FISICA/MENTE

 

 

LA CACCIATA DI LAMA DALL'UNIVERSITA' DEL 17 FEBBRAIO 1977

Roberto Renzetti

(4 dicembre 2004)

 

             

                Una cara amica sta ricostruendo alcune vicende storiche del '77 per un suo lavoro. Circa un mese fa mi ha invitato a discutere con lei ed altro caro amico un momento molto importante nella storia recente, la cacciata di Lama dall'Università, episodio al quale fui presente ed attivamente partecipe. Per dibattere della vicenda ho ripassato qualcosa, ho ripescato volantini, registrazioni radio, vecchi giornali ed ho scoperto molte cose, ora razionalizzabili ed inseribili in un preciso contesto. Questo lavoro lo voglio condividere perché credo sia utile a chi quei tempi drammatici non ha vissuto. Posso anche azzardare che le degenerazioni odierne della politica con le banane al potere iniziano direttamente dalle politiche nefaste del PCI di quell'epoca. Tra l'altro, nel sito, proprio in questi giorni, sto inserendo articoli e lavori che ricostruiscono la travagliata storia d'Italia del dopoguerra tra sovranità limitata, fascismo, mafia e Chiesa. E, viene ora opportuno inserire questo episodio della storia recente. Debbo comunque avvertire che, mentre il '68 ha avuto esegeti e denigratori di ogni tipo, il '77 viene cancellato da tutti. Eppure è stato uno dei movimenti più aperti e libertari della storia repubblicana, stroncato proprio dall'intervento dei poteri, neppure occulti, di cui prima.

               

                Se si confronta con la Relazione Pellegrino alla Commissione Stragi del Parlamento, si trova che i primi anni '70 furono densi di attività golpiste, di uno stragismo condotto dai servizi segreti dello Stato, di un terrorismo fascista sordo ed implacabile, al servizio USA e di potentati economici. Il PCI vedeva una sua favorevole stagione con la guida di Enrico Berlinguer (che succedeva a Longo). L'euforia fu spenta dal criminale golpe cileno sostenuto attivamente dagli USA (11 settembre - proprio così - 1973). L'eliminazione fisica di Unidad Popular, del suo capo Salvador Allende, ebbe riflessi disastrosi in Italia. Nacque l'infausta linea del compromesso storico. Non bastava più vincere le elezioni per andare al potere: sarebbe stato necessario fare governi unitari con la borghesia. La cosa fu teorizzata dal PCI verso la fine del 1973 e le conseguenze furono immediate. Gli approcci alla DC richiedevano il pagamento di tantissimi dazi ed il PCI tentò di pagarli sulle spalle dei lavoratori attraverso il sindacato CGIL che, allora, era emanazione di partito. Il PCI, per accedere alle grazie DC, doveva garantire pace sociale e controllo di salari e piazze. Inizia l'epoca nefasta della politica di sacrifici che il PCI invocava tra i suoi iscritti e, particolarmente, come politica sindacale relativa a salari e scioperi.

           

                E' l'epoca delle grandi lotte che ripartono dopo lo strangolamento che seguì alla Strage di Stato di Piazza Fontana (1969). Vi erano imponenti movimenti per il diritto alla casa, per una sanità per tutti, per il diritto allo studio, ... Gli scioperi generali si susseguivano, all'epoca, ed erano generali davvero. Non volava una mosca, tutto chiudeva e si fermava, ... Era davvero impressionante. Questo fu bloccato da PCI - CGIL per fornire, appunto, quelle garanzie alla DC ed a tutti i ceti moderati del Paese. Il '75  ed '76 videro importantissime avanzate elettorali del PCI. Sembrava che la politica di Berlinguer pagasse ... invece fu, come accennato, quella che portò al disastro il movimento operaio. Questo in somma sintesi il cammino del PCI in quegli anni. Vediamo invece cosa socialmente accadeva con l'Università e, in genere, con il precariato.

               

                Anche qui, in somma sintesi, vi è un attacco della DC attraverso il ministro dell'allora pubblica istruzione, Malfatti, contro il modus vivendi instauratosi tra studenti e professori all'università a partire dalle lotte del 1968. Con un decreto del 3 dicembre del 1976, Malfatti abolisce i piani di studio che gli studenti potevano organizzarsi ed invece ripristina la vecchia normativa sugli appelli di esame (i canonici 3 contro gli svariati che erano stati strappati). Questa cosa origina un diffuso malcontento che, alla riapertura dell'università dopo le vacanze natalizie, diventa assemblee in quasi tutte le facoltà. Naturalmente i fascisti sono sempre pronti a fare il mestiere di mazzieri al soldo di chiunque (come del resto oggi è chiarissimo. Basta il soldo e ...). Scampati a quella legge di iniziativa popolare promossa da Terracini per la messa fuori legge del MSI, per il buonismo e l'imbellismo del PCI e sinistri vari, acquistarono forza e passarono all'attacco. Il 1° febbraio del 1977, a margine di un'assemblea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma, i soliti fascisti provenienti dalla supernota sezione di criminali del MSI di Via Sommacampagna, sezione di Fini e Gasparri per intenderci, attaccarono Lettere sparando e ferendo gravemente alla testa lo studente Bellachioma. Il giorno dopo, gli studenti, in corteo, fanno ciò che la polizia non ha fatto in moltissimi anni, danno alle fiamme la sezione di Via Sommacampagna. Proseguono poi verso la Stazione Termini dove, a Piazza Indipendenza,  vengono attaccati brutalmente dalla polizia in borghese che

Piazza  Indipendenza: 2 febbraio 1977

Piazza  Indipendenza: 2 febbraio 1977 (con un mitra un poliziotto in borghese vicino ad un ferito)

Piazza  Indipendenza: 2 febbraio 1977

Piazza  Indipendenza: 2 febbraio 1977

Piazza  Indipendenza: 2 febbraio 1977 (si controllano con una pistola le condizioni del ferito).

Uno dei poliziotti in borghese armati di Cossiga  (questa foto è di altra occasione: quando fu assassinata Giorgiana Masi)

Uno dei poliziotti in borghese armati di Cossiga.

non perdona l'attacco al ritrovo degli amici. Questi borghesi spararono contro il corteo e, mistero mai chiarito, alla fine risultarono feriti, oltre a due studenti, anche un poliziotto. Alla fine della giornata due nostri compagni risultarono arrestati: Paolo e Daddo.  Occorre dire che avevamo il piacere di avere a che fare con la polizia del bugiardo Cossiga che, solo poco tempo dopo, ancora in borghese, giustiziò Giorgiana Masi a Ponte Garibaldi. Tutti i partiti tentano l'operazione di individuare i buoni e di dividerli dai cattivi. Per il PCI, impegnato nell'impresa della pace sociale al fine del compromesso storico, movimento e fascisti sono una cosa sola (e da queste carognesche posizioni seguirà il declino del PCI oggi toccabile con mano: manca questa generazione di leader, in compenso restano gli ex impiegati come D'Alema). Amendola (ma anche Pecchioli, Ferrara padre, Trombadori, Chiaromonte, Napolitano, ...) parlerà di neosquadrismo e di diciannovismo. Il movimento attaccato brutalmente da tutti inizia a differenziarsi dalle posizioni del PCI, tanto più destre quanto più staliniste. Il PCI ed il sindacato fanno un errore storico: non capiscono che il movimento nasce come espressione della ristrutturazione del capitalismo. In questo guado in cui si trovavano coloro che stavano per entrare nel mondo del lavoro, il PCI non considerò studenti e precari come forze produttive ma come forze irrazionali da togliere di mezzo. Questa politica ottusa porterà a 40.000 denunciati, 15.000 arrestati, 4.000 condannati a migliaia di anni di galera: quando si gridava "Via, via la nuova polizia!" non era una boutade. E tutto in nome di un apparato politico comunista, al momento saldamente sostenuto, ad esempio, anche da Giuliano Ferrara, che con i ferri vecchi del centralismo democratico e della pretesa egemonia a sinistra pretendeva di accordarsi con la DC contro gli interessi del movimento operaio (allora c'era!) e di coloro che tentavano l'ingresso nel mondo del lavoro. La rincorsa al centro c'era anche allora e D'Alema che di suo non ha MAI elaborato nulla, segue ancora ottusamente su quella strada.

           

                La grande novità del movimento del 1977 è il suo collocarsi a sinistra rinunciando non già al comunismo ma al PCI che rappresenta il peggio del movimento comunista, quello sconfitto (non dal 1989) ma dalla storia. Il 1968 era solo stato il primo timido passo all'affrancamento delle lotte da una dirigenza sclerotica come quella del PCI. Poi si sono ripetuti gli errori di quel partito con la creazione di gruppi che, nel bene o nel male, lo scimmiottavano (Manifesto, Lotta Continua, Avanguardia Operaia ... ed anche la barzelletta di Servire il Popolo del forzitaliota Brandilari). Ora perché sia chiaro, si afferma il diritto di essere di sinistra senza per questo dover condividere la storia del PCI. Noi non c'entriamo con voi. Siamo un movimento senza storia, così ci definimmo con chiaro significato. Si tratta quindi di una drastica rottura con il PCI e quel Sindacato, rottura che non fu digerita dai vertici di quelle organizzazioni.

               

                Il 5 febbraio la polizia impedì con la forza che un corteo uscisse dall'università. Il giornale (allora forcaiolo) l'Unità scrive cronache provocatorie e false. Secondo tale quotidiano l'università sarebbe occupata da una decina di autonomi (sic!). Si capisce che

10 autonomi alla festa

occorre rompere l'isolamento ed allora si apre l'università ad una grande festa con persone che provengono da tutti i quartieri di Roma. Il giorno 6 si gioca, si fa musica, si balla ... in Piazza della Minerva. Il 9 si riesce a fare una grande manifestazione che chiede la scarcerazione di Paolo e Daddo

               

                Il PCI reagisce come può ed organizza per il 10 una manifestazione degli studenti medi che dovrebbe far vedere come si comporta la gente per bene: grande delusione, gli slogan degli studenti medi sono gli stessi del  movimento. Anche qui si chiede la scarcerazione di Paolo e Daddo (si scoprirà poi che venivano propagate notizie false nelle sezioni PCI ed i giovani compagni FGCI credevano bene a ciò che veniva loro raccontato, salvo poi venire a contatto con il movimento e restare con esso. La cosa risulterà chiarissima dopo il giorno 17 quando molti di loro saranno intervistati a proposito della cacciata di Lama).

                L'Università, che era stata occupata subito dopo il ferimento di Bellachioma, continua chiusa ed occupata. Il giorno 13 arrivano dei provocatori del PCI che forzano i picchetti e distribuiscono volantini nei viali dell'università nei quali annunciano una grande manifestazione a Piazza della Minerva per il giorno 17 (manifestazione dei precari). Il movimento, in assemblea, decide due cose: la manifestazione sindacale prevista è provocatoria; non occorre però rompere con la base sindacale, pertanto sarà necessario trasformare il comizio in una grande assemblea.

                A questo punto è bene dare la parola a Bruno Vettraino, all'epoca Segretario della Camera del Lavoro di Roma ed organizzatore materiale del comizio di Lama all'università che, nel 1997, raccontò a Luca Villoresi di Repubblica cosa accadeva nel PCI e nel Sindacato in quei frenetici giorni (l'intero articolo è riportato in fondo, insieme ad altre testimonianze).

                Dice Vettraino che il 12 ci fu una riunione della direzione del PCI di Roma in Via dei Frentani per decidere una manifestazione dei precari universitari (soprattutto Policlinico). A questo punto non conosco la posizione di Asor Rosa che, all'epoca era segretario della sezione universitaria del PCI, a parte il suo eccellente saggio sul le due società. Il 14 i responsabili locali del PCI vengono convocati da Pecchioli e Chiaromonte a Via delle Botteghe Oscure. La manifestazione deve anche prevedere la cacciata degli occupanti e quindi deve avere una valenza maggiore. Chi parlerà. Si pensa successivamente ad Ingrao ed Occhetto. Ambedue rifiutano. Quindi si pensa a Lama che accetta (dirà Rossanda: mal consigliato!).

                Nel frattempo i delegati del movimento prendono contatti con il PCI perché il giorno 17 si faccia una pubblica assemblea in piazza della Minerva. Che almeno un rappresentante degli studenti possa parlare. L'accordo sembra fatto. Lama parlerà dalle scale del Rettorato e, subito dopo, parlerà uno studente del movimento. Ancora Vettraino. Durante la notte tra il 16 e 17 il PCI decise la prova di forza. Inoltre comunicò a Cossiga (che ha sempre lavorato d'amore e d'accordo con Pecchioli) che l'ordine sarebbe stato mantenuto dal servizio d'ordine sindacato/PCI, al comando di Paolo Ciofi, uno dei burocrati più insulsi ed incapaci del PCI. La fine del comizio avrebbe anche rappresentato la liberazione materiale dell'Università. Tanto era dovuto al compromesso storico ed a Cossiga.

                A questo punto la mia personale testimonianza. Io insegnavo al Liceo Scientifico Malpighi e facevo l'assistente presso l'Istituto di Fisica, dove ero precario in attesa di una qualche legge che mi permettesse di entrare stabilmente (la legge non è mai arrivata per me. Nel 1980 me ne andai sbattendo la porta. Due mesi dopo passò una legge che diceva: "Chi c'è, c'è"). Il lunedì (il 17 febbraio del 1977 era di lunedì) era il mio giorno libero al liceo e mi recavo di buon'ora (saranno state le 8) a discutere una tesi con una giovane laureanda iraniana in istituto. A piazzale Aldo Moro (allora, ovviamente, non si chiamava così) inizio a veder strani movimenti. Vi erano alcuni camion carichi di materiale di propaganda (bandiere, manifesti, vernici, ...) fermi davanti all'ingresso principale dell'università. Vi era un movimento concitato di una ventina di uomini massicci in tuta blu che con secchi di vernice cancellavano le nostre scritte di lotta e di protesta contro

Alcune scritte che i solerti imbianchini cancellarono

 Malfatti ed il governo della Dc con il sostegno del PCI (ci avvicinavamo al governo delle astensioni). Rimasi ad osservare cosa accadeva. Arrivò un camion con altri operai in tuta. Seppi dopo che erano fabbri. Avevano delle gigantesche tronchesi con le quali ruppero i lucchetti e le catene che chiudevano i cancelli. Entrarono dei camion ed in particolare il camion storico dei comizi volanti del sindacato, un Dodge rosso. Entrarono anche un migliaio di altri duri, con dei notevoli bastoni, che avevano facce non proprio da studenti. L'operazione di cancellazione delle scritte proseguì dentro il recinto universitario, con la provocazione verso compagni isolati che contestavano questa pratica. Dai vari istituti iniziarono a venir fuori gli occupanti che via via si raccoglievano davanti a Lettere.

               

                Alle 10 in punto arrivò Lama, a piedi, circondato da gorilla alti tanto che quasi impedivano di vederlo. Gli altoparlanti che si trovavano sul Dodge, che già tuonavano inni popolari, iniziarono con l'inno dei lavoratori  con due casse da 10.000 watt l'una (il dato è quello che ci ha fornito Vettraino). Anche la contestazione verbale era del tutto inutile con quell'amplificazione. La base di operazioni PCI/Sindacato era in Piazza della Minerva, lato Giurisprudenza.

                Il movimento aveva una sua parte importante nel suo settore creativo, quello degli Indiani Metropolitani. Furono loro che iniziarono la prima contestazione a questa invasione o guerra preventiva contro un movimento autonomo da tutti. Gli indiani avevano preparato un palchetto con un fantoccio sopra, dalle sembianze di Lama.

Il palco degli indiani (sullo sfondo l'Istituto di Chimica). Si faceva un falso comizio di Lama che veniva fragorosamente applaudito.

Il palco degli indiani (sullo sfondo l'Istituto di Chimica). Da altra angolazione.

Avevano poi vari palloncini ripieni d'acqua e vernice (che successivamente caddero sui liberatori). Dietro di loro migliaia di compagni del movimento, richiamati da un tam tam incessante si andavano ammassando. Gli slogan erano inizialmente ironici: "più sacrifici", "Lama nessun l'ama", "vogliamo lavorare di più",  quindi si passò a "via, via la nuova polizia!". Lama continuava ad urlare contro il movimento. L'inizio dei veri scontri fu

Un momento degli scontri

Fine degli scontri. Il dodge rosso da cui parlava Lama un poco distrutto. I liberatori sono fuggiti. Sullo sfondo l'Istituto di Fisica. Fuori immagine, sulla destra del camion, vi è Giurisprudenza.

quando un personaggio del servizio d'ordine del PCI si scagliò con un estintore in funzione contro i compagni. A quel punto ed in poco tempo furono spazzati via i nuovi poliziotti, con il rammarico di molti degli intervenuti per liberare l'università che, sul posto, si resero conto di come erano stai presi in giro dal loro partito. Molti gridavano di fermarsi, che ci si stava picchiando tra compagni ... Il Dodge andò in pezzi ...

 

                Con i cocci della loro stupida spedizione, se ne andarono dall'università coloro che davvero non c'entravano nulla. Il PCI non era stato capace di mantenere la pace sociale nell'Università. Fu Cossiga il giorno dopo che dimostrò chi aveva il potere: con un vero esercito di polizia e carabinieri, che si aprivano la strada con dei blindati, liberò momentaneamente l'università.

La vera polizia all'assalto.

La vera polizia all'assalto.

La vera polizia all'assalto.

                Il 1977 era appena iniziato. Seguiranno giornate memorabili. Molti di noi furono ammazzati. Francesco Lorusso a Bologna. Quindi una manifestazione enorme a Roma il 12 marzo. La repressione furibonda. Il PCI che credeva di avviarsi al governo del Paese. Le BR si inserirono in tutto questo ed ammazzarono carognescamente. Il movimento era strangolato da una tenaglia a tre ganasce: da un lato lo Stato che reprimeva brutalmente; dall'altro il PCI che ormai parlava di noi come dell'acqua dentro cui le BR sguazzavano; dall'altra ancora le stesse BR che più volte si scagliarono violentemente contro di noi. Non poteva durare e non durò. La scena venne presa dalle BR che, appena 13 mesi dopo dagli scontri all'Università, rapirono (per poi ammazzare) Aldo Moro. Il PCI passò al governo della non sfiducia, era fuori ma permetteva la vita del governo Andreotti con Cossiga agli interni. Finché la DC non si scocciò di tutto questo. Ricacciò il PCI all'opposizione preferendogli un suo degno pari, il PSI che, nel frattempo, era diventato proprietà di Craxi (dopo la cacciata del galantuomo De Martino). Craxi spregiudicatamente cavalcò le ali più estreme del movimento, quelle che, appunto, erano vicine al terrorismo. Questo collateralismo è anche di oggi, con gli eredi del craxismo, se un Lanfranco Pace (colui che trovò rifugio a Morucci e Faranda) ci spiega il punto di vista dei padroni a lato del Ferrara.

                Con l'inizio dell'era Craxi iniziò il declino del Paese, iniziò a crescere paurosamente il debito pubblico in maniera perfettamente proporzionale alla corruzione ed alle tangenti. Ed anche il PCI, dopo l'exploit elettorale che seguì alla morte di Berlinguer (1984), ha iniziato un lento ed inesorabile declino che lo ha portato, tra l'altro, ad essere altra cosa.

 

Ed oggi ?

           

                Tocca ancora a noi  fare i laici, con una gestione politica di sinistra che, se possibile, è ancora più settaria e stalinista di quanto non lo fosse circa trenta anni fa. E' che comunque vi sono ora le seconde fila di quegli anni e sono proprio demoralizzanti per mancanza di preparazione generale e cultura politica. Hanno la gestione delle tessere, quella si ma hanno il terrore del diverso che, accuratamente, tengono lontano perché ci vuole poco ad insidiare politicamente il loro posto, il loro potere. Vorrei però tranquillizzare i benpensanti: lo stalinismo nel PCI è sempre stato la destra. Per quel che vale, vi posso dire che sono affidabili, non vi faranno mai pentire del delegar loro il potere. La loro marcia verso il liberismo è molto più sicura di quella di molti conservatori.

 


Riporto di seguito la testimonianza, citata, di Vettraino, quelle di due compagni presenti, raccolte dalla stampa nei giorni seguenti. Ed altre testimonianze utili a capire.

 

Così andò quella mattina del 1977, quando Lama...


Per la prima volta dopo 20 anni l'organizzatore della manifestazione a Roma ricostruisce gli scontri all'Università. Con molti aspetti inediti
di LUCA VILLORESI


"Quando qualcuno mi chiedeva come erano andate veramente le cose rispondevo sempre: non chiedete a me, chiedete a Lama. Ora Lama è morto. Sono passati vent'anni. E forse, ormai, anche io posso raccontare la mia..." Bruno Vettraino nel 1977 era segretario della Camera del lavoro di Roma. Era stato lui ad organizzare la manifestazione che il 17 febbraio aveva portato il segretario della Cgil nell'università occupata di Roma. Ed era lui che, presiedendo quel comizio, davanti al montare delle contestazioni, prese la decisione di abbandonare il campo lanciando dal microfono quel "Compagni, la manifestazione è sciolta" che gli verrà poi rinfacciato come una sorta di vergogna. "Il primo, appena arrivato in federazione, a botta calda, fu Giancarlo Pajetta: 'Quando ho saputo che un sindacalista dal palco aveva dato l'ordine della ritirata ho subito pensato che fosse qualcuno della Cisl. E invece Bruno eri stato proprio tu'".
La croce di quella ritirata Bruno Vettraino se l'è portata appresso in tutti questi anni senza discutere, accettando di caricarsi tutto intero sulle spalle, anche per conto di altri - "Ci fossero stati tutti quelli che poi hanno detto di esserci stati saremmo stati migliaia, non poche centinaia" - il peso di una sconfitta che bruciava. "E non solo per tutto quello che ha significato sul piano politico o, chiamiamolo così, militare. Non potete immaginare cosa abbia rappresentato la perdita di quel camion distrutto dagli autonomi..." Vettraino misura il suo racconto con il passo del testimone, non del protagonista. E con un occhio attento a certi piccoli particolari, trascurati dalle grandi rievocazioni ma non per questo meno importanti per cogliere il clima e il senso di quegli avvenimenti.
Prendi, ad esempio, proprio la storia di quel camion; che non sarà stato proprio come l'incrociatore Aurora per i bolscevichi, ma, insomma, per i comunisti romani era un simbolo importante. "Sono stato l'ultimo a scendere prima che venisse distrutto. Era un vecchio scassone. Dal Dopoguerra in poi, però, non c'era stata manifestazione importante, da Porta San Paolo a San Giovanni, in cui il Dodge rosso non fosse in testa al corteo. Difficile spiegare a chi non è stato militante del Pci in quegli anni. Ma, alla fine degli scontri, più che le teste rotte, quello che sembrava bruciare di più era proprio la perdita di quella bandiera".
Vettraino, in questi giorni di ventennale, prima di prendere la decisione di dire la sua, ha letto molte ricostruzioni dei fatti del '77. Ai particolari ci tiene. Estrae da una cartella tutti i documenti che servono a illustrare, con i retroscena di quegli avvenimenti, la decisione di un così lungo silenzio. E procede con ordine verso una conclusione ancora amara, nonostante il tempo trascorso. "Io mi assumo tutte le mie responsabilità. Ma francamente, a riveder oggi le posizioni di tanti protagonisti dell'epoca, sembra davvero che quella manifestazione fosse figlia di nessuno. Mentre invece, diciamolo, la situazione precipitò perché qualcuno scelse, anche consapevolmente, la strada dell'atto di forza".
Ecco la foto, sottobraccio a Lama , all'entrata dell'università. Ecco l'agenda di vent'anni fa, con tutto appuntato e ordinato ("Una vecchia abitudine di noi comunisti, dai tempi di Gramsci") . Ed ecco - "Per questo ho perso i capelli" - un opuscolo rosso e nero: "Cronaca di una lotta al Policlinico... ciclostilato in proprio via dei Volsci". Bruno Vettraino, sindacalista della Cgil iscritto al Pci, all'epoca non era proprio un duro; ma certo le sue posizioni su certi fenomeni non erano morbide. E proprio per questo era stato inviato in prima linea, sul fronte caldo della contestazione. "Ero stato nominato membro del consiglio di amministrazione dell' Umberto I e del comitato di gestione dell'ufficio di collocamento. Come dire che avevo a che fare quotidianamente con gli autonomi del collettivo del Policlinico e con quelli dei disoccupati organizzati". Un impegno duro. Ma qualcuno doveva farlo.
"Ora, a raccontare certe cose vent'anni dopo, la gente quasi non ci crede. Ma il clima di quegli anni era davvero terribile. Specie per noi che cercavamo di riportare un po' d'ordine in mezzo a quella confusione, certo anche facendo da cuscinetto con le forze dell'ordine, chè il rettore Ruberti, quando gli occupavano gli uffici, chiamava noi, mica la polizia. Inutile che dica quanta rabbia provo quando nelle rievocazioni di questi giorni ho rivisto certi personaggi raccontare la loro versione dei fatti senza un minimo di autocritica. La violenza e le intimidazioni erano davvero quotidiane. Tre volte mi hanno bersagliato la casa a colpi di molotov. Ho dovuto far cambiare facoltà a mia figlia. E tutto andava in crescendo. Il 1977 per me è cominciato, proprio il primo gennaio, con una bomba carta che ha distrutto tutte le vetrate della mia abitazione".
Dunque, questo era il panorama. Come si è giunti a quella famosa manifestazione? "Eravamo in procinto di chiudere una vertenza che riguardava tutti i precari dell'ateneo. La situazione nell'università occupata era già incendiaria. Ma su alcuni obbiettivi concreti, come per l'appunto la lotta dei precari, sembrava poterci essere un'intesa con il movimento. Così il 10 febbraio decidemmo di convocare una manifestazione alla Sapienza per la settimana seguente. Il 12 ci fu una riunione alla federazione romana con i socialisti e con i vari responsabili delle strutture interessate. C'erano Asor Rosa, allora segretario della sezione universitaria, Valter Veltroni, che era segretario della Federazione giovanile, Luigi Petroselli , nella sua qualità di segretario regionale... Prendemmo in considerazione, questo sì, la possibilità che si verificasse qualche tensione. Ma la nostra, lo ripeto, doveva essere una manifestazione strettamente centrata sulle rivendicazioni dei precari. Così decidemmo di andare avanti, senza troppe preoccupazioni. Fino a quando, il 14, non fummo tutti convocati a Botteghe oscure".
"Alla riunione c'erano Ugo Pecchioli e Nicola Chiaromonte. Ci spiegarono che ormai il partito doveva dare un segnale e che il nostro comizio su una vertenza sindacale si sarebbe dovuto trasformare in una manifestazione di più ampio respiro. Io e gli altri provammo a esprimere qualche dubbio. Ma allora, quando salivi al secondo piano delle Botteghe oscure c'era poco da discutere. Tanto più che, a farci capire quale fosse l'atteggiamento del partito, ci fu, proprio alla fine della riunione, un incontro con Paietta. Era furioso. E ci fece una scenata perchè, ci disse, era intollerabile che l'unico giornalista al quale veniva regolarmente impedito l'ingresso nell'ateneo occupato fosse proprio il cronista dell'Unità".
"Comunque sia , proprio per far capire che stavamo dando un segno, si cominciò a discutere su chi avrebbe dovuto parlare. Si fecero vari nomi. Ricordo quelli di Ingrao e di Occhetto. Qualcuno propose addirittura di coinvolgere Pertini. Alla fine la scelta cadde sul segretario della Cgil. Il 16 andammo con Asor Rosa da Lama per spiegargli la vertenza dei precari . Lui non aveva per nulla presente quello che stava accadendo all'università. Ed era convinto di dover venire a fare un discorso strettamente sindacale. Molti pensavano che sarebbe bastato il suo carisma per reggere la situazione. E anche noi , in fondo, speravamo di poter portare in porto la manifestazione".
"Il 16 sera ci riunimmo alla Camera del lavoro con i rappresentanti del movimento. Assieme a loro si decise che Lama avrebbe parlato dalle scalinate del Rettorato. E che, dopo il suo intervento, avrebbe preso la parola anche un esponente degli studenti. Insomma, sembrava che tutto potesse filare via liscio. Senonché, durante la notte, qualcuno cambiò tutte le carte in tavola. Da una parte il movimento decise di non prendere la parola. Dall'altra dal vertice del partito arrivarono nuove disposizioni sull'organizzazione della manifestazione. Si decise, ad esempio, che Lama non avrebbe parlato dalle scalinate del Rettorato, ma dal palco del famoso camion. Che comunque il servizio d'ordine non sarebbe stato garantito dalla polizia, ma dalla nostra organizzazione. E che, alla fine del comizio, avremmo dovuto far togliere l'occupazione dell'università".

"Intendiamoci. Io ho sempre rivendicato come positivo e necessario l'intervento contro il terrorismo e l'illegalità diffusa. E sono ancora convinto che il Pci in molte circostanze ha fatto bene a sostituirsi alla polizia e alla magistratura. Ma in quel caso resto convinto che presentarsi in quel modo all'università fu un grave errore. Arrivammo con in testa i fabbri, buttati giù dal letto per togliere i lucchetti con i quali gli studenti avevano bloccato i cancelli dell'ateneo. E con un servizio d'ordine leggerissimo fatto da statali, parastatali e studenti. Non più di cinquecento persone, incapaci di fronteggiare l'assalto di una massa di giovani che ci trattavano come fossimo davvero la polizia. Insomma creedo che qualcuno spinse per una drammatizzazione. Compiendo, tra l'altro, un errore di valutazione. Se non altro perché, sconfitta militare a parte, quel nostro corteo, in testa al quale marciavano dei fabbri armati di tronchesi, finì per spingere verso posizioni estreme anche la parte di quel movimento che forse poteva essere recuperata". Comunque sia, le cose andarono come andarono. E Bruno Vettraino indicato come l'unico responsabile della disfatta di quella manifestazione "figlia di nessuno", se ne è rimasto in silenzio per vent'anni. Ha ancora in tasca la tessera del Pds. E, dopo quattro infarti e una discreta carriera nel sindacato (dal quale ha dato le dimissioni quando, ormai segretario dei tessili, ha scoperto che le operaie gli davano del lei) oggi lavora come libero imprenditore.

(La Repubblica 1977)

 

La cacciata di Lama dall'universitá: testimonianze

Un compagno del movimento:

"Della giornata in cui Lama fu cacciato dall'universitá io ho un ricordo molto brutto. Mi é rimasta nella mente un'immagine: un compagno del movimento che durante il fuggi-fuggi del servizio d'ordine del Pci aveva in mano un martello e ha cominciato a rincorrere uno di quelli del servizio d'ordine del Pci, poi si é fermato, é tornato indietro, si é messo a piangere e si é abbracciato con dei compagni. É stato un momento di psicosi collettiva. Era la prima volta che c'era stato uno scontro cosí duro, che non era stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico pesante.

Effettivamente da parte del Pci c'era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l'ordine nell'università, non fosse altro per il fatto che era venuto lí con un servizio d'ordine molto ben strutturato e pronto sia psicologicamente che fisicamente a affrontare una situazione di scontro. Credo che tutti i compagni l'abbiano vissuta male quella giornata. Il servizio d'ordine del Pci aveva una chiara volontà di scontro, c'erano alcuni di loro che hanno subito cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze giá la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra, dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte, dall'altra parte.

Finché c'erano questi schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non é successo niente di grave. C'era solo una contestazione verbale molto forte da parte dei compagni del movimento, soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c'é stata una risposta molto violenta da parte del servizio d'ordine del Pci, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni piuttosto evidenti.

Io sono sicuro che c'era qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e l'altro dall'altra, schierati sui fronti diverse. Quello che é successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e c'é di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre, finalmente e però anche drammaticamente.

L'impatto psicologico é stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di linee politiche differenti, dietro c'erano dei problemi molto più grossi, come per esempio la figura del Pci che é la figura del padre dell'ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti tradisce.

Erano anni che ti stava tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito con progetti politici assurdi, che non poteva mai e poi mai condividere: il governo delle astensioni, la filosofia dell'austerità e dei sacrifici, il compromesso storico in una parola, e non é che queste cose poi non avessero dei risvolti pratici.

Poi c'é Lama che arriva lì all'università con il suo megafono, anzi megamegafono, con il suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di frastuono che nessuno, anche se avesse voluto, avrebbe potuto ascoltare quello che stava dicendo.

Il movimento in quel mese non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete di cento comunicazioni diverse, che erano i cento linguaggi diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di loro, come per esempio le scritte sui muri dell'università, che loro del Pci hanno cancellato con prepotenza. All'università, durante l'occupazione nessuno voleva affermare la sua volontà sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle assemblee ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il movimento é stata quella di affermare con molta chiarezza e determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di egemonia da parte di nessuno, né singolo né gruppo.

Invece Lama viene lì e quello che fa é dire: io vengo qui, prendo un megafono grande cosi e faccio il mio discorso che é un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché lui non é venuto lí a confrontarsi col movimento, é venuto lí a imporsi. Ecco, questo é stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo, prepotente, violento, in linea con tutto quello che il Pci aveva già detto e fatto fino a quel momento nei confronti del movimento.

Non hanno voluto assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno accettato che i compagni del movimento potessero intervenire dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa minima condizione. Lama é venuto lí dicendo: parlo io e basta. Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che stavano lí a seguire un comportamento, una cultura che non avevano piú nessuna logica.

Ricordo che Lama a un certo punto del suo comizio disse una cosa tipo "gli operai nel 43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche". É chiaro che quello che diceva non c'entrava niente con quello che succedeva.

Allora io ho pensato, tutti hanno pensato, ma perché tu devi venire qua e devi dirci queste cose che con noi, che con questo movimento non c'entrano piú niente? Perché la veritá é che tu non capisci piú niente e pretendi di pormi l'ultimatum: o sei con me o sei contro di me.

Quella mattina io ero arrivato all'universitá molto presto e c'erano giá lí quelli del servizio d'ordine del Pci e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca che stavano cancellando le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltá. C'erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre, c'era un silenzio allucinante.

Quello che ho immediatamente realizzato é stato che quello che copriva le scritte era uno che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul '77 poteva succedere di tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi ma non tolleravo uno che mi rompeva i coglioni, uno che di prepotenza veniva lí e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte io magari non ero d'accordo. Il fatto é che in quella cosa, in quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo cancellando le scritte era un atto di violenza incredibile. E poi quelli li identificavi subito come gente che con l'occupazione non c'entravano niente, potevano essere tuo padre, era proprio tuo padre che veniva lí a riportare l'ordine, i papá con le panze. C'era una scritta che diceva: "I Lama stanno nel Tibet" e uno di questi del Pci gridava incazzato: ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono dire? Allora un compagno del movimento che era lí gli ha detto: vuol dire tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l'ha scritto invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché cancelli? ma chi sei?

Quelli del servizio d'ordine del Pci li vedevamo come persone adulte, come persone grosse, manovali, edili, gente che non c'entrava un cazzo. Mi ricordo che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se piovigginava. L'ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei, non c'era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho visto lí in mezzo teste spaccate. Ma prima giá questi del Pci dicevano: "sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo mandare". Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?

Il palco di Lama era montato su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte al servizio d'ordine del Pci, ci sono gli indiani metropolitani che hanno innalzato su una scaletta un palchetto tipo carroccio con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore con su scritto: "Vogliamo parlare" e "Lama o non Lama, non Lama nessuno". Hanno visi dipinti, asce di gomma, stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d'acqua che gettano sui componenti del servizio d'ordine del Pci scandendo slogan ironici: "Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci", "Piú lavoro, meno salario", "Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú baracche, meno case", . "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia",. A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si é vista alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio d'ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d'ordine del Pci é venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana.

Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate.

É stato scioccante per tutti vedere quei compagni conciati cosí, e quando il servizio d'ordine del Pci é tornato indietro verso il palco c'é stata la controcarica dei compagni del movimento che si erano armati con quello che avevano trovato lí sul momento.

C'é stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c'era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama é stato capovolto, distrutto. In quel momento c'é stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della Fgci e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era chiaro: il sindacato e il Pci ti venivano addosso come la polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c'era una rottura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel momento quelli del Pci non avrebbero piú avuto diritto di parola dentro il movimento.

Avevano cercato, avevano voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano piú niente da perdere perché ormai l'universitá occupata l'avevano giá persa, l'universitá era ormai un fortino del movimento che loro dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di "liberarlo" per loro era buono.

Dovevano salvarsi la faccia rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non solo non eravamo loro figli legittimi, ma addirittura eravamo dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacitá di gestire la situazione e che loro erano il partito della classe operaia e dei proletari, gli unici garanti e mediatori, gli unici rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica era: se scoppia un casino lo gestisco io sennó é merda."

Una militante della Fgci:

"Noi della Fgci prima della giornata di Lama avevamo fatto una riunione in cui si era discusso su come intendevamo quella scadenza. Noi vivevamo l'occupazione dell'universitá, e piú in generale 1'esistenza stessa del movimento come una grande provocazione a cui dovevamo dare una risposta. Noi all'universitá non avevamo mai avuto vita facile perché aggregavamo pochissima gente e perché c'era sempre stata una grande conflittualitá, con i militanti dei gruppi in una prima fase e con la gente del movimento poi. Indubbiamente consideravamo il movimento come il nemico. All'interno del Pci questa storia del movimento la vivevamo, il partito ce la faceva vivere come una cosa che metteva in discussione la democrazia, la responsabilitá delle masse ecc.

Il movimento noi lo intendevamo come un aggregato confuso di giovani fatto un po' sull'onda delle mode estremiste, impregnato di cultura estremista e anticomunista. Un movimento di giovani in cui quello che spiccava era l'irrazionalitá. All'interno del Pci si credeva alla distinzione tra autonomia operaia come componente specifica di gruppi piú o meno organizzati e il resto del movimento. Questa é una cosa che abbiamo capito dopo, ed é stato un grave errore perché questa incomprensione ha permesso di regalare quasi tutto il movimento alle frange dell'autonomia.

Ricordo la grossissima manifestazione del 12 marzo, che noi del partito abbiamo visto dai marciapiedi: era una cosa impressionante, era un corteo enorme, erano davvero tanti. Le manifestazioni del movimento, indipendentemente da quello che si diceva in sezione, mi suggestionavano molto perché vedevo tutti quei giovani come me, soltanto ideologicamente diversi, che sfilavano a migliaia e migliaia gridando slogan bellissimi, riusciti, pieni di carica. Tutto questo ti faceva un grosso effetto.

Nella sezione del partito che frequentavo si discuteva del movimento, ma non é che lí i giovani fossero molti, la maggior parte erano funzionari o insegnanti, qualche operaio, peró non erano giovani, erano gente con i figli, gente sposata, con un lavoro regolare, con una vita regolare. Nelle discussioni noi dovevamo farci carico della difesa di un patrimonio storico che il movimento in quel momento stava attaccando, per cui non poteva che vivere quel rapporto in termini di conflitto, loro erano il nostro nemico e c'era l'odio, ma questo ovviamente da tutte due le parti.

C'era all'interno del partito un continuo ribadire l'irresponsabilitá del movimento. La nostra posizione era che la politica la fa chi ha il senso della storia, chi ha il senso critico, chi ha il patrimonio delle masse. Il movimento per noi non faceva parte della sinistra, e non abbiamo minimamente capito quello che sarebbe successo dopo. Non abbiamo capito che quel movimento poneva delle questioni di fondo mentre noi lo consideravamo come un fenomeno giovanilistico tipico di chi approccia la politica in modo irrazionale e passionale. Comunque noi avevamo la certezza che le masse erano con noi, le masse organizzate che parlavano del contratto, che facevano il discorso del lavoro, che avevano vissuto dei momenti difficili rispetto ai quali avevano difeso il terreno della democrazia.

Noi della Fgci facevamo dei corsi in sezione per la formazione dei quadri politici, una grossa parte dello studio era concentrata sui testi classici contro 1'estremismo. Questo perché i dirigenti del partito si rendevano conto della suggestione, del fascino che 1'estremismo, diffuso un po' ovunque e soprattutto nelle scuole, esercitava sui giovani. Tra noi e il movimento é nato un rapporto di odio, di odio profondo causato dall'accrescersi e dall'accumularsi di incomprensioni dovute a culture diverse, ma anche a comportamenti e a forme di vita diverse.

La mattina di Lama all'universitá mi ricordo che quelli del movimento ci tiravano le cinque lire, questa cosa mi ha fatto malissimo, me la ricordo come una cosa molto brutta. Ci tiravano le cinque lire addosso, era una cosa micidiale per chi la subiva, é stata una cosa pesantissima. Siamo arrivati e ci siamo messi sotto il camion attrezzato come palco. C'era il muro del nostro servizio d'ordine e quelli del movimento che premevano. A un certo punto sono cominciate a volare le cose, le botte, le bastonate, ma io la cosa che ricordo di piú é che mi deridevano, mi sputavano addosso e mi tiravano le cinque lire. Sono rimasta annichilita e mi sono resa conto del livello di odio che il movimento aveva contro di noi.

Non sono scappata mentre c'erano gli scontri e ho anche preso delle botte, una sassata qui nella schiena. Mi sono incazzata con i miei compagni che scappavano perché pensavo che se avevamo deciso di andare all'universitá era per restarci. Se era un momento di lotta allora bisognava lottare fino in fondo, non scappare. Invece a un certo punto c'é stato il fuggi fuggi generale.

Poi nei giorni successivi, dentro il partito, ce la siamo presa con i compagni della cellula universitaria che ci avevano riferito la situazione interna all'universitá in modo sbagliato. Erano venuti in federazione a dire che all'universitá non c'era un movimento ma dei gruppi provocatori, una situazione che andava assolutamente normalizzata, che la cosa era possibilissima. Ufficialmente noi del Pci siamo andati all'universitá per evitare l'irreparabile, questo abbiamo detto e ci siamo detti, cioé per evitare l'intervento della polizia per lo sgombero, e gli inevitabili scontri che ne sarebbero seguiti. Non avevamo capito che su quella situazione non avevamo non dico 1'egemonia ma nemmeno un briciolo di prestigio, che non avevamo in sostanza la minima legittimitá."

L'ama o non Lama non Lama nessuno

Carlo Rivolta

La Repubblica, 19 febbraio 1977

Le otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell'Universitá erano giá formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani" (l'ala "creativa" del movimento composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile) Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet ".

Gli "indiani" dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati.

Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C'era scritto: "L'ama o non Lama". "Non Lama nessuno" e altri giochi di parole del genere. I sindacalisti e il servizio d'ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: "Sono goliardi, non bisogna farci caso" Qualcun altro invece giá alla vista del fantoccio si era innervosito: "É una provocazione inammissibile, Lama é un leader dei lavoratori". (...)

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al "carroccio degli indiani" (ma c'erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d'ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú lavoro, meno salario", "Andreotti é rosso, Fanfani lo sará", "Lama é mio e lo gestisco io", "Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú baracche, meno case", "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia", erano gli slogan piú scanditi (...) Luciano Lama é entrato nell'Universitá con una grande puntualitá. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, é passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d'ordine ed é arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le aiuole della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli "indiani".

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della creativitá obbligatoria, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare. (...)

Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano piú violenti. "Il Corriere della Sera ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si é sbagliato, noi siamo qui ... ".

Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice é piovuta sulla testa della gente. É partita allora una carica per espugnare il carroccio degli indiani. Travolta "l'ala creativa" del movimento, il servizio d'ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, é entrato in contatto con l'ala "militante". Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é tornato in mano agli occupanti dell'Universitá che lo hanno usato come ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d'ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma é stata il segnale di partenza della rissa piú selvaggia.

Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro il servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d'asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10,30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno giá piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si picchia fra compagni". Dopo Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. "Compagni" ha tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non accettiamo provocazioni". L'ultima parola é stata quasi un segnale. Un'ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d'ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion é stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. (...)

 

 

Testimonianza di Enzo Modugno 

At/traverso del marzo 1987

(.....) Lama si presentó con due altoparlanti da 10000 watt. La sventura cresceva nella piazza mentre si diffondeva la sua voce. Assordante, incomprensibile. Il vero messaggio erano quegli altoparlanti che controllavano e plasmavano irrimediabilmente le proporzioni e la forma di quell'incontro. Mostrandosi con una comunicazione unidirezionale, Lama rivela la sua vera natura, perché le ragioni profonde di quel movimento toccavano proprio la piú generale questione del potere che si presentava ormai, col passaggio dalla societá industriale alla societá informatica, sempre piú come questione della comunicazione. Dunque autonomia del movimento significava, prima di tutto, comunicazione bidirezionale ed immediata, cioé rapporti non mediati dai partiti o da altre istituzioni, comunicazione spontanea, esplosiva, orizzontale, senza ritegno.

(....)

Il potere si presentava sempre piú come sistema di comunicazione unidirezionale, verticale, centrico, che seleziona omologa gerarchizza i messaggi. Interrompere questo flusso diventava sempre piú la condizione essenziale di esistenza di un movimento, la piú preziosa.

Lama invece non conosceva che la grazia di chi sa ascoltare, i saggi-maturi-consapevoli della prima societá.

Quel giorno gli apparve la differenza tra quella grazia e questa degli indiani metropolitani, fatta di volontá di comunicare, di ironia, di fragilitá, di presenza instabile - quindici giorni prima non esistevano - (....)

Lama scopriva che in questa loro diffidenza assoluta a confondersi con un potere a cui delegarsi, in questa instabilitá, in questa dispersione imminente, in questa loro inoperositá, si fondava la sua rovina. In questo dunque stava la loro forza, che neanche la nuova sinistra era stata capace di immaginare.

(....)

Che dire di un ceto politico che risolve una situazione come questa a bastonate? Eppure fu quello che avvenne. Il servizio d'ordine di Lama, diretto da Paolo Ciofi della Federazione romana del PCI, attaccó gli indiani improvvisamente, ferendone moltissimi. Furono trasportati nella facoltá di lettere e scomparvero lasciando una scia di sangue sulla scalinata. Non ritornarono mai. C'é da meditare su questa sparizione.

(.....)

Subito dopo, da quella facoltá dove erano scomparsi gli indiani, apparvero molti passamontagna assai piú motivati del servizio d'ordine del PCI, che fu fatto sgomberare in pochi minuti.

Il compromesso storico finí quella mattina, nel momento in cui il PCI si riveló incapace di mantenere l'unico vero impegno che importasse alla DC, quello di assicurare il consenso e la pace sociale. Inutilmente si cercherá di salvarlo adoperando la palindroma teoria delle due societá, che si prestava al tentativo di convincere la DC che il PCI doveva considerarsi impegnato a garantire solo il consenso della prima societá, e che in questo senso aveva mantenuto gli impegni. Quello stesso pomeriggio la mano passó ai blindati di Cossiga, che occupó l'universitá e pote' dire al PCI: i miei uomini li hanno fatti scappare come lepri.

Ebbe fine cosí la breve esistenza degli indiani metropolitani. Ma in dieci anni, cambiando aspetto, sono tornati mille volte.

(....)


 

Dice Cossiga:

"Sappiano questi signori che non permetteremo che l'università diventi un covo di indiani metropolitani, freaks, hippies…."

Dice la Federazione romana del Pci:

"La Federazione romana del Pci denuncia la gravità del fatto che gruppi di provocatori - ripetutamente isolati nei giorni scorsi dentro l'università dalle grandi masse studentesche e dai lavoratori docenti e non-docenti - siano ricorsi ai metodi tipici dello squadrismo fascista non essendo riusciti a impedire lo svolgimento della manifestazione sindacale cui hanno partecipato migliaia di lavoratori e di studenti…."

Dice il movimento:

La responsabilità degli scontri odierni all'università ricade sull'iniziativa provocatoria ed estranea al movimento presa dal Pci, sotto una copertura sindacale unitaria, con il comizio di Luciano Lama.

A questa iniziativa il movimento aveva risposto con una proposta di confronto politico che consisteva in un'assemblea con la partecipazione dei collettivi d'occupazione. Questa proposta è stata respinta da uno schieramento di servizio d'ordine che ha occupato il piazzale dell'Università, cancellando scritte di lotta e provocando in vario modo I compagni del movimento.

Gli scontri sono cominciati con una prima carica del servizio d'ordine del Pci contro compagni che, in modo esplicitamente ironico e pacifico, manifestavano il loro dissenso nei confronti della politica dei sacrifici proposta da Lama. Dopo il primo assalto la situazione è degenerata in scontri violenti che si sono protratti fino all'uscita del servizio d'ordine del Pci dall'università. Il bilancio è di circa 70 feriti, di cui due gravi. Il movimento considera gravissimo quanto è accaduto. Scontri del genere, originati dalla chiara volontà di soffocare le lotte degli studenti e dei giovani disoccupati, non hanno precedenti di questa ampiezza nella storia del movimento operaio degli ultimi anni. Consideriamo positivo che a questa provocazione il movimento abbia saputo dare un'immediata risposta.

Contro queste degenerazioni il movimento si impegna a continuare le lotte sui suoi obiettivi nelle forme più appropriate e sin da ora diffida la polizia dal prendere pretesto da questa incursione esterna per rientrare di forza nell'Ateneo.

 (COMUNICATO DELL'ASSEMBLEA DI MOVIMENTO DOPO GLI SCONTRI DI LAMA - 17 febbraio 1977)

 

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