FISICA/MENTE

 

 

I CAMPI DI CONCENTRAMENTO FASCISTI

 

               Sembrerebbe strano ricordare cose di 60 anni fa quasi non si conoscessero. Ed io le ricordo proprio perché non si conoscono. Oggi, 27 gennaio 2005, è il giorno della memoria ed in questo giorno ho visto Fini, Storace e fascisti vari ricordare la Shoah. Loro non c'entravano nulla, naturalmente ed il fascista storaciano Gramazio, da Israele diceva proprio che il fascismo non ha avuto nulla che fare con i crimini nazisti. Tutto questo si può dire perché i miei connazionali sono in maggioranza ignoranti senza voglia di istruirsi. Vale quindi la pena passare al Bignami del ricordo.

 

http://pinerolo-cultura.sail.it/gouthier/134campiitaliani.htm

CAMPI ITALIANI DI INTERNAMENTO
E DI DEPORTAZIONE

Non ci risulta esistere una qualche documentazione attendibile concernente i molti campi di concentramento impiantati.dalle autorità politiche e militari fasciste nei territori ex coloniali. Sono noti solo alcuni casi di internamento e di deportazioni di popolazioni ostili all'occupazione militare da parte delle nostre truppe, durante il periodo delle azioni belliche di conquista e, successivamente, contro le popolazíoni civili nelle aree controllate dai ribelli.

LUOGHI DI INTERNAMENTO IN ITALIA e norme legislative
In merito al territorio nazionale, a tutt'oggi è ignoto il numero e la dislocazione dei campi di internamento e di concentramento fascisti, edificati prima e dopo l'inizìo della guerra di aggressione del 1940. Più ricca ma dispersa la documentazione locale sui singoli campi, in particolare di quelli di maggiori dimensioni e importanza.
Dal 1929, due anni dopo l'entrata in vigore delle leggi di Pubblica sicurezza, viene istituito presso le prefetture del regno un "servizio schedario", con i nomi delle persone da arrestare perché,"sospetti in linea politica".
Sulla base di questi elenchi furono, in tempi vari, operati arresti dei "sovversivi", cioè dì persone "capaci di commettere azioni politiche criminose e di turbare l'ordine pubblico" imposto dalla dittatura. Con particolari norme sulle persone da internare o concentrare in appositi campi "allo scoppio della guerra".
Un numero consistente è costituito dagli irredentisti slavi, considerati anti italiani, quindi molto pericolosi.
Ai sospetti in linea politica si aggiunsero gli italiani di razza ebraica. All'inizio dei 1940 le prefetture furono invitate a fornire gli elenchi completi degli ebrei italiani considerati pericolosi e da internare. Dal ministero degli Interni, Buffarini Guidi scrisse al capo della polizia Bocchini "il Duce desiderava che si preparassero campi di concentramento anche per gli ebrei in caso di guerra".
Essendo internati soprattutto quelli "pericolosi", i provvedimenti avrebbero dovuto colpire solo gli ebrei di cittadinanza nemica. Ma non fu così.
Dal "Censimento degli ebrei stranieri" del 1938, risultavano schedate 4.124 persone (di cui 2.303.tedeschi, 402 austriaci, 279 polacchi, 640 di stati diversi). Successivarnerite, tra l'inizio del 1939 e il maggio 1940, entrarono in Italia oltre 5000 profughi ebrei di altra nazionalità.
L'8 maggio 1940, a soli due giorni dall'entrata in guerra a fianco dei nazisti, con un'altra circolare (n.442/112267) vengono emanate "le prescrizioni per i campi di concentramento e le località di confine".
Dopo l'occupazione della Jugoslavia nell'aprile 1941,"uomini, donne e bambini di ogni età (cittadini slavi o allogeni della Venezia Giulia) vennero deportati in massa per ridurre drasticamente l'appoggio popolare al movimento partigiano. Strappati ai loro affetti e alla loro base, essi subirono il sequestro dei loro beni e vennero sottoposti alla violenza preventiva e punitiva dello stato fascista.
Col procedere della guerra l'internamento interessò un numero sempre più alto di persone ed in alcuni campi la mortalità per fame e per stenti superò percentualmente quella che si ebbe nei lager nazisti non di sterminio" ("Storia contemporanea"- agosto 1941).
Telescritto in data 2 giugno 1942, dal Comandante la II Armata schierata in Jugoslavia, gen. Mario ROATTA: "In previsione future necessità Slovenia… giudico necessario che vengano predispostì nel Regno campi di concentramento per 20000 persone. Una parte capace complessivamente di 5.000 maschi adulti… Altra parte capace di 15.000 persone comprese donne e bambini, servirebbe per popolazioni da sgomberare da determinate zone a titolo precauzionale".
Altro dispaccio Roatta dell'8 settembre 1942: "l'internamento può essere esteso a prescindere dalle condizioni militari, fino allo sgombro di intere regioni...e di sostituire il posto con popolazioni italiane".
Primi campi di concentramento ad Arbe (Rab) - a cui ci riferiremo in seguito, sulla base di un preciso documento edito dall'Anpi di Torino -ed a Gonas in Venezia Giulia (per 14.000 persone). Nel luglio 1942, momento massimo della deportazíone, sono allestiti nuovi campi a Monigo (2.500 persone); a Chiesanuova di Padova (2.500, fra i quali 1.000 bambini); a Renici, Visco, Pietrifica, Tavernette, Brescia, Chieti, ecc. Molte le testimonianze che per ovvi motivi non possiamo citare (compreso un vecchio di 92 anni, bambini e partorienti).
Il 25 luglio 1943, con la caduta del regime fascista e la "scomparsa" di parte dell'apparato squadrista e repressivo della dittatura, suscitò fra i reclusi politici e razziali molte speranze sulla loro rapida liberazione, il ché avvenne il 27 luglio per gli ebrei italiani e solo una parte dei reclusi politici, altri furono messi in libertà solo in un secondo tempo. Il 10 settembre 1943, il capo della polizia, Senise, diede disposizione per l'uscita dai campi anche dei sudditi degli stati nemici (questa misura fu poi revocata dalla Rsi il 4 novembre dello stesso anno, ma la grande maggioranza era già fuori). Nell'Italia meridionale i campi ancora aperti venivano chiusi in concomitanza con lo sviluppo delle azioni militari alleate. Nel Centro-Nord l'occupazione da parte delle truppe tedesche e la criminale complicità di alcuni comandanti di campi filo-nazisti, comportò la deportazione nei campi di eliminazione.

CRIMINI DI GUERRA E CAMPI DI STERMINIO NELLA JUGOSLAVIA OCCUPATA

Già abbiamo ricordato, sempre nel n.38 di "Appunti" alcuni elementi concernenti crimini di guerra, stragi e distruzioni commessi in Slovenia. Gli ordini precisi, dati direttamente da Mussolini; le Disposizioni dell'Alto Commissario Grazioli, le disumane direttive del fanatico fascista comandante della II^ Armata, generale Mario Roatta e dal comandante del’XI Armata, generale Mario Robotti, le cui forze sono dislocate in Slovenia e in parte del litorale adriatico. Successivamente, Roatta sarà sostituito dal generale Antonio Gambara.
Il 6 aprile 1941 invasione nazista e fascista della Jugoslavia, con annessione all'Italia di parte dei territori della Slovenia e la capitale Lubiana, diventata dopo l'occupazione "Provincia di Lubiana". Nel mese di giugno erano presenti 71.159 militari italiani.
Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio 1941, con effettivi molto limitati (vengono successivamente indicate in 8-10 mila).
Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre 1941. Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, furono fucilate 2300 persone).
Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.
Terza grande offensiva dal 12 aprile al 15 giugno 1942, sotto la direzione del generale Roatta. Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.
Intensificazione delle azioni contro guerriglia in Slovenia da parte delle forze del XI^ Corpo d'Armata (quattro Divisioni italiane, con l'aggiunta dei fascisti sloveni della "Bela Garda" (Guardia Bianca). Sempre feroci le azioni di terrorismo contro i civili e la deportazione delle popolazioni di intere zone, senza distinzioni di sesso e di età.

Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista, nei 4.550 Km quadrati di questo territorio: Ostaggi civili fucilati .............................….. n. 1.500
Fucilati sul posto........................................ n. 2.500
Deceduti per sevizie...................................        n. 84
Torturati e arsi vivi……………………….        n. 103
Uomini, donne e bambini morti nei campi
di concentramento………………………….     n. 7000

Totale ………………………………………   n. 13087

I criminali di guerra che ordinarono ed eseguirono questa carneficina non furono neppure differiti ad un tribunale del nostro paese. Non un solo processo.

IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO NELL’ISOLA DI RAB (ARBE)

Con il diffondersi del movimento di liberazione, il Comando politico-militare fascista, incapace di distruggere le formazioni partigiane, si esercitò - come già detto - sulla popolazione civile.
Vennero creati diversi campi di concentramento: a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.
Il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d'Armata, il 7/7/1942: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende...oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone.
Venne edificato il primo campo di concentramento definito n.1, successivamente entrarono in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III è destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
La guardia armata dei campi dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d'Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.

Campo di concentramento di Arbe


Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l'autunno e l'inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l'acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab.
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell'Alto Commissario, Grazioli: "... mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale... ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre."
Il comandante di allora del’ XI corpo d'armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace".

Campo di concentramento di Arbe


"Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte".
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti "buoni ed umani… ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab...
Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono "spontaneamente e sorprendentemente: cantando", prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l'attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò improvvisamente un'ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione". Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana "Rab"; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.
Ps - Gran parte della documentazione sul campo di concentramento di Rab è stata ricavata dall'apposita indagine svolta dall'ANPI di Torino, sotto la presidenza di lsacco Nahoum (Milan).
                                                                                                                                                                   

I CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN ITALIA

Dal settembre/ottobre 1943 all’aprile 1945 i nazisti, in collaborazione con la polizia della Repubblica Sociale Italiana di Salò, hanno istituito e gestito, nell’Italia controllata da loro, tre campi di smistamento rispettivamente a Borgo San Dalmazzo, Fossoli e Bolzano. Da questi campi gli italiani rastrellati ed arresti a vario titolo venivano poi avviati ai Lager veri e propri, disseminati in Europa.

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Campo di Fossoli

L'area del campo di Bolzano, oggi

La caserma di Borgo San Dalmazzo dove era allestito il campo


Dopo l’occupazione nazista del 1943 i territori della Venezia Giulia vennero incorporati nell’Adriatisches Kustenland e fu creato a Trieste, nella Risiera di San Sabba, un vero e proprio campo di sterminio dotato di forno crematorio dove furono assassinate più di 5.000 persone.

LA RISIERA DI SAN SABBA ED ALTRI CAMPI ITALIANI…

Il 16 ottobre del 1943, con la complicità della polizia italiana, le truppe tedesche sequestrarono 1259 persone nel ghetto ebraico di Roma, di queste, poco più di 200 furono rilasciate perché non ebree o figli di matrimoni misti.
I restanti furono deportati ad Auschwitz, Birkenau: moltissimi di questi non superarono le selezioni e furono destinati alle camere a gas e in seguito ai forni crematori, solo 17 di loro sopravvissero.
Da quel momento, da quel giorno, la Repubblica di Salò o RSI (Repubblica Sociale Italiana) collaborava attivamente sul piano organizzativo ed ideologico, al programma nazista di sterminio sistematico degli ebrei, meglio noto come "soluzione finale" indetta da Hitler attorno al 1942.
In effetti, furono creati campi di concentramento anche nel nostro paese, cioè in Italia. Il primo campo di concentramento venne collocato a Pisticci (Macerata). Secondo alcuni dati dell’epoca furono una quarantina i campi di concentramento veri e propri distribuiti in vari parti d’Italia, inizialmente al sud e al centro - sud, poi con l’avanzare delle truppe alleate, al centro – nord.
I reclusi al 30 settembre 1942 risultavano 11735.
E’ noto per il centro- sud il campo di concentramento per ebrei di Ferramonte – Tarsia, costruito in zona paludosa e malarica. Vi sono numerose opere circa le condizioni di internamento e di salute, le variazioni nel tempo del numero dei detenuti. Rileviamo solo che al momento della sua liberazione da parte degli Alleati, nell’agosto 1943, erano presenti 2016 persone ( 1604 ebrei e 412 non ebrei. ) Altri campi erano collocati nelle regioni: Abruzzo, Molise, Marche, Umbria, Lazio, Lucania, Puglia e Calabria. La situazione dei detenuti, secondo i rapporti degli ispettori territoriali: "Le condizioni materiali dei detenuti peggiorò notevolmente e la sopravvivenza si basò essenzialmente sul mercato nero, esercitato generalmente dalla milizia fascista". Altri furono quello di Fossoli in provincia di Modena, inaugurato il 5 dicembre del 1943 oppure e quello di Bolzano e della Risiera di San Sabba di Trieste.

 

 

Cortile della RisieraEd è proprio di quest’ultimo che parleremo. La Risiera (grande complesso di edifici per la pilatura del riso) venne costruita nel 1913 nel periferico quartiere di San Sabba; questo venne dapprima utilizzato dai nazisti come campo di prigionia provvisorio per militari italiani catturati dopo l’8 settembre del 1943, giorno in cui fu reso noto l’armistizio che venne firmato segretamente il 3 a Cassibile in Sicilia; poi, verso la fine dell’ottobre, venne strutturato come Polizeihaft Lager cioè come campo di detenzione di polizia, destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni sequestrati, sia alla detenzione di ostaggi, partigiani, detenuti politici, ebrei…
Il primo stanzone posto alla sinistra nel sottopassaggio era chiamato "cella della morte". Qui venivano ammassati prigionieri trasportati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati a morire. Secondo alcune testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri che dovevano poi essere cremati.
Al pianterreno dell’edificio a tre piani, si trovano i laboratori di sartoria e di calzoleria dove venivano impiegati i prigionieri, camerate per ufficiali e militari delle SS, 17 microcelle destinate in particolare ai partigiani, ai politici e agli ebrei; queste ultime potevano contenere al massimo 6 detenuti, 2 di queste venivano usate ai fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato agli stessi prigionieri. Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte degli Alleati, dopo l’8 settembre 1943, la successiva trasformazione del campo in raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, la polvere, l’umidità e molte altre cause hanno fatto sparire la gran parte di questi tesori.
Nel secondo edificio a 4 piani venivano rinchiusi ebrei, prigionieri politici, militari, destinati alla deportazione in Germania per lo più a Dachau, Mauthausen ed Auschwitz… "Verso un tragico destino che pochi sono riusciti ad evitare".
A favore dei cittadini imprigionati nella Risiera ed in particolare di ebrei coniugati con cattolici intervenne il Vescovo di Trieste, Mons. Santin che in alcuni casi ebbe successo.
Nel cortile interno vi era l’edificio destinato alle eliminazioni con il forno crematorio unito da un canale sotterraneo alla ciminiera. Oggi, sull’impronta metallica della ciminiera sorge una costruzione in memoria della spirale di fumo che usciva dal camino.
Il forno, opera di Erwin Lambert fu collaudato il 4 aprile 1944, con l’inserimento di 70 ostaggi fucilati il giorno prima.
L’edificio del forno e la ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai tedeschi in fuga, per eliminare le prove dei loro crimini.
Tra le macerie furono rinvenute ossa, ceneri umane gettate in mare tra le quali quelle delle 5000 circa persone sterminate e la mazza la cui fotografia è ora esposta nel Museo.
Le esecuzioni usate probabilmente furono queste: gassazione in automezzi, fucilazioni, colpo di mazza alla nuca; ma non sempre la mazzata uccideva all’istante, per cui il forno cremò anche persone ancora in vita. Il fragore dei motori, musiche, latrati di cani…coprivano le grida ed i rumori delle esecuzioni.
Il fabbricato centrale di 6 piani era una finta caserma: al piano inferiore che ora è adattato a Museo, vi erano le cucine e la mensa, ai piani superiori c’erano le camerate per i militari tedeschi, ucraini ed italiani, questi ultimi impiegati per sorveglianza.
Il casolare, oggi adibito al culto di tutte le religioni, serviva un tempo da garage per i mezzi delle SS; qui forse stazionavano i neri furgoni, con lo scarico collegato all’interno, usati probabilmente per gassare le vittime.
Il piccolo edificio, posto a sinistra e all’esterno, costituiva il corpo di guardia e l’abitazione del comandante, oggi è l’abitazione del custode.
Le vittime in questo Lager italiano sono molte, circa 5000, ma la cifra è ben maggiore se si contano le persone prigioniere "di passaggio" verso altri campi o obbligate al lavoro che le distruggeva.
I tedeschi bruciarono in questo campo alcuni dei migliori "quadri" antifascisti.

IL LITORALE ADRIATICO

Dopo l’Armistizio la Venezia Giulia cessò di far parte dello Stato italiano e diventò un territorio amministrato dal Reich.
Il governo del "Litorale Adriatico", comprendente le province di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana, venne affidato da Hitler al Gauleiter della C. F. Rainer, nazista austriaco che odiava l’Italia.
L’ "alto commissario" Rainer assunse tutti i poteri politici ed amministrativi ed in poco tempo fissò le fondamenta della sua illimitata sovranità sottoponendo prefetti e podestà al controllo di "consiglieri" tedeschi.
Così le formazioni della milizia fascista passarono alle dipendenze delle SS, ma non si trasformeranno, come nella neo Repubblica Sociale Italiana fondata da Mussolini sul Lago di Garda con sede a Salò, in Guardia Nazionale repubblicana, ma prenderanno il nome di "Milizia Difesa territoriale".
Prima della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei a Trieste erano 5000.
Dopo le leggi razziali fasciste emanate nel 1938 da Mussolini, che vietavano agli ebrei di sposarsi con cittadini italiani "ariani", di entrare a far parte del servizio militare e delle cariche pubbliche e limitavano l’esercizio di attività economica e libere professioni, i perseguitati decisero di emigrare all’estero.
I nazisti riuscirono a deportare nei campi di sterminio circa 700 ebrei.
Di questi solo una ventina riuscì a sopravvivere. Il controllo poliziesco, la repressione politica, razziale ed antipartigiana vennero affidati alla supervisione delle SS il cui comandante, Odilo Lotario Globocnik era legato ad Himmler, il braccio destro di Hitler.
Con Globocnik arrivarono anche molti professionisti che avevano fatto parte delle varie operazioni di sterminio in Germania e Polonia.
Pochi giorni dopo l’8 settembre arrivò a Trieste Christian Wirt che con alcuni suoi uomini aveva partecipato all’eliminazione di "malati inguaribili".
Dopo la sua uccisione da parte dei partigiani gli subentrò August Dietrich Allers.
La presenza di un tale "Staff", eccezionale per responsabilità organizzative nella politica di sterminio europea nel "Litorale Adriatico" è giustificata dall’importanza che questo territorio aveva per il Reich. Il "Litorale Adriatico" fu l’ultima conquista europea dell’imperialismo nazista.
Trieste, l’Istria ed il Friuli costituivano una "cerniera" strategica fra il settore balcanico, il fronte italiano e la Germania meridionale.

IL PROCESSO

Il processo ai responsabili dei crimini commessi durante l’occupazione tedesca alla Risiera di San Sabba si è concluso a Trieste nell’aprile del 1976.
Qui il banco degli imputati rimase vuoto: alcuni di essi erano stati giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali.
August Dietrich Allers morì nel marzo del 1975, Oberhauser, il suo braccio destro, rimase a vendere birra a Monaco.
Il processo si concluse con la condanna di Oberhauser all’ergastolo.
Fu dunque inutile?
Al di là dell’impostazione fondata sulla distinzione tra "vittime innocenti" e "vittime non innocenti" resta il fatto che è scesa una coltre di silenzio per cui per oltre 30 anni non si è saputo niente del Lager di San Sabba.

IL MONUMENTO

L’architetto Romano Boico trasformò la Risiera nell’attuale Museo perché pensava che fosse squallida come l’interno periferico. Si è proposto di togliere e restituire, più che di aggiungere. Dopo aver eliminato gli edifici in rovina ha perimetrato il contesto con alte mura di cemento, articolate in modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso esistente.
Il cortile cintato si identifica come una basilica laica a cielo aperto.
L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato, le 17 micro-celle e quella della morte sono rimaste inalterate.
Nell’edificio centrale il Museo della Resistenza piccolo ma vivo e sopra di questo i vani per l’Associazione Deportati.
Nel cortile un terribile percorso in acciaio: l’impronta del forno, della base del camino e della ciminiera sulla quale sorge una simbolica pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.
La Risiera di San Sabba fu solo uno dei numerosi campi italiani come il Borgo San Dalmazzo, Fossoli e Bolzano.
Il primo era un campo provvisorio di raccolta.
Con l'8 settembre 1943 e la rittirata delle nostre truppe dai territori francesi occupati, alcuni reparti dislocati nel nizzardo, cercarono di ritornare in patria.
Al loro seguito si aggiunsero alcune famiglie ebraiche, costrette a "residenza forzata" in conseguenza delle misure razziali assunte dal governo collaborazionista di Vichy.
Essi cercarono di sistemarsi nella zona di Borgo San Dalmazzo, la quale venne occupata dalle truppe naziste, il cui comando ordinò a tutti gli ebrei di presentarsi, il 18 settembre, alla caserma del capoluogo, pena la fucilazione per loro e per chi li avesse ospitati.
Il 21 novembre alcune famiglie ebree, che non riuscirono a fuggire, vennero deportate nel campo di sterminio di Auschwitz.
Fossoli era un campo di raccolta e di smistamento per il centro-nord.
Già adibito a campo di internamento per prigionieri di guerra inglesi fino all' armistizio, venne trasformato in campo di raccolta, per il successivo invio nei lager dei detenuti politici e razziali. La capienza è di oltre 5000 persone. La prima deportazione di ebrei avvenne il 22 febbraio per Buchenwald. Altre partenze il 5 aprile, il 16 maggio, il 26 giugno, l' ultimo il 31 luglio 1944. Gli ebrei furono 2884. E' ignoto il numero dei deportati politici, prigionieri di guerra partigiani, civili. Si sa solo che in prevalenza questi ultimi venivano inviati a Mauthausen e gli Ebrei ad Auschwitz.
Bolzano era un campo di smistamento in territorio annesso al III Reich. Situato in territorio incluso nella Germania di Hitler, il campo era già operativo ai tempi di Fossoli da cui provenivano gran parte dei detenuti. Formato da diversi capannoni viene considerato il luogo dove si esercitò con maggiore ferocia e sadismo l'operato delle SS tedesche-italiane.

BIBLIOGRAFIA: da "Risiera di San Sabba, monumento nazionale"

Comune di Trieste
Schede di "Nemo" (Carlo Polliotti).

 

 


 

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampia.htm

I campi di concentramento italiani 1940-1943

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Il 4 settembre del 1940 Mussolini firma un decreto con cui vengono istituiti i primi 43 campi di internamento per cittadini di paesi nemici. In realtà in questi campi furono concentrate  varie categorie di persone. Gli ebrei italiani colpiti dal provvedimento non furono internati in quanto ebrei (anche se i provvedimenti d'internamento sottolineano sempre l'appartenenza alla "razza ebraica" della persona in questione), ma in quanto antifascisti militanti o soggetti ritenuti "pericolosi nelle contingenze belliche". Un'altra categoria è formata da stranieri sudditi di "paesi nemici", ebrei e non, che si trovavano in Italia allo scoppio della guerra, (inglesi, francesi, ma anche cinesi, spagnoli e altri) nonché da quegli ebrei stranieri che erano fuggiti dalle persecuzioni in atto nei loro paesi, residenti in Italia o di passaggio. Per ebrei stranieri si intendono anche cittadini italiani ebrei, non nati in Italia. Numerosi fra gli internati furono anche gli zingari. Infine, c'erano gli antifascisti schedati (condannati dal Tribunale speciale, ex confinati, ex ammoniti, ecc.), antifascisti arbitrariamente trattenuti a fine pena e altri arrestati per manifestazioni sporadiche di antifascismo.

Secondo gli studi più recenti, nel giugno 1940, al momento dell'entrata in guerra, in Italia erano presenti poco meno di 4.000 ebrei ed apolidi passibili del provvedimento di internamento. Si trattava di tedeschi, austriaci, polacchi, cecoslovacchi ed apolidi (divenuti tali in seguito alla revoca della cittadinanza italiana) che, nell'estate del '40, costituirono nella quasi totalità il primo grosso contingente di internati ebraici nei campi di concentramento fascisti. Tra il 1941 ed il '42, sarebbe giunto il secondo contingente dalle zone ex-jugoslave appartenenti allo stato croato o annesse all'Italia, composto da circa 2.000 ebrei, prevalentemente slavi, e nel quale vanno inclusi anche i 500 naufraghi del "Pentcho", battello fluviale partito da Bratislava nel maggio 1940 coll'improbabile proposito di raggiungere la Palestina ed incagliatosi, dopo sei mesi, nei pressi di Rodi.

Ma quanti furono i campi di concentramento in Italia? Renzo De Felice nel suo libro “Storia degli ebrei sotto il fascismo”, parla di circa 400 tra luoghi di confino e campi di internamento. Fabio Galluccio, nel suo saggio del 2002 "I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti" (NonLuoghi Editore), i lager in cui erano rinchiusi ebrei, dissidenti politici, stranieri, zingari e omosessuali, erano probabilmente quasi duecento, senza contare i luoghi di "semplice" confino. Non è stato ancora fatto un censimento attendibile. In ogni regione italiana  vi era almeno un campo. Questi campi potevano essere gestiti da civili o militari e potevano essere misti o solo femminili, come il campo di Lanciano (Chieti). I campi di concentramento fascisti erano situati prevalentemente nelle province di Teramo (Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tortoreto, Tossicia), Macerata (Pollenza, Urbisaglia, Tolentino, Treia, Potriolo), Campobasso (Agnone, Boiano, Casacalenda, Isernia, Vinchiaturo), Chieti (Casoli, Istonio, Lama dei Peligni, Lanciano, Tollo) e Avellino (Ariano Irpino, Monteforte Irpino, Solofra). Gli altri campi si trovavano a Fabriano e Sassoferrato (Ancona), Civitella della China a Renicci Anghiari (Arezzo), Alberobello e Gioia del Colle (Bari), Ferramonti di Tarsia (Cosenza), Bagno, Ripoli e Montalbano (Firenze), Manfredonia e Tremiti (Foggia), Ponza e Ventotene (Latina), Pisticci (Matera), Lipari

Il Macello, l'ex campo di concentramento di Manfredonia

(Messina), Chiesanuova (Padova), Ustica (Palermo), Colfiorito (Perugia), Città Sant'Angelo (Pescara), Castel di Guido (Roma), Campagna (Salerno) e Cairo Montenotte (Savona) [e San Bartolomeo (Rovigo), foto sotto].

 

I campiIl Campo di S. Bartolomeo  durante il periodo di internamento di concentramento erano situati in luoghi isolati e poco salubri, spesso in montagna dove l'inverno era rigido. Gli edifici adibiti a ospitare gli internati erano monasteri, ville requisite, fattorie, fabbriche dimesse, scuole, baracche, in un caso addirittura un cinema (Isernia) e un ex mattatoio (Manfredonia). In generale le condizioni di vita erano primitive e umilianti. Molti edifici presentavano una serie di problemi: freddo e umidità, mura pericolanti, pochissima luce, fornelli difettosi, finestre, pareti e tetti non isolati a sufficienza; a tutto ciò si aggiungeva il sovraffollamento, il vitto insufficiente e la presenza di cimici, pidocchi, ratti e scorpioni. L'assistenza sanitaria agli internati era prevista ma poteva essere concessa o rifiutata arbitrariamente, come avvenne nel caso di un'antifascista romana internata a Mercogliano (Avellino), malata di cuore, la cui domanda di sottoporsi a una radiografia toracica venne respinta dal Ministero dell'Interno.

 

I campi fascisti non erano dei lager ma unicamente dei campi di concentramento. Le condizioni di vita, già difficili e deprimenti per tutti, peggiorarono tuttavia ulteriormente con l'arrivo, nell'aprile del 1941, degli sloveni e croati rastrellati in seguito all'occupazione italiana della Jugoslavia.
Sull'elenco Crowcass, compilato dagli alleati angloamericani nel 1944/45 figurano oltre trenta nominativi di persone - direttori o funzionari dei campi di concentramento fascisti - ricercate dalle autorità jugoslave per crimini di guerra.
All'8 settembre del 1943 molti internati, in particolare gli sloveni e croati e gli ebrei stranieri, si trovavano ancora rinchiusi nei campi di concentramento e nelle località d'internamento, finendo così nelle mani dei nazisti che li deportarono in Germania o nei campi di sterminio in Polonia. Valga per tutti il caso di Davi Bivash di 54 anni, ebreo di origine greca internato a San Severino Marche (Macerata) e lì arrestato il 30 novembre 1943 da italiani. Il 5 aprile fu deportato dal campo di concentramento di Fossoli ad Auschwitz, da dove non è più tornato.

 

http://www.carnialibera1944.it/documenti/lagerfriuli.htm

Campi di concentramento in Friuli

Alessandra Kersevan

Durante la recente visita di Ciampi in Friuli-Venezia Giulia un emissario del Presidente ha avuto l’incarico di portare una corona al monumento ai morti nel campo di concentramento di Gonars. È stata la prima volta, probabilmente per insistenza dell’ANPI regionale, che un alto esponente dello Stato italiano ha ricordato l’esistenza dei campi di concentramento fascisti (il monumento di Gonars era stato costruito nell’83 per volontà della Repubblica Jugoslava). È un gesto fra l’altro che avviene in controtendenza rispetto a una campagna revisionista e antislava sempre più ossessionante. Comunque, qualsiasi sia stata la motivazione di Ciampi, per la gran parte della gente, non solo nel resto d’Italia, ma anche in Friuli, quel gesto è stato occasione di scoprire qualcosa di terribile del nostro passato.

La tragedia dei campi di concentramento fascisti è stata infatti in tutti questi anni nascosta o minimizzata, così come i crimini dell’esercito italiano nei paesi aggrediti, per alimentare invece il mito dell’"italiano buono e amato" anche se aggressore e vittima a sua volta degli aggrediti infoibatori. È un mito continuamente alimentato che oggi serve a puntellare una politica neoirredentista nei confronti dei paesi dell’ex Jugoslavia, che si basa su un rinascente razzismo antislavo, che si va diffondendo anche a sinistra (sintomatico e sconvolgente a questo proposito l’Espresso del 16/3/2000, che ha in copertina il titolo "Sicurezza: slavi maledetti", e poi nelle pagine centrali il reportage "Fortezza Italia", sulla situazione dell’Istria, dove i croati vengono definiti da un intervistato - con molta condiscendenza da parte dell’intervistatore - "i "drusi", i maiali, i comunisti titini").

Quando si va ad analizzare invece sui documenti ciò che ha fatto l’esercito fascista italiano nei paesi aggrediti, il quadro che ne esce è quello di un comportamento criminale. Qualche tempo fa inoltre sono stati trovati da chi scrive, durante una ricerca nell’Archivio di Stato di Udine, dei documenti della Commissione Censura della Provincia di Udine, da cui la situazione degli internati di Gonars e di Visco, i due campi di concentramento del Friuli, risulta semplicemente sconvolgente. Una breve premessa storica permetterà a tutti di inquadrare i fatti e comprendere appieno i documenti.


1941: l’invasione della Jugoslavia


Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono la Yugoslavia. C’è una immediata reazione e l’inizio della resistenza jugoslava.

La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Paveliç come primo ministro.

In Slovenia già dall’ottobre del 1941 il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni.

I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31, di cui 26 in Italia, e vi morirono oltre 7.000 persone. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.


Il campo di concentramento di Gonars


Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già nel dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte illuminavano a intervalli di pochi minuti il campo e il circondario. Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano.

All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano in prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia.

Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200 g di pane. "La gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame", scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri. (…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (…) Il maggiore medico Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di questa gente morirà, se prima non vengono liberati. (…) Una scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come mosche." Così scriveva ancora padre Tomec.
E di una epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura che si trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura). Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale, non sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si sa anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in questo campo 4.000 persone, che in maggio, come risulta sempre da questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare "Viva la Russia."

Mentre sul campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi che, seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente, ma la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi.

I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43.



 

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1b.htm

IL CAMPO DI GONARS

Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già nel dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte illuminavano a intervalli di pochi minuti il campo e il circondario. Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano.

All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano in prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia.

Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200g di pane. "La gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame", scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri. (…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (…) Il maggiore medico Betti mi ha detto che in due mesi il

Campo di concentramento di Gonars (Udine)

 60% di questa gente morirà, se prima non vengono liberati. (…) Una scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come mosche." Così scriveva ancora padre Tomec. E di una epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura che si trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura). Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale, non sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si sa anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in questo campo 4000 persone, che in maggio, come risulta sempre da questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare "Viva la Russia"". Mentre sul campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi che, seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente, ma la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi. I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43. (a cura di Alessandra Kersevan)

(dai siti Pinerolo Cultura e rossaprimavera.org)


 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/view/2793

Pulizia etnica all’italiana

10.02.2004   

Tra il ‘42 ed il ’43 il nostro esercito internò nel campo di Gonars migliaia di persone: quasi 500 morirono in pochi mesi. Il progetto: ripopolare il territorio sloveno con italiani. Un articolo di Alberto Bobbio pubblicato su Famiglia Cristiana.

 

            E’ una storia rimossa che emerge oggi, 65 anni dopo, con grande difficoltà dalle pieghe della memoria. E’ la storia della pulizia etnica all’italiana, che ha lo stesso linguaggio, nasce dalle stesse intenzioni e procede con le stesse azioni dei signori della guerra nei Balcani dell’ultimo decennio del secolo appena passato. Cambiano i nomi, ma quello dell’alto commissario fascista di Lubiana, annessa al Regno d’Italia nel 1941, Emilio Grazioli, potrebbe essere equivalente a quelli di Milosevic o Karadzic, e a quelli dei generali Mario Robotti e Mario Roatta al generale serbo Ratko Mladic o al croato Ante Gotovina, criminali di guerra.

Partigiani Sloveni uccisi da soldati italiani


Ma nessun militare né civile italiano è mai stato processato da un tribunale. L’Italia si è assolta e l’amnistia del dopoguerra non ha permesso neppure di conservare la memoria giudiziaria dei fatti. Ora qualcosa lentamente riemerge e il difetto di conoscenza e di coscienza collettiva è tragico. Alessandra Kersevan, ex insegnante di scuola media in Friuli, ricercatrice a contratto in didattica delle lingue all’Universitа di Trieste, ha pubblicato, con il contributo del Comune di Gonars, uno straordinario studio sul campo di concentramento fascista di quel paese, ricostruendo tutta la storia della "pulizia etnica all’italiana" in Slovenia e in Croazia.

Soldati italiani con dei partigiani uccisi

Spiega la Kersevan: “Ho lavorato per 15 anni negli archivi sloveni a Lubiana, all’archivio di Stato di Udine e in quelli dell’Esercito italiano a Roma. Gonars è una faccenda tutta italiana. Tra il 1942 e il ’43 vennero internate migliaia di persone, rastrellate dall’Esercito italiano, donne, vecchi, bambini. Quasi 500 morirono in pochi mesi”.

Militari italiani con ostaggi fucilati


Ma Gonars, come le altre decine di campi di concentramento fascisti, rimase invisibile nell’Italia del dopoguerra. Spiega il professor Spartaco Capogreco, docente alla facoltà di Scienze politiche dell’Università della Calabria, il maggior esperto dei campi di

Un graduato italiano malmena un ostaggio condotto alla fucilazione

 concentramento fascisti, di cui a febbraio uscirа per Einaudi il volume I campi del Duce: “E’ una storia di minimizzazioni e amnesie, che hanno offuscato gravi e precise responsabilità e che hanno contribuito all’affermazione di un pregiudizio, quello della naturale bontà del soldato italiano. Va anche rilevato il potente effetto assolutorio di

Ostaggi jugoslavi in attesa della scarica del plotone di esecuzione ...

Arrivano i primi proiettili ...

Il massacro è compiuto

Particolare ...

 Auschwitz nei confronti degli altri campi di concentramento. Ma ciò non giustifica l’oblio, né della politica di internamento fascista né della pulizia etnica all’italiana”.

Un partigiano jugoslavo attende la scarica del plotone di esecuzione italiano

Il plotone lo ha solo ferito ...

Dopo il colpo di grazia

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e Grazioli fanno circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la cittа diventa così un immenso campo di concentramento. Robotti spiega al Duce il suo "metodo deciso": “Gli uomini sono nulla”, e comunica la sua intenzione di “arrestare in blocco gli studenti di Lubiana”. I rastrellamenti sono operati dai Granatieri di Sardegna. Il generale Orlando, comandante della divisione, prevede lo sgombero delle persone “prescindendo dalla loro colpevolezza”.
Alla fine di giugno Orlando comunica che con l’arresto di “5.858 persone si è tolto dalla circolazione un quarto della popolazione civile di Lubiana”. Scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in un promemoria che Alessandra Kersevan ha rintracciato a Roma: “Continua caotico e disorientato il procedimento dei fermi… La popolazione vive in uno stato di vero incubo”.

27 luglio 1942: Zavrh Cerknici. Quattro ostaggi si scavano la fossa prima della fucilazione da parte di militari italiani

31 luglio 1942: Loska Dolina (Krizna Gora). Truppe italiane fucilano ostaggi

La filosofia della pulizia etnica era stata indicata nella circolare "3C" del generale Roatta: “Internamento di intere famiglie, uso di ostaggi, distruzione di abitati e confisca di beni”.

Slovenia 1942. Militi fascisti e belagardisti conducono un prigioniero alla fucilazione ...

Il cappellano militare assiste il condannato ...

Il plotone di esecuzione composto da militari italiani e belagardisti fa fuoco ...

... mentre il condannato attende.


“Internamento di massa”.

 Il 24 agosto 1942 Grazioli prospettava al ministero dell’Interno “l’internamento di massa della popolazione slovena” e la sua “sostituzione con la popolazione italiana”. Robotti spiega ai comandanti: “Non importa se all’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Quindi sgombero totalitario. Dove passate, levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l’ha voluto lei, quindi paghi”.
In un altro rapporto, Robotti lamentava: “Si ammazza troppo poco”. Roatta raccomandava l’uso dell’aviazione e dei lanciafiamme per distruggere i paesi.
Il campo di Gonars, allestito per gli arrestati sloveni, in poche settimane è pieno. In estate viene approntato in fretta e furia il campo di tende sull’isola di Rab: donne, vecchi e bambini sono ospitati in condizioni disumane.
Il vescovo di Krk, monsignor Srebnic, il 5 agosto 1943 in una lettera al Papa parlerà di più di “1.200 internati morti”. Alla fine del 1942 il sottosegretario all’Interno Buffarini dа notizia al Duce che “50.000 elementi sloveni” sono stati internati in Italia.
Nell’autunno 1942 la diocesi di Lubiana fa arrivare alla Santa Sede un documento dal tono molto preoccupato, che chiedeva interventi per evitare che i campi “diventino accampamenti di morte e di sterminio”. Il Vaticano la inoltra al ministero dell’Interno fascista. Risponde proprio il generale Roatta, minimizzando la situazione, contestando i dati e rimproverando il Vaticano: “Molte delle lagnanze affacciate dal Vaticano sono destituite di fondamento. I comandi militari non hanno bisogno di suggerimenti per quanto riguarda i doveri di umanità”.
Più volte la Chiesa cattolica interviene a favore degli internati sloveni nel campo di Gonars, che alla fine del 1942 sono oltre 6.000. I vescovi di Lubiana, Rozman, di Gorizia, Margotti, e di Krk, Srebnic, sollecitano un’iniziativa della Santa Sede. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Luigi Maglione, invia a Gonars il nunzio apostolico in Italia Borgoncini-Duca, il quale però non riesce a capire le reali condizioni di vita e scrive che “il vitto non manca e l’acqua è abbondante”.
Altre testimonianze raccolte da Alessandra Kersevan sono assai diverse. Il segretario dell’arcivescovo di Zagabria Stepinac, don Lackovic, nel ’43 denuncia alla Croce Rossa italiana che a “Gonars si trovano oltre 4.000 croati, in maggioranza donne e bambine che soffrono molto e muoiono in gran numero”. Il salesiano padre Tomec descrive al Comitato di assistenza di Gorizia la terribile situazione di Gonars in una lunga relazione: “La gente muore di fame. La minestra è acqua nella quale nuotano due chicchi di riso e due maccheroni”. E chiede la possibilitа di inviare pacchi di viveri ai prigionieri.
Il 27 marzo 1943 il prefetto di Udine impone all’Autorità ecclesiastica di bloccare i pacchi per evitare che “aiuti siano prodigati a una razza siffatta che non ha mai nutrito, né nutre, sentimenti favorevoli all’Italia”. E a Lubiana Grazioli ordina di “far cessare ogni assistenza in favore degli internati”.


Punizioni, torture, orrore

Slavko Malnar, ex internato a Gonars, ha raccontato alla Kersevan: “Avevo 6 anni e pesavo 13 chili. Con altri bambini cercavamo il cibo nei bidoni della spazzatura. Se trovavamo qualche grosso osso lo spaccavamo per succhiare il midollo. Mia madre era incinta. Mio fratellino è nato il 3 febbraio 1943. E’ morto qualche mese dopo”. Poi c’erano le punizioni, le torture, insomma, l’orrore di ogni campo di concentramento.
Oggi non c’è più traccia del campo di Gonars. Nel cimitero del paese sono sepolti 400 internati, ricordati da un grande sacrario costruito nel 1973.
Spiega il sindaco Ivan Cignola: “Ricordare la tragedia e riconoscerne le responsabilitа italiane non è solo un problema storico, ma anche di sensibilità civile”. Tutti i protagonisti di questa vicenda non sono mai stati incriminati: Emilio Grazioli venne arrestato dopo la guerra per due eccidi commessi in provincia di Ravenna. Le accuse circa il suo operato a Lubiana non vennero menzionate. Tornato subito in libertà, sparì.
Dei vari comandanti del campo di Gonars solo l’ultimo, il capitano Macchi, noto per la sua ferocia, venne ucciso dai partigiani nel 1944. Il generale Robotti è morto ed è stato dimenticato.
Il generale Roatta riparò in Spagna. Poi usufruì di un’amnistia. Una sua foto è tuttora appesa alle pareti dell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
 

Alberto Bobbio – Famiglia Cristiana
 




http://www.radicalidisinistra.it/i/campagne/memo04/dossier/delboca.htm

Italiani brava gente?

I campi nacquero grazie all’Italia fascista con l’occupazione in Africa negli anni ‘30, prima che in Germania. Lunga la lista delle dimensioni di crimini commessi dall'Italia fascista nella costruzione del suo impero, in nome della "superiore civiltà italica" e della sua "missione civilizzatrice", in Africa (Libia, Etiopia, Somalia). Attraverso i commenti di testimoni e storici possiamo risalire ai massacri di civili, alla distruzione di interi villaggi, allo sterminio delle élite intellettuali e politiche, all’ uso sistematico di armi chimiche, alla distruzione delle colture e del bestiame per ridurre alla fame la popolazione, alle deportazioni e ai campi di concentramento con una mortalità che arrivò sino al 50% degli internati. Una serie di orrori, incontestabilmente provati da documenti ufficiali e testimonianze di sopravvissuti, con un bilancio, arrotondato per difetto, di circa 300.000 etiopi, 100.000 libici uccisi.


"Italiani brava gente"?
di Angelo Del Boca

 

"Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di iprite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia. Una politica coloniale all'insegna del mito sugli «italiani, brava gente». L'Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l'«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista." I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell'Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini.

E' un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente.

Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa.

Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista.

Negli stessi anni i francesi demolivano, l'uno dopo l'altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon.

Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell'attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati.

Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso.

Come dimenticare le repressioni del maggio 1945, nella regione di Costantina, a causa delle quali persero la vita dai 20 ai 50mila algerini? E la caccia al malgascio, dopo l'insurrezione del 1947, che fece, secondo le stime dello stesso Alto Commissario in Madagascar, Pierre de Chevigné, «più di centomila morti»? E che dire della campagna contro i Mau Mau del Kenya, fra il 1952 e il 1956, con un bilancio di 10.527 uccisi e 77mila incarcerati? Ma un autentico genocidio di un popolo si sarebbe verificato in Algeria, fra il 1954 e il 1961, quando i francesi, nel folle, antistorico tentativo di conservare alla Francia la sua più antica colonia, scatenavano una guerra che avrebbe causato un milione di morti.

Tanto nel periodo della liberaldemocrazia che durante i vent'anni del regime fascista, il comportamento dell'Italia nelle sue colonie di dominio diretto non fu dissimile da quello delle altre potenze coloniali. Impiegò i metodi più brutali sia nelle campagne di conquista che nel periodo successivo, stroncando ogni tentativo di ribellione. Con l'avvento del fascismo, poi, le condizioni dei sudditi coloniali si fecero ancora più precarie, soprattutto perché fu messa a tacere in Italia l'opposizione, tanto in Parlamento che negli organi di informazione. Grazie infine alle più capillari pratiche censorie, furono tenuti nascosti agli italiani episodi di inaudita gravità, come, ad esempio, la deportazione di intere popolazioni del Gebel cirenaico, la creazione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, l'uso dei gas durante il conflitto italo-etiopico, le tremende rappresaglie in Etiopia dopo il fallito attentato al viceré Graziani.

Quando Mussolini arrivò al potere, la riconquista della Libia era appena iniziata, mentre sulle regioni centrali e settentrionali della Somalia il dominio italiano era soltanto virtuale. A Mussolini, più che ai suoi generali, va dunque la responsabilità di aver adottato i metodi più crudeli per riconquistare le colonie pre-fasciste e per dare, con l'Etiopia, un impero agli italiani.

a)

L'impiego degli aggressivi chimici. Usati sporadicamente in Libia, nel 1928, contro la tribù dei Mogàrba er Raedàt, e nel 1930, contro l'oasi di Taizerbo, i gas vennero invece impiegati in maniera massiccia e sistematica durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36 e nelle successive operazioni di «grande polizia coloniale» e di controguerriglia. L'Italia fascista aveva firmato a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque paesi, un trattato internazionale che proibiva l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, ma, come abbiamo visto, neppure tre anni dopo violava il solenne impegno usando fosgene ed iprite contro le popolazioni libiche.

In Etiopia le violazioni furono così numerose e palesi da sollevare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Le prime bombe all'iprite furono lanciate sul finire del 1935 per bloccare l'avanzata dell'armata di ras Immirù Haile Sellase, che puntava decisamente all'Eritrea, e quella di ras Destà Damtèu, che aveva come obiettivo Dolo, in Somalia. In tutto, durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36, furono sganciate su obiettivi militari e civili 1.597 bombe a gas, in prevalenza del tipo C.500-T, per un totale di 317 tonnellate. Altre 524 bombe a gas furono lanciate, tra il 1936 e il 1939, durante le operazioni contro i patrioti etiopici. Se si aggiunge, infine, che durante la battaglia dell'Endertà furono sparati dalle batterie di cannoni di Badoglio 1.367 proiettili caricati ad arsine, non si è lontani dal ritenere che in Etiopia siano stati impiegati non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici.

b)

I campi di sterminio. Con il fascismo le vessazioni nei confronti degli indigeni raggiunsero livelli mai prima segnalati. Dall'esproprio dei terreni, dalla confisca dei beni dei «ribelli», dal diffuso esercizio del lavoro forzato, si passò alla deportazione di intere popolazioni e alla loro segregazione in campi di concentramento, che soltanto la cinica prosa dei documenti ufficiali aveva il coraggio di definire «accampamenti». Il più noto e drammatico di questi trasferimenti coatti avvenne in Cirenaica nel 1930, dopo che Graziani aveva fallito il tentativo di domare la ribellione capeggiata da Omar el-Mukhtàr. Su ordine del governatore generale Badoglio, il quale era convinto che la rivolta si sarebbe potuta infrangere soltanto spezzando i legami tra gli insorti e le popolazioni del Gebel cirenaico, Graziani predisponeva il trasferimento di 100mila civili dalla Marmarica e dal Gebel el-Ackdar ai campi di concentramento che aveva fatto costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali dall'Africa del Nord. Quando i lager vennero definitivamente sciolti nel 1933, i sopravvissuti erano appena 60mila. Gli altri 40mila erano morti durante le marce di trasferimento, per le pessime condizioni sanitarie dei campi (per i 33mila reclusi nei lager di Soluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c'era un solo medico), per il vitto insufficiente e spesso avariato, per le inevitabili epidemie di tifo petecchiale, dissenteria bacillare, elmintiasi, per le violenze compiute dai guardiani e per le esecuzioni sommarie per chi tentava la fuga.

I campi di sterminio nella Sirtica non furono i soli. Memore della loro macabra efficacia, Graziani ne istituì uno anche in Somalia, a Danane, a sud di Mogadiscio. Secondo Micael Tesemma, un alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico, che fu recluso a Danane per tre anni e mezzo, dei 6.500 etiopici e somali che si avvicendarono nel campo, tra il 1936 e il 1941, 3.171 vi persero la vita.

Un secondo campo fu istituito nell'isola di Nocra, in Eritrea. Qui le condizioni di vita erano anche più intollerabili, perché i detenuti erano costretti al lavoro forzato nelle cave di pietra, con temperature che a volte raggiungevano i 50 gradi. L'alto tasso di mortalità a Nocra era causato principalmente dalla malaria e dalla dissenteria, poi dal cattivo nutrimento e dalle insolazioni.

c)

Le stragi. L'intera storia delle conquiste coloniali italiane è punteggiata da stragi e da esecuzioni sommarie. Ma vi sono episodi che emergono per la loro spiccata gravità. Nella notte del 26 ottobre 1926, ad esempio, avendo saputo che lo scek Ali Mohamed Nur, un capo religioso ostile all'Italia, era sfuggito all'arresto e si era barricato con i suoi seguaci nella moschea di El Hagi, a Merca, una cinquantina di coloni italiani di Genale, ex squadristi, armati di moschetti e di fucili da caccia, puntò su Merca, circondò la moschea e trucidò tutti i suoi occupanti, un centinaio di somali. Il massacro sarebbe stato anche più ingente se, al mattino, a sostituire gli squadristi, che intendevano liquidare tutta la popolazione indigena della zona, non fossero intervenuti i reparti dell'esercito.

Dalla Somalia passiamo alla Libia. Nel febbraio del 1930, alla fine delle operazioni per la riconquista del Fezzan, Graziani spinse un migliaio di mugiahidin, con le loro famiglie, verso il confine con l'Algeria e poiché non fece in tempo ad intrappolarli, per due giorni consecutivi lanciò tutti gli aerei a sua disposizione sulle mehalla in fuga. Fu una carneficina, come testimonia lo stesso inviato de Il Regime Fascista, Sandro Sandri, il quale assistette ai bombardamenti e mitragliamenti del «gregge umano composti, oltreché degli armati, da una moltitudine di donne e bambini».

Ma è in Etiopia, nel cristiano e millenario impero del Prete Gianni, che furono consumati i più orrendi eccidi, alcuni dei quali non ancora studiati a fondo per cui il numero delle vittime potrebbe ancora aumentare. Cominciamo con le stragi compiute ad Addis Abeba dopo l'attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Graziani. Per tre giorni, su ordine del segretario federale della capitale, Guido Cortese, fu impartita agli etiopici, che erano assolutamente estranei all'attentato, una «lezione indimenticabile». Alla selvaggia repressione presero soprattutto parte camicie nere, civili italiani ed ascari libici e fu condotta, come riferisce un testimone degno di fede, il giornalista Ciro Poggiali, «fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista». Quando, il 21 febbraio, Graziani diramò, dall'ospedale in cui era stato ricoverato per le ferite subite, l'ordine di cessare la rappresaglia, la capitale era disseminata di cadaveri. Mille morti, secondo Graziani; da 1.400 a 6.000, secondo le stime dei testimoni stranieri; 30mila, a sentire gli etiopici.

Cessata la strage in Addis Abeba, la repressione continuò in tutte le altre regioni dell'impero. Si dava soprattutto la caccia agli indovini e ai cantastorie, ritenuti responsabili di aver annunciato nelle città e nei villaggi la fine prossima del dominio italiano in Etiopia. Secondo una relazione del colonnello Azolino Hazon, la sola arma dei carabinieri passò per le armi, in meno di quattro mesi, 2.509 indigeni. Alle operazioni repressive partecipò anche l'esercito. Al generale Pietro Maletti venne infatti affidato l'incarico di punire i religiosi della città conventuale di Debrà Libanòs, ingiustamente sospettati di aver favorito l'attentato a Graziani ospitando i due esecutori materiali, gli eritrei Abraham Debotch e Mogus Asghedom. Tra il 18 e il 27 maggio 1937 Maletti portò a termine la sua missione fucilando 449 monaci e diaconi.

Queste cifre le abbiamo desunte dai dispacci che Graziani inviava quotidianamente a Mussolini, e fino a qualche tempo fa le ritenevamo attendibili poiché Graziani ha sempre avuto la tendenza a non celebrare, e soprattutto a non ridurre, le cifre della sua macabra contabilità. Il viceré, infatti, commentando la strage di Debrà Libanòs non aveva mostrato alcuna reticenza nel sottolineare l'estremo rigore della punizione: «E' titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo prete o monaco».

Ma dovevo sbagliarmi sulle cifre della strage. Due miei collaboratori, Ian L. Campbell, dell'Università di Nairobi, e Degife Gabre-Tsadik, dell'Università di Addis Abeba, compivano fra il 1991 e il 1994 alcuni accurati sopralluoghi nelle località in cui Maletti decimò il clero copto e giunsero alla conclusione, dopo aver intervistato alcuni superstiti della strage e alcuni testimoni delle operazioni di Maletti, che le cifre riferite da Graziani erano del tutto inattendibili. In realtà, le mitragliatrici di Maletti hanno abbattuto a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa, non 449 tra preti, monaci, diaconi e debteras, ma un numero di religiosi che si aggira tra i 1.423 e i 2.033. Data la serietà dei due ricercatori e il numero delle testimonianze raccolte, nel 1997 pubblicavo il loro lungo rapporto sul numero 21 di «Studi Piacentini».

Questa non è che una sintesi molto lacunosa dei torti che l'Italia fascista ha fatto alle popolazioni africane da essa amministrate. Dovremmo infatti anche parlare delle leggi razziali, che confinavano gli indigeni nei loro ghetti, anticipando di vent'anni i rigori e gli abusi dell'apartheid sudafricana. Dovremmo ricordare i limiti imposti all'istruzione, tanto che in settant'anni di presenza italiana in Africa nessun indigeno ebbe la facoltà e i mezzi per ottenere un diploma o una laurea. Dovremmo infine ricordare che ai sudditi africani erano riservati soltanto ruoli subalterni, i più modesti ed umilianti. Un fatto del genere non accadeva nelle colonie africane della Francia e della Gran Bretagna.

Questi crimini furono accuratamente nascosti agli italiani con tutti gli strumenti di cui può disporre una dittatura. E se qualche verità filtrava all'estero, ad esempio sui gas impiegati in Etiopia, il regime reagiva rabbiosamente sostenendo che un popolo che stava portando la civiltà in Africa non poteva macchiarsi di tali infamie.

Molti testimoni italiani di stragi o dell'impiego delle armi chimiche si decideranno a svelare i loro segreti soltanto trenta, quaranta, cinquanta anni dopo gli avvenimenti e sempre con qualche reticenza. Altri, invece, e sono i più numerosi, non hanno mai testimoniato sui crimini, perché non li ritenevano tali, ma li consideravano normali pratiche per tenere a freno popolazioni che giudicavano barbare. Molti, fra costoro, si sono fatti fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli teste mozze di patrioti etiopici.

Questa macabra, allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba e proviene dagli uffici degli organi giudiziari italiani scampati alle distruzioni della guerra, o dai portafogli degli italiani finiti prigionieri degli etiopici alla caduta dell'impero.

Il mito degli «italiani brava gente» cominciò ad affermarsi quando ancora l'Italia era impegnata in Africa a difendere i suoi territori. Se si sfogliano le riviste coloniali dell'epoca si nota l'insistenza con la quale il regime fascista cercava di accreditare la tesi dell'italiano impareggiabile costruttore di strade, ospedali, scuole; dell'italiano che in colonia è pronto a deporre il fucile per impugnare la vanga; dell'italiano gran lavoratore, generoso al punto da porre la sua esperienza al servizio degli indigeni. Si tentava, insomma, di costruire il mito di un italiano diverso dagli altri colonizzatori, più intraprendente e dinamico, ma anche più buono, più prodigo, più tollerante. Insomma il prodotto esemplare di una civiltà millenaria, illuminato dalla fede cattolica, fortificato dalla dottrina fascista. Questo mito sopravviverà alla sconfitta nella seconda guerra mondiale e impregnerà tutti i documenti che i primi governi della Repubblica presenteranno alle Nazioni unite o ad altre assise internazionali nel tentativo, fallito, di salvare, se non tutte, almeno le colonie prefasciste.

Non soltanto resisteva il mito degli «italiani brava gente», ma si impediva con ogni mezzo che si svolgesse nel paese un sereno e costruttivo dibattito sul colonialismo. Gli effetti del mancato dibattito sono visibili, come sono palesi i danni arrecati. Il primo dato negativo è la rimozione quasi totale, nella memoria e nella cultura storica dell'Italia, del fenomeno dell'imperialismo e degli arbitri, soprusi, crimini, genocidi ad esso connessi. A 117 anni dallo sbarco a Massaua del colonnello Tancredi Saletta, a 91 dallo sbarco del generale Caneva a Tripoli, a 67 dall'aggressione fascista all'Etiopia, l'Italia repubblicana non ha ancora saputo sbarazzarsi dei miti, delle leggende, delle contraffazioni che si sono formate nel periodo coloniale, mentre una minoranza non insignificante di reduci e di nostalgici li coltiva amorevolmente e li difende con iattanza.

Non soltanto è stato contrastato ogni tentativo di aprire un dibattito a livello nazionale sul colonialismo, che coinvolgesse storici, forze politiche ed opinione pubblica, ma si è anche tentato, da parte di alcune istituzioni dello Stato, di esercitare il monopolio su alcuni archivi per impedire che affiorasse la verità, mentre una storiografia di segno moderato o revanscista favoriva palesemente la rimozione delle colpe coloniali.

A quando i processi postumi ai Badoglio, ai Graziani, ai De Bono, ai Lessona, ai Cortese, ai Maletti e a tutti gli altri responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti? A quando la verità nei libri di testo scolastici, che ignorano persino l'argomento? A quando la proiezione sulla Tv di Stato dell'inchiesta televisiva «Fascist Legacy» di Ken Kirby e Michael Palumbo sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani? Come è noto, la Rai-Tv acquistò questo filmato dalla Bbc molti anni fa ma non lo ha mai trasmesso. Perché? Per quali veti? Per quale ipocrita riserbo? Per quale motivo è ancora proibito proiettare nelle sale Il Leone del deserto, il film di Akkad che narra l'epopea tragica di Omar el-Mukhtàr, impiccato da Graziani nel lager di Soluch?


Italiani brava gente?
  I campi di concentramento italiani in Africa. Di Angelo Del Boca

I campi di internamento fascisti per ebrei. Di Carlo Spartaco Capogreco
Lager in Italia dal '43 al '45 a. Di Fabio Galluccio


 

http://www.radicalidisinistra.it/i/news/i-e25112003.htm

La memoria dell'Italia e la marcia su Gerusalemme di Fini: il silenzio sui 250 auchwitz italiani

Parlare dei circa 250 campi di concentramento in Italia per ebrei, zingari, slavi, omosessuali, cittadini appartenenti a paesi nemici è sempre complesso. Complesso perché  nonostante il mio piccolo libro (I lager in Italia, ed. nonluoghi), circoli nelle librerie, con molte difficoltà di distribuzione, dal settembre 2002 e pochi altri libri parlino del fenomeno (ultimo quello ristampato da Mursia di Carlo Spartaco Capogreco sul campo per slavi di Renicci in Toscana) o articoli recenti citino l'argomento come quello di "Rinascita della sinistra" sul campo di Arbe in Croazia o la citazione di Giorgio Bocca sulla sua rubrica di " L'Espresso" sul campo di Gonars in Friuli Venezia Giulia, il tema appare sfiorato dagli storici, e solo da recente, probabilmente anche a seguito del revisionismo da parte della destra. Dal 1940 (anche se di campi di concentramento in Italia si comincia a parlare con quelli terribili istituiti da Rodolfo Graziani in Africa nel 1930 dove morirono migliaia di persone), poco dopo la proclamazione della guerra, furono istituiti per decreto circa 40 campi che via via aumentarono, soprattutto dopo l'occupazione della Slovenia, della Croazia, dell'Albania e della Grecia da parte delle truppe italiane. Successivamente con la Repubblica Sociale italiana, il ministro degli interni Buffarini Guidi chiese di istituire in tutte le province della repubblica almeno un campo di concentramento per racchiudere gli ebrei. Perchè dopo la guerra su tutto questo sia stato steso un velo di silenzio e soprattutto perchè questi luoghi siano stati totalmente dimenticati dalla memoria locale e collettiva è uno dei grandi misteri che si unisce a quello della mancata epurazione di molti gerarchi fascisti che rimasero al loro posto o che addirittura furono collacati in posti importanti della rinata democrazia. Solo pochi anni dopo la guerra, nel 1953, Graziani divenne presidente del MSI. Si pensi che da tutti i campi del centro nord (basta sfogliare la monumentale opera "Il libro della memoria" di Liliana Picciotto Fargion, ed. Mursia) le persone concentrate in questi campi furono deportate verso lo sterminio in Germania. Le vicende di questi giorni che vedono gli eredi del fascismo nel governo del Paese insieme a pericolose ideologie mediatiche e xenofobe e la pericolosa involuzione antidemocratica e anticostituzionale a cui tutti assistiamo, fa ritornare ossessivamente alla memoria quanto amava dire la filosofa tedesca Hannah Arendt: "Un popolo che non ha memoria è costretto a ripetere gli stessi errori del passato". Proprio nell'ultimo numero di "Internazionale" (21-27 novenbre 2003) il corrispondente tedesco di N-Tv e di alcuni canali televisivi pubblici della Germania, Udo Gumpel, ci ricorda l'assurda storia del cosiddetto "armadio della vergogna", l'armadio con le ante rivolto contro il muro, scoperto nel 1994 nei locali del Palazzaccio, il vecchio Palazzo di giustizia romano. In quell'armadio sono stati sepolti e "archiviati" centinaia di documenti che riguardavani le stragi nazi-fasciste in Italia. Un armadio, come scrive Gumpel, "che fa vergogna alla giustizia, ma anche ai mass media", che hanno steso un velo profondo di silenzio. Certo in questa incredibile dimenticanza, come in questo ritorno ad un passato, che speravamo estirpato, pesa indubbiamente il ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, ieri come oggi. Come mai la Chiesa affittava senza problemi etici o morali, propri edifici per campi di concentramento allo Stato italiano (ricordo Agnone, Civitella del Tronto, Isola Gran Sasso, Roccatederighi,...) o mandava personale ecclesiastico, per lo più suore, (Alatri o Vo' Vecchio), per lavorare all'interno del campo. Come mai Borgoncini Duca, nunzio apostolico presso lo Stato italiano, uno dei pochi vescovi fatto cardinale da Pio XII dopo la guerra, visitava in lungo e largo questi campi. Faceva lo stesso il nunzio apostolico presso il governo di Hitler ? E perchè si preoccupava tanto delle sorti degli internati in Italia, mentre nei campi di Gonars ( si parla di 500 morti), ad Arbe (1500 morti), in Tessaglia a Larissa (centinaia di morti per malnutrizione, 106 uccisi per rappresaglia), nell'isola di Molat (3500 furono gli internati e anche lì ci furono centinaia di morti) - fonte Dizionario del fascismo, ed. Einaudi, voce campi di concentramento curata da Carlo Spartaco Capogreco -, nessuno interveniva ?. Non mi risulta peraltro che nessuno abbia fatto una stima complessiva dei morti per mano italiana nei campi sotto il regime fascista. Senza contare, come già scritto, che la Chiesa non mosse un dito per fermare "il viaggio" verso lo sterminio degli internati nei campi italiani ( di cui conosceva tutte le sedi), presi dai fascisti e dai nazisti in ritirata. Anche da quei luoghi che erano sedi ecclesiastiche come il seminario estivo di Roccatederighi dove furono portati alla morte un centinaio di ebrei. Anzi c'è di più come ci ha raccontato la storica Luciana Rocchi, il vescovo di Grosseto chiese al prefetto democratico della sua città, gli affitti non pagati dalla fine della guerra in quanto lo Stato italiano non aveva disdetto l'affitto.

 

http://www.criminidiguerra.it/Ebreineicampi.htm

I generali italiani e gli Ebrei sloveni e croati:
campi di concentramento e "massa di manovra".

Il 28 ottobre 1941 l'Alto Commissario per la provincia di Lubiana (ovvero l'autorità politica), Emilio Grazioli invia un documento al comando dell'XI CdA. (comandante gen. Robotti), in cui detta ulteriori disposizioni per l'intensificazione "delle misure di prevenzione e di repressione, già adottate dai competenti organi di polizia, in relazione all'accentuarsi di attentati da parte di terroristi isolati o riuniti in gruppi".
Tra le determinazioni, per prima viene disposta "l'espulsione o internamento di tutti gli ebrei e cittadini di stati nemici, residenti nella Provincia" e successivamente "l'adozione di provvedimenti di polizia a carico degli elementi sospetti o indesiderabili".

Quindi l'autorità politica mette sullo stesso piano cittadini sloveni di religione ebraica (anzi li indica prima nell'elencazione) con cittadini di stati nemici, considerandoli inoltre più pericolosi di elementi sospetti.
Si tratta di un'anticipazione di quello che scriveranno i gerarchi fascisti della Repubblica Sociale Italiana nel 1944 al Congresso di Verona, aprendo la strada ad una più intensa collaborazione con i nazisti nella deportazione ed eliminazione delle persone di religione ebraica.
Da notare che il fascista Grazioli non esprime motivazioni politiche: viene dato per scontato che un individuo, in quanto di religione ebraica, deve essere pericoloso per l'ordine pubblico e per "gli interessi italiani".

I supremi comandi militari fanno ancora di più il 20.7.1942 in una comunicazione il gen. Roatta scrive al gen. Robotti: "V. E. disponga infine per l'internamento di quegli abitanti di Lubiana a cui ha accennato il podestà e di cui darà la lista (ebrei, emigrati dalla Germania ed Austria, etc.)".
Non solo gli sloveni, ma anche gli ebrei di lingua tedesca sfuggiti alle persecuzioni dei nazisti sono pericolosi e vanno rinchiusi nei campi di concentramento.

Ma nell'estate del 1943 gli ebrei rinchiusi nei campi di concentramento della Dalmazia come internati "protettivi", diventano oggetto di particolare interesse per i generali; vengono infatti riuniti tutti ad Arbe e le loro condizioni sono oggetto di alcune corrispondenze interne.

Il 10 luglio, l'ufficio Affari civili del comando II armata scrive all'Intendenza della stessa armata, riguardo la "sistemazione ed il trattamento degli ebrei nel campo di Arbe", dopo essere stato sollecitato da "varie istanze" presentate da questi detenuti.

Viene premesso che le condizioni degli ebrei, prima del loro concentramento ad Arbe, erano "di una certa libertà e di una comoda sistemazione" nei campi di Porto Re (dipendente dal V CdA), Kupari, Mlini, Gravosa, Mamula (dal VI CdA), Lesina, Brazza (dal XVIII CdA), ovvero stavano meglio prima di passare sotto la gestione dell'Intendenza della II armata.
Quindi l'alto ufficiale scrive: " ... non si può pensare che questa massa di 2700 ebrei - politicamente - debba essere rigidamente considerata in modo uguale agli altri internati civili: non perchè gli occhi dei loro consanguinei, nemici nostri, siano ogn'ora rivolti a costoro, ma perchè effettivamente sotto l'aspetto politico, possono, costoro, costituire una propizia opportuna massa di manovra." e conclude: "Gli ebrei dell'Armata costituiscono una massa di 2700 persone che hanno i doveri tutti degli internati civili a scopo protettivo, uguale trattamento, ma per particolari, eccezionali motivi, contingenti e politici, si ravvisa opportuno concedere - nell'intangibile disciplina - un trattamento sentitamente "italiano" per cui se è stata usata loro dalla nostra autorità militare una gentilezza, questa sia intera, non a metà."
Gli archivi dell'USSME indicano che queste persone provengono dalla Croazia: sono quelli riusciti a scampare alle stragi degli ustascia.

Ma perchè questi non sono da considerarsi nemici, come i "loro consanguinei"?

A scanso di equivoci la lettera conferma la convinzione razzista che ha sostenuto le leggi razziali italiane del 1938: "quella che fu una vita agiata per molti vissuta da milionari", ovvero traducendo: gli ebrei (molti) sono ricchissimi e hanno accumulato questi milioni sfruttando, come parassiti, il popolo.
Si può notare inoltre come vengano ribaditi ben tre volte i termini "politico" e "massa" con l'illuminante aggiunta del "di manovra".
Quindi questi ebrei sono importanti proprio in quanto "proprizia opportuna massa di manovra" ovvero di scambio in una trattativa con gli eserciti alleati che ormai stanno vincendo la guerra. Infatti gli anglo-americani sono già sbarcati in Sicilia (il 9 luglio) e gli alti comandi della II armata non possono essere del tutto all'oscuro della prossima caduta di Mussolini, che avverrà il 25 luglio e porterà al Governo un importante generale, già zelante interprete dei progetti stragisti del Duce in Africa, il maresciallo Badoglio.

A conferma di questa interpretazione si può analizzare una seconda comunicazione sempre dei medesimi soggetti, ma questa volta vistata direttamente dal comandante della II armata, gen. Robotti ("Va bene").
In questa del 18.8.1943 si chiarisce la specificità degli ebrei internati ad Arbe rispetto agli ebrei detenuti in altri campi di concentramento "in Italia o territori annessi".
"Nell'Era Nuova, non fascista" è stata disposta la "dismessione degli ebrei" dai campi, che "vengono "tradotti" nella località di destinazione con scorta". Ebbene questo accompagnamento coatto non deve "essere applicato per gli ebrei che ora, occasionalmente, si trovano ad Arbe".
L'importanza delle agevolazioni da concedere a questa "massa di manovra" è tale, che porta lo scrivente addirittura a sottolineare che l'Intendenza "persiste ad usare un trattamento uguale a quello dei repressivi" e quindi severo.
Si tratta di un chiaro tentativo di scindere le proprie responsabilità, scaricando tutto sull'Intendenza che gestisce il campo di concentramento.
Ma, occorre notare che lo stesso estensore della lettera, alto ufficiale del comando della II armta, ha appena implicitamente ricordato che l'Intendenza è di fatto alle proprie dipendenze (questi ebrei "dipendono unicamente dal Comando della 2 Armata").

Viene ribadito inoltre che questa "massa" di ebrei era stata oggetto di contenzioso con l'autorità croata e tedesca (autunno del 1942) e che, per decisioni di "carattere politico", l'autorità italiana si oppose a consegnarglieli, poichè sapeva che sarebbero andati incontro a "deportazione per la "mattanza" o soppressione".
Un particolare curioso è dato dal fatto che questi deportati protetti, nei dati riportati dai militari stessi, stranamente continuano a crescere: 2.549 (nel rapporto del 27.6.43), 2.700 (nella prima lettera del 10.7.43), 3.000 (nella seconda lettera del 18.8.43); forse una cifra arrotondata in eccesso era una presentazione più incisiva della magnanimità profonda dei generali.

In conclusione gli ebrei croati, scampati allo sterminio tra il 1941 e il 1942, diventarono un prezioso "biglietto da visita" che gli alti vertici militari volevano usare sia per le trattative segrete in corso con gli Alleati, sia per affrontare con un'immagine più "pulita" l'imminente dopoguerra.
Non a caso la linea di difesa espressa nella Memoria della Commissione d'inchiesta per i presunti criminali di guerra del Governo italiano, era basata sulla tesi che i delitti "più atroci, le barbare distruzioni di interi villaggi e di edifici" furono opera dei gruppi etnici in lotta fra loro, mentre "le nostre Autorità di occupazione" intervennero "per assicurare una vita pacifica alle popolazioni".

Con questa manovra "politica" gli alti generali cercavano di trasformarsi dai razzisti persecutori che avevano internato migliaia di ebrei jugoslavi nei campi di concentramento militari, nei salvatori dei poveri ebrei scampati, ma ancora minacciati di sterminio dagli ustascia e dai nazisti.


Molte immagini sono tratte da:

http://www.criminidiguerra.it/Immagini.htm

Un'ampia bibliografia è riportata qui:

http://www.criminidiguerra.it/Presentazione.htm

Molte notizie, sofferte in prima persona, sono qui:

http://www.deportati.it/


           RICORDATE, NON DIMENTICATE MAI:          

GLI ITALIANI NON SONO BRAVA GENTE !

HANNO INVENTATO IL FASCIMO CHE ORA, ALLEGRAMENTE, RIPROPONGONO AL GOVERNO DEL PAESE.

 IN ITALIA, SOLO IL FASCISMO CI HA PRIVATO DELLA LIBERTA' E SOLO IL FASCISMO HA CREATO LAGER E MASSACRI PER OGNI OPPOSITORE E/O DIVERSO

 

Segue

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