FISICA/MENTE

 

 

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Le foibe fra ricordo e ricerca

Stefano Scardicchia

Un incontro finalmente sereno e meditato su un tema che dopo oltre mezzo secolo suscita ancora profonde emozioni.

QUESTO TRENTINO n° 1 del 15.1.2005

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uando si conosceva un luogo a malapena o per sentito dire, le carte medievali riportavano "Hic sunt leones", "Qui ci sono i leoni". Un modo per dire che su quelle terre o acque si poteva solo immaginare qualcosa di terribile. Le foibe sono anche questo: un ricordo lacerante, talvolta sepolto e su cui s’indaga – e si parla – poco. Ben venga, dunque, chi affronta l’argomento davanti ad un uditorio numeroso e variegato; non solo studenti o pensatori di sinistra, ma anche adulti, anziani e parenti delle vittime. Emblematico che la scritta "Hic sunt leones" comparisse sulla maglia di alcuni universitari… folkloristici e goliardici quanto si vuole, ma senza dubbio desiderosi di sapere.

Per prima cosa chiariamo i termini da usare. La "foiba" è un fenomeno distinto da processi sommari, esecuzioni, campi di prigionia e via dicendo che hanno mietuto ben più vittime. Per "infoibamento" s’intende il gettare corpi, legati insieme e talvolta ancora in vita, nelle doline carsiche adibite a macabre fosse comuni. Ma un accordo sulla definizione non basta; né, di per sé, risolve il problema inserire l’argomento nei manuali di storia, magari come capitolo a parte. L’informazione, in quanto tale e come spunto critico, deve poggiare su basi più solide, ampie e condivise, che il contesto scolastico non è in grado di offrire. Già sul piano terminologico, la "foiba" mette in difficoltà e crea equivoci tra i profani e gli stessi addetti ai lavori. Un terreno minato poi la memoria, dura e tutt’altro che pacificata; eppure necessaria affinché la storia sia tramandata e, in un secondo momento, sistemata in una visione lucida, oggettiva. Da ciò è nata l’idea di un convegno dal titolo forte –"La menzogna dei martiri: il mito reazionario delle foibe" – ma dai toni pacati, che proponesse un confronto più aperto e specialistico rispetto a quello del 27 aprile 2004, tenutosi con diverso spirito (si veda l’articolo su Questotrentino del 15 maggio 2004, Il mito delle foibe).

La presenza come mediatore di Gustavo Corni, valido docente di Storia Contemporanea della Facoltà di Sociologia di Trento, ha garantito i requisiti assenti la volta precedente: approccio sereno e dialettico, sul piano adeguato e con la dovuta scientificità. Inoltre, l’11 novembre 2004 la sala Kessler ha ospitato Raoul Pupo, membro della commissione italo-slovena sulle foibe, al posto dei meno qualificati (e più polemici) Giorgio Pira, ricercatore membro del Collettivo Gramsci, e Gianni Perghem, partigiano. L’unico ripescato è Sandi Volk, tra i pochi storici sloveni a parlare un italiano fluente; ciò, insieme alla sua competenza, ha convinto Universitando a confermarlo come controparte. Anche gli interventi fuori luogo o deliranti del pubblico sono stati così circoscritti da non pregiudicare un dibattito serio e costruttivo, forse il primo fra esperti e membri dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Un passo importante, cui speriamo seguiranno altri in una congiuntura politico-sociale tra le più propizie.

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a veniamo ai contenuti. Presentati i colleghi Volk e Pupo, Corni ha spiegato il concetto di "foiba", rivolgendosi ai giovani in sala poiché "gli altri, probabilmente, erano già al corrente". Ha poi illustrato un excursus storico-sociale e i rischi di strumentalizzazione politica di un tema che è – e dovrebbe restare – storiografico. Le teorie imperanti risalgono agli anni Cinquanta e da allora non sono state più aggiornate. Pertanto, "riflettono ciò che si pensava soprattutto in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, ma non restituiscono la complessità del fenomeno". Un’interpretazione militante, che vede nella "pulizia etnica" la sola motrice delle foibe e fa propria la memoria delle vittime. Dagli anni ’60, l’interesse scompare del tutto, una volta risolta la questione di Trieste. Solo nei ’90 si riprende a denunciare i crimini del passato, proponendo anche un’ottica a freddo, diversa da quella di "vittime" ed "attori".

Non è negazionismo: la progettualità politica che guida le stragi è unanimemente riconosciuta dalla commissione, come dalla maggior parte degli storiografi. La prospettiva d’analisi, tuttavia, getta luce su aspetti finora sottaciuti o non toccati. In primis l’entità del fenomeno: un genocidio (come quello ebraico) presuppone alti numeri, lo sterminio di un intero popolo, ma i riscontri parlano di poche migliaia di infoibati; mentre intenzioni precise di "pulizia etnica" si scontrano col dato di fatto che, pur con importanti eccezioni, vengono colpite solo alcune categorie di Italiani. Non in nome della "nazionalità" in quanto tale, cioè dell’essere italiani, bensì per una "volontà di appartenenza nazionale", vale a dire il voler essere italiani e, più precisamente, sotto la giurisdizione di Roma. Anche molti Sloveni incontrano una morte atroce perché contrari all’adesione (o addirittura alla formazione) di uno Stato sloveno, specie di stampo staliniano.

In questa duplice motivazione sarebbe il fulcro delle foibe: da un lato la matrice "nazionale", col significato particolare che abbiamo spiegato; dall’altro quella "politica", che vede negli anti-titini dei nemici del popolo, della libertà, del comunismo, e dunque collaborazionisti. Accusa non sempre veritiera ma certificata in vari casi dalla commissione. Per avere un quadro completo, Volk e Pupo concordano sulla necessità di approfondire le biografie di tutti gli infoibati, così da capire quanti innocenti e civili vi siano e che cosa abbiano fatto le autorità slovene per impedirlo o punire gli autori.

 

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i là da questo, a nostro avviso, l’elemento che distingue questa mattanza da quella, poniamo, della Rivoluzione Francese è la parvenza di legalità. Durante il Terrore, la ghigliottina segue un processo più o meno sommario, secondo le facoltà economiche ed il nome dell’imputato; nella Seconda Guerra Mondiale e oltre, invece, il dramma si consuma spesso in balìa del furore popolare. Simile la lettura proposta dallo storico Elio Appi, che però trascura componenti basilari che mettono in crisi alcuni assunti o persino punti-cardine della sua teoria. Una "epurazione preventiva" non dovrebbe risparmiare la classe operaia giuliana e i comunisti italiani che, anzi, fraternizzano con i titini come testimoniato da più parti e dall’esperienza personale di un anziano intervenuto al convegno. Inoltre, il processo di conquista del potere e formazione di uno stato sloveno staliniano, con conseguente movimento di liberazione, dà per scontata la vittoria dei titini già nel ’43, quando invece le pressioni di Gran Bretagna e USA possono fare la differenza. Il timore che gli anglo-americani sfruttino gli ex-collaborazionisti per rovesciare il governo di Tito è corroborato dall’intervento britannico, nel ’44, contro il FLN di sinistra in Grecia.

Il punto di vista locale sottrae complessità al fenomeno, che andrebbe invece guardato a livello balcanico, europeo o persino mondiale. Ustascia, fascisti e Italiani che vogliono la sovranità italiana sono eliminati fisicamente, o messi fuori gioco quanto a diritti politico-civili, perché rappresentano un pericolo, più che un ostacolo, al processo di democratizzazione e autodeterminazione del popolo sloveno. Il primo fallisce comunque per motivi sia interni che esterni, dovuti all’apparato dirigistico di Tito ed alle ingerenze di Stalin. Ma questa, benché il legame sia evidente, è un’altra storia. Piuttosto, è utile notare come i complessi rapporti diplomatici influenzino l’atteggiamento dei governi succedutisi in Italia e Slovenia. La trasparenza non è una virtù quando sono in discussione delicati equilibri internazionali; così, per esempio, le trattative per il ritorno di Trieste all’Italia sono compensate anche col silenzio, da entrambe le parti, sui reciproci scheletri nell’armadio. Repressione fascista di comunità slovene nella Venezia Giulia e infoibamenti di Italiani dissidenti o ritenuti "destabilizzanti" nelle doline carsiche si annullano a vicenda coi loro orrori.

Col trattato di pace di Parigi (’47) l’Italia, tra le altre cose, cede alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e consegna Trieste all’amministrazione degli alleati. Mesi dopo, con il 5° Gabinetto De Gasperi, il Bel Paese s’inserisce - e schiera - nel quadro internazionale aderendo agli accordi dell’OECE e al Patto Atlantico. Nel ’54, Trieste torna italiana con gli Accordi di Londra e in breve il caso foibe è archiviato per motivi di Stato con gli esuli accolti in modo indegno. Dopo 30 anni, la fine del comunismo e della "cortina di ferro", l’ingresso della Slovenia nell’UE cambiano giochi e interessi dell’Italia.

Come fa notare Volk, prima le foibe erano, senza eccezioni di rilievo, la costruzione di un mito: da una parte gli "immacolati" (le vittime), dall’altra i "demoniaci" (i carnefici). Ora c’è posto per le sfumature e la commissione restituisce uno scenario articolato, in cui muoversi senza dogmi o pregiudizi, sgombri dall’ottica – talvolta privilegiata ma sempre di parte – di chi ha "subito" o "agito" la strage. Volk non è ottimista: "La storiografia non solo ha delle responsabilità, ma ha anche fatto passi indietro usando parzialmente la documentazione". Se è così, dovremo impegnarci per conseguire una pacificazione nazionale che non calpesti né i morti né i vivi, e nemmeno gli ideali su cui si fonda la Repubblica; e per sapere che cosa e chi ricorderemo ogni 10 febbraio.

 

Le foibe e il silenzio di allora

QUESTO TRENTINO n° 8 del 17.4.2004

Giorgio Tosi

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uest’anno, in occasione della giornata della memoria che ricorda la Shoa, si è parlato molto del dramma delle Foibe, ma in modo spesso strumentale e fazioso, quasi comparandolo allo sterminio degli Ebrei. Mi sembra opportuno qualche chiarimento, ora che le polemiche si sono attenuate e prima che comincino quelle che si riaccendono abitualmente nei dintorni del 25 aprile.

La storiografia ha accertato che nell’autunno del 1943 e nel maggio-giugno del 1945 nei territori della Venezia Giulia, in particolare in Istria, vennero eliminati sommariamente migliaia di Italiani (circa 10.000 persone) fascisti e non fascisti dall’esercito iugoslavo, da formazioni partigiane slovene e croate, e da una parte della popolazione autoctona. Non tutti vennero "infoibati" nelle cavità carsiche: la maggior parte morì per fame, per malattia o per fucilazioni nei campi di concentramento iugoslavi.

La causa principale di questa "pulizia etnica" fu la decisione iugoslava di annettere la regione alla nuova Repubblica titina, facendo valere il peso della maggioranza slava (vedi Giovanni Sale, padre gesuita, in La civiltà cattolica, 21 febbraio 2004, p. 327).

La seconda causa fu la reazione dei combattenti e della popolazione contro le nefandezze compiute dai fascisti durante il ventennio, in particolare nell’Istria e nelle isole dalmate, e la dura e violenta occupazione nazifascista della Iugoslavia negli anni ‘41-’43; nel 1941 "la violenza dello Stato fascista toccò apici di parossismo: internamenti di massa di civili sloveni e croati, arresti a valanga di antifascisti italiani, rappresaglie di stampo nazista con esecuzioni collettive e incendi di villaggi, insediamento di organi polizieschi come l’Ispettorato Speciale di P.S. dove si torturavano anche le donne incinte, pogrom di aggressioni e devastazioni contro la comunità israelitica di Trieste... Una violenza indiscriminata e suicida incalzata dalle direttive impartite da Mussolini a Gorizia nel 1942... II 1941 preparò il disastro del 1943, l’occupazione nazista, le foibe istriane dopo l’armistizio" (Galliano Fogar, in Foibe e deportazioni, in Qualestoria 1989. Fogar viene considerato uno degli storici più preparati sulla questione, e certamente il più documentato).

Bogdan Novak, storico sloveno anticomunista emigrato negli Stati Uniti, nota che altre etnie subirono la stessa sorte degli italiani e forse anche peggiore: "Durante l’inverno ‘44-’45, quando ormai Tito aveva imposto il suo dominio sulla parte orientale della Jugoslavia, interi reparti cetnici furono massacrati. Alla fine della guerra, tra il maggio e il giugno del 1945, intere divisioni di ustascia e domobranzi furono liquidate sommariamente con le armi automatiche... La situazione nella Venezia Giulia era identica" (B. Novak, Trieste 41-45, La lotta politica, etnica e ideologica, Mursia. Milano 1973, pp. 176-180).

Diego de Castro, che ricopri i1 ruolo di consigliere politico italiano presso il Governo militare alleato che amministrava il ‘Territorio libero di Trieste’, concorda con Novak: "Dal 24 al 31 maggio 1945 furono massacrati almeno diecimila jugoslavi (domobranzi e cetnici) senza processo, nella foresta di Kocevje, dopo che gli inglesi li avevano consegnati ai partigiani di Tito" (D. de Castro, La questione di Trieste, Lint, Trieste 1981, vol. I, p. 212, nota 445).

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otrei citare sul punto numerosi altri storici, ma la questione è un’altra. Perché nonostante la numerosa e documentata storiografia, incominciata subito dopo la guerra, è calato il silenzio politico sulle foibe per quasi 50 anni?

Il Governo militare alleato sapeva e ha taciuto. Anche il Governo italiano sapeva e non ha neppure protestato. Nulla fece in sede di trattato di pace (Benedetto Croce parlò di clausole che mortificavano la dignità dell’Italia), né sollevò obiezioni quando cominciò l’esodo forzato di 350.000 Italiani dalla Dalmazia. Il padre gesuita Giovanni Sale, nell’articolo citato, dà questa spiegazione: "Furono in realtà motivi di ordine politico nazionale e internazionale che imposero tale imbarazzante silenzio su quanto era accaduto agli Italiani in quelle zone di confine. Innanzi tutto fu la nuova collocazione della Jugoslavia nello scacchiere politico strategico dell’Europa (la rottura con Stalin e l’avvicinamento di fatto agli Stati Uniti) che spinse le potenze occidentali, e tra queste anche l’Italia, ad assumere nei confronti di Tito un atteggiamento più morbido" (G. Sale, ibidem, p. 334).

Inoltre agli inizi del 1945 il Governo di Belgrado aveva chiesto all’Italia l’estradizione di soldati e ufficiali italiani accusati di aver compiuto crimini di guerra durante il periodo della occupazione nazifascista della Jugoslavia nel ‘41-’43. "Questo fatto naturalmente imbarazzava molto il Governo di Roma... la maggior parte degli ufficiali indicati nelle liste trasmesse da Belgrado era stata immessa nelle unità del ricostituito esercito italiano, mentre altri occupavano addirittura posti di rilievo nell’amministrazione dello Stato... Inoltre non si credeva possibile che soldati italiani potessero aver commesso azioni così delittuose e perpetrato massacri cosi efferati come quelli che venivano addebitati ad essi. Da fonti documentali credibili risulta invece che i buoni e pacifici soldati italiani si lasciarono andare ad azioni di questo tipo... Quello dei massacri compiuti dall’esercito italiano nei Paesi di occupazione è ancora un brutto capitolo della storia patria tutto da riscrivere... In ogni caso il Governo italiano ritenne opportuno di non sollevare la questione delle foibe e degli eccidi nella Venezia Giulia, nella speranza che anche quella sui presunti crimini di guerra venisse in qualche modo insabbiata... Così di fatto avvenne: l’Italia acconsentì a dimenticare i massacri delle foibe in cambio della assoluzione morale concessa in sede internazionale per le ‘irregolarità’ (sic!) compiute dai propri soldati durante la guerra" (G. Sale, ibidem, pp. 337-338).

lo credo che l’analisi di padre Sala sia sostanzialmente corretta. Dimenticare quei terribili fatti faceva comodo a tutti, scrive Sala. Purtroppo è stato così. Ma ora che la guerra fredda è finita e molto tempo è passato, è giusto ricordare la tragedia degli Italiani istriani e dalmati nelle sue esatte proporzioni, insieme alle vere cause che la determinarono, senza strumentalizzazioni, e ricordare anche la inadeguatezza dei Governi, dei Partiti e dei giornali che ebbero la grave responsabilità del silenzio.

 

http://www.questotrentino.it/2004/10/Foibe.html

Il mito delle foibe

Stefano Scardicchia

A proposito di un convegno poco convincente.

QUESTO TRENTINO n° 10 del 15.5.2004

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n greco, mýthos è il racconto; e, infatti, ciò che sappiamo del le foibe ci è stato raccontato, tramandato di generazione in generazione, per non dimenticare; ma la memoria spesso amplifica, distorce, livella, rimuove, rivelandosi tutt’altro che obiettiva. Potrebbe essere accaduto anche per le foibe? E’ quanto sostengono il ricercatore Sandi Volk, Giorgio Pira del Collettivo Gramsci e il partigiano Gianni Perghem, intervenuti, quali unici relatori, nel dibattito "La menzogna dei martiri: il mito reazionario delle foibe" a Sociologia il 27 aprile. 

All’incontro avrebbero dovuto partecipare alcuni storici dell’Ateneo di Trento, presumibilmente come ospiti dato che i loro nomi non compaiono nel programma. La controparte, che avrebbe garantito maggiore equilibrio se non imparzialità, era però assente per via di un "imprevisto". Il preside della Facoltà, il prof. Antonio Scaglia, ha annullato l’incontro, negando l’utilizzo della capiente e confortevole aula 20 e assumendosi "l’impegno di organizzare, quanto prima possibile, una iniziativa di approfondimento e discussione sul tema delle foibe e della loro rimozione dalla memoria collettiva repubblicana". Ciò nella convinzione che non vi fossero "le condizioni per lo svolgimento di un confronto sereno e scientificamente fondato su un tema cruciale della storia italiana recente" - così recita il comunicato affisso nel pomeriggio dopo che lo stesso Scaglia aveva più volte confermato (anche sul Trentino e fino a 8-9 ore prima del convegno) che mai avrebbe preso provvedimenti censori.

L’ordine pubblico poteva essere salvaguardato diversamente, ad esempio con l’intervento preventivo delle forze dell’ordine, come proposto tra l’altro da Universitando, che tuttavia ha appoggiato la scelta del preside.

La "sospensione" ha pesato sul convegno, che s’è svolto ugualmente ma in assenza dei docenti (ignari della determinata presa di posizione del Collettivo) e per giunta nell’aula caffè, non attrezzata per simili evenienze e fin troppo disturbata da un costante viavai verso distributori di bibite e cibarie. Sedie e panche, insufficienti, sono state recuperate dalla sala lettura o dal giro scale, ed almeno una ventina di persone ha assistito coraggiosamente in piedi per la bellezza di due ore. Ma quali pericolose idee hanno spinto a tale corsa ai ripari?

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Per i relatori è doveroso rivedere le cifre: non 300.000 infoibati ma qualche centinaio, e poi bisogna verificare le biografie delle vittime. I morti che ricorderemo ogni 10 febbraio a partire da quest’anno sarebbero in minima parte civili innocenti, partigiani, gente comune; gli altri - repubblichini, squadristi, SS, membri della Croce Rossa militarizzata e via dicendo - risulterebbero coinvolti in rappresaglie, fucilazioni, pestaggi, persino nella Shoah. Altri ancora sarebbero stati conteggiati per errore, non sempre in buona fede, come le donne inserite due volte (col cognome da nubile e da sposata) o gli 8 deportati nei lager nazisti finiti inspiegabilmente nell’elenco; inoltre tra gli infoibati ci sarebbero anche sloveni. Inesatto, dunque, parlare di oltraggio all’italianità ed assurdo, di conseguenza, realizzare monumenti in memoria dei nostri soli morti. La falsificazione sarebbe opera di storici poco credibili perché neofascisti e di parte.

Purtroppo il partigiano Perghem, che avrebbe dovuto corroborare la tesi, è parso una figura di contorno, parlando per ultimo giusto pochi minuti. Una testimonianza non valorizzata e meno interessante degli interventi del pubblico.

Alla fine, con la dispensa "Boicottiamo il "Giorno del ricordo"" distribuita gratis a chi la voleva, ci restano i dubbi e il desiderio di conoscere più a fondo una realtà poco studiata. Solo gli ultimi anni registrano un interesse "nazionale", preceduto, andando molto indietro, dalle campagne demagogiche di Almirante che attecchirono, non a caso, specie nella Venezia Giulia. Forse anche a loro si deve lo sdegno di parenti e amici delle vittime, offesi, magari a ragione, da una lettura revisionista (non negazionista) che ridimensiona drasticamente l’orrore e la ferita delle foibe: i sepolti vivi sarebbero l’eccezione, non la regola.

Non siamo degli storici né possediamo i dati della commissione d’inchiesta italo-slovena sulla reale portata del fenomeno, perciò evitiamo di trarre conclusioni in base a opinioni personali e letture più o meno accreditate. L’importante è confrontarsi senza ribattere cifra su cifra, alzare i toni, censurare, opporre gli esempi di Poreè (Parenzo) e Trieste per dimostrare l’una o l’altra teoria. Altrimenti, com’è accaduto alla fine del convegno, ci si parla addosso o da soli.

 

Sul mio manuale non ci sono le foibe...

Polemica sui libri di testo: l’impossibile ricerca della verità assoluta.

QUESTO TRENTINO n° 22 del 9.12.2000

Silvano Bert

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on ci sono le "foibe" sul manuale che ho in adozione, "I Tempi della storia", di Alberto De Bernardi e Scipione Guarracino, Bruno Mondadori Editore. Bisognerà che i due autori provvedano: le foibe sono l’evento, tragico e chiassoso, sul quale d’ora in poi sarà misurata l’oggettività di un libro di storia. Le polemiche, innestate dalla proposta di Francesco Storace, di sottoporre i manuali al controllo di una commissione politica, serviranno a questo: per non esporsi all’accusa di essere falsi o faziosi, gli autori rappezzeranno in fretta e furia i buchi approdati in questi giorni agli orrori dei mass-media.

Io ho scelto il "Guarracino", lo confesso, senza cercarvi le foibe, solo perché mi pareva uno strumento adatto a formare nei giovani quelle competenze di cui hanno bisogno. Non mastodontico, e non troppo smilzo. Narra i fatti, approfondisce nelle schede i problemi, fornisce documenti su cui elaborare interpretazioni anche diverse. Ci sono esercizi, e un atlante allegato. Insegna a periodizzare, a cogliere nella storia i nessi causali, anche i momenti di casualità. La politica domina, ma l’economia, la tecnica, la cultura non sono strozzate. Centrato sull’Italia, ma aperto sull’Europa e sul mondo. E’ sufficientemente leggibile: l’indice di Flesch, che misura la lunghezza del periodo e quella delle parole, dà risultati accettabili. Conosco personalmente gli autori: in qualche corso d’aggiornamento mi hanno fatto una buona impressione. Hanno pubblicato non solo manuali scolastici, ma anche studi di storia contemporanea: sono cioè degli storici affermati nella comunità scientifica. Soprattutto sono impegnati da anni nel rinnovamento della didattica, attualmente sulla rivista "I viaggi di Erodoto".

Il loro punto di vista, culturale e politico, nelle svolte cruciali della storia umana, non è di equidistanza. La ragione è dalla parte di Bruno e di Galilei, non del Tribunale dell’Inquisizione. L’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il Risorgimento sono eventi e processi progressivi, seppur problematici. Il Novecento è l’età dei totalitarismi: il concetto comprende la Germania di Hitler, l’Italia di Mussolini, l’Unione Sovietica di Stalin. Allo "stalinismo", con i suoi milioni di morti, è dedicato un capitolo intero, alla Germania nazista solo un lungo paragrafo. Il problema del "consenso" al fascismo è affrontato con serietà: ci sono i discorsi di Mussolini, e l’interpretazione di Renzo De Felice, seppure non condivisa, è discussa con equilibrio.

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on è oggettivo dunque il manuale che i miei studenti maneggiano. Ne leggiamo del resto solo una parte, perché i ragazzi devono diventare periti chimici, non periti storici. Io mi auguro che, finiti gli studi, lo tengano a portata di mano, e lo consultino di tanto in tanto. E che così venga loro la voglia di leggere, se vi si imbattono sul quotidiano, anche gli articoli di storia, oltre quelli di attualità.

Il manuale è uno strumento, e non il solo, su cui lavoriamo. Non esiste il libro completo, men che meno quello in cui è depositata la verità. Sono selezionati dallo storico i fatti da raccontare, è lui che analizza e spiega i problemi, è lui che valuta e interpreta.

L’articolo che state leggendo è infarcito di valutazioni: "è discussa con equilibrio", "un lungo paragrafo", "è affrontato con serietà". Persino il "non mastodontico, e non troppo smilzo" è una valutazione personalissima: dalla quantità di volte che i ragazzi dimenticano a casa il volume, direi che secondo loro è pesantissimo.

I giovani sono esercitati, da ogni decente insegnante di storia, a distinguere nel libro i diversi linguaggi della storiografia: il narrativo, l’argomentativo, il valutativo. Crescono così, a fatica, intendiamoci, al di là delle foibe e delle paludi pontine bonificate.

Estremizzo la cosa. Forse non è scandaloso se un giovane a scuola non studia né Hitler né Stalin né Mussolini, perché altri sono stati quell’anno i "nodi" analizzati. Se studiando la "grande guerra", l’emigrazione, il colonialismo, gli viene la passione di studiare la storia, e impara dove e come può soddisfarla, lo può fare anche da solo, da grande.

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 docenti di storia dell’Iti scrivono (vedi scheda nella pagina a fianco) che nessuna autorità politica è abilitata a imporre un libro di "storia vera": fra studium e regnum ci sarà sempre tensione. Io penso oggi che le foibe, in cui i partigiani comunisti jugoslavi massacrarono migliaia di italiani, è un fatto storico da riportare sui manuali. "Massacrare" è però già un verbo che valuta, non si limita certo ad esporre. Sulla spiegazione sarà poi impossibile trovare un accordo all’unanimità: sul peso da attribuire alle cause gli autori dei libri, gli insegnanti, gli studenti, che magari vedono le videocassette in commercio, ed equidistanti fra fascismo e antifascismo, la penseranno in modo diverso.

Lo immaginate un paragrafo sulle foibe, scritto per bene, che soddisfa ogni membro della commissione politica, e da tenere a mente per sempre? E’ lunga la vita, possono cambiare i punti di vista. E’ preoccupante che a destra abbiano pensato di insegnare la storia così, a colpi di commissione. Significa che la democrazia, cioè il confronto fra storici che portano sempre nuovi argomenti, non è ancora un valore pienamente acquisito.

E’ vero che a sinistra si fa ancora fatica ad accettare per la Resistenza la definizione (anche) di "guerra civile", Giampaolo Pansa su questo ha ragione, ma nessuno, che io sappia, pensa di inserire, o espellere, a forza, tale concetto dai libri di storia. Ha fatto la destra, paradossalmente, con questa polemica, un favore alla sinistra? Giorgio Bocca ha ringraziato ironicamente Storace: molti italiani, assonnati, hanno finalmente capito con chi hanno a che fare.

No, a me questa "trovata" è spiaciuta: quando una forza politica dà il peggio di sé, è l’intera nazione a soffrirne. Quando a dare il peggio di sé è l’avversario di destra, la sinistra non se ne avvantaggia. E’ quando ognuno tiene alto il discorso, che crescono tutti. Succede raramente, di questi tempi.

A ricordare che il fascismo, e il nazismo, sono stati regimi attorno a cui si è formato il consenso, che cioè il terrore non spiega tutto, io l’ho imparato inizialmente da storici non di sinistra. E così che furono "ragioni", le loro, a spingere certi ragazzi ad aderire alle Brigate nere della Repubblica sociale, invece che ai partigiani della Resistenza.

Le domande, i temi spinosi, non finiranno mai di impensierirci, e verranno da tutte le parti Il documento, preoccupato, nella mia scuola, l’hanno firmato quasi tutti gli insegnanti di storia. Non tutti, e anche questa è una questione sulla quale riflettere. I rapporti fra chi ha firmato e chi si è rifiutato resteranno corretti però, al di là del dissenso, di Storace e di Guarracino. E’ anche per questo che, tutto sommato, la scuola continua a reggere, e che le proposte di denunciare su Internet gli insegnanti faziosi non mi (ci) spaventano.

 

Lager e foibe: la stessa cosa?

QUESTO TRENTINO n° 5 del 7 marzo 1998

Renato Ballardini

Grandi lodi sono state tributate a Gianfranco Fini perché, chiudendo la conferenza di Alleanza Nazionale tenuta a Verona, ha respinto nettamente i rozzi e primitivi slogan che il giorno prima Silvio Berlusconi aveva proclamato innanzi la medesima assemblea. E di ciò gli va dato merito. Ma non è possibile sorvolare sullo scotto che ha dovuto pagare all'ideologia che ancora permea una parte della base del suo partito. "Non bisogna dimenticare - egli ha detto - gli orrori, le tragedie; e con la stessa intensità bisogna ricordare i tanti italiani che solo perché di religione ebraica furono deportati, ed i tanti italiani che furono infoibati".

Ebbene, non ho alcun dubbio che la rappresaglia titina che nel 1945 portò all'eccidio di migliaia di italiani "infoibati " fu una orrenda tragedia, che è impossibile dimenticare e doveroso ricordare. Ciò che invece è inaccettabile, perché costituisce una deformazione ideologica della realtà, è affiancare e ricordare "con la stessa intensità" i lager nazisti e la foiba di Trieste. Rievocare come se fossero equivalenti i lager e l'olocausto e le foibe titine è intellettualmente disonesto sul piano della conoscenza storica e politicamente colpevole.

E ciò perché i due avvenimenti, ciascuno con la propria intrinseca nefandezza, vengono in tal modo presentati al di fuori del loro specifico contesto, e quindi spogliati del proprio autentico e ben diverso significato. Spezzare il rapporto fra gli avvenimenti ed il loro contesto è una tipica operazione truffaldino, raramente innocua e sempre premeditata.

Per apprezzare la decisiva importanza del contesto nell'interpretare l'esatto significato degli avvenimenti, può essere utile un semplice esempio che traggo dalla nostra comune esperienza di automobilisti. E' certamente accaduto anche a voi che, mentre vi trovate alla guida della vostra macchina, dalla vettura che marcia in senso contrario vi giunga un rapido lampeggio di fari. Tale segnale può avere significati diversi, addirittura opposti, a seconda del contesto. Se constatate di avere i fari accesi nonostante la giornata luminosa, il lampeggio ha il significato di un cortese avvertimento. Se invece un istante prima vi eravate arrischiati in un sorpasso spericolato, il lampeggio dell'automobilista che avete messo in pericolo equivale ad una ostile imprecazione. Se poco dopo l'incrocio avvistate una pattuglia della polizia stradale, l'intermittenza luminosa dell'ignoto automobilista diventa l'offerta maliziosa di un complice concorso ad eludere i controlli della vostra sregolatezza.

Come vedete, lo stesso identico segno può avere significati diversi, a seconda del contrasto in cui è inserito.

Ecco perché nascondere il contesto in cui i due eventi evocati da Fini si collocano significa alterarne volutamente il significato. Il genocidio degli ebrei fu un progetto freddamente concepito e tecnologicamente attuato dai nazisti ed accettato dai fascisti che vi cooperarono attivamente, come elemento integrativo di una politica complessiva di aggressione e dominio, e sfociata in una guerra che devastò l'Europa e il mondo intero.

Le foibe di Trieste furono una nefasta ritorsione di chi era stato aggredito. In guerra anche le vittime peggiorano e subiscono il contagio della barbarie imposta dall'aggressore. Ricollocati nei loro contesti storici, i lager nazisti e le foibe di Tifo acquistarono un rilievo etico profondamente diverso. Se non ci fosse stata la guerra nazifascista, non ci sarebbero state le foibe. E certo molti innocenti italiani sono morti nelle fosse di Trieste, ma è una vera e propria profanazione esibire questi morti per pareggiare il conto di quelli provocati dai nazifascisti. La pietà per i morti non è un velo che possa coprire le enormi responsabilità storiche del nazifascismo.

Si dice che Gianfranco Fini abbia la migliore intenzione di costruire in Italia una destra democratica, sul modello della destra europea. E' un auspicio che facciamo nostro. Però il leader di Alleanza Nazionale, se ha questo proposito, farà bene a ricordare che la destra democratica europea trova le sue radici ideali nelle biografie politiche di uomini come Charles De Gaulle e Winston Churchill, che furono due formidabili campioni dell'antifascismo.


 

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