I CAMPI DI CONCENTRAMENTO FASCISTI
Sembrerebbe strano ricordare cose di 60 anni fa quasi non si conoscessero. Ed io le ricordo proprio perché non si conoscono. Oggi, 27 gennaio 2005, è il giorno della memoria ed in questo giorno ho visto Fini, Storace e fascisti vari ricordare la Shoah. Loro non c'entravano nulla, naturalmente ed il fascista storaciano Gramazio, da Israele diceva proprio che il fascismo non ha avuto nulla che fare con i crimini nazisti. Tutto questo si può dire perché i miei connazionali sono in maggioranza ignoranti senza voglia di istruirsi. Vale quindi la pena passare al Bignami del ricordo.
http://pinerolo-cultura.sail.it/gouthier/134campiitaliani.htm
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CAMPI
ITALIANI DI INTERNAMENTO |
Non ci risulta esistere una qualche documentazione attendibile concernente i molti campi di concentramento impiantati.dalle autorità politiche e militari fasciste nei territori ex coloniali. Sono noti solo alcuni casi di internamento e di deportazioni di popolazioni ostili all'occupazione militare da parte delle nostre truppe, durante il periodo delle azioni belliche di conquista e, successivamente, contro le popolazíoni civili nelle aree controllate dai ribelli.
LUOGHI DI INTERNAMENTO IN ITALIA e norme legislative
In merito al territorio nazionale, a tutt'oggi è ignoto il numero
e la dislocazione dei campi di internamento e di concentramento fascisti,
edificati prima e dopo l'inizìo della guerra di aggressione del 1940. Più
ricca ma dispersa la documentazione locale sui singoli campi, in particolare
di quelli di maggiori dimensioni e importanza.
Dal 1929, due anni dopo l'entrata in vigore delle leggi di Pubblica sicurezza,
viene istituito presso le prefetture del regno un "servizio
schedario", con i nomi delle persone da arrestare perché,"sospetti
in linea politica".
Sulla base di questi elenchi furono, in tempi vari, operati arresti dei
"sovversivi", cioè dì persone "capaci di commettere azioni
politiche criminose e di turbare l'ordine pubblico" imposto dalla
dittatura. Con particolari norme sulle persone da internare o concentrare in
appositi campi "allo scoppio della guerra".
Un numero consistente è costituito dagli irredentisti slavi, considerati anti
italiani, quindi molto pericolosi.
Ai sospetti in linea politica si aggiunsero gli italiani di razza ebraica.
All'inizio dei 1940 le prefetture furono invitate a fornire gli elenchi
completi degli ebrei italiani considerati pericolosi e da internare. Dal
ministero degli Interni, Buffarini Guidi scrisse al capo della polizia
Bocchini "il Duce desiderava che si preparassero campi di concentramento
anche per gli ebrei in caso di guerra".
Essendo internati soprattutto quelli "pericolosi", i provvedimenti
avrebbero dovuto colpire solo gli ebrei di cittadinanza nemica. Ma non fu così.
Dal "Censimento degli ebrei stranieri" del 1938, risultavano
schedate 4.124 persone (di cui 2.303.tedeschi, 402 austriaci, 279 polacchi,
640 di stati diversi). Successivarnerite, tra l'inizio del 1939 e il maggio
1940, entrarono in Italia oltre 5000 profughi ebrei di altra nazionalità.
L'8 maggio 1940, a soli due giorni dall'entrata in guerra a fianco dei
nazisti, con un'altra circolare (n.442/112267) vengono emanate "le
prescrizioni per i campi di concentramento e le località di confine".
Dopo l'occupazione della Jugoslavia nell'aprile 1941,"uomini, donne e
bambini di ogni età (cittadini slavi o allogeni della Venezia Giulia) vennero
deportati in massa per ridurre drasticamente l'appoggio popolare al movimento
partigiano. Strappati ai loro affetti e alla loro base, essi subirono il
sequestro dei loro beni e vennero sottoposti alla violenza preventiva e
punitiva dello stato fascista.
Col procedere della guerra l'internamento interessò un numero sempre più
alto di persone ed in alcuni campi la mortalità per fame e per stenti superò
percentualmente quella che si ebbe nei lager nazisti non di
sterminio" ("Storia contemporanea"- agosto 1941).
Telescritto in data 2 giugno 1942, dal Comandante la II Armata schierata in
Jugoslavia, gen. Mario ROATTA: "In previsione future necessità
Slovenia… giudico necessario che vengano predispostì nel Regno campi di
concentramento per 20000 persone. Una parte capace complessivamente di 5.000
maschi adulti… Altra parte capace di 15.000 persone comprese donne e
bambini, servirebbe per popolazioni da sgomberare da determinate zone a titolo
precauzionale".
Altro dispaccio Roatta dell'8 settembre 1942: "l'internamento può essere
esteso a prescindere dalle condizioni militari, fino allo sgombro di intere
regioni...e di sostituire il posto con popolazioni italiane".
Primi campi di concentramento ad Arbe (Rab) - a cui ci riferiremo in seguito,
sulla base di un preciso documento edito dall'Anpi di Torino -ed a Gonas in
Venezia Giulia (per 14.000 persone). Nel luglio 1942, momento massimo della
deportazíone, sono allestiti nuovi campi a Monigo (2.500 persone); a
Chiesanuova di Padova (2.500, fra i quali 1.000 bambini); a Renici, Visco,
Pietrifica, Tavernette, Brescia, Chieti, ecc. Molte le testimonianze che per
ovvi motivi non possiamo citare (compreso un vecchio di 92 anni, bambini e
partorienti).
Il 25 luglio 1943, con la caduta del regime fascista e la
"scomparsa" di parte dell'apparato squadrista e repressivo della
dittatura, suscitò fra i reclusi politici e razziali molte speranze sulla
loro rapida liberazione, il ché avvenne il 27 luglio per gli ebrei italiani e
solo una parte dei reclusi politici, altri furono messi in libertà solo in un
secondo tempo. Il 10 settembre 1943, il capo della polizia, Senise, diede
disposizione per l'uscita dai campi anche dei sudditi degli stati nemici
(questa misura fu poi revocata dalla Rsi il 4 novembre dello stesso anno, ma
la grande maggioranza era già fuori). Nell'Italia meridionale i campi ancora
aperti venivano chiusi in concomitanza con lo sviluppo delle azioni militari
alleate. Nel Centro-Nord l'occupazione da parte delle truppe tedesche e la
criminale complicità di alcuni comandanti di campi filo-nazisti, comportò la
deportazione nei campi di eliminazione.
CRIMINI DI GUERRA E CAMPI DI STERMINIO NELLA JUGOSLAVIA OCCUPATA
Già abbiamo ricordato, sempre nel n.38 di
"Appunti" alcuni elementi concernenti crimini di guerra, stragi e
distruzioni commessi in Slovenia. Gli ordini precisi, dati direttamente da
Mussolini; le Disposizioni dell'Alto Commissario Grazioli, le disumane
direttive del fanatico fascista comandante della II^ Armata, generale Mario
Roatta e dal comandante del’XI Armata, generale Mario Robotti, le cui forze
sono dislocate in Slovenia e in parte del litorale adriatico. Successivamente,
Roatta sarà sostituito dal generale Antonio Gambara.
Il 6 aprile 1941 invasione nazista e fascista della Jugoslavia, con annessione
all'Italia di parte dei territori della Slovenia e la capitale Lubiana,
diventata dopo l'occupazione "Provincia di Lubiana". Nel mese di
giugno erano presenti 71.159 militari italiani.
Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio
1941, con effettivi molto limitati (vengono successivamente indicate in 8-10
mila).
Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo,
con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre 1941.
Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del
terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le
rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac,
furono fucilate 2300 persone).
Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande
offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I
partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.
Terza grande offensiva dal 12 aprile al 15 giugno 1942, sotto la direzione del
generale Roatta. Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non
viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.
Intensificazione delle azioni contro guerriglia in Slovenia da parte delle
forze del XI^ Corpo d'Armata (quattro Divisioni italiane, con l'aggiunta dei
fascisti sloveni della "Bela Garda" (Guardia Bianca). Sempre feroci
le azioni di terrorismo contro i civili e la deportazione delle popolazioni di
intere zone, senza distinzioni di sesso e di età.
Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore
fascista, nei 4.550 Km quadrati di questo territorio: Ostaggi civili
fucilati .............................….. n. 1.500
Fucilati sul posto........................................ n. 2.500
Deceduti per sevizie...................................
n. 84
Torturati e arsi vivi……………………….
n. 103
Uomini, donne e bambini morti nei campi
di concentramento………………………….
n. 7000
Totale ……………………………………… n. 13087
I criminali di guerra che ordinarono ed eseguirono questa carneficina non furono neppure differiti ad un tribunale del nostro paese. Non un solo processo.
IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO NELL’ISOLA DI RAB (ARBE)
Campo di concentramento di
Arbe Campo di concentramento
di Arbe I CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN ITALIA Dal settembre/ottobre 1943 all’aprile 1945 i
nazisti, in collaborazione con la polizia della Repubblica Sociale
Italiana di Salò, hanno istituito e gestito, nell’Italia controllata da
loro, tre campi di smistamento rispettivamente a Borgo San Dalmazzo,
Fossoli e Bolzano. Da questi campi gli italiani rastrellati ed arresti a
vario titolo venivano poi avviati ai Lager veri e propri, disseminati in
Europa. Campo di Fossoli L'area del campo di Bolzano, oggi La caserma di Borgo San Dalmazzo dove
era allestito il campo LA RISIERA DI SAN SABBA ED ALTRI CAMPI ITALIANI… Il 16 ottobre del 1943, con la complicità della
polizia italiana, le truppe tedesche sequestrarono 1259 persone nel ghetto
ebraico di Roma, di queste, poco più di 200 furono rilasciate perché non
ebree o figli di matrimoni misti.
IL LITORALE ADRIATICO Dopo l’Armistizio la Venezia Giulia cessò di
far parte dello Stato italiano e diventò un territorio amministrato dal
Reich. IL PROCESSO Il processo ai responsabili dei crimini commessi
durante l’occupazione tedesca alla Risiera di San Sabba si è concluso
a Trieste nell’aprile del 1976. IL MONUMENTO L’architetto Romano Boico trasformò la Risiera
nell’attuale Museo perché pensava che fosse squallida come
l’interno periferico. Si è proposto di togliere e restituire, più
che di aggiungere. Dopo aver eliminato gli edifici in rovina ha
perimetrato il contesto con alte mura di cemento, articolate in modo da
configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso
esistente. BIBLIOGRAFIA: da "Risiera di San Sabba,
monumento nazionale" Comune di Trieste http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampia.htm I campi di
concentramento italiani 1940-1943 Il 4 settembre del 1940 Mussolini firma un decreto con
cui vengono istituiti i primi 43 campi di internamento per cittadini di
paesi nemici. In realtà in questi campi furono concentrate varie
categorie di persone. Gli ebrei italiani colpiti dal provvedimento non
furono internati in quanto ebrei (anche se i provvedimenti
d'internamento sottolineano sempre l'appartenenza alla "razza
ebraica" della persona in questione), ma in quanto antifascisti
militanti o soggetti ritenuti "pericolosi nelle contingenze
belliche". Un'altra categoria è formata da stranieri sudditi di
"paesi nemici", ebrei e non, che si trovavano in Italia allo
scoppio della guerra, (inglesi, francesi, ma anche cinesi, spagnoli e
altri) nonché da quegli ebrei stranieri che erano fuggiti dalle
persecuzioni in atto nei loro paesi, residenti in Italia o di passaggio.
Per ebrei stranieri si intendono anche cittadini italiani ebrei, non
nati in Italia. Numerosi fra gli internati furono anche gli zingari.
Infine, c'erano gli antifascisti schedati (condannati dal Tribunale
speciale, ex confinati, ex ammoniti, ecc.), antifascisti arbitrariamente
trattenuti a fine pena e altri arrestati per manifestazioni sporadiche
di antifascismo. Secondo gli studi più recenti, nel giugno 1940, al momento
dell'entrata in guerra, in Italia erano presenti poco meno di 4.000
ebrei ed apolidi passibili del provvedimento di internamento. Si
trattava di tedeschi, austriaci, polacchi, cecoslovacchi ed apolidi
(divenuti tali in seguito alla revoca della cittadinanza italiana) che,
nell'estate del '40, costituirono nella quasi totalità il primo grosso
contingente di internati ebraici nei campi di concentramento fascisti.
Tra il 1941 ed il '42, sarebbe giunto il secondo contingente dalle zone
ex-jugoslave appartenenti allo stato croato o annesse all'Italia,
composto da circa 2.000 ebrei, prevalentemente slavi, e nel quale vanno
inclusi anche i 500 naufraghi del "Pentcho", battello fluviale
partito da Bratislava nel maggio 1940 coll'improbabile proposito di
raggiungere la Palestina ed incagliatosi, dopo sei mesi, nei pressi di
Rodi. Ma quanti furono i campi di concentramento in Italia?
Renzo De Felice nel suo libro “Storia degli ebrei sotto il
fascismo”, parla di circa 400 tra luoghi di confino e campi di
internamento. Fabio Galluccio, nel suo saggio del 2002 "I
lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione
fascisti" (NonLuoghi Editore), i lager in cui erano rinchiusi
ebrei, dissidenti politici, stranieri, zingari e omosessuali, erano
probabilmente quasi duecento, senza contare i luoghi di
"semplice" confino. Non è stato ancora fatto
un censimento attendibile. In ogni regione italiana vi era almeno
un campo. Questi campi potevano essere gestiti da civili o militari e
potevano essere misti o solo femminili, come il campo di Lanciano (Chieti).
I campi di concentramento fascisti erano situati prevalentemente
nelle province di Teramo (Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del
Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tortoreto, Tossicia), Macerata (Pollenza,
Urbisaglia, Tolentino, Treia, Potriolo), Campobasso (Agnone, Boiano,
Casacalenda, Isernia, Vinchiaturo), Chieti (Casoli, Istonio, Lama dei
Peligni, Lanciano, Tollo) e Avellino (Ariano Irpino, Monteforte Irpino,
Solofra). Gli altri campi si trovavano a Fabriano e Sassoferrato
(Ancona), Civitella della China a Renicci Anghiari (Arezzo), Alberobello
e Gioia del Colle (Bari), Ferramonti di Tarsia (Cosenza), Bagno, Ripoli
e Montalbano (Firenze), Manfredonia e Tremiti (Foggia), Ponza e
Ventotene (Latina), Pisticci (Matera), Lipari Il Macello, l'ex campo di
concentramento di Manfredonia (Messina), Chiesanuova (Padova), Ustica (Palermo), Colfiorito (Perugia),
Città Sant'Angelo (Pescara), Castel di Guido (Roma), Campagna (Salerno)
e Cairo Montenotte (Savona) [e San Bartolomeo (Rovigo), foto sotto].
http://www.carnialibera1944.it/documenti/lagerfriuli.htm Campi
di concentramento in Friuli Alessandra
Kersevan Durante
la recente visita di Ciampi in Friuli-Venezia Giulia un emissario
del Presidente ha avuto l’incarico di portare una corona al
monumento ai morti nel campo di concentramento di Gonars. È stata
la prima volta, probabilmente per insistenza dell’ANPI
regionale, che un alto esponente dello Stato italiano ha ricordato
l’esistenza dei campi di concentramento fascisti (il monumento
di Gonars era stato costruito nell’83 per volontà della
Repubblica Jugoslava). È un gesto fra l’altro che avviene in
controtendenza rispetto a una campagna revisionista e antislava
sempre più ossessionante. Comunque, qualsiasi sia stata la
motivazione di Ciampi, per la gran parte della gente, non solo nel
resto d’Italia, ma anche in Friuli, quel gesto è stato
occasione di scoprire qualcosa di terribile del nostro passato. La
tragedia dei campi di concentramento fascisti è stata infatti in
tutti questi anni nascosta o minimizzata, così come i crimini
dell’esercito italiano nei paesi aggrediti, per alimentare
invece il mito dell’"italiano buono e amato" anche se
aggressore e vittima a sua volta degli aggrediti infoibatori. È
un mito continuamente alimentato che oggi serve a puntellare una
politica neoirredentista nei confronti dei paesi dell’ex
Jugoslavia, che si basa su un rinascente razzismo antislavo, che
si va diffondendo anche a sinistra (sintomatico e sconvolgente a
questo proposito l’Espresso del 16/3/2000, che ha in
copertina il titolo "Sicurezza: slavi maledetti",
e poi nelle pagine centrali il reportage "Fortezza Italia",
sulla situazione dell’Istria, dove i croati vengono definiti da
un intervistato - con molta condiscendenza da parte
dell’intervistatore - "i "drusi", i maiali, i
comunisti titini"). Quando si
va ad analizzare invece sui documenti ciò che ha fatto
l’esercito fascista italiano nei paesi aggrediti, il quadro che
ne esce è quello di un comportamento criminale. Qualche tempo fa
inoltre sono stati trovati da chi scrive, durante una ricerca
nell’Archivio di Stato di Udine, dei documenti della Commissione
Censura della Provincia di Udine, da cui la situazione degli
internati di Gonars e di Visco, i due campi di concentramento del
Friuli, risulta semplicemente sconvolgente. Una breve premessa
storica permetterà a tutti di inquadrare i fatti e comprendere
appieno i documenti. La
Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa
provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia
il 18 maggio Aimone di Savoia diventa re di Croazia, con il
collaborazionista Ante Paveliç come primo ministro. In
Slovenia già dall’ottobre del 1941 il tribunale speciale
pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in
funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che
diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel
quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla
colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei
comandi militari italiani la politica della violenza si esercita
nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul
posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di
ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e
punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico
delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di
deportazione totale della popolazione, con il trasferimento
forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi
discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942
e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la
ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione
instauratosi con l’occupazione militare nel territorio
jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente
l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un
gran numero di civili, deportati da quelle regioni. I campi
di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31, di cui
26 in Italia, e vi morirono oltre 7.000 persone. Vi furono
internati soprattutto sloveni e croati (ma anche
"zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne,
bambini. All’arrivo
i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati",
rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche
tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi
si diffondevano in prevalenza addosso agli internati che, a causa
dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si
lasciavano andare all’apatia. Il 25
febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini.
Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab)
o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche
strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche
praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma
molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene
impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre
malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80%
dei nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone
mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200 g di pane. "La
gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame",
scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera
in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che
possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e
i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di
internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili
a scheletri. (…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943
ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (…) Il
maggiore medico Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di questa
gente morirà, se prima non vengono liberati. (…) Una
scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono
soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a
Gonars". "Dio ci guardi da qualche epidemia nel
campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come mosche."
Così scriveva ancora padre Tomec. Mentre sul
campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi che,
seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa
tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente,
ma la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che
affiorano oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento
ossario del cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi. I
prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43. http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1b.htm IL CAMPO DI GONARS Il campo di concentramento di
Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene
e alle zone in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu
uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia di questi
deportati. Venne istituito già nel dicembre del 1941, costituito da
tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri
e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del
vasto spazio recintato da due torri alte sei metri, armate con
mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte
illuminavano a intervalli di pochi minuti il campo e il circondario.
Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in cui le
sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti
quelli che la oltrepassavano. All’arrivo i nuovi internati
venivano denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma
nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi
internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano in
prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento
fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare
all’apatia. Il 25 febbraio 1943 ci sono a
Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Ci sono intere famiglie
provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo
(Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche strette e
lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente
senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti
(specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile
per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre malattie
contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei nati
erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone
mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200g di pane. "La
gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame",
scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera
in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che
possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e
i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di internati è
venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri.
(…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In
media muoiono 5 persone al giorno. (…) Il maggiore medico Betti mi
ha detto che in due mesi il Campo di
concentramento di Gonars (Udine) 60% di questa gente morirà,
se prima non vengono liberati. (…) Una scena triste viene offerta
dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno
perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da
qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra
come mosche." Così scriveva ancora padre Tomec. E di una
epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura che si
trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura).
Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il
freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale, non
sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si sa
anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da
Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in
questo campo 4000 persone, che in maggio, come risulta sempre da
questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai
carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno
saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare
"Viva la Russia"". Mentre sul campo di concentramento
di Gonars ci sono stati degli studi che, seppur conosciuti solo
localmente, hanno messo in luce questa tragedia, del campo di
concentramento di Visco si sa poco e niente, ma la grande tragedia
che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano oggi
dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del
cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi. I prigionieri vengono
liberati nel settembre del ‘43. (a cura di Alessandra Kersevan) (dai siti Pinerolo Cultura e rossaprimavera.org) 10.02.2004
Tra il ‘42 ed il
’43 il nostro esercito internò nel campo di Gonars migliaia di
persone: quasi 500 morirono in pochi mesi. Il progetto: ripopolare
il territorio sloveno con italiani. Un articolo di Alberto
Bobbio pubblicato su Famiglia Cristiana.
E’ una storia rimossa che emerge oggi, 65 anni dopo, con grande
difficoltà dalle pieghe della memoria. E’ la storia della
pulizia etnica all’italiana, che ha lo stesso linguaggio, nasce
dalle stesse intenzioni e procede con le stesse azioni dei signori
della guerra nei Balcani dell’ultimo decennio del secolo appena
passato. Cambiano i nomi, ma quello dell’alto commissario
fascista di Lubiana, annessa al Regno d’Italia nel 1941, Emilio
Grazioli, potrebbe essere equivalente a quelli di Milosevic o
Karadzic, e a quelli dei generali Mario Robotti e Mario Roatta al
generale serbo Ratko Mladic o al croato Ante Gotovina, criminali
di guerra. Partigiani Sloveni uccisi da
soldati italiani
Soldati italiani con dei
partigiani uccisi
Militari italiani con ostaggi
fucilati
Un graduato italiano malmena
un ostaggio condotto alla fucilazione
Ostaggi jugoslavi in attesa
della scarica del plotone di esecuzione ...
Arrivano i primi proiettili
...
Il massacro è compiuto
Particolare ...
Un partigiano jugoslavo
attende la scarica del plotone di esecuzione italiano
Il plotone lo ha solo ferito
...
Dopo il colpo di grazia
27 luglio 1942: Zavrh Cerknici.
Quattro ostaggi si scavano la fossa prima della fucilazione da
parte di militari italiani
31 luglio 1942: Loska Dolina (Krizna
Gora). Truppe italiane fucilano ostaggi
Slovenia 1942. Militi fascisti
e belagardisti conducono un prigioniero alla fucilazione ...
Il cappellano militare assiste
il condannato ...
Il plotone di esecuzione
composto da militari italiani e belagardisti fa fuoco ...
... mentre il condannato
attende. Il 24 agosto 1942 Grazioli
prospettava al ministero dell’Interno “l’internamento di
massa della popolazione slovena” e la sua “sostituzione con
la popolazione italiana”. Robotti spiega ai comandanti: “Non
importa se all’interrogatorio si ha la sensazione di persone
innocue. Quindi sgombero totalitario. Dove passate, levatevi dai
piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi
preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose
l’ha voluto lei, quindi paghi”. Slavko Malnar, ex internato a Gonars,
ha raccontato alla Kersevan: “Avevo 6 anni e pesavo 13 chili.
Con altri bambini cercavamo il cibo nei bidoni della spazzatura.
Se trovavamo qualche grosso osso lo spaccavamo per succhiare il
midollo. Mia madre era incinta. Mio fratellino è nato il 3
febbraio 1943. E’ morto qualche mese dopo”. Poi c’erano le
punizioni, le torture, insomma, l’orrore di ogni campo di
concentramento. Alberto Bobbio – Famiglia Cristiana http://www.radicalidisinistra.it/i/campagne/memo04/dossier/delboca.htm Italiani
brava gente?
a)
b)
c)
http://www.radicalidisinistra.it/i/news/i-e25112003.htm La memoria
dell'Italia e la marcia su Gerusalemme di Fini: il silenzio sui
250 auchwitz italiani
http://www.criminidiguerra.it/Ebreineicampi.htm Il 28 ottobre 1941 l'Alto
Commissario per la provincia di Lubiana (ovvero l'autorità
politica), Emilio Grazioli invia un documento
al comando dell'XI CdA. (comandante gen. Robotti), in cui detta
ulteriori disposizioni per l'intensificazione "delle
misure di prevenzione e di repressione, già adottate dai
competenti organi di polizia, in relazione all'accentuarsi di
attentati da parte di terroristi isolati o riuniti in gruppi". Molte immagini sono tratte da: http://www.criminidiguerra.it/Immagini.htm Un'ampia bibliografia è riportata qui: http://www.criminidiguerra.it/Presentazione.htm Molte notizie, sofferte in prima persona, sono
qui:
Vennero creati diversi campi di concentramento: a Kraljevica, Lopud, Kupari,
Korica, Brac, Hvar, ecc.
Il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo
d'Armata, il 7/7/1942: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo
con 6.000 persone sotto le tende...oltre a questo campo, ne sarebbe stato
preparato un altro per 10.000 persone.
Venne edificato il primo campo di concentramento definito n.1,
successivamente entrarono in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III è
destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente
palude. Gli altri a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti
temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
La guardia armata dei campi dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a
militari del V Corpo d'Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione
di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei
soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia non
accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della
guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti,
malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente
colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo
la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari,
ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli
arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone
(4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287
bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso
altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o
per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il
tutto pieno di pidocchi e cimici.

Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa
elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono
partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti
fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab.
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942,
dell'Alto Commissario, Grazioli: "... mi riferiscono che in questi
giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento,
specialmente da Rab. Il I medico provinciale... ha costatato che tutti
senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di
esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del
tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia
muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite),
incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi,
disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre."
Il comandante di allora del’ XI corpo d'armata, il criminale di guerra
Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è
comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di
ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in
pace".

A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero
trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti "buoni ed umani…
ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e
corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la convinzione di una
prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti
furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab...
Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le
prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono
"spontaneamente e sorprendentemente: cantando", prima canti
popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l'attività politica e
la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei
campi.
L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò improvvisamente un'ondata di
entusiasmo nelle truppe di occupazione". Guardie e carabinieri
rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata
dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova
amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari
italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli
ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana "Rab"; i
giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato
e condannato alla fucilazione.
Ps - Gran parte della documentazione sul campo di concentramento di Rab
è stata ricavata dall'apposita indagine svolta dall'ANPI di Torino,
sotto la presidenza di lsacco Nahoum (Milan).



Dopo l’occupazione nazista del 1943 i territori della Venezia Giulia
vennero incorporati nell’Adriatisches Kustenland e fu creato a Trieste,
nella Risiera di San Sabba, un vero e proprio campo di sterminio dotato di
forno crematorio dove furono assassinate più di 5.000 persone.
I restanti furono deportati ad Auschwitz, Birkenau: moltissimi di questi
non superarono le selezioni e furono destinati alle camere a gas e in
seguito ai forni crematori, solo 17 di loro sopravvissero.
Da quel momento, da quel giorno, la Repubblica di Salò o RSI (Repubblica
Sociale Italiana) collaborava attivamente sul piano organizzativo ed
ideologico, al programma nazista di sterminio sistematico degli ebrei,
meglio noto come "soluzione finale" indetta da Hitler attorno al
1942.
In effetti, furono creati campi di concentramento anche nel nostro paese,
cioè in Italia. Il primo campo di concentramento venne collocato a
Pisticci (Macerata). Secondo alcuni dati dell’epoca furono una
quarantina i campi di concentramento veri e propri distribuiti in vari
parti d’Italia, inizialmente al sud e al centro - sud, poi con
l’avanzare delle truppe alleate, al centro – nord.
I reclusi al 30 settembre 1942 risultavano 11735.
E’ noto per il centro- sud il campo di concentramento per ebrei di
Ferramonte – Tarsia, costruito in zona paludosa e malarica. Vi sono
numerose opere circa le condizioni di internamento e di salute, le
variazioni nel tempo del numero dei detenuti. Rileviamo solo che al
momento della sua liberazione da parte degli Alleati, nell’agosto 1943,
erano presenti 2016 persone ( 1604 ebrei e 412 non ebrei. ) Altri campi
erano collocati nelle regioni: Abruzzo, Molise, Marche, Umbria, Lazio,
Lucania, Puglia e Calabria. La situazione dei detenuti, secondo i rapporti
degli ispettori territoriali: "Le condizioni materiali dei detenuti
peggiorò notevolmente e la sopravvivenza si basò essenzialmente sul
mercato nero, esercitato generalmente dalla milizia fascista". Altri
furono quello di Fossoli in provincia di Modena, inaugurato il 5 dicembre
del 1943 oppure e quello di Bolzano e della Risiera di San Sabba di
Trieste.
Ed
è proprio di quest’ultimo che parleremo. La Risiera (grande complesso
di edifici per la pilatura del riso) venne costruita nel 1913 nel
periferico quartiere di San Sabba; questo venne dapprima utilizzato dai
nazisti come campo di prigionia provvisorio per militari italiani
catturati dopo l’8 settembre del 1943, giorno in cui fu reso noto
l’armistizio che venne firmato segretamente il 3 a Cassibile in
Sicilia; poi, verso la fine dell’ottobre, venne strutturato come
Polizeihaft Lager cioè come campo di detenzione di polizia, destinato
sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al
deposito dei beni sequestrati, sia alla detenzione di ostaggi,
partigiani, detenuti politici, ebrei…
Il primo stanzone posto alla sinistra nel sottopassaggio era chiamato
"cella della morte". Qui venivano ammassati prigionieri
trasportati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati a
morire. Secondo alcune testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme
a cadaveri che dovevano poi essere cremati.
Al pianterreno dell’edificio a tre piani, si trovano i laboratori di
sartoria e di calzoleria dove venivano impiegati i prigionieri, camerate
per ufficiali e militari delle SS, 17 microcelle destinate in
particolare ai partigiani, ai politici e agli ebrei; queste ultime
potevano contenere al massimo 6 detenuti, 2 di queste venivano usate ai
fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato agli stessi
prigionieri. Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano
ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da
parte degli Alleati, dopo l’8 settembre 1943, la successiva
trasformazione del campo in raccolta di profughi, sia italiani che
stranieri, la polvere, l’umidità e molte altre cause hanno fatto
sparire la gran parte di questi tesori.
Nel secondo edificio a 4 piani venivano rinchiusi ebrei, prigionieri
politici, militari, destinati alla deportazione in Germania per lo più
a Dachau, Mauthausen ed Auschwitz… "Verso un tragico destino che
pochi sono riusciti ad evitare".
A favore dei cittadini imprigionati nella Risiera ed in particolare di
ebrei coniugati con cattolici intervenne il Vescovo di Trieste, Mons.
Santin che in alcuni casi ebbe successo.
Nel cortile interno vi era l’edificio destinato alle eliminazioni con
il forno crematorio unito da un canale sotterraneo alla ciminiera. Oggi,
sull’impronta metallica della ciminiera sorge una costruzione in
memoria della spirale di fumo che usciva dal camino.
Il forno, opera di Erwin Lambert fu collaudato il 4 aprile 1944, con
l’inserimento di 70 ostaggi fucilati il giorno prima.
L’edificio del forno e la ciminiera vennero distrutti con la dinamite
dai tedeschi in fuga, per eliminare le prove dei loro crimini.
Tra le macerie furono rinvenute ossa, ceneri umane gettate in mare tra
le quali quelle delle 5000 circa persone sterminate e la mazza la cui
fotografia è ora esposta nel Museo.
Le esecuzioni usate probabilmente furono queste: gassazione in
automezzi, fucilazioni, colpo di mazza alla nuca; ma non sempre la
mazzata uccideva all’istante, per cui il forno cremò anche persone
ancora in vita. Il fragore dei motori, musiche, latrati di
cani…coprivano le grida ed i rumori delle esecuzioni.
Il fabbricato centrale di 6 piani era una finta caserma: al piano
inferiore che ora è adattato a Museo, vi erano le cucine e la mensa, ai
piani superiori c’erano le camerate per i militari tedeschi, ucraini
ed italiani, questi ultimi impiegati per sorveglianza.
Il casolare, oggi adibito al culto di tutte le religioni, serviva un
tempo da garage per i mezzi delle SS; qui forse stazionavano i neri
furgoni, con lo scarico collegato all’interno, usati probabilmente per
gassare le vittime.
Il piccolo edificio, posto a sinistra e all’esterno, costituiva il
corpo di guardia e l’abitazione del comandante, oggi è l’abitazione
del custode.
Le vittime in questo Lager italiano sono molte, circa 5000, ma la cifra
è ben maggiore se si contano le persone prigioniere "di
passaggio" verso altri campi o obbligate al lavoro che le
distruggeva.
I tedeschi bruciarono in questo campo alcuni dei migliori
"quadri" antifascisti.
Il governo del "Litorale Adriatico", comprendente le province
di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana, venne affidato da
Hitler al Gauleiter della C. F. Rainer, nazista austriaco che odiava
l’Italia.
L’ "alto commissario" Rainer assunse tutti i poteri politici
ed amministrativi ed in poco tempo fissò le fondamenta della sua
illimitata sovranità sottoponendo prefetti e podestà al controllo di
"consiglieri" tedeschi.
Così le formazioni della milizia fascista passarono alle dipendenze
delle SS, ma non si trasformeranno, come nella neo Repubblica Sociale
Italiana fondata da Mussolini sul Lago di Garda con sede a Salò, in
Guardia Nazionale repubblicana, ma prenderanno il nome di "Milizia
Difesa territoriale".
Prima della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei a Trieste erano 5000.
Dopo le leggi razziali fasciste emanate nel 1938 da Mussolini, che
vietavano agli ebrei di sposarsi con cittadini italiani
"ariani", di entrare a far parte del servizio militare e delle
cariche pubbliche e limitavano l’esercizio di attività economica e
libere professioni, i perseguitati decisero di emigrare all’estero.
I nazisti riuscirono a deportare nei campi di sterminio circa 700 ebrei.
Di questi solo una ventina riuscì a sopravvivere. Il controllo
poliziesco, la repressione politica, razziale ed antipartigiana vennero
affidati alla supervisione delle SS il cui comandante, Odilo Lotario
Globocnik era legato ad Himmler, il braccio destro di Hitler.
Con Globocnik arrivarono anche molti professionisti che avevano fatto
parte delle varie operazioni di sterminio in Germania e Polonia.
Pochi giorni dopo l’8 settembre arrivò a Trieste Christian Wirt che
con alcuni suoi uomini aveva partecipato all’eliminazione di
"malati inguaribili".
Dopo la sua uccisione da parte dei partigiani gli subentrò August
Dietrich Allers.
La presenza di un tale "Staff", eccezionale per responsabilità
organizzative nella politica di sterminio europea nel "Litorale
Adriatico" è giustificata dall’importanza che questo territorio
aveva per il Reich. Il "Litorale Adriatico" fu l’ultima
conquista europea dell’imperialismo nazista.
Trieste, l’Istria ed il Friuli costituivano una "cerniera"
strategica fra il settore balcanico, il fronte italiano e la Germania
meridionale.
Qui il banco degli imputati rimase vuoto: alcuni di essi erano stati
giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali.
August Dietrich Allers morì nel marzo del 1975, Oberhauser, il suo
braccio destro, rimase a vendere birra a Monaco.
Il processo si concluse con la condanna di Oberhauser all’ergastolo.
Fu dunque inutile?
Al di là dell’impostazione fondata sulla distinzione tra
"vittime innocenti" e "vittime non innocenti" resta
il fatto che è scesa una coltre di silenzio per cui per oltre 30 anni
non si è saputo niente del Lager di San Sabba.
Il cortile cintato si identifica come una basilica laica a cielo aperto.
L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato, le 17
micro-celle e quella della morte sono rimaste inalterate.
Nell’edificio centrale il Museo della Resistenza piccolo ma vivo e
sopra di questo i vani per l’Associazione Deportati.
Nel cortile un terribile percorso in acciaio: l’impronta del forno,
della base del camino e della ciminiera sulla quale sorge una simbolica
pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di
fumo che usciva dal camino.
La Risiera di San Sabba fu solo uno dei numerosi campi italiani come il
Borgo San Dalmazzo, Fossoli e Bolzano.
Il primo era un campo provvisorio di raccolta.
Con l'8 settembre 1943 e la rittirata delle nostre truppe dai territori
francesi occupati, alcuni reparti dislocati nel nizzardo, cercarono di
ritornare in patria.
Al loro seguito si aggiunsero alcune famiglie ebraiche, costrette a
"residenza forzata" in conseguenza delle misure razziali
assunte dal governo collaborazionista di Vichy.
Essi cercarono di sistemarsi nella zona di Borgo San Dalmazzo, la quale
venne occupata dalle truppe naziste, il cui comando ordinò a tutti gli
ebrei di presentarsi, il 18 settembre, alla caserma del capoluogo, pena
la fucilazione per loro e per chi li avesse ospitati.
Il 21 novembre alcune famiglie ebree, che non riuscirono a fuggire,
vennero deportate nel campo di sterminio di Auschwitz.
Fossoli era un campo di raccolta e di smistamento per il centro-nord.
Già adibito a campo di internamento per prigionieri di guerra inglesi
fino all' armistizio, venne trasformato in campo di raccolta, per il
successivo invio nei lager dei detenuti politici e razziali. La capienza
è di oltre 5000 persone. La prima deportazione di ebrei avvenne il 22
febbraio per Buchenwald. Altre partenze il 5 aprile, il 16 maggio, il 26
giugno, l' ultimo il 31 luglio 1944. Gli ebrei furono 2884. E' ignoto il
numero dei deportati politici, prigionieri di guerra partigiani, civili.
Si sa solo che in prevalenza questi ultimi venivano inviati a Mauthausen
e gli Ebrei ad Auschwitz.
Bolzano era un campo di smistamento in territorio annesso al III Reich.
Situato in territorio incluso nella Germania di Hitler, il campo era già
operativo ai tempi di Fossoli da cui provenivano gran parte dei
detenuti. Formato da diversi capannoni viene considerato il luogo dove
si esercitò con maggiore ferocia e sadismo l'operato delle SS
tedesche-italiane.
Schede di "Nemo" (Carlo Polliotti).


di concentramento erano situati in luoghi isolati e poco salubri,
spesso in montagna dove l'inverno era rigido. Gli edifici adibiti a
ospitare gli internati erano monasteri, ville requisite, fattorie,
fabbriche dimesse, scuole, baracche, in un caso addirittura un
cinema (Isernia) e un ex mattatoio (Manfredonia). In generale le
condizioni di vita erano primitive e umilianti. Molti edifici
presentavano una serie di problemi: freddo e umidità, mura
pericolanti, pochissima luce, fornelli difettosi, finestre, pareti e
tetti non isolati a sufficienza; a tutto ciò si aggiungeva il
sovraffollamento, il vitto insufficiente e la presenza di cimici,
pidocchi, ratti e scorpioni. L'assistenza sanitaria agli internati
era prevista ma poteva essere concessa o rifiutata arbitrariamente,
come avvenne nel caso di un'antifascista romana internata a
Mercogliano (Avellino), malata di cuore, la cui domanda di
sottoporsi a una radiografia toracica venne respinta dal Ministero
dell'Interno.
Sull'elenco Crowcass, compilato dagli alleati
angloamericani nel 1944/45 figurano oltre trenta nominativi di
persone - direttori o funzionari dei campi di concentramento
fascisti - ricercate dalle autorità jugoslave per crimini di
guerra.
All'8 settembre del 1943 molti internati, in particolare gli
sloveni e croati e gli ebrei stranieri, si trovavano ancora
rinchiusi nei campi di concentramento e nelle località
d'internamento, finendo così nelle mani dei nazisti che li
deportarono in Germania o nei campi di sterminio in Polonia. Valga
per tutti il caso di Davi Bivash di 54 anni, ebreo di origine
greca internato a San Severino Marche (Macerata) e lì arrestato
il 30 novembre 1943 da italiani. Il 5 aprile fu deportato dal
campo di concentramento di Fossoli ad Auschwitz, da dove non è più
tornato.
1941: l’invasione della Jugoslavia
Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono la Yugoslavia. C’è
una immediata reazione e l’inizio della resistenza
jugoslava.
Il campo di concentramento di Gonars
Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine,
quindi vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già
iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si
svolse la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già
nel dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da
filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati
con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da
due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso
il campo, con riflettori che di notte illuminavano a intervalli di
pochi minuti il campo e il circondario. Tutto intorno una
"cintura" larga due metri, in cui le sentinelle avevano
l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la
oltrepassavano.
E di una epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura
che si trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo
Prefettura). Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la
fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale,
non sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43,
si sa anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da
Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in
questo campo 4.000 persone, che in maggio, come risulta sempre da
questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai
carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno
saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare
"Viva la Russia."

http://www.osservatoriobalcani.org/article/view/2793
Pulizia etnica
all’italiana










Alla fine di giugno Orlando comunica che con l’arresto di
“5.858 persone si è tolto dalla circolazione un quarto della
popolazione civile di Lubiana”. Scrive il tenente dei
Carabinieri Giovanni De Filippis in un promemoria che Alessandra
Kersevan ha rintracciato a Roma: “Continua caotico e
disorientato il procedimento dei fermi… La popolazione vive in
uno stato di vero incubo”.






In un altro rapporto, Robotti lamentava: “Si ammazza troppo
poco”. Roatta raccomandava l’uso dell’aviazione e dei
lanciafiamme per distruggere i paesi.
Il campo di Gonars, allestito per gli arrestati sloveni, in
poche settimane è pieno. In estate viene approntato in fretta e
furia il campo di tende sull’isola di Rab: donne, vecchi e
bambini sono ospitati in condizioni disumane.
Il vescovo di Krk, monsignor Srebnic, il 5 agosto 1943 in una
lettera al Papa parlerà di più di “1.200 internati morti”.
Alla fine del 1942 il sottosegretario all’Interno Buffarini dа
notizia al Duce che “50.000 elementi sloveni” sono stati
internati in Italia.
Nell’autunno 1942 la diocesi di Lubiana fa arrivare alla Santa
Sede un documento dal tono molto preoccupato, che chiedeva
interventi per evitare che i campi “diventino accampamenti di
morte e di sterminio”. Il Vaticano la inoltra al ministero
dell’Interno fascista. Risponde proprio il generale Roatta,
minimizzando la situazione, contestando i dati e rimproverando
il Vaticano: “Molte delle lagnanze affacciate dal Vaticano
sono destituite di fondamento. I comandi militari non hanno
bisogno di suggerimenti per quanto riguarda i doveri di umanità”.
Più volte la Chiesa cattolica interviene a favore degli
internati sloveni nel campo di Gonars, che alla fine del 1942
sono oltre 6.000. I vescovi di Lubiana, Rozman, di Gorizia,
Margotti, e di Krk, Srebnic, sollecitano un’iniziativa della
Santa Sede. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Luigi
Maglione, invia a Gonars il nunzio apostolico in Italia
Borgoncini-Duca, il quale però non riesce a capire le reali
condizioni di vita e scrive che “il vitto non manca e
l’acqua è abbondante”.
Altre testimonianze raccolte da Alessandra Kersevan sono assai
diverse. Il segretario dell’arcivescovo di Zagabria Stepinac,
don Lackovic, nel ’43 denuncia alla Croce Rossa italiana che a
“Gonars si trovano oltre 4.000 croati, in maggioranza donne e
bambine che soffrono molto e muoiono in gran numero”. Il
salesiano padre Tomec descrive al Comitato di assistenza di
Gorizia la terribile situazione di Gonars in una lunga
relazione: “La gente muore di fame. La minestra è acqua nella
quale nuotano due chicchi di riso e due maccheroni”. E chiede
la possibilitа di inviare pacchi di viveri ai prigionieri.
Il 27 marzo 1943 il prefetto di Udine impone all’Autorità
ecclesiastica di bloccare i pacchi per evitare che “aiuti
siano prodigati a una razza siffatta che non ha mai nutrito, né
nutre, sentimenti favorevoli all’Italia”. E a Lubiana
Grazioli ordina di “far cessare ogni assistenza in favore
degli internati”.
Punizioni, torture, orrore
Oggi non c’è più traccia del campo di Gonars. Nel cimitero
del paese sono sepolti 400 internati, ricordati da un grande
sacrario costruito nel 1973.
Spiega il sindaco Ivan Cignola: “Ricordare la tragedia e
riconoscerne le responsabilitа italiane non è solo un
problema storico, ma anche di sensibilità civile”. Tutti i
protagonisti di questa vicenda non sono mai stati incriminati:
Emilio Grazioli venne arrestato dopo la guerra per due eccidi
commessi in provincia di Ravenna. Le accuse circa il suo operato
a Lubiana non vennero menzionate. Tornato subito in libertà,
sparì.
Dei vari comandanti del campo di Gonars solo l’ultimo, il
capitano Macchi, noto per la sua ferocia, venne ucciso dai
partigiani nel 1944. Il generale Robotti è morto ed è stato
dimenticato.
Il generale Roatta riparò in Spagna. Poi usufruì di
un’amnistia. Una sua foto è tuttora appesa alle pareti
dell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
"Italiani
brava gente"?
di Angelo Del Boca
Italiani
brava gente?
I campi di concentramento italiani in Africa. Di Angelo Del
Boca
I
campi di internamento fascisti per ebrei. Di Carlo Spartaco
Capogreco
Lager
in Italia dal '43 al '45 a. Di Fabio Galluccio
I generali italiani e
gli Ebrei sloveni e croati:
campi di concentramento e "massa di manovra".
Tra le determinazioni, per prima viene disposta "l'espulsione
o internamento di tutti gli ebrei e cittadini di stati nemici,
residenti nella Provincia" e successivamente "l'adozione
di provvedimenti di polizia a carico degli elementi sospetti o
indesiderabili".
Quindi l'autorità politica mette sullo stesso piano cittadini
sloveni di religione ebraica (anzi li indica prima
nell'elencazione) con cittadini di stati nemici, considerandoli
inoltre più pericolosi di elementi sospetti.
Si tratta di un'anticipazione di quello che scriveranno i gerarchi
fascisti della Repubblica Sociale Italiana nel 1944 al Congresso
di Verona, aprendo la strada ad una più intensa collaborazione
con i nazisti nella deportazione ed eliminazione delle persone di
religione ebraica.
Da notare che il fascista Grazioli non esprime motivazioni
politiche: viene dato per scontato che un individuo, in quanto di
religione ebraica, deve essere pericoloso per l'ordine pubblico e
per "gli interessi italiani".
I supremi comandi militari fanno ancora di più il 20.7.1942 in
una comunicazione
il gen. Roatta scrive al gen. Robotti: "V. E. disponga
infine per l'internamento di quegli abitanti di Lubiana a cui ha
accennato il podestà e di cui darà la lista (ebrei, emigrati
dalla Germania ed Austria, etc.)".
Non solo gli sloveni, ma anche gli ebrei di lingua tedesca
sfuggiti alle persecuzioni dei nazisti sono pericolosi e vanno
rinchiusi nei campi di concentramento.
Ma nell'estate del 1943 gli ebrei rinchiusi nei campi di
concentramento della Dalmazia come internati "protettivi",
diventano oggetto di particolare interesse per i generali; vengono
infatti riuniti tutti ad Arbe e le loro condizioni sono oggetto di
alcune corrispondenze interne.
Il 10 luglio, l'ufficio Affari civili del comando II armata scrive
all'Intendenza della stessa armata, riguardo la "sistemazione
ed il trattamento degli ebrei nel campo di Arbe", dopo essere
stato sollecitato da "varie istanze" presentate da
questi detenuti.
Viene premesso che le condizioni degli ebrei, prima del loro
concentramento ad Arbe, erano "di una certa libertà e di
una comoda sistemazione" nei campi di Porto Re
(dipendente dal V CdA), Kupari, Mlini, Gravosa, Mamula (dal VI CdA),
Lesina, Brazza (dal XVIII CdA), ovvero stavano meglio prima di
passare sotto la gestione dell'Intendenza della II armata.
Quindi l'alto ufficiale scrive: " ... non si può pensare
che questa massa di 2700 ebrei - politicamente - debba essere
rigidamente considerata in modo uguale agli altri internati
civili: non perchè gli occhi dei loro consanguinei, nemici
nostri, siano ogn'ora rivolti a costoro, ma perchè effettivamente
sotto l'aspetto politico, possono, costoro, costituire una
propizia opportuna massa di manovra." e conclude:
"Gli ebrei dell'Armata costituiscono una massa di 2700
persone che hanno i doveri tutti degli internati civili a scopo
protettivo, uguale trattamento, ma per particolari, eccezionali
motivi, contingenti e politici, si ravvisa opportuno concedere -
nell'intangibile disciplina - un trattamento sentitamente
"italiano" per cui se è stata usata loro dalla nostra
autorità militare una gentilezza, questa sia intera, non a metà."
Gli archivi
dell'USSME indicano che queste persone provengono dalla Croazia:
sono quelli riusciti a scampare alle stragi degli ustascia.
Ma perchè questi non sono da considerarsi nemici, come i
"loro consanguinei"?
A scanso di equivoci la lettera conferma la convinzione razzista
che ha sostenuto le leggi razziali italiane del 1938: "quella
che fu una vita agiata per molti vissuta da milionari",
ovvero traducendo: gli ebrei (molti) sono ricchissimi e hanno
accumulato questi milioni sfruttando, come parassiti, il popolo.
Si può notare inoltre come vengano ribaditi ben tre volte i
termini "politico" e "massa" con l'illuminante
aggiunta del "di manovra".
Quindi questi ebrei sono importanti proprio in quanto "proprizia
opportuna massa di manovra" ovvero di scambio in una
trattativa con gli eserciti alleati che ormai stanno vincendo la
guerra. Infatti gli anglo-americani sono già sbarcati in Sicilia
(il 9 luglio) e gli alti comandi della II armata non possono
essere del tutto all'oscuro della prossima caduta di Mussolini,
che avverrà il 25 luglio e porterà al Governo un importante
generale, già zelante interprete dei progetti stragisti del Duce
in Africa, il maresciallo Badoglio.
A conferma di questa interpretazione si può analizzare una
seconda comunicazione
sempre dei medesimi soggetti, ma questa volta vistata direttamente
dal comandante della II armata, gen. Robotti ("Va bene").
In questa del 18.8.1943 si chiarisce la specificità degli ebrei
internati ad Arbe rispetto agli ebrei detenuti in altri campi di
concentramento "in Italia o territori annessi".
"Nell'Era Nuova, non fascista" è stata disposta
la "dismessione degli ebrei" dai campi, che
"vengono "tradotti" nella località di
destinazione con scorta". Ebbene questo accompagnamento
coatto non deve "essere applicato per gli ebrei che ora,
occasionalmente, si trovano ad Arbe".
L'importanza delle agevolazioni da concedere a questa "massa
di manovra" è tale, che porta lo scrivente addirittura a
sottolineare che l'Intendenza "persiste ad usare un
trattamento uguale a quello dei repressivi" e quindi
severo.
Si tratta di un chiaro tentativo di scindere le proprie
responsabilità, scaricando tutto sull'Intendenza che gestisce il
campo di concentramento.
Ma, occorre notare che lo stesso estensore della lettera, alto
ufficiale del comando della II armta, ha appena implicitamente
ricordato che l'Intendenza è di fatto alle proprie dipendenze
(questi ebrei "dipendono unicamente dal Comando della 2
Armata").
Viene ribadito inoltre che questa "massa" di ebrei era
stata oggetto di contenzioso con l'autorità croata e tedesca
(autunno del 1942) e che, per decisioni di "carattere
politico", l'autorità italiana si oppose a
consegnarglieli, poichè sapeva che sarebbero andati incontro a
"deportazione per la "mattanza" o soppressione".
Un particolare curioso è dato dal fatto che questi deportati
protetti, nei dati riportati dai militari stessi, stranamente
continuano a crescere: 2.549 (nel rapporto
del 27.6.43), 2.700 (nella prima lettera del 10.7.43), 3.000
(nella seconda lettera del 18.8.43); forse una cifra arrotondata
in eccesso era una presentazione più incisiva della magnanimità
profonda dei generali.
In conclusione gli ebrei croati, scampati allo sterminio tra il
1941 e il 1942, diventarono un prezioso "biglietto da
visita" che gli alti vertici militari volevano usare sia per
le trattative segrete in corso con gli Alleati, sia per affrontare
con un'immagine più "pulita" l'imminente dopoguerra.
Non a caso la linea di difesa espressa nella Memoria
della Commissione
d'inchiesta per i presunti criminali di guerra del Governo
italiano, era basata sulla tesi che i delitti
"più atroci, le barbare distruzioni di interi
villaggi e di edifici" furono opera dei gruppi etnici in
lotta fra loro, mentre "le nostre Autorità di occupazione"
intervennero "per assicurare una vita pacifica alle
popolazioni".
Con questa manovra "politica" gli alti generali
cercavano di trasformarsi dai razzisti persecutori che avevano
internato migliaia di ebrei jugoslavi nei campi di concentramento
militari, nei salvatori dei poveri ebrei scampati, ma ancora
minacciati di sterminio dagli ustascia e dai nazisti.
RICORDATE, NON DIMENTICATE MAI:
GLI ITALIANI NON SONO BRAVA
GENTE !
HANNO
INVENTATO IL FASCIMO CHE ORA, ALLEGRAMENTE, RIPROPONGONO AL
GOVERNO DEL PAESE.
IN
ITALIA, SOLO IL FASCISMO CI HA PRIVATO DELLA LIBERTA' E SOLO IL
FASCISMO HA CREATO LAGER E MASSACRI PER OGNI OPPOSITORE E/O DIVERSO