AVVERTENZA:
La relazione Pellegrino non va letta come una sorta di maxi-sentenza
definitiva, ma soltanto come <<la formulazione di un giudizio
storico-politico globale>>.
IL
GENERALE DE LORENZO E IL PIANO SOLO
Nell’analisi della Commissione Stragi (relazione Pellegrino)
Gli
eventi dell'estate del 1964 sono notissimi tanto da escludere l'utilità di
ripercorrere nel dettaglio il loro svolgimento.
Apparentemente
l'esito politico apparve determinato dalle forti preoccupazioni nutrite in
larghi strati del ceto dirigente italiano sulla possibilità che
l'esperienza del centro sinistra determinasse non soltanto una
"la
fine del diritto civile...splendida creazione dell'intelletto e
dell'attività umana"
ed
insieme
"la
fine sul piano etico e sociale di valori ancora più sostanziali che
investono la stessa dignità dell'uomo, come essere libero e dei quali il
diritto civile costituisce la forma giuridica"[1].
La
preoccupazione che le istanze riformatrici potessero minare in qualche modo
i valori e gli assetti garantiti dall'ordinamento ed attentare al complesso
delle libertà (anche economiche) individuali - pur nutrita in alcuni casi,
come quello ricordato, da alte idealità - era indubbiamente ingiustificata
ed eccessiva, ma valse a raffreddare, con la svolta del 1964, il processo
di attuazione della Costituzione nella sue parti di più forte impatto
sociale.
Ciò
che peraltro si vuole qui sottolineare è soltanto che l'involuzione del
centro sinistra e l'attenuazione della sua spinta riformatrice apparvero
come l'esito naturale di un clima culturale diffuso nel paese, dato che
l'unico indice di un'anomalia nella soluzione della crisi governativa del
1964 fu quanto il segretario del PSI Pietro Nenni scrisse a caldo sull'Avanti!:
E'
notissimo peraltro come soltanto dopo pochi anni due famose campagne di
stampa portarono in luce vicende sotterranee che indubbiamente avevano
influito sugli eventi e cioè da un lato un'intensa ed assidua attività di
controllo operata dal SIFAR su gran parte del ceto dirigente nazionale,
dall'altro il ruolo avuto nella soluzione della crisi da parte del massimo
vertice militare, nel suo rapporto con il Capo dello Stato, con
l'approntamento di uno specifico piano emergenziale denominato Piano Solo.
La
completa emersione di tali vicende é stato il risultato di un lungo
processo istituzionale che ha coperto uno spazio temporale superiore al
ventennio.
In
estrema sintesi basterà quindi ricordare le inchieste amministrative
affidate alle Commissioni Beolchini e Lombardi ed al generale
Manes, il segreto di Stato posto dal Governo sulle loro risultanze,
le resistenze governative opposte alla costituzione di una Commissione
parlamentare d'inchiesta, la cui legge istitutiva fu approvata soltanto
in data 31 marzo 1969, la defatigante delle acquisizioni documentali da
parte della stessa Commissione, che concluse i suoi lavori sulla base di
una documentazione ancora incompleta.
La
possibilità di una completa conoscenza (peraltro nei limiti di cui in
seguito si dirà) di tali avvenimenti si è avuta soltanto quando il
Governo assunse l'autonoma decisione di rimuovere il segreto di Stato a suo
tempo opposto su alcune parti dei documenti relativi al cosiddetto Piano
Solo e alle ricordate inchieste amministrative e conseguentemente il
Presidente del Consiglio trasmise in data 28 dicembre 1990 (e quindi dopo
più di un quarto di secolo dello svolgersi degli eventi!) la versione
integrale di tale documentazione alle Presidenze della Camera e del Senato,
che a loro volta l'hanno trasmessa al Comitato parlamentare per i servizi e
a questa Commissione di inchiesta.
Per
vero anche tale documentazione non può ritenersi completa mancando
all'interno della stessa un documento di notevole importanza e cioè la
lista delle personalità che, secondo il Piano Solo, dovevano essere
"enucleate" (e cioè in sostanza arrestate) per essere trasferite
in Sardegna.
Inoltre
sulla genuinità della documentazione acquisita sono insorte perplessità a
seguito di note dichiarazioni del colonnello La Bruna; indagini esperite
sia in sede giudiziaria sia direttamente da questa Commissione non sono
valse a sciogliere tali dubbi.
Peraltro
é avviso della Commissione che la documentazione di cui è in possesso è
ben sufficiente ad una ricostruzione delle vicende in discorso
sostanzialmente completa e alla formulazione sulle medesime, a tanta
distanza di anni, di un giudizio meditato e sereno. Anche perché le
vicende, per come ricostruite, vengono coerentemente ad inserirsi nel
mosaico di eventi anteriori e successivi che la Commissione va ricostruendo
ed acquistano all'interno dello stesso, senza alcuna forzatura, un
significato che può ragionevolmente affermarsi univoco.
Opportunità
di sintesi espositiva convincono la Commissione a non indugiare nel
ridescrivere in dettaglio vicende ormai note quali le
"deviazioni" del SIFAR dei compiti istituzionali, il ruolo avuto
dal generale De Lorenzo nella soluzione governativa dell'estate del 1964, i
contenuti del Piano Solo (quest'ultimo documentalmente acquisito e
pubblicato), limitandosi quindi ad evidenziare di tali vicende ormai note
gli elementi di continuità e/o di contiguità che consentono un loro
coerente inserirsi in un quadro complessivo; nonché ad esplicitare le
valutazioni che tale inserimento rende ora possibile.
Per
ciò che concerne le deviazioni del SIFAR può ormai ritenersi certo quanto
risulta dalla relazione Beolchini:
"L'indagine
ha portato anzitutto alla contestazione che nell'ambito della prima sezione
dell'Ufficio D l'estensione anomala dei fascicoli ha avuto luogo verso il
1959 ed anzi ha assunto proporzioni allarmanti proprio in quell'anno e
nell'anno successivo. Con circolare del 26 febbraio 1959 sono state
richieste a tutti i capi degli uffici periferici note biografiche e
dettagliate notizie sull'attività 'comunque svolta' dai deputati e dai
senatori. Ogni centro di controspionaggio dovette così compiere
un'indagine biografica sui parlamentari compresi nella propria
giurisdizione e per ognuno di essi è stato formato un fascicolo"[3].
A
questo punto vi sono quattro righe che fino al dicembre 1990 erano coperte
da "omissis", nelle quali si legge:
"Si
veda, ad esempio, il registro relativo ai parlamentari del Piemonte, nel
quale sono indicati i numeri dei fascicoli sulle matrici delle schede
biografiche".
Il
testo poi prosegue affermando:
"Nel
1960 vengono raccolte le notizie biografiche relative a prelati, vescovi e
sacerdoti delle varie diocesi (...) Si è avuta così in quel periodo e
negli anni successivi una espansione enorme del numero dei fascicoli, fino
a giungere alle cifre odierne di 157 mila fascicoli, nei quali 34 mila
dedicati ad appartenenti al mondo economico, a uomini politici e ad altre
categorie di interesse rilevante per la vita della nazione"[4].
La
Commissione presieduta dal gen. Beolchini individua, nell'ambito delle
schedature illegali, una serie di ulteriori gravi irregolarità e nella
relazione riferisce di aver raccolto prove che i profili delle persone
schedate erano talora riscritti a distanza di tempo, con diverso
orientamento, il che accentuava il carattere arbitrario del modo di
procedere dell'ufficio.
Era
stato accertato che, a partire dal 1960 circa, la ricerca delle notizie si
era estesa gradualmente anche alle attività economiche e finanziarie e
alle manifestazioni frivole, ordinando indagini, anche con documentazione
fotografica, su relazioni extra coniugali, o comunque irregolari, sulla
nascita di figli illegittimi, sulle consuetudini sessuali.
Di
tale attività del servizio è stata in sede storiografica peraltro
sottolineata la continuità con pratiche analoghe dell'Ufficio Affari
Riservati del Ministero dell'interno e quindi il suo collegamento diretto
all'esperienza fascista dell'Ovra e della sua riproposizione, anche
mediante lo stesso personale, nella direzione Affari Riservati.
In
sede saggistica si è altresì avanzata l'ipotesi che tale indirizzo, che
si istituzionalizzò nel SIFAR nel 1959, derivava da un input proveniente
dal Capo Stazione CIA, Thomas Karamessines, nell'ambito delle tensioni
politiche derivanti dalla previsione di una possibile apertura al PSI della
maggioranza governativa.
Comunque
sia di ciò certo può dirsi che le tensioni politiche innescate in Italia
dalla prospettiva della cosiddetta "apertura a sinistra"
riproducevano specularmente analoghe tensioni determinatesi sul punto in
ambiente statunitense.
Come
già rammentato in precedenza, era all'epoca in vigore la direttiva NSC
6014 del 16 agosto 1960 che, pur auspicando l'evoluzione del PSI verso
posizioni autonome nei confronti del PCI, ribadiva la necessità di
continuare a contrastarne l'ingresso nell'area del Governo finché tale
evoluzione non fosse stata completata. Ma l'elezione di John Kennedy alla
Presidenza degli Stati Uniti nel novembre 1960 aveva introdotto delle
divergenze di valutazione all'interno del vertice politico statunitense.
Nel
gennaio 1961, appena insediato nella sua carica, Kennedy aveva incaricato
Arthur Schlesinger di rielaborare la politica statunitense nei confronti di
un possibile esperimento di centro sinistra.
Nel
marzo successivo, l'ambasciatore viaggiante del Presidente, Averell
Harriman, dopo una breve visita a Roma, riferì in termini positivi nei
confronti di un'apertura ai socialisti. Ma la burocrazia del Dipartimento
di Stato, la maggior parte dei diplomatici a Roma, la stazione CIA nella
capi tale italiana ed i rappresentanti in Europa del potente sindacato
statunitense AFL-CIO erano nettamente contrari[5].
L'8
novembre 1961, il segretario di Stato Bean Rusk inviò un telegramma di
istruzioni al personale dell'ambasciata statunitense a Roma nel quale era
"nelle
discussioni con i vertici della DC, in particolare Fanfani e Moro, i
rappresentanti dell'Ambasciata devono confidenzialmente far capire come
siano sensibili ai vantaggi in termini di isolamento del PCI [...] che si
possono trarre da un sostegno socialista al Governo. Purché esso sia
ottenuto senza alcun compromesso con il PSI in materia di politica estera"[6].
La
pur cauta apertura di Risk provocò durissime reazioni nell'Ambasciata. Vi
fu una riunione collegiale nella quale sarebbero emerse posizioni estreme,
fino ad auspicare un intervento militare statunitense in caso di apertura
al PSI[7].
In
tale contesto di verifica dell'esattezza di un criterio di analisi
interpretativa, assume significato un ulteriore profilo emergente dalla
documentazione in atto e cioè la possibilità di addebitare al potere
politico in ordine a tale deviazione dei servizi non solo un omesso
controllo, ma anche una più pesante corresponsabilità.
Il
colonnello Rocca riferì alla Commissione Beolchini:
"...
Ed è qui che forse comincia la deviazione dai compiti istituzionali.
Bisogna vedere però di chi è la colpa. All'inizio il gen. De Lorenzo non
era in grado di rispondere alle continue domande che gli venivano rivolte
dal presidente Gronchi per cui si organizzò e organizzò il servizio per
sopperire alle esigenze. [...] Una volta messo in moto l'organismo, non ci
fu più bisogno di sollecitazioni, anche perché il gen. De Lorenzo,
attraverso i suoi contatti con autorità politiche e finanziarie, aveva
acquisito una tale conoscenza dei problemi generali che si trovava nelle
condizioni di rispondere anche sulla battuta. In quel periodo, dunque, fu
avviata questa attività politica extra istituzionale. E' però dubbia la
responsabilità di tale deviazione: non si può dire se la colpa fosse di
chi dava gli ordini o di chi li eseguiva o di chi aveva il controllo sul
funzionamento del Servizio"[8].
Su
tali basi diviene quindi possibile alla Commissione affermare che
nell'eziologia della sostanziale delega, pressoché costante, della
responsabilità per la sicurezza da parte del potere politico al vertice
dei servizi, di cui innanzi ci si è già ampiamente occupati, coagirono
probabilmente due elementi distinti:
-dall'altro
lo scambio che veniva a realizzarsi tra un potere politico che, utilizzando
l'attività dei servizi a fini di competizione interna, restava largamente
"disarmato" dinanzi alla richiesta di una più accentuata
autonomia da parte dei servizi medesimi.
Per
ciò che concerne più specificatamente il Piano Solo, sono noti alla
Commissione i contrasti valutativi che lo stesso diede luogo nelle
conclusioni della Commissione d'inchiesta Alessi.
In
merito, sulla base complessiva delle proprie acquisizioni, alla Commissione
appare difficilmente condivisibile la tesi che il Piano Solo abbia
costituito il risultato dell'approntamento di un normale piano
antinsurrezionale. Già in sede di Commissione di inchiesta si sottolineò
infatti che i piani di tal tipo - di regola predisposti in ogni provincia
dal locale comando dei carabinieri sotto la direzione del prefetto e di
concerto con le forze di Polizia - prevedono anche il concorso delle altre
Forze Armate, i cui comandi sono in possesso di particolari disposizioni da
adottare in caso di gravi perturbamenti dell'ordine pubblico[9].
Inoltre
dalla copia del Piano acquisita da questa Commissione e da alcuni degli
interrogatori resi al generale Manes, emergono gli ordini di occupazione di
sedi di uffici governativi, dei più importanti centri di comunicazione,
delle sedi dei partiti di sinistra e dei giornali ad essi più vicini, così
come delle sedi della radio e della televisione.
L'occupazione
dei giornali doveva protrarsi
"per
il tempo strettamente necessario a rendere inefficienti tutte le macchine
tipografiche, onde rendere impossibile la stampa dei giornali"[10].
A
ciò si aggiunga che del preteso piano di prevenzione dell'ordine pubblico
furono redatte due sole copie, con l'annotazione
"appunti
e minute, ad essa relativi, sono stati distrutti col fuoco"[11].
Se
si fosse trattato di un piano di prevenzione di eventuali disordini,
precauzioni così impegnative sarebbero state eccessive.
Nella
premessa dello stesso documento si legge inoltre:
"Il
successo dell'azione è condizionato - tra l'altro - dai seguenti fattori:
[...] atteggiamento improntato alla massima decisione ed energia, scevra da
qualsiasi dubbio o tentennamento, galvanizzazione degli uomini, caricandoli
di mordente"[12].
I
documenti mostrano insomma anche modalità più proprie del passaggio alla
fase esecutiva di un vero e proprio golpe, mentre sembrano adattarsi con
molta difficoltà ad un piano preventivo antinsurrezionale. D'altro canto,
le stesse modalità di convocazione degli ufficiali dell'Arma alle riunioni
preparatorie sono del tutto irrituali: molti ufficiali superiori furono
esclusi dalle riunioni, cui parteciparono, al contrario, vari loro
subalterni, evidentemente ritenuti più affidabili.
I
piani furono materialmente redatti dagli stessi ufficiali responsabili,
escludendo l'ausilio di dattilografi, ancorché sottufficiali dell'Arma.
Si
è quindi in presenza di una serie di dati oggettivi, che nel loro
complesso situano la vicenda ben al di là della predisposizione di una
risposta adeguata ad una eventuale insurrezione.
Peraltro
è avviso della Commissione che la valenza e la destinazione funzionale del
Piano non può cogliersi astraendosi:
-da
un lato dalla considerazione che il piano non fu mai attuato, sicché si è
in presenza - come già per Gladio - di una sostanziale
Sul
punto, in altri termini appare improduttivo alla Commissione indugiare
sulla "realtà" di un progetto golpista da parte del generale De
Lorenzo (e cioè domandarsi se si trattò di una minaccia reale, poi non
realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe
notizia solo alcuni
Più
fondato appare alla Commissione riconoscere che a fondamento di una
valutazione finale possano valere i giudizi espressi sul punto da due
protagonisti della vicenda politica e cioè l'on. Nenni da un lato, l'on.
Moro dall'altro, giudizi che, pure formulati a circa un quindicennio di
distanza l'uno dall'altro in condizioni diversissime, appaiono
sostanzialmente coincidenti.
Molti
anni dopo, prigioniero delle Brigate Rosse, l'on. Moro avrebbe così
descritto la vicenda:
"Nel
1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente
costituzione del centro-sinistra [...], per la crisi economica che per
ragioni cicliche e per i concorrenti fatti politici si andava manifestando.
Il presidente Segni, uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso, tra
l'altro, per la malattia che avrebbe dovuto colpirlo di lì a poco, era
fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centro-sinistra. Non
aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato
alla direzione del Governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che
gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro
mesi. [...] Fu allora che avvenne l'incontro con il generale De Lorenzo
[...]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di
contingenza, come poi fu appurato nell'apposita Commissione parlamentare di
inchiesta, con l'intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e
di pervenire
alla
soluzione della crisi"
"Il
tentativo di colpo di Stato nel '64 ebbe certo le caratteristiche esterne
di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria
dell'Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione
militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza
politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di
centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento"[14].
E'
un giudizio che sostanzialmente coincide con quello espresso dall'on. Nenni
nell'immediatezza dei fatti e che si è già ricordato, dove chiaramente si
evidenzia come l'alternativa che apparve profilarsi ad una riedizione del
governo di centro-sinistra fu quella di un Governo di emergenza affidato a
tecnici che nella realtà del Paese qual era, avrebbe avuto il sostegno
delle destre ed avrebbe attivato una situazione di tensione
"nei
cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito".
Non
sembra dubbio alla Commissione che il Piano Solo era destinato ad acquisire
attualità operativa, appunto, in previsione di tale evenienza, con modalità
che si ponevano al di fuori dell'ordinamento costituzionale.
Così
come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile
evenienza valse a determinare, come l'on. Moro esattamente noterà quindici
anni più tardi, un forte ridimensionamento della politica di centro
sinistra ai primi momenti del suo svolgimento.
Né
vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori
dell'amministrazione statunitense (e cioè il depotenziamento del centro
sinistra, così esorcizzando le preoccupazioni nutrite da ampi strati del
ceto dirigente e imprenditoriale italiano) e che si situava all'interno di
un disegno strategico più ampio, già evidenziato nelle pagine che
precedono, di stabilizzazione del quadro politico italiano, rispetto al
quale un'involuzione autoritaria costituiva esito estremo e non gradito.
A
tali valutazioni appare opportuno soltanto aggiungere alcune brevi
considerazioni sull'unico (o almeno il principale) punto della vicenda che
non appare ancora sufficientemente chiarito: e cioè l'esistenza e (quindi)
il mancato ritrovamento della lista delle persone che allo scattare
operativo del Piano (il giorno "x") sarebbero state enucleate e
forzosamente condotte in una località della Sardegna, che oggi può
sicuramente identificarsi nella base Gladio di Capo Marargiu.
Dell'esistenza
di tale lista vi sono prove testimoniali plurime agli atti della
Commissione parlamentare d'inchiesta a suo tempo istituita; ma tale lista
non fu posta a disposizione della Commissione sul SIFAR, né essa è
compresa nella documentazione resa consultabile nel dicembre 1990.
Alcuni
ufficiali superiori del SIFAR affermarono che la spedizione fu effettuata a
fine di aggiornamento, ma nelle note di trasmissione, reperite nell'ambito
dell'inchiesta amministrativa citata, non si parla di aggiornamento, e
nessun comandante di divisione diede ordini in tal senso.
Il
28 giugno vi fu poi una riunione a Roma, dedicata esclusivamente alla
distribuzione delle liste, alle disposizioni per il fermo, il trasporto ed
il concentramento delle persone che vi erano comprese.
Sempre
secondo le conclusioni della Commissione Lombardi, i nomi dei 731 "enucleandi"
erano tratti da una rubrica "E" (estremisti), istituita nel
1952-53 e dunque l'elenco non conteneva nomi di personalità politiche, ma
soltanto di possibili sabotatori ed eversori.
La
Commissione parlamentare d'inchiesta Alessi, però, recepì indicazioni
diverse, tra le quali la testimonianza del col. Bianchi, il quale affermò
di aver personalmente incluso nelle liste anche nomi di
"persone
che svolgevano una normale attività politica, ma che soprattutto per la
posizione organizzativa rivestita nell'ambito di organizzazioni di
opposizione, potevano assumere, in certe evenienze, un ruolo di grande
rilievo"[15].
Sulla
base di questa e di altre testimonianze, la relazione di minoranza giunge
alla conclusione che le liste consegnate il 28 giugno non contenessero 731
nominativi, ma un numero non inferiore a 1100-1200.
Una
indiretta conferma della rilevanza del numero delle persone da arrestare
viene anche dal fatto che non si ritennero sufficienti gli aerei, ma si
valutò di dover ricorrere anche a mezzi navali.
La
lista, della cui esistenza non può dubitarsi, non fu consegnata, come si
è detto, alla Commissione parlamentare sugli eventi del giugno-luglio
1964, né è presente tra i documenti desecretati il 28 dicembre 1990, il
che appare una circostanza di rilevante gravità, poiché lascia supporre
che la lista stessa contenesse nomi di parlamentari e dirigenti politici,
la cui pubblicazione renderebbe impraticabile ogni ipotesi tendente a
presentare gli eventi del 1964 come atti tutelativi in previsione di
possibili disordini.
A
confermare l'esattezza di una tale conclusione sta poi, a meditato avviso
della Commissione, un'argomentazione di ordine logico che nasce da una
considerazione complessiva dell'intera vicenda, idonea ad individuare
nell'indebita prassi di controllo e fascicolazione instauratasi presso il
SIFAR dal 1959 un momento comunque (e sia pur latamente) preparatorio della
predisposizione del Piano.
Vuol
dirsi cioè che se la destinazione funzionale del Piano fu quella già
individuata di predisposizione di uno strumento repressivo a fronte della
situazione di estrema tensione sociale ("da
far impallidire il ricordo del luglio 1960", secondo il giudizio
di Nenni), sarebbe davvero illogico ritenere che i risultati dell'attività
informativa, instauratasi da anni presso il SIFAR per iniziativa di De
Lorenzo, non siano stati tenuti presenti nella predisposizione delle liste
degli "enucleandi", inserendo in tali liste anche quelle
personalità sindacali e politiche che della protesta popolare avrebbero
assunto indubbiamente funzione di guida.
Peraltro
nel quadro complessivo che la Commissione va ricostruendo, particolare
rilievo assumono ulteriori elementi che invece, in una considerazione
"isolata" delle vicende dell'estate del '64, hanno avuto
importanza minore.
Il
riferimento è all'arruolamento sia di carabinieri in congedo richiamati
nel quadro di un altro piano riservato, il piano "Sigma", sia (e
soprattutto) di gruppi irregolari di civili reclutati dall'Ufficio REI
dello stesso SIFAR, un ufficio che teoricamente avrebbe dovuto presiedere
alla sicurezza economica e industriale, ma che all'epoca svolse
prevalentemente un'attività di distribuzione di denaro che la
Confindustria, e forse fonti esterne, destinavano ad azioni di
finanziamento di attività anticomuniste.
Su
questi reclutamenti riferiscono alla Commissione parlamentare Alessi il
sen. Parri ed il col. Cerica.
Interrogato
il 1º ottobre 1969, il sen. Parri dichiarò:
"Sono
gruppi di civili, di ex militari, di ex carabinieri, ma anche di [...]
congedati dalla Marina Militare. Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare
questo colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche in funzione
di agenti provocatori, con funzioni di squadre di appoggio dei reparti dei
carabinieri. [...] Ma qui non si tratta neanche di carabinieri, si tratta
di ragazzi di avventura che, messi in contatto con un ufficiale dei
carabinieri, avevano persino avuto un po' di armi, un po' di moschetti,
avevano avuto delle divise"[16].
In
una successiva deposizione, Parri aggiungerà altri dati:
"Questo
particolare dei nuclei di azione [...] si ricollega alle notizie purtroppo
incomplete che si sono avute nei riguardi dei nuclei di azione preparati
dal generale De Lorenzo per appoggiare, se del caso, eventuali colpi di
forza. [...] Coincidono con preparativi, con intese note per altre fonti,
esistenti soprattutto in Torino, per quanto riguarda questi nuclei di
azione, già preparati, tenuti pronti, finanziati sempre - mi rincresce -
principalmente da Valletta, e allestiti per appoggiare le possibili azioni.
E questo incarico dato alla Confindustria non posso dire in che modo
preciso si ricollega, ma rientra peraltro in tale quadro"[17].
A
sua volta, il col. Cerica confermò di aver avuto notizie che il col. Rocca
in quel periodo, per incarico ricevuto, aveva preso contatto in Liguria ed
in Piemonte con ex paracadutisti ed ex marinai, ma non escluse che potesse
averlo fatto per compiti di natura informativa.
Più
in particolare, deponendo il 1º aprile 1968 dinanzi alla Commissione
Lombardi, Cerica riferisce, in un brano coperto fino al dicembre 1990 da
segreto politico-militare, che nell'autunno 1963 aveva avuto notizia che a
Genova e Torino elementi del centro di controspionaggio stavano reclutando
elementi già appartenenti alla X MAS e al Battaglione S. Marco[18].
La
Commissione parlamentare Alessi non approfondì sufficientemente il
problema che, peraltro, oggi, alla luce della documentazione
successivamente emersa sulla struttura Gladio assume una rilevanza
ben superiore.
Gli
elementi di continuità rispetto a fenomeni anteriori e di contiguità con
la vicenda Gladio sono davvero innegabili, mentre la utilizzazione da parte
del colonnello Rocca di risorse provenienti da gruppi finanziari privati
rimanda a fenomeni come Pace e Libertà e a personaggi di frontiera come
Luigi Cavallo[19].
Emerge
quindi, in termini inequivoci, con riferimento allo specifico periodo
considerato l'esistenza di una pluralità di reti clandestine aventi tutte
le medesime caratteristiche ed in particolare quella di essere tutte
(almeno quelle fin qui considerate) nella disponibilità del servizio
segreto militare. Sicché, dal punto di vista dell'analisi ricostruttiva in
cui la Commissione è impegnata, giova assai poco domandarsi se si sia
trattato di un'unica rete articolata su più livelli, ovvero di più reti
collegate dall'unicità di comando, atteso che in entrambe le ipotesi la
potenzialità operativa non sarebbe cambiata. E ciò è quello che conta.
Un
tal tipo di verifiche consente quindi alla Commissione di confermare
l'esattezza di valutazioni già espresse in ordine alla struttura Gladio.
Il riferimento è innanzitutto alla strutturazione di Gladio, in funzione
alla sua capacità di attivare una mobilitazione più ampia rispetto al
numero noto degli arruolati, e, insieme, alla "presupposizione di
Gladio" da parte di altre vicende, che pur non riconducibili alla
storia della struttura clandestina divengono pienamente comprensibili solo
in funzione della coesistenza di questa.
In
tale prospettiva la stessa discussione in ordine alla destinazione di
Gladio allo scopo (pretesamente unico) di contrastare dalla retrovie forze
di invasione di parte del territorio nazionale, perde di importanza e forse
anche di senso, una volta che è certa la compresenza di altre reti
clandestine, certamente create con scopi e per finalità diverse.
Un'ultima
considerazione è infine dovuta.
Le
vicende dell'estate del 1964 accentrano intorno alla figura di Aldo Moro un
momento in cui gli avvenimenti della storia visibile del Paese subiscono
un'intensa torsione per effetto di vicende sotterranee: un fenomeno che si
ripeterà, con esiti questa volta sanguinosi e tragici, tredici anni più
tardi, come punto di arrivo della drammatizzazione complessiva che la
vicenda nazionale conoscerà nel periodo.
[1] R. Nicolò - Diritto civile, in Enciclopedia del diritto, Milano, 1964.
[2] Avanti!, 26 luglio 1964.
[3] Gli atti della Commissione Beolchini sono pubblicati in: Atti Parlamentari, X legislatura, Commissione Stragi, Doc. XXIII, n. 25, vol. II, pagg. 28-29.
[4] Ibidem.
[5] Si veda C. Gatti - Rimanga tra noi - Milano, Leonardo, 1991, pag. 55.
[6] Ibidem, pp. 56/57.
[7] Roberto Faenza - Il Malaffare - Milano, Mondadori, 1978, pag. 310.
[8] Commissione Stragi cit. vol. cit. Commissione Beolchini, verbale della seduta del 15 febbraio 1967, pag. 242-243.
[9] Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, atti parlamentari, V legislatura, relazione di maggioranza, Doc. XXIII, n. 1, vol. I, pagg. 590-591.
[10] Commissione Stragi, cit. vol. I, pag. 42.
[11] Ibidem, p. 19.
[12] Ibidem, p. 20.
[13] Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Montenevoso a Milano (a cura di Francesco M. Biscione) - Roma, Coletti, 1993, pag. 45.
[14] Ibidem, pag. 46.
[15] Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, Relazione di minoranza, pag. 145.
[16] Commissione parlamentare di inchiesta, cit., Relazione di maggioranza, cit., 556-557.
[17] Commissione parlamentare cit., Relazione di minoranza, pag. 165.
[18] Commissione Stragi, cit., Doc. XXIII, n. 25, vol. IV, p. 260.
[19] Luigi Cavallo collaborò con Edgardo Sogno alla predisposizione dei "Comitati di resistenza democratica" la cui attività ufficiale era diretta a mobilitare l'opinione pubblica per impedire l'ingresso dei comunisti al governo ma il cui vero obiettivo sarebbe stata un'azione diretta a condizionare il Presidente della Repubblica per costringerlo a sciogliere il parlamento ed a nominare un governo provvisorio con il fine di instaurare un regime di tipo autoritario.
COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLE CAUSE DELLA
MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI
JOHANNESBURG
3
MARZO 1997
Presidenza
del Presidente PELLEGRINO
L'audizione
ha avuto luogo a Johannesburg, presso una sala conferenze dell'Hotel Park
Hyatt, dinanzi ad una delegazione della commissione composta dal presidente
Pellegrino, dal senatori Castelli, Cò, De Luca Athos, Manca, Palombo e dai
deputati Carotti, Corsini, Fragalà, Grimaldi, Leone e Tassone.
INCHIESTA
SU STRAGI E DEP1STAGGI: AUDIZIONE DEL GENERALE GIAN ADELIO MALETTI
PRESIDENTE.
Voglio subito sottolineare che l'audizione si tiene grazie alla
disponibilità del generale Maletti, che ringrazio, già manifestata nella
scorsa legislatura e poi ribadita in questa.
Il
generale Maletti conosce l'ipotesi di lavoro, all'esame della Commissione,
perché in previsione dell'audizione gli ho inviato la proposta di
relazione di cui stiamo discutendo. Quindi, penso si renderà conto di
quali siano i motivi per cui la Commissione ritiene importante ascoltarlo.
In
questo mosaico degli eventi della fine degli anni '60 e della prima parte
degli anni '70, che stiamo cercando faticosamente di ricostruire, la
posizione del generale si presenta quasi in un ruolo di cerniera perché,
da un lato, indaga e sconfigge una serie di deviazioni istituzionali che si
erano verificate nel periodo precedente; dall'altro però, nel riferire
all'autorità giudiziaria, non espone l'intero risultato delle indagini
effettuate. Sulle indagini su piazza Fontana finisce per coprire una serie
di responsabilità che riguardano la posizione di Giannettini, Pozzan, la
chiusura della fonte Casalini, le istruzioni date a Labruna
sull'atteggiamento più opportuno da seguire nel processo. Credo che la
Commissione vorrebbe sapere, per completare tale mosaico, il motivo per cui
tutto questo avviene. Devo dire - è una mia valutazione, ma credo sia
condivisa da molti presenti - che il curriculum
del generale Maletti esclude che abbia fatto questo per un interesse
personale.
Nel
1980, nel rilasciare una intervista al quotidiano "Paese Sera"
-se non sbaglio - sia pure parlando dell'ammiraglio Casardi, sembra che in
qualche modo parli di se stesso
perché sottolinea che chi ha responsabilità nel settore dello spionaggio
e del controspionaggio spesso può trovarsi nell'angoscioso dilemma tra
l'osservanza formale della norma e il tenere invece un comportamento
diverso che però ritiene funzionale ad un interesse superiore di sicurezza
della nazione. Quindi, sarei portato a pensare che alcuni comportamenti
sono stati da lei tenuti perché in quel momento sono stati ritenuti
confacenti ad un interesse superiore, un interesse di sicurezza dello Stato
e della nazione.
Vorremmo
sapere quale è stata la sua valutazione in quella fase e soprattutto se vi
furono input che vennero dal
vertice di responsabilità politica o se non ci sono stati anche quadri più
ampi.
In
una intervista a proposito della vicenda di Giannettini, ad esempio, lei
affermò che l'intervento del Servizio era stato dettato dalla volontà di
seguire una segnalazione proveniente da un Servizio straniero. Ecco,
vorremmo avere questo quadro, perché mi sembra - aggiungo una valutazione
a titolo personale - che alla fine lei si sia addossato croci che non erano
sue, cioè si sia assunto responsabilità che non aveva. Tutto ciò che in
qualche modo lei evitava venisse accertato, atteneva ad una responsabilità
di un periodo precedente. Lo stesso esito della vicenda giudiziaria che la
riguardava colpisce per la sua severità: in fondo, per quanto riguarda
quel fascicolo Mi.Fo.Biali, in disparte gli accertamenti sul suo ruolo
fatti dai giudici, la mia valutazione è che non ci fossero questi
importantissimi segreti per la sicurezza dello Stato e che la vicenda
politica fosse abbastanza marginale (poi si è rivelata inconsistente
quella di Foligni); si riscontrarono invece le malefatte da parte di alti
ufficiali della Guardia di finanza.
Quindi
il fatto che quella documentazione sia poi finita nella disponibilità di
Pecorelli non mi sembra abbia arrecato un grande danno all'interesse della
nazione. La pronuncia finale di condanna colpisce per la sua severità; è
come se in qualche modo lei fosse stato giudicato nel complesso della sua
attività e attraverso lei sia stato giudicato tutto un mondo che
indubbiamente meritava sanzione.
La
Commissione è nella fase finale del suo lavoro. Personalmente ritengo che
un grande paese non debba mai avere paura della sua storia e, ad un certo
momento, abbia il diritto di conoscerla per intero; nello stesso tempo, se
lei vorrà chiarirci gli aspetti che ancora rimangono oscuri, adempirà ad
un dovere anche verso se stesso, definendo in modo più approfondito quale
è stato il suo ruolo in tutta questa vicenda.
Le
farò successivamente altre domande, ma per il momento le do subito la
parola.
MALETTI.
Presidente, la ringrazio per
le parole che lei mi ha rivolto; cercherò di entrare immediatamente nel
vivo della questione.
Non
avevo una agenda politica quando assunsi la direzione del Reparto D del Sid;
ho trovato una situazione alla quale non mi sono adattato e alla quale ho
cercato di dare un maggiore dinamismo sotto il profilo del successo del
Servizio nella ricerca degli eversori o dei nemici del paese nel settore
dello spionaggio.
Il
Presidente mi ha chiesto se vi fossero direttive politiche in materia ed io
posso dire di non averne mai ricevute, ma di aver ricevuto direttive dal
mio caposervizio dell'epoca, il generale Miceli, il quale, quando tornai
dall'incarico di addetto militare ad Atene nel 1967 (quindi quattro anni
prima che assumessi l'incarico di capo del Reparto D e un anno prima che il
famoso gruppo eversivo andasse in Grecia, non so esattamente a svolgere
cosa), mi chiese di presentare una relazione dettagliata del modo con il
quale il colpo di Stato, cosiddetto dei colonnelli, venne effettuato in
Grecia; in realtà, non presentai né compilai mai tale relazione perché,
inviato a comandare un reggimento, avevo ben altre preoccupazioni in quel
momento.
Comunque,
voglio chiarire che non ho mai collaborato con i colonnelli greci, che
certamente avrebbero fatto a meno della mia collaborazione, anzi ho
segnalato la possibilità di un golpe
militare in Grecia fin dal 15 gennaio 1967 al Servizio informazioni
della difesa, quindi con tre mesi di anticipo rispetto all'avvento del
regime dei colonnelli.
Detto
questo, vorrei precisare che da parte del generale Miceli non ho ricevuto
direttive di carattere politico, ma di carattere operativo; non posso dire,
pertanto, che vi fosse una matrice politica in tali direttive, anche se
potevo immaginarlo.
Il
Presidente mi ha poi chiesto ulteriori spiegazioni, di cui adesso non
ricordo l'ordine logico pertanto pregherei il Presidente di rivolgermi
delle domande così da rimettermi sul giusto binario.
PRESIDENTE.
Nel momento in cui il grosso rapporto sul golpe
Borghese viene depurato e sfrondato, e solo in parte viene inviato
all'autorità giudiziaria, lei aveva avuto contatti con il vertice politico
o aveva ricevuto direttive di altro tipo? Si tratta invece di una sua
scelta personale? Vorrei sapere, quindi, perché esso viene sfrondato,
perché - come scrisse all'epoca Pecorelli - si passa dal "malloppone"
al "malloppino".
MALETTI.
Faccio riferimento ad alcuni
appunti che ho preso soltanto questa mattina, relativi proprio a quanto lei
mi chiede, Presidente. Il rapporto completo, che possiamo definire il
"malloppone", venne compilato da parte del colonnello Romagnoli
su mio ordine e evidentemente dopo i contatti con le necessarie fonti;
esaminai tale rapporto nella sua interezza e mi sembrò abbastanza
esplosivo per il generale Miceli, che all'epoca - ripeto - era il mio
caposervizio. Chiesi, quindi, un colloquio, scavalcando il generale Miceli,
direttamente al ministro della difesa Andreotti al quale mostrai il
fascicolo completo, affermando che esso doveva essere completato e
confermato. In questo colloquio, durante il quale eravamo presenti solo in
due, Andreotti e il sottoscritto, nell'ufficio del Ministro della difesa in
un pomeriggio di luglio o di agosto del 1974 (se non ricordo male), il
ministro Andreotti approvò che certi nomi non venissero comunicati
all'autorità giudiziaria, in quanto i nostri accertamenti erano incompleti
e le informazioni relative al convolgimento di alcuni generali ancora in
gran parte incontrollate. Le indagini giudiziarie, a mio parere premature,
su un certo numero di alti ufficiali in posizione di comando avrebbero
determinato una reazione negativa nelle Forze armate e una crisi di fiducia
nel paese; per reazione negativa intendevo - non voglio parlare di un
possibile golpe - il verificarsi
di dimissioni a catena, o qualcosa del genere, che avrebbe gravemente
influito sulla vita e sul morale delle Forze armate. Uno degli alti
ufficiali citati dalle fonti fino a poche settimane prima aveva ricoperto
un delicato incarico all'estero. La rivelazione del suo nome avrebbe potuto
provocare spiacevoli perplessità anche in campo internazionale; su ciò il
ministro Andreotti concordò specificamente.
A
proposito dei nastri smagnetizzati, se posso, vorrei aggiungere quattro
punti. Innanzitutto, desidero ricordare un episodio: nella riunione tenuta
dal ministro Andreotti nel suo ufficio privato, all'inizio dell'agosto del
1974, erano presenti l'ammiraglio Casardi, l'ammiraglio Henke, un altro
alto ufficiale di cui in questo momento non ricordo il nome ed il
sottoscritto; lo scopo era quello di esaminare il rapporto sugli eversori
della destra extraparlamentare. Il capitano Labruna, il tenente colonnello
Romagnoli e due sottufficiali dei carabinieri erano stati convocati per
operare il registratore con i nastri dei colloqui di Labruna, di Romagnoli
e di varie fonti. Ad un certo punto, con evidente sorpresa del capitano
Labruna, l'audizione venne interrotta perché, come disse il capitano, un
inatteso guasto aveva reso inutilizzabile il resto della registrazione.
Dopo qualche tentativo di rimediare l'inconveniente, il Ministro fece
allontanare Labruna, Romagnoli e i sottufficiali e rinunciò all'ascolto.
Il motivo dell'interruzione, che mi contrariò fortemente, non fu mai
chiarito dal capitano Labruna.
In
secondo luogo, allorchè una fonte nell'autunno del 1974 segnalò che
sarebbe stato possibile registrare la conversazione di alcuni estremisti di
destra coinvolti in un nuovo progetto eversivo, conversazione che si doveva
svolgere durante una colazione alla periferia di Roma, alla quale la fonte
stessa avrebbe partecipato, Labruna predispose accuratamente, così mi
venne assicurato, un piano di intercettazione ed ascolto. L'operazione fallì,
o fu fatta fallire, per il mancato funzionamento delle apparecchiature
indossate dalla fonte.
In
terzo luogo, dichiaro la mia totale estraneità ad ogni distruzione o
smagnetizzazione dei nastri registrati dal capitano Labruna o da altri alle
mie dipendenze. Voglio aggiungere altresì che non ho mai ascoltato
direttamente quei nastri e, quindi, non ne conoscevo il contenuto completo,
se non nella trascrizione preparata dal colonnello Romagnoli.
In
quarto luogo, non mi risulta che il nome di Licio Gelli fosse emerso,
all'epoca, nelle dichiarazioni di fonti in relazione ai progetti eversivi.
PRESIDENTE.
Questo attiene al passaggio dal
"malloppone" al "malloppino", ma può fornirci
chiarimenti per quanto riguarda tutta l'attività di copertura di
Giannettini, Pozzan, la chiusura della fonte Casalini, le istruzioni
manoscritte che sono state rintracciate, da lei date a Labruna, per tutto
quello che riguardava l'inchiesta di piazza Fontana? Come lei sa, in sede
pubblicistica, sono state attribuite ad alti ufficiali dell'esercito
dichiarazioni nel senso che la strage di piazza Fontana era stata voluta
dall'ufficio Affari riservati del Ministero dell'interno e che poi, dal
1972 in poi, il Sid svolse soprattutto un'opera di copertura. Quali furono
le ragioni che spinsero il Sid a coprire Giannettini, Pozzan e a chiudere
la fonte Casalini? Sostanzialmente si tratta di fatti ormai accertati, ma
la commissione si domanda quali siano state le ragioni.
Perché
non si voleva che quella pista venisse perseguita fino in fondo,
indipendentemente poi dall'esito cui avrebbe potuto portare l'indagine in
quella direzione?
MALETTI.
Iniziamo con le annotazioni a
margine dell'interrogatorio dibattimentale nel processo sulla strage di
piazza Fontana; parlo del luglio 1977, allorchè nel tribunale di Catanzaro
fui interrogato per circa una intera settimana. Due settimane dopo il mio
interrogatorio avrebbe dovuto parlare il capitano Labruna che, in quel
periodo, era particolarmente nervoso ed incerto su quello che doveva dire e
mi chiese di venire a casa mia per discutere la deposizione che avrebbe
dovuto fare e le risposte che avrebbe dovuto fornire in sede di corte. Sul
documento, in riproduzione fotografica, scrissi alcune annotazioni che
dovevano servire a chiarire i ricordi a Labruna (direi che a quel tempo
egli non avesse una gran memoria, al contrario di oggi). A lui serviva
soprattutto un appoggio in modo tale da non cadere in contraddizione
rispetto alle mie dichiarazioni. Io non ho mai forzato, però, il capitano
Labruna a rilasciare una dichiarazione piuttosto che un'altra; si trattava
soltanto di una serie di annotazioni che potrebbero essere interpretate
come un invito ad obbedirmi, ma di fatto non lo erano. Era una sua scelta,
quindi, di servirsi delle mie annotazioni o di trascurarle.
Si
parla poi del gravissimo episodio della chiusura della fonte Casalini.
Innanzitutto, non esiste una indicazione - se la memoria non mi tradisce e
se ho letto attentamente questo documento - dalla quale risulti che io
abbia ordinato la sua chiusura. Il discorso è un po' diverso, almeno a
giudicare da quanto è scritto su questo documento (perché io non lo
ricordo). A pagina 214 della proposta di relazione del Presidente, si
afferma che un mio appunto dell'epoca riguardava il caso Padova, che
Casalini voleva scaricarsi la coscienza, che essi operavano convinti
dell'appoggio del Sid (se fossero stati realmente convinti riguardava loro,
ma certamente non li abbiamo mai appoggiati). "Colloquio con il
Ministro della difesa, prospettando tutte le ripercussioni": anche
questo mi sembra logico perché il capo del Servizio doveva riferire al
Ministro della difesa, dal quale dipendeva, quali potevano essere gli
inconvenienti o gli sviluppi di un discorso più o meno attendibile di una
fonte, che comunque avrebbe coinvolto responsabilità del Servizio o di
altri organi di sicurezza dello Stato. "Convocare D'Ambrosio": io
non mi rendo conto di cosa ciò significhi. Se ci si riferisce al giudice
D'Ambrosio, mi sembra molto strano che si possa fare tale convocazione
presso un Servizio informazioni. Non so se, visto che sono trascorsi
venticinque anni, D'Ambrosio fosse un ufficiale o un'altra persona.
"Incarico al gruppo carabinieri di procedere": sì, lo feci,
perché ormai il Casalini parlava alla giustizia. I carabinieri, quindi,
svolgevano ormai la loro piena funzione di polizia giudiziaria e potevano
seguire essi stessi il caso, indipendentemente dal fatto che questa fonte
fosse del Servizio. Chiaramente qui non mi risulta che la fonte Casalini
sia stata chiusa e, se ciò è avvenuto, non è stato su mio ordine, a meno
che la mia memoria non mi tradisca.
PRESIDENTE.
Anche in sede giudiziaria, in cui l'episodio è stato a lungo analizzato
dal giudice istruttore di Milano Salvini, si è parlato di chiusura della
fonte perché nel suo appunto manoscritto vi è: "Trattazione futura:
chiudere entro giugno". Da qui è avvenuta la ricostruzione del
documento, come se esso esprimesse preoccupazione per ciò che Casalini
avrebbe potuto dire. "Colloquio con il Ministro della difesa,
prospettando tutte le ripercussioni". D'Ambroslo è un ufficiale
dell'esercito. "Chiudere entro giugno" è stato inteso come
chiusura della fonte perché, in effetti, ad un certo punto la fonte
Casalini realmente viene chiusa; gli operatori in contatto con tale fonte,
infatti (uno era stato ascoltato dal giudice, mentre un altro era morto
poco prima), dicono di non voler sapere altro. Di fatto, questa fonte
informativa non produce più, mentre stava cogliendo un aspetto importante
della fase operativa della cellula veneta.
MALETTI.
Ciò mi chiarisce un ricordo,
che era completamente scomparso dalla mia memoria. E’ possibile, anzi
senz'altro sarà così, che abbiamo chiuso la fonte Casalini, ma ciò
comunque non vuol dire la rinuncia da parte delle autorità di pubblica
sicurezza, ossia i carabinieri, ai quali avevamo passato l'incarico, dopo
il centro di Padova, a continuare le indagini e naturalmente a valersi -
almeno spero - della documentazione raccolta fino a quel tempo dal gruppo
di Padova, dal tenente colonnello Bottallo. Nella prassi del Servizio è
normale che, quando una fonte inizia a "sapere di bruciato", essa
si chiuda: ciò è avvenuto in tutti ì casi, in tutti i Servizi del mondo.
Essa non può essere mantenuta per ovvie ragioni, perché la fonte può
danneggiare il Servizio e le sue altre ramificazioni e fonti.
A
pagina 155 della proposta di relazione del presidente Pellegrino, noto
un'affermazione che mi ha stupito, vicino alla quale ho posto due punti
Interrogativi: "La stessa cosa era avvenuta per gli accertamenti su
Gelli, attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente, sempre da Maletti che
ne viene trasversalmente informato dal capitano Tuminell (che non avevo mai
conosciuto) o dallo stesso Labruna tramite Viezzer, con la minaccia della
restituzione all'arma territoriale di chiunque avesse continuato a svolgere
accertamenti sul personaggio". Ora lo dico che ciò è falso, perché
non ho mai ordinato di bloccare accertamenti su Gelli e mai ho minacciato
di restituire un ufficiale o un sottufficiale all'arma territoriale per
punizione, per fatti del genere. Posso avere indicato la mia intenzione di
restituire all'Arma personale che non fosse efficiente, ma mai ho formulato
minacce del genere le quali, tra l'altro, avrebbero costituito un tallone
di Achille perché, nell'ambíto dell'Arma dei carabinieri, indubbiamente
vi sarebbe stata una ritorsione nei miei confronti per un provvedimento di
carattere amministrativo interno così ingiusto.
Nella
proposta di relazione si afferma inoltre: "Tenente colonnello Del
Gaudio, anch'egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti". Mi
chiedo come avrei potuto sapere, io che sono piduista solo di nome, che il
tenente colonnello Del Gaudio - che comunque conoscevo, come comandante del
gruppo carabinieri di Padova - fosse lui stesso piduista e di totale
affidabilità. lo mi fidavo degli ufficiali dei carabinieri - e
probabilmente me ne fido ancora adesso, nonostante qualche delusione subita
nel frattempo - e mi fidavo quindi anche del tenente colonnello Del Gaudio,
così come di qualsiasi altro comandante di gruppo, da Bolzano fino a
Trapani. Affermare che io sapessi che il tenente colonnello Del Gaudio era
piduista è un'illazione crudele nei miei confronti, un'accusa che mi si
vuole addossare senza prova e contro la prassi secondo la quale, in una
società segreta (come pare fosse la P2) i componenti non si conoscono a
vicenda; certamente non esiste un bollettino dei membri, un elenco degli
amici o dei meno amici. Volevo sottolineare questo punto perché ho
ritenuto tale cosa molto scorretta nei miei confronti, come accusato.
Anche
la questione del "malloppone" e del "malloppino"
ritengo sia degna di essere sollevata in questa sede, se il Presidente me
lo permette. Non mi ricordo - mi riferisco a pagina 170 della proposta di
relazione - se il Labruna mi abbia mai consegnato una relazione del
giornalista Guido Paglia sul ruolo svolto
da Avanguardia nazionale nel golpe Borghese; se l'avessi avuta, l'avrei
fatta utilizzare, almeno per quello che mi interessava, per la stesura di
quelli che Mino Pecorelli coloritamente chiamò il "malloppone" e
i "malloppini", come il Presidente ci ha ricordato. Vorrei
precisare che tali termini non furono inventati da Pecorelli, perché essi
venivano usati nell'ambito molto ristretto della direzione del reparto D ed
erano noti a me stesso, a Viezzer, a Labruna, al colonnello Romagnoli (che
ha il merito effettivo di averli inventati) e probabilmente ai
sottufficiali che avevano effettuato le registrazioni. Il "malloppone"
era il rapporto completo; i "malloppini" erano invece stralci che
però non erano necessariamente più piccoli, più smilzi, se non nel
numero delle pagine, e certamente non nella parte informativa, rispetto al
"malloppone". Si trattava, quindi, di stralci dal lavoro più
consistente, chiamato appunto "malloppone". E’ stato stralciato
dall'elenco delle persone coinvolte soltanto un certo numero di nomi di
ufficiali, come ho detto poc'anzi, sui quali non esisteva assolutamente la
certezza che fossero coinvolti. Non mi sembra che all'epoca vi fossero nomi
di politici, e non credo pertanto che tali nomi possano essere stati
stralciati. Devo dire però che il "malloppone" è stato redatto
non da me, ma dal tenente colonnello Romagnoli, della cui serietà ero
sicuro; potrebbe anche darsi che, durante la redazione, certi stralci
fossero stati fatti, forse con la stessa buona intenzione di non fare
"di ogni erba un fascio", inserendo nominativi di persone che
avevano avuto solo qualche vaga connessione con quelle vicende, insieme ai
nomi di persone che invece erano coinvolte profondamente.
PRESIDENTE.
Per quello che riguardava la valutazione dell'appunto in ordine alla fonte
Casalini, non so se lei ha avuto modo di leggere la sentenza del giudice
Salvini; le valutazioni che lei ha letto nella proposta di relazione
provengono in gran parte da lì. Si tratta di una valutazione dell'episodio
che è stata fatta in sede giudiziaria. Il discorso del tenente colonnello
Del Gaudio si collegava anche al fatto che questo ufficiale dei carabinieri
era molto amico del padre di Casalini, che era un direttore di banca.
Pertanto, in sede giudiziaria, viene fatta la ricostruzione secondo cui Del
Gaudio, tramite l'amicizia con il padre, doveva dissuadere Casalini dal
continuare nella linea collaborativa. Questa è la valutazione della
vicenda che venne fatta in quella sede.
Vorrei
tornare ad esaminare, facendo un passo lateralmente, il problema delle
coperture di Giannettini e di Pozzan. E’ evidente, infatti, che
quell'appunto ritrovato (quello relativo a Casalini) assume tutto un
rilievo ed è oggetto di una valutazione perché è all'interno di un
mosaico composto anche da altre tessere.
Generale
Maletti, preferisce che riguardo a Giannettini le rivolga delle domande
precise, oppure che parli lei liberamente?
MALETTI.
Preferirei delle
domande precise.
PRESIDENTE.
In quali anni e in quali occasioni lei apprese che Guido Giannettini era in
contatto con estremisti di destra, accusati di strage, come Franco Freda e
Giovanni Ventura? Chi le ordinò di proteggere Giannettini e di
organizzarne la fuga a Parigi e di continuare a stipendiarlo nonostante
fosse ricercato dalla magistratura di Milano che ipotizzava per lui reati
gravissimi? L'onorevole Andreotti, nella ben nota intervista al
"Mondo" del 20 giugno 1974, affermò che la protezione di
Giannettini fu decisa in una apposita riunione tenutasi a Palazzo Chigi;
successivamente negò di aver parlato di Palazzo Chigi, ma confermò di
aver detto che tale decisione fu presa in sede politica superiore.
La
spiegazione complessiva che le chiedo, quindi, è se la decisione di
proteggere o no un informatore del Servizio fosse così scottante da
indurre uomini di Governo a riunirsi per stabilire come agire nel merito.
Sotto qualche profilo, tutto questo può valere anche per la fuga di Pozzan,
su cui la versione originaria data da Labruna non sta reggendo alle
verifiche giudiziarie. come ricordavo prima, in un articolo pubblicato da
"L'Espresso" l’11 aprile 1976, a firma di Fabiani, le viene
attribuita la seguente frase: "Siamo stati convinti ad agire in quel
modo dalle pressioni di un servizio segreto amico". Se non vi fosse
stata tutta questa attività, probabilmente l'appunto sulla fonte Casalini
avrebbe assunto un livello diverso, per il tipo di valutazioni che si fanno
in sede giudiziaria. Un fatto illumina l'altro, a volte può accadere anche
che lo illumini di una falsa luce. Su questo noi vorremmo delle
spiegazioni.
MALETTI.
Per quanto riguarda Giannettini,
sono convinto che si trattasse di una pressione in sede politica, di cui
tuttavia ignoro la firma. So comunque che il generale Miceli suggerì o
piuttosto autorizzò che la fonte venisse protetta fino in fondo. In una
riunione tenuta a palazzo Baracchini con i due precedenti capi del Reparto
D, Gasca e Viola, nel giugno 1974, e conclusasi con una successiva riunione
nell'ufficio accanto a quello del generale Miceli, fu deciso di coprire
Giannettini e di aiutarlo a non svelare la sua qualità di fonte, in altre
parole di aiutarlo ad andare all'estero. Questa è una direttiva ricevuta a
suo tempo da me e naturalmente trasmessa ai miei dipendenti.
PRESIDENTE.
Si tratta di una direttiva trasmessa dal capo del Servizio?
MALETTI.
Sì, dal capo del Servizio; che
quest'ultimo abbia affermato che la direttiva era di una personalità
politica, non posso confermarlo, ma ritengo questa sia la versione più
accettabile.
PRESIDENTE.
Per quanto riguarda il riferimento al Servizio straniero, cosa può dirci?
MALETTI.
Si
trattava del Servizio spagnolo, che allora seguiva determinati
orientamenti.
PRESIDENTE.
Era normale che si attribuisse rilievo addirittura
ad una pressione di un Servizio straniero, come quello spagnolo? Se
fosse stato il Servizio americano, ci saremmo meravigliati di meno!
MALETTI.
La collaborazione del
Servizio era piuttosto attiva con i vari corrispondenti Servizi stranieri,
tra i quali ovviamente quello americano, quello israeliano; con altri era
minore. Quello spagnolo aveva qualche collegamento con noi, non di grande
rilevanza, ma potevano esserlo nel senso che, favorendo il Servizio di un
paese come la Spagna, in un regime come quello dell'epoca, potevamo avere
facilitazioni probabilmente nella ricerca di elementi eversivi e di
fiancheggiatori non soltanto in Spagna ma anche in altri paesi. Si trattava
di quello che viene definito do ut
des, una normale collaborazione al termine della quale avremmo avuto
dei vantaggi, pur subendo certi rischi.
PRESIDENTE.
Cosa stava dicendo in relazione a Pozzan?
MALETTI.
Per quanto riguarda Pozzan, la
questione è semplice e complessa nello stesso tempo. Pozzan era stato
avvicinato a Padova dal capitano Labruna, il quale di ritorno da quella
città mi disse che si sarebbe trattato di un elemento utile se l'avessimo
aiutato ad andarsene: "D'altra parte - testuali parole - è un
poveraccio che soffre di ulcera allo stomaco e che in prigione ha sofferto
molto (si trattava di carcerazione preventiva e poi ovviamente, a
quell'epoca, era stato liberato) e se noi lo aiutiamo potrà esserci utile.
Lo mandiamo all'estero, cercando di falsificarne il passaporto".
Dopodiché la cosa è stata fatta perché i passaporti potevano essere
facilmente ottenuti, per motivi di servizio, dall'apposito organo del
Ministero degli esteri e il nome è stato cambiato, non so da chi, in
Zanella e così il giovanotto è stato accompagnato in Spagna dal
maresciallo Esposito, il quale avrebbe dovuto restare più a lungo in
questo paese per osservarlo, ma il Zanella si "squagliò"
prontamente.
PRESIDENTE.
Quindi, complessivamente lei stacca un episodio dall'altro e nega che il
Servizio abbia fatto un'opera di copertura complessiva della pista padovana
e che questo sia stato fatto per fare un piacere, ad esempio, all'ufficio
Affari riservati dal Ministro dell'interno, ipotesi che nella pubblicistica
e, per la verità, anche in sede giudiziaria, è stata più volte avanzata.
In
un'intervista che ho letto qualche giorno fa, lei ha definito il dottor
D'Amato ineffabile, in una audizione di alcuni giorni fa ci è stata
portata la prova documentale di rapporti quasi organici del dottor D'Amato
con il servizio segreto statunitense nell'immediato dopoguerra. Su tutto
questo, che poi finisce per essere la cornice complessiva su cui noi stiamo
cercando di ricostruire le vicende di questo passato, lei cosa ci può
dire?
MALETTI.
Non sapevo che D'Amato avesse un
rapporto organico, o quasi organico, con i Servizi informativi degli Stati
Uniti; potevo immaginarlo perché anche lo avevo un rapporto, come ho detto
prima, piuttosto intenso con uno dei due servizi americani rappresentati a
Roma. L'ho definito ineffabile, ma probabilmente all'epoca ho usato un
aggettivo che non era particolarmente calzante, ineffabile forse perché il
dottor D'Amato era un esperto di cucina e gran parte delle sue
conversazioni vertevano su ricette, almeno quelle che teneva con me.
Per
quanto riguarda la collaborazione tra il mio Reparto e l'ufficio Affari
riservati, era minima, e dominata - credo - da una reciproca diffidenza.
Non ho mai cooperato il dottor D'Amato o l'ufficio Affari riservati sulla
questione relativa alla pista padovana; non abbiamo usato Giannettini e
Pozzan, o meglio non li abbiamo "esportati", con la speranza di
coprire o cancellare la pista padovana.
PRESIDENTE.
Secondo ricostruzioni giudiziarie recenti sarebbe stata accertata
l'esistenza di una rete Cia nell'Italia settentrionale, a stretto contatto
con la rete eversiva costituita da alcuni elementi aderenti ad Ordine
Nuovo. E’ sembrato che questa attività si esplicasse in una prima fase
in un controllo senza repressione. Invece, ulteriori avanzamenti
dell'indagine starebbero facendo ipotizzare addirittura un appoggio
operativo da parte della rete statunitense a favore del gruppo Ordine
Nuovo. Lei ebbe notizia di questa attività illegale, perché era un
servizio segreto amico nel nostro territorio, oppure era un fatto noto
all'interno del Sid? Se ne eravate a conoscenza, l'autorità politica a sua
volta ne era a conoscenza?
MALETTI.
No, non conoscevo l'esistenza di
questa rete della Cia e dei contatti con Ordine Nuovo; quindi, non posso
neanche dire se l'autorità politica ne fosse a conoscenza. Sapevo di certi
contatti piuttosto strani che l'addetto militare degli Stati Uniti aveva
con giovani ufficiali italiani in un certo periodo (mi pare intorno al
1969-1970) nel Nord Italia, ma non si è mai potuto accertare di che natura
fossero le riunioni e le colazioni, che comunque durarono soltanto lo
spazio di una estate, nell'Italia nordorientale.
PRESIDENTE.
Sono noti i contrasti che vi furono tra lei e il generale Miceli.
Nell'organizzazione giornalistica vennero visti come un riflesso del
contrasto tra Moro e Andreotti: lei su questo ci può dire nulla?
MALETTI.
Presidente, io sono sempre
stupito dell'insistenza con la quale la stampa e anche qualche mio
conoscente, parlano di una mia amicizia con l'onorevole Andreotti. Io ho
incontrato l'onorevole Andreotti tre o quattro volte in tutta la mia vita e
non ho mai avuto particolari motivi di amicizia o di collaborazione con
lui, al di fuori di quella in qualità di interprete nel 1963 (se non
sbaglio) durante una riunione Nato ad Atene, della presentazione della
relazione "malloppo" (chiamiamola così) nel giugno-luglio (non
so), e della riunione presso l'ufficio di Andreotti stesso a quel tempo,
cioè nell'agosto del 1974, cosa di cui ho già parlato. Che ci fosse un
contrasto Andreotti-Moro, questo non mi interessa, non riguarda il
Servizio. Che il dissidio tra Miceli e me, che indubbiamente vi fu, fosse
motivato da ragioni politiche, può darsi; io non apprezzavo certi suoi
atteggiamenti, (ed erano atteggiamenti che erano certamente dettati dalla
autorità politica, e quindi immagino dai ministri della difesa dell'epoca,
Andreotti ed altri).
Ma
soprattutto non apprezzavo la tolleranza che la direzione del servizio
aveva nei confronti dei terroristi palestinesi catturati e trasportati
tranquillamente in Libia con l'aereo militare che poi si infranse contro un
muro a Marghera. Questo è il motivo del contrasto. Non c'era altro.
Sono
stato chiamato filoisraeliano e questo semplicemente perché gli israeliani
ci aiutavano a trovare i terroristi, non per altro. Non certo perché io
abbia ascendenze ebraiche, nè antipatia o simpatie per l'uno o per
l'altro. Era una questione professionale della quale io mi sono valso per
ottenere dei successi nella caccia a questi terroristi. Il fatto poi che
l'autorità politica abbia autorizzato il Sid a prendere i terroristi
all'uscita dalla prigione nella quale erano stati detenuti (e poi messi in
libertà, in seguito ad una sorta di processo), per farli trasportare in
Libia, questo è un discorso che io non ho organizzato né approvato ma che
è stato portato a termine da una branca del servizio - esattamente dalla
branca direttiva - utilizzando un aereo che non dipendeva da me e sotto la
scorta di un ufficiale che invece era alle mie dipendenze e mi era stato
chiesto di fornire: parlo del capitano Labruna.
PRESIDENTE.
Devo dire che, in effetti, quello che lei ci ha detto del suo rapporto con
Andreotti corrisponde a quanto Andreotti dice del suo rapporto con lei. Il
senatore Andreotti conferma di non avere avuto con lei più di tre o
quattro incontri. Ciò che lei ha detto però dà sostanza all'altra
interpretazione (che c'era stata) del contrasto tra lei e il generale
Miceli, che riguardava proprio il problema del rapporto con il mondo arabo,
da un lato e con Israele dall'altro.
Il
generale Viviani ha scritto in un suo libro a proposito del Sid parallelo:
"lo stesso capo del Sid dichiarò il 14 dicembre 1977 che la struttura
era legale e che sia i superiori militari sia i più alti capi politici ne
erano a conoscenza. Il capo del reparto D, cioè lei, sostenne invece che
si trattava di una primitiva organizzazione finalizzata ad un colpo di
Stato". E’ corretta
questa interpretazione del generale Viviani?
MALETTI.
Non so a quale organizzazione si
riferisse il generale Viviani. Penso che, parlando di un'organizzazione
legale riconosciuta dalle massime autorità dello Stato, si riferisse a
Gladio. Quando io invece mi riferivo alla organizzazione approssimativa che
ruotava attorno al generale Miceli pensavo a tutt'altra cosa, non a Gladio
ma ad un piccolo gruppo costituito da un tenente colonnello, forse due
sottufficiali e probabilmente da altri elementi, questi presso Il
raggruppamento centri di contro-spionaggio di Roma (e in particolare uno
dei capi del raggruppamento, il colonnello Marzollo) che erano manovrati
direttamente dal generale Miceli al di fuori della mia conoscenza di questi
contatti.
PRESIDENTE.
Lei però, nella prima risposta che ci ha dato, ha iniziato rammentandoci
un interesse del generale Miceli su come si era svolto il golpe militare in
Grecia e lo ha collegato - e lei è una persona che indubbiamente pesa le
parole - anche al viaggio che un noto gruppo eversivo, di cui faceva parte
anche Mario Merlino, aveva fatto per un corso di istruzione, per lo meno
dalle notizie che abbiamo si trattava addirittura di un corso di istruzione
per infiltrarsi poi in gruppi anarchici, cosa che poi Mario Merlino fece
con il gruppo 22 marzo. Da tutto questo mi sembrava di aver colto la
conferma di una sua valutazione che tutto questo potesse essere non
estraneo, per lo meno, a progetti sia pure larvati di soluzioni di
pronunciamenti militari in Italia.
MALETTI.
convengo che la
richiesta del generale Miceli, che all'epoca era ancora capo del Sios,
quando rientrai dalla Grecia, di dargli il maggior numero di particolari
possibile sull'organizzazione ed esecuzione del colpo di stato, fece
pensare ad una qualche potenziale analogia in Italia. Ma ripeto, poi presi
il comando del reggimento, di questo non sì parlò più e quando quattro
anni dopo fui assegnato al Sid il generale Miceli non mi parlò più di
questa vicenda. 1 dubbi sull'orientamento del generale stesso furono però
ravvivati, rispolverati, dalla deposizione o meglio dalle confessioni, se
così si possono chiamare, di Orlandini che accennò al generale Miceli
come ad una persona vicina ai cosiddetti golpisti della "notte dell'lmmacolata".
PRESIDENTE.
Può dirci, generale, per quale motivo nel 1975 lei fu bruscamente
allontanato dal Sid così, in questo modo, ci agganciamo temporalmente alla
richiesta che le aveva fatto il generale Miceli. Ebbe spiegazioni dal
Ministro, dall'ammiraglio Casardi o da altri?
MALETTI.
Il mio allontanamento dal Sid mi colse di sorpresa. come dice una relazione
che ho letto qui poco fa, io ero in missione all'estero e venni richiamato
il giorno 30 settembre 1975 per assumere il comando della Divisione
Granatieri di Sardegna il l° ottobre dello stesso anno. Mi chiesi perché
questa improvvisa decisione quando prima di partire per la missione
all'estero l'ammiraglio Casardi e lo stesso ministro Forlani mi avevano
detto che sarei potuto rimanere ancora per qualche tempo alla direzione del
reparto D. lo avevo confermato che avrei preferito rimanere alla direzione
del reparto D fin quando non si fosse liberato un posto di comandante di
divisione in altra regione d'Italia, in quanto avrei preferito comandare
una grande unità alla frontiera orientale. Circa una settimana dopo la mia
assunzione del comando di divisione ricevetti una telefonata dal ministro
Forlani che mi convocò dicendomi che si dispiaceva per l'improvvisa
decisione e per avermi causato del disturbo in quanto avrei dovuto
prepararmi meglio per assumere un comando importante come quello. Ad ogni
modo disse che non avrebbe potuto fare altrimenti perché il capo di Stato
maggiore dell'esercito aveva detto che per motivi di carriera, di anzianità,
e per l'esame sul quadro di avanzamento io sarei dovuto andare a comandare
la Divisione. Tutto questo mi sembrò falso e lo dissi al ministro Forlani
che non mi diede altra spiegazione plausibile, e mi sembrò piuttosto
incerto lui stesso sul cosa dirmi di fronte al miei dubbi espressi anche in
modo piuttosto vivace.
PRESIDENTE.
In sede pubblicistica - sia pure come mera ipotesi -è stata avanzata una
ricostruzione di queste vicende che vanno dal 1969 al 1974 nel senso che la
strage di piazza Fontana fu voluta da un partito americano che aveva anche
riferimenti negli alti vertici dello Stato e che premeva perché ci fosse
uno scioglimento anticipato della legislatura, si andasse ad elezioni
anticipate e si tornasse a governi centristi. La transazione che si ebbe
poi ad un certo punto, intorno al 1974-1975 (in cui rientrava anche il suo
allontanamento dal servizio) era poi nel senso che questo tentativo fu
contrastato mediante l'indagine che cercava di portare alla luce le
responsabilità istituzionali che vi erano dietro la strage di piazza
Fontana; che poi, ad un certo punto, si decise invece di bloccare il tutto,
e che il suo allontanamento dal servizio faceva parte di questa transazione
complessiva. Lei, di questa ipotesi puramente giornalistica, può dirci
niente? Ci ha mai riflettuto? Il che però significherebbe ammettere che
quella indagine era stata ostacolata anche dal servizio.
MALETTI.
L'indagine era stata ostacolata
forse da una parte del servizio. Io non ne ho idea, ho pensato a qualcosa
del genere. Posso solo dire che ho un'idea, un'idea che ci siano state
pressioni americane, immagino solo americane in questo caso e non di altri
servizi. Ricordo che nel 1970-1971, prima ancora che io prendessi la
direzione del reparto D, l'Ambasciatore americano a Roma, di cui non
ricordo il nome, mi pare si chiamasse Graham ma non ci giurerei, si diceva
fosse favorevole ad un cambio istituzionale in Italia. L'ambasciatore
Graham se non mi sbaglio veniva dalla Thailandia, o altro paese dell'Asia
sud-orientale e si valeva - così dicevano allora, quando non ero ancora a
capo del reparto - dell'azione non tanto della Cia ma di uno dei suoi
addetti militari. Questo è quanto posso dire, di più non potrei
aggiungere.
PRESIDENTE.
Nell'interrogatorio del 24 aprile 1991 lei tra l'altro ha affermato:
"Non ho mai prestato servizio all'interno del quinto corpo di armata
di Vittorio Veneto". So però, che da sempre tra i suoi compiti
rientrava quello di organizzare una resistenza nel caso di invasione ad
opera delle Forze armate dell'Est europeo. Si trattava di una attività di
resistenza che doveva essere posta in essere da personale non militare. Lei
in pratica ha rilevato l'esistenza di una seconda struttura molto simile
alla Gladio e ha aggiunto: "Ritengo che dipendesse dal Sios
esercito". A noi sembra un'informazione molto importante, ci può
aggiungere qualche particolare? Perché come lei ha visto nella proposta di
relazione l'idea è che Gladio stesse all'interno di una serie di strutture
parallele che, in qualche modo, presupponevano Gladio, e Gladio, in qualche
modo, presupponeva l'esistenza di strutture parallele.
MALETTI.
Non sono in grado di dire di più
su questo argomento.
PRESIDENTE.
E sui Nuclei per la difesa dello Stato?
MALETTI.
Idem.
PRESIDENTE.
A proposito della struttura Gladio, nella mia proposta di relazione,
muovendomi nella scia di precedenti relazioni della commissione, parlo di
un segreto assoluto che è stato mantenuto nel paese. In questi giorni poi
ho riletto invece un articolo di Iannuzzi apparso anni fa sul "Tempo
illustrato" e vedo che questo segreto così assoluto non fu perché in
realtà Iannuzzi descrive Gladio in quell'articolo, anche con notevole
precisione. A proposito della struttura Gladio ci può dire quando ne è
venuto a conoscenza e in che modo? Nel caso in cui abbia avuto un qualche
ruolo o si sia comunque interessato della questione, può riferire in
dettaglio le attività svolte, se esse trovavano una collocazione normativa
nei compiti del reparto D, o se sono state da lei attuate al di fuori di un
collegamento organico? Sia nel primo che nel secondo caso, può precisare
le persone che come lei ne erano al corrente e quali erano le funzioni e le
azioni da esse svolte?
MALETTI.
Venni a conoscenza della
struttura, che poi solo molto più tardi ho appreso essere Gladio, nel
1971, quando divenni capo del reparto D. Sapevo che questa struttura aveva
determinati compiti, funzioni e un'organizzazione che è inutile che ripeta
adesso in quanto ormai nota; aveva una base addestrativa in Sardegna e
dipendeva non dal mio reparto ma dal reparto parallelo; non mi ricordo
esattamente ora se fosse il reparto R.S. (cioè Ricerca e Situazione),
oppure un altro reparto, o piuttosto ufficio, del quale adesso mi sfugge la
sigla iniziale. Il reparto D non ha mai avuto a che fare con
l'organizzazione Gladio. Non ho mai visitato quel centro, ho però inviato
due o tre miei sottufficiali ad addestrarsi per il caso di attività per le
quali avessero necessità di particolari tecniche di difesa personale.
Esistevano certamente persone a conoscenza dell'organizzazione: il capo
servizio, il vice caposervizio e, ritengo, il capo del reparto R.S. o di
quell'ufficio di cui non ricordo la sigla e anche, ovviamente, gli
operatori e il personale dipendente di quell'ufficio. Non era un
"segretissimo", era molto segreto, ma non certo una di quelle
cose che "non si dovevano sapere". Nell'ambito del servizio si
conosceva l'esistenza di quest'organo.
PRESIDENTE.
Lei ha risposto alla domanda successiva che riguardava in particolare
l'addestramento di personale del reparto D presso Capo Marrargiu. Ha
conosciuto il generale, forse all'epoca colonnello, Fortunato, e il tenente
colonnello Serravalle ora in pensione? Nei suoi contatti con i
rappresentanti del servizio statunitense si è mai parlato anche in modo
indiretto della Gladio?
MALETTI.
Ho conosciuto l'allora
colonnello Fortunato e il tenente colonnello Serravalle. Fortunato era capo
del reparto R.S., Serravalle non so che incarico avesse, non ricordo, e non
ho mai avuto conversazioni con il rappresentante della Cia in Italia su
Gladio.
PRESIDENTE.
Nella proposta di relazione parliamo di una sostanziale potenzialità
operativa di Gladio, qualche cosa che c'era, che si sarebbe potuto attivare
ma che in realtà non si sarebbe mai attivata. Le indagini successive della
autorità giudiziaria ordinaria, successive alla stesura della mia
relazione, dimostrerebbero che almeno in un caso però questa nostra
valutazione sia stata una valutazione troppo prudente e che invece ci siano
stati casi di attivazione della struttura. Ritiene ipotizzabile in linea
teorica che la struttura Gladio abbia svolto compiti diversi da quelli
ufficiali senza che ne sia venuto a conoscenza?
MALETTI.
Vorrei chiedere al senatore
Pellegrino, senza che ne sia venuto a conoscenza chi?
PRESIDENTE.
Lei.
MALETTI.
Certo, lo ritengo
ipotizzabile. Io non conoscevo l'organizzazione, sapevo della sua esistenza
ma non sapevo esattamente cosa facesse. So tuttavia che Cladio è stata
attivata, per settori o per aree soprattutto nella zona confinaria con la
Jugoslavia per motivi di addestramento, di prova dell'efficienza.
PRESIDENTE.
Le domande che ho segnato
cambiano settore, ma vorrei iniziare dalla terza che mi sembra la più
interessante. Nel settimanale "Tempo" del 20 giugno 1976, accanto
ad un articolo nel quale si parla dell'intenzione del generale Miceli di
far trovare i cadaveri di Sossi e Lazagna per poi montare una campagna
anti-comunista accusando Lazagna di essere un dirigente della B.R., vi è
un'intervista nella quale lei afferma: "nell'estate del 1975 avemmo
sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio delle B.R. sotto
forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino e costituito da
persone insospettabili anche per censo e per cultura e con programmi più
cruenti. Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di
sparare, anche se non ancora di uccidere. Arruolavano terroristi da tutte
le parti e i mandanti restavano nell'ombra ma non direi si potessero
definire di sinistra". Non ci risulta che lei abbia mai smentito
l'intervista, quindi, dovremmo considerarla veritiera. In quegli stessi
giorni il giornalista di "Tempo" Lino Iannnuzzi affermò, in una
conferenza stampa, che i nuovi brigatisti erano stati addestrati nella base
di Capo Marrargiu e che lei aveva informato, dapprima a voce e poi per
iscritto, il ministro dell'interno Gui ma subito dopo questa segnalazione
lei era stato allontanato dal Sid. Diciamo che dall'insieme delle
dichiarazioni che le vengono attribuite lei fa, effettivamente, un figurone
perché lei preannuncia quella che poi, oggettivamente, è stata la svolta
sanguinaria delle brigate rosse, cioè, lei preannuncia quella specie di
mutamento genetico che sembra esserci stato tra le prime e le seconde
brigate rosse intorno al 1974-1975 che, nella vicenda generale del mondo
occidentale, sembra effettivamente un anno di discrimine, un anno che
separa due momenti diversi della storia.
Vorremmo
sapere, senza conoscere i nomi, lei aveva infiltrati nelle B.R. o ebbe
queste notizie per altra via e quale? E’
vero che i brigatisti rossi della seconda generazione siano stati
addestrati a Capo Marrargiu e in che epoca? Quali altri dirigenti del Sid,
nel 1975 erano al corrente di queste notizie? Se attualmente negli archivi
del Sismi possa esistere documentazione relativa ai suoi specifici contatti
con il ministro Gui? conferma che il magistrato Dell'Orco la ascoltò come
testimone e, in questo caso, risponde a verità quanto affermato dal
settimanale "Tempo" in un articolo del 15 agosto 1976, secondo il
quale il dottor Dell'Orco minimizzò le sue affermazioni e non la riascoltò
mai più?
MALETTI.
Cominciamo dal fondo. Io non
ricordo neppure di essere stato interrogato dal magistrato Dell'Orco.
Probabilmente lo sarò stato. Per quanto riguarda invece la questione della
relazione al Ministro dell'interno, la relazione scritta ci fu. Fu un
rapporto di circa due pagine nel quale si parlava di questo probabile
passaggio, di questo salto di qualità delle brigate rosse o di quelli che
sarebbero stati i successori delle brigate rosse (non se ne sapeva ancora
precisamente l'eventuale nuovo nome). Di questo si parlò anche in una
riunione, nella sala riunioni del Ministero dell'interno, alla quale erano
presenti il capo del servizio - mi pare che fosse ancora il generale Miceli
- io stesso, i capi di stato maggiore dei Carabinieri e della Guardia di
finanza, credo un incaricato dal Capo della Polizia o lui stesso, il
Ministro dell'interno e altri funzionari del Ministero e naturalmente anche
D'Amato. Se ne parlò e si fece cenno a questa probabilità di un
rincrudimento dell'azione del terrorismo di sinistra. Per quanto riguarda
invece la questione della mia affermazione che non si sapeva se fosse di
sinistra, la ribadisco perché questo terrorismo sembrava più anarchico
che con una targa precisa di estrema sinistra, per quanto anche gli
anarchici si possono mettere in un certo senso in quella categoria. Inoltre
non si conoscevano né i nomi degli uomini che agivano nell'ombra né quali
fedi politiche avessero. Non sapevo, lo apprendo ora per la prima volta,
che il campo di addestramento della Gladio fosse stato usato per questi
terroristi e, naturalmente, tanto meno so il nome di coloro che erano
addetti a questi movimenti e addestramenti nel campo di Capo Marrargiu.
PRESIDENTE.
Sì, noi non lo sappiamo,
avanziamo l'ipotesi che questo sia potuto avvenire. A me sembrava che in
quello che lei sta dicendo ci fosse il sospetto di una possibile eterodirezìone
delle brigate rosse, almeno da un certo momento in poi, e teniamo presente
che sono le brigate rosse ad uccidere Moro. Quello che lei invece sta ora
dicendo mi farebbe pensare piuttosto a quello che riteniamo ormai
storicamente accertato e cioè che la risposta dello Stato fu di una tale
debolezza da creare sospetti sul perché non si sia andati fino in fondo
nella lotta contro le brigate rosse. Riferendomi alla vicenda Moro, l'altro
referente militare di Moro, oltre al generale Miceli, era il generale Mino
dei carabinieri, il quale morì in una situazione che ha destato qualche
sospetto. Lei ritiene che il fatto che i due referenti militari di Moro,
Miceli e Mino, nel 1978 non ci fossero
più, sia qualche cosa che abbia potuto influire sulla tragica vicenda
dello statista pugliese?
MALETTI.
Lei, senatore
Pellegrino, si riferisce alla vicenda tragica del caso Mino. Io conoscevo
personalmente il generale Mino, ero suo amico. Se ci sono stati dei dubbi -
credo che sussistano - sulla strana morte del generale Mino, avvenuta in
una giornata serena in un terreno non particolarmente difficile, di collina
o di media montagna, la cosa non è mai stata chiarita. E’ sembrato
strano che l'elicottero sia esploso, sia caduto in quelle condizioni
tragiche. Per quanto riguarda l'allontanamento di Miceli e la fine del
generale Mino non potrei esprimermi in merito perché, tra l'altro, nel
1978 non ero più nel servizio e non ho seguito questa vicenda con
interesse professionale.
PRESIDENTE.
D'accordo, però ho notato
che lei non ha ritenuto al di fuori di ogni ipotesi di verosimiglianza che
i brigatisti rossi siano stati addestratì a Capo Marrargiu. Si tratta di
una sua freddezza professionale o dipende dal fatto che, tutto sommato,
questo rientra tra le cose possibili?
MALETTI.
Si
tratta di freddezza professionale.
PRESIDENTE.
Veniamo alla P2. In quale periodo e in quale circostanza ha conosciuto
Licio Gelli? Ha mai trattato con lui, anche a semplice livello di
conversazione, argomenti relativi ad episodi di stragi, vicende o persone
ad essi connessi? Quale valutazione dava, all'epoca, della P2? La riteneva
una semplice loggia massonica sia pure atipica, o uno strumento per
coordinare l'intervento anticomunista in Italia o qualcosa di ancora
diverso? A distanza di vent'anni ha cambiato in tutto o in parte le sue
valutazioni sulla P2? Perché noi in questi anni nel paese abbiamo
oscillato da una valutazione iniziale espressa in sede parlamentare dalla
commissione Anselmi a una valutazione finale, in sede giudiziaria, che
invece è stata - come lei sa - sostanzialmente assolutoria.
MALETTI.
Tranne che per me.
PRESIDENTE.
Sì, su quello però mi sembra di aver già fatto una valutazione precisa
all'inizio. Mi ha colpito il fatto che lei non sia mai stato interrogato
sulla sua appartenenza (almeno così ci è stato riferito dai magistrati)
alla P2. L'ipotesi che, personalmente, ritengo più fondata, è che la P2
fosse un circolo di oltranzismo atlantico. Non si trattava cioè, né di un
vero e proprio gruppo sovversivo, né di un club di affaristi o
"carrieristi" che si riunivano soltanto per fare carriera più
rapidamente e concludere affari migliori. Era invece, probabilmente, un
punto in cui la fedeltà atlantica italiana trovava un momento di coagulo.
Soltanto così riuscirei a giustificare perché i vertici militari, quasi
al completo, risultino negli elenchi della P2. Sarebbe comunque
interessante per la commissione - visto che per la prima volta lei viene
ascoltato su questo argomento - conoscere il suo punto di vista.
MALETTI.
Conobbi Licio Gelli nel 1973,
credo. Mi fu presentato dal colonnello Viezzer che lo aveva a sua volta
conosciuto quando era a capo del centro di controspionaggio a Firenze.
Gelli mi propose di entrare nella loggia P2, dicendomi che si trattava di
una organizzazione a fini patriottici e non di interessi personali; mi
disse anche, cosa non vera, che anche mio padre aveva appartenuto alla
Massoneria, non certo alla loggia P2, ma ad una altro ramo della
Massoneria, ripeto cosa non vera. Mi disse che avrebbe potuto, se volevo,
iscrivermi alla P2. Io mi rifiutai di farlo e poi mi trovai coinvolto in
questa vicenda, col mio nome scritto sull'elenco senza un solo elemento che
lo provasse e senza un solo versamento di quello che, pare, fosse allora
l'indispensabile biglietto da visita per entrare nella P2, cioè il
pagamento di una certa quota. Quindi, dichiaro di non avere appartenuto
alla P2, di essere stato invitato ad entrarvi e di non averlo l'atto, di
non aver cioè mai firmato né accettato o prestato alcun giuramento,
promessa od altro, secondo riti che non conoscevo e tuttora non conosco.
Quanto al discorso sulle ragioni della P2, io non le conosco. Era
indubbiamente un centro, per quanto mi risulta, di irradiazione americana.
Gelli, è a tutti noto, aveva dei contatti con il Presidente degli Stati
Uniti, che credo fosse già Reagan a quel tempo; aveva contatti con il
generale presidente della Repubblica argentina, che era ovviamente un
conservatore e, per quanto mi risulta, dai colloqui che ho avuto con lui
(essenzialmente colloqui di carattere privato, che non hanno mai avuto
attinenza a questioni politiche tranne in un caso che dirò poi) non è mai
emersa alcuna intenzione né di golpismo né di mutamento costituzionale
anche attraverso strumenti democratici. Devo poi aggiungere questo: lei ha
chiesto, senatore, se nelle discussioni fatte dal gruppi della P2 è mai
emerso questo o quest'altro argomento; ma io alle discussioni della P2 non
ho mai partecipato e quindi non so cosa potessero dire questi signori
quando si riunivano e scambiavano delle idee. In un solo caso Gelli, dal
quale ero andato a comprare, come moltissimi ufficiali d'altra parte, abiti
a Castiglion Fibocchi, mi invitò a colazione - ero con mia moglie - e mi
chiese bruscamente se credevo realmente nel pericolo di un colpo di Stato
militare, perché da parte comunista c'era questa apparentemente sincera
convinzione. Gli dissi: "Assolutamente no, non mi risulta. A parte il
fatto - ricordo che gli dissi - chi lo seguirebbe un colpo di Stato in
Italia?" Venivo dalla Grecia dove avevo vissuto il colpo di Stato
greco, perché ero rimasto lì fino al settembre 1967, quindi quasi sei
mesi dopo l'effettuazione di quel colpo di Stato, ed ero passato attraverso
i posti di blocco dell'esercito, dei carri armati, avevo sentito sparare (a
salve, tra l'altro, per intimidire alcuni abitanti) e sapevo che l'esercito
greco aveva seguito i suoi ufficiali. L'Esercito italiano, l'Aeronautica
italiana, la Marina italiana difficilmente si sarebbero prestati, proprio
per struttura mentale democratica del paese, a seguire dei colonnelli
golpisti. L'idea di un colpo di Stato militare in Italia è da scartare
secondo me per questo motivo, perché, a parte la realtà storica,
l'attualità, l'intera popolazione vi si opporrebbe.
PRESIDENTE.
Sulla irrealizzabilità concreta di un pronunciamento militare nel paese
anche all'epoca dei fatti di cui stiamo parlando, io concordo. Però che ci
fossero velleità in tal senso lei stesso non l'ha escluso. Lei, se ho ben
capito il senso dell'indagine, ancorchè sfrondata dagli elementi su cui
non avevate certezza per quello che ci ha detto oggi, dimostra che il golpe
dell'Immacolata fu una specie di prova generale, di un golpe
abortito, ma non era un golpe da
operetta come poi è stato valutato in sede giudiziaria. Lei recentemente
ha dato anche un interrogatorio al pubblico ministero Cardella in cui,
abbastanza chiaramente, sottolinea il modo in cui l'indagine fu condotta
dal dottor Vitalone che portò poi a quella minimizzazione finale in sede
giudiziaria dei fatti della notte dell'Immacolata del 1970.
MALETTI.
La notte dell'Immacolata non
vide la partecipazione militare. Il movimento dell'allora maggiore Spiazzi,
di cui ho letto per la prima volta in questo fascicolo, con reparti di un
reggimento di artiglieria, ritengo di Milano, dalla caserma alla periferia
della città, non direi che possa indicare il coinvolgimento dell'Esercito
intero, delle Forze armate. Il fatto che siano stati stralciati alcuni nomi
da quel famoso documento è anche da mettere in relazione al fatto che si
parlava di simpatizzanti, non di attivi partecipanti o complottatori
nell'eventuale tentativo di eversione. Quindi, non ritengo si potesse
parlare di un pericolo che coinvolgesse l'intero esercito ma piuttosto di
alcune alzate di testa, che potevano essere pericolose, di ufficiali di
medio grado alcuni dei quali potevano godere della simpatia di qualche loro
superiore.
PRESIDENTE.
Se ritiene di dirlo, visto che lei ha fatto quella valutazione di non
certezza, ma tra questi nomi stralciati vi era quello dell'ammiraglio
Torrisi che poi fu nominato Capo di Stato Maggiore?
MALETTI.
Non ricordo se ci fosse anche il
nome dell'ammiraglio Torrisi ma, mi sembra che nessun marinaio fosse
coinvolto in questa faccenda. C'erano ufficiali dell'esercito ed anche
dell'areonautica ma, ripeto, erano più che altro simpatizzanti.
FRAGALA’.
Lei esclude la velleità, l'atto velleitario?
PRESIDENTE.
Chiedo all'onorevole Fragalà di non anticipare il suo intervento per
evitare il sovrapporsi di voci.
Sempre
in un'intervista del novembre 1980, lei, che si trova già in Sud Africa,
giustifica la circostanza che l'ammiraglio Casardi, da lei informato di
quanto stava emergendo a carico del generale Giudice, non ne abbia
informato la magistratura perché avrebbe preferito attendere per riferire
finchè non fosse stata portata più avanti un'operazione a salvaguardia
dell'interesse nazionale. Ella aggiunge di ricordare con molta precisione
che c'era qualcosa di molto delicato che riguardava la sicurezza del nostro
paese nel Mediterraneo. Una cosa piuttosto seria, disse, di cui preferiva
non parlare, dichiarando, di fronte all'insistenza del giornalista, di
voler evitare l'argomento. Adesso, a distanza di diciassette anni, può
dirci quale era nel 1975 questa situazione allarmante per la sicurezza
italiana nel Mediterraneo? Se vuole posso darle il testo dell'intervista.
MALETTI.
Lei, giustamente, ha detto a
distanza di diciassette anni; in effetti non ricordo con precisione, ma
ritengo che si riferisse sempre a possibili rappresaglie libiche contro gli
italiani e contro le attività industriali o petrolifere dell'Italia in
Libia.
Vorrei
fare una richiesta a lei e ai membri della commissione per sapere se si
potesse finire oggi.
PRESIDENTE.
Speriamo di sì.
MALETTI.
Grazie.
CO’.
Generale, volevo fare una
premessa. Probabilmente alcune domande che le farò sono già state
formulate, sia pure in forme diverse, e quindi lei mi vorrà scusare se le
ripropongo ma esse hanno anche una loro logica e una loro funzione, nel
senso che in alcune domande io le chiederò anche di esprimere una sua
opinione su determinati avvenimenti. Ci interessa anche capire, infatti,
quale era la sua opinione qualificata dall'osservatorio in cui lei si
trovava. Quando lei giunse alla direzione del reparto D, che cosa apprese
sul tentativo di colpo di Stato del generale Borghese e, in particolare, ha
mai potuto verificare quale sia stato il ruolo di Gelli nel fare rientrare
l'operazione del golpe Borghese?
MALETTI.
No, all'epoca della mia
assunzione della direzione del reparto D non ebbi particolari informazioni
sul golpe Borghese che era
avvenuto l'anno prima e sul quale stavano già indagando sia l'autorità
giudiziaria sia, più compiutamente di quanto non potessimo fare noi -
immagino - i carabinieri e la polizia. Per quanto riguarda il
coinvolgimento di Gelli nel "rientro" del golpe, non ho saputo
mai niente, diciamo, neanche in termini generici.
CO’.
Negli anni in cui lei ha avuto la responsabilità nel Servizio non ha mai
sentito parlare del piano "chaos", varato dalla Cia nel 1966 e
conclusosi nel 1973? Ritiene che i Servizi italiani abbiano avuto una parte
nella realizzazione del piano "caos"? E, qualora rispondesse
positivamente, quale in particolare?
MALETTI.
Potrei avere chiarimenti su che cosa era il piano "chaos"? Io non
lo so.
PRESIDENTE.
Si tratta di un piano della Cia sul quale il Parlamento degli Stati Uniti
ha già indagato con una specifica commissione, la commissione Rockfeller.
Il piano prevedeva l'infiltrazione di agenti in gruppi anarchici, maoisti e
trotzkisti nella logica di innalzarne il livello di pericolosità e fare
loro commettere atti aggressivi determinando quindi una richiesta di ordine
e comunque uno sfavore per l'ideologia comunista.
Mi
inserisco nella domanda che le è stata rivolta ricordando che vi è anche
un suo appunto in riferimento all'attentato compiuto nel 1974 ad una scuola
slovena (che oggi è accertato essere stato compiuto dalla destra) nel
quale lei cerca di attribuire la responsabilità dell'atto a forze di
sinistra.
MALETTI.
Confermo che ignoravo
l'esistenza del piano "chaos"; per quanto riguarda la
responsabilità per l'attacco alla scuola slovena non cercavo di
attribuirla alla sinistra, ma riferivo semplicemente quanto mi veniva detto
dal centro competente.
PRESIDENTE.
Un esempio operativo del piano "chaos" potrebbe essere il viaggio
di quel gruppo eversivo - di cui lei ha parlato - nella Grecia dei
colonnelli e poi l'infiltrazione di Mario Merlino nel gruppo "22
marzo".
CO’.
Il generale Spiazzi
sostiene che i Nuclei di difesa dello Stato erano una struttura in qualche
modo parallela a Gladio e compresa nell'organizzazione stay
behínd. Secondo Vincenzo
Vinciguerra invece i Nuclei di difesa dello Stato costituivano una
operazione tendente ad inglobare i gruppi dell'estrema destra nella rete stay
behjnd. Lei è a conoscenza
della struttura, delle funzioni e delle finalità dei Nuclei di difesa
dello Stato? Condivide queste interpretazioni, una delle due in
particolare, oppure ha un'altra opinione in proposito?
MALETTI.
Senatore mi dispiace, come capo
del Reparto D non conoscevo questi aspetti poichè la ripartizione
settoriale degli interessi era piuttosto precisa. Pur conoscendo
l'esistenza dei Nuclei di difesa dello Stato e dell'organizzazione che
successivamente ho saputo essere chiamata Gladio, non sapevo nulla di più
e tuttora ignoro quali relazioni intercorressero tra le due organizzazioni
e quali connessioni vi fossero con l'estrema destra.
CO’.
Le chiedo allora di esprimere un'opinione sulle due versioni avanzate; lei
può anche formulare una sua valutazione, non è vietato. Si è fatto
un'opinione sulle finalità e gli scopi dei Nuclei? Non mi risponda sempre
di no!
MALETTI.
Senatore, rispondo di
no non per partito preso, ma semplicemente perché non conosco certe cose.
Lei comunque vuole una mia opinione che è, potremmo dire, piuttosto scarna
perché, ripeto, non sono a conoscenza delle organizzazioni al punto tale
da poter formulare una valutazione. Se proprio la vuole, posso affermare
che è possibile che le due organizzazioni abbiano convissuto, che una
fosse parte dell'altra (non so quale, ma ritengo che la più importante
fosse Gladio) e - tenuto conto degli scopi che questa duplice
organizzazione si prefiggeva - non escluderei che al momento del bisogno,
della necessità operativa, facessero capo anche ad elementi dell'estrema
destra, possibilmente extraparlamentare.
CO’.
L'ex direttore della Cia William Colby ha scritto un libro intitolato
"La mia vita nella Cia" che contiene le sue memorie come capo di
tale organizzazione; in esso egli fa riferimento sempre alle stay
behind nets, usando quindi il
plurale. Colby ribadisce questo concetto in molte parti dello scritto
ricorrendo, appunto, sempre al plurale. Secondo lei questo cosa significa?
Si intende che esistevano più reti parallele diverse tra di loro?
MALETTI.
Può significare questo e può
significare che Colby si riferiva a diverse reti che agivano ciascuna in un
paese diverso: la rete belga, quella italiana, quella greca e così via.
CO’.
Sempre a questo proposito, per quello che è a sua conoscenza, quali erano
i rapporti tra organizzazioni stay
behínd, Nato e Cia? E’
possibile che vi fosse una sovrapposizione tra la rete Nato e quella dei
rapporti bilaterali della Cia? Come spiega la partecipazione alle
esercitazioni di stay behínd
di gruppi appartenenti a paesi estranei all'Alleanza atlantica, come ad
esempio iraniani e spagnoli?
MALETTI.
Non sapevo che elementi estranei
all'Alleanza atlantica partecipassero ad esercitazioni di stay
behínd, ritengo possibile che
nella Nato, a livello della sua direzione operativa, dello Shape,
il comando supremo della Nato, si provvedesse alla organizzazione, che
ritengo più che altro coordinatrice e non strettamente operativa, dei vari
stay behind
dei paesi Nato.
CO’.
Nel 1987, in una audizione davanti alla Commissione presieduta
dall'onorevole Bianco, Delle Chiaie disse di aver appreso nel 1965
dell'esistenza di un corpo speciale in funzione anticomunista le cui
caratteristiche coinciderebbero esattamente con quelle di Gladio (dobbiamo
notare che Delle Chiaie parlava quando non vi era stata la scoperta
ufficiale di Gladio) salvo per due elementi di differenziazione: il primo
è che la struttura sarebbe dipesa gerarchicamente dal Ministero
dell'interno e non dal Servizio militare, e il secondo è che in essa
avrebbe avuto un ruolo l'onorevole Ivan Matteo Lombardo. Secondo lei Delle
Chiaie si riferiva a Gladio, o ai Nuclei di difesa dello Stato, oppure a
un'altra struttura ancora? Nel primo caso può chiarirci il riferimento al
Ministero dell'interno e all'onorevole Lombardo? Lei ha mai avuto la
percezione dell'esistenza di una struttura parallela che dipendesse dal
Ministero dell'interno diversa da Gladio?
MALETTI.
Non ho mai avuto la percezione
dell'esistenza di una tale organizzazione, ma non escludo che esistesse. Il
Ministero dell'interno aveva una sua rete di informatori e di operatori i
quali all'occorrenza avrebbero potuto svolgere un'azione simile a quella
prevista per Gladio; direi, se mi è consentito fare un'illazione, che
quella del Ministero dell'Interno avrebbe potuto essere un'azione di
carattere più locale e cittadino che non campale, come era in genere, o
avrebbe dovuto essere, quella militare, ossia Gladio. Ripeto però che non
ho una percezione precisa in merito (Fuori
microfono vengono chiesti chiarimenti). Intendo che un'organizzazione
dipendente dal Ministero dell'Interno avrebbe potuto agire nell'interno dei
centri abitati e delle zone industriali.
PRESIDENTE.
Chiedo scusa al collega Cò
se mi intrometto nella serie delle domande da lui poste. Generale Maletti,
noi l'ascoltiamo sapendo di non udire un personaggio qualsiasi, ma un
ufficiale che ha avuto alte responsabilità di intelligence.
Le idee portanti sulle quali stiamo lavorando sono che le cause dello
stragismo debbono andarsi a trovare all'interno di questa pluralità di
reti clandestine, dove probabilmente è anche possibile che a un certo
punto gli operatori, quelli esterni che come lei ha detto venivano
arruolati fra i ruoli marginali dell'attività politica (destra eversiva ed
altro, non però solo destra eversiva, indubbiamente) si siano potuti
rendere autori delle stragi, anche per deviazioni individuali dai piani
concordati, e che in realtà la ragione per la quale non si sono scoperte
le responsabilità risiede nel fatto che ci si è preoccupati di coprire i
rapporti istituzionali che questi avevano o avevano avuto nel passato.
Riteniamo che in fondo sia questa la vera ragione della coltre di mistero
che è calata su tutto lo stragismo. Le chiedo pertanto se a suo parere,
riflettendo oggi su questo periodo della storia italiana, che ha avuto
questa sua tragica singolarità, questa sia una spiegazione logica.
MALETTI.
Io credo che sia una spiegazione
logica, però non riguarda l'azione svolta dal Reparto D nella copertura
delle fonti, perché queste fonti, per lo meno quelle che noi conoscevamo,
non risultavano direttamente coinvolte in stragi, ma erano degli operatori
laterali. La sua teoria, senatore, è quanto mai accettabile - mi scusi
questa valutazione così apertamente positiva - perché penso che al di là
di una trama eversiva, all'interno di questa vi fosse una venatura di
esaltazione attivistica che comportava reazioni individuali spesso non
desiderate dalla direzione dei gruppi eversivi, anche se comprese nella
strategia della tensione, ma forse intempestive.
CO’.
Lei ci ha parlato dell'esistenza, pur in termini ipotetici, di una
struttura dipendente dal Ministero dell'interno. Ora le pongo una domanda
per capire se quanto le dirà avvalora o meno l'esistenza di tale
struttura. A proposito del Ministero dell'interno, come mai il
rappresentante italiano all'interno dell'Ufficio di sicurezza del Patto
Atlantico (quindi di un'organizzazione essenzialmente militare) era il
dottor D'Amato e non un militare o, per esempio, un diplomatico? Lei in
particolare ha mai avuto rapporti con D'Amato? Se sì, in quali occasioni?
Sapeva, per esempio, che anche lui apparteneva alla loggia P2?
MALETTI.
Senatore, non so e non sapevo se
D'Amato appartenesse alla loggia P2, come tanti altri, me escluso. Non ho
avuto mai dei rapporti molto cordiali con lui, al contrario vi era - come
ho detto all'inizio - una certa diffidenza che penso fosse anche alimentata
dal mio caposervizio per motivi, probabilmente, di divide
et impara. Chiedo scusa senatore, ho perso la traccia delle sue
domande.
CO’.
Le ho chiesto come mai il rappresentante italiano all'interno dell'Ufficio
di sicurezza del Patto Atlantico era il dottor D'Amato e non un militare.
MALETTI.
Questo, senatore, non
glielo posso dire; D'Amato era una persona di notevoli influenze, come lei
certamente sa, nell'ambito complessivo degli stessi Servizi di sicurezza.
Aveva quindi contatti molto stretti con il Servizio francese e parlava lui
stesso molto bene il francese essendo, se non mi sbaglio, figlio di una
marsigliese e aveva anche buoni contatti con altri Servizi, quello
americano in modo particolare. Può essere stato quindi o richiesto dalla
direzione della Nato o addirittura suggerito dalla Cia in Italia.
CO’.
Lo considera un fatto anomalo?
MALETTI.
Direi di sì, lo
considero un fatto anomalo perché altri rappresentanti, se non erro, erano
militari, intendo: i rappresentanti di altri Servizi di sicurezza presso la
Nato erano militari.
PRESIDENTE.
Mi scuso ancora se mi intrometto, ma questo è uno dei punti essenziali per
il lavoro della Commissione che deve infatti interrogarsi anche sulle
responsabilità politiche. Le vorrei chiedere una valutazione di questo
tipo: dall'impressione complessiva che abbiamo, in Italia il limite di
sovranità si può constatare in misura più accentuata di quanto non
avvenisse in altri paesi dell'Alleanza occidentale e questo sembra
corrispondere ad un atteggiamento che non esclude, ma anzi identifica, una
responsabilità politica, quasi come se vi fosse una sorta di strategia
della subalternità da parte del potere politico italiano che tutto
sommato, anche per fini personali di lotta interna, gareggiava nell'essere
appunto subalterno. La stessa valutazione le chiedo di svolgere per quanto
riguarda i Servizi. Che i Servizi di sicurezza in tutto l'occidente durante
il periodo della guerra fredda abbiano avuto un grosso momento di autonomia
e abbiano svolto anche politiche proprie è un dato; però, ancora una
volta, anche da quello che lei ci ha detto questa mattina, si ricava
l'impressione che è come se il potere politico si sforzasse di non sapere
e lasciasse questa autonomia ai Servizi, salvo poi utilizzarli anche a fini
di lotta politica interna.
MALETTI.
Senatore, concordo con la sua
valutazione di questa subalternità spinta che è quasi direi una eredità
del trattato di pace del 1947 e del fatto che noi appartenevamo al campo
avverso. E’ una subalternità che può avere avuto anche delle ragioni, e
quasi certamente ne ha avuto, di carattere politico.
Indubbiamente
i rapporti tra il Servizio americano e quello italiano erano rapporti di
superiore rispetto ad inferiore: questo derivava dal fatto che da parte
americana vi era una consistente iniezione di mezzi tecnici e non, al
contrario, di informazioni. La collaborazione era più spesso unilaterale e
il rapporto era, per lo meno nel periodo in cui sono stato a capo di quella
branca, di scarsa fiducia nei nostri confronti e più che un rapporto era
una decisa azione autonoma del Servizio americano in Italia, in appoggio
alla loro politica e senza molto riguardo per quello che noi conoscevamo e
sapevamo. In poche parole, le posso fare un confronto tra l'utilità del
Servizio americano nei miei confronti, come Reparto D, e l'utilità di
quello israeliano. Quest'ultimo ci ha aiutato e ci ha consentito di
concludere alcune operazioni interessanti; il Servizio americano non ci ha
mai aiutato in niente, almeno per quanto riguarda me, anche se può darsi
che abbia aiutato altri settori del Servizio.
PRESIDENTE.
Lei esclude che potessero esserci uomini del Servizio, ed anche del Reparto
che da lei dipendeva, che avessero un vincolo gerarchico improprio e cioè
che, anche a sua insaputa, potessero avere input
diretti provenienti dal Servizio statunitense? Da quello che ho capito,
lei all'epoca si fidava molto del capitano Labruna ed oggi sembra ritenere
- affiorava chiaramente dalle risposte che ci ha dato - che tale fiducia
non fosse pienamente ben riposta; esclude ad esempio che il capitano
Labruna abbia potuto ricevere input che
la scavalcassero by-passandola?
MALETTI.
La mia sfiducia nel capitano
Labruna dipende dai suoi successivi comportamenti nei miei confronti in
sede giudiziaria, atteggiamenti e comportamenti che ritengo quasi
vendicativi, ma questo non mi permette di suggerire che Labruna fosse
manovrato dai Servizi americani. Che qualcun'altro lo fosse, non tanto nel
mio Reparto, ma in altri reparti del Servizio, certamente sì. (Commenti).
I nomi non ve li posso dire, ma quasi certamente vi era una precisa
influenza americana della Cia, anche sul capo Servizio, ma non Casardi.
CO’.
Quali erano i suoi rapporti
con il generale Maggi Braschi?
MALETTI.
Mi scusi senatore,
quale generale?
CO’.
Generale Adriano Maggi
Braschi.
MALETTI.
Non credo di averlo mai
conosciuto.
(Interventi
fuori microfono, breve discussione).
CO’.
Nel 1971, dopo la sua nomina all'Ufficio D, il Sid aveva deciso di
ripubblicare i tre brevi volumi del manuale sulla guerra non ortodossa,
opera di Guido Giannettini e del tenente colonnello Argiolas; come mai
venne presa questa decisione e quale valore veniva attribuito a quel
documento? Era forse la dottrina ufficiale del Servizio?
MALETTI.
Non so se quei volumi siano
stati poi pubblicati, comunque ritengo che non fossero la dottrina
ufficiale del Servizio, ma ritengo (mi dispiace portare la cosa su un piano
personale quasi pettegolo) che siccome il generale Miceli era un buon amico
del da poco defunto generale Argiolas, allora colonnello, lo abbia fatto
per fare un piacere al colonnello stesso. Non ho mai utilizzato questi
libretti né ho saputo di una loro utilizzazione da parte dello Stato
Maggiore dell'Esercito, del quale sono stato capo dell'Ufficio
addestramento per due anni, o da parte del Servizio D.
CO’.
Le faccio una domanda estemporanea alla quale vorrei rispondesse con un sì
o con un no, poi svolgeremo delle considerazioni. Ha mai conosciuto la
scrittrice francese Susanne Labenne? In caso positivo, può darci qualche
ragguaglio sulla sua figura?
MALETTI.
No.
CO’.
Lei ha già risposto alla domanda relativa a quando è venuto a conoscenza
dell'esistenza della loggia massonica P2 e a quella in relazione ai termini
in cui ha appreso questa notizia; ha già risposto inoltre sul quando e
perché ha deciso di aderire alla loggia dicendo che non vi ha aderito, era
però al corrente che il generale Miceli ne faceva parte?
MALETTI.
Non ho aderito alla loggia P2,
sono stato invitato ad aderirvi e non l'ho mai fatto. Il generale Miceli,
secondo il colonnello Viezzer, ne era parte e di questo venni informato.
CO’.
Ritorno sulla questione dell'informativa Casalini. Perché questa
informativa non venne mai inoltrata alla Magistratura?
MALETTI.
L'informativa avrebbe
dovuto essere inoltrata alla Magistratura dal centro di controspionaggio
competente cioè Padova; desidero ricordare al senatore che a quei tempi, a
quell'epoca, la collaborazione fra Servizi e Magistratura era molto
frammentaria; inoltre non sempre noi del Servizio eravamo soddisfatti del
comportamento di quest'ultima nei confronti delle informative che
passavamo, non tanto per sfiducia nella Magistratura in sé, ma per
sfiducia nella riservatezza dei suoi uffici nei quali le informazioni
confluivano. Quindi spesso, al fine di salvaguardare la prosecuzione di
un'attività informativa, mantenevamo il segreto o comunque la riservatezza
sulla informazione riservandoci, se del caso, di trasmetterla. Anche questo
era un fatto, direi, non obbligatorio all'epoca, oggi, per carità, si
aprirebbe il cielo se il Servizio non passasse un'informativa alla
Magistratura; allora vi era la possibilità di valutare l'opportunità di
trasmetterla o di tenerla invece per nostro conto in modo da poterla
sviluppare più compiutamente.
CO’.
Sempre su questo punto,
come mai questa riservatezza persisteva anche al termine delle indagini,
quando queste erano concluse?
MALETTI.
A questa domanda non so
esattamente cosa rispondere perché mi sfuggono i particolari temporali
della trasmissione o non trasmissione della documentazione alla
Magistratura. Se non mi sbaglio il fatto che viene contestato si verifica
nel 1975, oltre la prima metà di tale anno. Ho lasciato il reparto il 30
settembre del 1975 e non so quali sviluppi la cosa abbia avuto; tenga anche
presente, senatore, che il caso Casalini, per quanto risulta anche dal
volume a nostra disposizione, era stato poi trasferito alla Polizia
giudiziaria.
CO’.
L'attentato alla questura di Milano sembra ormai appurato che fosse diretto
contro l'allora ministro dell'interno Rumor e Vinciguerra sostiene di
essere stato contattato nel 1971 per un attentato contro lo stesso
onorevole Rumor; secondo lei a che cosa si deve questa particolare
attenzione nel confronti di tale onorevole? Per quello che lei sa, è
ipotizzabile che l'ex Presidente del Consiglio abbia avuto, e in che modo,
un ruolo nella strategia della tensione?
PRESIDENTE.
Mi intrometto per sottolineare che lei poco fa, rispondendo ad un'altra
domanda, ha dato consistenza all'ipotesi della strategia della tensione.
MALETTI.
Senatore, mi dispiace, non ho
dato consistenza all'ipotesi della strategia della tensione, ho usato solo
l'espressione "strategia della tensione" e l'ho fatto per
semplicità, poichè è molto usata, ma non ho dato consistenza a questa
strategia che comunque ammetto ci potesse essere.
Per
rispondere al senatore Cò, forse l'attentato era diretto contro il
ministro dell'interno Rumor per il fatto stesso che rivestiva tale ruolo.
Non so se fosse collegato o collegabile a quella che è definita strategia
della tensione.
CO’.
Come definirebbe
Giannettini: un infiltrato della Destra nei Servizi o un infiltrato dei
Servizi nella Destra?
MALETTI.
Dopo parecchi anni direi che
Giannettini era tutti e due; quando l'ho "ereditato" era un
infiltrato dei Servizi nella Destra, dopo non so.
CO’.
Mi sa dire perché e da chi venne bloccata la velina Serpieri e quale è
stato il ruolo del capitano Armesano?
MALETTI.
La velina Serpieri mi sorprende
un po', potrebbe illuminarmi di più in merito? Anche sul capitano Armesano...
(Commenti
del senatore Cò).
......non
posso fornirle maggiori informazioni senatore, le darei volentieri se le
avessi, ma questi nomi mi suonano nuovi. Il nome Serpieri è noto, ma se vi
fosse una velina in particolare non ricordo. Armesano non l'ho mai sentito,
visto o conosciuto.
CO’.
Nella sua attività informativa ha mai avuto occasione di appurare la
natura dei rapporti tra l'Ufficio Affari Riservati e Stefano Delle Chiaie,
o anche Delfo Zorzi?
MALETTI.
Direi di no, senatore,
però uno dei motivi per cui il capitano Labruna era stato inviato in
Spagna a prendere contatti con Delle Chiaie era proprio quello di appurare
le sue connessioni con gruppi eversivi stranieri. Almeno questa era la
versione ufficiale data a me dal capitano Labruna. Questi ha ricevuto in
quell'epoca ordini diretti dal generale Miceli che lo ha inviato in Spagna
a prendere contatti con Borghese e con Delle Chiaie, direi però che i
contatti di Labruna con quest'ultimo sono stati senza successo.
CO’.
Ci può dire qualche cosa
sulla famosa riunione ai Configliachi il 18 aprile 1969? Chi era secondo
lei l'importante esponente romano presente a questo incontro: Rauti, Delle
Chiaie, Giannettini o un altro?
MALETTI.
Senatore, io nel 1969 non ero al
Servizio, di questa riunione della Configliachi (di cui ho letto qualche
cosa, adesso non rammento esattamente quando, ma durante la mia presenza al
Servizio) non ricordo certamente un granchè; direi che se qualche
importante esponente romano era presente, questo avrebbe potuto essere
Delle Chiaie.
CO’.
Ci può dire se il Servizio militare abbia svolto un lavoro di indagine non
solo sull'attentato alla Banca dell'Agricoltura, ma anche sugli altri
attentati, in particolare quello alla Comit? Se è così che cosa era
emerso da queste indagini?
MALETTI.
I
vari centri di controspionaggio avevano certamente svolto indagini e ciò
dovrebbe risultare dalla documentazione agli atti. Vorrei però ricordare
che questi grossi fatti eversivi erano più che altro zona e settore di
azione delle forze di polizia, e quindi dei carabinieri e della pubblica
sicurezza, e non tanto del Servizio data anche la limitatezza del personale
dei vari centri di controspionaggio.
Bisogna
tenere presente che nei principali centri di controspionaggio, escludendo
quindi ad esempio Cagliari, il personale era costituito da due, massimo
tre, ufficiali e da dieci, massimo quindici, sottufficiali (inclusi gli
autisti, i dattilografi e così via) buoni, seri, ma spesso anziani. Le
indagini da noi svolte, quindi, erano veramente di carattere secondario e
miravano soprattutto a sfruttare quelle fonti di cui disponevamo e che
spesso non erano in grado di fornire molte notizie. L'azione del Servizio
quindi e del Reparto D, in quasi tutti questi attentati è stata modesta,
non per cattiva volontà, ma
per mancanza di elementi validi ai quali appoggiarsi e anche di mezzi.
CO’.
Tuttavia, nonostante la limitatezza dei mezzi e degli strumenti cui faceva
cenno, qualche elemento di indagine è stato ricavato e qualcosa è emerso
dall'attività svolta?
MALETTI.
Ritengo che siano stati ricavati
elementi di indagine e che qualche cosa sia emerso, però a distanza di
molti anni non ricordo cosa sia stato ottenuto nei vari casi (Piazza della
Loggia, Comit, ed altri); comunque deve risultare dagli atti del Servizio
che certamente non sono stati distrutti.
PRESIDENTE.
Durante la sua direzione del Reparto D, quindi, avvengono due grandi stragi
che dal 1974 sono rimaste impunite, quella di Piazza della Loggia e quella
dell'Italicus. In sede pubblicistica è stata avanzata l'ipotesi che lei
abbia ritenuto i due attentati tutto sommato coerenti alla logica
dell'attentato del 1969 e quindi come voluti per determinare una richiesta
di ordine da parte della società favorevole ad un pronunciamento militare
e di questo lei avrebbe informato l'onorevole Andreotti. Può confermare o
smentire questa circostanza?
MALETTI.
Confermo questa
circostanza.
PRESIDENTE.
Non può dirci qualcosa di più?
MALETTI.
Se io ricordassi qualcosa di più
la direi senatore, non è certamente per cattiva volontà che non lo
faccio, ma perché è passato molto tempo e sono trascorse molte vicende,
anche familiari, su di me che mi hanno occupato diversamente. Quello che
non dico non so.
CO’.
Generale, il Servizio militare si era occupato, o aveva saputo qualcosa,
della vicenda del greco Enrico Karanastasis, che è la persona che aveva
acquistato e rivenduto cassette Juwel identiche a quelle usate per gli
attentati?
MALETTI.
Ritengo di sì, ma non
posso confermarlo adesso. Mi sembra che questo Karanastasis sia stato
ucciso nel corso di qualche manifestazione, non ricordo e non posso darle
maggiori lumi. Ritengo comunque che il Servizio se ne sia occupato.
CO’.
Lei quindi ha mai giudicato
attendibili per le stragi la pista greca e quella portoghese?
MALETTI.
Non ho mai ritenuto attendibile
la pista portoghese, mentre lo era maggiormente la pista greca, non tanto
nella strage di Piazza Fontana, quanto nell'addestramento e
nell'ispirazione ideologica e politica. Devo però aggiungere che indagini
in Grecia, o attraverso il Servizio greco, erano estremamente difficili.
Ebbi nel 1973 contatti con due ufficiali del Servizio greco che vennero ad
incontrare il capo del Servizio, generale Miceli, per chiederci di fornire
notizie circa gli eversori greci contro il regime dei colonnelli che si
trovavano soprattutto presso l'Università di Perugia e, se non mi sbaglio,
anche a Roma. Gli ufficiali greci erano estremamente sospettosi del
Servizio italiano, come i greci in genere lo sono dell'organizzazione
militare italiana, come ex nemici (se la sono legata al dito certamente),
ed anche un po' di tutti.
Il
discorso quindi sulla possibilità di infiltrazioni greche fu raccolto e
sviluppato molto brevemente poichè non vi era possibilità di informazioni
nè presso i greci, nè, per quanto mi risulta, presso i nostri elementi
infiltrati.
PRESIDENTE.
Mi ha colpito che nella sua prima risposta lei ha sottolineato l'importanza
di quel viaggio di studio compiuto in Grecia nel 1968 da un certo gruppo
fra cui Mario Merlino e Delle Chiaie, lo stesso cioè presente al convegno
dell'Istituto Alberto Pollio di tre anni prima. E’ un fatto al quale ho
appena accennato nella relazione e personalmente lo ritenevo uno spunto
indagativo importante; mi ha colpito pertanto il fatto che lei ne abbia
parlato subito. Quello che ha detto adesso si riallaccia a questo suo
iniziale segnale che ci ha dato nella prima risposta?
MALETTI.
Il
segnale che ho dato era ambivalente. Prima di tutto vorrei dire che
c'era effettivamente un contatto, per quanto ci risultasse, tra movimenti
greci, naturalmente organizzati da quello Stato, e movimenti italiani di
destra. Su questo non ci sono dubbi. Il secondo segnale era questo: la
pubblicistica spesso si riferisce a me come ad un amico dei colonnelli e
come presente in Grecia quando i gruppi eversivi, gli eversori italiani,
svolgevano corsi di addestramento, non so dove, se a Corfù o altrove in
Grecia. Questi erano i due motivi: uno personale, un altro invece di
carattere professionale.
PRESIDENTE.
Voglio darle atto che, anche in preparazione di questa audizione, un
aspetto che io ho guardato è che non c'è niente che possa dare
significato negativo al fatto che lei fosse stato addetto all'ambasciata
italiana in Grecia nel periodo di preparazione del golpe.
CO’.
Può dire qualcosa sulla
strage di Brescia? Un'informativa del Sid che è stata ritrovata
recentemente sostiene che Ordine Nero altro non fosse che una copertura
dell'ufficio Affari riservati: lei ricorda qualcosa in proposito?
MALETTI.
No senatore, mi dispiace, ma non
ricordo proprio più niente di questa questione di piazza della Loggia.
E’ stata purtroppo una delle
questioni molto serie e molto gravi, ma non è stato uno degli elementi
della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi
sbaglio: quindi non mi è rimasto impresso granchè di quella vicenda.
PRESIDENTE.
Ma dalle indagini che voi avete fatto, sul ruolo avuto dall'Arma dei
carabinieri, in tutta quella sequenza di eventi che parte dal Mar di
Fumagalli, prosegue con la cattura di Fumagalli, con la strage di piazza
della Loggia e poi si conclude a Pian del Rascino, il Servizio ha accertato
niente? Lei ha personali valutazioni a distanza di tanti anni da dare come
contributo alla Commissione?
MALETTI.
A distanza di tanti anni io
direi che l'Arma dei carabinieri si è sempre comportata bene e non so
quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo più efficace
e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste
sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in
questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore.
CO’.
Generale, lei ha mai
pensato che la strategia della tensione - abbiamo usato questo termine
prima - potesse avere il suo centro operativo principale a Monaco di
Baviera, dove operavano per esempio l'Antibolshevic Block of Nations, il
Consiglio europeo della libertà, Radio Free Europe e altre organizzazioni
analoghe?
MALETTI.
No, ritengo che tra i
collegamenti esteri ci fossero anche dei neonazisti, ma non ho fatto mente
locale su questo possibile collegamento con Radio Free Europe o con l'Antibolshevic
Block of Nations. Non ho altro da dire. Monaco? A possibile, ritengo che
data la vicinanza all'Italia e la facilità di comunicazione con il Veneto,
uno scambio tra i due gruppi potesse esistere.
CO’.
Una domanda molto diretta:
lei non ha mai sentito parlare di una società segreta denominata "I
Tarocchi"?
MALETTI.
No, mai.
CO’.
Veramente l'ultima domanda: lei era al corrente che elementi del Counter
Intelligence Service Corps, cioè del servizio di informazione militare
americano, avevano rapporti con Ordine Nuovo in Veneto ed in particolare
che cosa ci può dire dei rapporti fra questo servizio di informazione
militare americano e due agenti del Sid, cioè Pignatelli e Burlando?
MALETTI.
Sì, il Counter lntelligence
Service aveva collegamenti istituzionali con i centri di controspionaggio
di Verona, e quindi con Pignatelli, e di Milano, con Burlando, e
probabilmente anche con Bottallo di Padova, soprattutto per questioni di
polizia militare. Non so di collegamenti tra il Counter Intelligence
Service ed elementi dell'estrema destra, ma bisogna tener presente che il
Counter Intelligence Corps è in un certo senso, se non un'emanazione della
Cia, che è tutt'altra organizzazione, un "organo di sicurezza"
militare e quindi riflette l'orientamento politico dell'organizzazione
militare alla quale appartiene, quindi non escludo che ci possano essere
stati dei contatti. L'orientamento politico era conservatore e
anticomunista.
PRESIDENTE.
Riprendendo la domanda che le avevo fatto prima: lei ha dato una
valutazione positiva del comportamento dell'Arma dei carabinieri, però
dagli atti che abbiamo, dal complesso delle indagini, anche per ciò che
riguarda i carabinieri affiora un'ipotesi (penso a tutte le vicende del
1973-74 e anche alla strage di Peteano): è come se in qualche modo i
gruppi eversivi - per la strage di Peteano c'è stata poi la confessione di
Vinciguerra - che hanno commesso questi attentati fossero noti agli
apparati di sicurezza, ne fosse se in qualche modo anche prevedibile
l'operatività: però c'è sempre stata la preoccupazione di non fare
emergere, individuandone le responsabilità, i rapporti istituzionali che
in qualche modo potevano avere. Quindi tutta la lentezza con cui si è
identificata poi la vera matrice della strage di Peteano, la stessa vicenda
del Pian del Rascino, l'uccisione di Esposti, fanno pensare che in qualche
modo ci si preoccupasse non tanto di coprire responsabilità dirette, e cioè
dei veri e propri input
istituzionali che questi gruppi avevano avuto nel commettere questi
attentati, quanto di nascondere il legame che questi gruppi avevano avuto
con pezzi delle istituzioni in quegli anni e negli anni precedenti.
MALETTI.
Senatore Pellegrino, lei si
riferisce all'Arma dei carabinieri in particolare?
PRESIDENTE.
Anche all'Arma dei
carabinieri.
MALETTI.
Io mi riferisco solo all'Arma
dei carabinieri. Per quanto riguarda il servizio ne abbiamo parlato
abbondantemente; per quanto riguarda l'Arma dei carabinieri: sì certo,
tutte le grosse famiglie hanno degli elementi che non rispondono alle
tradizioni e alle aspettative e quindi immagino che anche tra i
carabinieri, nonostante la loro solidità come Arma, come corpo, ci siano
stati elementi che hanno favoreggiato certi gruppi eversivi. Il caso del
capitano D'Ovidio - e del capitano Servolini se non mi sbaglio - è
un'indicazione del fatto che anche lì c'erano delle simpatie, delle
amicizie o delle tendenze; ma non potrei dire che nel complesso l'Arma dei
carabinieri sia venuta meno ai suoi compiti in questo caso.
PRESIDENTE.
Con riferimento alla fonte
Casalini però le indagini giudiziarie più recenti hanno accertato che il
rapporto che fu fatto ai carabinieri come organi di polizia giudiziaria
arriva nella divisione Pastrengo e lì sparisce: infatti non è stato mai
mandato all'autorità giudiziaria e non è stato nemmeno rinvenuto negli
archivi della divisione Pastrengo.
Tutto
ciò ha finito per consolidare in sede giudiziaria quella ricostruzione di
tutta la vicenda che pone in gioco sue responsabilità. Io mi sono sorpreso
del fatto che lei non conosca l'ordinanza-sentenza del giudice Salvini: lì
la vicenda viene ricostruita avendo come punto finale la distruzione, nella
divisione Pastrengo, del rapporto che era stato fatto su tutto ciò che la
fonte Casalini aveva detto. Ecco perché viene poi data quella lettura del
suo appunto di allertare il capitano Del Gaudio, come se fosse stato tutto
un fatto programmato: facciamone un rapporto, diamolo ai carabinieri,
arriva alla divisione Pastrengo, la divisione Pastrengo distrugge il
rapporto.
MALETTI.
Io non conosco il giudice
Salvini e mi astengo dal giudicare quello che il giudice dice di me, ma mi
sembra fantainformazione: è mai possibile che io mi metta in contatto con
il colonnello Del Gaudio e attraverso una catena di cospiratori -
chiamiamoli così - arrivi alla divisione Pastrengo, della quale non
conosco il comandante generale Palumbo se non di nome
- mai visto nè conosciuto - per far distruggere un documento che è
partito da me. Mi sembrano delle cose che stanno fuori da questo mondo. Io
non sono "un fesso", senatore, queste cose non le avrei fatte
anche se avessi avuto l'intenzione di farle!
PRESIDENTE.
Io volevo però chiarire che la Commissione non può, non deve accettare
acriticamente ciò che emerge in sede giudiziaria; anzi il mio punto di
vista è che debba esaminarlo criticamente. Allo stato delle acquisizioni,
però quello è un dato da cui noi non possiamo prescindere: possiamo
valutarlo criticamente, per questo abbiamo voluto ascoltarla e terremo
conto delle cose che lei ci ha detto; però la ricostruzione che ne è
stata data in quella sede è questa, sempre però nella logica della
preoccupazione di coprire questi legami istituzionali che questi gruppi
eversivi avevano avuto e nel periodo precedente avevano ancora.
Colleghi,
per evitare il balletto di questo microfono, do la parola al collega Fragalà
che si siederà al mio posto; io mi sposterò per evitare il giro. Penso
che il collega Fragalà interverrà fino all'ora di colazione; riprenderemo
poi nel pomeriggio cercando di chiudere.
FRAGALA’.
Signor generale, io naturalmente unisco il mio personale apprezzamento a
quello del presidente Pellegrino per la sua disponibilità concreta a
riferire alla Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle stragi alcune
notizie che possono o potranno eventualmente illuminare alcuni motivi per
cui in Italia non si è potuto accertare granchè sulle cause e sulle
responsabilità delle stragi.
Prima
di passare alle domande specifiche - e lei mi scuserà del fatto che alcune
trattano i medesimi argomenti che sono stati oggetto delle domande del
Presidente e del collega Cò - mi permetterà di tracciare un quadro
d'insieme. Lei vive da tanti anni in Sud Africa ma immagino che segua gli
avvenimenti italiani e quelli internazionali; lei sa che in Italia vi è
stato, dopo il crollo del muro di Berlino e dopo la cosiddetta
"Tangentopoli", un cambiamento politico di grande rilevanza ed
alcuni dei personaggi politici che erano stati sulla scena e sul proscenio
per quaranta o cinquant'anni di seguito sono caduti in disgrazia, o
addirittura in vicende processuali anche gravi. Allora io credo che
dobbiamo partire da un punto sul quale la pregherei di essere assolutamente
chiaro, perché le acquisizioni che ci sono in questo momento sul problema
che le esporrò sono acquisizioni che a mio avviso non tornano a disdoro
della sua qualificazione professionale, della sua lealtà istituzionale e
dei suoi comportamenti ortodossi rispetto ai servizi che lei ha sostenuto.
La mia prima domanda è la seguente: lei sa benissimo che il senatore
Andreotti è uno di quei personaggi politici che, oltre ad essere uscito
dalla scena politica di primo piano, è caduto in una disgrazia giudiziaria
di grandissimo spessore criminale perché accusato di uno dei reati più
gravi del nostro codice sostanziale. Lei sa benissimo immagino - questa è
una mia indicazione - che il senatore Andreotti, quando è stato accusato e
coinvolto nel processo per associazione di stampo mafioso, ha subito
replicato al suoi accusatori, sia quelli di fonte testimoniale, i
cosiddetti collaboratori di giustizia, sia i suoi interlocutori
istituzionali, che sono i procuratori di Palermo, dicendo che questa era
una cosa che gli stavano facendo pagare gli americani. Ha detto in poche
parole che vi era un input
americano che lo poneva come bersaglio di false accuse per vendicarsi di
una serie di suoi comportamenti. Io le pongo adesso questo problema: non c'è
dubbio che l'analisi politica e storica ha ormai abbastanza adeguatamente
accertato che negli anni a cavallo fra il '69 e il '74 -'75, l'onorevole
Andreotti fece un cambiamento di rotta di 180 gradi della sua direzione
politica, cioè da esponente ed alleato dei gruppi politici italiani di
destra si cominciò ad accreditare fortemente come l'esponente di una
Democrazia Cristiana addirittura di sinistra che, attraverso di lui,
esponente della vecchia destra, avrebbe potuto accreditare la sinistra e
specialmente il partito comunista italiano come partito di governo e come
partito d'ordine. Ci sono alcuni passaggi che segnalo alla sua memoria di
questo cambiamento di rotta dell'onorevole Andreotti, perché poi alla fine
le chiederò se questo cambiamento di rotta dell'onorevole Andreotti è
stato il motivo della sua persecuzione prima istituzionale, poi politica e
poi giudiziaria e praticamente di quello che a lei è accaduto e di cui il
senatore Pellegrino ha già dato una prima valutazione. Nel 1972 - e le
chiedo già se lo ricorda - i servizi segreti occidentali rivelarono la
rete Kgb operante nei rispettivi territori; Londra rimpatriò 124
funzionari dell'ambasciata sovietica. Andreotti si rifiutò e la Nato gli
tolse in quell'occasione il nullaosta di segretezza. Lei ricorda questo
specifico episodio?
MALETTI.
Io ricordo l'episodio
dell'espulsione dal Regno Unito di 120 diplomatici o e ufficiali sovietici.
Ricordo anche che, sulla spinta di questo esempio, il Servizio italiano
propose di espellere una ventina di diplomatici e ufficiali sovietici.
L'operazione che aveva buoni fondamenti documentali, intercettazioni,
eccetera, venne dapprima sospesa e poi soppressa su ordine non di Andreotti,
ma dell'onorevole Moro. Quindi i funzionari sovietici rimasero in Italia e
continuarono a fare quello che facevano prima. Per quanto riguarda la
sottrazione del nullaosta all'onorevole Andreotti, non mi risulta che
questo sia avvenuto; comunque posso dire che in conversazioni con il capo
della rappresentanza della Cia a Roma, Mr. Stone, verso la metà del 1974,
le azioni dell'onorevole Andreotti erano, diciamo così, fortemente cadute.
FRAGALA’.
Generale Maletti, nel ‘72 l'onorevole Andreotti promulga quella famosa
legge, chiamata proprio Valpreda, per consentire a quello che era allora il
maggior imputato della strage di piazza Fontana di lasciare il carcere per
decorrenza dei termini di carcerazione preventiva o per concedere la libertà
provvisoria, insomma la sostanza è questa: ancora l'onorevole Andreotti le
dà incarico, come più volte ha detto lei, di indagare sul golpe Borghese
e poi di indagare anche - e questa è una domanda che le faccio - di
indagare su un esponente militare che era il suo caposervizio, che era
molto vicino all'onorevole Moro, e cioè il generale Miceli. La mia seconda
domanda è la seguente: è possibile che Andreotti mirasse, nello
sfruttamento dell'indagine sul golpe Borghese, ad aggredire indirettamente
Moro attraverso il generale Miceli?
MALETTI.
Non so cosa dirle, non so
veramente se ci fosse questa intenzione o no. Questo è inutile che lo dica
io: non c'erano rapporti estremamente lisci tra i due uomini dì Stato, ma
non posso dirle se l'azione di Andreotti mirasse a colpire di rimbalzo
Moro.
Per
quanto riguarda le indagini sul generale Miceli, devo dire che Andreotti
proprio non me le ordinò.
FRAGALA’.
Le ordinò quelle sul golpe Borghese.
MALETTI.
Sul
golpe Borghese, sì: più che ordinare quelle indagini, ordinò di
consegnarle alla magistratura: ma il rapporto stesso venne fatto di mia
iniziativa, anzi di iniziativa del tenente colonnello Romagnoli, che era
venuto a conoscenza degli eventi che non si potevano insabbiare e che
quindi vennero poi, prodotti in forma di "malloppo" e dati
all'onorevole Andreotti.
(Voce
fuori mícrofono).
All'insaputa di Miceli?
MALETTI.
Sì, all'insaputa di Miceli,
inizialmente; il generale Miceli aveva il "malloppo" stesso e ne
aveva ordinato il temporaneo accantonamento; temporaneo perché, devo dire,
non aveva detto "facciamone a meno, non guardiamolo più" e così
via, no; però la cosa non mi aveva convinto e allora mi ero rivolto ad un
ufficiale prossimo al generale Miceli, pardon
all'onorevole Andreotti, chiedendo un colloquio direttamente con
l'onorevole Andreotti.
FRAGALA’.
Generale Maletti, lei poco fa, rispondendo al senatore Pellegrino, ha detto
che non era assolutamente d'accordo con una certa politica del doppio
binario, addirittura una certa politica di laíssez
faire, nei confronti del
terrorismo palestinese e del terrorismo libico, tanto che ha citato il
famoso episodio di Argo 16. Ora, questa Commissione ha acquisito ulteriori
elementi sulla politica del doppio binario, sia per quanto riguarda
acquisizioni giudiziarie che magistrati ci hanno riferito, sia per quanto
riguarda le indicazioni di un capo di servizio che abbiamo ascoltato
qualche tempo fa, il quale addirittura ci ha detto che il senatore
Andreotti si incontrava segretamente di notte con il numero due libico
Jallhoud e i nostri Servizi non sapevano nulla di questo incontro, se non
perché il servizio segreto libico avvisava il nostro Servizio per
organizzare la protezione di questi incontri notturni e quindi evitare guai
al loro numero due. Ebbene, rispetto a quello che lei ha detto e a queste
ulteriori notizie che lo le fornisco, lei crede che la sua estromissione
dal Servizio, la sua persecuzione giudiziaria, la sua criminalizzazione dal
punto di vista della sua lealtà professionale e istituzionale sia da
attribuire a questo salto della quaglia del senatore Andreotti, a questo
suo cambiamento di campo nella politica italiana, per perseguire il fine
dell'accreditamento della sinistra e del Pci nell'area del governo e quindi
eliminare un certo suo passato di cui adesso le parlerò a proposito del golpe
Borghese?
MALETTI.
Io
non vorrei che si attribuisse alla mia posizione all'epoca troppa
importanza. Non so se l'onorevole Andreotti volesse usarmi come capro
espiatorio o come vittima sacrificale per Gheddafi, per confermare la sua
lealtà nei confronti della Libia e la sua ostilità al Servizio
israeliano. Io credo che la mia importanza sia stata molto aumentata,
esageratamente ingrandita dalla stampa e penso che Andreotti potesse fare
tranquillamente a meno di me come pedina per giustificare un suo - come lei
lo ha chiamato - salto della quaglia. comunque non c'è dubbio che
esistevano contatti piuttosto coperti, anzi senza dubbio molto riservati,
ai quali io non ho mai partecipato perché erano di gestione diretta di più
alto livello, tra il Servizio libico e il Servizio italiano. Esistevano
contatti di tale importanza e direi di tale intimità da giustificare la
sottrazione di quattro terroristi palestinesi alla giustizia italiana con
un aereo del Servizio che poi fece scalo perfino a Malta, molto
ingenuamente, per portare i terroristi in salvo in Libia. Ma, la causa
della mia caduta, lei ha parlato se non sbaglio di demonizzazione...
FRAGALA’.
Di criminalizzazione.
MALETTI.
...la si può individuare anche
in questa cosiddetta mia simpatia nei confronti del Servizio israeliano e
antipatia nei confronti della Libia. Non posso dire di più però.
PRESIDENTE.
Ma in questa logica, o per lo meno parzialmente nella logica in cui poneva
le domande l'onorevole Fragalà, il modo in cui Andreotti
"brucia" Giannettini con la famosa intervista giornalistica a
Caprara non le sembrò singolare?
MALETTI.
Mi sembrò molto singolare, per
usare un termine molto blando.
FRAGALA’.
Continuando sempre in questa logica, in questi temi, io le chiedo: lei ci
può dire chi è che si recava spesso in Spagna per proteggere il
comandante Borghese nei suoi spostamenti e chi lo accompagnò in
Inghilterra per una missione?
MALETTI.
No, mi dispiace, non ho elementi
di risposta a questa domanda.
FRAGALA’.
Lei si preoccupò, comunque, di avere delle informazioni del periodo in cui
il comandante Borghese risiedette in Spagna.
MALETTI.
Sì, il comandante Borghese
venne avvicinato dal capitano Labruna durante una delle sue missioni - mi
pare due - in Spagna, ma non furono ottenute informazioni di rilievo
tramite il capitano Labruna dal principe Borghese, così come non ce ne
furono da Delle Chiaie che anzi rifiutò sdegnosamente ulteriori contatti.
FRAGALA’.
Le chiedo se lei ha mai saputo se durante questo periodo di soggiorno in
Spagna del comandante Borghese lo stesso comandante fosse accompagnato da
una donna che risultasse essere parente dell'onorevole Andreotti..
MALETTI.
La cosa mi risulta
nuova.
FRAGALA’.
Generale, ancora una notizia: lei può dire alla Commissione se ha
conosciuto la fonte Giannettini prima del 1969, a prescindere anche dal
rapporto di servizio perché lei ha iniziato a guidare l'ufficio del Sid
nel 1971?
MALETTI.
No; ho conosciuto Giannettini -
mi è stato presentato personalmente dal generale Gasca Queirazza - nel
giugno del 1971 come fonte confidenziale diretta del capo del reparto.
FRAGALA’.
Signor generale, chi è che le ordinò di tenere all'oscuro i suoi
superiori delle informative Gìannettini?
MALETTI.
Potrebbe spiegarmi
meglio questa domanda?
FRAGALA’.
Desidero sapere se lei, come risulterebbe a me, naturalmente dalla
pubblicistica e da atti processuali, avrebbe tenuto all'oscuro i suoi
superiori, quindi il generale Miceli, ed eventualmente anche i suoi
superiori politici, delle informative Giannettini. Se questo è vero, chi
glielo ordinò?
MALETTI.
No, io non ho tenuto all'oscuro
il mio capo servizio delle informative Giannettini, non ho avuto direttive
politiche e, d'altra parte, non avevo contatto con uomini politici se non
con quelli ai quali ho già fatto riferimento prima: con Andreotti e con
Forlani.
FRAGALA’.
Ancora un altro problema:
nell'interrogatorio reso ai giudici di Catanzaro, Migliaccio e Lombardi,
quelli che indagavano come giudici istruttori sulla strage di piazza
Fontana, lei, signor generale, disse di non essere a conoscenza della vera
identità di Marco Pozzan e di Mario Zanella. Lei poco fa ha risposto in un
certo modo; mi vuole chiarire questo aspetto di quella sua deposizione di
allora?
MALETTI.
L'aspetto della deposizione di
allora era un aspetto puramente difensivo; la verità è quella che ho
detto adesso, poco fa.
FRAGALA’.
Giannettini ha ammesso di essere stato strumentalizzato, prima in un senso
e poi nell'altro, come falso scopo per coprire responsabilità precise del
potere politico, non in relazione ai fatti del 1969 ma in relazione a
quelli del 1971-1973. Dagli interrogatori del generale Miceli e
dell'ammiraglio Henke del gennaio 1976 è risultato che fino al 1974 il Sid
si rifiutò di collaborare con gli inquirenti per ordine del Governo. Io le
chiedo: lei ebbe anche ordine del Governo, e quindi del referente politico
che lei adesso dirà, nel senso del rifiuto nei confronti del Servizio di
collaborare con gli inquirenti?
MALETTI.
No, non ho avuto richieste o
ordini da parte di personaggi politici nella materia. Il generale Mino, per
conto dell'onorevole Andreotti, mi chiese se il Giannettini fosse un
elemento del Servizio, un informatore, cosa che confermai al generale Mino;
dopodichè non seppi se il generale Mino avesse detto o dato questa notizia
all'onorevole Andreotti. Ritengo comunque di sì.
PRESIDENTE.
Mi scuso con il collega Fragalà dell'intrommissione ma tornando al
problema di Pozzan lo prendo atto di quello che lei, generale Maletti, ci
ha detto oggi che, diciamo così, va al di là della tesi difensiva, per la
verità non molto verosimile, che fu data a Catanzaro. La domanda che le
pongo è questa: nel rapporto costi-benefici per la sicurezza dello Stato,
aver fatto andare Pozzan in Spagna per avere maggiori informazioni su
Borghese e nello stesso tempo aver rese, per così dire, più difficili le
indagini sulla cellula padovana, non le sembra almeno oggi sia stata una
decisione sbagliata, cioè che sarebbe stato più importante consentire che
Pozzan potesse dire quello che sapeva sulla cellula ordinovista, anzichè
mandarlo in questa missione in Spagna che poi si è rivelata fallimentare,
visto che sfuggì al maresciallo che lo doveva accompagnare?
MALETTI.
Secondo il capo centro Padova ed
il capitano Labruna, Pozzan non aveva dei rapporti, delle notizie di
particolare importanza, da fornire sui suoi rapporti con la cellula veneta
ed in particolare con la preparazione della strage di piazza Fontana.
L'averlo inviato in Spagna avrebbe potuto invece aprirci qualche nuovo
canale di informazione sulla eversione di destra. A
posteriori, come lei dice senatore, certamente è stato un errore, me
ne pento amaramente.
FRAGALA’.
Lei ha saputo che il senatore Andreotti, quando fece questo salto della
quaglia o scelta di campo diversa di 180 gradi da destra verso sinistra,
diede delle indicazioni ai Servizi per ricreare nel paese una certa
tensione sulla cosiddetta unità antifascista?
MALETTI.
No, non mi risulta che questa
indicazione sia stata data ma, ripeto, i contatti dell'autorità
governativa avvenivano direttamente con il caposervizio e non con il capo
del reparto D.
FRAGALA’.
Il 13 luglio del 1974 lei, signor generale, allerta i membri del
controspionaggio chiedendo: "azioni di vigilanza nei confronti del
Fronte nazionale e Ordine Nuovo, aderenti al Nar e a Nuova Repubblica,
vista possibilità atti eversivi su scala nazionale nel periodo 10-15
agosto 1974". Lei scrive che quanto sopra non deve essere segnalato ad
Arma militare e Pubblica Sicurezza. Innanzitutto, le chiedo che tipo di
consistenza avessero questi risultati di attività di intelligence,
e poi naturalmente le chiedo perché lei, nella sua qualità, riteneva
di non allertare né l'Arma militare né la Pubblica Sicurezza, cioè né i
carabinieri, né la polizia, che si chiamava allora Pubblica Sicurezza.
MALETTI.
Le informazioni ricevute, che mi
avevano messo in guardia circa la possibilità di tentativi di golpe,
di sovversione violenta, nel periodo 10-15 o 18 agosto erano di fonte
di infiltrati nell'estrema destra extraparlamentare. Queste notizie
comunque dovevano essere prese con cautela perché, stranamente, nei due
anni precedenti, proprio in occasione del ferragosto, c'erano state simili
segnalazioni che poi si erano rivelate false, non avevano avuto seguito.
Era un po' come la questione dell'allarme, della segnalazione della bomba
sull'aereo, eccetera, che poi si rivela insussistente. Non aver allertato
l'Arma dei carabinieri e la polizia significava che non era ancora il
momento, cioè che la notizia non era ancora così matura da distogliere o
far distogliere l'attenzione dell'Arma e della polizia da altri compiti
istituzionali, e che ci si sarebbe riservati in seguito, caso mai, di
informarle.
FRAGALA’.
Quindi, mi corregga se sbaglio, queste informazioni che venivano dagli
stessi ambienti di infiltrati nell'estrema destra erano considerate dal
servizio talmente inconsistenti che non valeva la pena non solo di farne
verifica ma addirittura di allertare i Servizi di Sicurezza territoriali.
Se ne è parlato anche prima, nel luglio del 1976 l'allora onorevole
Andreotti accusò il generale Miceli di avergli fornito false informative
su Giannettini e, come lei sa, il generale Miceli rispose di aver fatto da
tramite tra palazzo Chigi e il Sid. Vuole chiarirci in dettaglio questo
aspetto?
MALETTI.
Prima di tutto rispondo
alla sua valutazione sull'inconsistenza delle notizie avute da una fonte, o
più fonti, di estrema destra. Queste notizie erano ancora incerte, non
erano del tutto insussistenti, avevano un certo interesse e avrebbero
dovuto essere confermate; cosa che poi avvenne. Ma non ci fu il
golpe di ferragosto, come non c'era stato l'anno prima e due anni
prima.
Per
quanto riguarda invece la seconda parte della sua domanda, o meglio la sua
domanda vera e propria, lei ha detto che il senatore Andreotti...
FRAGALA’.
Ho detto che il senatore Andreotti accusò nel luglio 1976 il generale
Miceli di avergli fornito false informative su Giannettini e Miceli rispose
di aver fatto da tramite tra palazzo Chigi e il Sid.
MALETTI.
A me sembra strano che il
generale Miceli abbia risposto di aver fatto da tramite tra palazzo Chigi e
il Sid perché lui stesso "era" il Sid e quindi era l'uomo che
prendeva le notizie, a meno che non intendesse dire che faceva tramite tra
il reparto D e il Palazzo Chigi, ma questa mi sembra oltretutto
un'illazione a mio sfavore, quindi non la considererei. Può darsi che il
generale Miceli abbia fornito false informative, questo è possibile, ma
non so sulla base di quali altre notizie se non quelle fornite da me, e le
informative che io avevo fornito sul Giannettini non erano false.
FRAGALA’.
Signor generale, mi permetta di non essere d'accordo sulla valutazione che
lei ha fatto della mia valutazione, perché non è credibile che un
ufficiale della sua fama e della sua preparazione professionale, a capo di
un servizio di quel tipo, aspettasse di veder verificata la fonte o la
notizia nel momento in cui si realizzava il golpe
di agosto; perché lei ha detto così.
MALETTI.
No,
no, no.
FRAGALA’.
Allora vorrei che lei correggesse questa valutazione, cioè io ho chiesto
come mai - a meno che voi non aveste avuto conferma della infondatezza o
della assoluta irrilevanza della notizia e della fonte - non avete
allertato le autorità di sicurezza territoriali. Se lei mi risponde: perché
poi non si è realizzato il golpe
di agosto, questa non è una risposta. Io credo di aver capito bene o ho
capito male?
MALETTI.
Lei ha capito bene, mi
sono forse espresso male io. Bisogna tener presenti le date: la data
dell'arrivo di questa segnalazione è il 13 luglio, se non mi sbaglio; la
data alla quale sarebbe dovuta partire l'azione era il 10 agosto. Nel
frattempo contavo di poter raccogliere delle notizie che avrei confermato
ovviamente prima dell'inizio della "marcia" o che non avrei
trasmesso in quanto la cosa non avrebbe più interessato i carabinieri.
FRAGALA’.
Torniamo al problema di Marco Pozzan di cui lei adesso ci ha dato delle
notizie confermative di una certa situazione. Lei ricorda che Marco Pozzan,
accusato di strage a Catanzaro, venne rimpatriato dalla Spagna senza
ricorrere, a differenza di tutti gli altri fuoriusciti, contro il
provvedimento di estradizione richiesto dal Viminale. Marco Pozzan
stranamente aderì all'estradizione e non si oppose, cosa che avevano fatto
tutti gli altri fuoriusciti nessuno escluso.
Inoltre,
la magistratura spagnola considerò quel reato di associazione sovversiva
come un reato politico per cui, tornando in Italia, Pozzan non avrebbe
potuto essere processato per piazza Fontana.
Ora
lei ha disvelato alcuni aspetti del problema Pozzan. Le chiedo una risposta
concreta nel senso di sapere se egli era un dipendente di Labruna
infiltrato tra i cosiddetti camerati all'estero e quindi era stato mandato
all'estero come dipendente del suddetto Labruna per infiltrarsi tra i
fuoriusciti della sovversione di destra all'estero.
MALETTI.
Pozzan era stato
inviato all'estero allo scopo da lei citato poco fa ma non era un
dipendente di Labruna. Pozzan avrebbe dovuto riferire tramite un sistema di
comunicazione con il capitano Labruna del Centro di Padova man mano che
avesse avuto notizie ma, ripeto, non era un dipendente di Labruna.
FRAGALA’.
Ancora sull'argomento di piazza Fontana vorrei sapere in quali rapporti era
con l'allora giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio e che tipo di
collaborazione - se esisteva - gli prestava e comunque quali erano i vostri
rapporti.
MALETTI.
Incontrai D'Ambrosio il
24 agosto 1974 al palazzo di giustizia di Milano dove ero stato convocato
da Roma, per deporre sulle vicende della strage di piazza Fontana.
Con
il dottor D'Ambrosio c'era il dottor Alessandrini e l'interrogatorio durò
all'incirca l'intero pomeriggio, fu molto cordiale e quella fu l'ultima
volta in cui vidi D'Ambrosio. Mi sembra la prima e l'ultima. 0, meglio, c'è
stato un altro interrogatorio notturno a Milano qualche mese dopo, credo ad
ottobre dello stesso anno.
FRAGALA’.
Le chiedo: in una deposizione Mario Zagari disse di aver parlato del caso
Giannettini a Rumor dopo averlo appreso da Gerardo D'Ambrosio. Il 12 luglio
1973 il generale Miceli rispose a D'Ambrosio opponendo il segreto
politico-militare sull'appartenenza del Giannettini al Sid. L'8 giugno 1974
Andreotti in un'intervista a "II Mondo" disse che era stato un
grave sbaglio non rivelare l'appartenenza del Giannettini al Sid
aggiungendo che per decidere questo vi fu un'apposita riunione politica.
Il
14 giugno 1974 D'Ambrosio arrivò a Roma per ascoltare Andreotti il quale
ammise che la riunione c'era stata. lnnanzitutto le vorrei chiedere se,
come sostiene Zagari di avere appreso da Gerardo D'Ambrosio del caso
Giannettini e di averne parlato a Rumor, il dottor D'Ambrosio apprese di
Giannettini da lei.
MALETTI.
Non so se il dottor D'Ambrosio
abbia appreso del Giannettini da me, ma ritengo che D'Ambrosio ne fosse a
conoscenza già da prima. Stiamo parlando dell'agosto del 1974, al momento
del mio interrogatorio, mentre le vicende di cui lei parlava risalgono al
giugno o al massimo al luglio di quell'anno. Immagino che D'Ambrosio abbia
avuto notizia della qualità di fonte dei servizi del Giannettini dal
ministro Andreotti.
FRAGALA’.
Non da lei ma dal ministro Andreotti, quindi. Lei sa dire alla Commissione
di quest'apposita riunione politica di cui parla Andreotti nell'intervista
a "II Mondo", circostanza confermata sul piano giudiziario da
Andreotti al dottor D'Ambrosio il 14 giugno 1974? Vorrei sapere se, secondo
lei, questa riunione ci fu e se si svolse prima o dopo il 7 luglio del
1974. Le date sono importanti.
MALETTI.
Purtroppo anche se le date sono
importanti non ricordo questo fatto. Non posso affermare che sia stato
prima o dopo il 13 luglio di quell'anno. In ogni caso la riunione ci fu e
me ne parlò lo stesso generale Miceli.
FRAGALA’.
Ho parlato erroneamente del 7 luglio del 1974. In realtà stavo riferendomi
al 7 luglio del 1973. L'8 giugno del 1974 l'onorevole Andreotti in
un'intervista a "II Mondo" disse che fu un grave sbaglio non
rivelare l'appartenenza del Giannettini al SID aggiungendo che per decidere
ciò vi fu un'apposita riunione politica. Il 14 giugno 1974 il dottor
Gerardo D'Ambrosio giunse a Roma per sentire Andreotti che ammise che tale
riunione ci fu. La mia domanda era se quella riunione fu prima o dopo il 7
luglio 1973.
MALETTI.
Non so se quella riunione sia
avvenuta prima o dopo il 7 luglio 1973, ma ritengo che se fu data una
risposta a D'Ambrosio in questa data e questa risposta era negativa, vale a
dire, se si disse a D'Ambrosio che il Giannettini non era un informatore
del Servizio, o per lo meno che si opponeva il segreto politico-militare su
questa vicenda, ritengo che tale riunione sia avvenuta in precedenza. Alla
riunione ricordo che parteciparono il Capo servizio, il Ministro della
difesa e il Presidente del Consiglio dell'epoca.
FRAGALA’.
Generale Maletti, lei ha svolto delle attività di intellígence
sui finanziamenti
dell'onorevole Mancini e di una parte del partito socialista a Lotta
continua?
MALETTI.
La risposta è negativa.
FRAGALA’.
Lei ha fatto degli accertamenti sui rapporti tra l'allora onorevole Mancini
e l'allora giudice Squillante?
MALETTI.
No, non ho raccolto informazioni
del genere e vorrei sottolineare che mi sono il più possibile astenuto
dallo svolgere attività informative su personalità politiche.
FRAGALA'.
Squillante non era una
personalità politica, era un giudice.
MALETTI.
Mi riferivo anche ai giudici.
FRAGALA’.
Poco fa, rispondendo al senatore Pellegrino, sulla vicenda che vide cadere
due dei personaggi dell'ambiente militare più vicini all'onorevole Moro,
ha detto di aver nutrito dei dubbi sulla caduta concreta e non immaginifica
del generale Mino. Siccome l'onorevole Marco Pannella il giorno dei
funerali per le vittime di Monte Covello, vale a dire, del generale Mino e
degli alti ufficiali dell'Arma dei carabinieri, fece una denuncia pubblica
(Voce non distinguibile)…può
fornire alla Commissione dei giudizi, delle valutazioni o addirittura delle
informazioni su un episodio che politicamente proprio il giorno dei
funerali Pannella disvelò come un fatto sicuramente doloso?
MALETTI.
Ricordo queste
rivelazioni di Pannella in quanto io stesso ero presente ai funerali del
generale Mino e che tra i presenti si parlò di attentato mafioso. E’
stata una delle tante illazioni che sono state avanzate, come del resto si
disse che poteva trattarsi di un incidente. comunque, non ho mai avuto
informazioni concrete al riguardo.
PRESIDENTE.
Riagganciandomi a questa
sua risposta le chiedo se durante il periodo in cui dirigeva il reparto D
dalle informative del servizio emersero mai elementi che potevano in
qualche modo ricollegare ai nuclei eversivi elementi della criminalità
organizzata? E’ una cosa che successivamente emerge con chiarezza mentre
in quegli anni sembra un filone quiescente.
MALETTI.
Non raccogliemmo notizie,
infatti, all'epoca, circa i contatti tra criminalità organizzata e gruppi
eversivi.
FRAGALA’.
Mi riaggancio a questa domanda del presidente Pellegrino per dirle che in
una fortunata perquisizione fatta dal giudice Priore presso l'abitazione
privata del colonnello Cogliandro, che è anche stato un suo dipendente,
per informative fornite quando già il suddetto colonnello era
ufficialmente fuori dal servizio anche se continuava come collaboratore
esterno a fornire notizie al capo del Servizio dell'epoca, in una di queste
informative vi è l'indicazione di rapporti tra la mafia siciliana e
terroristi libici che venivano usati dalla mafia per omicidi in cui c'era
la necessità di non fare assolutamente individuare i responsabili a volto
scoperto. Addirittura, in una di queste informative si dice che per
l'omicidio del generale Dalla Chiesa può essere stato utilizzato questo
metodo. Sto parlando di un fatto avvenuto cinque anni dopo ma che si
riallaccia alla domanda precedente.
MALETTI.
E’ una cosa di cui
sento parlare adesso per la prima volta.
FRAGALA’.
Signor generale, il capitano Labruna ha più volte affermato che fu lei ad
indicargli la linea da seguire nel corso del processo di Catanzaro per la
strage di piazza Fontana. Lei ha già risposto in parte a questa domanda
dicendo che il capitano Labruna ha assunto un atteggiamento vendicativo nei
suoi confronti. Ora le chiedo: questa circostanza nel concordare una linea
difensiva comune, perché lei l'ha considerato un fatto talmente lesivo
della sua reputazione da interpretare il movente nell'affermare queste cose
da parte di Labruna nella vendetta, oltre che evidentemente in un giudizio
negativo della personalità del Labruna?
MALETTI.
lo ritengo che il
capitano Labruna mi addebitasse, mi facesse carico di non essermi preso
tutta la responsabilità dell'intera vicenda Pozzan e Giannettini e che non
credo avrei potuto assumermi perché una buona parte della responsabilità
era sua, come suggerimento di inviare Pozzan in Spagna: non era stata una
mia idea quella. Inoltre il capitano Labruna diceva di avere degli speciali
contatti con Andreotti, che io non avevo, e quindi affermava di poter
sconvolgere l'intera linea difensiva con un intervento che non so quale
sarebbe stato favorito dall'onorevole Andreotti. A quel punto, a processo
in corso, un cambiamento della linea difensiva sarebbe stato certamente
disastroso per tutti e due. Non è che le cose siano andate molto meglio,
intendiamoci, ma chiaramente il Labruna, che era anche in uno stato di
notevole nervosismo e di "perdita della memoria", come avevo
detto, perlomeno temporanea, aveva bisogno di essere messo sul binario.
FRAGALA’.
La ringrazio signor generale, ma in questo promesso intervento al Labruna
da parte del senatore Andreotti faceva naturalmente la sua parte
determinante la testimonianza del generale Malizia?
MALETTI.
Questo non glielo so dire. Il
generale Malizia l'ho frequentato pochissimo, l'ho visto ben poche volte e
non ho idea di quali rapporti esistessero tra Andreotti e Malizia o tra
Malizia ed altri imputati nella strage di Piazza Fontana, o perlomeno
coinvolti.
PRESIDENTE.
Onorevole Fragalà, quante
domande ha ancora?
FRAGALA’.
Nove signor Presidente.
PRESIDENTE.
Allora direi di proseguire fino alle ore 13,30 e poi di interrompere. Per
lasciare spazio anche agli altri membri della Commissione le chiederei di
essere il più possibile succinto.
FRAGALA’.
Va bene, signor Presidente.
Signor generale, quando Pozzan fu ospitato in via Sicilia si incontrò con
Guido Giannettini; ci sa dire perché?
MALETTI.
Non sapevo che si fosse
incontrato con Guido Giannettini.
FRAGALA’.
Quindi il capitano Labruna, suo dipendente, non le ha mai rivelato questa
circostanza determinante?
MALETTI.
No, il capitano Labruna non solo
non mi ha rivelato questa circostanza, ma neanche il fatto di essere andato
ad accogliere Pozzan alla stazione e di aver avuto come compagno in
quell'incontro il Giannettini, anzi il Fachini.
PRESIDENTE.
Signor generale, è documentalmente provato e agli atti della Commissione
che almeno nell'immediato dopoguerra nella sede di via Sicilia lavorassero
insieme agenti. del servizio italiano e agenti del servizio americano, cosi
come abbiamo saputo che è documentalmente provato che agenti del servizio
americano lavoravano nel commissariato di Castro Pretorio. Questo avveniva
anche all'epoca della sua direzione del reparto D?
MALETTI.
Non mi risulta.
FRAGALA’.
Quindi il capitano Labruna aveva una tale capacità operativa autonoma da
poter addirittura ospitare nella sede del servizio in via Sicilia, quindi
naturalmente in una condizione di visibilità e di pericolosità estrema
per tutti sia un personaggio come Pozzan appena rientrato che un
personaggio come Guido Giannettini. E’ possibile?
MALETTI.
E’ possibile perché il
capitano Labruna, come comandante del nucleo operativo diretto, aveva una
notevole latitudine di iniziativa operativa. Per quanto riguarda la scelta
del ricovero del Pozzan, non c'era un gran che da scegliere, si trattava di
via Sicilia o di un altro appartamento vicino alla Fontana di Trevi di cui
disponeva il servizio.
PRESIDENTE.
Non vorrei ricordare male, ma la sede di via Sicilia era una sede coperta
intestata ad un gladiatore, a tal Colantuoni. Questo le risultava?
MALETTI.
Non ricordo a chi fosse
intestata, ma sapevo che era una sede coperta, come era una sede coperta
quell'appartamento al quale ho fatto cenno adesso, dove tra l'altro io
stesso ho ricevuto vari visitatori importanti, tra cui il senatore Boldrini.
FRAGALA’.
Signor generale, in un suo appunto del 21 marzo 1974 si fa accenno a un
certo Sorrentino. Può dirci la vera identità di costui?
MALETTI.
Mi dispiace ma non mi
ricordo neanche il nome di questo signore.
FRAGALA’.
Cosa sa sulla compilazione della famosa velina del 16 dicembre 1969 sulla
strage di piazza Fontana?
PRESIDENTE.
Per memoria della Commissione, la velina di cui abbiamo parlato a lungo in
Commissione che vedeva una pista anarchica e faceva i nomi di Delle Chiaie,
della Aginterpress, ci si è domandati a lungo se fosse un parziale
depistaggio o la prova in realtà che la pista di destra fosse già nota
all'epoca al servizio.
MALETTI.
Mi dispiace, ma non ricordo
questa velina del 1969.
FRAGALA’.
Signor generale, le dico anche un'altra cosa, vediamo se lei si ricorda,
perché probabilmente l'intervento del Presidente, che ha riportato alla
memoria della Commissione una serie di circostanze dei nostri lavori,
magari ha obnubilato la sua su un altro aspetto. Noi adesso continuiamo ad
acquisire, dopo il crollo del muro di Berlino, dopo la fine del Partito
comunista in Italia che si è trasformato in Pds, dopo la polverizzazione
di tutti gli esponenti dei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra, dalle
Br a Potere operaio, a Lotta continua, eccetera, che sono andati in tanti
posti; cominciamo ad acquisire l'arresto di Sofri per Calabresi, eccetera;
cominciamo ad acquisire delle notizie interne a quei fatti. Per esempio,
non so se lei l'ha saputo dalla stampa italiana, qualche anno fa in una
trasmissione radiofonica che si chiama Videomusic il capo storico delle Br,
Renato Curcio, ha rivelato che le Br fecero un'indagine interna ai
gruppuscoli extraparlamentari sia per la strage di piazza Fontana, sugli
autori e le responsabilità, sia per il suicidio di Pinelli, arrivando alle
conclusioni che nella strage di piazza Fontana la pista di sinistra non era
peregrina, per usare un eufemismo, la pista degli anarchici non era
peregrina e che Calabresi non c'entrava nulla nel volo del Pinelli dalla
questura di Milano, bensì Pinelli, nei pochi minuti che lo lasciarono
solo, era stato travolto dal rimorso e si sarebbe buttato giù da quella
finestra. Adesso Sofri dal carcere lancia segnali su frodi processuali e
depistaggi ai danni di Fioravanti e Mambro per la strage di Bologna,
scrivendo articoli sul settimanale "Panorama" - non so se lei lo
ha letto - e sul quotidiano "II Foglio". Quindi cominciano a
venire a galla un certo mondo e certe informazioni che prima, per una certa
fratellanza a sinistra, erano proibite e non sarebbero mai potute uscire.
Ora, su questa velina di cui le parlo, questa del 16 dicembre 1969 sulla
strage di Piazza Fontana, evidentemente avere la verità sulla sua
compilazione da parte del servizio sarebbe un'acquisizione enorme per i
lavori di questa commissione, perché naturalmente ci darebbe una chiave di
lettura per tanti fatti che poi sono stati anche, per motivi di propaganda
politica o di competizione ideologica, adulterati, obliterati, cancellati,
rimossi, e via dicendo. Lei su questa velina non ha mai assunto nessuna
informazione in diretta; lei non era a capo del servizio. Quando è
diventato capo del servizio, nel 1971, rispetto a questa velina del 1969
lei l'ha letta? Questa è la mia domanda.
MALETTI.
E’
passato un quarto di secolo, quasi, e di veline ne ho avute veramente
tante, importanti come quelle di piazza Fontana, di cui non mi ricordo
assolutamente il contenuto, e meno importanti. Quindi con la miglior buona
volontà non le posso dare una risposta.
FRAGALA’.
La ringrazio. Lei in un suo appunto del 1973, proprio quando il giudice
D'Ambrosio insisteva per conoscere la fonte di quell'appunto, lei scrisse:
"Questione Santoni-Tanzilli si mette in modo pericoloso". cosa
voleva significare?
MALETTI.
Santoni era uno dei capicentro
del gruppo centri di controspionaggio di Roma e l'altro, Tanzilli, chi era?
FRAGALA’.
Sì. Gerardo D'Ambrosio, allora giudice istruttore di quella inchiesta,
insisteva per conoscere la fonte di quell'appunto e lei scrisse
"Questione Santoni-Tanzilli si mette in modo pericoloso". cosa
voleva significare?
MALETTI.
Non so che cosa volesse
significare perché un appunto, un'annotazione a fianco ad una segnalazione
non me la ricordo neppure. Non so esattamente quale fosse il rapporto tra
Santoni e Tanzilli. Queste cose, purtroppo, non rimangono attaccate alla
memoria molto a lungo.
PRESIDENTE.
Tornando al problema della velina, preso atto che lei non ne serba memoria
dopo tanti anni, ma dell'Aginter Press può dirci niente? Dei rapporti tra
la Aginter Press e Delle Chiaie, fra la Aginter Press e Merlini, almeno in
termini di verosimiglianza, che cosa era agli atti del servizio, a
conoscenza del servizio, allora, di questa cellula estera e che ruolo può
aver avuto sulle vicende
italiane?
MALETTI.
Senatore, io parlo in termini di
verità, non in termini di verosimiglianza e quando dico che non mi ricordo
qualche cosa non me la ricordo, quindi anche sulla Aginter Press e sul
ruolo di questa organizzazione nella eversione nazionale o meglio nella
sovversione italiana, non posso aggiungere proprio niente a quello che
immagino loro sappiano, più di me perché io non ho letto i documenti da
23-24 anni. La Aginter Press, poi, è stata oggetto di diversi rapporti dei
centri di controspionaggio che dovrebbero essere agli atti. Più di questo
io non posso fornire.
FRAGALA’.
Signor generale, lei ci ha già detto che si incontrava con l'onorevole
Boldrini. Questo è un interrogatorio di Labruna del 5 agosto 1984 alla
commissione P2, nel quale Labruna riferisce, così come lei ha ora detto,
che lei si incontrava riservatamente in una sede coperta con l'onorevole
Boldrini, esponente del Pci di allora e questi incontri sono stati almeno
per tre-quattro volte. Vuole rivelare adesso alla Commissione quali sono
stati gli argomenti trattati tanto riservatamente con un esponente politico
come Boldrini?
MALETTI.
Nel 1974 - o 1975, non mi
ricordo esattamente - in seguito alle voci e alle informazioni ricevute
della possibilità di un golpe
di ferragosto, il Partito comunista doveva aver avuto qualche sentore di
qualcosa che bolliva in pentola, per cui l'ammiraglio Casardi su richiesta,
ritengo, del senatore Pecchioli mi incaricò di prendere contatti, o meglio
di essere io l'uomo di contatto con un esponente del Partito comunista che
lo ritenevo essere Pecchioli. Siccome avevo conosciuto il senatore Boldrini
precedentemente, per un fatto di relazioni sociali, immagino che sia stata
una scelta del Partito comunista di inviare il senatore Boldrini a parlare
con un elemento del servizio, che ero io. L'incontro fu uno, non tre o
quattro, si svolse a via degli Avignonesi a Roma e l'argomento fu questo:
Boldrini mi chiese notizie sulla verità, la realtà, la probabilità di un
colpo di Stato militare nel breve termine. Io diedi le più ampie
assicurazioni a Boldrini che non ci risultava più nulla del genere, che il
cosiddetto "golpe di
ferragosto" non era mai stata una cosa seria o che era rientrato, ma
non avevamo altre notizie, e questo fu il mio colloquio con Boldrini, con
il quale bevemmo un paio di whisky, dopodichè ciascuno andò per la sua
strada.
FRAGALA’.
Signor generale, rispetto a quanto lei adesso ci dice di un incontro tra
conoscenti o tra amici che bevono un bicchiere di whisky, il capitano
Labruna rispondendo alla Commissione P2 sostiene che lei diede incarico al
Labruna di organizzare un servizio di sicurezza all'esterno dell'edificio
nel quale si svolgevano i colloqui fra il generale Maletti e l'onorevole
Boldrini, tutto ciò per tre o quattro volte e poi, dice naturalmente il
capitano Labruna, ovviamente dato il livello degli incontri ignoravo ed
ignoro il contenuto dei colloqui. Ciò significa che addirittura questi
incontri furono sottolineati da un servizio di sicurezza, questo lei lo
conferma, all'esterno dell'edificio?
MALETTI.
Credo che ci sia una notevole
dose di esagerazione in questo rapporto del capitano Labruna. Il servizio
di sicurezza consisteva nel fatto che un sottufficiale stava fuori della
porta dell'appartamento e un altro sottufficiale stava all'ingresso della
casa. Gli incontri in realtà sono un incontro e questo particolare
incontro durò circa un'ora. Un'ora, forse, non di più. Sono poi convinto
che a questo incontro sia stato presente, nella stessa stanza nella quale
ebbe luogo, anche lo stesso Labruna.
FRAGALA’.
La ringrazio. In uno dei suoi appunti sequestrati - è questo che le mostro
in fotocopia - si legge: "Avanguardia nazionale organismo eversivo così
come Lotta continua da Lotta continua per arrivare ad Avanguardia
nazionale". Che cosa significa?
MALETTI.
Qui c'è scritto
"partire da Lotta continua per arrivare ad Avanguardia
nazionale". Non ho idea di che cosa si parlasse il 2 febbraio del 1973
e che cosa significasse questo passaggio da Lotta continua ad Avanguardia
nazionale.
PRESIDENTE.
Può esserci il riflesso di una cultura dell'epoca: per lungo tempo le
forze di sinistra non riuscirono a misurarsi in termini di autocoscienza
con la sinistra estrema. Si diceva "le sedicenti brigate rosse",
si aveva l'idea che si trattasse di gruppi in realtà di destra e che
agissero in funzione provocatoria. Può essere questa la traccia?
MALETTI.
Potrebbe essere questa
l'interpretazione.
FRAGALA’.
Signor generale, il capitano Labruna ha dichiarato di averle trasmesso un
rapporto ricevuto dal giornalista Guido Paglia. Paglia ha smentito,
documentando la falsa attribuzione di quel documento; cosa può dirci al
riguardo? Le risulta che le notizie attribuite a Paglia erano state
riferite in un appunto precedentemente trasmesso dal servizio dall'agente
Giannettini (questa è la dichiarazione giudiziale di Guido Paglia)?
MALETTI.
Io qui a pagina 170 del
fascicolo avevo scritto "non ricordo che Labruna mi abbia consegnato
una relazione di Guido Paglia sul ruolo svolto da Avanguardia nazionale nel
golpe Borghese". L'avevo già
detto anche prima, credo, se l'avessi avuto, avrei fatto utilizzare questo
documento per il famoso malloppone.
FRAGALA’.
Ma a lei risulta che le notizie attribuite a Paglia fossero già state
riferite in un appunto precedentemente trasmesso al servizio dall'agente
Giannettini? Questo le risulta?
MALETTI.
Oggi no; allora forse sì.
FRAGALA’.
La ringrazio. L'8 luglio 1974, a seguito di un rapporto del tenente
colonnello Condò, si ebbe notizia di un complotto ordito da Sogno,
Pacciardi, Spiazzi, Fumagalli e ambienti massonici; nessun elemento del
Fronte nazionale a eccezione di Orlandini, che però da tempo era stato
allontanato da quel movimento, apparve coinvolto in quella cospirazione. Le
indagini portarono alla individuazione della Rosa dei venti e alle presunte
responsabilità dei soprannominati più il generale Ricci. come si giunse a
unificare queste indagini in un solo rapporto che comprendeva anche il
cosiddetto golpe Borghese? Perché
il 16 settembre 1974 fu trasmesso alla magistratura un unico dossier
che diede poi origine a un solo giudizio, quello conosciuto come processo
Borghese? Quale concreta relazione avevano i due ultimi episodi con quello
dell'8 dicembre 1970?
MALETTI.
Questa è una domanda piuttosto
lunga. Non conosco il tenente colonnello Condò, che non era alle mie
dipendenze. Il rapporto che riuniva queste informazioni venne compilato
sulla base non tanto di rapporti singoli precedentemente ricevuti; in poche
parole, non era un mosaico di vari rapporti ricevuti da diverse fonti. Era
il risultato di accertamenti, di attività informativa svolta come detto
precedentemente dal tenente colonnello Romagnoli e dal capitano Labruna,
quindi venne tutto riunito in un solo documento di una ventina di pagine,
se non mi sbaglio, che poi la magistratura avrebbe esaminato nei suoi vari
filoni.
FRAGALA’.
Quindi lei non si è posto il problema del come mai due fatti assolutamente
diversi, distanti, senza nessuna connessione né probatoria né soggettiva,
direbbero gli operatori di diritto - erano persone diverse e non c'era
connessione di prova fra i due fatti - furono riuniti in un solo rapporto e
quindi determinarono un solo processo? Lei non si è mai posto questo
problema?
PRESIDENTE.
Ma un servizio non fa polizia giudiziaria, quindi loro fanno l'unico
rapporto da cui sarebbero potute nascere poi diverse indagini giudiziarie.
MALETTI.
I
fatti non c'entravano niente l'uno con l'altro, sì, però erano sempre
fatti di eversione di destra che erano presi globalmente e che la
magistratura avrebbe poi indagato.
FRAGALA’.
Prendo atto della risposta e la ringrazio. L'ultima domanda: tra i suoi
appunti - le do la fotocopia dell'appunto - ne risulta uno datato settembre
1974: in esso si legge di un nucleo eversivo riunitosi a Roma e della
fallita cattura di Delle Chiaie. Ricorda se in quello stesso mese Nicoli,
collaboratore del servizio, fosse stato da voi incaricato di promuovere una
riunione di esponenti del fronte nazionale per facilitare la loro cattura?
E ricorda quale fosse la missione in Toscana affidata dal servizio a Degli
Innocenti? Sono due domande.
MALETTI.
Ricordo benissimo la parte
romana dell'argomento, che cioè Delle Chiale, segnalato come in arrivo nel
Lazio settentrionale, nella zona di Viterbo, avrebbe potuto essere
catturato con un'azione di polizia giudiziaria che stranamente fallì.
Ricordo anche che l'informatore Tino Nicoli da La Spezia venne chiamato a
Roma dal servizio per poter partecipare a quella riunione e in quella
particolare riunione un nostro informatore, oltre a Nicoli, avrebbe dovuto
avere una funzione essenziale, cioè quella di registrare tutto quello che
si andava dicendo in questa riunione-colazione. come avevo detto prima,
all'inizio di questa riunione, il sistema di intercettazione non funzionò
quindi non ottenemmo alcun risultato; questo avveniva ai primi di settembre
del 1974, quindi le due cose furono purtroppo fallimentari. Delle Chiaie
fuggì, probabilmente informato da qualcuno che non sono riuscito ad
individuare e non posso neanche riuscire ad ipotizzare.
FRAGALA’.
E quale fosse la missione in Toscana affidata dal servizio a Degli
Innocenti?
MALETTI.
No,
questo non me lo ricordo, ma era quasi certamente una missione di
contatto con elementi eversivi anche in quella zona.
PRESIDENTE.
Signor generale, lo capisco il suo riserbo, la Commissione però non tende
tanto ad individuare responsabilità personali, quanto un complesso di
responsabilità anche istituzionali. Mi sembra che dalle cose che lei dice
traspaia il sospetto che queste frange eversive continuassero a godere di
protezione di tipo istituzionale, per cui qualche fallimento potrebbe
essere stato voluto; questo emergeva dal complesso della sua dichiarazione.
MALETTI.
Esattamente, signor Presidente.
Il fallito funzionamento delle intercettazioni, secondo me, è da
addebitare ad una voluta manomissione del sistema di intercettazione perché
quando lo si voleva far funzionare funzionava. La cancellazione di una
parte del nastro o meglio la mancata audizione della parte del nastro che
l'onorevole Andreotti doveva ascoltare, anche quella mi è sembrata molto
sospetta, perché non è possibile che proprio nel momento più bello,
diciamo, quando l'attenzione era desta incominciassero quei vuoti che si
sono poi prolungati fino all'ultimo.
Per
quanto riguarda Delle Chiaie ho l'impressione che ci sia stato qualcosa da
parte dell'Arma territoriale. Non sono del tutto sicuro che elementi dei
carabinieri non abbiano informato qualcuno che a sua volta abbia informato
Delle Chiaie.
PRESIDENTE.
Va bene, possiamo interrompere e fare una breve colazione; riprenderemo
presto perché il generale vuole essere libero entro stasera, quindi dopo
la colazione riprendiamo, verso le ore 15,30 o anche le 15,00 se siete
d'accordo. Siamo d'accordo per le ore 15,00? Per lei va bene? Il generale
ha espresso il desiderio di finire oggi pomeriggio quindi andiamo incontro
ad un suo desiderio.
(L'audizione
è sospesa dalle ore 14,00 alle ore 15,15)
SECONDA
PARTE
CORSINI.
La ringraziamo per la disponibilità a questo incontro e vorrei procedere
ad una serie di domande in ordine ad ambiti, fasi e vicende tra loro
differenziate. La prima, per tornare al tema di Gladio, immagino che lei
ormai abbia avuto modo, attraverso la stampa italiana, di apprendere alcuni
o i nominativi dei cosiddetti gladiatori, che nella loro consistenza
ufficiale, ammontano a seicentoventidue unità. Lei ne ha conosciuto
personalmente qualcuno? Io potrei farle un elenco di alcuni nominativi per
valutare se lei è in grado di fornire qualche indicazione su questi
personaggi, sulla loro possibile appartenenza o una loro possibile
gravitazione verso l'organizzazione Gladio. Alcuni sono nominativi molto
noti, altri invece di secondaria rilevanza; per esempio Gianfranco Bertoli,
Gianni Nardi, Sandro Saccucci, Vincenzo Vinciguerra, Delfo Zorzi, Carlo
Maria Maggi, Massimiliano Fachini, Stefano Delle Chiale, Aldo Semerari,
Paolo Signorelli, Amos Spiazzi, Ivano Boccaccio, Marco Morin, Manlio
Portolan, Enzo Maria Dantini; sono personaggi che peraltro ricorrono nelle
cronache e nelle vicende che attengono a progetti eversivi. Secondo lei
sono in qualche misura riconducibili a Gladio, lei ha notizie circa questi
personaggi? Allorchè lei occupava il suo incarico ha avuto modo di
condurre indagini su di loro, di fare verifiche?
MALETTI.
Sì,
su una parte di questi individui che lei ha citato ho avuto modo di
fare o meglio di far fare degli accertamenti; venivano in parte contattati
da elementi dei centri di controspionaggio, ma queste indagini non hanno
mai avuto a che fare con la loro appartenenza eventuale a Gladio.
Escluderci che Spiazzi sia stato membro di Gladio perché era un ufficiale
in servizio permanente e non penso fosse ammessa la partecipazione di
ufficiali in servizio permanente effettivo a Gladio. Degli altri, sapendo
che una buona parte dei cosiddetti gladiatori - da quanto ho letto
recentemente - erano persone senza precedenti sia politici che penali di
rilievo, credo che nessuno di questi che lei ha citato abbia mai
appartenuto a Gladio, ma non è una certezza.
CORSINI.
Mi permetto di fare altri nomi, questi senza dubbio molto noti: per esempio
Marco Affatigato, Enzo Erra, Valerio Fioravanti, Mario Tuti; anche su
questi le è capitato di fare degli accertamenti, di ricevere rilievi,
verbali al di là del fatto che possano essere o meno riconducibili -
ammesso che a lei risulti - a Gladio; ha avuto modo di fare delle ricerche
su queste persone?
MALETTI.
Su tre di queste persone da lei
citate sì, senza dubbio sono stati fatti degli accertamenti - ripeto - dal
centri di C.S.; sulla quarta persona - Enzo Erra è un giornalista mi pare
- sulla quarta persona, nessun accertamento è stato fatto.
PRESIDENTE.
Per un chiarimento: purtroppo non abbiamo la trascrizione, in tempo reale,
delle risposte che lei ha dato alle domande precedenti. Però, se ricordo
bene, lei ha ritenuto, come è vero o per lo meno come è fortemente
verosimile, che una frangia dell'eversione di destra fosse in qualche modo
utilizzata e contattata da reti clandestine, in funzione anticomunista. Se
lei esclude che ciò avvenisse attraverso Gladio, avveniva allora
attraverso altre reti o si trattava di un contatto informale che non
presupponeva l'appartenenza ad una struttura comunque formalizzata?
MALETTI.
Ritengo che non fosse un
contatto di strutture formalizzate, ma un contatto occasionale da parte di
altri organi che si potevano valere di queste frange estremiste per scopi
informativi.
PRESIDENTE.
E questo basterebbe a giustificare la preoccupazione che poi si è avuta,
nel tenerle comunque coperte o nell'impedire che le indagini giudiziarie
andassero in quelle direzioni.
MALETTI.
No, non direi che lo
giustifichi; comunque io non credo di aver mai ordinato, come capo del
reparto D del Sid, di bloccare eventuali indagini che venivano svolte a
carico di elementi come quelli citati poco fa. La protezione data a
Giannettini e gli aiuti dati a Pozzan rientrano in un altro ordine di idee.
PRESIDENTE.
Non mi riferivo a lei, mi riferivo a quest'altro ordine di idee che
traspariva da sue risposte precedenti.
MALETTI.
Questo secondo ordine di
coperture, di protezioni poteva indubbiamente essere dato per altri scopi
da altri organi. Poteva; qui mi sbilancio a dire che è possibile che
questo altro organo fosse l'ufficio Affari Riservati.
CORSINI.
Sulla base delle sue conoscenze, che siano dirette o indirette, le persone
che adesso le dirò erano in possesso di notizie su Gladio, e se sì a
quale livello di conoscenze e attraverso quali canali? Sto parlando di due
personaggi con i quali lei ha avuto rapporti, è stato in contatto per
ragioni diverse: Licio Gelli e Carmine Pecorelli. Questi due personaggi
hanno mai avuto occasione di parlarle dell'argomento, magari anche in forma
del tutto indiretta? E a questo proposito, sulla base delle risultanze
attuali di cui disponiamo su Gladio, lei può o riesce ad interpretare
possibili accenni oscuri o trasversali che, al tempo, Gelli o Pecorelli
potessero averle fatto?
MALETTI.
No, direi di non poter citare
alcun riferimento (non credo che ciò mi sia mai stato fatto) sia pure in
maniera trasversale da parte di Gelli o Pecorelli ad azioni collegate
all'esistenza di Gladio o all'esistenza stessa di questa organizzazione.
Però devo dire - e questa è un'ipotesi - che sia Gelli che Pecorelli
potevano essere a conoscenza di cos'era Gladio e di quali erano i suoi
compiti.
CORSINI.
Passerei adesso invece ad un altro personaggio e ad un altro problema. Lei
ha avuto alle sue dipendenze Ambrogio Viviani, ora generale in congedo.
come certamente saprà, o almeno in parte, Viviani si è distinto per una
serie di dichiarazioni più o meno clamorose su vicende attinenti Gelli ma
anche su altri eventi significativi: dichiarazioni rese in un libro e poi
un'infinità di testimonianze alle autorità giudiziarie, interviste,
trasmissioni televisive e così via. Lei è in grado, ammesso che ne sia a
conoscenza, di esprimere commenti e valutazioni su questo aspetto e sulla
caratterizzazione, in modo particolare, del generale Viviani?
MALETTI.
Non ho seguito l'attività
televisiva, pubblicistica e non ho letto il libro che lei dice che Viviani
ha pubblicato o scritto. Per quanto riguarda il generale Viviani io ho
avuto alle dipendenze come tenente colonnello capo della sezione
controspionaggio subito dopo il tenente colonnello lucci e devo dire che
l'ho molto preferito al tenente colonnello Iucci come capacità, serietà e
come impegno e anche come lealtà. Il tenente colonnello Viviani, (ora
credo generale di brigata o di divisione nella riserva) era anche ambizioso
e quindi posso riferire questa sua produzione verbale, letteraria, scritta
ad un desiderio di emergere.
(Voce
fuori mícrofono).
MALETTI.
Sì, si tratta dello stesso
Iucci che poi è diventato comandante generale dell'Arma dei carabinieri.
CORSINI.
Viviani afferma, nonostante in un primo tempo avesse negato questo fatto,
di aver effettivamente aderito alla loggia massonica P2, ma di averlo fatto
su sollecitazione del generale Santovito per svolgervi occultamente attività
informativa. Sostanzialmente sarebbe stato un infiltrato. Dice anche che in
un'epoca precedente, verso il 1972, e quindi in coincidenza con il periodo
della sua direzione al reparto D, aveva svolto indagini su Gelli in
relazione ai suoi contatti con elementi libici o ad altri comportamenti
illeciti o sospetti. Lei ci può riferire qualche notizia in proposito? E
ancora: lei ha conosciuto l'ammiraglio Martini e quale genere di rapporti
ha avuto con lui? Può affermare che il Martini a quell'epoca, e cioè nei
momenti in cui lei dirigeva il reparto D, fosse a conoscenza di Gladio e
della sua attività? Le risulta che lo stesso Martini abbia mai conosciuto,
a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, Licio Gelli? Ovvero sa di
appartenenze massoniche in genere del Martini? E infine, è in grado di
fornire ulteriori dati o informazioni che possano rivelarsi utili per
definire a fini specifici alcuni aspetti dell'attività di Martini?
MALETTI.
Non so se Viviani sia entrato
nella loggia P2 su sollecitazione di Santovito, comunque se lo dichiara lui
... Non so neppure - non credo che la cosa risponda del tutto a realtà -
se Viviani abbia condotto un'indagine specifica su Gelli, in connessione
con sue relazioni con il Servizio libico o con i libici in generale. So
tuttavia che Viviani fu incaricato di preparare una bozza di regolamento
per le truppe paracadutistiche libiche nel 1972, su richiesta del generale
Miceli. Per quanto riguarda la sua attività nei confronti di Gelli, mi
sembra strano perché non sarebbe spettato a lui bensì al colonnello
Genovesi dei carabinieri che dirigeva la prima sezione "sicurezza
interna" del reparto D. Se Viviani ha fatto questa indagine la deve
aver fatta traendo informazioni dalla prima sezione di Genovesi e senza
informare me del particolare filone di interesse che lo conduceva a
sovrapporsi in un certo senso a Genovesi. I miei rapporti con l'ammiraglio
Martini sono stati contrassegnati da alti e bassi: non abbiamo avuto
reciproche simpatie spiccate. L'uomo è molto efficiente, molto capace,
certamente si è interessato di Gladio, ne conosceva l'esistenza anche
perché le attività di Gladio rientravano nell'ambito di competenza, se
non erro, del suo reparto, cioè il reparto R.S. a meno che non si
trattasse di altro ufficio. Scusi c'è dell'altro?
CORSINI.
Vorrei insistere un attimo su Martini perché in occasione del suo
interrogatorio a Venezia lei afferma, a proposito dell'ammiraglio Martini:
"I miei rapporti con Martini sono stati sempre piuttosto freddi;
l'ho conosciuto nel 1971 quando giunsi al reparto D e mi risulta che aveva
un rapporto privilegiato con Vito Miceli". Ritiene di poter aggiungere
altri elementi o particolari sul conto di Martini? Per esempio le risultano
suoi collegamenti con personalità politiche oppure sue appartenenze o
connessioni con centri occulti di potere?
MALETTI.
Non so se Martini avesse dei
rapporti privilegiati con autorità politiche. Credo, tuttavia, che abbia
visitato più di una volta uomini politici di spicco, non per motivi di
interesse personale o politico ma, più che altro, in preparazione di
queste personalità politiche (vedi il Ministro della difesa o il Ministro
degli esteri) a riunioni ad alto livello Nato, in quanto Martini si
interessava della cosiddetta minaccia, cioè della possibilità di attacco
sovietico o del blocco orientale all'Italia. collegamenti con centri
occulti? No, a parte la sua conoscenza di Gladio.
CORSINI.
Martini ha ricoperto l'incarico di direttore del Sismi per un periodo molto
lungo, forse il più lungo di tutta la storia dell'organismo, anche se
avrebbe dovuto essere collocato in congedo da diversi anni. Può fare
qualche collegamento su questo dato? E per quanto a lei è noto, si sono
verificati ancora casi di così prolungato trattenimento in servizio in
incarichi direttivi di così alto livello? Ritiene pertanto che in questa
situazione, che ha avuto poi un ulteriore seguito con la sua nomina a
consulente particolare del Presidente del Consiglio dell'epoca cioè
l'onorevole Amato, esistono, come dire, elementi di anormalità: c'è una
qualche anomalia in questa vicenda di un servizio così prolungato a questo
livello?
MALETTI.
Sì, indubbiamente questo lungo
periodo nel Servizio in un incarico di vertice è anomalo. Qui formulo
semplicemente un'opinione personale e cioè che è molto probabile che
l'ammiraglio Martini abbia riscosso la fiducia di personalità politiche
con le quali aveva un rapporto privilegiato: potrebbe darsi che fosse il
Ministro della difesa o il Presidente del Consiglio dell'epoca. Martini
era, per usare un termine che si adatta anche al suo tipo di forza armata,
un navigatore, in poche parole conosceva quali rotte battere.
PRESIDENTE.
Le risultava di un rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga?
MALETTI.
Credo esistesse un
rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga che datava dal tempo in cui
Martini era comandante dell'incrociatore Vittorio Veneto, se non sbaglio.
CORSINI.
Per quanto a lei risulti noto nel periodo della sua permanenza in servizio,
l'ammiraglio Martini si interessava alla struttura Gladio? Ha mai avuto
occasione di parlargliene?
MALETTI.
No, non ho mai avuto occasione
di parlarne con Martini, ma so che si interessava della struttura di
Gladio.
CORSINI.
Cosa significa che si interessava? Faceva indagini, aveva rapporti diretti?
MALETTI.
Si
trattava, ritengo, di un rapporto di comando, di responsabilità nei
confronti della struttura.
CORSINI.
E ancora a proposito di Martini, è risultato che Licio Gelli nel corso di
una sua testimonianza come parte lesa in un processo per diffamazione ha
affermato di essere in rapporti, come dire, di solidarietà e di amicizia
con Martini. Le risulta qualcosa in proposito?
MALETTI.
No, è la prima volta che lo
sento dire.
CORSINI.
Passerei ora ad altri due problemi. Il primo riguardante Pecorelli, il
secondo la strage di Peteano. Può riferire, anche magari entrando nel
dettaglio, la storia della sua vicenda con il giornalista Pecorelli? Perché
risulta che, in un certo periodo, Pecorelli le ha dimostrato una rigorosa
avversione attraverso una ripetuta serie di forti attacchi a lei ed al suo
operato pubblicati dall'agenzia O.P. Viceversa in un momento successivo la
situazione pare mutare e tra lei e Pecorelli si instaura un rapporto, come
dire, normale, all'apparenza più fluido. Sarebbe quindi utile una sua
illustrazione circa tali aspetti.
MALETTI.
Quando giunsi al Sid nel 1971
Pecorelli era veramente guardato come la pecora nera dal Servizio, almeno
da una parte del Servizio cioè dal reparto D il cui precedente direttore
Gasca Queirazza mi aveva messo in guardia contro contatti con Pecorelli. Mi
aveva anche detto che Pecorelli era in stretto contatto con l'entourage
Miceli ed in particolare con il tenente colonnello Cosimo Pace che era un
elemento alle dirette dipendenze del generale Miceli. Pecorelli incominciò
ad attaccarmi quasi immediatamente dopo la mia assunzione di tale incarico
affibbiandomi vari soprannomi più o meno ironici, sgradevoli, facendomi
capire tra le righe che mi minacciava, ed era quasi ricattatorio. Gli
esperti di Pecorelli (perché c'era anche una categoria di esperti al Sid
su questo genere di signori) mi hanno fatto capire che Pecorelli voleva
essere impiegato come era già stato impiegato da qualche mio predecessore
(non da quello immediatamente prima di me) e quindi avrebbe gradito anche
essere pagato per le sue prestazioni. L'antipatia di Pecorelli, ritengo
interessata, si prolungò fino al 1976 circa. In quell'anno, poco dopo il
mio rilascio dal carcere di Catanzaro, il generale Mino, comandante
generale dell'Arma dei carabinieri con il quale ero in rapporti di amicizia
ed a breve distanza "geografica" (abitavamo quasi nello stesso
quartiere), mi chiese se avessi per caso voluto fare la conoscenza di
Pecorelli perché, a suo parere, questa specie di guerriglia che si era
instaurata tra di noi era nociva. A me certamente non fruttava, così come
neanche a Pecorelli. Allora io dissi incontriamolo senz'altro e ci
incontrammo a casa del generale Mino. Pecorelli fu particolarmente cordiale
con me e mi disse semplicemente: "guardi io non ho mai creduto alla
sua colpevolezza, però le devo dire francamente che la considero un
fesso". Il che mi ha fatto molto onore perché essere considerato
fesso da Pecorelli voleva dire per lo meno non essere considerato un
disonesto. Pecorelli venne a trovarmi tre, quattro e anche più volte a
casa, mi invitò una volta a cena a casa sua con mia moglie; fu sempre
cordiale nei miei confronti senza peraltro chiedermi notizie che potessero
ricondurre al Sid. I suoi incontri erano più che altro incontri di sfogo;
si lamentava di terribili mal di testa, qualche volta cadeva addormentato
sul sofà di casa mia, con mia sorpresa, perché si era imbottito di
pillole contro l'emicrania. Quando Pecorelli venne assassinato nel 1979, io
lo seppi dal capitano Labruna che mi telefonò verso le otto o le nove di
sera e mi disse appunto che Pecorelli era stato trovato ucciso accanto al
suo ufficio. Non ho avuto altri rapporti con Pecorelli tranne quel suo
strano rapporto quasi di pentimento nei miei confronti.
CORSINI.
A lei risulta che altri esponenti appartenenti al Sid fossero in contatto
con Pecorelli? E le risulta in particolare se Pecorelli conoscesse Martini,
Lombardo, Romagnoli?
MALETTI.
Sono convinto che Pecorelli
conoscesse il vertice del Sid nella persona del generale Miceli con il
quale si era incontrato più volte fin da prima del mio arrivo al Sid.
conosceva il colonnello Pace e certamente conosceva il colonnello o
capitano di vascello, commissario di marina Castaldo e altri personaggi del
gruppo di palazzo Baracchini. Non so se conoscesse Mart.ini ma sinceramente
non credo lo conoscesse. Conosceva un certo numero di ufficiali dei centri
di controspionaggio sia all'epoca del mio periodo di comando, sia in
precedenza.
CORSINI.
Lei ha avuto alle sue dipendenze il colonnello Demetrio Cogliandro. Può
dirci tutto quanto ritiene utile su questo personaggio, sempre naturalmente
in riferimento ai temi di cui stiamo discutendo? E lei, soprattutto, è in
grado di descrivere il ruolo avuto nella vicenda Mi.Fo.Biali? E anche per
quanto riguarda quest'ufficiale, è al corrente di una sua conoscenza con
Gelli e di eventuali sue partecipazioni massoniche? Inoltre, cosa può dire
delle eventuali relazioni esistenti con Pecorelli, con Viviani, con
Lombardo, con Romagnoli?
MALETTI.
Ignoro se Cogliandro avesse
relazioni con Ivan Matteo Lombardo; certamente ne aveva con Pecorelli,
probabilmente con Gelli.
Per
quanto riguarda la figura di Cogliandro, egli è succeduto al colonnello
Caciuttolo dei carabinieri, nel comando dei centri di controspionaggio di
Roma nel tardo 1971. Era stato prima segretario del reparto D; è stato
sostituito in questo incarico dal colonnello Viezzer. Quando Caciuttolo
venne sostituito - mi correggo - non da Cogliandro ma dal colonnello
Marzollo, chiesi a Cogliandro se volesse a suo tempo sostituire Marzollo
che non mi andava molto bene per i suoi agganci diretti con il capo
servizio. Ccogliandro accettò volentieri, credo che all'epoca comandasse
il gruppo di Bolzano. Tempo dopo fui ben lieto di averlo come comandante
del gruppo centri di controspionaggio di Roma. Era un ottimo ufficiale,
molto capace, molto silenzioso, ottimo lavoratore, dava anche buoni
consigli, era, insomma, un ufficiale dei carabinieri, a mio parere, tra i
migliori che avessi conosciuto. Comandò molto bene il raggruppamento
centri e io lo lasciai in quell'incarico quando a mia volta lasciai il
Servizio.
CORSINI.
E sulla vicenda Mi.Fo.Biali?
MALETTI.
Per quanto riguarda la vicenda
Mi.Fo.Biali essa richiede una spiegazione un po' lunga; Cogliandro,
attraverso quali canali adesso non ricordo precisamente, venne a conoscenza
dei contatti di Foligni con altri personaggi e mi chiese se avesse potuto
(se io lo volessi autorizzare) a procedere alla intercettazione di Foligni.
Io dissi di sì, l'ammiraglio Casardi approvò e Cogliandro effettuò
l'intercettazione di Foligni. L'intercettazione era irregolare; non
intendevamo farla approvare dalla magistratura sempre per il motivo della
permeabilità della magistratura e della possibilità che, soprattutto nel
Palazzo di giustizia di Roma, ci potessero essere delle fuoriuscite di
notizie che potessero danneggiare l'operazione. Il prodotto di tale
operazione fu il fascicolo che poi venne battezzato Mi.Fo.Biali, dal quale
risultarono queste varie attività di Giudice, di Foligni e di altri.
Questo fascicolo venne da me portato all'ammiraglio Casardi il quale mi
disse di conservarlo e di parlarne con l'onorevole Andreotti, al quale io
andai a riferirne infatti quando era oramai, se non sbaglio, Ministro del
bilancio nel 1975. Il ministro Andreotti disse che la cosa indubbiamente
era molto delicata e di tenere in sospeso la trasmissione alla magistratura
di questa documentazione. Il fatto poi non ebbe seguito perché io passai
la documentazione al capitano Labruna il quale a sua volta la passò a
qualcun altro, motivo per cui sono stato condannato a quattordici anni di
prigione.
PRESIDENTE.
Il fascicolo però si era arricchito di tutto quello che riguardava i
traffici di alti ufficiali della Guardia di finanza.
MALETTI.
Certo, ho citato il generale
Giudice, ma ce ne erano anche altri coinvolti, Lo Prete, per esempio, e così
via.
CORSINI.
Lei questa mattina diceva di non aver acquisito conoscenze o fatto indagini
sulla vicenda di piazza della Loggia. Ha mai conosciuto l'allora capitano
ed ora generale Delfino?
MALETTI.
No, direi di non aver mai
conosciuto il generale Delfino.
CORSINI.
Ha mai sentito dire o le risulta per conoscenza diretta che avesse rapporti
con i servizi segreti italiani o con i servizi segreti statunitensi?
MALETTI.
Ripeto, non avendolo conosciuto,
non ho neanche notizie circa suoi rapporti con i servizi italiani o
stranieri.
CORSINI.
Lei si è fatto una sua idea personale delle ragioni per le quali in
carcere a Novara Tuti e Concutelli uccidono Ermanno Buzzi?
MALETTI.
No, la risposta è
negativa.
CORSINI.
Quindi non ha conoscenze o non ha seguito le vicende che riguardano la
strage di piazza della Loggia o fasi successive?
MALETTI.
Assolutamente no, non
ho seguito quelle vicende.
CORSINI.
E’ in grado di fornire qualche elemento di conoscenza circa la strage di
Peteano?
MALETTI.
Sulla strage di Peteano vi sono
state varie relazioni da parte del centro Trieste che sono _state acquisite
agli atti ed il cui contenuto completo adesso mi sfugge. Si sono fatte
svariate ipotesi; si è parlato, se non mi sbaglio non vorrei fare
confusione, di armi rinvenute che appartenevano a Gladio, ma, ripeto, non
vorrei fare confusione circa storie e fatti che ricordo confusamente. Molto
di più su Peteano non posso dire.
PRESIDENTE.
Secondo Vinciguerra, cioè
il reo confesso di Peteano, viene attribuito al capitano Labruna, sulla
falsa presupposizione che Vinciguerra fosse legato a Massimiliano Fachini,
di aver detto a Massimiliano Fachini, dopo l'episodio di Ronchi dei
Legionari e dopo la strage di Peteano, testualmente: "ora basta fare
fesserie", che se fosse un fatto riscontrato sarebbe indubbiamente di
notevolissima importanza perché lascerebbe presupporre che fino a quel
momento le fesserie non dico che erano approvate, ma, per lo meno, non
risultavano sgradite. Lei può dirci nulla circa tutto ciò?
MALETTI.
Faccio riferimento alla pagina
179 della bozza di relazione. Escludo che al mio livello si conoscessero i
nomi dei colpevoli. Labruna certamente non mi disse mai di aver incontrato
Vinciguerra, nome allora per me relativamente meno significativo, o di aver
invitato Fachini a smettere di fare fesserie. Si fece strada in me, troppo
tardi, cioè dopo il dibattimento di Catanzaro, il dubbio che Labruna
avesse intrattenuto suoi personali rapporti con eversori di destra a mia
insaputa. Una prima dichiarazione di Ventura al processo di Catanzaro mi
parve particolarmente significativa. Ventura dichiarò che per qualche
tempo aveva svolto "operatività informativa" (sono le sue
parole) per il Sid. Ora, a me questo non era mal risultato, ma, ripeto,
tenendo presente anche certi suggerimenti datimi più tardi dal colonnello
Viezzer e da Cogliandro dopo che aveva lasciato il Sid: "non si fidi,
Labruna fa un brutto gioco" mi venne il dubbio che Labruna, Ventura ed
altri si fossero incontrati a mia insaputa.
CORSINI.
Vorrei porre un'ultima domanda. Tornando a Gladio, la sua conoscenza di
tale organizzazione com'era articolata? Lei, per esempio, era a conoscenza
delle attività pregresse dell'organizzazione Osoppo?
MALETTI.
Ne sono venuto a conoscenza con
interesse dalla lettura di questa bozza. Sapevo dell'esistenza di
un'organizzazione Osoppo ma non ne conoscevo né la struttura, né i
compiti per quanto potessi immaginarli.
CORSINI.
Lei ricorda la vicenda del ritrovamento del deposito di Aurisina?
MALETTI.
Si
tratta di quel deposito che venne attribuito, se non erro, dapprima
all'eversione di sinistra e poi si scoprì essere un deposito di armi di
Gladio?
CORSINI.
Sì.
MALETTI.
Ricordo che c'è stata la
scoperta di un deposito.
CORSINI.
E lei ha mai avuto modo di conoscere il generale dei carabinieri
Gianbattista Palumbo?
MALETTI.
No, non ho mai
conosciuto personalmente il generale Palumbo.
CORSINI.
Se non ha conosciuto Palumbo non credo allora di poterle rivolgere altre
domande che pensavo di poterle fare.
DE
LUCA Athos.
Buona sera. A questo punto
dell'audizione farò qualche piccola premessa per vedere se l'idea che mi
sono fatto, e credo che molti altri colleghi si sono fatta, sul motivo per
cui siamo qui con lei oggi, può coincidere con una sua aspirazione. E’
evidente che noi non siamo qui, generale, per farle un processo, ma animati
da un convincimento che, visti gli anni che sono trascorsi da quelle
vicende, visto che abbiamo riscontrato nella Commissione, e quindi nel
Parlamento, una volontà di far luce su quegli anni a fronte di oggettivi
buchi neri in quella storia. Riteniamo che ci sono le condizioni politiche
per rendere al paese un po' giustizia di quel periodo storico. Le rivolgo
una domanda che deve prendere non come una domanda polemica né
impertinente, ma sincera: quando le è stato chiesto di svolgere
quest'audizione con la Commissione stragi lei era libero di dire sì o no,
nessuno l'avrebbe obbligata. Qual è il motivo che l'ha spinta ad accettare
l'invito che le è stato fatto?
MALETTI.
Il
motivo è, lo posso dire, patriottico (non è più di moda questo
termine) cioè di contribuire a conoscere la verità attraverso molte
fumisterie che erano state fatte attorno ad alcuni episodi dei quali forse
io ho più chiaramente conoscenza.
DE
LUCA Athos.
Sarei tentato, generale, di farle
ancora qualche domanda. A questo punto, se lei è sincero quando ci dice
queste cose, e non ho motivo di dubitarne, sarei tentato di lasciarle il
microfono e di metterle a disposizione un po' di tempo perché, visto che i
nostri obiettivi sono comuni, ci dica lei quali sono le cose che noi
dovremmo conoscere senza che noi le facciamo tutte le domandine: per
aiutarci - lei dice per motivi patriottici e noi possiamo anche condividere
quest'accezione - per la Repubblica italiana, per i cittadini, per le
vittime delle stragi. Non sono comunque motivi personali quelli per cui
siamo qui, pur tuttavia vorrei dirle che la Commissione stragi nel
dibattito che ha avuto intendeva ed intende - ed ha chiesto una proroga di
qualche mese - procedere alle indagini senza pregiudizi, senza appiattirsi
sugli esiti delle indagini giudiziarie e senza neppure preconcetti, anche
se qualche intervento dei colleghi è stato più colorito dal punto di
vista di parte, però senza nemmeno acquisire dei luoghi comuni che ci sono
stati in questi anni. Lei non crede che questa opportunità che viviamo
assieme, lei da una parte e noi da quest'altra parte, sia un'opportunità
unica nel suo genere e che quindi il prosieguo di quest'audizione può
svolgersi in un clima di maggiore franchezza. Lei un momento fa ha detto:
mi sto sbilanciando. Ecco mi riferivo appunto al fatto che lei si possa un
po' sbilanciare di fronte alla Commissione stragi della Repubblica italiana
che è riunita per ascoltarla.
PRESIDENTE.
Il collega De Luca Athos anticipa una domanda che io le avrei voluto fare
alla fine. Lei ha parlato - gliene do atto - di aver accettato di fare
questa audizione per un valore patriottico e noi non avevamo nessuna
maniera di costringerla. Penso che la Commissione sia, nel suo insieme,
animata da un valore democratico; al di là dell'uno o dell'altro lessico,
penso che i due termini coincidano e che i valori siano sempre quelli. Mi
riaggancio quindi a quello che diceva il collega De Luca, noi abbiamo
registrato una serie di sue puntuali rettifiche a quelle parti di tutte
queste vicende che la riguardavano personalmente. Abbiamo anche registrato
una serie di spunti interessanti che indubbiamente abbiamo il dovere di
approfondire: però ciò a cui De Luca la sollecita (ed io faccio mia la
sua sollecitazione) è una sua valutazione d'insieme: che cos'è che non
abbiamo capito, quali sono i difetti della nostra conoscenza, dove
quest'ipotesi di relazione - che non impegna la commissione nel suo insieme
ma soltanto me, al livello delle conoscenze che avevo un anno e mezzo fa -
le sembra carente? In disparte le sue posizioni personali su cui già ha
puntualmente replicato e impegnandoci anche su quelle ad una serie di
verifiche.
MALETTI.
Mi chiedete di fare una sintesi
di un argomento che conosco solo settorialmente, che non ho più
approfondito negli ultimi venti anni e sulle cui caratteristiche essenziali
credo di aver già fornito fino ad ora, in questa lunga seduta, in sede di
risposta alle domande, con le mie affermazioni e dichiarazioni, una
esauriente risposta. In che cosa è mancata la proposta di relazione? Per
me non è mancato assolutamente niente. Se potessi fare una osservazione -
e mi permetto di farla - la proposta forse ha dato troppo peso alla
pubblicistica e si è lasciata influenzare da alcuni giudizi dell'autorità
giudiziaria.
(Voce
fuorí mícrofono).
Se fa una valutazione di questo
tipo, perché non ci dice dove abbiamo sbagliato?
(Altra
voce).
Lasciamolo parlare, ci sta
dicendo proprio questo.
MALETTI.
Parlo per esempio di
una accentuazione della colpevolezza di Maletti - mi dispiace di tornare su
un fatto personale - e di una accettazione, invece, quasi acritica del
discorso di altre persone, che hanno potuto parlare perché io non ero là
per difendermi. Il mio timore è che ci sia stata una linea di mira in una
certa direzione nei confronti soprattutto dei militari e molto meno nei
confronti dei politici, che a mio giudizio sono i veri responsabili di
questa situazione.(Voce fuori mícrofono).
Non lo sapevo, mi fa piacere di aver battuto il tasto giusto.
Queste
deviazioni dei Servizi - chiamiamola pure strategia della tensione -
indubbiamente ci sono state, ma non ci sarebbero state in un paese
politicamente sano. Il nostro paese non era politicamente sano. I Servizi
venivano usati per schedare, per - diciamolo pure - ricattare; di quei
circa 100.000 fascicoli, forse
un po' meno, che sono stati bruciati, molti riguardavano beghe personali,
"corna" di uomini politici, di cardinali, di professionisti e così
via. Ora, in un clima del genere, un Servizio che con il generale De
Lorenzo si era già orientato a un impiego politico più che ad un impiego
professionale, di intelligence, non
ha fatto che scendere lungo una china di adesione alla domanda politica, di
resa alle pretese di alcuni uomini politici. Non è per un caso, per
esempio, che poco dopo l'arrivo al Servizio fui convocato dal mio
caposervizio, il quale mi chiese se potevamo far pubblicare delle
fotografie, nelle quali si vedeva un noto ed importante personaggio
democristiano in costume da bagno sul terrazzo della sua casa (credo in un
quartiere alto di Roma) accanto ad un efebo, in carne e ossa. La domanda fu
questa: "possiamo far pubblicare questa fotografia?". Risposi al
generale che quella fotografia era chiaramente un collage. Sono state
appiccicate insieme due fotografie: un signore che sta facendo un bagno di
sole in terrazzo e un giovanotto nudo o seminudo che gli sta di fronte in
piedi. Altro caso. Sempre nel 1971-1972, l'onorevole......omissis.....
andò in crociera a Corfú, insieme alla consorte e ad un gruppo di
deputati e senatori democristiani. Il Servizio incaricò un ufficiale, il
capitano Maroni, di seguirli e possibilmente di sorprendere una delle
signore che erano a bordo in atteggiamento lascivo o per lo meno
compromettente.
Questo
era il Servizio nel 1971, quando i due episodi si sono verificati a breve
distanza di tempo l'uno dall'altro. Mi dispiace parlarne qui perché sono
pettegolezzi. Ne parlo a una Commissione di signori parlamentari e ritengo
che sia mio dovere dire che il Servizio non era un vero servizio
informazioni all'epoca: era un servizio di pettegolezzi, purtroppo
abbandonato a se stesso, senza un appoggio politico, senza un avallo
politico, lasciato andare per i fatti suoi e, qualora avesse sbagliato,
colpito duramente per questa sua autonomia e queste sue iniziative. Quello
che è mancato nella cosiddetta strategia dell'eversione, è stata una
guida politica che dicesse di fare una cosa piuttosto che un'altra, che
c'era una Costituzione da rispettare e un'eversione da combattere. Tutto
questo è mancato. In sostanza, il lavoro del capo del reparto D è stato
per lungo tempo quello che alla scuola di guerra si chiama "lavoro di
badilante", cioè un lavoro semplicemente di firma di documenti,
lettura frettolosa di informazioni, invio frettoloso di richieste, senza
una direttiva e senza un vero orientamento professionale.
A
proposito di questo, vorrei aggiungere ancora una osservazione, riferendomi
anche all'ultima parte della vostra bozza di lavoro, che - se il senatore
mi permette - approvo pienamente. Direi che tutte quelle raccomandazioni
che la Commissione intende fare sono giustissime, ma ce ne manca una. A mio
parere il capo del Servizio non deve essere un estraneo ai servizi di
sicurezza del paese, deve avere nel suo passato un'esperienza di polizia,
d'arma o di servizio informazioni. Quindi non deve essere un povero
generale di brigata (dico "povero" nel senso della capacità
informativa e della capacità direttiva di un servizio informativo),
prelevato dal centro alti studi militari e gettato lì a fare il direttore
di un servizio difficilissimo, come quello del reparto D. Il reparto RS è
un altro discorso; il reparto D è un lavoro da carabinieri. Il Sismi nel
suo complesso deve essere, a mio giudizio, diretto da un ufficiale dei
carabinieri, che sappia cosa è l'indagine o la ricerca informativa.
PRESIDENTE.
Però, generale, questa non è una Commissione sulla storia dei Servizi.
Noi siamo una Commissione sulle stragi e sulla mancata individuazione dei
responsabili di esse. Nella proposta di relazione, a me sembrava che noi
non avessimo elementi obiettivi che ci consentissero di individuare
responsabilità istituzionali nell'eziologia delle stragi, cioè che ci
fossero oggi elementi che ci consentano di dire con certezza che le stragi
siano state ordinate, e che invece erano evidenti le responsabilità
istituzionali per il fatto che i responsabili delle stragi non erano stati
individuati. Le chiedo se questo è avvenuto e, in caso affermativo, se è
avvenuto per un input politico o
comunque per la volontà di acquisire meriti presso il potere politico, per
cui c'era un potere politico che non aveva un interesse vero affinchè si
facessero giustizia e verità sulle stragi.
MALETTI.
Credo che per qualche tempo, nel
corso della mia direzione del reparto D, il potere politico non avesse
alcun interesse a giungere a fondo nella effettuazione delle indagini. Da
un certo punto in poi, ritengo dal 1974 in poi, essendo cambiate le
circostanze, essendo cambiato il vento, questo orientamento è mutato. Il
potere politico si è interessato molto più attivamente delle vicende del
Servizio, scaricando anche su di esso delle responsabilità che non aveva,
ma imponendo al Servizio quello che prima non era mai stato imposto in modo
preciso e organico, cioè la collaborazione con gli organi giudiziari.
DE
LUCA Athos.
Generale, per un momento ho pensato
che la nostra audizione voltasse pagina. Ho apprezzato anche un suo
giudizio in cui lei parla delle responsabilità dei politici. In effetti,
una delle domande secondo me centrali, che la Commissione si pone e che
avevo anche preparato, è proprio questa: le inchieste giudiziarie non
hanno mai varcato la soglia dei vertici militari; perché non sono mai
emersi riferimenti a quelli politici? Lei ritiene che i politici fossero
estranei alla vicenda? Nel caso di una compromissione di esponenti politici
di primo piano, lei chi indicherebbe? Mi permetto di insistere, generale,
sulla unicità di questa occasione che viviamo insieme, che in questo
momento politico del nostro paese, per una serie di circostanze secondo me
favorevoli, potrebbe essere un'occasione da non perdere, proprio perché
lei si è riferito appunto al senso patriottico (altri hanno parlato della
democrazia nel nostro paese). Quindi ci vuole aiutare a superare la soglia
dei vertici militari? Non le chiediamo di riferirci sull'attività dei
Servizi, che pure può essere utile per indicare il degrado a cui erano
arrivati, dal momento che si occupavano come un paparazzo qualsiasi di
andare a indagare nella vita privata, nei pettegolezzi e così via, ma di
darci indicazioni sulle responsabilità politiche, anche se abbiamo una
dose di deduzione. In questo senso, le ripeto letteralmente queste due
righe: "nel caso di una compromissione di esponenti politici di primo
piano, lei chi indicherebbe?".
MALETTI.
E io le chiedo, senatore, perché
devo indicare, non sapendolo con certezza, i nomi di persone che abbiano
possibilmente una compromissione politica. Di queste vicende ne sa
probabilmente più lei, dopo mesi o anni di commissione, di quanto ne
sappia io. Potrei indicare persone, fare nomi. Lei vuole che faccia il nome
di Andreotti, di Gui o di Rumor? Non lo posso fare, anche se li cito adesso
a titolo di esempio. Non posso fare questi nomi perché non ho la certezza
dell'informazione. Guardi che io non sono reticente, le sto dicendo tutto
quello che so. Quello che non so non glielo posso onestamente dare come mia
cognizione sicura. Posso solo formulare delle ipotesi, ma le mie ipotesi
hanno più o meno lo stesso valore di quelle formulate da chiunque altro,
tenendo anche presente che non ho avuto contatti con personalità
politiche, se non con Andreotti - in due o tre casi - e con Forlani.
PRESIDENTE.
Ci ha confermato quella
importante notizia del suo colloquio con Gui sulla possibile involuzione
negativa delle Brigate rosse. Naturalmente questo è un fatto rilevante per
la Commissione, perché rende ancora più singolare il fatto che, negli
anni immediatamente successivi, sia stato smantellato sia il nucleo
antiterrorismo di Santillo sia quello di Dalla Chiesa.
MALETTI.
Giustissimo, avevo dimenticato
Gui nell'elenco dei personaggi politici che ho conosciuto. Allora potrei
anche includere il ministro dell'interno Restivo.
DE
LUCA Athos.
Signor generale, poco fa lei ci ha
riferito di un incontro con Andreotti anche quando quest'ultimo non era più
Ministro dell'interno, ma - lei riferiva - quando era Ministro del
bilancio. La domanda è questa: perché lei intratteneva ancora dei
rapporti con l'onorevole Andreotti, nonostante questi non fosse più a capo
di quel Dicastero?
MALETTI.
La decisione di
mandarmi da Andreotti per riferire sull'operazione Mi.Fo.Biali fu presa
dall'ammiraglio Casardi, in rispetto della precedente esperienza come
Ministro della difesa dell'onorevole Andreotti e - immagino - anche per il
coinvolgimento di personalità democristiane nella vicenda Mi.Fo.Biali.
DE
LUCA Athos.
Signor generale, da alcune inchieste
giudiziarie, in particolare quella dei dottori Roberti e Dini, è emerso
che lei aveva inviato presso la base di Capo Marrargiu un gruppo di persone
ad addestrarsi. Di chi si trattava e perché ha fatto questa scelta?
MALETTI.
Come ho detto precedentemente,
mandai a Capo Marrargiu credo quattro sottufficiali dei carabinieri, tra
cui il maresciallo Esposito, per addestramento alla difesa e al pronto
intervento in caso di necessità, da parte dei centri di controspionaggio,
di un intervento antiterroristico.
DE
LUCA Athos.
Cosa sa della vicenda dello
scioglimento del comando designato della terza armata e della morte in
rapida successione dei suoi due comandanti, generale Ciglieri e generale
Rubino?
MALETTI.
Lo scioglimento del comando
terza armata credo che non abbia avuto alcun significato politico. Il
comando, che tra l'altro era "designato" terza armata, era
pleonastico. In effetti, era una sorta di supercomando, senza alcuna
responsabilità di controllo operativo o addirittura addestrativo sui corpi
d'armata, che avrebbero dovuto da esso dipendere in caso di guerra, quando
il titolo "designato" fosse stato tolto.
Per
quanto riguarda la morte in rapida successione dei due generali, uno dei
quali - Ciglieri - conoscevo personalmente, credo sia noto che Ciglieri
rimase ucciso in un incidente automobilistico, all'alba di un certo giorno,
mentre tornava a grandissima velocità verso il suo comando. Invece non ho
idea di come sia morto il generale Rubino e perché. Questa domanda mi è
stata fatta anche dal dottor Casson, al quale ho dato la stessa risposta:
non credo che ci sia stato un motivo politico o qualche cosa di sospetto
nella morte di Ciglieri, che pare fosse semiaddormentato al volante e andò
a sbattere contro un albero. Conoscevo anche il generale Rubino ma non so
come sia avvenuto il suo decesso.
DE
LUCA Athos.
Il generale Viviani dichiara che la
vicenda del comando designato della terza armata sarebbe narrata in forma
di romanzo dal giornalista inglese Morris West, nel libro "La
salamandra". Se ha avuto occasione di leggerlo e sa qualcosa della
vicenda, le sembra che il riferimento sia pertinente? In quel libro si
parla di formazioni paramilitari nell'orbita dei comandi dell'esercito, che
ricordano molto da vicino i Nuclei per la difesa dello Stato, sui quali,
quando il libro venne pubblicato nel 1976, si sapeva poco o nulla. Ritiene
che si tratti di una somiglianza casuale?
MALETTI.
Non ho letto il volume che lei
cita, quindi non posso esprimere un giudizio in merito.
DE
LUCA Athos.
Grazie, generale. A proposito di
Gladio, è stato possibile notare che quasi tutte le persone coinvolte
nella struttura, compreso uno dei suoi comandanti, pur ammettendo la
propria partecipazione, non ricordavano affatto che essa si chiamasse in
quel modo e parlavano semplicemente di Stay
beliind. come spiega questa
strana censura sul nome?
MALETTI.
Senatore De Luca, io stesso sono
rimasto sorpreso nel leggere sui giornali il nome di Gladio, l'ho detto
anche prima. Non sapevo che questo nome fosse stato attribuito
all'organizzazione speciale Stay
behInd. Non mi rendo conto del motivo di questo segreto
sull'organizzazione Gladio e se effettivamente sia mai stata chiamata così
in maniera ufficiale.
DE
LUCA Athos.
Le sembra veritiera la stima di 622
gladiatori complessivi in circa 35 anni?
MALETTI.
No, non mi sembra veritiera.
Trovo che 622 gladiatori sono meno di un battaglione. Anche se ripartiti in
nuclei operativi di 7-10 uomini per piccole azioni partigiane di disturbo,
di interruzione di linee di comunicazione, sono decisamente troppo pochi
per poter costituire una reale minaccia, un reale ostacolo ad una armata di
forze di invasione.
DE
LUCA Athos.
Torno brevemente su, un punto su cui
lei si è già espresso, però vorrei ricordarle una circostanza. La
domanda che avevo formulato era questa: vorremmo sapere qualcosa di più
sulla ormai famosa velina Serpieri, che già il 17 dicembre 1969 indicava
nel responsabile dell'Aginter Press il mandante della strage e nel gruppo
di Delle Chiaie gli esecutori. A suo avviso si trattò di un depistaggio?
Nel caso affermativo, di che depistaggio si trattò, totale o parziale? A
questo proposito, volevo ricordare anche l'incontro del maresciallo Gaetano
Tanzilli, che lavorava al centro CS3 di Roma con Stefano Serpieri. Anche
questa circostanza non può aiutarci a sapere qualcosa di più da lei su
questa famosa velina?
MALETTI.
No, purtroppo anche questa
circostanza non mi chiarisce molto le idee e non aiuta la mia memoria.
DE
LUCA Athos.
Lei ricorda il famoso rapporto
Kotakis, pubblicato dall'Observer il
7 dicembre 1969? E' noto che tale rapporto venne ritenuto non
autentico, anche se alcuni testimoni interrogati per rogatoria
internazionale ne confermarono l'autenticità. Lasciando da parte la
questione dell'autenticità, resterebbe comunque la probabilità che esso
sia veritiero: spesso accade che documenti apocrifi contengano racconti
veri. A questo proposito, lei cosa pensa? In particolare, chi pensa potesse
essere il misterioso signor P2
MALETTI.
Non so cosa sia questo rapporto
Kotakis, o non mi ricordo. Nel 1969 non mi interessavo delle vicende del
Servizio, non ho certamente letto l'Observer
e non le posso dare quindi una risposta in merito.
DE
LUCA Athos.
Ha mai avuto elementi che
collegassero la strage di Milano all'attività degli agenti dei colonnelli
greci, e quali?
MALETTI.
No. Ho avuto qualche dubbio
sulla possibilità di addestramento di elementi eversivi italiani da parte
dei colonnelli greci. Ma escluderci una partecipazione diretta del Servizio
greco, o di eversori greci agli ordini di quel Servizio, alla strage di
piazza Fontana.
DE
LUCA Athos.
Sa qualcosa sui contatti tra
l'onorevole Pacciardi e il regime greco dell'epoca?
PRESIDENTE.
Questa domanda potrebbe collegarsi anche a quella precedente su Matteo
Lombardo.
MALETTI.
Non mi risulta niente
in proposito.
DE
LUCA Athos.
Era al corrente dei rapporti tra
l'allora colonnello Adriano Maggi Braschi e i gruppi della destra eversiva?
Cosa sa sulle attività del nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar?
MALETTI.
Il
colonnello Maggi Braschi non l'ho mai conosciuto. Quando esisteva il
nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar, non ero membro del Servizio e
ritengo che quando sono entrato nel Servizio il nucleo non esistesse più,
perché non l'ho mai sentito citare in quell'epoca.
DE
LUCA Athos.
Generale, ho terminato le mie
domande e la ringrazio delle sue risposte. Dal momento che ci sono ancora
dei colleghi che devono intervenire, mi auguro che lei abbia modo, anche
attraverso altri spunti che vi saranno, di fornire a questa Commissione
elementi più precisi sulle responsabilità politiche di quegli anni. Lei
è troppo esperto e troppo professionalmente preparato per non riuscire,
anche attraverso le domande che le vengono poste, a fornire alla
Commissione questi elementi. Concludo dicendo che sono persuaso
effettivamente, generale, che questa occasione che la Commissione stragi le
offre non debba essere sprecata, perché lei è stato al centro di queste
vicende in un momento cruciale della nostra democrazia, assumendo una
carica di grande responsabilità.
MALETTI.
Senatore, le posso
rispondere che lo sto facendo del mio meglio. Quindi mi creda, non posso
dare di più. Non so dare risposta a queste domande che continuano ad
essermi riproposte, se ho conosciuto Maggi Braschi, se la velina XY mi è
passata davanti... può darsi, ma se vi dico che non me lo ricordo è così.
Quindi non crediate che adesso manchi di parola nei confronti vostri e
miei, nel senso che mi ritiro dopo aver detto che voglio collaborare. Se
lei ha l'impressione che non collabori, allora è inutile sentirmi. Se
invece la mia collaborazione può essere ancora valida, accettatela per
quella che è, perché non nascondo niente. Non posso dire alcune cose
perché punterei il dito contro persone che potrebbero anche essere
innocenti.
PALOMBO.
Sarò brevissimo. Innanzitutto sento il dovere di ringraziarla, signor
generale, per questa sua presenza, che servirà senz'altro ad aiutarci in
questo lavoro delicato, importante ed anche gravoso.
Molte
delle domande che volevo rivolgerle hanno già avuto una risposta. Mi
limiterò pertanto a rivolgerle solo pochi quesiti per chiarire meglio
alcuni punti già toccati in questa sede, ma a mio avviso non approfonditi
nel modo dovuto. Inizierò con due domande molto semplici. Nel corso
dell'audizione, ha affermato che vi erano dissidi fra lei ed il generale
Miceli ed ha tenuto a sottolineare che tali dissidi erano causati - sono
sue testuali parole - da atteggiamenti dettati dall'autorità politica.
Vorrei che lei cortesemente chiarisse meglio quali sono questi
atteggiamenti dettati dall'autorità politica.
MALETTI.
Un atteggiamento che il generale
Miceli prese prontamente nei confronti delle autorità politiche fu quello
di soggezione, non nel senso che dovesse ribellarsi all'autorità politica,
ma nel senso che dovesse far valere le esigenze informative e quindi
difensive rispetto ad altre esigenze, o per lo meno dovesse esporle
pienamente all'autorità politica, anzichè accettare piuttosto timidamente
alcune direttive date dall'autorità politica stessa. Mi riferisco, per
esempio, alla fornitura alla Libia di determinati materiali e manuali
addestrativi, alla restituzione al mondo islamico dei terroristi
palestinesi arrestati e agli ondeggiamenti che c'erano nel Servizio per
quanto riguardava la politica nei confronti delle varie eversioni. Con il
generale Miceli non ho praticamente mai avuto dei contrasti acuti, ma si è
instaurata una diffidenza reciproca tra di noi. Questa è la sostanza dei
nostri rapporti ed il Servizio purtroppo ne ha sofferto.
PALOMBO.
Ma questi atteggiamenti del generale Miceli di sottomissione - definiamola
così - all'autorità politica, nel senso che lei ha spiegato, erano
autonomi oppure lui era governato in questi atteggiamenti da qualcuno ben
individuato?
MALETTI.
Lei mi ripropone il tema già
affrontato dal senatore De Luca Athos. Vogliamo dire chi erano i superiori
del generale Miceli? Possiamo elencarli nominativamente: il ministro della
difesa Tanassi, che poi è stato condannato per la questione degli aerei da
trasporto Lockheed, il ministro della difesa Andreotti, il ministro degli
esteri Moro (del quale il generale Miceli era particolarmente amico), il
presidente della Repubblica Leone (al quale invece non era molto legato) e
il ministro Colombo (che il generale Miceli non amava particolarmente, ma
per conto terzi, perché non credo che avesse alcuna ostilità personale
contro di lui). Se il generale Miceli obbediva a direttive politiche,
queste gli venivano dai Ministri che ho citato adesso.
PALOMBO.
Lei ha asserito di aver appreso dell'esistenza di Gladio nel 1971 e di
conoscere quasi tutto di essa. L'organizzazione Gladio, come hanno detto
anche il Presidente ed altri illustri colleghi che mi hanno preceduto, va
inquadrata nel contesto politico dell'epoca e negli equilibri precari tra
il mondo occidentale ed il mondo comunista. Il suo Servizio all'epoca ha
mai svolto accertamenti sulla cosiddetta Gladio rossa? Avete mai svolto
indagini sui giovani della sinistra che, numerosi, seguivano corsi di
guerriglia a Cuba, in paesi africani a regime comunista e nel paesi
dell'Est europeo? Se avete svolto indagini, a chi avete riferito e quali
sono state le risultanze delle stesse?
MALETTI.
Il
termine Gladio rossa è a me noto solo da tempi recentissimi, cioè da
quando si è parlato della Gladio non rossa. Cosa è venuto a nostra
conoscenza dell'addestramento, della preparazione di guerriglieri?
Innanzitutto più che di guerriglieri comunisti si trattava di terroristi,
che venivano addestrati in Libano e nelle brigate del lavoro a Cuba, o che
trovavano rifugio e addestramento in Cecoslovacchia. Di tutti questi
argomenti il Servizio - almeno il reparto D - ha dato regolare notizia ai
quattro indirizzi fondamentali, cioè al caposervizio, al Ministro della
difesa, al Ministro dell'interno e al capo di Stato Maggiore della difesa.
La documentazione di queste memorie informative dovrebbe tuttora esistere
negli archivi del Servizio.
PRESIDENTE.
Mi scuso per l'intromissione. Con riferimento a questa attività
informativa che avete svolto, c'era niente che riconducesse tutto ciò di
cui ha parlato al Pci di quegli anni?
MALETTI.
No, non c'era nulla che
riconducesse direttamente al Pci di quegli anni, tranne l'invio di questi
giovani a Cuba, che però andavano nelle brigate di lavoro. Noi
sospettavamo, ma non ne abbiamo avuto prova, che oltre alla costruzione
della realtà socialista a Cuba ci fossero anche delle forme addestrative
militari.
PRESIDENTE.
Ma nel complesso, anche per il contatto che lei ha avuto con Boldrini,
aveva l'impressione che il Pci di quegli anni fosse ormai solidamente
interno al sistema democratico, e che semmai si preoccupasse di
sovvertimenti e di pronunciamenti militari o che ci potesse essere una
qualche contiguità con quello che fu poi il terrorismo di sinistra?
MALETTI.
Per qualche tempo noi
sospettammo che il terrorismo di sinistra fosse, se non alimentato,
protetto dal Partito comunista italiano, anche perché sapevamo che il
Partito comunista cecoslovacco, ossia il governo cecoslovacco, proteggeva i
terroristi italiani che là emigravano. La stessa cosa avveniva in Germania
orientale e quindi pensavamo ad una collusione tra i due partiti. Con il
passare del tempo e con la maggiore conoscenza della diversità di quelle
che poi sono diventate le Brigate rosse e altri movimenti terroristici o
eversivi di sinistra, i nostri dubbi sono stati - come ho detto prima - che
ci fosse effettivamente un'eversione di sinistra o che, invece, gli
operatori di questa eversione non fossero al di fuori della
categorizzazione politica nazionale.
PALOMBO.
Si dice che lei previde, centrandoli, i risultati delle elezioni regionali
del 1975 con un grosso margine di approssimazione e con largo anticipo
rispetto allo stesso Pecchioli, che era il potente Ministro del governo
ombra del Partito comunista italiano. Gradirei conoscere quali erano i suoi
rapporti con l'onorevole Pecchioli e se lei era a conoscenza del fatto che
Pecchíoli praticamente era il capo della cosiddetta Gladio rossa.
MALETTI.
Non so se sono riuscito a
prevedere il risultato delle elezioni del 1975. Può darsi che l'abbia
fatto, non lo so. E’ stata una previsione certamente suggeritami da
esperti che lavoravano nel mio Servizio, alle mie dipendenze. Non ho mai
conosciuto personalmente l'onorevole Pecchioli. L'unica personalità del
Partito comunista che ho incontrato è stato Boldrini, una volta a Roma ed
una volta a Ravenna.
PALOMBO.
Il Presidente per due volte ha toccato un punto molto importante, cioè il
fatto che lei ha preannunciato con due anni di anticipo la svolta
sanguinosa delle brigate rosse e ne ha avvertito tempestivamente il
Ministro, il quale per ricompensa poi lo allontanò dal Servizio. Anche nel
libro scritto dal professor De Lutiis si afferma chiaramente che Maletti,
secondo quanto dice Iannuzzi, informò prima a voce e poi per iscritto il
Ministro dell'interno; subito dopo aver fatto questa segnalazione, però,
il generale fu richiamato dalla Svizzera e destituito in poche ore. Secondo
quanto lei ci ha detto, lei aveva ricevuto ampie assicurazioni dal ministro
Forlani che sarebbe rimasto al suo posto. Dopo poco tempo, però, fu
convocato da Forlani, che le comunicò di essere stato sollevato
dall'incarico. Lei ci ha detto di essere rimasto sorpreso e colpito da
questo fatto, posso ben capirlo. Le giustificazioni di Forlani, a suo dire,
ed io sono d'accordo con lei, le apparvero puerili ed inconsistenti. Le
disse che il capo di Stato Maggiore dell'esercito aveva dovuto sollevarla
dall'incarico per una questione di avvicendamento o per ricoprire un posto
importante: sono veramente giustificazioni puerili. A distanza di anni,
quali sono le sue valutazioni su questo episodio? Perché e per conto di
chi lei fu rimosso? E chi manovrò, se le cose stanno come ha detto
Forlani, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito? A queste due specifiche
domande mi consenta, signor generale, di aggiungerne un'altra. Il
personaggio Labruna, che se non vado errato era capitano dei carabinieri,
appare molto inquietante. Aveva un'autonomia, a mio avviso, troppo ampia
per il grado che rivestiva, ma si è mosso sempre in modo molto disinvolto,
con grande autonomia, senza quasi - oserei dire - controllo alcuno. Che
cosa pensa, sul piano personale, del capitano Labruna e del suo modo di
investigare a trecentosessanta gradi? Da chi era pilotato e protetto
quest'ufficiale?
MALETTI.
Mentre ero in missione
all'estero, il ministro Forlani mi fece comunicare che dovevo rientrare
d'urgenza per prendere il comando di divisione. Il ministro Forlani stesso,
poco prima della mia partenza per questa missione, mi aveva detto, quando
mi ero presentato a lui per chiedergli se ci fossero trasferimenti in
vista, di non preoccuparmi perché sarei rimasto ancora per qualche tempo.
Come mai questa improvvisa decisione? Non certo su richiesta del Capo di
Stato maggiore dell'esercito. Non certo per sua decisione e non certo per
decisione o richiesta dell'ammiraglio Casardi. Penso che la decisione sia
stata presa da Forlani per incarico di un altro grosso dirigente della
Democrazia cristiana, uomo di grande potere in quel momento.
(Voce
fuori microfono).
Può dire il nome?
MALETTI.
Posso supporlo. E’ il secondo
di quelli elencati da lei.
(Voce
fuori microfono).
Andreotti?
MALETTI.
Sì.
PRESIDENTE.
Mi scuso per l'intromissione. Anche dall'audizione di oggi traspare una sua
grossa fierezza nazionale. Lei esclude che possa essere stata anche
un'influenza americana che abbia determinato la decisione di Andreotti e
poi di Forlani? Non ritiene, cioè, che lei in quel momento, proprio per
questo suo atteggiamento di non subalternità, non fosse gradito?
MALETTI.
Mi scusi, senatore. Non ho
capito se dall'audizione di oggi appare o meno la mia fierezza nazionale.
PRESIDENTE.
Appare.
MALETTI.
Grazie. No, non lo
escludo affatto.
PALOMBO.
Un'ultima domanda, signor generale. Mi consenta di andare, affettuosamente,
sul piano personale, etico, quello di uomini che hanno vestito l'uniforme.
Pur apprezzando il lavoro svolto dalla magistratura, che è stato un lavoro
molto impegnativo per cercare di far luce su episodi che hanno condizionato
la vita politica e l'ordine nel nostro paese, ho avuto modo di vedere,
leggendo documenti, che lei è stato accusato di reticenza da qualche
magistrato. Lei ha già detto di non essere reticente, ma mi consenta di
toccare ancora questo punto, mentre altri hanno scaricato e stanno
scaricando sulle sue spalle, signor generale, tutto ciò che è accaduto in
Italia negli anni Settanta. Questa mattina, mentre ci salutavamo e
parlavamo, lei mi ha detto: "è come un albero di frutta; quest'albero
è stato scosso e sono caduti tutti, sono morti tutti, sono rimasto solo io
l'unico frutto attaccato a quest'albero". E’ una similitudine che
lascia pensare molto. Ormai, quindi, lei è il responsabile un po' di
tutto, da quello che si vede, si sente e si legge. Però, signor generale,
si ha la sensazione che lei stia accettando con troppa rassegnazione questa
situazione. Mi consenta di dirglielo, perché lo faccio affettuosamente. In
Italia ci sono fior di criminali che girano indisturbati, mentre lei è
costretto a vivere lontano dalla sua patria. A questo proposito concordo
con il collega De Luca, che apprezzo molto anche se ideologicamente siamo
un po' lontani; del resto più volte è capitato, parlando con colleghi che
sono ideologicamente lontani, di avere le stesse idee su certi argomenti e
questo è un segnale estremamente positivo. Signor generale, mi permetto
sommessamente di invitarla a scuotersi e ad agevolarci in questo nostro
lavoro. Lei non deve vivere più così, anche se sicuramente qui è
circondato dall'affetto dei suoi cari. Noi non siamo qui - come è già
stato detto - per individuare le sue responsabilità (lei è stato un
servitore dello Stato, che ha subìto certe situazioni) ma solo e
unicamente per far luce su episodi sui quali è giunta l'ora di stendere
una volta per tutte un velo. Quindi (come diceva il senatore De Luca, con
cui concordo pienamente), sottolineo: signor generale, questa è
un'occasione unica per darci la possibilità di rientrare in Italia con
qualcosa di concreto. Io me lo auguro di cuore: lei ha già fatto molto, ma
se può fare qualcosa di più, generale, la prego, questo è il momento,
l'occasione unica per chiarirci certe cose. Lei è un gentiluomo, una
persona per bene e capirà - scusi questo sfogo, che potrà anche essere
impertinente - ma lei mi può capire. Io vorrei proprio che la Commissione
tornasse con qualcosa di concreto, perché è ora veramente di chiudere
queste vicende per guardare al futuro e far sì che questo paese possa
andare avanti.
MALETTI.
La ringrazio molto, senatore. Io
vorrei tanto far ritornare in Italia la Commissione con qualcosa di
concreto. Se posso aggiungere qualcosa di più (questa è una mia
impressione, non ho dati documentali, non ho elementi di appoggio a questa
ipotesi), è questo: in quel periodo - si tratta degli anni 70, 73, 74 - la
sudditanza italiana ai servizi americani era quasi assoluta. Il capo del
servizio americano a Roma, il cui nome non ricordo (era il predecessore di
Stone), si recò un giorno presso il Capo del servizio italiano, generale
Miceli, e senza troppi riguardi gli fece una sfuriata a distanza di ascolto
dal collaboratori di Miceli stesso nell'ufficio accanto. Il servizio
italiano era in condizioni tali da non poter assolutamente reagire.
PRESIDENTE.
Lei non crede possibile, signor generale, che verso la fine degli anni 60
si sia sviluppata una sinergia tra interessi americani e interessi politici
interni, e che questa sinergia sia stata il contesto in cui è stata
elaborata una strategia per contenere il pericolo di una svolta politica
interna? Questa ricostruzione è una ricostruzione verosimile e credibile
di quello che è avvenuto?
MALETTI.
Senatore, sì, credo che sia una
ricostruzione quanto mai credibile.
PRESIDENTE.
Su questo punto, ho già espresso all'inizio le mie valutazioni sulla
condanna che lei ha avuto per il fascicolo Mi.Fo.Biali e, quindi, non le
ripeto; sono mie considerazioni personali, che non impegnano la Commissione
e delle quali mi assumo personalmente la responsabilità.
Le
pongo una domanda: il successivo accanimento giudiziario nei suoi confronti
tende, in fondo, a responsabilizzarla non di ciò che è avvenuto, ma del
fatto che ci sono stati ostacoli all'accertamento di ciò che è avvenuto.
E’ assolutamente inverosimile che in lei, in quel momento, ancora una
volta sia potuto prevalere un senso dell'interesse nazionale, e cioè
l'idea che se quella verità fosse stata scoperta, gli effetti politici,
nel quadro politico interno, sarebbero stati più forti e il successo del
Pci alle elezioni del 1975 sarebbe stato ancora maggiore di quello da lei
previsto?
MALETTI.
Lei sostiene che io avrei
dovuto, per sentimento nazionale, svelare subito quelle che, secondo me,
erano le responsabilità di più alto livello?
PRESIDENTE.
No, sostengo l'opposto, cioè che una sua valutazione dell'interesse
nazionale l'ha spinta a non svelare tali responsabilità, per evitare il
riflesso negativo politico che si sarebbe determinato in Italia.
MALETTI.
No, non è stato questo
il motivo. Il motivo è che allora, come ora, io rimanevo, come rimango,
sul piano della ipotesi, un'ipotesi che definirei molto valida ma che anche
allora, sia pure con tutti gli sforzi del reparto D, non potevo convalidare
con documenti e con fatti. La mia sensazione era che un addetto militare
americano - come ho già precisato - fosse inviato in una specie di viaggio
di propaganda nel settore del quinto corpo d'armata per contattare giovani
ufficiali di quelle divisioni e tastarne il polso politico con varie scuse
di visite alle unità alle quali, d'altra parte, era autorizzato. Questo
ambasciatore americano, cioè l'ambasciatore che inviava in giro l'addetto
militare, aveva una certa notorietà per una sua interferenza politica nel
paese di provenienza, cioè la Thailandia, se non mi sbaglio.
PRESIDENTE.
La ringrazio di queste sue valutazioni e informazioni molto interessanti.
Poi,
nel 1974 e nel 1975 il quadro internazionale cambia: cade il regime di
Salazar, cade il regime dei colonnelli. A quel punto lei lancia l'allarme
sul possibile rincrudimento
delle BR. E’ probabile che, in quel momento, anche questo non sia stato
gradito, perché la strategia che nasceva nel periodo successivo era quella
di offrire tale soluzione stabilizzante a un terrorismo di sinistra che non
si voleva combattere fino in fondo? Perché lei ci ha detto che
contemporaneamente, invece, il Servizio riceve input
politici precisi sul darsi da fare sull'eversione di destra.
MALETTI.
L'ipotesi che lei formula,
senatore, è accettabile anzi, direi che è quasi certo che all'epoca le
segnalazioni su un'eversione extra parlamentare di sinistra, su un
terrorismo di sinistra non fossero particolarmente gradite a livello
politico. Direi che questo non sia stato negato dal generale Miceli. Più
in alto, anche nel contatto avuto con il Ministro dell'interno, la mia
sensazione era che non ci fosse un orecchio pronto ad accogliere questi
dati. E trovai la stessa sensazione in Federico Umberto D'Amato, col quale
discussi brevemente del terrorismo delle brigate rosse.
PALOMBO.
Io ho concluso le mie domande, signor generale. Le faccio tanti auguri, e
se le venisse in mente ancora qualcosa, in Italia sarà sempre molto
gradita una sua letterina inviata al Presidente. Auguri per lei e famiglia.
MANCA.
Come ufficiale in ausiliaria, vorrei, da una parte, esprimere tutta la
gratitudine nei riguardi del generale Maletti per l'animus
che l'ha spinta ad accettare questo incontro; dall'altra parte, non vorrei
esagerare perché tale mio sentimento non fosse interpretato come una
difesa di categoria. Quindi, generale, mi consenta di considerarmi, a
fianco degli altri, una persona che le serba gratitudine per tutto quello
che sta facendo e dicendo per noi. Ovviamente, come tutti quelli che
parlano alla fine, mi trovo in difficoltà perché alcune domande che avevo
preparato sono state superate da altri interventi. Allora interpreto queste
piccole domande come una serie di considerazioni che io esprimo; vorrei
inoltre sapere se lei le condivide. Per mie conoscenze personali, molti
ufficiali, e direi anche altri rappresentanti della società italiana i cui
nomi sono stati trovati nella P2, sono legati a circostanze che solo la
pubblicistica poi ha montato. A questo proposito, per dar corpo a queste
mie supposizioni, le faccio una prima domanda, anche se forse immagino la
sua risposta. Lei ha mai conosciuto il professor Fabrizio Tresca, che era
il primo aiuto di Valdoni, un personaggio molto intelligente,
particolarmente inserito nella società e molto amico anche di generali,
anzi di ammiragli, quindi amico della Marina?
MALETTI.
No, non ho mai conosciuto il
dottor Tresca.
MANCA.
Ho posto questa domanda perché, secondo elementi a mia disposizione, molti
personaggi si son trovati coinvolti in quest'elenco a loro insaputa, solo
perché avevano aderito ad una cena offerta da questo professore a titolo
di amicizia.Adesso vorrei porre invece la domanda clou
di questa conversazione, cioè la profondità dell'azione della Cia in
Italia. Ormai è stato detto tutto. Come lei ha già riferito, conosceva
bene Stone, conosceva bene tutti gli altri; ma lei, aldilà di queste
cellule che potremmo definire in un certo modo impazzite e periferiche,
crede veramente che la Cia, nei suoi vertici perlomeno italiani, fosse
arrivata al punto prima di incoraggiare, anzi prima di controllare, e poi
di incoraggiare e quindi, al limite, di supportare una loro partecipazione
diretta all'atto terroristico?
MALETTI.
lo farei una distinzione tra Cia
e Cia. La Cia di Roma era indubbiamente una base informativa che forniva
alla Cia di Washington, di Langley, gli elementi necessari per preparare
un'azione successiva in Italia. Probabilmente la Cia di Roma non si
occupava di queste cose, se non sotto il profilo logistico-informativo e la
Cia americana, la Cia di Langley, provvedeva all'invio e all'eventuale
impiego di suo personale o di personale reclutato da suoi agenti.
MANCA.
Risulta, dagli atti che ho letto, dalla ricca documentazione fornita presso
la Commissione stragi, che il gruppo eversivo "La Fenice",
filiale milanese di Ordine nuovo, veniva approvvigionato di armi da fonti
militari. Ora io, come militare, ho subito drizzato le orecchie. Si parla
di Imperia, di Cuneo e soprattutto di Casale Monferrato ed anche di
ufficiali che rifornivano di armi ufficiali e paracadutisti di Livorno,
ufficiali del Veneto e soprattutto della Folgore. Tutto questo, secondo me,
non poteva essere all'oscuro dei Servizi. Cosa può dirci a questo
proposito?
MALETTI.
Il controllo delle armi nelle armerie reggimentali - parlo per esperienza
diretta di comandante di reggimento dell'esercito - era strettissimo, molto
rigoroso e ogni scomparsa di armi costituiva un grosso grattacapo per i
comandanti responsabili.Il possibile furto d'armi o trafugamento d'armi -
se ci fosse stato - avrebbe dovuto avvenire non da depositi di armi
reggimentali, ma da depositi di armi che contenevano dotazioni di
mobilitazione. Dubito molto che da questi depositi siano state trafugate
delle armi; ancora di più dubito che armi da guerra siano state fornite da
ufficiali di qualsiasi grado o di unità paracadutisti, meccanizzate o
corazzate, a estremisti, non solo per motivi etici ma anche proprio per i
frequenti controlli delle armerie stesse e i rigorosi controlli che
venivano effettuati a tutti i
MANCA.
Soffermiamoci ancora per pochi minuti sul settore militare e, quindi,
militari e azioni eversive, ma poniamo l'attenzione sul generale Miceli,
che ho personalmente conosciuto e di cui conservo anche un buon ricordo;
però, proprio perché il generale Miceli non c'è più, vorrei che si
spendesse una parola, non dico a sua difesa, ma per chiarire meglio i
contorni di un ufficiale, di un generale preposto a questi alti livelli.
Quindi, aldilà di una acquiescenza nei confronti di ciò che viene
ordinato ad un ufficiale, di ciò che gli viene detto dal politico e che -
mi consenta - è molto più esteso di quanto non si pensi, proprio perché
i cromosomi dei militari italiani li inducono a non pensare mai ed è fuori
del loro costume ribellarsi al politico (anche in buona fede e non perché
siano ribelli), aldilà dì questo, lei crede che Miceli abbia fatto dei
"passi falsi" per suoi scopi o strategie personali, oppure solo
perché lui apparteneva alla categoria dei generali per i quali andava
fatto tutto ciò che veniva detto dal Ministro della difesa?
MALETTI.
Ho
conosciuto il generale Miceli molto prima che fosse Capo del servizio,
quando era mio compagno di corso alla scuola di guerra negli anni 1952-55.
Il generale Miceli era un uomo d'onore, non c'è dubbio. Credo che non
avrebbe mai fatto qualcosa per interesse personale; certamente aveva delle
idee politiche fortemente di destra, ma - ripeto - quello che aveva in
mente era tutt'altro che un avanzamento personale o un arricchimento,
un'acquisizione di potere. Credo che lo facesse in un senso piuttosto
ingenuo e anche per un ideale; lo conoscevo abbastanza bene e potrei dire
che per certe cose era ingenuo.
MANCA.
Per finire, vorrei utilizzare un'immagine calcistica. Signor generale,
quando siamo venuti qui, io ho espresso delle ipotesi sul suo comportamento
e sul suo atteggiamento: risponderà o non risponderà, approfondirà o no?
Allora, ritornando all'immagine calcistica, si usa "1" per
indicare la vittoria della squadra di casa, "X" per il pareggio e
"2" per indicare la vittoria della squadra in trasferta; a mio
avviso, conformemente alla domanda che mi ponevo (risponderà o no?), in
questo caso, il risultato è "1", cioè ha vinto la squadra di
casa. Grazie.
CAROTTI.
Generale Maletti, innanzi tutto mi associo telegraficamente al
ringraziamento per la sua disponibilità e anche per la lucidità e per la
resistenza fisica con la quale si è sottoposto a questa raffica di domande
che io cercherò di concentrare su alcuni punti che, secondo me, meritano
un ulteriore approfondimento.
Lei
ha esordito stamattina, proprio all'inizio della sua dichiarazione
spontanea, dicendo che non ha mai subìto direttive politiche ma ha subìto
direttive esclusivamente dal suo capo servizio, all'epoca il generale
Miceli. A proposito di un rapporto che lei avrebbe commissionato all'allora
- credo - tenente colonnello Romagnoli, ha parlato di una parte di
contenuto che poi sarebbe quella che non ha avuto un seguito di conoscenza
da parte degli organi istituzionali e dell'opinione pubblica; ha fatto poi
riferimento ad un contenuto esplosivo (cerco di rubarle i termini perché
ho appuntato le frasi che mi hanno particolarmente colpito). Lei riferisce
la esplosività oltre che allo stesso generale Miceli anche ad altri
nominativi che, secondo lei, erano di contorno, non assistiti da tracce
probatorie di una certa consistenza, tanto che lei decise di bypassare il
suo caposervizio dal quale riceveva direttive e, per la prima volta, assume
delle iniziative politiche (con la lettera minuscola) e si reca dall'allora
senatore Andreotti. Dopo di che, si decide di soprassedere sulla
divulgazione, istituzionalizzazione e canalizzazione di quei nominativi
perché avrebbero prodotto un effetto indotto di attentato alla credibilità
delle istituzioni, soprattutto in un momento in cui tutta quanta
l'elaborazione era da lei definita incompleta, incontrollata e non matura
per una valutazione da parte della magistratura. Volevo chiederle: di
fronte a questa che comunque era una traccia investigativa, successivamente
è stato effettuato un controllo per verificare se le cose siano maturate,
se il sospetto iniziale era destituito di fondamento, oppure ci si è
fermati all'osservazione che lei ha fatto? E se si decise di abbandonare
completamente la pista, da chi fu deciso, dai politici o dai vertici
militari?
MALETTI.
La pista non fu abbandonata e
furono proseguiti gli accertamenti, tenendo conto però del fatto che la
documentazione era stata consegnata alla magistratura già nel mese di
agosto del 1974, se non mi sbaglio. Questo aveva ovviamente bloccato una
parte delle nostre possibilità di indagine perché la magistratura aveva
cominciato a esaminare il caso e, naturalmente, c'erano state delle
indiscrezioni che avevano, ritengo, allertato altri personaggi che non
erano stati inclusi nella lista finale. Dai successivi accertamenti non
emerse che alcuni di questi generali, che erano stati esclusi, avessero
avuto una parte attiva nelle forme di complotto antiistituzionali. Su uno
solo di questi si erano avuti elementi non molto chiari e io ne parlai
anche in quella prima e unica circostanza al ministro Andreotti. Su questo,
tuttavia, gli accertamenti non poterono essere compiuti perché il
personaggio stesso era, in quel momento, al comando di una unità.
CAROTTI.
A completamento di quello
che le chiedevo prima, lei diceva che, sostanzialmente, si è compiuto un
accertamento, tenendo però conto che vi era già un'indagine giudiziaria
attivata dalla parte di documentazione inviata. Mi perdoni, vorrei capire
meglio: se la parte inviata alla magistratura era proprio quella che
escludeva i nominativi sui quali dovevate eventualmente fare voi dei
controlli, come pensavate che la magistratura potesse colmare quello che
non era in grado di colmare, dal momento che non ne era a conoscenza?
MALETTI.
Infatti non pensavamo che la
magistratura potesse colmare quelle lacune: speravamo di colmarle noi. Ma
il fatto che la magistratura avesse cominciato a lavorare su una gamma di
nomi, pur escludendo quelli che noi avevamo depennato, aveva messo in
allarme l'intera organizzazione, quindi i risultati delle successive
indagini non furono certamente molto validi.
PRESIDENTE.
Ma lei conferma alla Commissione quello che ha dichiarato al pubblico
ministero Cardella, cioè che ebbe l'impressione che l'indagine venisse
condotta dall'allora sostituto procuratore Vitalone con grande
superficialità?
MALETTI.
Confermo.
CAROTTI.
Passiamo ad un altro argomento. A proposito del suo colloquio con il
capitano Labruna, lei afferma di aver avuto la necessità - mi pare di
ricordare sollecitata dallo stesso capitano Labruna - di uno o più
incontri nel corso dei quali si sarebbe concordata una linea – che non
voglio nemmeno definire di difesa - o comunque di deposizione che fosse non
confliggente. Sempre tenendo conto dell'ottica con la quale le rivolgo
questa domanda, un'ottica non processuale ma conforme all'indagine che la
nostra Commissione compie, le chiedo: quali erano i punti che,
eventualmente non concordati, avrebbero potuto determinare dei problemi per
l'intera istituzione da lei rappresentata?
MALETTI.
In realtà, non è che
i problemi non concordati potessero arrecare danno all'intera istituzione,
ma potevano arrecare danno alla linea difensiva del capitano Labruna, che
rappresentava, poi, la mia linea difensiva. In sostanza, tutto verteva
sulla questione di Pozzan, sulla quale ho già riferito precedentemente,
parlando anche di come il Pozzan sia stato spedito all'estero con la
speranza di utilizzazione successiva; non so se devo ripeterlo.
CAROTTI.
Quindi, sostanzialmente, si trattava soltanto di una necessità di tipo
processuale?
MALETTI.
Era puramente una
necessità di tipo processuale.
CAROTTI.
Grazie. A proposito della chiusura della fonte Casalini, stamattina lei ha
affermato che, ad un certo punto, si ritenne di non attivare più tale
fonte perché "sapeva di bruciato". Le chiedo: questa espressione
implica la deduzione che la sua attivazione avrebbe comportato dei rischi
e, eventualmente, che tipo di rischi e quale effetto poteva ricadere sulla
istituzione?
MALETTI.
Il
fatto che una fonte venga interrogata dalla giustizia su fatti
attinenti l'attività informativa o che possono interessare il servizio,
suggerisce al servizio di interrompere prontamente i rapporti con tale
fonte, anche per evitare che altre fonti, informate o allarmate
dall'arresto di un altro informatore, prontamente pubblicizzato dalla
stampa - vedasi il caso Giannettini - si congelino e smettano di
collaborare con il servizio. Questo, tra l'altro, è proprio ciò che è
avvenuto con tutta la grossa vicenda pubblicistica che è seguita
all'arresto di Giannettini.
CAROTTI.
Subito dopo la disattivazione della fonte Casalini, lei ha detto che fu
attivata l'arma dei carabinieri nella sua qualifica di polizia giudiziaria,
in contestualità cronologica ad un'inchiesta giudiziaria che si era
aperta. Ci fu un raccordo tra l'inchiesta giudiziaria, che aveva comunque
necessità di una polizia giudiziaria, oppure ci furono due strade
parallele, tenendo conto soprattutto della fine che fece il rapporto
redatto dai carabinieri?
MALETTI.
Adesso non ho una precisa
visione di quello che avvenne allora, ma ritengo che il centro di
controspionaggio di Padova abbia contribuito all'informazione all'autorità
giudiziaria.
PRESIDENTE.
La ricostruzione è stata che l'informativa fu fatta ed è poi che
l'informativa non si rintraccia presso la divisione Pastrengo a Milano.
MALETTI.
L'informativa fu fatta e non si
trova, ma la domanda può anche essere questa: venne informata degli
elementi contenuti nella informativa l'autorità giudiziaria di Padova? A
questa domanda io non sono in grado di rispondere.
PRESIDENTE.
Il problema è che poi certe ipotesi giudiziarle nascono da carenze
documentali. Le dichiarazioni testimoniano che non ne fu fatta una copia
presso l'ente originatore e poi non si è ritrovato l'originale presso
l'organo cui sarebbe arrivata.
CAROTTI.
A proposito della decisione che fu presa di proteggere sino in fondo la
posizione di Giannettini, lei ha fatto riferimento ad una pressione che
proveniva dal servizio segreto spagnolo. Le posso chiedere qual era
l'interesse che aveva il servizio segreto spagnolo, nella concreta
fattispecie, a far sì che proteggesse Giannettini?
MALETTI.
L'interesse che il servizio
segreto spagnolo poteva avere nel proteggere Giannettini era, molto
probabilmente, quello di fare un favore al servizio italiano. Quale
profitto avrebbe potuto trarne in seguito? Probabilmente informazioni su
altri gruppi eversivi o su sovversivi spagnoli viventi in Italia. Comunque,
fino a quando io fui al servizio, questa richiesta non ci pervenne.
CAROTTI.
Un'ultima domanda e poi le ultime due di considerazione un po' più
generali. Lei ha definito il processo ai palestinesi un processo per modo
di dire, inserendolo in un contesto di conflitto di vedute tra lei e il
generale Miceli, contesto che vedeva sostanzialmente lei privilegiare il
servizio segreto israeliano e viceversa. La sua affermazione trae origine
da una conoscenza di rapporti e di pressioni sulla magistratura?
MALETTI.
Non so se lei ricorda che in
sede giudiziaria i quattro o cinque palestinesi che erano stati arrestati
vennero prosciolti perché era mancato l'atto e non si poteva condannarli
per l'intenzione di lanciare un missile SA7 contro un aereo israeliano in
atterraggio a Roma. Io non sono un giudice ma questo mi sembra veramente
farsesco e tale da far pensare che ci fosse stato un chiaro intervento
dell'autorità politica, anche perché - e ritorno ai contatti servizio
arabo-colonnello Jalloud con il servizio italiano e anche con il ministro
Andreotti - esistevano grossi interessi con la Libia e, inoltre, l'atto di
remissione del peccato dei palestinesi poteva portare ad una forma di
armistizio nell'aggressione palestinese nel confronti di obiettivi
italiani. E’ quasi indubbio
che ci sia stato l'intervento politico a quel livello ma, in questo caso,
credo che sia stato più un intervento di Moro che non di Andreotti.
CAROTTI.
A proposito dell'esistenza
di una formazione paramilitare, il cui nome lei conoscerà successivamente
ma che comunque le era nota fin dal 1971 - mi riferisco a Gladio - la
circostanza per la verità ancora non accertata che ci sia stata una
partecipazione a livello di invio di istruttori nel campo che veniva
utilizzato da parte dei gladiatori e la consistenza numerica di costoro
che, ad oggi, non supera i 622 nominativi, non faceva pensare all'ufficio
da lei (Eretto che la sua vocazione istituzionale sfiorava il risibile nel
momento in cui doveva essere destinata a respingere un massiccio Intervento
invasivo da parte delle forze dell'Est? Se sì, sono state fatte delle
indagini più accurate per vedere quale fosse la vera natura e quali
fossero i veri obiettivi?
MALETTI.
Io non conoscevo all'epoca la
consistenza numerica dell'organizzazione Stay
behind, quindi non potevo
considerare risibile il numero di questi uomini che dovevano opporsi in
funzione di guerriglia all'invasione. Chiaramente non ho svolto nessuna
indagine perché non si potevano svolgere indagini e non era nemmeno mio
compito svolgere indagini sull'attività di un'altra branca del Servizio
che, oltretutto, a quell'epoca conoscevo non perfettamente, come è stato
affermato prima, ma molto sommariamente.
PRESIDENTE.
Su questo punto ho avuto conforto nella risposta che lei ha dato ad una
precedente domanda, cioè che i 622 gladiatori, diluiti nell'arco di vita
di Stay behind, rappresentano un
numero sostanzialmente risibile e non verosimile. Nella proposta di
relazione - che lei mi dimostra di aver letto con attenzione - ho posto
un'alternativa: o Gladio era pensata in funzione della possibilità di
attivare strutture esterne simili ad essa, oppure non ci è mai stata detta
la verità sul numero dei gladiatori, sui reali componenti e sulle reali
personalità dei gladiatori. Vorrei una sua valutazione su questo punto.
MALETTI.
Penso che entrambe le ipotesi
possano convivere.
CAROTTI.
Lei ha fatto riferimento ad un unico colloquio che ha avuto con il
parlamentare Boldrini del Partito comunista italiano e mi pare sia stato
chiarito che il contenuto fosse relativo alla preoccupazione che venìva
presentata da Boldrini circa la possibilità di un pronunciamento che
avesse una matrice e un'origine di destra. Successivamente, a fronte di
altre domande poste da altri commissari, lei accennava ad una linea di
indagine che avrebbe anche percorso e ipotizzato un coinvolgimento di
terrorismo di sinistra, io non ho ben capito come tale coinvolgimento
potesse non andare in controtendenza rispetto alla fondamentale
affermazione che lei ha fatto da ultimo, relativa cioè ad una sudditanza
italiana - all'epoca - ai servizi segreti statunitensi. Come ultima domanda
le chiedo se sia possibile avere un chiarimento più generale, tenendo
conto di quelli che lei considera come dati acquisiti cioè che, dalle
indagini da lei effettuate, il Partito comunista non ha mostrato un
coinvolgimento né diretto, né di protezione sulle cellule terroristiche,
che la preoccupazione ufficiale del Partito comunista fosse quella di
evitare di subire un pronunciamento militare, e che l'espressione del
servizio segreto statunitense tutto potesse produrre meno che un
pronunciamento militare favorito dall'estrema sinistra.
MALETTI.
Non ho afferrato questa sua
ultima domanda. Le dispiacerebbe ripeterla?
CAROTTI.
Lei poco fa ha affermato che, sostanzialmente, il nodo centrale di lettura,
cioè la chiave interpretativa, la lente di ingrandimento, va vista in una
profonda sudditanza dell'epoca dei servizi segreti italiani rispetto al
servizi segreti statunitensi, nei confronti dei quali lei, addirittura,
poneva una distinzione tra quelli ubicati geograficamente in Italia e gli
altri ubicati negli Stati Uniti e che potevano avere o, comunque, giocare
un ruolo più o meno indiretto, in qualche forma, che condizionasse
l'istituzione italiana. Le chiedo: secondo lei, secondo la sua valutazione
e secondo anche la sua valutazione attuale, questa ipotesi è assolutamente
confliggente rispetto ad una possibilità di utilizzare in qualunque modo
delle cellule eversive terroristiche di sinistra oppure no?
MALETTI.
No, io non credo che sia in
aperto conflitto con questa eventualità. Penso che da parte di qualsiasi
Servizio, quello americano in modo particolare che ha una storia in merito,
si possa utilizzare qualunque elemento da cui trarre profitto. Se il
terrorismo di destra non è sufficiente, perché non utilizzare quello di
sinistra? Quindi, a titolo di ipotesi, direi che può essere una possibilità;
non c'è conflitto tra le due cose.
CAROTTI.
Mi viene in mente un'altra domanda a valle della sua risposta. Lei, quindi,
ipotizza che ci sia stata un'idea di possibile coordinamento da parte dei
servizi segreti statunitensi, dell'estremismo di destra e di quello di
sinistra?
MALETTI.
Io penso che più che
un coordinamento dell'estremismo di sinistra, ci sia stato uno sfruttamento
dell'estremismo di sinistra. Se coordinamento c'è stato - è, ripeto, un
"se", ma per me abbastanza valido - questo è stato nei confronti
dell'estremismo di destra e non di quello di sinistra.
PRESIDENTE.
Mi permetto di sottolineare che questa è l'impostazione e la linea
centrale della proposta di relazione su cui stiamo discutendo e cioè che,
soprattutto dal 1974 in poi, nei confronti del terrorismo di sinistra c'è
stata piuttosto una logica di non contrasto, quindi una valutazione di tipo
utilitaristico più che di eterodirezione. Diverso, invece, con riferimento
soprattutto all'antefatto del periodo 1969-74, il rapporto con il
terrorismo di destra. Lei conferma che questa analisi sia credibile?
MALETTI.
Sì,
senatore, confermo.
CAROTTI.
Generale, la ringrazio. Non ho altre domande.
GRIMALDI.
Generale, io non ho vestito la divisa come altri miei colleghi, però ho
indossato la toga di magistrato per molti anni, e qualcuno dice che è
peggiore. Non le faccio delle domande, stia tranquillo, anche perché se
questo colloquio si svolgesse in una sede giudiziaria, avrebbe sicuramente
altro svolgimento ed altro esito.Devo, purtroppo, dire con molta franchezza
che le sue risposte sono assolutamente insoddisfacenti. D'altra parte non
mi facevo illusioni e questo colloquio conferma il mio scetticismo
iniziale. Lei converrà che le sue risposte sono state vaghe, improntate ad
un "non so, non ricordo, non mi risulta, è probabile". Posso
convenire che lei è stato preciso su alcuni particolari, mentre
relativamente ad altri le sue risposte sono state assolutamente improntate
sul fatto che il trascorrere degli anni non le permetteva di compiere una
ricostruzione. Sembra che l'unico dato emerso con molta chiarezza - ma
d'altra parte questo era già scontato - sia questo conflitto che lei aveva
con il suo superiore, generale Miceli, capo del Servizio, oltre che i
rapporti politici improntati anch'essi su una sorta di contrasto tra
l'allora onorevole Andreotti e l'onorevole Moro. C'è un fatto sul quale
dovremmo convenire: lei era a capo di un reparto D, un ufficio
strategicamente importante nei servizi, non era certo un ufficio di poco
conto; quindi, lei doveva certamente essere, perlomeno, a conoscenza di
quello che avveniva anche in altri settori del Servizio, perché non si
trattava di un ufficio che passava solamente delle carte. Lei ha affermato
precedentemente che i Servizi erano, in un certo senso, subalterni ai
politici e ai servizi di altri paesi. Generale, questa non è una novità
perché l'esempio da lei presentato di un uomo politico fotografato con un
giovane nudo era noto a tutta l'Italia e tutta l'Italia rideva di questo,
come del fatto che la moglie di un importante uomo politico avesse delle
relazioni addirittura con degli autisti. Ma i servizi non si potevano
servire di queste notizie, generale, perché qui non siamo in America; in
America, il candidato alla Presidenza che ha una "scappatella"
con una segretaria ci rimette la candidatura, mentre in Italia,
fortunatamente, non siamo mai arrivati a questo livello.
Però
c'è altro, generale. A partire dagli anni '60, in questo paese c'è stata
una strategia complessa che è andata avanti attraverso una serie di fatti
e di episodi che vanno dai rapporti con i Servizi stranieri alla
subalternità a questi Servizi stranieri, alla creazione di Servizi
paralleli, alle organizzazioni paramilitari, che si chiamavano Stay
behínd o
Gladio -dal simbolo che poi presero - al gruppi eterodiretti ed allo
stesso fatto che tali gruppi venivano manovrati in una complessa strategia.
Ma tutta questa strategia tendeva ad un obiettivo soltanto e non ce ne
erano altri. C'era un unico obiettivo che era quello di bloccare in Italia
il processo della democrazia. Generale, dico processo della democrazia
perché il fatto che i comunisti potessero prendere il potere attraverso la
via democratica è democrazia. Io posso anche capire l'attenzione che
potevano avere i Servizi americani o altri Servizi - quelli che lei
definiva Servizi amici erano i Servizi spagnoli alla dipendenza di un
regime fascista - nel controllare i
movimenti, anche di sinistra; qui però siamo andati oltre perché non c'è
stato soltanto un controllo, ma c'è stata addirittura una interferenza
pesante in tutta la vita dello Stato, con una complicità che andava dai
vertici militari, o dai vertici dei Servizi, al potere politico. Questa
commistione non è soltanto sfociata in un colpo di Stato abortito, qual
era quello del comandante Borghese, che è stata poi poca cosa, ma c'era di
più, c'era una strategia che faceva capo a quella P2 nei confronti della
quale lei si è dichiarato estraneo, una strategia, quella di Gelli, molto
articolata perché stranamente la ritroviamo anche più tardi, negli anni
'90, riprodotta in altre forze politiche. Ma la strategia di Gelli tendeva
ad occupare tutti i gangli vitali della vita di questo paese, dalle Forze
armate fino alla magistratura. Tutto questo era eversione dell'ordine
costituzionale.
Generale,
lei ha affermato che è stato motivato da un sentimento patriottico. Ma
tale sentimento patriottico, per lei che è stato un soldato, non la
spingeva allora a denunciare tutto questo, e, se era a conoscenza di fatti,
perché in quel momento - a parte i contrasti con Miceli - lei non ha fatto
qualcosa di più, o altri non hanno fatto di più? I Servizi certamente non
avevano alcun obbligo di riferire alla magistratura, non avevano questo
diretto rapporto, ma dovevano servire, perlomeno in teoria, per la difesa
dell'ordine democratico. Invece, questi stessi Servizi sono stati complici
dell'eversione. Lei ha convenuto con l'ipotesi conclusiva del senatore
Pellegrino, ma negli anni '70 gli studenti gridavano nelle piazze le cose
che oggi vengono scritte; noi abbiamo fatto manifestazioni per gridare alla
strage di Stato, per gridare contro l'ingerenza di questi Servizi, e per
tutte queste cose. lo farei torto ora alla sua intelligenza e alla sua
professionalità, che qui è apparsa di altissimo livello, se ritenessi che
lei non era a conoscenza di questi fatti. Posso capire che lei non aveva a
disposizione le prove, ma qui non servono soltanto prove, ma servono anche
fatti. Ma se lei, ancora oggi, afferma che non può dire certe cose a
questa Commissione - che non ha più compiti di ricercare responsabilità
individuali o colpevoli individuali, o cose di questo genere, ma il compito
di svolgere non una ricostruzione storica, la ricostruzione di quel periodo
e delle stragi che si sono verificate - mi perdoni generale, da questa sua
audizione dovremmo trarre una conclusione veramente sconfortante.
MALETTI.
Onorevole, mi dispiace
che lei sia sconfortato dalla mia deposizione, meglio: della mia audizione.
Lei sostiene che lo avrei dovuto fare qualcosa, individualmente, o con la
collaborazione dei miei dipendenti o di qualche mio superiore e, in poche
parole, avrei dovuto smascherare e svelare una situazione che si stava
delineando - ma che non si era completamente delineata davanti ai miei
occhi - e che neanche oggi posso definire completamente svelata da
ulteriori acquisizioni di elementi probanti. Mi dispiace di non essere
stato all'altezza, e mi dispiace anche, in definitiva, di avere offerto la
mia collaborazione a questa Commissione, considerando che è di così poco
conto.
GRIMALDI.
Generale Maletti, non dico che la sua deposizione sia di poco conto, anzi;
dico che, però, in quel periodo qui non c'erano soltanto delle ipotesi, ma
si sono verificati dei fatti molto gravi: vi sono state stragi, che sono
state consumate, vi sono stati morti. Quelle stragi puntualizzavano sempre
nella vita di questo paese degli accadimenti politici: o c'era una
coincidenza con un'elezione o c'era una coincidenza con un referendum.
Parlo del 1974, parlo del 1969 e di altre cose. Ora tutti non potevano
essere all'oscuro di tutto questo. Mi sembra che lei segua una logica - mi
scuso, non vorrei usare un termine dispregiativo - un po' militare, quella
cioè di aver eseguito degli ordini e delle indicazioni e di essersi
fermato lì. Questo non è possibile, perché un servitore dello Stato se
è a conoscenza di fatti ha il dovere di rappresentarli, ha il dovere,
proprio per la sua funzione istituzionale, di fare qualcosa di più. Mi
pare, invece, che lei si trinceri dietro il fatto che non erano provate
queste ipotesi, che erano soltanto vaghe e che non si realizzavano; in quel
momento il suo ufficio - le farei un torto se pensassi questo - o era fatto
di incapaci, che non erano assolutamente a conoscenza di niente, e tutto
passava sotto i vostri occhi o si svolgeva altrove - oppure quest'ufficio
è stato, perlomeno, inerte.
MALETTI.
Onorevole, lei ha detto che
questa non è una sede giudiziaria e quindi non si accusa nessuno, ma lei
mi sta accusando di incapacità e di inerzia o, addirittura, di negligenza
e fa praticamente un processo al generale Maletti, capo del reparto
"D" più di ventitrè anni fa. Le notizie che ho raccolto, che
non potevano ancora chiamarsi vere e proprie informazioni, sono state
utilizzate, per quanto mi era possibile, da me e nei confronti dei miei
superiori, con quella che lei chiama logica militare e che era il mio
dovere di seguire. come avrei potuto svolgere un'azione autonoma, non so
andando a denunciare, non so a chi, non so quale fatto criminoso che fosse
avvenuto alla presenza di altre decine di organi tra giudiziari e di
pubblica sicurezza? Il servizio aveva - come ho detto all'inizio di questa
riunione - ben poche forze, ben pochi uomini e non dico che non fossero
sufficienti a fare delle indagini, ma erano certamente a malapena adeguati
a fare quello che abbiamo fatto. Ho passato le informazioni a chi le dovevo
passare; non ho potuto cavalcare il cavallo di Orlando contro quelli che
individuavo potessero essere i veri nemici dello Stato. Questi fatti sono
avvenuti molti anni fa e sono stati già giudicati - purtroppo - in sede
giudiziaria.
PRESIDENTE.
Io nelle mie valutazioni non concordo pienamente con quella dell'onorevole
Grimaldi, che ha, però, ragione quando dice che molte delle cose che
abbiamo detto oggi, si dicevano nelle piazze negli anni Settanta. Ha
ragione, però, riterrei che sia importantissimo che il Parlamento possa
fondare una propria valutazione su un uomo che ha avuto un incarico di
responsabilità - qual è quella che lei ha avuto. Mi sembra ancora
importante in un paese come l'Italia il fatto che un magistrato venga a
dire ad una commissione parlamentare che la Cia probabilmente ha dato un
appoggio, addirittura operativo, all'ordinovismo veneto: nessun giornale di
grande informazione ne parla se non "II Manifesto". Ho
l'impressione che una situazione di subalternità come retaggio culturale
permanga nel paese. Forse, però, Grimaldi le ha posto intelligentemente un
problema, che capisco che sia stato in quegli anni drammatico: fino a che
punto il valore di fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà
all'atlantismo erano compatibili.
MALETTI.
Lei mi pone una domanda che per
me ha una sola risposta. I due valori per me convergevano: il valore di
fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà ad una scelta fatta dal
Parlamento, di alleanza dell'Italia in un complesso di nazioni.
PRESIDENTE.
In questa convergenza un successo elettorale del Pci e, quindi, una presa
di potere democratica, voluta dal popolo italiano, da parte del Partito
comunista avrebbe creato dei grossi problemi?
MALETTI.
Senatore, io non voglio
esprimere giudizi di carattere politico sulla vittoria del Partito
comunista o sulla sconfitta di altri partiti, ma penso che la realtà
atlantica fosse stata finalmente accettata anche dal Partito comunista. Non
trovo, quindi, che ci fosse una divergenza tra le due cose, tra l'ascesa
del Partito comunista e la necessità per l'Italia di aderire ad una antica
richiesta del Partito comunista di non entrare nel Patto Atlantico,
richiesta oramai superata dagli eventi.
PRESIDENTE.
Storicamente però c'è un fatto: il segretario del Pci, l'onorevole
Berlinguer, intorno alla metà degli anni Settanta, ha addirittura paura di
un successo elettorale. L'accordo Berlinguer-Moro nasce proprio dalla
logica di poter conciliare con i valori dell'atlantismo questo passaggio
graduale dell'Italia ad una democrazia pienamente compiuta; cioè penso che
il fattore K sia stato qualche cosa che abbia fortemente influenzato tutte
le istituzioni italiane. Voglio dire - se Grimaldi me lo consente - anche
parte della magistratura.
GRIMALDI.
Sono d'accordo. La conciliabilità del Patto Atlantico, che era stato
votato dal nostro Parlamento, era ammissibile, ma qui siamo ben al di là.
Qui non viene contestata, se non politicamente (perché lo abbiamo sempre
fatto, perlomeno la sinistra lo ha sempre fatto) la necessità del Patto
Atlantico. Permane ancora oggi il Patto Atlantico, quando non ci sarebbe più
bisogno. Però, qui mi riferivo ad organizzazioni che erano certamente
illegali, organizzazioni paramilitari che erano certamente illegali, gruppi
eversivi che venivano tollerati e di questi gruppi non si denunciava tutta
l'attività, che era certamente di cospirazione. Ora è certo che qui non
stiamo a rifare processi, se gli stessi magistrati non sono riusciti a
farli, però oggi si potrebbero denunciare - o perlomeno si potrebbero
affermare in questa Commissione - quelle responsabilità politiche, che per
orientare, per così dire, tutta la politica di questo paese in una sola
direzione, avevano permesso, avevano tollerato - se non favorito
addirittura - le stragi.
LEONE.
Naturalmente anch'io la volevo ringraziare, quanto meno per la disponibilità.
Dico quanto meno perché in cuor nostro forse -dobbiamo dirlo - ci
aspettavamo qualcosa di più. Non vuole essere una critica e la prego di
credermi, perché non siamo qui a farle un processo o a colpevolizzarla;
nella maniera più assoluta, anzi. Anche perché, secondo me, bisogna
distinguere quello che è stato da quello che lei comunque poteva dirci (se
lo sapeva e lei dice che non lo sa), perché un convincimento comune, o
quasi, ritengo che sia questo: sul suo spirito di appartenenza, sulla sua
fedeltà alla costituzione non ci piove, nessuno ha mai messo in dubbio
questo dato. Il fatto della sua correttezza di venire a riferire su
personaggi - non supportati questi riferimenti da dati, da prove - conferma
ancor di più questo convincimento. Nessuno parla, io almeno non parlerei,
di reticenza nei suoi confronti, perché un conto è la reticenza, un conto
è il silenzio. Deve ammettere che quello che ci ha detto oggi, con
riferimento ad alcune circostanze, è il risultato di grossissima memoria
da parte sua; ricorda persino quanti whisky ha potuto bere - non mi ricordo
con chi, con Boldrini, due whisky? -, mentre poi non ricorda altre cose che
possono essere ben più importanti. Mi sembra, altresì, strano che lei in
sostanza viene a dirci che non aveva una grossa autonomia all'interno del
Servizio, essendo il capo il generale Miceli, e che poi - in contrasto per
quanto riguarda il famoso "malloppone" - lei scavalca per andare
direttamente da Andreotti. Sto usando i suoi stessi termini. Quindi c'è
qualcosa che ci deve permettere di ritenere che non quadri. Allora,
lasciamo quello che è stato. Ritengo che il nostro lavoro poteva essere
molto più proficuo, se si andasse al di là delle minuzie, al di là delle
domande quasi investigative. Una sollecitazione in questo senso è
necessaria, perché non si spiega l'idea di un servizio "deviato"
solo e soltanto con i pettegolezzi, visto quello che è accaduto. Non si
concilia una confusione in ordine all'utilità dello stragismo, se ciò è
stato utile per la sinistra o per la destra; le sue ultime affermazioni mi
sembra che siano - quanto meno - se non contradditttorie, almeno
insoddisfacenti.
Capisco
benissimo quando lei dice "anche nel momento in cui avessi avuto
sentore di determinate situazioni a chi le andavo a denunziare".
Nessuno le dice a chi poteva denunziarle, naturalmente è passato tanto
tempo. Allora io torno a ripetere che non voglio fare domande; volevo
semplicemente sollecitarla, anche perché mi è sembrato che lei fosse
indirizzato in questo senso, quanto meno da oggi pomeriggio. La
sollecitazione era questa: cioè scontata la sua non responsabilità - mi
associo anche a quello che ha detto il presidente Pellegrino in ordine a
quella sua condanna pesantissima - lei può essere stato il capro
espiatorio, "la vittima"? Non per spirito di rivalsa o di
vendetta crede di poterci dare chiarimenti o lumi anche su avvenimenti e
cose non provate? Qui non stiamo in una sede giudiziaria, lei non ci deve
portare le prove, però un convincimento se l'è fatto, una opinione ce la
può anche dare su tutto quello che le è stato chiesto oggi. Allora
diciamo che il metodo può essere questo: potrebbe riferirci le sue
opinioni su determinati avvenimenti, anche se non supportati da prove; ma
basta questo, noi non siamo un'Inquisizione, non siamo un'autorità
giudiziaria, si tenta solo di ricostruire un momento della nostra storia. A
questo punto, se lei ritiene che ci possono essere state delle
responsabilità politiche, ancorchè non supportate da prove, secondo una
sua opinione, per quello che lei ha vissuto e orecchiato, ce le riferisca.
MALETTI.
Io non so cosa dovrei riferire oltre a quello che ho già detto. Potrei
fare forse alcuni nomi, citando un episodio, in particolare, sulle attività
affidate dall'ambasciatore Usa all'addetto militare. Nel primi anni '70,
l'addetto militare, John Clavio, un italo-americano, avvicinò il
colonnello dei Bersaglieri Riccardo Bisognero, nella zona di Pordenone, con
lo scopo di sondare gli orientamenti politici dei militari di stanza nel
nord-est. Una volta che mi recai in quelle regioni per contattare i CS
locali, parlai con Bisognero del rischio rappresentato da Clavio. Bisognero
rispose che era "robetta" e che, comunque, alla questione avrebbe
pensato lui. E’ certo che gli ufficiali vennero contattati, ma non è
detto che abbiano dato risposta positiva ai contatti. Questi riguardarono,
come poi appresi, pure il Reggimento Carri.
LEONE.
Cosa ci sa dire
dell'archivio ritrovato presso il Ministero dell'interno, alcuni mesi fa, a
Roma, in un deposito sulla circonvallazione Appia?
MALETTI.
Non so nulla, solo ciò che ho
letto dai giornali.
TASSONE.
Cosa ci può dire del controllo politico sui Servizi negli anni passati,
prima della riforma del 1977? Signor generale, lei ritiene che fosse
adeguato o debole? C'era la teorica possibilità, per i politici, di
prendere le redini dei Servizi?
MALETTI.
C'era una doppia dipendenza del
Servizio: una nei confronti del Ministero, l'altra nei confronti del Capo
di Stato maggiore della difesa. Per quanto concerne la gestione interna,
godevamo di libertà di bilancio, di fondi cospicui e di piena libertà
nella assunzione del personale. La mancanza di controlli politici era
voluta. Ciò per evitare in radice l'assunzione di responsabilità che
avrebbero potuto risultare spinose o imbarazzanti.
TASSONE.
Lei ha parlato ora di assenza di volontà di controllo: intendeva riferirsi
proprio ad una specifica volontà, oppure all'impossibilità pratica di
esercitare il controllo politico? Ancora, ritiene che ci sia stata in
qualche modo anche una volontà di ritardare quella riforma dei Servizi che
è arrivata poi soltanto nel 1977? Penso anche al fatto che -come lei ha
ricordato - per i primi anni '70 la subalternità del Servizio italiano
alla Cia era totale.
MALETTI.
Per quanto riguarda l'interesse
della Cia verso il nostro Servizio, posso dire che il Sid subì le rampogne
della Cia per la nostra modesta efficienza nel campo del controspionaggio;
non altrettanto accadeva per quanto riguardava l'antiterrorismo. Bisogna
tenere sempre presente che la subalternità verso la Cia era anche una
questione di dipendenza economica. Tanto per fare un esempio, il centro di
addestramento di Alghero fu realizzato (acquisto dei terreni e costruzione
degli edifici) interamente a spese della Cia.
TASSONE.
Da quanto lei ci dice, sembra di capire che, oltre ai collegamenti con la
Cia, l'Italia possa essere stata uno snodo per contatti con altri Servizi.
Lei ritiene possibile che ci siano stati collegamenti con altri Servizi? E
a che livello?
MALETTI.
Sì, è naturale che ci fossero
contatti. Posso dire che, per quanto mi riguarda, i maggiori collegamenti
li avevamo con il Servizio israeliano; i Servizi francesi erano per lo più
in contatto con l'ufficio Affari riservati; il Servizio tedesco collaborava
con il reparto RS: con gli inglesi la collaborazione non era
particolarmente sviluppata. Per quanto riguarda i contatti con il Servizio
spagnolo, erano di media importanza per noi. Inoltre avevamo contatti
periodici, semestrali con tutti i Servizi di paesi della Nato e, in più,
con gli svizzeri. Si trattava soprattutto di scambio di informazioni nel
settore dell'antiterrorismo.
TASSONE.
Ci furono influenze e interventi dei Servizi dei paesi dell'Est sulle
vicende italiane?
MALETTI.
Dalle informazioni a nostra
disposizione, pensammo al Kgb per quanto riguarda Feltrinelli ad attività
terroristiche di sinistra compiute nell'Italia settentrionale. A questo
proposito, ricordo che, da una intercettazione relativa alla notte in cui
Feltrinelli morì, sembrava ci fosse il coinvolgimento o l'interesse del
Kgb e dell'Ambasciata sovietica in Italia, dove riscontrammo, per quella
notte, un certo fermento.
PRESIDENTE.
Signor generale, a suo giudizio sarebbe plausibile ipotizzare uno scenario
nel quale tanto la Cia quanto il Kgb obiettivamente convergessero per
ostacolare o ritardare il processo di distensione internazionale?
MALETTI.
Non è emerso nulla in tal
senso.
TASSONE.
Abbiamo potuto riscontrare come fosse chiaro che le brigate rosse avessero
ricevuto un addestramento di tipo militare. Lei collegherebbe questo fatto
con la Gladio rossa? Dato che, sul piano dell'efficienza, le brigate rosse
si sono addestrate grazie ai paesi dell'Est, vorrei sapere se questi
addestramenti avevano luogo in Italia o in altri paesi.
MALETTI.
Intanto vorrei dire che il
termine "Gladio" è stato tirato fuori dalla stampa solamente
negli ultimi anni; noi parlavamo piuttosto di Stay
behínd. A maggior ragione non saprei dire cosa fosse la "Gladio
rossa". Per quanto riguarda però l'addestramento di terroristi di
sinistra italiani, è un fatto che Franceschini si sia rifugiato in
Cecoslovacchia e che là ci fosse un campo di addestramento. E ugualmente
confermato il coinvolgimento della Germania orientale. Su questi argomenti
molto si potrebbe venire a sapere dagli archivi del Kgb. E’ certo che
comunque le brigate rosse si addestrarono in Libano.
PRESIDENTE.
La valutazione dell'efficienza militare dimostrata dalle brigate rosse
nell'agguato di via Fani fa parte ormai del senso comune, del comune
apprezzamento. C'è stato sempre un fatto però che mi ha lasciato
fortemente perplesso: dalle perizie che sono state effettuate sembrava che
i brigatisti sparassero dai due lati della strada, il che fa pensare ad una
tecnica di attacco militare abbastanza rudimentale e fondata molto sulla
fortuna.
MALETTI.
In effetti si può pensare che
il tiro dalle due parti della strada avrebbe potuto danneggiare gli stessi
assaltatori, ma c'è anche da tenere presente che il fuoco era
probabilmente diretto in parte sulla scorta, in parte sull'autista e che
quindi le traiettorie, brevissime e concentrate traiettorie, fossero
sufficientemente divergenti da non colpire i tiratori opposti.
TASSONE.
Per quanto riguarda la vicenda della P2, vorrei porre una domanda un po'
ingenua dal momento che qui vi è una letteratura ed una storiografia che
fa impallidire tutti i nostri grandi letterati, che hanno fatto letteratura
in Italia. Secondo lei, generale Maletti, questa organizzazione ha
perseguito realmente il terrorismo o era un club di arrivisti che occupava
il potere, non dico pacificamente, perché anche questo è un fatto di
violenza antidemocratica?
Vorrei
fare un'altra considerazione: nella P2 hanno pagato semplicemente i
militari, almeno coloro che sono stati spostati dai loro uffici e dai posti
di responsabilità, mentre moltissimi civili (lo parlo sia di quelli
dell'area del governo di quel tempo, sia di quelli dell'area del non
governo del tempo, ma forse presenti in Parlamento) sono rimasti ai loro
posti e quando la situazione è andata male sono stati "turnati"
e comunque sono rimasti in piedi nei posti di responsabilità. Questo tipo
di operazione non si sarebbe potuta effettuare se ci fosse stata soltanto
una parte a fornire protezione: credo che ci sia stato un consenso molto
ampio e molto vasto. Lei ha avuto qualche informazione in proposito?
MALETTI.
Il
consenso alla protezione dei civili nella P2 - consenso politico -
credo senza dubbio che ci sia stato. E’ indubbio che le persone
sacrificate sono stati i militari, e i civili non ne hanno sofferto; è
anche indubbio quello che mi disse un giorno Gelli in un incontro casuale a
via del Babuino a Roma: "ho nella manica una quantità di membri del
Parlamento". Mi disse anche il numero, ma ora non lo ricordo. Gli
chiesi anche chi fossero e mi rispose che i nomi non me li poteva dire, ma
che appartenevano a tutti i partiti, tranne uno. Certo, se appartenevano a
tutti i partiti, anche i dirigenti di quei partiti saranno intervenuti per
aiutare e sostenere i loro colleghi.
TASSONE.
Volevo correggere
un'affermazione fatta in precedenza dal collega Leone. Noi non dobbiamo
dimenticare, anche perché probabilmente i verbali di questa audizione li
dovremo trasmettere all'autorità giudiziaria, che a carico del generale
Maletti e di altri sono state formulate ipotesi giudiziarie di tentativi di
sovversione istituzionale, anche per il periodo successivo ai primissimi
anni'70, cioè alla seconda metà della prima metà degli anni '70. Io le
do atto che, da quando è stata scritta la proposta di relazione, queste
ipotesi giudiziarie non hanno fatto alcun passo avanti. Direi inoltre che
oggi si scontrano con la soluzione giudiziaria finale che si è avuta nel
processo contro la P2. Però, nel 1972, il normale silenzio dei politici fu
interrotto da una dichiarazione singolare dell'onorevole Forlani, il quale
disse testualmente a La Spezia: "è stato operato il tentativo forse
più pericoloso che la destra reazionaria abbia portato avanti dalla
liberazione ad oggi. Questo tentativo disgregante, che è stato portato
avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie
consistenti, ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di
ordine interno ma anche internazionale. Questo tentativo non è finito. Noi
sappiamo in modo documentato che è ancora in corso". Questa
dichiarazione di Forlani si riferisce a ciò di cui lei ci ha parlato
questa mattina, cioè a questa attività di intelligence
che il suo Servizio continuava a fare, quindi l'allarme dato ad
Andreotti, che lei ha confermato.
MALETTI.
Senatore, vorrei sapere quando
è accaduto.
TASSONE.
Il 5 novembre 1972.
MALETTI.
Allora certamente si riferisce a
quel secondo allarme dell'agosto 1972, sull'eventualità di un golpe
di Ferragosto. Per quanto riguarda le connessioni internazionali,
immagino che l'onorevole Forlani si riferisse soprattutto ai gruppi
eversivi stranieri, più che a organizzazioni statuali.
PRESIDENTE.
Quel colloquio tempestoso fra il referente Cia romano e Miceli di che
periodo è?
MALETTI.
Quel colloquio è della
seconda metà del 1971, poco prima del mese di settembre.
PRESIDENTE.
Quanto lei ora ha dichiarato a proposito di ciò che le disse Gelli poteva
riferirsi quindi ad un'idea che un'eventuale evoluzione verso la Repubblica
presidenziale, che poi era il fondamento di quell'ipotesi giudiziaria di
cui parlavo prima, potesse avvenire per la normale via parlamentare,
attraverso un controllo dei parlamentari italiani da parte della P2; cioè
questo controllo che Gelli aveva di moltissimi parlamentari avrebbe potuto
portare per via parlamentare ad una involuzione tecnocratica dello Stato
come quella che poi emerge nei documenti che sono stati sequestrati o che
sono stati fatti sequestrare nella valigia della figlia di Gelli.
MALETTI.
Io
penso di sì. Ritengo che Gelli intendesse proprio acquisire il maggior
numero di consensi tra i parlamentari in modo da poter realizzare questa
maggioranza a suo favore o a favore di una soluzione tecnocratica, come lei
dice.
TASSONE.
Generale Maletti, quando lei parla di debolezza della politica si sente di
dire anche che la politica (quando parliamo di politici l'equazione
politica-Governo non è perfetta) ha un significato in termini complessivi?
Tanto è vero che le brigate rosse furono sconfitte quando tutte le forze
politiche si trovarono concentrate in un unico sforzo rispetto ad alcune
esigenze che prima non si avvertivano, oppure ci furono delle forze che
prima non fecero avvertire alcuna esigenza di una forte presenza nel paese.
Se la sente di dire questo?
MALETTI.
Concordo infatti con
quello che lei dice. La mancanza di unità all'interno del paese era quella
che soprattutto - ritengo - limitò, se non addirittura paralizzò, gli
interventi politici al tempo del primo momento del terrorismo degli anni
'70.
TASSONE.
Si è parlato anche dell'ammiraglio Martini, che come lei sa è considerato
un esperto dei Servizi, tanto è vero che dopo aver esaurito il suo mandato
nei Servizi è stato trattenuto presso la Presidenza del Consiglio dei
ministri come consulente. Credo che all'epoca il Presidente del consiglio
fosse Giuliano Amato. Può dare una sua valutazione su questo dato oppure
basta la mia informazione?
MALETTI.
Ho
parlato prima anche di questo fatto. L'ammiraglio Martini era
indubbiamente un uomo di notevole valore professionale ed era anche un uomo
abbastanza legato a qualche politico. Non c'è dubbio che per avere
quell'incarico occorre godere di un benestare politico; per avere poi un
prolungamento dell'incarico (o nell'incarico) questo appoggio politico è
ancora più necessario. Infine, per giungere ad ottenere un posto dopo il
collocamento in ausiliario con funzioni di consulenza per la sicurezza o
quale altro incarico abbia ricevuto presso il Governo, fa capire
chiaramente che Martini era, come si dice in termini militari, fortemente
"ammanigliato" in sede politica. Ciò non toglie che fosse anche
un uomo di buona capacità professionale.
TASSONE.
L'ultima domanda che vorrei porre al generale attiene alla vicenda, su cui
torno ogni tanto, che riguarda Andreotti e Moro. Moro, non so se a torto o
a ragione, era considerato un uomo molto vicino al Pci. La sua strategia
politica, la sua amicizia con il generale Miceli (ovviamente questi è
stato un parlamentare della destra, del Movimento sociale-Destra Nazionale)
come si conciliavano? Inoltre, se lei ha avuto ovviamente sentore di ciò,
il rapporto tra Andreotti e Moro era un rapporto di contrasto all'interno
di un partito politico, oppure andava oltre? Si tratta di una
considerazione, di una valutazione. Quando si parla di Moro che ha dato
l'autorizzazione alla "fuga di quei terroristi palestinesi", si
tratta di una decisione del Governo italiano o c'è stata anche una
coincidente adesione da parte dell'opposizione del Parlamento che ha
accettato - questo nel migliore dei casi - o quanto meno ha condizionato
una parte di una certa politica filopalestinese all'interno del nostro
paese, se è vero come è vero che Shamir aveva qualche risentimento nei
confronti del nostro Governo e le polemiche nei confronti di Shamir sono
state sollevate dal Governo italiano ma soprattutto dalle opposizioni di
allora.
MALETTI.
Lei per Shamir intende il
generale Zwigmir?
TASSONE.
Intendo l'ex Ministro degli esteri israeliano ed ex primo Ministro.
MALETTI.
Credo che l'amicizia o
il rapporto Miceli-Moro fosse più sul piano della politica internazionale,
della politica estera, che sul piano della politica interna. Il generale
Miceli era chiaramente un sostenitore della politica filoaraba più che
filopalestinese e in questo certo non andava d'accordo - almeno ritengo -
con l'onorevole Andreotti, per quanto anche l'onorevole Andreotti ad un
certo momento l'abbia chiaramente fatto. Non credo che ci sia un contrasto,
una contraddizione tra la posizione di Miceli nei confronti della destra e
la sua frequentazione dell'onorevole Moro, perché le due cose erano
diverse: Moro si occupava di politica estera mentre al generale Miceli
interessava portare avanti un discorso con i palestinesi piuttosto che
giungere ad una repressione del terrorismo. D'altra parte era legato anche
al servizio libico in un modo, immagino, corretto, come peraltro vi era
legato lo stesso Andreotti, come ho sentito oggi. Non vi è una
contraddizione e non credo vi sia una linea netta da tirare tra queste due
tendenze: quella anticomunista di Miceli e allo stesso tempo filoaraba, di
amicizia e di consenso nei confronti di Moro.
TASSONE.
Generale Maletti, vorrei ringraziarla per la sua audizione e vorrei
chiudere il mio intervento con una valutazione che ho fatto inizialmente,
quando si parlava, non a caso, di poteri forti all'interno del nostro paese
di corpi separati dallo Stato. Non do alcuna valutazione su questa sua
cortese audizione; ovviamente siamo venuti per raccogliere di più e per
avere elementi, non soltanto per guardare al passato ma soprattutto per
assicurarci un futuro sereno. Credo che questa sia un po' l'ambizione di
chi lavora in Parlamento, di chi ha un posto di responsabilità all'interno
del nostro paese. Lei si sente di dire che vi è una qualche precisa,
individuabile o assoluta - vado sul relativo - responsabilità da parte del
Governo della Repubblica o della politica nell'aver alimentato il
terrorismo o nell'averlo coperto, o quanto meno che la situazione sia
sfuggita di mano? Abbiamo visto anche i processi degenerativi di alcune
organizzazioni che sono sfuggite anche al controllo di chi le aveva
alimentate. Qual è la sua valutazione, più che da ex responsabile del
reparto D del Sid, più che da ex generale, proprio da cittadino italiano,
con la rivendicazione che ha fatto di patriottismo ed amore nei confronti
di questo paese? Si sente di dire che c'è stata comunque una responsabilità,
senza la quale le vicende drammatiche e tragiche non sarebbero avvenute
all'interno del nostro paese?
MALETTI.
Sì, come ex cittadino italiano,
mi sento di dire che la responsabilità politica è stata responsabilità
di tolleranza per l'avanzata degli estremismi, di mollezza nel combatterli.
Non credo che si sia trattato in tutti i casi, nell'intero arco dello
svolgimento del terrorismo, di connivenza, di complicità e tanto meno di
sollecitazione. Però ci sono stati episodi nelle strutture dello Stato - e
non parlo solamente di quelle del Sid - che fanno pensare che alcune
direttive venissero impartite nel senso di tollerare, di lasciare che le
cose andassero in una certa direzione e di chiudere gli occhi su
avvenimenti molto gravi nell'ambito dello Stato e del paese. Con questa
valutazione mi riferisco al Ministero della difesa, al Ministero
dell'interno e anche alla Presidenza del Consiglio.
PRESIDENTE.
Innanzitutto vorrei fare una precisazione per la Commissione. Sarebbe
opportuno che i membri nuovi, come Tassone, leggessero l'audizione che noi
avemmo dell'addetto stampa di Moro, Guerzoni, perché è un documento
illuminante nel descrivere la personalità di Moro. Guerzoni ci spiegò che
Moro era innanzitutto conservatore, quindi un uomo di destra: però era un
conservatore illuminato, soprattutto era un democristiano che voleva
mantenere il più possibile la centralità della Democrazia cristiana e che
dopo la sconfitta elettorale del 1968 presagi la sconfitta nel referendum
del 1974. Per questo instaurò la strategia dell'attenzione prima e poi
la strategia del compromesso storico con il Pci, in attesa che la
situazione anche internazionale evolvesse per arrivare a quella che oggi
noi chiamiamo la democrazia dell'alternanza. Vorrei fare una precisazione
per il verbale: quando ho parlato della possibilità che il disegno di
Gelli si realizzasse per via parlamentare, non volevo affatto dire che
sarebbe stata una via democratica, perché un conto è che di una riforma
istituzionale si discuta apertamente, anche con l'opinione pubblica, come
adesso stiamo facendo, altro è che invece nasca un partito trasversale per
il presidenzialismo e che al vertice, in una loggia coperta in cui erano
rappresentati tutti i vertici dei corpi separati, quello avrebbe avuto
della democrazia soltanto la forma ma non la sostanza. Il collegamento
internazionale di Gelli, di cui oggi abbiamo avuto conferma, rafforza
questa valutazione che resta sostanzialmente negativa, anche se
probabilmente non lascia spazio a valutazioni giudiziarie di tipo
penalistico. Seguiranno ora gli interventi degli onorevoli Corsini e Fragalà.
Prima di chiudere però vorrei fare una domanda su uno scenario successivo
dell'Italia, nei limiti in cui il generale ci potrà rispondere.
CORSINI.
Io non voglio assolutamente trarre un bilancio, che tra l'altro sarebbe
improvvisato e del tutto estemporaneo, delle risposte che il generale ci ha
dato. Voglio però partire dal punto in cui il collega Tassone ha concluso
la sua conversazione con il generale Maletti, cioè le sue osservazioni, le
sue valutazioni sul fenomeno della destabilizzazione antidemocratica e
delle strategie eversivo-stragistiche. Vorrei che lei, signor generale, ne
parlasse a quasi venticinque anni di distanza quasi come osservatore, come
cittadino che guarda per taluni versi, quasi con il cannocchiale alla
rovescia, le vicende cui ha assistito e delle quali, in qualche misura, è
stato anche protagonista. Prima di chiedere espressamente il suo parere, mi
permetto di fare una duplice raffigurazione delle interpretazioni che oggi
giocano sul campo la partita della comprensione di questo fenomeno. Le
sintetizzerò così, molto brutalmente, in modo un po' abborracciato. La
prima interpretazione la conosco più direttamente perché, seppure in
minima parte, ho contribuito anche io a formularla, ed è una
interpretazione che va ricondotta soprattutto alla storiografia italiana
contemporanea. Sostanzialmente è questa: la strategia della
destabilizzazione comincia - c'è una annotazione notissima nel diario di
Nenni in proposito - quando all'inizio del centro-sinistra vi fu il sentore
di uno sferragliare di sciabole. Questo perché il nostro paese è un paese
alla "periferia dell'impero", un paese a sovranità limitata
dentro la divisione del mondo e dentro la divisione interna della guerra
fredda; è un paese che vincola i suoi governanti ad una sorta di doppia
fedeltà, ed è un paese nel quale opera un meccanismo che si chiama di
doppio Stato. Anzi, il presidente Pellegrino, sulla base di una serie di
verifiche che ha condotto come Presidente della Commissione, dà una forma
secondo me molto credibile, molto comprovata e molto dignitosa a questo
tipo di interpretazione: cioè, un questo quadro di sovranità limitata, di
doppia fedeltà, di doppio Stato. Io aggiungo anche di doppia
consociazione: vi è una consociazione che vede Democrazia cristiana e
Partito comunista produrre una sorta di divisione del lavoro: all'una la
conduzione politica, all'altro il controllo della dinamica sociale;
dall'altra parte vi è una consociazione della destra politica e sociale
con l'esperienza della destabilizzazione. Che cosa si verifica? Si verifica
che alla fine degli anni '60 e all'inizio degli anni '70, quando in Italia
matura una democrazia esigente (la definizione è di Aldo Moro), alcune
forze che sono della politica e della società, degli apparati dello Stato,
dei Servizi italiani ed internazionali, ritengono che questo processo vada
bloccato, perché non è concepibile che il nostro paese fuoriesca dal
quadro che prima appunto delineavo. Questa interpretazione ha visto
pubblicazioni e saggi, peraltro non numerosi, perché pochi sono gli
storici italiani che si sono occupati di questa vicenda. Uno di loro è qui
presente e si tratta del professor De Lutiis. Esiste una seconda
interpretazione che è sostanzialmente opposta e che non ha avuto una
rigorizzazione in sede storiografica; però ha avuto memoriali,
testimonianze, occasioni di espressione pubblica, convegni e così via.
Questa interpretazione dice che in realtà la democrazia italiana era una
democrazia bloccata; il Pci aveva interiorizzato una sorta di conventio
ad excludendum; la conventio ad excludendum peraltro funzionava nei
suoi confronti; le forze che avevano detenuto una supremazia politica negli
anni della Repubblica erano consapevoli che in ragione del fatto che questa
era una democrazia bloccata, l'unica possibilità di costituire
un'alternativa era sul versante della destra. Per impedire questa
alternativa quelle forze hanno promosso una strategia eversiva che ha
utilizzato gli apparati dello Stato, e talora anche la cospirazione
internazionale, per fare in modo che sulla destra venisse ribaltata
l'accusa di inaffidabilità democratica, perché bisognava delegittimare
quella destra che in qualche misura poteva ambire a costituire una
possibile alternativa.Questa seconda interpretazione non ha ancora avuto -
penso che anche l'onorevole Fragalà ne potrà convenire - la stessa dignità
storiografica che ha avuto la prima; non esiste un corpo consolidato di
studi e di ricerche che avvalori questo tipo di interpretazione. Non voglio
fare una valutazione positiva o negativa; la mia è una semplice
constatazione. Di fronte a queste due interpretazioni, a quasi ormai
trent'anni di distanza, visti con il cannocchiale alla rovescia, visti da
un uomo come lei che ormai è fuori dalla vicenda italiana, che non ha più
un interesse diretto, non è più un protagonista con un ruolo specifico,
quale le pare più plausibile? Quella di uno sforzo teso a bloccare
un'evoluzione del sistema democratico italiano verso la soddisfazione delle
domande della democrazia esigente, quindi verso una legittimazione delle
sinistre e del loro ruolo, o invece quella di una criminalizzazione della
destra impedendole di porsi come possibile alternativa?
MALETTI.
Dopo
quanto lei ha detto, credo di poter aggiungere molto poco e soprattutto
con parole molto povere. Personalmente propendo per la prima delle due
alternative. Però tenga presente una cosa che tutti d'altra parte
conoscono bene e cioè che una buona parte della nazione negli anni a
cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 era sconvolta
dalla insorgenza del fenomeno della contestazione, degli scioperi selvaggi,
dell'autunno caldo, del crollo della disciplina nelle università, e così
via, e quindi si tendeva ad attribuire tutto questo naturalmente alla
sinistra e a guardare verso una soluzione che frenasse l'avanzata delle
sinistre e desse un maggiore respiro ad un centro democratico non
necessariamente però appoggiato alla destra.
FRAGALA’.
Generale Maletti, lei con
le sue risposte, a cui farò ora delle domande di riferimento, come si dice
nei processi, mi ha fatto sorgere numerosi dubbi che vorrei assieme a lei
chiarire. Se fosse corretta l'interpretazione della bozza del senatore
Pellegrino (da lei letta come una interpretazione che viene da una certa
pubblicistica e per cui naturalmente desidero apportare un mio personale
contributo perché so che il senatore Pellegrino è persona che ha
dimostrato nei fatti di non nutrire pregiudizi ideologici ma soprattutto di
non essere disposto a portare il cervello all'ammasso) per cui ci sarebbe
stata la Cia che, attraverso i Servizi interni, avrebbe utilizzato frange
dell'estremismo nero per effettuare le stragi negli anni '70 e quindi
portare avanti quella strategia della tensione di cui lei ha parlato in
precedenza, ebbene, rispetto a questa impostazione le faccio notare però
delle incongruenze e delle contraddizioni enormi che sono venute fuori
dalle sue dichiarazioni. Lei
infatti ha detto che se c'erano deviazioni nei Servizi, che lei ha trovato,
si trattava di deviazioni verso il basso, cioè verso le corna, le
porcherie, le fotografie dal buco della serratura, e così via, e non verso
l'alto. Se il Servizio era degradato o i Servizi di informazione erano
deviati ciò accadeva perché tale Servizio non si occupava di strategie
della tensione o di strategie eversive, ma si occupava soltanto di corna o
di attività ricattatorie. Quindi, signor generale, questa strategia della
tensione, se il Servizio era ridotto a questa "paccottiglia" da
cortile e da pettegolezzo, chi l'ha realizzata?
MALETTI.
Io
non ho detto che il Servizio si interessasse solo di queste cose, tanto per
incominciare. Esso si è dovuto interessare anche di queste cose su
richiesta naturalmente di uomini politici e di Governo e non aveva più una
sua funzionalità efficiente perché impiegava molto del suo tempo in altre
attività; ma non ho detto che tutto quello che faceva fosse puramente
corna o sguardi dal buco della serratura. Poteva essere infatti uno degli
elementi della cosiddetta strategia della tensione; questo però non mi
risulta. Può darsi che altro Servizio invece fosse coinvolto nella
strategia della tensione e sappiamo o supponiamo quale fosse. Io non so
cosa sia stato scoperto nell'archivio di questo altro famoso Servizio
recentemente. Mi auguro che possa sortire qualche effetto da questa
scoperta, ma posso dire che, all'epoca, il mio predecessore non mi diede un
elemento di guida che mi potesse illuminare su una strategia della tensione
commessa dal Servizio da me dipendente, cioè dal reparto D. Quindi penso
che, essendo Gasca Queirazza una persona onesta e coerente, non ci fosse da
parte di elementi del reparto D un coinvolgimento in questa strategia della
tensione. Questa strategia della tensione poteva venire diretta in modo
immediato da altri elementi del Servizio che non appartenevano al reparto
D, oppure da altri servizi.
FRAGALA’.
Come ha detto poco fa l'onorevole Corsini, io ho l'impressione (sto
verificando questa interpretazione) che la strategia della tensione -
quindi le stragi, le bombe, e così via - hanno oggettivamente, come
direbbe Laurentin Beria, a cui io certo non sono vicino ideologicamente,
realizzato il progetto politico dell'onorevole Andreotti di cui anche lei
ci ha disvelato le finalità: cioè quello che le bombe e la strategia
della tensione servivano e sono servite ottimamente a criminalizzare,
ghettizzare e demonizzare la destra, eliminando una bottega elettorale
concorrente alla Democrazia cristiana che poteva temere solo di perdere
voti a destra, in quanto a sinistra aveva la teoria della diga
anticomunista. Accreditare il Partito comunista come partito d'ordine
(questo riuscì eccezionalmente con il sequestro Moro; lei avrà letto le
lettere di Moro e ciò che egli ha scritto, compresa la fine della
Democrazia cristiana che si è realizzata in modo assolutamente puntuale),
senza tema di concorrenza elettorale da parte della destra politica nei
confronti della Democrazia cristiana, è un progetto che si è realizzato.
La vorrei richiamare ad un altro elemento di carattere internazionale che
è sfuggito all'onorevole Corsini, ma che sicuramente sarà presente nella
sua interpretazione. Il problema della conventio
ad escludendum interiorizzata dal Partito comunista non è naturalmente
un'invenzione degli osservatori politici o degli storici, perché ha il suo
fondamento diplomatico nel patto di Yalta, quindi nella divisione del mondo
in zone di influenza. Perciò lei sa che gli Stati Uniti si sono ben
guardati dall'intervenire in Ungheria, quando l'onorevole Togliatti
chiamava i ragazzi, che si facevano schiacciare dai carri armati, schiavi e
servi dell'imperialismo americano, e che si sono ben guardati
dall'intervenire nel 1969 contro l'occupazione militare della
Cecoslovacchia e quell'ulteriore genocidio di democrazia. Io non mi sto
ponendo adesso il problema se il Pci lo condannò, o che lo condannò una
parte del Pci (il senatore Pellegrino lo deve ricordare), perché una parte
del Pci invece non condannò quell'invasione e la ritenne più che
legittima dal punto di vista della legittimità democratica e popolare.
Allora il mio problema è questo: se il patto di Yalta riservava queste due
zone di influenza, l'onorevole Andreotti, nella sua strategia di
accreditamento del Pci nell'area di Governo e quindi di demonizzazione e
criminalizzazione della destra, evidentemente aveva un interesse concreto a
creare, attraverso anche i Servizi, non soltanto quegli elementi di
destabilizzazione che chiamiamo strategia della tensione, ma di organizzare
i depistaggi per far sì che quegli elementi ricadessero esclusivamente
nella responsabilità della destra politica che per questo era
criminalizzata. Il senatore Pellegrino dal 1980 in poi addirittura ha
ritenuto, con la sua consueta onestà intellettuale, che di questi fatti di
depistaggi ai danni della destra per la strage di Ustica, la strage di
Bologna, e così via, ci sono addirittura le prove giudiziarie. Sempre in
quell'ottica quindi dell'accreditamento e del consociativismo di cui
parlava in pratica l'onorevole Corsini. Allora io le chiedo: se c'era
questa condizione di sovranità limitata che divideva in due l'Europa, e
che addirittura consentiva ai sovietici di ammazzare gli studenti cechi o
gli studenti ungheresi senza timore di reazione, come anche a Berlino o a
Potzdam o a Danzica, lei come fa a sostenere che vi potesse essere un
interesse eversivo nel senso di creare questa strategia della tensione -
lei ha detto che quella del senatore Pellegrino è un'ipotesi possibile -
da parte degli Stati Uniti d'America che avevano, sul piano della
interlocuzione diretta con l'Unione Sovietica, la possibilità di uno
scambio, addirittura rispetto a fatti gravissimi come quelli dell'Ungheria,
della Cecoslovacchia, di Danzica, di Berlino, di Potzdam, e così via? Io
non capisco come mai lei, sulla base di questi dati obiettivi di politica
internazionale e di fatti storici ormai inconfutabili, ritiene che invece
sia possibile un intervento nel senso dell'interpretazione data dal
senatore Pellegrino.
MALETTI.
Ritengo che sia possibile.
Teniamo sempre presente che ci sono varie fasi, che abbiamo un terrorismo
che si è sviluppato nell'arco di diversi anni. Ritengo che il primo tempo
di questo terrorismo, quello più vicino ai fatti dell'autunno caldo e
l'inizio dell'eversione, dei disordini studenteschi e così via, con lo
spavento creato nel paese, possa giustificare e sostenere la prima versione
non del senatore Pellegrino ma dell'onorevole Corsini. Successivamente,
questa famosa divisione di Yalta è venuta gradualmente a sgretolarsi, lei
lo sa perfettamente. La Jugoslavia è uscita dall'orbita sovietica;
l'Albania è uscita addirittura dall'orbita cinese; la democrazia, con un
certo sforzo, è arrivata in Cecoslovacchia; Ceausescu in Romania ha
introdotto alcuni cambiamenti non certo in linea con gli orientamenti della
politica sovietica.
FRAGALA’.
Lei non ha escluso l'influenza americana sulle vicissitudini personali
all'interno del Servizio. lo vorrei rilevare una contraddizione. Lei, nei
contrasti fra corrente filoaraba e filoisraeliana all'interno del Servizio,
era schierato dalla parte filoisraellana, come si può immaginare che gli
americani - che certo non potevano essere filoarabi - invece di
appoggiarla, possano avere gradito il suo allontanamento?
MALETTI.
Qui bisogna distinguere
il quadro degli interessi internazionali e la situazione interna italiana.
Agli americani importava poco che io fossi filoisraeliano; quello che a
loro premeva di più era un reparto D che facesse una politica interna dei
Servizi gradita a loro.
FRAGALA’.
Agli americani la questione mediorientale ha sempre importato molto. Anche
di recente la Albright ha fatto una sfuriata sulla questione Libia.
Quest'ultimo episodio richiama alla memoria, per così dire, la sfuriata
contro Miceli della quale lei ci ha parlato.
MALETTI.
La sfuriata Cia contro Miceli
aveva per oggetto, come ho detto prima, l'inerzia del Servizio nel settore
del controspionaggio e l'uso delle risorse finanziarie che loro ci
fornivano.
DE
LUCA Athos.
Voglio ricordare che la nostra
Commissione ha e deve mantenere come obiettivo quello di fare luce sulla
oscura stagione delle stragi, contro quella sorta di partito trasversale
che si va coagulando e che si vorrebbe accontentare, e vorrebbe che ci
accontentassimo, invece, delle conoscenze e delle ricostruzioni fino ad
oggi disponibili. Se lei, generale Maletti, non sapeva tante cose, dobbiamo
pensare che i nostri Servizi non servivano a nulla e che a tutto finivano
per pensare i Servizi stranieri. Se invece Maletti sapeva, ma non parla
neanche oggi, vuol dire che il vecchio potere politico è ancora forte e ci
impedisce tuttora di fare luce.
MALETTI.
Io non sono influenzato dal
vecchio potere politico e non lo sono stato neanche in passato, nonostante
le minacce e le pressioni che mi sono arrivate fino a verso la metà degli
anni '80. Quanto all'efficienza del Servizio, il reparto D aveva i suoi
limiti, e l'ho già detto, e io pure ne avrà avuti; ma comunque non c'è
stata malafede (almeno per quel che mi riguarda).
PRESIDENTE.
Ringrazio il generale per la faticosa audizione alla quale si è sottoposto
con noi e gli rivolgo un'ultima domanda.
Premesso
che, fino a tutti gli anni '70, il quadro degli eventi è sufficientemente
chiaro, almeno sotto il profilo di una ricostruzione storico-politica di
quel periodo, dopo l'uccisione di Moro, invece, il quadro diventa oscuro.
Vorrei chiederle, allora: sulle vicende degli anni '80, su Ustica, Bologna,
treno 904, lei che cosa sa, che cosa può dirci? Io ho l'impressione che,
dopo la vicenda Moro, negli anni '80, l'Italia cambi e al "tintinnare
delle sciabole" subentri il "tintinnare degli zecchini".
MALETTI.
Ne so troppo poco per
formulare ipotesi sul treno 904 o su Bologna. Su Ustica posso forse fare
una ipotesi: penso ad un attentato libico di stile gheddafiano contro paesi
occidentali variamente amici e legati agli Usa, come più tardi avvenne nei
casi di Lockerbie e del Ciad. L'attentato all'aereo esploso e caduto nel
Ciad fu una vendetta contro la Francia per la sua politica in quella
regione; quello di Lockerbie fu una vendetta contro gli Usa per le azioni
di guerra aerea condotte contro la Libia. Ustica forse fu un avvertimento
libico all'Itaha.
MANCA.
Allora lei, tra il missile e la bomba, è per l'ipotesi bomba?
MALETTI.
Sì,
sono per l'ipotesi bomba.
(Voce
fuori microfono).
Ma nessuno ha rivendicato Ustica.
MALETTI.
Questo non sarebbe un elemento
di contraddizione, perché il terrorismo libico non ha mai fatto
rivendicazioni.
PRESIDENTE.
Ringrazio ancora il generale ed i presenti e dichiaro conclusa l'audizione.
La
seduta termina alle ore 19,30.
La Guerra Fredda in Italia
Crediamo
che a oltre venti anni da episodi come il sequestro e l'omicidio di
Aldo Moro siano maturi i tempi per tentare uno sforzo interpretativo
di quei tragici eventi secondo criteri improntati alla storia e non
alla cronaca o, peggio, alla polemica elettorale tra i partiti
politici italiani sopravvissuti a quella stagione. Riteniamo che il
primo strumento di cui servirci sia una cronologia di quella che viene
denominata 'Guerra Fredda', lo scontro spionistico-militare tra USA e
URSS per il controllo dell'Europa iniziato alla fine della II Guerra
Mondiale e conclusosi solo nel 1989 con il ritiro dell'Armata Rossa da
Berlino e con il conseguente crollo del 'Muro'
Cronologia:
1945
- 21 Marzo
= Un documento della Repubblica di Salo' rivela la costituzione, da
parte della propria polizia segreta, in attuazioneal piano Graziani di
un organismo speciale, inteso a sopravvivere all'imminente crollo,
diretto da un ufficiale superiore dotato di 16 corrieri, 18 agenti nel
nord Italia, 41 agenti nel resto della penisola, sotto falsa
identita', destinato a restare operativo anche in caso di invasione
alleata. Tale organismo, protetto e mascherato con tutti i mezzi,
aveva la sua sede centrale in un ufficio commerciale basato a Padova .
1945
- Aprile =
Il principe Junio Valerio Borghese , comandante della X MAS , futuro
golpista, nascosto a Milano , viene sottratto alla cattura e alla
fucilazione da James Angleton , capo delle operazioni speciali dei
servizi segreti americani in Italia, con la collaborazione del
capitano Carlo Resio , della marina italiana, e trasportato a Roma ,
vestito da ufficiale americano, su una jeep dell'esercito USA.
La
seconda Divisione del Segretariato di Stato Vaticano , che e' diretta
dal futuro papa Giovanni Battista Montini , da cui dipende l'ufficio
rifugiati, si colloca al centro di della grande operazione di
evacuazione di criminali di guerra nazisti ("operazione conventi
") che passano l'Atlantico travestiti da prete e muniti di
passaporti di copertura, in collaborazione con l'OSS prima e con l'SSU
(Secret Service Unity , organismo di transizione fra l'OSS e la CIA ),
diretta da James Angleton a Roma , poi. Regista dell'operazione e'
monsignor Haloisius Hudal .
1945
- 2 Maggio
= Trieste e' occupata dalle truppe inglesi e da quelle di Tito. Dalla
Brigata Osoppo nascono le formazioni armate "III corpo Volontari
della Liberta' ", "Volontari difesa confini italiani ",
"Gruppi Tricoloristi ".
1945
- 22 Maggio
= Il generale nazista Reinhard Gehlen (ex comandante delle Armate
Straniere Est) si consegna agli americani e viene spedito in USA.
1945
- Giugno
= Un folto gruppo di grandi industriali tra cui Piero Pirelli, Rocco
Armando ed Enrico Piaggio , Angelo Costa , Falck e Valletta si
riunisce a Torino il 16 e 17/6/1945 per decidere i piani per la
"...lotta al comunismo con qualsiasi mezzo...", sia con la
propaganda che con l'organizzazione di gruppi armati, questi ultimi
affidati a Tito Zaniboni . Secondo un rapporto dei servizi segreti
americani: "...le spese previste sono enormi ma gli industriali
sono disposti a finanziare l'avventura..."; 120 milioni sono
stanziati subito, e vengono depositati in Vaticano .
1945
- 17 Giugno
= Muore in uno scontro a fuoco con i carabinieri, in circostanze
oscure, Antonio Canepa , comandante dell'EVIS . Dopo la sua morte la
componente progressista del Movimento Indipendentista viene repressa e
annientata e la destra della mafia e dei latifondisti prende il
sopravvento.
1945
- Luglio
= Il papa PIO XII da ordine a tutti i vescovi diocesani d'Italia di
intensificare con ogni mezzo la lotta al comunismo e fa divieto ai
cattolici di militare nei partiti di sinistra. La Democrazia Cristiana
riceve l'ordine vaticano di irrigidire la chiusura verso i comunisti
(Documento OSS L. 58565 del 20/7/1945).
1945
- Settembre
= Riunione segreta dei capi separatisti in Sicilia , viene sancita
l'alleanza con i banditi di Salvatore Giuliano che diventa capo
dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia ).
Nasce
l'organizzazione di mutuo sostegno delle ex SS ("Odessa ")
coordinata da Otto Skorzeny .
1945
- 20 Settembre