
azioni terroristiche molto importanti e alla mia richiesta di maggiori
chiarimenti dissero che "poteva scapparci anche il morto". Mi
promisero però molti soldi. Io mi spaventai e rifiutai ancora.
"Dopo un paio di giorni mi presentai in Questura, a San
Vitale, e chiesi di parlare con il capo dell'ufficio politico, dott. Provenza.
Mi rilasciarono un regolare "passi" e fui ricevuto dal dott. Improta a
cui raccontai tutto. Mi sembrò molto scettico e mi disse di ripassare il giorno
5. Il 5 dicembre tornai in Questura, mi feci rilasciare il a "passi" e
fui ricevuto dal dottor Improta e dal dott. Provenza. Mi chiesero se sapessi
dove tenevano l'esplosivo e alla mia risposta negativa minimizzarono la cosa e
mi congedarono. Ritornai spontaneamente una terza volta, 9 dicembre, mi feci
rilasciare il "passi" (9) ed andai dal dottor
Provenza. Il suo atteggiamento era sempre scettico. Il giorno 12 dicembre ci
furono gli attentati di Roma e Milano.
"Il giorno successivo, sabato 13. seppi da alcuni
iscritti alla Giovane Italia che il dottor Improta mi aveva fatto cercare nella
sede di via Firenze che io frequentavo abitualmente. Telefonai al dottor Improta
il quale mi disse di passare direttamente da lui senza farmi rilasciare il
"passi", entrando dall'ingresso secondario di via Genova. In Questura
c'era una grande confusione, mi fecero attendere un po' in una stanza da so!o e
poi fui ricevuto da Improta. Improta mi chiese di rifargli il racconto delle
proposte che avevo ricevuto in merito alle bombe. Poi mi congedò
raccomandandomi di non parlarne con nessuno. In particolare mi disse: "E'
meglio per te. Non passi guai . Poi mi fece uscire, in fretta, dalla stessa
uscita secondaria. Da allora non mi hanno più cercato."
"Il vicecomandante Santino Viaggio lo avevo conosciuto
ad un comizio di ex combattenti tenutosi al cinema Quirinale. In quella
occasione mi condusse con sé nella sede del Fronte Nazionale e volle che gli
raccontassi dei particolari sulle mie precedenti esperienze politiche. La sede
del Fronte era in via XXI Aprile. Gli dissi che avevo fatto parte del movimento
studentesco di Magistero ma che poi. deluso dalle sinistre, ero entrato nella
Giovane Italia. Gli dissi anche che ero in grado di mobilitare un discreto
numero di disoccupati disposti ad azioni anche pericolose. In effetti io
assolvevo il compito di reclutatore per la Giovane Italia. In alcune occasioni
reclutai tra i sardi e i calabresi disoccupati che frequentano la Stazione
Termini e vivono di espedienti, spesso prostituendosi, alcuni elementi per
azioni violente come quelle davanti alla RAI-TV. Santino Viaggio mi promise dei
soldi e infatti il giorno dello sciopero generale del 19. Mi diede 50.000 lire
perchè portassi della gente, cosa che feci. (10) In più di
una occasione accennò con me all'eventualità di affittare un locale nei pressi
della stazione e di farci dormire dentro questi ragazzi disoccupati in modo da
averli sempre a portata di mano per eventuali azioni. Un giorno sentii Santino
Viaggio e Bianchini parlare di fare un'azione al Parlamento con dei gas per
addormentare tutti i deputati. Mi pare che qualcuno mi disse poi che l'azione
non era stata fatta per l'opposizione di alcuni deputati del MSI.
"Dopo lo sciopero generale del 19, Viaggio, nella sede
del MSI in via Quattro Fontane, ebbe un violento litigio con Almirante. Credo
che poi si siano riappacificati perchè al comizio tenuto al Palazzo dello Sport
da Almirante, una settimana dopo gli attentati, c'era anche Viaggio. Qualche
giorno dopo gli attentati telefonai a Viaggio chiedendogli notizie sull'attività
del Fronte Nazionale e lui mi disse che non ne faceva più parte perchè aveva
litigato con gli altri. Non mi risulta che Viaggio e Bianchini siano stati
interrogati dalla polizia dopo gli attentati. Personalmente non sono più stato
nella sede del Fronte Nazionale".
"Quando mi staccai dalla sinistra (.. ) ricominciai a frequentare i portici
della stazione ed un giorno fui avvicinato da un certo King, che io sapevo
essere un poliziotto abituale frequentatore di quella zona. Egli si congratulò
con me per l'intervista (rilasciata a La Luna, n.d.r.) e mi disse più o meno:
"Bene! Hai capito finalmente di che razza sono i comunisti! ". Mi
propose quindi di entrare nella Giovane Italia e la sera stessa mi portò nella
sede centrale di via Firenze 11 dove mi presentò ad un certo Franco De Marco,
allora presidente dell'associazione. Fui accolto molto bene e non mi facevano
mancare i soldi; si fidavano molto di me. Io procuravo dei ragazzi per le azioni
e ricevevo, a seconda dei casi, tra le cento e le 300.000 lire che poi
distribuivo in parte ai reclutati. Quelli della Giovane Italia parlavano molto
ma mancavano di coraggio. Le bottiglie molotov alla sede della RAI-TV le fecero
tirare ai sardi portati da me. Io partecipavo alle discussioni e
all'organizzazione ma non agivo materialmente perchè ero troppo conosciuto e
inoltre avevo una diffida. Conobbi personalmente, in quel periodo, l'onorevole
Caradonna e Massimo Anderson, dirigente del MSI. In varie occasioni vidi fra i
frequentatori delle sedi missine dei greci, degli spagnoli e dei
portoghesi".
"Franco De Marco mi portò un giorno nella sezione del MSI del quartiere
Trionfale. Quando arrivammo il locale era pieno di attivisti. C'erano due greci,
uno dei quali (sui trent'anni) stava tenendo una conferenza sul colpo di Stato
dei colonnelli. Tra le altre cose disse che per arrivare al colpo di Stato
occorreva fare continue aggressioni e attentati contro le sinistre per
provocarne le reazioni e suscitare il caos. Ci fu un dibattito molto vivace
durante il quale gli fecero molte domande. Il greco sosteneva che i colonnelli
erano troppo democratici e che lui avrebbe preferito un regime più autoritario.
Alla fine del dibattito si erano tutti scaldati e alcuni tirarono fuori dei
manganelli. Uno di loro disse: "Uscite in piccoli gruppi. La direzione già
la sapete". Franco DeMarco mi prese con lui in macchina e si diresse alla
sezione PCI del Trionfale che stava poco distante da quella del MSI. Aspettammo
li e dopo qualche minuto arrivarono gli altri tutti in gruppo. Franco De Marco
scese e diede il via all'azione (segue la descrizione dell'assalto che, a una
verifica, si è rivelata fedele: n.d.r.)".
"In varie occasioni ho conosciuto degli ufficiali di
polizia, dei carabinieri e dell'esercito che frequentavano le sedi del MSI.
Nella sede nazionale, in via Quattro Fontane, veniva spesso il maresciallo
Scarlino, sottufficiale della squadra politica, a portare informazioni. Il 28
novembre, giorno della manifestazione dei metalmeccanici, ci disse che se gli
operai si fossero mossi, loro avrebbero fatto una carneficina perché avevano
l'ordine di usare le armi. Varie volte ho visto, nel corso di manifestazioni,
dei carabinieri e dei poliziotti in divisa che avevo già visto in borghese
nelle nostre sedi. Ricordo il capitano dei carabinieri Servolino,che in più
occasioni ho visto parlare con alcuni funzionari della sede di via Quattro
Fontane. Credo che appartenga al comando carabinieri di viale Mazzini. Tra i
frequentatori del Fronte Nazionale conosco: tenente colonnello dell'esercito
Giordano; tenente colonnello Lilli; capitano Nobili, comandante la compagnia
carabinieri di piazza Venezia; generale Della Chiesa".
"La lunga dichiarazione di Evelino Loi si presta a
diverse ipotesi e merita alcune considerazioni. Prima ipotesi: Loi è un
mitomane, un pazzo irresponsabile. In questo caso si capisce perché i dirigenti
dell'ufficio politico della questura romana non hanno tenuto in nessun conto le
sue denunce. Se è così passerà i suoi guai. Tuttavia non si è inventato
tutto: alcuni episodi da lui citati (il poliziotto King, (11)
la meccanica dell'assalto fascista alla sezione PCI del Trionfale, il ruolo
svolto da Franco De Marco, il reclutamento dei sardi e dei meridionali, ecc.)
sono risultati autentici a una successiva verifica.
Seconda ipotesi: Loi è un confidente della polizia e viene
da essa strumentalizzato per rilasciare certe dichiarazioni. onde sviare i
sospetti su falsi colpevoli. Ma questo significherebbe una precisa complicità
della polizia italiana negli attentati, o quanto meno una sua funzione di
copertura. Resta da spiegare però la convenienza di coinvolgere in questa
provocazione poliziesca i dirigenti dell'ufficio politico di Roma.
Terza ipotesi: Loi è un provocatore che, al soldo di chissà
chi ritenta un gioco già attuato in questi mesi. Si veda l'episodio dell'ex
legionario che rivela all'Espresso come la Legione Straniera addestra in Corsica
i giovani squadristi fascisti, salvo poi ritrattare tutto e coinvolgere il
settimanale in un processo diffamatorio.
Dalla seconda e dalla terza ipotesi discende questa
conclusione logica: ammesso che l'operazione tentata da Evelino Loi sia quella
di far sorgere precisi sospetti su polizia e fascisti, per poi smentire e quindi
da un lato scagionare automaticamente chi ha incolpato e dall'altro far perdere
ogni attendibilità presso l'opinione pubblica a quei giornali che seguono
queste piste, che senso avrebbe tutto ciò se chi muove Evelino Loi è davvero
estraneo agli attentati? A che scopo tentare queste provocazioni, col grosso
rischio che comportano di essere smascherate. se chi le organizza ha davvero
mani pulite?
La dichiarazione di Evelino Loi. (12)
rilasciata verso la metà di gennaio, fu registrata su un nastro magnetico. Il
nastro fu riposto in una delle due casseforti del giornale. Circa due settimane
dopo ignoti ladri sono penetrati negli uffici e hanno asportato una cassaforte:
il nastro però era custodito nell'altra
(1) Fino al 1929, prima di prendere i voti sacerdotali. Eugenio Tisserant ricopriva, con il grado di colonnello dell'esercito un incarico di rilievo nei servizi segreti francesi nel Medio Oriente. Assieme ai Cardinal Ottaviani. della cuna romana in uno dei più autorevoli"protettori" vaticani dei membri dell'OAS rifugiatisi in Italia dopo il fallito "putsch" algerino del 1961 e, in particolare, di Georges Sange, e del colonnello Lacheroi. condannati a morte in contumacia dal governo francese. Il segretario particolare del cardinal Tisserant è il vicentino Monsignor Scalzotto - già assistente spirituale degli studenti dell'università cattolica quando ne era rettore l'ex fascista Padre Gemelli - ed attualmente "grande elettore" del deputato democristiano Altilio Ruffini, nipote del defunto cardinale e consigliere politico dell'on. Mariano Rumor.
(2) Un esponente del "Fronte Nazionale" rivelò ad alcuni amici che il Calzolari era stato reclutato come istruttore dei "reparti speciali" israeliani e che avrebbe dovuto "prendere servizio" nella primavera del 1970.
(3) 1I maresciallo dell'esercito Guido Bizzarri, un artificiere che in 45 anni di attività ha disinnescato circa 20.000 ordigni. dichiarerà alla stampa: "L'avrei disinnescata io ma nessuno me lo ha chiesto, E' stato più pericoloso farla brillare che aprirla".
(4) Un discorso a parte meriterebbero il ruolo giocato in questa fase dalla stampa "indipendente". Basterà sottolineare che, oltre ovviamente al "Secolo d'Italia", si sono distinti nell'incitare alla caccia all'"estremista di sinistra". la "Stampa" di Torino e i quotidiani della catena editoriale del Cav. Attilio Monti il "Tempo" di Roma, il 13 dicembre è arrivato al punto di pubblicare con ampio risalto che "La notizia degli attentati è stata data nel corso di un'assemblea alla Città Universitaria da un oratore di " Potere Operaio" il quale ha rivendicato al suo gruppo la paternità della strage, riscuotendo l'applauso degli studenti presenti... ".
(5) Alcuni giorni dopo la morte di Antonio Annarumma un gruppo di dirigenti della RAI-TV, tra i quali alcuni giornalisti. ha assistito a una proiezione privata di un film sugli incidenti di Via larga. Verso la fine del film appariva questa sequenza: un gippone isolato avanza contro mano in direzione di Largo Augusto, con le ruote di sinistra in bilico sul marciapiede. Ridiscendendo sulla strada. I'automezzo ha uno sbandamento. Il berretto a visiera cala sugli occhi dell'autista che cerca di liberarsene scuotendo il capo, In quel momento una jeep gli taglia la strada. Nello scontro l'autista del gippone viene proiettato in avanti e batte violentemente la testa contro il parabrezza, poi ricade sul sedile esanime, abbandona il capo sulla spalla. L'operatore del film ha girato la scena dal lato opposto della strada inquadrandola perfettamente anche perché il gippone ha la guida a destra. E' un film di eccezionale importanza perché costituisce la prova che la ferita mortale di Annarumma è stata prodotta dalla guida di ferro sporgente che si trova al lato della intelaiatura del parabrezza del gippone e serve a orientare l'inclinazione del vetro. Dopo la proiezione privata nella saletta di Via Teulada, questo film è scomparso. A quanto si sa è stato girato da una equipe che lavorava per conto del'Office de la Radio et Television Francaise, Sono state fatte ricerche negli archivi dclla ORFT a Parigi ma senza successo. Dove è finito? Chi lo ha fatto scomparire?
(6) gli agenti che fomentarono i disordini, durante i quali alcuni ufficiali furono costretti ad allinearsi contro i muri della palestra sotto la minaccia delle armi, non furono sospesi. dal servizio. Furono invece espulsi dal corpo quegli agenti che, la notte del 18 novembre. si erano rifiutati di scendere dalle brande a causa dei massacranti turni di servizio.
(7) Il giornalista Pietro Zullino è notoriamente legato a Italo De Feo, il vice presidente socialdemocratico della RAI-TV. Il settimanale Epoca già nel luglio 1964 era apparso con una vistosa copertina tricolore e la fotografia dell'allora presidente della repubblica Antonio Segni di fianco al titolo "I 'ltalia che lavora chiede al capo dello Stato un governo energico".
(8) E' vero che il giorno dello sciopero generale Santino Viaggio reclutò un certo numero di meridionali. Essi furono condotti assieme ad altri fascisti alla sezione Colle Oppio del MSI da cui doveva partire un corteo di macchine con tricolori e gagliardetti. La polizia proibì il corteo provocando le proteste dei dirigenti, Caradonna in testa, che lo giustificavano come a un mezzo per alleviare alla cittadinanza i disagi provocati dallo sciopero degli autobus". I fascisti erano armati di sassi, catene e bastoni.
(9) Questi tre "passi" ,. sono stati consegnati da Evelino Loi al giornale al quale ha rilasciato questa dichiarazione.-
(10) E' vero che Loi ha svolto questa funzione di reclutatore. Le testimonianze al proposito abbondano. L'uomo che lanciò la bottiglia molotov contro la sede della RAI-TV a Roma, ad esempio, fu ricompensato con 10.000 Iire. A Milano. secondo quanto hanno dichiarato i disoccupati Gaetano L., Tommaso M., Giuseppe C., Salvatore V., Antonio L., i reclutamenti avvenivano nell'atrio della Stazione Centrale, la sera tardi. Se ne occupava un certo Paolo dirigente della Giovane Italia. Uno dei reclutatori, che ha dormito per un certo tempo nella sede di Corso Monforte, ha rilasciato questa testimonianza: "In un cassetto c'erano delle pistole. Quando si usciva per fare delle azioni, con i bastoni e il resto, passavamo davanti ai poliziotti di guardia che si voltavano dall'altra parte facendo finta di non vederci" Un altro, un giovane siciliano di Palagonia. ha detto: "Una volta ci dissero che dovevamo andare a menare degli studenti di Mao, mi pare che fosse in un posto di Piazza Mazzini. Quelli però erano stati avvertiti da qualcuno e, quando andammo ci picchiarono. Io andai all'ospedale, i fascisti mi diedero 50.000 Iire perchè non dicessi chi mi aveva mandato là. Quello che pensava a distribuire i soldi dopo le azioni era Salvatore V. che li riceveva dall'On. Servello (sic)".
(11) Trattasi di un agente della "celere", tale Murino.
(12) Nell'aprile 1970 Evelino Loi è stato condannato per contravvenzione al foglio di via obbligatorio e rinchiuso nel carcere di "Regina Coell".
II CAPITOLO
Gli anarchici
Invece, della strage del 12 dicembre vengono incolpati gli
anarchici. L'accusa è immediata e esplicita I più zelanti a lanciarla sono, a
Milano un giudice istruttore del tribunale e un commissario politico della
questura: Antonio Amati e Luigi Calabresi. (1)
Da un articolo del Corriere della Sera: subito dopo
l'esplosione il giudice Amati telefona in questura per informarsi sull'accaduto.
Gli rispondono che, forse, è saltata la caldaia di una banca in piazza Fontana,
che ci sono alcuni morti e numerosi feriti: si avanza anche l'ipotesi di un
attentato terroristico. "Sono dell'idea che si tratti di un
attentato", replica il magistrato, e consiglia di iniziare subito le
indagini negli ambienti anarchici".
Il commissario Calabresi non è meno chiaro. All'invito
della.Stampa di Torino, la sera degli attentati dichiara che i
responsabili vanno cercati tra gli estremisti di sinistra e, per non lasciare
nessun dubbio, emette il suo verdetto: "E' opera degli anarchici".
Anche il questore di Milano Marcello Guida (2)
fa la sua parte. A un giornalista che quella sera stessa gli chiede se vi è una
connessione con gli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione centrale
del 25 aprile dice di "non escluderlo".
A questa sicumera di alcuni personaggi della polizia e della
magistratura milanesi fa invece riscontro un atteggiamento molto più cauto del
potere centrale. Il ministro degli Interni Restivo si limita a dichiarare:
"Abbiamo iniziato indagini in tutti i settori..."
Ma perché si scelgono proprio gli anarchici? Per diversi
motivi, alcuni dei quali possono essere così riassunti per il momento.
Innanzitutto gli anarchici rappresentano la parte più debole dello schieramento
di sinistra, perché priva di protezione, senza amici, di fatto isolata
politicamente. Inoltre sono pressoché privi di organizzazione, e seguaci di una
teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso
indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo
di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilità
di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i
cui obiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a
nessun'altra forza di sinistra, sia parlamentare che extraparlamentare. Da non
sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della
maggioranza dell'opinione pubblica, la più sprovveduta, facile preda di ogni
tentativo di manipolazione "culturale": per l'italiano medio, gli
anarchici rappresentano le forze scatenate e disgregatrici dello Stato, il
rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese. senza idee o alternative
precise; "fanno paura", una paura generica e indefinibile, che di
conseguenza impone il ricorso a forze che siano in grado di ristabilire l'ordine
e l'autorità minacciati dal nichilismo.
Infine gli anarchici, abilmente "pubblicizzati" da
una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e a mitizzare questo
loro ruolo negativo, consentono anche una escalation della repressione che si
attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando i tempi
lunghi, le stesse forze della sinistra più solide e organizzate (sindacati e
PCI), senza provocare traumi né nell'opinione pubblica moderata né nelle forze
politiche costituzionali. (3)
Quanto succede in Italia in tutto l'anno 1969 è
esemplificativo di questa manovra. Ecco alcuni casi.
Tra aprile e maggio, a Palermo, vengono attuati numerosi
attentati: contro la chiesa Regina Pacis, le stazioni dei Carabinieri di
Castellammare e Pretoria, una caserma dell'esercito e il carcere dell'Ucciardone.
La responsabilità viene attribuita, con grande clamore di stampa, agli
anarchici. E non conta che poco più tardi il 15 maggio, siano rintracciati i
veri colpevoli: sette neofascisti della Giovane Italia i quali però,
guarda caso, si erano dimessi dall'organizzazione proprio alcuni giorni prima
degli attentati.
Lo stesso avviene a Roma, nell'inverno 68-69, per i 12
attentati ai distributori di benzina e nel dicembre '69 per quelli a una caserma
dei C.C. e per l'ordigno in una cassetta postale; a Reggio Calabria. in
dicembre, per gli attentati all'ufficio della SIP ad una chiesa ed alla
Questura.
Fatti analoghi avvengono un po' dappertutto nelle città
italiane. Come a Legnano, dove due giovani fascisti compiono degli atti
vandalici, come firma una A cerchiata e la scritta "Viva Mao" a Reggio
Emilia, dove un altro fascista è autore di un attentato contro la Questura; a
Terni, dove i muri di alcune chiese vengono profanati con scritte blasfeme. E si
tenta di attribuire agli anarchici la responsabilità della catena di attentati
dinamitardi compiuti sui treni tra 1'8 e il 9 agosto, anche questi di chiara
marca fascista come verrà dimostrato poco dopo. (vedi
IV capitolo - Chi è Bruno Giorgi)
Per capire la complessità della manovra che si andava
preparando sulle spalle degli anarchici. serve rileggere, fra i tanti, questo
brano di un articolo della Stampa di Torino che esce in quei giorni.
Sotto il titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli
interrogatori", il quotidiano della Fiat scrive: "Fino a qualche tempo
fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi. per nulla organizzati.
Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono
stati corteggiati e finanziati dall'estrema destra totalitaria e dall'estremismo
di sinistra". Come si vede, il pogrom antianarchico è già giustificato e
programmato e nello stesso tempo si è aperto quel discorso sugli opposti
estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle
forze moderate per invocare il ripristino dell'"ordine" turbato.
Ma il caso più clamoroso resta quello degli attentati del
25 aprile a Milano, i più gravi di questo mese che è il più "caldo"
di tutti: 45 attentati sui 145 dell'anno l969.
Quel pomeriggio di festa, nel padiglione Fiat alla Fiera
campionaria e nell'ufficio cambi della Stazione centrale scoppiano due bombe che
provocano alcuni feriti (ma solo per una serie di fortunate coincidenze il
bilancio delle vittime è rimasto modesto: una strage poteva avvenire anche
stavolta).
Vengono subito fermati una quindicina di anarchici, indicati
come colpevoli da una isterica campagna di stampa condotta da tutti i giornali
dell'arco borghese, da quelli dichiaratamente di destra a quelli considerati
moderati. Altre indagini in direzioni diverse non vengono nemmeno tentate.
Eppure i fascisti a Milano non scherzano nel maneggiare l'esplosivo: nelle
settimane precedenti hanno lanciato bombe a mano e incendiarie contro tre sedi
del PCI, ordigni vari contro l'Unità, I'ANPI, un circolo di sinistra e una
galleria d'arte, hanno sparato contro una sezione comunista e, il 12 aprile,
hanno gettato due bottiglie Molotov contro l'ingresso dell'ex albergo Commercio,
occupato e trasformato in Casa dello studente e del lavoratore, colpendo due
ragazzi che hanno rischiato di morire bruciati vivi.
Degli anarchici arrestati, alcuni vengono rilasciati. Gli
altri - Paolo Braschi, Paolo Faccioli, l'architetto Giovanni Coordini e sua
moglie Elbane Vincileone - rimangono in galera. Si aspetta un mese per
controllare i loro alibi e interrogare i testimoni; cinque mesi prima di
interrogare gli stessi imputati. Il giudice istruttore è Antonio Amati, il
funzionario di polizia che più degli altri segue le indagini è Luigi
Calabresi: gli stessi accusatori del 12 dicembre. Non emergono né prove né
indizi eppure si respingono tutte le istanze presentate dagli avvocati dei
coniugi Corradini con delle ordinanze di rigetto abnormi proprio perché
sprovviste della lista degli indizi a carico. Il caso supera i confini
nazionali, se ne occupano i giornali stranieri, il tribunale per i Diritti
dell'Uomo.
Ma gli anarchici rimangono in galera. (4)
E ai loro compagni che in quei mesi hanno dato vita a una serie di
manifestazioni di piazza e di scioperi della fame per richiamare l'attenzione
dell'opinione pubblica, si risponde con la violenza, le cariche di polizia e le
incriminazioni. Il 26 settembre cinque cittadini denunciano il questore di
Milano Marcello Guida, il vicequestore, i commissari Calabresi e Pagnozzi e
alcuni agenti per attentato ai diritti politici dei cittadini, abuso di ufficio
(Calabresi ha inseguito e malmenato un fotografo durante una manifestazione),
omissione in atti di ufficio, concorso in percosse e lesioni. Il quotidiano di
destra La Notte (5) apre tra i suoi numerosi lettori
una sottoscrizione a favore"a polizia soldi per i "tutori dell'ordine
che di questi tempi hanno tanto da fare e da rischiare e sono così mal
pagati". Le bombe del 25 aprile sono scoppiate tre giorni prima che alla
Camera dei deputati iniziasse il dibattito sul disarmo della polizia in funzione
di ordine pubblico una proposta che fa sorridere, con l'aria che tira. Ma se non
sono gli anarchici, chi sono gli attentatori del 25 aprile? Quando la stampa
inglese pubblica il famoso e già citato rapporto inviato dal ministero degli
Esteri di Atene al proprio ambasciatore a Roma, sulle possibilità di un colpo
di stato di destra in Italia, tra le altre cose vi si legge: "Le azioni la
cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere
realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria
per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l'accesso al padiglione Fiat.
Le due azioni hanno avuto un notevole effetto".
A poche ore dagli attentati del 12 dicembre non solo si è
stabilito con grande sicurezza che la loro matrice politica è anarchica ma si
sta già cercando l'ideatore, l'organizzatore e l'autore della strage di Milano:
Pietro Valpreda, 37 anni, di professione ballerino, disoccupato(6)
E' milanese ma vive soprattutto a Roma dove frequenta, come anarchico, il
circolo 22 marzo in via del Governo Vecchio Viene riconosciuto dal
supertestimone Cornelio Rolandi come "l'uomo con la borsa nera" che
egli dice di aver trasportato, pochi minuti dopo le quattro di quel pomeriggio
di sangue, vicino alla banca di piazza Fontana.
Con Pietro Valpreda sono coinvolti, sotto l'imputazione di
associazione a delinquere e concorso in strage, (7) altri
cinque ragazzi del circolo 22 Marzo: Roberto Mander, 17 anni, studente di
secondo liceo, figlio di un direttore d'orchestra; Emilio Borghese, 18 anni,
figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni, figlio di un cassiere
della Banca Nazionale del Lavoro dove è scoppiata una delle bombe; Emilio
Bagnoli, 24 anni, studente d'architettura. Il sesto imputato è Mario Merlino,
classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia
romana; il padre, avvocato, è impiegato all'organizzazione cattolica Propaganda
Fide.
Passata la confusione frenetica dei primi giorni d'inchiesta,
quando si comincia ad andare a guardare con calma la biografia politica degli
imputati, la presenza fra essi di Mario Merlino fa tirare un sospiro di sollievo
ai cronisti dei giornali di sinistra. Merlino è un ex fascista, si è recato
recentemente in viaggio nella Grecia dei colonnelli ed è il fondatore del 22
Marzo: ergo, invece che a deg!i anarchici, qui si è di fronte a degli "anarco-fascisti",
"più vicini a Goebbels che a Bakunin", secondo quanto scrive
frettolosamente il settimanale comunista Vie Nuove. E già che c'è,
per definire meglio l'ambiente, il giornalista ci aggiunge anche il solito
pizzico di droga.
I conti a questo punto, oltre che alla polizia e al pubblico
ministero, quasi tornano anche alla sinistra italiana: in fondo se le cose
stanno davvero così, se non si tratta nemmeno di anarchici ma di
anarco-fascisti perché Pietro Valpreda non potrebbe davvero essere l'autore
della strage di Milano? Salvo ad accorgersene subito dopo, quando i particolari
si definiscono meglio, che si è fatta una grande confusione, si è rischiato di
cadere nella trappola: neanche più quella dell'estremismo anarchico, di
sinistra, colpevole, ma l'altra trappola. ben più pericolosa, della
colpevolezza dei due opposti estremismi, di destra e di sinistra, anarchia e
fascismo, che ormai si sono compenetrati, e assieme hanno ucciso.
Perché non ci siano dubbi, per fare opera di chiarezza
assoluta, è necessario qui definire esattamente chi è Mario Merlino e quale
ruolo egli ha svolto nel piano di preparazione degli attentati.
Gli anni dal 1962 al 1968 vedono Mario Merlino militare
attivamente nei gruppi di estrema destra: Avanguardia Nazionale, Giovane Italia
e Ordine Nuovo. In prima fila nel corso di innumerevoli azioni squadristiche,
egli nutre tuttavia ambizioni intellettuali. (8) Passa ogni
anno l'estate in Germania, di preferenza a Monaco e Francoforte. Tra il '65 e il
'66 vi rimane sei mesi; al suo ritorno racconterà di aver frequentato un campo
clandestino di addestramento organizzato dai neo nazisti tedeschi di
"Nazione Europea". (9) In questi anni stringe
stretti rapporti, tra gli altri, con Stefano Delle Chiaie, Pino Rauti e con il
deputato del MSI Giulio Caradonna.
Mario Merlino compare per la prima volta mescolato alle forze
di sinistra durante la battaglia di Valle Giulia che si combatte tra studenti e
polizia ai primi di febbraio 1968, davanti alla facoltà di Architettura. Per
Merlino, che è presente tra le fila di un gruppetto di picchiatori fascisti di
Avanguardia Nazionale, gli scontri di Valle Giulia sono due fronti: i camerati
cercano di bastonare in parti uguali poliziotti e studenti. l'importante per
loro è provocare il massimo degli incidenti. Il neofascismo romano a quella
data è infatti ancora incerto: con la esplosione dell'"anno degli
studenti" sono finiti i bei tempi in cui dominava incontrastato con le sue
squadre di manganellatori nell'università romana. Che fare quindi? La nuova
tattica della infiltrazione tra i gruppi di sinistra, il momento in cui i "nazimaoisti"
tenteranno di confondere le acque coi loro slogan "Hitler e Mao uniti nella
lotta" sono ancora lontani. D'altra parte l'attacco frontale come una volta
è ormai impossibile.
Ci riprovano, certo, e il 17 marzo un manipolo di duecento
picchiatori giunti da ogni parte d'Italia, gli onorevoli Almirante,Caradonna e
Turchi in testa, dà l'assalto alla facoltà di Lettere o ccupata dagli studenti
e provoca gravi incidenti (lo studente Oreste Scalzone ha la colonna vertebrale
fratturata). Anche in questa occasione Mario Merlino marcia coi fascisti.
Tuttavia questa fase sta per chiudersi: il viaggio in Grecia che i giovani
fascisti italiani compiono nell'aprile 1968 segna una svolta definitiva. Il
viaggio è promosso dall'ESESI, (vedi
IV capitolo - l'ESESI) la lega degli studenti greci fascisti in Italia, ed
è organizzato dal giornalista Pino Rauti del Tempo di Roma e da
Stefano Delle Chiaie i quali scelgono fra i militanti di Nuova Caravella, Ordine
Nuovo e dell'ex Avanguardia Nazionale una quarantina di giovani che si sono
particolarmente distinti nell'attività a favore del regime dei colonnelli.
Giunti a Atene, i fascisti romani si recano in delegazione all'ambasciata
italiana per presentare una nota di protesta "contro il modo in cui la
RAI-TV diffama il regime greco". Qualche giorno dopo appendono sul petto
del ministro Pattakos un distintivo di Nuova Caravella: nella foto ricordo della
cerimonia si vede anche Mario Merlino (Merlino quando sarà interrogato dal
giudice dichiarerà che "non vi furono conferenze e non fummo ricevuti da
personalità"). Ad Atene i giovani fascisti italiani prendono anche
contatti col movimento nazista greco "4 Agosto" diretto da Costantino
Plevris. Da quel momento, tornato a Roma, Mario Merlino cambia pelle. La cambia
fisicamente, perché comincia a vestire in modo dimesso e si fa crescere i
capelli, poi anche barba e baffi. E la cambia politicamente: non sono passati
quindici giorni dal rientro da Atene che ha già fondato il gruppo XXII Marzo
(da non confondersi con il 22 Marzo, che verrà molto più tardi). Un volantino
diffuso nella città universitaria rappresenta la sua prima carta politica: il
gruppo proclama di "rifarsi alle esperienze del Maggio francese e, in
particolare, alle sue punte più avanzate: Daniel Cohn Bendit e gli arrabbiati
di Nanterre". L'esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di
una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti
all'ambasciata francese. Dietro a Mario Merlino, che sventola una grande
bandiera nera con la scritta XXII Marzo, ci sono gli esponenti più
rappresentativi del gruppo, e del neofascismo romano: Stefano Delle Chiaie,
Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e l'ex legionario e parà Buffa, detto il
Lupo di Monteverde. Mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche
della polizia. Il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con
bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro
degli scontri.
Il giorno dopo i quotidiani di Roma parlano in toni
apocalittici di "piano preordinato", di "guerriglia
cittadina", di "inutili vandalismi" e della "cieca violenza
con cui i teppisti, manovrati dal PCI, hanno danneggiato e incendiato auto di
privati cittadini" (Il Tempo)
La provocazione non passa inosservata, gli studenti hanno
riconosciuto fra i seguaci di Mario Merlino i più noti esponenti del
neofascismo romano e il XXII Marzo, a neppure un mese dalla sua fondazione,
cessa di esistere. Merlino non si scoraggia, da Cohn Bendit passa al libretto
rosso del presidente Mao Tse Tung, da leader mancato si trasforma in semplice
militante di base e avvicina un esponente del gruppo di sinistra Avanguardia
Proletaria vantando certi contatti politici che egli dice di avere con la
redazione dell'Etincelle, una rivista marxista-leninista svizzera.
L'approccio fallisce: i suoi precedenti sono noti all'esponente di Avanguardia
Proletaria.
Merlino ci riprova con il Partito Comunista d'ltalia (linea
rossa).Qui non lo conosce nessuno e oltretutto lui si offre come semplice
diffusore della rivista di Verona Lavoro Politico, in attesa di essere
ammesso nel partito. Ma ancora una volta si tradisce. Viene fermato durante gli
scontri con la polizia che seguono un tentativo di assalto contro la direzione
del PCI in via delle Botteghe Oscure organizzato da diversi gruppi fascisti, al
termine di un comizio di Arturo Michelini. Il nome di Mario Merlino compare
nella lista degli arrestati pubblicata da tutti i giornali. D'ora in poi sarà
più prudente nel mantenere i contatti con i suoi "ex" camerati.
Mario Merlino fascista e provocatore
La pausa estiva, della quale Merlino approfitta per compiere uno dei suoi abituali viaggi in Germania, gli è utilissima per cercare di farsi dimenticare. Per la rentrée, nell'autunno-inverno 1968, sceglie la facoltà di Magistero occupata dal movimento studentesco. Il terreno è propizio essendo la facoltà di piazza Esedra decentrata non solo fisicamente ma, in parte, anche politicamente rispetto alla città universitaria. Mentre occupa, Mario Merlino collabora a qualche seminario sulla riforma dei piani di studio e intanto propone ad alcuni studenti di partecipare a un "corso" che egli sta organizzando.
Testimonianza n. 1:
"Un giorno ci prese da una parte e ci disse che se
volevamo lezioni sul modo di fabbricare ordigni esplosivi lui sarebbe stato in
grado di darcele. Aggiunse che un suo amico di 35 anni, che abitava fuori Roma,
aveva un deposito di armi, tritolo e gelatina esplosiva, e che sarebbe stato
disposto a fornirceli e a partecipare lui stesso alle azioni, purché
organizzate seriamente, dato che la polizia lo teneva d'occhio... ".
Qualcun altro intanto teneva d'occhio Mario Merlino. Un giorno,
mentre si sta formando un corteo del movimento studentesco, l'assistente
universitario M. D. gli confisca una bottiglia molotov che gli spunta da una
tasca dell'eskimo. La provocazione riesce poco dopo, durante la manifestazione
di protesta contro la visita del presidente Nixon a Roma Merlino lancia una
bottiglia incendiaria contro la vetrina della ditta americana Mlinnesota e la
polizia, che segue da vicino gli studenti, dà il via alle cariche che si
concludono con decine di fermi. Alla fine di febbraio 1969 Merlino si ripete in
un altro "a solo": al termine di una protesta davanti alla sede della
RAI-TV, quando già il corteo si sta sciogliendo, lancia con una fionda un
bullone di ferro che infrange il parabrezza di una jeep della polizia. Seguono
cariche, scontri, feriti. fermi e denunce. Fa il bis un mese dopo, nella
manifestazione per i fatti di Battipaglia. Cambia solo il bersaglio, il
parabrezza di un furgone della polizia invece che quello di una jeep, ma il
risultato è identico. Questa volta però viene fermato anche lui, denunciato e
processato per direttissima: esce di galera il primo aprile, con una assoluzione
e un'ottima referenza che gli serve per entrare in un collettivo di studenti
comunisti che stanno preparando un esame di filosofia.
Nessuno sospetta di lui fino al giorno in cui smarrisce
un'agendina che contiene tutti nomi e i relativi numeri di telefono dei più
noti esponenti del neofascismo romano. (vedi
appendice - Il taccuino di Mario Merlino). Messo alle strette,
Merlino fa una pubblica autocritica: ammette di aver svolto "per un certo
periodo" il ruolo di provocatore ma sostiene di essersi pentito e di
mantenere coi camerati solo rapporti di amicizia, non politici. Per rafforzare
la tesi della "conversione" aggiunge: "Quando fui fermato per la
manifestazione di Battipaglia un funzionario della squadra politica mi promise
che non mi avrebbero denunciato e che, anzi, mi offrivano centomila lire al mese
se accettavo di svolgere la funzione di confidente negli ambienti del movimento
studentesco. Io rifiutai decisamente, preferendo la denuncia".
Allontanato dal collettivo Merlino parte per Rimini, dove
dice di avere una casa. Al ritorno avvicina alcuni iscritti all'Unione dei
Comunisti Italiani. Si informa sul loro programma politico e consistenza
organizzativa, chiede di entrare a farne parte. Ma ormai le notizie sulla
presenza di spie e provocatori, veri e presunti, si sono moltiplicate e hanno
creato allarme. La richiesta di Merlino viene accolta con riserva, si vuole
prima accertare la consistenza delle voci che circolano sul suo conto.
L'attesa non è lunga. Nel mese di maggio, subito dopo
l'attentato al palazzo di Giustizia di Roma. Mario Merlino chiede ad un iscritto
all'Unione un grosso favore: ha paura di subire una perquisizione e deve
nascondere del materiale compromettente. E' disposto il compagno a tenerselo per
qualche giorno, sino a quando si saranno calmate le acque? Quello dell'Unione
dice apposta di si e Merlino gli consegna alcuni metri di miccia e un numero
considerevole di detonatori. Due giorni dopo la polizia compie una perquisizione
nella casa del compagno il quale però si era sbarazzato del materiale il giorno
stesso in cui l'aveva ricevuto.
Merlino con la sinistra marxista-leninista ha finito, I'Unione
lo diffida dal presentarsi alla sede, dal frequentare le manifestazioni e
dall'avvicinare i suoi iscritti.
Ritenta con le briciole. Alla vigilia del 2 giugno si è
aggregato a un gruppetto di radicali che ha un incontro con alcuni comunisti
della Federazione Giovanile per concordare una azione di volantinaggio comune da
farsi durante la sfilata militare ai Fori Imperiali. L'appuntamento è stabilito
per l'indomani mattina alle 8, davanti alla sezione Campo Marzio. Ci va anche la
polizia, che sequestra i volantini e porta tutti in questura. per rilasciarli
solo a sfilata conclusa (e per provocare una interpellanza alla Camera dove i
deputati comunisti denunciano questo inammissibile fermo preventivo). Merlino
no, non si è presentato all'appuntamento, quella mattina si è svegliato tardi.
Quando, precedentemente, era avvenuta la serie di attentati
dinamitardi contro i distributori di benzina, proprio mentre era in corso
un'aspra vertenza sindacale che opponeva i piccoli gestori alle grandi società
petrolifere Mario Merlino venne invitato dalla polizia a a
"collaborare" nelle indagini. Fece i nomi di F.P., L.R..e E.M.D., tre
studenti che da tempo hanno abbandonato gli ambienti dell'estrema destra. I tre
vennero subito arrestati ma alla fine risultarono totalmente estranei agli
attentati. Come mai Merlino sempre così scrupoloso, quella volta ha messo la
polizia su una falsa pista?
La risposta salta fuori qualche tempo dopo, quando viene
identificato il vero responsabile. E' Mario Palluzzi, organizzatore di un vero e
proprio racket che estorceva denaro ai gestori che non partecipavano allo
sciopero con minacce di rappresaglie dinamitarde. Ma Mario Palluzzi è anche
qualcos'altro: è il capo dell'UNSI, il sindacato dei benzinai fascisti, ed è
un ex di Avanguardia Nazionale, oltre che intimo amico di Stefano Dalle Chiaie,
a sua volta legato a Merlino. Il chiosco dove prestava servizio era, tra l'altro
abituale luogo di riunioni per un gruppo di fascisti dell'ex Avanguardia
Nazionale e di Ordine Nuovo.
Affrontato da uno degli studenti che ha denunciato. Mario Merlino si giustifica
dicendo che la delazione gli è stata estorta dalla polizia durante una delle
sue crisi di epilessia, e rilasciata anche una dichiarazione autografa in cui
ammette di essere un confidente.
Nel settembre 1969 a Mario Merlino, ormai definitivamente
bruciato in tutti gli ambienti della sinistra extraparlamentare, sono rimasti
solo gli anarchici come possibile terreno di infiltrazione e provocazione.
Avvicina il giovane G., si fa passare per perseguitato dalla polizia e chiede di
essere presentato al circolo Bakunin di via Baccina
Testimonianza n. 2:
"All'inizio aveva un atteggiamento riservato anche se cordiale. Si
definiva anarchico ma non partecipava quasi mai alle discussioni sulle teorie e
la prassi libertarie; mi sembrò che avesse nozioni molto vaghe sulla storia
dell'anarchia. Era un abile parlatore ma quando si approfondiva questo argomento
o lasciava cadere il discorso oppure si limitava a darmi ragione".
Nel frattempo Merlino trova il tempo per partecipare ai
convegno studi organizzato dal MSI al Terminillo, durante il quale Giulio
Caradonna tiene una relazione sul tema "Genesi del colpo di stato"
Quando Merlino arriva al Bakunin gli iscritti al circolo sono
divisi in due frazioni. C'è una maggioranza, che è posta sotto accusa da un
gruppo dei giovani, tra cui Pietro Valpreda e Emilio Bagnoli. Burocratismo,
dirigismo, incapacità di cogliere le nuove prospettive politiche create
dall'esplosione delle lotte operaie e studentesche: queste le accuse dei giovani
che a loro volta vengono tacciati di avventurismo dai più anziani. L'ingresso
di Mario Merlino, che si lega subito al gruppo degli "arrabbiati",
contribuisce a peggiorare sensibilmente la situazione. Alle denunce di essere
ancora in contatto coi fascisti e confidente della polizia, lui replica dicendo
che "i vecchi" del Bakunin usano la calunnia per coprire le vere
ragioni del loro dissenso, che sono politiche. Merlino è il primo a sostenere
esplicitamente la necessità di una scissione, onde formare un nuovo circolo.
Per questo si offre anche di reperire i fondi necessari, 150.000 lire che gli
sarebbero state promesse da un imprecisato "gruppo cattolico".
Nonostante la crisi, l'attività politica del Bakunin prosegue, tra i baraccati
della periferia romana e gli operai della Fiat in sciopero. Merlino comincia a
fare delle proposte.
Testimonianza n. 3
"Mi chiamò da parte e mi chiese se ero disposto a
partecipare a una azione notturna contro la Fiat. Si trattava di lanciare delle
bottiglie Molotov. Io avrei dovuto accompagnarlo con la mia macchina. Gli
risposi che non ero d'accordo e lui non insistette. Mi disse tuttavia che gli
dispiaceva di avermi sopravvalutato".
Sempre assiduo della vita del circolo, solo il sabato e la
domenica Merlino non si fa vedere, dice che va a trascorrere il week-end ai
Castelli Romani per fare un po' di footing e ossigenarsi. Invece partecipa ai
campeggi "a cielo aperto" dell'associazione neofascista e paramilitare
Europa Civiltà nell'Alta Sabina e nel Parco Nazionale degli Abruzzi,
organizzati dal suo vecchio amico Loris Facchinetti. Quando rimane a Roma, la
domenica mattina va alla messa delle dieci nella chiesa del convento delle suore
di via Montanelli, luogo di convegno di un gruppo di cattolici integralisti.
Merlino è un fervido commentatore dei brani evangelici che vengono discussi
collettivamente. Ma la sua fede non gli impedisce durante lo sciopero della fame
degli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia, di esibirsi con in
mano cartelli con lo slogan "Ne' dio né stato, né servi né
padroni". Il lungo sciopero della fame è fatto, a Roma come a Milano, per
protestare contro la carcerazione illegale degli anarchici incolpati degli
attentati del 25 aprile. In quei giorni Merlino ripete le sue proposte ad altri
giovani del Bakunin.
Testimonianza n. 4
"Merlino mi confidò che aveva intenzione di organizzare un corso per la fabbricazione di bombe e che di questo progetto aveva già parlato a R. Disse che Stefano nelle Chiaie, quando militavano assieme nelle organizzazioni fasciste, lo aveva istruito su questo argomento e che sarebbe stato in grado di farci delle lezioni. Aggiunse che aveva una pellicola da sviluppare dove erano illustrati vari modi di fabbricazione degli ordigni esplosivi".
Testimonianza n. 5
"Merlino una volta invitò me e altri due anarchici
del circolo Bakunin in casa sua per discutere "alcune cose molto
riservate". Non ricordo con esattezza il periodo ma credo che fossero gli
ultimi giorni di settembre o i primi di ottobre. Quando arrivammo da lui lo
trovammo assieme a un suo amico, un certo Roberto, che si presentò come un ex
camerata convertitosi all'anarchia. Disse che aveva un'edicola di giornale
all'EUR. Dopo un breve preambolo Merlino ci propose la costituzione di un
commando terroristico, dicendo che una persona a lui molto vicina era in
possesso di materiale informativo sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Il
suo amico aggiunse che egli era in grado di procurarsi del
"materiale". Merlino ci invitò a casa sua due volle. La prima volta
ci propose una azione di sabotaggio alla Fiat di viale Manzoni, organizzata in
questo modo: alcune auto avrebbero bloccato le vie adiacenti per ostacolare
l'arrivo della polizia, mentre gli altri compagni sarebbero penetrati
all'interno e dopo aver tagliato con dei coltelli i tubi dei distributori
avrebbero appiccato il fuoco alla benzina fuoriuscita. Così- ci disse - sarebbe
saltato tutto in aria. La volta successiva ci propose di assaltare una caserma
situata nei pressi di casa sua, della quale diceva di avere una pianta
dettagliata, per portare via armi e munizioni. In quella occasione era presente
alla riunione un altro suo amico, che noi non conoscevamo, il quale disse di
essere in possesso delle piante di vari tralicci della televisione che si
potevano far saltare. Aggiunse che se le era procurate quando lavorava come
disegnatore, presso l'ingegnere che aveva realizzato il traliccio Tv di
Viareggio. Noi, comunque. lasciammo cadere queste proposte perché contrarie al
nostro concetto di "azione esemplare".
Infatti, l'unica azione esemplare che il gruppo di anarchici
realizzò, è la costruzione, eseguita nottetempo, di un muro di mattoni in
mezzo al cortile di un caseggiato popolare, i cui inquilini erano stati
sfrattati a scopo speculativo. (10).
Il 23 ottobre 1969, per l'anniversario della battaglia di El
Alamein, è previsto a Roma un raduno nazionale di paracadutisti e i fascisti si
mobilitano per dare un tono nostalgico alla manifestazione. G!i
"arrabbiati" del Bakunin decidono di diffondere un volantino di
protesta e Mario Merlino si offre di stenderne il testo. Quando le copie sono già
stampate e pronte per essere distribuite, vengono bloccate da alcuni anarchici
che giudicano il contenuto politicamente scorretto e provocatorio, e impongono
che sia tolta la firma "Circolo Bakunin".
Il nuovo episodio esaspera la polemica all'interno del
Bakunin. Negli stessi giorni poi esce sulla rivista giovanile Ciao 2001 una
inchiesta sui gruppi minoritari di destra e fra essi è citato il "gruppo
anarco-fascista XXII Marzo, fondato da Mario Merlino". Si tratta di una
inesattezza, nel senso che il gruppo non esiste più da oltre un anno, ma è
un'altra occasione (prefabbricata?) per aggravare i dissensi all'interno del
circolo. Merlino fa l'indignato e cerca di coinvolgere altri nella sua protesta
sostenendo che è giunto il momento di dare una forma consistente al loro
dissenso. Inoltre dice. c'è la prospettiva di chiedere una smentita e un
risarcimento danni alla rivista che lo ha "diffamato". Ciao 2001 per
evitare noie, pubblica un nuovo articolo, consistente in una intervista
collettiva al gruppo dei dissidenti del Bakunin con relative fotografie in cui
abbondano i pugni chiusi e i medaglioni con la A cerchiata. Tutto viene
ricompensato con 40.000 lire.
I soldi serviranno per pagare il primo affitto di una sede e
il circolo creato dagli scissionisti del Bakunin si chiamerà 22 Marzo, dove i
numeri arabi sostituiscono quelli romani del vecchio gruppo fondato da Merlino
nella primavera 1968. Con lui se ne vanno Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli,
Roberto Gargamelli. Emilio Borghese e un'altra quindicina di giovanissimi In
attesa di trovare una sede decidono di riunirsi nel negozietto di lampade
liberty di via del Boschetto che l'anarchico Ivo Della Savia, rifugiato
all'estero renitente alla leva, ha lasciato al suo amico Pietro Valpreda.
Mario Merlino prima delle bombe
Tra il 9 e il 10 novembre Mario Merlino parte per il Nord. Dice che va a Modena e poi a Venezia per partecipare ai lavori di coordinamento del gruppo di sinistra Lotta Continua. Ma è falso, la sua presenza a Venezia è esclusa. Il 18 novembre, vigilia dello sciopero generale nazionale per la casa (Merlino è tornato a Roma da due giorni), gli anarchici del nuovo 22 Marzo tengono due riunioni. La prima, allargata, per discutere i modi di partecipazione al corteo autonomo. organizzato dal movimento studentesco, la seconda ristretta, alla quale intervengono solo Merlino e altri due.
Testimonianza n. 6
"Merlino ci rivelò che, da fonti sicure, aveva
appreso di una provocazione che i fascisti stavano organizzando contro il
corteo. Bisognava prepararsi a respingerla, disse. Propose di preparare delle
molotov da tenere a disposizione. durante il corteo, in caso di necessità. Ci
lasciammo dandoci appuntamento la mattina successiva alle 8 nel negozio di via
del Boschetto, dove dovevano trovarsi anche gli altri".
Il mattino del 19 all'appuntamento in via del Boschetto ci
sono tutti meno Mario Merlino che anche questa volta, guarda caso, non si è
svegliato in tempo. Arriva, al suo posto, la polizia che perquisisce il negozio
e ferma tutti i presenti. In questura. durante l'interrogatorio, agli anarchici
viene contestata l'intenzione di aver voluto compiere attentati con bottiglie
molotov. (11)
Il 22 novembre Merlino si presenta nella sede del circolo in
via del Governo Vecchio, appena inaugurata, con un nuovo personaggio. Si chiama
Pio d'Auria, ha 24 anni, fa il venditore ambulante di libri per la casa editrice
Rizzoli, è un fascista. Fisicamente ha una certa somiglianza con Pietro
Valpreda. (12) Merlino lo presenta come "un ex
camerata in crisi che guarda con simpatia all'anarchia". Il nuovo arrivato
comincia a frequentare le riunioni del 22 Marzo ma si tiene in disparte, non
partecipa alle discussioni. Si avvicina il giorno del grande raduno nazionale
dei metalmeccanici: centomila operai sfilano per le vie di Roma. E' un momento
di estrema tensione politica per l'Italia: i sindacati gestiscono le lotte
contrattuali ma gli slogan delle avanguardie rivoluzionarie sono stati fatti
propri da migliaia di operai.
Testimonianza n. 7
"Il giorno dello sciopero nazionale dei
metalmeccanici, 28 novembre, ero assieme agli altri al corteo sindacale quando
Merlino propose di andare a pranzo ai Castelli Romani. Partimmo con la mia
macchina: Merlino, Pio d'Auria, Emilio Borghese e io. Merlino propose di andare
a Frascati. Lì giunti telefonò a un suo amico.
Dopo la telefonata ci disse di aspettarlo perché doveva
andare a parlargli. (13) Stette via una mezz'ora. Quando
ritornò andammo a mangiare in una trattoria e quindi ripartimmo per Roma.
Durante il viaggio di ritorno Merlino ci propose: " è l'occasione giusta
per scatenare un gran casino; fermiamoci a un distributore di benzina, facciamo
il pieno, prepariamo quattro molotov e confondiamoci tra la folla del comizi
(dei metalmeccanici in piazza del Popolo: n.d.r.). Appena capita l'occasione
giusta, le tiriamo addosso a qualche camionetta della polizia". Pio d'Auria
mi sembrò particolarmente entusiasta dell'idea. Io e Borghese rifiutammo giacché
l'iniziativa ci parve assolutamente improduttiva dal punto di vista politico.
Fummo comunque ostacolati dal traffico e quando arrivammo la manifestazione era
finita"
Da quel giorno Mario Merlino non si fa più vedere al
circolo: strano, è sempre stato un frequentatore assiduo. Il 2 dicembre
telefona a Emilio Bagnoli dicendogli di essere malato: però rifiuta,
ringraziando, ogni visita dei compagni. Questi, preoccupati per la sua salute,
sei giorni dopo vanno ugualmente a casa sua. Lo trovano in piedi, sanissimo.
Sono appena guarito, dice Merlino, e si fa finalmente vivo, il pomeriggio di
mercoledì 10 dicembre, nella sede di via del Governo Vecchio che è ancora in
fase di allestimento. I compagni gli rinfacciano, scherzando, di essersi dato
malato per non lavorare con loro. Merlino lascia 3.000 lire come contributo al
circolo e se ne va dicendo che ancora per qualche giorno non si farà vedere
perché si sta "lavorando" alcuni cattolici che dovrebbero dare dei
soldi. Chiede anche notizie di Valpreda e gli rispondono che il Pietro è in
partenza per Milano dove è stato convocato dal giudice per un certo processo,
una vecchia storia.
Siamo alla vigilia della strage del 12 dicembre.
Roma, verso le 9,30 di giovedì sera 11 dicembre 1969.
Alla fermata di viale Manzoni vicino a via Liberiana, un ragazzo magro coi
capelli lunghi e gli occhiali, infagottato in un eskimo color verde, aspetta il
tram che porta verso via Tuscolana. Quando sale a bordo, tre passeggeri, giovani
come lui, lo guardano incuriositi: a ognuno quella faccia sembra nota, ma sul
momento non riescono a identificarla. Infine uno dei tre si ricorda. "Ahò,
ma quello è Merlino". I tre lo chiamano e il ragazzo con l'eskimo si
avvicina. Ma appare imbarazzato, nervoso e al loro tentativo di fare
conversazione risponde ogni volta in modo da far cadere il discorso. E' strano:
Mario Merlino, che di solito è così loquace, questa sera non parla, quasi
fosse infastidito per l'incontro imprevisto. "Beh, come va col 22
Marzo?", gli chiedono. "E' un periodaccio, non si combina nulla",
risponde. "Noi scendiamo. Tu che fai, dove vai?". "Niente, vado a
trovare certi amici miei". I tre ragazzi scendono e il tram prosegue la sua
corsa verso via Tuscolana con a bordo Mario Merlino.
Dove sta andando? Chi sono gli "amici" con cui si
deve incontrare? Dato che si tratta di stabilire come uno degli imputati ha
trascorso la sera precedente gli attentati, sarebbe logico supporre che chi
svolge le indagini abbia rivolto a Mario Merlino domande del genere. Invece, dai
verbali di interrogatorio resi noti non risulta che gli sia stato chiesto nulla
in proposito. Gli inquirenti, mentre sono stati molto scrupolosi nel porre a
Merlino domande su episodi e circostanze che riguardano soprattutto gli altri
cinque inquisiti (Valpreda, Mander, Bagnoli, Borghese e Cargamelli), lo sono
stati molto meno nel chiedere sia ai cinque che a lui delle testimonianze sulla
sua persona e sulla sua attività. (14) Sino dal primo
momento, quando la sera di venerdì 12 dicembre viene fermato e interrogato
dalla polizia, Merlino svolge la parte del delatore, parla e parla. e sarà
soprattutto grazie alle sue "confessioni" che si arriverà a
incastrare gli altri ragazzi del circolo 22 Marzo. Ma perché non si è cercato
di scoprire fino in fondo chi è Merlino? Perché non si è andati a indagare
nemmeno su cosa egli può aver fatto quella ssera di giovedì 11 dicembre. dopo
che è stato visto sul tram che porta verso via Tuscolana? Chi può avere
incontrato in quella zona di Roma?
Presumibilmente la sua meta avrebbe anche potuto essere una
di queste tre. Primo: via Tor Caldara. che è nei pressi della via Tuscolana,
dove abita Pio d'Auria, il suo amico fascista che è stato indicato come uno dei
possibili sosia di Pietro Valpreda. Secondo: via Tommaso da Celano, che è
sempre nei pressi di via Tuscolana,dove al numero civico 119. risiede Stefano
Delle Chiaie, il più noto boss del neofascismo della capitale, anch'egli molto
legato a Mario Merlino. Terzo: via Tuscolana n. 572, dove c'è l'abitazione di
Leda Minetti. Lo stesso posto dove egli dirà di essersi recato il pomeriggio
del giorno dopo, onde avere un alibi per il momento degli attentati, fornito dai
due figli Minetti e dalla donna stessa. (15) Se anche il
giovedì sera Merlino è venuto qui, può benissimo essersi incontrato con
Stefano Delle Chiaie che da dieci anni è l'amico della Minetti e ne frequenta
abitualmente la casa. (16)
Insistere su questa possibilità ha un significato ben
preciso. Vuol dire che, se le indagini su Mario Merlino fossero state più
approfondite, sarebbe per forza venuta alla luce, spuntando da sotto la
superficiale crosta dell'"anarchia", la sua vera figura di fascista e
perciò di provocatore infiltrato con uno scopo ben preciso nell'ambiente del 22
Marzo. E a questo punto automaticamente, l'inchiesta non avrebbe potuto non
tener conto della necessità di estendersi anche agli ambienti e ai personaggi
del neofascismo della capitale.
I fascisti, ma chi sono questi fascisti romani del dicembre
1969? Per capirlo bisogna fare un po' di storia, partendo dalla primavera
(1) Il commissario aggiunto Luigi Calabresi ha 32 anni. Nel 1966 era collaboratore del giornale del PSDI La Giustizia e nel 1968, con pseudonimo, del quotidiano romano della catena editoriale Monti, Momento-Sera. Il settimanale Lotta Continua lo ha più volte definito il "commissario CIA", riferendosi ad un "corso di aggiornamento" da lui frequentato per alcuni mesi negli Stati Uniti. Nel 1966. L'anno successivo, in occasione di un viaggio in Italia del generale americano Edwin A. Walker, il Calabresi gli fece da accompagnatore ufficiale. Fu lui a presentarlo al generale Giovanni De Lorenzo, con il quale il "braccio militare" di Barry Goldwater si incontrò ripetutamente in un appartamento romano in Via di Villa Sacchetti 15.
(2) Marcello Guida, uomo di fiducia di Mussolini, ricoprì, negli ultimi anni del ventennio, l'incarico di direttore del confino politico di Ventotene.
(3) E' esattamente ciò che si è verificato in Italia nei mesi successivi alla strage di Milano. Alle decine di denunce, arresti e condanne contro militanti della sinistra extra-parlamentare - quasi tutti per reato di opinione - seguirono in breve le denunce contro iscritti al PCI, giornalisti dell'Unità, sindacalisti e operai (circa 14.000, secondo quanto denunciato e documentato da CGIL, CISL e UIL).
(4) Soltanto i coniugi Corradini. indicati dagli inquirenti e dalla stampa come i mandanti degli attentati, verranno scarcerati dopo 7 mesi, per "mancanza di indizi".
(5) Di proprietà del cementiere lombardo Carlo Pesenti.
(6) A tre anarchici, fermati e condotti alla questura di Milano un'ora e mezza dopo l'attentato di Piazza Fontana, il commissario Calabresi chiese insistentemente notizie di una persona soltanto: Pietro Valpreda. Benché il ballerino, in passato non fosse mai stato implicato in attentati, il funzionario disse loro testualmente: "Perché permettete che un pazzo sanguinario come Valpreda frequenti i vostri ambienti?"
(7) Le accuse verranno formalmente precisate soltanto parecchi mesi dopo l'arresto.
(8) Nel 1965. sul giornale Azione (sovvenzionato dal Ministero dei Lavori Pubblici dell'on. Togni) Mario Merlino scriveva: "(...) L'avvento del cesarismo sembrava concretarsi nelle forme dei regimi sorti in Italia e in Germania a rivendicare la dignità dei valori organici della nostra civiltà, quali il senso dell'onore c della fedeltà, l'amore per la propria razza. l'impulso dinamico dominante che ha caratterizzato tutta la storia dell'occidente moderno. onde ci fu chi stupì per il crollo dcl fascismo e del naizonal-socialismo ed il ripresentarsi delle forme ormai superate delle democrazie parlamentari nei rispettivi paesi".
(9) Esponenti di maggior rilievo dell'organizzazione erano Arthur Ehrahrd ed Helmuth Sunderman. ex-addetto stampa di Hitler e direttore della Casa Editrice Druffel Verlug.
(10) Fu attivamente presente in quella occasione, il "tutore dell'ordine" Salvatore Ippolito. alias studente anarchico Andrea Politi (vedi IV capitolo - La spia del 22 Marzo) che si incaricò di trasportare personalmente i mattoni sul luogo prescelto.
(11) Il merito di aver sventato questo "attentato" sarà attribuito dalla polizia al già citato Salvatore Ippolito. Mario Merlino quella stessa mattina, all'interno dell'Università, fu visto entrare nell'ufficio del vice-questore Mazzatosta dove si trattenne per circa mezz'ora.
(12) Nel marzo 1970 alcuni giornali, hanno indicato Pio d'Auria come un probabile sosia di Valpreda. D'Auria, subito difeso a spada tratta dal quotidiano di Roma, Il Tempo, che gli ha fornito un avvocato, ha sporto querela. Sembra avere un alibi di ferro: afferma che il giorno degli attentati era a letto malato, come può testimoniare il medico che lo ha visitato. Non si spiega però perché , il giorno successivo alle rivelazioni dei giornali sul suo conto, abbia tentato "inutilmente" di convincere una ragazza, tale F., a testimoniare sulla sua presenza a Roma il 12 dicembre. La Stampa di Torino e L'Unità pubblicarono infatti la notizia che egli il giorno degli attentati si trovava a Milano. L'unico fatto accertato è che Pio D'Auria, il 4 dicembre 1969 partì in auto da Roma dicendo a tre persone, sue amiche, che si recava in Germania, a Monaco, e quindi a Milano. Dopo quel giorno, la prima volta che gli anarchici del "22 Marzo" lo rividero fu il 29 dicembre, quando lo incontrarono in Piazza dei Cinquecento intento a vendere libri. In quella occasione egli si allontanò velocemente fingendo di non conoscerli e il giorno successivo si trasferì con il camioncino in Via Appia. Pio D'Auria nel 1962 aveva aderito All' Avanguardia Nazionale fondata da Stefano Delle Chiaie e nel '64 aveva partecipato ai corsi di tecnica degli esplosivi che si tenevano nella sezione di Via Gallia. Nel 1966 fu fermato dalla polizia perché implicato negli scontri culminati con la morte di Paolo Rossi e, due anni dopo, prese parte, sempre insieme ai fascisti di Avanguardia Nazionale, alla "battaglia di Valle Giulia". Nel luglio '69 era in Corso Traiano, a Torino, durante i gravi incidenti scoppiati nel giorno dello sciopero generale per la casa.
(13) Si tratta di Sandro Di Manzana, un altro fascista infiltrato nel Movimento Studentesco della facoltà di Magistero, molto legato a Serafino Di Luia.
(14) Il trattamento riservato a Mario Merlino dagli inquirenti, nel corso degli interrogatori ha dell'incredibile. Dai verbali, pubblicati integralmente da tutta la stampa italiana, risulta che non gli è stato chiesto né cosa abbia fatto nei giorni precedenti gli attentati, né quali fossero i suoi rapporti con elementi "estranei" al "22 Marzo", abbondantemente pubblicizzati nei giorni immediatamente successivi. Nonostante le innumerevoli, inedite rivelazioni fatte dalla stampa sul suo conto in questi mesi, egli non è stato più interrogato dopo il 9 gennaio. Il paragone con Pietro Valpreda sottoposto nei sei mesi successivi a circa 100 ore di interrogatorio pressante, lascia stupefatti. C'è da chiedersi perché Mario Merlino sia stato incriminato, dal momento che - a parte l'assoluta assenza di indizi obiettivi - non esiste contro di lui alcuna dichiarazione accusatoria - del resto mai richiesta - da parte dei testimoni e degli altri imputati. La sua posizione appare molto simile a quella di un teste a carico che si voglia "proteggere".
(15) Nel verbale di interrogatorio del 19-12-69, Mario Merlino insinua nel magistrato il dubbio che "la conferenza tenutasi nel pomeriggio degli attentati al "22 Marzo" sia stata organizzata per avere una copertura" e aggiunge "mi lasciò anche perplesso il fatto che venisse spostata improvvisamente dal Bakunin". A parte il fatto che egli era perfettamente al corrente che l'idea della conferenza proveniva da Antonio Serventi, detto "il Cobra", persona estranea al circolo e che lo spostamento "improvviso" - come gli era staio riferito telefonicamente da Emilio Bagnoli - era imputabile ad un ripensamento dell'ultimora degli anarchici del Bakunin, che non vollero concedere la propria sede per un dibattito sulla "storia delle religioni": in realtà l'unico fra i sei imputati che abbia un alibi decisamente traballante è proprio lui, Mario Merlino. Prelevato in casa dalla polizia alle ore 19 del 12 dicembre, un'ora e mezza dopo l'esplosione dell'ultima bomba romana (Altare della Patria: ore 17,24) e condotto in questura egli - a differenza di tutti gli altri fermati - verrà ufficialmente interrogato dal Dott. Improta soltanto il mattino successivo. (I verbale: ore 1l,45 di sabato 13).I,e sole domande che gli vengono rivolte riguardano il suo alibi per il pomeriggio del 12: ne fornirà uno falso. affermando di essere uscito di casa verso le 17 e di esservi tornato alle 19, dopo una passeggiata nella zona. Esce dall'interrogatorio turbato: confida a due anarchici che attendono il loro turno che la madre - interpellata telefonicamente dal dott.Improta - ha dichiarato che egli è uscito di casa prima delle ore 17. Chi ha un minimo di esperienza di uffici politici della questura conosce il trattamento che viene riservato in questi casi, ai fermati: contestazioni pressanti o, nella migliore delle ipotesi, isolamento assoluto in attesa di ulteriori verifiche. A Mario Merlino, invece, viene concesso di parlare liberamente con gli altri fermati, alcuni dei quali, la mattina successiva, lo vedranno gironzolare da solo nel cortile di S. Vitale. A 34 ore di distanza dal primo interrogatorio ne subisce un secondo (II verbale: ore 22 di domenica 14) nel corso del quale dà il via alla girandola delle accuse contro i compagni del "22 Marzo" e fornisce il suo secondo alibi. Incriminandolo per concorso in strage, il magistrato dimostrerà di non credere neppure a questo. In effetti il tempo che egli afferma di aver impiegato per recarsi dalla sua abitazione a quella della signora Minetti e viceversa, appare - ad un controllo anche superficiale - molto poco credibile. In quanto ai testi che confermano le sue dichiarazioni - Riccardo e Claudio Minetti - si tratta di due giovani fascisti, molto legati - per la particolare situazione familiare - a Stefano Delle Chiaie e abituali frequentatori assieme a Mario Merlino, dei campeggi paramilitari organizzati da Europa Civiltà. Ma quello che deve avere fatto maggiormente dubitare il magistrato della loro attendibilità è il fatto che Maria Grazia Minetti, la sorella maggiore che vive per proprio conto, quando i giornali riferirono i particolari dell'alibi fornito a Merlino dai fratelli, si recò da loro mettendone in dubbio la veridicità e fu picchiata violentemente. Resta da domandarsi, anche in questo caso. perché ai fratelli Minetti non sia stato riservato dagli inquirenti lo stesso trattamento - una denuncia per falsa testimonianza - del quale è stata fatta oggetto Rachele Torri, la zia di Pietro Valpreda.
(16) Inoltre nella zona di Roma dove il tranvetto fa capolinea, quella di Cinecittà, abitano una decina di aderenti all'Avanguardia Nazionale (come risulta dal taccuino degli indirizzi di Mario Merlino) e c'è la sede stessa dell'organizzazione fascista, affittata proprio in quei giorni.
III CAPITOLO
I fascisti
La crisi del fascismo squadrista
Nella primavera 1968 il neofascismo romano è in crisi,
battuto proprio nel suo feudo tradizionale: I'Università. Il 15 marzo, nella
facoltà di Lettere occupata, l'assemblea permanente del Movimento Studentesco
discute il programma per l'indomani, che prevede un incontro con le delegazioni
di altre sedi universitarie, gli studenti medi e alcuni rappresentanti della
UNEF parigina, dell'SDS tedesco e del Black Power americano. A qualche centinaio
di metri anche la facoltà di Legge è occupata, ma dagli studenti fascisti di
Caravella e pacciardiani di Primula Goliardica. Anche lì si discute di
"lotte contro il sistema", di "nuove strategie
rivoluzionarie". Nel pomeriggio un vicequestore, responsabile dell'ordine
nella città universitaria, si presenta per avvertirli che "i comunisti
stanno preparando un attacco per domani". Gli studenti neofascisti non lo
stanno nemmeno ad ascoltare, lo scherniscono. Lo stesso succede a Stefano Delle
Chiaie che più tardi cerca di convincerli dell'assalto imminente dei
"rossi". Qualcuno addirittura lo insulta, lui, il capo riconosciuto
dell'estrema destra extraparlamentare, gridandogli "servo dei padroni"
e "cane da guardia del capitale". Durante la notte nello scantinato
della facoltà scoppia una bomba che distrugge il locale delle caldaie e provoca
un incendio. Ma neppure questo attentato serve a creare la psicosi dell'attacco
comunista tra i giovani di Caravella e Primula Goliardica. Chi si aspettava una
loro reazione, chi ha bisogno di incidenti tra gli "opposti
estremismi" per spazzare via la marea nascente della contestazione
studentesca di sinistra, non ha tenuto conto della profonda crisi che travaglia
anche i seguaci del "Credere, Obbedire, Combattere".
A provocare i necessari incidenti provvederanno, allora. gli
squadristi di pelo vecchio. Il giorno dopo una colonna di circa 200 uomini
guidati da Giorgio Almirante, Giulio Caradonna e Luigi Turchi marciano verso il
piazzale della Minerva già affollato da migliaia di militanti del movimento
studentesco. Caradonna ha fatto le cose in grande: per l'occasione le sue
squadre di picchiatori sono arrivate da tutte le parti d'ltalia e sono armate di
spranghe di ferro, bastoni e catene. (1) Lungo la strada la
colonna fa una sosta alla facoltà di Legge per cacciare fuori gli studenti
irresoluti, i camerati rammolliti, e convincerli a partecipare alla azione. Ma
sono pochi quelli che si accodano.
Lo scontro nel piazzale della Minerva è violentissimo.
Superato il momento della sorpresa il Movimento Studentesco reagisce, caccia e
insegue i fascisti che per la ritirata hanno scelto la facoltà di legge.
Assediati da qualche migliaio di studenti esasperati, gli uomini di Caradonna
lanciano dalle finestre tutto quanto hanno sotto mano, persino delle scrivanie,
e feriscono molti degli assedianti. Nonostante i lanci le porte stanno per
cedere e i fascisti farebbero la fine che si meritano se non intervenisse
provvidenzialmente la polizia a disperdere gli studenti. (2)
I fascisti fermati, che vengono scortati uno a uno dagli agenti sino ai
cellulari, sono 162. Fra essi ci sono anche Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie
e una decina di bulgari reclutati al campo profughi di Latina, i quali non
saranno portati in questura: la polizia li lascia andare in una zona tranquilla
lontana dall'università. All'onta di essere stati sconfitti e salvati dalla
polizia i fascisti devono aggiungere l'amara sorpresa di avere visto tra gli
studenti che li assediavano molti dei "camerati" di Legge che essi
erano venuti a "salvare dai rossi".
Battuto militarmente, isolato politicamente, con una base
giovanile profondamente disorientata, per il fascismo romano è arrivato il
momento di elaborare una nuova strategia, sia per sopravvivere, sia per
continuare a fornire i servizi richiesti da chi lo paga.
Vita e opere di Stefano delle Chiaie
Sino alla primavera del 1968, e a partire grosso modo dagli inizi degli anni Sessanta, le caratteristiche del fascismo romano, il più importante e organizzato a livello nazionale, erano state ben diverse. E' possibile, e utile, ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia seguendo la vita e l'opera di uno dei più importanti leader, Stefano Delle Chiaie, detto il Caccola (che a Roma vuol dire basso di statura), 34 anni. studente fallito di scienze politiche, ufficialmente di professione assicuratore. Ex segretario della sezione missina del quartiere Appio dal '56 al '58, quell'anno il Caccola aderisce all'organizzazione neonazista Ordine Nuovo il cui fondatore a Roma è un giornalista del quotidiano Il Tempo. Pino Rauti, noto per aver coniato la definizione "la democrazia è un'infezione dello spirito". Nato ufficialmente su posizioni di dissenso dalla linea parlamentaristica del Movimento Sociale, Ordine Nuovo - come del resto tutti gli altri gruppi e gruppetti frazionisti dal MSI - ha in realtàˆ il doppio compito di ancorare ideologicamente i fascisti "puri" e più scatenati al controllo indiretto del partito e nello stesso tempo di assicurare al MSI la copertura necessaria per le sue attività a livello propagandistico-squadrista (3) Ma questo tipo di servizi non è necessario solo al Movimento Sociale. Quando nel 1960 Stefano Delle Chiaie fonda i GAR (Gruppi di Azione Rivoluzionaria), viene contattato, per tramite di un deputato missino, da un funzionario del ministero degli Interni: siamo ai giorni del governo Tambroni che si regge in parlamento sui voti dell'estrema destra ed è utile che i GAR, i quali sino ad allora si sono limitati ad azioni squadristiche all'interno delle università, programmino un'attività clandestina di appoggio allo stesso governo e alle forze politiche ed economiche che lo sostengono, in previsione dei mesi caldi e dei violenti scontri di piazza che stanno per arrivare. Nel luglio Tambroni è costretto a dimettersi ma la breve esperienza ha convinto molti dell'importante funzione che possono svolgere le squadre fasciste organizzate nei prevedibili, futuri momenti di tensione sociale e di tentativi reazionari.
Nel 1962 Stefano Delle Chiaie fonda Avanguardia Nazionale,
forse il più importante dopo Ordine Nuovo dei gruppi dell'estrema destra
extraparlamentare degli anni Sessanta. I reclutati provengono per la maggior
parte dalla piccola e media borghesia, sono i figli del ceto impiegatizio
tradizionalmente nostalgico, dei commercianti e dei nuovi imprenditori nati col
boom economico, più alcune frange di sottoproletari di borgata. I personaggi di
maggior rilievo sono i fratelli Bruno e Serafino
Di Luia, i fratelli Cataldo e Attilio Strippoli, i fratelli Coltellacci,
Flavio Campo e l'allora giovanissimo Mario Merlino.
I finanziamenti son consistenti: 300.000 lire al mese sono
assicurate da un noto cementiere lombardo, altri soldi arrivano da alcuni
notabili della capitale, e da ex gerarchi del regime fascista. In pochi mesi
Avanguardia Nazionale apre sezioni in via Michele Amari, via del Pantheon, via
delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, che diventa il covo principale dei
picchiatori.
L'organizzazione di Delle Chiaie svolge bene i compiti per i
quali è stata creata, e che sono di tipo assai diverso. Nonostante sia
ufficialmente in polemica col Movimento Sociale, per le elezioni comunali del
1962 Avanguardia Nazionale viene "affittata" dal candidato missino
Ernesto Brivio meglio noto come "l'ultima raffica di Salò", ex
brigatista nero ed ex uomo di fiducia del dittatore cubano Fulgencio Batista.
L'anno seguente il gruppo fascista entra in contatto coi monarchici che stanno
organizzando l'associazione paramilitare delle Camicie Azzurre. Durante il
congresso nazionale del MSI, che vede lo scontro tra i "duri" di
Giorgio Almirante, l'ex direttore della Difesa della Razza, e i
"molli" del rag. Arturo Michelini, Avanguardia Nazionale si schiera
coi primi, che dispongono di notevoli mezzi finanziari (4)
e nel corso della campagna elettorale per le "politiche" si mettono a
disposizione di Pino Romualdi, Luigi Turchi e Giulio Caradonna. Ma per capire
chi sta dietro ad Avanguardia Nazionale, oltre ai missini e ai soldi della
Confindustria, succede, sempre nel 1963, un altro episodio significativo. A
Roma, in visita al papa, arriva Ciombè, I'assassino di Patrice Lumumba, e a
caricare gli studenti di sinistra che manifestano la loro protesta in piazza
Colonna, ci sono, a fianco dei poliziotti e delle S.S. (le Squadre Speciali di
agenti in borghese agli ordini del commissario Santillo), i fascisti di
Avanguardia Nazionale che per l'occasione sono armati degli stessi manganelli
neri usati dalla polizia. Presente anche stavolta Mario Merlino che con il suo
capo Stefano Delle Chiaieè attivissimo nell'indicare agli agenti quali sono gli
studenti più in vista da inseguire e picchiare. (5)
Agli inizi del 1964 Delle Chiaie ricomincia a teorizzare, come ha già fatto nel 1960, la necessità di organizzarsi clandestinamente. Vanta certi contatti con ufficiali del SIFAR, sostiene che sta per succedere qualcosa di grosso e che bisogna prepararsi. (6) In primavera, in diverse sezioni di Avanguardia Nazionale, si svolgono dei corsi teorico-pratici sulla tecnica di fabbricazione degli ordigni esplosivi a miccia e a tempo. Le lezioni sono impartite dallo "scienziato", uno studente d'ingegneria meridionale che è anche l'autore dei manifesti del gruppo. Vi prendono parte un po' tutti i fedelissimi di Delle Chiaie, e in più Saverio Ghiacci, Paolo Pecorella e Pio D'Auria Non manca, naturalmente, Mario Merlino.
Testimonianza n. 8
"Mario Merlino mi disse che lui, Delle Chiaie e altri due erano stati
avvicinati da un ufficiale dei carabinieri e da un sottufficiale, tale
Pizzichemi o Pizzichemini, non ricordo bene il nome, i quali gli avevano
proposto di nascondere dell'esplosivo in alcune sezioni del PCI. che loro poi
avrebbero provveduto a far perquisire. aggiunse che gli suggerirono, come
obiettivi ideali per degli attentati, la sede romana della DC, quella della
Confindustria in piazza Venezia e quella della RAI".
La provocazione contro il PCI non riesce perché i tre
fascisti che avevano cercato di infiltrarsi in una sezione comunista vengono
riconosciuti e cacciati. Ma le bombe alla RAI e alla sede della Democrazia
Cristiana scoppiano davvero. Per questi attentati vengono arrestati e condannati
i fratelli Strippoli, Nerio Leonori, Antonio Insàbato e Carmelo Palladino,
tutti di Avanguardia Nazionale. Quando dopo qualche mese escono di prigione, i
cinque accusano Stefano Delle Chiaie di averli traditi perché gli aveva
garantito una "copertura" che in realtà non c'è stata.
Nonostante abbiano molto da fare, i fascisti di Avanguardia
Nazionale non trascurano quello che resta il loro territorio di caccia
preferito, cioè l'ambiente universitario. Il 25 aprile 1964, durante le
celebrazioni della Resistenza, assaltano gli studenti di sinistra sotto gli
occhi dei poliziotti impassibili, e la notte del 26, guidati da Serafino
Di Luia, irrompono nella Casa dello studente per farsi consegnare tre
"sinistri", ne feriscono gravemente due e se ne vanno indisturbati
cantando in faccia ai poliziotti che non sono intervenuti "Il 25 aprile è
nata una puttana e gli hanno messo nome repubblica italiana". Il mattino
dopo occupano la sede delI'ORUR, l'organismo rappresentativo studentesco, ed
espongono una bandiera con la svastica. Qualcuno protesta e i fascisti fanno una
sortita, colpiscono a colpi di martello degli studenti tra i quali c'è il
figlio del professor Pasquale Saraceno, che riporta delle fratture guaribili in
due mesi. La polizia si rifiuta sempre di intervenire, così come il rettore Ugo
Papi al quale si sono rivolti alcuni docenti democratici. Gli studenti aggrediti
ormai non sporgono neppure denuncia, anche perché chi si decide a farlo viene
minacciato personalmente di più gravi rappresaglie. E' in questo clima che il
gruppo universitario fascista Caravella ottiene la maggioranza assoluta nelle
elezioni universitarie.
All'inizio del 1965 Avanguardia Nazionale accorre sollecita
al richiamo di Giorgio Almirante che si appresta a scatenare un'altra offensiva
contro la gestione "molle" del segretario Arturo Michelini al
congresso del MSI di Pescara. I lavori si trasformano in una gigantesca rissa.
Dopo essersi scannati in pubblico Michelini e Almirante si accordano in privato:
il primo conserverà la segreteria del partito, al secondo andrà la carica di
presidente del gruppo parlamentare missino alla Camera. Alcuni delegati del
congresso scrivono delusi: "Il MSI è un porcaio in cui alcune migliaia di
imbecilli fanno la coda per avere l'onore di riempire la greppia a quattro
ruminanti".
Ma Stefano Delle Chiaie non si scandalizza. Promuove l'unità
dei gruppi universitari di destra, sempre divisi sul problema del controllo dei
fondi dell'organismo rappresentativo. Avanguardia Nazionale, Caravella, Ordine
Nuovo, i pacciardiani di Primula Goliardica, uniti, danno il via a una nuova
serie di violenze. Il 12 aprile 1965 arrivano al punto di interrompere la
lezione che Ferruccio Parri sta tenendo all'istituto di Storia Moderna.
Inneggiano al fascismo, lanciano candelotti lacrimogeni nell'aula, picchiano
degli studenti e insultano e prendono a spintoni lo stesso Parri (7).
Il rettore Papi non interviene. La Polizia ferma ed identifica gli studenti
aggrediti, lascia che gli aggressori si allontanino indisturbati. Sono gli
stessi che in quei giorni, aizzati da una campagna di stampa razzista condotta
dal Tempo e dal Messaggero. danno la caccia ai
"capelloni" di piazza di Spagna.
Alla vigilia del congresso nazionale del PCI, nell'inverno
del '65, appaiono sui muri di Roma migliaia di falsi manifesti stalinisti volti
a fomentare la scissione del partito: tra i vari "committenti" di
Avanguardiaˆ Nazionale non potevano mancare i Comitati Civici. (8)
Improvvisamente, nel 1966, Avanguardia Nazionale si
scioglie per rendere operativa la nuova politica "entrista" che
Stefano Delle Chiaie ha elaborato. Il programma si articola grosso modo su
questi tre punti:
1) I camerati più "duri" come Flavio Campo, Serafino
Di Luia, Saverio Ghiacci, devono scomparire per qualche tempo dalla
circolazione onde rifarsi una verginità politica in previsione di nuovi e più
impegnativi compiti;
2) Altri cameratiri entrano nel MSI per occuparvi posti chiave. Cataldo
Strippoli diventa dirigente nazionale giovanile, suo fratello Attilio segretario
provinciale del partito. Coltellacci, Perri, Di Giovanni e altri entrano nel
gruppo universitario Caravella. Mario Merlino, grazie ai suoi buoni rapporti con
Giulio Caradonna, sarà il nuovo segretario provinciale della Giovane Italia che
raggruppa gli studenti medi;
3) Stefano Delle Chiaie, il capo, resta invece nell'ombra con funzioni di
coordinatore. Gli rimangono al fianco Nerio Leonori e Carmelo Palladino, noti
"bombaroli".
Si tratta in realtà di una scissione simulata perché il
gruppo di Avanguardia Nazionale continuerà a frequentarsi. Anche la sua sede più
importante, quella di Via del Pantheon, rimane aperta.
In quel periodo Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino si fanno
vedere spesso in giro con un certo Jean, un francese dell'OAS che essi
presentano ai camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi. Assieme
al francese, secondo quanto dirà un giorno Merlino, depongono una notte un
ordigno esplosivo presso l'ambasciata del Vietnam del Sud, "per far
ricadere la responsabilità sulla sinistra". I contatti di Avanguardia
Nazionale con elementi dell'estrema destra internazionale non sono nuovi. Uomini
dell'OAS entrati clandestinamente in Italia sono stati aiutati da loro, uno è
stato ospite per diverso tempo nella casa di Serafino
Di Luia in via Gallipoli. Stefano Delle Chiaie compie frequenti viaggi in
Spagna, Austria, Germania, e nel 1962 ha partecipato, a Londra. al congresso per
la costituzione dell'lnternazionale Nera promosso da Colin Jordan, il capo del
partito nazionalsocialista inglese.
Tuttavia i tempi stanno per cambiare e in senso
sfavorevole, per il neofascismo romano. Il 27 aprile 1966, durante gli scontri
violentissimi provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di
Lettere, muore lo studente socialista Paolo Rossi. Un incidente, dirà la
polizia: il ragazzo si è sentito male ed è precipitato dalla scalinata. Invece
ci sono molti testimoni a dichiarare che PaoloRossi è stato picchiato e per
questo è caduto sul piazzale (9). Anche le foto parlano
chiaro, dimostrando le violenze dei fascisti che si accaniscono su studenti
isolati, mentre i poliziotti stanno a guardare. Riconoscibilissimi sono Serafino
Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto
Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.
La morte di Paolo Rossi risveglia le coscienze, mobilita i
giovani della nuova sinistra. Alcune facoltà vengono occupate. La notte tra il
28 e il 29 gli squadristi di Delle Chiaie aggrediscono nuovamente alcuni
studenti isolati, bloccano l'auto su cui viaggia la figlia del deputato
comunista Pietro Ingrao assieme a due amici assistenti universitari, a uno dei
quali un colpo di coltello asporta la falange di un dito. Tra i denunciati per
il vile episodio c'è Serafino
Di Luia ed un certo Angrillo, un militare dell'Aeronautica. Il 2 maggio
tutta l'universitàˆ romana è occupata. Tremila studenti riuniti in assemblea
e 51 docenti titolari di cattedra denunciano in una lettera inviata al
presidente della Repubblica "la situazione di violenza e illegalità che
regna nella città universitaria dove un'infima minoranza di teppisti che hanno
fatto propri i simboli del nazismo, del fascismo, delle SS e dei campi di
sterminio possono impunemente aggredire studenti e professori che non
condividono metodi e idee appartenenti al più vergognoso passato e condannati
dalle leggi di tutti i paesi civili". E concludono: "Di fronte a
questo stato di cose, anche noi ci sentiamo responsabili della morte di Paolo
Rossi perché abbiamo tollerato tutto ciòsino ad oggi". Il giorno
precedente un corteo di centinaia di operai si era recato alla Città
Universitaria per portare la propria solidarietà agli studenti occupanti. Il
ministro della pubblica Istruzione, a scanso di guai ulteriori, costringe alle
dimissioni chi, più degli studenti e dei professori democratici, è stato
responsabile per anni della situazione che ha portato alla morte di Paolo Rossi:
il rettore Ugo Papi. In una intervista rilasciata al giornale Rome Daily
American l'ex fascista Papi dichiara: "L'unico mio tortoè stato
quello quello di aver sempre cercato di ostacolare i professori di
sinistra". Eppure i fascisti attaccano ancora. Il 2 maggio 300 squadristi
guidati da Caradonna e Delfino danno l'assalto alla facoltà di Legge: ma ormai
gli studenti sono in grado di reagire e di battersi e anche la polizia
interviene (10).
In realtà, la presenza dei fascisti si era rivelata
utilissima per la creazione nell'Università di quel clima di terrorismo e di
rissa latente su cui il vecchio corpo accademico, incolto e clientelare, fonda
le sue tradizionali fortune. Impossibilitati a sviluppare la dialettica delle
idee, gli studenti di sinistra stentavano a mettere a fuoco gli obiettivi di
lotta avanzati e restavano prigionieri della logica anacronistica - anche se
legittimata da esigenze di conservazione fisica - della battaglia antifascista.
Dall'esperienza di quegli anni il corpo accademico e, più in generale, le forze
interne all'apparato statale. trarranno utili indicazioni per il futuro: in quel
momento, l'applicazione di alcuni elementari principi costituzionali nell'ambito
universitario nasce più dalla paura della reazione studentesca che da una, sia
pur tardiva, resipiscenza democratica delle autorità.
Esclusi per il momento, ma non ancora definitivamente,
dall'università, i fascisti dell'ex-Avanguardia Nazionale si mettono a
disposizione per attività esterne. Ma nel gruppo c'è qualche segno di crisi.
Stefano delle Chiaie non ha ancora risposto alle accuse che gli erano state
mosse dai suoi fedeli finiti in galera per l'attentato dinamitardo alla RAI di
via Teulada. Li abbia o no traditi, è un fatto che solo lui fra tutti riesce
sempre a cavarsela, a non avere noie con la polizia. Questo aumenta la sua fama
di intoccabile, di individuo potente e pericoloso ma nello stesso tempo lo
espone anche a certe critiche da parte di chi crede nella "rivoluzione
nazionale". Come, per esempio, Antonino Aliotti.
Aliotti è figlio di comunisti ma è anche uno sbandato che
è finito giovanissimo negli ambienti della estrema destra. In poco tempo è
diventato uno dei più noti picchiatori fascisti del gruppo di Delle Chiaie, ha
partecipato all'aggressione contro la figlia di Pietro Ingrao. Si sente un
"puro". Ma non è un irrecuperabile. Parte soldato e entra in crisi,
ritorna a Roma e comincia ad accusare il Caccola di averlo ingannato, di non
essere un "rivoluzionario" che lotta contro il sistema, bensì
un mazziere al servizio del sistema.
Dopo qualche giorno Antonio Aliotti riceve il primo
avvertimento. Viene fermato dalla polizia che gli perquisisce l'automobile: nel
cofano vengono trovati degli esplosivi che lui giura di non aver messo. E deve
essere vero visto che. processato, è assolto per insufficienza di prove A
questo punto Antonino Aliotti si è chiarito le idee sino in fondo. Affronta
Stefano Delle Chiaie e lo minaccia di rivelare pubblicamente i rapporti che lui,
il Caccola, mantiene col Ministero degli Interni. Passano pochi giorni, il
mattino del 25 febbraio 1967 Antonino Aliotti, ragazzo sbandato, viene trovato
morto a bordo della sua auto che ancora una volta è carica di armi ed
esplosivo. Suicidio, dice subito l'inchiesta di polizia. La sera prima di morire
Aliotti aveva cercato disperatamente di mettersi in contatto con alcuni amici,
anch'essi tutti dissidenti dal Caccola. Si scopre che sulla sua mano destra,
quella con cui si sarebbe sparato, c'è un graffio. Qualcuno si rivolge ai
carabinieri, racconta che Antonino Aliotti negli ultimi giorni era spaventato,
diceva di aver ricevuto delle minacce. I carabinieri filmano tutte le persone
che partecipano al suo funerale e poi interrogano quanti riescono a
identificare. Ma non si verrà mai a sapere se l'inchiesta ha portato a qualche
risultato.
Quasi nello stesso periodo Stefano Delle Chiaie conosce
un'altra persona destinata a una morte misteriosa: Armando Calzolari. Verso la
fine del 1967 lui e il gruppo della, ufficialmente disciolta, Avanguardia
Nazionale frequentano assiduamente la sede del Circolo dei Selvatici, in via
deil'Anima 55. Il circolo è la copertura culturale del Fronte Nazionale di
Junio Valerio Borghese. Mescolati tra generali in pensione, ex combattenti di
Salò, ufficiali dell'esercito e carabinieri in servizio e congedati, i mazzieri
di Avanguardia Nazionale assistono alle conferenze tenute da alcuni stimati
intellettuali dell'estrema destra, quali ad esempio il giornalista Giano Accame,
collaboratore del pacciardiano La Folla, del Borghese, del Fiorino
e corrispondente dall`ltalia del bollettino dell'NPD, il partito neonazista
tedesco di Adolfo von Thadden. (11)
La nuova tattica: infiltrazione e nazimaoismo
In questo periodo di forzata stasi, tra la fine del '67 e
i primi del '68, Stefano Delle Chiaie stringe nuovi legami con gli amici di
Junio Valerio Borghese, consolida quelli già esistenti con Giulio Caradonna,
Luigi Turchi e Pino Rauti, giornalista del Tempo di Roma. E' con lui
che, nella primavera del 1968, organizza il viaggio in Grecia per la quarantina
di fedelissimi amici dei colonnelli tra i quali c'è Mario Merlino. Ed è al
ritorno da questo viaggio che ha inizio la vasta operazione di infiltrazione
negli ambienti di sinistra e di creazione di nuovi gruppi fascisti mascherati
sotto etichette che riecheggiano vagamente la terminologia marxista. (12)
Mario Merlino, di cui abbiamo già raccontato la storia, è un esempio
macroscopico ma è solo uno fra i tanti. Alcuni altri sono questi.
Serafino
Di Luia. assieme a un gruppo di fedelissimi viene incaricato di
tenere sotto controllo i fermenti eterodossi della base neofascista che nella
facoltà di Legge ha il suo punto di maggior forza. (Basta pensare a come si
sono comportati questi "ribelli" dell'estrema destra in occasione
dell'assalto delle squadre di Giulio Caradonna contro il movimento studentesco).
Di Luia svolge egregiamente il suo compito, riuscendo via via a emarginare dal
Movimento Studentesco di Giurisprudenza (così si sono autodefiniti i fascisti
"ribelli") tutti quegli elementi che sono entrati in crisi quando la
mitologia fascista nella quale avevano creduto è crollata sotto l'incalzare
delle lotte del movimento studentesco. Con quelli che gli rimangono, fascisti
autentici, Serafino Di Luia
organizza il Movimento Studentesco Operaio d'Avanguardia e, più tardi, il
gruppo Lotta di Popolo. I cosiddetti nazi-maoisti si presentano nelle assemblee
del movimento studentesco gridando slogan tipo "Hitler e Mao uniti nella
lotta" e "Viva la dittatura fascista del proletariato", e
provocando spesso gratuiti scontri con la polizia. Inoltre Lotta di Popolo
rilascia numerosi comunicati stampa che, mascherati da una fraseologia
pseudorivoluzionaria, danno un taglio nettamente qualunquistico e provocatorio
alla critica svolta dal movimento studentesco contro i sindacati e i partiti
revisionisti e condannano l'aggressione israeliana in Medio Oriente in termini
razzisti e antiebraici. Questi comunicati vengono ampiamente ripresi dai
giornali del centro e della destra che,. gridando allo scandalo, li spacciano
agli occhi dei lettori come rappresentativi della ideologia e della politica del
movimento studentesco. Dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 la maggior parte
di questi seguaci di Serafino
Di Luia sono rientrati nel MSI o hanno ridato vita, sempre sotto la guida di
Stefano delle Chiaie, alla vecchia Avanguardia Nazionale ritornando ai metodi
squadristici di attacco frontale contro i "rossi" che usavano una
volta.
Attilio Strippoli. Sulla falsariga di Mario
Merlino fonda il sedicente anarchico Gruppo Primavera mettendo insieme una
decina di studenti medi della Giovane Italia. Il gruppo - come del resto il 22
Marzo di Merlino - ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di
prendere contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia, si scioglie e i suoi
aderenti tornano a militare nella Giovane Italia. Tentativi analoghi a quelli
sopra descritti avvengono, oltre che a Roma, anche a Milano, Napoli, Palermo,
Reggio Emilia e altre città. E' curiosa la "versione rurale" di
queste iniziative: a Cave, un paese a una sessantina di chilometri da Roma,
feudo elettorale di Giulio Caradonna e situato vicino a Artena, dove Junio
Valerio Borghese ha un castello e una tenuta, viene costituita la locale sezione
del Fronte Nazionale. La propaganda svolta tra i contadini, molti dei quali sono
iscritti al PCI, avviene con la diffusione del libretto rosso di Mao Tse Tung e
con argomentazioni prese a prestito dai giornali dei gruppi marxisti-leninisti.
Promotore dell'iniziativa è un certo Lippariti, intimo amico di Caradonna c di
Borghese (13).
Domenico Pilolli (14)
(Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale)
entrano nel Partito Comunista d'ltalia marxista-leninista. Ambedue vengono
scoperti e allontanati come provocatori. Domenico Pilolli è molto amico della
contessa F., moglie di un colonnello del ministero degli Interni, che diffonde a
Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD. Alfredo Sestili, che ha
partecipato al viaggio in Grecia con Mario Merlino, ha proposto spesse volte a
vari militanti del PC d'l di compiere attentati dinamitardi. Tre mesi dopo
l'espulsione dal partito marxista-leninista, il 15 ottobre 1968 è stato
arrestato assieme ad altri quattro fedelissimi di Stefano Delle Chiaie per
detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati alla sezione comunista
del Quadraro e a un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. (15)
Marco Marchetti. (16)
Tornato dal viaggio in Grecia, lascia Ordine Nuovo e entra nel comitato di base
del movimento studentesco del liceo Vivona. Scoperto e allontanato, rientra ad
Ordine Nuovo e partecipa alla ricostruzione di Avanguardia Nazionale. E l'elenco
potrebbe continuare. In generale la tattica usata è sempre la stessa: una volta
infiltrati i fascisli svolgono il doppio ruolo di informatori (a favore dei loro
stessi camerati che sono rimasti all'esterno, o della polizia, o di agenzie di
stampa di destra) e di provocatori. proponendo attentati e cercando di causare
scontri con la polizia. Ma anche quando non c'è infiltrazione, i fascisti
tentano in tutti i modi di confondere le acque: basta pensare al gruppo di
Stefano Delle Chiaie che si presenta alla manifestazione contro la visita di
Nixon a Roma con i bracciali delle guardie rosse. Un altro personaggio assiduo
ai cortei organizzati dai giovani di sinistra, il cosiddetto "Lupo di
Monteverde", alias Buffa, ex legionario e istruttore dell'associazione
paramilitare Europa Civiltà, alternava la tuta mimetica dei paracadutisti
all'eskimo verde con il distintivo di Mao.
(1) All'assalto partecipa anche Ugo Venturini il capo dei volontari del MSI di Genova che hanno risposto all'appello di Caradonna. Ugo Venturini è "l'operaio di 32 anni. padre di due figli" che. ferito nello scontro tra fascisti e antifascisti che cercavano di impedire un comizio dell'onorevole Giorgio Almirante a Genova, nell'aprile 1970 è morto una settimana dopo per una sopraggiunta infezione da tetano e è diventato il "martire" del MSI nella campagna elettorale del 7 giugno Nelle foto degli incidenti il Venturini è riconoscibile nel gruppo di fascisti che. impugnando aste di ferro acuminate, si lanciano contro un gruppo di studenti medi: il suo nome figura nella lista degli arrestati e denunciati all'autorità giudiziaria (cfr. "Il Messaggero" del 17 marzo 1968).
(2) Un'ora e mezzo circa dopo l'inizio degli scontri (cfr. "Il Messaggero" del 17-3-68, quando già le autoambulanze avevano portato via una ventina di studenti feriti.
(3) Ordine Nuovo è nato nel 1956 dalla scissione dal MSI di un gruppo neonazista, Ha rappresentato un efficace punto di riferimento, organizzativo e propagandistico, per l'OAS e !e altre: organizzazioni europee del colonialismo negli anni '60. Subito dopo il colpo di stato in Grecia, il suo presidente Pino Rauti è stato ricevuto dal ministro Pattakòs, e da allora i rapporti con il regime dei colonnelli si sono fatti strettissimi. Nel '68 e '69 P. Rauti ha fatto frequenti viaggi a Atene. Nella sede romana di Ordine Nuovo, via degli Scipioni 268, durante l'autunno-inverno '69. si sono tenute riunioni alle quali hanno partecipato membri dell'ESESI, la lega degli studenti greci fascisti in Italia. Nello stesso periodo gli iscritti al Fronte d'Azione Studentesca - la sezione giovani di Ordine Nuovo - hanno compiuto numerose azioni squadristiche davanti a licei romani e contro sezioni di partiti di sinistra. Il 15 novembre 1969 il gruppo dirigente di Ordine Nuovo è improvvisamente confluito nel MSI. dove è stato cooptato nel comitato centrale. A Pino Rauti è stata affidata la direzione del settore Iniziative sociali e di pubblica opinione. Tra i membri più attivi del gruppo ci sono Paolo Andreani, Giulio Maceratini, Carlo Magi, Giuseppe Spadaro, Gaetano Grazioni, Salvatore De Domenico, Oscar Marino, Paolo Zanadoff, Antonio Lombardo, Franz Primicino, Nunzio Bragaglino, i fratelli Cascella, Fabio Mari, Domenico Pilolli, Tommaso Mauro, Grillo e Cospito. Ordine Nuovo ha organizzato esercitazioni a fuoco nella zona di Tolfa. nei dintorni di Civitavecchia. L'incaricato alle armi è Daniele M., abitante a Roma, in via Ugo Bignami.
(4) In quella occasione l'on. Giovanni Malagodi "dirottò" parte dei fondi confindustriali a lui destinati verso la corrente di Almirante, preoccupato della concorrenza elettorale che un MSI " moderato" avrebbe potuto esercitare nei confronti del PLI (cfr. Le nuove camicie nere di M. Giovana - Ed. I Radar, 1966).
(5) Della esplicita connivenza tra fascisti e polizia parlò diffusamente anche la stampa estera. Per soffocare lo scandalo il Ministero degli Interni sciolse le squadre speciali in borghese e trasferì il commissario Santillo dalla Questura di Roma a quella di Reggio Calabria.
(6) Su questo tipo di reclutamento esistono varie testimonianze. Un ex aderente all'organizzazione giovanile pacciardiana "Primula Goliardica" dichiara, ad esempio, che lui ed altri iscritti parteciparono, nell'estate del 64, ad un corso di addestramento para-militare tenuto da ufficiali del SIFAR in una località della Sila. Nel 1969 uno di questi ufficiali, per I'esattezza un colonnello, volle essere presente, nell'ufficio politico della Questura di Roma, agli interrogatori di alcuni fascisti, sospettati di attentati dinamitardi. fra i quali un paio dei suoi ex "allievi".
(7) In quella circostanza distribuirono il seguente volantino:"Giovani! A voi che rappresentate il futuro della Nazione spetta il dovere morale di dire "basta" alla banda di cialtroni che da vent'anni appesta l'aria della nostra Patria. Dire "basta" ai rinnegati che con il loro tradimento videro coronato vent'anni fa il loro servilismo. Dire "basta" ai rinnegati che ancora oggi celebrano la vittoria di quegli eserciti stranieri che permisero d'instaurare in Italia il più infausto sistema di governo che la nostra Storia ricordi! Firmato: Avanguardia Nazionale. Iniziativa Rivoluzionaria MSI (via del Pantheon 57)".
(8) La denuncia, presentata all'autorità giudiziaria dal PCI, non ebbe seguito nonostante alcuni fascisti di AN fossero stati fermati e identificati dalla polizia durante l'attacchinaggio, forse perché scambiati per autentici comunisti. Questi - tra i quali Flavio Campo - furono condannati in Pretura ad una multa per "affissione in luogo non idoneo"(!). La divisione dei tre milioni di compenso diede luogo a contestazioni. Il Delle Chiaie - che aveva rinnovato il guardaroba ed acquistato un'auto Austin A40 nuova fiammante - fu accusato dagli altri di aver fatto la parte del leone.
(9) 1I quotidiano Il Tempo, tradizionale sostenitore - in alcuni casi - "ispiratore" dell'Avanguardia Nazionale. scrisse che Paolo Rossi "era precipitato per un attacco di vertigini, causato da una crisi epilettica". I genitori del ragazzo - provetto rocciatore - querelarono il giornale. La Magistratura, in base alle risultanze dell'autopsia, aprì un'inchiesta che si concluse, un anno più tardi, con una archiviazione motivata dalla formula "omicidio ad opera di ignoti".
(10) Emersa drammaticamente la sua connivenza con i fascisti, il commissario l)'Alessandro - responsabile dell'ordine pubblico nella città universitaria - fu rimosso dall'incarico e trasferito.
(11) Nel novembre 1967 il tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà, ex ufficiale del SIM e comandante dei corsi di ardimento della scuola militare di Cesano, ha rilasciato a un giornalista del settimanaleABC, convocato d'urgenza nel suo appartamento in via Gianicolense a Roma, clamorose dichiarazioni riguardanti il tentato colpo di Stato del luglio '64. Il colonnello Podesà ha affermato di essere stato avvicinato allora dal giornalista Giano Accame che gli propose di collaborare con il movimento Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi in vista dei "gravi compiti che attendevano tutti gli uomini d'onore e tutti i veri soldati". Per questo il Podestà si era impegnato a prendere contatti con "elementi fidati" come il colonnello dei paracadutisti Palumbo e altri ufficiali della scuola di Cesano. Accertata la sua disponibilità , Giano Accame lo presentò all'onorevole Randolfo Pacciardi il quale, dopo alcuni colloqui interlocutori, gli propose " un'azione dolorosa ma necessaria per riportare l'ordine in Italia", e cioè l'eliminazione fisica dell'allora presidente del consiglio Aldo Moro. Sempre secondo il Podestà, Pacciardi aggiunse che "in vista dei disordini che ne sarebbero seguiti. sarebbe entrato in funzione un piano - concordato con il generale De Lorenzo - che prevedeva l'arresto, ad opera dei carabinieri, di parlamentari, sindacalisti e militanti di sinistra". L'operazione si sarebbe conclusa con l'accentramento di tutti i poteri nelle mani del presidente del Senato Cesare Merzagora. Il colonnello Podestà disse di avere finto di stare al gioco "per prendere tempo e mettersi in contatto con altri eventuali complici" ma poche settimane dopo fu "inspiegabilmente" trasferito da Roma a Trieste. A pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni rilasciate a ABC Roberto Podestà è stato arrestato e rinchiuso a Regina Coeli per "irregolarità amministrative"
(12) Non tutta l'ex Avanguardia Nazionale vi partecipa. Alcuni confluiscono nei vari Ordine Nuovo, G.A.N., Europa Civiltà, Nuova Caravella, Fronte Nazionale: è una diaspora, comunque, più apparente che reale: nelle migliori tradizioni "politiche" del gruppo la maggior parte dei suoi membri manterrà regolari contatti fino a ricostituirsi ufficialmente, nell'inverno del '69, sotto il vecchio simbolo della "runa". Infiltrazione a parte, in questi ultimi due anni alcuni di essi continueranno a praticare l'attività in cui eccellono, quella degli attentati dinamitardi. Calcolando, per difetto, negli anni tra il '62 e il '67 il gruppo compie a Roma una quindicina di attentati "ufficiali" - per i quali undici dei suoi membri vengono condannati a lievi pene detentive - ed una ventina di attentati "ufficiosi" la cui paternità è nota a tutti tranne che alla polizia. Ai primi di settembre del '68, in sei o sette viaggi successivi, arrivano a Roma tra i 200 e i 250 chilogrammi di esplosivo, il cosiddetto "plastico viola". Provengono dalla Germania, nascosti nelle ruote di scorta di alcune auto e - divisi in pacchi di 5 chilogrammi l'uno - vengono nascosti in tre luoghi diversi. Una parte verrà usata in ottobre per gli attentati agli automezzi di P.S. in via Guido Reni, in novembre per quelli ad una scuola elementare e a due licei, e in dicembre per gli attentati ai distributori di benzina. Considerando gli altri attentati "minori" fatti nella capitale nel '69 ed eventuali "esportazioni", ne resta sempre una discreta riserva. Complessivamente finiscono in galera soltanto cinque h avanguardisti E' il loro leader indiscusso, Stefano Delle Chiaie - il quale trascorrerà i mesi di marzo-aprile in frequenti "missioni" al nord Italia - non ha problemi di "repressione". Una volta soltanto, nel 1962, fu arrestato con una pesante imputazione - aggravata da una precedente, antica, condanna a 1 anno con la condizionale - ma riuscì a cavarsela grazie al camerata Ernesto Brivio il quale - confiderà il Delle Chiaie ad un'amica - sborsò un milione "per cavarlo dagli impicci".
(13) Gli autori di questa inchiesta sono venuti a conoscenza, tramite la segnalazione di alcuni contadini del luogo, che nel fondo circostante la villa del Lippariti esisterebbe - sepolto accanto a un pilone dell'energia elettrica - un notevole quantitativo di esplosivi e di armi da guerra. La cosa, per scrupolo, viene notificata "a chi di dovere".
(14) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.
(15) I nomi degli altri arrestati sono: Carmine Palladino, già implicato nell'attentato alla RAI del 1964, Claudio Fabrizi, Gregorio Manlorico, Lucio Aragona, tutti di A.N., e Corrado Salemi, guardiano della sezione del MSI del Quadraro. Alfredo Sestili è molto legato a Mario Merlino. I due si frequentarono assiduamente durante lutto il 1969. Il 12 dicembre 1969, giorno degli attentati. passarono la mattinata assieme in casa della studentessa G.M., figlia di un alto funzionario del Ministero degli Interni.
(16) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.
IV CAPITOLO
Controinchiesta
E' circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre
1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano
.Giunto nell'atrio dell'ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un
momento, accende una sigaretta. E' indeciso, non sa se uscire, andarsene a casa,
oppure rimanere ancora qualche minuto, fare un ultimo giro negli uffici della
Squadra mobile che stanno lì di fronte a lui? dall'altra parte del cortile.
Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si
sente stanco, avvilito: si sa già che nella mattinata è stato arrestato un
anarchico di nome Valpreda; c'entrerà davvero con le bombe di Piazza Fontana? E
poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano
dell'ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani
della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdì delle bombe,
sono sottoposti a continui interrogatori.
L'uomo, Aldo Palumbo, cronista dell'Unità di
Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi
altri due, ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del
muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà
sul selciato del cortile, per metà sulla terra soffice dell'aiuola. Palumbo
rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al
corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito gridando corre a dare
l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono
rimasti in sala stampa quando lui è uscito.
La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con
la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al
momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura, scrivono che il
suicidio è avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti. stranamente
questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a giorni
seguenti. stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si
corregge a "circa mezzanotte", poi lo si sposta ancora indietro, sino
ad arrivare, a un tempo ufficiale: "Pinelli è morto alle ore undici e 57
minuti del lunedì notte 15 dicembre".
Ai primi di febbraio, dall'inchiesta condotta dalla
magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla
questura al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento
di una autoambulanza è stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si
può stabilire con certezza l'attimo esatto,che risulta essere mezzanotte e 58
secondi. Come dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si
sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella
notte. Si è trattato di una svista collettiva e abbastanza clamorosa, per gente
abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare
per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? E' un fatto
però che nel frattempo sono successe due cose strane.
Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti
della squadra politica della questura si sono presentati al centralino
telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione
della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che è la
magistratura, e non la polizia, che si occupa dell'inchiesta sulla morte di
Pinelli? Perchè preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'autoambulanza
se le cose si sono svolte così come sono state raccontate? La risposta potrebbe
essere questa: la chiamata è stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse
dalla finestra.
Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la
prima persona che si è avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della
questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno è entrato, ha rovistato
dappertutto, ha aperto i cassetti, rovesciato mobili, frugato negli armadi.
Ladri? Sarebbero dei ladri ben strani considerato che non rubano né le
tredicimila lire che erano in una borsa, e che pure devono aver visto poichè la
borsa è stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa,
pure trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa,
qualcosa collegato agli istanti in cui il giornalista fu vicino, e da solo, a
Giuseppe Pinelli morente: oppure si è trattato di un avvertimento, un monito a
tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere
sospettato di sapere qualcosa, forse di avere sentito mormorare da Pinelli, un
nome, una frase.
Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare
pesanti sospetti sulla versione dell'anarchico morto suicida. In realtà ce ne
sono molti altri, e sono questi.
Pinelli cadde letteralmente scivolando lungo il muro, tanto
che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni Sottosanti la finestra
dell'ufficio politico: non si è dato quindi nessun slancio.
Cade senza un grido e i medici stabilirono che le sue mani
non presentano segni di escoriazioni non ha avuto cioè nessuna reazione a
livello di istinto, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a
proteggersi durante la "scivolata".
La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni
contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima: quando Pinelli ha
spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. La
seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e
ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo frenato lo slancio:
come dire, ecco perchè è scivolato lungo il muro. Ma questa versione è stata
resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza
della caduta. Infine l'ultima, la più credibile, fornita "in
esclusiva" il 17 gennaio al Corriere della Sera: quando Pinelli ha
spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e uno dei sottufficiali
presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo "cercò di afferrarlo e
salvarlo; in mano gli rimase soltanto una scarpa del suicida". I
giornalisti che sono accorsi nel cortile subito dopo l'allarme lanciato da Aldo
Palumbo ricordano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.
Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul
movente del suicidio.
Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del
12 dicembre era crollato e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione
estrema, gridando " è la fine dell'anarchia".
Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era
risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno di
noi riesce a spiegarsi i suo gesto. Dando questa seconda versione, la polizia
afferma anche che la tragedia è esplosa nel corso di un interrogatorio che si
svolgeva in un'atmosfera del tutto legittima, civile, e tranquilla, con scambio
di sigarette e altre delicatezze del genere. (1) L'anarchico
Pasquale Valilutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe e il
lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha
fornito invece questa testimonianza:
"Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con
Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del
quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da
Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un
funzionario si è arrabbiato perchè parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere
nella segreteria che è adiacente all'ufficio del Pagnozzi (un altro
commissario, come Calabresi, dell'ufficio politico: n.d.r.): ho avuto occasione
di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori
per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al
Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto
pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra
stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto
dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso
molto amareggiato. Siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei
caffè, e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto
significative. Io gli ho detto: " Pino, perchè ce l'hanno con noi? "
e lui molto amareggiato mi ha detto: " Sì ce l'hanno con me ". Sempre
nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha
risposto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto a una
guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse
per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente il più pesante di
quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione. Dopo un pò,
verso le 11,30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa e ho pensato
che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un pò di tempo
c'è stato il cambio della guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno
fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto
gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si è
gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi
hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma che non vi sono riusciti.
Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda,
facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli
cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in
pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose
mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano
fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che
dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di
corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi
nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioè la
stessa caduta di Pinelli: n.d.r.) Calabresi non è assolutamente passato per
quel pezzo di corridoio (2).
Dunque l'ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non è
stato così tranquillo come si è cercato di far credere, ed è falso anche che
al momento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse
presente nella stanza. Ma perchè queste menzogne? La risposta può essere
trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle
settimane seguenti.
"Quando l'anarchico fu trasportato nella sala di
rianimazione dell'ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza.
aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva
essere stato provocato da ragioni organiche (cioè il gran colpo dell'impatto
col terreno o qualcos'altro) oppure psicologiche (cioè lo stato di tensione
precedente la caduta: ma questa sembra un'eventualità meno valida). Il
particolare che più stupì i due medici fu che il corpo, almeno a un esame
superficiale, non presentava nessuna lesione esterna nè perdeva sangue dalle
orecchie e dal naso, come avrebbe dovuto essere se Pinelli avesse battuto
violentemente al suolo con la testa.
"Una constatazione, questa, che fa sorgere subito
un'altra domanda in chi non ha mai voluto credere alla versione del suicidio: se
è vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare
all'altezza del collo, quale si sarebbe potuta produrre battendo al suolo con il
capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano nè il volto e la testa
presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi a una seconda
domanda: non è possibile che quella lesione al collo fosse stata provocata
prima della caduta? Come e da cosa, non ci vuole molta fantasia per immaginarlo:
sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia si insegna quella
antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come karatè.
"Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno
prestato cure a Pinelli morente, n.d.r.) avrebbero potuto raccontare un altro
episodio. Quella notte del 16 dicembre, nell'atrio del Fatebenefratelli regnava
una grande confusione. Si era trasferito lì tutto lo stato maggiore della
polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era
presente anche all'interno della sala di rianimazione dove i due medici
cercavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli. Tranquillo, silenzioso, non
molto turbato dalla vista dell'operazione di intubazione orotracheale e di
ventilazione col pallone di Ambù alla quale l'anarchico veniva sottoposto, un
poliziotto in borghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo
all'occhiello della giacca, non si allontanò neppure per un attimo dal lettino
dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo (...) Chi gli
ha dato l'ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorità che non
è tollerato negli ospedali? e perchè è entrato, che cosa pensava o temeva che
Pinelli potesse dire prima di morire?".
I risultati dell'autopsia, dalla quale sono stati esclusi i
periti di parte, non vengono resi noti. Di due medici - Gilberto Bottani e
Nazareno Fiorenzano - che hanno tentato di salvare Giuseppe Pinelli, solo il
secondo, e solo molte settimane più tardi,e solo dietro istanza dei legali
della moglie dell'anarchico, viene interrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi,
il magistrato cui è affidata l'inchiesta che nel mese di maggio 1970 si
concluderà con un sibillino verdetto di "morte accidentale" (non
suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha
mentito...). (3)
Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano è stato
interrogato, nel palazzo di Giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo
ha pesantemente "avvertito" che il caso Pinelli è un caso da
archiviare, e che perciò è meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma
cosa può aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli
morente? La testimonianza che egli rilascia a un collega, prima di essere
interrogato dal magistrato è questa:
"1) Gli infermieri che raccolsero Pino Pinelli ebbero l'impressione che fosse già morto.
2) Il massaggio cardiaco esterno gli fu praticato da un infermiere di nome Luciano.
3) Solo eccezionalmente - e per lo più nei vecchi con scheletro rigido - il massaggio cardiaco può produrre incrinature alle costole.
4) Da quando fu raccolto e fino alla morte Pinelli non emise nè un lamento nè una parola.
5) Quando arrivò al pronto soccorso del Fatebenefratelli Pinelli non aveva polso, pressione e respirazione. Appariva decerebrato; ma il dr. Fiorenzano non ebbe l'impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso e dalla bocca. Presentava un abrasione del cuoio capelluto come da colpo tangenziale. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.
7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso e pressione. Respiro periodico che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi, ecc. confermano che (parole testuali) "si trattava di un morto cui avevano ridato un pò di vita vegetativa". Rianimazione sospesa dopo 90'.
8) Il Dr. Guida arrivò tre minuti dopo Pinelli. Disse al Dr. Fiorenzano che doveva metterlo in condizioni di parlare perchè "fortemente indiziato". Quando il il Dr. Fiorenzano gli disse che non poteva fare nulla contro l'irreparabile, ebbe l'aria di scusarsi e se ne andò.
9) 11 Dr. Fiorenzano ignorava l'identita del ferito che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irritò molto i poliziotti.
10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole. che si era buttato dalla finestra. Sembrava che ripetessero una formula".
Anche a Milano serve un 22 marzo
La versione suicidio risulta tanto più
incredibile se si considerano le ragioni che avrebbero dovuto spingere Giuseppe
Pinelli a uccidersi. Non esistono ragioni soggettive (capo manovratore alle
Ferrovie. Pinelli era l'uomo sano, a posto fisicamente psicologicamente, con una
vita familiare solida, ecc), nè tanto meno ragioni obiettive. Il suo alibi è
autentico. e lui lo sa. Le minacce, i ricatti ai quali viene sottoposto per i
primi due dei tre giorni che egli passa in questura, dal venerdì delle bombe al
lunedì successivo, per Pinelli non sono una novità: è da settembre, dai
giorni dello sciopero della fame organizzato in solidarietà con gli anarchici
imprigionati per gli attentati del 25 aprile a Milano, che gli uomini della
squadra politica lo perseguitano, cercano di intimidirlo con lo spettro del
licenziamento dalle ferrovie, delle conseguenze che la sua militanza politica
avrebbero provocata alla famiglia. E anche il tentativo finale, mezz'ora prima
del "suicidio", di farlo sentire indirettamente coinvolto nella strage
col dimostrargli che, come risulta dal suo libretto chilometrico di ferroviere,
lui ha compiuto un viaggio a Roma nella notte tra l'8 e il 9 agosto e che
pertanto può essere ritenuto uno degli autori degli attentati ai treni, anche
questo tentativo non dà nessun risultato: Pinelli sa benissimo, come sa la
polizia, come sanno tutti, che quelle sono state bombe di marca fascista.
Eppure il tentativo viene fatto ugualmente, come ultimo
ricatto per fargli confessare qualcosa. qualche nome, qualche circostanza che
alla polizia, al commissario Luigi Calabresi preme molto: cioè quanto
servirebbe a far scattare il medesimo meccanismo che a Roma in quelle ore si è
già chiuso sul gruppo anarchico del 22 Marzo.
L'equivalente milanese del 22 marzo (inteso come retroterra
ambientale, politico e organizzativo nel quale sarebbe maturata la decisione di
compiere gli attentati) nelle intenzioni degli inquirenti e rappresentato da un
obiettivo molto più importante: qui non si tratta di quattro ragazzini
anarchici, se il colpo riuscisse si arriverebbe a mettere le mani addosso a un
personaggio e un ambiente di primo piano.
Il personaggio è Giangiacomo Feltrinelli. editore di
sinistra: discutibile sotto molti aspetti agli occhi della intelligenza
marxista, tuttavia per gli avversari, per il sistema, rappresenta uno dei
simboli più noti della contestazione e della rivolta, con le sue pericolose
collane di libri e di opuscoli a buon mercato in cui si predica la guerriglia e
il "creare due, tre, molti Vietnam", e si profetizza addirittura. nei
giorni caldi del luglio 1969, "la minaccia incombente di un colpo di stato
all'italiana", ovverossia "le ragioni e i modi con cui si tenterà di
imporre un regime autoritario in Italia". Per gli avversari, per il
sistema, poter dimostrare che Giangiacomo Feltrinelli è un estremista assassino
di fatto, oltre che sui libri, significa non solo spazzare via un pericoloso e
incomodo editore di sinistra ma anche vibrare un duro colpo ai seguaci non di
Feltrinelli ma dei suoi libri.
Poi Feltrinelli è un grosso pesce da far cadere nella rete
per altri motivi. E' lui, infatti, che ha fornito un alibi ai suoi amici
anarchici Giovanni e Eliane Corradini, incarcerati per gli attentati del 25
aprile. Quindi Feltrinelli porta ai Corradini, così come i Corradini portano
agli anarchici. E la soluzione dell'equazione a questo punto è elementare: il
"giro" Feltrinelli-Corradini-anarchici è responsabile delle bombe di
aprile come lo è di quelle bombe di dicembre; o viceversa, come si preferisce.
Già il 18 dicembre, durante la conferenza stampa del
questore di Milano, il nome di Feltrinelli viene indicato tra i "possibili
responsabili". Il 19 viene perquisito il suo studio per ordine del giudice
Antonio Amati (lo stesso che in aprile ha mandato in galera gli anarchici), e il
motivo ufficiale è la ricerca di un volantino simile a quello rinvenuto nei
pressi della bomba esplosa il 1° aprile e che dovrebbe trovarsi adesso negli
archivi della casa editrice di via Andegari. Il Corriere della Sera
riporta in prima pagina la notizia della perquisizione, scrive che il nome di
Feltrinelli, sussurrato nei giorni precedenti, entra ora nell'orbita
dell'inchiesta, e che la polizia. già poche ore dopo la strage di Piazza
Fontana, aveva richiesto alla procura l'autorizzazione "negata" a
perquisire il suo studio. Da quel momento i giornalisti borghesi, con alla testa
La Notte di Pesenti, e quelli della catena del petroliere Monti,
scatenano una campagna di stampa che senza mezzi termini crea la figura
dell'editore dinamitardo. Si parla esplicitamente di Feltrinelli come del
finanziatore dei gruppi anarchici. Ma Feltrinelli non c'è: è all'estero già
da molti giorni, da prima che il ministero degli Interni ordinasse il ritiro del
suo passaporto.
Altri giornalisti, più o meno in buona fede, raccolgono e
fanno circolare una nuova versione, pericolosa quanto sottile che viene
suggerita direttamente dalla polizia: non si può dire che Feltrinelli sia il
mandante: in realtà è successo che lui, impulsivo e sprovveduto. aveva
organizzato un certo traffico di esplosivo destinato alla Resistenza greca,
esplosivo che qualcuno è riuscito invece, con un tranello, a far dirottare
verso piazza Fontana. Tuttavia questa ennesima provocazione, almeno questa, non
riesce.
Perchè è morto Giuseppe Pinelli
Per l'obiettivo di fornire anche a Milano una
"organizzazione" equivalente a quella romana del circolo 22 Marzo,
Giuseppe Pinelli è destinato a svolgere un ruolo molto importante durante
l'ultimo interrogatorio che si svolge nell'ufficio al quarto piano del
commissario aggiunto Luigi Calabresi.
Il "giro" Feltrinelli-Corradini-anarchici è stato
prescelto e "il Pino" deve servire a incastrarlo. Se dirà quello che
si aspettano da lui, il successo dell'operazione è assicurato. Pinelli sarà un
teste credibilissimo per la sua insospettabilità, per il rifiuto della violenza
che ha sempre manifestato, perchè è un personaggio autorevole tra gli
anarchici. E' perciò il personaggio che ci vuole per realizzare la fase
conclusiva della manovra, i cui momenti precedenti sono stati:
nel gruppo prescelto si sono tenuti certi discorsi, si è parlato di armi, di guerriglia, di come opporsi a tentativi di colpo di Stato, ecc. (tutti argomenti che ormai vengono trattati anche nei salotti della borghesia progressista ma non importa; quel che conta, ai fini della complessa manovra, è che tali argomenti siano stati trattati anche in quel gruppo prescelto, perchè ciò è pregiudiziale;
nel gruppo si sono infiltrati dei provocatori-inforrnatori che hanno soffiato sul fuoco, hanno estremizzato al massimo il discorso, hanno proposto la necessità di passare dalla teoria alla pratica, ecc.;
nel frattempo sono stati commessi degli attentati la cui
firma è stata resa simile a quella che avrebbe lasciato tale gruppo se mai
li avesse commessi, e per questo l'opinione pubblica è già predisposta ad
accettarlo come quello dinamitardo per eccellenza.
A questo punto manca solo l'avallo di Giuseppe Pinelli. "Il Pino"
è ritenuto un emotivo che si può facilmente terrorizzare, e un ingenuo che
si può facilmente ingannare. L'interrogatorio si svolge secondo questo
schema:
intimidazione ("il tuo alibi per il pomeriggio del 12 è caduto");
il tentativo di fiaccare la sua resistenza fisica e psichica (non lo lasciano nemmeno dormire, lo tengono costantemente "sotto pressione";
il tentativo di impaurirlo facendogli balenare la possibilità di essere coinvolto tra gli autori della strage.
Ma gli alibi reggono, la resistenza
psico-fisica del Pino anche. Allora la musica deve cambiare, si passa
all'interrogatorio pesante, quello coi "rumori di sedie smosse, come di una
rissa", e gli vengono contestati fatti, nomi, circostanze precise. Ma un
interrogatorio di questo tipo è una specie di boomerang, per chiedere bisogna
per forza dire e il Pino, che ascolta attentamente prima di rispondere,
improvvisamente intuisce qualcosa. Intuisce che si sta cercando di farlo cadere
in una trappola, intuisce anche, grazie proprio a quei nomi e a quelle
circostanze che gli stanno contestando, la funzione di provocatore svolta da
qualcuno che si è infiltrato nel gruppo, coglie il legame che intercorre tra il
provocatore e qualcuno degli uomini che lo stanno interrogando. E invece di
tacere, invece di guadagnare tempo. emotivamente parla, indignato minaccia, e
chiede che certi nomi, certe sue affermazioni vengano messe a verbale.
Fra chi lo interroga, non tutti hanno capito quello che
Pinelli ha capito. Ma un paio di persone certamente sì. E allora parte, fra i
tanti quel colpo decisivo che fa stramazzare Pinelli sulla sedia, gli fa perdere
conoscenza. Pinelli sta male (si chiama in quel momento l'autombulanza?) Pinelli
ha bisogno d'aria. Bisogna avvicinarlo alla finestra, appoggiare il suo corpo
inanimato alla sbarra di ferro trasversale, bassa. Troppo bassa, non trattiene
il Pino, il Pino scivola giù nel vuoto.
Una disgrazia. Un malore prima e la disgrazia poi. Questa
all'incirca la versione che uno dei cinque presenti nella stanza (il commissario
Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, il tenente dei
carabinieri Sahino Lograno) (4) fornirà poi a un suo
superiore. Questa versione, attraverso un lungo giro, giunge anche a chi sta
conducendo questa controinchiesta. E sarebbe credibile, forse, se non vi fosse
quella lesione bulbare nel collo di Pinelli, se non vi fosse la sua totale
mancanza di riflessi durante la "scivolata" lungo il muro, indizio
evidente che non si trattava di un uomo colto da malore ma di un uomo inanimato.
Tuttavia credibile, forse, per chi era in quella stanza e non
ha saputo distinguere il colpo fatale vibrato sul collo del Pino, e non ha
capito perchè quel colpo è stato vibrato e perchè il Pino doveva cadere dalla
finestra.
Polizia e Magistratura parallele
Per giustificare il "suicidio", il
questore di Milano afferma nella conferenza stampa tenuta quella notte stessa
che il gesto compiuto da Giuseppe Pinelli equivale a una "autoaccusa".
Infatti gli anarchici sono i colpevoli degli attentati. Pinelli è un anarchico
e quindi, per sillogismo, è colpevole anche lui.
Molto prima del questore Marcello Guida la stessa certezza
era stata espressa dal commissario Luigi Calabresi il quale, a poche ore dalla
strage, ha dichiarato che essa è "opera degli anarchici". Idem un
magistrato, il capo dell'ufficio istruzione Antonio Amati: in piazza Fontana non
erano ancora arrivate le prime ambulanze ed egli consigliava già alla polizia
di "iniziare subito le ricerche negli ambienti anarchici".
Così la polizia, così la magistratura, Ma sarebbe più
esatto dire: così una polizia, così una magistratura. Infatti se mai ha avuto
un senso parlare di polizie e magistrature parallele, qui ci sono alcuni esempi.
Il procuratore della Repubblica di Milano, Ugo Paolillo, cui
spetterebbe di condurre l'inchiesta perchè è il procuratore di turno nel
pomeriggio del 12 dicembre, non sembra d'accordo con la tesi degli
"attentati di sinistra". Sin dalle prime ore l'onesto magistrato
protesta duramente contro la polizia che procede alle retate negli ambienti
anarchici e della sinistra extraparlamentare, ammonendo che, qualora non fossero
state rispettate le regole formali dei fermi (quello di Giuseppe Pinelli è un
esempio macroscopico di violazione: viene trattenuto per tre giorni e tre notti
in questura senza che il suo fermo venga notificato al palazzo di Giustizia),
egli avrebbe sconfessato il comportamento della polizia. (Un altro esempio
clamoroso di questa frattura che inizialmente esiste tra la questura e certi
magistrati, è quello dell'anarchico Leonardo Claps che, arrestato dalla
polizia, viene rimesso in libertà per ordine del procuratore della Repubblica,
arrestato di nuovo è di nuovo scarcerato: e così via).
Quando ancora l'inchiesta è affidata alla magistratura
milanese e al procuratore Ugo Paolillo in particolare. da Roma giunge il
pubblico ministero Vittorio Occorsio (5) che, "per
ordini superiori" e scavalcando di fatto Paolillo, procede ad alcuni
interrogatori degli anarchici rinchiusi a San Vittore. Al magistrato milanese
frattanto i superiori hanno affiancato un nuovo verbalizzatore, che ha ricevuto
l'ordine di essere sempre presente agli interrogatori.
Verso la fine di dicembre l'inchiesta viene trasferita da
Milano a Roma, in sede più vicina al potere politico centrale. Ugo Paolillo
ritiene però doveroso continuare le indagini che ha iniziato e che lo stanno
portando a battere piste decisamente di destra, e in particolare quella che
dimostra come almeno un provocatore si sia infiltrato negli ambienti anarchici
milanesi per svolgere lo stesso ruolo di Mario Merlino nel circolo 22 Marzo. Due
sottufficiali dei carabinieri, forse agenti del SID, aiutano il procuratore nel
suo lavoro. Sino a quando, improvvisamente, uno dei due viene posto in pensione,
I'altro trasferito a La Spezia. Da quel momento su Ugo Paolillo, magistrato che
non crede alle versioni precostituite, cala il sipario.
La stessa cosa succede all'interno della polizia. Di fianco,
parallelamente al commissario Luigi Calabresi che punta diritto sulla
colpevolezza degli anarchici. vi è il dirigente dell'ufficio politico Antonio
Allegra che sembra avere qualche dubbio. Ai fermati delle prime ore egli chiede
insistentemente notizie di U.R. che risulta collegato ai fascisti del MAR della
Valtellina, e di Antonio Sottosanti, detto Nino il fascista. Sottosanti è un ex
legionario, ex segretario della sezione milanese della pacciardiana Nuova
Repubblica, molto legato a tutte le organizzazioni dell'estrema destra
extraparlamentare. Nell'ultimo anno gli era riuscito ad infilarsi tra gli
anarchici milanesi del Ponte della Ghisolfa ed era entrato in contatto anche con
Giuseppe Pinelli che gli conserva i soldi della "Crocenera" (6)
da recapitare in carcere a Tito Pulsinelli, anarchico e amico personale del
Sottosanti. Contemporaneamente però manteneva i contatti con i fascisti e
avvicinava ex capi partigiani proponendo loro incontri con Pacciardi. Ai primi
di gennaio Antonio Allegra sta ancora battendo questa pista ed il giorno 11
parte da Milano in gran segreto per andare a interrogare Nino il fascista in
Sicilia, dove si è trasferito all'indomani della strage. L'interrogatorio si
svolge nella questura di Enna ma a fare domande non è il solo Allegra:
con lui è arrivato da Milano anche il brigadiere Vito Panessa, uno dei
fedelissimi di Luigi Calabresi che ha partecipato all'ultimo interrogatorio di
Giuseppe Pinelli. In quella stanza della questura di Enna, la situazione è
paradossale, se non altro da un punto di vista dell'ordine gerarchico: a
verbalizzare c'è un maresciallo, a porre domande il capo dell'ufficio politico
milanese, ma chi di fatto gestisce l'interrogatorio, scavalcando continuamente
Allegra, è il brigadiere Vito Panessa.
Le nuove accuse contro Pietro Valpreda
La morte di Giuseppe Pinelli è un imprevisto
che fa scricchiolare paurosamente tutta l'impalcatura delle accuse che si stanno
costruendo addosso a Pietro Valpreda e gli anarchici del 22 Marzo.Un suicidio
così non è incredibile, ma non credere nel suicidio vuol dire che la polizia
ha mentito, e se ha mentito in questa occasione perchè non dovrebbe aver
mentito anche in altre? Tutta l'inchiesta rischia di rimanere coinvolta, di non
apparire più attendibile di fronte all'opinione pubblica. Inoltre, la
testimonianza del taxista Cornelio Rolandi che ha inchiodato Pietro Valpreda
dicendo che si tratta dell'uomo.con la borsa nera che egli ha trasportato in
piazza Fontana mezz'ora prima della strage, non basta più. Rolandi ha
affermato, e la frase risulta dal verbale, che il questore di Milano gli ha
mostrato una unica fotografia e gli ha detto che quello era l'uomo che
"doveva" riconoscere.
Perciò bisogna correre in fretta ai ripari. A distanza di 88
giorni, la polizia milanese consegna al magistrato un vetrino giallo-verde, del
tutto simile a quelli usati da Pietro Valpreda per costruire le lampade tiffany.
Secondo la polizia il vetrino è stato trovato nella borsa che conteneva la
seconda bomba di Milano, quella della banca di piazza della Scala che non è
esplosa. Prima di allora, chi aveva avuto occasione di verificare il contenuto
della borsa (come il direttore della banca, il perito balistico Teonesto Cerri,
I'anarchico Sergio Ardau ) (7) non si era accorto
dell'esistenza di tale vetrino che costituisce - scrivono trionfalmente i
giornali di destra - la firma inequivocabile lasciata dal disattento Pietro
Valpreda.
Poi, a metà febbraio, ecco che spuntano i famosi "testi
romani" le persone cioè che sostengono che il sabato o la domenica dopo la
strage Pietro Valpreda era a Roma e non a Milano, come invece hanno sempre
sostenuto la zia Rachele Torri, la nonna Olimpia, la madre, la sorella e
un'amica d'infanzia di Pietro.
Per l'accusa i testi romani rappresentano una importante
"prova psicologica" perchè se Valpreda ha mentito sui due giorni
successivi. deve per forza avere mentito anche sul venerdì della strage: non a
letto malato in casa della zia Rachele, quel pomeriggio del 12 dicembre, ma in
giro per Milano col suo carico mortale da depositare nell'atrio centrale della
Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Ma sono davvero credibili i testimoni romani?
A proposito della testimonianza della soubrette Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River
Il 28 gennaio 1970 il settimanale Gente,
sotto il titolo "Le amiche raccontano la vita amorosa di Valpreda",
pubblica un'intervista con l'Ermanna Ughetto nella quale la ragazza, che ha
avuto con l'anarchico un breve flirt durante l`estate, afferma di averlo
incontrato l'ultima volta "una ventina di giorni prima" della strage
di piazza Fontana. Valpreda l'aveva aspettata al termine dello spettacolo del
cinema varietà Ambra-Jovinelli, I'aveva accompagnata prima in trattoria e poi
sino alla porta della pensione dove inutilmente le aveva chiesto di poter
passare la notte con lei.
E' lo stesso episodio che Ermanna Ughetto, due settimane più
tardi, riferisce al magistrato. Ma stavolta con la data spostata: non più
"una ventina di giorni prima" della strage, ma all'indomani di essa,
la sera del 13 o 14 dicembre, lei si è incontrata con Valpreda.
La mascherina del cinema-varietà Letizia Bollanti, sostiene
che l'incontro tra Pietro Valpreda e Ermanna Ughetto è avvenuto verso gli
ultimi giorni di novembre ma il magistrato non le dà retta. E lo stesso
sostengono i camerieri della trattoria Ciarla, dove Valpreda e la soubrette
hanno cenato: ma non risulta che siano stati interrogati dal giudice istruttore.
A proposito della testimonianza di Gianni Sampieri. attore comico disoccupato
Gianni Sampieri, vecchio attore senza lavoro,
monarchico (il padre recitò una volta in presenza di sua maestà), passa le sue
giornate nel bar accanto al cinema-varietà. Dal verbale risulta che la sera di
sabato 13 è seduto nella trattoria Ancora. vicino al Cinema Jovinelli. Entra
Valpreda con un giovane (dalla descrizione risulta essere l'anarchico Angelo
Fascetti). Valpreda ha un occhio gonfio: ci scherzano sopra. Parlano un pò:
Valpreda gli dice che tra qualche giorno partirà per Milano, dove spera di
trovare lavoro. Poi escono insieme, lui, Valpreda, e il giovane, e vanno nel bar
vicino, all'angolo di via Turati.
Ma Gorizia Palluzzi, proprietaria della trattoria Ancora, che
conosce Valpreda da sei anni, ricorda perfettamente che l'anarchico è entrato
nel suo locale per l'ultima volta il 3 o 4 dicembre.in compagnia di un certo
Angelino, cioè Angelo Fascetti. E il suo racconto concorda perfettamente con
quanto Valpreda ha dichiarato durante uno dei primi interrogatori. La donna per
quattro volte ha ripetuto la sua testimonianza al giudice ma non è stata
creduta.
Anche il cameriere dell'Ancora (il quale però non risulta
sia stato interrogato dal giudice istruttore) conferma di avere visto I'anarchico
solo una diecina di giorni prima degli attentati, seduto al tavolo del comico
Sampieri.
A proposito della testimonianza di Benito Bianchi, macchinista teatrale
"Era domenica 14 dicembre. Lo ricordo perchè ero stato a
Firenze a vedere Fiorentina-Roma. Valpreda entrò nel bar assieme al comico
Sampieri e a un suo amico. Ci fermammo un pò a chiacchierare di sport e
controllammo i risultati del totocalcio. Poi ci salutammo". Questo dichiara
Benito Bianchi, un teste giudicato insospettabile dall'accusa perchè è
iscritto al PCI.
Eppure Leo Rossellini, un avventore del bar che secondo
Benito Bianchi è stato presente al colloquio con Valpreda, interrogato dal
magistrato ha smentito la circostanza. Lo stesso fa Angelo Fascetti, l'amico
anarchico di Valpreda. Non appena legge le dichiarazioni dei testi romani,
Fascetti chiede di essere ricevuto dal giudice istruttore Cudillo. Gli dice che
il loro incontro, prima col comico Sampieri, poi con Benito Bianchi, risale a
molti giorni prima del 14 dicembre A quando cioè Pietro Valpreda aveva ancora
l'occhio nero, provocato durante una rissa avvenuta verso la metà di novembre
nella trattoria Mariòs di Trastevere. Il livido ai primi di dicembre era
sparito completamente. Inoltre la partita di calcio di cui avevano discusso non
era Fiorentina-Roma bensì Inter-Lazio, giocata il 30 novembre. Ma il giudice
Cudillo licenzia Angelo Fascetti senza far mettere a verbale le sue
dichiarazioni.
***
***
Chi, per assurdo, ritenesse Pietro Valpreda e
gli anarchici del 22 Marzo colpevoli degli attentati, dovrebbe concludere
logicamente che con loro è responsabile la polizia romana, dato che essa è
sempre stata minuziosamente informata da una spia circa le attività degli
anarchici.
La presenza di questa spia nel circolo di via del Governo
Vecchio è stata, dopo lunga reticenza, ammessa ufficialmente dai funzionari
dell'ufficio politico, i quali tuttavia si sono ancora per molto tempo rifiutati
di rivelarne il nome allo stesso magistrato sebbene ciò non fosse consentito
dalla legge (la norma "protezionistica" introdotta da Scelba per
cautelare i confidenti non era applicabile in questo caso giacchè non è estesa
ai poliziotti in servizio). E a quanti avanzano l'obiezione di cui sopra, e cioè
che la polizia doveva essere stata informata dalla sua spia di quanto gli
anarchici andavano architettando, si è dapprima risposto che ciò era
impossibile dal momento che la spia aveva cessato di frequentare il circolo dal
mese di settembre. Poi si dice che Andrea non potè sapere delle bombe perchè
negli ultimi tempi gli anarchici non si fidavano più di lui e lo lasciavano in
disparte.
Ma tutto ciòè falso.
La spia si chiama Salvatore Ippolito, calabrese, sedicente
studente, in realtà agente scelto di P.S., con residenza a Genova ma da tempo
domiciliato a Roma presso una pensione. Si introduce tra gli anarchici del
Bakunin nell'aprile 1969. Nel mese di settembre Salvatore Ippolito, che si fa
chiamare Andrea il genovese.ha lasciato la pensione ma continua a frequentare
assiduamente il 22 Marzo fino al 14 dicembre. Questo può essere provato da
diverse testimonianze dirette e indirette (queste costituite dal fatto che agli
anarchici continuamente fermati in quel periodo venivano contestate delle frasi,
precise alla lettera, che essi avevano pronunciato durante le loro riunioni:
tanto precise che più volte il circolo fu messo sottosopra alla ricerca di
eventuali microfoni installati dalla polizia). Tra le testimonianze dirette vale
la pena di citarne almeno una: "Verso le ore 22 di martedì 9 dicembre, tre
giorni prima degli attentati, Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese e
altri anarchici del 22 Marzo si incontrano con alcuni studenti di un collettivo
romano che stanno preparando un libro bianco sulla repressione in Italia. Tra
gli anarchici c'è anche Andrea il genovese, alias Salvatore Ippolito, spia
della polizia".
Questa testimonianza (come innumerevoli altre) smentisce
recisamente sia l'una che l'altra delle giustificazioni che si è preteso di
dare al fatto che la spia del 22 Marzo nulla seppe e nulla riferì delle bombe
che stavano per scoppiare.
"Andrea" infatti era sempre insieme a Valpreda e ai
suoi compagni e ancora nel pomeriggio dell'11 dicembre si trovava nella sede del
22 Marzo, in via del Governo Vecchio, quando a Macoratti - recatovisi dopo le
17,30 per vedere Valpreda - Bagnoli disse che il Pietro era appena andato via,
in partenza per Milano.
Il ruolo di Mario Merlino nell'inchiesta
La notte del sabato dopo gli attentati, I'anarchico
Enrico Di Cola viene interrogato nella questura di Roma. Gli chiedono di
denunciare Pietro Valpreda "perchè a loro serve un responsabile per la
strage di Milano". Di Cola rifiuta. Insistono, prima offrendogli dei soldi
poi minacciandolo. Un sottufficiale gli passa davanti alla faccia un tagliacarte
d'acciaio e un altro, mentre il funzionario che conclude l'interrogatorio è
uscito dalla stanza, dice all'anarchico: "Guarda che possiamo farti fuori
quando e come vogliamo. Tanto fuori di qui non sapranno mai come sei
morto...".
Qualche giorno dopo Enrico Di Cola viene rilasciato. Poi ci
ripensano, lo vogliono arrestare di nuovo ma Di Cola riesce a far perdere le
proprie tracce e sino ad oggi è rimasto latitante.
Uno che invece non fa difficoltà a riferire circostanze che
si tramutano immediatamente in atti di accusa contro Valpreda e i suoi compagni
del 22 Marzo, è Mario Merlino. E' stato fermato come gli altri verso le sette
di sera del venerdì, appena un'ora e mezzo dopo l'esplosione dell'ultima bomba
romana all'Altare della Patria. Siccome il primo alibi ("ero a casa
mia") non è stato confermato dalla madre, Merlino ne ha fornito un altro:
"Avevo un appuntamento alle ore 17 in casa della signora Minetti in via
Tuscolana 552 con il mio amico Stefano Delle Chiaie. Non lo trovai. Restai con i
figli della Minetti, Riccardo e Claudio...".
Merlino comincia a denunciare gli anarchici già nel secondo
interrogatorio di sabato mattina: "Il 28 novembre, a Santa Maria Maggiore,
durante il concentramento degli studenti, Roberto Mander mi chiese di
procurargli dell'esplosivo". "Il 10 o 11 c.m. incontrai Mander in via
Cavour. alle ore 20. Ci confermò quello che mi aveva detto Borghese e cioè che
tenevano un deposito d'armi e munizioni sulla via Casilina..." (non e mai
stato trovato n.d.a.). "Stamane in questura quando ho visto Mander e gli ho
detto che il Commissario mi aveva contestato l'esistenza del deposito (invece è
stato Merlino a parlarne col commissario, n.d.a.), egli ha esclamato "Sanno
anche questo" "Il Borghese mi riferì del deposito al 22 Marzo il 9 o
l0 dicembre. Pensai che volesse farmi unire a lui ed agli altri per qualche
azione. Io gli dissi che non mi sembrava il caso di parlare di queste
cose".
Nel terzo interrogatorio del 19 dicembre. Mario Merlino fa
notare al pubblico ministero Vittorio Occorsio che il motto di Valpreda era
"bombe sangue anarchia". Poi, suggerisce che "forse la conferenza
al 22 Marzo (alla quale hanno partecipato gli altri imputati romani. e che
costituisce il loro alibi per il pomeriggio del 12 dicembre, n.d.r.) fu fatta
per avere una copertura per gli attentati".
Il 9 gennaio. quando v iene interrogato dal giudice
istruttore Erneslo Cudillo, Merlino è costretto ad ammettere di avere
partecipato al famoso viaggio in Grecia. Però, spiega "ci andai perchè
era gratuito, nonostante non avessi mai svolto propaganda a favore dei
colonnelli", e precisa che "non ci furono conferenze e non fummo
ricevuti da personalità" (ma l'incontro dei fascisti italiani con il
ministro Patakòs è documentato in una serie di fotografie).
Da quel giorno di gennaio Mario Merlino non è più stato
interrogato. Eppure se solo il magistrato avesse insistito di più, magari
prendendo lo spunto dalle due curiose circostanze di un anarchico che va in
visita ufficiale nella Grecia dei colonnelli e che si fa fornire un alibi dai
figli di una donna, Leda Minetti, che da dieci anni è l'amica del più noto
boss del neofascismo romano Stefano Delle Chiaie, avrebbe potuto ricostruire
facilmente il personaggio Mario Merlino, così come è stato fatto nelle pagine
precedenti di questo libro. E partendo da lui, da questo Merlino fascista
infiltrato fra gli anarchici, il giudice avrebbe anche potuto delineare questi
profili di fascisti, per accorgersi che si tratta di tante tessere di un mosaico
al cui centro si trova la strage del 12 dicembre 1969.
Paolo Pecoriello, 25 anni. Nel 1964 partecipa
al "Convegno romano della gioventù nazionale" come delegato, assieme
a Mario Merlino, della sezione del MSI Istria e Dalmazia. Diventa un
militante dell'Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie ed è sempre in
prima fila nelle più importanti azioni squadristiche. Nel 1965, con il
finanziamento dei Comitati Civici, organizza una squadra che imbratta i muri
delle chiese di Terni con falci e martello e scritte blasfeme (8).
Partecipa, nella primavera 1968, al viaggio premio nella Grecia dei colonnelli.
L'8 agosto 1968 si trasferisce da Roma, dove è stato ospite del convento dei
padri Serviti di Santa Maria, a Reggio Emilia, dove è di nuovo ospite dei padri
Serviti nel loro convento della Ghiara retto da padre Gabriele Rocca noto perchè
ogni anno celebra messe in suffragio di Mussolini e dei caduti della Repubblica
di Salò.
A Reggio Paolo Pecoriello è ufficialmente impiegato negli
uffici del Commissariato della Gioventù Italiana; in realtà ha il
compito di"fare opera di agitazione politica", come dichiarerà lui
stesso in un verbale di polizia. Ai primi di settembre fonda una sezione di
Avanguardia Nazionale. In tutta la città compaiono svastiche e rune,
accompagnate da scritte "Viva l'esercito". L'onorevole Franco Boiardi
del PSIUP e il professor Corrado Corghi della sinistra cattolica vengono
aggrediti e malmenati dai fascisti di Avanguardia Nazionale.
Il 14 novembre Pecoriello e Graziano Zannoni,
dell'organizzazione clandestina fascista dei Figli del Sole, incendiano la
libreria Rinascita di Reggio: la benzina, 15 litri, è stata consegnata da padre
Paolo Bagnacani, amministratore del convento della Ghiara. Arrestati e
processati, i due sono condannati a quattro mesi con la condizionale.
Allontanato dal convento Paolo Pecoriello viene ospitato nel pensionato
Artigianelli in via don Zefferino Jodi, di proprietà delle ACLI reggiane.
Licenziato dalla Gioventù Italiana, trova lavoro presso la ditta di lampadari
Righi di Villa Rivalta.
Nel maggio '69 organizza la sezione reggiana dei GAN (via
dell'Abadessa), i Gruppi di Azione Nazionale promossi dal direttore del
settimanale fascista Il Borghese, Mario Tedeschi, e dal senatore
missino Gastone Nencioni. (9). Nel luglio è tra gli
organizzatori di un campeggio
paramilitare a Cervarezza, sull'Appenino Reggiano. L'iniziativa è stata
decisa in una serie di riunioni che si sono svolte a Rimini agli inizi
dell'estate. I fondi necessari, 3 milioni di lire, sono forniti da alcuni
industriali zuccherieri di Ravenna. La federazione comunista di Rimini, venuta a
conoscenza del fatto, provoca un'interpellanza alla Camera dei deputati e i
carabinieri intervengono per vietare il campeggio a soli quattro giorni dal suo
inizio.
Gli abitanti del paese di Busana, vicino a Cervarezza, hanno
sentito echeggiare colpi e raffiche di armi automatiche ma non risulta che i
carabinieri ne abbiano sequestrate o abbiano svolto indagini.
Nell'autunno Paolo Pecoriello, assieme a un fascista di
Reggio, Maurizio Faieti, fonda il Movimento nazionalproletario Corridoni che
diffonde davanti alle fabbriche volantini di contenuto vagamente
anarco-sindacalista. Nello stesso periodo Pecoriello cerca di prendere contatti
con l'Unione dei Comunisti Italiani marxisti-lenisti ma viene respinto.
In novembre, nella sede dei GAN in via dell'Abbadessa,
partecipa a un incontro tra fascisti locali e il presidente del Fronte
Nazionale, Junio Valerio Borghese (un secondo incontro avverrà alla fine di
gennaio 1970). Pecoriello si vanta in pubblico di avere ottimi rapporti con il
commissario Saviano della questura di Reggio, al quale si rivolge dandogli del
tu.
Un giorno di fine gennaio '70, Pecoriello smarrisce in un bar
di Reggio un opuscolo dal titolo "La giustizia è come il timone: dove la
si gira, va" firmato Fronte Popolare Rivoluzionario. (10)
L'opuscolo, diffuso clandestinamente in un migliaio di copie, è stato
pubblicato dall'editore-libraio di Treviso Gianni Ventura (autore anche della
rivista nazista Reazione. Il frontespizio suonava così "Per una
visione del Mondo che s'ispiri ai principi aristocratici dell'Autorità
dell'Onore della Gerarchia della Fedeltà: questi sono i termini della lotta
reazionaria e nazionale-rivoluzionaria). Nel febbraio 1970 l'editore Ventura è
stato denunciato da un suo amico come finanziatore, assieme ad altre due
persone, degli attentati dinamitardi avvenuti sui treni nel mese di agosto e per
aver affermato che davanti alle bombe del 12 dicembre si è "tirato
indietro, preoccupato per la strage che avrebbero provocato". (11)
Paolo Pecoriello è partito da Reggio Emilia a bordo della
sua "500" giovedì 11 dicembre, giorno precedente gli attentati, e ha
fatto ritorno alle ore 8 di sera di sabato. Al direttore del pensionato ACLI ha
detto di essersi recato a Roma per visitare certi parenti. Un mese dopo, alla
redazione in un settimanale romano è giunta una lettera anonima proveniente da
Casina, un comune della provincia di Reggio. La lettera diceva: "L'autore
di uno degli attentati di Roma è un fascista romano residente a Reggio
Emilia".
Bruno Giorgi, 28 anni. Romano, si è
trasferito a Reggio Emilia verso la fine del 1968. Il suo nome compare
nell'agendina di Mario Merlino. Compie frequenti viaggi in Germania e Romania,
spesso ha dichiarato di avere contatti con un gruppo clandestino di
anticomunisti rumeni che si ispirano alle Guardie di Ferro di Antonescu, un
movimento collaborazionista di nazisti nato durante l'occupazione.
Bruno Giorgi ufficialmente non lavora ma conduce un tenore di
vita abbastanza elevato ed è proprietario di una Fiat 2300 carrozzata Viotti.
Abita in via Doberdò, dove riceve numerose visite da fuori Reggio. E' in
contatto. come Mario Merlino, con gli ambienti della destra cattolica di Vicenza
e in particolare coi Comitati Civici. Anche lui ha partecipato
all'organizzazione del campeggio paramilitare di Cervarezza (v.
Paolo Pecoriello).
La sua attività politica si svolge all'interno del GAN, i
Gruppi di Azione Nazionale. E' collegato al movimento di estrema destra Pace e
Libertà di Rimini, fondato nel 1948 dall'ex giornalista dell'Unità Luigi
Cavallo. espulso dal partito comunista come agente della CIA. Il responsabile
attuale di Pace e Libertà è un certo Tassinari, ex insegnante di scuola media,
buon amico dell'avvocato missino Giuseppe Pasquarella e di alcuni esponenti
riminesi del PSU. Tassinari compie frequenti viaggi a Firenze, dove è in
contatto con un funzionario dell'USlS (United States Information Service). E'
stato anche un promotore dei Comitati Civici di Rimini.
Nell'inverno '69 Bruno Giorgi ha condotto da Parigi a Milano,
a bordo della sua auto, due rappresentanti dell'OAS francese che sono
intervenuti alla manifestazione dei fascisti europei svoltasi al cinema
Ambasciatori. La rivista comunista Reggio 15 lo ha denunciato detentore
di armi da guerra. (12)
Il 21 gennaio 1970 ha partecipato alla riunione promossa
dall'ex partigiano Rolando Maramotti per fondare il Movimento di Democrazia
Maggioritaria. Presenti noti avanguardisti locali come Maurizio Faieti, il
segretario del MSI di Trento Springhetti, Mario Salsi capo della sezione
reggiana dei Partigiani Cristiani (nati nel 1948 da una scissione dell'ANPI,
promossa e finanziata dall'ENI). Nella lettera di convocazione della riunione
era assicurata anche la presenza del dottor Grasselli, presidente
dell'Associazione Industriali di Reggio. Durante la riunione si era discusso di
organizzare un nuovo campeggio paramilitare di tipo "mobile", che
partendo dall'Appennino avrebbe dovuto trasferirsi per tappe sino in Austria e
in Germania. Bruno Giorgi si è preso l'incarico di mantenere contatti con
ufficiali dell'esercito italiano che gli avrebbero assicurato - secondo quanto
egli ha affermato - la fornitura di tende, e di 5 camion, qualche campagnola e
una cucina da campo.
Alla fine di gennaio Bruno Giorgi ha partecipato alla
riunione con Junio Valerio Borghese che si è svolta nella sede reggiana dei GAN
di via dell'Abbadessa.
Giovedì 11 dicembre, vigilia degli attentati di Milano e
Roma, è partito in auto da Reggio ed è rimasto assente alcuni giorni.
Giorgio Chiesa, 27 anni. Nel 1965 se ne va da
Parma, sua città natale, e ritorna dopo tre anni raccontando di essere stato
prima nella Legione Straniera e poi mercenario in Congo. Lavora alle dipendenze
di un avvocato missino di Piacenza, quindi si trasferisce a Milano. Gira armato
di pistola calibro 7,65 perchè, dice, è stato assunto come guardia del corpo
del senatore Gastone Nencioni. Tra il 9 e il 12 febbraio 1969, assieme ai
fascisti Bruno Spotti e Paolo Maini, lancia bottiglie molotov contro la sede del
PSIUP, la Camera del Lavoro e l'Associazione Partigiani di Parma. Nel marzo '69
si trasferisce a Rimini dove frequenta Adolfo Murri, attivista di Ordine Nuovo,
Ennio Magnani attivista del movimento Pace e Libertà e amico di Serafino Di
Luia, e l'avvocato missino Giuseppe Pasquarella amico di Caradonna e Romualdi,
del Tassinari di Pace e Libertà e dell'avvocato Cavallari della pacciardiana
Nuova Repubblica (intervistato nell'aprile di quest'anno da un giornalista di Panorama,
l'avvocato Pasquarella ha profetizzato che in Italia "sta per avvenire
qualcosa di grosso, per merito del PSU e del suo capo"). (13)
Giorgio Chiesa fa frequenti viaggi tra Roma e Milano. Ai
primi di aprile '69, assieme ad altri quattro fascisti che indossano come lui
tute mimetiche e caschi, fa irruzione nel manicomio di Colorno occupato da
medici e malati. Sono tutti armati di pistole lanciarazzi e bottiglie molotov ma
vengono ugualmente respinti. Per sfuggire ai loro inseguitori i fascisti si
rifugiano nella questura di Parma, da dove escono qualche ora più tardi in
abiti civili. La mattina dopo, alle 6, sono davanti alla facoltà di Scienze,
occupata, a sparare razzi contro le finestre.
A metà aprile, a Rimini, Giorgio Chiesa marcia assieme
all'avvocato Pasquarella, al capo dei Volontari del MSI Alberto Rossi e a
Nestore Crocesi, alla testa di una spedizione punitiva contro i
"rossi", al termine di un comizio del missino Romualdi. (Nestore
Crocesi è il braccio destro dell'avvocato Pasquarella. Ha due residenze, a
Rimini in via Clementina, e a Milano in via Albricci. Tre giorni prima degli
attentati sui treni e del 9 agosto, Crocesi è partito da Rimini. Anche il 9
dicembre 1969 è andato a Roma a bordo della sua auto Fulvia coupè, ma già
un'ora dopo la strage della Banca Nazionale dell'Agricoltura era a Milano, a
arringare la folla di piazza Fontana. (14) Poco dopo, con
altri fascisti, ha aggredito il senatore comunista Giuseppe Maris).
Ai primi di maggio 1969, Giorgio Chiesa è di nuovo a Milano.
Dorme nella pensione Sicilia di via San Maurillo, è in contatto con Antonio
Sottosanti detto Nino il fascista (infiltrato tra gli anarchici) e Gian Luigi
Fappani (infiltrato, per conto del SID, nel movimento studentesco). (15)
Economicamente il Chiesa se la passa piuttosto male. Va per qualche giorno a
Rimini da dove ritorna con un passaporto falso, una lettera di raccomandazione
firmata da un colonnello dell'esercito e indirizzata ai "camerati
spagnoli", e un grosso rotolo di biglietti da 10.000 lire dice che deve
fare un lavoro che, se va bene, gli frutterà altri soldi e parla con molto
timore dei suoi "superiori" ("se mi ordinassero di ammazzare mio
figlio lo farei: con quelli non si scherza"). A Gian Luigi Fappani confida
che quelli di Rimini, tra cui c`è un avvocato del quale non vuol fare il nome,
sono disposti a pagare bene se "buttiamo le bombe nei posti giusti,
spaventiamo la gente e facciamo cadere il governo". Nella casa di Fappani
confezionano assieme dei congegni elettrici con innesco a tempo che Chiesa
prende in consegna "per metterli al sicuro in casa di un amico". In
quei giorni è ospite di Serafino Di Luia (appena ritornato da Francoforte con
una Volkswagen targata Germania e molti soldi) nella casa che il boss del
neofascismo romano ha affittato sopra la sede della CISNAL milanese di via
Torino 48. Con i due stanno Nino Sottosanti e un certo Ercolino, sardo
disoccupato, appartenente alle SAM (Squadre d'Azione Mussolini). (16)
Il 25 luglio, nel palazzo di Giustizia di Milano, viene
rinvenuto un ordigno esplosivo a orologeria. Giorgio Chiesa e Di Luia non sono
più in città. Nella notte tra 1'8 e il 9 agosto, nove attentati sui treni. Il
capo della polizia Vicari afferma che si tratta di ordigni dello stesso tipo di
quello trovato inesploso nel palazzo di Giustizia a Milano. Gian Luigi Fappani
va dicendo in giro che lui sa chi sono i dinamitardi e viene interrogato dalla
polizia. Più o meno i congegni usati per gli attentati sui treni sono simili a
quelli che Fappani ha confezionato tempo prima con Giorgio Chiesa: le pile e i
contenitori sono gli stessi che hanno acquistato alla ditta Rime e in un negozio
vicino a piazza Fontana (tuttavia di questi attentati verranno incolpati gli
anarchici e lo stesso Giuseppe Pinelli, durante il suo ultimo interrogatorio). (17)
Chiesa e Di Luia, ricercati dalla polizia secondo quanto dichiarato da alcuni
quotidiani, sono scomparsi: il primo è a Parigi, il secondo viene segnalato a
Rimini e quindi a Milano. insieme ad un certo Victor Pisano. (18)
Nessuno pensa invece di fermare Nino Sottosanti.
Attualmente Giorgio Chiesa dovrebbe trovarsi in Spagna, forse
in carcere per reati comuni. Serafino Di Luia, ufficialmente in Germania, è
stato segnalato in più occasioni a Milano e a Roma. Nino Sottosanti a Piazza
Armerina in Sicilia. Gian Luigi Fappani han tentato di suicidarsi il 3 giugno
1970. Come Giorgio Chiesa, Fappani era balzato agli onori della cronaca al tempo
del giallo di Parma: ambedue erano stati indicati come i sicari assunti da
Tamara Baroni per uccidere la contessa Bormioli. Fappani, in marzo, doveva
essere l'autore di una provocazione organizzata dal giornalista del Borghese
Piero Cappello e da un dirigente del MSI milanese, Alberto Tanturri. In cambio
di soldi, passaporto e un lavoro in Francia. avrebbe dovuto fare clamorose
rivelazioni a dei giornali di sinistra, dimostrando come i fascisti fossero
implicati in una serie di attentati: salvo poi ritrattare il tutto e permettere
alla stampa di destra di montare una grossa speculazione sui sistemi usati per
incolpare i fascisti. La provocazione di Fappani però non è riuscita. (19)
Serafino di Luia, 26 anni, numero due dopo
Stefano Delle Chiaie dello squadrismo neofascista romano, abbondantemente
descritto nelle pagine precedenti. Per sei mesi, tra l'autunno del '67 e la
primaverà68 ha soggiornato a Monaco di Baviera, nota centrale assieme a
Francoforte del neonazismo tedesco. Subito dopo, anche se in forma non
ufficiale, ha partecipato con Mario Merlino e gli altri fedelissimi dei
colonnelli Greci al viaggio-premio ad Atene. Al ritorno collabora al tentativo
fallito di Mario Merlino di fondare il circolo pseudoanarchico XXII Marzo.
Organizza poi il nazi-maoista Movimento Studentesco di Giurisprudenza che si
trasforma, per maggiori esigenze mimetiche, in Movimento Studentesco Operaio
d'Avanguardia ed infine in Lotta di Popolo.
Si trasferisce a Milano ai primi del '69, abita in un abbaino
sopra la sede della CISNAL e fonda la sezione milanese di Lotta di Popolo, con
sede in via De Amicis. In aprile è a Monaco, negli stessi giorni in cui vi si
trova un amico dell'editore neo-nazista di Treviso Giovanni Ventura. Con Giorgio
Chiesa è a Rimini agli inizi dell'estate. Il 12 agosto, tre giorni dopo gli
attentati sui treni, viene segnalato a Parigi in compagnia di un altro
fedelissimo di Stefano Delle Chiaie, Saverio Ghiacci, spesso a Roma non vive in
casa della famiglia che abita ad Ostia ma in un piccolo appartamento al quarto
piano di via Tamagno 43 intestato al fascista Sandro Pisano. (20)
Tra novembre e dicembre '69, in questo appartamento, si è incontrato diverse
volte con Mario Merlino. Nello stesso periodo il fratello Bruno è segnalato tra
i partecipanti alla riunione promossa da Stefano Delle Chiaie in un'abitazione
di Cinecittà. Tema in discussione: la ricostituzione ufficiale di Avanguardia
Nazionale in previsione delle imminenti elezioni amministrative e regionali (tra
i presenti: Elio Quarino, Gianloreto De Amicis, Aldo Pennisi, Enrico e Gregorio
Mauroenrico, Alfredo Sestili, Lucio Aragona. Lorenzo Minissi e un certo
Strippella).
Nel 1970 dopo le rivelazioni di Gian Luigi Fappani sui
probabili autori degli attentati ai treni, Di Luia fa perdere le proprie tracce.
Ufficialmente è ricercato dalla polizia, ma senza molto impegno. (21)
In gennaio viene visto a Roma. in una pizzeria di via del Lavatore, a due passi
dal locale di via Dataria che è frequentato dai fascisti greci.
Chi è Giancarlo Cartocci
Giancarlo Cartocci, 24 anni, ex studente di ragioneria. Nel 1966 passa dal MSI a
Ordine Nuovo e diviene intimo amico di Mario Merlino (il suo nome è
nell'agendina persa dall'"anarchico" del 22 Marzo). Dopo il viaggio in
Grecia, aderisce al Movimento del 22 Marzo). Dopo il viaggio in Grecia. aderisce
al Movimento Studentesco di Giurisprudenza creato da Serafino Di Luia e dai
fascisti della facoltà di Legge. Con "smascheramento" degli studenti
nazi-maoisti, nel novembre
1969, Cartocci partecipa alla ricostituzione di Avanguardia Nazionale assieme a
Stefano Delle Chiaie, Bruno Di Luia, Adriano Tilgher, Sandro Pisano, Tonino
Fiore, Saverio Ghiacci, Marco Marchetti, Giuseppe Morbiato, Guido Paglia,
Roberto Palotto, Stelvio Valori, Francesco Mancini, Claudio Rossomariti, Cesare
Perri, Vito Pace, Nerio Leonori, Domenico Pilolli, Antonio Jezzi e altri.
Contemporaneamente Cartocci frequenta la sede romana di Ordine Nuovo in via
degli Scipioni e diventa l'uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese
e fondatore dei GAN, i Gruppi di Azione Nazionale. Cartocci provvede alla
distribuzione tra i fascisti romani dei fondi del Soccorso Tricolore. Come altri
del suo gruppo risulta essere in contatto con uomini del ministero degli
Interni.
La notte degli attentati del 12 dicembre Giancarlo Cartocci
viene fermato a Roma dai carabinieri e messo in una stanza dove vi sono altre
persone fermate con lui. Ecco la testimonianza di una di esse: "Sono stato
prelevato in casa dai carabinieri, all'alba, e condotto al nucleo investigativo
di San Lorenzo in Lucina. Nella stanza trovai altre tre persone che attendevano
di essere interrogate. Due erano compagni D. e A., e uno un fascista, un tale
Cartocci che conoscevo come uno dei nazi-maoisti della facoltà di Legge. Aveva
cercato di infiltrarsi nel movimento studentesco ma era stato allontanato perchè,
oltre tutto, era nel gruppo fascista che nel febbraio '69 diede l'assalto con
bombe carta e molotov alla facoltà di Magistero occupata, provocando
indirettamente la morte di Domenico Congedo. Appena entrai mi chiese notizie di
Mario Merlino e io gli risposi che non ne sapevo nulla. Mi misi a parlare un pò
con gli altri compagni e lui si sdraiò su una panca. Dopo un pò entrarono
quattro
capelloni tedeschi con gli zaini, accompagnati da alcuni carabinieri. Un
capellone ci si avvicina e ci squadra, poi va accanto al Cartocci che stava
sdraiato con gli occhi chiusi e comincia a guardarlo. Quindi fa un cenno a un
carabiniere, come di assenso. Il carabiniere si avvicina a Cartocci. lo scuote e
lo fa alzare in piedi. Il tedesco lo guarda ancora, gli gira intorno, poi ripete
il cenno di assenso. Poi escono tutti, capelloni e carabinieri". Quei
"capelloni" tedeschi probabilmente sono gli stessi che, come scrissero
alcuni quotidiani all'indomani degli attentati, avevano visto fuggire un giovane
dal luogo della seconda esplosione dell'Altare della Patria. Giancarlo Cartocci
fu rilasciato quasi subito.
Nel marzo di quest'anno un giornalista di un quotidiano di sinistra romano
riceve da una persona la notizia che due giorni prima si era tenuta in città
una riunione riservatissima tra i rappresentanti di diverse organizzazioni
neofasciste. I delegati. giunti da Torino, Pavia, Messina, Bari, Napoli e altre
città italiane, avevano discusso il piano per una serie di attentati da
compiersi in diverse zone nei mesi di aprile e maggio, prima delle elezioni
amministrative e regionali. Il giornalista non dà molto peso alla notizia
sospettando una provocazione e si limita a segnare su un taccuino i nomi delle
uniche due persone che il suo confidente era stato capace di segnalargli. Dopo
una settimana cominciano gli attentati: a Torino, Pavia, Nervi, in Valtellina e
a Roma, in un laboratorio militare. I due nomi segnati sul taccuino del
giornalista sono quelli di Giancarlo Cartocci, via dei Campani 14, Roma, e di
Pino Tosca, via Cumiana, Torino.
Nel mese di maggio del '70 Cartocci si è incontrato più
volte con Serafino di Luia a Roma.
Chi è Antonio
Sottosanti
Antonio Sottosanti, detto Nino il fascista, 42 anni, indicato come uno dei sosia
di Pietro Valpreda, tanto somigliante all'anarchico che il supertestimonio
Cornelio Rolandi, davanti a una sua fotografia esclama che "è il Valpreda
ritoccato". Nato da genitori siciliani a Verpogliano, Gorizia. Il padre fu
ucciso nel 1930 e del delitto, rimasto impunito, furono imputati gli
antifascisti slavi. Come figlio di un martire Sottosanti ha studiato a spese del
regime.
Dopo il 1945 fa diversi mestieri, anche la comparsa
cinematografica. Si sposa nel 1956, ha una figlia. Fugge a Marsiglia ed entra
nella Legione Straniera, dove rimane cinque anni. Risiede per un pò di tempo a
Francoforte, finchè nel 1966, arriva a Milano. Lavora come portiere di notte.
Torna all'estero, in Olanda, e poi di nuovo a Milano. Parla bene il francese e
il tedesco, ha una discreta istruzione, riesce a esercitare una certa influenza
soprattutto tra i giovani. A Milano diventa un militante del movimento di
Pacciardi Nuova Repubblica, con sede in Via San Maurilio, e ne diventa il
segretario per un breve periodo. Con Randolfo Pacciardi vanta buoni rapporti
personali e propone varie volte all'ex partigiano medaglia d'oro Giovanni Pesce
di incontrarsi con lui (ritenterà le avances anche dopo la sua
"conversione" politica).
Dopo gli attentati del 25 aprile 1969 a Milano,
(incidentalmente, lavorava alla fiera campionaria) Sottosanti comincia a
frequentare gli anarchici. La sua entratura politica è costituita dall'alibi
che egli ha fornito al giovane anarchico Tito Pulsinelli, accusato di avere
abbandonato un pacco contenente esplosivo in una strada di Porta Magenta. Gli
anarchici milanesi lo conoscono come Nino il fascista ma lo accettano in parte
per l'aiuto che egli ha fornito al loro compagno incarcerato, in parte perchè
apprezzano il fatto che Sottosanti non nega affatto il suo passato politico:
"solo che aggiunge adesso sono diventato anarchico"
Nell'estate '69 continua a essere in stretto contatto con gli
ambienti del neosquadrismo milanese. Quando ha soldi dorme alla pensione Sicilia
di via San Maurilio, è amico di Giorgio Chiesa e di Serafino Di Luia. In luglio
si fa vedere in giro con il già citato Ercolino, e dice che stanno organizzando
gruppi per "provocare disordine e quindi un nuovo ordine". Il 6 agosto
parte per Rimini, dove partecipa a una riunione di fascisti (avvenuta alla
vigilia degli attentati sui treni), ma agli anarchici dice di essere andato in
un altro posto. Nello stesso periodo viene notato a frequentare l'albergo Lord
di via Spadari, luogo di ritrovo di fascisti italiani e greci.
In ottobre si trasferisce in Sicilia, a Piazza Armerina. e
torna a Milano solo il 2 novembre perchè deve essere interrogato dal giudice
Antonio Amati sull'alibi che egli ha fornito a Tito Pulsinelli. Per diciassette
giorni vive in casa dei genitori dell'anarchico, ma non esce mai di casa, passa
le giornate sul letto a leggere e fumare. L'unica cosa che sembra interessarlo
è riuscire a mettersi in contatto con Giuseppe Pinelli, che ha conosciuto nei
mesi precedenti perchè riceveva da lui i fondi del soccorso Crocenera da
inviare a Tito Pulsinelli e agli anarchici che erano in carcere.
Verso mezzogiorno del 12 dicembre va a casa di Giuseppe
Pinelli, pranza con lui e riceve un assegno di 15.000 lire per Pulsinelli,
assegno che costituirà il suo alibi per il pomeriggio della strage. Alle 14.30
i due vanno al bar di via Morgantini a bere un caffè e poi alla fermata del
tram dove, alle 15,05 (versione Sottosanti) si lasciano. Mentre Pinelli torna al
bar, Sottosanti si reca alla Banca del Monte di via Pisanello a incassare
l'assegno, quindi prende un altro tram per la piazza delle Ferrovie Nord e lì
l'autobus per Pero dove vivono i genitori di Pulsinelli e dove lui arriva verso
le 16,20 (teoricamente avrebbe avuto tutto il tempo di collocare l'ordigno alla
banca di Piazza Fontana). Riparte per Piazza Armerina la sera di domenica 14
dicembre.
Di questa sua permanenza a Milano vengono informate
pochissime persone: gli anarchici non parlano perchè pensano che lui non debba
avere grane con la polizia per non compromettere l'alibi fornito a Tito
Pulsinelli. Sottosanti viene interrogato solo il 13 gennaio, quando il capo
dell'ufficio politico milanese lo va a cercare in Sicilia. Ili giudice
istruttore Ernesto Cudillo lo convoca in seguito per due volte a Roma. Il giorno
della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio trasmette la
notizia che egli è stato arrestato come uno dei responsabili della strage di
Milano. La notizia però scompare dalle successive trasmissioni. In quello
stesso periodo il commissario Allegra riesce a far circolare fra giornalisti e
avvocati la voce secondo cui Nino Sottosanti deve essere collegato a Giuseppe
Pinelli (anzi: è stato Pinelli che dato la valigetta al tritolo a Sottosanti,
quel venerdì a mezzogiorno in casa sua... Poi sono usciti assieme, Pinelli è
andato al bar e Sottosanti in piazza Fontana. Ecco quindi perchè Pinelli si è
ucciso...).
Invece delle "indiscrezioni" messe in giro dal capo
della squadra politica milanese, vale la pena sottolineare qui alcune
contraddizioni e particolari strani che circondano la figura di Sottosanti e il
ruolo che egli può aver svolto.
1) Nino Sottosanti non viene immediatamente fermato dopo le
bombe del 12, malgrado le retate siano state pesanti: eppure la polizia sapeva
benissimo che egli si trova in quei giorni a Milano e anzi risulta che egli
fosse costantemente seguito;
2) la polizia inoltre era al corrente che Sottosanti era
stato in casa Pinelli venerdì 12 e che aveva ricevuto l'assegno dell'anarchico,
come risultava dalla matrice del blocchetto degli assegni di Pino; poteva quindi
trattarsi di un indizio molto comodo per coinvolgere assieme agli anarchici un
ex fascista come Sottosanti, alla luce della manovra attuata da tempo contro
"gli opposti estremismi" di destra e di sinistra, che coincidono;
3) invece si aspetta ad interrogare Sottosanti sino al 13
gennaio, quando il commissario Antonino Allegra va a cercarlo in Sicilia. Non si
sa bene se questa sia stata una sua iniziativa personale ma è certo che Allegra
in quell'occasione viene accompagnato dal brigadiere Vito Panessa, il
fedelissimo del commissario Calabresi, il quale di fatto sembra condurre
l'interrogatorio. Dopo la convocazione del magistrato a Roma, su Nino
Sottosanti è calato un sipario di silenzio, Perchè?
Fascisti italiani e greci
Verso le 19,30 di venerdì 12 dicembre, tre ore dopo la
strage di piazza Fontana. davanti alla vetrina di un negozio di arredamento in
corso di Porta Vittoria a Milano, un gruppo di persone discute animatamente.
L'argomento che ricorre più di sovente è quello di un "pagamento in
banca" che, a dire di alcuni, "non doveva essere fatto". Sono dei
fascisti di Modena. Uno di loro è Pietro Cerullo. consigliere comunale del MSI
e presidente nazionale del FUAN-Caravella, l'organizzazione universitaria
missina. Un altro si chiama Gianni Cavazzuti. I rimanenti cinque non sono molto
noti. Sono partiti tutti da Modena per Milano quella mattina a bordo di due
auto. una Giulia e una "1100". Vi fanno ritorno verso le tre di notte,
e si fermano al bar Nuovo Fiore.
Modena è, dopo Napoli, la città che rappresenta uno dei
maggiori punti di forza dell'ESESI (Etnikòs Syndesmos Ellinon Spudastòn
Italias), la lega degli studenti greci fascisti in Italia. A Modena risiede
anche il sedicente studente universitario Andrea Kalisperakis, uno dei fondatori
dell'ESESI e agente di Costantino Plevris l'uomo dei servizio segreto greco KYP
(Kratikè Yperesia Pleforion) che ha l'incarico di occuparsi della cosiddetta
"questione italiana".
Il missino Pietro Cerullo è uno dei più importanti
intermediari tra i fascisti italiani e greci, così Come lo è il giornalista
Pino Rauti del Tempo di Roma. Nel mese di maggio 1969 Cerullo ha
partecipato a Napoli al congresso nazionale dell'ESESI, al quale ha portato il
saluto ufficiale dei giovani del MSI (che concludeva così: "Reazione e
movimento sì! Rivoluzione sì! Però con contenuti ed ideali! La Grecia diventi
nuovamente, ancora per una volta, l'Acropoli della vittoria dei nuovi valori
spirituali e ideali!"). Successivamente, e sempre a Napoli, Pietro Cerullo
ha partecipato ad una serie di riunioni molto riservate che si sono svolte in
uno stabile di proprietà della Confraternita greco-ortodossa, di via San
Tommaso d'Aquino n. 36.
L'ESESI è stata fondata nell'aprile 1967, all'indomani dei colpo di stato dei
colonnelli. Il 22 giugno si è svolto a Roma, nell'aula magna del Civis, messa a
disposizione dal Ministero degli Esteri italiano, il suo primo congresso con i
rappresentanti di dodici sedi universitarie. Erano presenti il console Miltiadis
Mutsios, il generale di brigata Koliopulos e i colonnelli Iliadis, Arvantis,
Raissis, Paleologos e Tsadiles, del corpo di spedizione greco della NATO di
stanza a Bagnoli, presso Napoli. Per decisione del primo ministro Papadopoulos
(l'uomo che Andrea Papandreu ha definito "il primo agente della CIA che sia
arrivato ad occupare un posto di primo ministro"). La lega italiana, come
del resto tutte le altre leghe di studenti greci all'estero, sino a quel momento
di competenza dei ministero della Previdenza di Atene, è stata posta sotto il
diretto controllo del KYP, il servizio segreto dei colonnelli. Presidente dell'ESESI
fu eletto Liakos Kristòs, studente quarantenne della facoltà di Medicina
dell'università di Roma. La direzione politica effettiva è stata però
affidata a un agente del KYP già segnalatosi nella fase preparatoria del colpo
di stato, tale Lazaris, improvvisamente richiamato in Grecia qualche mese fa.
All'atto della costituzione, l'ESESI poteva contare su
nemmeno un centinaio di aderenti, in maggioranza figli di militari e di ricchi
professionisti ateniesi, sul totale di circa 2.500 studenti greci in Italia. In
tre anni la lega ha portato i suoi aderenti a 600, e ha aperto sedi in diciotto
città italiane.
Secondo il suo statuto, le finalità dell'ESESI sono:
"1) coordinamento dell'azione nazionale degli studenti greci;
2) vigilanza morale sul credo nazionale degli studenti greci in Italia;
3) vigilanza e difesa dei valori più genuini della civiltà greco-cristiana, a carattere pan-universale: Religione, Patria, Famiglia;
4) lotta decisa contro tutti gli avversari della Grecia Eterna: come Spirito, come Nazione, come Stato totalitario (sic!);
5) attività propagandistica, in collaborazione con le autorità di Atene, presso l'opinione pubblica italiana e europea".
Nell'organico dell'ESESI, oltre che studenti
fascisti, sono stati introdotti anche un centinaio di ufficiali e agenti del KYP
che si sono iscritti agli ultimi anni di corso in varie facoltà, soprattutto a
Napoli, Roma, Bologna, Modena e Milano. E' gente sui trenta anni, che lavora a
tempo pieno: tiene d'occhio gli antifascisti greci in esilio, fotografa i
partecipanti alle manifestazioni antimperialiste, assiste a conferenze e
dibattiti, raccoglie ogni specie di informazione sull'attività dei cittadini
greci in Italia, spesso con l'aiuto degli uffici politici delle nostre questure
(nel luglio 1969 il settimanale ABC ha rivelato che questi professionisti
avevano ottenuto libero accesso allo schedario politico della questura
napoletana, e non è mai stato smentito).
Quando uno studente greco arriva in Italia, l'ESESI procede
in questo modo: primo, aiuti pratici (indicazioni di alloggi e ristoranti a buon
mercato, ecc.); secondo. sondaggio politico. Se lo studente è entusiasta del
regime dei colonnelli o almeno favorevole, viene subito iscritto. Se è
contrario, viene sottoposto a un periodo di indottrinamento e persuasione. Se
rifiuta, o se il periodo non serve a nulla, viene segnalato al viceconsole greco
di Napoli, Hercole Aghiovlasitis, che si occupa del censimento dettagliato di
tutti gli studenti e manda aggiornati rapporti a Atene. Qui i provvedimenti sono
vari: limitazione del visto, interruzione della proroga del servizio militare,
proibizione di ricevere denaro da casa, pressioni sui familiari fino al ritiro
del passaporto e quindi al rimpatrio coatto.
L'arma più efficace di ricatto resta comunque quella di
minacciare rappresaglie sui familiari degli studenti. Con questi sistemi negli
ultimi due anni 10 studenti sono stati rimpatriati a forza, e i loro compagni di
corso non ne hanno avuto più notizia. Inoltre sono avvenuti casi di sparizioni
improvvise e misteriose: sette nel solo 1969 (tre a Napoli, due a Roma. uno a
Bologna e uno a Milano).
Gli agenti dei
colonnelli in Italia
L'attività dell'ESESI è anche più intensa sul piano
politico. In tre successivi congressi tenuti a Napoli nel gennaio '68 e nel
gennaio e maggio '69, è stata fondata la Confederazione Europea delle Leghe
degli studenti greci. L'archimandrita Ghenadios Zervòs ha benedetto i
partecipanti. Nuovo presidente è stato eletto Spiros Stathopulos, agente del
KYP iscritto all'università di Napoli.
I legami tra l'ESESI e la sede del KYP ad Atene sono
diventati sempre più stretti. Al KYP confluiscono ormai non solo le
informazioni relative agli studenti greci ma anche a individui e associazioni di
sinistra italiani. Tali informazioni vengono fornite
da spie che si infiltrano in vario modo o si fanno passare per progressisti
(come è accaduto per il falso membro del partito
comunista greco in esilio Teodoro Allonisiotis. smascherato a Modena grazie a
una lettera riservata che aveva smarrito, e per un altro falso antifascista,
Demetrio Papanicol, che ha dovuto rifugiarsi nell'ambasciata greca di Roma).
Questo spiega perché
studenti italiani siano stati respinti talvolta alle frontiere greche in quanto
"noti sovversivi", e spiega anche come mai
l'ambasciata americana in Italia rifiuti il visto d'ingresso negli Stati Uniti a
persone che, pur non risultando sospette agli uffici
politici delle questure, avvicinate da falsi antifascisti greci si erano
dichiarate disposte a collaborare. La sezione D della CIA, che si occupa dei
movimenti della sinistra extrapariamentare europea, collabora attivamente con il
KYP greco in questa attività che le permette di arricchire e integrare il suo
schedario comprendente oltre 30.000 nomi di "segnalati" e denominato
"archivio M".
La direzione centrale dell'ESESI si è trasferita nel gennaio
dei '68 da Roma a Napoli, dove ha trovato un efficace punto
d'appoggio nel corpo di spedizione greco della NATO e nella Confraternita
greco-ortodossa. Il vero cervello operativo rimane
comunque ad Atene, nella sede del KYP nei pressi di via Baboulinas dove ha il
suo ufficio Costanino Plevris. I suoi più abili
fiduciari in Italia sono Demostene Papas (segretario della Confraternita
napoletana che mantiene contatti con la Curia e con il
Vaticano, è l'"ispiratore politico" dei rapporti tra gli ufficiali
greci della NATO e gli ufficiali italiani e ha ottimi rapporti
personali con funzionari del consolato di Napoli e dell'ambasciata di Roma degli
Stati Uniti); Spyridon Papavassilopulos, l'addetto commerciale greco a Milano
incaricato dei finanziamenti (ufficio in via Pirelli 24, abitazione in via
Cucchiari 1), e Anassis Janapulos.
lanapulos, che riceve le lettere dei suoi informatori alla
casella 213 della posta centrale di Atene, ha un appartamento nel centro di
Napoli ma viaggia continuamente per l'Italia, mantenendo e migliorando i
rapporti con gli ambienti dell'estrema destra,
nei quali mantiene viva la simpatia per la causa della "Grecia
Nazionale". E' amico di Giulio Caradonna, Luigi Turchi, Nardo di
Nardo; di Alberto Rossi detto il Bava, capo dell'organizzazione squadristica
Volontari Nazionali del MSI, di Massimo Anderson e di Junio Valerio Borghese,
presidente dei Fronte Nazionale. Inoltre vanta buone conoscenze in ambienti
industriali, militari e giornalistici, e con alcuni autorevoli rappresentanti
della massoneria di piazza dei Gesù.
Fin dal 1968 alcuni studenti dell'ESESI si sono presentati
candidati nelle liste del FUAN-Caravella alle lezioni universitarie.
Nel corso del 1969, e soprattutto nella seconda metà dell'anno (dopo che il
ministero degli Interni italiano ha autorizzato
ufficialmente la costituzione dell'ESESI, considerando questa lunga mano
operativa di uno stato fascista come una qualsiasi
associazione culturale di residenti stranieri), l'ESESI ha intensificato la sua
attività. Oltre ai due congressi ufficiali, in tutte le sue
sedi si sono tenute molte riunioni. Tre di queste, a carattere riservatissimo,
si sono svolte in luglio-settembre e novembre nella
sede della Confraternita greco-ortodossa di Napoli, presenti alcuni ufficiali
greci della NATO; altre due, in ottobre e novembre,
nella sede della lega di Modena, in via Faloppia, 14. Sempre in ottobre e
novembre il presidente dell'ESESI Spiros Stathopulos, ha partecipato ad altre
due riunioni segrete nell'abitazione di un ufficiale greco della NATO, in via
Manzoni a Napoli. Erano presenti il funzionario dei consolato Michele Upessios,
Anassis Janapulos, un altro greco di nome Savvas, (22) un
deputato del MSI e un esponente dei Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.
Contemporaneamente, nell'autunno 1969, l'ESESI ha
intensificato le provocazioni contro gli studenti greci antifascisti. In tutte
le sedi universitarie sono apparse scritte inneggianti al regime dei colonnelli.
Incidenti sono scoppiati a Bari, a Bologna, Ferrara (dove il FUAN-Caravella ha
diffuso un volantino con lo slogan "Ieri in Grecia, oggi in Italia"),
Messina, Palermo e Pisa.
A Pisa la spedizione punitiva organizzata il 21 ottobre dai
membri dell'ESESI provenienti da diverse città (Costantino Recutis
guidava quelli di Napoli e Nicolas Spanos quelli di Bologna), appoggiati dai
gruppi FUAN-Caravella, dai Volontari del MSI e dagli squadristi romani di Ordine
Nuovo e Avanguardia Nazionale, contro un'assemblea dell'Associazione Studenti
Ellenici, ha
provocato diversi feriti. Nei giorni successivi la città è stata teatro di
violenti scontri tra la polizia e gli studenti di sinistra che,
appoggiati dalla popolazione, avevano cercato di assalire la sede dei MSI. Il 26
ottobre è morto lo studente Cesare Pardini,
colpito. all'altezza dei cuore da un lacrimogeno sparato da un poliziotto.
Costantino
Plevris, incaricato dalla "Questione italiana"
L'uomo che a Atene si occupa dell'ESESI e della
"questione italiana" è Costantino Plevris. Intellettuale, fa il
giornalista e lo
scrittore. E' autore di due libri, l'Antidemocratico e Politica e
propaganda, che sorreggono l'ideologia nazionalista, razzista e
anticulturale dei colonnelli. Politica e propaganda è stato adottato
come libro di testo nelle scuole allievi ufficiali della polizia e
dell'esercito.
Plevris è un agente del KYP, il servizio segreto greco,
filiazione diretta della CIA americana. Gli Stati Uniti hanno speso più
di mezzo miliardo di dollari per dotare la Grecia di un apparato poliziesco
adatto e il KYP, che ha sede a Atene nei pressi di via Baboulinas, è la punta
di diamante di questo apparato.
Costantino Plevris è stato uno degli ideatori di quella
"strategia della tensione" che si concretò, specialmente ad Atene, in
una serie di attentati dinamitardi destinati, come in effetti avvenne, a creare
l'atmosfera più favorevole per il colpo di stato dei
colonnelli del 21 aprile 1967. Egli stesso ha partecipato materialmente a uno
degli attentati, quello che devastò la redazione del
giornale conservatore Elèftheros Kòsmos.
A Costantino Plevris è stato affidato l'incarico di
occuparsi della "questione italiana" per questa sua esperienza e perché
è
l'uomo di fiducia del colonnello Giorgio Ladas, comandante della polizia
militare greca che fu una carta determinante per il
putsch dei 21 aprile (Ladas è stato l'interlocutore del "signor P."
il fiduciario italiano dei colonnelli: lo cita a questo proposito
il rapporto segreto inviato dal capo dell'ufficio diplomatico del ministero
degli Esteri greco all'ambasciatore di Atene a Roma, e
pubblicato dal settimanale inglese The Observer). (23)
Costantino Plevris, appena ricevuto l'incarico, ha preso contatto con due
colonnelli greci della base NATO di Napoli, Paleologos e Tsadiles e con il
console Mittiodis. In giugno ha promosso la costituzione dell'ESESI.
Nel 1969 ha fatto frequenti viaggi in Italia e in varie
capitali europee, ufficialmente per accertarsi delle condizioni degli studenti
greci all'estero, in realtà per creare una rete sempre più stretta di rapporti
con organizzatori di estrema destra. In Francia con Ordre Nouveau, Occident e
Jeunnesse de la nuit. In Austria con Ventesimo Gruppo, in Germania occidentale
con Nazione Europea e in Belgio con Jeune Europe e con i Comitati della Gioventù
Anticomunista.
In Italia i legami più stretti di Plevris sono con Ordine
Nuovo di Pino Rauti, Europa Civiltà di Loris Facchinetti, (24)
con i GAN (Gruppi di Azione Nazionale) di Mario Tedeschi, direttore del
settimanale Il Borghese, e con il Fronie Nazionale di Junio Valerio
Borghese.
Costantino
Plevris in Italia prima delle bonibe
Mercoledì 17 dicembre 1969, cinque giorni dopo la strage di
piazza Fontana, una persona riesce ad incontrare Costantino Plevris a Atene,
qualificandosi come fotoreporter dei settimanale fascista di Roma Lo
Specchio. L'incontro avviene nella sede del movimento neonazista greco
"4 Agosto", nello stesso luogo dove Plevris ha ricevuto Mario Merlino
e gli altri fascisti italiani che nella primaverà68 hanno partecipato al
viaggio-premio offerto dall'ESESI e organizzato da Stefano Delle Chiaie e dal
giornalista Pino Rauti.
Al colloquio tra Plevris e il finto giornalista fascista
partecipano due studenti greci che parlano correttamente italiano. Uno
di essi, che mostra una conoscenza approfondita della situazione politica
italiana, si chiama Andrea (probabilmente è Andrea Kalisperakis, uno dei
fondatori dell'ESESI, studente iscritto alla università di Modena, alle dirette
dipendenze dell'agente del KYP Anassis Janopoulos, per conto del quale fa
frequenti viaggi a Roma e a Napoli).
Una volta verificate le credenziali del "camerata"
italiano, che appaiono in perfetta regola, il colloquio assume un tono quasi
confidenziale. Si parla prima della Grecia. Plevris dice che il regime dei
colonnelli "è troppo moderato, ha tradito le promesse iniziali". La
colpa, aggiunge, è del primo ministro Giorgio Papadopoulos, "un vero
pagliaccio".
Poi il discorso si sposta sulla situazione italiana. Plevris
chiede quale è il giudizio dell'uomo della strada sui partiti, sulle lotte
sindacali, sul movimento studentesco. In particolare vuole sapere come ha
reagito l'opinione pubblica agli attentati avvenuti cinque giorni prima. Il
"camerata" dello Specchio gli risponde che non è in grado di dargli
notizie aggiornate perchè, manca da un mese dall'Italia, per motivi di lavoro.
Plevris gli chiede se conosce Pino Rauti. Naturalmente, risponde il
fotoreporter, è un collega, un redattore del Tempo. "Cosa ne
pensa di lui?" insiste Plevris. L'altro, che non si aspettava una domanda
del genere, si limita a dire che considera Rauti "un sincero
anticomunista". Plevris è soddisfatto, spiega che lui e Rauti sono molto
amici, che si scambiano spesso visita e anzi, lo ha visto proprio di recente.
"Quando" chiede il fotoreporter. "Ai primi di dicembre, a Roma,
insieme con la giornalista Gianna Preda, redattore capo del Borghese.
Vista la franchezza, il "camerata" italiano si fa
coraggio e pone domande più precise sui rapporti di Plevris con Pino Rauti e
altri giornalisti italiani. Ma Plevris diventa immediatamente evasivo, lascia
cadere immediatamente il discorso. Si alza, prende il telefono e parla
nervosamente con qualcuno, in greco. Subito dopo dice di avere un impegno
urgente e che semmai la chiaccherata può continuare il giorno dopo, alla stessa
ora e sempre nella sede del movimento "4 Agosto".
Col fotoreporter escono anche i due studenti. Sulla strada
Andrea gli dice che potrebbero rivedersi a Roma verso i primi di gennaio, che
lui lo si può trovare nella sede di Ordine Nuovo.
L'indomani "il camerata" si guarda bene dal tornare
al movimento "4 Agosto". Due giorni dopo viene espulso dalla Grecia,
senza alcuna motivazione.
Anche la Resistenza greca ha segnalato la presenza di
Costantino Plevris in Italia: ai primi di dicembre, oltre che a Roma, è stato a
Milano.
Junio Valerio
Borghese e il Fronte Nazionale
Neofascisti, vecchi fascisti, paracadutisti, ex
repubblichini, destra parlamentare e extraparlamentare, campeggi paramilitari,
squadre d'azìone, attentati, complotti in Valtellina, armi, finanziamenti
industriali, rapporti con le forze armate, coi servizi segreti italiani e
stranieri, coi fascisti greci, riunioni riservate alla vigilia delle bombe del
12 dicembre, un uomo che scompare qualche giorno dopo (Armando Calzolari).
Se c'è una persona in Italia che, silenziosa, spettrale,
muovendosi discretamente dietro le quinte, sembra tenere in mano i fili della
complessa ragnatela che collega i vari punti di forza e d'azione della destra,
questa persona è Junio Valerio Borghese, il principe nero, presidente dei
Fronte Nazionale.
Ha 63 anni, è pluridecorato per le azioni svolte contro la
flotta inglese ad Alessandria, Malta e Gibilterra durante l'ultima guerra, nei
diciotto mesi della Repubblica Sociale è stato il comandante della Decima Mas
(rastrellamenti, massacri di partigiani e popolazione civile, fianco a fianco
delle SS: 800 omicidi, secondo la sentenza pronunciata nel 1949 dalla Corte
Speciale d'Assise), condannato come criminale di guerra nel 1946, rimesso in
libertà dall'amnistia il 18 febbraio 1949.
Uno dei primi presidenti onorari del MSI. Al tempo della
crisi di Trieste radunò un migliaio dei suoi ex marò nei pressi di
Treviso, armati e pronti a marciare per l'"azione fiumana". Borghese
ha sempre cercato di dimostrare che i suoi rapporti con il
Movimento Sociale erano autonomi anche se, nella campagna elettorale del 1958,
quando la FNCRSI (Federazione Nazionale
Combattenti Repubblica Sociale Italiana) invitò i suoi aderenti a votare scheda
bianca per la polemica contro il MSI che giudicava "borghese e
reazionario", egli accorse in aiuto di Arturo Michelini fondando la UNCRSI
(Unione Nazionale Combattenti Repubblica Sociale Italiana), su posizioni
ortodosse rispetto al partito.
Nel 1967 lunio Valerio Borghese ha fondato il Fronte
Nazionale con i soci del Circolo dei Selvatici (Roma, via dell'Anima
55) . Il circolo era stato sino ad allora la copertura culturale del Fronte
Grigioverde, una associazione che comprendeva, come
ancora oggi il Fronte Nazionale, ex ufficiali della Decima Mas, della Monterosa
e della Etnea, più altri, in pensione e in servizio,
di armi e corpi diversi.
Il programma politico del Fronte Nazionale: "I partiti
non devono più essere protagonisti attivi della vita politica, essi vanno
esclusi da ogni partecipazione di governo". "Costituzione di uno Stato
forte... libertà dei cittadini intesa come osservanza
assoluta e immediata delle leggi... critica concessa se qualificata ed espressa
nel quadro degli interessi nazionali". "Assemblea
legislativa nazionale formata dai rappresentanti di categoria... nonché da
cittadini chiamati a tale funzione per meriti eccezionali".
Valerio Borghese non ama la propaganda politica esplicita e
ha sempre cercato di crearsi una fama di uomo al di sopra della
mischia, evitando la grossolana apologia del fascismo e di rimanere invischiato
nelle beghe che tradizionalmente dilaniano il MSI
e i vari gruppi della estrema destra. Questa riservatezza del "principe
nero" ha degli scopi ben precisi. Ad essa si adeguano
anche i principali sostenitori del Fronte Nazionale, molti dei quali non sono
neppure conosciuti.
Tra quelli noti ci sono Benito Guadagni, industriale, ex
repubblichino, segretario del Fronte Nazionale e finanziatore del bollettino
interno che, in dicembre, qualche giorno dopo gli attentati, ha litigato
violentemente con Borghese, e, almeno
ufficialmente, ha abbandonato l'associazione facendo cessare la pubblicazione
del bollettino; l'aiutante di campo di Borghese,
Arillo, il comandante Bianchini e il vice comandante Santino Viaggio (i due che
avvicinarono Evelino Loi proponendogli di
compiere delle "azioni"). Nella seconda metà di dicembre anche
Viaggio ha abbandonato il Fronte Nazionale, o almeno così ha
dichiarato. Poi c'è il comandante Marzi, ex repubblichino residente a Milano:
l'11 dicembre è andato a Roma e c'è rimasto sino
alla sera del giorno dopo. E c'era, infine, anche Armando Calzolari, l'uomo
scomparso la mattina di Natale e ritrovato un mese
dopo, cadavere, in fondo a un pozzo della periferia romana.
Rapporti con
industriali e forze armate
Junio Valerio Borghese è proprietario di una tenuta in
Calabria. di un castello a Artena, nel Lazio, di una villa a Nettuno e di
alcuni immobili a Roma, oltre che di una famosa collezione di quadri. Ma non
risulta che egli attinga al suo patrimonio, peraltro
non solidissimo. per finanziare il Fronte Nazionale. In compenso ha rapporti
motto stretti con alcuni grossi nomi della finanza e
dell'industria americana e inglese e, in Italia, con ambienti industriali di
Milano, Genova, La Spezia, Livorno e, tramite il principe
Filippo Orsini, ex assistente al soglio pontificio, con il Vaticano.
Tra la fine dei '68 e la primavera-estate '69 ha compiuto un
lungo giro nelle città italiane. A La Spezia ha preso contatti con
alcuni esponenti dell'Unione Industriale, come anche a Milano. Il 12 aprile '69
a Genova, ha tenuto una riunione alla quale hanno preso parte i figli di un
grosso armatore, un dirigente dell'IMI, tale Fedelini, e altri esponenti
dell'industria. Ai primi di maggio, seconda riunione genovese (Borghese alloggia
al Jolly Hotel assieme alla sua guardia del corpo composta da quattro
fedelissimi) e il 9 giugno la terza. Questa volta sono presenti anche l'armatore
Roberto Cao di San Marco e un importante petroliere della Val Polcevera.
Qualcosa comunque non deve aver funzionato nel corso di questo "raid"
perché di recente alcuni industriali di La Spezia hanno denunciato per truffa
(sembra di 50 milioni) due esponenti del Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese è riuscito ad allacciare buoni
rapporti con le forze armate, in questo favorito dalla sua fama di
"valoroso" ex combattente. Vi sono almeno due episodi che testimoniano
della popolarità che gode tra i soldati. Il 26 settembre
1966, a una manifestazione del Comitato Tricolore indetta a Roma dal MSI e dalla
Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi;
Borghese pronunciò un discorso per denunciare "il tradimento del governo
sulla questione dell'Alto Adige", ricevendo un
entusiastico consenso non solo dai dirigenti delle associazioni
combattentistiche ma anche da parte dei molti ufficiali in servizio
che erano presenti. Il 23 ottobre 1969, alla celebrazione della battaglia di, El
Alamein, in piazza Venezia a Roma, è stato letto un messaggio di Borghese tra i
grandi applausi non solo degli ex paracadutisti ma anche di numerosi alti
ufficiali della Repubblica Italiana.
Inoltre Borghese ha collegamenti con l'AUCA (Associazione
Ufficiali Combattentistici Attivi, denunciata nel luglio '69 dal
sindaco di Bologna per un documento che incitava al colpo di stato militare,
rivolgendosi anche a "chi ha militato nel campo
opposto") e con elementi della Comunità dei Ragazzi del 3° Corso di
Modena, un'altra associazione di militari in servizio.
Quando manca il contatto diretto, viene usato questo sistema
per stabilire legami con gli ufficiali: i sottufficiali reclutati dal
Fronte Nazionale segnalano, con rapporti periodici, tutti quegli elementi -
discorsi, letture, telefonate, ecc. - utili a stabilire la
predisposizione "sicuramente anticomunista" del possibile candidato.
Se il soggetto alla fine è giudicato idoneo, viene avvicinato
da un aderente al Fronte Nazionale che sia suo pari grado.
Uno dei punti di maggior forza di Valerio Borghese resta
naturalmente la Marina. A La Spezia, dove egli è particolarmente
introdotto, esiste una grossa officina di riparazione dei carri armati. I carri
guasti in giacenza sono molti e tutti forniti di regolare "bassa", ma
sembra che per la maggior parte sarebbe sufficiente la rapida sostituzione di
qualche pezzo e sarebbero in grado di
funzionare.
Nonostante l'apparente distacco, il Fronte Nazionale è
strettamente collegato a quasi tutte le forze di estrema destra, a partire dal
MSI. Borghese infatti è uno dei finanziatori del suo organo ufficiale Il
Secolo d'Italia, ed è legato personalmente ad alcuni deputati come Luigi
Turchi (figlio di Franz, direttore della Piazza d'Italia, grande
elettore del presidente Nixon in favore del quale ha compiuto un viaggio di
propaganda tra gli immigrati italiani negli Stati Uniti) e Giulio Caradonna,
organizzatore dello squadrismo romano. Turchi e Caradonna sono tra gli uomini di
fiducia dei colonnelli greci, così come lo è lo stesso Borghese che risulta
abbia rapporti con Costantino Plevris. l'uomo del KYP incaricato della
"questione italiana".
Oltre all'aspetto "aristocratico" della sua figura,
che gli permette di stabilire di stabilire contatti a alto livello, Borghese
utilizza anche la fama di uomo d'azione per riscuotere la fiducia di tutti i
gruppi di estrema destra extra-parlamentare. Il gioco gli è quasi riuscito,
specie con Ordine Nuovo di Pino Rauti; il giornalista amico di Costantino
Plevris che è stato indicato come il "signor P." citato nel rapporto
inviato dal ministero degli Esteri greco al suo ambasciatore a Roma. Buoni
rapporti anche con Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie i cui aderenti
hanno frequentato per molto tempo il Circolo dei Selvatici di via dell'Anima.
(1) Dal verbale d'interrogatorio di un anarchico arrestato per gli attentati del 25 aprile a Milano: "Dichiaro i motivi per cui i verbali da me precedentemente firmati sono completamente falsi. Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno cessato un minuto d' interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare; ho dovuto affrontare un viaggio di notte da Pisa a Milano. ero intirizzito perchè non avevo con me indumenti caldi. Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Era la prima volta che subito la violenza fisica. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. Rendeva più terribile le percosse il fatto che avvenivano all'improvviso dopo aver fatto chiudere le imposte e venivo colpito al buio In particolare ricordo di essere stato colpito dal dr. Zagari che mi accolse al mio arrivo da Pisa alle 3 di notte con una nutrita scarica di schiaffi, e dragli genti Mucilli e Panessa (n.d.a.; gli stessi che, assieme al commissario Calabresi, interrogarono Pinelli). Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato. cioè fino a venti anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere da parte del dottor Calabresi".
(2) Nel maggio del 1970, al termine di una manifestazione degli anarchici milanesi contro l'archiviazione del caso Pinelli, Pasquale Valitutti è stato arrestato sotto l'accusa di esserne stato l'organizzatore ed è rimasto in carcere fino al 15 Giugno.
(3) Mentre era in corso l'istruttoria sulla morte di Giuseppe Pinelli, al dott. Giuseppe Caizzi vengono affidati una serie di procedimenti che egli gestirà in un modo che dovrebbe accreditarlo come magistrato democratico. Pubblico Ministero nel processo contro Piergiorgio Bellocchio, direttore del settimanale Lotta Continua ridimensiona il capo d'imputazione nei suoi confronti definendo incostituzionali alcuni articoli del codice Rocco di cui la Procura aveva chiesto l'applicazione; archivia la denuncia per vilipendio sporta dalla Questura milanese contro il film Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto: promuove azione penale contro il direttore del Borghese, Mario Tedeschi, per un articolo nel quale s'incitava la polizia "ad occupare militarmente Milano". L'istruttoria sul caso Pinelli, durata cinque mesi, verrà archiviata il giorno successivo alla proclamazione, da parte dei sindacati poligrafici, di uno sciopero di una settimana, durante il quale i quotidiani non uscirono.
(4) Nel febbraio del 1970 questi verrà promosso capitano e trasferito dal capoluogo lombardo.
(5) Sostituto alla Procura della Repubblica di Roma, della quale dirige l'Ufficio Stampa, il dott. Occorsio fu Pubblico Ministero nel primo processo De Lorenzo-Espresso. In quella occasione chiese l'assoluzione dei giornalisti Jannuzzi e Scalfari, querelati dal generale sifaritico per le loro rivelazioni sul tentativo di colpo di Stato del luglio '64 e comunque condannati dalla IV Sezione del Tribunale di Roma, e la trasmissione degli atti al proprio ufficio per procedere contro il De Lorenzo in ordine a vari reati, tra cui quello di "usurpazione di potere politico". Tale linea. negli ambienti politico-forensi, fu definita "saragattiana". Nel novembre del '69 il dott. Occorsio promosse l'azione penale contro il direttore del settimanale "Pottere Operaio", Francesco Tolin, del quale ordinò l'arresto preventivo. Tale procedura - del tutto eccezionale trattandosi di "reati a mezzo stampa" - fu fermamente criticata in un o.d.g. dell'Associazione Nazionale Magistrati.dalla quale egli si dimise, per protesta, riscuotendo la solidarietà unanime della stampa reazionaria. Al processo, nella sua requisitoria contro Francesco Tolin, ne chiese la condanna a una pesante pena, sottolineando che "le forze della sinistra extra-parlamentare attaccano persino il PCI e i sindacati... ". Il dott. Occorsio è collaboratore della rivista giuridica "Il diritto delle comunicazioni " il cui direttore, avv. Emanuele Santoro, è il legale della RAI-TV e uomo molto vicino al suo vice presidente, il socialdemocratico Italo De Feo.
(6) Il fondo di solidarietà anarchica.
(7) Durante l'interrogatorio a cui fu sottoposto subito dopo il fermo di polizia, a Sergio Ardau furono mostrati tutti i reperti per eventuali riconoscimenti.
(8) Il quotidiano di Roma il Tempo ne attribuì la responsabilità a "comunisti sacrileghi"
(9) I GAN sono stati fondati l'11 maggio 1969 dall'ex repubblichino Mario Tedeschi, direttore del settimanale Il Borghese. Sono circa 250, diffusi in tutta Italia. Si presentano come filonixoniani e ardenti sostenitori del regime dei colonnelli greci, con i cui agenti in Italia hanno stretti rapporti. I loro aderenti appartengono in maggioranza alla media e piccola borghesia: commercianti. funzionari statali, professionisti, piccoli industriali, ufficiali dell'esercito, e cc. Scarsi i giovani che, dove sono presenti, come a Reggio Emilia e a Venezia, partecipano alle azioni squadristiche. Centro propulsore dei GAN è Il Borghese, nota centrale - assieme al Tempo e allo Specchio - di provocazioni giornalistiche. che nell'autunno 1969 ha organizzato il Soccorso Tricolore per raccogliere fondi destinati a squadristi e poliziotti. Recentemente ha proposto per un premio il vicequestore Mazzatosta, responsabile dell'ordine pubblico nell'università di Roma. Il Borghese è finanziato, oltre che dallo stesso Tedeschi, dal senatore missino Gastone Nencioni, da monsignor Pisoni e dall'industriale Carlo Pesenti che negli ultimi due anni ha investito grossi capitali in Grecia nel settore dell'edilizia. Un suo uomo di fiducia, Roberto Ardigò, ha avuto frequenti contatti nel corso del 1969 con personaggi di rilievo del mondo politico-finanziario ateniese. Improvvisamente, all'inizio del 1970, i rapporti tra Pesenti e Ardigò si sono deteriorati e quest'ultimo è stato allontanato dalla carica di amministratore della Italmobiliare (proprietà Italcementi).
(10) Con un linguaggio mistificato - preso a prestito per metà da Bakunin e per l'altra metà del filosofo fascista Julius Evola - vi si fa la difesa d'ufficio dei 16 missini padovani arrestati dal capo della squadra mobile di Padova, commissario Juliano, come autori dei 9 attentati dinamitardi compiuti nella città fra l'inverno del '68 e la primavera del '69. All'uscita dell'opuscolo comunque, l'istruttoria contro i neo fascisti era già stata interrotta dall'alto ed il commissario Juliano trasferito a Ruvo di Puglia, in attesa di provvedimenti disciplinari, per "irregolarità nelle indagini e abuso di potere". Lo stesso commissario, alcuni mesi prima, aveva fatto perquisire uno dei tanti "campeggi" organizzati dal Fronte Nazionale nella vicina cittadina di Cornuda, sequestrando un ingente quantitativo di armi e di esplosivi.
(11) Fascista fin da giovanissimo, I'editore
trentenne Giovanni Ventura subisce, nell'autunno del '69. un improvvisa
conversione. In settembre avvicina, a Roma. uno scrittore che sta progettando la
traduzione commentata di alcune opere anarchiche inedite, si dichiara favorevole
all'iniziativa e si offre di finanziarla: un testo di Stirner inaugurerà la
collana. Tra ottobre e novembre avvicina alcuni giovani anarchici del circolo
Bakunin di Via Baccina ai quali chiede informazioni sull'attività svolta e sui
programmi futuri. Otto giorni dopo gli attentati, il 20 dicembre, la polizia
perquisisce la sua abitazione di Treviso e la libreria, sequestrando alcuni
fucili, una pistola e due cassette di munizioni. Il 18 dicembre un suo amico, il
professore democristiano Guido Lorenzon, aveva denunciato al dott. Calogero,
sostituto procuratore di Treviso, di aver ricevuto da lui alcune confidenze
relative agli attentati. Alla fine di dicembre il Ventura è di nuovo a Roma;
chi l'ha visto in quel periodo afferma che appariva distrutto psicologicamente.
Nel febbraio del '70 alcuni giornali rivelano le accuse rivoltegli dal prof.
Lorenzon. Secondo le dichiarazioni di quest'ultimo il Ventura gli avrebbe
confidato:
1) in settembre, che gli attentati sui treni dell'agosto '69 erano stati
finanziati da lui e da altre due persone ed erano costati circa un milione tra
"materiale" e "rimborso spese" ai nove fascisti che li
avevano eseguiti;
2) in ottobre, che era da tempo in contatto con un'organizzazione paramilitare
che aveva in programma l'uccisione di parlamentari, sindacalisti, etc. e
l'instaurazione violenta di un regime ispirato al fascismo "sociale"
della repubblica di Salò; uno dei suoi tramiti con l'organizzazione - che
contava molti aderenti tra gli ufficiali delle varie armi - era un conte che
risiedeva in provincia di Milano;
3) in novembre. che avrebbe dovuto recarsi in Grecia per ottenere finanziamenti
dalla Giunta dei Colonnelli;
4) dopo il 12 dicembre, che aveva partecipato alle riunioni in cui erano stati
organizzati gli attentati ma che, all'ultimo momento, di fronte alla prospettiva
di una strage - che doveva fra l'altro essere di "maggiori
proporzioni" - si era tirato indietro. (In questa occasione avrebbe
descritto minuziosamente il sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di
Roma e il punto esatto dove era esploso l'ordigno). Nonostante le dichiarazioni
del prof. Guido Lorenzon fossero state rilasciate alla Magistratura nei giorni
immediatamente successivi alla strage, il Ventura è stato interrogato dagli
inquirenti romani soltanto due mesi dopo. quando cioè esse erano state
divulgate su tutti i giornali. Non essendo stato inoltrato alcun procedimento
contro di lui, si deve supporre che nulla sia emerso a suo carico. Nell'aprile
del '70, circa quattro mesi dopo essere venuto a conoscenza delle accuse
rivoltegli dall'amico, il Ventura lo ha querelato per diffamazione, affermando
che il Lorenzon è un mitomane il quale ha frainteso il contenuto, puramente
ipotetico, di alcuni giudizi critici da lui espressi sull'opera letteraria di
Celine, Comunque, almeno su un punto, la "mitomania" del prof.
Lorenzon trova nella realtà un riscontro obiettivo: in una villa ad Arcore, in
provincia di Milano, vive il conte M .B.. uno fra i più attivi promotori di
Italia Sociale, l'organizzazione fascista, fiancheggiatrice del Fronte Nazionale
di Junio Valerio Borghese. che si richiama apertamente alla "socialità"
dei diciotto punti di Verona e che ha stretti contatti - come risulta da un suo
bollettino interno. riservato agli aderenti - con l'altra organizzazione
fascista "Costituente Nazionale Rivoluzionaria" fondata, nel novembre
del '67, dall'ex esponente socialdemocratico Giacomo De Sario.(Un membro di
rilievo della C.N.R.. il pittore Walter Criminati. nell'estate del '69
frequentava assiduamente, a Milano Nino Sottostanti, Serafino Di Luia e Giorgio
Chiesa). Nella villa del conte. che è un ex repubblichino di Salò, si sono
tenute nell'autunno-inverno del '69, frequenti riunioni di industriali e
militari alle quali - almeno in due occasioni - ha preso parte anche Junio
Valerio Borghese. In merito alle date precise in cui esse si svolsero esistono
le interessanti testimonianze di alcuni tassisti.
(12) Reggio Emilia è al centro di un intenso traffico di armi da parte dei fascisti della provincia. Alcuni di essi. tutti del "giro" di Paolo Pecoriello e Bruno Giorgi. sono incorsi negli ultimi mesi in "spiacevoli avventure". A detta della cittadinanza reggiana si tratta comunque di "pesci piccoli". Il 29 settembre '69 il figlio del deputato liberale di Reggio, on. Ferioli, viene trovato ucciso da un colpo di Smith & Wesson. Durante il sopralluogo nell'appartamento i carabinieri rinvengono un ingente quantitativo di armi e munizioni. Un'inchiesta sulla loro provenienza, aperta dalla locale Procura della Repubblica dopo un mese. in seguito ad una interpellanza di parlamentari comunisti, viene archiviata con un nulla di fatto. Il 18 dicembre viene denunciato per detenzione abusiva di armi da guerra un fascista del quale non viene reso noto il nome. Il 30 dicembre il missino Agostino Bossi viene arrestato e processato perchè trovato in possesso di un. ingente quantitativo di armi da guerra. Il 14 febbraio 1970 al fascista Siro Brugnoli fermato dai carabinieri di Guastalla ad un posto di blocco viene sequestrato un carico di armi nascoste nel bagagliaio dell'auto. Nella sua abitazione di Reggio vengono rinvenuti: 12 fucili automatici, 20 pistole un mitra, una mitragliatrice tedesca con relativo treppiede, casse di munizioni, bombe a mano ANANAS, 5 cariche di dinamite, 250 detonatori, 40 metri di miccia a lenta combustione. Il Brugnoli, che nel bar Varolli di Reggio è stato udito più volte vantare stretti rapporti con alcuni colonnelli greci della base NATO di Napoli, dichiarerà, nel corso del processo, di essere un collezionista. Condannato a due anni di carcere, verrà rimesso in libertà dopo un mese.
(13) L'avvocato Giuseppe Pasquarella nel 1966 viene arrestato a Milano ed espulso dall'Ordine degli Avvocati. Si trasferisce a Ravenna, feudo del petroliere-editore-zuccheriere Attilio Monti e quindi, nel 1968, a Rimini.In breve tempo diviene ricchissimo: acquista una villa in località "La Grazia", apre un albergo-ristorante ed uno studio al centro di Rimini in via Mentana 19. Stringe amicizia con Giovannini (torrefazioni) e Savioli (alberghi e nights a Riccione), noti finanziatori del M.S.I. locale, di cui egli è uno dei più autorevoli esponenti. Frequenta assiduamente il vice-commissario della Questura di Rimini. Quando Panorama uscì con le dichiarazioni di Gian Luigi Fappani, tutte le copie della rivista scomparvero la mattina stessa dalle edicole di Rimini.
(14) Nella tarda serata di giovedì 11 dicembre il Crocesi telefonò da Roma ad un altro fascista riminese, tale Tomasetti, avvertendolo che era in procinto di partire per Milano.
(15) Memoriale autografo rilasciato dal Fappani al Movimento Studentesco Milanese il 18 3-1970. "Fui assoldato dal SID con il ricatto. Avevo accumulato reati per 20 anni di carcere. Mi invitarono a presentarmi in Piazzale Loreto dal Maresciallo dei C.C. Rocco. In Corso Buenos Aires dovevo consegnare delle piantine militari ad un ufficiale cecoslovacco (n.d.a.: la provocazione non riuscì). Il primo lavoro a favore del SID fu una lista con gli estremi dei dirigenti del Movimento Studentesco Milanese in collaborazione con Giovanni Ettore Borroni (n.d.a.: un attivista missino del FUAN.Caravella trovato morto, in circostanze misteriose, nell'autunno del '68). Giornalmente ricevevo istruzioni sui compiti da svolgere e. ogni settimana, consegnavo agli agenti del SID una relazione divisa in tre punti: A) relazione politica, B) situazione attivisti; C) situazione organizzativa. Ho consegnato inoltre vario materiale di propaganda fornendo gli indirizzi dei vari collaboratori e le indicazioni necessarie ad individuarli. Confermo che gli appartenenti al SID sono ancora gli agenti del SlFAR e che la repressione viene organizzata senza autorizzazione ufficiale del Ministero. Ho avuto l'incarico di vendere bombe lacrimogene e fumogene al Movimento Studentesco allo scopo di dare al SID il motivo per la repressione (n.d.a.: questa proposta, fatta dal Fappani ad alcuni militanti del M.S. nel febbraio del '69, gli costò il "posto" giacchè fu individuato come provocatore ed allontanato). Confermo che al mio posto. a livello della attuale dirigenza, il SID ha un suo informatore. Dichiarando ciò aggiungo che ho ricevuto da parte del SID la minaccia di pagarla cara".
(16) Nel marzo del '68 era con i fascisti reclutati da Caradonna per dare l'assalto alla facoltà di Lettere e, in quell'occasione. fu arrestato.
(17) Tra l'agosto e il dicembre del 1969 Pietro Valpreda fu interrogato otto volte dalla polizia in merito a questi attentati.
(18) E' il figlio di un avvocato romano. Gira armato di pistola e vanta rapporti con ufficiali americani della base NATO di Verona. Nell'estate ed autunno del '69 prende contatti con i fascisti di Milano e, contemporaneamente, fa frequenti viaggi in Germania. Con Chiesa e Fappani discute l'organizzazione di squadre anticomuniste addestrate militarmente.
(19) I due avvicinarono il Fappani dopo che nella stampa apparvero le sue prime dichiarazioni e, oltre a promettergli dei soldi, gli fecero notare che "i camerati ce l'avevano con lui per il tradimento" e che quella "era l'occasione ideale per riscattarsi". Lascia davvero, perplessi lo zelo dimostrato.
(20) Se ha fallito nel suo compito di spingere gli
anarchici del 22 Marzo a compiere attentati terroristici, Mario Merlino può
aver comunque fornito all'"esterno" del gruppo quelle informazioni (ad
esempio: i discorsi velleitari di Roberto Mander sulla necessità di "far
saltare in aria" l'Altare della Patria; la professione del padre di Roberto
Gargamelli. cassiere alla Banca Nazionale del Lavoro dov'è stato collocato un
ordigno: la partenza di Pietro Valpreda per Milano) indispensabili per
organizzare gli "attentati" a misura degli anarchici. Se esistessero
ulteriori dubbi al proposito. basterà citare alcuni brani del verbale
dell'interrogatorio a cui fu sottoposto Merlino nell'ufficio politico
della questura romana dopo la serie di attentati fascisti ai distributori di
benzina. Da essi risulta oltretutto, in modo inequivocabile, come la polizia
fosse al corrente del ruolo da lui svolto nell'ambito della sinistra
extra-parlamentare. "... Affermo di conoscere un giovane che si chiama
Sestili (n.d.a.: è il fascista che tentò d'infiltrarsi nel P.s.d'I. e che fu
in seguito arrestato per alcuni attentati) a me noto con il nome di
"Polenta". Giorni fa gli fornii dietro sua richiesta. un numero
telefonico che corrisponde a Sandro Pisano, via dei Cartari 11, tel. 6567923.
Fornii quel numero perchè il Pisano è uno dei pochi elementi di destra con il
quale mantengo contatti per motivi politici. ( ... ) Non so se riferisse le
notizie che gli passavo a Stefano Delle Chiaie. Ero invece convinto che
lavorasse per altri in quanto, sentendolo parlare del "vecchio"
credevo si riferisse a Valerio Borghese, il Presidente del Fronte
Nazionale...". Sandro Pisano, subito dopo gli attentati. ha pregato una
ragazza, R.C. di non parlare dell'appartamento di via Tamagno, a lei noto. Lo
stesso ha fatto Mario Merlino con
alcuni camerati, facendo "filtrare" la raccomandazione da Regina Coeli.
Il giorno successivo alla localizzazione dell'appartamento da parte di chi ha
condotto questa contro inchiesta, è scomparsa la targhetta con il cognome Di
Luia dalla colonnina prospiciente il numero civico 43. la targhetta della
cassetta delle lettere e quella accanto alla porta sul pianerottolo. Sandro
Pisano - infiltratosi più volte nei cortei del Movimento Studentesco in coppia
con un altro fascista. Tonino Fiore - è un
attivo militante di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Lui e il fratello
maggiore Franco, Presidente di Nuova Caravella - l'organizzazione di estrema
destra che "decorò" il Ministro degli Interni greco Pattakòs con il
proprio distintivo -vantano ottime "entrature" nel SID. Franco Pisano,
in varie occasioni, confidò di aver avuto l'incarico di indagare sul viaggio a
Cuba dell'estate dei '68 di un gruppo di studenti e assistenti della facoltà di
Architettura di Roma.
(21) Quando i giornali pubblicarono che egli era ricercato dalla polizia il Di Luia spedì a una ragazza sua amica una lettera che ne conteneva un'altra. affrancata da Monaco di Baviera, ed alcune istruzioni: "Se vengono a cercare di me, di che hai ricevuto posta da Monaco".
(22) In quel periodo fu segnalato in Italia Savvas Costantinopoulos, il columnist ufficiale dei governo di Atene.
(23) Si veda in appendice il testo completo del "rapporto".
(24) Europa Civiltà è sorta nel
1968 dal Movimento Integralista, un'organizzazione di fascisti "evoliani"
molto legati alla destra democristiana e in particolare al deputato Agostino
Greggi. Presidente è Loris Facchinetti. intimo amico di Mario Merlino e
Serafino Di Luia. Il vero ispiratore a livello internazionale è il giornalista
belga Jean Thiriart. condannato all'ergastolo per collaborazione coi nazisti
durante l'occupazione militare. Thriart è strettamente legato ai colonnelli
greci, a esponenti dei MSI,
a un noto editore milanese e a un gesuita che ricopre una importante carica
nella Congregazione. Europa Civiltà gode di finanziamenti massicci. Organizza
campeggi paramilitari in cui istruttori tedeschi tengono corsi di
controguerriglia. I suoi campi base sono a Palombara Sabina, sul monte Vettore,
nel parco Nazionale d'Abruzzo, sul monte Faito, sul monte Meta. Organizza anche
corsi di paracadutismo con l'aiuto dell'Associazione Nazionale Paracadutisti che
ha messo a disposizione la sua palestra romana di via S. Croce in Gerusalemme. A
differenza di altre organizzazioni neofasciste non promuove azioni squadristiche
e scongiura i suoi iscritti - circa 3.000 in tutta Italia - dal prendervi parte.
La clamorosa manifestazione
di "protesta" messa in atto da due suoi aderenti che si sono
incatenati nei magazzini Gum di Mosca è stata concordata da un agente del
regime greco in un albergo di via Veneto a Roma. Due giorni prima
dell'"azione russa" infatti un altro iscritto a Europa Civiltà aveva
distribuito volantini di protesta in una strada di Atene ed era stato
immediatamente espulso dalla
Grecia: ciò, nell'intenzione degli organizzatori, avrebbe dovuto dimostrare la
maggiore liberalità del regime dei colonnelli rispetto a quello sovietico.
Nell'autunno 1969 i dirigenti di Europa Civiltà hanno tenuto numerose riunioni
congiunte con quelli di Ordine Nuovo, del Fronte Nazionale e di Avanguardia
Nazionale nella sede di Largo Brindisi 18 a Roma. Il capo dell'ufficio politico
della questura della capitale ha definito "pacifici escursionisti" gli
iscritti a Europa Civiltà, in una intervista apparsa sul settimanale Epoca.
V CAPITOLO
La strategia della tensione
Il luglio 1969 (1)
"Basterebbe che in questi giorni che in qualche manifestazione di piazza si
ammazzasse qualche poliziotto e comparisse tra i dimostranti qualche arma da
fuoco. La situazione potrebbe precipitare in poche ore. Toccherebbe al governo e
al Capo dello Stato dichiarare lo stato d'emergenza. In alcuni Stati federali
americani non si è fatto del resto lo stesso proprio in questi ultimi
mesi?". Questa dichiarazione lasciata da un alto funzionario dei ministero
degli Interni appare sul settimanale Panorama nel mese di luglio 1969.
Pochi giorni prima alcuni giornali stranieri hanno pubblicato la notizia che
ufficiali delle forze armate italiane si sono riuniti clandestinamente in
diverse sedi "per esaminare la situazione politica". L'Unità
rende noto il testo di un documento approvato in una di queste riunioni che dice
tra l'altro: "... si deve pensare all'eventualità che le forze armate
debbano entrare in azione per difendere le libertà democratiche e la
Costituzione". Randolfo Pacciardi in un suo editoriale è ancora più
esplicito: " In circostanze così gravi e eccezionali il capo dello Stato
ha il potere di "nominare" un governo presidenziale e d'inviare un
messaggio alla Nazione la quale, stretta intorno al suo Capo, certamente
comprenderà. C'è da prevedere una reazione comunista? Non c'è che affrontarla
con fermezza".
In quelle settimane i fascisti riempiono Roma di scritte e
manifesti che esaltano i generali al potere nell'imminenza del colpo di Stato.
Il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, i Gruppi di Azione Nazionale di
Mario Tedeschi, l'Ordine Nuovo di Pino Rauti, la Giovane Italia e altre quindici
organizzazioni di estrema destra lanciano l'appello alla mobilitazione. Il
Partito comunista è costretto a fare scattare l'operazione di sicurezza e
vigilanza nelle sue 4.290 sezioni e 11.170 cellule.
Nel giro di una settimana, tra il 9 e il 15 luglio, la
temperatura politica nel Paese raggiunge punte elevatissime. Poi di colpo
decresce, ritorna a stabilizzarsi. La stampa italiana, salvo rare eccezioni,
rinuncia ad esprimere un giudizio. Solo all'estero se ne parla, pur tra pareri
discordi: per alcuni giornali si è trattato di un tentativo rientrato di un
colpo di Stato, per altri - la maggioranza - di voci diffuse ad arte per
drammatizzare la situazione politica. Su questa seconda interpretazione .
concorda l'Espresso che nei due mesi precedenti ha dedicato una serie
di articoli alla crisi del centrosinistra. Nel primo di essi, in data 18 maggio,
il giornalista Livio Zanetti dava ampio risalto al messaggio di Saragat in cui
il centrosinistra veniva definito "irreversibile" e si indicava
apertamente la prospettiva delle elezioni anticipate. Circa un mese prima un
altro messaggio di Saragat era stato oggetto di una violenta polemica. In
risposta a un appello inviatoli dai giovani della Confederazione Studentesca
(che raccoglie dai liberali ai neofascisti) , il Presidente della Repubblica
aveva condannato "il miracolismo della violenza" e ammonito che
"i più ardui problemi si pongono su un piano umano dove tutto può essere
risolto". Mentre quasi tutti i giornali, dal Secolo d'Italia all'Avanti!
avevano dato ampio risalto al messaggio, L'Unità aveva parlato dì
"sconcertante consenso a un'iniziativa qualunquista", sottolineando
che "l'appello al quale Saragat ha risposto, accusa la classe politica di
impartire quotidianamente una lezione dì viltà e praticamente invita il
presidente della Repubblica a sostìtuirsi ad essa". Secondo il Corriere
della Sera invece "è chiaro il richiamo del Presidente contro tutte
le forme dì contestazione nazi-maoista, contro l'inquietante collusione degli
opposti estremismi".
La scissione socialista e la nascita del PSU
Dopo il 6 luglio, il nome di Giuseppe Saragat ritorna alla
ribalta quando alcuni autorevoli giornali stranieri lo indicano, più o meno
esplicitamente, come quello dell'ispiratore della scissione del PSI e della
conseguente nascita del nuovo partito social-democratico PSU. I
socialdemocratici replicano sdegnosamente definendo le rivelazioni
"un'illazione offensiva e priva di fondamento" e lo stesso tono usato
per contestare un settimanale della sinistra cattolica che in quei giorni
afferma che la scissione è stata finanziata coi dollari americani. Ma anche l'Unità
è molto esplicita: "Risulta che uno dei "benefattori" del PSU si
chiama Vanni B Montana ed è il capo-sezione alle relazioni pubbliche
dell'ufficio italoamericano del Lavoro presso il dipartimento di Stato USA. Egli
era presente inoltre all'atto costitutivo del PSU".
Tutti questi fatti sono noti. Meno noto resta quanto è
successo dietro le quinte della manovra scissionistica. Il fatto che, per
esempio, all'inizio dell'estate vi erano state numerose riunioni alle quali
avevano preso parte, oltre a vari esponenti socialdemocratici tra cui il
ministro Luigi Preti, il capo dell'ufficio stampa della presidenza alla
Repubblica dottor Belluscio e il petroliere-editore Attilio Monti.
Il cavalier Monti (63 anni, figlio di un fabbro di Ravenna,
arricchitosi durante la guerra con il traffico del petrolio fatto in società
con uno dei segretari dei Partito Nazionale Fascista, Ettore Muti) è oggi
proprietario di diverse raffinerie, due delle quali sono tra le più importanti
d'Italia: la Mediterranea di Milazzo e la Sarom di Ravenna, cioè le grandi
società petroliere americane e anglo-olandesi. La Sarom in particolare ha un
accordo con la BP, rinnovato per altri dodici anni nel 1967, per la raffinazione
di un fatturato annuo di circa 15 miliardi di petrolio greggio. Uno dei clienti
principali dei cavalier Monti è oggi la VI Flotta USA di stanza nel
mediterraneo. (2)
Nel mese di giugno 1969, dopo la prima serie di riunioni,
Attilio Monti si è recato negli Stati Uniti dove si è incontrato con
finanzieri, industriali e rappresentanti della amministrazione Nixon. Nello
stesso periodo, a Roma, il deputato socialdemocratico A.C. frequentava spesso un
ufficio del SID in via Aureliana e un altro noto personaggio del futuro Partito
socialdemocratico unificato era di casa nella sede dell'agenzia finanziaria
Merril-Lynch Pierce, in via Bissolati 76, notoriamente legata ad ambienti del
Dipartimento di Stato americano. Sempre nelle settimane precedenti la scissione,
alcuni dirigenti del PSI, tra i quali un ex ministro, sono stati
"sollecitati" ad aderire alla corrente di Ferri e Tanassi dal
rappresentante di un'agenzia di stampa specializzata in ricatti a uomini
politici. Il direttore, un ex repubblichino divenuto poi collaboratore del
giornale del PSDI, La Giustizia, è in ottimi rapporti d'amicizia coi
generale Giovanni De Lorenzo, oltre che col redattore capo dei missino
Secolo d'Italia, col direttore dello Specchio, Nelson Page, col
redattore capo del Borghese Gianna Preda e con due ufficiali del SID,
tali Stella e De Bellis. L'agenzia di stampa è finanziata con due milioni al
mese versati sotto forma di abbonamento dall'industriale Attilio Monti. (3)
Il 13 luglio, riferendosi "alla recente costituzione del
nuovo partito socialdemocratico e alla eventualità di elezioni politiche
anticipate, ventimila dei suoi esponenti più rappresentativi, L'Espresso scrive:
"Un 18 aprile creato artificialmente, facendo leva sul risentimento diffuso
tra gli operatori e la borghesia per gli scioperi, le disfunzioni
amministrative, la contestazione studentesca: (4) ecco
il progetto che lega la destra DC ai seguaci di Tanassi". E una settimana
dopo in un articolo intitolato "La fabbrica della paura" il
giornalista Carlo Gregoretti, fatto un bilancio degli avvenimenti dei mesi
precedenti (le violente repressioni poliziesche di cortei e manifestazioni
culminate nell'eccidio di Battipaglia, le denunce indiscriminate attuate
associando ai nomi dei fermati quelli ricavati a caso dagli elenchi delle
questure, la recrudescenza di azioni squadristiche e di attentati fascisti),
conclude scrivendo: "Sono soltanto alcuni esempi (...) può apparire come
un quadro allarmante di tensione e di panico, dietro il quale non è lecito
escludere il disegno di una provocazione interessata: la ricetta per realizzarla
è proprio questa".
Cinque mesi più tardi, il 14 dicembre 1969, nel commentare
la situazione politica italiana all'indomani degli attentati di Milano e Roma,
il settimanale inglese The Observer scriverà: "I motivi di
Saragat nel creare la scissione erano evidentemente sottili. Egli cercava non
tanto di influenzare i socialisti quanto di spingere a destra la Democrazia
cristiana. Il calcolo era che il governo Rumor fosse costretto alla resa
dall'agitazione sul fronte industriale, che le elezioni anticipate venissero
tenute nell'anno nuovo e che la paura dei comunismo cancellasse alle urne la
sinistra democristiana. Ma tale proposito non si è avverato ( ... ) la reazione
emotiva, la stanchezza e l'insofferenza del pubblico dettero a De Gaulle la sua
vittoria elettorale dopo il Maggio 1968 in Francia. Ma può Saragat sperare di
ottenere lo stesso risultato? Per l'intero schieramento di destra, dai.
socialisti saragattiani ai neofascisti, l'inaspettata moderazione dell'autunno
caldo minacciava di liquidare la paura della rivoluzione sulla quale essi
avevano puntato. Quelli che hanno fatto esplodere le bombe in Italia hanno
rinverdito questa paura. Dal terrorismo dell'estrema destra, anche la destra
"moderata" può trarre vantaggio".
Nel contesto di questo articolo dell'Observer appare per la
prima volta il termine "strategia della tensione" a significare che
quanto è avvenuto in Italia in questi mesi, o almeno i fatti più rilevanti, è
il risultato di precise scelte politiche, coerentemente organizzate all'interno
di un disegno preordinato. Agli inizi del 1968 la situazione economica italiana
è caratterizzata, grosso modo, da un contrasto tra le linee di tendenza del
capitale monopolistico (le cui accresciute esigenze di competitività
internazionale impongono un'espansione dei consumi interni e la soluzione degli
squilibri strutturali della società e dello Stato) e le linee di tendenza della
media e piccola industria, alla quale l'abolizione delle leggi protezionistiche
e l'integrazione nell'area economica europea pongono pressanti problemi di
ammodernamento tecnologico, prioritari rispetto all'aumento dei costi del lavoro
operaio e delle riforme sociali. Le elezioni politiche del 19 maggio, che
ratificano la crisi del centrosinistra e della politica di contenimento delle
tensioni di classe, aprono, in prospettiva, uno fase di alleanza obiettiva tra
le forze più avanzate del grande capitale e le organizzazioni tradizionali del
movimento operaio, mentre a livello parlamentare viene a prefigurarsi la
possibilità di un nuovo schieramento tra la linea amendoliana della "nuova
maggioranza" e quella del "nuovo patto costituzionale" della
sinistra democristiana.
E' un processo pieno di contraddizioni che incontra, fin
dagli inizi, ostacoli e resistenze potenti. Da un lato vi si oppongono i settori
più avanzati della classe operaia, contrari all'istituzionalizzazione delle
lotte all'interno della dinamica neocapitalistica, e le forze nascenti della
contestazione studentesca che, attraverso la denuncia dell'interclassismo e del
riformismo, rifiutano sia l'inserimento nei ruoli della classe dirigente
borghese sia i tradizionali strumenti della lotta politica; dall'altro lato gli
ostacoli maggiori, a livello nazionale, provengono soprattutto dall'ala
arretrata del capitalismo, strutturalmente legata al supersfruttamento operaio,
dal capitale parassitario e da quelle forze dell'apparato statale (nei
ministeri, negli enti pubblici, nelle università, nella magistratura, nella
polizia, nell'esercito) contrarie a qualsiasi tipo di riforma, anche soltanto
efficientistica, che possa mettere in discussione il tradizionale assetto dei
centri di potere burocratico.
Ma il disegno riformistico, con l'esigenza di pur timido
neutralismo che esso comporta, urta irrimediabilmente contro le necessità
strategico-militari dell'imperialismo americano. Il conflitto mediorientale e la
relativa penetrazione dell'Unione Sovietica in un'area che le era
tradizionalmente preclusa, il progressivo affrancamento coloniale dei Paesi
costieri dell'Africa nord occidentale, costringono gli Stati Uniti a porre
un'ipoteca sempre più rigida su un punto chiave del controllo del Mediterraneo
qual'è l'Italia.
La "strategia della
tensione"
La "strategia della tensione", per potersi realizzare, necessita di un
contesto storico, politico e sociale pieno di profonde contraddizioni in cui
possa inserirsi un'azione spregiudicata che tenda a spostare il terreno della
lotta politica sul terreno dello scontro frontale con le forze dell'ordine, in
modo da trasformare il rapporto tra lavoratori e Stato in un problema di ordine
pubblico. La crisi storica del centrosinistra, le spaccature che sono state
provocate al suo interno dalle lotte dei lavoratori, pongono in evidenza la
doppia anima del centrosinistra, l'una riformista, l'altra centrista e
conservatrice nella quale trova credito e spazio la componente reazionaria
guidata dai socialdemocratici e dalla destra democristiana. Da questo scaturisce
una paralisi dell'iniziativa politica, determinata dalla necessità di
accantonare i problemi strutturali della società; e proprio qui si innesta il
ricatto socialdemocratico che richiede o il completo allineamento a una politica
conservatrice oppure la crisi al buio che possa consentire i più ampi margini
di manovra alle forze reazionarie annidate nel parlamento, nell'apparato, nella
burocrazia, nella classe imprenditoriale.
A tale scopo, mancando le condizioni obiettive che permettano
soluzioni di questo tipo, si provoca a freddo un clima interessato di allarmismo
con le continue minacce di scioglimento delle camere e di elezioni anticipate,
con le ricorrenti minacce di colpo di stato, con l'utilizzazione indiscriminata
dello squadrismo fascista, con la provocazione promossa dall'apparato
burocratico e poliziesco, tollerante e spesso dichiaratamente connivente con la
teppaglia fascista.
Un disegno di questo genere conta sulla possibilità di
eccitare l'opinione pubblica contro i pericoli che minacciano le istituzioni
democratiche, pericoli rappresentati dagli "opposti estremismi" e
dalla impossibilità per le forze di polizia di mantenere l'ordine. Si cerca
infatti di perseguire una guerra di logoramento che acuisca la sfiducia dei
cittadini e quindi predisponga il terreno per l'accettazione supina di avventure
reazionarie o paragolliste.
In questo disegno è indispensabile poter contare in
qualunque momento sulla complicità dell'apparato poliziesco e difensivo. Non
mancano gli esempi. Il 29 novembre 1968, ad Avola, gli agrari rompono le
trattative con i sindacati dei braccianti che chiedono il rinnovo dei contratti
di lavoro. La situazione è tesa ma i proprietari terrieri disertano le riunioni
convocate a più riprese.
Il prefetto di Siracusa non esita a schierarsi al loro fianco
appoggiandone le manovre dilatorie e ponendo al loro servigio la polizia, benché
sia stato avvertito dallo stesso sindaco di Avola di non mandare agenti
"perché la situazione potrebbe precipitare". Il 2 dicembre la polizia
spara sui braccianti uccidendone due. Ma la complicità nella provocazione non
si è espressa solo a livello di prefetto, polizia (5) e
magistratura (6) : essa trova l'avallo anche a livello
governativo, nell'incredibile discorso dei ministro degli Interni Restivo alla
Camera, in cui si pone l'accento soprattutto sulla priorità assoluta del
mantenimento dell'ordine pubblico.
In questo modo i problemi politici scompaiono, al loro posto
emerge il tema predominante dell'"ordine" in difesa del
"disordine"; e, in certa misura, anche i sindacati e le forze della
sinistra parlamentare cadono nella trappola proponendosi come obiettivo primario
quello del disarmo della polizia. In occasione dei fatti di Avola la stampa
cosiddetta moderato svolge puntualmente il suo ruolo di copertura, riversando le
colpe di quanto è accaduto su "una minoranza di provocatori che mettono in
atto una tattica di guerriglia". L'inserimento e il ruolo della stampa
diventano più espliciti in occasione dei fatti di Battipaglia".
Il 9 aprile 1969 la polizia spara ancora, in quella città,
mentre è in corso lo sciopero generale contro la ventilata chiusura del locale
tabacchificio, e uccide un operaio di 19 anni e una giovane maestra che assiste
agli scontri dalla finestra del suo appartamento. Giornali come La Stampa
della Fiat e Il Giorno dell'IRI parlano di "tumulti". Ma i
giornali fascisti e quelli della catena dell'industriale socialdemocratico
Attilio Monti usano termini come "rivolta contro lo Stato",
"organizzazione insurrezionale", "fine della democrazia",
sostenendo che "il governo è debole" e non ha "il coraggio di
difendere le forze dell'ordine e di far rispettare la legge". (7)
Ancora una volta il ministro degli Interni giustifica il comportamento della
polizia accennando esplicitamente all'esistenza di un "piano
preordinato" messo in atto da "provocatori estranei alla città".
Sulla natura e l'appartenenza politica di questi
"estranei" non si pronuncia, lasciando all'immaginazione della stampa
"indipendente" il compito di definirli. E per essa, ovviamente, non può
che trattarsi di "cinesi e anarchici che il PCI sfrutta per aprirsi una via
verso la partecipazione al potere". Il ministro Restivo non dice che nei
due giorni precedenti la tragedia di Battipaglia il 7 e l'8 aprile, si erano
concentrati in città gruppi di fascisti napoletani di Ordine Nuovo e di
Università Europea e che da Roma erano arrivati altri squadristi, di
Avanguardia Nazionale e ancora di Ordine Nuovo. Eppure si trattava di elementi,
una cinquantina in tutto, per buona parte noti agli uffici politici delle
questure italiane. La cosa era talmente nota che l'agenzia di stampa O.P.,
diretta dall'ex pacciardiano Simeoni, il giorno prima degli scontri aveva
"captato" lo spostamento dei fascisti e previsto che a Battipaglia vi
sarebbero stati "gravissimi tumulti". (8)
L'interpretazione dei fatti di Battipaglia, che avvengono
mentre è già in atto la manovra della scissione socialdemocratica, accentua la
frattura all'interno dei Partito socialista unificato. Nel dibattito alla
Camera, mentre il socialdemocratico Mauro Ferri dice che "nel Mezzogiorno
la protesta popolare è trascesa", il socialista Lezzi giudica che "le
provocazioni possono essere state messe in atto da esponenti dello stesso
apparato statale". Salvo rare eccezioni comunque il significato dei fatti
di Battipaglia non viene colto nella sua dimensione strategica, collocato
all'interno di un disegno ben preciso. PCI, PSIUP, la sinistra socialista e
democristiana, ne colgono soltanto gli aspetti più appariscenti e drammatici
per rilanciare il discorso sul disarmo della polizia. Il comunista Gian Carlo
Pajetta denuncia in Parlamento un episodio sintomatico, avvenuto nella caserma
di polizia di Castro Pretorio a Roma in quegli stessi giorni, in cui il Paese è,
scosso da grandi manifestazioni di protesta: "Sapete che fu selezionato un
reparto, uomo per uomo, e messo al comando di ufficiali repubblichini, affinché
al passaggio degli studenti, anziché gli squilli di tromba e lo sbarramento, e,
sia pure, lo scontro, ci fosse invece l'assalto improvviso e poi
la caccia all'uomo per dei chilometri e le bastonature selvagge?".
Una
denuncia dei genere è limitativa, illumina soltanto un aspetto della manovra
portata avanti anche con gli incidenti di Battipaglia. Eppure sarebbe stato
sufficiente leggere con maggior attenzione certi giornali, da quelli dell'impero
Monti a quelli fascisti. per capire meglio sino in fondo, il significato di
quegli incidenti. Il Tempo di Roma, il 17 aprile, scrive che "a
Battipaglia è stata sperimentata per la prima volta la tattica che i vietcong
usano a Saigon", che "è prioritario il disarmo immediato dei
terroristi" e che "lo Stato Democratico e la natura del PCI sono
incompatibili", e invita la Democrazia cristiana a "non attendere i
comodi di nessuno per agire efficacemente in difesa, anche preventiva,
dell'ordine pubblico".
I fatti di Battipaglia vanno invece inquadrati in una
situazione che vede l'apparato dello Stato e la polizia svolgere non più
soltanto un generico ruolo di appoggio, quasi naturale, alle tendenze
conservatrici, ma sviluppare una precisa azione di provocazione, preordinata e
finalizzata. E' quanto si verifica a Roma in occasione della visita del
presidente Nixon, con la connivenza aperta tra le forze di Pubblica Sicurezza e
i gruppi fascisti, denunciata da diversi giornali della sinistra a Milano con
gli attentati del 25 aprile; a Torino con gli scontri del 3 luglio in viale
Traiano; a Pisa il 27 ottobre durante gli assalti della polizia contro gli
studenti che erano stati provocati dai fascisti greci e italiani. Ma a parte
questi esempi clamorosi, una tale complicità è diventata ormai consuetudine in
Italia, sia esplicandosi con la tolleranza colpevole verso le azioni squadriste,
sia con quegli assalti a freddo di cortei di studenti e lavoratori che durante
l'autunno sindacale sono stati usuali.
La connivenza con i fascisti si attenua solo in concomitanza
con le vicende della vita politica, quando vi è la necessità di sostituire
alle paure provocate dallo squadrismo l'arma più subdola degli "opposti
estremisti", la visione delle guardie rosse e delle guardie nere che
assieme danno l'assalto all'ordine e alla tranquillità borghesi.
Per la strategia della tensione quello
che conta è di provocare, nell'opinione pubblica moderata, l'immagine del vuoto
politico, creare la psicosi della paura, della minaccia permanente, di una
incombente disgregazione dello Stato, lenta ma ineluttabile. Nel necessario
contesto, di fianco agli attentati. agli scontri, alle provocazioni fasciste e
della polizia, si inseriscono anche l'aggiotaggio politico fatto soprattutto dai
socialdemocratici con i loro continui ricatti o minacce di scioglimento delle
Camere; messa in circolazione di voci su presunti o imminenti colpi di Stato:
l'allarmismo economico provocato con artificiali crisi della Borsa. (9)
e con il trasferimento di capitali all'estero ampiamente pubblicizzato sulla
stampa.
Lo scopo è quello di far pensare che ci si trovi alla
vigilia di un nuovo 1922 o di un colpo di Stato alla greca. Ma si tratta di un
falso scopo, almeno finora, che tende a sviare l'attenzione da un altro colpo di
Stato, strisciante, che si realizza giorno per giorno. Con il ripristino di
disposizioni eccezionali, le limitazioni ai gruppi politici e alla stampa di
sinistra, il progressivo slittamento verso destra del governo, il tentativo di
porre il bavaglio a sindacati, eccetera. E' un disegno per il momento più di
tipo gollista che di tipo greco, anche se non sono scartate soluzioni di
ricambio più radicali.
I fascisti come strumento
Fra il 1964 e il 1967 - inizi '68, nella nuova Italia
pacificata dal centrosinistra, il neofascismo attraversa una fase squallida,
priva - per usare un suo termine - di "virilità". Il MSI dei
ragionier Arturo Michelini amministrava la routine elettorale di un gruppo di
comparse screditate, qualche raduno di nostalgici, le solite scritte sui muri,
qualche attentato (una cinquantina in tre anni: roba da ridere rispetto a oggi).
La sua funzione più importante, tutto sommato, era assolta
dai gruppi dissidenti dell'estrema destra nell'ambiente studentesco romano.
Restavano ai fascisti le complicità politiche con l'apparato ma esse erano più
dettate dalle affinità culturali e ideologiche del singolo burocrate,
poliziotto o magistrato, che non dalle esigenze tattiche e strategiche con le
quali lo Stato borghese ha, da sempre, legittimato la loro presenza e il loro
ruolo. E mancando questi presupposti oggettivi, ai fascisti mancavano anche i
soldi. In quegli anni molte sezioni missine chiudono, Il Secolo d'Italia
licenzia redattori e riduce la tiratura, due appartamenti del palazzo di via
Quattro Fontane, sede nazionale del MSI, vengono affittati a uffici privati.
Poi, improvvisamente, nei primi mesi del 1968 le cose cambiano, comincia la
"pacchia" che dura ancora oggi.
Il MSI riapre e aumenta le sezioni, le città italiane
vengono invase da migliaia di volantini inneggianti alla "piazza di
destra" e di manifesti di giovanotti in camicia verde che puntano il dito
ammonitore. Davanti alle scuole si diffondono gratuitamente pacchi del Diario
Italiano dove tra fiamme tricolori e fasci littori, si inneggia a due
sinceri anticomunisti: Benito Mussolini e James Bond. Nelle edicole compare un
numero sterminato di giornali e riviste (alcuni vecchi, molti nuovi): L'Assalto,
L'orologio, Forza Uomo, Nuova Repubblica, Il Cavour, L'Asso di Bastoni,
Rivolta Ideale, Per l'Onore d'Italia, Confine Orientale, Diseguaglianza,
Est Press, Folgore, Gioventù Nazionale, Il Dardo, Il Nuovo Pensiero Militare,
li Conciliatore, Iniziativa Nazionale e Europea, Il Combattente della Libertà,
L'Alleanza Italiana, L'Arena di Pola, La Vetta d'Italia, L'Esule, L'Ultima
Crociata, Mondo Romano, Notizie Latine, Monterosa, Combattentismo Attivo, Prima
Linea, Uomini Nuovi, Volontà, La Legione, Europa Civiltà, Forze Nuove L'Aspra
Lotta, L'Italiano, Noi Europa, Il Ghibellino, L'Universale, Il Legionario, F.N.C.R.S.I.,
Perseverare, Conquista dello Stato, Gioventù Nazionale, Creatività, Il Terzo
Grado, In Piedi!, Il Precursore, Ordine Domani, Documento del Nostro
Tempo, Documenti sul Comunismo, Partecipazione, La Fiamma Nazionale, La Tappa,
Eur X Opa, Corrispondenza Europea, Europa Tempo, Eurafrica, eccetera, oltre
naturalmente, ai tradizionali "Il Secolo d'Italia", il "Borghese"
e "Lo Specchio".
Allo stesso modo proliferano i nuovi gruppi dell'estrema
destra, ognuno con sede propria, bollettino, attrezzature per la propaganda.
Eccone alcuni: Partito Nazionale Democratico, (10)
Università Europea, Movimento Tradizionalista Romano, Costituente Nazionale
Rivoluzionaria, Gruppi Nazionali Popolari, Giovane Europa, Fronte Nazionale
Europeo, Fronte d'Azione Liberale, Movimento Nazional Proletario, Gruppi
Spontanei Anticomunisti, Movimento Combattentistico Attivo, Ordine di Domani,
Cavalieri della Nazione, Nuclei di Difesa dello Stato, Comitato Difesa Pubblica,
Nuova Caravella, Volontari Civili, Fronte Unito Anticomunista, Comitati di
Salute Pubblica, Comitati di Difesa Civica, Ordine e Progresso, Patrioti Apuani,
Elmetti Neri, Democrazia Maggioritaria, Camicie Verdi, Formazioni Giovanili,
Aquile Nere, Centro Europa Unito, Gioventù Nazionale Rivoluzionaria, Guardie
Bianche, Fronte Nazionale Bulgaro, Cattolici con grinta, Italia Irredenta,
Gruppi Dannunziani, Raggruppamento Italico, Seconda Repubblica, Avanguardia
Nazionale.
Contemporaneamente si rafforzano e si riorganizzano i gruppi
già esistenti che sono: le associazioni di arditi e ex combattenti, le
federazioni degli ex repubblichini, i Volontari del MSI, l'ASAN, la Giovane
Italia, il FUAN-Caravella, l'Unione Nuova Repubblica di Junio Valerio Borghese,
l'Ordine Nuovo dei giornalista del Tempo Pino Rauti, l'Europa Civiltà di
Loris Facchinetti, i GAN (Gruppi di Azione Nazionale) dell'ex repubblichino
direttore del Borghese Mario Tedeschi, l'OAP (Organizzazione Azione
Patriottica), il MAR (Movimento di Azione Rivoluzionaria) e l'Italia Unita che
ha tra i suoi fondatori il generale del genio navale Giuseppe Biagi e il
presidente del tribunale di Monza Giuseppe Sabalich.
E' un giro di miliardi. Chi paga i fascisti?
Chi li paga
La centrale dei finanziamenti USA al neofascismo italiano è
la Continental Illinois Bank di Cicero, Illinois, che concentra enormi capitali
provenienti in massima parte dall'industria bellica americana. La Continental
(come anche la Gulf and Western) che amministra il capitale della mafia
americana Cosa Nostra) fornisce la copertura finanziaria alla italiana Banca
Privata Finanziaria, della quale si serve Michele Sindona (11)
per la gigantesca operazione di trasferimento di medie industrie italiane sotto
il controllo dei capitale americano, che è iniziata verso il 1968. La
Continental, inoltre, è una delle maggiori consociate dell'industriale Carlo
Pesenti e dell'Istituto per le Opere di Religione, la centrale della finanza
vaticana il cui nuovo responsabile è monsignor Paul Marcinkus, originario di
Cicero.
Presidente della Confinental Illinois Bank è David Kennedy,
consigliere al Tesoro dell'amministrazione Nixon. Tramite l'italo-americano
Philip Guarino, nostalgico per la parte italiana e repubblicano e grande
elettore di Richard Nixon per l'altra metà americana, David Kennedy è entrato
in contatto con l'onorevole Luigi Turchi. il deputato del MSI ha partecipato
alla campagna elettorale di Nixon facendo capo al quartier generale del partito
repubblicano a Washington da dove ha organizzato comizi, dibattiti e conferenze
radiofoniche per la comunità italiana negli Stati Uniti. Durante un
ricevimento, in cui Turchi era tra gli ospiti d'onore, il capo dell'esecutivo
della campagna elettorale, Michael III, nipote di Eisenhower, ha espresso ai
giornalisti presenti l'apprezzamento di Nixon per il. contributo offertogli dal
parlamentare italiano e "la fiducia che il contatto si protragga anche nel
futuro" (comunicato ANSA). Tornato in Italia Luigi Turchi ha pubblicato a
piena pagina sul suo giornale La Piazza una foto del nuovo presidente
americano con dedica personale.
Altri soldi americani arrivano ai fascisti italiani dalla CIA
che si serve per questo del "canale greco". Il primo ministro
Papadopulos ha affidato la gestione di quei fondi al capo del KYP, colonnello
Michele Rufogalis, (agente - come il ministro dei Coordinamento Makarèzos - dei
servizi segreti americani da almeno otto anni), il quale a sua volta ne cura la
distribuzione sulla base delle indicazioni fornitegli dall'incaricato della
"questione italiana", l'agente del KYP Costantino Plevris.
La fonte dei finanziamenti in Europa è la Banque de Paris et
des Pays Bas, la stessa usata dai monopoli agricoli e minerari belgi, francesi e
olandesi per le colossali operazioni di finanziamento dell'OAS in Algeria e
delle truppe mercenarie in Congo. Nel novembre '68 Michele Sindona ha condotto
per conto della Banque de Paris et des Pays Bas la scalata alla società
Finanziaria Sviluppo fino a allora controllata dal gruppo italiano
Cini-Gaggia-Volpi. La Sviluppo doveva servire alle grandi società petrolifere
americane e anglo-olandesi per combattere all'interno della Montedison la
battaglia contro la linea IRI-ENI-Agnelli-Pirelli che, col processo di
razionalizzazione che comportava, avrebbe aumentato la competitività della
Montedison a livello internazionale. (12)
Restano poi finanziamenti nazionali. Il quadro è
estremamente composito e riflette le contraddizioni e gli squilibri del processo
di restaurazione neocapitalistica in atto in Italia. A Genova pagano armatori e
petrolieri, a Rimini grossi albergatori, a Ravenna gli industriali zuccherieri,
a Roma Napoli Palermo gli impresari edili, a Bari e Reggio Calabria gli agrari,
eccetera. In sostanza a foraggiare i fascisti sono i settori della media e
piccola industria e quelli dei capitale parassitario. La Confindustria in quanto
tale, poiché al suo interno esistono contrasti di tendenza tra "presidenzialisti"
e "riformisti", ha preferito continuare a investire i propri soldi nei
partiti di governo e dell'opposizione" costituzionale di destra, oltre che
nel SID al quale versa ogni anno dai 70 agli 80 miliardi (cfr. Alain Guérin, Qùest-ce
que la CIA? Editions Sociales, Paris 1968).
I rapporti dei fascisti con il Vaticano
invece si sono fatti più cauti e discreti che nel passato. Uno dei tramiti più
noti è il principe Filippo Orsini, ex assistente al soglio pontificio, molto
legato a Junio Valerio Borghese e a Giulio Caradonna. Tra le varie entrature,
Filippo Orsini ha quella molto consistente con il cardinale Samorè, ex
presidente della pontificia commissione latino-americana, che è uno dei
fiduciari della Misereor, una ricchissima società finanziaria tedesca che
sostiene le iniziative anticomuniste in tutta Europa.
Tra le fonti dei finanziamenti minori c'è l'Associazione per
l'Amicizia Italo-Tedesca con sede a Roma (via del Colosseo, 2 a), il cui
direttore, Gino Ragno, è stato presidente della Giovane Italia, membro di
Ordine Nuovo e fondatore del gruppo clandestino dei Figli del Sole. Ragno, che
è anche collaboratore del, quotidiano Il Tempo, ha contatti con
industriali, militari (soprattutto ufficiali dei paracadutisti), e uomini
politici della Germania Federale. (13)
Un bilancio positivo
A conti fatti il neofascismo italiano ha svolto bene il suo
ruolo negli anni '68 - '69, e chi lo ha finanziato può ritenersi soddisfatto
della scelta e della spesa. Soltanto il tentativo, operato con le infiltrazioni,
di estremizzare e deviare "dall'interno" le lotte dei gruppi della
sinistra extraparlamentare e del Movimento Studentesco è sostanzialmente
fallito.
Merlino - che pure è uno degli esempi più riusciti - fa
testo in proposito. In compenso si sono rivelate più efficaci le provocazioni
operate "dall'esterno", sia esercitando il vandalismo inutile e
sistematico ai margini delle manifestazioni - soprattutto di quelle che
sfociavano in scontri con la polizia - sia praticando i tradizionali metodi
squadristici, allo scopo di spostare all'indietro gli obiettivi di lotta della
sinistra e di provocare quelle reazioni che giustificassero uno degli
argomenti-principe dei cantori della "strategia della tensione",
quello degli "opposti estremismi". In soli 2 mesi, nell'ottobre e
novembre 1969, hanno compiuto in varie città italiane 52 tra aggressioni e
"spedizioni punitive" (16 contro licei, 5 contro sezioni dei PCI, 4
contro sedi universitarie, 7 contro manifestazioni e cortei, 20 contro militanti
di sinistra isolati).
Negli ultimi due anni, inoltre, si, sono addestrati
coscienziosamente, con ampia disponibilità di mezzi e di attrezzature. Hanno
palestre in quasi tutte le città italiane (sette soltanto a Roma) dove
praticano in prevalenza il "karatè" e l'"akidò", la lotta
giapponese con il bastone. Frequentano assiduamente i corsi di lancio
organizzati nelle varie sedi dalla Associazione Nazionale Paracadutisti;
allestiscono campeggi paramilitari un pò dovunque, addestrandosi alla
controguerriglia sotto la guida di ex ufficiali repubblichini, quando non si
tratti di quelli dell'esercito italiano che prestano servizio alla scuola d'arditismo
di Cesano. Compiono periodiche esercitazioni di tiro in poligoni militari, come
quelli di Palermo o di Tor di Quinto a Roma, oppure "clandestini",
come quelli di Cornuda, di Cervarezza, dell'Alta Sabina, di Tolfa, dei Colli
Euganei, della Sila, ecc.
Costituirebbero insomma, nell'ipotesi estrema di un colpo di
Stato alla greca nel nostro paese, una sia pur modesta forza fiancheggiatrice.
Ma l'attività nella quale eccellono sono gli attentati. Nei due mesi-campione,
l'ottobre e il novembre 1969, hanno lanciato 27 bottiglie molotov (contro 11
sezioni del PCI, 4 del PSIUP, 2 del PSI, 3 Case del Popolo, 2 sedi
marxiste-leniniste, due del M.S., 1 della FIOM-CGIL, 1 chiesa valdese e 1
sinagoga); 13 ordigni al tritolo (contro 2 sezioni dei PCI, 5 lapidi.
partigiane, 3 caserme, 2 chiese, 1 cabina dell'ENEL); 10 bombe-carta (contro 6
sezioni del PCI, 2 circoli operai, 1 sede della RAI, 1 ospedale militare); 2
bombe a mano di tipo SRCM in dotazione all'esercito (contro due case del
popolo).
Fondamentale, in questo quadro, è la parte giocata dagli
attentati con falsa firma di sinistra: sul totale dei 145 del 1969 escludendo
quelli compiuti da militanti di sinistra e anarchici (14) -
essi sono in tutto una cinquantina. La serie più vicina inizia nell'Ottobre del
'68 con i due attentati di Avanguardia Nazionale agli automezzi della polizia
parcheggiati davanti alla Scuola Allievi Sottufficiali di via Guido Reni a Roma;
e si conclude - almeno ufficialmente - con quello di Reggio Calabria.
La notte fra il 7 e l'8 dicembre 1969 esplode un ordigno ad
alto potenziale che devasta l'atrio della Questura di Reggio Calabria e ferisce
gravemente l'appuntato di guardia. Contro i responsabili, identificati e
arrestati a Roma due settimane più tardi, viene elevata l'imputazione di
detenzione di esplosivi, lesioni aggravate e concorso in strage. Sono due
studenti universitari: Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi. Nel loro curriculum
giudiziario appare una serie incredibile di denunce - apologia di fascismo,
danneggiamenti, rissa aggravata, lesioni personali, etc. - ma neppure una
condanna. Il loro curriculum politico, alla luce dei tragici avvenimenti di quei
giorni, è estremamente significativo- ex dirigenti nazionali della missina
Giovane Italia, negli ultimi due anni hanno militato
nei ranghi dell'Avanguardia Nazionale di Stefano delle Chiaie, del Fronte
Nazionale di Junio Valerio Borghese e dell'Ordine Nuovo. Giuseppe Schirinzi è
componente dell'esecutivo del "Centro studi
di Ordine Nuovo", una trovata di Pino Rauti per fornire una copertura
"culturale" all'organizzazione di cui è presidente; Aldo Pardo è uno
dei responsabili della sezione giovanile calabrese del
Fronte Nazionale. Ma c'è di più: nella primavera del '68 i due hanno
partecipato al famoso viaggio-premio in Grecia e, assieme a Mario Merlino, sono
tra i fascisti "superselezionati" che s'incontrarono con Costantino
Plevris nella sede ateniese del Movimento "4 Agosto". (15)
Quello alla Questura di Reggio, ultimo in ordine di tempo, di
una lunga serie di attentati dinamitardi che hanno seminato il panico nel
capoluogo calabrese alla fine del '69 (16) ha un significato
esemplare.
Attribuito dalla stampa padronale (con i soliti quotidiani
della catena Monti, Il Tempo di Roma e La Notte di Pesenti in
prima fila) agli anarchici e ai maoisti, avviene alla vigilia di un evento
d'eccezione: il comizio che Junio Valerio Borghese, ospite di un albergo di
Reggio dal 6 dicembre, dovrà tenere il giorno successivo in città. In una città
presumibilmente sconvolta e indignata per il "gesto criminale dei
dinamitardi di sinistra contro uno dei templi dei potere costituito".
Alle ore 17 del 12 dicembre 1969, la autoambulanze che si
dirigono a sirene spiegate alla Banca Nazionale del Lavoro per raccogliere i
feriti della prima bomba romana, sfrecciano tra mura ricoperte da migliaia di
giganteschi manifesti tricolori. Sopra vi si legge: "Domenica 14 dicembre -
Manifestazione nazionale del MSI al Palazzo dei Congressi dell'EUR. Parlerà
Giorgio Almirante. Italiani accorrete! Reagite al caos e al disordine dilagante!
La piazza di destra vi attende!"
La manifestazione, il giorno successivo alla strage, verrà
vietata in extremis dal Ministro degli Interni. Ancora una volta i fascisti
italiani naufragano nel loro delirante velleitarismo. Dopo 50 anni non hanno
ancora capito che se nel '22 lo Stato monarchico e conservatore non avesse
deciso di identificarsi nel regime, Mussolini avrebbe fatto la marcia su Roma,
anziché in vagone letto, in un cellulare; e che, se l'illusione riformista del
movimento operaio non avesse riconsegnato l'Italia della Resistenza alla
restaurazione capitalistica, il MSI ed i suoi sottopancia non avrebbero reperito
né i mezzi né le complicità politiche per sopravvivere. Con la strage di
Piazza Fontana i fascisti ritentano un'impossibile ingresso nella storia e
finiscono, come al solito, nella cronaca (nera) delle grandi scelte del capitale
e dell'imperialismo stranieri: impotenti e subalterni, in una impresa criminale
che li vedrà esclusi dalla spartizione del bottino.
A Roma dalle ore 15 circa del 12 dicembre 1969, un noto professionista iscritto
ad un partito di sinistra riceve un avvertimento telefonico: "Ti consiglio
di sparire dalla circolazione. Tra poco in Italia, per voi, l'aria sarà
irrespirabile".
La voce è quella di P.M., figlio ventiduenne di un ex pezzo grosso del SIFAR,
attualmente in pensione, ma con incarichi "riservati" in ambienti ad
altissimo livello. Un'ora e mezza più tardi esplodeva l'ordigno della Banca
Nazionale dell'Agricoltura, uccidendo sul colpo 12 persone e dilaniandone un
centinaio. Il giorno successivo, sabato 13 dicembre, il presidente del
consiglio, on. Mariano Rumor dichiarava ai giornalisti andati ad accoglierlo
all'aeroporto di Fiumicino al suo ritorno da Milano che la "ricostituzione
del centro-sinistra organico è urgente e indifferibile".
(1) Questo capitolo non intende proporre una visione complessiva della situazione politico-sociale dell'Italia nei due anni che precedono la strage dei 12 dicembre 1969, ma solo offrire alcuni momenti del quadro generale all'interno del quale si è sviluppata la "strategia della tensione". Siamo consapevoli dei limiti profondi di questa ricostruzione ma di essa non si poteva fare a meno, proprio per porre in evidenza come, all'interno di tale strategia, i fascisti siano stati solo degli utili "mazzieri". Questa non vuol essere quindi una conclusione ma solo una premessa che noi offriamo a tutti i militanti come modesto contributo a quelle analisi politiche, globali e approfondite. che andranno sviluppate in altre sedi.
(2) Due anni fa Attilio Monti acquistò la raffineria di Gaeta che, opportunamente potenziata, dovrebbe diventare uno dei passaggi salienti del ciclo: greggio americano-petroliere greche-raffinazione Monti-rifornimento navi della locale base NATO. Un'altissima personalità socialdemocratica ed esponenti della destra DC, tra i quali l'on. Giulio Andreotti, si fecero paladini, all'indomani dell'acquisto, dell'installazione nel porto di Gaeta di un campo-boe che avrebbe permesso l'attracco simultaneo di numerose petroliere. Quando la notizia "filtrò", le popolazioni del litorale minacciarono una sommossa temendo - non a torto - che la cosa avrebbe seriamente pregiudicato le risorse turistiche della zona e il progetto venne provvisoriamente accantonate. Nel febbraio '70, in pieno clima post-bombe, alcuni esponenti dei locale PSU hanno iniziato un cauto sondaggio tra la popolazione in previsione di un suo rilancio in grande stile.
(3) Il ruolo svolto da queste sedicenti
agenzie-stampa è esemplificato dall'estratto di un rapporto segreto della CIA
dedicato alla situazione italiana e datato 5 luglio 1963."
"Quando Scelba divenne ministro degli Interni riunì
una serie di fascicoli su personalità di primo piano degli ambienti politici,
sindacali, economici ed intellettuali. Il prefetto P., che aveva
ricoperto una carica importante nei servizi di sicurezza durante il fascismo, fu
incaricato della cosa. I fascicoli vennero minuziosamente redatti e ben
documentati. Quando Tambroni divenne a sua volta ministro degli interni diede
ordine a Pavone di arricchire i fascicoli e questi, con l'aiuto di alcuni
giornalisti suoi intimi amici (G.M., C.C., E.F., N.M.) fondò l'agenzia-stampa Eco
di Roma che serviva da copertura per ottenere informazioni su uomini
politici, leader sindacali e giornalisti. In poco tempo la lista dei fascicoli
si allargò fino a comprendere migliaia di nomi. Quando divenne Presidente dei
Consiglio, Tambroni li fece trasportare in un appartamento privato di piazza
Indipendenza dove un giornalista chiamato T. e il suo capo di gabinetto Mori se
ne sarebbero occupati. Egli se ne servì contro i suoi avversari per tentare di
mantenersi al potere. Costretto a rinunciare all'incarico, portò i fascicoli
nella villa del suo amico M. in Sardegna...".
(4) Nel mese di giugno 1969 a Milano. alcuni militanti
di due gruppi della sinistra extra-parlamentare vengono avvicinati da Giulio
Seniga, (Nella "Strage di Stato vent'anni dopo" a cura di Giancarlo
De Palo e Aldo Giannuli edita da Edizioni Associate nel 1989 è stata inserita
una nota che testualmente citiamo "Questo riferimento a Giulio Seniga non
appare affatto convincente, anche perchè la postilla premessa a questo capitolo
non conferma affatto le accuse formulate. Peraltro Seniga, dopo una iniziale
incertezza, scelse il PSI e non il PSU" ed inoltre "Seniga ci ha fatto
sapere di essere estraneo all'episodio e di non querelare La strage di Stato per
non affiancarsi alla campagna contro di essa. Ne prendiamo volentieri atto. Ciò
non vuol dire naturalmente, che rinunciamo a criticare il comportamento di
Giulio Seniga nei confronti della sinistra extraparlamentare, documentato in
suoi recentissimi scritti, anche sulle colonne dell'Avanti!")
l'ex-segretario di Pietro Secchia che nel 1949 fuggi in Svizzera con dei
documenti e la cassa del PCI e che oggi è notoriamente legato al PSU ed in
particolare ad uno dei componenti dei suo ufficio esteri, di cui sono noti i
rapporti con l'amministrazione Nixon, Seniga offre denaro che però viene
rifiutato. Una conferma a questo tipo di operazione è stata fornita anche, da
un'intervista dell'anarchico Ivo Della Savia apparsa sul Corriere della Sera
il 25 febbraio 1970: "... da una parte ci sono dei giovani che si ribellano
contro la società, e sono capaci di rendere dannosa la loro azione; dall'altra
vi è gente che appartiene ad un altro ambiente sociale, che ha altre esigenze e
che vede in questi giovani degli strumenti". Domanda dell'intervistatore:
"Cosa fa? Li finanzia?" Risposta: "Sì, in una certa maniera ma
mai chiaramente. Tra costoro c'è anche quell'amministratore di un partito di
sinistra che anni fa sparì con tutta la cassa e non venne mai denunciato".
Nell'estate '69 anche l'avvocato milanese F.A. prendeva contatto con alcuni
militanti dei movimento studentesco di Roma per offrire loro dei soldi e per
proporre la formazione di commandos di guerriglieri. Ma anche in questo caso i
"finanziamenti" non sono stati accettati.
Questi tentativi di strumentalizzare, in chiave reazionaria.
la lotta delle avanguardie studentesche non sono inediti. Tra i tanti esempi
basterà citarne uno relativo alla Francia. Alla fine del '68 sulla Rivolte
Etudiante (Editions du Seuil -Paris) appariva questa dichiarazione di I.P.
Duteuil, uno dei leaders studenteschi dei "Movimento 22 Marzo":
"Per quanto riguarda il nostro movimento la CIA si è interessata più
volte di esso. Giornalisti e funzionari americani ci hanno offerto in varie
occasioni somme di denaro rilevanti. Inutile dire l'accoglienza che gli abbiamo
riservato...".
Anche la sinistra moderata non è esente da simili
"corteggiamenti". Nello stesso periodo ai corrispondenti dei giornali
stranieri ad Amsterdam venne consegnata la fotocopia di una
lettera sottratta al danese lan Hackkerup, segretario dell'IUSY,
l'Internazionale Giovanile Socialista con sede a Vienna. Da essa emergevano gli
stretti rapporti finanziari esistenti tra l'organizzazione e due associazioni
giovanili americane notoriamente creature della CIA, la FYSA e la
YRS. La cosa suscitò una violenta polemica antiamericana e nei vari paesi
scandinavi fu oggetto di interpellanze parlamentari.
(5) Sul luogo dell'eccidio furono rinvenuti 5 kg di bossoli d'ordinanza, tra i quali, numerosi, quelli delle pistole in dotazione agli ufficiali di P.S.
(6) Fu aperto un procedimento giudiziario contro 150 braccianti, identificati per lo più grazie alle liste dei feriti ricoverati negli ospedali. Alcuni dei denunciati guarirono in più di tre mesi. Nessun funzionario, ufficiale o agente di P.S. fu incriminato per l'eccidio.
(7) Per esaminare brevemente il ruolo
svolto dalla stampa "d'informazione" negli anni '68 e '69 - di
forsennata manipolazione dell'opinione pubblica e quindi di obiettiva complicità
con il disegno reazionario complessivo - si può partire dal giudizio espresso
da Giorgio Bocca, redattore del Giorno, sull'atteggiamento assunto da
molti suoi colleghi in merito agli attentati del 12 dicembre.
"Nell'occasione si è ancora una volta tristemente
manifestato il cinismo incivile, la prepotenza da servi in libera uscita che è
di tanti giornalisti pronti al linciaggio dei deboli e dei perseguitati: hanno
dato per crollato le mille volte l'alibi di questo o quell'imputato; scritto che
sono assassini prima di qualsiasi giudizio; accettate per buone le testimonianze
d'accusa più inverosimili; usato le più impudenti e strumentali violazioni del
segreto istruttorio. Sì, il quadro della stampa italiana appare nero,
deprimente.
Un giudizio esatto che rischia, tuttavia, di suonare
moralistico se non viene inquadrato in un'analisi, sia pure superficiale, della
situazione in cui versa la stampa "indipendente" del nostro paese. Le
antiche tradizioni di conformismo e servilismo della maggior parte del
giornalismo italiano non sono infatti che il logico riscontro dell'assoluto
controllo esercitato dai centri di potere economico sulle testate dei più
importanti quotidiani e settimanali in circolazione. E non c'è da meravigliarsi
se questi, pur rappresentando interessi di gruppi spesso economicamente
antagonisti e quindi talvolta divisi nella definizione di una strategia di
potere, si siano trovati in quest'occasione sostanzialmente uniti e concordi e
abbiano fatto, per così dire quadrato. A livello di stampa la strage di Milano
e la sua per così dire gestione politica - con tutte le implicazioni che essa
comporta - appartengono al sistema complessivo, all'ala riformista dei
capitalismo italiano come alla sua ala più arretrata. In questo quadro va
tuttavia messo in rilievo il ruolo particolare svolto dai giornalisti di
proprietà del cavalier Attilio Monti. Nel corso degli ultimi due anni evitando
agevolmente lo scoglio delle leggi anti-trust che regolano il settore della
stampa, egli ha creato la più importante catena di quotidiani italiani: Il
Resto del Carlino e Carlino Sera, La Nazione e Nazione
Sera a Firenze. Il Telegrafo a Livorno, Il Giornale d'Italia
e Momento-Sera a Roma. L'Unione Sarda a Cagliari ed alcuni
quotidiani minori dell'Italia meridionale. Sono i giornali che più e meglio di
ogni altro, a parte quelli dichiaratamente fascisti - sono stati gli zelanti
interpreti presso l'opinione pubblica della "strategia della
tensione". Non occorrono molti esempi. Il giorno successivo alla scissione
socialdemocratica Il Giornale d'Italia uscì con il titolo, a caratteri
cubitali, "SVENTATO IL COMPLOTTO CONTRO LO STATO" e con un lungo
articolo in cui si spiegava come Ferri, Cariglia, Preti e Tanassi avevano
impedito la consegna dell'Italia all'imperialismo sovietico da parte di De
Martino, Lombardi e Mancini. Nei giorni successivi alla strage, mentre è in
corso la più gigantesca campagna di caccia all'"estremista di
sinistra" della storia dell'Italia post-fascista, Momento-Sera
pubblica in prima pagina, con grande rilievo, che il figlio dell'on. Belisario,
un parlamentare della sinistra democristiana, è nell'elenco dei sospetti
terroristi. La notizia - nessun altro giornale italiano la pubblicò - è priva
di ogni fondamento. Il giorno successivo verrà smentita ma intanto il senatore
Belisario è stato colto da infarto e morirà dopo. un paio di giorni.
(8) I fascisti ripartirono quasi tutti la mattina successiva. Quelli che rimasero a Battipaglia - una decina - nei due giorni successivi incendiarono il palco eretto dai sindacati per il comizio di protesta e aggredirono due iscritti all'Unione (m-l) giunti in auto da Napoli.
(9) Nei mesi di novembre e dicembre '69 la Borsa di Milano fu caratterizzata da un andamento assai instabile e da frequenti crolli di titoli, soprattutto di quelli legati al piccolo azionario, più sensibile all'allarmismo ed allo sconforto. L'11 dicembre, giorno precedente agli attentati, nella rubrica finanziaria dei quotidiano svizzero Journal de Géneve si leggeva: "Mercato irregolarissimo a Milano, con 3.120.000 titoli trattati. I valori che avevano resistito finora sono a loro volta oggetto di disimpegno...".
(10) E' una filiazione diretta dell'omonimo movimento neonazista tedesco, presieduto da Adolf von Thadden. Nel settembre del 1969 un quotidiano di provincia, La Gazzetta del Popolo, segnalò che questi era entrato clandestinamente in Italia sotto falso nome con un'auto targata Milano e che si era incontrato in una villa sopra Stresa, nella frazione Brisino, con alcuni industriali italiani del Nord e con esponenti del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.
(11) In quell'epoca Michele Sindona appare improvvisamente e clamorosamente alla ribalta dei mondo finanziario italiano. Fino ad allora è conosciuto come valente avvocato fiscalista; si sa che è siciliano, ha 41anni e fa frequenti viaggi negli USA dove conta molte amicizie negli ambienti degli italo-americani. L'uomo che mantiene e coltiva questi contatti per suo conto è un certo signor Porco, ufficialmente agente per l'Italia delle acciaierie americane Cruciblee Steel. Nel 1967 Sindona rileva una grossa quota della Banca Privata Finanziaria di Milano e ne diventa vicepresidente, assumendone il controllo ed iniziando una escalation speculativo-finanziaria che non ha precedenti nel nostro paese. La tecnica usata è delle più semplici: concede prestiti a società in difficoltà costringendole alla vendita per sanare i debiti. Quindi le risana economicamente e le rivende a società straniere, di preferenza americane. Bastano alcuni esempi ad illustrare questa gigantesca operazione di neo-colonialismo finanziario che costituirà un supporto indispensabile alla creazione del terreno economicamente favorevole allo svilupparsi, a livello politico, della "strategia della tensione". Basti pensare al ruolo giocato dalla media industria, la più soggetta all'ipoteca USA, nella fase "calda" dell'autunno sindacale. quando la sua intransigenza nei confronti delle richieste operaie provocò l'accentuarsi delle tensioni sociali e la loro accorta strumentalizzazione per mezzo della stampa e del "personale politico" di complemento. Nei primi mesi del '68 Sindona trasferisce alla Chatillon l'emiliana Vittadello e la milanese Rosier; alla Cruciblee Steel la Siderurgica Vanzetti; alla belga Solina la veneta CTIP; alla Celanese USA la SIACE; inoltre mette sotto controllo diretto del capitale americano la Banca di Messina, la ltalswiss. la Banca Provinciale di Depositi e Sconti, le concerie Pacchetti e, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia. decine di industrie alimentari. meccaniche. cartarie, turistiche. cinematografiche. ecc.
(12) Nell'autunno del '68, con un'enorme copertura finanziaria alle spalle, Michele Sindona aveva già iniziato la scalata alla Italcementi ed alle Bastogi, e quindi alla possibilità stessa di esercitare un controllo decisivo sul mercato finanziario interno. In concorrenza diretta con Carlo Pesenti e con il Vaticano, proprietari dell'Italcernenti, nella fase iniziale dell'operazione, nel 1969, Sindona raggiungerà con loro un accordo di massima, che, sia pure variamente articolato, li vedrà schierati insieme contro la linea di razionalizzazione e di attacco alle patrimoniali portava avanti dal capitale.
(13) In particolare con Marcel Hepp, direttore dei Bayer Kurier, il quotidiano dell'ultra-reazionario ministro della Difesa Franz joseph Strauss; con il generale Schnez, il più "ultra" dei 5 capi della Bundswehr: con la Junge Union, l'organizzazione giovanile della destra democristiana e con il deputato clerico-fascista Stingel, che ricopre l'incarico importantissimo di capo dell'Ufficio del Lavoro di Norimberga.
(14) Sono circa 20. L'autenticità di tale cifra è data dalla fulmineità con la quale la polizia ha sempre identificato i suoi autori. Un esempio in percentuale: nel 1969, sui 7 attentati compiuti con molotov contro altrettante sezioni missine, in 6 casi la polizia ha scoperto i responsabili, denunciando complessivamente 11 militanti di sinistra. Nello stesso anno, sui circa 60 attentati contro sedi di organizzazioni di sinistra compiuti con molotov o, più frequentemente, con bombe a mano e ordigni al tritolo, in soli 19 casi si è giunti all'identificazione dei responsabili, con 26 fascisti complessivamente denunciati. Va inoltre considerato che in quattro occasioni i fascisti sono stati scoperti perché - essendosi fatti scoppiare gli ordigni in mano - sono dovuti ricorrere a cure ospedaliere.
(15) Ma la circostanza più clamorosa e
illuminante è che Giuseppe Schirinzi, un mese dopo il ritorno dal viaggio in
Grecia, fondò il circolo pseudo-anarchico XXII Marzo di Reggio Calabria che
ebbe - come quello romano - fondato da Mario Merlino - vita brevissima. Giuseppe
Schirinzi il 9 dicembre 1969 - giorno successivo all'attentato alla questura di
Reggio Calabria - partì per Roma dove fu arrestato il 17 dicembre. In casa di
chi fu arrestato? Cos'ha fatto in quegli otto giorni Giuseppe Schirinzi, membro
dell'esecutivo del "Centro studi di Ordine Nuovo?".
(16) Tra novembre e dicembre: alla S.I.P., a
Catasto e la chiesa di S. Brunello (in coincidenza con un comizio di Almirante),
contro due sezioni della DC, la caserma dei carabinieri, il supermercato Standa
e la chiesa di Marina di S. Lorenzo, una località dove, durante l'estate, i
fascisti della provincia si erano riuniti per un "Campeggio marino"
organizzato dai fratelli Crea, due industriali locali legati a Junio Valerio
Borghese.
POSTFAZIONE
Quando ormai l'inchiesta è chiusa e
questo libro pronto per essere stampato, siamo venuti in possesso, per una serie
di circostanze assolutamente casuali, di nuove notizie. Purtroppo non siamo in
grado di valutare esattamente la loro veridicità in tutti i particolari, né
resta il tempo per farlo. Tuttavia, poichè tali notizie concordano
singolarmente coi risultati della nostra inchiesta, riteniamo doveroso renderle
pubbliche.
Achille Stuani, un ex deputato comunista che oggi si è
ritirato nel suo paese di Caravaggio, in provincia di Bergamo, verso il 20
maggio ha incontrato a Milano un suo vecchio amico al quale ha confidato di
conoscere la chiave per risolvere il mistero degli attentati del 12 dicembre.
Mentre parlava, Stuani ha lasciato intravedere una cartella di documenti che
teneva chiusa in una borsa. Avvicinato qualche giorno dopo dallo stesso amico,
Achille Stuani è diventato reticente e si è rifiutato di mostrargli i
documenti. Ancora più restio a parlare si è mostrato quando altre persone,
abbastanza autorevoli per poterlo fare, gli hanno chiesto conto delle sue
affermazioni. I documenti, ha detto, non li ho più con me e in ogni caso si
trattava di roba di poco conto. E si è limitato a ripetere il racconto fatto la
prima volta a Milano, ma rendendolo sempre più scarno di particolari.
Achille Stuani dice di avere ricevuto, subito dopo gli
attentati, le confidenze di un suo vecchio amico, l'avvocato Vittorio Ambrosini,
fratello dell'ex presidente della Corte Costituzionale Gaspare Ambrosini.
L'avvocato, che oggi ha 68 anni, durante il regime è stato fascista ma per
certe sue intemperanze era finito al confino dove aveva conosciuto Stuani,
militante comunista. Durante la guerra Vittorio Ambrosini aveva cercato di
avvicinare alcuni avvocati antifascisti di Roma assicurandoli che anche lui la
pensava come loro ma era sempre stato guardato con sospetto. Finita la guerra
andava in giro dicendosi comunista ma poco tempo dopo era tornato a frequentare
gli ambienti fascisti della capitale, cosa che ha continuato a fare sino a oggi.
Subito dopo gli attentati l'avvocato Ambrosini è stato ricoverato in ospedale.
sotto choc, dice Stuani. Ne è uscito due mesi dopo e di nuovo è stato
ricoverato perchè rimasto vittima di un incidente. Da allora non è più uscito
dalla clinica. Lo assistono la donna che convive con lui, signora Teresa, e il
nipote di costei, che svolge anche mansioni di autista. La donna molto
sospettosa, si e rifiutata di rivelare dove è attualmente ricoverato l'avvocato
Ambrosini.
Resta, dunque, solo il racconto di Achille Stuani il quale
dice che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, a una
riunione nella sede romana di Ordine Nuovo dove, presente un deputato del MSI,
era stata presa la decisione di "andare a Milano a buttare per aria
tutto". Alla persona che doveva recarsi a Milano per fare questo o per
portare il messaggio, venne affidato del denaro; tre pacchi di biglietti di
grosso taglio più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il
direttissimo Roma-Milano delle 23,40.
L'avvocato Ambrosini, secondo il racconto di Achille Stuani,
si è reso conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando
seppe della strage. Fu colto da choc e ricoverato. A Stuani ha detto inoltre che
gli organizzatori degli attentati erano le "18 persone del gruppo O.N."
che avevano compiuto un viaggio in Grecia, erano poi riuscite a infiltrarsi tra
i "cinesi" e gli anarchici e, nel circolo 22 Marzo, avevano collocato
una loro spia.
Dalla clinica Ambrosini ha scritto una lettera al ministro degli Interni Restivo,
suo amico personale, per comunicargli di essere in possesso di notizie
importanti circa gli attentati. Qualche giorno dopo ha affidato una seconda
lettera a Achille Stuani che l'ha consegnata al segretario particolare del
ministro la mattina dei 15 gennaio 1970. Ma non risulta che l'avvocato Ambrosini
sia mai stato interrogato. Eppure, vere o immaginarie che siano le sue
rivelazioni, varrebbe comunque la pena di ascoltarlo. Ammesso che si possa
arrivare in tempo, considerato il suo precario stato di salute.
LETTERA DI PIETRO VALPREDA DAL CARCERE
Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di "Umanità Nova" (1)
Carcere di Regina Coeli
14 Aprile 1970
Cari compagni,
vi accludo queste note che credo vi potranno servire, anche
perché‚ vedo da "Umanità Nuova" che dovete spulciare notizie da
altri giornali... Fatene l'uso che credete meglio. In carcere per ora, malgrado
la grande repressione, vedo solo anarchici.
Saluti e anarchia.
Pietro
(1)
Chi è Pietro Valpreda? Per il "Secolo d'Italia" (19 dicembre)
"una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue
comunista"; per "il Messaggero" (17 dicembre) "una belva
umana mascherata da comparsa da quattro soldi"; per "La Nazione"
(18 dicembre) "un mostro disumano"; per l'organo del PSU,
L'"Umanità" (18 dicembre) "uno che odiava la borghesia al punto
da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori"; per
"Il Tempo" (18 dicembre) " un pazzo sanguina
rio senza nessuno alle spalle"; ecc. Questo per la stampa di destra. Per
l'"Avanti!" (18 dicembre) è invece "un individuo morso dall'odio
viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia"; per "l'Unità"
(19 dicembre) "un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro,
forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento". Va detto, a parziale
giustificazione dei due quotidiani di sinistra, che, subito dopo il suo arresto,
da ambienti anarchici qualificati fu diffusa la notizia che da tempo si dubitava
di lui: sul finire dell'estate al circolo Bakunin era giunta da Milano la
segnalazione di tenerlo d'occhio. A quell'epoca alcuni anarchici milanesi del
"Ponte della Ghisolfa" erano venuti a conoscenza del verbale
d'interrogatorio di un loro compagno accusato degli attentati del 25 Aprile. Tra
le varie domande rivoltegli dagli inquirenti una suonava presso a poco così:
"E' vero, come ci ha detto Valpreda, che una volta gli hai chiesto degli
esplosivi?".
La cosa - con l'aggravante di una sospetta provocazione
dovuta all'assoluta estraneità dell'anarchico ai fatti addebitatigli - venne
segnalata a Roma. Solo a molti mesi di distanza, nel gennaio del '70, gli
anarchici milanesi - venuti a conoscenza di un secondo verbale - scopriranno che
si era trattato di un equivoco. Il verbale si riferiva all'interrogatorio di
A.D.E., svoltosi subito dopo gli attentati del 25 Aprile. Vi compariva la frase:
"Valpreda una volta mi disse che x gli aveva chiesto se conosceva il modo
di procurarsi degli esplosivi".
La dichiarazione di A.D.E., personaggio ambiguo che già gli
anarchici consideravano con sospetto, venne attribuita dagli inquirenti, nel
corso delle contestazioni mosse da x, a Pietro Valpreda, ed iscritta a verbale.
Un vecchio trucco della polizia, che comunque, in questo caso, fece nascere sul
conto di Valpreda una "voce" che, mai efficacemente smentita, ha
ingenerato equivoci anche tra i militanti di sinistra. Alcuni dei quali sono
tuttora convinti che egli, opportunamente "manovrato" dall'apparato,
sia davvero l'esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.
Chi è Pietro Valpreda non sta a noi giudicare. In una
vicenda che coinvolge profondamente la classe operaia e i militanti
rivoluzionari del nostro paese di lui c'interessa il ruolo che occupa nel
disegno reazionario complessivo: e, più in particolare - come già per Giuseppe
Pinelli nel contesto dell'inchiesta e dell'istruttoria, che di esso sono parti
organiche e inalienabili. Per questo, dal momento che si tenta - con un'ultima
grottesca scappatoia - di farlo passare per pazzo, ci sembra opportuno allegare
a questa contro-indagine un documento da cui - se non altro si può evincere che
le facoltà mentali di Pietro Valpreda - come del resto le sue capacità
deambulatorie - sono in perfette condizioni.
Questa lettera è uscita da Regina Coeli clandestinamente,
scavalcando la censura carceraria.
NOTE ALLA LETTERA DI VALPREDA
A più di cinque mesi dall'inchiesta precostituita dagli
organi del sistema nei nostri riguardi, vorrei puntualizzare alcuni
punti e renderne noti altri alla parte più sensibile e cosciente dell'opinione
pubblica, anche se credo doveroso aggiungere che
diversi organi di stampa, che ci hanno affiancati e che potrei chiamare
innocentisti, hanno abbracciato tale tesi più ai fini di una certa
strumentalizzazione politica che per amore di verità o di giustizia. Ed è un
certo settore della stampa, che il buon senso ed il pudore mi impediscono di
chiamare organi di informazione, servi obbedienti dei vari gruppi di potere più
reazionari del sistema, che hanno gettato il fango, il livore, la menzogna,
l'odio, la diffamazione, con articoli da trivio, diretti contro i morti, contro
di noi ed i nostri familiari, amici e compagni, onde screditare, con noi, il
movimento anarchico in modo specifico e di riflesso tutta la sinistra in
generale; vista fallita la loro manovra di manipolazione e di discredito, con
l'infantilismo politico che li ha sempre contraddistinti, da bravi servi
striscianti e obbedienti, tacciono.
Dove la strumentalizzazione politica è stata subito palese,
fu nel cercare di provare nell'insinuazione che il nostro "gruppo anarchico
22 Marzo" era un gruppo ibrido, con elementi di destra. Si avanzò
addirittura l'ipotesi di una... simbiosi fra anarchici e fascisti (si scrisse
che gli estremi si toccano) come se si potessero fondere e conciliare la libertà
e la dittatura. Tutta questa strumentalizzazione, solo ed esclusivamente per la
premessa che un componente del gruppo, di provenienza fascista, frequentava
ancora, a nostra insaputa, i suoi ex camerati: pertanto la tanto decantata
simbiosi si risolve ad un contatto che era a noi tutti sconosciuto.
Dove la strumentalizzazione politica è ancora più evidente,
è nei termini in cui si attaccano gli organi inquirenti che conducono (inteso
nel senso di... manovrare) l'istruttoria nei nostri riguardi: attacchi portati
non nel senso che l'accusa cercherebbe ogni mezzo legale e illegale per
incriminare degli innocenti, ma che agirebbe in questa maniera per tendere a
colpire i mandanti; è una disquisizione sottile, ma di importanza fondamentale;
si passa perciò sulle nostre teste (con una chiara manovra politica)
ipotizzando che potremmo anche essere colpevoli, ma, che saremmo solo dei
semplici... pazzi esecutori. Questa istruttoria, precostituita ad arte, copre
non solo i mandanti, ma gli esecutori, i finanziatori, gli artificieri ed altri
palesi interessati e... interessi. Perché se si sostiene e si scrive che su
tutta l'inchiesta vi sono dubbi, ombre che fu quantomeno affrettata,
unidirezionale, precostituita dall'inizio, condotta avanti stancamente con il
riconoscimento falso, la delegazione di spie, l'intimidazione di testi, e pure
con un buon margine di illegalità; ora essendo gli organi inquirenti autori di
tutto questo, essendo pertanto i medesimi perfettamente al corrente di aver
potuto incriminare degli innocenti, ricorrendo all'artifizio, non vedo come
possano risalire ai mandanti partendo da noi. Mi sembra perciò abbastanza
palese e logico che stiamo facendo solo da capro espiatorio: non si è voluto
arrestare questi... per non risalire a quelli; tranne che non sia un nuovo
metodo di indagine arrestare degli innocenti per risalire ai colpevoli.
Tutti sono unanimi nel sostenere la necessità di fare luce
completa... sulla oscura morte del compagno Pinelli: tutti concordi che il
nocciolo, che il marcio della questione sta là, che non si saprà mai la verità
sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma se prima non si saprà la verità
sulla caduta di Pino. Ma i responsabili... della caduta, sono ancora ai loro
posti, nessuna misura è stata presa nei loro confronti, l'omertà è stata tale
da dare dei punti alla stessa mafia; si è praticamente permesso che i
sospettati svolgessero una specie di indagine su loro stessi. Non solo, si è
pure permesso, e si permette tutt'oggi, che i medesimi partecipassero
all'indagine nei nostri confronti (ora si sa come) proprio a loro, che
allontanare da sé i pesanti dubbi e indizi che li devono dimostrare a qualsiasi
costo e con ogni mezzo che sia Pinelli sia noi siamo colpevoli; solo provando
questo troverebbe un certo credito la tesi del suicidio di Pinelli. Se Pino è
innocente, loro sono colpevoli, non esiste alternativa, e in tal senso hanno
agito, hanno diffamato e accusato un morto, con dichiarazioni e comunicati che
si sono dimostrati, alla prova dei fatti, completamente falsi; hanno costruito
la falsa deposizione e il falso riconoscimento di Rolandi nei loro uffici, ed in
seguito caduti e scoperti i loro falsi, hanno gettato, levandoselo di tasca, un
vetrino il quale avrebbe dovuto apporre la mia firma sugli attentati; ma anche
il sunnominato vetrino, come è stato ampiamente dimostrato era in loro possesso
da molti mesi prima degli attentati, anzi avevano chili di vetrini colorati, con
ampie libertà di scelta. Si vede che di fronte alla legge democratica, uguale
per tutti, i nostri integerrimi poliziotti sono più uguali degli altri
cittadini italiani: perché se nella loro identica situazione con le prove, gli
indizi, le contraddizioni e le assurdità che vi sono state nel loro operato e
nelle loro dichiarazioni si fossero invece trovati quattro impiegati o quattro
metalmeccanici sarebbero stati immediatamente incriminati e incarcerati. Ma
forse il passato di sbirro al servizio della dittatura fascista, in quel di
Ventotene, dei camerata Guida e e le specializzazioni, acquisite nelle scuole
dei gorilla della C.I.A del socialdemocratico Calabresi, sono una garanzia
sufficiente, tale da sollevare loro ed i loro accoliti da ogni ulteriore
sospetto. Forse la nostra situazione può anche dipendere in parte dal fatto che
nè dietro, nè sopra di noi, abbiamo o notabili, o gruppi o altro che ci
appoggino.
Nell'incriminare tutti i familiari miei, hanno veramente
toccato il fondo, incriminazione effettuata in spregio ad ogni obiettiva
valutazione, valutazione mai applicata nei nostri confronti, ma tale prassi
nazista non è stata usata neppure nei processi imbastiti dai colonnelli
fascisti greci, nemmeno loro erano arrivati ad un tale grado di efferata
infamia. Prima di incriminare, avrebbero dovuto appurare l'unica prova reale, la
mia macchina, prima di dare credito a delle chiacchiere da caffè, ed assurgerle
a dogma, avrebbero dovuto effettuare la perizia sulla macchina ed avrebbero
avuto la dimostrazione tecnica che il mezzo meccanico non avrebbe potuto
effettuare un tragitto così lungo e nel tempo addebitatomi (due periti della
FIAT si sono rifiutati di partecipare alla loro commedia). Il mio meccanico di
Roma, ha dichiarato che la mia 500 si trovava in pessimo stato, che la coppa
dell'olio perdeva, che non aveva il motore truccato. Se a loro non bastavano le
circostanziate e precise deposizioni dei miei familiari, per onestà
professionale avrebbero dovuto, prima di prendere una decisione, effettuare tale
perizia e possiamo essere certi che se avessero avuto solo una probabilità che
tale perizia potesse risultare a loro favorevole, l'avrebbero richiesta subito e
non avrebbero atteso cinque mesi. Non hanno tenuto in alcuna considerazione le
dichiarazioni a loro contrarie, e cioè testimonianze di diversi miei colleghi
del Jovinelli, i quali deposero o di non avermi visto, il giorno in cui l'accusa
mi contesterebbe il viaggio a Roma, o di avermi notato in epoca poco precedente,
come io sostenevo e sostengo. Angelo Fascetti si recò due volte per
testimoniare a mio favore, davanti al giudice Cudillo, ma non riuscì a farsi
ricevere.(1) Il Fascetti sarebbe il giovane moro, notato con
me al bar Jovinelli, il 13 o il 14 dicembre '69. Egli perciò voleva
testimoniare quanto io sostenevo, che tale incontro avvenne diversi giorni prima
di tale data, che i testimoni dell'accusa si erano sbagliati di data. A titolo
di cronaca, debbo anche dire che uno dei tre testi dell'accusa, aveva alcuni
contatti con la polizia, contatti che derivavano dal fatto che egli si
interessava a procurare a terze persone, con una certa facilitazione e celerità,
passaporti ed altri documenti.(2) Ermanna Ughetto, altro loro
super teste (chissà poi perché tutti i testi dell'accusa sono super, quelli a
difesa, o non sono credibili, o mentono, o vengono incriminati), colei che io
avrei accompagnato a cena, in macchina, sempre la sera del 13 o del 14: dunque
il loro ennesimo super teste, dopo gli attentati ai treni dell'agosto 1969.
essendo una mia conoscente, fu interrogata diverse volte dalla polizia di Roma,
subì diverse pressioni, fu minacciata che se non avesse collaborato e detto
tutto ciò che sapeva su di me, le avrebbero reso la vita difficile tramite la
squadra del buon costume. Tale circostanza, l'affermò l'Ughetto medesima, in
presenza di alcuni nostri comuni colleghi di teatro, i quali sicuramente
potranno testimoniare in tal senso.(3) Tralascerò di
accennare alle pressioni che dovetti subire io. E' però abbastanza sintomatico
che tale teste abbia deposto quello che faceva comodo all'accusa ed in più ad
oltre due mesi di distanza. Chiamai altri testimoni che potevano confermare le
mie affermazioni, ma non mi risulta che siano stati citati. Accantonando le loro
valutazioni sempre pregiudiziali, un fatto è positivo, io a Roma sarei stato
visto prima in un bar e poi a un ristorante, questo è tutto, niente altro mi è
stato contestato: pertanto il 13 e 14 dicembre scorso, io ero completamente
libero di andare dove e con chi avessi voluto, non avrei commesso nessun reato a
ritornare a Roma, con relativa cenetta a due, non sarei stato incriminato per
questo; per quale assurda ragione avrei dovuto negare? (sono pure scapolo), che
motivo avrei. avuto di crearmi un alibi a Milano in tal senso? Se mi fossi
comportato come sostiene l'accusa. l'avrei dichiarato dall'inizio, era tutto nel
mio interesse non dare adito a dubbio o altro. Invece tutto questo è solo
un'altra prova che dimostra che ai miei moderni inquisitori non interessa. per
nulla la verità e la giustizia, ma solo riuscire a puntellare ad ogni costo con
macroscopici indizi, le loro tesi da fantascienza. La loro manovra è servita
solo ed esclusivamente ad incriminare un teste a mia difesa che diceva la verità,
e cioè mia zia Torri Rachele. Non potendo assassinare la verità di fronte,
l'hanno colpita alle spalle, come è loro abitudine, questo e il loro contorto e
viscido disegno cercano di dimostrare che i familiari di Valpreda possono aver
mentito nei giorni 13 o 14 e di conseguenza potremmo sostenere che possono aver
mentito anche il 12. Perché bisogna tener presente che mia zia conferma il mio
alibi per il giorno 12, il quale non è per nulla in contrasto con le
dichiarazioni dei testimoni del Jovinelli che riguardano invece il 13 o il 14...
Anche qui l'accusa si è mostrata perfettamente coerente con i suoi metodi.
Passiamo ora al fantomatico deposito sulla via Tiburtina.(4)
Deposito che consisterebbe in un buco. lo non sono responsabile di un sentito
dire, o di una semplice dichiarazione fattami a voce che potrebbe risolversi
solo in una chiacchiera, come in effetti avvenne. Sulla scorta di tale aleatoria
affermazione, la polizia effettuò in mia presenza, un sopralluogo all'ottavo
chilometro della via Tiburtina, nella notte dei 15 dicembre 1969. Tale
sopralluogo dette esito negativo, ed in tale senso firmai un verbale negli
uffici della questura politica: a tale riguardo vorrei precisare che la polizia
affermò, abbastanza seccamente, che li avevo presi per i fondelli, che li avevo
fatti girare a vuoto di notte, che li avevo condotti in un luogo dove io sapevo
a priori che non vi era nulla, che loro non erano dei cretini e le solite frasi
di circostanza che dicono tutti i poliziotti in tali situazioni. Poi invece
diramarono ed allegarono agli atti un verbale di un commissario che aveva
partecipato al sopralluogo notturno, in cui dichiarava di aver trovato un buco
(allegata relativa foto del buco). Ora si cade nel ridicolo: sulla Tiburtina vi
erano diversi buchi, me ne ricordo un paio, di cui uno quasi colmo di bottiglie
vuote e di cocci di vetro. Sic.
La perizia balistica effettuata sui resti delle bombe, ha
dimostrato che i congegni erano a tempo, con una specie di accensione a molla e
per nulla a miccia: ma l'accusa strombazza su un pezzo di miccia reperito
nell'abitazione di un compagno indiziato, e richiesta di perizia sulla medesima;
(5) come dire che trovando un uomo colpito da una pallottola
sparata da una rivoltella... effettuerebbe una perizia su di un coltello.
Ha fatto pure capolino lo spionaggio finché anche questo
ennesimo bluff si è risolto con l'acclusione agli atti di... alcune poesie ed
alcuni indirizzi di caserme, senz'altro reperibili su ogni guida telefonica.(6)
Come sempre. l'insinuazione falsa è stata pubblicata a caratteri cubitali in
prima pagina, e chiamiamola la smentita... due righe nelle pagine interne.
E vediamo per ultima la loro ulteriore scaltrissima mossa,
che avrebbe dovuto, in parte, riuscire a puntellare e colmare in parte i loro
vuoti e le loro ipotesi scaturite su premesse assurde: la cosiddetta perizia
psico fisica nei miei, riguardi, onde appurare in primo luogo le mie capacità
deambulatorie ed eventualmente giustificare l'assurdo... con la pazzia. Detta
perizia è stata a me favorevole ed ha confermato la mia integrità
psico-fisica: per cui eventualmente di tarate rimangono le sopraddette ipotesi e
le loro origini. Ed è nuovamente sintomatico conoscere chi sia l'individuo che
anche in questa circostanza avrebbe dichiarato che io soffrivo di crampi alle
gambe.(7) Io frequentavo il sindacato ballerini e le regolari
lezioni giornaliere di danza classica: decine di miei colleghi studiavano con
me; il mio maestro da oltre un anno era Sabino Riva. Ebbene, tale dichiarazione
l'accusa non l'ottenne da nessuno di loro, ma da un certo Andres, che aveva
sostituito temporaneamente, negli ultimi tempi, il mio maestro. effettivo. Ora
il sunnominato Andres è un profugo dell'Est, un rumeno il quale si trovava in
Italia in una situazione precaria sia finanziariamente che legalmente, ed
attendeva, fra l'altro, il visto d'ingresso negli Stati Uniti; ed è abbastanza
strano che una parvenza di dichiarazione a loro favorevole sia stata rilasciata
da un individuo che per la situazione sopraddetta, era idoneo ad essere
maneggiato, a subire pressioni senza poter dire no, ed eventualmente ad altro.
Un fatto è certo, che se il killer che effettuò la strage di P.zza Fontana
usufruì veramente del taxi del super teste Rolandi, lo fece sapendo a priori
che sarebbe stato ben coperto da alcuni organi, che non aveva nulla da temere a
farsi riconoscere, perché un altro sarebbe stato riconosciuto e identificato al
suo posto. Infatti si è dimostrato, con il suo comportamento, cinico, freddo,
spietato, fors'anche paranoico... ma non un mongoloide mentale come a loro
farebbe comodo.
Al rimanente dei compagni incriminati ingiustamente, non
hanno potuto nemmeno contestare uno dei loro indizi fasulli; li hanno
incriminati con delle supposizioni costruite su ipotesi: i compagni hanno alibi
che li scagionano, non un solo indizio è emerso a loro carico: ma sono stati
incarcerati perché così era stato deciso dall'alto, perché erano e sono
anarchici. E gli organi inquirenti si sono affannati a indagare su chi pagava la
pizza, su chi aveva contatti sessuali con una certa donna, su chi partecipava
alle manifestazioni, come facevamo a pagare l'affitto della sede, in quale
trattoria ci si recava a bere a Trastevere, chi scriveva sui muri, perché il
tale non si è recato a un dato appuntamento, quanti gettoni occorrevano per
telefonare a Milano. Non esisteva più la proporzione nè dei fatti, nè degli
oggetti. A me personalmente sono arrivati a contestare pure due nomi di organi
sessuali che avevano trovato scritti sul taccuino magnetico della mia macchina
(era palese lo scherzo, non era nemmeno la mia grafia), sostenendo convinti che
erano nomi convenzionali con cui si denominava... l'esplosivo. Qui siamo
addirittura nella neurosi da sogno. Ma su tutti i loro interrogatori, che ho
subito (credo di aver passato le 100 ore) dominava un interrogativo, la domanda
sempre presente, ciò a cui premevano, perché si è ammazzato Pinelli? Sempre
Pinelli... gli ipocriti.
Che la polizia avesse una spia nel gruppo, l'avevo non solo
detto ma pure scritto diversi giorni prima degli attentati, però nè i compagni
nè io eravamo riusciti ad individuarla. (8) Almeno su questo
fatto assodato, non dovrebbero esistere speculazioni politiche di sorta, anche
se ne sono state ventilate alcune. La spia non poté riferire nulla ai suoi
degni padroni perché nulla vi era da riferire. La spia non riferì nulla, non
perché non ne era al corrente, ma perché non vi era nulla di cui essere al
corrente. Agì in seno al gruppo senza venire scoperta, fino al nostro arresto
(e pure dopo) la polizia fu sempre al corrente di tutto, non solo dei nostri
gesti, ma pure dei nostri discorsi: era al corrente della ragione di tale
viaggio; e questo mi fu confermato da Improta, braccio destro di Provenza, lunedì
15 dicembre, quando fui tradotto da Milano a Roma, mediante un sequestro di
persona. Appena giunto in questura mi interpellò con queste parole
"Sapevamo, Pietro, che stamattina a Milano saresti andato al palazzo di
giustizia per farti interrogare dal giudice Amati". Non vi era proprio
niente che loro non sapessero sul nostro gruppo.
Da quanto mi risulta, la polizia ebbe informazioni ben
precise su quali erano le forze politiche da sorvegliare. La sinistra
extraparlamentare era al corrente che vi era stata una riunione ad alto livello
di estremisti di destra per azioni ben programmate, io ne accennai in una
lettera all'avvocato Boneschi per cui un fatto del genere non potevano
assolutamente ignorarlo.
Credo inutile ripetere a chi servivano le bombe, chi aveva
interesse a gettare il discredito sulla sinistra, chi voleva spezzare le
contestazioni, le rivendicazioni salariali, ecc., sono ormai argomenti detti,
scritti e riscritti.
Come l'opinione pubblica ha potuto intravedere attraverso la
cortina fumogena di falsità creata deliberatamente all'inizio dell'inchiesta,
almeno una parte della verità, ne ha tratte subito le debite e logiche
conclusioni: gli organi inquirenti di tali verità (e di molte altre) ne erano
in possesso subito dopo i fatti di Roma e Milano, e poco tempo dopo. Hanno
proseguito e proseguono in una direzione che sanno sbagliata. Perché?
(1) Angelo Fascetti, nell'Aprile del '70, è stato arrestato e incarcerato al termine di una manifestazione di solidarietà con Valpreda. I poliziotti lo hanno "selezionato" tra una ventina di altri anarchici presenti.
(2) Allude probabilmente a Armando Gageggi, un vecchio attore d'avanspettacolo che svolge questa attività per arrotondare la pensione.
(3) Esistono quattro testimonianze al proposito.
(4) L'esistenza del deposito di esplosivi fu segnalata alla polizia da Mario Merlino, il quale affermò di averne sentito parlare da Roberto Mander ed Emilio Borghese.
(5) La "miccia", rinvenuta in casa di Roberto Mander durante una requisizione, è in realtà una di quelle cordicelle cerate che si usano per i "botti" di Capodanno.
(6)
Allude al "quaderno musicale" sequestrato in casa di Enrico Di Cola,
l'anarchico del 22 Marzo che, imputato di "associazione a delinquere",
ha preferito rendersi latitante. Su una pagina del quaderno erano stati segnati
i nomi di alcune notissime basi NATO in Italia. Quando la notizia fu comunicata
alla stampa il quotidiano di sinistra "Paese-Sera" pubblicò un titolo
a quattro colonne in prima pagina in cui si preannunciava, come probabile,
un'inchiesta del S.I.D. in merito alla scoperta. Il 4 Gennaio 1970, dopo
l'annuncio da parte del magistrato inquirente dott. Occorsio dell'incriminazione
del Di Cola, il quotidiano dei M.S.I "Il Secolo d'Italia" scrisse:
"Il passato criminale di Enrico Di Cola può essere sintetizzato nei
seguenti punti:
1) andava spesso con Valpreda in pizzeria;
2) partecipò ad uno sciopero della fame davanti al Palazzo
di Giustizia per protestare contro l'arresto di alcuni anarchici;
3) il pomeriggio dei 12 Dicembre ascoltò una conferenza nel
circolo 22 Marzo.
Con simili prove il Di Cola può essere incriminato senza
ombra di dubbio di concorso in strage o almeno di associazione a
delinquere".
(7) Com'è noto, subito dopo l'arresto di Valpreda e l'"uscita" del taxista Rolandi che dichiarò di averlo accompagnato davanti alla Banca dell'Agricoltura con la valigetta dell'esplosivo, fu diffusa immediatamente la voce dagli ambienti polizieschi che il ballerino era afflitto dal "morbo di Burger". La malattia. che comporta la necrosi progressiva degli arti inferiori, lo avrebbe costretto a percorrere in taxi i 147 metri che separano l'edificio della banca dal punto dove Cornelio Rolandi afferma di averlo preso a bordo. I giornali scrissero che le malattia era "all'ultimo stadio", che egli aveva già subito. "l'amputazione di varie dita dei piedi", che di notte, in cella, "si rotolava gridando per il dolore agli arti inferiori". Il 17 Dicembre "Il Messaggero" scrisse: "... minato dal morbo di Burger, che aveva stroncato le sue ambizioni di ballerino, Valpreda era un disperato che ha finito per trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i compagni più giovani e inesperti". Due persone - un anarchico che aveva partecipato con lui ad una marcia della pace di 70 km ed una, sua amica che aveva avuto occasione di osservarne poco tempo prima le dieci dita dei piedi - si recarono in questura per testimoniare ma gli dissero di ripassare. Un commissario della squadra politica, in vena di confidenze, disse ad un suo conoscente: "E' una storia ridicola! Gli agenti che lo pedinavano tornavano in questura sfiancati".
(8) Quando VaIpreda ha scritto la lettera, il nome dei poliziotto Salvatore Ippolito "in arte" anarchica Andrea Politi non era ancora stato reso noto. In varie occasioni, parlandone con il proprio avvocato o nelle lettere spedite dal carcere ai compagni, egli aveva espresso il dubbio che all'interno dei "22 Marzo" si fosse infiltrata una spia anche se non era in grado d'identificarla. L'"anarchico di Stato" dirà invece di non esser stato in grado di segnalare i preparativi della strage perché Valpreda e C., sospettando di lui, lo avevano emarginato e tenuto all'oscuro. In realtà egli continuerà a frequentare il circolo fino alla vigilia degli attentati ed anche in seguito. Quanto alle sue dichiarazioni relative all'incontro del 14 dicembre con Emilio Borghese, durante il quale questi gli avrebbe "confessato" la propria responsabilità, va messo in rilievo il comportamento improvviso dei giovane che, dopo aver tramato stragi alle sue spalle, una volta placata la sete di sangue si sarebbe affrettato a restituirgli piena fiducia. In realtà l'Ippolito era riuscito a mimetizzarsi egregiamente, e, semmai l'unica cosa che i suoi superiori potrebbero imputargli è l'eccesso di zelo. Infatti - a parte le proposte di attentati che, spesso e volentieri, rivolgeva ai "compagni" del 22 Marzo - il 15 novembre, nel corso della manifestazione antimperialista che si svolse a Roma, due militanti del Movimento Studentesco lo disarmarono mentre. impugnando una sbarra di ferro, si accingeva a sfasciare la vetrina di un negozio di abbigliamento.
Il taccuino di Mario Merlino
BRUNO BRUNI 42.42.180
BOFFI GIANNI 38.80.01
BOLOGNA ADRIANO 37.04.47 - Giovane Italia (MSI); figlio di un ex prefetto membro
dei Fronte Nazioanle di Junio Valerio Borghese.
BIAGIONI LAMBERTO 30.75.411 - Dirigente nazionale MSI (64-67); Giovane Europa
(neonazisti); Lotta di Popolo (69). Rapporti con Julius Evola. Nel '64 non va in
vacanza estiva perché‚ "Caradonna gli ha detto che succederà qualcosa
di grosso".
ALFREDO (SANDRO MALUZZI) 47.56.38
ANGELONI MASSIMO 35.68.984
BRUNO BRANDI 80.16.31
BEDETTI PAOLO 49.59.401
ANGELO BENEVENTO 34.97.898
STEFANO BERTINI 84.55.201 - MSI; Ordine Nuovo. In Grecia con Merlino.
BARTULI MARIO 59.65.69
ANTONIO 57.28.28
ALFREDO 76 45.81
LUCIANO BERGAMINI (Verona) 045/43142
DE GIORGI DARIO 75.36.37
COLANTONI PEPPE 21.14.59
ANDREA CIMINO 51.31.810
COLTELLACCI SERGIO 30.70.969 - MSI: Avanguardia Nazionale (tra i fondatori).
Figlio di un ex gerarca fascista. Intimo di Delle Chiaie: lo ospita spesso nella
sua villa di Pescasseroli.
LEOPOLDO DE MEDICI 87.92.49 - Giovane Italia (MSD: Ordine Nuovo,- Lotta di
Popolo (69).
TITO CONFORTI 51.24.154
DONATO PILOLLI 83.80.421 - MSI; Ordine Nuovo.
PIERLUIGI CASARELLI 49.55.064
ANTONIO CANGIANO 59.43.65
CACACE MARIO 43.38.33 - Avanguardia Nazionale.
GIANCARLO CARTOCCI 49.57.80 - Ordine Nuovo; Movimento Studentesco in
Giurisprudenza (nazi-maoisti); Avanguardia Nazionale. In Grecia con Merlino.
Distribuisce ai fascisti romani i fondi del "Soccorso Tricolore"
promosso dal "Borghese".
STEFANO DELLE CHIAIE 72.65.21 - v. "Vita e opere di Stefano delle Chiaie".
PIERFRANCO DI GIOVANNI 77.64.87 - MSI; Avanguardia Nazionale. Prese parte agli
scontri in cui fu ucciso Paolo Rossi.
FLAVIO CAMPO (illeggibile) - Avanguardia Nazionale (tra i fondatori).
Paracadutista, ex pugile, tra i più noti squadristi fascisti della capitale.
Attualmente impiegato al Ministero degli Interni.
LORIS FACCHINETTI 72.26.77 - Presidente di Europa Civiltà (v.).
PIERLUIGI FIORETTI 80.41.19 - Giovane Italia (MSI).
NOEL SALVIN 56.42.03.
MARCO GASPARRI 32.04.46 - Giovane Italia; Movimento Studentesco (infiltrato);
Giovane Italia.
GRASSO ANTONIO 30.36.56 Noto squadrista soprannominato "il Balilla".
SAVERIO GHIACCI 53.67.63 Avanguardia Nazionale (tra i fondatori). Fedelissimo di
Delle Chiaie. Noto squadrista fascista. Attivissimo negli scontri in cui fu
ucciso Paolo Rossi (in una foto degli incidenti lo si vede colpire Rossi con un
violento pugno). Più volte interrogato dalla polizia in merito ad attentati
dinamitardi. In Grecia con Merlino.
FRANCO GELLI 75.76.61
B. GIORGI 76 ... 55 - G.A.N. di Reggio Emilia (v.)
ALFREDO GOVONI 73.32.13
S... GUJOS 35.63.341
DOMENICO GRAMAZIO 85.86.51 Segretario Giovanile Romano del MSI. Intimo di Giulio
Caradonna. Noto squadrista.
MAURIZIO GIORGI 43.83.430 - MSI; Avanguardia Nazionale (tra i fondatori).
Presente agli scontri in cui fu ucciso Paolo Rossi.
ANTONIO IEZZI 34.92.045 - Avanguardia Nazionale. Fedelissimo di Delle Chiaie.
FRANCO JAPPELLI 53.44.243 - Dirigente giovanile M.S.I.
FRANCO MORGANTI 48.48.61
MAUROENRICO ENRICO 74.43.83 Avanguardia Nazionale.
ALFREDO MORICONI 68.92.80
LEONARDO MOLINARI 84.47.302
FRANCESCO MANEMI 73.07.96
SANDRO MELUZZI 47.96.70
MARCO MAR.CHETTI 55.74.305 - Ordine Nuovo; Movimento Studentesco (infiltrato);
Avanguardia Nazionale. In Grecia con Merlino.
SANDRO MALAGOLA 42.06.88 - Dirigente giovanile M.S.I.
LUCIANO LAGO 59.45.37
REPI MORBIATO 52.60.636 - Avanguardia Nazionale.
ANTONIO MORETTI 77.70.41
IGINO MACRO 76.17.827 - Avanguardia Nazionale.
GIOVANNI NOTA 76.15.342
ROBERTO PASCUCCI 83.10.618
ENZO PALASSO 85.66.06
BRUNO PERA 62.24.610 - M.S.I. (intimo di Giulio Caradonna); Lotta di Popolo.
GUIDO PAGLIA 31.56.32 Avanguardia Nazionale. Nel Marzo del '70, all'Università
di Roma, ferì gravemente una studentessa con un mattone.
GUGLIELMO QUAGLIAROTTI 51.27.940 Avanguardia Nazionale.
ALBERTO QUESTA 42.44.896 Avanguardia Nazionale. Presente agli scontri in cui fu
ucciso Paolo Rossi.
ROBERTO PALLOTTO 75.88.589 - Avanguardia Nazionale. Fedelissimo di Delle Chiaie.
Più volte arrestato per attentati dinamitardi.
MIMMO PILOLLI 83.16.403 - MSI (dirigente nazionale); Ordine Nuovo: P.C.d'I.
(linea rossa): infiltrato nel '68; Avanguardia Nazionale.
SANDRO PISANO 65.67.923 - Ordine Nuovo. E' quello a cui Merlino - secondo quanto
dichiarato in un verbale di polizia - passava le informazioni perché‚ le
desse a Junio Valerio Borghese (v.)
CHICCO PAMPHILI 46.15.62
ATTILIO PASQUALINI 42.47.017 - Dirigente giovanile MSI.
MAURIZIO PICCETTA 73.12.426
FRANCESCO PUGLIESE 32.74.924
LUIGI PRESENTI 42.89.59
ERNESTO ROLI 52.61.583 - Dirigente giovanile MSI.
CESARE PERRI 42.43.247 - Avanguardia Nazionale (tra i fondatori). Fedelissimo di
Delle Chiaie; Ordine Nuovo. In Grecia con Merlino.
TEODORO SILOS-CALO' 53.64.76 - Dirigente giovanile MSI.
ADRIANO ROMUALDI 34.86.35 - Dirigente nazionale MSI. Figlio del deputato missino
Pino Romualdi.
ANGELINO ROSSI 29.16.14 - Noto "picchiatore" fascista. Fratello di
Alberto Rossi detto "il Bava", capo dei Volontari Nazionali del M.S.I.
1 due addestrano in una palestra del Prenestino le squadre di Caradonna.
FRANCO SPALLONE 62.26.596 - Dirigente giovanile MSI.
FRANCO TARANTELLI 47.26.26 - Dirigente nazionale MSI.
ADRIANO TILGHER 89.27.481 - Avanguardia Nazionale. Teorico del.neonazismo.
MASSIMILIANO VON STEIN 31.57.43
Testo integrale del dossier segreto greco
Il microfilm di questo documento è stato
consegnato nell'autunno dei 1969 al giornalista Leslie Finer, ex corrispondente
da Atene del settimanale inglese " The Observer ", da un
rappresentante di quei gruppi moderati della resistenza greca che hanno stretti
contatti con elementi filo-monarchici dell'apparato burocratico dei regime
militare. Varie "expertises" - fra cui quella di un alto funzionario
dei servizi segreti inglesi - l'hanno giudicato sicuramente autentico. l'unico
giornale italiano a pubblicarne integralmente il testo - reso noto una settimana
prima degli attentati del 12 Dicembre - è stato, oltre all'U'nità ed al
Paese
Sera, il settimanale L'Espresso. La stampa
d'"informazione", in maggioranza, l'ha minimizzato. Da parte del
governo italiano non c'è stata alcuna presa di posizione ufficiale. Il dossier
è stato compilato nel maggio dei 1969 da un agente dei servizi segreti greci (K.Y.P.)
in Italia ed inviato ad Atene all'agente della C.I.A. Giorgio Papadopulos,
presidente del Consiglio dei Ministri greco. Da Atene una copia ne è stata
inviata, per conoscenza, all'ambasciatore greco a Roma Pampuras assieme a questa
lettera, firmata dal capo dell'ufficio diplomatico del Ministero degli Esteri,
Michail Kottakis:
"Ministero Affari Esteri, Ufficio dei Ministro. Segreto: da aprirsi
soltanto dal sig. Ambasciatore
All'Ambasciata Reale di Grecia a Roma.
Atene, 15 maggio 1969.
Ho l'onore di trasmetterLe qui appresso, per Suo uso
personale esclusivo, un rapporto confidenziale inviato al Presidente del Governo
ellenico da una delle nostre fonti in Italia. Vorrà notare, in tal rapporto,
che la situazione in Italia presenta per noi molto interesse e prova che gli
eventi si evolvono in senso molto favorevole per la rivoluzione nazionale. Sua
Ecc. il Presidente ritiene che i difficili sforzi intrapresi da lunga data dal
governo nazionale ellenico in Italia cominciano a produrre frutti. Il Presidente
mi ha incaricato di trasmetterLe innanzi tutto il Suo compiacimento per l'opera
che Lei ha compiuto nel paese in cui è accreditato e di pregarLa inoltre di
continuare la sua azione, rinforzandola al fine di sfruttare le possibilità
che, stando al rapporto, sembrano profilarsi. Infine, mi ha incaricato di farLe
conoscere il Suo desiderio che d'ora innanzi tanto Lei quanto gli
estensori del rapporto aumentiate le vostre precauzioni ed occorrendo cessiate
qualsiasi contatto tra di voi, in modo da
escludere che si possa individuare un legame tra l'azione dei nostri amici
italiani e le autorità ufficiali elleniche. Pensa che d'ora in poi Lei debba
indirizzare gli italiani, per tutto quanto riguarda i problemi tecnici di aiuto,
ai nostri rappresentanti ufficiosi e che Lei debba cessare qualsiasi contatto
che possa pregiudicare la posizione internazionale del nostro paese.,
Obbedientissimo,
per ordine dei Ministro il Direttore Michail Kottakis
TESTO DEL RAPPORTO INVIATO A S.E. IL PRIMO MINISTRO.
CAPITOLO 1 Incontri e discussioni con il signor P. (1)
1. Dopo il suo ritorno da Atene il signor P. ha
immediatamente preso contatto, ed ha fatto una relazione dettagliata sul suo
viaggio in Grecia, sugli incontri avuti, nonché‚ sugli accordi conclusi tra
Lei e lui, per uso della direzione del Movimento. Ne è scaturita un'ampia
discussione, nonché lo studio delle questioni sopra menzionate. Infine egli ha
impartito a ciascuno dei suoi collaboratori compiti precisi.
2. Poi, il signor P. ha avuto un incontro con i
rappresentanti delle Forze Armate e ha lungamente analizzato le opinioni del
governo ellenico sulle questioni italiane. A seguito di tali contatti, il sig.
P. mi ha ricevuto e mi ha comunicato i risultati dei suoi sforzi. Desidero
sottolineare che il nostro incontro ha avuto luogo per iniziativa del sig. P.
3. li primo argomento da lui trattato è stata la gioia di
aver compiuto la visita in Grecia. Sembra che la visita l'abbia profondamente
colpito, e l'impressione perdura tuttora. E' stato particolarmente affascinato
(sono le sue parole) "dalla potente e completa personalità del Primo
Ministro ellenico".
4. Abbiamo poi trattato la questione dell'azione futura ed
abbiamo proceduto ad una precisa ripartizione dei compiti. Abbiamo alltresì
studiato i mezzi per tenerci in contatto e comunicare in futuro. Infine, ci si
è accordati, cosa che risponde peraltro alle istruzioni ricevute, di
interrompere i contatti con le autorità diplomatiche ufficiali in Italia. Per
quanto mi riguarda trasmetterò d'ora in poi i miei rapporti secondo la
via indicata, utilizzando la via diplomatica per i soli messaggi di grande
urgenza, e ciò quando mi sarà totalmente impossibile usufruire della nuova
strada.
5. Per quanto riguarda i contatti con i
rappresentanti dell'Esercito e della Gendarmeria, (2)
il sig. P. mi ha riferito che la maggior parte dei suoi suggerimenti sono stati
accettati. Il solo punto di disaccordo riguarda la fissazione delle date precise
e della azione, come Lei ha proposto. E ciò perché‚, secondo gli italiani,
essi si trovano sul piano organizzativo ad un livello basso, poiché i loro
sforzi sono appena cominciati, ed altresì certe iniziative deI centro-sinistra
italiano, che tende a consolidare la sua posizione.
6. Una delle misure del governo italiano riguarda la
decisione di creare unità militari di facile dislocamento, specializzate
nell'affrontare le manifestazioni popolari cittadine. (3)
I nostri amici ritengono che il governo desideri provare con
tale decisione a taluni elementi della vita pubblica italiana che esso è pronto
a prendere disposizioni più drastiche per mantenere l'ordine. I nostri amici
ritengono che tali misure siano superficiali e che non eserciteranno alcuna
influenza sull'opposizione.
7. Le informazioni di cui sopra mi sono pervenute dopo il
ritorno del sig. P. da Atene ed è per questa ragione che le menziono nel
presente rapporto. Peraltro, alla luce di tali informazioni e delle istruzioni
portate dal sig. P. da Atene, bisognerebbe, credo, modificare un poco il
primitivo piano. Il lavoro preparatorio già è cominciato; nel prossimo
rapporto La terrò informata dello sviluppo dei lavori.
8. Ma sono già in grado di riferire che qui l'opinione
prevalente è che l'intenso sforzo d'organizzazione deve cominciare con
l'Esercito. Ciò risulta dall'incontro dei sig. P. con i rappresentanti delle
Forze Armate italiane. E' stato acquisito che i metodi utilizzati dalle Forze
Armate elleniche hanno dato risultati soddisfacenti: perciò vengono accettati
come base per l'azione italiana. Alcuni interlocutori del sig. P. ritengono che
nella realtà italiana tali metodi susciteranno qualche problema poiché‚
l'esercito italiano non ha la tradizione dell'esercito greco nel creare
organizzazioni segrete. Però, anche i sostenitori di questa tesi affermano che
le informazioni da noi fornite sono utilissime ed è in base a tali informazioni
che hanno intrapreso l'elaborazione dei loro metodi.
Paragrafo B.
La nostra proposta riguardante un'offensiva su più fronti
contro il PSI (partito socialista italiano) è stata accettata all'unanimità.
Ho peraltro detto che un'offensiva di propaganda aperta, analoga a quella che
aveva avuto luogo in Grecia contro l'Unione di Centro, non è possibile per il
momento anche se si dispone di una gran parte della stampa di qui. Essi non
possono ancora valutare con precisione l'effetto di una simile offensiva sul
pubblico. La maggior parte si è dichiarata concorde con l'opinione che una tale
campagna propagandistica dovrebbe essere lanciata solo poco prima dell'offensiva
rivoluzionaria.
Paragrafo C.
1. Per quanto riguarda la Gendarmeria italiana, il sig. P. mi
ha detto che i suoi rappresentanti hanno studiato con grande interesse la sua
proposta. Essi sono stati profondamente impressionati dalle informazioni sul
ruolo assunto dalla polizia militare ellenica nella preparazione della
rivoluzione. Hanno accettato unanimemente la Sua opinione che in Italia soltanto
la Gendarmeria potrebbe assumersi analogo compito.
2. Si è parlato anche dei preparativi compiuti finora. Il
sig. P. ha fatto loro conoscere la Sua opinione sulla necessità di una
immediata azione contro la stampa ed in ispecie contro quei giornali che sono
sotto il controllo comunista. Ha insistito sull'importanza fondamentale da Lei
accordata a questo problema. In particolare ha trasmesso le opinioni del sig.
Ladas (4) che richiama la loro attenzione sul fatto che non
bisognerà consentire alla stampa di distruggere la loro azione con rivelazioni
ed informazioni, azione che è il frutto di una lunga. difficile, attività
pianificata. Infine il sig. P. ha trasmesso dettagliatamente il punto di vista
del comando "diretto" della polizia militare secondo le informazioni
tratte dalla nostra esperienza. Tutti i rappresentanti della Gendarmeria
italiana hanno convenuto che tale comando "diretto" costituisca un
fattore essenziale di successo.
A parere loro, occorre che in seno alla Gendarmeria italiana
si operi in modo che il comando supremo sia in grado di dare ordini che possano
giungere direttamente fino al più basso livello.
CAPITOLO II - Azione concreta
A. Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca
anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica
dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso
difficile l'accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole
effetto. (5)
B. I nostri amici organizzano per il 10 maggio a Roma una
pubblica manifestazione. Prenderà la parola il sig. Turchi.(6)
Ho fatto un dettagliato rapporto su quest'ultimo nel mio ultimo rapporto. Egli
ha l'intenzione di esaltare gli obiettivi delle realizzazioni ed i leader della
rivoluzione ellenica e di terminare il suo discorso con degli evviva a loro
favore. Desidero di nuovo sottolineare che malgrado il sig. Turchi non faccia
parte della nostra organizzazione egli si è più volte espresso in senso
favorevole a noi. I nostri amici qui lo considerano uomo degno di totale
fiducia.
C. Per quanto riguarda il mondo studentesco, ritengo che
esistano condizioni favorevoli, capaci di dare buoni frutti in un prossimo
futuro. Spero di potere, tra brevissimo tempo, sottoporLe un rapporto
dettagliato sul problema studentesco.
D. 1. Per quanto riguarda la stampa non sarei troppo
soddisfatto. Attualmente oltre a "Il Tempo", ho continui contatti con
"Il Giornale d'Italia". (7) Penso di essere in
grado di ottenere su questi due giornali la pubblicazione di qualunque materiale
che il governo nazionale giudicasse utile. Credo però che un invito, rivolto a
un redattore di ciascuno di questi due giornali (come avevo già suggerito in
passato) avrebbe benefici effetti e faciliterebbe assai il nostro lavoro.
2. Allo scopo di assecondare i miei sforzi nei confronti
della stampa il sig. P. ha promesso di presentarmi a taluni redattori di sua
conoscenza.
E. Chiudendo il presente rapporto, mi sia lecito sottolineare
che considero indispensabile che la Grecia continui nel suo aiuto morale e
materiale e nell'elargire consigli per lo sviluppo dei gruppi di azione. Mercé
un aumento di aiuto, sarebbe possibile ottenere risultati migliori rispetto al
passato e ciò poiché‚ le presenti condizioni sono più favorevoli, dato che
l'opposizione al governo di centro-sinistra è in costante aumento in tutti gli
strati della società italiana: parallelamente aumenta il numero dei cittadini
che, sul piano estero, auspicano il miglioramento delle relazioni con la Grecia
e, sul piano interno, desiderano ordine e tranquillità.
W
(1)
Alcuni giornali lo identificarono nel presidente di Nuova Repubblica, Randolfo
Pacciardi, il quale si era incontrato ad Atene nella primavera del '69 con il
Ministro degli Esteri greco Pipinelis. Pacciardi smentì e querelò. Nello
stesso periodo si era però recata ad Atene un'altra persona: il redattore del
quotidiano romano Il Tempo P. Rauti, presidente di Ordine Nuovo: molto
introdotto negli ambienti militari italiani grazie al volumetto "Le mani
rosse sulle Forze Armate" da lui pubblicato sotto lo pseudonimo di Flavio
Messala; organizzatore, nel marzo del 1968, dei viaggio-premio dei fascisti
italiani in Grecia a cui partecipò anche Mario Merlino. Anche P. Rauti querelò
un quotidiano, Paese Sera, che aveva timidamente ipotizzato rapporti tra lui e i
colonnelli greci.
(2) E' il termine greco con il quale viene indicata l'Arma dei Carabinieri.
(3) L'argomento fu oggetto di discussioni riservate tra il Ministro degli Interni Restivo, il capo della polizia Vicari ed il capo dei carabinieri Forlenza, nei giorni successivi all'eccidio di Battipaglia. Esso non fu mai reso noto ufficialmente.
(4) Si tratta di Giorgio Ladas, segretario generale del Ministero dell'interno greco e Presidente della Giunta. Era a capo della gendarmeria militare al tempo del colpo di Stato. Il suo braccio destro è l'agente del KYP Costantino Plevris, intimo amico di P. Rauti e presidente del movimento neonazista greco 4 Agosto nella cui sede di Atene, nel marzo del '68, si incontrò con Mario Merlino e con altri fascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.
(5) Si tratta degli attentati dinamitardi eseguiti il 25 aprile 1969 a Milano, al padiglione Fiat della Fiera Campionaria ed all'Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Nel marzo del 1970 i difensori degli anarchici che in seguito alle indagini condotte dal commissario aggiunto Luigi Calabresi erano stati identificati come gli esecutori (i coniugi Corradini, indicati come i mandanti, furono rilasciati dopo sette mesi di carcere per "mancanza di indizi a carico") chiesero al magistrato inquirente che il testo del "dossier greco", accompagnato da una perizia che ne, affermava l'autenticità, fosse allegato agli atti dell'istruttoria. Il magistrato, dottor Antonio Amati, rifiutò. Dopo 13 mesi gli anarchici sono ancora in carcere in attesa di processo.
(6) La manifestazione ci fu. Tra i vari oratori intervenne il deputato dei M.S.I. Luigi Turchi.
(7)
Di proprietà dei petroliere-editore Attilio Monti.
Note:
(1) Alcuni giornali lo identificarono nel presidente di Nuova Repubblica, Randolfo Pacciardi, il quale si era incontrato ad Atene nella primavera del '69 con il Ministro degli Esteri greco Pipinelis. Pacciardi smentì e querelò. Nello stesso periodo si era però recata ad Atene un'altra persona: il redattore del quotidiano romano Il Tempo P. Rauti, presidente di Ordine Nuovo: molto introdotto negli ambienti militari italiani grazie al volumetto "Le mani rosse sulle Forze Armate" da lui pubblicato sotto lo pseudonimo di Flavio Messala; organizzatore, nel marzo del 1968, dei viaggio-premio dei fascisti italiani in Grecia a cui partecipò anche Mario Merlino. Anche P. Rauti querelò un quotidiano, Paese Sera, che aveva timidamente ipotizzato rapporti tra lui e i colonnelli greci.
(2) E' il termine greco con il quale viene indicata l'Arma dei Carabinieri.
(3) L'argomento fu oggetto di discussioni riservate tra il Ministro degli Interni Restivo, il capo della polizia Vicari ed il capo dei carabinieri Forlenza, nei giorni successivi all'eccidio di Battipaglia. Esso non fu mai reso noto ufficialmente.
(4) Si tratta di Giorgio Ladas, segretario generale del Ministero dell'interno greco e Presidente della Giunta. Era a capo della gendarmeria militare al tempo del colpo di Stato. Il suo braccio destro è l'agente del KYP Costantino Plevris, intimo amico di P. Rauti e presidente del movimento neonazista greco 4 Agosto nella cui sede di Atene, nel marzo del '68, si incontrò con Mario Merlino e con altri fascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.
(5) Si tratta degli attentati dinamitardi eseguiti il 25 aprile 1969 a Milano, al padiglione Fiat della Fiera Campionaria ed all'Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Nel marzo del 1970 i difensori degli anarchici che in seguito alle indagini condotte dal commissario aggiunto Luigi Calabresi erano stati identificati come gli esecutori (i coniugi Corradini, indicati come i mandanti, furono rilasciati dopo sette mesi di carcere per "mancanza di indizi a carico") chiesero al magistrato inquirente che il testo del "dossier greco", accompagnato da una perizia che ne, affermava l'autenticità, fosse allegato agli atti dell'istruttoria. Il magistrato, dottor Antonio Amati, rifiutò. Dopo 13 mesi gli anarchici sono ancora in carcere in attesa di processo.
(6) La manifestazione ci fu. Tra i vari oratori intervenne il deputato dei M.S.I. Luigi Turchi.
(7) Di proprietà dei petroliere-editore Attilio Monti.
6)MEMBRI
RESPONSABILI DELLE VARIE LEGHE
DEGLI STUDENTI GRECI FASCISTI IN ITALIA
Si tratta in maggioranza di agenti del K. Y .P. (la sezione greca della CIA),
ufficiali dell'esercito, della polizia e del L.O.K. (corpi speciali) e persino -
come nel caso di Anastasios Thomaidis - di torturatori del campo di
concentramento dell'isola di Leros.
Sono nomi da tener presenti.
Presidente: Spiros Stathopulos
Segretario: Angelos Srànias (Napoli)
Vice Presidente: Evanghelos Charalambidis (Napoli)
Consiglieri Nazionali: Demetrio Litras, Giorgio Tolias, Diakonàs Giovanni,
Demetrio Recoutis
Genova: Pavlos Antipapas
Napoli: Demetrios Litras, Demetrios Dadakis, Nicolos Anghelis, Costanti no Recòutis,
Giorgio Fusteris. Giovanni Diakonàs
Palermo: Nicolaos Fakundos, Panajotis Tsukalàs, Dimitrios Krokos, Demetrio
Spanudakis, Giorgio Galanis
Firenze: Spiros Papadedes, Giorgio Akrivos, Costanti no Saraglov, Demetrio
Dimitropoulos, Basilios Fostiropulos, Ioannis Petropulos, Ioannis Infandìs
Modena: Zervos Nicola, Stratos Sideris, Giorgio Catsaròs, Andrea Kalisperakis,
Georghios Zacharis, Iannis Athanasiadis, Basilio Spanachis, Evanghelos
Caralampidis, Spiros Manolatos, Giorgio Macriniotis
Bari: Nicolaos Moralis, Giorgio Capetanakis, Samaràs Takis, Dimitrio
Karagitunis, Stylianòs Charamoglu, Nicolaos Fotopulos, Costantino Drursias,
Demetrio Chatsidimitriu, Panajotis Diamantopulos. Giorgio Anifantis
Ferrara Anastasios Thomaidis, Costantino Panaiotidis, Zacharias Spanakis,
Giorgio Mitsas, Giorgio Venturis, Kalaitzis Christos, Licos Stamatios, Nicola
Anemoduros, Akis Vernaidis
Pavia: Giuseppe Iatrakis, Giuseppe Kafkalas, Andreas Tzamuras Pisa: Athanasios
Papadimitriu, Dimitrios Tilemachidis, Ioannis
Pandopulos, Nicola Pagratis, Fotios Tsifukis, Macris Drossos, Demostene
Timpanidis, Emanuele Zervas, Alessio Papanikas, Sotiris Chriysa
Perugia: Thomàs Papadopulos, Dionisios Jannulis, Georghios Zaloiannis, Giovanni
Bitas, Costantino Demertzidis
Roma: Anastos Katsimbinis, Christos Liakos, Platone Kokolodimitrakis, Nicolaos
Kokolodimitrakis, Kriton Papargyriu, Nicola Ghianiòs
Parma: Theodoros Karambetsos, Dimitrios Tzifas, Ioannis Stoios, Alessandro.
Martinis
Urbino: Georghios Sotirchenas, Nicolaos Manolatos
Catania: Georghis Zaloiannis
Milano: Anastasios Papaevanghelu, Ioannis Gheorgakakis, Basilios Katopodis,
Anastasio Arnialòs, Stamatis Vlachopoulos, Kimon Michalopoulos, Kiriakos
Papaiannis, Costanti no Priftis
Bologna: Tomès Paolo, Raftopulos Dimitrio, Dimitrio Vavuliotis, Atanasio
Mamalis, Nicolas Spanòs, Basilio Ramoghiannis, Giorgio Tzivelechidis, Apostolo
Chistopulos, Christos Paleologhu
Padova: Basilio Triantafylu
Vaganti: Enzo Christias, Mirko Stomapulis, Spiridione Monoloitis, Stelio
Miliopoulos, Giovanni Sklavos, Demetrio Estia, Teodoro Errisios, Demetrio
Papanicol, Mirko Stomapulis, Aleteso Polosfis, Moraus Nicolas, Michele Upessios
7) Giudizi e interventi di parlamentari (a cura dell'editore)
Questa inchiesta compare mentre è annunciata l'archiviazione della
istruttoria sulla morte tanto tragica quanto "misteriosa"
dell'anarchico Pinelli; mentre, sei mesi dopo, si rivelano nuovi nomi di spie
pagate dalla polizia, quali supertestimoni nel "tenebroso affare"
delle bombe di Milano e di Roma. È proprio grazie a questa coincidenza che essa
vede esaltato - anche se non c'era bisogno - il suo carattere di accusa diretta
e pesante, di denuncia coraggiosa delle responsabilità non solo politiche ma
anche materiali che stanno dietro quei fatti.
Qui non è solo ricostruito il clima in cui essi hanno potuto maturare, ma sono
indicati con precisa documentazione gli ambienti in cui le provocazioni sono
state ordite, i settori dell'apparato dello stato che le hanno reso possibili e
tuttora le sostengono, le forze politiche che le hanno coperte e continuano a
coprirle.
Gran parte dell'inchiesta è dedicata alle organizzazioni neofasciste, alle loro
imprese terroristiche, alle loro attività provocatorie. Ma non può e non deve
sfuggire che l'esistenza stessa di questa immonda fungaia a 25 anni dalla guerra
di liberazione antifascista denuncia non un limite ma una sostanziale anomalia
di questo regime democratico. Il teppismo, lo squadrismo, il terrorismo fascista
prosperano immuni all'interno di un sistema statale e di governo di cui
costituiscono una componente organica. È lo stato di classe che li secerne come
prodotti della propria decomposizione. Proliferano ai vari livelli degli
apparati repressivi di cui costituiscono propaggini simbiotiche, più o meno
parassitarie.
Ne consegue la totale illusorietà di una linea antifascista la quale si
proponga di ripulire l'albero della democrazia dai frutti marci e dai rami
secchi per renderlo illibato e presentabile in nome di un inattuato e ormai
inattuabile (e anacronistico) modello costituzionale. Ne consegue la
contraddittorietà' e l'impotenza di una strategia di forma democratica dello
stato, per esempio attraverso l'istituzione dell'istituto regionale, che
mantiene fuori campo i centri del potere di classe e infaticabilmente si sforza
di tessere e di ricomporre alleanze inteclassiste all'interno di quel sistema di
alleanze che servono solo a prolungare equivoci e precari equilibri.
Alla "strategia della tensione", che non è necessariamente una
strategia del colpo di stato a breve scadenza, non vale rispondere con una linea
difensiva e di contenimento (unità antifascista- + riforme democratiche),
occorre un'alternativa di classe e di potere capace di unificare il movimento di
lotta e di stimolare il più alto grado di coscienza politica di massa.
Le lotte degli anni 1968-1969 avevano creato, per la prima volta dopo il 1945,
la base reale su cui costruire tale alternativa. E mancata la forza politica
capace di indicarla e di costruirla. Questa è la lezione dei sei mesi trascorsi
dal dicembre 1969 (attentati di Milano e di Roma, chiusura delle grandi lotte
operaie) al giugno 1970 (derisorio "sbocco politico" nelle elezioni
regionali). Questa è anche la lezione che si ricava da questa inchiesta sui
retroscena del processo di "normalizzazione" ormai in corso pure nel
nostro paese,' ma una lezione non accademica, un coraggioso richiamo alla
continuazione della lotta, una lucida indicazione degli obiettivi strategici che
il. movimento deve porsi per fondare un'alternativa: l'attacco ai centri del
potere di classe, l'"attualità" della loro distruzione.
In questo senso l'inchiesta, che è frutto del lavoro dei militanti di alcuni
gruppi della sinistra extraparlamentare, potrà costituire un momento e uno
strumento di quel processo di unificazione al quale con la mia adesione intendo
dare un modesto contributo, sia come militante rivoluzionario, sia come membro
di quelle istituzioni parlamentari delle quali è più che matura una radicale
demistificazione in senso leninista.
Aldo Natoli
Sulle assurdità, le incongruenze, le contraddizioni, le nullità processuali
con cui l'istruttoria sugli attentati di Milano e Roma del dicembre 1969 è
stata condotta, molto già è stato scritto: merito del testo qui presentato è
quello di aver riordinato gli elementi già disponibili e di averne aggiunti
moltissimi inediti, sì da fornire un quadro impressionante delle responsabilità
ai vari livelli in questa vicenda. Qualche considerazione è invece opportuno
fare sul quadro politico nel quale sono accaduto gli avvenimenti.
Non c'è dubbio che gli attentati si inquadrano in uno dei periodici disegni di
ripresa autoritaria che tenta la classe dirigente italiana, magari sollecitata
da forze esterne. All'origine c'è la svolta a sinistra data dalle elezioni del
1968, che segnano una sconfitta del "grande disegno" di chi pensava a
una grossa forza social-democratica capace di condizionare la vita italiana.
Nascono così una serie di manovre che vanno dal "disimpegno" prima
alla nuova scissione socialdemocratica dopo, onde provocare una crisi che
prepari al momento opportuno la rivincita elettorale e lo spostamento a destra
dell'asse politico. Invece le lotte operaie e l'unità sindacale annunciano
nuovi spostamenti a sinistra: occorre allora preparare nel paese un clima in cui
possa inserirsi uno scioglimento anticipato delle Camere per ripetere
l'operazione che riuscì a De Gaulle nel giugno 1968, a poche settimane dagli
scontri di maggio.
L'aggressione della polizia alla pacifica manifestazione di Milano del 19
novembre, in cui trovò la morte lo sfortunato agente Annarumma, costituisce
obiettivamente un passo in questa direzione, e quella morte sarà sfruttata da
più parti proprio per preparare quel clima: il telegramma del presidente della
Repubblica ne è purtroppo un documento. "Nessuno è tanto pazzo da dar la
colpa degli attentati al presidente Saragat",. ha scritto l'Observer e noi
siamo assolutamente d'accordo. Ma nemmeno il presidente Gronchi, quando diede
l'incarico a Tambroni voleva le giornate sanguinose del luglio '60, e neppure il
presidente Segni quando si opponeva al centro-sinistra, perché ossessionato
soprattutto dalla spesa pubblica che secondo lui minacciava la stabilità della
lira, preparava coscientemente un colpo di Stato del generale De Lorenzo.
Purtroppo fra i disegni politici dei presi- denti e la loro attuazione c'è di
mezzo una catena di esecutori e anche di profittatori che hanno spiccate
inclinazioni per certi metodi non del tutto ortodossi.
Le conclusioni che vogliamo trarre da queste note affrettate sono essenzialmente
due. La prima è che chi cerca di andare contro l'avanzata democratica di cui la
società italiana ha urgente bisogno, e sogna battute d'arresto o addirittura
ritorni indietro, rischia di assumersi le più gravi responsabilità perché
mette in moto una serie di reazioni a catena che sfuggono al suo controllo e in
cui procuratori generali e leggi fasciste, missini e nostalgiche
"associazioni d'arma", funzionari di polizia e giornalisti reazionari,
padroni non rassegnati e politici delusi, generali dei carabinieri e servizi
segreti, CIA e Pentagono, insieme concorrono, senza previe intese e magari senza
conoscersi, non volendo neppure le stesse cose precise, ma tutti proclamando di
agire in nome della legge e dell'ordine, a portare l'Italia sull'orlo
dell'abisso.
La seconda riguarda noi. Quel poco di democrazia che abbiamo conquistato con la
Resistenza è stato in gran parte logorato nel corso di questi 25 anni. Oggi c'è
in Italia una forte ripresa democratica: badiamo a non commettere un'altra volta
gli stessi errori. Non è appagandoci di parole, e tanto meno cedendo ai ricatti
e alle minacce, ma accrescendo la nostra forza e andando avanti, che possiamo
consolidare le conquiste dell'autunno e prepararne di nuove.
Lelio Basso
La fitta catena di attentati terroristici, che ha segnato tutto il corso del
1969 e che è culminata nella strage di Milano. resta una pagina oscura e
inquietante nella vita del nostro Paese. A tanti mesi di distanza da fatti
drammatici e gravi, come la morte dell'agente di P.S. Annarumma, le bombe nelle
banche di Milano e di Roma, la morte del "testimone" Pinelli, né le
indagini della polizia né le istruttorie della magistratura hanno indicato
all'opinione pubblica una una "verità" precisa e persuasiva.So no
rimasti e si sono fatti anzi più pesanti gli interrogativi, sugli autori
materiali, gli ispiratori e i mandanti di vicende coinvolgenti non solo per la
loro obbiettiva tragicità, ma perché esse sono state occasione e pretesto di
una sfrenata campagna d'allarme e di intimidazione e, più a fondo, di una
manovra volta a spostare a destra tutta la situazione politica italiana.
Qui è lo scandalo non tollerabile. E per questo deve essere positivamente
apprezzato ogni contributo che riesca a gettare un po' di luce sulla lunga serie
di provocazione e di attentati che in effetti, quale che sia la loro origine, si
sono rivolti contro il movimento dei lavoratori e la democrazia repubblicana.
Per questo io credo che il Parlamento, come ha proposto il Partito comunista,
debba sentire il dovere a questo punto di procedere ad una inchiesta che vada a
fondo e consenta di spezzare e dissolvere una trama che ha pesato come per tanti
segni è evidente, e che continua a pesare sulla democrazia italiana, sulle sue
possibilità di sviluppo e di rinnovamento.
È un fatto, e di importanza decisiva, che quelle forze politiche che avevano
pensato di poter beneficiare, a dicembre prima e il 7 giugno poi, anche della
emozione e della preoccupazione della opinione pubblica in seguito alle bombe e
ai morti di Milano per provocare un "tornante" conservatore, una
sterzata à destra, hanno fallito i loro calcoli. L'esito delle elezioni del 7
giugno è stato in questo senso una vittoria della democrazia contro il
"partito dell'avventura" contro il lungo tentativo, in cui si sono
ostinati i gruppi dirigenti della DC e del PSU, di avere una rivincita nello
spostamento a sinistra dal maggio '68, di bloccare le spinte e le conquiste
sociali dei lavoratori, le rivendicazioni di riforma, di partecipazione, di
potere che emergono dalle masse popolari, dalle classi lavoratrici, dai giovani.
Il proposito e il tentativo di un riflusso, di una sterzata a destra sono stati
battuti. Ma ciò non può far dimenticare né oscurare i fermenti velenosi, le
sollecitazioni, le suggestioni reazionarie che vi sono nel nostro Paese le
macchinazioni antidemocratiche che in Italia e fuori d'Italia possono essere
nascoste, sotto l'insegna dell'anticomunismo, della difesa dell'ordine o della
sicurezza atlantica, l'attivizzazione e la disponibilità mercenaria di gruppi e
formazioni di destra, reazionarie e fasciste.
Due conseguenze mi sembra debbono essere tratte: la prima e la coscienza del
vigore e delle possibilità dello schieramento democratico antifascista; la
seconda è l'efficienza, più che mai viva e attuale, dell'unità delle forze
operaie democratiche, di sinistra su una precisa linea di sviluppo della
democrazia, di trasformazione della società italiana, di salvaguardia
dell'indipendenza nazionale della autonomia politica del nostro Paese. E un
momento non trascurabile di questa lotta è l'impegno a far luce sui fatti di
provocazione e di sangue del 1969, a individuarne i responsabili, a colpirli
senza esitazione.
Alessandro Natta
L'indignazione popolare sollevata dall'annunciata chiusura così sbrigativa
dell'inchiesta sulla fine drammatica e tanto sospetta di Pinelli ha dato forza
alla convinzione che occorresse dare alla opinione pubblica garanzie sicure
anche fuori dell'ordinario, sulla condotta assolutamente disinteressata della
indagine su un caso così grave che finiva per mettere in gioco la legalità
democratica del nostro regime giuridico.
Polizia politica, polizia giudiziaria e non poche procure hanno seguito nei mesi
caldi un indirizzo repressivo aperto alla speculazione elettorale già in corso
dei cosiddetti partiti dell'ordine. I gruppi parlamentari del Partito comunista
incaricati di studiare e preparare una proposta d'inchiesta parlamentare si
rifanno al caso del disgraziato agente di polizia Annarumma morto durante una
dimostrazione a Milano: morte probabilmente accidentale che fu utilizzata nel
modo più sfacciato contro i comunisti prima ancora che contro gli estremisti.
Ma il mistero politico che sta dietro gli attentati di Milano è più grave. Non
si sa se potrà essere chiarito, viste le inutili indagini che si dicono
condotte sinora. Ma se ne devono chiaramente riconoscere i connotati. Vi sono
alcuni dati di fatto ben orientativi: la scelta degli obiettivi milanesi (in
prima linea la COMIT) e romani (in prima linea il Vittoriano), la qualità dei
mezzi esplosivi impiegati, la quantità dei mezzi finanziari. Un piano politico,
non anarchico, destinato a produrre profonde reazioni pubbliche, governative,
eventualmente paramilitari. Ed un piano di cui si potesse facilmente far
ricadere la responsabilità sulle spalle degli anarchici, come infallibilmente
è avvenuto. Quale torbido ambiente può avere ideato questo piano e dati i
mezzi, ed a profitto di chi?
Questo libro è utile strumento di conoscenza che propone una risposta a questi
interrogativi.
Ferruccio Parri
APPENDICE II
Come lo stato si assolve
Fra tragedie e involontario Humor nero, ecco una cronologia essenziale sui
principali "misteri d'Italia" dall'uscita del libro Strage di stato a
oggi
22 luglio '70: attentato al treno Freccia del Sud: 7 morti e 139 feriti a
Gioia Tauro. Classificato come disastro colposo (dei ferrovieri) ma nel '95
finirà sotto processo un mafioso pentito con due parlamentari ex missini e ora
di Alleanza Nazionale (Aloi e Meduri) più altri esponenti di destra e
'ndrangheta.
8 dicembre '70: i congiurati sono pronti ma all'ultimo minuto il golpe ,
capitanato dal fascista Junio Valerio Borghese è bloccato.
12 dicembre '70: manifestazione a Milano contro la "strage di
Stato"; un candelotto lacrimogeno della polizia uccide lo studente Enzo
Santarelli.
5 marzo '71: una riunione della P2 (di cui allora nulla si sapeva)
traccia le linee guida di un governo "autoritario".
13 aprile '71: il giudice di Treviso Giancarlo Stiz emette mandati di
cattura contro 3 neofascisti veneti (Freda, Ventura e Aldo Trinco) fra l'altro
per gli attentati dell'aprile e agosto '69.
novembre '71: il procuratore milanese Luigi D'Espinosa promuove
un'indagine sulla ricostituzione del partito fascista in tutta Italia, indagando
anche sui massimi dirigenti dell'allora Msi e incriminando (nel luglio '75)
Almirante e altri 41 deputati e senatori missini; altra inchiesta che si
scioglierà come neve al sole (se qualcuno avesse bisogno di cercare una
spiegazione ricordi, a esempio, che l'anno successivo il presidente della
repubblica, il dc Giovanni Leone, sarà eletto con i voti determinanti dei
missini).
febbraio '72: inizia a Roma il processo "contro Valpreda"; il 6
marzo viene bloccato con il pretesto del trasferimento a Milano "per
competenza". Sempre in febbraio un episodio significativo quanto
gelosamente nascosto: lo scioglimento dell'intero comando della Terza Armata,
ritenuto completamente "infiltrato" da fascisti irriducibili.
4 marzo '72: Stiz fa arrestare Pino Rauti con l'accusa d'essere coinvolto
nell'attività eversiva di Freda e Ventura.
21 marzo '72: Stiz invia da Treviso gli atti sui fascisti Freda e Ventura
al suo collega milanese D'Ambrosio (che il 24 aprile scarcererà Rauti); il 28
agosto contro i due vengono emessi mandati di cattura per strage. Dunque ci sono
ora 2 diverse (e politicamente opposte) indagini su piazza Fontana.
31 maggio '72: a Peteano (Gradisca d'Isonzo) esplode una bomba uccidendo
3 carabinieri. È l'unica indagine su una strage degli anni '70 che si chiuderà
con una condanna.
13 ottobre '72: "per motivi di ordine pubblico" (ovvero la
campagna della sinistra contro i fascisti) il processo di piazza Fontana è
strappato al giudice milanese dalla Corte di Cassazione e va a Catanzaro.
30 dicembre '72: Valpreda e gli altri anarchici sono rimessi in libertà.
15 gennaio '73: Marco Pozzan, fedelissimo di Freda, viene fatto
espatriare dal Sid.
7 aprile '73: preso sul fatto il fascista Nico Azzi (la bomba gli scoppia
fra le gambe) mentre prepara un attentato sul treno Genova-Roma, rivendicata con
volantini e quotidiani della sinistra extra-parlamentare che aveva addosso; più
chiaro di così il meccanismo della provocazione non poteva essere!
9 aprile '73: Guido Giannettini, "agente Z", viene fatto
espatriare dal Sid.
17 maggio '73: il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli (ma molti lo
accusano d'essere stato legato a "Ordine nuovo") lancia una bomba
contro la questura di Milano: 4 morti e 40 feriti.
23 novembre '73: cade a Marghera l'aereo militare "Argo 16"
(morti i 4 membri dell'equipaggio); una vicenda che allora non insospettisce
alcuno ma che rispunterà alla fine degli anni '80 nelle indagini del giudice
Mastelloni.
Nell'ottobre '73 viene scoperta la rete della "Rosa dei venti";
è una delle tante inchieste (alcune animate da serie intenzioni, altre a puro
scopo fumogeno) di quegli anni contro gruppi militari o paramilitari fascisti;
questa, dopo aver sfiorato 2 generali e 3 colonnelli, uomini dei Servizi nonché
l'industriale Andrea Maria Piaggio, finirà nel consueto tritacarne
magistratura/pressioni politiche e dunque si chiuderà in sostanziale burletta.
26 gennaio '74: in coincidenza con l'arresto di Vito Miceli, capo del Sid,
corrono voci d'un golpe che poi si riproporranno in più occasioni fra il '74 e
il '75: non erano solo avvertimenti o "rumor di sciabole".
18 marzo '74: nello stesso giorno inizia a Catanzaro la seconda fase del
"processo Valpreda" mentre da Milano arriva il rinvio a giudizio per
Freda e Ventura.
18 aprile '74: ancora la Corte di cassazione strappa l'inchiesta "Freda-Ventura"
al giudice D'Ambrosio e l'unifica con il processo di Catanzaro.
28 maggio '74: in piazza della Loggia a Brescia scoppia una bomba durante
una manifestazione anti-fascista: 8 morti e quasi 100 feriti. Tutte le tracce
portano ai fascisti eppure nessuna sentenza li troverà colpevoli. Due giorni
dopo vicino Rieti si scoprirà casualmente (nella sparatoria rimane ucciso il
fascista Giancarlo Esposti dei Mar) che si preparava un'altra strage per il 2
giugno.
19 giugno '74: Giulio Andreotti, ministro della Difesa, rivela in
un'intervista che Giannettini è un agente del Sid e che Giorgio Zicari,
giornalista al Corriere della sera è un informatore.
4 agosto '74: nei pressi della stazione di san Benedetto-val di Sambro
(Bologna) esplode una bomba sul treno Italicus: 12 morti e 48 feriti; ma la
strage doveva essere ben più tragica perché il timer era mirato per esplodere
in galleria. Anche qui le indagini faranno solo volare qualche straccio.
novembre '74: con Vito Miceli, ex capo del Sid (dal 18 ottobre '70 al 1°
luglio '74), arrestato dai giudici padovani (le accuse: occultamento di prove,
complicità con i fascisti, cospirazione) il 31 ottobre si rafforzano le voci
d'un golpe nel ponte d'inizio mese (dunque con le fabbriche chiuse); magari in
coincidenza con il viaggio romano di Henry Kissinger, il quale avrà pur preso
un "premio Nobel della pace" per il Medio Oriente ma altrettanto
certamente è fra i principali artefici del golpe in Cile, l'anno prima, contro
il democraticamente eletto Salvador Allende.
27 gennaio '75: inizia il processo "unificato" (cioè ad
anarchici e fascisti) di Catanzaro.
nel maggio '75 entra in vigore la "legge Reale", in teoria contro
criminalità e terrorismo, in pratica una specie di assoluzione preventiva
all'uso di armi da fuoco da parte delle "forze dell'ordine" (le quali
comunque, solo fra il gennaio' 48 e il settembre' 54, avevano ucciso 70 persone
e ne ferirono 5.104 durante manifestazioni politiche o sindacali). Con il
passare del tempo sarà sempre più evidente che la legge Reale
ripristina/legittima di fatto la pena di morte in Italia; chi volesse scorrere
il lungo elenco dei morti oltretutto scoprirebbe che è minimo il numero di
terroristi o pericolosi gangster uccisi in conflitti a fuoco mentre tantissimi
sono i piccoli ladruncoli assassinati (magari alle spalle), le persone che non
si sono fermate (o non hanno visto) un posto di blocco, che manifestavano
pacificamente o vengono colpite per sbaglio. Ma queste statistiche non
interessano, così nel febbraio '90 passerà sotto sostanziale silenzio 625,
libro bianco sulla legge Reale, a cura del "centro d'iniziativa Luca
Rossi" che racconta (l'elenco purtroppo è certamente incompleto) 625
assassinati o gravemente feriti: da Achille Floris a Nuoro il 7 giugno '75 a
Giuseppe Bronzetti il 29 giugno '89. In quell'elenco, al numero 438, c'è anche
Luca Rossi, giovane militante di Democrazia Proletaria, ucciso "per
sbaglio" dal poliziotto (della Digos) Pellegrino Policino che, fuori
servizio, interviene in una lite e sparando ad altri colpisce Luca che passava
di lì.
27 ottobre '75: il giudice D'Ambrosio chiude l'inchiesta sulla morte di
Pinelli: "malore attivo", tutti prosciolti.
maggio/giugno '76: mandati di cattura per cospirazione golpista contro Edgardo
Sogno (si saprà poi: tessera P2 numero 2070 codice E1979, fascicolo 0786),
Randolfo Pacciardi, il dc Filippo De Jorio e indagini anche su Luigi Cavallo e
molti altri "fascisti in camicia bianca" che muovono i fili dei
cosiddetti "Comitati di resistenza democratica" e di altre strutture
che quantomeno dal 1970 collegano destra democristiana, fascisti, industriali e
ambienti militari; anche quest'inchiesta - occorre dirlo? - si dissolverà in
una nuvola di fumo.
23 novembre '77: al processo di Catanzaro per piazza Fontana viene
condannato (ma subito rimesso in libertà) il generale Saverio Malizia,
consulente del ministro della Difesa, per falsa testimonianza; sarà poi assolto
il 30 luglio '80.
23 febbraio '79: condanna all'ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini
(fascista ma anche uomo dei servizi segreti), assoluzione per Valpreda e gli
anarchici. Ma Freda è già sparito (dal 1 ottobre '77 è in Costarica, verrà
riarrestato 3 anni dopo) e poco prima della sentenza si dilegua (in Argentina)
anche Ventura. Lievi condanne (4 e 2 anni) anche agli uomini dei Servizi, il
capitano Antonio La Bruna e il generale Gianadelio Maletti.
27 giugno 1980: si inabissa a Ustica il Dc-9 Itavia: 81 morti. Fu
probabilmente un atto di guerra (nel corso d'un assalto a un aereo libico?) o un
"errore" militare; di certo Servizi, comandi dell'Aeronautica, governi
sapevano e proprio per questo depistarono.
2 agosto '80: scoppia una bomba alla stazione di Bologna: 85 morti e
decine di feriti: come si sa, dopo lunghe vicende giudizi arie, processi
annullati e rifatti, si finirà con un sostanziale "tutti assolti" per
i Servizi e con discusse condanne solo per i fascisti Mambro e Fioravanti
(killer crudeli ma tutto sommato "pesci piccoli" nel panorama
dell'eversione).
Nel 1981 viene alla luce la loggia massonica segreta "P2" di
Licio Gelli; fra gli iscritti giornalisti, generali, politici, magistrati,
uomini dei Servizi e un tal Silvio Berlusconi (con il numero 1816, codice E1978.
Gruppo 17, fascicolo 0625). Iniziano vicende processuali e parlamentari - che
qui non proviamo neanche a riassumere - ma che, in buona sostanza, si
concluderanno con l'ennesima assoluzione politico/giudiziaria il 16 aprile del
'94. Dunque tribunali e Parlamento, più qualche raro giornalista curioso, hanno
perso tempo al solito (cosa andavate a pensare?): nessuno congiurava contro le
istituzioni democratiche.
20 marzo '81: la sentenza di secondo grado assolve tutti - dunque anche i
fascisti - gli imputati per la strage di piazza Fontana; e già che c'è,
dimezza le pene a Maletti e La Bruna.
24 agosto '81: la Commissione inquirente archivia le accuse contro
Andreotti, Rumor, Tanassi e Zagari (ministri della Difesa a turno) come complici
dei molti "depistaggi" del Sid. Figurarsi.
11 giugno '82: la Corte di Cassazione annulla la sentenza d'appello per
piazza Fontana e dispone un nuovo processo a Bari (escludendo solo Giannettini)
il quale decreterà - il l° agosto 1985 - l'assoluzione definitiva per tutti
gli imputati e ridurrà ancora le pene a Maletti e La Bruna. Ci sono ancora
strascichi giudiziari (nel 1987) contro i fascisti Delle Chiaie e Fachini ma i
due sono assolti (il 20/2/89) con sentenza poi confermata in appello (il
5/7/91).
23 dicembre '84: il rapido 904 è squarciato da una bomba: 16 morti e 200
feriti. Fu un delitto di fascisti e camorra? Al solito i processi si
contraddicono: per una Cassazione, presieduta dal solito Corrado Carnevale
(quello che assolve i mafiosi e raddoppia le condanne ai compagni) che
proscioglie, ci sarà nel marzo '91 una successiva condanna all'ergastolo
inflitta il solo Massimo Abbatangelo, deputato dell'allora Msi; pare poco
credibile che abbia fatto tutto da solo.
27 gennaio 1987: la prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado
Carnevale (guarda un po' chi si rivede) respinge i ricorsi e conferma la
sentenza barese d'assoluzione per piazza Fontana.
nel 1988 il giudice milanese Salvini, durante le indagini sul gruppo fascista
"La Fenice", trova elementi che sembrano portare verso la strage di
piazza Fontana; inizia un lavoro di controllo anche su carte e bobine dei
servizi segreti. Nel gennaio '89 apre una nuova inchiesta, che arriva a
conoscenza dei giornalisti solo nel novembre '91.
2 agosto '90: alla Camera dei deputati, il presidente del Consiglio
Andreotti fa sapere che fornirà entro 60 giorni i documenti sulla
"struttura parallela e occulta che avrebbe operato all'interno dei servizi
segreti"; sta per arrivare la bufera Gladio (cui accenneremo soltanto in
questa sintetica cronologia).
3 agosto '90: alla commissione parlamentare sulle stragi Andreotti nega
tutto anche che Rudolph Stone, capo della Cia in Italia, fosse iscritto alla
loggia P2 con il numero di tessera 2183, fascicolo 0899, come invece è noto.
18 ottobre '90: Andreotti invia il documento promesso in agosto sul
"cosiddetto Sid parallelo, il caso Gladio". Successivamente la
"commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi"
deciderà d'includere Gladio nelle sue indagini: i documenti confermeranno il
quadro politico noto (Dc, fascisti e Usa al centro di ogni trama) ma si
confermerà anche che i manovratori di filo sono intoccabili. Al solito iniziano
i depistaggi (nel febbraio '95 un colonnello dei Servizi verrà arrestato
appunto per questo), i tempi lunghi conditi da belle parole, ricatti sott'acqua
e insabbiamenti. Vale al riguardo la pena di ricordare che il 21 marzo '91
l'allora presidente Kossiga dichiarerà in tv che piduisti e gladiatori sono
tutti (o quasi) bravi ragazzi, anzi patrioti.
nel gennaio '91 circolano sui massmedia gli elenchi (incompleti) dei
"gladiatori" mentre in Parlamento arrivano i documenti (ma restano
molti "omissis) sul "piano Solo"', ovvero il golpe del 1964
quando un tal Andreotti era ministro della Difesa e Antonio Segni (padre
dell'attuale referendario Mario, detto anche Mariotto) capo del governo.
10 ottobre '91: il giudice veneziano Felice Casson trasferisce a Roma
("per competenza") la sua inchiesta sul terrorismo in Alto Adige che
coinvolge militari e "gladiatori" e che finirà poi sostanzialmente
archiviata; un mese e mezzo dopo Kossiga rivendica di nuovo che Gladio era cosa
ottima e legale.
13 marzo '95: il giudice Salvini rinvia a giudizio 26 persone (fra loro
fascisti come Fachini, Giannettini, Delle Chiaie ma anche Gelli e il generale
Maletti) per piazza Fontana. Intanto l'ammuffita e impotente "commissione
stragi" apprende da Salvini che oltre a Gladio c'erano "36
legioni" con 1.500 uomini (Nato, fascisti, militari) pronti ad attentati e
golpe; solo un'alzata di sopracciglio e tutto finisce lì. Fra segreti,
manfrine, false piste e sabbia ogni traccia (anche se suffragata da
testimonianze e prove) svanisce perché la seconda repubblica di cui tanto si
parla resta sostanzialmente identica alla prima.
28 marzo '95: alcuni giornali pubblicano stralci delle testimonianze del
terrorista nero Gaetano Orlando: "Armi? Ce le davano i carabinieri",
una delle tante "rivelazioni" che sarebbero esilaranti se di mezzo non
ci fossero tragedie.
4 ottobre '96: un perito del giudice Salvini scopre a Roma, in un
deposito sulla via Appia, 150 mila fascicoli non catalogati dal ministero
dell'Interno, inizia una nuova farsa e chi si fosse aspettato clamorose novità
dal nuovo ministro, l'ex comunista Napolitano, sarebbe restato assai deluso.
Tutto muta, nulla cambia.
27 marzo '97: il giudice veneziano Carlo Mastelloni incrimina (per falso
e soppressione di prova) 22 ufficiali dell'Aeronautica nell'inchiesta su Argo
16, l'aereo del Sid precipitato il 23 novembre '73 vicino Porto Marghera;
un'altra vicenda che sembra intrecciarsi con Gladio, in parte (almeno per ciò
che riguarda i protagonisti) con Ustica e sicuramente conferma che i Servizi non
sono stati ripuliti come 100 e 100 volte promosso dai vari governi della Banan/Italian
repubblica. In maggio Mastelloni invia alla "commissione stragi"
documenti che informano sul funzionamento di una "Gladio civile" al
Viminale fra il '50 e il 1984, che sarebbe come dire 34 anni di illegalità al
vertice dello Stato ma già gira la barzelletta che i vari governi non ne
sapessero alcunché.
novembre '97: per chi fosse dotato di humor nero le notizie sui
"misteri d'Italia", passati e presenti, sono fonte di continuo gaudio.
Nel giro di pochi giorni si parla infatti di bombe anarchiche contro i palazzi
di "giustizia" (l'infinito ritorno) e si dice che sì, 37 anni prima
(caspita, che velocità le inchieste!) l'aereo di Mattei, presidente dell'Eni,
fu effettivamente abbattuto, anche se ovviamente non si ha alcuna idea sui
responsabili.
10 febbraio '98: con 34 rinvii a giudizio si chiude la seconda parte
dell'inchiesta Salvini: in 60 mila pagine c'è di tutto ma i protagonisti son
sempre loro cioè dc, fascisti e Nato/Cia.
Per completare il quadro, bisogna riassumere che dal 12 dicembre '69 al 23
dicembre '84 per 8 stragi che le prove non meno che il buon senso politico
certificano come "nere" (fascisti più Stato) con 149 morti e 688
feriti ci sono due soli colpevoli condannati: Vincenzo Vinciguerra (reo
confesso) e Carlo Cicuttini per l'attentato mortale di Peteano (chi volesse
approfondire può leggere La strage di Peteano di Gian Pietro Testa,
edito da Einaudi). E che per i molti delitti compiuti nelle piazze dai fascisti
vi sono state pochissime condanne.
"Io so. Ma non ho le prove" scriveva Pier Paolo Pasolini in un
famosissimo articolo/poesia del '74. Chi vuole "sa" e può vedere
anche oggi, solo studiando da vicino i fatti, che le prove c'erano e sono state
fatte sparire, che molti testimoni sono stati uccisi e che il resto lo ha fatto
l'arroganza del potere, il "colpo di Stato permanente" (inteso
soprattutto come ricatto), il gran ventre del Mammut/Stato che assorbe tutto
anche se i governi sembrano cambiare; dunque sappiamo chi siano i colpevoli e
anche i complici, compresa la debolezza prima e l'assenza totale poi di
opposizione che ha consentito agli assassini di fari a franca. Il vero,
pericoloso complotto contro la democrazia - comunque s'intenda questa parola,
nella sua verità rimanda a un vero potere del popolo - è sempre o quasi alla
luce del sole. Del resto ce lo insegnano organismi ben più rispettabili
dell'Italia "Banana Repubblic", ovvero Fmi, Banca Mondiale e il Wto/Omc,
l'organizzazione mondiale del commercio (tanto per dirne tre) che fanno cadere i
governi con una firma o con una scrollatina alla Borsa telematica.
C'è un'altra questione che esula da questa cronologia, ovvero i nostri giorni
percorsi da un forte vento di destra, spesso con egemonia culturale e sociale.
Ovviamente il ri-formarsi di un "consenso di massa" alle nuove forme
del fascismo richiederebbe un'assai lunga e complessa analisi che qui non
tentiamo neppure ma è utile ricordare una indicazione/profezia di Pier Paolo
Pasolini (del settembre '62), cioè: "Non occorre essere forti per
affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: ma occorre essere
fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi
allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di un società".
Ci sarebbero ancora da ricordare molte vicende tragiche e qualcuna farsesca:
come l'infinito mistero del presidente dell'Eni Mattei (il cui aereo appunto
saltò in aria il 27 ottobre '62); o "i delitti di pace", compiuti da
militari italiani e statunitensi a Casalecchio di Reno o nel Cermis (per ora
tutti assolti, neanche a dirlo); o l'agguato che costò la vita alla giornalista
Ilaria Alpi e che molti elementi collegano a sue inchieste scomode sui Servizi e
i traffici d'armi, o la violazione della Costituzione che ha consentito nel
marzo '99 di far guerra alla Jugoslavia; o le coperture di Stato alla "Uno
Bianca" (20 fra rapine, attentati e omicidi) e alle farsesche vicende della
"Falange armata" (oltre 500 fra rivendicazioni e minacce, mica poco);
o i documenti segreti che spariscono, ricompaiono e di nuovo scompaiono; o il
"segreto di Stato" tolto, rimesso, ritolto e abbiamo perso il conto; o
le bombe atomiche sul territorio italiano, le servitù militari e i "patti
segreti internazionali" su cui (D'Alema, capo del governo, dixit) nulla si
può fare o dire; o i molti documenti della Cia che ammettono ufficialmente, o
più spesso fanno intuire, i finanziamenti a gruppi paramilitari fascisti
("Gladio" è solo la punta dell'iceberg) sin dall'immediato dopoguerra
e per decenni; o ancora il certo incoraggiamento più copertura che furono dati
dalle "forze dell'ordine" allo stupro contro Franca Rame; o ancora il
banchiere Sindona, di cui molto si parla nel libro Strage di Stato,
ucciso da una tazzina di caffè in carcere proprio come quel Gaspare Pisciotta
che con Salvatore Giuliano fu autore della prima "strage di Stato"
della repubblica italiana, il l° maggio '47; contro i braccianti siciliani,
"la canea rossa" come la definiva il democristiano ministro
dell'Interno, Mario Scelba. Vicende diverse fra loro ma che tutte insieme
chiariscono come "i crimini di pace", direttamente compiuti o avallati
da democratici governi - se esiste uno "Stato parallelo" di queste
proporzioni, neanche a un bambino parrebbe credibile che tutte le più alte
cariche istituzionali ne siano state all'oscuro - siano dunque non la tragica
eccezione ma piuttosto la norma, il modo abituale d'esercitare il potere contro
chiunque si ribelli, come nelle lotte intestine fra lobbies, come nella politica
internazionale. "Democradura" dicono in America latina per intendere
un governo che non è dittatura né democrazia ma un po' entrambe; un termine
che sarà bene introdurre anche da noi, se non si vuol negare l'evidenza di una
lunga scia di sangue la quale ha trovato e continua a trovare in ogni livello
dello Stato i suoi mandanti, protettori e beneficiari.
Franco Freda
Parallelamente alle vicende processuali su Piazza Fontana, di Franco Freda si
torna a parlare a partire dal 1991 per l'attività del gruppo denominato Fronte
Nazionale.
In realtà, dalla fondazione delle Edizioni di Ar nel 1964, il primo strumento
di Freda è rappresentato dai contatti costruiti intorno alla diffusione di
testi del nazismo e di propri scritti. Nelle lunghe indagini e nelle
ricostruzioni giornalistiche sulla strategia della tensione, il suo libro
La disintegrazione del sistema, sarà più volte citato come il testo
chiave per capire le tendenze in atto nel neofascismo prima della strage del
1969.
Di fatto, rientrato in Italia, dopo latitanza e carcere, Freda si stabilisce a
Brindisi e ricomincia dalla sua attività di editore-propagandista, anche
appoggiandosi alla Libreria di Ar di Salerno.
"La disintegrazione del sistema avrà venduto più di settemila
copie, e rimane uno dei nostri testi più venduti insieme al Bushido, il
libro dei samurai" spiega a il Manifesto nel 1992. E aggiunge:
"I destinatari delle nostre pubblicazioni sono rimasti costanti. Tremila
persone soprattutto al nord ricevono regolarmente il nostro catalogo".
Prendendo per buono questo dato, si può considerare che il circuito che ruota
intorno a quello che fu il leader di Ordine Nuovo nel Veneto, è rimasto più o
meno stabile e forse caratterizzato dagli stessi protagonisti.
Così, anche quando Freda decide di "ritornare in politica" a
seguirlo, specie nel Veneto e in Lombardia, sono spesso i suoi vecchi camerati.
La sua nuova creatura, il Fronte Nazionale è attivo dal 1990, anche se la data
ufficiale di fondazione è il 21 dicembre 1991 a Milano alla presenza di alcuni
vecchi nomi già legati a Ordine Nuovo. La novità rispetto al passato è
rappresentata dal razzismo, che diventa il tema centrale della propaganda del
gruppo e dai toni estremi usati contro gli immigrati. "L'Italia non è
terra d'immigrazione, no a integrazioni, no a meticciati", si può leggere
in uno dei proclami del Fronte. "Dalla questione sociale si è passati a
quella razziale - spiega Freda a Panorama nel 1992, aggiungendo - è
finita l'epoca delle guerre civili europee, sta per cominciare quella delle
guerre razziali". E Cesare Ferri numero due del Fronte Nazionale, già
legato a Freda in passato e inquisito per la Strage di Brescia, sintetizza così
per Panorama la strategia del gruppo: "Noi vogliamo soltanto
difendere la razza bianca dall'invasione degli allogeni. Siamo di fronte a un
problema epocale e alla necessità di un'autodifesa". Il simbolo della
nuova organizzazione di Freda ricorda una sorta di svastica stilizzata, i
riferimenti al razzismo sono evidenti, come pure all'antisemitismo, travestito
da lotta al "complotto mondialista".
Del resto, le Edizioni di Ar hanno tra le prime importato in Italia, già negli
anni sessanta, i testi del negazionismo europeo. E quando, con gli anni novanta,
cominciano ad uscire anche testi di autori italiani che negano l'Olocausto, è
ancora una volta Ar ad ospitarli. Questa ad esempio la presentazione del volume
La soluzione finale problemi e polemiche, pubblicato da Carlo Mattogno per
Ar nel 1991: "Il preteso Olocausto ebraico si riduce ad un grave fardello
di menzogne elaborate dal Sistema ebraico-sionista con l'apporto propagandistico
dei vincitori della Seconda guerra mondiale".
La ripresa dell'attività di Freda non passa però inosservata e nel luglio del
1993 un'indagine della magistratura veronese è aperta contro il Fronte
Nazionale, per violazione sia della legge Scelba che della legge Mancino.
Quando la polizia si presenta a casa di Freda in Puglia, vi trova anche Giovanni
Ventura, allora recentemente rientrato in Italia dall'Argentina. Perquisizioni
vengono svolte anche a Milano, Verona, Roma, e in altre città. Tra gli
arrestati oltre a Freda, ci sono vecchi nomi, come quello di Cesare Ferri, ma
anche giovani come Stefano Stupilli, uno dei capitifoseria delle Brigate
Gialloblù del Verona. Il Gazzettino di quei giorni descrive così una
delle riunioni del gruppo: "Simpatizzanti, ausiliari, e militanti del
Fronte, questi i tre gradi dell'organizzazione, si ritrovavano ogni anno da
tutta Italia a Bardolino, il 19 dicembre per la celebrazione ariana del
solstizio d'inverno. Al suono di musiche di Wagner e Orff, a mezzanotte in
punto, i frontisti incendiavano una pira rituale sormontata dal simbolo
dell'organizzazione. E attendevano sull'attenti, immobili nel gelo, la sua
consunzione". Queste indagini della magistratura veronese si sono concluse
nel novembre del 1995 con la condanna, in primo grado, di Freda, Ferri, e altri
quarantadue imputati, per "ricostruzione del partito fascista".
Lo scorso anno Freda ha partecipato ad un incontro sulla detenzione politica
organizzato a Verona da Forza Nuova e a cui hanno preso parte anche alcuni
parlamentari del Polo. Alcuni ex esponenti di Ordine Nuovo nel Veneto, legati a
Freda negli anni sessanta e settanta, hanno nel frattempo raggiunto la Lega di
Bossi e la Liga veneta repubblica di Comencini e Ar ha raccolto in un volume gli
editoriali "contro il mondialismo" pubblicati sul quotidiano leghista
la Padania da un parlamentare veneto della Lega.
Dopo l'arresto di Freda nel 1993, lo scrittore Ferdinando Camon, raccontò di un
incontro che aveva avuto con lui qualche mese prima. Alla fine del colloquio
Camon chiese a Freda se era colpevole o innocente delle accuse che da oltre
trent'anni gli venivano mosse per Piazza Fontana. Ecco la risposta che si sentì
dare: "Voglio regalarle una citazione: è innocente non colui che è
incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi".
Stefano Delle Chiaie
Rientrato in Italia alla fine degli anni ottanta, Delle Chiaie dà il via
all'attività dell'"agenzia di stampa settimanale" PubliCondor
che diffonde un bollettino di poche pagine ciclostilate. Curiosamente l'agenzia,
legata all'associazione Il Punto, conta su corrispondenti da paesi quali il
Portogallo, la Bolivia, l'Argentina o il Venezuela, tutti attraversati dallo
stesso Delle Chiaie nei suoi anni di latitanza dall'Italia e di contatti con la
destra estrema internazionale. Ma l'attività di PubliCondor non è che il primo
passo di un pieno ritorno in politica dell'ex leader di Avanguardia Nazionale e
dell'area del neofascismo che al suo nome ha sempre fatto riferimento.
La Stampa del 25 giugno del 1991 dà conto in questo modo delle nuove
attività di Delle Chiaie: "Er Caccola, come lo chiamavano i suoi,
collabora alla realizzazione di un'agenzia, Il Punto, e organizza
riunioni con i camerati dei tempi di Avanguardia Nazionale". Si tratta in
realtà di un vero e proprio progetto politico che si preciserà nel corso di
pochi mesi. Il 5 di ottobre Il Giornale annuncia la riunione di due
giorni che, con il titolo di "Forum nazionalpopolare", riunisce a
Pomezia, vicino a Latina, "i vecchi extraparlamentari di destra".
L'incontro deve tenere a battesimo il quadrifoglio della Lega nazionalpopolare,
simbolo e sigla con la quale quest'area intende presentarsi alle elezioni
politiche. Il tutto nell'ambito della coalizione elettorale della Lega delle
Leghe, che riunisce vari piccoli gruppi prevalentemente nel mezzogiorno e nel
Lazio, e che cerca di sfruttare l'effetto di possibile trascinamento
dell'affermazione di Bossi nel nord del paese.
Un precedente c'è già, quello di Cosenza, dove due consiglieri comunali
missini sono passati al nuovo gruppo elettorale di Delle Chiaie. Inoltre, questa
nuova Lega godrebbe anche dell'appoggio di Pino Rauti, proprio in quell'anno
sostituito alla segreteria nazionale del Msi da parte di Gianfranco Fini, già
pupillo di Giorgio Almirante, dopo la debacle elettorale del partito nelle
regionali siciliane. Precisa il Giornale: "Rauti sentirà Delle
Chiaie la prossima settimana, "così mi racconterà come gli è
andata". "Del resto", conclude, "lui si muove in un
ambiente, quello nazional-popolare che è sempre stato anche il mio. Pare che
l'iniziativa sia seguita con una certa attenzione anche dall'ex deputato missino
Sandro Saccucci, da Clemente Graziani, il successore di Rauti alla guida di
Ordine Nuovo da tempo residente in Sud America e da esponenti di Terza
Posizione".
Come riportato dal numero speciale di PubliCondor, uscito a pochi giorni
dall'incontro di Pomezia, è lo stesso Delle Chiaie a tenere il discorso di
chiusura dell'iniziativa. Nel suo intervento parla di un progetto che vuole
mutare l'immagine tradizionale dell'estrema destra: "Questo per noi è
superamento dell'area neo-fascista, spiega Delle Chiaie; significa cioè non
sentire la necessità, in ogni momento, di richiamarci ad una terminologia, a
dei riferimenti storici o meno storici, per fare come qualcuno nel passato
faceva: far sentire emozioni e quindi attrarre verso di sé queste componenti;
ma tentare lucidamente di costruire una progettualità politica che ci rigetti
nella storia di oggi per poter conquistare il nostro futuro". La Lega delle
Leghe diffonderà anche un incredibile volantino elettorale che ricostruisce la
carriera di Delle Chiaie attraverso gli anni di latitanza, i processi e le
conseguenti assoluzioni. L'esito negativo della prova elettorale della Lega del
quadrifoglio, con qualche eccezione di rilievo solo in Calabria, farà destinare
l'attenzione di quest'area verso altri obbiettivi, e verso la nascita di una
effimera sigla, quella dell'Alternativa nazionalpopolare.
Ma, soprattutto a Roma, il nome di Delle Chiaie torna a circolare all'inizio del
decennio, soprattutto in riferimento al fenomeno dei cosiddetti
"naziskin". Solo pochi giorni dopo la manifestazione nazionale della
Base Autonoma, il circuito diretto dal Movimento Politico di Maurizio Boccacci,
conclusasi a pochi metri dal celebre balcone di Piazza Venezia e che tanto
clamore aveva destato nella stampa, l'Unità del 6 marzo del 1992
pubblica una lunga intervista all'ex leader di Avanguardia Nazionale, sotto
questo titolo: "Delle Chiaie e la nuova violenza nera". Nelle domande
poste a Delle Chiaie, si fa riferimento all'opinione espressa da alcuni
inquirenti sul suo possibile ruolo come "regista occulto dei
naziskin", e si chiede espressamente dei suoi rapporti con Boccacci.
"Lo conosco, ho conosciuto Boccacci quando sono uscito di galera, nel
febbraio '89, lui faceva parte dell'ultima generazione di Avanguardia Nazionale.
Con Maurizio ho un buon rapporto personale". Quanto al razzismo, ecco la
risposta di Delle Chiaie: "Io non credo in una società multi-razziale.
Credo nella differenza".
Mentre la destra estrema italiana cambia volto, grazie all'irruzione mediatica
dei "naziskin", fanno la loro comparsa anche nuove pubblicazioni e
riviste. È il caso di La spina nel fianco il cui primo numero esce, alla
fine del 1992, proprio come supplemento a PubliCondor. In cinque anni di
pubblicazione, fino al 1996, della rivista non usciranno nemmeno dieci numeri.
Eppure lo stile e i temi affrontati dalla Spina sono interessanti per
comprendere come la vecchia lezione di Avanguardia Nazionale sia tornata
d'attualità nell'ambito dell'estrema destra.
Fin dal suo primo numero (Numero Zero) la pubblicazione presenta così il
proprio progetto: "(Non) possiamo dare più credito alle fasulle
opposizioni di sinistra e di destra (ma) creare un'opposizione reale, senza
mascheramenti, senza condizionamenti, né ipoteche, crearla insieme, al di fuori
degli schemi". Torna l'idea di una unità, generazionale, comunitaria, di
destino, che superi le contrapposizioni politiche consuete. Non è un caso che
sempre sul primo numero della rivista compaiano interviste a Adriano Tilgher, a
Marcello de Angelis, collaboratore della pubblicazione e già dirigente di Terza
Posizione e oggi direttore del mensile di AN, Area, oltre a quelle a
Maurice Bignami e Franco Tomei. Seguiranno le interviste allo stesso Delle
Chiaie e a Valpreda, ma anche a Fioravanti e Franceschini, a Nolte e a un
rappresentante del Sinn Fein irlandese, l'esaltazione del "nazionalcomunismo
russo" accanto agli interventi del comitato di cittadini che a Milano
chiede lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo. Alla Spina è legato
anche il Sindacato degli studenti, un gruppo universitario formato soprattutto
da ex militanti di Meridiano Zero, di cui fa parte anche il figlio di Tilgher,
Marco, e che si è segnalato nell'occupazione della Facoltà di Giurisprudenza a
Roma nel 1996.
Adriano Tilgher
Il ritorno sulla scena dell'estrema destra di Stefano Delle Chiaie rimette in
realtà in gioco un'intera area politica del neofascismo italiano: quella
formatasi alla scuola di Avanguardia Nazionale fin dagli anni sessanta. Quanto
detto fin qui per Delle Chiaie può quindi valere anche per altri esponenti di
primo piano di questo stesso ambiente, primi fra tutti proprio Adriano Tilgher e
Mario Merlino, da sempre tra i suoi più stretti collaboratori.
Tilgher è ad esempio con Delle Chiaie al forum della Lega Nazionalpopolare, è
lui a svolgere la relazione politica di apertura dell'incontro. Ma, di lui, si
era già parlato durante il congresso missino del 1990. Durante una delle accese
sedute che preparavano l'elezione di Pino Rauti alla Segreteria del partito,
Tilgher e un gruppo di "camerati pronti a tutto", come li definisce la
Stampa, sono presenti nel salone dell'hotel di Rimini dove si svolge
l'assemblea del Msi. Sono venuti a sostenere Rauti, con il quale continuano
evidentemente a essere in contatto. Un particolare questo di non poco conto,
visto gli sviluppi che le cose avranno per il vecchio capo di Ordine Nuovo,
anche lui passato per le inchieste sullo stragismo e recentemente coinvolto di
nuovo nelle indagini sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia.
A Fiuggi, durante il congresso che trasformerà il Msi in An, Rauti tenta di
raccogliere l'opposizione a Fini in una corrente, ma resta praticamente da solo.
Non rimarrà nemmeno fino alla fine dei lavori congressuali ma, mentre a Fiuggi
nasce ufficialmente Alleanza Nazionale corre a Roma per convocare una assemblea
di chi crede in una continuità, anche d'immagine, del vecchio partito di
Almirante.
Il 31 gennaio del 1995 prende così il via una nuova formazione politica che
dopo aver perso la possibilità di utilizzare nome e simbolo del vecchio Msi,
finirà per chiamarsi Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Al partito, sfumato
definitivamente il progetto della Lega delle Leghe, aderiscono anche i vecchi
dirigenti di Avanguardia Nazionale. Questa volta Delle Chiaie resta in ombra,
mentre Tilgher viene nominato nel Comitato centrale del nuovo Ms e gode di un
certo peso nei delicati equilibri interni. L'operazione tentata da Rauti è
infatti ambiziosa, ma anche molto difficile da realizzare: creare una sorta di
"casa comune" del neofascismo italiano, definitivamente in rotta con
il partito di Fini.
In realtà, dei giovani che erano cresciuti alla scuola di Tilgher e Delle
Chiaie, alcuni di quelli passati per Terza Posizione, finiranno per raggiungere
le file della "destra sociale" dentro An. Ma, almeno all'inizio, la
Fiamma Tricolore potrà contare su un certo numero di vecchi militanti del
neofascismo a cui vanno aggiunte le nuove leve formatesi nella seconda metà
degli anni ottanta in gruppi come Meridiano Zero, vicino all'area di Delle
Chiaie, Tilgher e Merlino, e Movimento Politico. Il peso di Tilgher e i suoi
nella Fiamma si può riscontrare in alcune scelte tematiche del nuovo partito,
come ad esempio la campagna di manifesti per "l'alternativa
nazionalpopolare" o nei rinnovati contatti con il Front National
francese di Le Pen, sostenuti soprattutto da Tilgher e i suoi che vantano anche
collegamenti con il gruppo neofascista del Gud cresciuto nella Facoltà di Assas
dell'università di Parigi.
Le divergenze in seno alla nuova compagine dell'estrema destra sembrano però
destinate ad avere la meglio sul progetto di Rauti. Dopo abbandoni individuali,
commissariamenti di intere federazioni, spaccature nel gruppo dirigente,
arrivano le vere e proprie scissioni. Il gruppo di Adriano Tilgher esce dalla
Fiamma nel 1997, dopo poco tocca anche agli ex dell'area di Movimento Politico,
destinati a confluire in Forza Nuova l'anno successivo.
Per Tilgher inizia ancora una nuova fase, che non lo vede più nel ruolo di
luogotenente di Delle Chiaie, ma alla testa di un altro progetto dove confluisce
però tutto il vecchio ambiente degli avanguardisti.
Il 28 settembre del 1997 presso il cinema Capranica di Roma si svolge la
manifestazione di presentazione del Fronte Nazionale, un nuovo partito guidato
da Tilgher. All'iniziativa partecipano circa duecento persone, molte già legate
all'esperienza di Avanguardia Nazionale, altre avvicinatesi al gruppo di Delle
Chiaie attraverso La spina nel fianco o il Sindacato degli studenti. Al
battesimo del Fronte partecipa anche un parlamentare europeo del Front
National francese di Jean Marie Le Pen. Tilgher aveva avuto rapporti con i
razzisti francesi già nella Fiamma e i contatti erano continuati così fino al
lancio del Fronte, definito "degli italiani", ma pensato in una
prospettiva di stretti legami con l'Europa. Del resto da anni Le Pen sta
cercando di costruire un proprio circuito di partiti e organizzazioni ispirate
al Front National anche nel resto d'Europa.
Nei programmi del Fronte Nazionale di Tilgher, che sarà presente per la prima
volta alle elezioni amministrative del giugno del 1999 rosicchiando percentuali
non insignificanti all'elettorato di Rauti, specie nel Lazio, torna una
posizione "al di fuori degli attuali schieramenti". L'eterno gioco di
questa area del neofascismo a confondere il proprio profilo sotto posizioni non
facilmente etichettabili, fa annunciare nel programma del Fronte una
"campagna per la fuoriuscita dalla Nato", o contro il Trattato di
Maastricht. Posizioni a cui vanno però aggiunte quelle in difesa dei prodotti
commerciali italiani, -" comprare italiano" - o i toni xenofobi contro
gli immigrati. Allo stesso modo va notato come il partito di Tilgher si sia
unito alla Lega Nord nella raccolta di firme per l'abrogazione della legge
Turco-Napolitano sull'immigrazione, manifestando però durante la guerra nel
Kosovo contro l'intervento militare della Nato.
Dalla fine del 1998 il Fronte può godere anche di uno strumento in più: Rinascita,
il "quotidiano di liberazione nazionale", distribuito cinque volte la
settimana nelle edicole di Roma e provincia. A dirigerlo è Ugo Gaudenzi, in
passato con il giro di Delle Chiaie in Lotta di popolo, già direttore del
quotidiano socialdemocratico L'Umanità.
Rinascita ospita interventi e testi prodotti da varie aree del
neofascismo. E tra gli altri nomi legati al passato, che pubblicano sul
quotidiano, c'è quello di Claudio Mutti, già con Freda e in Ordine Nuovo, oggi
responsabile della casa editrice parmense All'insegna del veltro con un
catalogo che può vantare molti classici del fascismo europeo e un'attenzione
particolare per quanto avviene nel mondo slavo, compresa la Serbia.
Mario Merlino
Professore di filosofia in un liceo della Capitale, anche Merlino è rimasto
legato alle attività del gruppo degli ex di Avanguardia Nazionale. Attivo
nell'associazione Il Punto, ha pubblicato un quaderno dedicato a Valle Giulia e
al '68, e all'eterno rimpianto dei neofascisti per aver mancato all'epoca
"l'unità generazionale" con gli studenti di sinistra, prima di
trasformarsi nelle squadre d'assalto che cercavano di cacciare gli occupanti
dalle università. Merlino è considerato una sorta di storico di quest'area
neofascista, e in questo ruolo ha pubblicato alcuni testi, tra l'apologia e il
diario degli eventi.
Personaggio sempre meno visibile, rispetto a Delle Chiaie e Tilgher, ha però
partecipato a tutte le iniziative pubbliche dell'associazione, come la tre
giorni tenuta in un albergo romano nel settembre del 1994 nell'anniversario
della morte del principe golpista Junio Valerio Borghese. In quell'occasione fu
anche proiettato un documentario prodotto a Salò che celebrava le imprese di
Borghese come comandante della Decima Mas. Qualcosa di più di una
commemorazione rituale, se si pensa al ruolo operativo che i giovani
avanguardisti di Delle Chiaie avrebbero dovuto avere nel tentativo golpista
diretto da Borghese nel dicembre del 1970.
Ma di Merlino le cronache sono tornate ad occuparsi negli ultimi anni anche per
la sua presenza al convegno "negazionista" organizzato nel giugno del
1992 dal Movimento Politico a Roma e a cui avrebbe dovuto prendere parte anche
l'inglese David Irving. Ancora, incontrato ai bordi del corteo nazionale di An a
Roma il 2 dicembre del 1995, Merlino rispondeva così a il Manifesto:
"Una volta per noi la piazza doveva essere conquistata attraverso lo
scontro, oggi molte cose sono cambiate. Nella mia scuola che sta in un quartiere
di periferia, che una volta ci era precluso, ora è possibile invitare Mario
Castellacci, l'autore dell'inno degli squadristi, Le donne non ci vogliono più
bene, a raccontare le sue esperienze della Repubblica Sociale
Italiana".
Quando nel 1997 nasce la Consulta nazionale dei Combattenti della Rsi, nella
pubblicazione che annuncia la creazione di questo nuovo gruppo, compare anche la
firma di Rutilio Sermonti, anche lui legato al Fronte Nazionale e dello stesso
Merlino.
Processi a un libro
Il libro La strage di Stato viene pubblicato alla fine del giugno 1970
dall'editore Giulio Savelli, che offrì la propria struttura editoriale e rese
possibile la diffusione del volume come periodico nelle edicole, presentandolo
come supplemento al mensile Controborghese, di cui era direttore
responsabile Alfonso Cardamone.
Il libro era in realtà il risultato finale del lavoro svolto da un gruppo di
militanti della sinistra extraparlamentare che si identificava nel
"Comitato di controinformazione". In esso svolsero un ruolo primario e
propulsore MARCO LIGINI, che coordinava l'aspetto giornalistico e informativo
del lavoro, e EDUARDO M. DI GIOVANNI, che era invece il coordinatore sul
versante giuridico e giudiziario. Tra il settembre e l'ottobre del 1970
denunciano il libro, chiedendone il sequestro su tutto il territorio nazionale:
-Giorgio Almirante, segretario nazionale del Movimento sociale italiano, ex
redattore della rivista Difesa della Razza, ex capo di gabinetto del
ministro Mezzasoma nella Repubblica sociale italiana, firmatario di un manifesto
che comminava la pena della fucilazione per chi si univa alle formazioni della
Resistenza, fotografato più volte durante spedizioni punitive di elementi di
destra contro gli studenti universitari di Roma.
-Enrico Frattini, generale, ex comandante della brigata Folgore dei
paracadutisti, presidente dell'Associazione nazionale paracadutisti d'Italia (Anpdi),
"eroe di EI-Alamein" durante il secondo conflitto mondiale.
-Michele Catorio, vice-presidente dell' Anpdi.
-Giuseppe Rauti, detto Pino, segretario del movimento politico Ordine nuovo
(successivamente disciolto dall'autorità giudiziaria per ricostituzione del
partito fascista), implicato nel tentativo di colpo di Stato capeggiato da Junio
Valerio Borghese nel dicembre 1970, successivamente segretario nazionale del
Movimento sociale italiano, oggi segretario della Fiamma tricolore, da sempre a
capo dell'ala dura dell'estrema destra italiana.
-Pio D'Auria, indicato all'epoca dalla stampa come possibile sosia di Pietro
Valpreda.
-Antonino Sottosanti, anch'esso indicato dalla stampa come possibile sosia di
Valpreda.
-Mario Palluzzi, legato all'organizzazione di estrema destra Avanguardia
nazionale, imputato in un procedimento giudiziario per estorsione ai danni di
alcuni gestori di distributori di carburante.
-Junio Valerio Borghese, principe romano e nobiluomo della corte pontificia, ex
comandante della X Mas nella Repubblica sociale italiana, condannato a morte in
contumacia dal Comitato nazionale di liberazione-Alta Italia per crimini di
guerra commessi in quelle circostanze (pena poi commutata in ergastolo e quindi
amnistiata), fondatore e presidente dell'organizzazione estremista di destra
Fronte nazionale (poi disciolta dall'autorità giudiziaria per ricostituzione
del partito fascista), imputato per un tentativo di colpo di Stato avvenuto il 7
dicembre 1970.
-Paolo Pecoriello, reo confesso (poi condannato) per un attentato dinamitardo
contro la libreria Rinascita nel 1968 e per l'imbrattamento dell'autovettura di
Pier Paolo Pasolini. Supposto appartenente o simpatizzante di Avanguardia
nazionale.
-Giovanni Ventura, editore di pubblicazioni di estrema destra (tra cui quelle
uscite con la sigla AR alla fine degli anni Sessanta), appartenente a Ordine
nuovo, corrispondente di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale,
poi imputato per gli attentati del 12 dicembre 1969 (da cui fu assolto per
insufficienza di prove).
Dalle querele derivarono tre distinti processi, poi riuniti in un solo
procedimento, a carico di Giulio Savelli, editore del libro; Nicola De Vito,
responsabile amministrativo della casa editrice; e Alfonso Cardamone, direttore
responsabile di Controborghese. Il 13 febbraio 1973 la IV sezione penale
del Tribunale di Roma, con l'intervento del pm Nicolò Amato, emise una sentenza
con la quale furono assolti Cardamone (che nel frattempo si era dissociato,
dichiarando che l'attribuzione al libro della qualifica di supplemento al
periodico da lui diretto era stata operata senza consultarlo) e De Vito; fu
assolto Savelli per la diffamazione in danno di Frattini, Palluzzi, Sottosanti e
Pecoriello perchè i fatti attribuiti sono "privi di fondamento e neppure
verosimili"; fu sospeso il processo relativo alle querele di Ventura, D'Auria
e Rauti perché nel frattempo imputati o indiziati nel procedimento per gli
attentati del 12 dicembre 1969; fu condannato Savelli per la diffamazione di
Caforio, Borghese e Almirante alla pena di anni l e mesi 2 di reclusione. Il 22
giugno 1979 la II sezione della Corte d'appello di Roma ha comunque prosciolto
Savelli per prescrizione del reato, essendo ormai trascorsi nove anni dalla
pubblicazione del libro.
Edgardo Pellegrini
Come importammo la controinformazione.
Non poteva avere un o una corrispondente dagli Stati Uniti, l'Unità a
causa della legge McCarran che impediva l'entrata, figuriamoci la residenza, ai
comunisti e alle comuniste. Non poteva avere corrispondenti in Francia, perché
non aveva i soldi. E via così per chi sa quanti altri paesi. Ennio Simeone era
il capo della sezione "Varia". Sembra che una cosa del genere l'avesse
inventata Mark Twain: tutta la vasta area di collaborazione a cercare e
trasmettere notizie ma poi, chi scrive? Solo redattrici e redattori addestrati a
scrivere nello stile del giornale. Lo scrittore e giornalista statunitense la
chiamava Writing Section, noi Varia; ma l'idea era la stessa. Mario
Alicata, il direttore, era uomo di buone letture. A destra di Amendola, nel Pci;
ma sicuramente un grande direttore. Aveva addirittura chiamato Albe Steiner a
ridisegnare il giornale, per adottare l'impaginazione verticale che con Il
Giorno di Baldacci aveva rivoluzionato la stampa italiana.
Capo della sezione "Varia", allora, era Ennio Simeone. Pensò che
quello che si poteva fare con i corrispondenti locali - nell'Unità,
gente ben avvezza alle questioni sociali e sindacali, non altrettanto a
comunicarle per iscritto come si deve, e per questo dovevamo riscrivere tutto -
si poteva fare probabilmente anche per le notizie dall'estero: "Basta usare
intelligentemente i flash dell'Ansa", diceva. Insorse Michele Lalli:
"Guarda che le notizie bisogna prenderle sul campo, non si può solo
leggere le agenzie tra le righe... Le agenzie sono una segnalazione, la fonte è
un'altra cosa". Lalli era l'inviato di punta della "Varia".
Dato a Michele Lalli l'incarico di scovare fonti alternative in giro per il
mondo, Ennio Simeone si tolse uno sfizio: i fantomatici corrispondenti
dall'estero si sarebbero chiamati tutti... "E. S.", (Ennio Simeone) o
"S. E." (Simeone Ennio). "Samuel Evergood, per l'Inghilterra -
disse Michele Lalli - Si chiamava così un ebreo inglese che morì vicino a me,
in campo di concentramento". "Spostiamolo in America - disse Simeone.
È bene, negli pseudonimi, che non vi siano riferimenti troppo diretti". E
andò cosi.
Poi Lalli ci lasciò troppo presto. Io ero un po' il suo vice, nella
"Varia" e da Sandro Curzi (e da Enzo Branzoli, da Lucio Tonelli, da
Giorgio Grillo, da Lamberto Martini... quanti buoni capiservizio c'erano, prima
del giornalismo spettacolo!) avevo imparato che uno le fonti se le deve cercare
da solo. Diventai Samuel Evergood e mi si parò davanti l'assassinio di Kennedy.
Bisognava trovare le nostre fonti. Prima di tutto dovevo studiare l'inglese. Il
corso lo pagai metà io, metà lo pagò il giornale. Grazie, mister Hickey, il
mio docente di allora, irlandese e pignolo. Poi c'erano i referenti negli Usa
eredità di Lalli. Mi spiegarono loro, per lettera ma sempre prima che uscisse L'America
ricorre in appello che l'avvocato Mark Lane si contrapponeva al rapporto
Warren. Mi spiegarono loro, e anche Roberto Giammanco, prima che ne arrivasse
l'eco in Italia, che il procuratore della Louisiana Jim Garrison seguiva una
pista ben diversa da quella di Lee Harvey Oswald. Mi segnalarono che un
collaboratore di Garrison e una collaboratrice di Lane arrivavano in Europa.
Fu così che Samuel Evergood fece, da Roma, alcuni scoop: quando lo ammazzarono
con un abile colpo di karatè, raccontò subito chi era stato David Ferrie,
pilota anticastrista coinvolto nel delitto Kennedy fino al collo; e per la prima
volta in Italia fece il nome di Clay Shaw, il petroliere e finanziere del Texas
che poi Garrison avrebbe incriminato quale mandante del delitto. Sì, lo
assolsero. Ma che conta? Rivedetevi il film di Oliver Stone!
La controinformazione italiana nasceva così utilizzando, direi copiando, le
inchieste e le ricerche della grande controinformazione statunitense che, a sua
volta, si basava sul giornalismo investigativo anglosassone e non sull'oratoria
asiaria che ancora imperversava - con l'eccezione dei pochi Barzini (in campo
statale) e Chilanti, Zangrandi e Orecchio (in campo eversivo) - nella
comunicazione quotidiana in Italia. Ci furono eccellenti esempi di
controinformazione italiana: Droga di classe, di Pino Bianco, tanto per
fare un esempio.
Di Clay Show venne fuori che finanziava la Permindex. E che la Permindex
finanziava i neofascisti in Italia e in Sud Tirolo.
Tempo prima, seguendo come cronista il delitto Wanninger (una aspirante modella
uccisa a Roma) ero stato sbattuto fuori a calci e a spintoni da uno strano
ufficio di uno strano produttore tedesco che film non ne produceva. E avevo
ancora negli occhi l'intestazione della lettera che aveva davanti, sulla sua
scrivania: Permindex, naturalmente.
Dopo la strage di piazza Fontana, i giudici milanesi in una perquisizione nella
casa di un supposto golpista trovarono una vecchia velina del generale Allavena,
capo dei servizi segreti, in cui si raccomandava di non scavare troppo a fondo
nel caso Wanninger...
"Permindex, hai detto?", mi chiese, una sera, Eduardo Di Giovanni.
"Permindex, sissignore". L'avvocato, che in pratica conoscevo da
sempre, come Marco Ligini, aveva avuto, quasi per caso, un nome: Michele Sindona.
E non so come avesse saputo di un collegamento italiano di Sindona: la Permindex.
Questo strano gioco, di fare il Samuel Evergood stando seduto a via dei Taurini,
di lavorare più sul lavoro dei colleghi e delle colleghe statunitensi che
sull'Ansa, non potevo tenermelo per me. Era troppo divertente. Per lettrici e
lettori, l'illusione di avere un corrispondente a New York. Ma con qualcuno mi
dovevo pur confidare. Quindi, le imprese di Samuel Evergood le raccontavo nelle
serate all'Armadio, il cabaret di sinistra inventato da Marco Ligini e Zizi
Firrao. Ci facevamo su anche delle canzoncine.
Così, quando fu ucciso Malcolm X, Giorgio Amendola, nel comitato federale del
Pci romano in via dei Frentani, criticò il corrispondente dell'Unità dagli
Usa che aveva scritto un necrologio "troppo positivo" del leader nero
assassinato: "Non si può difendere a spada tratta, anche se è un negro e
fa parte di una minoranza oppressa, un ex drogato, un ex sfruttatore di donne -
disse, e continuò - Capisco che il compagno Samuel Evergood ha motivi, vivendo
lì, di critica accentuata verso la società che lo circonda...". Esplosero
Renato Nicolini e, mi pare, Eugenio Rizzi: "Ma dai, Samuel Evergood sta qui
a cento metri, in via dei Taurini!".
Sì, troppo divertente.
Non so, sulla base della dritta che avevo fornito sulla Permindex, chi dopo ci
abbia lavorato sopra, nell'équipe di Strage di Stato. Era così, per
motivi di sicurezza. Solo Eduardo e Marco sapevano (quasi) tutto. Neppure
Invernizzi, che poi sarebbe stato con Ligini l'estensore materiale del testo
definitivo, sapeva da dove arrivassero le notizie. Né, credo, che le riunioni
del comitato ristretto romano si facevano a casa del burattinaio, ed ex
partigiano, Otello Sarzi. Ma qualcuno, a partire dal rapporto Permindex-Sindona,
scoprì la Continental Illinois Bank di Cicero, i suoi rapporti con lo Ior
vaticano e con monsignor Marcinkus, con David Kennedy e l'amministrazione Usa.
Nell'inchiesta vera e propria io ebbi poco più di questo ruolo, a parte alcune
altre piccole verifiche che un giornalista professionista poteva fare più
agevolmente dei ragazzi che rischiavano la pelle seguendo in motorino i fascisti
per vedere con chi si incontravano, o delle attrici belle come il peccato che si
mettevano in pelliccia per infiltrarsi nei ricevimenti della nobiltà nera
romana in cui circolavano a passo di valzer i più noti generali felloni.
Ebbi un ruolo un po' più incisivo dopo, alla quinta edizione (ottobre 1971)
quando si era creata una frattura fra la controinformazione romana e gli
anarchici e, siccome io avevo buoni rapporti con l'una e gli altri, gli editori
mi chiesero di scrivere la prefazione aggiornata, e le note ai capitoli, dopo
averli concordati da un lato con Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini, dall'altro
con Aldo Rossi. In quell'occasione, mi ritrovai anch'io a compilare dei testi
che venivano da chi sa quante informatrici e informatori del movimento,
fidandomi di loro e non cercando di sapere chi erano e come avevano avuto quelle
notizie.
Questa storia l'ho raccontata perché mi sembra giusto che si sappia che dietro
a Strage di Stato c'era una grande stratificazione e diversificazione di
esperienze e competenze. Chi ha corso realmente grandi pericoli, a parte Eduardo
e Marco, sono stati quelli che lavoravano sul campo. E nessuno mi toglierà
dalla testa che Mucky e i suoi compagni anarchici non sono morti per caso, il 15
settembre 1970, in un fortuito incidente stradale, non lontano dalla tenuta di
Junio Valerio Borghese, e proprio mentre indagavano sui fascisti.
Ma si lavorava anche ad altri livelli. Un grande contributo lo aveva dato
Ruggero Zangrandi, autore dell'eccezionale inchiesta sul Sifar per Paese sera.
Altri, come Pio Baldelli, avevano dimenticato prudenza e status, per difendere
la memoria di Pino Pinelli. Così non mi dispiace che anche Samuel Evergood,
poco nota vittima inglese dei lager nazisti, rinato nella penna di Michele Lalli
e finito per caso nel mio lavoro di cronista, abbia potuto, grazie alle sue
sponde d'oltre oceano, dare un modesto contributo. Certo, se Eduardo e Marco,
quella sera all'Armadio, non avessero drizzato le orecchie...
Ma loro erano fatti così. Si divertivano un sacco, ad essere persone per bene.
E siccome lo erano davvero, anche intraprendendo le avventure più serie
volevano divertirsi.
È stato bello, giocare con loro.
Eduardo M. Di Giovanni (1931-1990)
Nato da una famiglia siciliana di avvocati le cui tracce risalgono al 1589. I suoi antenati sono sempre stati personaggi scomodi: antiborbonici, anti-piemontesi, antifascisti, antidc... Il nonno Eduardo era un deputato fondatore del Partito socialista in Sicilia. La mamma, Maria Verga, è nipote di Giovanni Verga, il grande romanziere di Vizzini. Il padre Salvatore è stato un gappista a Roma; Eduardo dodicenne faceva, a sua insaputa, la staffetta partigiana. Amante della poesia (vinse due premi) e del giornalismo (grintosa una sua inchiesta sulla Calabria per Epoca), Eduardo fu segretario della federazione giovanile socialista, restò nel Psi fino ai primi anni Sessanta, poi entrò nel Pci nel 1988. Avvocato di vaglia, difese militanti praticamente di tutta la sinistra, dal Pci agli anarchici, dagli obiettori di coscienza ai protagonisti della lotta armata. Arrestato per istigazione alla banda armata e associazione sovversiva, venne assolto. Sosteneva sempre che non c'era separazione, tra la sua vita privata e il suo impegno forense: erano entrambe dedicate alla vittoria di una società giusta.
Marco Ligini (1940-1992)
Animatore del Comitato di controinformazione, che aveva
avviato l'analisi sull'aggressivo arcipelago fascista romano e sui suoi
collegamenti con gli apparati di sicurezza fin dall'uccisione dello studente
Paolo Rossi, nell'aprile del 1966, Marco Ligini era stato tra i promotori dell'Armadio,
il primo cabaret della sinistra romana da cui sarebbero nati il Nuovo
canzoniere internazionale; una sua canzone ebbe fortuna: la "Ninna
Nenni". Nello stesso periodo, aveva scritto sceneggiature per il
burattinaio ed ex comandante partigiano Otello Sarzi. Dopo La Strage di Stato,
Marco lavorò come giornalista (era il "Limar" delle critiche sul
fumetto, per Paese sera) e scrisse testi per la radio, per il cinema, per
la televisione. Ultimamente aveva partecipato alla costituzione di una comune
agricola per quelli che le controriforme sanitarie vorrebbero rinchiudere nei
manicomi
Edgardo Pellegrini (1940-1998)
Giornalista militante e militante politico, nasce in un famiglia
comunista e fin da ragazzo frequenta ambienti vicini al PCI, si iscrive a quel
partito, lavora poi a Paese Sera e all'Unità. Ma il suo comunismo
fu presto, e per sempre, eretico e anticonformista, di passione civile e ricerca
sul campo e di critica serrata agli schemi prefabbricati, alle certezze
consolatorie, alle immaginette sacre. Fu a lungo legato con funzioni dirigenti
alla sezione italiana della IV Internazionale e diresse Bandiera Rossa. Nella
seconda metà degli anni Ottanta, sempre più critico verso rituali di
appartenenza partitica che gli appaiono ormai residuali e inadeguati a cogliere
e rappresentare le trasformazioni della società, abbandona l'impegno di partito
e concentra la sua passione politica in iniziative di movimento e in campagne di
solidarietà internazionale, di cui memorabili rimangono quelle contro
l'Apartheid in Sudafrica.
La comunicazione e l'informazione costituirono per Edgardo non soltanto gli
elementi essenziali dal suo impegno professionale ma la cifra stessa della sua
passione politica. Dovunque abbia avuto modo e occasione di lavorare, l'ostinata
ricerca delle fonti e la verifica sul campo della notizia hanno rappresentato
per lui l'antidoto più efficace ai processi di omologazione, il luogo di
incontro e di connessione tra la sua vocazione di cronista del mondo e la lucida
passione politica che lo hanno accompagnato nella vita.
Trascrizione dell'intervista video al giudice GUIDO SALVINI,
realizzata il 18 aprile 2000 (testo rivisto dallo stesso Salvini il 27 novembre
2000), parti della quale compaiono nel documentario "12 dicembre. Critica
allo Stato dei misteri" prodotto da SUTTVUESS.
D: A quali risultati hanno portato le sue indagini, quali le novità di questo processo?
SALVINI: Le indagini condotte in questi ultimi anni hanno consentito, inizialmente, di riannodare i fili di indagini più vecchie e di mettere alla luce, con nuove testimonianze, degli episodi emblematici che erano di collegamento con i più gravi episodi di strage. Siamo partiti dal mettere a fuoco episodi che costituivano il prodromo dei fatti di strage. Ne cito rapidamente alcuni. Ad esempio sono stati acquisiti i nastri, sino a quel momento occultati, sul golpe Borghese e sul tentativo di golpe della "Rosa dei Venti" che solamente nel 1992 il capitano Labruna del SID ha consegnato alla magistratura, in forma integrale e con i nomi che nel '74 la direzione del SID aveva cancellato. È stato possibile mettere a fuoco episodi di collegamen