Traccia storica e
considerazioni di Renata Franceschini, Soccorso Popolare - Padova
- Con la ovvia conseguenza della intrinseca
debolezza di un quadro democratico, che mentre apparentemente andava
consolidandosi, continuava a posare su fragili basi, perché a livello
occulto costantemente posto in discussione, sì da apparire sostanzialmente
a rischio di tenuta."
(dalle Conclusioni della Commissione
Pellegrino - Il quadro storico-politico del dopoguerra - nodo siciliano.)
1. I SERVIZI SEGRETI
La NATO fu creata nell'aprile del 1949,
non solo per contrastare la potenza comunista, ma anche per mantenere
stabile la situazione politica nei paesi che facevano parte dell'Alleanza..
La stabilità, secondo questa strategia, si
manteneva escludendo rigorosamente le forze di sinistra dalla gestione del
potere politico e i partiti, che le rappresentavano, lontani da qualsiasi
forma di governo.
Le attività "antisovversive",
cioè le azioni per arginare la crescita elettorale dei partiti di sinistra,
cominciarono prima ancora che in Italia venissero ricostituiti i servizi
segreti.
In un rapporto del NSC, National Security
Council, dell'8 marzo 1948 sulla "posizione degli Stati Uniti nei
confronti dell'Italia, alla luce di una partecipazione dei comunisti al
governo con mezzi legali", si diceva espressamente che una vittoria del
Fronte Popolare avrebbe minacciato gli interessi degli Usa nel Mediterraneo.
Gli Stati Uniti quindi avrebbero fornito "assistenza militare e
economica al movimento clandestino anticomunista".
Ad esempio, durante le elezioni del 18 aprile
del 1948, l'organizzazione "Osoppo", l'antenata di Gladio,
composta da 4.484 uomini, venne schierata segretamente lungo il confine
orientale per contrastare una ipotetica invasione dell'esercito sovietico.
All'Italia, con la sua adesione al
Patto Atlantico, furono imposti numerosi obblighi, tra cui quello di passare
notizie riservate e ricevere istruzioni da una speciale centrale della CIA,
chiamata in codice "Brenno".
Col lavoro paziente di alcuni
tra i loro migliori agenti della CIA, gli americani avevano intessuto una
fitta ragnatela che piegherà le decisioni del governo alla volontà degli
Alleati d'oltreoceano
Il SIFAR, servizio informazioni difesa, del
generale De Lorenzo reggerà le fila del controllo occulto della politica
italiana degli anni caldi precedenti al rivoluzionario decennio aperto dalla
contestazione del 1968.
Si infittirono i rapporti con i servizi
statunitensi, che fin dal dopoguerra avevano installato un'importante centro
operativo in Italia.
La stazione CIA di Roma funzionerà
egregiamente: attraverso il lavoro paziente di alcuni tra i loro migliori
agenti, gli americani erano in grado di tessere una fitta ragnatela che
piegherà le decisioni del governo alla volontà degli alleati
d'oltreoceano.
In un accordo, stipulato con i servizi
segreti americani nel giugno 1962,
De Lorenzo impegnava il SIFAR a programmare
azioni di emergenza con la CIA, senza avvertire il governo.
Nel marzo 1963 William
Harvey, il responsabile dell'assassinio di Patrice Lumumba, l'eroe della
lotta per l'indipendenza del Congo, diventava "capostazione" della
CIA a Roma.
Col colonnello Rocca concordava la formazione
di "bande d'azione" che dovevano attaccare sedi della DC, per fare
ricadere la responsabilità sulle sinistre.
Il colonnello Rocca organizzò le squadre di
Milano, Torino, Genova e Modena, aiutato da Luigi Cavallo, un ex militante
del PCI, espulso dal Partito come spia, che in FIAT aveva causato la
sconfitta pesante della CGIL con le sue provocazioni e con atti violenti
mascherati di "rosso".
Nominato sul finire del 1962 comandante
generale dell'Arma dei Carabinieri e quindi costretto a lasciare la guida
del servizio segreto, De Lorenzo comunque mantenne il controllo del SIFAR,
facendo nominare al suo posto un suo fedelissimo, Egidio Viggiani e facendo
occupare i posti chiave da suoi fedelissimi: Giovanni Allavena -
responsabile, contemporaneamente, dell'ufficio D (informazioni) e del CCS
(controspionaggio) ed in seguito egli stesso ai vertici del SIFAR- e Luigi
Tagliamonte che assumerà il doppio (e incompatibile) incarico di
responsabile dell'amministrazione del SIFAR e capo dell'ufficio
programmazione e bilancio dell'Arma.
Tra il 1960 e il 1964 i socialisti riuscirono ad entrare nell'area di governo. Era il primo mutamento importante negli equilibri politici italiani dopo il trionfo dei democristiani nel 1948.
Nel giugno del 1960, quando il governo
Tambroni, che aveva ottenuto la fiducia con i voti determinanti del MSI e
della Confindustria, autorizzò il MSI a tenere il suo congresso nazionale a
Genova, ci fu una rivolta popolare durata tre giorni, perché si ritenne
questa autorizzazione una sfida alle tradizioni operaie e antifasciste della
città. Altre manifestazioni antigovernative, dilagate in molte città,
furono represse dalla polizia, in qualche caso anche con le armi, che
provocò una decina di morti. Cinque nella solo Reggio Emilia.
La DC dovette, quindi, sconfessare Tambroni,
il cui governo cadde.
Nel marzo 1962 si formò un nuovo governo
Fanfani, concordato con i socialisti che si impegnavano a dare il loro
appoggio ai singoli progetti legislativi. Nelle elezioni politiche
dell'aprile del 1963 ci fu una fortissima avanzata del PCI.
Fu in questa fase che la politica di
centrosinistra conseguì i risultati più avanzati. Fu avviata la
nazionalizzazione della industria elettrica, istituita la scuola media
unica. Per contro, le Regioni, istituti previsti dalla Costituzione, non
videro ancora la luce del loro ordinamento, per il timore della DC del
rafforzamento delle sinistre a livello locale.
Di fronte a questi
avvenimenti, che sembravano avvicinare sempre più la sinistra al governo,
bisognava portare la guerra totale. Bisognava bloccare in qualche modo
l'avanzata popolare nelle fabbriche e nella società, che pretendeva una
diversa qualità dell'esistenza.
Ecco allora la ragnatela mobilitarsi.
Nel luglio del 1964, si fece udire il
famoso "rumor di sciabole", di cui parlò l'allora
segretario socialista Pietro Nenni: la formazione del secondo governo di
centro-sinistra, guidato da Aldo Moro, fu minacciata dalla possibile messa
in atto del già progettato colpo di stato, il "Piano Solo", che
sarebbe scattato se il governo di sinistra avesse adottato un programma
veramente progressista.
Carabinieri, gruppi di civili, ex parà e
repubblichini di Salò, addestrati nella base segreta di Gladio di
Capomarrargiu e reclutati dal colonnello Rocca, capo dell'ufficio Rei
(Reparto enucleandi interni) del SIFAR, avrebbero partecipato al golpe. La
Confindustria e alcuni circoli militari, legati all'ex ministro della Difesa
Pacciardi, avrebbero finanziato alcune formazioni paramilitari.
In un elenco, rinvenuto negli archivi della
CIA di Roma, c'erano i nomi di circa duemila anticomunisti che si
dichiaravano pronti a compiere anche atti terroristici. Il
"Piano Solo" prevedeva la cattura degli "enucleandi",
cioè di dirigenti comunisti, socialisti, e di sindacalisti; e
l'occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra, le redazioni
dell'Unità, le sedi della Rai e le prefetture.
Lo scandalo delle schedature e del
"Piano Solo" vennero rivelati, solo tre anni dopo, con una
campagna di stampa condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio
Scalfari.
Nel 1965 il SIFAR fu sciolto. Ed era
l'ennesimo scioglimento di facciata di un servizio segreto
"deviato".
Con un decreto del Presidente della
Repubblica, il 18 novembre 1965, nacque il SID (Servizio Informazioni
Difesa), che del vecchio servizio continuerà a mantenere uomini e
strutture.
Il comando del SID venne affidato all'amm.
Eugenio Henke, molto vicino al ministro dell'Interno dell'epoca Paolo Emilio
Taviani, democristiano. Sotto la gestione Henke - che resterà in carica
fino al 1970 - prenderà avvio la "Strategia
della tensione" che avrà come primo, tragico, risultato la
strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969).
Il 18 ottobre 1970 Henke venne sostituito dal
gen. Vito Miceli, che già dal 1969 guidava il SIOS (il servizio
informazioni) dell'Esercito.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre
1970 un gruppo di neofascisti, capeggiati dal "principe nero"
Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS, mise in atto un tentativo
di colpo di stato, nome in codice "Tora, Tora", passato alle
cronache come il "Golpe Borghese".
Il tentativo di colpo di stato fallì e
ancora oggi per molti aspetti appare velato di "misteri".
Il neo capo del SID, il gen. Vito Miceli,
molto legato ad Aldo Moro e nemico giurato del potente democristiano on.
Giulio Andreotti, tacque di quel tentativo di golpe, prima di tutto con la
magistratura.
Quando nel 1975 l'inchiesta giudiziaria sul
golpe Borghese arriverà alla sua stretta finale, Miceli aveva già lasciato
il servizio, a causa delle incriminazioni che lo porteranno ad essere
arrestato per altri fatti, ancora oggi non del tutto chiariti, come la
creazione della Rosa dei Venti, un'altra struttura militare para-golpista e
dello scontro durissimo col capo dell'ufficio D, un fedelissimo di
Andreotti, il gen. Gianadelio Maletti.
Gli anni della gestione
Miceli sono stati gli anni dello stragismo in Italia: da Peteano, alla
strage alla Questura di Milano, dalla strage di Piazza della Loggia a
Brescia, all'Italicus. Come era già accaduto a De Lorenzo, anche
Miceli finirà la sua carriera in Parlamento: eletto, anche lui, nelle file
del MSI-DN di Giorgio Almirante, così come anni dopo capiterà ad un altro
capo dei servizi segreti, il gen. Antonio Ramponi, nelle file dell'Alleanza
Nazionale di Gianfranco Fini.
La prima riforma organica dei servizi
segreti risale al 1977.
Sempre più vicino all'area di governo,
impegnato in una politica improntata al consociativismo, il PCI partecipa
direttamente, nella persona del sen. Ugo Pecchioli, alla riforma.
Per la prima volta venne introdotta una
figura responsabile dell'attività dei servizi segreti di fronte al
Parlamento: è il Presidente del Consiglio che si avvale della
collaborazione di un consiglio interministeriale, il CESIS, che ha anche un
compito di coordinamento. Inoltre i servizi devono rispondere delle loro
attività ad un Comitato parlamentare.
Una importante novità, introdotta dalla
riforma dei servizi segreti, riguarda lo sdoppiamento dei servizi
stessi: al SISMI (Servizio d'Informazioni per la Sicurezza Militare) il
compito di occuparsi della sicurezza nei confronti dell'esterno, al SISDE
(Servizio d'Informazioni per la Sicurezza Democratica) quello di vigilare
all'interno. Con in più un'altra differenza: se il SISMI restava
completamente affidato a personale militare, il SISDE diventava una
struttura civile, affidata alla polizia, nel frattempo trasformata in corpo
smilitarizzato.
Quindi, a prima vista, una riforma buona
nelle intenzioni, ma gli uomini che andranno a far parte del SISMI e del
SISDE saranno gli stessi del SIFAR e del SID e, per quanto riguarda il
servizio civile, del disciolto - e famigerato - Ufficio Affari Riservati del
ministero dell'Interno.
Dal 1978 il SISMI sarà retto dal gen.
Giuseppe Santovito, già stretto collaboratore del gen. De Lorenzo.
Il SISDE, pur essendo una struttura non
militare, finirà proprio per essere assegnata alla direzione di un
militare, il generale dei carabinieri Giulio Grassini.
Regista di
questa riforma fu il ministro dell'Interno on. Francesco Cossiga,
che in quel momento diede l'impressione di subire potenti pressioni da chi
aveva interesse di far fallire l'operazione di "pulizia".
Il primo scandalo in cui incapparono i
servizi riformati è quello della Loggia P2. Come abbiamo già detto, i nomi
di tutti i comandanti al vertice dei servizi segreti (SISMI, SISDE ed anche
del CESIS, l'organo di coordinamento) sono compresi nella famosa lista della
Loggia P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli, scoperta nella villa del Gelli
a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 dai magistrati milanesi che indagano
su Michele Sindona.
Di certo oggi sappiamo che entrambi i servizi
segreti furono coinvolti fino al collo nel caso Moro, in quei 55 giorni che
trascorsero fra il sequestro del presidente della DC da parte di un commando
delle Brigate rosse e l'uccisione dell'uomo politico (16 marzo-9 maggio
1978).
Nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro
accaddero una incredibile serie di stranezze, misteri, coincidenze, buchi
nelle indagini, che ebbero l'effetto di agevolare il compito dei brigatisti,
al punto da far pensare che il sequestro Moro fosse stato ispirato, e in
qualche modo teleguidato, da qualcuno che nulla aveva a che fare con i
brigatisti "puri".
Omissioni, inefficienza, tacite connivenze, depistaggi, forse anche qualcosa di più, come per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in cui una bomba , collocata nella sala d'aspetto, provoca una strage tra i presenti: 85 morti, 200 feriti.
Sull'attività frenetica dei servizi e sul loro possibile coinvolgimento organizzativo nella strage i magistrati scrivono :
Libero Mancuso, magistrato, Pm al processo di primo grado per le bombe del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, esprime la sua opinione al giornalista Gianni Barbacetto, nel libro "Il grande vecchio":
Dal 12 dicembre 1969 al 23 dicembre 1984, sono state otto le stragi etichettate come "nere". Il totale delle vittime fu di 149 morti, 688 feriti.
Quando il 12 dicembre 1969 a Milano, in
piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell'agricoltura esplose
una bomba, si era in pieno "autunno caldo". I contratti collettivi
delle grandi categorie di operai, in primo luogo i metalmeccanici, erano
ancora aperti.
Vedere sfilare per le strade del capoluogo
lombardo, in ottobre, tra saracinesche abbassate e tapparelle chiuse,
duecentomila tute blu, che richiedevano un nuovo contratto, aumenti
salariali, diversa qualità della vita in fabbrica e fuori di essa,
rappresentò per la borghesia imprenditoriale un fatto talmente
rivoluzionario da averne paura.
La sinistra stava veramente entrando nel
"santuario" del potere! Quindi era
necessario agire in fretta, bloccare in qualche modo l'avanzata popolare,
che minacciava i rapporti di potere in fabbrica e nella società. La
violenza politica, le bombe, l'uso sapiente degli "opposti
estremismi" potevano essere metodi utili per bloccare sul nascere le
"velleità" dei lavoratori e delle masse popolari. La protesta
sociale offriva condizioni favorevoli a chi voleva intorbidare le acque. Ecco,
pronta la strage!
Tutto era pronto per etichettarla come una
strage messa in atto dai "rossi".
Per le forze di polizia, la
strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, era la naturale
conseguenza dell'atmosfera sociale di ribellione contro la società
borghese. Gli anarchici vennero accusati di avere approfittato del disordine
del '68 per fomentare la violenza sovversiva e l'anarchico Valpreda venne
indicato come colpevole.
L'anarchico Pinelli venne
"suicidato" dai piani alti della Questura di Milano, dove era
stato condotto dal commissario Calabresi.
Un anno dopo ci fu
l'incriminazione ufficiale di Franco Freda e Giovanni Ventura, l'uomo
nazista dei servizi segreti.
L'ipotesi accusatoria fu che i
neofascisti avessero commesso la strage, predisponendo in precedenza tutta
una serie di indizi accusatori contro Valpreda, di cui conoscevano tutte le
mosse, per avere infiltrato nel circolo anarchico
"23 Marzo" Mario Michele Merlino.
Il giudice di Treviso
Stiz, che fu il primo a individuare la matrice neofascista della strage,
tracciò questa motivazione dell'attentato: "…E' dagli inizi del
1969, viceversa, che il loro programma sovversivo si estrinseca o si
potenzia, sia con l'apporto di persone e strutture operanti in varie parti
del territorio nazionale, sia con l'attuazione di veri e propri atti di
terrorismo.
L'incontro del 18 aprile 1969 tra il Rauti,
il Freda e il Ventura, in Padova, costituisce appunto l'inizio di tale
attività…Da tale quadro probatorio emerge il disegno eversivo della
organizzazione rappresentata da Freda e da Ventura: "sinteticamente il
rovesciamento dell'ordinamento statuale, preceduto da una gradualità
terroristica tale da provocare il disorientamento delle masse e il
diffondersi di una mentalità favorevole alla restaurazione dell'ordine e
dell'avvento di strutture centralizzate e gerarchiche".
Il coinvolgimento, in
seguito, nell'inchiesta di Piazza Fontana anche di Pino Rauti e di Guido
Giannettini, fa sorgere più di un sospetto.
Infatti sono proprio coloro che avevano
partecipato al convegno dell'hotel Parco dei Principi, organizzato
dall'istituto "Pollio" e finanziato dai nostri servizi segreti. Il
nome di Pino Rauti sarà sostituito da Ventura con quello di Stefano Delle
Chiaie, già all'epoca latitante. La sostanza dei fatti non cambia comunque.
Nell'agosto del 1971, il pretore Guariniello aveva aperto un'inchiesta sulle "schedature" della Fiat. Vennero sequestrate 150.655 schede personali, con note relative all'orientamento politico degli operai. In Fiat operava una struttura segreta, retta da un ex ufficiale dei servizi segreti. Nel 1991 si scoprirà il coinvolgimento di Gladio nel caso. Venne alla luce, in settembre nella stessa inchiesta, anche un elenco di 200 poliziotti pagati dalla Fiat per passare informazioni. Era un periodo politicamente delicato per le grandi tensioni che serpeggiavano nel paese. Si cominciava a parlare di una Loggia massonica "P2", si parlava apertamente di colpi di Stato e di Servizi "deviati".
Nella strage di
Peteano del 31 maggio 1972 morirono tre Carabinieri, due rimasero
gravemente feriti.
Due soltanto sono i colpevoli
condannati per la strage di Peteano: Vincenzo Vinciguerra e Carlo Ciccutini.
Una struttura, insomma, molto simile a quella individuata dal giudice "ragazzino" di Venezia, Felice Casson, quando mise le mani sugli archivi dei Servizi segreti, e che era denominata "Gladio".
Scrive Gianni Flamini nel suo " Il partito del Golpe": "In sostanza mentre la destra radicale rifinisce il suo progetto eversivo basato sul determinante intervento dei militari, i presidenzialisti "puri"…lavorano a un progetto alternativo: meno rozzo e stimato più sopportabile dall'assetto istituzionale italiano, addirittura mascherato come antifascista, fondato su operazioni di "ingegneria politica" più che militare, finanziato dalla grande industria multinazionale".
Francesco Cossiga appartiene al gruppo
dei "presidenzialisti puri".
Già nei primi anni sessanta si legava ad un
gruppo eterogeneo, composto da politici, militari, costituzionalisti,
avventurieri che voleva instaurare una Repubblica presidenziale. Lo stesso
tema che Cossiga, da Presidente della Repubblica, riproporrà con scalpore,
seguito da Bettino Craxi, che diverrà suo alleato in questa battaglia.
Il gen. De Lorenzo, nei giorni del luglio
1964 in cui pianificava il golpe, si recava spesso al Quirinale, oppure
comunicava con il Presidente Segni per mezzo di Cossiga.
"Un gruppo di potere che agisce
all'ombra di uno stuolo di protettori politici" annotava nel suo diario
il generale Manes, inviso a De Lorenzo,
incaricato di fare luce sulle deviazioni dei servizi segreti.
Tra questi "protettori", secondo
Manes, c'era Francesco Cossiga, che alla commissione d'inchiesta sul
"piano Solo" garantì sulla "affidabilità democratica"
di quel gruppo di ufficiali infedeli; e che negli anni successivi
sponsorizzerà ampiamente le loro carriere.
Nel 1966 Cossiga diventò sottosegretario
alla Difesa nel governo guidato da Moro. Iniziò così a destreggiarsi fra i
sottoscala del potere in cui si fa la storia dell'Italia, parallela e
segreta.
Svolgeva volentieri una serie di lavoretti
"di coraggio", come quello di apporre gli omissis ai risultati
della commissione d'inchiesta sul "piano Solo", in modo da coprire
le responsabilità di De Lorenzo, e partecipava alla formazione di atti
amministrativi concernenti Gladio, come lui stesso ha in seguito ammesso.
Capo dei servizi
segreti in quegli anni è il generale Vito Miceli, anch'egli facente parte
della strategia della tensione e grande amico di Cossiga. Quando
Miceli, il 30 novembre 1990, morirà, Cossiga renderà omaggio alla sua salma
ufficialmente, ignorando la manifestazione dei parenti delle vittime delle
stragi che contemporaneamente si svolgeva davanti a Montecitorio.
Anni in cui, come scrive
lo storico Giuseppe De Lutiis nel suo "Storia dei servizi segreti",
cambiava anche la strategia dei poteri occulti: "Fino ad allora,
la ricetta che i servizi segreti avevano seguito per curare i mali d'Italia,
aveva previsto un potenziamento dell'estrema destra, con il concomitante
sviluppo di atti terroristici e di rivolte, come quella di Reggio Calabria,
gestite dalle strutture parallele."
Dal 1984 fino al febbraio del 1991, fu al
vertice del SISMI l'amm. Fulvio Martini, il "rinnovatore".
Finirà travolto dalla vicenda di Gladio assieme al suo capo di stato maggiore
il gen. Paolo Inzerilli.
Parallelamente, al SISDE si succederanno i
prefetti Vincenzo Parisi (1984-1987), che
diventerà subito dopo capo della polizia, e Riccardo
Malpica (1987-1991), che verrà poi condannato per lo scandalo dei
fondi neri del SISDE.
Dalla primavera del 1992, almeno una parte dei
dirigenti degli uffici giudicava che la spinta proveniente dal '68 studentesco
e dall'autunno caldo fosse stata riassorbita. Si riteneva quindi possibile
"bruciare" una parte dei terroristi neri, cercando di utilizzare le
loro gesta come contraltare del vero o presunto terrorismo rosso, in modo da
dare credibilità alla tesi dei cosiddetti opposti
estremismi.
Le inchieste della magistratura di
Venezia e di Padova e quella della commissione Stragi hanno consentito di
far capire che l'organizzazione Gladio, ideata per contrastare un'ipotetica
invasione sovietica, si era progressivamente trasformata in una struttura di
servizio e di copertura per altre strutture parallele che agivano per
combattere le sinistre.
Già nel documento "le forze speciali
del SIFAR e l'operazione Gladio",
del 1 giugno 1959, era contemplata la
possibilità di sovvertimenti interni nella pianificazione delle attività
della Stay Behind.
Il generale Fodda rivelò al
giudice Mastelloni: "La struttura avrebbe dovuto funzionare anche
rispetto ai moti di piazza rilevanti, e la struttura aveva inoltre una
funzione anti-PCI".
Un ex generale del SIFAR aveva rivelato
all'"Unità" :" I gruppi di civili organizzati dal colonnello
Rocca agli inizi degli anni sessanta coincidevano con i
"gladiatori", anche perché erano addestrati nella base di
Capomarrangiu".
I gruppi di Rocca addestrati in Sardegna
furono impiegati il 9 ottobre 1963 per provocare incidenti nel corso di una
manifestazione che si stava svolgendo in piazza Santi Apostoli a Roma. Una
parte si era infiltrata tra gli operai; altri erano in tuta mimetica, in
mezzo alle forze di polizia.
La teorizzazione della
strategia della tensione avvenne nel corso del convegno organizzato
all'hotel Parco dei Principi di Roma, il 3 maggio del 1965, dall'istituto di
ricerche militari "Alberto Pollio".
Il tema era "La guerra
rivoluzionaria".
L'istituto "Pollio" era stato
fondato alcuni mesi prima da Enrico de Boccard, ex repubblichino di Salò. I
soldi per l'organizzazione erano stati forniti dal SIFAR.
A capo del SIFAR, allora, era il generale
Viggiani, che attivò il generale Rocca per il reperimento dei fondi per il
convegno.
Presenti al convegno dell'hotel Parco dei
Principi, oltre a Ivan Matteo Lombardo, ex ministro socialdemocratico nel
governo nato dalle elezioni del 1948, a Gino Accame, redattore del
settimanale neofascista "Il borghese" e responsabile del movimento
pacciardiano ( i fautori della Repubblica presidenziale), agli ex
repubblichini di Salò Enrico de Boccard e Pino Rauti , erano coloro, che
saranno tra i principali imputati del processo per la strage di Piazza
Fontana, Guido Gianettini, Stefano Delle Chiaie e Mario Michele Merlino.
Da un anno era nato il primo
centrosinistra e "bisognava far presto" perché questo avvenimento
veniva considerato da molti come l'avvicinamento del comunismo al potere.
Alla fine del convegno venne letto "un
piano di difesa e contrattacco", che delineava un progetto molto simile
al piano Solo, strutturato, un anno prima del convegno, dal colonnello
Mingarelli, colui che effettuerà i depistaggi nelle indagini sulla strage
di Peteano.
Con questo piano, a detta di Pino
Rauti, si era in grado di realizzare "l'elaborazione completa
della tattica controrivoluzionaria e della difesa".
Nel 1966 venne ideata la "esercitazione
Delfino" che, più che di un'invasione da est, si occupava della
repressione interna.
Quel settore di Gladio, che
nell'esercitazione ipotizzava lo scenario della "sovversione",
descriveva questa come una emanazione delle forze sindacali, dei partiti e
dei giornali di sinistra allora esistenti in Italia, con l'inizio di
agitazioni e azioni sindacali in difesa del posto di lavoro. Persino le
affissioni di manifesti denuncianti l'operato del governo venivano
considerate "insorgenza".
E' nella seconda metà degli anni settanta e
negli anni ottanta che la Gladio italiana diventò sempre più illegale.
Nel 1976-1977 alle strutture periferiche venne inviato uno schema per la redazione di rapporti informativi. Quindi, proprio mentre veniva varata la riforma dei servizi segreti, Gladio cominciava a svolgere attività informativa, lontanissima anche dagli scopi per cui era stata costituita.
Dal 1977 la competenza della sicurezza
interna e il compito di svolgere attività informativa furono demandati al
SISDE.
E' interessante sapere che negli archivi di
Forte Braschi, tra i documenti di Gladio, sono state sequestrate
"schedature" sugli uomini politici di Sassari e relazioni sulla
situazione del "Corriere della Sera" relative al periodo
dell'assalto piduista.
Nelle liste della P2, rinvenute il 17
marzo 1981 nella villa di Gelli di Castiglion Fibocchi, risultavano iscritti
numerosi nomi di dirigenti dei servizi segreti:Miceli, Maletti, La Bruna,
D'Amato, Fanelli, Viezzer.
Vi risultavano anche Giuseppe Santovito,
Grassini e Walter Pelosi, capo del CESIS dal maggio 1978.
C'erano i nomi di numerosi altri dirigenti, tra
cui Musumeci, capo della segreteria di Santovito, Sergio Di Donato e Salacone,
dell'ufficio amministrativo…
Nelle liste della P2 c'era anche una
nutrita schiera di funzionari del SISDE.
Per molti iscritti la data di iniziazione era
immediatamente precedente o successiva al passaggio nei servizi segreti.
Nel 1962-64 il generale De Lorenzo e il SIFAR
predisposero principalmente un'attività di schedatura dei cittadini e di
preparazione di un possibile colpo di Stato.
Negli anni settanta i dirigenti del SID
(mutamento del nome del servizio segreto da SIFAR a SID, dopo lo scandalo del
"piano Solo") esplicarono soprattutto azioni per proteggere eversori
di destra e sospetti autori di stragi.
Gli ufficiali del SISMI, che ne costituirono le
strutture occulte, nel 1978-81 spaziarono dalla trattativa trilaterale con Br
e camorra per la liberazione di Cirillo, al depistaggio dei giudici impegnati
nelle indagini sulla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, dalla
operazione "Billygate" al peculato, dalle macchinazioni nei
confronti dei collaboratori del capo dello Stato alla diffusione di notizie
calunniose attraverso la stampa, da loro stessi finanziata.
A somiglianza della P2,
della quale per altro la struttura era una articolazione, il SUPERSISMI
svolgeva un amplissimo ventaglio di attività, tutte direttamente o
indirettamente finalizzate a intervenire nella sfera politica, il che era, con
tutta evidenza, incompatibile con le finalità d'istituto.
Quando Gelli nel
marzo del 1965 s'iscrisse alla massoneria nella loggia del Grande Oriente
"Romagnosi" di Roma, aveva già delle buone credenziali come
fascista della repubblica di Salò.
Contava sull'amicizia con Giulio Andreotti e
referenze con gli ambienti del Vaticano, una lista di cinquanta nuovi iscritti
molto qualificati.
Aveva legami con molti ufficiali dei servizi
segreti, in particolare col generale Giovanni De Lorenzo e con il colonnello
dell'Arma dei Carabinieri Giovanni Allavena, reduci dalle trame del
"piano Solo", (che sarebbe scattato se il governo di centrosinistra
avesse adottato un programma autenticamente progressista), e dallo scandalo
delle schedature del SIFAR, il nostro servizio segreto che in pochi anni aveva
raccolto 157 mila dossier, per usarli come arma di ricatto su politici,
militari, giornalisti, preti, privati cittadini, uomini di cultura.
Questi dossier passarono molto probabilmente
nelle mani di Gelli, che ne fece uno degli strumenti del suo stesso potere.
Allo stesso De Lorenzo, capo del Sifar, venne
dato il compito di organizzare l'esercito clandestino di Gladio.
Nel 1962, quando Antonio Segni salì al
Quirinale, De Lorenzo era impegnato con gli uomini della CIA di Roma a creare
"squadre d'azione per compiere attentati contro le sedi della Democrazia
cristiana e di alcuni quotidiani del Nord, da attribuirsi alle sinistre; sono
necessari altresì gruppi di pressione che chiedano, a fronte degli attentati,
misure di emergenza al governo e al capo dello Stato."
(Il brano è tratto da un memorandum dei
servizi segreti americani ratificato da De Lorenzo).
La carriera di Gelli in
Massoneria fu velocissima.
Nel dicembre del 1966, poco
più di un anno dopo la sua iscrizione alla massoneria, venne nominato capo
della loggia HOD, nota come P2, la più importante e misteriosa di tutto il
Grande Oriente.
La Commissione parlamentare d'inchiesta
ha sottolineato che il ruolo di Gelli crebbe di pari passo col defilarsi di
Frank Gigliotti ormai anziano.
Gigliotti, uomo della CIA, era un feroce
anticomunista, amico di molti mafiosi siciliani, ex agente della OSS, la rete
di spionaggio degli Stati Uniti in Italia durante la guerra.
Dalle logge massoniche americane gli era stato
affidato il compito di rimettere insieme quello che rimaneva della massoneria
conservatrice di piazza del Gesù, con il Grande Oriente di palazzo
Giustiniani.
Gigliotti rimise in circolo logge come la
"Alam" del principe Giovanni Alliata di Montereale, protagonista di
almeno un paio di mancati golpe e amico di boss mafiosi e finanzieri alla
Michele Sindona.
Gelli stesso rivendicherà sempre con orgoglio i legami con la destra americana più reazionaria.
I legami tra la CIA e la
P2 sono stati confermati in un'intervista al TG1 nel 1990, dalle rivelazioni
di Richard Brenneke e Razin, ex agenti della CIA, sui finanziamenti dei
servizi segreti americani alla P2.
Presero, quindi, l'avvio le inchieste che
portarono a scoprire il ruolo della CCI, la "Kriminal Bank", usata
dalla CIA e dai trafficanti internazionali di valuta e di armi.
I due agenti parlarono anche di qualcosa molto
simile a Gladio.
Razin era stato addirittura supervisore della
Gladio europea.
Questa intervista scatenerà
una delle prime esternazioni del presidente Cossiga e porterà alla rimozione
del direttore del telegiornale, Nuccio Fava, e alla esautorazione del
giornalista Ennio Remondino, autore dell'inchiesta.
Per Cossiga, allora capo dello Stato , era
inammissibile che i servizi di sicurezza di un paese amico venissero attaccati
in quel modo.
Bisognava prendere provvedimenti contro
dirigenti e funzionari Rai.
Con altrettanta foga reagì qualche mese dopo,
dando del "giudice ragazzino" a Casson che voleva interrogarlo su
Gladio.
Nella sua testimonianza resa ai giudici
di Bologna, che indagavano sul coinvolgimento del capo della P2 nella strage
alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Tommaso Masci, primo portiere
nella seconda metà degli anni 70 dell'albergo romano Excelsior, di cui Gelli
era in quel periodo cliente fisso, tracciava una descrizione efficace del
formicolio dei potenti intorno a Licio Gelli.
Tra i visitatori di Gelli c'erano politici,
militari, giornalisti, alti funzionari dello Stato, banchieri. Tra coloro che
lo frequentavano, c'erano Andreotti, Cossiga, Craxi, Fanfani, solo per fare i
nomi più noti.
Tra i visitatori c'era anche il bombarolo Paolo
Aleandri, il terrorista di destra a cui Gelli aveva affidato il compito di
mantenere i contatti con Filippo de Jorio, consigliere politico dell'onorevole
Andreotti, che era latitante per il golpe Borghese del 1970.
Lo stesso Aleandri incontrò nella stanza di
Gelli il generale Vito Miceli, capo del SID, cioè l'uomo che avrebbe dovuto
arrestarlo.
Verso la fine del 1979 Alfredo De Felice, della
cerchia dei neofascisti, assistette ad un incontro tra
Gelli e il ministro del Commercio Estero Gaetano Stammati, che doveva
sottoporre a Gelli le bozze di un decreto economico del Governo.
Il deputato democristiano si iscrisse alla
loggia P2 nel 1977 e, poco dopo, diventò ministro del Commercio estero del
governo Andreotti.
Dopo le elezioni del giugno 1979, l'incarico di
formare il nuovo governo fu dato a Cossiga, che affidò il ministero del
Commercio Estero a Stammati, quando, precedentemente, lo aveva promesso al
liberale Altissimo.
Alle inferocite rimostranze dei liberali,
Cossiga rispose: "Non ne ho potuto fare a meno; ho ricevuto tante
pressioni…".
Nello stesso tempo Gelli, nella sua stanza
all'Excelsior, si vantava con gli amici di avere imposto Stammati.
L'attività della P2
negli anni '70 era frenetica.
C'era la pratica costante della
raccomandazione e c'erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che
lo alimentavano.
Degli affari citiamo i più noti: l'
Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la
scalata al "Corriere della Sera", tutti collegati a scandali e
cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di
Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.
A volte gli uomini della
P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, 'ndrangheta.
Collegamenti accertati dalle inchieste
giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del
rapido 904, sull'omicidio di Roberto Calvi.
I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con
ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d'Italia: la strage sul
treno Italicus, il caso Moro, la strage della stazione di Bologna del 2 agosto
1980, il delitto Mattarella, il traffico di armi e droga, solo per citarne
alcuni.
Il treno
"Italicus", linea ferroviaria Firenze-Bologna, il 4 agosto
1974 verso sera tardi, venne squassato dalla forte esplosione di una bomba ad
altissimo potenziale:12 persone morte e 105 feriti.
Apparve certo, fin da subito, che la
strage era opera del neonazismo. Le indagini si diressero sul gruppo di
neofascisti di Arezzo e precisamente su Franci, Malentacci e Tuti, che avevano
legami anche con la P2. I tre sono rinviati a giudizio e poi assolti. Il
giudice istruttore di Bologna Angelo Vella, affiliato alla massoneria locale,
non coinvolge nessun piduista.
Il neofascismo terrorista era coinvolto nella grande operazione presidenzialista, che rappresentava e rappresenterà lo scopo principale a cui tende, trasversalmente a tutti i partiti, la politica italiana.
Luciano Violante,
partendo dal golpe presidenzialista, era arrivato ai gruppi terroristici di
estrema destra. "Sussistono prove - scrive - di una corrispondenza tra
Edgardo Sogno e l'avvocato Antonio Fante di Padova…Che dagli elementi in
atti appare che tale corrispondenza abbia ad oggetto la costituzione di una
organizzazione intesa a raggruppare tutti i gruppi di estrema destra, tra i
quali anche Ordine Nuovo, in epoca successiva al decreto di scioglimento di
questo gruppo."
Spiega, inoltre, nella sua requisitoria contro
Sogno e Cavallo, Violante: "..Va considerato che l'allertamento disposto
venne a conoscenza di quei settori militari che molteplici fonti di prova
indicano come interessati all'iniziativa eversiva, disincentivando per il
momento la realizzazione del piano…"
I giudici milanesi Turone
e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto
rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona.
I giudici milanesi, come quelli di Palmi, che
indagavano sulle nuove logge coperte, scoprirono che
attraverso la P2 passavano molti dei misteri e degli scandali italiani di
quegli anni, e furono costretti a suddividere in capitoli il materiale
raccolto:
· la P2 e lo scandalo Eni;
· la P2 e il Banco Ambrosiano;
· la P2 e lo scandalo dei petroli;
· la P2 e la magistratura;
· la P2 e la Rizzoli;
· la P2 e i segreti di Stato;
· la P2 e i finanziamenti all'eversione nera;
· la P2 e le stragi;
· la P2 e il sequestro Moro;
· la P2 e il caso Pecorelli.
Un altro gigantesco capitolo fu aperto
dall'inchiesta del giudice Carlo Palermo sul
traffico di armi, che coinvolgeva molti piduisti e da cui trasparivano forti
legami con la criminalità organizzata e col traffico di droga………….
Un intreccio solido quello che traspare dalle
inchieste giudiziarie su mafia e massoneria.
Prima che i giudici di Palmi riaprissero
il capitolo oscuro dei rapporti tra massoneria, traffici di armi, affari
sporchi e criminalità, altre logge coperte erano finite in inchieste della
magistratura.
A Palermo il giudice
Falcone, prima di essere costretto a trasferirsi a Roma, si era a lungo
occupato di massoneria. Aveva scoperto la loggia di via Roma 391, dove
politici locali e funzionari pubblici venivano iniziati, insieme a mafiosi del
calibro di Michele Greco e Giovanni Cascio, del quale molti anni dopo verrà
intercettata una telefonata in cui si parlava in termini amichevoli di Gelli.
Gran maestro della loggia di via Roma era
Pietro Calacione, direttore sanitario dell'ospedale Civico di Palermo e il
Civico, forse non per una semplice coincidenza, era uno dei feudi elettorali
dell'onorevole Salvo Lima.
Falcone si era occupato di un'altra inchiesta
sull'intreccio tra mafia e massoneria e le indagini dei carabinieri si erano
svolte in tre direttrici: logge massoniche, rilevamento di società sull'orlo
del fallimento, contatti con i politici.
Le indagini erano arrivate fino a Roma e a
Milano.
Pino Mandalari, capo di alcune logge, poi
condannato a due anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco, in una
telefonata intercettata, si vantava di potere arrivare fino alla segreteria di
Bettino Craxi; in altre telefonate si parlava del generale Cappuzzo, siciliano
già iscritto alla P2, di Salvo Lima, di alcuni sottosegretari di governo.
Inesplorata resta la
questione delle coperture assicurate a Gelli dai politici, a cominciare da
Andreotti, suo grande amico, poi da Cossiga, da Fanfani, da Craxi, da Forlani
e da molti altri.
Fu scoperto che dietro la sigla
del circolo Scontrino di Trapani si celavano ben sei logge massoniche e una
superloggia coperta( loggia C), con iscritti deputati regionali, alti
funzionari e mafiosi.
La loggia C saltò fuori anche nelle indagini
del giudice Augusto Lama di Massa Carrara, sui traffici di armi di Aldo
Anghessa, un collaboratore dei servizi segreti italiani. Questa storia
intricata vede coinvolti anche dei neofascisti che, secondo una sentenza della
magistratura, avrebbero ricevuto tra l'altro finanziamenti da Licio Gelli.
E' un intreccio solido quello che traspare
dalle inchieste giudiziarie su mafia e massoneria delle logge coperte.
Uno studio attento della
struttura massonica più conosciuta, la P2, fa rilevare che la regione più
rappresentativa tra gli iscritti alla loggia di Gelli è proprio la Sicilia,
che non è, storicamente, una terra di grandi tradizioni massoniche.
La P2,quindi, risultò coinvolta in molte
inchieste giudiziarie sulle stragi e su alcuni omicidi politici
Non è un caso che a Castiglion Fibocchi, alla
villa di Gelli, perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi
Gherardo Colombo e Giuliano Turone, il 17 marzo 1981, i giudici milanesi siano
arrivati, indagando sul misterioso soggiorno in Sicilia di Michele Sindona, il
bancarottiere di Patti, iscritto alla P2 e legato a filo doppio ad Andreotti.
Nel corso del suo finto sequestro, Sindona si
era avvalso dell'appoggio, tanto della massoneria quanto della mafia.
Proprio durante il suo
soggiorno in Sicilia, nell'estate del 1980, si aprì, con gli omicidi del
commissario Boris Giuliano e del giudice Cesare Terranova, la stagione dei
cosiddetti delitti "eccellenti".
E' solo un caso che nella
stessa estate ci sia la strage alla stazione di Bologna?
Il 20 maggio 1981, il governo messo alle strette dallo scandalo, comunicò al Parlamento la lista dei presunti aderenti alla loggia segreta P2 di Licio Gelli, alla quale risultavano affiliati, tre ministri, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti, militari, imprenditori, parlamentari, banchieri, giornalisti. .
Ogni nome era preceduto da un numero di
fascicolo e da un numero di gruppo; seguiva un "codice", al quale
talvolta seguiva il numero della tessera e un appunto relativo alle quote
sociali.
Nella lista c'erano: 52 alti ufficiali dei
Carabinieri, 50 dell'esercito,
37 della Guardia della Finanza, 29 della
Marina, 11 Questori, 5 Prefetti, 70 imprenditori, (uno era un famoso
costruttore di Milano, figlio di un dipendente della Banca Rasini,
pluriinquisito e pluriindagato), 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica,
2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati,14
magistrati, sindaci, primari ospedalieri, notai e avvocati.
Gli elenchi della loggia segreta P2 del
Venerabile Maestro Gelli, come si può notare, erano impressionanti: politici,
imprenditori, giornalisti, alti gradi delle forze armate, tutori dell'ordine
pubblico, funzionari dello stato, dirigenti dei servizi segreti, magistrati. E
ancora,119 piduisti già insediati ai vertici delle maggiori banche, nel
ministero del tesoro, e in quello delle finanze.
Gente che spesso aveva giurato fedeltà e
obbedienza tanto alla Costituzione Italiana quanto alla massoneria.
Secondo la commissione
parlamentare d'inchiesta, l'elenco completo degli iscritti alla P2 era
all'incirca di 2500 nomi; ne mancano 1650. Solo la magistratura ha avuto il
coraggio di punire gli appartenenti alla P2.
L'assoluzione più sconcertante
è stata quella dei militari, voluta dal ministro della Difesa Lagorio,
socialista e iscritto alla massoneria.
Tra i 962 iscritti c'è
anche il "nostro" presidente del consiglio del 2001, l'on. Cav.
Silvio Berlusconi.
Silvio Berlusconi risulta iscritto alla loggia
P2, con la tessera numero 1816, codice e.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, il
26 Gennaio del 1978.
Lo stesso giorno in cui si era iscritto
Maurizio Costanzo, numero di tessera 1819.
Dagli atti della Commissione parlamentare, ed
in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion
Fibocchi, figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e
l'annotazione del versamento di lire 100.000, eseguito in contanti in data 5
maggio 1978, versamento la cui esistenza risultava comprovata anche da un
dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprietà di Gelli.
Alla Magistratura di
Venezia Berlusconi, sotto giuramento, nega di aver versato personalmente soldi
per la sua iscrizione, contro tutte le prove portate a suo carico, e per
questo viene condannato come "spergiurio", in via definitiva, dal
Tribunale veneziano.
Berlusconi sarà comunque
amnistiato, e così potrà diventare Presidente del Consiglio nel 1994 e nel
2001.
L’impero berlusconiano, comunque, ha preso avvio a Roma, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, il 16 settembre 1974, con la costituzione della società immobiliare "San Martino s.p.a", con amministratore unico Marcello Dell'Utri.
La romana Immobiliare San Martino, trasformatasi in seguito nella milanese "Milano 2 s.p.a.", ebbe un ruolo essenziale nella costruzione della omonima "città satellite".
Le compravendite di terreni e immobili si articolano in atti notarili tra soggetti diversi, ma gli interessi sottostanti hanno una medesima matrice e regia: infatti, la società "Milano 2 s.p.a" è controllata dalla "Fininvest", e la Fininvest è una società costituita dalle società fiduciarie "Servizio Italia" e "Saf"(Società azionaria fiduciaria).
"Servizio Italia" e
"Saf" sono società fiduciarie, e dunque agiscono su mandato di
terzi coperti dall’anonimato (la formula utilizzata nelle operazioni è
" Per conto di società enti o persone da dichiarare").
La neocostituita società Immobiliare San
Martino rimase inattiva fino alla metà del 1977, quando elevò il proprio
capitale sociale, dall’originario un milione, a mezzo miliardo, e trasferì
la propria sede a Milano. Poco dopo, nel settembre 1977, mutò la propria
denominazione in "Milano 2 spa".
Il singolare schema operativo - costituzione, sensibile aumento di capitale, trasferimento della sede a Milano, e mutamento della ragione sociale - si ripeterà come una costante per tutte le società del gruppo Fininvest, promosse dal parabancario Bnl. Nel costituire la Immobiliare San Martino, dunque, le due fiduciarie si muovevano in nome e per conto di altri, così come Dell’Utri (attraverso Rapisarda in contatto col boss Ciancimino) si muoveva in nome e per conto di altri.
La sua stessa uscita di scena (Dell’Utri il 13 settembre 1977 si dimette dall’incarico di amministratore unico) risultava analogamente ambigua, quasi che "il siciliano" avesse condotto in porto un’operazione e quindi avesse così concluso il proprio compito.
Quando nel settembre 1977 Marcello Dell’Utri
cessò dalla carica di amministratore unico, gli subentrò Giovanni Dal Santo,
commercialista, nato a Caltanissetta, ma attivo a Milano, dove curava
interessi vicini alla Banca Nazionale del Lavoro, (Bnl)Holding.
Secondo l’avvocato Giovanni Maria De Mola, in
un memoriale del costruttore Filippo Alberto Rapisarda (consegnato al giudice
Della Lucia, del Tribunale di Milano), lo stesso Rapisarda sostiene di avere
associato Dell’Utri nelle proprie attività edilizie, in seguito alla
pressante "raccomandazione" in tal senso rivoltagli dal boss mafioso
Stefano Bontade.
L’atto costitutivo della società immobiliare
San Martino venne sottoscritto dal banchiere piduista Gianfranco Graziadei,
per conto della fiduciaria Servizio Italia spa, e da Federico Pollak (87 anni,
dirigente della Bnl fin dalla fondazione) per la Saf, Società azionaria
fiduciaria spa. Entrambe le fiduciarie sono società della Bnl Holding
(il parabancario del grande Istituto di Credito), il cui centro di potere
direzionale era assolutamente condizionato da Licio Gelli e dalla sua Loggia
P2.
Era presente alla costituzione della Immobiliare San Martino anche Marcello Dell’Utri, il quale venne nominato, come abbiamo visto in precedenza, amministratore unico della neocostituita società.
Costui diventerà uno dei più stretti collaboratori di Berlusconi e amministratore delegato di Pubblitalia 80, la potente concessionaria di pubblicità delle reti televisive Fininvest.
Questo Marcello Dell’Utri è un personaggio in odore di mafia, come rivela un rapporto della Criminalpol, datato 13 aprile 1981: "L’aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto tra Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e Dell’Utri Marcello ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, (società per le quali il Dell‘Utri svolge la propria attività), operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch’esse dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco, provento di illeciti."
Il palermitano Marcello Dell’Utri, transitato per primo, nel 1974, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, all’epoca gravitava nel giro degli amici di Vito Ciancimino, e il suo trasferimento dalla Sicilia a Milano non era certo il viaggio dell’emigrante in cerca di fortuna.
Quando venne nominato, a Roma, amministratore unico della Immobiliare San Martino, Dell’Utri era già residente a Milano, in via Arcimboldi 2.
Dunque,
la sua altrimenti inspiegabile presenza a Roma per la costituzione della
società, testimonia come egli si trovasse in Salita San Nicola da Tolentino I
B in rappresentanza di precisi interessi.
La costruzione del gruppo Fininvest richiese
vari anni. La Fininvest sri era nata il 21 marzo 1975 al solito indirizzo di
Salita San Nicola da Tolentino 1/B, per opera dei soliti, avvocato Gianfranco
Graziadei e commendatore Federico Pollak.
Secondo il solito schema, due mesi dopo la costituzione aumentò il capitale sociale dagli originari 200 milioni a 2 miliardi, dopodiché, nel novembre 1975 si trasformò da "srl" in "spa", e quindi trasferì la propria sede a Milano.
Fu
solo allora che Berlusconi apparve per la prima volta nel campo d’azione
della piduista Bnl Holding, assumendo la presidenza del consiglio di
amministrazione della Fininvest.
E’ significativo che, quando assunse la presidenza della
Fininvest, Berlusconi fosse affiancato da "controllori" della Bnl
Holding, Umberto Previti, Cesare Previti, Giovanni Angela, componenti del
collegio sindacale; solo l’anno dopo essi cedettero il posto a noti
professionisti milanesi.
La Fininvest assunse il controllo di "Milano 2 spa" (100 per cento) e di Italcantieri, nonché di altre società che vedremo in seguito.
L’Italcantieri era la società "svizzera" che aveva in appalto la costruzione della "città satellite" a Segrate, cioè "Milano 2".
Nacque così il "gruppo Fininvest" nella sua prima struttura.
Fino a questo momento, capitale sociale e aumenti di capitale erano sempre stati sottoscritti da Servizio Italia e Saf. Anche in seguito, ogni ulteriore aumento di capitale della Fininvest sarà riservato esclusivamente ai vecchi soci, come era esplicitamente precisato nelle delibere assembleari.
Del
resto, negli anni cruciali, durante i quali il gruppo si è formato, il
"signor uno per cento", Silvio Berlusconi, non possedeva certo di
suo gli ingenti capitali che vi vennero investiti.
Invero, le società di ‘matrice romana’,
che gravitavano nell’orbita del parabancario Bnl e che confluirono nel
gruppo Fininvest, furono molte altre, rispetto a quelle citate; con il loro
trasferimento a Milano, tutto l’ambito delle attività si spostò
definitivamente al nord.
Fu proprio nell’agosto di quello stesso 1975
che Licio Gelli, il Venerabile maestro della Loggia P2, aveva elaborato il suo
"Schema R" e in quello stesso autunno 1975 la Loggia segreta stava
mettendo a punto il suo "Piano dì rinascita".
La definitiva consacrazione di Berlusconi avvenne solo nel luglio 1979, quando fu nominato presidente del consiglio di amministrazione della nuova grande Fininvest, (fusione della Fininvest milanese con quella romana), forte di 52 miliardi di capitale sociale.
L’interesse della Fininvest per il settore editoriale e tipografico si manifestò assai presto. Già nel 1977 la Fininvest acquisì una partecipazione del 50 per cento nell’impresa tipografica Sies di Umberto Seregni ed entrò nella proprietà del "Giornale nuovo", col 12 per cento. Due anni dopo aumenterà la sua partecipazione al 37 per cento.
Un’attenzione ancora più precoce venne riservata alla televisione.
Telemilano, dopo una lunga
gestazione, nel 1978 si trasformò repentinamente da via cavo a via etere e, l’anno
successivo, cominciò l’attività di emittente commerciale.
Alla fine del 1979 la Fininvest srl annoverava due partecipate
e ventidue società controllate, alcune delle quali a loro volta detenevano
partecipazioni, o il pacchetto di controllo di altre.
Il gruppo si articolava in nove settori:
Vero è che la struttura del gruppo Fininvest andò evolvendosi fin dall’inizio verso un duplice obiettivo:
Infatti le 22 Holding sono "scatole vuote", con la sola funzione di incassare i dividendi quali azioniste della Fininvest.
In sostanza, i padroni dell’impero, Berlusconi e i suoi occulti soci, detengono le obbligazioni delle holding e, attraverso queste, incassano gli utili di tutto il gruppo con due vantaggi: rimangono anonimi e pagano, invece della imposta progressiva sul reddito, il solo 10 per cento delle somme riscosse.
Lo spericolato marchingegno offre anche altri vantaggi fiscali: alternando nel tempo guadagni e perdite, consente di sfruttare il cosiddetto "credito d’imposta" della legge Pandolfi.
L’intricata struttura dell’impero berlusconiano si delinea come una ragnatela di società, fiduciarie, scatole vuote, prestanome, holding, con "incestuosi incroci azionari".
Se risultava evidente l’intento di eludere la tassazione, sottraendo al fisco somme ingenti, l’arzigogolato assetto dell’impero Fininvest venne concepito e strutturato con l’iniziale e costante ricorso ai prestanome, proprio allo scopo di coprire con l’anonimato l’identità dei suoi reali possessori.
Quanto alle fiduciarie, si tratta per l’appunto del più classico dei paraventi legali: "Un sottile schermo per coprire gli effettivi proprietari", confermava l’ex presidente della Bnl Nerio Nesi. "Quando si usano fiduciarie per l’intestazione di azioni, l’ipotesi più plausibile è che ci siano soci che non gradiscono apparire."
Si è visto come le due fiduciarie Servizio Italia e Saf, fonte originaria del futuro gruppo Fininvest, facciano capo alla Banca Nazionale del Lavoro. Negli anni Sessanta la Bnl era il maggiore istituto di credito italiano di diritto pubblico, nono nella graduatoria mondiale. L’avvento del centrosinistra aprì il suo consiglio di amministrazione anche al PSI: vi entreranno Aldo Aniasi (1963), Antigono Donati (1966), Nerio Nesi (1978), Ruggero Ravenna (l980). Donati e Nesi ne assumeranno anche la presidenza.
Nella seconda metà degli anni Settanta,
il colosso creditizio registrò evidenti segnali di crisi, specie nell’importante
settore del parabancario, in forte espansione. Infatti, le società operanti
nel parabancario Bnl aumentarono al ritmo di una decina l’anno. Nel l979
erano una dozzina e, nel giro di un decennio, diverranno 82, di cui 24
controllate, tutte facenti capo alla Bnl Holding.
L’amministratore delegato della Bnl Holding,
Carlo Alhadeff, da tempo in contrasto con i vertici della Banca, il 31 marzo
rassegnava le dimissioni e diffondeva un comunicato-stampa: "Questa mia
decisione", spiega, "nasce dall’esigenza di tutelare la mia
credibilità nei confronti dell’esterno e della stessa Bnl, alla quale
attualmente non mi è più possibile garantire la bontà della gestione e la
correttezza dei risultati della Bnl Holding e delle sue controllate" - si
trattava di una chiara presa di distanze rispetto a quanto avveniva nelle
varie società del parabancario Bnl.
La capogruppo del parabancario Bnl risulta
essere la Banca Nazionale del Lavoro Holding Italia spa.
Il termine "Italia", come si vede, è ricorrente (Servizio Italia, Italcantieri, e tutta una sfilza di Holding Italiana), e gli stessi, ricorrenti numeri (Milano 2, Milano 3, Italia 1, Canale 5, Rete 4, ecc.) ricordano una qualche fantasiosità da ragionieri di banca.
Con il termine parabancario si intendono tante cose: leasing, factoring, intermediazione finanziaria, fondi comuni, gestioni patrimoniali, partecipazioni, recupero crediti, amministrazione fiduciaria.
Nel parabancario Bnl, le fiduciarie
sono soltanto la Saf,(Società azionaria fiduciaria), e Servizio Italia;
esse fanno capo al ristretto comitato esecutivo della Bnl Holding, presieduto
dallo stesso presidente della banca e formato da alti dirigenti interni e dai
vertici delle principali controllate.
Servizio Italia era presente in tutte le vicende del
bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona.
Della Capitalfin di Nassau, l’esotico "paradiso fiscale", una delle "casseforti" sindoniane, presidente era Alberto Ferrari, ai tempi anche presidente della Bnl, segretario era Gianfranco Graziadei, che era anche direttore generale di Servizio Italia.
Ferrari e Graziadei risulteranno entrambi affiliati alla Loggia segreta P2 .
Gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din operavano attraverso Servizio Italia.
I maneggi piduisti con la casa editrice Rizzoli e il "Corriere della Sera" si avvalevano di Servizio Italia.
La miliardaria operazione speculativa con la Savoia Assicurazioni da parte della Loggia P2 era curata da Servizio Italia, così come i traffici di Gelli, con 217 mila azioni Italimmobiliare.
Il Venerabile maestro della Loggia P2 scriveva all’affiliato Tassan Din, indirizzando non già al suo domicilio privato o presso la Rizzoli, bensì presso la sede di Servizio Italia.
Nel luglio 1982, pochi giorni prima del suo arresto in relazione alla morte del banchiere piduista Roberto Calvi, il faccendiere Flavio Carboni disporrà l’intestazione fiduciaria delle sue società a Servizio Italia...
E' dunque assodato che Servizio Italia,
formalmente Bnl, è pienamente controllata dalla Loggia P2 e che, dietro il
suo schermo, si celano anche società e interessi di ogni sorta.
Quanto alla Saf, Società azionaria fiduciaria,
negli anni in cui essa concorreva, con Servizio Italia, a creare le fondamenta
del gruppo Fininvest, l’età media dei suoi dirigenti era prossima agli 80
anni.
Il vicepresidente era Federico Pollak, nato nel 1887; il presidente del consiglio di amministrazione, Federico D’Amico, era del 1908; tra i consiglieri, Silvestro Amedeo Porciani era del 1892, il colonnello in pensione Anatolio Pellizzetti del 1907.
Risultava dunque del tutto non plausibile l’attribuzione a un gruppo di funzionari ottuagenari degli ambiziosi e avveniristici progetti, che sottendono la nascita del gruppo Fininvest: progettazione, costruzione, commercializzazione di "città satellite" e annessi servizi, ma anche trasporti aerei privati, attività parabancarie, televisione commerciale...
E' evidente che "la mente", il
"centro propulsore" del grandioso programma "a tutto
campo" era altrove, e precisamente nella Loggia massonica segreta
Propaganda 2 e nel suo "Piano" per il controllo politico ed
economico del Paese.
Non a caso, la prima banca
"infiltrata" dai piduisti, e quella penetrata più massicciamente e
al più alto livello, era il più importante Istituto di Credito nazionale, e
cioè la Banca nazionale del Lavoro, con ben nove affiliati alla Loggia
segreta tra i massimi dirigenti - come avrà modo di confermare lo stesso
Licio Gelli, tramite il proprio legale: "Numerose banche italiane hanno
annoverato negli anni, che vanno dal 1975 al 1981, tra i loro massimi
dirigenti, appartenenti alla Loggia P2; e meglio, la Banca Nazionale del
Lavoro 4 membri del consiglio di amministrazione, il direttore generale, tre
direttori centrali e un segretario del consiglio..." .
Tra i piduisti insediati ai vertici della Bnl, e agli ordini del Venerabile maestro, sei controllavano tutta l’attività operativa della banca:
Qual'è l’identità di coloro che hanno sottoscritto i mandati fiduciari conferiti a Servizio Italia e Saf (società azionaria fiduciaria), le due società della Bnl Holding che pongono le basi del futuro gruppo Fininvest?
Mistero!!
Interrogativi e perplessità circa la reale proprietà della Fininvest emergono periodicamente sulla stampa e vengono puntualmente e laconicamente smentite da fonti berlusconiane. Così, quando Marco Borsa, ex direttore di "Italia Oggi" scrive: "La Fininvest è teoricamente di proprietà della famiglia Berlusconi, ma nessuno lo sa con precisione", gli replica Fedele Confalonieri, nella sua veste di amministratore delegato della Fininvest Comunicazioni: "La Fininvest appartiene alla famiglia Berlusconi in modo effettivo e totale" - un’affermazione tanto perentoria quanto accuratamente priva di riscontri.
Risulta del resto evidente come non sia stato Berlusconi a creare la Fininvest, ma come sia stata la Fininvest delle fiduciarie e delle banche piduiste a imporre il piduista Berlusconi alla ribalta dell’imprenditoria nazionale.
Già verso la metà degli anni 70 "L’Espresso" e "Panorama" si erano occupati della rapida ascesa di Berlusconi nel mondo degli affari e ne denunciavano traffici e chiacchierati compari.
A causa della sua iscrizione alla Loggia P2, segreta e quindi illegale, Silvio Berlusconi venne anche processato per falsa testimonianza davanti al pretore di Verona prima, e condannato poi davanti alla corte di appello di Venezia, con la seguente motivazione:
"…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verità". Una condanna per spergiuro!!!
In sostanza, infatti, secondo Berlusconi, la sua non ben definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote, appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli.
Tali asserzioni sono state smentite anche dalle risultanze della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi, non certo una comunista, nella cui relazione si legge: "...alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di la’ di ogni merito creditizio...", e dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto Berlusconi davanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.
La vicenda Berlusconi-P2 si conclude il primo ottobre 1990 con l’estinzione del reato per amnistia.
Berlusconi ha accettato l’amnistia allora, come di recente nel processo relativo al lodo Mondadori, ha accettato la prescrizione, in presenza di gravi indizi di colpevolezza elencati dalla Corte di Cassazione.
Nel 1998 gli investigatori della DIA di Palermo sequestrarono i documenti contabili delle ventidue holding del gruppo Fininvest, nell’ambito dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri, deputato di Forza Italia, sotto processo a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
I magistrati di Palermo sospettavano che capitali di provenienza illecita fossero finiti, tramite Dell’Utri, nelle holding di Berlusconi.
Furono il finanziere Rapisarda, socio di Dell’Utri, e diversi collaboratori di giustizia a parlare dei rapporti tra il gruppo Fininvest e la mafia.
Denaro mafioso sarebbe stato utilizzato dalla Fininvest per acquistare pacchetti - film, e per finanziare l’avvio delle reti televisive di Berlusconi.
Il gup di Palermo ha, però, archiviato l’indagine riguardante l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del Cavaliere.
Attualmente, diversi parlamentari di Forza Italia risultano coinvolti in Sicilia in vicende giudiziarie.
Il pieno controllo della maggiore banca pubblica italiana consentì alla Loggia P2 di procedere celermente nell’attuazione del suo "Piano di rinascita", del quale il gruppo Fininvest parrebbe costituire uno dei principali bracci operativi.
Costituito attraverso la piduista Bnl, il gruppo venne poi consolidato con ingenti finanziamenti erogati da altre banche, infiltrate dai piduisti:
18 miliardi per il primo aumento di capitale della Fininvest e 19 miliardi, che il gruppo aveva in deposito fiduciario presso la società Compagnia fiduciaria nazionale spa. Per un totale complessivo di 37 miliardi, e incidentalmente erano "30/40 miliardi" i capitali preventivati dal "Piano" piduista per assumere l’occulto controllo dei gangli vitali del Paese…
Nell’ancora segreto programma piduista,
messo a punto tra il 75 ed il 76, noto come "Piano di rinascita
democratica," era anche prevista l’immediata costituzione di una TV via
cavo, "che avrebbe poi dovuto essere impiantata a catena, in modo da
controllare la pubblica opinione media, nel vivo del Paese".
Berlusconi in un’intervista a "la
Repubblica", datata 15 luglio 1977, dichiarava che avrebbe messo la sua
televisione a disposizione di uomini politici della destra democristiana e
anticomunista, riecheggiando la linea politica dell’ancora segretissimo
"Piano" messo a punto dalla loggia massonica P2.
Il 10 aprile 1978 Berlusconi iniziò una
collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il
"Corriere della Sera", proprio quando la loggia P2 acquisiva, come
dice la commissione parlamentare d’inchiesta, "il controllo finanziario
e gestionale del gruppo Rizzoli".
Interpellato su Licio Gelli, Berlusconi
rispose: "...Anch’io, come 50 milioni di italiani, sono sempre in
curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente
addebitati a Licio Gelli".
Gli saranno imputati reati quali concorso in
bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, stragi…
Il programma della Loggia P2, che il 29 ottobre il presidente Pertini definì "un’associazione a delinquere", era contenuto nel "Piano di Rinascita Democratica," rinvenuto nel 1982 nella borsa della figlia di Gelli all’aeroporto di Fiumicino. Questo piano venne illustrato da Gelli in un’intervista a Maurizio Costanzo, apparsa sul "Corriere della sera" il 5 ottobre 1980.
Attraverso l’indebolimento dei sindacati, il controllo dei giornali e di politici dei partiti di governo e del MSI, e la distruzione del monopolio della RAI, si puntava a un mutamento della Repubblica in senso presidenziale, anche al fine di indebolire l’opposizione di sinistra e impedirne l’ingresso nel governo.
6. L'on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.
Nel frattempo stava emergendo, sempre "per caso", "un uomo della provvidenza", un altro politico che "si era fatto tutto da solo", che, guarda caso, era stato compagno di scuola di Berlusconi, un certo Bettino Craxi, che voleva "modernizzare" il PSI.
Fu Vanni Nisticò, addetto stampa del PSI e iscritto alla P2, a presentare Craxi a Gelli nel novembre del 1976, in occasione dello scandalo Eni- Petronim, che coinvolgeva alcuni esponenti del PSI della corrente di Claudio Signorile.
Secondo ciò che Craxi raccontò in commissione P2, Gelli gli disse che "aveva la forza di cambiare il Presidente della Repubblica".
Nella requisitoria del pubblico ministero Libero Mancuso è scritto su Gelli: " Si manifesta concretamente con veri e propri finanziamenti: da quelli modesti versati a candidati socialisti toscani, in occasione della campagna elettorale del 1980…a quelli assai più consistenti che, secondo un documento acquisito agli atti della commissione P2, sarebbero stati versati il 28 ottobre presso l’Ubs di Lugano
sul c/c 63369, denominato "protezione" corrispondente all’onorevole Martelli, per conto di Bettino Craxi."
Nella storia del "conto protezione" è coinvolto anche il banchiere Roberto Calvi, che, quando verrà arrestato per il crack del banco Ambrosiano nel giugno 1981, sarà difeso dal quotidiano socialista "Avanti".
Gelli, che amava il "decisionismo" craxiano, aveva le stesse idee politiche del leader socialista , di Francesco Cossiga, di Silvio Berlusconi e di tanti altri che avevano "a cuore le sorti del nostro paese", che necessitava della guida di un uomo forte, per "andare", ed essere inoltre difesa dal comunismo.
Per questo doveva, quindi, instaurarsi una Repubblica Presidenziale; il Pubblico Ministero doveva essere sottoposto al controllo del potere esecutivo; i mass media rigorosamente controllati.
"Fu Gelli a scrivere negli anni il progetto sulla responsabilità civile dei giudici, che i socialisti riusciranno a fare passare con un referendum nel 1988". (così scrive Michele Gambino).
Già il 15 luglio 1977 Berlusconi, da poco diventato editore del "Giornale" di Indro Montanelli, dettava a Mario Pirani di Repubblica il proprio "manifesto" politico: "La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al PSI di tornare al governo milanese" …. Pirani gli chiese come pensava di aiutare le forze politiche a lui vicine, e Berlusconi rispose: "Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici, che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura, e l’opinione pubblica."
Nel 1983, sull’onda del successo e a causa della débacle elettorale della DC, Bettino Craxi diventava Presidente del Consiglio.
Anche Bettino Craxi, diventato segretario del PSI nel 1976, agitava il tema della Grande Riforma, della revisione costituzionale. Aveva cancellato dal simbolo del Partito Socialista la falce e il martello, sostituendoli col logo stilizzato del garofano rosso al centro del cerchio, puntando sul socialismo liberale, contrapposto al leninismo.
Negli anni ‘70, approfittando della nomina alla commissione Esteri della Camera, Craxi viaggiò molto per allacciare rapporti importanti per la sua carriera, soprattutto con gli Stati Uniti.( Tutti i bravi politici italiani, dai democristiani ai socialisti di allora, ai D'Alema, agli ex comunisti pentiti di oggi, vanno in Usa a farsi accreditare. Il democristiano Piccoli ci andò col faccendiere piduista Pazienza).
Gli Americani erano molto preoccupati per l’andamento oscillante del PSI e cercavano un punto di riferimento.
Questo, dei rapporti con gli Americani, è un passaggio importante nella storia del craxismo.
Quando Craxi si recò negli Usa, erano passati pochi anni dalle manovre golpiste di De Lorenzo, appoggiate dagli uomini dell’Ambasciata Americana. Dette manovre avevano lo scopo principale di ridurre le pretese del PSI e "ammortizzare" i costi del varo dei primi governi di centrosinistra.
Da allora, gli Americani non hanno mai smesso di controllare da vicino la politica italiana, sempre con l’obiettivo di condurre l’Italia a scelte di centro-destra.
Nel ‘69, in pieno autunno caldo, questo obiettivo è stato perseguito, come abbiamo già visto, per la prima volta, con l’uso delle bombe a Milano, in piazza Fontana.
Fu l’inizio della strategia della tensione.
Bettino Craxi si era recato in Cile, subito dopo l’assassinio di Salvator Allende da parte dei generali golpisti cileni, aiutati dagli Usa.
Gli Usa mal tolleravano che il governo del Cile fosse in mano a un uomo di sinistra, e per giunta eletto democraticamente: gli interessi delle multinazionali statunitensi sarebbero stati troppo compromessi dalla politica in favore del popolo cileno, che Allende stava attuando.
Craxi, che aveva conoscenze "ben informate sui fatti", sapeva che anche in Italia il massimo potere si può raggiungere solo col consenso degli americani e avviò una "normalizzazione" della politica italiana, "sganciandosi" dal PCI per avvicinarsi alla DC.
Argomentava Craxi in comitato centrale: "La DC, disancorata da un rapporto con noi, scivola inesorabilmente a destra".
Da segretario del PSI seguirà sempre questa linea moderata e anticomunista, negando di perseguirla.
Con Craxi l’Italia fu la prima nazione europea ad installare disciplinatamente i missili americani e non mancò di appoggiare gli Usa nella loro politica di "confronto duro" con l’URSS.
Le visite a New York erano caratterizzate dal trasferimento di un numero enorme di accompagnatori tra politici, amici e una folla di fotografi di regime, addetti stampa, ammiratori.
Scriveva il giornale socialista l'"Avanti": "L’immagine italiana è cambiata: il made in Italy è di moda e non solo per la moda".
Sembra la stessa cantilena di Berlusconi, Presidente del consiglio, che vuole attualmente elevare il rango dei diplomatici ad agenti di commercio.
E ancora l'inquietante prete di nome Baget Bozzo: "Craxi è stato il primo dei condottieri, dando così forma a un italiano conquistatore di mercati, e cambiando l’immagine dell’Italia nel mondo. Craxi delegittima il mondo delle istituzioni: le delegittima in nome dell’Italia come comunità di destino".
Circondato da abili creatori d’immagine, il periodo della presidenza Craxi fu in sostanza contrassegnato da una rivincita delle forze della finanza e dell’imprenditoria nei confronti del mondo del lavoro, in un periodo di favorevole congiuntura economica europea e mondiale, che favorì il rilancio della Borsa e la caduta dell’inflazione, ma non frenò l’abnorme espansione del debito pubblico.
Atto emblematico della linea politica di Craxi, in favore della classe padronale, fu il decreto del 14 febbraio 1984, con cui il presidente della Repubblica decise la pre-determinazione e quindi il taglio degli scatti di scala mobile.
Nel sindacato si sviluppò una fortissima opposizione spontanea.
Il 24 marzo si svolse a Roma quella che il "Corriere della Sera" definì "la più importante manifestazione del dopoguerra".
La conversione in legge del decreto incontrò l’ostruzionismo parlamentare.
Fu in quel momento che lo scontro tra Bettino Craxi e Enrico Berlinguer, segretario del PCI, raggiunse l’apice.
Craxi e il suo entourage avevano irriso alla "questione morale", indicata dal segretario del PCI come "il fulcro della politica italiana".
Al congresso del PSI Craxi spregiò il Parlamento, di cui ironicamente elencò nella relazione l’inutile attività, volta a discutere "in materia di pollame, molluschi, prosciutto e scuole di chitarra."
All'attività parlamentare si contrapponeva il " decisionismo" craxiano (oltre duecento decreti legge), irriso solo "dagli inconcludenti dalla fervida fantasia".
Insieme alla "rivoluzione culturale" di stampo berlusconiano, l’era craxiana, dal Midas al caso Chiesa, segnò una vera e propria mutazione genetica del PSI, dei suoi uomini , sempre più arroganti.
A questa mutazione si accompagnarono i tratti caratteristici dell’era craxiana:
La sua scalata ai vertici del Partito socialista, come abbiamo già detto, aveva coinciso con la crescente importanza di Berlusconi.
Fu Craxi ad aiutare in tutti i modi Berlusconi nella sua ascesa a magnate edilizio, e più tardi dei media, consapevole che chi possiede i mezzi di informazione, e soprattutto la televisione, costruisce il proprio consenso, influenzando l’opinione pubblica e creando un "senso comune" favorevole alla propria ideologia e ai propri interessi.
Fedele al suo progetto, alla fine degli anni settanta, Berlusconi passò dall’edilizia al mercato emergente delle televisioni private, con l’inaugurazione di Telemilano 58 nel 1977.
Il suo primo direttore, Stefano Lodi, fu un giornalista residente a Milano 2, ed era membro della commissione ministeriale che all’epoca studiava le ipotesi di regolamentazione dell’emittenza privata.
Una sentenza della Corte Costituzionale del 1976 aveva allargato all’etere la libertà di trasmissione via cavo. Fino al quel momento la televisione era stata monopolio di Stato, ma una sentenza del 1974 aveva permesso le trasmissioni di reti private locali.
Berlusconi trovò tuttavia un modo per aggirare la legge, e creare una televisione nazionale. Comperò molte piccole reti locali e, facendo sì che trasmettessero lo stesso programma a pochi secondi di distanza, riuscì ad ottenere un’audience a livello nazionale ed elevate quote di pubblicità, pur obbedendo in teoria alla lettera della legge.
Numerose autorità giudiziarie si resero conto dell’inganno e cercarono di smantellare questo sistema.
Quando la battaglia stava per giungere alla conclusione e la Fininvest rischiava l’oscuramento per ordine della magistratura, Craxi, allora Presidente del Consiglio, emanò un decreto speciale per escludere le televisioni di Berlusconi da un tale provvedimento.
Berlusconi espresse la sua gratitudine in diversi modi.
I pubblici ministeri di Milano hanno rintracciato almeno 6 milioni di dollari, che sarebbero passati dai conti bancari esteri della Fininvest a conti bancari in Tunisia, che la magistratura ritiene essere stati controllati da Craxi.
Durante gli anni ottanta furono fatti diversi tentativi al fine di introdurre una legislazione antitrust contro la holding di Berlusconi, ma tali iniziative vennero sempre bloccate dai socialisti di Craxi.
Il 20 ottobre 1984 Craxi ricevette a Palazzo Chigi Berlusconi, poche ore prima di firmare il decreto legge con cui riaccendeva le tv del "Biscione", chiuse dai pretori di Roma, Torino e Pescara.
Lo chiamarono decreto-Berlusconi: non si sa perché!
Nel marzo 1990 il Senato dibatteva la legge di regolamentazione del settore televisivo.
Nello stesso tempo, con controverse vicende giudiziarie, Berlusconi era impegnato in una strenua lotta per il controllo della Mondadori.
Lo stesso assalto berlusconiano al colosso Mondadori, prefigurando una imponente concentrazione di mass media, suscitava grave allarme, oltre che nell’opposizione comunista, anche nella sinistra democristiana (presente nel governo Andreotti con cinque ministri).
Il disegno di legge in esame al Senato, firmato dal ministro repubblicano Oscar Mammì, era frutto di annose contese e di scontri, segrete pressioni, mediazioni e ripensamenti.
Nella sostanza, esso era concepito in modo tale da garantire a Berlusconi il possesso di tutti e tre i suoi networks e l’egemonia nella raccolta pubblicitaria, anche se di fatto avrebbe sancito il divieto, per la Fininvest, di mantenere il controllo del "Giornale" di Montanelli e di acquisire quello del quotidiano "la Repubblica".
La Corte Costituzionale minacciò di emettere la sentenza che avrebbe cancellato la legge-Berlusconi, con il conseguente black-out dei networks. Le vicende della Mondadori, i perduranti contrasti sulla legge Mammì, che dividevano anche il pentapartito, le pressioni della lobby berlusconiana sui parlamentari, le polemiche per l’anomalo ruolo assunto in materia dalla Corte Costituzionale, rendevano incandescente il clima politico e mantenevano il governo a un passo dalla crisi. Era davvero in gioco il futuro della democrazia repubblicana.
"A questo si è arrivati", scriveva Scalfari su "la Repubblica" del 12 gennaio 1990 "per assenza di leggi, latitanza dell’autorità, intimidazione della giustizia, padrinaggi politici e arroganza del potere e del denaro. Gli obiettivi, chiarissimi ormai, sono due: impadronirsi di una grande impresa editoriale e mettere il bavaglio alla libera stampa. Questo non è capitalismo e libero mercato, ma guerra di bande per ridurre al silenzio chi non si piega ai loro voleri".
E il venerabile maestro, Licio Gelli, ritornato in Italia a piede libero, seguiva il tutto con soddisfazione.
Nel 1990 il Parlamento approvò la prima vera legge sulle televisioni:
la versione finale sembrava fatta a pennello per gli interessi di Berlusconi. Stabiliva che nessuno poteva possedere più di tre televisioni nazionali, esattamente il numero che Berlusconi possedeva.
Conteneva inoltre due misure che presentavano l’assunto di un sacrificio da parte sua: una lo obbligava a cedere la maggior parte della sua partecipazione in una pay-TV via satellite, mentre l’altra stabiliva che il proprietario di una rete televisiva nazionale non potesse possedere anche un quotidiano nazionale.
Berlusconi aggirò la seconda disposizione "vendendo" al fratello Paolo il suo quotidiano, Il Giornale. Egli inoltre vendette la maggior parte della sua partecipazione alla TV via satellite a un gruppo di investitori, prestando il denaro ad alcuni di loro in modo da permettergli… l’acquisto.
All’ascesa televisiva di Sua Emittenza contribuì anche il PCI.
Il secondo "decreto Berlusconi", quello che serviva a sanare definitivamente il pericolo di oscuramento delle antenne del magnate di Arcore, venne convertito in legge alla Camera il 31 gennaio con i voti decisivi di 37 deputati missini. Il decreto arrivò al Senato il primo di febbraio, che era di venerdì e non venne approvato. Il lunedì si giocava tutto sul filo dei minuti: il testo passò in Commissione e arrivò in aula. Il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingentò il tempo degli interventi per evitare che l’ostruzionismo potesse affossare il decreto fortemente voluto da Bettino Craxi. La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, inventò uno stratagemma procedurale e riuscì ad arrivare alle undici e mezza di sera. "Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare", ricorda Fiori, "sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto".
Il capogruppo del PCI Gerardo Chiaromonte
gli spiegò, però, che l’ordine era di votare contro, ma di far passare il
decreto.
L’indicazione arrivava dal giovane
responsabile del PCI per le comunicazioni, Walter Veltroni.
Il fatto era che Bettino Craxi era riuscito a legare il passaggio del decreto in favore di Berlusconi a un riassetto della Rai che prevedeva, fra l’altro, il "passaggio" di Raitre sotto la sfera di influenza del PCI.
La legge Mammì, dunque, era stata concepita principalmente per ratificare la posizione dominante nell’ambito dell’emittenza privata della Fininvest: "Ho visto con i miei occhi i lobbysti della Fininvest " - confermerà il giornalista Sandro Curzi - " lavorarsi i deputati, nell’estate ‘90, sempre all’opera su e giù per il Transatlantico di Montecitorio, quando la legge Mammì, dopo un tormentatissimo iter e dopo le dimissioni di cinque ministri, ottenne l’approvazione del Parlamento... Anzi, credo che se i magistrati guardassero un po’ meglio, troverebbero tante cose interessanti in quel dibattito parlamentare, quando, a colpi di "voti di fiducia", venivano approvati vari articoli della legge Mammì, una legge fatta apposta per Berlusconi ". E Giulio Cesare Rattazzi, segretario del "terzo polo" di emittenti locali, testimonia: "L’ingegner Mezzetti, un uomo della Fininvest, era in permanenza nelle stanze del ministero delle Poste".
La compagnia di Berlusconi pagò i principali autori della legge Mammì.
Questo è il vero scandalo, ma questo sembra, anche, essere un metodo costante di Berlusconi, il metodo della tangente, per piegare a proprio vantaggio economico le scelte politiche. Nel 1993 un funzionario del Governo ammise di aver ricevuto una tangente di dieci miliardi di lire (a quel tempo circa otto milioni di dollari) per conto del Ministro Mammì e del suo partito. Il consulente legale di Mammì, David Giacalone, ricevette a titolo personale circa 300.000 dollari. La Fininvest insiste che fu un "onorario di consulenza", i magistrati la considerano una tangente. De Benedetti, nel processo per il lodo Mondadori, accusa Berlusconi di avere comprato la decisione del tribunale di Roma per entrare in possesso della Mondadori. Le indagini sul lodo Mondadori sono state avviate dalla procura di Milano nel 1997. Al centro dell’inchiesta lo scontro avvenuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta tra Carlo De Benedetti e Carlo Formenton, per il controllo della Mondadori.
Dopo una dura battaglia economica, il tribunale di Milano assegnò con lodo arbitrale il controllo del capitale della società a De Benedetti, e Berlusconi perse la presidenza della Mondadori. La sentenza fu rovesciata dalla corte d’Appello di Roma, secondo la quale una parte dei patti stipulati nel 1988 tra i Formenton e la Cir di De Benedetti erano in contrasto con la disciplina delle società per azioni; di conseguenza l’intero accordo, compreso il lodo arbitrale, era da considerarsi nullo. Al termine dell’indagine avviata dal pubblico ministero milanese Ilda Boccassini, Berlusconi e i suoi collaboratori furono accusati di corruzione in atti giudiziari.
Secondo la Procura milanese, 400 milioni provenienti dai fondi esteri occulti della Fininvest, erano finiti nel 1992 al giudice Metta, relatore della sentenza con la quale la corte d’Appello di Roma aveva dato ragione alla famiglia Formenton. Previti, Pacifico e Acampora erano stati accusati di aver svolto il ruolo di mediatori tra Berlusconi e il giudice Metta.
A giugno i giudici della corte d’Appello di Milano avevano stabilito che nei confronti di Berlusconi era ipotizzabile il reato di corruzione semplice e non di corruzione in atti giudiziari e grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato era caduto in prescrizione: i fatti risalivano al 1991 e la prescrizione scatta dopo sette anni e mezzo. Rimanevano invece in piedi le accuse nei confronti degli altri imputati, che come Berlusconi un anno prima erano stati prosciolti dal gup Rosario Lupo.
Ora, le tre reti nazionali di Berlusconi, Canale 5, Rete 4 e Italia 1, controllano più del 70% del fatturato nazionale della pubblicità e il 45% della audience.
Dunque, mentre Forza Italia può farsi pubblicità praticamente gratis sulle reti di Berlusconi, i suoi rivali politici sono nella situazione perdente di doverlo pagare o di far a meno di qualsiasi pubblicità televisiva. Questo è l’unico paese al mondo in cui i partiti politici devono pagare il loro avversario politico….
Le televisioni sono solo una parte dell’impero di Berlusconi.
La sua casa editrice, la Mondadori, è di gran lunga la più importante del paese, con più del 30% del mercato dei libri, più del doppio dei suoi più prossimi concorrenti. Il suo gruppo di giornali e riviste include "Panorama", il settimanale più diffuso, e un insieme di riviste femminili e di altro tipo con una posizione più o meno equivalente a quella di S.I. Newhouse’s Condé Nast.
Possiede inoltre due quotidiani, Il Giornale, il preferito dal pubblico conservatore, nonché il quarto per importanza nel paese, e Il Foglio, un quotidiano di circolazione minore che ha le funzioni di un Rottweiler ideologico per attaccare i nemici di Berlusconi.
La sua compagnia di assicurazioni, Mediolanum, è l’equivalente italiano delle società di investimento Fidelity o Vanguard.
La sua squadra campione di calcio, il
Milan, gli ha regalato, in un paese dove il calcio è seguito con una
devozione quasi religiosa, più visibilità e popolarità di ogni altra sua
proprietà, ad eccezione delle televisioni.
Doveva entrarci personalmente, nella politica, per difendere i suoi interessi e il suo successo imprenditoriale, sempre dipeso dalla protezione dei partiti.
I partiti politici del centro e della destra erano crollati, o si erano dissolti, dopo che i loro leaders principali erano stati accusati di corruzione dai pubblici ministeri di Milano. La Fininvest stessa, sotto indagine per aver pagato delle tangenti a politici, era anche indebitata.
I protettori politici di Berlusconi erano in galera, o sotto accusa, o avevano lasciato il paese, come Craxi.
"Se non entro in politica mi faranno a pezzi" disse a Indro Montanelli, il direttore del suo quotidiano Il Giornale.
I partiti della sinistra, che sembravano già pronti al trionfo, stavano parlando apertamente di approvare delle misure antitrust che lo avrebbero costretto a rinunciare a una delle sue tre reti televisive.
Berlusconi, quindi, così minacciato sia sul fronte finanziario che su quello giudiziario, lanciò una campagna politica serrata, mostrando quanto può essere potente la sinergia tra media, politica e potere economico.
Tutto questo era stato già previsto nel Piano di rinascita democratica di Lucio Gelli, intorno agli anni settanta, nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti):
I componenti di Forza Italia, infatti, dovendo a Berlusconi i loro ben pagati incarichi, si sarebbero dimostrati, in seguito, sicuramente obbedienti ai suoi ordini.
Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio nella primavera del 1994, emerse il conflitto d’interesse.
Come dice Mauro Paissan, un parlamentare dei Verdi, "il conflitto di interessi significa che il governo è continuamente ricattato". "Il fatto di essere in politica costituisce una specie di assicurazione a vita per lui: ogni iniziativa volta a regolare o investigare le sue imprese è vista come un attacco politico".
Anche allora Berlusconi si adoperò in modo solerte per sistemare in modo adeguato e rapido ciò che atteneva alla sfera dei suoi interessi personali: assoluta precedenza alle questioni inerenti alla televisione e alla giustizia.
Al Ministero della Difesa nominò Cesare Previti, suo avvocato personale.
E’ costume di Berlusconi, quindi, utilizzare il suo successo politico per garantire l’impunità a quelli tra i suoi collaboratori che sono più a rischio di arresto e che possono di conseguenza coinvolgerlo. Si assiste a scomposte prese di posizione ogni volta che si toccano le questioni delle televisioni o della giustizia.
Però Forza Italia costituisce un partito-azienda molto compatto, mentre l'opposizione, pur non minoritaria, risulta, nella contrapposizione politica, non molto compatta.
Durante le numerose indagini di "Mani Pulite" contro la corruzione nell’economia e nella politica, i magistrati di Milano arrestarono nel giugno del 1994 Paolo Berlusconi, il fratello reo confesso di aver pagato numerose tangenti.
Allora il Silvio improvvisamente emanò un decreto legge, che rendeva praticamente impossibile arrestare chiunque per crimini da "colletti bianchi", e in meno di ventiquattro ore uscirono di prigione molti dei politici arrestati da Mani Pulite. Questo decreto, conosciuto come il "Decreto Salva-Ladri", provocò una tale rivolta popolare da costringere Berlusconi a ritirarlo.
Nel frattempo alcune celle si erano svuotate!
La sua instabile coalizione di governo, rimasta in carica dal maggio al dicembre 1994, fu indebolita anche dallo sciopero generale (12 novembre) indetto dai sindacati, come risposta ad un progetto di riforma sulle pensioni.
Infine crollò, non solo a causa di un diretto coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini di Tangentopoli, ma anche per l'uscita dalla maggioranza dell'allora non troppo suo fedele alleato, la Lega Nord di Umberto Bossi, in relazione al dibattito sulla riforma del sistema radiotelevisivo, (14 dicembre).
Già nei mesi precedenti, la Lega aveva peraltro continuamente denunciato il conflitto di interessi del presidente del consiglio, criticato AN come erede del fascismo e del vecchio statalismo meridionalistico, e reclamato passi più incisivi sulla strada del federalismo.
8. La transizione da Berlusconi a D'Alema
Il nuovo governo "tecnico" Dini, (ex ministro del Tesoro del governo Berlusconi), rimasto in carica dal gennaio 1995 fino alle elezioni dell'aprile 1996, riuscì a fare approvare una legge di riforma previdenziale, un decreto sulla par condicio televisiva, e la legge finanziaria, con il sostegno dei progressisti del centrosinistra, della Lega e del PPI.
Le elezioni del 21 aprile del 1996 sancirono la vittoria dell'Ulivo (42,1% dei voti alla Camera, contro il 40,3% del Polo), la coalizione formata dal PDS, dai Popolari e dai Verdi, con l'appoggio esterno di Rifondazione, coalizione guidata da Romano Prodi, che poté avvantaggiarsi dei timori, da parte dell'opinione pubblica moderata, di un'eccessiva prevalenza nello schieramento avversario della destra di AN; ulteriore vantaggio, la decisione della Lega di presentarsi da sola al voto.
Fu Romano Prodi a formare il nuovo governo, affiancato, come vicepresidente del Consiglio, dal numero due del PDS, Walter Veltroni: per la prima volta dal 1947, il maggiore partito della sinistra, direttamente discendente dal vecchio Partito Comunista, era al governo in Italia.
La maggioranza, ampia al Senato, era invece risicata alla Camera, dove per governare erano indispensabili i voti di Rifondazione comunista.
Il governo Prodi, ovviamente, era assai gradito alla Confindustria, perché Prodi aveva "buone credenziali", avendo attuato, come presidente dell'IRI, licenziamenti di massa, e creato, anche attraverso un forte indebitamento, le premesse per invocarne la privatizzazione dell'Ente.
In politica economica questo governo si caratterizzò per la rigida applicazione dei parametri di Maastricht, inasprendo la linea delle leggi finanziarie di Amato, Ciampi e Dini per ottenere il risanamento finanziario e l'ingresso dell'Italia nella moneta unica europea.
Operò tagli al welfare state e alle pensioni, aumentò i tickets sulle prestazioni sanitarie e l'imposta sul valore aggiunto (IVA), riducendo al contempo le aliquote delle imposte sui redditi più elevati.
Una prima "manovra correttiva" dei conti pubblici (19 giugno 1996) pesò per 16.000 miliardi.
Con la successiva finanziaria (27 settembre 1996) si aggiunse un onere di 62.500 miliardi.
Col "decretone" (30 dicembre 1996) venne introdotta una "eurotassa" di 4.300 miliardi.
Con la nuova "manovra correttiva" (27 marzo 1997) gli italiani furono chiamati a pagare ancora 15.500 miliardi.
Con una successiva finanziaria (28 settembre 1997) altri 25.000 miliardi.
Dinanzi all'annuncio del voto contrario del PRC, Prodi si dimise (9 ottobre 1997) ma, riottenuta la fiducia (16 ottobre 1997), dovette promettere a Rifondazione comunista un provvedimento per le 35 ore lavorative, che venne approvato (24 marzo 1998) senza avere pratica applicazione.
Seguì invece la proposta di una nuova finanziaria (22 settembre 1998) per 14.700 miliardi, che determinò la definitiva sfiducia del PRC.
L'ATTACCO AL LAVORO E ALLO STATO SOCIALE
A vantaggio dell'industria automobilistica venne introdotta la "rottamazione", un premio sulla permuta delle auto usate, che produsse (gennaio-agosto 1997) un incremento del 43,7% delle immatricolazioni di autoveicoli e un aumento di tutta la produzione industriale, specialmente in Piemonte.
Prodi dette una spinta molto forte al programma di privatizzazione dell'economia pubblica, attraverso la vendita, quasi per intero, delle azioni del gigante delle telecomunicazioni Telecom Italia, un'azienda avanzata a livello mondiale, col rilancio della privatizzazione delle aziende controllate dall'IRI, e col collocamento sul mercato della maggioranza delle quote azionarie dell'ENI, che in tal modo venne sottratto al controllo dello stato.
"Dopo un anno di governo Prodi, il tasso di sviluppo segnò uno dei livelli più bassi. Dopo due anni la disoccupazione salì al 12,5%, la povertà al 10%, s'incrementò il divario fra Nord e Sud, mentre salirono i profitti."
(Antonio Marzano, "Affari & finanza, la Repubblica", 29 giugno 1998).
Pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1998, l'opposizione di Rifondazione comunista alla Legge finanziaria fece cadere il governo: per un solo voto (312 voti favorevoli e 313 contrari) il governo Prodi mancò la fiducia, e dovette dunque dimettersi.
Nel frattempo il tentativo del leader del PDS, Massimo D'Alema, come Presidente della Commissione bicamerale per le riforme, di giungere ad una grande riforma della Costituzione e del sistema elettorale, con un accordo fra maggioranza e opposizione, falliva in un clima di polemica sempre più forte fra i due schieramenti.
La grande "riforma" prospettata dai lavori della Bicamerale andava, per molti versi, nella direzione del "Piano di rinascita democratica" della Loggia P2, e per questo si può assegnare alla Bicamerale un ruolo di colpo di stato strisciante.
Uno dei ferventi sostenitori di queste riforme era proprio Silvio Berlusconi! Paradossalmente, ad essergli alleato era proprio un ex esponente di rilievo del Partito Comunista Italiano, Massimo D'Alema, con l'appoggio esterno e sistematico di…Francesco Cossiga.
Sulla caduta del Governo Prodi si è detto molto: spesso la colpa è stata addebitata a Rifondazione, ma c’è stato anche chi ha individuato una manovra più complessa collegata alla decisione, presa da lungo tempo, di normalizzare comunque i Balcani. La macchina bellica della NATO doveva essere messa in moto, ma per farlo era indispensabile l’adesione incondizionata dell’Italia. Che fare? Per l’alleato americano c’era l’esigenza di provocare in Italia un mutamento di governo e ottenere una maggioranza più adatta alle urgenti esigenze belliche della NATO, mentre il ricorso alle elezioni presentava troppe incognite, ed era quindi rischioso.
"A questo punto è stato attivato il più autorevole dei terminali CIA nel sistema politico italiano, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio" ( Domenico Gallo ).
In quattro e quattr’otto Cossiga ha staccato un gruppetto di parlamentari dal Polo e creato l’UDEUR, con cui ha potuto sostituire Rifondazione. D’Alema si è candidato a premier del nuovo governo atlantico dichiarando, in relazione all’Activaction order, che la disponibilità delle basi italiane era un "atto dovuto".
Abbiamo avuto così D’Alema presidente del Consiglio e Scognamiglio ministro della Difesa.
"…in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politico-militari che si delineavano in Kossovo…la presenza di Rifondazione…non avrebbe consentito di impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l’on.D’Alema". ( Scognamiglio sul Foglio del 4 ottobre 2000).
L'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, non nuovo ad esternazioni che aprono barlumi di luce sui veri retroscena della vita politica del nostro paese, si lascia andare, sul settimanale "Sette" del "Corriere della Sera", in edicola la settimana intorno al 25.1.01, alla seguente confidenza:
"- Ho dato vita all'operazione più' ardita contribuendo a portare a Palazzo Chigi il primo postcomunista.
- Si e' pentito?
- Assolutamente no. Indegnamente ho fatto quello che aveva in mente Aldo Moro. E poi c'erano esigenze pratiche. Non saremmo stati in grado di affrontare la crisi del Kosovo, se avessimo avuto un governo Prodi. D'Alema, come tutti quelli educati alla scuola comunista, non e' un pacifista.
- D'Alema guerrafondaio?
- Il pacifismo comunista non esiste. Mentre esiste il pacifismo cattolico e certamente ne era parzialmente intriso Prodi."
La storia raccontata da Cossiga e' un'ulteriore conferma di quanto certe decisioni siano imposte ancora oggi all'Italia da "centri di potere" e interessi che nulla hanno a che fare con quelli esplicitamente riconosciuti dall'apparente democrazia formale che vige nel nostro paese. In sostanza chi, per la sua posizione, conosce in anticipo come si svolgeranno certi avvenimenti, è in grado sempre di intervenire per piegare gli avvenimenti secondo gli interessi della propria lobby, con qualsiasi mezzo più o meno lecito, e con pratiche di chi si reputa al di sopra della legge. Il governo D'Alema, infatti, diede l'appoggio italiano alla missione della Nato in Kosovo, nella primavera del 1999, sempre con l'avallo dell'opposizione guidata …costruttivamente dall'on. Berlusconi.
Questa è stata una lurida e tristissima pagina di storia scritta in Italia da una sedicente "sinistra", che ha consumato uno storico tradimento della nostra Costituzione, alleandosi ai generali della NATO, al servizio delle cosiddette democrazie liberali e… socialdemocratiche.
Massimo D'Alema il 19 aprile 2000, dopo aver superato una prima crisi il 18 dicembre del 1999 per la defezione dei socialisti, e avere formato, il 22 dicembre dello stesso anno, un nuovo governo, si dimise per la secca sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali della primavera 2000.
La tela del ragno, tessuta da, e per, i poteri forti, si era tanto consolidata ed estesa da inglobare anche tutta l'area politica del centro e della cosiddetta sinistra…"moderata".
Infatti, con D'Alema a capo
dell'esecutivo, si sono rafforzati i poteri del premier, che, ad esempio,
potrà nominare uno staff di persone di sua fiducia da affiancare al personale
di ruolo della presidenza, che a sua volta sarà profondamente riorganizzato.
E' evidente che tali misure anticipano il
premierato e si inquadrano perfettamente nell'ordinamento presidenzialista e
federalista dello Stato, che è già stato tracciato in linea di principio
dalla Bicamerale "golpista", e che è al centro della ripresa della
discussione tra i gruppi parlamentari sulla controriforma neofascista della
Costituzione.
Oltre al presidenzialismo e al federalismo, è il liberismo l'altro principio ispiratore della controriforma di D'Alema e Bassanini: la riduzione e la riorganizzazione dei ministeri, con la creazione delle agenzie, va incontro al principio del ritiro dello Stato da tutta una serie di competenze e doveri sociali, in favore del mercato capitalistico, che diventa il soggetto principale al posto dell'interesse pubblico. Emblematica in questo senso è la cancellazione dei dicasteri dell'Agricoltura e della Sanità, che presuppone il ritiro dello Stato, cioè del controllo pubblico, da questi due settori strategici per il paese e per la vita delle masse, e quindi la loro totale subordinazione agli interessi privati e alla speculazione.
In politica economica, D'Alema ha proseguito la linea di Prodi di attacco al welfare state, di riduzione dei diritti dei lavoratori, anche mediante norme limitative dello sciopero (2000), e di privatizzazione dell'economia.
Sottoscrisse perfino il documento di Tony Blair per il vertice di Lisbona, nel quale veniva sostenuta la necessità dei licenziamenti, ma poi ritirò la sua firma (2000).
Del resto, fin dall’inizio, nella sua ansia di legittimazione, il governo D’Alema ha svelato il suo carattere di continuità con le precedenti politiche di attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, con l’introduzione di ulteriori forme di precarizzazione e di flessibilità, che vanno da varie forme di contratti atipici fino ai patti d’area e l’apertura di agenzie di nuovo caporalato diffuso.
Ma il capolavoro del governo D’Alema sulla strada dello smantellamento delle conquiste sociali dei lavoratori in tanti anni di lotte e di sacrifici non finisce qui. Lungo è l’elenco:
Quando Abdullah Ocalan si rifugiò in Italia, il governo D'Alema, assecondando le pressioni che venivano dal segretario di stato Usa Madeleine K. Albright, si affrettò ad attribuire al leader kurdo la qualifica di "terrorista" (novembre 1998) per non riconoscergli lo status di rifugiato - "è apparso con chiarezza che non vi erano le condizioni [...] per concedere l'asilo politico" ("Corriere della sera", 20 febbraio 1999). Una decisione giudiziaria, arrivata dopo che l'esule era stato costretto a lasciare l'Italia, riconobbe, invece, che quelle condizioni esistevano. Una pagina vergognosa di tradimento, non solo di un combattente contro l'oppressione, ma di un popolo intero, in cambio della legittimazione del governo da parte degli Usa. Un atto spregevole e un atto servile.
E che dire del sostegno attivo alla guerra in Yugoslavia?
Il coinvolgimento nel conflitto si caratterizzò, sin dall'inizio, come ampio e senza riserve: "Quando la Nato deciderà di intervenire, noi saremo coi nostri alleati", e quanto alle basi, D'Alema affermò che "non c'è bisogno di concederle, dal momento che facciamo parte dell'alleanza" ( dai quotidiani italiani del 19 gennaio 1999). L'approvazione da parte del Presidente del consiglio persino del bombardamento della televisione di Belgrado fece scrivere a Luigi Pintor che "il governo D'Alema, le sue politiche e il suo messaggio, hanno avuto un effetto demolitore", avendo preso "la guerra, anzi il suo elogio, come occasione di prestigio internazionale" ("il Manifesto", 24 agosto 1999).
Delle devastazioni, delle morti, della "pulizia etnica" praticata dall’UCK nel Kosovo "liberato", delle terrificanti contaminazioni chimiche e radioattive, del'Uranio impoverito, di cui si scopre la nocività anche su chi vi è stato a contatto per poco tempo, provocate dalla "ingerenza umanitaria" in Yugoslavia, D’Alema porta una responsabilità primaria.
Dunque, la sinistra storica ex comunista, che era condannata dai benpensanti a farsi perdonare ogni giorno di essere "cattiva", è cambiata, finalmente!.
Inseguendo il mito della governabilità, che fu già di Craxi, questa "sinistra" è stata con D’Alema abilitata al governo, e allora ha dimostrato inequivocabilmente di essere morfologicamente mutata e di avere introiettato in modo irreversibile la cultura del neoliberismo, di essere più affidabile per tutti quei poteri economici, più o meno leciti, più o meno occulti, di essere facilmente condizionabile dalla ricerca dell'assenso politico da parte degli Stati Uniti, degli Alleati Atlantici, e di soggetti politici interni, campioni di conservatorismo come Francesco Cossiga.
La grande ragnatela ha avvolto la sinistra di governo!
In compenso la destra è rimasta sempre uguale a se stessa, forse un po’ più arrogante e tracotante di fronte al cambiamento antropologico di un buon numero di Italiani; questo cambiamento ha origine negli anni ‘80, ha provocato la nascita di un "pensiero debole", consolidato dalla grancassa mass-mediatica piduista, e non.
La politica italiana, inoltre, con i suoi intrighi, sotterfugi, continue alleanze variabili opportunisticamente, rimpasti, scandali, mantiene una tale continuità di modalità nel tempo, da sembrare immutabile.
In tanto deserto di valori, di passioni civili e politiche, molti si sentono disorientati.
Molti non possono accettare la deriva di una ex sinistra...normalizzata, che si piega all’Impero americano, che ne sostiene le guerre colonialiste, che ha accettato il primato del mercato, per cui la cittadinanza si esaurisce nel circuito del consumo mercificato, per cui il diritto è salvaguardato solo per la proprietà, la rendita e la speculazione. Molti percepiscono l’insufficienza strutturale della sinistra italiana nel rappresentare le loro istanze ideali e culturali. Si è determinato così un vuoto, uno scollamento che non ha sbocco, se non nel ritorno al privato e alla passività. E’ una perdita enorme per la vita politica, sociale e civile. Con la perdita dei valori etici e sociali si è aperta una crepa, in cui, senza trovare resistenza, si sono insinuati i nuovi miti del consumismo. Il pensiero, impigrito, si adegua facilmente alle mode.
L’intolleranza e il razzismo mostrano sempre più chiaramente la loro faccia inquietante e feroce.
Quelli di destra, antropologicamente di destra, hanno trovato in Berlusconi l’uomo forte, e si mobilitano, lo votano convinti. La destra vince, nonostante le enormi bugie di Berlusconi, i suoi conflitti di interesse, le mille ombre imbarazzanti, anche perché tanta parte di Italiani si occupa solo dei propri interessi e ammira "chi è più furbo", chi si è arricchito, anche con lo sfruttamento, anche senza pagare le tasse…
La parola d’ordine è: "arricchitevi in qualsiasi modo, e le possibilità di farlo sono sotto ai vostri occhi: Silvio Berlusconi si è fatto da solo, a partire dal nulla!" ed è così che anche il diseredato, lo sfruttato trova il suo pezzetto di sogno.
Nel frattempo Berlusconi ha trascinato il dibattito sulle riforme elettorali per tre anni, prendendo tempo e ottenendo preziose concessioni a livello di televisioni e giustizia. Grazie a prestiti bancari, e vendendo quote della sua compagnia a investitori esterni, ha ricostituito l'assetto finanziario della sua impresa, ridenominandola Mediaset. Per di più, Berlusconi è riuscito ad evitare l’arresto di suoi collaboratori fidati, come Dell’Utri, e a persuadere in seguito Massimo D’Alema ad attuare una serie di variazioni nel sistema della giustizia penale, modifiche queste che sono andate largamente a vantaggio di Mediaset.
C’è stata una grossolana sottovalutazione del problema "Berlusconi" da parte del centrosinistra, e al Cavaliere sono stati approntati ponti d'oro con la riforma elettorale maggioritaria, voluta fortemente dai DS, una legge "truffa" che ha consentito alla compagine di Berlusconi di ottenere una maggioranza dei seggi in Parlamento ben più ampia dei consensi ricevuti dalla sua "Casa delle libertà", e di formare il governo attuale di centro destra. Così, dopo il governo Amato, durato un anno, in cui venne approvata la legge di riforma costituzionale per il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni.
10. Berlusconi vince le elezioni del 2001
Il 13 maggio del 2001, la nuova coalizione dell'Ulivo, guidata da Francesco Rutelli, verrà sconfitta dal centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi.
Gli Italiani, nonostante con le indagini della magistratura fossero emersi i traffici illeciti di Berlusconi almeno fin dal 1994, con le elezioni del 13 maggio 2001, hanno accresciuto a dismisura il potere suo e dei suoi collaboratori. Eppure i problemi con la giustizia di Berlusconi e dei suoi sodali avevano paralizzato il paese per sette mesi.
E' sorprendente che una buona parte degli Italiani sembri soddisfatta e sicura che un imprenditore "fatto da sé" risolverà i problemi dell’Azienda Italia e soprattutto i suoi problemi di cittadino.
Avviene così che molti Italiani sappiano tutto sul calcio e ne discutano animatamente, mentre non sanno che le prime riforme del governo in nome del cambiamento, in realtà, sono state attivate per assicurare immunità, depenalizzazioni, arricchimenti, sgravi fiscali, abolizione della tassa sulle eredità miliardarie, fondi pubblici a vantaggio dei privati, di ceti privilegiati, di confessioni religiose, di monopoli e oligopoli. Anche questa volta Berlusconi si è affrettato a ripristinare il Ministero delle comunicazioni per la difesa del monopolio privato della comunicazione, e tenterà di ridurre la libertà e il pluralismo della Rai, ente importante per l’informazione e la formazione culturale degli Italiani.
Si vuole in questo modo mettere il bavaglio a quel poco di pensiero critico ancora rimasto in Italia per una più rapida omologazione al pensiero unico. Su questa strada si procede celermente con l’apertura della scuola alle gerarchie ecclesiastiche e alla Compagnia delle Opere.
Il ministro Urbani, al riparo dai rumori della "ribalta", interviene sul mondo della cultura per sottomettere le ultime ridotte alla ideologia del vincitore, per portare a compimento l’egemonia culturale della destra, come dimostra anche la sostituzione alla direzione dell'Ente Cinema, avvenuta da poco, di Miccichè con Alberoni, il sociologo dei salotti "buoni" del periodo di Craxi, il sociologo televisivo, il nuovo intellettuale del "pensiero debole", organico al potere degli anni '80, che ha preparato il terreno fertile per l'avanzata del pensiero unico.
Berlusconi ha proposto, inoltre, una soluzione del conflitto d’interessi che gli permetta di scegliersi i controllori.
Siamo in presenza di una grave discrepanza tra i tempi lunghi delle procedure giudiziarie, per cui non si è attuato nessun provvedimento, e la velocità con cui la maggioranza ha introdotto nei primi mesi della sua attività parlamentare leggi atte a risolvere i problemi giudiziari del suo Presidente e dei suoi collaboratori, per le discutibili iniziative che gli sono valse numerose accuse di violazione della legge penale. Questa discrepanza evidenzia in maniera inequivocabile il conflitto di interessi non leciti che oppongono questa maggioranza al regolare corso della giustizia e alla Magistratura.
Le prime misure legislative di questa nuova maggioranza della "Casa delle libertà" sono state introdotte in materia:
L'on.Previti, che è deputato di Forza Italia ed è stato ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, accusa di prevenzione nei suoi confronti la magistratura.
La non utilizzabilità delle rogatorie, la ricusazione dei giudici, come nel processo della transazione Imi-Sir , l’intervento del Ministro della Giustizia Castelli per sollevare dall’incarico il giudice Brambilla dal processo Sme, (il presidente della Corte di appello di Milano ha disposto che il giudice sia applicato al collegio del processo Sme), la legittima suspicione (un processo in una sede non idonea) e altri stratagemmi sono messi in opera dai difensori di Previti e coimputati per arrivare alla prescrizione dei processi per decorrenza dei tempi. A questo proposito Saverio Borrelli ha affermato: "Imputati e difensori a volte fanno di tutto per rallentare i meccanismi processuali. E certo le sorti di questi processi sono a rischio a causa di queste manovre dilatorie".
In soli tre mesi il guardasigilli leghista Castelli ha riformato la procedura sul falso in bilancio in dodici articoli, che risolvono gli specifici guai giudiziari di Silvio Berlusconi. Questa riforma serve a rendere nulli tre processi, in cui Berlusconi è imputato: il "caso del calciatore Lentini", il secondo troncone "ALL Iberian" (due processi di primo grado), l’inchiesta sui bilanci consolidati dalla Fininvest nel periodo 1990-1996 (nella fase di udienza preliminare). L’avere sottoposto l’applicazione delle rogatorie alle forche caudine del Ministero di Grazia e Giustizia e del Ministero degli Esteri resta un fatto di inaudita e indebita ingerenza di altri poteri istituzionali sulla magistratura.
La volontà di controllo sui magistrati in materia di rogatorie è ribadita anche dalla circolare inviata ai giudici il 21 dicembre 2001 dal nuovo direttore generale degli affari penali, il giudice Augusta Iannini, con cui il Ministero della Giustizia dà ai Magistrati l’avvertimento di applicare la legge sulle rogatorie in modo adeguato, previe iniziative disciplinari, violando il principio basilare che l’interpretazione delle leggi spetta ai magistrati e non ai burocrati ministeriali.
Da ricordare che il giudice Augusta Iannini è la moglie di un "certo" Bruno Vespa, giornalista di inclinazioni politiche "non ben note", e colei che ordinò l’arresto di C. De Benedetti per la fornitura di vecchi telex alle poste.
De Benedetti è colui che nel processo per il lodo Mondadori accusa Berlusconi di avere comprato la decisione del tribunale di Roma per entrare in possesso della Mondadori.
Grandi lotte dell'alta borghesia per l'acquisizione del potere!
Per evitare i processi all’amico Cesare Previti, e ai suoi amici e collaboratori, dunque, Berlusconi fa pesare la sua leadership di una maggioranza di governo capace di cambiare le leggi, di depenalizzare i reati, di far mutare le forme del processo, di far approvare a un ramo del Parlamento risoluzioni contro i suoi giudici.
Agisce con l’arroganza di un potere che si reputa talmente al di sopra della legge da minacciare di arresto o di provvedimenti disciplinari quei magistrati, rei di non applicare la legge sulle rogatorie secondo il volere dell’esecutivo, come se l’interpretazione delle leggi non fosse prerogativa del giudice a garanzia della divisione dei poteri e della uguaglianza della legge per tutti.
Del resto Berlusconi non fa mistero su questi inquietanti propositi, quando afferma che la legge sulle rogatorie è la risposta legittima al tentativo di giudicarlo sulla base di documenti falsi. Se così fosse, perché si vuole sottrarre al processo?
E che dire sul veto posto dal governo italiano sul mandato di cattura europeo?
Si vuole impedire che il mandato di cattura europeo venga esteso ai reati di frode, corruzione e riciclaggio di denaro sporco.
Poiché il riciclaggio è centrale nelle indagini di mafia, si può arguire che ancora una volta con questo veto si voglia garantire tutti gli interessi del blocco di potere che ha portato questa maggioranza al governo, gli interessi di corruttori, riciclatori, mafia. Proprio in questi giorni, come denunciato dal magistrato palermitano del pool antimafia Sabella, (ora capo dell’Ufficio centrale dell’Ispettorato delle carceri, essendo da due anni distaccato al dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria), si sta trattando all’interno delle carceri da parte dei mafiosi sul tema della dissociazione, per arrivare all’approvazione di una legge in merito.
Un gruppo di boss detenuti, sottoposti al regime speciale, previsto dall’articolo "41 bis", cerca di ottenere attraverso questa via dei vantaggi vitali: riduzione della pena, restituzione dei patrimoni confiscati, uscita dal regime del carcere duro e quindi possibilità di comunicare con l’esterno. Inoltre alla mafia verrebbe conferita la dignità politica di un’ideologia e il valore dell’omertà.
Alcuni messaggi giornalistici riportano la volontà di Bernardo Provenzano, ammalato, di costituirsi in una struttura ospedaliera della Sicilia in cambio del riconoscimento ai mafiosi della possibilità di dissociazione, con i vantaggi di cui sopra.
Proprio ora veniamo a sapere dal procuratore di Palermo Piero Grasso che da due anni giace al Senato una proposta di legge col numero di protocollo 2843, che prevede la possibilità della dissociazione per i mafiosi e il mantenimento dei loro patrimoni.
Melchiorre Cerami del Ccd, senatore siciliano, eletto nel collegio di Sciacca, è il primo firmatario della proposta di legge.
Il Polo nel 2000, quando era all’opposizione, tentò di fare passare questa proposta di legge di Cerami tra gli emendamenti della nuova legge sui pentiti, ma fu costretto a ritirarla per la ferma opposizione di Ayala, sottosegretario alla giustizia. I tempi ora sembrano maturi per accelerare l’iter di questa legge ed ecco la mafia esercitare pressioni in tal senso su una maggioranza, che, essendo schiacciante, ha tutta la possibilità di mettere in atto qualsiasi riforma.
Proprio due anni fa, anche l’avvocato Taormina si dichiarò favorevole ad una legge sulla dissociazione. Si sa che Taormina, quello che tuona contro i magistrati, quello che difende i mafiosi, ha già scritto quattrocento pagine della "grande riforma" della giustizia. Tra i punti della riforma ci sono l’abolizione della direzione nazionale antimafia e delle direzioni distrettuali antimafia.
Comunque, una buona mano al governo in carica e alla mafia l’ha data ancora una volta la passata legislatura, approvando leggi che sembrano tanti regali ai boss: l’introduzione dell’obbligo per i testimoni di ripetere in aula le accuse(art.513), la legge sui pentiti, l’abolizione dell’ergastolo. Se verrà approvata la legge sulla dissociazione, assieme alle altre leggi recenti, avremo una bella "legge quadro" in favore della mafia e del crimine.
Inoltre sono mesi che il centro destra diffama la magistratura, descrivendola come una fazione di toghe rosse e gruppo di persecutori, con l’obiettivo evidente di delegittimare l’ordine giudiziario e avviare una rapida riforma in modo da sottomettere tale organo al potere esecutivo, ottenendo almeno due risultati:difendere gli interessi di Cesare Previti, che nella sua caduta può trascinare il Presidente del Consiglio, e del suo antico sodale Silvio Berlusconi, e l’accelerazione dell’attuazione del "Piano di rinascita democratica" di Gelli, anche per quel che riguarda la Magistratura.
Col processo di Milano a Previti e Berlusconi si esperimentano, inoltre, i modi del controllo politico dell’esecutivo sulla magistratura per un futuro annullamento dell’organo di autogoverno, e per la sottomissione della Magistratura all’esecutivo in un regime parafascista.
"Appiccicare etichette infamanti ai magistrati che danno fastidio, perché lavorano bene, hanno scoperto, possono scoprire o confermare verità scomode, è il mestiere migliore per provare a bloccarli." (Giovanni Verde, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura).
Cercare di strappare le inchieste scottanti ai giudici coraggiosi e imparziali è costume antico da parte di chi si reputa al di sopra della legge.
Scrive il giornalista Pansa, nel non lontano 1990, nel suo libro "Il Regime": "Ogni volta che un giudice aveva tentato di aprire la botola dove sibila la Politica del serpente, questo giudice l’avevano fermato."
Infatti, al 1990, c’era chi era già stato ucciso, come V. Occorsio, G. Costa, C. Terranova, R. Chinnici, M. Amato.
C’era chi era scampato, solo per caso, all’assassinio, come Carlo Palermo e Giovanni Falcone (il giudice che fra poco morirà dilaniato con moglie e scorta da una bomba mafiosa). C’era chi era stato accusato di essere un giudice "rosso", come Libero Mancuso, come alcuni giudici oggi, a cui sono state tolte anche le scorte. C’era, infine, chi si era visto strappare l’inchiesta sulla base di cento ragioni sempre diverse, ma dall’esito sempre uguale: l’alto là nella ricerca dei colpevoli.
Sul finire degli anni novanta il giudice da bruciare era Felice Casson, che da Venezia indagava sulla strage di Peteano e sui misteri di Gladio. Venne diffamato da più parti, ma l’attacco più pericoloso per l’autonomia dei giudici venne da quella istituzione che dovrebbe essere super partes, la presidenza della Repubblica nelle vesti di Francesco Cossiga, che così si esprimeva: "…che poi significa che ogni ragazzino, che ha vinto il concorso, ritiene di dovere esercitare l’azione penale a dritto e a rovescio, come gli pare e piace, senza rispondere a nessuno".
Incitato anche dai suoi fedelissimi uomini forti, tra cui Licio Gelli (amico e sodale di Berlusconi e di Craxi, tra gli altri) che lo invitava a mettersi " a capo di un movimento politico degli onesti e dei galantuomini per liberare l’Italia da vandali e lanzichenecchi della politica ", Francesco Cossiga poté finalmente esprimere se stesso.
L’uomo della destra DC, il fautore della Repubblica presidenziale, il rappresentante delle gerarchie militari, riteneva giunto il momento di potere manifestare la sua avversione per l’impianto antifascista della Costituzione e di potere agire, di fronte allo sfascio dei partiti, per una sua modificazione in senso autoritario.
C’erano le esternazioni di Martelli e di Craxi, ogni volta che un giudice indagava su un più o meno presunto scandalo; ecco questi politici garantisti respingere ogni accusa, ad invocare misure contro i magistrati "comunisti", a prendersela con i giornalisti!!
Vecchio costume, dunque, quello del potere politico, che si sente minacciato nei suoi privilegi, di tentare di delegittimare quella parte di magistratura che vuole agire in modo imparziale.
Oggi l’ex sottosegretario agli Interni Taormina può dichiarare: "Temo un golpe di quella parte dei magistrati organici alla Sinistra, un colpo di coda per buttare giù il governo".
In una intervista televisiva ad Enzo Biagi, rilasciata il 21 novembre 2001, il sottosegretario per l’interno Carlo Taormina ha affermato: "C’è un manipolo di magistrati settari che hanno scorrazzato per la magistratura. Io punto a liberare il paese da queste escrescenze".
In altre dichiarazioni il sottosegretario Taormina, convinto di interpretare l’opinione pubblica, invitava la procura della Repubblica di Brescia ad arrestare i giudici del tribunale di Milano, colpevoli di avere emesso una decisione da lui non condivisa, cioè la decisione di proseguire il processo SME-Ariosto. Il ministro Castelli rivela il vero ruolo di Taormina e il gioco delle parti nelle polemiche nella "Casa delle libertà": "Tutto merito di Taormina. E’ lui che ha avuto il coraggio di sollevare la questione. Le polemiche e i fatti degli ultimi giorni mi hanno convinto che ormai era giunto il tempo di intervenire e che il luogo più adatto per farlo fosse il Parlamento." E così - chiosa Mario Sechi che intervista il ministro - Taormina ha messo il detonatore e Castelli, per non essere da meno, ha fatto esplodere la carica.
Dopo il "caso Taormina", il Governo accelera sulla riforma della giustizia. Berlusconi: "In sei mesi porteremo a casa il risultato".
Uno dei cardini fondamentali della nostra democrazia, prevista dalla nostra Costituzione antifascista nell’articolo 104, è l’autogoverno dei giudici, a garanzia dell’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, che è stata conquistata solo nel 1958 con l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura. Ci sono voluti dieci anni di conflitti acerrimi tra le forze politiche che rappresentavano il movimento operaio e la destra democristiana che, proprio per ostacolare lo sviluppo in senso democratico della nostra Repubblica, contrastava l’attuazione di tale istituzione. Non è un caso che le stesse forze antidemocratiche di allora, proprio ora siano nuovamente all’attacco contro l’indipendenza della magistratura e dello statuto dei lavoratori, posto nel 1968, dopo molte lotte, a tutela dei diritti dei più deboli.
E' interessante, a questo punto, leggere una parte del "Piano di rinascita democratica", perché è illuminante per capire gli scopi degli attacchi di questi giorni, violenti e ignominiosi, di Taormina e del governo, contro la Magistratura:
"Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Associazione Nazionale Magistrati) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate. E’ sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, già operativo nell’interno del corpo, anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società, e non già di evasione. Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un uomo politico (o di un gruppo) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di "ripresa democratica", è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti. In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a 6 mesi ed anche a meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari."
Ci sembra esattamente, il tempo che Berlusconi ha promesso di impiegare per la riforma della Magistratura
Il risultato finale di tutta l’operazione avrebbe dovuto restituire una magistratura più controllata (con la diversa regolamentazione degli accessi e delle carriere), meno autonoma (con la modifica del C.S.M.), con un pubblico ministero separato, e legato alla responsabilità politica del Ministro di giustizia.
Ora, i singoli processi milanesi e il complessivo sistema dei controlli di legalità possono essere neutralizzati da una maggioranza, tale da essere in grado di imporre un nuovo iter costituzionale e legislativo.
Inoltre, essendosi assunto la rappresentanza di tutti gli interessi criminali della sua base elettorale, Berlusconi deve pure assicurare anche a questi la sua stessa immunità o altri favori.
La diversità della fase politica di oggi, rispetto a quella degli anni ‘80-‘90, è evidente:
Scrive Gianni Flamini nel suo "Il partito del golpe":
" Nel 1973 Edgardo Sogno organizzò a Firenze sotto l'egida del suo "Comitato di resistenza democratica", nei locali della "Nazione" del golpista Attilio Monti, un convegno sulla "rifondazione dello stato".
Al convegno, finanziato anche dalla FIAT, intervennero personaggi con cariche pubbliche importanti, come il giudice costituzionale Vezio Crisafulli, il quale aprì i lavori affermando: "Il tema delle modificazioni costituzionali pone i seguenti problemi: repubblica presidenziale, abolizione dell'assurdo, ingombrante bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza."
Tra gli altri intervennero sul medesimo tono Aldo Sandrelli, Domenico Fisichella, il componente del Consiglio Superiore della Magistratura Gianni Di Benedetto, Valerio Zanone, Antonio Patuelli.
Intervenne anche il consigliere speciale di Fanfani Antonio Lombardo, ex appartenente a Ordine nuovo, il quale pose il problema: costituzione antifascista o anticomunista?
Sogno teneva contatti con tutte le aree del golpismo bianco (Mar di Fumagalli, Rosa dei Venti, Europa 70) e nero (Fronte di Borghese, Ordine nuovo, eccetera) ed agiva in proprio, in stretto rapporto con l'Esercito e i Carabinieri.
Al convegno parteciparono, ad esempio, anche i democristiani del movimento "Europa 70", Pietro Giubilo, Celso De Stefanis, Maurizio Gilardi, i quali affermarono: "Il periodo di centrosinistra ha prodotto più disastri nel nostro paese di una guerra e ha generato germi di dissoluzione, forze ed energie altamente incontrollabili. C'è la consapevolezza, molto più diffusa di quanto non si possa pensare, che la prima repubblica è finita".
Nel concludere i lavori Edgardo Sogno, soddisfatto della generale accoglienza avuta dalla sua proposta di seconda repubblica presidenziale, mandò un messaggio a Giovanni Leone perché intervenisse anticipando i tempi, aggiungendo nella sua qualità di ambasciatore che ciò era auspicato anche negli Usa.
Il 22 agosto 1974 il PM di Torino Violante ordinò una perquisizione nella casa di Sogno, (che ebbe tempo di sparire), ritenendo che "Edgardo Sogno agisce per la costituzione di una organizzazione intesa a riunire tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali Ordine nuovo in epoca successiva al suo scioglimento".
Nello stesso periodo, con un comunicato stampa congiunto, il MAR di Fumagalli, le SAM, Avanguardia Nazionale, Potere Nero dichiararono guerra allo Stato.
Il 28 luglio 1974, durante il congresso del PLI, Partito Liberale Italiano, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi.
Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage sul treno "Italicus", a San Benedetto Val di Sambro, linea ferroviaria Firenze-Bologna.
In un'abitazione del faccendiere Ferdinando Mach di Palmstein, arrestato nel 1994, fu trovato un dossier di sessanta pagine, intitolato "Costituzione rivista e rivoluzionata", redatto da Salvatore Spinello, Gran Maestro della Massoneria, che agli inquirenti confessò di avere scritto il documento, lautamente ricompensato. Si tratta di un documento molto simile al "Piano di rinascita democratica", che prevede la stessa riforma della magistratura e l'avvento della Repubblica presidenziale, le stesse riforme oggi annunciate da Berlusconi.
Stragi, attentati e intrighi, scenari agghiaccianti tessuti da molti settori politici ed economici italiani e stranieri fin dall'inizio della Repubblica italiana per imprimere alla nostra nazione una svolta politico-sociale conforme ai loro interessi politici ed economici.
Ormai sappiamo quanto vasto fosse il fronte golpista, e come questo fronte si sia, in un certo senso, rafforzato, pur avendo cambiato strategia, data la fase politica e sociale del nostro paese favorevole a certi poteri economici dominanti.
L'attacco contro l'intero sistema contrattuale dei lavoratori e contro i loro diritti definiti negli anni '60 e '70, è stato fin da subito l'obiettivo primario della classe padronale, che negli anni '80, "regnante" Craxi, era riuscita ad ottenere l'abolizione della scala mobile.
Durante gli anni '80 il sistema delle imprese aveva progressivamente affinato un rapporto di "mutualità" con il sistema politico dominante.
Il mondo dell'imprenditorialità aveva consolidato un legame d'affari, al bordo della Legge, con il mondo della politica, che in seguito è sfociato in Tangentopoli. Negli anni '90, la Confindustria ha ritirato ogni delega al sistema politico e si è presentata sulla scena come soggetto indipendente. L'offensiva ha sempre più coinvolto il contratto nazionale, con il suo potenziale di unificazione dei diritti, delle condizioni di lavoro e dei salari in tutto il paese, con la sua obiettiva funzione di contro tendenza rispetto ai meccanismi del liberismo selvaggio. Quindi l'attuale offensiva padronale si volge contro lo Statuto dei diritti di lavoratori, contro l'essenza stessa dei diritti conquistati negli anni '60 e '70.
Il grande capitale con l'inserimento del centrosinistra nell'area di governo ha ricercato, non tanto dei benefici economici, quanto invece la paralisi del movimento operaio e l'indebolimento delle sue organizzazioni, così da poter riprovare a colpire i lavoratori frontalmente, in condizioni più favorevoli con un rinnovato schieramento di centro-destra.
Il governo di centrosinistra ha corrisposto alle aspettative del capitale, paralizzando i sindacati e inducendo i lavoratori a delegare sempre più la rappresentanza dei propri interessi ai giochi parlamentari e istituzionali.
I padroni hanno potuto, così, sferrare con maggiore facilità i colpi contro i lavoratori e i loro organismi. Basti pensare a quanto accaduto alla Fiat, nelle tante fabbriche in cui si è continuato a licenziare, o alla vicenda del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La forza organizzata e l’unità della classe operaia è stata ulteriormente frantumata e indebolita, con grande soddisfazione di quei "poteri forti", la grande e media industria, in commistione con la piccola industria dei padroncini, leghisti e loro omologhi, che si stavano preparando per tornar all’assalto contro le condizioni di vita dei lavoratori.
In tutto ciò il movimento operaio italiano ha imboccato una strada già percorsa in altri paesi europei con risultati fallimentari, perché i governi di centrosinistra hanno predisposto, con la smobilitazione del proletariato, un terreno più duttile all’attacco capitalistico, consegnando ampi strati di lavoratori alla demagogia delle destre. Era già accaduto in Francia, in Spagna, in Inghilterra. Ora è avvenuto anche in Italia, con una di quelle tipiche accelerazioni che caratterizzano lo scontro politico nell’epoca dell’imperialismo.
Mentre il centrosinistra era impantanato nelle sabbie mobili della politica richiesta dal capitalismo, Berlusconi ha saputo tessere la sua tela e compattare le varie fazioni borghesi, per guidare tutta la classe capitalistica ad un attacco frontale contro i lavoratori.
Il Partito politico-aziendale "Forza Italia" del Cavaliere Berlusconi con i suoi alleati, ora, è così compatto da costituire un vero e proprio club, che può procedere celermente verso mutamenti istituzionali e sociali sul modello del progetto di "Rinascita Democratica", presentato da Licio Gelli, ma evidente frutto dell'elaborazione di esperti costituzionalisti, di industriali, di esperti della comunicazione e di politici interni alla DC e ai partiti che avevano concorso alla formazione del pentapartito, al governo di centro-sinistra.
Il Piano di "Rinascita
Democratica" fissava, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo
termine, i punti necessari per il raggiungimento dello scopo e indicava gli
obiettivi da tenere presenti: i partiti, i sindacati, il Governo, la
Magistratura, il Parlamento. Partiti, stampa e sindacati dovevano, fin da
subito, (anni '70), essere oggetto di quella opera di "penetrazione"
da parte di persone di fiducia che, con un costo prevedibile di trenta o
quaranta miliardi, avrebbero potuto assicurare il controllo degli apparati,
rendendoli disponibili all’operazione di salvataggio, obiettivo del Piano.
Il resto del documento analizzava ogni settore, individuando gli obiettivi da
raggiungere immediatamente, o in tempi più lunghi.
Tale disamina è preceduta da una premessa: "Primario
obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di
un club, di natura rotaryana per l’omogeneità dei componenti, ove siano
rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari,
esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati,
nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di
trenta o quaranta unità."
A tappe successive, con strategie diverse, la ragnatela dello "Stato parallelo" è riuscita a ad impadronirsi del potere politico ed economico del Paese e a realizzare il suo Piano.
"Ci avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete. Tutti noi che ci siamo occupati di stragi, di poteri occulti ne siamo usciti con le ossa rotte. Abbiamo lavorato in condizioni difficili, in un clima di aggressione. Sono cose che lasciano il segno. Per qualche tempo ci siamo illusi di rappresentare uno Stato che avesse la volontà di fare luce su crimini mostruosi. Poi io ho capito: non è possibile fare giustizia su fatti che sono tragedie umane, per il numero elevatissimo di vittime innocenti, ma anche tragedie storiche, per ciò che hanno significato per il nostro assetto democratico" Libero Mancuso (magistrato, Pm al processo di primo grado per le bombe del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna)
11. Sintesi del Piano di "Rinascita Democratica", elaborato dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli.
Il Piano di "Rinascita Democratica" si apre con una premessa di ordine politico generale, seguita da una seconda parte di ordine programmatico.
Premessa:
Gli elementi principali di crisi della DC vengono individuati nel distacco dalla Chiesa, nel benessere che ha provocato l'allontanamento di intere categorie sociali, nelle lotte intestine tra le correnti e nella questione morale:
Nel 1980, però, Gelli esprimerà
una posizione molto più
nettamente presidenzialista ed anticostituzionale. In materia presidenziale,
con riferimento indiretto, alla domanda di Costanzo: "Sbaglio o in più
occasioni lei si è espresso a favore di una repubblica presidenziale?"
rispondeva: "Sì, anche in una relazione che inviai al presidente
Leone". La relazione terminava portando come esempio De Gaulle. Più
avanti, in materia costituzionale, Gelli affermava: "Ma quando fossi
eletto, il mio primo atto sarebbe una completa revisione della
Costituzione".
Note bibliografiche
Aldo Giannulli: "Lo stato parallelo - Cronologia 1942-1992"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.9 di "Avvenimenti".
Gianni Cipriani, Giuseppe De Lutiis: "I servizi segreti"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.13 di "Avvenimenti".
Gianni Flamini: "Il partito del golpe"; Bovolenta editore.
AA.VV.: "Banda armata -La sentenza del giudice Casson su 'Gladio'"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.48 di "Avvenimenti".
Gian Pietro Testa: "Storia dell'Italia delle stragi - 1969-1993"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.30 di "Avvenimenti".
Gian Pietro Testa: "Le stragi nere"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.8 di "Avvenimenti".
Gian Pietro Testa: "La strage di Peteano"; ed.Einaudi.
Michele Gambino: "Cossiga - Biografia di un golpista"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.4 di "Avvenimenti".
Michele Gambino: "La Loggia P2 - La storia e i documenti"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.12di "Avvenimenti".
Michele Gambino, Edgardo Pellegrini: "I segreti della Massoneria"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.45 di "Avvenimenti".
Gianni Flamini: "Il memoriale di Gelli"; ed."L'Espresso".
AA.VV.: "Andreotteide - Le denunce insabbiate. Le spiritosaggini. I verbali davanti alla Commissione P2"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.13 di "Avvenimenti".
Sergio Flamigni, Michele Gambino: "Il caso Moro"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.6 di "Avvenimenti".
Michele Gambino: "Craxi - Biografia non autorizzata di un giocatore di poker"; collana I libri dell'Altritalia; supplemento al n.20 di "Avvenimenti".
Giampaolo Pansa: "Il regime"; Sperling & Kupfer Editori.
Antonio Cipriani, Gianni Cipriani: "Sovranità limitata"; Edizioni Associate, 1991
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