La rivolta di Garbatella
di
Claudio D'Aguanno
Fin
dove arriva la memoria collettiva d'un quartiere? Ci sono eventi, fatti minimi
nati tra i lotti o accadimenti da cronaca cittadina, che i media rimuovono in
fretta ma che i racconti della gente del posto tramandano a distanza di tempo.
Gli scontri di Garbatella di tanti anni fa sono uno di questi.
Maggio
1970, mercoledì 27, la Nato all'Eur e la sinistra in piazza a protestare. Le
foto di quella giornata, i titoli sui giornali, le cronache recuperate da
spezzoni di cinegiornali militanti parlano d'una battaglia durata ore, di
prolungate cariche della polizia, di "tattiche guerrigliere" degli
studenti, d'una intera zona, compresa tra San Paolo e la Colombo, messa a
soqquadro con gas lacrimogeni sparati a volontà e con decine di feriti, i più
gravi causati dall'assalto finale dei carabinieri alla Villetta.
C'era
in giro aria di scadenza elettorale. Le prime regionali erano alle porte e il
Messaggero annunciava a tutta pagina che i romani, entro il 1972, avrebbero
goduto della nuova linea A della metro. Montava anche l'attesa per il mondiale
con Rivera, a Mexico City, che aizzava le prime polemiche sul suo destino di
panchinaro. Nei cinema si faceva la fila per Easy rider e Z, per i Magnifici 7 o
per Mucchio selvaggio. Erano comunque i giorni del Laos, della Cambogia e del
Vietnam.
La
scalinata Potemkin
"Nel
movimento studentesco - ricorda Gianni Pistilli - la tensione internazionalista
era alta e la dichiarazione di guerra di Mao agli Usa aveva rilanciato il
dibattito all'Università. Quando si seppe che la Nato aveva fissato, sotto la
direzione di Rogers consigliere politico di Nixon, una riunione straordinaria
all'Eur il gruppo di Mordenti, più l'Unione e Potere Operaio, convocarono un
sit in davanti alla Basilica di San Paolo con l'intenzione di marciare verso il
Palazzo dei Congressi. Quelli del Manifesto fissarono un'assemblea al Palladium.
Noi del 'Marat Sade' non eravamo
d'accordo con nessuno dei due schieramenti." Ai giardini di Parco Shuster
c'era il megafono gracchiante di Scalzone a difendere il valore della
mobilitazione ma gli squilli di
carica dei CC non si fecero attendere. "Le forze dell'ordine - riprende
Gianni - sbaraccarono la riunione senza tanti complimenti. Nello stesso tempo
presero il controllo della zona senza far conto della reazione dei garbatellari.
Sotto la "scalinata della Potemkin", quella che da Piazza Brin porta
al ponticello sulla ferrovia, s'era attestato un plotone di ps e l'ufficiale
aveva intimato ad un gruppo che giocava a pallone di andarsene. Qualcuno non
abbozzò e prese a serciate la camionetta. Forse da qui cominciarono i veri
scontri. Io mi ritrovai con Albertone ed altri dalle parti di Standa, sulla
collina del lotto 54, con i carabinieri sotto che volevano scalarla."
Pacifico
Funaro, allora studente dell'Armellini, stava a piazza Bartolomeo Romano con
Natoli. "Guarnotta aveva appena finito di parlarci della comune del maggio
francese quando, dentro il cinema, arrivarono le notizie delle cariche alla
basilica. Uscii col servizio d'ordine ma dopo un po' intuzzammo
uno schieramento di polizia che ci disperse. Si scatenò una caccia
all'uomo dentro i lotti ma la gente, invece di farsi da parte, cominciò a
parteggiare per noi. Dalle finestre volavano vasi, insalatiere, utensili di
metallo e pure secchiate d'acqua sui celerini. Una signora anziana ci aprì la
porta di casa per darci riparo. La presenza femminile è sicuramente una
caratteristica di quella giornata."
Donne
in piazza
Ragazze
giovani e donne con la memoria partigiana, madri di famiglia o semplici tifose
dei Beatles, c'erano tutte quando si scatenò la bagarre. "Stavo in
piazzetta con un'amica - sorride Carla del lotto 25 - e come arrivarono gli
studenti, con i fazzoletti da banditi e gli occhi arrossati, ci chiesero i
limoni. Mia madre ne preparò un vassoio, come per servire il té, glieli diede
e mi strillò di rientrare. Non avevo paura e restai lì per strada fino a
tardi." Via delle 7 chiese, via Ostiense e Piazza Brin; il Palladium, Via
Caffaro e via Magnaghi; la Circonvallazione fino a via Benzoni; i lotti compresi
tra piazza Masdea, la scuola dei bimbi e piazza Damiano Sauli; la zona tra gli
alberghi e il lotto 27 dove, a un certo punto, una molotov fermò la colonna dei
camion che risaliva via Rocco da Cesinale: questa la geografia dei punti caldi
che in tarda sera coinvolgevano l'intero quartiere. Uccio lavorava all'Unità e
si trovò a seguire gli scontri via radio: "Telefonò in redazione una
signora che abitava alla Manifattura Tabacchi: sta andando a fuoco Garbatella
diceva preoccupata. Noi ci mettemmo allora a sentire le conversazioni tra
l'elicottero e le colonne dei militari. Chiedevano aiuto, non si raccapezzavano
per i lotti, volevano delle guide e avevano paura delle imboscate. Gli ordini
dal centro erano di far sbollire la tensione ma c'era chi chiedeva mano libera.
Questo il clima in cui maturò l'assalto alla Villetta da parte dei carabinieri
che provocò i feriti più gravi. Aldo Santini fu fatto ruzzolare dalle scale ma
altri come il povero Marinelli se la passarono peggio e Pio Marconi, oggi
consigliere nel Csm, riportò il cranio lesionato."
Due
i testimoni della mano pesante dei CC: Franco Brucoli, fotografo, e Carlo, il
roscio del lotto 43. "Ero lì - fa Brucoli - per conto di Paese Sera quando
una carica violenta, annunciata dai lacrimogeni che sbattevano sui tabelloni
elettorali, mi spinse dentro la sezione. Furono i carabinieri a sfondare la
porta. Io, nascosto, ripresi l'intera sequenza dell'irruzione. Poi l'ufficiale
diede l'ordine di pestarmi e rimediai un'elmettata in faccia. Al San Camillo mi
venne a trovare Pajetta e Longo mi mandò un telegramma."
Il
roscio e il boxeur
Più epico il racconto di Carlo: “Dentro la Villetta rimediai un po' di botte, un calcio del fucile dietro la schiena e robba del genere. Niente a che vedere col trattamento riservato al vecchio Marinelli o ar Pepetto, pistato a Piazza Biffi. E pensare che ce ne stavamo tranquilli al bar quando un ufficiale sceso da un jeeppone ci disse d'andare via. Arrivò pure Peppone, una guardia buona, e il sor Paolo “ciancicone”, il commissario di Garbatella. Insistevano: annate a casa ch'è meglio. Con me e Pepetto c'erano zio Otello, lo Zingaro, Gnappetta, er padre del Pitocco e Gino: una bella compagnia e non c'annava di farci cacciare dal bar. ‘Mica stamo ai tempi dei nazisti’, s'incazzò zio Otello, ma non fece in tempo a finire la frase che uno con la fascia tricolore comandava la carica. Lì ci salvammo nel Cral e ci rimanemmo per un po’. Ogni tanto mettevamo il naso fuori ma i celerini non mollavano: ‘venite fuori’, dicevano i puzzoni, ‘venite dentro’ rispondevamo noi un po’, ma mica tanto, coatti. Poi arrivò Alvaro il pugile. Dopo la carriera da campione gli era rimasta l’osteria ma quel pomeriggio chiuse prima le saracinesche. Per aiutà gli amici s’era fatto avanti a Peppone: ‘Lassateli so’ ragazzi’. Convinse pure il generale con la fascia tricolore che andò a cercà gloria da un’altra parte. Uscimmo fuori e ci trovammo finalmente in mezzo agli scontri. Bei tempi quelli dove la solidarietà era istintiva. In piazza allora scese tutto il quartiere ma non per politica o per quello che strillavano gli studenti. La gente stava lì soprattutto per l'orgoglio di difendere la propria zona. Per la voglia di dire forte che Garbatella non doveva essere toccata dalla prepotenza delle guardie."

