FISICA/MENTE

 

 

IL CASO MORO

di Gianluca Neri

“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”

Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.

Si inizia, un capitolo al giorno, con “Il caso Moro”, di Sergio Flamigni e Michele Gambino.

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito, dopo il massacro degli agenti della sua scorta. Il 9 maggio fu ucciso. In quei cinquantacinque giorni accadde che gli inquirenti indagarono nella direzione sbagliata, al vertice del ministero dell’Interno si insediò un Comitato di iscritti alla Loggia P2, un consulente americano consigliò di non “sopravvalutare” l’ostaggio, verbali vennero redatti e poi sottratti, bobine furono manipolate, gladiatori furono allertati, sedute spiritiche indirizzarono le inchieste. Alla fine, con la morte del prigioniero delle Br, una intera politica, quella di Moro, fu rovesciata. Per questo il caso Moro è il più grande mistero della Repubblica. Questo racconto lo ricostruisce minuziosamente, sulla base delle testimonianze e della carte emerse nei quattordici anni che seguirono, fino alla pubblicazione.

 


Sergio Flamigni, che fu membro della commissione parlamentare d’indagine sull’“affare Moro”, è uno dei maggiori conoscitori dei “cinquantacinque giorni” (su cui ha scritto il libro “La tela del ragno”).
Michele Gambino, giornalista, ha iniziato l’attività nei primi anni ‘80 con “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Dal 1990 fino alla chiusura del giornale è inviato del settimanale “Avvenimenti”. Specializzato in inchieste su criminalità economica, mafia, politica interna ed estera, ha realizzato decine di reportage dai teatri di guerra di tutto il mondo. Ha collaborato come autore e inviato in diverse trasmissioni televisive della Rai e ha scritto libri-inchiesta e saggi su argomenti d’attualità. E’ uno degli insegnanti della “bottega di giornalismo” della scuola torinese “Holden” di Alessandro Baricco e vice-direttore di “Pippol”.
(Pubblicato da “Avvenimenti” il 12/2/1992)

 
CAPITOLO I

 

Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.30

Il transatlantico di Montecitorio è insolitamente affollato, vista l’ora: gruppi di parlamentari vanno su e giù lungo i corridoi in attesa della votazione che sancirà la nascita del quarto governo Andreotti. Particolarmente animati i capannelli dei deputati comunisti: sta per nascere la prima maggioranza di cui il Pci fa parte. Ma alcuni di loro polemizzano con le indicazioni del partito, che impone di votare l’appoggio esterno a un monocolore dc zeppo delle vecchie facce dei ministri di sempre. All’improvviso una notizia interrompe il filo dei discorsi: mezz’ora prima in via Fani, ampia e tranquilla strada del quartiere Trionfale, un commando di brigatisti rossi ha sequestrato l’onorevole Aldo Moro, regista insieme a Berlinguer dell’accordo tra democristiani e comunisti. Quattro uomini della scorta, Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera, sono stati uccisi. Il quinto, Francesco Zizzi, morirà più tardi in ospedale.
Le forze dell’ordine si sono già messe in moto, ma è un agitarsi privo di logica. I percorsi dei brigatisti in fuga si sovrappongono a quelli delle volanti in arrivo senza mai incrociarsi. In via Bitossi una radiomobile riceve l’ordine di spostarsi per dirigersi verso via Fani un attimo prima che la Fiat 128 blu con a bordo Moro e i suoi sequestratori arrivi proprio nel punto in cui l’auto della polizia si trovava.

Alla centrale operativa della questura di Roma presta servizio quel 16 marzo il commissario Antonio Esposito, poi risultato iscritto alla P2. Lo stesso nome, con l’indirizzo e il numero di telefono, verrà trovato in possesso di uno dei componenti del commando brigatista, Valerio Morucci. Ma nessuno gli chiederà mai perché.
Le cronache dell’agguato, il giorno dopo, si dilungheranno sulla «professionalità» degli assalitori. In realtà a uccidere la scorta lasciando incolume Aldo Moro sono stati due soli componenti del commando; dei 97 bossoli ritrovati in via Fani dopo la sparatoria 62 furono sparati da una sola arma, altri 20 da un secondo killer. I restanti tre uomini del commando spararono quindi 15 proiettili in tutto. Agli atti del processo c’è la deposizione di uno dei testimoni dell’agguato, esperto di armi, che descrive con sincera ammirazione la «tecnica» di uno degli assalitori. Il numero e la composizione dell’intero gruppo che partecipò all’agguato non è mai stato chiarito, ma c’è il fondato sospetto che tre componenti del commando non siano mai stati identificati. Lo stesso Valerio Morucci ha parlato prima di dodici e poi di nove componenti. Ma di sicuro tra i brigatisti condannati per il sequestro Moro non c’è nessuno che abbia le capacità «militari» messe in mostra dal superkiller di via Fani. Esiste anche l’ipotesi che alcuni dei proiettili sparati in via Fani provengano da un deposito di «Operazione Gladio». E’ una pista che nasce dall’interrogazione presentata di recente da un deputato di Democrazia Proletaria, Luigi Cipriani che ha riletto con gli occhiali di “Gladio” le carte del primo processo Moro. Trovandovi un particolare che potrebbe rivelarsi di straordinaria portata: secondo il perito del tribunale, 39 dei bossoli ritrovati in via Fani provengono da uno stock in dotazione «a forze militari non convenzionali». Essi sono inoltre ricoperti di una vernice protettiva adatta alle lunghe conservazioni.

Ore 9,45

Nella zona di via Fani saltano le linee telefoniche. La conseguenza è una parziale paralisi delle comunicazioni tra le forze dell’ordine. La Sip spiegherà che si è trattato di un sovraccarico delle linee. Si scoprirà, anni dopo, che all’interno della Sip operano strutture dei servizi segreti. Pochi giorni prima del sequestro Moro una squadra di telefonisti era stata notata all’interno del garage del palazzo in cui abitava il presidente della Dc.
Sul luogo della strage sono accorsi i vertici di carabinieri, polizia e magistratura. Dirà il generale dei Cc Corsini: “Devo dire che lì ho trovato una grossa confusione, in parte creata da noi…”.

Ore 9,50

Vengono istituiti i primi posti di blocco. I brigatisti hanno avuto quasi un’ora di tempo per raggiungere un luogo sicuro.

Ore 10

Alla Camera la seduta di insediamento del nuovo governo è rinviata. Negli stessi minuti Licio Gelli riceve nella sua stanza all’Excelsior due ospiti mai identificati. Testimonianza della segretaria del capo della P2, Nadia Lazzerini: “Ad un certo punto Gelli disse: «Il più è fatto»”.

Ore 10,06

Il Gr2 trasmette un editoriale del suo direttore, Gustavo Selva, che invoca misure speciali e lo stato di guerra. Anche il nome di Selva fu trovato nelle liste della P2. La campagna per le misure speciali e lo stato di emergenza verrà condotta con particolare forza dal “Corriere della Sera”, diretto da un iscritto alla P2, Franco Di Bella. Per lo “stato di pericolo pubblico” e per l’interrogatorio degli indiziati senza difensore si esprimerà anche il capo del Sisde (il servizio segreto civile) Giulio Grassini, piduista.

Ore 10,08

Con una telefonata alla redazione milanese dell’Ansa le Brigate rosse rivendicano l’azione e aggiungono che “Moro è solo l’inizio”.

Ore 10,30

Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale, la Corte Costituzionale sospende per mezz’ora la seduta in segno di lutto, nelle scuole e nelle Università gli studenti si riuniscono in assemblea.
Sui tavoli di prefetti, questori, commissari di polizia e guardie di frontiera arriva un telegramma urgente. Con “massima precedenza assoluta” il capo dell’Ucigos, Antonio Fariello, capo di un ufficio creato nello spazio di un mattino dal ministro dell’Interno Cossiga e suo uomo di fiducia, ordinava di disporre immediatamente il “Piano Zero”. Mezz’ora dopo il centralino del ministero dell’interno era intasato dalle telefonate di allarmati funzionari che da tutta Italia chiedevano cosa mai fosse il “Piano Zero”. Si scoprì a tarda sera che si trattava di un piano di emergenza per mobilitare le forze dell’ordine della provincia di Sassari. Fariello, che era stato questore di quella città, era convinto che il piano valesse su tutto il territorio nazionale. Un errore incredibile, ma solo il primo di una lunga serie. Per la cronaca, nel 1987 il dottor Fariello, lasciata la polizia, fu assunto come capo della sorveglianza della Banca Nazionale del Lavoro. Direttore generale dell’istituto di credito era all’epoca Giacomo Pedde, cugino di Francesco Cossiga.

Ore 11,30

Al Viminale il ministro dell’interno Francesco Cossiga convoca i vertici delle forze di polizia, dei servizi segreti e delle forze armate. Viene formato il comitato tecnico operativo che dovrà coordinare le indagini. Si scoprirà, tre anni dopo, che molte delle persone riunite intorno a quel tavolo sono iscritte alla P2.
L’operato del comitato di crisi è uno dei “buchi neri” del caso Moro. Dei verbali delle riunioni vi è traccia solo fino al 3 aprile. In realtà però Cossiga prestò scarsissima attenzione a quel comitato. Al punto da frequentarlo solo saltuariamente a partire dal 21 marzo, cinque giorni dopo il sequestro di Aldo Moro.
Accanto al comitato “ufficiale”, composto dai rappresentanti di forze dell’ordine e servizi segreti, Cossiga ne costituì un secondo, denominato “gruppo gestione crisi”, che lavorò in modo del tutto misterioso. Formalizzato su proposta dello stesso Cossiga da un documento del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti) del 16 marzo, il comitato di “gestione crisi” fu caratterizzato dalla presenza di alcuni amici personali del ministro, parte dei quali iscritti alla loggia di Gelli: come il professor Franco Ferracuti, uno psichiatra che ebbe grande peso, insieme al “consulente di crisi” del dipartimento di Stato americano Steve Pieczenik, nel far passare la tesi del Moro “fuori di sé”, e quindi della inattendibilità delle sue lettere dal carcere brigatista. Conosciuto come un collaboratore della Cia, Ferracuti fu poi coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna per la sua amicizia con l’ideologo “nero” Semerari; lo stesso Ferracuti, come risulta dall’interrogatorio di un neofascista, all’epoca del sequestro Moro informava gli esponenti del terrorismo nero sullo stato delle indagini. Dagli interrogatori di Ferracuti e di altri componenti di questo “comitato-ombra” risulta che esso si riuniva in luoghi sempre diversi con scadenze non prefissate, e che il numero dei presenti variava di volta in volta. A proposito dei verbali delle riunioni del comitato di crisi, affannosamente e inutilmente richiesti al ministero dell’Interno, molti anni dopo, dalla commissione parlamentare sulle stragi, una testimonianza preziosa è venuta da uno dei suoi componenti, il criminologo Franco Ferracuti: “Concluso il caso Moro, ho parlato con Cossiga, e gli ho spiegato che le carte sul “caso” erano un pezzo della storia d’Italia, e che ci si doveva preoccupare di salvarle tutte. Lui mi aveva risposto di esserne consapevole, e che se ne sarebbe occupato. Certo, per quello che dico non ho prove, ma quando sono tornato ho chiesto ad alcuni amici del Viminale dove erano finiti tutti quei materiali. Mi hanno risposto che era sparito tutto. Forse Cossiga… per motivi storici, o qualcosa del genere”.
In un libro pubblicato oltre dieci anni dopo l’agguato di via Fani, “L’ombra di Moro”, Adriano Sofri è tornato sulla questione del comitato-ombra. Di che si tratti, l’ex leader di Lotta Continua lo ha spiegato in una intervista al settimanale “Il Sabato”: “Mi è stato detto - afferma Sofri - che durante i giorni del rapimento Moro c’era una specie di comitato-ombra che si occupava dell’emergenza. Questo gruppo di persone era insediato al ministero della Marina Militare con la presenza personale di Licio Gelli”. Sofri spiega di aver avuto la notizia da “una persona accreditata per non dire sciocchezze”, ma non più in vita. Sempre secondo Sofri gli altri componenti del gruppo di esperti scelto da Cossiga chiamavano affettuosamente Gelli “Micio Micio”. Il capo della P2 avrebbe avuto addirittura a disposizione una stanza all’interno dell’edificio della Marina militare, in piazzale della Marina 1, a Roma. Sofri non è un personaggio di secondo piano in questa vicenda: egli seguì da vicino gli sviluppi del caso Moro, tenendo contatti sia con i vertici del Psi che con gli ambienti dell’estremismo rosso.
Della presenza di Gelli tra i consiglieri di Cossiga parla anche un altro libro; si chiama “I giorni del diluvio”, e l’ha scritto, sotto falso nome, il senatore Francesco Mazzola, sottosegretario alla Difesa, con delega alla Marina Militare e grande amico di Cossiga. Mazzola, che fece parte del “comitato gestione crisi”, nel libro chiama Gelli “il marchese”.
Ci sono infine altre due testimonianze non smentibili: la prima è del funzionario del Sisde, Elio Cioppa, piduista, il quale davanti alla commissione P2 ha testimoniato che “durante il sequestro Moro il capo del servizio, generale Grassini (anch’egli iscritto alla P2, N.d.R.), gli affidò un accertamento da compiere specificando che lo spunto… proveniva da una riunione a cui era presente Gelli”. Questo fu il giudizio di Tina Anselmi, che presiedette la commissione parlamentare: “Il capo della Loggia agiva dunque ormai come elemento pienamente inserito al massimo livello in uno dei gangli essenziali dello Stato”.
La seconda testimonianza è di un sincero amico dei vertici democristiani, il giornalista Umberto Cavina, all’epoca del sequestro capo ufficio stampa della Dc, il quale ha dato per certa la presenza di Gelli al Ministero dell’Interno durante il sequestro Moro.
Gelli partecipò alle famose riunioni negli uffici della Marina Militare sotto il falso nome di ingegner Luciani. “Ingegner Lucio Luciani” è il nome di copertura che Licio Gelli ha spesso usato nelle lettere di raccomandazione pubblicate tra gli atti della commissione d’inchiesta della P2. Come “ingegner Luciani”, il capo della P2 prenota spesso una camera all’Excelsior di Roma.
Nella seconda metà di gennaio del 1992 attraverso canali misteriosi è saltato fuori un documento che prova le frequentazioni di Licio Gelli al ministero della Marina: si tratta di due tesserini, datati 1979 e intestati all’ingegner Lucio Luciani, che permettono l’accesso alla biblioteca del ministero. Forse qualcuno conserva ancor oggi altre e più importanti tessere, che Licio Gelli utilizzò per accedere agli uffici del ministero nei giorni tra marzo e maggio del 1978, quelli in cui si consumò il caso Moro. Forse, quei tesserini fanno parte del gioco di ricatti che apparentemente coinvolge, a volte in veste di ricattato, altre in quelle di ricattatore, il Presidente della Repubblica (Francesco Cossiga, all’epoca della pubblicazione di questo scritto, N.d.R.).

Ore 18,06

Alla Procura di Roma si svolge un summit presieduto dal capo dell’ufficio, il dottor Giovanni Di Matteo. Vi partecipano tutti i sostituti procuratori. Si concorda che il sostituto di turno incaricato delle indagini, il dottor Infelisi, sarà affiancato da un gruppo di magistrati. In realtà nei giorni successivi De Matteo cambierà idea. Infelisi condurrà da solo le indagini, ma continuerà anche a svolgere il normale lavoro di routine: “Il telefono del mio ufficio a volte non funzionava - racconterà Infelisi - dovevo usare il telefono a gettoni nel corridoio - spesso mancavano i gettoni…”.

CAPITOLO II

 

La sera del 15 marzo, una manciata di ore prima del sequestro di Aldo Moro, un non vedente di Siena, Giuseppe Marchi, racconta in trattoria il seguente episodio: mentre rientrava a casa col suo cane ha udito alcuni uomini parlare con accento straniero dentro una macchina in sosta. Uno di loro ad un certo punto ha detto: “hanno rapito Moro e le guardie del corpo”.
Scriverà il giudice Ernesto Cudillo: “E’ possibile che il Marchi non abbia afferrato bene il significato della frase, che non si riferiva ad un fatto accaduto, ma che doveva accadere”. L’episodio comunque venne lasciato cadere. Marchi abitava in una zona del centro storico chiusa agli automezzi. Nessun accertamento venne fatto sulle auto che avevano accesso alla zona chiusa.
Alle 8,30 del 16 marzo, mezz’ora prima dell’agguato, Renzo Rossellini, direttore di Radio Città futura, parlò di un possibile attentato a Moro. Rossellini spiegò in seguito che la voce sul sequestro di Moro circolava da tempo. Nel febbraio del ‘78 il “Male” aveva addirittura pubblicato una finta “lettura della mano” del presidente della Dc: “La mano di costui, forse ripresa in un carcere, è inequivocabilmente di tipo assassino… e la linea del destino indica che il soggetto, dopo alterne vicende, farà una brutta fine. Notevole il reticolo sull’indice, segno certo di carcerazione”. Ad un sequestro di un esponente Dc, e alla fine di Aldo Moro, avevano alluso anche alcuni detenuti e il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista Op, legata ad un preciso settore dei servizi segreti, quello che faceva capo al piduista Vito Miceli.
Il sequestro Moro piomba su una struttura dei servizi segreti completamente trasformata sotto la pignola guida del superesperto ministro dell’interno Francesco Cossiga: a capo dei due nuovi servizi segreti, il Sismi (militare) e il Sisde (civile), sono stati nominati i generali Giuseppe Santovito e Giulio Grassini; la nomina di quest’ultimo ha suscitato molte polemiche tra le forze dell’ordine, poiché Grassini, un carabiniere, si trova a guidare una struttura di polizia. Molti, inoltre, si aspettavano per quel posto la nomina di Emilio Santillo, abile e apprezzato capo del Servizio di sicurezza antiterrorismo. Santillo invece non solo non avrà quel posto, ma verrà scientificamente messo da parte. Lui, massimo esperto di antiterrorismo in Italia, sarà praticamente escluso dalla gestione delle indagini su Moro. Forse paga il fatto di aver stilato, negli anni precedenti, ben tre rapporti allarmati sulle attività di Licio Gelli e della Loggia P2. Nell’unica occasione in cui gli chiederanno un consiglio sulle mosse da fare, Santillo - significativamente, provocatoriamente - consiglierà una retata intorno a villa Wanda, la villa di Gelli nei dintorni di Arezzo.
Ma il gioco ad incastro delle coincidenze nefaste non è finito: il 21 gennaio del 1978 Cossiga crea l’Ucigos (ufficio centrale informazioni generali operazioni speciali) e vi pone a capo un suo uomo di fiducia, il questore Antonio Fariello, che in almeno un paio di occasioni avrà un ruolo non indifferente nel ritardare e intralciare le indagini sul sequestro Moro.

A capo del Cesis, l’organo incaricato di coordinare il lavoro dei due servizi segreti in quel marzo 1978, c’è da due mesi Gaetano Napoletano, un ex partigiano con alle spalle una brillante carriera di prefetto e una fama di uomo lontano dai giochi di Palazzo. Quando esplode il caso Moro, Napoletano si accorge subito di essere una specie di intruso nel gruppo di piduisti incaricato di gestire le indagini. Non viene invitato a far parte del Comitato tecnico operativo incaricato di gestire la crisi; non ha ancora una sede, i suoi uomini vengono pagati una miseria e Cossiga (insieme al presidente del Consiglio Andreotti) continua allegargli la promessa nomina ad ambasciatore, l’unica che gli avrebbe permesso di stare gerarchicamente un gradino sopra Santovito e Grassini. I due capi piduisti dei servizi, infatti, trattano Napoletano come un rompiscatole, non rispondono alle sue lettere, gli impediscono persino l’accesso ai loro uffici. “Non prendo ordini da nessuno” è la risposta di Santovito all’ennesima sollecitazione del Cesis.
Sette giorni dopo il sequestro di Moro, sconsolato, Napoletano prende carta e penna e scrive ad Andreotti e Cossiga: “nulla si sa di quanto il Sisde stia predisponendo per accentuare una valida lotta al terrorismo”. Nessuna risposta, e Napoletano si arrende: il 23 aprile, con Moro ancora prigioniero delle Br, il capo del Cesis si dimette dall’incarico (“Motivi di salute”, spiegherà Andreotti). In realtà di salute Napoletano sta benissimo. Ciò che gli duole, semmai, è la coscienza. Lo sostituisce Walter Pelosi, piduista. E con lui si completa l’allegra brigata di uomini legati a filo doppio a Licio Gelli incaricati di condurre le indagini sul rapimento del presidente della Democrazia Cristiana; l’uomo che, contro il parere degli americani, della destra Dc e della massoneria conduce una politica di collaborazione con il Pci, magari solo alla scopo di depotenziarlo. Parlando dell’operato degli investigatori davanti alla commissione d’inchiesta sul caso Moro l’allora procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma Pietro Pascalino si lascerà sfuggire queste parole: “Non spetta a me dire perché si preferì fare operazioni di parata invece che ricerche. Ma allora si fecero operazioni di parata”.

Roma, sabato 18 marzo, ore 9,30

Gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si presentano al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. Una “soffiata” molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti, ha segnalato che lì, all’interno 11, c’è un covo delle Br. Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito “rassicurazioni” sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti. Saranno sbugiardati pubblicamente, ma mai puniti.
Il 3 aprile si riparlerà di “Gradoli”: nel corso di una seduta spiritica, a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una “entità” avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui è tenuto prigioniero Aldo Moro.
Sulla base della segnalazione dall’aldilà il 6 aprile una perlustrazione viene organizzata a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.
Il 18 aprile quella porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, lo stesso Aldo Moro, viene finalmente sfondata. Non da polizia e carabinieri però, ma da pompieri; che ci arrivano a causa di un allagamento. Anche se i brigatisti lo hanno sempre negato, si tratta di una messinscena organizzata perché il covo venga scoperto: il telefono della doccia è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme.
L’allagamento si verifica lo stesso giorno in cui un falso comunicato delle Br spedisce migliaia di carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Si tratta di due episodi di difficile lettura. Alcuni brigatisti del gruppo dirigente dichiareranno, molti anni dopo, che la scoperta del covo e il falso comunicato li spinsero ad affrettare i tempi dell’operazione Moro verso la decisione di sopprimere l’ostaggio; proprio come voleva Moretti, rappresentato della cosiddetta “ala dura” delle Br.

Ore 12

Desta grande sensazione un editoriale del “Washington Post”, riportato dal “Corriere della Sera”. Il titolo è: “Si spera che dopo il delitto nasca un nuovo modo di governare”. Secondo gli americani l’uccisione di Moro (che peraltro è ancora vivo) potrebbe concludere “la vecchia tradizione italiana di governi deboli”.
Quell’editoriale è un riflesso di un fastidio molto diffuso negli ambienti politici statunitensi verso Aldo Moro, ritenuto il principale colpevole della “apertura” verso il Pci.
Nel settembre del 1974 Moro, in veste di ministro degli Esteri, aveva incontrato a Washington il segretario di Stato americano Henry Kissinger. L’uomo “forte” dell’ amministrazione americana, notoriamente legato ai circoli massonici internazionali, aveva affrontato il ministro italiano a muso duro: “Onorevole - gli aveva detto - lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”.
Moro fu molto turbato. Interruppe la visita con qualche giorno di anticipo, a causa di un malore, e confidò al suo segretario, Corrado Guerzoni, la volontà di non fare più politica per due o tre anni. Tornato a casa riferì alla moglie, parola per parola, ciò che gli era stato detto. Non lo faceva quasi mai.
Il 3 marzo del 1978, tredici giorni prima di via Fani, la Corte Costituzionale aveva scagionato Moro dall’accusa di essere “Antelope Cobbler”, nome in codice dell’uomo politico italiano che aveva intascato una tangente da un milione di dollari per l’acquisto dagli americani della Lockheed di 18 aerei militari. La complessa manovra di accusa nei confronti di Moro era partita dagli uffici di Kissinger; in Italia vi aveva attivamente partecipato Howard Stone, ex capo stazione della Cia a Roma e iscritto alle liste della P2.

 

CAPITOLO III

 

Tra gli esperti chiamati da Cossiga a comporre il comitato di crisi nei giorni del sequestro c’era Steve Pieczenick, uomo del dipartimento di Stato americano. Nella sua audizione davanti alla commissione parlamentare sul caso Moro, Cossiga lodò il consulente americano, parlando di “qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi”, ma non disse una parola sull’attività svolta da Pieczenick; sappiamo in compenso cosa scrisse l’inviato del Dipartimento di Stato in un documento di cui esiste copia presso l’ambasciata americana di Roma: secondo il consulente di Cossiga “è essenziale dimostrare che nessun uomo è indispensabile alla vita della nazione”. Più che alla liberazione di Moro, Pieczenick appariva interessato alla svalutazione del ruolo di Moro nella politica italiana.
Il lavoro di Pieczenik in Italia è racchiuso in una trentina di cartelle dattiloscritte sotto il titolo “Ipotesi sulla strategia e tattica delle Br e ipotesi sulla gestione della crisi”. Si tratta di una lettura sorprendente. La prima parte del documento consiste in una serie di domande poste dal ministro Cossiga e nelle risposte dell’americano. La domanda numero 9 di Cossiga è: “Come possiamo creare strumenti idonei di controllo dei magistrati?”. Pieczenik consiglia di “sfruttare in maniera discreta nuove leggi per accrescere la vostra capacità di controllo e di informazione”.
Nel capitolo “Governo: strategia”, il consulente americano spiega che è necessario “conservare il controllo dei rapporti con le Br”. Una frase che lascia intendere che dei rapporti già esistono, e si tratta solo di non cederli “ad altri”. Una affermazione che, alla luce delle conoscenze che si hanno, è del tutto sorprendente.
La famiglia di Moro, secondo Pieczenik, deve essere convinta a collaborare, e in caso contrario “va isolata”. I suoi componenti vanno messi sotto sorveglianza “apparentemente ai fini della loro sicurezza, ma anche per raccogliere elementi informativi”.
Altro consiglio è quello di “abbassare l’intero livello della direzione della crisi: tenere tutte le decisioni lontano da Andreotti e, possibilmente, da Cossiga”.

Sabato 18 marzo, ore 15

All’Hotel Hilton di Roma si aprono i lavori del convegno che riunisce i “maestri venerabili” delle 496 logge della massoneria di palazzo Giustiniani. Licio Gelli, capo della P2, è il personaggio più riverito.

Ore 16

Al Viminale è riunito il comitato tecnico operativo. Il ministro Cossiga dà notizia della prossima approvazione di un decreto legge che dà mano libera alle forze di polizia per fermi, intercettazioni e interrogatori. Il capo del Sismi, generale Santovito, annunzia che è stato rafforzato il pattugliamento sul fronte iugoslavo.

Ore 21

A Milano vengono assassinati a freddo due giovani militanti di sinistra del circolo Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo Jucci. L’agguato, che serve ad alimentare la tensione, è condotto in maniera che gli inquirenti definiranno “professionale”. Le indagini si fermeranno su un binario morto.

Lunedì 20 marzo, ore 10

Il sostituto procuratore Infelisi interroga Gianfranco Moreno. L’uomo era stato visto molti mesi prima del sequestro Moro nel giardino dell’abitazione del presidente della Dc, in via Savoia, ed era scappato quando si era accorto di essere osservato. La polizia lo aveva rintracciato e interrogato. Moreno aveva negato di essere mai stato in via Savoia, e la cosa era finita lì. Davanti a Infelisi Moreno cambia versione: sì, è stato effettivamente in via Savoia la sera in cui è stato notato; lo ha fatto per accompagnare un amico, Gerardo Serafino. Quest’ultimo risulterà essere un collaboratore dell’onorevole democristiano Gian Aldo Arnaud, amico di Gelli e iscritto alla P2. Moreno, inoltre, potrebbe aver frequentato la sede della “Radionica”, una società diretta da un ex nazista legato ai servizi segreti, tale Schuller. Nonostante questo anche la pista Moreno verrà presto abbandonata.

Mercoledì 22 marzo

Telefonate anonime minacciano Maria Cristina Rossi, giornalista dell’agenzia di stampa Asca. La Rossi entra nella storia del caso Moro per via di alcune fotografie scattate in via Fani ancora prima dell’arrivo della polizia. A farle, dal balcone di casa, è stato suo marito, Gherardo Nucci. Lo stesso pomeriggio del 16 marzo Maria Cristina Rossi, dopo aver fatto sviluppare il rullino, è andata da Infelisi per consegnarglielo: davanti a lei il magistrato ha preso i fotogrammi sulla strage restituendole gli altri. Quelle foto spariranno dalle carte del processo. Infelisi dirà dapprima di aver restituito le foto alla Rossi perché poco importanti; successivamente affermerà di non aver acquisito le foto perché “di nessun valore probatorio”. E’ probabile, invece, che quelle fotografie, le uniche scattate subito dopo la strage, potessero dire molte cose: forse esse ritraevano l’uomo brizzolato, sui cinquant’anni, in borghese, che arrivò subito sul luogo dell’eccidio dando ordini - secondo i testimoni - “come un poliziotto”. E che forse porterà via una delle cinque borse piene di documenti che Moro teneva sempre con se.
Quell’uomo, si scoprirà soltanto nel 1991, è il colonnello Angelo Guglielmi, appartenente all’epoca al famigerato “Ufficio K” del Sismi, la centrale direttiva di “operazione Gladio”. “Mi trovavo in via Fani - disse poi Guglielmi - per puro caso”.
Ecco cosa scriveva Steve Pieczenik nel 1978: “Sono sempre dell’opinione che il rapimento di Moro ha avuto un appoggio interno, come dimostra il fatto che la borsa più importante che Moro aveva con sé non si è ritrovata. Altre prove sono il fatto che il rapimento è avvenuto nell’unico giorno in cui Moro non si è recato in chiesa con il nipote, e che tutta l’operazione si è svolta in maniera estremamente ‘pulita’”.
Nei giorni successivi alla strage circolò la voce che gli agenti della scorta di Moro, fossero rimasti inerti per qualche motivo molto particolare, come ad esempio il fatto di aver riconosciuto qualche volto noto tra gli assalitori. Ma la voce non trovò ovviamente conferma.
Ma l’importanza di quelle foto è resa più chiara da una telefonata intercettata dalla polizia il primo maggio del 1978, otto giorni prima dell’uccisione di Moro. Al telefono ci sono Sereno Freato, segretario di Moro, e Benito Cazora, il deputato Dc incaricato in quelle settimane di “sondare” gli ambienti della malavita organizzata.

 

Cazora - “Mi servono le foto del 16 marzo”.
Freato - “Quelle del posto lì…”
C - Sì, perché loro … (qui il nastro è cancellato) pare che uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù”.
F - “E’ che non ci sono. Ah, le foto di quelli, dei nove?”.
C - “No, no. Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertirmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro”.
F - “E’ un problema questo”.
C - “Per questo ieri ti avevo telefonato”.
F - “Come si può fare? Bisogna riflettere un momento, sentire, dire al ministro. Saran tante”.
C - Una copia, capito, può darsi che sia sui giornali del 16 o del 17 marzo”.

 

Nei giorni in cui si svolgeva quella telefonata Cazora stava intrattenendo rapporti con l’andrangheta calabrese in cerca di notizie utili. La presenza di uomini della malavita organizzata intorno al sequestro Moro è un altro dei “buchi neri” dell’inchiesta.
Martedì 28 marzo

Una telefonata anonima segnala all’Ucigos i nomi di cinque brigatisti che “abitano alla Prenestina e frequentano la casa della studentessa”. Tra essi c’è Teodoro Spadaccini, già condannato e in libertà vigilata. Individuarlo e pedinarlo sarebbe dunque facilissimo. Eppure, incredibilmente, l’Ucigos, diretto dal questore Fariello, quello del “piano Zero”, non trasmette subito quell’appunto alla Digos, come avrebbe dovuto. Lo fa soltanto il 29 aprile, trentadue giorni dopo la segnalazione anonima. Un ritardo fatale, perché dopo la segnalazione alla Digos bastano due giorni per organizzare il pedinamento di Spadaccini e risalire, grazie ad esso, alla tipografia di via Foà, impiantata e frequentata durante i giorni del sequestro Moro dall’uomo che dirige l’operazione Moro, Mario Moretti.
L’irruzione nella tipografia avviene il 17 maggio, otto giorni dopo l’uccisione di Moro. All’interno la polizia trova una macchina stampatrice AB DIK 360 proveniente dal Rus (reparto unità speciali), uno degli uffici del Sismi - lo sappiamo solo adesso - da cui dipende “Operazione Gladio”. Con quella macchina le Brigate rosse stampavano i loro volantini durante il sequestro. A portarla nella tipografia, stabiliranno le indagini, era stato il solito Moretti.
Richiesto di spiegazioni il Sismi rovescia su magistratura e commissioni d’inchiesta una valanga di bugie: il Rus sarebbe un ufficio di “sostegno al personale di leva in servizio” (falso) e la stampatrice sarebbe stata venduta come “rottame” dal colonnello del Sismi Federico Appel a suo cognato Renato Bruni, per trentamila lire. In realtà tra i “rottami” di cui il Sismi si è liberato in quegli anni non risulta esserci
nessuna stampatrice. Inoltre la AB DIK 360 era stata comprata per dieci milioni e mezzo tre anni prima ed era ancora in ottime condizioni. Se la versione di Appel fosse vera egli dovrebbe almeno essere incriminato per peculato, cosa che non è accaduta. Ma tutta la versione del Sismi sui passaggi di mano della. stampatrice fino alla tipografia delle Br risulterà inventata a tavolino. E Moretti, dal canto suo, non ha mai dato una spiegazione convincente della provenienza della macchina.

Mercoledì 29 marzo

Le Brigate Rosse diffondono ai giornali tre lettere di Aldo Moro indirizzate al suo principale collaboratore, Saverio Rana, alla moglie e al ministro Cossiga.
“Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato” scrive Moro; che avverte anche del “rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”. A Cossiga Moro suggerisce i primi passi da fare per l’avvio di una trattativa. Il presidente della Dc è convinto - e le Br glielo hanno fatto credere - che le sue lettere resteranno riservate. Mentre vengono commissionate le perizie che devono stabilire se la calligrafia è quella del prigioniero, il presidente del Consiglio Andreotti mette le mani avanti: “Quale che sia il responso dei periti, la condizione di Moro è tale da togliere ogni validità morale agli scritti”.

Giovedì 30 marzo, ore 9

Il sostituto Infelisi rinvia l’annunciato sopralluogo in via Fani, per ricostruire l’agguato. Lui e gli altri investigato ri hanno lavorato tutta la notte sull’arrivo delle lettere delle Br. Quattordici giorni dopo la strage il magistrato che indaga non ha ancora visto la scena del delitto.

Ore 10

Appellandosi a un decreto legge introdotto apposta nove giorni prima, il ministro dell’Interno Cossiga chiede al procuratore Capo Giovanni De Matteo di trasmettergli una copia di tutti gli atti, comprese le eventuali registrazioni delle comunicazioni telefoniche, raccolte fino a quel momento nell’inchiesta sul sequestro Moro.
La copia di atti e bobine richiesta da Cossiga diventerà importantissima nel momento in cui si scoprirà che molte registrazioni telefoniche sono scomparse o sono state cancellate da una misteriosa “manina”.
Più volte richiesto dalla commissione di indagine su Moro di consegnare i documenti in suo possesso, l’allora ministro Cossiga non ha mai risposto.

La vicenda è tornata d’attualità nel gennaio del 1992, grazie ad una lettera con cui il presidente della commissione Stragi Libero Gualtieri chiedeva al ministro dell’Interno Scotti di accertare se gli archivi del Viminale contenessero la famosa documentazione.
La risposta di Scotti alimenta il mistero: “non risulta documentazione trasmessa dall’autorità giudiziaria”.
Dunque: o De Matteo ha trasmesso quella documentazione e qualcuno (alias Cossiga) ha pensato bene di farla scomparire, oppure De Matteo non ha spedito nulla. In questo caso, però, in base alla legge il procuratore avrebbe dovuto motivare per iscritto, entro cinque giorni dalla richiesta di Cossiga, il suo rifiuto. E questo rifiuto non è agli atti. L’ottantenne De Matteo, intervistato dai giornali, spiega: “io non ricordo nulla di quelle vicende, ma è certo che se avessi rifiutato di consegnare i documenti avrei motivato la mia decisione per iscritto”.
Ma la soluzione del giallo, in realtà, l’aveva data lo stesso Cossiga in maniera definitiva il 23 gennaio del 1980. Quel giorno, l’ex ministro dell’Interno venne ascoltato dalla commissione Moro. Ad una domanda dell’onorevole Stefano Rodotà sui suoi rapporti con la magistratura nei giorni del sequestro, Cossiga rispose: “Non ci furono conflitti, ci furono diversità di opinioni che poi si risolsero. Non vi fu mai un rifiuto alle richieste ufficiali”.
Quella di avere la copia degli atti dell’inchiesta fu appunto una richiesta ufficiale, a cui tra l’altro Cossiga dava grande importanza, al punto da utilizzare un decreto legge introdotto appositamente appena nove giorni prima. Quindi le bobine gli furono consegnate. Resta da vedere che fine abbiano fatto, e perché Cossiga abbia sempre negato di averle.

Le copie sono di decisiva importanza proprio perché gli originali non sono affidabili. Dagli uffici della Procura della Repubblica di Roma sono sparite ad esempio le bobine contenenti le intercettazioni compiute dal 27 aprile al 4 maggio sull’apparecchio di don Antonello Mennini, uno degli intermediari tra Moro o la sua famiglia.
Altre volte le registrazioni risultano cancellate in parte, come nel caso di una telefonata tra Cossiga e un collaboratore di Moro, Nicola Rana; si parla della questione dell’auto blindata che Cossiga, secondo la famiglia Moro, avrebbe negato al loro congiunto poco prima del 16 marzo.

 

Cossiga: “Scusa se ti disturbo, io ieri ho dovuto smentire… perché la ‘Nazione’, un certo Paglia che io non conosco… aveva detto che in sua presenza Moro mi aveva chiesto una macchina corazzata e che io gliel’avevo rifiutata”.
Rana: “Eh!”. (segue un fischio che cancella il seguito della registrazione).

 

Molte interrogazioni sono state rivolte in questi anni al ministero della Giustizia sul perché di sparizioni e manomissioni. Il 14 maggio del
1986, il ministro Martinazzoli dispose sulla vicenda un’inchiesta ministeriale che si concluse il 30 luglio. Ma in quegli stessi giorni scoppiò la crisi del governo Craxi, e Martinazzoli fu l’unico ministro ad essere sostituito. Bisognò attendere un altro anno per avere una risposta dal nuovo ministro, Virginio Rognoni, il quale affermò che “…all’epoca dei fatti presso la procura della Repubblica di Roma non veniva compilato un apposito registro delle intercettazioni effettuate… Di conseguenza gli ispettori non hanno avuto a disposizione il parametro di raffronto certo tra le bobine a suo tempo incise e quelle oggi esistenti”.

 

 
CAPITOLO IV

 

Lunedì 3 aprile, ore 5,30

La polizia irrompe in più di duecento appartamenti di Roma abitati da giovani di estrema sinistra, 129 persone finiscono nei cellulari e poi alla Digos, 41 vengono arrestate. Tra i fermati ci sono decine di persone del tutto estranee all’area dei fiancheggiatori e simpatizzanti delle Br. Si trascura invece di approfondire un rapporto del capo della Digos che indica Valerio Morucci e Adriana Faranda, i “postini” del sequestro Moro, come appartenenti alla colonna romana delle Br.
“Il mancato seguito d’indagine sorprende per diversi motivi” scriverà la commissione d’inchiesta. Evidentemente gli inquirenti preferiscono pescare nel mucchio, alimentando tensioni e confusioni, piuttosto che seguire le piste più concrete.

Ore 12

Al Viminale il comitato tecnico operativo si riunisce per fare il punto della situazione. E’ l’ultima seduta della quale sono disponibili i verbali. Di tutto quello che verrà detto nelle riunioni successive la commissione parlamentare d’inchiesta e i magistrati non sono mai stati informati. Uno dei partecipanti, il senatore Mazzola, ha però affermato che i verbali venivano redatti. L’onorevole Lettieri, che in qualità di sottosegretario partecipò a quasi tutte le riunioni, ha fatto anche il nome del funzionario incaricato di verbalizzare, tale Pellizzi.

Martedì 4 aprile, ore 10

Mentre alla Camera Andreotti risponde a decine di interrogazioni sul sequestro Moro, arriva la notizia che le Br hanno recapitato il comunicato numero 4 e una lettera di Moro al segretario della Dc, Benigno Zaccagnini.
La strategia annunciata nel documento è quella del massimo ricorso alla violenza per provocare il massimo di reazione di annullamento degli spazi democratici.
Nella lettera a Zaccagnini, Moro chiede al suo partito di assumersi “le responsabilità che sono ad un tempo individuali e collettive”. Poi si rivolge al Pci, schierato contro ogni trattativa, il quale “non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m’ero tanto adoperato a costruire”. Come a sottolineare che la ragione del sequestro è proprio la politica d’intesa con i comunisti.

Mercoledì 5 aprile, ore 9

Un funzionario della Sip comunica alla Digos che non si è riusciti ad intercettare la telefonata al “Messaggero” con cui le Br annunziavano il comunicato numero 4. Cinque linee telefoniche erano andate in tilt proprio nel momento in cui i brigatisti telefonavano. Un episodio simile si verificò di nuovo il 2 maggio. Il comportamento della Sip durante tutto il sequestro è un altro dei punti male esplorati dalle varie inchieste succedutesi. Il dottor Domenico Spinella, capo della Digos, dichiarò in commissione di aver constatato “un atteggiamento di assoluta non collaborazione da parte della Sip, che ancora oggi dovrebbe essere perseguito dall’autorità giudiziaria”. La Sip dipendeva all’epoca dalla Stet, di cui era amministratore delegato Michele Principe, iscritto alla loggia P2.

Lunedì 10 aprile, ore 10

Con le solite telefonate ai giornali di Roma, Milano, Torino e Genova le Br rendono pubblico il comunicato numero 5. Vi si legge che l’interrogatorio del prigioniero prosegue, e si sta centrando “sulle trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese… L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti al tribunale del popolo mentre confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente, anticipando le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale e incompleta che riguarda il terrorista di Stato Emilio Taviani”.
La minaccia delle Br di utilizzare i segreti inconfessabili del potere democristiano non verrà mai mantenuta. Soltanto nell’ottobre del 1990, grazie alla scoperta degli originali del memoriale Moro, in via Montenevoso a Milano, sapremo di quali micidiali ordigni Moro aveva fornito le Br: l’esistenza di Gladio, l’ammissione dell’uso della strategia della tensione in rapporto con i servizi segreti d’oltreconfine, i giudizi pesantissimi, sia dal punto di vista umano che politico, su Andreotti e Cossiga. In quel 1978 le Br hanno in mano la santabarbara che potrebbe far esplodere il cuore segreto e inconfessabile della Dc.
“Non ci eravamo resi conto della portata di quelle rivelazioni”, dirà Prospero Gallinari, uno dei registi del sequestro. “Tale incomprensibile comportamento omissivo da parte delle Br - scrivono i giudici che hanno archiviato l’inchiesta sulla scoperta delle carte di via Montenevoso - poteva e può consentire l’ipotesi di un utilizzo delle stesse da parte di “centri” esterni, di qualsivoglia genere, operanti, se del caso, in un più ampio e composito scenario internazionale. E, evidentemente, non in sintonia con le prospettive politiche che erano proprie delle scelte di Moro”.

Martedì 11 aprile, ore 8

A Torino viene ucciso dalle Br l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, uno dei tanti ragazzi del sud sbarcati a Torino in cerca di fortuna. Ferito e arrestato il terrorista Cristoforo Piancone. I giornali pubblicano la notizia secondo cui un democristiano genovese già gambizzato dalle Br, Filippo Peschiera, sarebbe stato incaricato di avviare una trattativa con le Br. Ma si tratta probabilmente di una delle notizie false che il ministero dell’Interno divulga, seguendo le direttive del “consigliere” americano Steve Pieczenik. Scrive infatti l’esperto: “E’ importante che la stampa riceva ogni giorno un pacchetto controllato di notizie. Il governo deve esercitare un attento controllo su tutte le notizie fornite agli organi di diffusione con il preciso intento di diminuire l’intensità del “caso Moro” e di manovrare una strategia che offra al governo la massima flessibilità tattica. La strategia del temporeggiamento deve essere presentata in maniera da far ritenere che il governo ha già studiato piani alternativi di vario genere ma che la loro attuazione richiede del tempo. Ovviamente la stampa non ne sarebbe soddisfatta e sfornerebbe una serie di notizie erronee. Ciò però è sempre di gran lunga meglio che non avere il controllo delle notizie”.

Giovedì 12 aprile, ore 8

La polizia perquisisce tutte le abitazioni del numero 10 di via Bonucci, a Roma. A poche decine di metri c’è via Montalcini, dove al numero 8 c’è un covo delle Br. Forse si tratta di una delle “prigioni” di Moro.

Ore 11

Il presidente del Consiglio Andreotti riceve il procuratore capo De Matteo. Il magistrato è favorevole a mettere una taglia sulla testa dei brigatisti. Andreotti obietta che questo potrebbe mettere in pericolo la vita di Moro.

Sabato 15 aprile, ore 11

A Genova, Milano, Torino e Roma viene fatto trovare il comunicato numero 6. E’ la sentenza del “processo” popolare: “Aldo Moro è colpevole e perciò viene condannato a morte”. Il resto del comunicato è un balletto di contraddizioni: “Non ci sono segreti che riguardano la Dc, non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare”. E subito dopo: “L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi (nessuno si stupirà) agli altri dei partiti loro complici”.
Tutte queste informazioni, scrivono le Br, “saranno rese note attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestina, perché la stampa del regime è sempre al servizio del nemico di classe”.
In realtà la stampa clandestina non pubblicherà nulla sul processo a Moro. Per la seconda volta le Br non mantengono la promessa; la prima era stata quando avevano scritto che tutto quanto detto da Moro sarebbe stato reso noto al “popolo”.

Ore 9,25

Una telefonata anonima alla redazione del “Messaggero” annuncia che in piazza Belli ci sono due messaggi delle Br. II tecnico della Sip incaricato dell’intercettazione non riesce a stabilire da dove venga la telefonata perché la linea cade nel momento decisivo. Il giornalista del quotidiano romano che corre in piazza Belli trova una sola busta, contenente il comunicato numero 7. Vi si annuncia che Moro è stato giustiziato “mediante suicidio”, e che il corpo si trova in fondo al lago della Duchessa, nei dintorni di Rieti. In quelle stesse ore avviene la “scoperta” del covo di via Gradoli.

Ore 10

Iniziano le ricerche del cadavere di Aldo Moro tra i ghiacci del lago della Duchessa. Ma Giannino Guiso, avvocato dei brigatisti, anticipa tutti definendo il comunicato numero 7 “una provocazione del Viminale”.
Si accerterà in seguito che a scrivere quel comunicato fu Tony Chicchiarelli, un pregiudicato appartenente alla “banda della Magliana”, un gruppo di criminali comuni in contatto con elementi della P2, con gli estremisti di destra e di sinistra e con i servizi segreti. Ma chi mise in campo Chicchiarelli?
Qualcuno ha fatto notare una strana coincidenza: pochi giorni prima di quel 18 aprile l’allora magistrato Claudio Vitalone suggerì al ministro dell’Interno Cossiga “una contromossa per non lasciare i brigatisti padroni della partita”.
“Cossiga approvò la proposta - racconta Vitalone - e quando uscì il comunicato del lago della Duchessa io trasalii perché mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento, ma realizzata male perché mancava il preventivo rapporto all’autorità giudiziaria”. Fu il ministro Cossiga, da cui dipendevano i servizi segreti, a organizzare quel depistaggio? E perché l’incarico venne dato proprio a Tony Chicchiarelli, un uomo ambiguo, che sembra sapere molto sui sequestratori di Moro? In casa sua verranno trovati due spezzoni di foto scattate a Moro nella prigione brigatista. Con alcuni amici Chicchiarelli si era addirittura vantato di essere stato lui a scattare la famosa foto di Moro con un giornale in mano con un drappo delle Br sullo sfondo. E ancora: chi diede l’ordine, qualche anno dopo, di eliminare Chicchiarelli, testimone scomodo dei segreti del caso Moro?

Milano, Giovedì 20 aprile, ore 9

La colonna Br Walter Alasia uccide il maresciallo Franco De Cataldo, agente di custodia a San Vittore.

Roma, Ore 12,10

Le Br fanno ritrovare il comunicato numero 7, stavolta autentico, con una foto di Aldo Moro ritratto con in mano una copia della “Repubblica” del 19 aprile. E’ la prova che il prigioniero è vivo. Si sviluppa tra i partiti la polemica sulla “trattativa”. In realtà, si scoprirà poi, quel furioso contrasto - che divise l’opinione pubblica - coprì la sostanza vera del problema: lo Stato era o no impegnato a cercare la prigione di Moro per liberarlo?

Venerdì 21 aprile, ore 11

Al termine della riunione della segreteria, la Dc fa leggere al deputato Giuseppe Pisanu un comunicato. Il partito riafferma “la propria indefettibile fedeltà alle Stato democratico, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Ma ciononostante ritiene che una organizzazione come la Caritas internazionale è autorizzata ad esplorare le possibili vie di una trattativa con le Br. Vale la pena ancora una volta di rileggere i “consigli” di Pieczenik a Cossiga: “Cercare di trovare un intermediario indipendente, scelto dal governo, che agisca a nome di organismi umanitari… Egli deve esplorare altre opzioni diverse dallo scambio e cercare di guadagnare tempo. Come elemento base offrire la vita dei brigatisti in cambio di quella di Moro. Tenersi pronti a sconfessarlo”.

Ore 16

In consiglio dei ministri Cossiga informa i colleghi sugli ultimi sviluppi delle indagini: assicura la massima collaborazione di forze dell’ordine e magistratura. In realtà le indagini sono ferme al punto di partenza.

Sabato 22 aprile, ore 12,30

L’”Osservatore Romano” riporta in prima pagina una lettera del Papa alle Br. L’appello agli “uomini delle Brigate Rosse” commuove gli italiani. La Dc lo accoglie con “commosso ringraziamento”. Meno commossa è la signora Eleonora Moro: il Papa, infatti, chiede la liberazione di Moro “semplicemente, senza condizioni”. Secondo i familiari del sequestrato il pontefice avrebbe voluto fare di più, ma ha subito forti pressioni in senso contrario.

Ore 22,05

Da mezz’ora la polizia ha messo sotto controllo il telefono di Don Antonello Mennini, un parroco di cui Moro si è già servito dalla prigione per recapitare lettere riservate. Al numero del prete arriva una telefonata.

 

Uomo - “Lello?”.
Don Mennini - “Sì”
U - “Si é fatto tutto quello che si poteva fare, cara primula rossa. Adesso è pericoloso”.

 

A questo punto avviene un fatto che ha dell’incredibile: l’agente che intercetta la telefonata, Giorgio Felli, si inserisce ripetendo le parole “si è fatto quello che si è potuto”.
Tanto basta perché il prete e il suo interlocutore capiscano di essere intercettati e interrompano la conversazione.
L’agente Felli spiegherà di aver commesso un errore tecnico. Ma l’apparecchio che usa, un Ghr 4000, non ha tasti che premuti per errore possano causare il pasticcio di cui Felli è stato protagonista. Inoltre Felli, nel tenere sotto controllo il telefono di don Mennini, continuerà a dimenticarsi di trascrivere i numeri telefonici dei suoi interlocutori. E ancora: dal processo sono scomparse tutte le intercettazioni dal 24 aprile al 4 maggio.
Dalle manomissioni si è invece salvata la registrazione del 9 maggio, il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro. Un monsignore chiede di don Mennini e gli dice: “L’hanno ammazzato” e poi “ho da dirti dei segreti”. L’agente Felli ancora una volta dimentica di individuare il chiamante. E fa lo stesso il giorno dopo, quando Don Mennini parla con un altro monsignore e gli dice che si sarebbe potuto fare qualcosa perché “la segreteria sapeva di quel nome”.

Lunedì 24 aprile, ore 10

Le Br depositano con le solite modalità una lettera di Moro a Zaccagnini e il comunicato numero 8, che contiene i termini di una eventuale trattativa. E’ una lista di tredici detenuti da liberare in cambio della vita del presidente della Dc.
La lettera di Moro a Zaccagnini, dal canto suo, contiene questa frase: “Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore”.

Martedì 25 aprile

Il settimanale “Panorama” scrive che “potenti gruppi di pressione politici, economici, militari, stanno cercando di convincere il presidente Jimmy Carter che, dopo il rapimento Moro, la situazione in Italia sta precipitando”. Tra i notabili della destra americana la rivista cita Kissinger e Michael Ledeen, uno strano personaggio che ha buoni agganci nei nostri servizi segreti piduisti e intrattiene cordiali rapporti col ministro Cossiga.

Mercoledì 26 aprile, ore 9

L’ex presidente della regione Lazio, Girolamo Mechelli, viene ferito alle gambe mentre esce da casa. Il giorno dopo a Torino toccherà a Sergio Palmieri, addetto alle relazioni sindacali della Fiat.
Iniziano i contatti tra esponenti del Psi e simpatizzanti delle Br. Viene stabilito un contatto con Valerio Morucci attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace. Quest’ultimo era tra le persone fermate per alcuni giorni dopo la maxi-retata del 3 aprile. Nonostante sia ufficialmente nel mirino della polizia egli sarà libero di incontrarsi a più riprese in quei giorni con Morucci e la Faranda in una Roma che sembra in stato d’assedio.

Sabato 29 aprile

Undici lettere di Aldo Moro partono dal carcere delle Br, indirizzate a uomini politici. Da una di esse prende spunto l’ennesimo “giallo” del caso Moro. Si tratta di quella indirizzata all’onorevole Dell’Andro. Attraverso canali sotterranei Moro la fa avere al solito don Mennini, accompagnandola con un biglietto che contiene meticolose e del tutto superflue indicazioni per rintracciare Dell’Andro; eccole: “On. Renato Dell’Andro: può essere all’albergo Minerva (mi pare proprio che si chiami così, proprio di fronte alla chiesa) o al ministero della Giustizia, o infine alla sede del gruppo Dc a Montecitorio. Se per dannata ipotesi avessi sbagliato il nome dell’albergo sappi che i due alberghi sono così”. A questo punto Moro traccia sul foglio un rettangolo che raffigura piazza della Minerva con due edifici su angoli opposti. Ma non si tratta, come sarebbe logico, dei due alberghi citati nel messaggio; uno dei due, infatti, è la chiesa della Minerva, a cui Moro non ha minimamente accennato. La chiesa della Minerva, in compenso, è assiduamente frequentata da padre Felix Morlion, un domenicano legato ai servizi segreti francesi, belgi e soprattutto americani. In Italia Morlion ha messo in piedi una rete di spionaggio che, stando ad un documento riservato acquisto dalla commissione Stragi, produce un rapporto quotidiano sulla situazione politica, “in soli dodici esemplari”, che viene trasmesso “ad altissime personalità e ai dirigenti dei servizi collegati”. Di Morlion e dei suoi presunti rapporti con Ali Agca, il mancato killer di papa Giovanni Paolo II, si stanno già occupando i magistrati romani.
Sulla possibilità che Moro si servisse delle lettere per mandare messaggi in codice, ha molto insistito suo fratello, Alfredo Carlo. “Mi sembra di poter sostenere - ha sostenuto egli di fronte alla commissione Stragi nell’ottobre del 1990, dopo aver letto la documentazione ritrovata in via Montenevoso - che da varie lettere, ovviamente tra le righe, emerge il tentativo di far percepire all’esterno che la situazione doveva essere assai più complessa di un mero rapimento da parte di un piccolo nucleo di terroristi”.
In una lettera, fa notare Alfredo Moro, il fratello, a proposito del sequestro, parla di “un ordine brutale partito chi sa da chi”.

Domenica 30 aprile, ore 11

In casa Moro squilla il telefono. E’ Mario Moretti, l’uomo che ha in mano la gestione del sequestro Moro. Parla con Maria Fida, figlia del presidente della Dc. Comunica che “la decisione è stata già presa”, e che solo “un intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore”, può modificare la situazione.

Lunedì primo maggio

In tutta Italia milioni di lavoratori scendono in piazza contro il terrorismo. Enrico Berlinguer e Alessandro Natta incontrano Andreotti e protestano per l’inefficacia delle indagini: “Non si scopre nulla - accusa il segretario del Pci - e non si seguono le mosse di quanti, nella clandestinità, prendono contatti con familiari e avvocati”. Quasi in risposta a queste parole il procuratore generale di Roma, Pietro Pascalino, dispone l’avocazione dell’inchiesta “per ragioni di opportunità”. Un solo sostituto procuratore, Luciano Infelisi, ha condotto fino a quel momento le indagini. Qualcuno ricorda che poco tempo prima, per indagare sullo scandalo del calcio-scommesse, era stato creato un “pool” di magistrati.
Non solo: il ruolo della Procura è chiaramente subordinato a quello del ministero dell’Interno. Al punto che Infelisi riceveva da Cossiga con parecchi giorni di ritardo le lettere spedite da Moro.

 

 
CAPITOLO V

 

Martedì 2 maggio

Sulla rivista O.P. Carmine Pecorelli, un giornalista iscritto alla P2 e portavoce di alcuni settori dei servizi segreti, definisce l’agguato di via Fani: “Il segno di un lucido superpotere”. Per Pecorelli “le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”. Per alcuni dei terroristi egli prevede “trattamenti di favore quando la pacificazione nazionale sarà compiuta”.
Pecorelli mostra di sapere molte cose sul caso Moro, forse troppe. Al punto che i magistrati impegnati nel quarto processo Moro rileggeranno con attenzione tutte le vecchie annate di O.P., alla ricerca di nuovi spunti di indagine.
Parecchio tempo prima dell’agguato di via Fani Pecorelli già scrive su “Moro…Bondo”, fa un oroscopo in cui prevede per il politico democristiano la morte dopo una lunga detenzione: commissiona e pubblica una vignetta in cui Moro ha falce e martello appuntati sul petto; sembra conoscere fin dall’inizio i retroscena: “Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro - scrive Pecorelli dopo il sequestro - non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. Curcio e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro Moro”. E ancora: “Il caso Lockheed e l’agguato di via Fani sono due episodi di stabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti internazionali dello spionaggio”.

Il 23 maggio del 1978, sul primo numero dopo l’uccisione di Moro, O.P. pubblicò una sibillina cronaca del ritrovamento del cadavere: Pecorelli si soffermò sul muro al quale era addossata la Renault rossa: “Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi”. Quell’accenno a schiavi e prigionieri che combattono nell’arena, piazzato nel mezzo di un articolo che parlava d’altro era allora incomprensibile. Diventò trasparente dopo la scoperta di Gladio. Chi altri, se non i gladiatori, “combattono nell’arena” tra di loro?
O.P. è anche il solo giornale a scrivere dei rapporti tra criminalità organizzata e Br intorno al sequestro: la magistratura inizierà ad occuparsene molti anni dopo.
Scriveva Pecorelli nel numero del 17 ottobre 1978, alcuni mesi dopo l’uccisione del presidente della Dc: “Il ministro di polizia (Cossiga, N.d.R.) sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero Moro, dalle parti del ghetto… perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza”. Continuava Pecorelli: “Il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto… magari fino alla loggia di Cristo in paradiso (la massoneria, N.d.R.).

Ed ecco, sempre secondo Pecorelli, la risposta di Cossiga al generale dei carabinieri: “Abbiamo paura di farvi intervenire perché se per caso ad un carabiniere parte un colpo e uccide Moro, oppure i terroristi lo ammazzano, chi se la prende la responsabilità?”.
Il fatto che le forze dell’ordine avessero individuato la prigione di Moro durante i giorni del sequestro ha avuto, nel corso di questi anni, diverse conferme: l’ultima, a sorpresa, dallo stesso Cossiga: il 10 giugno scorso 1991, poco dopo la riesumazione delle rivelazioni di Pecorelli fatta da “Avvenimenti”, il presidente rivelò che reparti speciali degli incursori della Marina erano stati sul punto di intervenire “dove si era convinti di aver trovato la prigione di Moro”; Cossiga parlò anche di un ufficiale medico che si era offerto “per fare scudo a Moro col suo corpo durante l’assalto alla prigione Br”.

Cossiga, ascoltato a lungo dalla commissione di indagine sul sequestro Moro nel maggio del 1980, non aveva parlato di questo e di altri episodi. L’“eroico” ufficiale medico citato da Cossiga è Decimo Garau, istruttore di Gladio, che al giudice di Venezia Carlo Mastelloni ha confermato le rivelazioni di Cossiga; Garau ha anche detto che il reparto incaricato di liberare Moro si allenò nei giorni del sequestro all’interno della caserma del Rud (Raggruppamento Unità Difesa) di Cerveteri; che è, come si è poi scoperto, il centro di addestramento degli uomini della specialissima e segreta “sezione K” del Sismi. C’è anche una coincidenza impressionante: Garau e i suoi si addestravano tra i casolari della Tolfa, a nord di Cerveteri; nelle suole delle scarpe di Aldo Moro i periti hanno trovato terra proveniente proprio dalla zona della Tolfa. E ancora: “gli incursori si esercitavano in operazioni di esfiltrazione” immaginando che il sequestrato venisse rinchiuso in una cassa; si tratta proprio del metodo usato dai brigatisti per trasportare Moro nel loro covo subito dopo il sequestro. Si ricorderà che il colonnello Guglielmi, l’uomo che ritroviamo “casualmente” la mattina del 16 marzo 1978 a pochedecine di metri dal luogo in cui viene sequestrato il presidente della Dc, apparteneva alla “sezione K”.

Pecorelli, l’uomo dei misteri, venne ucciso nel novembre del 1979 da un killer mai identificato. Due mesi prima aveva scritto: “Torneremo a parlare di questo argomento (il caso Moro, N.d.R.), del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbotto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione, del prete contattato dalle Br, della intempestiva lettera di Paolo (il papa, N.d.R.), del passo carraio al centro di Roma, delle trattative intercorse”.
Tra le cose a cui accenna Pecorelli alcune non sono mai entrate nelle indagini. Si tratta probabilmente di quella “zona d’ombra” del caso Moro conosciuta solo da pochissimi di coloro che allora ebbero un ruolo nella vicenda. Tra le molte carte sparite ci sono anche quelle di Pecorelli: secondo una nota inviata alla commissione Moro dal comando generale dei carabinieri molto materiale venne sequestrato in casa e nell’ufficio del giornalista dopo la sua morte. Ma nessuno è in grado di dire che fine abbia fatto.

Mercoledì 3 maggio, ore 17

In piazza Barberini, sotto un bel sole, Mario Moretti incontra Morucci e la Faranda e comunica loro la decisione di uccidere Moro. I due sono contrari, ma non c’è più nulla da fare.

Venerdì 5 maggio, ore 10

Le Br diffondono il comunicato numero 9: “A parole non abbiamo più niente da dire alla Dc… Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato”.

Lunedì 8 maggio, ore 11

Un brigatista telefona a un parroco della Val di Susa e gli chiede di riferire ad Eleonora Moro che “Il mandarino è marcio”. E’ l’anagramma della frase “il cane morirà domani”.

Martedì 9 maggio, ore 10

Il cadavere di Aldo Moro viene lasciato dai brigatisti nel cofano di una Renault 4 rossa, in via Caetani, a uguale distanza dalle sedi della Dc e del Pci (*). Il presidente della Dc è stato ucciso, dopo che i brigatisti gli hanno ordinato di rannicchiarsi nel portabagagli dell’auto, da una raffica di pistola mitragliatrice Skorpion al petto e da due colpi di una pistola calibro 9. L’esecuzione materiale è stata attribuita in diversi processi a Prospero Gallinari, ma esistono dei dubbi sul fatto che sia stato realmente lui a sparare. E’ solo l’ultimo dei misteri del caso Moro: a distanza di quattordici anni e di quattro processi non ci sono certezze su nulla di ciò che riguardi il più traumatico omicidio della storia italiana del dopoguerra. Anche per questo, all’ombra del caso Moro, si gioca ancora oggi una partita dai contorni non sempre decifrabili.

 

 

 

Via Caetani - Via delle Botteghe Oscure - Piazza del Gesù(*) In realtà questo passaggio del racconto contiene un’imprecisione: magrado per anni i cronisti abbiano riportato l’aneddoto del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in un luogo che si trovava ad eguale distanza tra le sedi del Pci e della Dc, come si evince dalla piantina allegata, ciò non risponde a verità: via Caetani non è affatto equidistante da via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. Resta comunque nelle vicinanze di entrambe (motivo per cui, probabilmente, dal punto di vista giornalistico, la dicitura “nei pressi” è risultata meno accattivante di “equidistante”), ma risulta più vicina alla prima (della quale è una traversa) che alla seconda. In ogni caso, per arrivare a via Caetani partendo da Piazza del Gesù e facendo tappa forzata in via delle Botteghe Oscure, si percorrono a piedi in totale solo 204 metri (N.d. Gianluca Neri).

 

CAPITOLO VI

 

Il 23 maggio del 1980 Francesco Cossiga fu interrogato dalla commissione d’inchiesta sul caso Moro. Da alcuni mesi era presidente del Consiglio. Dimessosi all’indomani della conclusione tragica della vicenda Moro (da lui seguita nel ruolo-chiave di ministro dell’Interno) era rapidamente tornato al vertice del potere, alla guida di un governo comprendente, dopo molti anni, anche il Psi.
Quando Cossiga depose, ancora molti particolari sulle indagini durante i 55 giorni del rapimento non erano noti. Furono scoperti in seguito, dalla magistratura o dalla stessa commissione parlamentare. Ma Cossiga, certamente, sapeva tutto, visto che era stato il massimo responsabile delle ricerche. Eppure su molti punti non disse la verità alla commissione. Siamo andati a rileggere il verbale dell’interrogatorio. Ecco le più clamorose inesattezze (ma più congruamente possono essere definite affermazioni false) contenute nella deposizione di Francesco Cossiga.

“QUALCOSA STA PER ACCADERE

 

“Per quanto mi consta, ed ho fiducioso motivo di ritenere che tutto mi consti a questo riguardo, non risulta pervenuta alle autorità di governo, né agli organi di polizia, né ai servizi di informazione e di sicurezza, in via preventiva, alcuna notizia informativa su azioni terroristiche o che potessero far pensare in qualche modo alla preparazione di azioni terroristiche”.

 

Falso. Nella risoluzione strategica numero 4 delle Br veniva data ai militanti la specifica direttiva di colpire gli uomini del potere democristiano “a partire dagli organismi centrali” (Moro era presidente della Dc). Inoltre altre fonti hanno rivelato il seguente episodio. Alla questura di Roma era giunto tre mesi prima dell’agguato un avvertimento preciso e giudicato dagli esperti molto credibile: “Si sta concretamente preparando l’irlandizzazione di Roma” (Cossiga farà spesso riferimento, nella sua deposizione, al “modello irlandese” di terrorismo). La questura trasmise subito l’appunto al capo della polizia, che ne informò direttamente Cossiga. Riferisce la fonte: “Cossiga fu talmente preoccupato dalla minaccia contenuta nel messaggio da mettersi le maninei capelli”. Infine: il 6 marzo era pervenuta al Sismi (tramite la branca dei servizi operante nelle carceri, diretta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) la segnalazione, da parte di un detenuto nel carcere di Campobasso, che “ci sarà un altro attentato a grossa personalità di Roma”.

PERCHE’ SENZA AUTO BLINDATA?

 

“Se debbo dare un giudizio ex post, la protezione dell’onorevole Moro era insufficiente, ma se debbo dare un giudizio rispetto all’epoca, debbo dire che la protezione era secondo gli standards comuni”.

 

Falso. E’ stato appurato che in quello stesso periodo personaggi di minor rilievo e responsabilità dell’onorevole Moro avevano un’auto blindata, fornita dal ministero. Moro no.

LA VETTURA DI ANDREOTTI

 

“Nel 1978 il presidente del Consiglio dei ministri in carica, onorevole Andreotti, non usava l’auto blindata, pur avendone la disponibilità”.

 

Falso. Alcuni anni dopo sono stati gli stessi brigatisti a dichiarare che, nella fase preparatoria del rapimento, rinunciarono al sequestro di Andreotti proprio perché egli era “più protetto” grazie anche all’auto blindata.

MA I FAMILIARI ERANO IN ALLARME

 

“A quanto mi consta, nell’autorimessa della Presidenza del Consiglio esisteva un’autovettura blindata, esattamente una “130”, e quindi, se fosse stata richiesta, avrebbe potuto essere messa a disposizione; non solo, ma se fosse stata richiesta al ministero dell’Interno, non vi sarebbe stato nessun motivo per non mettere a disposizione questa autovettura… data la confidenza che l’onorevole Moro aveva con me; devo dire che la macchina me l’avrebbe senz’altro chiesta e, se l’avesse chiesta, gli sarebbe stata data senza difficoltà. E non aggiungo altro”.

 

Falso. I familiari dell’on. Moro e le signore Ricci e Leonardi, mogli di due uomini della scorta, hanno dichiarato che l’auto era stata chiesta al ministero, anche perché attorno a Moro erano stati notati strani movimenti e strani personaggi. In particolare il maresciallo Leonardi era “fuori dalla grazia di Dio” perché sapeva che era stata segnalata la presenza di “brigatisti non di Roma”. Su allarmi e minacce Leonardi fece rapporto al Comando generale dei Carabinieri.

 

APPENDICE

 

«CHI NASCONDE LA VERITÀ»
Intervista di Michele Gambino a Sergio Flamigni

 

Le tagliatelle di casa Flamigni sono buone come sempre. Piazzato tra la bottiglia del vino e il pane, il registratore continua a incidere la cadenza romagnola del padrone di casa: «Perché vedi, in via Montenevoso…». La moglie sorride, allarga le braccia: «Sergio, almeno a tavola cambia discorso», ma poi non si perde una parola. Alle nostre spalle c’è un grande tavolo ingombro di documenti, ritagli di giornali, verbali di polizia. Sono i materiali grezzi da cui Sergio Flamigni, ex senatore comunista, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, ricava da quindici anni, le analisi e le scoperte che tanto fanno infuriare il senatore Francesco Cossiga - «quel poveretto di Flamigni» - e per altri versi una parte della sinistra italiana, alcuni ex brigatisti compresi. E che costringono i Servizi segreti a tenere discretamente sotto osservazione la villetta di Flamigni a Oriolo Romano, quaranta chilometri a nord di Roma, e soprattutto il suo telefono.

«Degli insulti di Cossiga non mi preoccupo. A me, uomo di sinistra, fanno male piuttosto gli attacchi e di una parte della sinistra, preoccupata più di difendere l’identità del fenomeno brigatista che di guardare i fatti».

Ecco, parliamo dei tatti…

Prima, se permetti, vorrei sgombrare il campo da un equivoco a cui mi hanno crocefisso : io sono convinto che le brigate rosse siano state un fenomeno autonomo, con una sua dimensione storica e forti legami nelle fabbriche e nella società. E che attorno a loro, in un certo periodo, si siano sviluppate ampie aree di fiancheggiamento: l’Autonomia, Potere operaio…

Questo è innegabile.

Certo. Eppure mi dipingono come il dietrologo di professione, uno convinto che le Br fossero una emanazione della Cia e dei Servizi segreti italiani. Io invece dico solo che nel Paese di Gladio, della P2, delle deviazioni, della strategia della tensione svolta in funziona stabilizzante, nessuno può garantire che queste strutture occulte non abbiano approfittato del fenomeno brigatista. È difficile sostenere, come fanno i brigatisti, che nel periodo successivo all’arresto di Curcio le Br non abbiano avuto infiltrati nel loro gruppo. Basta pensare a un personaggio come Federico Umberto D’Amato, piduista, ex capo della divisione affari riservati del Viminale, poi consulente dei ministri dell’Interno, uomo con solidi legami negli ambienti dei Servizi segreti internazionali. Lui nel ‘74 all’epoca del sequestro Sossi, disse: «noi i brigatisti li conosciamo tutti uno per uno», e fu questa imprudente dichiarazione a costargli la direzione degli affari riservati.

Fu lui, tra l’altro, uno dei fondatori del club di Berna.

Si, questo circolo in cui i capi dei Servizi di tutta Europa si riunivano periodicamente proprio per studiare le tecniche di infiltrazione nei movimenti studenteschi. E poi basta leggere le dichiarazioni recenti di William Colby, ex capo della Cia, il quale spiega che l’infiltrazione è il metodo naturale di lotta al terrorismo; o del generale dei carabinieri Nicola Bozzo, un grande esperto di lotta al terrorismo, che ha raccontato di come alcuni militari si iscrivessero all’Università, mimetizzandosi al punto da laurearsi.

Da un lato ci sono i brigatisti, o molti di loro, che negano qualsiasi infiltrazione. Dall’altro c’è un ufficiale, il generale Delfino, accusato di aver piazzato nelle Br un mafioso calabrese, Antonio Nirta, che invece di collaborare con le autorità avrebbe addirittura partecipato al sequestro di Moro. Un bel corto circuito…

È possibile che i brigatisti siano in buona fede quando affermano di non aver subito infiltrazioni. Sono sicuro, anzi, che la maggior parte di essi non si sono resi conto di molte delle cose che accadevano. Io sono convinto che gente come Azzolini, Bonisoli, la Mantovani, Gallinari e probabilmente lo stesso Moretti credessero davvero di fare la rivoluzione. Ma mentre gli uomini della prima fase brigatista, come Franceschini, ammettono ad esempio, di aver avuto rapporti con i Servizi israeliani, o considerano la possibilità di essere stati strumentalizzati inconsapevolmente, quelli della seconda leva assumono un atteggiamento incomprensibile, di totale chiusura. In nome della loro purezza finiscono per coprire gravissime responsabilità di organi e uomini delle istituzioni nelle manovre che certamente vi furono intorno al caso Moro.

Nell’elenco di brigatisti in buona fede che hai appena fatto manca il nome di Valerio Morucci. Non sembra una omissione casuale.

Non ho elementi per accusare nessuno in particolare. Su Morucci è intervenuto di recente Franceschini, il quale afferma - sulla base di sue conoscenze - che Morucci dietro la qualifica di dissociato ha agito in realtà come un pentito. Inoltre non è un mistero che la sua entrata nelle Br non fu delle più semplici: Morucci nasce come membro del servizio d’ordine di Potere Operaio, poi si dedica all’introduzione di armi e ordigni dalla Svizzera. Nel novembre del ‘72 viene arrestato ma dopo un mese e di nuovo in libertà. È noto che la rapidità di questa scarcerazione insospettì i vertici brigatisti di allora, e infatti la richiesta di ingresso nella organizzazione di Morucci venne accolta soltanto quattro anni dopo nel ‘76 da Mario Moretti.

Un altro capitolo oscuro è senza dubbio quello delle rivelazioni di Morucci: dalle prime affermazioni, poi ritrattate, alla storia del memoriale fatto arrivare a Cossiga, fino alle ultime rivelazioni.

Andiamo con ordine: Morucci disse durante i primi interrogatori che i partecipanti all’azione erano stati dodici, e forse di più. Poi scese a nove; in entrambi i casi, coerentemente con la sua posizione di dissociato, si rifiutò di fare nomi. Nel 1990 salta fuori la storia del memoriale. Morucci lo compila probabilmente nel 1986. Nel 1990 lo consegna in carcere a suor Teresa Barillà, una persona che ha già collaborato con i Servizi segreti in quella brutta storia che è il caso Cirillo. La suora fa pervenire il memoriale all’allora capo dello Stato Cossiga il 13 marzo del 1990. Più di un mese dopo Cossiga lo consegna al capo della polizia, e questi a sua volta lo dà ai magistrati. Ma la cosa più importante è che nel memoriale Morucci fa i nomi dei nove brigatisti che, secondo la sua versione dei fatti, parteciparono all’agguato. E non si capisce perché Morucci, che per la magistratura è un dissociato, per la Dc si comporti da vero e proprio pentito. Viene in mente una dichiarazione di Franceschini. Te la leggo: «A un certo punto ho cominciato a chiedermi: di chi abbiamo fatto il gioco: i miei dubbi sono cominciati quando settori della Dc hanno cominciato a venire da noi brigatisti in carcere. Pensavamo che venissero per cercare insieme di fare chiarezza. Invece no: mi rendevo conto che venivano da noi per conquistare silenzi».

C’è una voce che circola da tempo dentro le carceri: la voce secondo cui un emissario della Dc avrebbe trattato in carcere con i brigatisti detenuti: il silenzio sulle zone oscure del sequestro Moro in cambio di permessi e altri favori, con la prospettiva futura di una amnistia. E sgradevole parlarne, perché si parte da una voce non confermata e si mette in gioco la legittima aspirazione alla libertà di gente in galera da anni. Ma certo colpisce la disparità di trattamento carcerario, ad esempio, tra un Curcio e un Morucci. Ma tornando alle rivelazioni dello stesso Morucci, l’ultima novità è il coinvolgimento di Rita Algranati come decima partecipante.

Anche qui resta da chiarire un mistero: a me risulta da fonte sicura che nell’estate del 1993 il Sisde contattò in Nicaragua Alessio Casimirri, un altro dei partecipanti all’agguato di via Fani. Mi è stato riferito che fu Casimirri, marito separato della Algranati, a fare questo nome. La cosa rimase segreta finché, in coincidenza con l’esplodere del caso Delfino-Nirta, Morucci decise improvvisamente di piazzare sulla scena dell’agguato la Algranati, anche se in un ruolo secondario. Mi chiedo se dietro il balletto delle rivelazioni non ci sia la volontà di fare polverone, o peggio ancora se intorno al caso Moro non si giochi uno spezzone della lotta intestina tra Servizi segreti.

Resta comunque il fatto che tutte le versioni dei fatti fin qui proposte da Morucci sono incomplete: una perizia dell’ottobre `93, ordinata nell’ambito del quarto processo Moro, ha stabilito che in via Fani spararono sette armi, e da entrambi i lati della strada. Morucci aveva parlato di sei armi e di colpi provenienti da un solo lato. Resta il mistero del formidabile killer che sparò 62 dei 97 colpi esplosi in via Fani. E a questo punto, fatalmente, tocca parlare delle rivelazioni del pentito Morabito sulla presenza di Antonio Nirta nel commando.

Su questo io non ho informazioni di prima mano, e l’ipotesi del coinvolgimento di un uomo della ‘ndrangheta in via Fani - per di più un personaggio che agirebbe su mandato di un carabiniere - è così preoccupante che dobbiamo essere molto cauti. Certamente sulle presenze calabresi intorno al sequestro Moro c’erano già da anni molti elementi concreti, dalla storia arcinota delle foto sparite agli strani viaggi di brigatisti e inquirenti in Calabria prima e durante il sequestro. Di recente - dopo averlo taciuto a lungo - l’ex deputato democristiano Benito Cazora ha detto che pochi giorni dopo il sequestro i suoi informatori calabresi lo condussero nei pressi di via Gradoli, spiegandogli che lì eratenuto Moro. Bisogna quantomeno chiedersi come facessero i mafiosi a essere così bene informati, dal momento che in via Gradoli c’era effettivamente un covo brigatista.

E che covo: insieme alla base milanese di via Montenevoso - quella dei memoriali di Moro - via Gradoli è il luogo in cui si concentra il maggior numero di misteri del caso Moro: i calabresi lo conoscono, il suo nome salta fuori nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa Romano Prodi, tre poliziotti arrivano davanti al suo ingresso ma lasciano perdere perché nessuno risponde alla scampanellata, infine qualcuno degli occupanti vi calamita la polizia con il trucco dell’allagamento. Nell’ultima edizione del tuo libro, “La tela del regno”, tu aggiungi una nuova perlina a questa collana di misteri…

Sì. Di fronte a me ad altri due testimoni l’ex ufficiale dei Servizi Antonio La Bruna ha dichiarato che il 17 marzo, un giorno dopo il sequestro Moro, il Sismi ricevette una segnalazione di via Gradoli.

E infatti il 18 la polizia va sul posto, ma non trova nessuno. Una volta tanto le cose quadrano.

Sì, ma La Bruna dice anche che il Sismi conosceva l’identità dell’informatore. Ma non lo ha fatto al magistrato. Eppure sarebbe stato un particolare prezioso. Teniamo conto del fatto che a quindici anni di distanza dal sequestro non sappiamo ancora nemmeno quante furono le prigioni di Moro.

Secondo Giorgio Bocca intorno a via Gradoli non c’è nessun mistero. I poliziotti rinunziarono a intervenire soltanto per paura. Lui e molti altri insospettabili e autorevoli commentatori, anche a sinistra, leggono i misteri del caso Moro come un lungo elenco di cialtronerie. Una storia molto italiana insomma.

Ci furono senza dubbio deficienze e approssimazioni. Ma non bastano a spiegare tutto. La paura dei poliziotti può chiarire uno dei misteri di via Gradoli, non gli altri. E via Gradoli è solo un episodio. Prendiamo la ricostruzione dell’agguato: a un certo punto compare un misterioso uomo con la paletta, che dirige il traffico e poi scompare nel nulla. Secondo Bocca si tratta di una invenzione. Ma ci sono due testimoni. Oppure i due uomini a bordo della moto Honda, che sparano al motorino dell’ingegner Marini. Tutti i brigatisti negano che quei due fossero dei loro. Eppure esistono, ne parlano ben tre testimoni.

All’inizio dicevi: stiamo ai fatti. Vogliamo elencare quelli che risultano inspiegabili se non si ipotizza la “tela di ragno”, vale a dire quella serie di coperture - probabilmente non richieste - che sembrano accompagnare tutta l’azione brigatista durante i 55 giorni del sequestro?

L’elenco è davvero lungo. Io mi limiterei agli interrogativi fondamentali: Perché tutti gli uomini scelti dal ministro Cossiga per seguire le fasi del sequestro sono iscritti alla P2? Perché, malgrado le molte segnalazioni, il covo di via Gradoli non viene individuato subito? Chi e perché decide a un certo punto di farlo scoprire accelerando in questo modo la decisione del vertice Br di uccidere Moro? Perché le Br utilizzano durante il sequestro una stampatrice che viene dall’ufficio “Rus” (Raggruppamento Unità Speciali) del Sismi, l’ufficio di Gladio? Perché il giudice Infelisi fa sparire il rullino contenente la foto in cui si vede l’uomo della ‘ndrangheta in via Fani? Chi ha manipolato o fatto sparire molte delle intercettazioni telefoniche effettuate durante il sequestro del presidente della Dc? Perché le Br decisero di non rendere pubbliche le rivelazioni di Moro sulla strategia della tensione e su Gladio, i suoi giudizi su Andreotti e Cossiga? Quali uomini del potere vennero in possesso all’indomani della scoperta del covo di via Montenevoso, del memoriale di Moro scoperto soltanto nel 1990 in una intercapedine del muro? Chi ha in mano le trascrizioni complete, o addirittura le bobine registrate, degli interrogatori di Moro in carcere? Leggendo il memoriale appare evidente che Moro rimanda spesso a capitoli delle sue rivelazioni che sono spariti. Perché non è stato fatto nessuno sforzo per individuare il luogo in cui si riuniva il comitato esecutivo delle Br; quello, per capirci, presso cui si recava Moretti periodicamente, e in cui venivano battuti macchina i comunicati che scandirono il sequestro. C’erano indizi che portavano nella zona di Firenze, ma furono lasciati cadere. E infine: qual è il filo che lega il caso Moro ad altri due misteri italiani, gli omicidi di Carmine Pecorelli e di Carlo Alberto Dalla Chiesa? Dalla Chiesa è l’ufficiale che gestisce l’operazione di via Montenevoso, quella sera stessa i suoi uomini lo accompagnano all’aeroporto di Milano e alle due del mattino, secondo la testimonianza di Franco Evangelisti, Dalla Chiesa si presenta ad Andreotti. Pecorelli, giornalista legato ad ambienti dei Servizi e alla P2, sa molte cose del caso Moro. Ricordiamo che il suo settimanale, “Op”, esce in edicola proprio nei giorni del sequestro, e inizia una campagna distampa che riguarda lo scandalo Rateasse, Caltagirone e Arcaini. Gli stessi temi sui cui si sofferma, all’interno della prigione del popolo, Aldo Moro.

E un lungo elenco…

Potrebbe esserlo di più. Contrariamente a quanto dice il senatore Cossiga, che ha più volte pubblicamente elogiato i magistrati che hanno condotto le indagini sul sequestro Moro, su un dato credo che noi cosiddetti “dietrologi” e coloro che la pensano come Giorgio Bocca, possiamo trovarci d’accordo: non esiste altro caso giudiziario in cui le indagini siano state condotte, nel corso di molti anni, con tanta superficialità e sacrificio della verità. È impressionante la differenza di analisi investigativa sprigionata durante il sequestro Sossi rispetto al caso Moro. Del rapimento del magistrato sappiamo tutto nei dettagli; di Moro molto poco. Eppure la differenza di peso tra i due episodi è evidente, e oltretutto all’epoca del rapimento di Sossi, il 1974, lo stato delle conoscenze sul terrorismo era di molto inferiore a quello che se ne aveva quattro anni dopo. Vedendo “Jfk”, il film sul delitto Kennedy, ho trovato una serie impressionante di analogie col caso Moro. Anche quello è un delitto politico, anche quella è una vicenda in cui le indagini vengono condotte con incredibile timidezza e reticenza. Con la differenza che nel caso Kennedy a un certo punto emerge la figura del Procuratore Garrison, che combatte contro i depistatori alla ricerca della verità. Da noi un personaggio equivalente purtroppo non è esistito. Almeno tra i magistrati.

Periodicamente - in momenti delicati della vita politica - emergono nuove rivelazioni sul caso Moro. Cosa vuoi dire?

Dietro ogni segreto del sequestro Moro ci sono dei depositari - beneficiari di quel segreto. Abbiamo parlato dei materiali di via Montenevoso, ma c’è dell’altro. Ad esempio i rapporti sullo stato delle indagini che pervenivano quotidianamente al comitato di crisi, riunito al Viminale sotto la direzione di Cossiga. Essi non pervennero mai né alla commissione Moro, né a quella sulle stragi che li ha chiesti più di recente. Chi detiene questo tipo di carte detiene un potere che può far valere in un determinato momento.

Questo è per l’appunto un momento delicato per i poteri paralleli. C’è in corso una lotta feroce all’interno dei servizi di sicurezza…

E infatti, come sempre, rispunta il caso Moro, che è una vera miniera di misteri. La situazione mi ricorda da vicino il 1974, quando all’interno del Sid era in corso la faida tra Miceli e Maletti; anche quella fu una fase molto ricca di rivelazioni, i magistrati poterono fare un buon lavoro: i golpe, la Rosa dei Venti. Il fatto è che finché sul caso Moro la magistratura sia accontenterà della versione ufficiale dei fatti e delle dichiarazioni dei brigatisti, il campo verrà lasciato libero a chi gestisce pezzi di verità a proprio uso e consumo.

Abbiamo parlato a lungo. C’è qualcosa che è rimasto fuori dalla nostra discussione?

Vorrei solo che fosse chiaro che se dopo 15 anni siamo ancora a questo punto la responsabilità è dovuta al fatto che i primi a non volere la verità sono i due uomini politici che il maggior ruolo hanno svolto intorno a questa vicenda; e mi riferisco ovviamente a Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Entrambi tacciono su quello che sanno.