| L'EVERSIONE DI DESTRA DOPO IL 1974 |
0. Con il 1974 si chiude quindi, dopo aver raggiunto l'acme con le
stragi di Brescia e dell'Italicus, una stagione terribile per il paese
cominciata già prima della strage di piazza Fontana. Ciò non segnò però
né la fine dell'eversione di destra, né la fine dell'implicazione in essa di
apparati dello Stato. Nel frattempo andava facendosi sempre più alta la sfida
del terrorismo di sinistra (il sequestro Sossi è dell'aprile di quell'anno) e
più forte per i gruppi della destra lo spirito di opposizione-emulazione che
i moduli organizzativi e le capacità operative adottati a sinistra mettevano
in luce. Era infatti forte il fascino del potenziale di opposizione totale
alle istituzioni che proveniva dall'opposta sponda dell'estremismo politico;
questo operava con azioni eclatanti e rivendicate apertamente, e perciò in
modo politicamente pagante e teso ad aggregare intorno a sé tutte le forze
rivoluzionarie (199). Alcune considerazioni allora si impongono. In primo
luogo emerge con chiarezza come il filone stragista non venga mai
definitivamente abbandonato, ma riaffiori periodicamente nelle tematiche della
destra anche dopo il 1974. Ciò impedisce di operare con certezza una cesura
netta tra filone stragista, intrinsecamente "inquinato", e filone
spontaneista, tendenzialmente "puro". D'altro canto è stato
segnalato dal giudice istruttore di Bologna come le stragi abbiano avuto due
diverse funzioni: una operativa, cioè di condizionamento delle istituzioni
verso uno sbocco autoritario, e l'altra invece di cruento strumento di
comunicazione di messaggi rivolti sia all'opinione pubblica che all'interno
della stessa area della destra; e come nel tempo la prevalenza sia passata
dalla prima funzione (che è preminente nella strage di Piazza Fontana) alla
seconda. Non può quindi, anche per questa ragione operarsi una separazione
netta tra i due fenomeni. Nondimeno bisogna tenere presente che, per quanto
riguarda i fatti specifici, gli omicidi, le rappresaglie, le rapine commesse
dall'area spontaneista, si è arrivati ad una elevatissima percentuale di
accertamento delle responsabilità individuali. Per gli episodi più gravi gli
esecutori sono stati identificati e condannati e i latitanti di rango
dell'area spontaneista sono pochissimi. Estremamente importante fu la
permanente convinzione che il terrorismo potesse essere impiegato nella lotta
contro il regime. L'uso del terrorismo non sarà mai estraneo al repertorio di
azione della destra eversiva, neppure nella fase dello spontaneismo armato.
Sul piano della reazione delle istituzioni appare allarmante l'incapacità
dimostrata di permeare l'ambiente della destra ed il ritardo con cui è stata
organizzata una adeguata risposta. Eppure, per temperamento individuale e per
la mobilità delle persone tra i diversi gruppi, non può dirsi che la
impermeabilità fosse il tratto distintivo dei movimentisti e degli
spontaneisti. E' vero invece il contrario: la rapina all'Omnia Sport divenne
una sorta di happening; dell'omicidio Evangelista gli esecutori menavano
palesemente vanto; anche l'omicidio Amato ed altri efferati fatti di sangue
costituivano titolo di merito in un ambiente in cui si riconosceva diritto di
parola e carisma di capo solo a chi sapesse dimostrare di essere più
efficiente e più spietato degli altri. La capacità di infiltrazione, che era
stata posta in essere in precedenza negli ambienti ordinovisti e che fu invece
ampiamente utilizzata (200) sul fronte opposto nei confronti dei gruppi d ella
sinistra, non risulta essere stata messa a frutto in quest'area. La
sottovalutazione della potenzialità eversiva dell'estremismo di destra ha
fortemente ritardato, al di là dello sforzo personale di alcuni singoli
investigatori, l'opera di ricostruzione organica delle sue articolazioni; e
che tale sottovalutazione possa essere attribuita a mera insipienza, appare
fortemente opinabile nell'ambito della generale valutazione di cui la
Commissioe è investita. Che il fenomeno fosse irragionevolmente sottovalutato
sia in sede investigativa che in sede giudiziaria è comunque un dato di
fatto, tragicamente testimoniato dagli atti. L'uccisione del giudice Mario
Amato, nel 980, lungi dal costituire l'esordio della strategia omicida della
destra eversiva, si inserisce in una catena di uccisioni già eloquentemente
lunga, ma colpevolmente ignorata come fenomeno complessivo. Valga ad
esemplificare questa gravissima situazione quanto Amato, dieci giorni prima di
essere ucciso, riferì lucidamente al CSM: "Per fare un quadro generale
della situazione devo dire che mi sono trovato a dover svolgere indagini in un
ambiente molto difficile, e cioè quello della destra romana. Si tratta di un
ambiente che ha legami e diramazioni dappertutto. Specialmente per il fatto
che ero il solo a svolgere detta attività, mi sono trovato più volte esposto
ad attacchi della stampa o dei legali legati a certi ambienti. Costoro hanno
cercato più ; volte di mettermi in cattiva luce e di indicarmi come persona
faziosa, che non sa fare il proprio lavoro e cose del genere... Proprio per
tali motivi io ho più volte insistito per essere affiancato da altri
colleghi. Detto affiancamento, infatti oltre ad aiutarmi dal punto di vista
della mole di lavoro da svolgere, avrebbe consentito di spersonalizzare i
processi di cui mi dovevo occupare. Soprattutto ciò avrebbe consentito di
dire che c'era un uffico che precedeva composto di persone che pur pensandola
politicamente in modo diverso conducevano congiuntamente le indagini loro
demandate. La realtà è che fino a circa tre mesi fa o al massimo all'inizio
di quest'anno non c'è stata alcuna risposta alle mie reiterate richieste di
ottenere un aiuto... Posso dire che la mia situazione è cambiata negli ultimi
tempi solo perché io ho opposto un rifiuto a ricevere altri fascicoli del
genere di cui ho parlato fin ora... Sui miei rapporti con la polizia
giudiziaria posso dire che mi sono trovato in una certa difficoltà perché,
in questo momento, tutte le forze di polizia sono rivolte verso la sinistra, e
secondo me anche giustamente visto che la sinistra ha mostrato una
pericolosità particolarmente grave. Da parte dei carabinieri però, sempre
secondo me, c'è stato un certo disinteresse per le indagini da me condotte,
che mi ha provocato delle difficoltà perché ho visto che non hanno avuto
seguito e non hanno dato il personale necessario... Più volte ho segnalato al
capo tale scarsa efficienza". Il riferimento del dottor Amato
all'ostilità incontrata sviluppando le indagini e alle resistenze opposte dai
carabinieri, dallo stesso ambiente giudiziario, dalla stampa, è espresso in
modo molto dimesso, ma i fatti hanno dimostrato che egli metteva a fuoco un
problema centrale. Sta di fatto che gli estremisti di destra, che per
estrazione sociale provenivano per lo più da un ambiente borghese che forniva
un quadro rassicurante delle possibili prospettive di recupero, hanno goduto,
almeno fino a quando non si è trattato di giudicare i fatti di sangue più
efferati, di un trattamento spesso indulgente, a volte addirittura
compiacente. La Commissione ritiene di dover dare qui sommariamente conto del
panorama delle formazioni eversive di destra operative nella seconda metà
degli anni '70; le dinamiche interne a quei gruppi e le loro accertate
responsabilità rendono politicamente ancora più grave l'atteggiamento di
sottovalutazione del fenomeno sopra segnalato.
1. A metà degli anni '70 fu data vita al F.U.L.A.S. (Fronte Unitario
Lotta al Sistema), sigla con la quale verranno rivendicati numerosi attentati
a Roma e in Sicilia consumati nei primi mesi del 1975. Il F.U.L.A.S. si
costituì per l'esigenza di far uscire gli ordinovisti dalla difficile
situazione successiva allo scioglimento della formazione, che determinò
l'allontanamento di alcuni dei militanti, la scelta della latitanza all'estero
di altri (fra cui numerosi dei quadri dirigenti), la radicalizzazione della
posizione di molti; ma emergava anche la volontà di aggregare quest'area
intorno a nuovi temi. Risale a questo periodo infatti, da un lato,
l'esperienza, definita "giustizialista", ispirata cioè
all'Argentina di Peron e alimentata dal tentativo di stringere rapporti con
ambienti politico-militari argentini; dall'altro lato, comincia a farsi strada
la ricerca di un terreno comune a tutte le esperienze rivoluzionarie. La sigla
stessa del movimento non r ende immediatamente identificabile la matrice
ideologica di destra, ma chiarissima la scelta dello scontro diretto con i
poteri dello Stato che ormai è maturata anche nell'area ordinovista (201).
L'esperienza del F.U.L.A.S. rappresenta probabilmente una fase di transizione
complessa che porta una parte degli ordinovisti a percorrere la strada della
diretta contrapposizione ai poteri dello Stato.
2. Come si è visto, il pim articolato tentativo di risposta allo
scioglimento di O.N. era stato lo sforzo di riunificazione tra O.N. e A.N.
Già nelle prospettive poste alla base del progetto di riunificazione è
possibile cogliere lo spostamento dell'eversione di destra verso un'ottica
antiistituzionale. L'omicidio del giudice Occorsio del 10 luglio del 1976 (con
il quale veniva eliminato un pericolosissimo antagonista che aveva prima
rappresentato l'accusa nel processo del 1973 contro O.N. e che continuava a
svolgere accertamenti nella stessa area, ma anche compiuto un gesto fortemente
simbolico di attacco alle istituzioni) veniva infatti rivendicato con un
volantino che proclamava in modo evidente il nuovo credo dell'eversione:
"La giustizia borghese si ferma all'ergastolo, la giustizia
rivoluzionaria va oltre. Il tribunale speciale del M.P.O.N. ha giudicato
Vottorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo
carrieristico, servito la dittatura democratic a perseguitando i militari di
Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori". La scelta
dell'obiettivo e lo stile stesso della rivendicazione segnano l'innalzamento
della linea dello scontro e sanciscono il cambio di strategia. D'altro canto
il significato semantico della "disarticolazione delle cinghie di
trasmissione del potere" quale passaggio obbligato per la presa del
potere è equivalente all' "attacco al cuore dello Stato" che
costituiva la parola d'ordine delle Brigate Rosse, anche se le radici di tali
posizioni vanno ricercate all'interno dell'elaborazione ideologica della
destra. Subito dopo lo scioglimento, l'ambiente di Ordine Nuovo si era
ricostituito intorno a circoli culturali con diversa denominazione con la
previsione dell'articolazione in un doppio livello, un settore palese ed uno
militare clandestino. Il principale di tali circoli è, come è noto, il Drieu
La Rochelle di Tivoli. Anche tale circolo era strutturato su due livelli, uno
politico e l'altro operativo, livello al quale si svolgevano attività
preparatorie allo lotta armata (202). In tale contesto debbono collocarsi i
campi paramilitari organizzati, secondo una tradizione già radicata nel
Movimento Politico Ordine Nuovo prima del 1973, per assicurare la formazione
fisica dei militanti, ma anche la loro preparazione psicologica, così da
temprare il "soldato politico", figura ideale e al tempo stesso
massima realizzazione del militante. Nel luglio del 1976, contemporaneamente
all'innalzamento del livello dello scontro con le istituzioni determinato
dall'omicidio Occorsio, eseguito materialmente da Concutelli e Ferro, si eleva
anche il livello dell'attività parallela; il 23 dello stesso mese, infatti,
nel corso di una rapina destinata al procacciamento di armi in una villa nella
zona di Tivoli, viene ucciso a colpi di arma da fuoco il genero del
proprietario, Adelmo Pacifici, mentre il 26 luglio una rapina ai danni
dell'ufficio cassa del Ministero del lavoro frutta ben 460 milioni di lire. I
fenomeni di aggregazione della destra eversiva successivi allo scioglimento di
Ordine Nuovo condussero ad una vera e propria frenesia di attivismo. Incontri,
azioni ed iniziative, spesso sovrapposte ed intersecantisi, poteva
moltiplicarsi agevolmente grazie al clima di quasi impunità in cui era in
grado di operare la destra eversiva per il disinteresse o l'incapacità di
intervento degli apparati pubblici. Se ciò può apparire in contraddizione
con le azioni repressive che portarono allo scioglimento di O.N. e A.N., va
detto che gli atteggiamenti dello Stato nei confronti delle formazioni della
destra eversiva furono nel complesso contraddittori. In ogni modo, a parte lo
scioglimento dei due gruppi sopra ricordati, le misure in concreto adottate a
carico dei loro membri furono piuttosto lievi. In alcuni casi è difficile
ignorare le prove di vere e proprie connivenze degli apparati dello Stato con
i gruppi eversivi (203). Sul piano organizzativo tali tentativi di
aggregazione dettero luogo, tra l'altro, alla comparsa di un gruppo denominato
Ordine Nero, che raccolse i militanti delle formazioni storiche e di
organizzazioni minori e sulla cui esistenza, fuori dell'ambiente, per lungo
tempo non vi fu certezza. Il nucleo originario, dove poteva contare su uno
zoccolo duro di "evoliai" e di veterani di O.N. e A.N. Si appur: poi
che il gruppo era articolato in almeno sette unità territoriali, fra cui la
più attiva era probabilmente quella toscana, resasi responsabile di numerosi
attentati a linee ferroviarie. Nel complesso a O.N. fu attribuita la
responsabilità di circa 45 attentati. Quest'ultima formazione registrò la
confluenza di gruppi minori (come le Squadre di Azione Mussolini), e la Fenice
di Milano che - secondo recenti indagini - sarebbe stata la filiale milanese
di O.N. in stretti rapporti con il gruppo veneto e veronese in particolare. Vi
erano poi legami operativi molto stretti con il Movimento di Azione
Rivoluzionaria, legami così stretti che anche alcuni militanti consideravano
Ordine Nero una sorta di braccio armato del MAR.
3. Contemporanea all'esperienza del circolo tiburtino Drieu la Rochelle
è quella del movimento Lotta popolare e di "Radio contro", che di
quel movimento avrebbe dovuto costituire la voce. Il movimento - la cui
esperienza si snoda in pochi mesi, tra il 1975 e il 1976 - era nato come
gruppo di base all'interno delle sezioni del MSI del quatriere Prenestino, in
Roma, dopo l'uccisione nei pressi della sezione, del giovane missino Mario
Zicchieri avvenuta il 29 ottobre del 1975, e aveva conquistato abbastanza
rapidamente doverse altre sezioni del partito a Roma e una certa diffusione,
anche se limitata, nel resto di Italia (in Sicilia e in Liguria). Le riunioni
e la diffusione di manifesti che sostenevano la linea dura di Lotta popolare,
portarono da una parte alla espulsione dal partito degli aderenti e al
deferimento al comitato centrale di Signorelli e del prof. Guida, che ne erano
i principali animatori, e quindi allo spostamento della sede nei locali di via
Castelfidardo, che divenne un luogo di incontro per tutto l'ambiente.
L'irrisolto rapporto tra la base giovanile più oltranzista e il MSI troverà
un suo punto di rottura solo molto dopo. Nel 1978, il 7 gennaio, nei disordini
seguti immediatamente dopo l'uccisione nei pressi della sezione missina di
Acca Larentia dei giovani Antonio Ciavatta e Stefano Bigonzetti, perse la vita
un altro ragazzo, Stefano Recchioni, raggiunto da un colpo esploso da un
ufficiale dell'arma. Il rifiuto da parte dei quadri del MSI di prendere
posizione su tale episodio suscitò, secondo quanto da loro stessi riferito,
il disprezzo di Fioravanti e della Mambro, presenti sul posto; cionondimeno un
anno dopo, il 10 gennaio, nelle manifestazioni organizzate per l'anniversario
di quei fatti, che provocarono un altro morto, Alberto Giaquinto, la
federazione del MSI si attivò nella mobilitazione dei ragazzi del F.U.A.N.,
che rimprovereranno poi al partito di essere stati lasciati allo sbaraglio.
Solo dopo tale episodio la rottura può dirsi definitiva. Lotta popolare si
caratterizzava come movimento volto a coagulare le insofferenze della base e,
pur non costituendo formalmete una articolazione di O.N., denunciava
fortemente la matrice ordinovista della sua impostazione sia nella linea che
nei quadri. Nell'ottica della ricostruzione delle dinamiche complessive della
destra eversiva di quegli anni giova mettere in luce che, anche secondo la
prospettazione di Signorelli, Lotta Popolare si muoveva (come osservò il pm
nella requisitoria del procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine
Nuovo) lungo tre direttrici fondamentali: canalizzare e aggregare i settori
giovanili più altranzisti del mondo missino, fortemente critici
dell'atteggiamento morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata
al sociale rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi
populisti in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte
ribellistiche specie degli strati sociali territorialmente
"ghettizzati"; superare i particolarismi ideologici, con conseguente
rifiuto di strutture rigidamente organizzate; creare, infine, poli di
dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari di diversa estrazione.
4. Dalla necessità di rivedere l'assetto organizzativo delle strutture
ex-ordinoviste attraverso una più marcata accentuazione delle caratteristiche
di clandestinità, nasce l'esperienza dei G.A.O., Gruppi di Azione Ordinovista,
che nell'intenzione degli organizzatori costituiscono l'articolazione militare
di O.N. sotto il controllo di Concutelli, e sono destinati a raccogliere non
solo i quadri romani di O.N., ma anche quelli toscani e perugini, e quelli
Veneti che gravitavano attorno a Fachini e Raho, in strutture operative
fortemente militarizzate e composte da nuclei di tre persone caratterizzati da
una "ferrea compartimentazione". Sul piano operativo i G.A.O.
avrebbero dovuto compiere sia attacchi di tipo terroristico, (come un
attentato ai danni del dottor Emilio Santillo, che aveva assunto la direzione
del Servizio di Sicurezza del Ministero dell'Interno o all'allora sostituto
procuratore della Repubblica di Firenze, dottor Pierluigi Vigna) sia azioni
puramente propagandistiche, quale il blocco di mezzi pubblici per effettuare
volantinaggi e assalti alle emittenti private, che azioni violente, ma con
finalità dimostrative e non stragiste, come il progettato attentato con
esplosivo all'aula del Foro Italico nella quale si doveva celebrare il
processo a molti appartenenti ad O.N. Sul piano logistico i G.A.O. disponevano
di basi (come l'appartamento all'Aquila e quello di via dei Foraggi in Roma) e
di una notevole quantità di armi e di esplosivi, che i militanti andavano
procurandosi con una "attività frenetica". L'arresto di Concutelli
nella base di via dei Foraggi, il 15 febbario del 1977, segna la fine anche
della esperienza dei G.A.O. e, con il rinvenimento di armi, esplosivo e
materiale documentale, fornisce indicazioni significative del livello di
operatività raggiunto. Ma in via dei Foraggi viene arrestato, con Concutelli,
anche Renato Vallanzasca, che, ferito in uno scontro a fuoco a Dalmine, si era
rifugiato in quell'appartamento accelerando così i tempi della non sporadica
alleanza che la sua banda aveva stretto con il gruppo di Concutelli. Si mette
in luce così un altro tratto distintivo dell'estremismo di destra, che è
quello dello stabile contatto con la criminalità comune, anche al di là
della gestione contingente di situazioni di latitanza o di illegalità ovvero
della scelta occasionale di valori di vita da parte di chi aveva operato in
quei settori. L'esaltazione della superiorità dell'individuo e della
disuguaglianza come valore in sé, unita al disprezzo dell'altro e della vita
stessa, che costituisce la valenza ideologica sottesa alla visione della
realtà di tutto l'estremismo di destra, non appaiono estranei al sistema di
valori dei leader e degli appartenenti alle organizzazioni della criminalità
comune, specie romana. Ma nei rapporti tra estremismo di destra e delinquenza
organizzata vi è, come si vedrà esaminando i collegamenti con la banda della
Magliana, qualcosa di più e di diverso di una semplice sintonia culturale.
5. Come si vede dunque le dinamiche di aggregazione interne alla destra
eversiva, perduti i riferimenti di A.N. e O.N. legali, si muovono per
tentativi e attraverso la costituzione di poli di attrazione che accentuano
ora l'una ora l'altra delle componenti del bagaglio ideologico proprio di
quest'area. Le stesse persone passano dall'una all'altra o vivono esperienze
di doppia militanza, e se i referenti ideologici, i padri riconosciuti, si
identificano sempre nelle stesse figure (Signorelli, Delle Chiaie, Pugliese,
Fachini, Freda) cominciano ad emergere nuove leve che, per lo stesso dato
generazionale, per i processi formativi, per il clima in cui maturano
l'opzione eversiva, comincoano a delinearsi in modo autonomo e insofferente
verso gli schemi consolidati. Il più significativo di tali tentativi è
quello che si articola intorno a "Costruiamo l'azione", testata
giornalisticamente e al tempo stesso movimento politico. Del giornale uscirono
sei numeri pubblicati, tra la fine del 1977 e la primavera del 1979, su
iniziativa di alcuni esponenti storici come Signorelli, Semerari, Fabio de
Felice, Dantini, Fachini, Incardona, e quadri più giovani, come Calore, o
giovanissimi come Aleandri. La linea del giornale risente delle varie
componenti che contribuivano ad animarlo. Calore ha parlato delle "tre
anime" di Costruiamo l'Azione: una che fa capo a De Felice, più legata
alle tematiche ordinoviste classiche; una seconda, riconducibile a Signorelli
e Fachini, che tendeva a prestare maggiore attenzione ai fermenti giovanili; e
infine una terza, che finirà poi per prevalere, che Calore riconduce a sé ed
Aleandri, che tendeva al disconoscimento totale di qualsiasi ideologia
fascista, anzi di qualsiasi ideologia t out court, per rivolgersi ad un
"ambiente non vincolato ai limiti della destra". Qualcosa di diverso
perciò dal "superamento degli steccati ideologici" propugnato da
Signorelli quale obiettivo di Lotta popolare, anche se poi di fatto la forza
aggregativa di Costruiamo l'azione rimase sostanzialmente interna all'ambiente
di destra. La componente ordinovista è dominante nell'esperienza di
Costruiamo l'Azione, ma notevole e riuscito fu lo sforzo di diffusione anche
verso altri ambienti. Sia nei fogli d'ordine che nel giornale, infatti,
l'esperienza dell'autonomia operaia viene considerata con attenzione:
"nessuno dei nostri dovrà mai attaccare né aggredire gli autonomi, né
però dovrà essere loro consentito il contrario. A lungo termine, bisogna
realizzare una profonda revisione di tutte le posizioni ideologizzate, fino a
ricongiungersi con una nuova visione della vita in un solo popolo che
lotta" e altrove "non lasciarti coinvolgere nel gioco mortale degli
opposti estremismi... Organizzare ovunque è possibile nuclei rivoluzionari di
lotta al sistema". Tuttavia, sul piano politico, il tentativo di
convergenza non arrivò mai ad un reale coinvolgimento della sinistra.
L'esperienza di Costruiamo l'Azione finì con il 1979 per una serie di ragioni
convergenti: in primo luogo l'arresto di Calore e De Felice privò il gruppo
di due delle menti pensanti, mentre il tentativo di aggregare aree
dell'autonomia fu visto con diffidenza e rifiutato, almeno sul terreno
politico. Sul piano operativo, poi, l'innalzamento del livello dell'attacco,
segnato dalla campagna di attentati della primavera del 1979 siglata dal MPR,
vero braccio armato di Costruiamo l'Azione, determinò l'allontanamento di
alcuni aderenti, mentre sul piano personale vi fu il definitvo deterioramento
dei rapporti tra Calore e Aleandri, da un lato, la linea politica dei quali
era sostanzialmente prevalsa, e il resto del gruppo, dall'altro. Aleandri e
Calore attribuiscono tale rottura alla progressiva maturazione della
consapevolezza della compromissione degli altri in disegni poco limpidi e
strumentali ad interessi politici estranei, ed anzi confliggenti, con quelli
della destra rivoluzionaria. Co ntatti con la massoneria e scambi di favori
con esponenti politici costituivano il contenuto di tale contaminazione.
6. Gli attentati commessi nella primavera del '79 e rivendicati con la
sigla Movimento Rivoluzionario Popolare (M.R.P.) ed il logo del mitra e della
vanga incrociati sono ideologicamente e politicamente riconducibili all'area
di Costruiamo l'azione sia per il diretto coinvolgimento nell'esperimento di
aggregazione operato dal giornale, sia per la perfetta coincidenza tra la
linea da esso sostenuta e la scelta degli obiettivi. La campagna del 1979 fu
preceduta, secondo quanto Calore ha riferito in corte d'Assise a Bologna, da
una campagna preparatoria, volta a verificare la disponibilità dell'ambiente
a recepire la mutata strategia, ora diretta a colpire in modo frontale i
simboli del potere statale. La campagna del 1979 segna un momento estremamente
intenso dal punto di vista operativo, e significativo da quello dei contenuti:
il 20 aprile una carica esplosiva viene fatta deflagrare alla base del portone
della sala consiliare del Campidogli: il 15 maggio 55 chili di esplosivo
esplodono nei pressi del carcere di Regina Coeli; il 20 maggio si verifica
l'episodio potenzialmente più grave, con la collocazione di un'auto imbottita
di esplosivo nei pressi del CSM, mentre il 4 maggio un'altra carica di
esplosivo deflagra nei pressi del Ministero degli Esteri. Un attentato da
compiere in Piazza S. Pietro rientrò all'ultimo minuto per la impossibilità
tecnica di darvi esecuzione senza pericolo di essere cattura ti. In tale
quadro rimane non chiarito il reale significato del fallito attentato al
Consiglio Superiore della Magistratura. La versione data da Iannilli secondo
il quale l'esplosione fu volutamente evitata appare del tutto inattendibile
sia per le risultanze peritali, che portarono ad escludere l'inserimenti del
diaframma di cartone, sia per la sproporzione tra un'intenzione puramente
dimostrativa e la quantità dell'esplosivo impiegato, sia per la possibilità
di risalire facilmente dal ritrovamento dell'auto ai possibili autori. Nella
probabilità che l'esplosione sia stata evitata per un fatto accidentale o per
un contrordine dell'ultimo minuto, resta da capire da chi siano partiti l'idea
ovvero l'ordine di predisporre l'esplosione per un'ora diversa da quella
originariamente prevista e attraverso quali canali sia potuto rimanere vivo
all'interno dell'area movimentista un filone stragista.
7. Se Costruiamo l'Azione ed il M.R.P. si muovono dunque sul crinale che
dal movimento si orienta verso lo spontaneismo, senza abbandonare suggestioni
stragiste, il salto più radicale nella direzione spontaneista matura
attraverso le esperienze in parte cronologicamente coincidenti del FUAN-NAR,
già vigorosamente in attività dal 1977, e di Terza Posizione che prende
corpo come gruppo e come testata all'inizio del 1979, ma con il cui simbolo
già nel 1978 vengono rivendicati attentati. Anche Terza posizione, i cui
leader, fino alla rottura con gli appartenenti al nucleo operativo, sono
Roberto Fiore ed Adinolfi, è al tempo stesso una testata ed un movimento, e,
all'interno del movimento, include una struttura, il nucleo operativo,
destinato esclusivamente alle attività "militari" per l'azione o
per l'autofinanziamento. L'ipotesi accusatoria sostenuta dalla Procura di Roma
(che dopo l'omicidio Amato concentrò gli sforzi alla ricerca dei responsabili
e mise a fuoco in pochi mesi la struttura di T.P.) tendeva a dimostrare
l'intrinseca unitarietà di tutta la struttura di T.P., che solo nel giornale
avrebbe avuto la sua faccia legale. Dalla originaria collocazione negli
ambienti studenteschi Terza Posizione prese a reclutare militanti soprattutto
tra i giovanissimi, mentre l'ispirazione tercerista la spingeva a ricercare un
radicamento nei quartieri periferici. L'ispirazione iniziale del movimento era
infatti riconducibile ad una serie di temi tradizionali della destra radicale
e l'idea di una rivoluzione popolare assegnava contemporaneamente al militante
una funzione essenziale come "motore" della rivoluzione ed un ruolo
mitico e religioso di guida. La tradizionale contrapposizione tra il marxismo
e lo stato borghese veniva rifiutata in nome di una "terza
posizione" (di evocazione peronista), il ribellismo delle fasce
emarginate doveva essere raccolto e incanalato per organizzarne la protesta,
trasformando così i ribelli in "popolo". Il movimento
rivoluzionario fonda la sua posizione su quattro punti: la tradizione, intesa
come riconquista dell'identità e delle vere concezioni della stirpe medi
terranea attraverso la quale creare una effettiva unità di popolo organica e
rivoluzionaria, l'indipendenza nazionale, l'antimperialismo e la militanza. Al
di là delle petizioni di principio, il bagaglio culturale di TP è piuttosto
schematico e i valori della tradizione, dell'antiegalitarismo, l'idea che
"il movimento e l'azione esprimono naturali gerarchie" esaltano la
centralità del momento operativo, la valorizzazione del guerriero e
soprattutto del capo come incarnazione de "l'uomo nuovo" che dovrà
sorgere dalle ceneri della rivoluzione, intesa come disintegrazione del
sistema. La caratteristica infatti di Terza Posizione è quella di combinare
insieme il massimo di esaltazione dell'obbedienza con il massimo di
esaltazione dell'azione individuale: nel documento "Posizione teorica per
un'azione legionaria" si legge, tra l'altro: "Tenere presente
sempre, in ogni istante, che le gerarchie nascono sul campo e non a tavolino,
che un ordine è una cosa seria e non un moto di presunzione. Che obbedire a
un ordine dato da un capo squalificato è disonorevole e disdicevole per
chiunque. Credere nella gerachia, degli uomini e dei valori, è cosa troppo
seria ed importante per dare via ad una scimmiottatura del concetto. Meglio
l'anarchismo di destra - secondo l'indicazione evoliana di cavalcare la tigre,
in cui ognuno lotta per se stesso, per qualificarsi esistenzialmente - che
scimmiottare il fascismo o il nazionalsocialismo senza capi degni di questo
nome... L'azione non ha da essere né lecita né illecita, semplicemente
queste sono categ orie a noi estranee dalle quali occorre prescindere.
L'azione ha da essere giusta, ha da essere qualificante e trascinante..."
Terza posizione, in qualche modo, sembra evocare demoni che poi non riesce a
controllare, da una parte sollecitando il ribellismo movimentista e
spontaneista, dall'altra cercando di irregimentarlo in strutture verticistiche
e paramilitari. L'arresto del leader carismatico Dimitri e del capo militare,
Nistri, sorpresi nel covo di via Alessandria con un notevole armamento nel
dicembre del 1979, determinò una situazione di crisi fortissima. Il nucleo
operativo acquistò una vera e propria autonomia e si orientò su una linea
ormai decisamente spontaneista. Nell'estate del 1980 la separazione si farà
definitiva con il distacco da TP del nucleo operativo e la fusione di
quest'ultimo con il gruppo di Fioravanti. Si comprende allora la fluidità del
confine tra TP e NAR, e come il Fioravanti, pur rifiutando di assumere un
ruolo riconosciuto all'interno di TP, ne costituisca una figura di
riferimento; così pure si spiega il passaggio di Giorgio Vale, da successore
di Nistri nel comando del nucleo operativo, a inseparabile sodale di
Fioravanti e Mambro. Infine si comprende anche la partecipazione di militanti
dei NAR ai delitti più gravi attribuiti a Terza posizione: l'omicidio
dell'agente Arnesano del 6 febbraio del 1980, commesso da Giorgio Vale e
Valerio Fioravanti, e l'omicidio dell'agente Evangelista, avanti al liceo
Giulio Cesare, nel quartiere Trieste, "territorio" di TP, il 28
maggio successivo.
8. Della perdurante vitalità di Avanguardia Nazionale, anche dopo il
fallimento del progetto di riunificazione, sono state acquisite prove da più
fonti processuali. Caratteristica di questa fase risulta essere la ricerca di
alleanze con i gruppi in quella fase attivi che consentano ad A.N. di
recuperare l'egemonia che andava perdendo. L'egemonia che però ormai
interessa ad Avanguardia Nazionale non mira più ad una ricerca generalizzata
di consenso, perché sono ormai sfumate le speranze di un pronunciamento
istituzionale in senso autoritario, e non è più importante assicurarsi
un'ampia platea per le proprie posizioni, quanto piuttosto un ruolo tutto
interno all'area che ha già compiuto la scelta rivoluzionaria e della quale
si vorrebbe prendere il controllo. Questo spiega perché l'avanguardia
rivoluzionaria ricostruita non si ponga il problema classico del doppio
livello e si muova tutta internamente all'area clandestina, tendendo ad utiliz
zare Terza Posizione come vivaio da cui attingere i quadri. La stessa rivista
cui gli avanguardisti fanno riferimento non affronta più i temi cari alla
tradizione di A.N. che, nella opposizione alla divisione internazionale tra i
due grandi blocchi, esaltava nei regimi autoritari del sud America un
invidiabile modello alternativo. Il disegno agemonico di A.N. si mostrerà in
gran parte velleitario soprattutto per il rifiuto, opposto dalla componente
spontaneista, ad entrare in una qualunque struttura nella quale dovessero
riconoscere gerarchie ed ottenere autorizzazioni per operare, rifiuto sul
quale pesò non poco la diffusa convinzione delle compromissioni istituzionali
di Avanguardia Nazionale. Il passaggio del nucleo operativo di TP nell'area
dello spontaneismo puro sancisce il fallimento del progetto, fallimento del
quale gli stessi avanguardisti finirono per prendere atto all'inizio del 1981.
Ciò non toglie che l'obiettivo fu perseguito con determinazione ed operò in
un momento di estrema fluidità della situazione. D'altro canto gli atti
processuali dimostrano una intensa attività di avvicinamento alle figure di
maggior spicco dello spontaneismo per il raggiungimento quanto meno di accordi
operativi. Ne deriva un fitto intreccio di connessioni e di rapporti tra A.N.,
T.P., F.U.A.N. e N.A.R ., intreccio testimoniato dalla contemporanea militaza
di molti leaders in più di una delle formazioni citate. Su tali doppie o
tripli militanze si faceva eva per determinare aree egemoniche non coincidenti
con le formazioni stesse. La condanna di Dimitri quale promotore di Terza
posizione, ma non per i reati specifici attribuiti alla formazione; per i
fatti specifici riconducibili alla Fuan-Nar, ma non per il relativo reato
associativo; per la ricostituzione di A.N. nel periodo tra il settembre ed il
dicembre del 1979, dimostrano sia la strettezza delle connessioni sia la
difficoltà di individuare confini precisi. Vale la pena di notare come tale
difficoltà gli interessati abbiano costantemente tratto vantaggio sul piano
processuale. La Corte di Assise che in primo grado ha giudicato Delle Chiaie,
Tilgher, Dimitri e gli altri per la ricostituzione di A.N., ad esempio, ha
operato doverose distinzioni che l'hanno portata a sottrarre al quadro delle
responsabilità individuali aspetti che invece sul terreno della valutazione
complessiva della fattispecie riacquistano il loro pieno valore. Ai fini di
tale valutazione complessiva infatti non rileva tanto l'attribuibilità certa
ad un gruppo invece che ad un altro della commissione di un determinato reato,
quanto proprio il dato opposto, cioè la contemporanea presenza di
rappresentanti delle diverse formazioni nella commissione dei medesimi fatti e
rileva che di tale frastagliato atteggiarsi A.N. faccia parte a proprio pieno
titolo.
9. La sigla che ha firmato o cui sono riconducibili i fatti di violenza
più eclatanti e i fatti di sangue più gravi tra il 1978 ed il 1981 è quella
dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, che sottende una realtà di non facile
comprensione e si inserisce in un orizzonte volutamente mutabile e in
movimento. Tale sigla infatti venne dapprincipio utilizzata dal gruppo formato
dai fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Franco Anselmi che si era
andato strutturando in un processo di aggragazione per gruppi operanti nei
quartieri e attivi in pestaggi e scontri fisici con oppositori politici, ma
che già dal suo nascere non intendeva caratterizzarsi come una specifica
formazione politica, quanto piuttosto mettere a disposizione di tutta l'area
della destra una sorta di parola d'ordine con cui attestare, attraverso i
fatti, la condivisione del progetto complessivo. Come si vede l'idea coincide
con le quasi contemporanee prese di posizione di Costruiamo l'azione, e la
convin zione radicata in Fioravanti e negli altri a lui vicini della
superfluità delle parole e della forza rivoluzionaria dell'esempio. Valerio
Fioravanti spiegherà il significato della sigla in questi termini: "la
sigla NAR è stata usata da molti anni, inizialmente per semplici attentati di
danneggiamento, e stava ad indicare soltanto la matrice fascista. Tale sigla
peraltro non si riferisce ad una organizzazione stabile e strutturata; bensì
soltanto alla matrice degli attentati. Se viera il rischio che persone etranee
o anche persone della destra facessero azioni sbagliate e controproducenti,
esso era compensato dal vantaggio che tale organizzazione sembrasse realmente
esistente e attiva per più lunghi periodi di tempo". Tale elasticità è
indicativa di un atteggiamento del gruppo NAR che rimane tuttavia
sufficientemente individuabile come tale per la stabilità della sua
formazione, dell'armamento e la consequenzialità dei comportamenti tenut i ed
anzi finisce per essere un modo caratteristico di essere della formazione
invece che la negazione della sua esistenza come struttura. Nella evoluzione
del gruppo originario è essenziale il passaggio, risalente alla fine del
1978, nel gruppo romano F.U.A.N. (Fronte Universitario Azione Nazionale). In
questa fase nella sede di via Siena ove vengono pianificate alcune delle
azioni più significative (rapina OMNIA-SPORT, disordini in occasione
dell'anniversario dei fatti di via Acca Larentia in cui troverà la morte
Alberto Giaquinto, assalto a Radio Città Futura) e quello è il punto di
incontro di un'area abbastanza variegata che riconosce in Valerio Fioravanti
la figura carismatica dal punto di vista operativo ed in Dario Pedretti il
leader politico. La celebrazione dei propri eroi e l'annientamento
dell'avversario politico esauriscono in pratica l'orizzonte strategico delle
loro azioni (204). Le modalità esecutive dell'attentato a Radio Città Futura
rendono poco plausibile tale lettura dei fatti, e certamente all'epoca essi
furono diversamente interpretati non solo nell'area della sinistra, ma anche
in quella della destra determinando una reazione sprezzante da parte
dell'ambiente ordinovista di Costruiamo l'azione e poi dell'ambiente
carcerario che faceva capo al periodico Quex che assunse una posizione
fortemente critica nei confronti del velleitarismo di certe iniziative (205).
All'autofinanziamento furono invece dirette numerose rapine prima presso
negozi di filatelia poi agenzie ippiche e banche, rapine che frutteranno una
disponibilità economica assai superiore a quella necessaria alla vita
dell'organizzazione e connotarono di un tratto di elinquenza ordinaria sia la
condotta ed il tenore di vita degli autori, sia l'ambiente criminale in cui
gli stessi si muovevano. L'organizzazione e l'esecuzione di molti dei colpi
avvicinò stabilmente - e per alcuni irreversibilmente - i ragazzi dei NAR
alla criminalità organizzata del gruppo che successivamente verrà indicato
(sinteticamente e in parte impropriamente) come Banda della Magliana,
attraverso lo stretto legame dei fratelli Fioravanti e di Alibrandi con
personaggi come Massimo Sparti, e di Massimo Carminati e dello stesso
Fioravanti con Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati. Tali legami verranno a
cementarsi, oltre che con la pianificazione e attuazione di rapine (come
presso le filatelie o alla Chase Manhattan Bank), attraverso le attività di
reinvestimento dei proventi delle rapine (per lo più attraverso il prestito
usuraio) che gli estremisti affideranno alla banda, per conto della quale
eseguivano attività di intimidazione e di vero e proprio killeraggio. Il
consolidarsi di tali rapporti segnerà fortemente il profilo puramente
criminale di alcuni dei protagonisti, tanto da determinare in un personaggio
come Valerio Fioravanti una situazione di incertezza e disorientamento dopo la
fine del periodo di detenzione che lo tenne lontano dal gruppo dal giugno
all'ottobre del 1979.
10. Il profilo dei rapporti in ambito segnatamente romano tra
rappresentanti dello spontaneismo armato e appartenenti al crimine organizzato
merita un approfondimento ulteriore, già possibile allo stato (probante)
delle acquisizioni attuali, ma che indubbiamente potrà raggiungere in futuro
più ampi approdi cognitivi. Giova sul punto premettere ce fenomeno analogo -
e anche esso non compiutamente chiarito - ha riguardato, con carattere di
sostanziale contemporaneità, le Brigate Rosse nella fase finale della loro
esperienza (con specifico riferimento all'area movimentista guidata da Senzani)
e la criminalità organizzata campana (che fu attiva nelle opache vicende
riguardanti il sequestro Cirillo) in ambigui rapporti anche con settori
istituzionali e servizi di sicurezza. Per ciò che attiene allo spontaneismo
armato, invece, si è già ricordato che il rapporto si stabilì soprattutto
con il gruppo romano che viene, con qualche improprietà, definito banda della
Magliana. Quest'ultima fu, infatti, una formazione criminale che nacque nella
seconda metà degli anni '70 dalla fusione di diverse componenti che - dedite
fino ad allora a ricettazione, furto, rapine e anche all'usura - non avevano
un controllo del territorio, soprattutto per quanto riguardava il traffico
degli stupefacenti. Trattavasi di gruppi più o meno geograficamente
identificabili su Roma. Vi era un gruppo che ruotava intorno al Testaccio,
facente capo a De Pedis e a Giuseppucci, e di cui successivamente diventerà
leader Abbruciati; un altro gruppo, collocato geograficamente alla Magliana,
era il gruppo di Abbatino e Sicilia. Un altro gruppo ancora era quello di
Acilia ed Osta che faceva capo ad Urbani ed attraverso il quale si sarebbero
stabiliti contatti con il clan di De Stefano e Santapaola ed i primi
collegamenti con i gruppi siciliani. Questi gruppi operano in modo autonomo
tra loro, a volte collegato, a volte semplicemente contiguo, ed intorno alla
figura di Franco Giuseppucci essi confluiranno in una vera e propria banda,
preceduta dalla costituzione di "batterie". L'uso gergale di questi
riferimenti è significativo, perché quando si afferma che questi gruppi
costituiscono una "banda" non si intende un gruppo criminale
identificabile come tale, quanto piuttosto l'esistenza e l'obbedienza ad
alcune regole interne. Una regola fondamentale era quella di avere rapporti
con i detenuti; all'interno dei microcosmi criminali di questo tipo, la
vicenda della detenzione, infatti, è un'evenienza non solo probabile, ma
sicura. L'adesione alla banda significava l'accettazione della divisione anche
con i detenuti del provento dell'attività delittuosa e di altre regole
comuni. All'interno della banda i vari gruppi conservavano una loro identità,
sicché le analisi attuali consentono di affermare che i rapporti della destra
eversiva si strinsero soprattutto con il gruppo del Testaccio. Esso stabilirà
un'altra serie di connessioni, da una parte con un mondo finanziario
apparentemente non soltanto lecito ma addirittura di alto livello, e,
dall'altra, con settori dei Servizi. E' il canale attraverso cui passavano
infatti i contatti, da una parte, con figure ambigue di finanzieri quali
Carboni e Ley Ravello, e, dall'altro, con Pazienza e Balducci (quindi con
indubbia contiguità con settori dei servizi di informazione). I contatti di
tali ambienti con Pippo Calò, operativo nel periodo in Roma sotto la falsa
identità di Mario Aglialoro (e il cui ruolo di "uomo di frontiera"
si è già in precedenza rammentato), attestano la sussistenza di rapporti
indubbi anche con l'associazione crimiale Cosa Nostra. Lo stato delle
acquisizioni consente quindi di affermare con certezza l'esistenza in Roma,
nella seconda metà degli anni '70, di un vero e proprio "crocevia
eversivo" in cui confluirono la quasi totalità dei flussi sotterranei
che hanno percorso la realtà occulta di un lungo periodo della storia
repubblicana. E' un'opaca "zona grigia" non ancora conoscibile nei
dettagli e che probabilmente indagini ancora in corso, come quella
sull'omicidio di Roberto Calvi, varranno ulteriormente a chiarire. E tuttavia
la sua presenza è chiaramente avvertibile in molte vicende che segnarono in
quel periodo la vita nazionale, ivi compreso tra questi l'episodio che alla
riflessione della Commissione appare più importante, i cui esiti segnarono
profondamente il corso visibile degli eventi nel quindicennio successivo: il
sequestro e l'uccisione dell'onorevole Moro. Alcuni esempi, in una elencazione
pur non esaustiva, appaiono illuminanti per fondare in termini di certezza le
valutazioni che precedono in ordine all'esistenza e all'importanza della
"zona grigia" che si è innanzi sommariamente descritta. Basterà
soltanto ricordare:
a) Il ruolo sicuramente avuto nella vicenda Moro dal falsario Chichiarelli,
vicino alla banda della Magliana, che deve in termini di certezza essere
ritenuto l'autore del falso comunicato del lago della Duchessa; di in un
rilevantissimo episodio criminale quale la rapina alla Brink's Securmark; di
ambigui ma significativi messaggi che, già all'epoca in cui furono
"inviati", collegavano l'affaire Moro all'omicidio Pecorelli e
all'episodio della rapina appena ricordata (su tutto ciò si tornerà
ampiamente trattando del caso Moro).
b) Le consistenti ipotesi giudiziarie in corso di verifica dibattimentale in
ordine all'omicidio Pecorelli.
c) Il ferimento di uno dei vertici del Banco Ambrosiano, dottor Rosone, da
parte di Danilo Abbruciati che nell'episodio trova la morte, appena quindici
giorni dopo aver riacquistato la libertà e dopo essere stato visitato,
nell'ultimo giorno di carcerazione, da uomini dei Servizi. Questi ultimi hanno
negato l'episodio, arrivando a subire il carcere, ma hanno poi dovuto
ammettere il contatto, una volta posti dinanzi ad una sua evidenza
documentale, pur senza spiegarne convincentemente le ragioni.
d) La complessa vicenda del deposito di armi e munizioni in uno scantinato del
Ministero della sanità. Tale deposito era gestito dalla banda della Magliana
e da esso con certezza provenivano le munizioni utilizzate nell'omicidio
Pecorelli ed il fucile mitragliatore MAB prelevatovi da Carminati, utilizzato
in un'operazione di depistaggio relativo alle indagini sulla strage di Bologna
(materiale fatto rinvenire sul treno Taranto-Torino). Dell'episodio di
depistaggio sono stati ritenuti responsabili - con sentenza definitiva -
ufficiali del servizio militare di sicurezza (Musumeci e Belmonte).
e) L'ambigua figura dello psicologo Aldo Semerari, esponente ideologo della
destra eversiva, largamente attivo in ambienti giudiziari romani per circa un
ventennio, vicino alla banda della Magliana, coinvolto nel rapimento Aleandri
e in un'operazione di restituzione alla banda della Magliana di armi (tra cui
il MAB predetto). Semerari muore decapitato ad opera della camorra campana.
f) Il giudicato di condanna di Pippo Calò per la strage del treno rapido 904.
11. Nella primavera-estate del 1979 il paese affrontò una tornata elettorale estremamente delicata, che porterà - dopo il primo conferimento di incarico, non andato a buon fine, a un politico non democristiano - alla formazione di un primo e di un secondo governo Cossiga in un clima politico lacerato dal recente trauma della vicenda Moro e arroventato dalle polemiche legate alla vicenda Eni-Petromin, intorno alla quale si giocavano plausibilmente le sorti degli equilibri interni al partito socialista. E se non è giustificato un arbitrario accostamento di vicende apparentemente così lontane tra loro, non può dimenticarsi come l'incertezza del clima politico legata alla fase elettorale trovi eco specifica nei volantini di rivendicazione degli attentati MRP e come la stessa vicenda dell'omicidio Pecorelli, del 20 marzo del 1979, sia indicativa di un corto circuito insospettato tra realtà del tutto disomogenee. La mai chiarita decisione di Vinciguerra di costituirs i e le diverse voci processuali che collocano nel 1979 il progetto della strage che solo l'anno dopo verrà portato a compimento, testimoniano di un serrato scontro di posizioni anche all'interno dell'eversione di destra e confermano il suo collocarsi, in quella tornata di tempo, su un crinale dal quale si dipartivano percorsi diversi e tutti ugualmente possibili. Nell'estate dell'anno successivo, dopo la strage di Bologna, tutti i giochi in qualche modo andranno a conclusione e, all'interno dello spontaneismo, la inesorabilità della sconfitta avviterà i protagonisti in un circuito di crescente spietatezza che si rifletterà anche nelle modalità esecutive dei fatti delittuosi, dall'omicidio Mangiameli all'uccisione del capitano Straullo e del suo autista Di Roma. Nel corso di tali processi i NAR continuarono a muoversi - come si è ricordato - non come necleo compatto ma a costituire una sigla cui poteva far riferimento un'area più vasta, ed i singoli fatti delittuosi di volta in volta videro coinvolti anche militanti di altre formazioni. E' nuovamente la labilità dei confini che spiega la necessità di prendere, a volte, in considerazione gli stessi episodi criminosi con riferimento a strutture associative diverse, ovvero spiega il perché della parziale sovrapposizione delle contestazioni associative in vicende processuali diverse. Una spinta formidabile alle varie aggregazioni e disaggregazioni è venuta, di volta in volta, dalla necessità di ricompattamento conseguente all'arresto delle figure di maggior spicco (206). Se tali processi di aggregazione e disaggregazione appaiono coerenti sia con le opzioni ideologiche che con il temperamento dei protagonisti, tuttavia appare difficile dare un giudizio certo e definitivo sulla totale assenza di influenze esterne sulla loro determinazione. Le formazioni terroristiche sembrano aver giocato con le istituzioni una partita a "mosca cieca"; dal canto suo lo Stato ha reagito duramente ma episodicamente, cosicché le formazioni stesse hanno avuto la capacità di "parare i colpi" stringendo nuove alleanze. Si ripropongono quindi gli interrogativi sulle ragioni di una risposta così tardiva e scomposta ad una minaccia tanto grave, nonché sulla totale mancanza di contributi da parte dei servizi di informazione. La spiegazione dell'inefficienza e dell'incapacità appare del tutto insoddisfacente, poiché vi sono ampie dimostrazioni di efficienza mal indirizzata. D'altro canto non sono mai mancati funzionari capaci e fedeli che, qu ando è stato loro consentito, hanno svolto egregiamente il proprio compito. Più di uno spunto, infine, è possibile trarre dalle vicende di quegli anni per constatare come l'esistenza di personaggi ormai compromessi sul piano processuale, perché coinvolti in episodi gravissimi e perciò stretti all'angolo, sia tornata tanto utile alle operazioni di inquinamento già in buona parte ricordate.
| IL CASO MORO |
1. L'agguato di via Fani, l'eccidio della scorta ed il sequestro
dell'onorevole Moro, lo scenario tragico dei luoghi della strage appena
consumata, la rivendicazione e i successivi comunicati delle BR, la prigionia
di Moro in un luogo sconosciuto e il processo cui questi veniva sottoposto,
gli appelli sempre più pressanti e drammatici dell'ostaggio, il
disconoscimento ufficiale della loro "autenticità", il rifiuto
della trattativa, la sterile polemica che si aprì tra i fautori di questa e i
sostenitori della fermezza, l'inane mobilitazione dell'apparato istituzionale
di sicurezza, il senso di vittoriosa impunità degli autori del sequestro,
l'avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo, il macabro
rinvenimento della salma di Moro in un luogo centrale della capitale dello
Stato, equidistante dalle sedi dei due maggiori partiti presenti in
Parlamento, le dimissioni del Ministro dell'Interno: sono queste le tessere
che hanno composto un mosaico visibile degli eventi, dove il delitto Moro,
valutato come fatto storico, apparve come il momento di maggiore intensità
offensiva del partito armato e, specularmente, come il momento in cui lo Stato
si rivelò più impotente nel dare risposta appena adeguata all'aggressione
eversiva. Ma se furono questi i contenuti della percezione che la pubblica
opinione ebbe del fatto storico nell'immediatezza del suo accadimento, ben
presto una più approfondita riflessione è venuta ad attivarsi ponendo in
luce, via via più chiara, l'esistenza di uno scenario occulto e sotterraneo
meritevole di essere investigato e disvelato ai fini di una sua migliore
comprensione nel contesto della complessiva vicenda nazionale. E' una
riflessione che prese le mosse da un memorabile scritto di Leonardo Sciascia
dell'agosto del 1978, dove esemplarmente già nell'intitolazione il delitto
Moro diviene l'affaire Moro, tappa iniziale di una presa di coscienza
collettiva che è andata a mano a mano approfondendosi attraverso indagini
giudiziarie, inchieste parlamentari, e stimolanti contributi di una nutrita
pubblicistica. Lo stesso susseguirsi dei processi aventi a specifico oggetto
il delitto Moro e la strage di via Fani (si è ormai giunti al Moro quinquies)
costituisce sul piano storico il riscontro di una vicenda complessa articolata
su più piani che dopo quasi in ventennio possano dirsi già sondati in
profondità, ma non ancora disvelati nella loro interezza.
2. La realtà di un percorso verso la verità che si snoda per tappe
successive, non può essere negata; e smentisce le affermazioni di quanti nel
tempo hanno sostenuto essersi in presenza di una conoscenza ormai completa,
bollando come frutto di deteriore dietrologia il persistere dell'impegno
indagativo. Di tanto peraltro inequivoca conferma costituiscono le stesse
iniziative cje il Parlamento ha assunto in ordine alla vicenda Moro. Si pensi
innanzitutto alla pluralità, natura e ampiezza degli oggetti dell'inchiesta
che la legge 23 novembre 1979, n. 597, determinò di affidare ad una apposita
commissione bicamerale. Sul punto, e a mero titolo di esmepio, valga il
riconoscimento (esplicito nella lettera f dell'art 1 della legge istitutiva di
quella commissione) della possibilità che non solo privati cittadini, ma
anche esponenti politici e pubbliche autorità avessero posto in essere
iniziative o atti, al fine di stabilire contatti diretti o indiretti con i
rapitori e/o rappresentanti di movimenti terroristici allo scopo di ottenere
la liberazione di Aldo Moro. Analogamente ad attestare la consapevolezza che
il percorso verso la verità fosse ancora incompiuto, sta l'attribuzione
(operata dall'articolo 1, lettera c, legge 17 maggio 1988, n. 172) a questa
Commissione del compito specifico di accertare nuovi elementi idonei ad
integrare le conoscenze già acquisite dalla pregressa commissione Moro. A
tale compito specifico la Commissione ha già adempiuto nella X legislatura
attraverso una approfondita inchiesta affidata ad un apposito gruppo di
lavoro, che ha condotto alla redazione e approvazione al termine della
legislatura di un'ampia relazione (22 aprile 1992). Nella stessa, la
Commissione prendendo le mosse dagli elementi di conoscenza desumibili e dai
processi allora in corso, il Moro-ter e Moro-quater, dal ritrovamento dei
documenti in via Monte Nevoso e dagli apporti rivenienti dalla varia
memorialistica dei brigatisti rossi, ha individuato come problemi ancora
aperti una più precisa ricostruzione della dinamica dell'agguato, la
sparizione di documentazione fotografica dei luoghi della strage
nell'immediatezza di questa, blocco delle linee telefoniche nella zona al
momento del sequestro, il numero dei carcerieri, l'identità precisa del
sedicente ingegner Altobelli, il falso comunicato n. 7, conosciuto come
"del lago della Duchessa". Nell'XI legislatura, la Commissione
riprese l'inchiesta cui dedicò un'ampia parte della relazione del 28 febbraio
1994. Nella stessa si è preso atto dell'avvio di un nuovo procedimento
giudiziario, il cosiddetto Moro-quinquies, di nuove dichiarazioni dei
brigatisti e, muovendo da una serie di interrogativi sollevati dal pubblico
ministero Antonio Marini in una intervista giornalistica, sono stati
sottolineati:
- una ancora insoddisfacente ricostruzione della dinamica dell'agguato, con
specifico riferimento all'accertata presenza in Via Fani, durante l'eccidio,
di una moto Honda, e quindi della consistenza del nucleo d'attacco,
reputandosi scarsamente credibile che un'azione così complessa
potesse essere stata realizzata soltanto da nove brigatisti;
- dubbi e perplessità in ordine alla mancata estradizione di Alessio
Casimirri, un brigatista presente in Via Fani;
- la possibilità che l'onorevole Moro non fosse stato ucciso in Via
Montalcini;
- dubbi non solo sul ritrovamento delle carte di Via Monte Nevoso, ma sulla
gestione di tale documentazione. La conclusione cui giungeva la relazione era
che nel complesso emergesse una realtà ancora tutt'altro che difinita, anche
in considerazione di ciò che nel frattempo veniva alla luce da altre
inchieste giudiziarie non direttamente relative al caso Moro che andavano
ponendo in luce - sia pure ancora al livello di ipotesi accusatorie -
l'attivarsi, a valle del sequestro dell'uomo politico, di una opaca vicenda di
conflitti e tensioni cui non sarebbero stati estranei settori istituzionali e
la criminalità organizzata siciliana, calabrese e romana. In questa
legislatura la Commissione ha ripreso ed approfondito l'inchiesta ed ha preso
atto di nuove acquisizioni processuali che in parte tendono a completare, in
parte a correggere il quadro complessivo degli eventi, così come ricostruito
sulla base delle acquisizioni anteriori. In particolare la Commissione ha
potuto rilevare come non appaia più vera la ricostruzione che pure per anni
era stata accettata, del tragico epilogo della vicenda, che identificava il
Prospero Gallinari l'esecutore materiale dell'omicidio Moro. Lo stato delle
acquisizioni attuali consente ora invece di identificare gli uccisori di Moro
in Mario Moretti (in termini di certezza) e in Germano Maccari (almeno in
termini di ipotesi accusatoria). In Maccari (che pur si professa innocente)
sarebbe stato inoltre identificato, il quarto carceriere di Moro (della cui
esistenza si era a lungo dubitato) (207) come pure il sedicente ingegnere
Altobelli (anch'esso a lungo identificato in Gallinari), coniuge apparente di
Annalaura Braghetti e locatario dell'appartamento di via Montalcini. Della
presenza di Maccari in via Montalcini per l'intera durata del sequestro Moro
hanno parlato tanto la Faranda (interrogatorio in data 20 ottobre 1993) quanto
Morucci (interrogatorio in data 21 ottobre 1993) (208). La Faranda ha anche
precisato (interrogatorio in data 10 ottobre 1993) che l' "ingegner
Altobelli" era un militante "irregolare" delle Brigte rosse che
aveva preso parte al sequestro a partire dal trasbordo della cassa di legno in
cui era stato rinchiuso Moro sulla Ami 8 della Braghetti, con cui fu condotto
in via Montalcini. Ciò malgrado Maccari è rimasto fermo sulla propria
posizione, confermando le precedenti dichiarazioni d i totale estraneità al
sequestro Moro e, più in generale, alle Brigate rosse. Effettivamente desta
qualche perplessità la circostanza che nella struttura verticistica e
compartimentata delle Br un ruolo così importante come quello del quarto
carceriere di Moro sia stato affidato ad un personaggio marginale e cioè un
"irregolare" della struttura. A ciò si aggiunga che la stessa
personalità del Maccari (un idraulico) appare inadeguata al ruolo, e cioè a
giustificare perché un compito così importante sia stato affidato a un non
appartenente al vertice operativo. Certo è che però che Faranda e Morucci
indicano in Maccari il quarto uomo. Di tanto va preso atto; con l'ovvia
conseguenza che, se le affermazioni di Faranda e Morucci non risultassero
veritiere, la vera identità dell'ingegnere Altobelli costituirebbe una
"chiave" idonea a consentire una lettura totalmete diversa
dell'intera vicenda, con esiti probabilmente clamorosi. Altri aspetti della
vicenda, che pur avevano suscitato perplessità e attivato un impegno
indagativo ulteriore, ricevono invece dalle più recenti acquisizioni conferma
e non smentita; così ad esempio l'individuazione del covo di via Montalcini
come luogo della esecuzione della condanna di Moro.
3. Peraltro alla Commissione è apparso opportuno, nella logica
complessiva che ispira la presente relazione, che la riflessione sull'affaire
Moro fosse inserita nell'ambito di una valutazione del contesto più vasto in
cui si iscrivono i fenomeni dell'eversione di sinistra e del terrorismo rosso;
e che tali fenomeni consideri nel complesso della realtà storica del periodo.
E' una scelta di metodo che tende a verificare, appunto in funzione del
contesto, la possibilità di illuminare molte delle zone d'ombra che residuano
o almeno di verificare la possibilità di colmare i vuoti di conoscenza con
ipotesi ricostruttive che, in virtù del contesto in cui si collocano,
assumano un elevato grado di probabilità, scartando invece quelle che non
attingano a tale livello e, in tali limiti, ammettendo il permanere di ambiti
di inconoscibilità. Nella scelta di metodo operata la Commissione ha quindi
ritenuto di dover attribuire rilievo alla circostanza ipotizzata da più parti
sia pure con differenti angolature, che il tragico epilogo della vicenda Moro
non sia stato soltanto il risultato di una sconfitta militare e/o politica
subita dallo Stato, bensì la risultante del coagire di un complesso di
tensioni, di forze comunque non interessate alla salvezza del prigioniero
delle BR; di queste quindi si è ipotizzata al riguardo la possibilità di una
eterodirezione o quantomeno la loro suscettibilità ad essere influenzate e
condizionate, più o meno intensamente. Sono ipotesi queste - pur se non
ancora verificate su basi oggettive di tranquillante certezza - con le quali
la Commissione è tenuta a misurasi, soprattutto una volta cje l'ipotesi
ricostruttiva più radicale le è stata direttamente offerta, nella
deposizione resa il 6 giugno 1995, da uno dei più stretti collaboratori di
Aldo Moro, il dottor Corrado Guerzoni.
4. Secondo l'ipotesi Guerzoni il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro
sarebbero stati un delitto in appalto, voluto da circoli reazionari stranieri
e italiani e finalizzato alla liquidazione della politica della solidarietà
nazionale e in particolare della partecipazione comunista al governo. Il
Guerzoni ha portato a sostegno della sua ipotesi una serie di argomentazioni:
il documentato contrasto tra Moro e il Segretario di Stato statunitense Henry
Kissinger; l'ostilità di Schmidt e di Giscard d'Estaing all'ingresso dei
comunisti italiani al governo, il rifiuto dell'amministrazione statunitense a
collaborare, in un primo momento, alle indagini sul rapimento e il successivo
invio di un unico esperto in sequestri che lavorò presso il Ministero
dell'interno, le contraddizioni logiche e politiche della ricostruzione che i
brigatisti, e in particolare Mario Moretti, fanno della vicenda del rapimento;
l'inafferrabilità dei brigatisti nel periodo del sequestro; l'insufficienza
dimostrata dallo Stato a livello operativo; le posizioni espresse dal
Ministero dell'interno circa la sindrome di Stoccolma e il preventivato
ricovero in clinica dell'onorevole Moro in caso di rilascio; l'intervento del
Presidente del Consiglio Andreotti perché fosse inserita, nella lettera del
Pontefic e agli uomini delle Brigate Rosse, l'espressione "senza
condizioni" (ed è questa una circostanza precedentemente pressoché
sconosciuta); la scomparsa dei documenti relativi al comitato di crisi del
Ministero dell'interno; la vicenda di via Gradoli; il ritardo con cui fu
scoperto il covo di via Montalcini; la pressione dello stesso Ministero
dell'interno italiano presso l'analogo dicastero svizzero per bloccare
l'iniziativa dell'avvocato Payot. L'ipotesi implica un passaggio logico che
Guerzoni ha così sintetizzato: "Moretti ha stabilito con qualcuno una
convenienza reciproca per la gestione del sequestro e Moretti ha potuto
viaggiare tranquillo per l'Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha
avuto interesse a trovare l'onorevole Moro; il Presidente della D.C.
interessava morto anche da quest'altra parte". Osserva in merito la
Commissione che le valutazioni di Guerzoni fondano un'ipotesi teorica, nel
senso che essa non nasce da precisi riscontri esistenti nelle carte
processuali o in altra documentazione, ma costituisce la riflessione di un
intellettuale che visse con grande intensità la vicenda del rapimento (in
contatto con la famiglia, fu tra coloro che alimentarono il partito della
trattativa) e che negli anni successivi ha continuato a meditare su
quell'evento. Tuttavia va riconosciuto che si tratta di ipotesi perfettamente
logica e plausibile, non contraddetta o smentita da elementi di fatto nel
senso che tutte le circostanze riportate a sostegno dell'enunciato sono vere e
inoppugnabili. Essa resta però un'ipotesi largamente teorica nel senso che
non è neppure possibile, allo stato delle conoscenze, concatenare i fatti
allegati in modo coerente con la configurazione di un progetto criminoso nel
quale le Brigate Rosse siano state strumento di un più ampio disegno
politico. E peraltro l'ipotesi stessa suggerisce un percorso indagativo su cui
la Commissione ritiene di incamminarsi per adempiere al compito assegnatole
dal Parlamento, impegnandosi in una verifica in cui appare peraltro opportuno
operare da subito una separazione tra due momenti differenti: il primo, la
eventualità che il sequestro sia stato programmato da "forze
diverse" dalle Brigate Rosse e di cui queste siano state strumento; il
secondo, invece la possibilità che alla gestione del sequestro e al suo esito
cruento abbiano contribuito "forze diverse" dalle Brigate Rosse.
5.1. Come si è già accennato, nell'agguato di via Fani le B.R.
dimostrano una capacità militare di aggressione che costituisce un unicum
nella storia del partito armato, non soltanto perché una impresa così
complessa non fu mai tentata (tanto meno con successo) né prima né dopo, ma
anche perché l'efficacia dell'azione militare dimostrata in via Fani stride
con il grado di relativa preparazione militare dei brigatisti. Da ciò
l'iniziale sospetto di altre presenze in via Fani, che avrebbero apportato
all'agguato quella capacità tecnica di intervento difficilmente accreditabile
ad un gruppo non altamente specializzato. Da ciò, inoltre, l'insoddisfazione
in ordine alla iniziale ricostruzione dell'agguato, che identifica soltanto in
sette brigatisti (Mario Moretti, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Valerio
Morucci, Bruno Seghetti, Barbara Balzerani e Franco Bonisoli) i componenti del
gruppo d'attacco. In realtà nel primo processo Moro la sentenza di primo
grado, pur accertando le anzidette presenze in via Fani, non sembrava
escludere la probabilità di presenze ulteriori, che la complessità
dell'agguato rendeva del tutto plausibili. Ma nel processo d'appello fu
attribuita ben altra consistenza all'affermazione di Morucci secondo cui erano
stati soltanto sette gli uomini del commando, sicché la dinamica dell'azione
si ritenne definitivamente ricostruita. Gli sviluppi processuali successivi
hanno invece smentito in termini di certezza tale ricostruzione e la ritenuta
attendibilità del Morucci, costretto a ritrattare allorché dovette ammettere
la presenza in via Fani anche di Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri; Morucci
continuò però a negare la partecipazione all'agguato di Rita Algranati,
partecipazione che ha invece successivamente ammesso (e che è stata
implicitamente confermata da Mario Moretti) solo dopo aver assicurato alla
donna, con la prima versione, una definitiva impunità (209). Osserva peraltro
la Commissione che non è soltanto il carattere reticente di apporti
ricostruttivi forniti, per approssimazioni successive, dai brigatisti, a
fondare in termini di certezza l'avviso che il numero dei partecipanti
all'agguato fu più alto di quello (dieci) fin qui accertato. E' conclusione
questa che si fonda anche su altre certezze processuali, con particolare
riferimento alla deposizione resa dal teste Alessandro Marini, presente in Via
Fani a bordo di un ciclomotore, che descrisse la presenza nella dinamica
dell'agguato di una "moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla
quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna
scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano
sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile
colpiva il parabrezza del mio motorino" (210). Tale testimonianza fu dal
Tribunale ritenuta "una versione lucida degli eventi" tanto da
determinare la condanna dei partecipi all'agguato anche per concorso nel
tentato omicidio di Alessandro Marini. La presenza degli individui a bordo
della Honda è una certezza processuale che non ritenersi scalfita dalle
reiterate smentite dei brigatisti (Morucci e Moretti in particolare), sia per
i limiti di attendibilità, già sottolineati, dei loro apporti collaborativi
(Morucci) o ricostruttivi (Moretti), sia perché la circostanza ha trovato
ulteriori conferme sia nel processo Moro-quater nella ricostruzione del ruolo
svolto da Alvaro Lojacono nell'agguato, che nell'istruttoria del processo
Moro-quinquies. Alcune testimonianze infatti attestavano la presenza della
moto Honda e di due uomini in divisa, prima dell'agguato, presso il bar dal
quale si sarebbero poi mossi gli sparatori (testimonianza di Paolo Pistolesi)
e durante l'agguato (testimonianza del poliziotto Giovanni Intrevado, che vide
il calcio di un mitra che spuntava dalla giacca di uno dei motociclisti in
divisa). Ma soprattutto il fatto è confermato dalle dichiarazioni di Raimondo
Etro, il brigatista che ha confessato d i aver svolto la prima verifica circa
la possibilità di eseguire il rapimento di Aldo Moro presso la chiesa di S.
Chiara e che ha ammesso di aver custodito le armi usate in Via Fani. Etro
nell'interrogatorio reso il 15 settembre 1994 ha dichiarato: Ricordo anche di
aver appreso, da Casimirri, che era successo qualcosa di imprevisto che
potrebbe riguardare una moto e chi la guidava. Ricordo che mi disse: 'sono
passati due cretini con la moto' o forse 'sono passati quei due cretini con la
moto'. Di questi miei ricordi però non sono sicuro, quindi non posso essere
più preciso". D'altro canto è la stessa dinamica dell'agguato e la
preparazione puntigliosa che lo ha preceduto e che ne ha determinato il
successo, a fondare almeno in termini di elevata probabilità l'ipotesi di una
più numerosa composizione del commando, sia per quanto riguarda la fase
dell'avvistamento delle autovetture di Mro e della scorta (dove verosimilmente
un ruolo rilevante avrebbero avuto i due brigatisti a bordo della Honda, con
funzione di staffetta rispetto alle autovetture oggetto dell'agguato e, poi,
di retroguardia rispetto alle autovetture delle BR in fuga con l'ostaggio),
sia per quanto riguarda altri aspetti delle ulteriori fasi esecutive del
sequestro. In particolare ai magistrati inquirenti direttamente auditi dalla
Commissione è apparso poco credibile - valutazione condivisa dalla
Commissione - che il furgone in cui l'onorevole Moro, appena catturato, fu
trasferito rinchiuso in una cassa, sarebbe rimasto a lungo incustodito fino
all'arrivo di Morucci, mentre alcune testimonianze attestano la presenza a
bordo di almeno un'altra persona in attesa.
5.2. Tuttavia se può affermarsi, almeno in termini di elevatissima
probabilità, che all'agguato parteciparono altri componenti del commando
oltre a quelli sino ad ora accertati, le acquisizioni disponibili non
consentono alla Commissione di affermare che in via Fani vi siano state
"altre forze" che delle BR abbiano innalzato il grado di efficienza
operativa. Certamente non mancano indizi in tal senso, ai quali in seguito si
farà cenno; e tuttavia gli stessi non acquisiscono ancora quella consistenza
atta a soddisfare la scelta di metodo che la Commissione ha operato: fondare
le proprie valutazioni soltanto su elementi che appaiono certi o su ipotesi
che abbiano carattere di elevatissima probabilità. Gli elementi di sospetto
cui innanzi si accennava aprono tuttavia direzioni indagative che meritano di
essere enunciate perché suscettibili in futuro di essere utilmente percorse.
Tli ad esempio:
a) La presenza in via Fani di un Colonnello del SISMI, Camillo Guglielmi,
presenza che non ha mai ricevuto una accettabile spiegazione. Il Guglielmi
riferì di aver ricevuto un invito a pranzo presso un collega; quest'ultimo
confermò di averne ricevuto la visita, ma non la circostanza dell'invito a
pranzo, che comunque non avrebbe potuto giustificare la presenza del Guglielmi
in via Fani alle nove del mattino (211).
b) La testimonianza di Saverio Morabito sulla presenza in via Fani di un
elemento di spicco della 'ndrangheta calabrese, Antonio Nirta. Verso la fine
del 1992 Saverio Morabito, uomo di punta della 'ndrangheta, decideva di
collaborare con la giustizia e veniva pertanto interrogato nel carcere di
Bergamo, dal sostituto procuratore della repubblica di Milano Alberto Nobili.
Morabito (la cui attendibilità è supportata dall'avere egli consentito, con
le sue dichiarazioni, il successo dell'operazione "Nord-Sud", che ha
portato all'esecuzione di centoquaranta arresti) ha fornito un apporto
collaborativo che riempie diverse centinaia di pagine, largamente incentrate
su episodi di criminalità comune, ma che su un punto interessa le
problematiche su cui la Commissione è impegnata. "Non è certo un caso -
dichiara il Morabito - che taluni dei membri di maggior spicco della
"ndrangheta" si dice siano inseriti nella massoneria ufficiale, come
ad esempio la famiglia Nirta di San Luca, facente capo a Giuseppe e Francesco
Nirta e che annovera Antonio Nirta, detto "due nasi" data la sua
predilezione per la doppietta che, in Calabria, viene appunto denominata
"due nasi". Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del
suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti
contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i
servizi segreti. Potrà sembrare non credibile ma appresi da Papalia Domenico
e da Sergi Paolo, come dirò, che il Nirta Antonio fu uno degli esecutori
materiali del sequestro dell'onorevole Aldo Moro". E più avanti la
circostanza veniva ribadita e Nirta "due nasi" veniva collocato dal
Morabito tra "quelli che hanno operato materialmente in via Fani cioè
non so se abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli
che sparava; l'ho appreso nel 1988 o '87 da Paolo Sergi fratello di Sergi
Francesco, perché ormai era divulgata la notizia che Antonio Nirta era un
delatore un confidente dei Carabinieri e dei Servizi e via dicendo, ormai era
così sputtanata la cosa che dire una cosa in più o dire un suo segreto ormai
non era più un segreto". Non è agevole, allo stato delle conoscenze,
giudicare del valore di questa testimonianza, che inserisce l'attività della
malavita in un complesso ambito di complicità: "Secondo me - afferma
sempre Morabito -, anche il Papalia Domenico o altri come lui qui vogliono far
credere di essere dalla parte della malavita pura, ognuno all'insaputa
dell'altro ha dei contatti con personaggi che gravitano nei servizi o nella
Criminalpol, o nella Questura e nei Carabinieri, ognuno la fa all'insaputa
dell'altro, naturalmente agli occhi dei gregari ognuno cerca di dare di sé
una facciata pulita, parla male dell'altro, parla male di quell'altro, perciò
per Papalia Domenico sapere da Antonio Nirta che lui avrebbe preso parte al
rapimento Moro non credo che Papalia Domenico si sia stupito più di
tanto" (212). Trattasi di un apporto collaborativo che allo stato deve
ritenersi non ancora supportato da adeguati riscontri e che tuttavia può
essere posto in relazione con la registrazione della telefonata del 1º maggio
1978 tra Benito Cazora e Sereno Freato (213), nella quale il primo dice:
"Dalla Calabria mi hanno telefonato per informarmi che in una foto presa
sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro
(24)"; ciò avvalorerebbe inoltre l'ipotesi della non casualità dello
smarrimento del rullino di fotografie scattate immediatamente dopo la strage,
la cui sottrazione, favorita dalla grande concitazione del disordine di quei
giorni, sembra interpretabile come funzionale a cancellare le prove della
presenza non casuale della mafia calabrese.
c) Le resistenze che i magistrati inquirenti hanno riferito alla Commissione
di aver incontrato e di continuare ad incontrare da parte dei brigatisti
quanto ad una ricostruzione compiuta e credibile dell'agguato e cioè la
persistenza di un atteggiamento di chiusura che perdura al di là dei già
segnalati cedimenti ed abbandoni di più antiche versioni, ormai di provata
inattendibilità; è un atteggiamento che gli inquirenti giudicano
sproporzionato rispetto al fine di coprire altri brigatisti restati
sconosciuti e che sembrerebbe invece rivelare la volontà di occultare la
presenza in Via Fani di "forze diverse" e quindi di difendere il
carattere "puro" (ovviamente dal punto di vista rivoluzionario)
dell'azione.
d) Le resistenze e gli scarsi apporti collaborativi che gli stessi inquirenti
hanno riferito di avere incontrato da parte di settori istituzionali italiani
ed esteri nell'estradizione di alcuni brigatisti, la cui partecipazione
all'agguato è ormai accertata, come Lojacono e Casimirri.
6. Non sussitono quindi ad avviso della Commissione elementi che
consentano di fondare su basi di certezza o almeno di elevata probabilità
l'affermazione che nell'agguato di via Fani abbiano cooperato con le BR forze
diverse idonee ad innalzarne il grado di efficienza militare. Analogamente e
in una prospettiva più ampia la Commissione ritiene di dover riaffermare,
anche con riferimento allo specifico della vicenda Moro, che non esistono,
allo stato delle acquisizioni, elementi che consentano di fondare, almeno in
termini di elevata probabilità, l'affermazione di una eterodirezione delle
BR. Anche in tale suo momento di più alta offensività il partito armato
continua a configurarsi, almeno in forma del tutto prevalente, come fenomeno
autoctono ed autosufficiente, le cui menti direttive e i cui canali di comando
sono ormai sufficientemente noti anche se in ordine agli stessi permangono
marginali aree d'incertezza e di dubbio (che peraltro si accentuano a valle
della vicenda Moro e con specifico riferimento alla complessa e non limpida
figura di Senzani). In tale prospettiva, sia l'individuazione dell'obiettivo
sia la deliberazione di spprimerlo appaiono alla Commissione del tutto
coerenti con la logica e lo spirto delle BR; o almeno dell'ala militarista che
in quel momento, attraverso Moretti, aveva assunto il sopravvento. Sul punto
la Commissione ritiene pienamente condivisibile, come esito della sua
complessiva riflessione, la valutazione espressa da Magistrati che a lungo
hanno indagato sulla vicenda, secondo il cui avviso nella prima fase del
sequestro le BR erano ben determinate a giungere sino all'eliminazione
dell'ostaggio. Le regole del processo a cui l'onorevole Moro veniva sottoposto
erano tali da determinare necessariamente la più severa delle condanne;
sicché l'ostaggio non poteva non essere giustiziato secondo uno sviluppo
coerente e logico della vicenda. E' solo in un momento successivo che
attraverso Morucci e Faranda si inserisce un impulso esterno alla trattativa e
proveniente da Scalzone, Piperno, Pace e dai vari ambienti legati al progetto
"Metropoli". Sicché sembra arbitrario alla Commissione dedurre -
come il dottor Guerzoni deduce - che sarebbe dovuta ad eterodirezione la
decisione di Moretti di giustiziare l'ostaggio, nel momento in cui l'apertura
di una trattativa sembrava farsi più concreta. Ed infatti, tale decisione di
Moretti sembra ancora pienamente giustificabile secondo una logica interna al
gruppo brigatista: Moretti riafferma la sua leadership sul gruppo, accelerando
l'esecuzione dell'ostaggio, anche per impedire che l'opposta fazione prenda il
sopravvento. Con l'esecuzione dell'ostaggio, infatti, quest'ultima è
sconfitta, come dimostrerà l'evoluzione immediatamente successiva dei
rapporti tra il vertice delle BR, ancora saldamente militariste, e l'ala
movimentista di Morucci e Faranda. Non sussistono quindi, ad avviso della
Commissione, elementi probanti che consentono di affermare che nella vicenda
Moro le BR siano state eterodirette.
7. Peraltro, se deve escludersi, perché non verificabile, l'ipotesi che
le BR siano state eterodirette e che ad esse il sequestro e l'uccisione di
Moro siano stati affidati in appalto, ben altro grado di verificabilità ha,
ad avviso della Commissione, un'ipotesi diversa (in parte coincidente con la
prima, ma di portata indubbiamente minore) che, pur attribuendo all'autonomia
delle BR l'iniziativa del sequestro e la sua sanguinosa conclusione, affermi
che nella gestione dell'affaire coagirono forze diverse che contribuirono
all'avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo; contribuirono cioè
ad impedire che validi tentativi venissero posti in essere ed attuati perché
Moro venisse salvato. Di una certa intensità appaiono gli elementi che
spingono la Commissione ad affermare che l'ipotesi Guerzoni sia quindi
verificabile in una prospettiva minore: non un delitto appaltato, ma un
delitto sufficientemente contrastato per evitare che giungesse alle sue ultime
estrem e conseguenze; e tutto ciò per ragioni non molto diverse da quelle che
avrebbero sorretto l'ipotesi estrema del delitto in appalto, nutrite da
settori anche politici e istituzionali e riconducibili prevalentemente alla
zona grigia di cui si è già detto e su cui in seguito più ampiamente si
tornerà (215).
8.0. A fondare sul punto l'anzidetta valutazione da parte della
Commissione sta una pluralità di elementi indiziari, ciascuno in sé
considerato indubbiamente inidoneo a fondare l'ipotesi innanzi descritta; ma
nel loro complesso indubbiamente idonei ad attribuire all'ipotesi medesima
almeno un grado di probabilità sufficientemente elevato.
8.1. Il primo rilievo concerne la valutazione di una permanente
permeabilità dell'organizzazione delle BR anche durante il sequestro Moro,
così come nel complesso dell'intera storia del partito armato. Di tale
relativa permeabilità sussistono indici numerosi dei quali appare opportuno
alla Commissione fornire una segnalazione sia pur limitata. Sono materiali
indagativi noti, già attentamente vagliati e in sede giudiziaria e in sede di
inchiesta parlamentare, che qui appare opportuno far oggetto di un esame di
insieme, nella prospettiva di confermare, anche con riferimento alla vicenda
Moro, quella affermazione di permeabilità che la Commissione ha già operato
in via generale per le BR e le altre organizzazioni eversive, fondandovi un
giudizio di inadeguatezza della risposta istituzionale dello Stato; e
spingendosi di tale inadeguatezza ad investigare le ragioni.
8.2. a) Lo stesso giorno dell'eccidio di via Fani alle ore otto di
mattina la notizia che stava per essere compiuta un'azione terroristica ai
danni di Moro fu diffusa da un'emittente radiofonica, Radio Città Futura, da
parte del suo animatore Renzo Rossellini. Poiché non può pensarsi ad una
divinazione, né appare credibile che si trattasse della conclusione di un
ragionamento politico (216) collegato agli avenimenti parlamentari che nella
stessa giornata sarebbero avvenuti (l'inizio del dibattito alla Camera dei
deputati sulla fiducia al governo di solidarietà nazionale), non resta che
concludere che, nonostante la rigida compartimentazione di tipo militare che
caratterizzava le BR (il famoso cubo di acciaio, di cui ha parlato tra gli
altri Gallinari) da qualche crepa notizie sulla preparazione dell'agguato
fossero filtrate nell'area magmatica degli ambienti dell'autonomia. E' una
valutazione la cui esattezza è stata confermata a questa Commissione dai
magistrati che più a lungo hanno indagato sulla vicenda Moro e sui crimini
commessi dall'eversione di sinistra nell'ambito della competenza territoriale
degli organi giudiziari romani.
b) Uomini politici del partito socialista, certamente non provvisti di un
apparato di intelligence, riescono ad entrare in contatto con Lanfranco Pace
(217) e a convincerlo a farsi tramite presso le BR per un'apertura della
trattativa. Pace contatta Morucci e Faranda ed apre all'interno delle BR una
contraddizione che dopo l'uccisione di More determina la fuoriuscita di
Faranda e Morucci dall'organizzazione e quindi in breve tempo il loro arresto
e il rinvenimento di una delle armi con cui Moro era stato ucciso. Tutto
questo fa parte delle certezze storiche e conferma il giudizio di una ben
relativa impermeabilità delle BR. Il punto appare alla Commissione di estremo
rilievo, così come non appare privo di rilievo che Morucci e Faranda abbiano
sostenuto per anni che gli incontri con Pace fossero stati del tutto casuali e
in numero limitatissimo; e che solo a distanza di anni e in sede
memorialistica la Faranda abbia riconosciuto che quegli incontri non erano
casuali, ma preordinati, ben fissa ti negli orari e nei luoghi, e che furono
più di uno. Ne consegue che una normale attività di pedinamento avrebbe
consentito di passare da Pace a Morucci e Faranda (questi ultimi in
clandestinità e già indiziati di vicinanza se non di appartenenza al vertice
delle BR), da Morucci a Moretti e da quest'ultimo addirittura a Moro. Si è
obiettato che di questi contatti fra i parlamentari socialisti e Lamberto Pace
non furono informati né l'autorità giudiziaria, né le forze di Polizia e
che se tanto fosse avvenuto i pedinamenti probabilmente vi sarebbero stati. Ma
l'obiezione non coglie nel segno, una volta che è certo che contatti volti
all'instaurarsi della trattativa vi furono anche tra il Sostituto procuratore
generale della Repubblica, dottor Claudio Vitalone, e Daniele Pifano,
esponente di spicco del collettivo di via dei Volsci e quindi dell'Autonomia
romana. Udito sul punto dalla specifica Commissione di inchiesta nell'VIII
legislatura, il dottor Vitalone, nel frattempo divenuto senatore, ha reso
ampia testimonianza dei contenuti del colloquio con Pifano ed ha tra l'altro
affermato, da un lato, che all'epoca del contatto non era stata ancora
accertata l'elevatissima pericolosità del Pifano (poco tempo dopo Pifano
verrà arrestato mentre trasportava missili per i terroristi del Fronte di
liberazione della Palestina), dall'altro che un pedinamento di Pifano non
sarebbe stato possibile o se possibile non si sarebbe rivelato produttivo.
Osserva la Commissione che se la prima valutazione può anche accettarsi, non
altrettanto la seconda, contraddetta da quanto riferito alla Commissione da
altro magistrato che a lungo si occupò dell'inchiesta (il dottor Priore), il
quale ha affermato, sia pure con riferimento a Lamberto Pace, che il
pedinamento era possibile e che sarebbe stato utilissimo. D'altro canto il
dottor Vitalone fonda le sue valutazioni sull'affermazione di una assoluta
impermeabilità non soltanto delle BR, ma anche dell'area magmatica
dell'Autonomia romana. Affermazione questa che la Commissione non ritiene
assolutamente di condividere per quanto innanzi ampiamente riferito in ordine
ad una costante infiltrazione dell'area di Autonomia oggi pacificamente
riconosciuta (218); sicché almeno sorprendente è che ciò fosse ignoto al
dottor Vitalone che pur sul fenomeno aveva a lungo indagato.
c) Analogo rilievo meritano le modalità con cui il nome "Gradoli"
venne ad inserirsi nell'inchiesta. Non è assolutamente credibile che il nome
sia venuto fuori (pure è questa la versione ufficiale!) in una seduta
spiritica in cui sarebbe stato evocato lo spirito dell'onorevole La Pira
perché rivelasse il luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Dovuto è
invece ritenere che il nome Gradoli fosse filtrato negli ambienti
dell'autonomia bolognese; e che il riferimento alla seduta spiritica fosse una
singolare, quanto trasparente, espediente di copertura della fonte
informativa. Così come storicamente è certo che la informazione fu
pessimamente utilizzata dagli apparati di sicurezza, mediante un'inutile
azione di rastrellamento militare del paese di Gradoli, in provincia di
Viterbo, trascurando, dopo il negativo esito del rastrellamento, la pressante
segnalazione della famiglia Moro secondo la quale il nome Gradoli indicava una
via romana, che fu invece ritenuta inesistente. Viceversa in via Gradoli vi
era la principale base operativa delle BR abitata dalla Balzerani e
frequentata da Moretti, già oggetto di un primo tentativo di perquisizione,
che andò vanificato dal semplice fatto che nessuno rispose agli agenti che
bussavano alla porta! Fonte di ancor più intense perplessità e di ancor più
gravi valutazioni è poi la circostanza recentemente emersa nelle indagini
sull'omicidio Pecorelli (219), in cui un professionista ha riferito al
magistrato inquirente di aver fornito ad un alto ufficiale dei carabinieri,
poi vittima delle Br (220), informazioni utili all'individuazione del covo in
via Gradoli, che sarebbero state sottovalutate. Sono dati allarmanti che
potrebbero consentire una lettura ben più cupa delle singolari modalità con
cui il covo delle Br fu poi abbandonato (221) a dodici giorni di distanza
dall'inutile rastrellamento di Gradoli; lettura in cui le modalità
dell'abbandono del covo si situerebbero in un contesto di ambigui messaggi di
non impossibile decrittazione. E' una ipotesi estrema, che come tale non
rientra nel canone che la Commissione si è dato; e cioè quello di limitarsi
alla enunciazione di ipotesi soltanto se dotate di elevata probabilità. Ma è
segnalazione che si è voluto operare una volta che, come ha dichiarato
esemplarmente alla Commissione in sede di audizione uno dei magistrati che
conduceva l'inchiesta, se l'operazione Gradoli fosse ststa condotta con un
minimo di diligenza "forse la storia del sequestro e dell'organizzazione
delle BR sarebbe stata del tutto diversa, anche la storia d'Italia in un certo
senso... via Gradoli era il centro, era il cuore delle BR, era la centrale
operativa del sequestro, quindi se via Gradoli fosse stata individuata"
come era agevolmente possibile "e fosse stata ben gestita, perché non
c'era necessità di intervenire e operare arresti, si sarebbero ottenuti dei
risultati perché quella era la sede dove Moretti tornava; dove la Balzerano
viveva e continuava ad organizzare operazioni durante il sequestro Moro".
d) Una serie di inequivoci indizi spingono inoltre la Commissione a ritenere
almeno probabile che tra la famiglia dell'uomo politico prigioniero e i
brigatisti si siano attivati momenti di contatto. Trattasi di un profilo che
risulta ben poco investigato anche in sede giudiziaria e sul quale il dottor
Guerzoni ha reso alla Commissione testimonianza diretta assolutamente
convincente sia in merito alla facilità dei contatti, sia pure epistolari,
che intervennero tra la famiglia e i sequestratori, sia sul ruolo svolto da un
sacerdote, don Antonello Mennini, che la Commissione avrebbe voluto audire ma
che ha rifiutato di essere ascoltato trincerandosi dietro lo status di
cittadino del Vaticano ed il ruolo ivi ricoperto (222). Un comportamento
quest'ultimo che la Commissione non può omettere di valutare almeno a livello
indiziario, per affermare dotata di probabilità, sia pur non elevata a
certezza, l'ipotesi che tra la famiglia Moro e le BR si fosse stabilito un
cosiddetto "canale di ritorno". E', com'è noto, profilo su cui a
lungo si soffermò la relazione di maggioranza della Commissione Moro;
affermando sin da allora di non potere escludere che tale "canale di
ritorno" vi fosse stato, ed insieme chiarendo come l'atteggiamento dei
familiari e dei collaboratori dell'onorevole Moro, nutrito da una non
immotivata sfiducia negli apparati, fosse stato scarsamente collaborativo
determinando la perdita di preziose possibilità di giungere alla prigione di
Aldo Moro e di tentarne la liberazione. Tuttavia anche tali ultime notazioni
che riguardano il comportamento dei familiari e dei più stretti collaboratori
dell'onorevole Moro concorrono a rafforzare la convinzione di una
permeabilità delle BR, tale da rendere sorprendente, come osservato anche in
sede di pubblicistica estera, che in un sequestro durato cinquantacinque
giorni, fitti scambi di lettere, di telefonate di contatti tra sequestratori,
sequestrato e mondo esterno, sia pure indiretti, non sia stato possibile ad un
apparato di sicurezza appena mediocre individuare il luogo di prigionia
dell'ostaggio e provare a liberarlo. Vuol dirsi, cioè, che una più atenta e
globale analisi della vicenda, accentua l'incomprensibilità di quello che da
subito fu percepito come uno scacco cocente dei servizi di sicurezza; ed
infatti l'accertata permeabilità delle BR avrebbe dovuto consentire una
risposta istituzionale più adeguata che attraverso l'identificazione del
luogo di prigionia portasse alla liberazione del prigioniero senza spargimento
di sangue come più tardi avvenne per il generale Dozier.
9.1. L'impegno degli apparati di sicurezza durante i cinquantacinque
giorni del sequestro Moro fu indubbiamente imponente. Basti pensare che da una
relazione della Direzione generale di Pubblica Sicurezza inviata al Ministro
dell'Interno in data 10 giugno 1980, emergono in ordine cronologico tutti gli
interventi effettuati (perquisizioni, ispezioni accertamenti, controlli,
blocchi stradali, battute con unità cinofile, ecc.) ed il quadro che ne
risulta fornisce una media giornaliera di 1294 posti di blocco (157 nella
cinta urbana di Roma), 1881 pattugliamenti (444 a Roma), 673 perquisizioni
domiciliari (173 a Roma), per un totale di quasi 6.500.000 persone
controllate. Per altri versi un rapporto elaborato dal Sismi sempre nel 1980
attesterebbe una documentabile solerzia, sia nel raccogliere le informazioni
dalle varie fonti istituzionali (Arma dei carabinieri, Ministero degli affari
esteri e rappresentanze diplomatiche, Ministero dell'interno, i Sios), dagli
organi di informazione anche stranieri e dai reperti (comunisti, volantini
ecc.), sia nel ricercare gli elementi informativi utili attraverso i molti
canali dell'intelligence: controllo delle radio trasmissioni e del traffico
marittimo e aereo, interscambi di informazioni con la Polizia e i servizi
collegati ecc. Se tutto ciò va riconosciuto, altrettanto dovuta è peraltro
la constatazione già operata a livello conclusivo dalla Commissione Moro:
nonostante lo sforzo imponente di uomini e di mezzi messi in campo (da
qualcuno peraltro definito "di parata"), nessun risultato fu
conseguito durante i cinquantacinque giorni del sequestro, al fine di
assicurare alla giustizia i responsabili della strage, come nessun risultato
di rilievo fu conseguito ai fini dell'individuazione della prigione
dell'onorevole Moro e della liberazione dell'ostaggio.
9.2 La spiegazione che di tale clamoroso insuccesso è stata data, è
nota e può ritenersi esemplarmente riassunta nelle valutazioni del Ministro
dell'Interno rese alla Commissione MOro: "Le forze di Polizia potevano
fronteggiare episodi sporadici di terrorismo, ma lo Stato nel suo complesso
non era preparato ad affrontare fenomeni terroristici tipo caso Moro da un
punto di vista ordinamentale e organizzativo. Mancava una politica della
sicurezza relativa al terrorismo, cioè una dottrina della sicurezza basata su
una analisi del fenomeno, non esistevano nel nostro apparato statuale adeguati
ausili di carattere moderno anche se tutti quanti hanno dato tutto quello che
potevano dare". E' una valutazione che alla Commissione non appare
condivisibile, almeno nella sua globalità. Ed infatti se è vero che il
rapimento Moro costituì per le azioni terroristiche un obiettivo di livello
fino a quel momento impensabile e se, quindi, può comprendersi l'angoscia e
la confusione che naturalmente seguirono a tale attacco inatteso, tuttavia
un'analisi complessiva del fenomeno, che la Commissione ha già compiuto,
conviene che in epoca sia precedente, sia immediatamente successiva al
sequestro Moro, lo Stato era apparso e apparirà ancora in grado di dare
risposta ben più adeguata all'attacco eversivo del partito armato. D'altro
canto la stessa Commissione Moro, mentre sottolineava nella vicenda del
sequestro, quale causa dello scacco, la mancanza di una strategia
nell'antiterrorismo e di una politica della sicurezza elaborata in relazione
alla peculiarità dell'organizzazione eversiva, dovette necessariamente
riconoscere di non aver potuto trovare ri sposte convincenti sul perchè
fossero stati disciolti nel pieno boom del terrorismo l'ispettorato
antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, costituito nel maggio dello stesso
anno presso il Comando Carabinieri Torino. In tale prospettiva, con specifico
riferimento alla vicenda Moro, vi è un ulteriore dato oggettivo che merita di
essere adeguatamente sottolineato, per smentire o almeno fortemente ridurre la
valutazione del grado di impreparazione complessiva dei sistemi di sicurezza:
e cioè la circostanza che dopo appena tre giorni la Questura di Roma era in
grado di indicare diciotto possibili autori della strage includendovi numerosi
cmponenti, ormai accertati, del gruppo di fuoco e comunque uomini del vertice
delle BR responsabili del sequestro; attestazione irrefutabil di un'attività
investigativa già approfondita e che avrebbe potuto portare a risultati ben
diversi da quelli, assai prossimi allo zero, che invece si realizzarono.
9.3. Certamente momenti di forte disorganizzazione vi furono anche a
livello di coordinamento dell'attività di Polizia giudiziaria. Solo a seguito
della vicenda Moro gli uffici giudiziari romani iniziarono ad agire in pool e
cioè secondo un modulo operativo già utilizzato da altri uffici giudiziari
settentrionali nella lotta al terrorismo. Così come non vi è dubbio che in
momenti decisivi della vicenda, tale ritardo di preparazione ed
organizzazione, ebbe effetto esiziale (si pensi ad esempio al ritardo
nell'individuazione dei covi non solo di via Gradoli, ma anche di via
Montalcini). E tuttavia, pur senza voler indugiare su molti altri aspetti già
posti in luce in inchieste parlamentari anteriori (così ad esempio l'assoluta
prevalenza di uomini della P2 ai vertici dei servizi di sicurezza, che durante
il periodo del sequestro diedero alle indagini un contributo praticamente
nullo) (223) appare indiscutibile il fatto che, come nella complessiva
risposta data dallo Stato all'aggressione del partito armato è riscontrabile
un oggettivo succedersi di momenti d'efficacia e di momenti d'inerzia, così
nella vicenda Moro coincidono, come da più parti rilevato, la punta più alta
dell'attacco terroristico con la punta più bassa di funzionalità degli
apparati di sicurezza e dei servizi d'informazione. Da ciò il ragionevole
dubbio che come tale alternanza di efficacia e d'inerzia, sia stata il frutto
non di una casualità della storia, bensì di una voluta logica di stop and go
nella reazione dello Stato al brigantismo; così nella vicenda Moro la
volontà di non infliggere subito al terrorismo la pur possibile decisiva
sconfitta coincise con l'obiettivo di non contribuire alla liberazione di un
leader, di cui erano noti quanto sgraditi gli intenti con riferimento
all'evoluzione della situazione politica italiana.
10. A tutte le già ricordate ragioni che sorreggono l'ipotesi Guerzoni,
alla Commissione sembra opportuno aggiungere il rilievo che indubbiamente deve
essere attribuito a più recenti acquisizioni che attengono vuoi al probabile
inserimento del crimine organizzato nella vicenda del sequestro Moro, vuoi al
comportamento delle BR che subito dopo l'eliminazione dell'ostaggio perde di
linearità ed appare - anche alla stregua di nuove emersioni - abbastanza
incomprensibile. Sono infatti tali ulteriori elementi che spingono ora ad una
revisione del giudizio a suo tempo formulata dalla Commissione Moro su una
discrasia, che già all'epoca parve chiara, tra la raggiungibilità
dell'obiettivo (la liberazione di Moro) e la constatazione innegabile che tale
obiettivo, pur con un imponente spiegamento di forze, non fu raggiunto.
L'inchiesta parlamentare nella relazione di maggioranza ritenne che la
discrasia potesse essere spiegata con la mancanza sia nelle forze dell'ordine,
sia nella magistratura di una strategia d'intervento specifico diretta a
liberare Moro e ad arrestare i suoi rapitori. Tuttavia la stessa relazione di
maggioranza non mancò di evidenziare come molti attori della vicenda si
fossero comportati come se la stessa potesse sbloccarsi da sola, eventualmente
in sede extraistituzionale, o come se il suo tragico epilogo fosse già
segnato sin dall'inizio. Sul punto quella commissione si interrogò sulla
possibilità che tali lacune fossero attribuibili al fatto che ai vertici di
molti apparati preventivi e repressivi vi erano uomini che sarebbero poi
apparsi tra gli appartenenti alla P2, acutamente rilevando come questa
organizzazione avesse tendenze politiche ed interessi materiali che sarebbero
stati fortemente colpiti se il programma politico che Moro incarnava si fosse
realizzato. E tuttavia la relazione di maggioranza, pur avendo affermato che
erano documentate gravissime negligenze apparentemente inspiegabili, se non
motivate da un interesse a non veder risolto positivamente il dramma che era
in corso, ritenne conclusivamente non raggiunta la prova dell'intenzionalità
delle omissioni verificatesi. E' conclusione questa che la Commissione ritiene
di non poter condividere appieno atteso che nuove emergenze e nuove
acquisizioni consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile (come
già affermato in alcune delle relazioni di minoranza della Commissione Moro,
in particolare quella dell'onorevole Sciascia) il carattere intenzionale di
almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che
contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro.
11. A fondare tale valutazione concorrono elementi che provengono da
inchieste giudiziarie che hanno avuto oggetti (l'omicidio del giornalista
Pecorelli, le attività di Cosa Nostra e della banda della Magliana, ecc.)
totalmente diversi dalla strage di via Fani e dall'omicidio Moro. Sicché la
circostanza che nell'ambito di tali diverse indagini l'affaire Moro abbia
assunto rilievo ne conferma la centralità in un più ampio contesto, dove
vennero ad incrociarsi flussi e tensioni in gran parte occulte e che va
investigato nel suo insieme per poter fare piena luce sul rapimento e la
tragica fine di un uomo politico intorno alla cui figura già oltre un
decennio prima tensioni sotterranee si erano attivate con un indubbio effetto
di torsione sul corso visibile delle vicende nazionali.
12. Sussistono ormai, nelle ricordate indagini giudiziarie, diverse e
numerose fonti convergenti nel fondare la convinzione che la criminalità
organizzata si sia attivata autonomamente e sia stata attivata da impulsi
esterni in una logica iniziale di favorire l'individuazione del luogo di
prigionia dell'onorevole Moro o comunque di giungere alla liberazione
dell'ostaggio. Le medesime fonti convergono peraltro nel convincere che tale
possibile intervento della criminalità organizzata sia stato successivamente
bloccato sia da valutazioni di non convenienza interne alle organizzazioni
criminali, sia da contrordini esterni che annullarono gli inputs originari. E'
sulla base di iniziali ammissioni di Francesco Marino Mannoia, nel 1991, in
parte riscontrate, in parte arricchite da Tommaso Buscetta, due anni più
tardi, che il ruolo della criminalità organizzata nel sequestro di Aldo Moro
ha assunto spessore e consistenza tali da divenire elemento di indagini
giudiziarie e di riflessione storica. Secondo Mannoia, Stefano Bontade sia per
propri convincimenti, sia per sollecitazioni che gli provenivano da ambienti
politici italiani, sottopose al vertice di Cosa Nostra (la cosiddetta
"commissione") l'opportunità di attivarsi per la liberazione di
Aldo Moro. Nel vertice mafioso tale decisione fu contrastata da Pippo Calò,
consultato quale conoscitore dell'ambiente romano, che avrebbe manifestato
contrarietà e rivolto a Bontade avrebbe affermato: "Stefano, ma ancora
non l'hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo
vogliono libero". Malgrado la contrarietà del Calò in quella sede fu
deciso "di operare affinché il Buscetta fosse spostato in un carcere del
Nord, sì da poter contattare alcuni terroristi di sinistra che aveva
conosciuto durante la detenzione". Tommaso Buscetta, allora detenuto, ha
confermato sostanzialmente le dichiarazioni di Mannoia, affermando altresì di
aver ricevuto anche sollecitazioni ad operare per la liberazione di Moro
provenienti da fonte diversa; e cioè da Ugo Bossi (uomo del gruppo facente
capo a Francis Turatello, gangster milanese con forti contatti romani), cui
Buscetta fece presente l'opportunità di essere trasferito dal carcere di
Cuneo a quello di Torino per poter contattare i vertici brigatisti che vi
erano detenuti. La domanda di trasferimento del Buscetta però non ebbe esito
positivo, ed il Buscetta suppose che fosse stato il generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa responsabile della sicurezza negli istituti di pena, ad opporsi
al trasferimento. Un'accurata indagine svolta dalla Procura romana ha
consentito di riscontrare l'attendibilità di tali fonti, chiarendo altresì
come l'attivazione del Bossi e dal gruppo Turatello nascesse da sollecitazioni
di Edoardo Formisano, consigliere regionale dell'M.S.I. a sua volta in
contatto con funzionari del Ministero dell'interno e ufficiali dell'Arma,
nonché con il dottor Vitalone, allora sostituto procuratore generale della
Repubblica in Roma. Anche dal Bossi Buscetta avrebbe avuto successivamente
conferma di una contrarietà politico-istituzionale alla liberazione di Moro.
Altre fonti attesterebbero che sulla cessazione dell'attivazione di Cosa
Nostra per la liberazione di Moro, (che le indagini della Procura romana
situerebbero intorno al 10 aprile) abbiano influito valutazioni interne alla
stessa associazione criminale, con specifico riferimento ad una iniziativa di
Frank Coppola e cioè di un anziano esponente di Cosa Nostra vicino alla mafia
statunitense. Testimonianze dell'onorevole democristiano Benito Cazora e del
giornalista parlamentare Giuseppe Messina attesterebbero altresì analoghe
iniziative della 'ndragheta calabrese ed inoltre un ruolo centrale nella
vicenda del faccendiere sardo Flavio Carboni, legato a Licio Gelli e alla P2,
che secondo un collaboratore di giustizia appartenente alla criminalità
romana avrebbe svolto il ruolo di "anello di raccordo fra noi della banda
della Magliana, la mafia di Pippo Calò e quegli esponenti della Massoneria
(Licio Gelli e la P2)". Carboni si sarebbe offerto all'onorevole Cazora e
a Giuseppe Messina come latore di un messaggio degli ambienti direttivi della
mafia siculo-americana: quello di voler collaborare alla liberazione di Moro
per riportare l'Italia ad uno stato di normalità. Peraltro il Carboni, dopo
un'iniziale attivazione, avrebbe comunicato al Messina che la dirigenza della
mafia era tornata sulla propria decisione e non voleva più occuparsi
dell'affaire Moro, probabilmente perché, ad avviso di Carboni, "la mafia
è molto anticomunista e Moro è indicato come persona molto favorevole al
governo con i comunisti". Più recenti acquisizioni processuali
nell'ambito delle indagini svolte dalla Procura di Perugia sull'omicidio
Pecorelli avrebbero confermato, con specifico riferimento alla banda della
Magliana, gli interventi di Carbone, Formisano e Vitalone sul clan Turatello
affinché intervenisse sul sequestro Moro per favorire la liberazione
dell'ostaggio, iniziativa romana che sarebbe stata successivamente fermata
dagli stessi committenti. Potrebbe osservarsi che trattasi di una pluralità
di elementi indiziari sparsi all'interno di indagini diverse che non hanno
ancora avuto il necessario vaglio dibattimentale. E tuttavia la Commissione
non può omettere di osservare che la concordanza delle varie fonti (a quelle
già richiamate, si aggiungono le dichiarazioni del maresciallo Incandela e di
Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata) è davvero
impressionante e tale da poter fondare in termini di elevatissima probabilità
la convinzione, già innanzi espressa, che inizialmente la criminalità
organizzata si sia attivata e sia stata attivata dall'esterno per favorire la
liberazione di Moro: e che tale intervento si sia arrestato per valutazioni
interne alla criminalità organizzata e per inputs esterni probabilmente
coincidenti. Analogamente impressionante è la convergenza di tali
indicazioni, anche alla stregua degli ulteriori elementi che verranno subito
chiariti, verso la ind ividuata "zona grigia"; e cioè verso
l'intreccio fitto - e non ancora pienamente disvelato - di ambigui rapporti
che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e
della criminalità locale al mondo di uno oscuro affarismo, ad esponenti
politici, ad appartenenti alla Loggia P2 (autorevolmente individuata come
luogo di "oltranzismo atlantico"), a settori istituzionali, in
particolare dei servizi.
13. Vi è infatti un ulteriore e ancora più inquietante episodio che ad
avviso della Commissione esemplarmente attesta il groviglio di interessi e
tensioni che sotterraneamente si attivò intorno al sequestro Moro: ed è
l'episodio relativo al falso comunicato n. 7 del "Lago della
Duchessa". Alle ore 9,30 del 18 aprile, in seguito ad una telefonata
anonima, un redattore del quotidiano "Il messaggero" rinveniva in un
cesto per rifiuti in piazza Belli un comunicato delle BR, nel quale si
affermava che la salma di Aldo Moro giaceva "impantanata" nei
fondali del Lago della Duchessa, in località Cartore di Rieti. La
comunicazione apparve abbastanza presto non veritiera: il lago della Duchessa
era gelato, il manto nevoso che ne ricopriva la superficie intatto e cioè non
segnato da orme. Moro era ancora vivo, come gli sviluppi della vicenda
abbastanza presto chiarirono. Anche sull'autenticità del comunicato sorsero
subito dubbi. Le BR quasi immediatamente la negarono, considerandolo una
"provocazione del potere". Incomprensibile apparivano anche le
finalità per cui la falsa informazione era stata resa, sia che la stessa
provenisse dalle BR o da ambienti a queste vicine o da terzi.
L'interpretazione più attendibile apparve quella data a caldo dalla signora
Moro: "una prova generale (dell'uccisione di Moro) per vedere come
avrebbe reagito l'opinione pubblica". La Commissione Moro, sulla base
degli elementi fino a quel momento acquisiti, non ritenne l'episodio
suscettibile di un'interpretazione univoca. E tuttavia ritenne di dover
"in proposito ricordare che l'idea di diffondere comunicati da parte dei
servizi di sicurezza per controllare le reazioni dei terroristi fa avanzata
dal dottor Vitalone sostituto addetto alla Procura generale della Repubblica e
discussa con Polizia e Carabinieri". Ora nuove emersioni, ancora una
volta provenienti da indagini giudiziarie affatto diverse da quelle che hanno
avuto ad oggetto la strage di via Fani e l'omicidio Moro, consentono una ben
più chiara - ed ancora più inquietante - lettura dell'episodio. Può infatti
ritenersi certo che autore del falso comunicato della Duchessa sia stato
Antonio Chichiarelli, un falsario romano di arte moderna, vicino agli ambienti
della Banda della Magliana. Il Chichiarelli è con altrettanta certezza
individuato come organizzatore ed autore della rapina del marzo 1984 alla
Brink's Securmark, un deposito di sicurezza, che fruttò un bottino di circa
30 miliardi di lire e numerosi gioielli. Pochi mesi dopo tale rapina il
Chichiarelli fu ucciso da ignoti in maniera estremamente violenta (anche la
sua convivente venne gravemente ferita e una bambina piccolissima che stava
con loro riuscì a salvarsi per caso). In tale concatenazione di eventi due
ulteriori episodi si inseriscono a rendere l'intreccio complessivo più fosco
e insieme più leggibile. A Chichiarelli possono ormai con certezza
attribuirsi due "messaggi", che nella immediatezza apparvero del
tutto oscuri. Il ritrovamente apparentemente casuale nell'aprile del 1979 di
un borsello contenente oggetti che alludevano, connettendo insieme gli
episodi, all'omicidio Pecorelli, al sequestro Moro e al depistaggio del Lago
della Duchessa. Ancor più inquietante è che il Chichiarelli sostanzialmente
"firmò" la rapina alla Brink's Securmark rivendicandola, due giorni
dopo il suo compimento, con un "pacchetto", il cui contenuto
chiaramente alludeva a quello del borsello fatto ritrovare cinque anni prima.
L'unica lettura possibile che attribuisca un senso logico al concatenarsi di
tali eventi non sembra alla Commissione potersi discostare da questa: il falso
comunicato del Lago della Duchessa fu commissionato a Chichiarelli da ambienti
istituzionali o almeno da ambienti a questi vicini (strettissimo amico di
Chichiarelli era Luciano Dal Bello confidente dei Carabinieri); Chichiarelli
riteneva di aver acquisito un credito di impunità per la collaborazione resa,
in tale prospettiva lancia dapprima messaggi ai propri committenti e quindi
firma la rapina alla Brink's! La gravità dell'episodio appare alla
Commissione innegabile, anche perché un'approfondita riflessione convince che
la conseguenza del falso comunicato fu sull'opinione pubblica l'annuncio
dell'assassino del leader democristiano, messaggio che anticipando il lutto
rispetto al reale svolgimento degli accadimenti, rendeva l'intera società
pronta ad accogliere con minor resistenza e minor sofferenza una morte che
dipendeva ancora da una molteplicità di circostanze, e sollecitava di fatto i
brigatisti a percorrere la via cruenta e risolutiva. Lo stesso Moro nel
Memoriale sembra interpretare in questo senso l'episodio, allorché scrive
dell'unilateralità del comportamento della stampa italiana a proposito della
"macabra grande edizione sulla mia esecuzione".
14. Già nelle relazioni 22 aprile 1992 e 28 febbraio 1994 la
Commissione ha sottolineato l'importanza che assumono ai fini di una nuova e
più approfondita lettura dell'affaire Moro le acquisizioni documentali
consentito dal ritrovamento (apparentemente casuale) nel covo di via Monte
Novoso nel 1990 di una copia di lettere di Moro, tra cui alcune inedite e
soprattutto una copia manoscritta del memoriale, più ampia del dattiloscritto
rinvenuto nello stesso covo del 1978 e trasmesso all'Autorità giudiziaria. La
Commissione ha anche rilevato come l'intervenuto accertamento giudiziario
della datazione al 1978 dell'occultamento della documentazione in via Monte
Nevoso non implica affatto l'identificazione degli autori dell'occultamento
nei brigatisti che occupavano il covo; e cioè non esclude affatto che che
l'occultamento sia stata opera di qualcuno che - dopo la perquisizione ma
nello stesso arco di tempo - avrebbe ritenuto inopportuna la divulgazione di
documenti che vennero per questo occultati. E' un dubbio che si rafforza una
volta che in altre indagini giudiziarie, tuttora in attesa di una verifica
dibattimentale, è stata avanzata l'ipotesi di un possesso di carte non note
relative all'affaire Moro da parte del Generale Dalla Chiesa e di una sua
attività per portarle a conoscenza dell'onorevole Andreotti e cioè dell'uomo
politico che più di altri sarebbe stato danneggiato dalla divulgazione dei
documenti, che sarebbero stati poi trovati in via Monte Nevoso. Analogamente
è stato già sottolineato dalla Commissione nelle sedi indicate che ulteriori
perplessità nascono dall'ipotesi avanzata che il giornalista Pecorelli (i cui
contatti con il Generale Dalla Chiesa possono ormai ritenersi certi) poco
prima della morte era in attesa di ricevere e pubblicare inediti relativi
all'affaire Moro (224). Peraltro nella presente sede conclusiva ciò che alla
Commissione sembra dovuto ribadire e sottolineare è che il ritrovamento degli
inediti di Moro obbliga, per il profilo considerato, ad una lettura della
vicenda del sequestro notevolmente diversa da quella operata dalla Commissione
Moro. Quest'ultima infatti, operò la lettura del sequestro e della sua
tragica conclusione muovendo dal presupposto - che allora poteva essere
condiviso - che Moro nel processo cui fu sottoposto dai brigatisti "non
avesse parlato". Sicché la decisione di sopprimere l'ostaggio fu
individuata come la tappa finale di un percorso non lineare all'interno delle
BR, determinato anche dalla delusione di queste sugli esiti del processo. E'
una conclusione questa che cede dinanzi ai contenuti delle carte rinvenute in
via Monte Nevoso nel 1990, che da un lato consentono di collegare l'esecuzione
non solo ad una logica interna, ma anche all'esito del processo, dall'altro
pone il problema di spiegare perché le BR rinunciarono al vantaggio politico
di rendere noti, come pure si erano impegnate a fare, i risultati
dell'interrogatorio cui Moro era stato sottoposto. (Il memoriale Moro è
infatti questo; e nella relazione del 28 febbraio 1994 la Commissione ha anche
specificatamente indicato i sedici temi sui quali l'interrogatorio fu
imperniato). Appaiono sul punto non convincenti le spiegazioni date sino ad
ora dai brigatisti (in particolare e da ultimo da Moretti) sulle ragioni per
cui gli interroganti ritennero non utile rendere pubblici i contenuti
dell'interrogatorio. Non resta quindi sul punto che un'unica ipotesi che
appaia logica ed accettabile; e cioè quella di un contatto, eventualmente
mediato, tra le BR e settori istituzionali, in cui le prime potessero
prospettarsi un qualche possibile vantaggio dalla mancata pubblicazione dei
documenti.
15. Sono queste quindi le nuove emergenze e le nuove acquisizioni che spingono la Commissioe - che si interroga sui contenuti e la qualità della risposta dello Stato all'aggressione del partito armato - di ritenere almeno fortemente probabile il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro. Una simile conclusione è destinata a rafforzarsi nell'analisi complessiva della vicenda nazionale (già in parte operata e che verrà completata nelle pagine successive) in cui la morte di Moro appare coerentemente inserirsi nel complesso di un obiettivo strategico più ampio. E se lo specifico disegno politico di cui Moro era portatore può ancora oggi ritenersi neutro quanto all'iniziativa brigatista, non vi è dubbio che lo stesso assuma un decisivo rilievo nell'intento di quanti ritennero che l'epilogo annunciato della vicenda non meritasse di essere sino in fondo contrastato.
| GLI ANNI '80 |
0. Il 27 giugno 1980 un DC9 Itavia in volo da Bologna a Palermo cadde
tra l'isola di Ponza e l'isola di Ustica causando la morte di 81 persone tra
passeggeri ed equipaggio. Un cedimento strutturale dell'aereo fu la causa cui
immediatamente venne attribuita la ragione del disastro che apparve quindi
nella contestualità del suo verificarsi agli occhi dell'opinione pubblica
soltanto uno dei ricorrenti incidenti che funestano il traffico aereo. Poco
più di un mese dopo, e cioè il 2 agosto 1980, un ordigno esplosivo
abbandonato nella sala d'attesa di seconda classe della stazione ferroviaria
di Bologna deflagrava intorno alle ore 10,25 cagionando la morte di 85 persone
e il ferimento di numerose altre, molte delle quali riportavano lesioni gravi
o gravissime. Enorme fu l'impatto su un'opinione pubblica che, a sei anni di
distanza dalla strage dell'Italicus e pur provata da un sanguinoso decennio di
tensioni altissime, restò attonita dinanzi a quello che ben presto si sarebbe
rivelato un attentato doloso dalle conseguenze senza precedenti.
1.1. Il 5 agosto 1980 si riunì in Roma il Comitato interministeriale
per l'informazione e la sicurezza sotto la Presidenza del capo del Governo,
Francesco Cossiga. Il verbale di tale riunione è stato trasmesso il 28 marzo
1995 alla Commissione dal giudice istruttore dottor Priore che lo aveva
acquisito dall'attuale segretario generale del Cesis, prefetto Umberto
Pierantoni. L'acquisizione è stata determinata da una richiesta del
Presidente di questa Commissione rivolta al Presidente del Consiglio dei
Ministri e al Segretario generale del Cesis di tutti i verbali del Cesis e del
Ciis del periodo. Il prefetto Pierantoni, sentito dal giudice Priore in merito
al motivo per il quale un così rilevante documento fosse stato trasmesso con
tanto ritardo, ha testualmente riferito che il documento era stato reperito
"a seguito di migliori ricerche attuate da personale esperto nella
specifica materia a differenza delle volte precedenti"; giustificazione
questa che dà adito a forti perplessità. Nella riunione del Ciis appare
largamente prevalente la tesi della riferibilità della strage di Bologna alla
destra eversiva, soprattutto sulla considerazione che si trattava di un
attentato con obiettivo indiscriminato, analogo a numerosi altri attentati
dinamitardi attribuiti alla stessa matrice, e che, come tale, appariva già
nel 1980 e in una qualificatissima sede di governo estraneo alle modalità
operative del terrorismo di sinistra, pur ancora fortemente attivo nel Paese.
Tuttavia non mancano nel verbale riferimenti ad un possibile collegamento
dell'attentato di Bo logna con fatti eversivi di carattere internazionale. In
particolare: - il generale Santovito, direttore del Sismi, prospettava
l'ipotesi che la bomba utilizzata alla stazione di Bologna fosse stata
confezionata con miscela esplosiva di nuova concezione usata in particolare in
Argentina, non escludendo che si trattasse della stessa miscela esplosiva
utilizzata qualche giorno prima per l'ordingo esploso in un deposito bagagli a
Bengasi, in Libia; e, inoltre, faceva riferimento agli omicidi di molti
cittadini libici, dissidenti dal regime di Gheddafi, commessi negli ultimi
tempi in Italia e attribuiti ai servizi segreti libici; - il generale
Grassini, direttore del Sisde, confermava i contatti di emissari della estrema
destra francese con ambienti della destra eversiva italiana, facendo rilevare
che, nel precedente mese di luglio, era stata accertata la presenza a Bologna
del signor Durand, autorevole membro della F.a.m.e (Fédération d'action
nationale européenne), nota organizzazione di estrema destra francese (225);
- il ministro dell'interno Rognoni dichiarava di avere avuto contatti con il
ministro degli interni della Germania federale Baum il quale, a proposito
della strage di Bologna, gli aveva suggerito l'opportunità di un colloquio
con il generale Belgassen, capo del servizio segreto libico, con il quale egli
stesso aveva avuto un colloquio del cui contenuto nulla veniva riferito.
1.2. Singolare è peraltro nel verbale un intervento dell'onorevole
Antonio Bisaglia, all'epoca ministro dell'industria, che sottolineò la
possibilità di un collegamento tra l'attentato di Bologna e il disastro aereo
di Ustica avvenuto alla fine del precedente mese di giugno. Dal verbale, che
è peraltro redatto in forma riassuntiva e non stenografica, non sembra che
l'onorevole Bisaglia aggiunga alcun dettaglio in ordine alla fonte della sua
informazione e ai contenuti della stessa. Ed anzi lo stesso onorevole
Bisaglia, in un suo secondo intervento, sembrò adeguarsi alla tesi prevalente
della riferibilità della strage di Bologna alla destra eversiva senza alcun
ulteriore accenno al presunto collegamento con il disastro di Ustica. Tuttavia
il primo riferimento dell'onorevole Bisaglia appare non privo di interesse
indagativo atteso che nei primi di agosto del 1980 la tesi ufficiale era che
il DC9 dell'Itavia in volo da Bologna a Palermo fosse precipitato per effetto
di un cedimento strutturale. Lo spunto investigativo è apparso alla
Commissione interessante perché trovò riscontro nell'affermazione piuttosto
netta di un possibile collegamento tra il disastro di Ustica e la strage di
Bologna che il prefetto Parisi, capo della polizia, aveva fatto a questa
Commissione in due successive audizioni (17 ottobre 1990 e 22 giugno 1993). In
particolare in tale seconda audizione il prefetto Parisi, dopo aver segnalato
il collegamento, inizialmente ipotizzato e poi smentito, del noto esponente di
Ordine Nuovo, Marco Affatigato, in entrambe le stragi, a specifica domanda del
senatore Zamberletti dichiarava di non potere escludere l'ipotesi che "la
strage di Bologna potesse essere una replica al segnale non percepito della
strage di Ustica". In altri termini, nel presupposto che gli attentati
terroristici fossero "segnali", il prefetto Parisi avanzava
insistentemente l'ipotesi che il disastro di Ustica fosse stato un attentato
doloso; e che lo stesso segnale - indipendentemente dalle modalità di
esecuzione dell'attentato (missile o bomba) - non fosse stato adeguatamente
percepito; sicché sarebbe stato dopo poco tempo reiterato alla stazione di
Bologna. Una tesi analoga è stata, come è noto, di recente avanzata con
lucidità e forza in sede saggistica dal senatore Zamberletti, che ha
collegato gli eventi di Ustica e di Bologna ad una possibile reazione della
Libia all'accordo raggiunto, nella stessa estate del 1980, dall'Italia con il
governo di Malta per assicurare protezione militare a questo Paese e
sganciarlo in tal modo dall'influenza libica. La Commissione era stata infatti
indotta ad avanzare la richiesta di tutti i verbali del Ciis e del Cesis che
potessero riguardare i due tragici eventi di Ustica e di Bologna dalla
particolare autorevolezza della fonte - il Capo della Polizia - che
reiteratamente aveva operato tale collegamento e dalla constatazione che mai
il prefetto Parisi si era lasciato andare ad affermazioni gratuite e
fantasiose.
1.3. Peraltro alla Commissione non resta allo stato che prendere atto dell'assenza di risultati cui ha condotto (in una prospettiva di fecondo parallelismo pur nella autonomia delle due sfere, tra inchiesta parlamentare e inchiesta giudiziaria) l'indagine svolta sul possibile collegamento tra le vicende di Ustica e Bologna dal G.I. Priore. Il magistrato ha infatti sentito, senza giungere ad alcun utile risultato, tutti i protagonisti della riunione del Ciis del 5 agosto 1980 ancora viventi. Non ha potuto però ascoltare l'onorevole Bisaglia, deceduto in circostanze accidentali (226). Nessuno dei partecipanti alla riunione del 5 agosto, uditi dal dottor Priore, ha ricordato alcunché in merito all'ipotesi di un collegamento tra Ustica e Bologna e della sua prospettazione da parte dell'onorevole Bisaglia, neppure, de relato, la vedova del ministro Bisaglia, Romilda Bollati De Saint Pierre, né la sua segretaria Lucia Valeri. In particolare il senatore Francesco Cossiga, dopo aver ribadito che nella riunione si era palesata una convinzione unanime sulla matrice della strage come riferibile alla destra eversiva (matrice sulla quale peraltro sollevava al momento della deposizione notevoli dubbi e perplessità) dichiarava di non ricordare nulla della ipotesi avanzata in quella sede dal ministro Bisaglia circa il collegamento tra Ustica e Bologna. A tale riguardo il senatore Cossiga, dopo aver evidenziato di essere dotato di ottima memoria, esprimeva il proprio scetticismo sulla formulazione della tesi espressa dal ministro Bisaglia, rilevando che in tutti i presenti alla riunione era stata ben lontana l'ipotesi di un collegamento tra Ustica e Bologna; osservava inoltre che, qualora la tesi di Bisaglia fosse stata da lui recepita, egli non avrebbe successivamente mancato di collegarla alla tesi analoga avanzata molti anni più tardi dal senatore Zamberletti e dal defunto capo della polizia Parisi. Infine specificava che mai gli era passato per la mente un collegamento tra i due eventi, sul quale continuava ad essere piuttosto scettico, ritenendo trattarsi di "un teorema dei servizi di informazione (per questi servizi del tutto legittimo) di un'ipotesi investigativa, che si pone in una posizione del tutto diversa da quella delle indagini di polizia giudiziaria, e, ancor più, degli accertamenti dell'autorità giudiziaria". In proposito osserva la Commissione che l'opinione espressa dall'onorevole Bisaglia ha uno specifico riscontro documentale nel verbale del Cesis e che (seppur lasci perplessi la circostanza che tale documento sia emerso a quindici anni di distanza dalla sua redazione) non sussistono elementi, neppure indiziari, che autorizzino a pensare ad una interpolazione e quindi ad un falso. E se è pur vero che il documento offre una pista indagativa che allo stato non ha condotto a utili risultati, è altrettanto vero che lo stesso dimostra come nei primi dell'agosto 1980 la tesi del cedimento strutturale, quale causa del disastro di Ustica, non era affatto pacifica in ambito governativo.