FISICA/MENTE

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AVVERTENZA: La relazione Pellegrino non va letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva, ma soltanto come <<la formulazione di un giudizio storico-politico globale>>. Come ogni analisi storico-politico essa è, comunque, soggetta a integrazioni e mutamenti.

  IL GENERALE DE LORENZO E IL PIANO SOLO  

Nell’analisi della Commissione Stragi (relazione Pellegrino)  

Gli eventi dell'estate del 1964 sono notissimi tanto da escludere l'utilità di ripercorrere nel dettaglio il loro svolgimento. Basterà qui ricordare come la prima esperienza di un governo di centro sinistra (e cioè con la partecipazione organica del PSI alla maggioranza e al governo), che fu presieduto dall'on. Aldo Moro, ebbe vita difficile e breve anche quale esito delle tensioni che ne avevano preceduto la costituzione e ne accompagnarono, frenandola, l'azione.

La crisi che seguì non sembrò apparentemente più complessa di altre che l'avevano preceduta o che l'avrebbero seguita. Fu risolta con la costituzione di un nuovo governo sempre presieduto dall'on. Aldo Moro, avente la medesima base parlamentare, ma nel cui programma la spinta riformatrice risultò fortemente attenuata.  

Apparentemente l'esito politico apparve determinato dalle forti preoccupazioni nutrite in larghi strati del ceto dirigente italiano sulla possibilità che l'esperienza del centro sinistra determinasse non soltanto una modificazione della collocazione dell'Italia nel quadro internazionale, ma anche una fuoriuscita dell'ordinamento italiano dal modello occidentale. Basterà, come esempio di tale diffuso disagio, rimarcare quanto scrisse in sede enciclopedica uno dei maggiori giuristi dell'epoca, nei primi anni sessanta, spingendosi a manifestare la preoccupazione che, proseguendo sul cammino di ulteriori riforme strutturali (implicito era il riferimento, dopo la nazionalizzazione dell'energia elettrica, alla progettata riforma del regime di appartenenza dei suoli edificabili e alle leggi di programmazione economica) la sovrapposizione di un momento finalistico superindividuale all'interesse individuale avrebbe potuto condurre ad una così intensa funzionalizzazione delle categorie astratte de l diritto soggettivo e dell'atto di autonomia privata, da determinare addirittura    

"la fine del diritto civile...splendida creazione dell'intelletto e dell'attività umana"    

ed insieme    

"la fine sul piano etico e sociale di valori ancora più sostanziali che investono la stessa dignità dell'uomo, come essere libero e dei quali il diritto civile costituisce la forma giuridica"[1].    

La preoccupazione che le istanze riformatrici potessero minare in qualche modo i valori e gli assetti garantiti dall'ordinamento ed attentare al complesso delle libertà (anche economiche) individuali - pur nutrita in alcuni casi, come quello ricordato, da alte idealità - era indubbiamente ingiustificata ed eccessiva, ma valse a raffreddare, con la svolta del 1964, il processo di attuazione della Costituzione nella sue parti di più forte impatto sociale.  

Ciò che peraltro si vuole qui sottolineare è soltanto che l'involuzione del centro sinistra e l'attenuazione della sua spinta riformatrice apparvero come l'esito naturale di un clima culturale diffuso nel paese, dato che l'unico indice di un'anomalia nella soluzione della crisi governativa del 1964 fu quanto il segretario del PSI Pietro Nenni scrisse a caldo sull'Avanti!:   "Improvvisamente i partiti ed il Parlamento hanno avvertito che potevano essere scavalcati. La sola alternativa che si è delineata nei confronti del vuoto di potere conseguente ad una rinuncia del centro sinistra, è stata quella di un governo di emergenza, affidato a personalità cosiddette eminenti, a tecnici, a servitori disinteressati dello Stato che nella realtà del Paese qual è, sarebbe stato il Governo delle destre, con un contenuto fascistico-agrario-industriale, nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito"[2].    

E' notissimo peraltro come soltanto dopo pochi anni due famose campagne di stampa portarono in luce vicende sotterranee che indubbiamente avevano influito sugli eventi e cioè da un lato un'intensa ed assidua attività di controllo operata dal SIFAR su gran parte del ceto dirigente nazionale, dall'altro il ruolo avuto nella soluzione della crisi da parte del massimo vertice militare, nel suo rapporto con il Capo dello Stato, con l'approntamento di uno specifico piano emergenziale denominato Piano Solo.  

La completa emersione di tali vicende é stato il risultato di un lungo processo istituzionale che ha coperto uno spazio temporale superiore al ventennio.  

In estrema sintesi basterà quindi ricordare le inchieste amministrative affidate alle Commissioni Beolchini e Lombardi ed al generale Manes, il segreto di Stato posto dal Governo sulle loro risultanze, le resistenze governative opposte alla costituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta, la cui legge istitutiva fu approvata soltanto in data 31 marzo 1969, la defatigante delle acquisizioni documentali da parte della stessa Commissione, che concluse i suoi lavori sulla base di una documentazione ancora incompleta.  

La possibilità di una completa conoscenza (peraltro nei limiti di cui in seguito si dirà) di tali avvenimenti si è avuta soltanto quando il Governo assunse l'autonoma decisione di rimuovere il segreto di Stato a suo tempo opposto su alcune parti dei documenti relativi al cosiddetto Piano Solo e alle ricordate inchieste amministrative e conseguentemente il Presidente del Consiglio trasmise in data 28 dicembre 1990 (e quindi dopo più di un quarto di secolo dello svolgersi degli eventi!) la versione integrale di tale documentazione alle Presidenze della Camera e del Senato, che a loro volta l'hanno trasmessa al Comitato parlamentare per i servizi e a questa Commissione di inchiesta. Quest'ultima nella seduta del 10 gennaio 1991 deliberò di trasmettere al Parlamento, per la pubblicazione, gli atti ricevuti ad eccezione di alcune parti che si é ritenuto opportuno mantenere riservate, in applicazione del criterio suggerito dai Presidenti della Camera e del Senato di non divulgare quelle parti di documenti che avessero carattere esclusivamente privato o familiare ininfluenti ai fini dell'indagine.  

Per vero anche tale documentazione non può ritenersi completa mancando all'interno della stessa un documento di notevole importanza e cioè la lista delle personalità che, secondo il Piano Solo, dovevano essere "enucleate" (e cioè in sostanza arrestate) per essere trasferite in Sardegna.  

Inoltre sulla genuinità della documentazione acquisita sono insorte perplessità a seguito di note dichiarazioni del colonnello La Bruna; indagini esperite sia in sede giudiziaria sia direttamente da questa Commissione non sono valse a sciogliere tali dubbi.    

Peraltro é avviso della Commissione che la documentazione di cui è in possesso è ben sufficiente ad una ricostruzione delle vicende in discorso sostanzialmente completa e alla formulazione sulle medesime, a tanta distanza di anni, di un giudizio meditato e sereno. Anche perché le vicende, per come ricostruite, vengono coerentemente ad inserirsi nel mosaico di eventi anteriori e successivi che la Commissione va ricostruendo ed acquistano all'interno dello stesso, senza alcuna forzatura, un significato che può ragionevolmente affermarsi univoco.  

Opportunità di sintesi espositiva convincono la Commissione a non indugiare nel ridescrivere in dettaglio vicende ormai note quali le "deviazioni" del SIFAR dei compiti istituzionali, il ruolo avuto dal generale De Lorenzo nella soluzione governativa dell'estate del 1964, i contenuti del Piano Solo (quest'ultimo documentalmente acquisito e pubblicato), limitandosi quindi ad evidenziare di tali vicende ormai note gli elementi di continuità e/o di contiguità che consentono un loro coerente inserirsi in un quadro complessivo; nonché ad esplicitare le valutazioni che tale inserimento rende ora possibile.    

Per ciò che concerne le deviazioni del SIFAR può ormai ritenersi certo quanto risulta dalla relazione Beolchini:   

 "L'indagine ha portato anzitutto alla contestazione che nell'ambito della prima sezione dell'Ufficio D l'estensione anomala dei fascicoli ha avuto luogo verso il 1959 ed anzi ha assunto proporzioni allarmanti proprio in quell'anno e nell'anno successivo. Con circolare del 26 febbraio 1959 sono state richieste a tutti i capi degli uffici periferici note biografiche e dettagliate notizie sull'attività 'comunque svolta' dai deputati e dai senatori. Ogni centro di controspionaggio dovette così compiere un'indagine biografica sui parlamentari compresi nella propria giurisdizione e per ognuno di essi è stato formato un fascicolo"[3].    

A questo punto vi sono quattro righe che fino al dicembre 1990 erano coperte da "omissis", nelle quali si legge:    

"Si veda, ad esempio, il registro relativo ai parlamentari del Piemonte, nel quale sono indicati i numeri dei fascicoli sulle matrici delle schede biografiche".    

Il testo poi prosegue affermando:    

"Nel 1960 vengono raccolte le notizie biografiche relative a prelati, vescovi e sacerdoti delle varie diocesi (...) Si è avuta così in quel periodo e negli anni successivi una espansione enorme del numero dei fascicoli, fino a giungere alle cifre odierne di 157 mila fascicoli, nei quali 34 mila dedicati ad appartenenti al mondo economico, a uomini politici e ad altre categorie di interesse rilevante per la vita della nazione"[4].  

 La Commissione presieduta dal gen. Beolchini individua, nell'ambito delle schedature illegali, una serie di ulteriori gravi irregolarità e nella relazione riferisce di aver raccolto prove che i profili delle persone schedate erano talora riscritti a distanza di tempo, con diverso orientamento, il che accentuava il carattere arbitrario del modo di procedere dell'ufficio.  

Era stato accertato che, a partire dal 1960 circa, la ricerca delle notizie si era estesa gradualmente anche alle attività economiche e finanziarie e alle manifestazioni frivole, ordinando indagini, anche con documentazione fotografica, su relazioni extra coniugali, o comunque irregolari, sulla nascita di figli illegittimi, sulle consuetudini sessuali.    

Di tale attività del servizio è stata in sede storiografica peraltro sottolineata la continuità con pratiche analoghe dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'interno e quindi il suo collegamento diretto all'esperienza fascista dell'Ovra e della sua riproposizione, anche mediante lo stesso personale, nella direzione Affari Riservati.  

In sede saggistica si è altresì avanzata l'ipotesi che tale indirizzo, che si istituzionalizzò nel SIFAR nel 1959, derivava da un input proveniente dal Capo Stazione CIA, Thomas Karamessines, nell'ambito delle tensioni politiche derivanti dalla previsione di una possibile apertura al PSI della maggioranza governativa.  

Comunque sia di ciò certo può dirsi che le tensioni politiche innescate in Italia dalla prospettiva della cosiddetta "apertura a sinistra" riproducevano specularmente analoghe tensioni determinatesi sul punto in ambiente statunitense.  

Come già rammentato in precedenza, era all'epoca in vigore la direttiva NSC 6014 del 16 agosto 1960 che, pur auspicando l'evoluzione del PSI verso posizioni autonome nei confronti del PCI, ribadiva la necessità di continuare a contrastarne l'ingresso nell'area del Governo finché tale evoluzione non fosse stata completata. Ma l'elezione di John Kennedy alla Presidenza degli Stati Uniti nel novembre 1960 aveva introdotto delle divergenze di valutazione all'interno del vertice politico statunitense.  

Nel gennaio 1961, appena insediato nella sua carica, Kennedy aveva incaricato Arthur Schlesinger di rielaborare la politica statunitense nei confronti di un possibile esperimento di centro sinistra.  

Nel marzo successivo, l'ambasciatore viaggiante del Presidente, Averell Harriman, dopo una breve visita a Roma, riferì in termini positivi nei confronti di un'apertura ai socialisti. Ma la burocrazia del Dipartimento di Stato, la maggior parte dei diplomatici a Roma, la stazione CIA nella capi tale italiana ed i rappresentanti in Europa del potente sindacato statunitense AFL-CIO erano nettamente contrari[5].  

L'8 novembre 1961, il segretario di Stato Bean Rusk inviò un telegramma di istruzioni al personale dell'ambasciata statunitense a Roma nel quale era scritto:    

"nelle discussioni con i vertici della DC, in particolare Fanfani e Moro, i rappresentanti dell'Ambasciata devono confidenzialmente far capire come siano sensibili ai vantaggi in termini di isolamento del PCI [...] che si possono trarre da un sostegno socialista al Governo. Purché esso sia ottenuto senza alcun compromesso con il PSI in materia di politica estera"[6].    

La pur cauta apertura di Risk provocò durissime reazioni nell'Ambasciata. Vi fu una riunione collegiale nella quale sarebbero emerse posizioni estreme, fino ad auspicare un intervento militare statunitense in caso di apertura al PSI[7].   Viene così ad essere confermata, sostanzialmente sulla base di certezze documentali, l'ipotesi teorica secondo cui nel sistema della doppia lealtà la dinamica del doppio Stato si attiva in momenti di tensione politica e cioè di acuta frizione tra gruppi dirigenti.  

In tale contesto di verifica dell'esattezza di un criterio di analisi interpretativa, assume significato un ulteriore profilo emergente dalla documentazione in atto e cioè la possibilità di addebitare al potere politico in ordine a tale deviazione dei servizi non solo un omesso controllo, ma anche una più pesante corresponsabilità.  

Il colonnello Rocca riferì alla Commissione Beolchini:    

"... Ed è qui che forse comincia la deviazione dai compiti istituzionali. Bisogna vedere però di chi è la colpa. All'inizio il gen. De Lorenzo non era in grado di rispondere alle continue domande che gli venivano rivolte dal presidente Gronchi per cui si organizzò e organizzò il servizio per sopperire alle esigenze. [...] Una volta messo in moto l'organismo, non ci fu più bisogno di sollecitazioni, anche perché il gen. De Lorenzo, attraverso i suoi contatti con autorità politiche e finanziarie, aveva acquisito una tale conoscenza dei problemi generali che si trovava nelle condizioni di rispondere anche sulla battuta. In quel periodo, dunque, fu avviata questa attività politica extra istituzionale. E' però dubbia la responsabilità di tale deviazione: non si può dire se la colpa fosse di chi dava gli ordini o di chi li eseguiva o di chi aveva il controllo sul funzionamento del Servizio"[8].  

 Su tali basi diviene quindi possibile alla Commissione affermare che nell'eziologia della sostanziale delega, pressoché costante, della responsabilità per la sicurezza da parte del potere politico al vertice dei servizi, di cui innanzi ci si è già ampiamente occupati, coagirono probabilmente due elementi distinti: -da un lato il fenomeno della doppia lealtà derivante dal quadro internazionale presupposto; fenomeno che ha quindi influito sull'agire concreto non soltanto degli apparati di sicurezza, ma di una ben più ampia sfera di soggetti politici ed istituzionali;  

-dall'altro lo scambio che veniva a realizzarsi tra un potere politico che, utilizzando l'attività dei servizi a fini di competizione interna, restava largamente "disarmato" dinanzi alla richiesta di una più accentuata autonomia da parte dei servizi medesimi.  

Per ciò che concerne più specificatamente il Piano Solo, sono noti alla Commissione i contrasti valutativi che lo stesso diede luogo nelle conclusioni della Commissione d'inchiesta Alessi.  

In merito, sulla base complessiva delle proprie acquisizioni, alla Commissione appare difficilmente condivisibile la tesi che il Piano Solo abbia costituito il risultato dell'approntamento di un normale piano antinsurrezionale. Già in sede di Commissione di inchiesta si sottolineò infatti che i piani di tal tipo - di regola predisposti in ogni provincia dal locale comando dei carabinieri sotto la direzione del prefetto e di concerto con le forze di Polizia - prevedono anche il concorso delle altre Forze Armate, i cui comandi sono in possesso di particolari disposizioni da adottare in caso di gravi perturbamenti dell'ordine pubblico[9]. Nel caso, invece, la predisposizione del Piano avvenne esclusivamente all'interno dell'Arma dei Carabinieri, e tale esclusività ne determinò la denominazione: Piano Solo.  

Inoltre dalla copia del Piano acquisita da questa Commissione e da alcuni degli interrogatori resi al generale Manes, emergono gli ordini di occupazione di sedi di uffici governativi, dei più importanti centri di comunicazione, delle sedi dei partiti di sinistra e dei giornali ad essi più vicini, così come delle sedi della radio e della televisione.  

L'occupazione dei giornali doveva protrarsi    

"per il tempo strettamente necessario a rendere inefficienti tutte le macchine tipografiche, onde rendere impossibile la stampa dei giornali"[10].    

A ciò si aggiunga che del preteso piano di prevenzione dell'ordine pubblico furono redatte due sole copie, con l'annotazione    

"appunti e minute, ad essa relativi, sono stati distrutti col fuoco"[11].    

Se si fosse trattato di un piano di prevenzione di eventuali disordini, precauzioni così impegnative sarebbero state eccessive.    

Nella premessa dello stesso documento si legge inoltre:    

"Il successo dell'azione è condizionato - tra l'altro - dai seguenti fattori: [...] atteggiamento improntato alla massima decisione ed energia, scevra da qualsiasi dubbio o tentennamento, galvanizzazione degli uomini, caricandoli di mordente"[12].    

I documenti mostrano insomma anche modalità più proprie del passaggio alla fase esecutiva di un vero e proprio golpe, mentre sembrano adattarsi con molta difficoltà ad un piano preventivo antinsurrezionale. D'altro canto, le stesse modalità di convocazione degli ufficiali dell'Arma alle riunioni preparatorie sono del tutto irrituali: molti ufficiali superiori furono esclusi dalle riunioni, cui parteciparono, al contrario, vari loro subalterni, evidentemente ritenuti più affidabili.  

I piani furono materialmente redatti dagli stessi ufficiali responsabili, escludendo l'ausilio di dattilografi, ancorché sottufficiali dell'Arma.  

Si è quindi in presenza di una serie di dati oggettivi, che nel loro complesso situano la vicenda ben al di là della predisposizione di una risposta adeguata ad una eventuale insurrezione.  

Peraltro è avviso della Commissione che la valenza e la destinazione funzionale del Piano non può cogliersi astraendosi:  

-da un lato dalla considerazione che il piano non fu mai attuato, sicché si è in presenza - come già per Gladio - di una sostanziale potenzialità operativa; -dall'altro dalla circostanza che ciò malgrado sembra difficile negare che la predisposizione del piano ebbe un'indubbia influenza sugli esiti della vicenda politica nell'estate del 1964.  

 Sul punto, in altri termini appare improduttivo alla Commissione indugiare sulla "realtà" di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo (e cioè domandarsi se si trattò di una minaccia reale, poi non realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe notizia solo alcuni anni dopo) ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale, un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi.  

Più fondato appare alla Commissione riconoscere che a fondamento di una valutazione finale possano valere i giudizi espressi sul punto da due protagonisti della vicenda politica e cioè l'on. Nenni da un lato, l'on. Moro dall'altro, giudizi che, pure formulati a circa un quindicennio di distanza l'uno dall'altro in condizioni diversissime, appaiono sostanzialmente coincidenti.  

 Molti anni dopo, prigioniero delle Brigate Rosse, l'on. Moro avrebbe così descritto la vicenda:  

 "Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centro-sinistra [...], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per i concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il presidente Segni, uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso, tra l'altro, per la malattia che avrebbe dovuto colpirlo di lì a poco, era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centro-sinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del Governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro mesi. [...] Fu allora che avvenne l'incontro con il generale De Lorenzo [...]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell'apposita Commissione parlamentare di inchiesta, con l'intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi"[13]

 E' un giudizio che viene ulteriormente precisato, nel corso del memoriale, laddove può leggersi:    

"Il tentativo di colpo di Stato nel '64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell'Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento"[14].    

E' un giudizio che sostanzialmente coincide con quello espresso dall'on. Nenni nell'immediatezza dei fatti e che si è già ricordato, dove chiaramente si evidenzia come l'alternativa che apparve profilarsi ad una riedizione del governo di centro-sinistra fu quella di un Governo di emergenza affidato a tecnici che nella realtà del Paese qual era, avrebbe avuto il sostegno delle destre ed avrebbe attivato una situazione di tensione    

"nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito".    

Non sembra dubbio alla Commissione che il Piano Solo era destinato ad acquisire attualità operativa, appunto, in previsione di tale evenienza, con modalità che si ponevano al di fuori dell'ordinamento costituzionale.  

Così come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile evenienza valse a determinare, come l'on. Moro esattamente noterà quindici anni più tardi, un forte ridimensionamento della politica di centro sinistra ai primi momenti del suo svolgimento.  

Né vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori dell'amministrazione statunitense (e cioè il depotenziamento del centro sinistra, così esorcizzando le preoccupazioni nutrite da ampi strati del ceto dirigente e imprenditoriale italiano) e che si situava all'interno di un disegno strategico più ampio, già evidenziato nelle pagine che precedono, di stabilizzazione del quadro politico italiano, rispetto al quale un'involuzione autoritaria costituiva esito estremo e non gradito.      

A tali valutazioni appare opportuno soltanto aggiungere alcune brevi considerazioni sull'unico (o almeno il principale) punto della vicenda che non appare ancora sufficientemente chiarito: e cioè l'esistenza e (quindi) il mancato ritrovamento della lista delle persone che allo scattare operativo del Piano (il giorno "x") sarebbero state enucleate e forzosamente condotte in una località della Sardegna, che oggi può sicuramente identificarsi nella base Gladio di Capo Marargiu.  

Dell'esistenza di tale lista vi sono prove testimoniali plurime agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta a suo tempo istituita; ma tale lista non fu posta a disposizione della Commissione sul SIFAR, né essa è compresa nella documentazione resa consultabile nel dicembre 1990. Peraltro la relazione conclusiva dell'inchiesta amministrativa a suo tempo svolta dalla Commissione Lombardi fornisce conferma di un primo invio, avvenuto nell'aprile del 1964, di liste di "enucleandi" da parte del SIFAR ai comandi di divisione dell'Arma.

Alcuni ufficiali superiori del SIFAR affermarono che la spedizione fu effettuata a fine di aggiornamento, ma nelle note di trasmissione, reperite nell'ambito dell'inchiesta amministrativa citata, non si parla di aggiornamento, e nessun comandante di divisione diede ordini in tal senso.

Il 28 giugno vi fu poi una riunione a Roma, dedicata esclusivamente alla distribuzione delle liste, alle disposizioni per il fermo, il trasporto ed il concentramento delle persone che vi erano comprese.

Sempre secondo le conclusioni della Commissione Lombardi, i nomi dei 731 "enucleandi" erano tratti da una rubrica "E" (estremisti), istituita nel 1952-53 e dunque l'elenco non conteneva nomi di personalità politiche, ma soltanto di possibili sabotatori ed eversori.

La Commissione parlamentare d'inchiesta Alessi, però, recepì indicazioni diverse, tra le quali la testimonianza del col. Bianchi, il quale affermò di aver personalmente incluso nelle liste anche nomi di

"persone che svolgevano una normale attività politica, ma che soprattutto per la posizione organizzativa rivestita nell'ambito di organizzazioni di opposizione, potevano assumere, in certe evenienze, un ruolo di grande rilievo"[15].

Sulla base di questa e di altre testimonianze, la relazione di minoranza giunge alla conclusione che le liste consegnate il 28 giugno non contenessero 731 nominativi, ma un numero non inferiore a 1100-1200.

Una indiretta conferma della rilevanza del numero delle persone da arrestare viene anche dal fatto che non si ritennero sufficienti gli aerei, ma si valutò di dover ricorrere anche a mezzi navali.

La lista, della cui esistenza non può dubitarsi, non fu consegnata, come si è detto, alla Commissione parlamentare sugli eventi del giugno-luglio 1964, né è presente tra i documenti desecretati il 28 dicembre 1990, il che appare una circostanza di rilevante gravità, poiché lascia supporre che la lista stessa contenesse nomi di parlamentari e dirigenti politici, la cui pubblicazione renderebbe impraticabile ogni ipotesi tendente a presentare gli eventi del 1964 come atti tutelativi in previsione di possibili disordini.

A confermare l'esattezza di una tale conclusione sta poi, a meditato avviso della Commissione, un'argomentazione di ordine logico che nasce da una considerazione complessiva dell'intera vicenda, idonea ad individuare nell'indebita prassi di controllo e fascicolazione instauratasi presso il SIFAR dal 1959 un momento comunque (e sia pur latamente) preparatorio della predisposizione del Piano.

Vuol dirsi cioè che se la destinazione funzionale del Piano fu quella già individuata di predisposizione di uno strumento repressivo a fronte della situazione di estrema tensione sociale ("da far impallidire il ricordo del luglio 1960", secondo il giudizio di Nenni), sarebbe davvero illogico ritenere che i risultati dell'attività informativa, instauratasi da anni presso il SIFAR per iniziativa di De Lorenzo, non siano stati tenuti presenti nella predisposizione delle liste degli "enucleandi", inserendo in tali liste anche quelle personalità sindacali e politiche che della protesta popolare avrebbero assunto indubbiamente funzione di guida.

Peraltro nel quadro complessivo che la Commissione va ricostruendo, particolare rilievo assumono ulteriori elementi che invece, in una considerazione "isolata" delle vicende dell'estate del '64, hanno avuto importanza minore.

Il riferimento è all'arruolamento sia di carabinieri in congedo richiamati nel quadro di un altro piano riservato, il piano "Sigma", sia (e soprattutto) di gruppi irregolari di civili reclutati dall'Ufficio REI dello stesso SIFAR, un ufficio che teoricamente avrebbe dovuto presiedere alla sicurezza economica e industriale, ma che all'epoca svolse prevalentemente un'attività di distribuzione di denaro che la Confindustria, e forse fonti esterne, destinavano ad azioni di finanziamento di attività anticomuniste.

Su questi reclutamenti riferiscono alla Commissione parlamentare Alessi il sen. Parri ed il col. Cerica.

Interrogato il 1º ottobre 1969, il sen. Parri dichiarò:

"Sono gruppi di civili, di ex militari, di ex carabinieri, ma anche di [...] congedati dalla Marina Militare. Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare questo colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche in funzione di agenti provocatori, con funzioni di squadre di appoggio dei reparti dei carabinieri. [...] Ma qui non si tratta neanche di carabinieri, si tratta di ragazzi di avventura che, messi in contatto con un ufficiale dei carabinieri, avevano persino avuto un po' di armi, un po' di moschetti, avevano avuto delle divise"[16].

In una successiva deposizione, Parri aggiungerà altri dati:

"Questo particolare dei nuclei di azione [...] si ricollega alle notizie purtroppo incomplete che si sono avute nei riguardi dei nuclei di azione preparati dal generale De Lorenzo per appoggiare, se del caso, eventuali colpi di forza. [...] Coincidono con preparativi, con intese note per altre fonti, esistenti soprattutto in Torino, per quanto riguarda questi nuclei di azione, già preparati, tenuti pronti, finanziati sempre - mi rincresce - principalmente da Valletta, e allestiti per appoggiare le possibili azioni. E questo incarico dato alla Confindustria non posso dire in che modo preciso si ricollega, ma rientra peraltro in tale quadro"[17].

A sua volta, il col. Cerica confermò di aver avuto notizie che il col. Rocca in quel periodo, per incarico ricevuto, aveva preso contatto in Liguria ed in Piemonte con ex paracadutisti ed ex marinai, ma non escluse che potesse averlo fatto per compiti di natura informativa.

Più in particolare, deponendo il 1º aprile 1968 dinanzi alla Commissione Lombardi, Cerica riferisce, in un brano coperto fino al dicembre 1990 da segreto politico-militare, che nell'autunno 1963 aveva avuto notizia che a Genova e Torino elementi del centro di controspionaggio stavano reclutando elementi già appartenenti alla X MAS e al Battaglione S. Marco[18].

La Commissione parlamentare Alessi non approfondì sufficientemente il problema che, peraltro, oggi, alla luce della documentazione successivamente emersa sulla struttura Gladio assume una rilevanza ben superiore.

Gli elementi di continuità rispetto a fenomeni anteriori e di contiguità con la vicenda Gladio sono davvero innegabili, mentre la utilizzazione da parte del colonnello Rocca di risorse provenienti da gruppi finanziari privati rimanda a fenomeni come Pace e Libertà e a personaggi di frontiera come Luigi Cavallo[19].

Emerge quindi, in termini inequivoci, con riferimento allo specifico periodo considerato l'esistenza di una pluralità di reti clandestine aventi tutte le medesime caratteristiche ed in particolare quella di essere tutte (almeno quelle fin qui considerate) nella disponibilità del servizio segreto militare. Sicché, dal punto di vista dell'analisi ricostruttiva in cui la Commissione è impegnata, giova assai poco domandarsi se si sia trattato di un'unica rete articolata su più livelli, ovvero di più reti collegate dall'unicità di comando, atteso che in entrambe le ipotesi la potenzialità operativa non sarebbe cambiata. E ciò è quello che conta.

Un tal tipo di verifiche consente quindi alla Commissione di confermare l'esattezza di valutazioni già espresse in ordine alla struttura Gladio. Il riferimento è innanzitutto alla strutturazione di Gladio, in funzione alla sua capacità di attivare una mobilitazione più ampia rispetto al numero noto degli arruolati, e, insieme, alla "presupposizione di Gladio" da parte di altre vicende, che pur non riconducibili alla storia della struttura clandestina divengono pienamente comprensibili solo in funzione della coesistenza di questa.

In tale prospettiva la stessa discussione in ordine alla destinazione di Gladio allo scopo (pretesamente unico) di contrastare dalla retrovie forze di invasione di parte del territorio nazionale, perde di importanza e forse anche di senso, una volta che è certa la compresenza di altre reti clandestine, certamente create con scopi e per finalità diverse.  

Un'ultima considerazione è infine dovuta.

Le vicende dell'estate del 1964 accentrano intorno alla figura di Aldo Moro un momento in cui gli avvenimenti della storia visibile del Paese subiscono un'intensa torsione per effetto di vicende sotterranee: un fenomeno che si ripeterà, con esiti questa volta sanguinosi e tragici, tredici anni più tardi, come punto di arrivo della drammatizzazione complessiva che la vicenda nazionale conoscerà nel periodo.

 


[1] R. Nicolò - Diritto civile, in Enciclopedia del diritto, Milano, 1964.

[2] Avanti!, 26 luglio 1964.

[3] Gli atti della Commissione Beolchini sono pubblicati in: Atti Parlamentari, X legislatura, Commissione Stragi, Doc. XXIII, n. 25, vol. II, pagg. 28-29.

[4] Ibidem.

[5] Si veda C. Gatti - Rimanga tra noi - Milano, Leonardo, 1991, pag. 55.

[6] Ibidem, pp. 56/57.

[7] Roberto Faenza - Il Malaffare - Milano, Mondadori, 1978, pag. 310.

[8] Commissione Stragi cit. vol. cit. Commissione Beolchini, verbale della seduta del 15 febbraio 1967, pag. 242-243.

[9] Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, atti parlamentari, V legislatura, relazione di maggioranza, Doc. XXIII, n. 1, vol. I, pagg. 590-591.

[10] Commissione Stragi, cit. vol. I, pag. 42.

[11] Ibidem, p. 19.

[12] Ibidem, p. 20.

[13] Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Montenevoso a Milano (a cura di Francesco M. Biscione) - Roma, Coletti, 1993, pag. 45.

[14] Ibidem, pag. 46.

[15] Commissione parlamentare d'inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, Relazione di minoranza, pag. 145.

[16] Commissione parlamentare di inchiesta, cit., Relazione di maggioranza, cit., 556-557.

[17] Commissione parlamentare cit., Relazione di minoranza, pag. 165.

[18] Commissione Stragi, cit., Doc. XXIII, n. 25, vol. IV, p. 260.

[19] Luigi Cavallo collaborò con Edgardo Sogno alla predisposizione dei "Comitati di resistenza democratica" la cui attività ufficiale era diretta a mobilitare l'opinione pubblica per impedire l'ingresso dei comunisti al governo ma il cui vero obiettivo sarebbe stata un'azione diretta a condizionare il Presidente della Repubblica per costringerlo a sciogliere il parlamento ed a nominare un governo provvisorio con il fine di instaurare un regime di tipo autoritario.


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COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLE CAUSE DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI

JOHANNESBURG

3 MARZO 1997

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

L'audizione ha avuto luogo a Johannesburg, presso una sala conferenze dell'Hotel Park Hyatt, dinanzi ad una delegazione della commissione composta dal presidente Pellegrino, dal senatori Castelli, Cò, De Luca Athos, Manca, Palombo e dai deputati Carotti, Corsini, Fragalà, Grimaldi, Leone e Tassone.

 

INCHIESTA SU STRAGI E DEP1STAGGI: AUDIZIONE DEL GENERALE GIAN ADELIO MALETTI

PRESIDENTE. Voglio subito sottolineare che l'audizione si tiene grazie alla disponibilità del generale Maletti, che ringrazio, già manifestata nella scorsa legislatura e poi ribadita in questa.

Il generale Maletti conosce l'ipotesi di lavoro, all'esame della Commissione, perché in previsione dell'audizione gli ho inviato la proposta di relazione di cui stiamo discutendo. Quindi, penso si renderà conto di quali siano i motivi per cui la Commissione ritiene importante ascoltarlo.

In questo mosaico degli eventi della fine degli anni '60 e della prima parte degli anni '70, che stiamo cercando faticosamente di ricostruire, la posizione del generale si presenta quasi in un ruolo di cerniera perché, da un lato, indaga e sconfigge una serie di deviazioni istituzionali che si erano verificate nel periodo precedente; dall'altro però, nel riferire all'autorità giudiziaria, non espone l'intero risultato delle indagini effettuate. Sulle indagini su piazza Fontana finisce per coprire una serie di responsabilità che riguardano la posizione di Giannettini, Pozzan, la chiusura della fonte Casalini, le istruzioni date a Labruna sull'atteggiamento più opportuno da seguire nel processo. Credo che la Commissione vorrebbe sapere, per completare tale mosaico, il motivo per cui tutto questo avviene. Devo dire - è una mia valutazione, ma credo sia condivisa da molti presenti - che il curriculum del generale Maletti esclude che abbia fatto questo per un interesse personale.

Nel 1980, nel rilasciare una intervista al quotidiano "Paese Sera" -se non sbaglio - sia pure parlando dell'ammiraglio Casardi, sembra che in qualche modo parli di se stesso perché sottolinea che chi ha responsabilità nel settore dello spionaggio e del controspionaggio spesso può trovarsi nell'angoscioso dilemma tra l'osservanza formale della norma e il tenere invece un comportamento diverso che però ritiene funzionale ad un interesse superiore di sicurezza della nazione. Quindi, sarei portato a pensare che alcuni comportamenti sono stati da lei tenuti perché in quel momento sono stati ritenuti confacenti ad un interesse superiore, un interesse di sicurezza dello Stato e della nazione.

Vorremmo sapere quale è stata la sua valutazione in quella fase e soprattutto se vi furono input che vennero dal vertice di responsabilità politica o se non ci sono stati anche quadri più ampi.

In una intervista a proposito della vicenda di Giannettini, ad esempio, lei affermò che l'intervento del Servizio era stato dettato dalla volontà di seguire una segnalazione proveniente da un Servizio straniero. Ecco, vorremmo avere questo quadro, perché mi sembra - aggiungo una valutazione a titolo personale - che alla fine lei si sia addossato croci che non erano sue, cioè si sia assunto responsabilità che non aveva. Tutto ciò che in qualche modo lei evitava venisse accertato, atteneva ad una responsabilità di un periodo precedente. Lo stesso esito della vicenda giudiziaria che la riguardava colpisce per la sua severità: in fondo, per quanto riguarda quel fascicolo Mi.Fo.Biali, in disparte gli accertamenti sul suo ruolo fatti dai giudici, la mia valutazione è che non ci fossero questi importantissimi segreti per la sicurezza dello Stato e che la vicenda politica fosse abbastanza marginale (poi si è rivelata inconsistente quella di Foligni); si riscontrarono invece le malefatte da parte di alti ufficiali della Guardia di finanza.

Quindi il fatto che quella documentazione sia poi finita nella disponibilità di Pecorelli non mi sembra abbia arrecato un grande danno all'interesse della nazione. La pronuncia finale di condanna colpisce per la sua severità; è come se in qualche modo lei fosse stato giudicato nel complesso della sua attività e attraverso lei sia stato giudicato tutto un mondo che indubbiamente meritava sanzione.

La Commissione è nella fase finale del suo lavoro. Personalmente ritengo che un grande paese non debba mai avere paura della sua storia e, ad un certo momento, abbia il diritto di conoscerla per intero; nello stesso tempo, se lei vorrà chiarirci gli aspetti che ancora rimangono oscuri, adempirà ad un dovere anche verso se stesso, definendo in modo più approfondito quale è stato il suo ruolo in tutta questa vicenda.

Le farò successivamente altre domande, ma per il momento le do subito la parola.

MALETTI. Presidente, la ringrazio per le parole che lei mi ha rivolto; cercherò di entrare immediatamente nel vivo della questione.

Non avevo una agenda politica quando assunsi la direzione del Reparto D del Sid; ho trovato una situazione alla quale non mi sono adattato e alla quale ho cercato di dare un maggiore dinamismo sotto il profilo del successo del Servizio nella ricerca degli eversori o dei nemici del paese nel settore dello spionaggio.

Il Presidente mi ha chiesto se vi fossero direttive politiche in materia ed io posso dire di non averne mai ricevute, ma di aver ricevuto direttive dal mio caposervizio dell'epoca, il generale Miceli, il quale, quando tornai dall'incarico di addetto militare ad Atene nel 1967 (quindi quattro anni prima che assumessi l'incarico di capo del Reparto D e un anno prima che il famoso gruppo eversivo andasse in Grecia, non so esattamente a svolgere cosa), mi chiese di presentare una relazione dettagliata del modo con il quale il colpo di Stato, cosiddetto dei colonnelli, venne effettuato in Grecia; in realtà, non presentai né compilai mai tale relazione perché, inviato a comandare un reggimento, avevo ben altre preoccupazioni in quel momento.

Comunque, voglio chiarire che non ho mai collaborato con i colonnelli greci, che certamente avrebbero fatto a meno della mia collaborazione, anzi ho segnalato la possibilità di un golpe militare in Grecia fin dal 15 gennaio 1967 al Servizio informazioni della difesa, quindi con tre mesi di anticipo rispetto all'avvento del regime dei colonnelli.

Detto questo, vorrei precisare che da parte del generale Miceli non ho ricevuto direttive di carattere politico, ma di carattere operativo; non posso dire, pertanto, che vi fosse una matrice politica in tali direttive, anche se potevo immaginarlo.

Il Presidente mi ha poi chiesto ulteriori spiegazioni, di cui adesso non ricordo l'ordine logico pertanto pregherei il Presidente di rivolgermi delle domande così da rimettermi sul giusto binario.

PRESIDENTE. Nel momento in cui il grosso rapporto sul golpe Borghese viene depurato e sfrondato, e solo in parte viene inviato all'autorità giudiziaria, lei aveva avuto contatti con il vertice politico o aveva ricevuto direttive di altro tipo? Si tratta invece di una sua scelta personale? Vorrei sapere, quindi, perché esso viene sfrondato, perché - come scrisse all'epoca Pecorelli - si passa dal "malloppone" al "malloppino".

MALETTI. Faccio riferimento ad alcuni appunti che ho preso soltanto questa mattina, relativi proprio a quanto lei mi chiede, Presidente. Il rapporto completo, che possiamo definire il "malloppone", venne compilato da parte del colonnello Romagnoli su mio ordine e evidentemente dopo i contatti con le necessarie fonti; esaminai tale rapporto nella sua interezza e mi sembrò abbastanza esplosivo per il generale Miceli, che all'epoca - ripeto - era il mio caposervizio. Chiesi, quindi, un colloquio, scavalcando il generale Miceli, direttamente al ministro della difesa Andreotti al quale mostrai il fascicolo completo, affermando che esso doveva essere completato e confermato. In questo colloquio, durante il quale eravamo presenti solo in due, Andreotti e il sottoscritto, nell'ufficio del Ministro della difesa in un pomeriggio di luglio o di agosto del 1974 (se non ricordo male), il ministro Andreotti approvò che certi nomi non venissero comunicati all'autorità giudiziaria, in quanto i nostri accertamenti erano incompleti e le informazioni relative al convolgimento di alcuni generali ancora in gran parte incontrollate. Le indagini giudiziarie, a mio parere premature, su un certo numero di alti ufficiali in posizione di comando avrebbero determinato una reazione negativa nelle Forze armate e una crisi di fiducia nel paese; per reazione negativa intendevo - non voglio parlare di un possibile golpe - il verificarsi di dimissioni a catena, o qualcosa del genere, che avrebbe gravemente influito sulla vita e sul morale delle Forze armate. Uno degli alti ufficiali citati dalle fonti fino a poche settimane prima aveva ricoperto un delicato incarico all'estero. La rivelazione del suo nome avrebbe potuto provocare spiacevoli perplessità anche in campo internazionale; su ciò il ministro Andreotti concordò specificamente.

A proposito dei nastri smagnetizzati, se posso, vorrei aggiungere quattro punti. Innanzitutto, desidero ricordare un episodio: nella riunione tenuta dal ministro Andreotti nel suo ufficio privato, all'inizio dell'agosto del 1974, erano presenti l'ammiraglio Casardi, l'ammiraglio Henke, un altro alto ufficiale di cui in questo momento non ricordo il nome ed il sottoscritto; lo scopo era quello di esaminare il rapporto sugli eversori della destra extraparlamentare. Il capitano Labruna, il tenente colonnello Romagnoli e due sottufficiali dei carabinieri erano stati convocati per operare il registratore con i nastri dei colloqui di Labruna, di Romagnoli e di varie fonti. Ad un certo punto, con evidente sorpresa del capitano Labruna, l'audizione venne interrotta perché, come disse il capitano, un inatteso guasto aveva reso inutilizzabile il resto della registrazione. Dopo qualche tentativo di rimediare l'inconveniente, il Ministro fece allontanare Labruna, Romagnoli e i sottufficiali e rinunciò all'ascolto. Il motivo dell'interruzione, che mi contrariò fortemente, non fu mai chiarito dal capitano Labruna.

In secondo luogo, allorchè una fonte nell'autunno del 1974 segnalò che sarebbe stato possibile registrare la conversazione di alcuni estremisti di destra coinvolti in un nuovo progetto eversivo, conversazione che si doveva svolgere durante una colazione alla periferia di Roma, alla quale la fonte stessa avrebbe partecipato, Labruna predispose accuratamente, così mi venne assicurato, un piano di intercettazione ed ascolto. L'operazione fallì, o fu fatta fallire, per il mancato funzionamento delle apparecchiature indossate dalla fonte.

In terzo luogo, dichiaro la mia totale estraneità ad ogni distruzione o smagnetizzazione dei nastri registrati dal capitano Labruna o da altri alle mie dipendenze. Voglio aggiungere altresì che non ho mai ascoltato direttamente quei nastri e, quindi, non ne conoscevo il contenuto completo, se non nella trascrizione preparata dal colonnello Romagnoli.

In quarto luogo, non mi risulta che il nome di Licio Gelli fosse emerso, all'epoca, nelle dichiarazioni di fonti in relazione ai progetti eversivi.

PRESIDENTE. Questo attiene al passaggio dal "malloppone" al "malloppino", ma può fornirci chiarimenti per quanto riguarda tutta l'attività di copertura di Giannettini, Pozzan, la chiusura della fonte Casalini, le istruzioni manoscritte che sono state rintracciate, da lei date a Labruna, per tutto quello che riguardava l'inchiesta di piazza Fontana? Come lei sa, in sede pubblicistica, sono state attribuite ad alti ufficiali dell'esercito dichiarazioni nel senso che la strage di piazza Fontana era stata voluta dall'ufficio Affari riservati del Ministero dell'interno e che poi, dal 1972 in poi, il Sid svolse soprattutto un'opera di copertura. Quali furono le ragioni che spinsero il Sid a coprire Giannettini, Pozzan e a chiudere la fonte Casalini? Sostanzialmente si tratta di fatti ormai accertati, ma la commissione si domanda quali siano state le ragioni.

Perché non si voleva che quella pista venisse perseguita fino in fondo, indipendentemente poi dall'esito cui avrebbe potuto portare l'indagine in quella direzione?

MALETTI. Iniziamo con le annotazioni a margine dell'interrogatorio dibattimentale nel processo sulla strage di piazza Fontana; parlo del luglio 1977, allorchè nel tribunale di Catanzaro fui interrogato per circa una intera settimana. Due settimane dopo il mio interrogatorio avrebbe dovuto parlare il capitano Labruna che, in quel periodo, era particolarmente nervoso ed incerto su quello che doveva dire e mi chiese di venire a casa mia per discutere la deposizione che avrebbe dovuto fare e le risposte che avrebbe dovuto fornire in sede di corte. Sul documento, in riproduzione fotografica, scrissi alcune annotazioni che dovevano servire a chiarire i ricordi a Labruna (direi che a quel tempo egli non avesse una gran memoria, al contrario di oggi). A lui serviva soprattutto un appoggio in modo tale da non cadere in contraddizione rispetto alle mie dichiarazioni. Io non ho mai forzato, però, il capitano Labruna a rilasciare una dichiarazione piuttosto che un'altra; si trattava soltanto di una serie di annotazioni che potrebbero essere interpretate come un invito ad obbedirmi, ma di fatto non lo erano. Era una sua scelta, quindi, di servirsi delle mie annotazioni o di trascurarle.

Si parla poi del gravissimo episodio della chiusura della fonte Casalini. Innanzitutto, non esiste una indicazione - se la memoria non mi tradisce e se ho letto attentamente questo documento - dalla quale risulti che io abbia ordinato la sua chiusura. Il discorso è un po' diverso, almeno a giudicare da quanto è scritto su questo documento (perché io non lo ricordo). A pagina 214 della proposta di relazione del Presidente, si afferma che un mio appunto dell'epoca riguardava il caso Padova, che Casalini voleva scaricarsi la coscienza, che essi operavano convinti dell'appoggio del Sid (se fossero stati realmente convinti riguardava loro, ma certamente non li abbiamo mai appoggiati). "Colloquio con il Ministro della difesa, prospettando tutte le ripercussioni": anche questo mi sembra logico perché il capo del Servizio doveva riferire al Ministro della difesa, dal quale dipendeva, quali potevano essere gli inconvenienti o gli sviluppi di un discorso più o meno attendibile di una fonte, che comunque avrebbe coinvolto responsabilità del Servizio o di altri organi di sicurezza dello Stato. "Convocare D'Ambrosio": io non mi rendo conto di cosa ciò significhi. Se ci si riferisce al giudice D'Ambrosio, mi sembra molto strano che si possa fare tale convocazione presso un Servizio informazioni. Non so se, visto che sono trascorsi venticinque anni, D'Ambrosio fosse un ufficiale o un'altra persona. "Incarico al gruppo carabinieri di procedere": sì, lo feci, perché ormai il Casalini parlava alla giustizia. I carabinieri, quindi, svolgevano ormai la loro piena funzione di polizia giudiziaria e potevano seguire essi stessi il caso, indipendentemente dal fatto che questa fonte fosse del Servizio. Chiaramente qui non mi risulta che la fonte Casalini sia stata chiusa e, se ciò è avvenuto, non è stato su mio ordine, a meno che la mia memoria non mi tradisca.

PRESIDENTE. Anche in sede giudiziaria, in cui l'episodio è stato a lungo analizzato dal giudice istruttore di Milano Salvini, si è parlato di chiusura della fonte perché nel suo appunto manoscritto vi è: "Trattazione futura: chiudere entro giugno". Da qui è avvenuta la ricostruzione del documento, come se esso esprimesse preoccupazione per ciò che Casalini avrebbe potuto dire. "Colloquio con il Ministro della difesa, prospettando tutte le ripercussioni". D'Ambroslo è un ufficiale dell'esercito. "Chiudere entro giugno" è stato inteso come chiusura della fonte perché, in effetti, ad un certo punto la fonte Casalini realmente viene chiusa; gli operatori in contatto con tale fonte, infatti (uno era stato ascoltato dal giudice, mentre un altro era morto poco prima), dicono di non voler sapere altro. Di fatto, questa fonte informativa non produce più, mentre stava cogliendo un aspetto importante della fase operativa della cellula veneta.

MALETTI. Ciò mi chiarisce un ricordo, che era completamente scomparso dalla mia memoria. E’ possibile, anzi senz'altro sarà così, che abbiamo chiuso la fonte Casalini, ma ciò comunque non vuol dire la rinuncia da parte delle autorità di pubblica sicurezza, ossia i carabinieri, ai quali avevamo passato l'incarico, dopo il centro di Padova, a continuare le indagini e naturalmente a valersi - almeno spero - della documentazione raccolta fino a quel tempo dal gruppo di Padova, dal tenente colonnello Bottallo. Nella prassi del Servizio è normale che, quando una fonte inizia a "sapere di bruciato", essa si chiuda: ciò è avvenuto in tutti ì casi, in tutti i Servizi del mondo. Essa non può essere mantenuta per ovvie ragioni, perché la fonte può danneggiare il Servizio e le sue altre ramificazioni e fonti.

A pagina 155 della proposta di relazione del presidente Pellegrino, noto un'affermazione che mi ha stupito, vicino alla quale ho posto due punti Interrogativi: "La stessa cosa era avvenuta per gli accertamenti su Gelli, attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente, sempre da Maletti che ne viene trasversalmente informato dal capitano Tuminell (che non avevo mai conosciuto) o dallo stesso Labruna tramite Viezzer, con la minaccia della restituzione all'arma territoriale di chiunque avesse continuato a svolgere accertamenti sul personaggio". Ora lo dico che ciò è falso, perché non ho mai ordinato di bloccare accertamenti su Gelli e mai ho minacciato di restituire un ufficiale o un sottufficiale all'arma territoriale per punizione, per fatti del genere. Posso avere indicato la mia intenzione di restituire all'Arma personale che non fosse efficiente, ma mai ho formulato minacce del genere le quali, tra l'altro, avrebbero costituito un tallone di Achille perché, nell'ambíto dell'Arma dei carabinieri, indubbiamente vi sarebbe stata una ritorsione nei miei confronti per un provvedimento di carattere amministrativo interno così ingiusto.

Nella proposta di relazione si afferma inoltre: "Tenente colonnello Del Gaudio, anch'egli piduista e di sicura affidabilità per Maletti". Mi chiedo come avrei potuto sapere, io che sono piduista solo di nome, che il tenente colonnello Del Gaudio - che comunque conoscevo, come comandante del gruppo carabinieri di Padova - fosse lui stesso piduista e di totale affidabilità. lo mi fidavo degli ufficiali dei carabinieri - e probabilmente me ne fido ancora adesso, nonostante qualche delusione subita nel frattempo - e mi fidavo quindi anche del tenente colonnello Del Gaudio, così come di qualsiasi altro comandante di gruppo, da Bolzano fino a Trapani. Affermare che io sapessi che il tenente colonnello Del Gaudio era piduista è un'illazione crudele nei miei confronti, un'accusa che mi si vuole addossare senza prova e contro la prassi secondo la quale, in una società segreta (come pare fosse la P2) i componenti non si conoscono a vicenda; certamente non esiste un bollettino dei membri, un elenco degli amici o dei meno amici. Volevo sottolineare questo punto perché ho ritenuto tale cosa molto scorretta nei miei confronti, come accusato.

Anche la questione del "malloppone" e del "malloppino" ritengo sia degna di essere sollevata in questa sede, se il Presidente me lo permette. Non mi ricordo - mi riferisco a pagina 170 della proposta di relazione - se il Labruna mi abbia mai consegnato una relazione del giornalista Guido Paglia sul ruolo svolto da Avanguardia nazionale nel golpe Borghese; se l'avessi avuta, l'avrei fatta utilizzare, almeno per quello che mi interessava, per la stesura di quelli che Mino Pecorelli coloritamente chiamò il "malloppone" e i "malloppini", come il Presidente ci ha ricordato. Vorrei precisare che tali termini non furono inventati da Pecorelli, perché essi venivano usati nell'ambito molto ristretto della direzione del reparto D ed erano noti a me stesso, a Viezzer, a Labruna, al colonnello Romagnoli (che ha il merito effettivo di averli inventati) e probabilmente ai sottufficiali che avevano effettuato le registrazioni. Il "malloppone" era il rapporto completo; i "malloppini" erano invece stralci che però non erano necessariamente più piccoli, più smilzi, se non nel numero delle pagine, e certamente non nella parte informativa, rispetto al "malloppone". Si trattava, quindi, di stralci dal lavoro più consistente, chiamato appunto "malloppone". E’ stato stralciato dall'elenco delle persone coinvolte soltanto un certo numero di nomi di ufficiali, come ho detto poc'anzi, sui quali non esisteva assolutamente la certezza che fossero coinvolti. Non mi sembra che all'epoca vi fossero nomi di politici, e non credo pertanto che tali nomi possano essere stati stralciati. Devo dire però che il "malloppone" è stato redatto non da me, ma dal tenente colonnello Romagnoli, della cui serietà ero sicuro; potrebbe anche darsi che, durante la redazione, certi stralci fossero stati fatti, forse con la stessa buona intenzione di non fare "di ogni erba un fascio", inserendo nominativi di persone che avevano avuto solo qualche vaga connessione con quelle vicende, insieme ai nomi di persone che invece erano coinvolte profondamente.

PRESIDENTE. Per quello che riguardava la valutazione dell'appunto in ordine alla fonte Casalini, non so se lei ha avuto modo di leggere la sentenza del giudice Salvini; le valutazioni che lei ha letto nella proposta di relazione provengono in gran parte da lì. Si tratta di una valutazione dell'episodio che è stata fatta in sede giudiziaria. Il discorso del tenente colonnello Del Gaudio si collegava anche al fatto che questo ufficiale dei carabinieri era molto amico del padre di Casalini, che era un direttore di banca. Pertanto, in sede giudiziaria, viene fatta la ricostruzione secondo cui Del Gaudio, tramite l'amicizia con il padre, doveva dissuadere Casalini dal continuare nella linea collaborativa. Questa è la valutazione della vicenda che venne fatta in quella sede.

Vorrei tornare ad esaminare, facendo un passo lateralmente, il problema delle coperture di Giannettini e di Pozzan. E’ evidente, infatti, che quell'appunto ritrovato (quello relativo a Casalini) assume tutto un rilievo ed è oggetto di una valutazione perché è all'interno di un mosaico composto anche da altre tessere.

Generale Maletti, preferisce che riguardo a Giannettini le rivolga delle domande precise, oppure che parli lei liberamente?

MALETTI. Preferirei delle domande precise.

PRESIDENTE. In quali anni e in quali occasioni lei apprese che Guido Giannettini era in contatto con estremisti di destra, accusati di strage, come Franco Freda e Giovanni Ventura? Chi le ordinò di proteggere Giannettini e di organizzarne la fuga a Parigi e di continuare a stipendiarlo nonostante fosse ricercato dalla magistratura di Milano che ipotizzava per lui reati gravissimi? L'onorevole Andreotti, nella ben nota intervista al "Mondo" del 20 giugno 1974, affermò che la protezione di Giannettini fu decisa in una apposita riunione tenutasi a Palazzo Chigi; successivamente negò di aver parlato di Palazzo Chigi, ma confermò di aver detto che tale decisione fu presa in sede politica superiore.

La spiegazione complessiva che le chiedo, quindi, è se la decisione di proteggere o no un informatore del Servizio fosse così scottante da indurre uomini di Governo a riunirsi per stabilire come agire nel merito. Sotto qualche profilo, tutto questo può valere anche per la fuga di Pozzan, su cui la versione originaria data da Labruna non sta reggendo alle verifiche giudiziarie. come ricordavo prima, in un articolo pubblicato da "L'Espresso" l’11 aprile 1976, a firma di Fabiani, le viene attribuita la seguente frase: "Siamo stati convinti ad agire in quel modo dalle pressioni di un servizio segreto amico". Se non vi fosse stata tutta questa attività, probabilmente l'appunto sulla fonte Casalini avrebbe assunto un livello diverso, per il tipo di valutazioni che si fanno in sede giudiziaria. Un fatto illumina l'altro, a volte può accadere anche che lo illumini di una falsa luce. Su questo noi vorremmo delle spiegazioni.

MALETTI. Per quanto riguarda Giannettini, sono convinto che si trattasse di una pressione in sede politica, di cui tuttavia ignoro la firma. So comunque che il generale Miceli suggerì o piuttosto autorizzò che la fonte venisse protetta fino in fondo. In una riunione tenuta a palazzo Baracchini con i due precedenti capi del Reparto D, Gasca e Viola, nel giugno 1974, e conclusasi con una successiva riunione nell'ufficio accanto a quello del generale Miceli, fu deciso di coprire Giannettini e di aiutarlo a non svelare la sua qualità di fonte, in altre parole di aiutarlo ad andare all'estero. Questa è una direttiva ricevuta a suo tempo da me e naturalmente trasmessa ai miei dipendenti.

PRESIDENTE. Si tratta di una direttiva trasmessa dal capo del Servizio?

MALETTI. Sì, dal capo del Servizio; che quest'ultimo abbia affermato che la direttiva era di una personalità politica, non posso confermarlo, ma ritengo questa sia la versione più accettabile.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda il riferimento al Servizio straniero, cosa può dirci?

MALETTI. Si trattava del Servizio spagnolo, che allora seguiva determinati orientamenti.

PRESIDENTE. Era normale che si attribuisse rilievo addirittura ad una pressione di un Servizio straniero, come quello spagnolo? Se fosse stato il Servizio americano, ci saremmo meravigliati di meno!

MALETTI. La collaborazione del Servizio era piuttosto attiva con i vari corrispondenti Servizi stranieri, tra i quali ovviamente quello americano, quello israeliano; con altri era minore. Quello spagnolo aveva qualche collegamento con noi, non di grande rilevanza, ma potevano esserlo nel senso che, favorendo il Servizio di un paese come la Spagna, in un regime come quello dell'epoca, potevamo avere facilitazioni probabilmente nella ricerca di elementi eversivi e di fiancheggiatori non soltanto in Spagna ma anche in altri paesi. Si trattava di quello che viene definito do ut des, una normale collaborazione al termine della quale avremmo avuto dei vantaggi, pur subendo certi rischi.

PRESIDENTE. Cosa stava dicendo in relazione a Pozzan?

MALETTI. Per quanto riguarda Pozzan, la questione è semplice e complessa nello stesso tempo. Pozzan era stato avvicinato a Padova dal capitano Labruna, il quale di ritorno da quella città mi disse che si sarebbe trattato di un elemento utile se l'avessimo aiutato ad andarsene: "D'altra parte - testuali parole - è un poveraccio che soffre di ulcera allo stomaco e che in prigione ha sofferto molto (si trattava di carcerazione preventiva e poi ovviamente, a quell'epoca, era stato liberato) e se noi lo aiutiamo potrà esserci utile. Lo mandiamo all'estero, cercando di falsificarne il passaporto". Dopodiché la cosa è stata fatta perché i passaporti potevano essere facilmente ottenuti, per motivi di servizio, dall'apposito organo del Ministero degli esteri e il nome è stato cambiato, non so da chi, in Zanella e così il giovanotto è stato accompagnato in Spagna dal maresciallo Esposito, il quale avrebbe dovuto restare più a lungo in questo paese per osservarlo, ma il Zanella si "squagliò" prontamente.

PRESIDENTE. Quindi, complessivamente lei stacca un episodio dall'altro e nega che il Servizio abbia fatto un'opera di copertura complessiva della pista padovana e che questo sia stato fatto per fare un piacere, ad esempio, all'ufficio Affari riservati dal Ministro dell'interno, ipotesi che nella pubblicistica e, per la verità, anche in sede giudiziaria, è stata più volte avanzata.

In un'intervista che ho letto qualche giorno fa, lei ha definito il dottor D'Amato ineffabile, in una audizione di alcuni giorni fa ci è stata portata la prova documentale di rapporti quasi organici del dottor D'Amato con il servizio segreto statunitense nell'immediato dopoguerra. Su tutto questo, che poi finisce per essere la cornice complessiva su cui noi stiamo cercando di ricostruire le vicende di questo passato, lei cosa ci può dire?

MALETTI. Non sapevo che D'Amato avesse un rapporto organico, o quasi organico, con i Servizi informativi degli Stati Uniti; potevo immaginarlo perché anche lo avevo un rapporto, come ho detto prima, piuttosto intenso con uno dei due servizi americani rappresentati a Roma. L'ho definito ineffabile, ma probabilmente all'epoca ho usato un aggettivo che non era particolarmente calzante, ineffabile forse perché il dottor D'Amato era un esperto di cucina e gran parte delle sue conversazioni vertevano su ricette, almeno quelle che teneva con me.

Per quanto riguarda la collaborazione tra il mio Reparto e l'ufficio Affari riservati, era minima, e dominata - credo - da una reciproca diffidenza. Non ho mai cooperato il dottor D'Amato o l'ufficio Affari riservati sulla questione relativa alla pista padovana; non abbiamo usato Giannettini e Pozzan, o meglio non li abbiamo "esportati", con la speranza di coprire o cancellare la pista padovana.

PRESIDENTE. Secondo ricostruzioni giudiziarie recenti sarebbe stata accertata l'esistenza di una rete Cia nell'Italia settentrionale, a stretto contatto con la rete eversiva costituita da alcuni elementi aderenti ad Ordine Nuovo. E’ sembrato che questa attività si esplicasse in una prima fase in un controllo senza repressione. Invece, ulteriori avanzamenti dell'indagine starebbero facendo ipotizzare addirittura un appoggio operativo da parte della rete statunitense a favore del gruppo Ordine Nuovo. Lei ebbe notizia di questa attività illegale, perché era un servizio segreto amico nel nostro territorio, oppure era un fatto noto all'interno del Sid? Se ne eravate a conoscenza, l'autorità politica a sua volta ne era a conoscenza?

MALETTI. No, non conoscevo l'esistenza di questa rete della Cia e dei contatti con Ordine Nuovo; quindi, non posso neanche dire se l'autorità politica ne fosse a conoscenza. Sapevo di certi contatti piuttosto strani che l'addetto militare degli Stati Uniti aveva con giovani ufficiali italiani in un certo periodo (mi pare intorno al 1969-1970) nel Nord Italia, ma non si è mai potuto accertare di che natura fossero le riunioni e le colazioni, che comunque durarono soltanto lo spazio di una estate, nell'Italia nordorientale.

PRESIDENTE. Sono noti i contrasti che vi furono tra lei e il generale Miceli. Nell'organizzazione giornalistica vennero visti come un riflesso del contrasto tra Moro e Andreotti: lei su questo ci può dire nulla?

MALETTI. Presidente, io sono sempre stupito dell'insistenza con la quale la stampa e anche qualche mio conoscente, parlano di una mia amicizia con l'onorevole Andreotti. Io ho incontrato l'onorevole Andreotti tre o quattro volte in tutta la mia vita e non ho mai avuto particolari motivi di amicizia o di collaborazione con lui, al di fuori di quella in qualità di interprete nel 1963 (se non sbaglio) durante una riunione Nato ad Atene, della presentazione della relazione "malloppo" (chiamiamola così) nel giugno-luglio (non so), e della riunione presso l'ufficio di Andreotti stesso a quel tempo, cioè nell'agosto del 1974, cosa di cui ho già parlato. Che ci fosse un contrasto Andreotti-Moro, questo non mi interessa, non riguarda il Servizio. Che il dissidio tra Miceli e me, che indubbiamente vi fu, fosse motivato da ragioni politiche, può darsi; io non apprezzavo certi suoi atteggiamenti, (ed erano atteggiamenti che erano certamente dettati dalla autorità politica, e quindi immagino dai ministri della difesa dell'epoca, Andreotti ed altri).

Ma soprattutto non apprezzavo la tolleranza che la direzione del servizio aveva nei confronti dei terroristi palestinesi catturati e trasportati tranquillamente in Libia con l'aereo militare che poi si infranse contro un muro a Marghera. Questo è il motivo del contrasto. Non c'era altro.

Sono stato chiamato filoisraeliano e questo semplicemente perché gli israeliani ci aiutavano a trovare i terroristi, non per altro. Non certo perché io abbia ascendenze ebraiche, nè antipatia o simpatie per l'uno o per l'altro. Era una questione professionale della quale io mi sono valso per ottenere dei successi nella caccia a questi terroristi. Il fatto poi che l'autorità politica abbia autorizzato il Sid a prendere i terroristi all'uscita dalla prigione nella quale erano stati detenuti (e poi messi in libertà, in seguito ad una sorta di processo), per farli trasportare in Libia, questo è un discorso che io non ho organizzato né approvato ma che è stato portato a termine da una branca del servizio - esattamente dalla branca direttiva - utilizzando un aereo che non dipendeva da me e sotto la scorta di un ufficiale che invece era alle mie dipendenze e mi era stato chiesto di fornire: parlo del capitano Labruna.

PRESIDENTE. Devo dire che, in effetti, quello che lei ci ha detto del suo rapporto con Andreotti corrisponde a quanto Andreotti dice del suo rapporto con lei. Il senatore Andreotti conferma di non avere avuto con lei più di tre o quattro incontri. Ciò che lei ha detto però dà sostanza all'altra interpretazione (che c'era stata) del contrasto tra lei e il generale Miceli, che riguardava proprio il problema del rapporto con il mondo arabo, da un lato e con Israele dall'altro.

Il generale Viviani ha scritto in un suo libro a proposito del Sid parallelo: "lo stesso capo del Sid dichiarò il 14 dicembre 1977 che la struttura era legale e che sia i superiori militari sia i più alti capi politici ne erano a conoscenza. Il capo del reparto D, cioè lei, sostenne invece che si trattava di una primitiva organizzazione finalizzata ad un colpo di Stato". E’ corretta questa interpretazione del generale Viviani?

MALETTI. Non so a quale organizzazione si riferisse il generale Viviani. Penso che, parlando di un'organizzazione legale riconosciuta dalle massime autorità dello Stato, si riferisse a Gladio. Quando io invece mi riferivo alla organizzazione approssimativa che ruotava attorno al generale Miceli pensavo a tutt'altra cosa, non a Gladio ma ad un piccolo gruppo costituito da un tenente colonnello, forse due sottufficiali e probabilmente da altri elementi, questi presso Il raggruppamento centri di contro-spionaggio di Roma (e in particolare uno dei capi del raggruppamento, il colonnello Marzollo) che erano manovrati direttamente dal generale Miceli al di fuori della mia conoscenza di questi contatti.

PRESIDENTE. Lei però, nella prima risposta che ci ha dato, ha iniziato rammentandoci un interesse del generale Miceli su come si era svolto il golpe militare in Grecia e lo ha collegato - e lei è una persona che indubbiamente pesa le parole - anche al viaggio che un noto gruppo eversivo, di cui faceva parte anche Mario Merlino, aveva fatto per un corso di istruzione, per lo meno dalle notizie che abbiamo si trattava addirittura di un corso di istruzione per infiltrarsi poi in gruppi anarchici, cosa che poi Mario Merlino fece con il gruppo 22 marzo. Da tutto questo mi sembrava di aver colto la conferma di una sua valutazione che tutto questo potesse essere non estraneo, per lo meno, a progetti sia pure larvati di soluzioni di pronunciamenti militari in Italia.

MALETTI. convengo che la richiesta del generale Miceli, che all'epoca era ancora capo del Sios, quando rientrai dalla Grecia, di dargli il maggior numero di particolari possibile sull'organizzazione ed esecuzione del colpo di stato, fece pensare ad una qualche potenziale analogia in Italia. Ma ripeto, poi presi il comando del reggimento, di questo non sì parlò più e quando quattro anni dopo fui assegnato al Sid il generale Miceli non mi parlò più di questa vicenda. 1 dubbi sull'orientamento del generale stesso furono però ravvivati, rispolverati, dalla deposizione o meglio dalle confessioni, se così si possono chiamare, di Orlandini che accennò al generale Miceli come ad una persona vicina ai cosiddetti golpisti della "notte dell'lmmacolata".

PRESIDENTE. Può dirci, generale, per quale motivo nel 1975 lei fu bruscamente allontanato dal Sid così, in questo modo, ci agganciamo temporalmente alla richiesta che le aveva fatto il generale Miceli. Ebbe spiegazioni dal Ministro, dall'ammiraglio Casardi o da altri?

MALETTI. Il mio allontanamento dal Sid mi colse di sorpresa. come dice una relazione che ho letto qui poco fa, io ero in missione all'estero e venni richiamato il giorno 30 settembre 1975 per assumere il comando della Divisione Granatieri di Sardegna il l° ottobre dello stesso anno. Mi chiesi perché questa improvvisa decisione quando prima di partire per la missione all'estero l'ammiraglio Casardi e lo stesso ministro Forlani mi avevano detto che sarei potuto rimanere ancora per qualche tempo alla direzione del reparto D. lo avevo confermato che avrei preferito rimanere alla direzione del reparto D fin quando non si fosse liberato un posto di comandante di divisione in altra regione d'Italia, in quanto avrei preferito comandare una grande unità alla frontiera orientale. Circa una settimana dopo la mia assunzione del comando di divisione ricevetti una telefonata dal ministro Forlani che mi convocò dicendomi che si dispiaceva per l'improvvisa decisione e per avermi causato del disturbo in quanto avrei dovuto prepararmi meglio per assumere un comando importante come quello. Ad ogni modo disse che non avrebbe potuto fare altrimenti perché il capo di Stato maggiore dell'esercito aveva detto che per motivi di carriera, di anzianità, e per l'esame sul quadro di avanzamento io sarei dovuto andare a comandare la Divisione. Tutto questo mi sembrò falso e lo dissi al ministro Forlani che non mi diede altra spiegazione plausibile, e mi sembrò piuttosto incerto lui stesso sul cosa dirmi di fronte al miei dubbi espressi anche in modo piuttosto vivace.

PRESIDENTE. In sede pubblicistica - sia pure come mera ipotesi -è stata avanzata una ricostruzione di queste vicende che vanno dal 1969 al 1974 nel senso che la strage di piazza Fontana fu voluta da un partito americano che aveva anche riferimenti negli alti vertici dello Stato e che premeva perché ci fosse uno scioglimento anticipato della legislatura, si andasse ad elezioni anticipate e si tornasse a governi centristi. La transazione che si ebbe poi ad un certo punto, intorno al 1974-1975 (in cui rientrava anche il suo allontanamento dal servizio) era poi nel senso che questo tentativo fu contrastato mediante l'indagine che cercava di portare alla luce le responsabilità istituzionali che vi erano dietro la strage di piazza Fontana; che poi, ad un certo punto, si decise invece di bloccare il tutto, e che il suo allontanamento dal servizio faceva parte di questa transazione complessiva. Lei, di questa ipotesi puramente giornalistica, può dirci niente? Ci ha mai riflettuto? Il che però significherebbe ammettere che quella indagine era stata ostacolata anche dal servizio.

MALETTI. L'indagine era stata ostacolata forse da una parte del servizio. Io non ne ho idea, ho pensato a qualcosa del genere. Posso solo dire che ho un'idea, un'idea che ci siano state pressioni americane, immagino solo americane in questo caso e non di altri servizi. Ricordo che nel 1970-1971, prima ancora che io prendessi la direzione del reparto D, l'Ambasciatore americano a Roma, di cui non ricordo il nome, mi pare si chiamasse Graham ma non ci giurerei, si diceva fosse favorevole ad un cambio istituzionale in Italia. L'ambasciatore Graham se non mi sbaglio veniva dalla Thailandia, o altro paese dell'Asia sud-orientale e si valeva - così dicevano allora, quando non ero ancora a capo del reparto - dell'azione non tanto della Cia ma di uno dei suoi addetti militari. Questo è quanto posso dire, di più non potrei aggiungere.

PRESIDENTE. Nell'interrogatorio del 24 aprile 1991 lei tra l'altro ha affermato: "Non ho mai prestato servizio all'interno del quinto corpo di armata di Vittorio Veneto". So però, che da sempre tra i suoi compiti rientrava quello di organizzare una resistenza nel caso di invasione ad opera delle Forze armate dell'Est europeo. Si trattava di una attività di resistenza che doveva essere posta in essere da personale non militare. Lei in pratica ha rilevato l'esistenza di una seconda struttura molto simile alla Gladio e ha aggiunto: "Ritengo che dipendesse dal Sios esercito". A noi sembra un'informazione molto importante, ci può aggiungere qualche particolare? Perché come lei ha visto nella proposta di relazione l'idea è che Gladio stesse all'interno di una serie di strutture parallele che, in qualche modo, presupponevano Gladio, e Gladio, in qualche modo, presupponeva l'esistenza di strutture parallele.

MALETTI. Non sono in grado di dire di più su questo argomento.

PRESIDENTE. E sui Nuclei per la difesa dello Stato?

MALETTI. Idem.

PRESIDENTE. A proposito della struttura Gladio, nella mia proposta di relazione, muovendomi nella scia di precedenti relazioni della commissione, parlo di un segreto assoluto che è stato mantenuto nel paese. In questi giorni poi ho riletto invece un articolo di Iannuzzi apparso anni fa sul "Tempo illustrato" e vedo che questo segreto così assoluto non fu perché in realtà Iannuzzi descrive Gladio in quell'articolo, anche con notevole precisione. A proposito della struttura Gladio ci può dire quando ne è venuto a conoscenza e in che modo? Nel caso in cui abbia avuto un qualche ruolo o si sia comunque interessato della questione, può riferire in dettaglio le attività svolte, se esse trovavano una collocazione normativa nei compiti del reparto D, o se sono state da lei attuate al di fuori di un collegamento organico? Sia nel primo che nel secondo caso, può precisare le persone che come lei ne erano al corrente e quali erano le funzioni e le azioni da esse svolte?

MALETTI. Venni a conoscenza della struttura, che poi solo molto più tardi ho appreso essere Gladio, nel 1971, quando divenni capo del reparto D. Sapevo che questa struttura aveva determinati compiti, funzioni e un'organizzazione che è inutile che ripeta adesso in quanto ormai nota; aveva una base addestrativa in Sardegna e dipendeva non dal mio reparto ma dal reparto parallelo; non mi ricordo esattamente ora se fosse il reparto R.S. (cioè Ricerca e Situazione), oppure un altro reparto, o piuttosto ufficio, del quale adesso mi sfugge la sigla iniziale. Il reparto D non ha mai avuto a che fare con l'organizzazione Gladio. Non ho mai visitato quel centro, ho però inviato due o tre miei sottufficiali ad addestrarsi per il caso di attività per le quali avessero necessità di particolari tecniche di difesa personale. Esistevano certamente persone a conoscenza dell'organizzazione: il capo servizio, il vice caposervizio e, ritengo, il capo del reparto R.S. o di quell'ufficio di cui non ricordo la sigla e anche, ovviamente, gli operatori e il personale dipendente di quell'ufficio. Non era un "segretissimo", era molto segreto, ma non certo una di quelle cose che "non si dovevano sapere". Nell'ambito del servizio si conosceva l'esistenza di quest'organo.

PRESIDENTE. Lei ha risposto alla domanda successiva che riguardava in particolare l'addestramento di personale del reparto D presso Capo Marrargiu. Ha conosciuto il generale, forse all'epoca colonnello, Fortunato, e il tenente colonnello Serravalle ora in pensione? Nei suoi contatti con i rappresentanti del servizio statunitense si è mai parlato anche in modo indiretto della Gladio?

MALETTI. Ho conosciuto l'allora colonnello Fortunato e il tenente colonnello Serravalle. Fortunato era capo del reparto R.S., Serravalle non so che incarico avesse, non ricordo, e non ho mai avuto conversazioni con il rappresentante della Cia in Italia su Gladio.

PRESIDENTE. Nella proposta di relazione parliamo di una sostanziale potenzialità operativa di Gladio, qualche cosa che c'era, che si sarebbe potuto attivare ma che in realtà non si sarebbe mai attivata. Le indagini successive della autorità giudiziaria ordinaria, successive alla stesura della mia relazione, dimostrerebbero che almeno in un caso però questa nostra valutazione sia stata una valutazione troppo prudente e che invece ci siano stati casi di attivazione della struttura. Ritiene ipotizzabile in linea teorica che la struttura Gladio abbia svolto compiti diversi da quelli ufficiali senza che ne sia venuto a conoscenza?

MALETTI. Vorrei chiedere al senatore Pellegrino, senza che ne sia venuto a conoscenza chi?

PRESIDENTE. Lei.

MALETTI. Certo, lo ritengo ipotizzabile. Io non conoscevo l'organizzazione, sapevo della sua esistenza ma non sapevo esattamente cosa facesse. So tuttavia che Cladio è stata attivata, per settori o per aree soprattutto nella zona confinaria con la Jugoslavia per motivi di addestramento, di prova dell'efficienza.

PRESIDENTE. Le domande che ho segnato cambiano settore, ma vorrei iniziare dalla terza che mi sembra la più interessante. Nel settimanale "Tempo" del 20 giugno 1976, accanto ad un articolo nel quale si parla dell'intenzione del generale Miceli di far trovare i cadaveri di Sossi e Lazagna per poi montare una campagna anti-comunista accusando Lazagna di essere un dirigente della B.R., vi è un'intervista nella quale lei afferma: "nell'estate del 1975 avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio delle B.R. sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura e con programmi più cruenti. Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere. Arruolavano terroristi da tutte le parti e i mandanti restavano nell'ombra ma non direi si potessero definire di sinistra". Non ci risulta che lei abbia mai smentito l'intervista, quindi, dovremmo considerarla veritiera. In quegli stessi giorni il giornalista di "Tempo" Lino Iannnuzzi affermò, in una conferenza stampa, che i nuovi brigatisti erano stati addestrati nella base di Capo Marrargiu e che lei aveva informato, dapprima a voce e poi per iscritto, il ministro dell'interno Gui ma subito dopo questa segnalazione lei era stato allontanato dal Sid. Diciamo che dall'insieme delle dichiarazioni che le vengono attribuite lei fa, effettivamente, un figurone perché lei preannuncia quella che poi, oggettivamente, è stata la svolta sanguinaria delle brigate rosse, cioè, lei preannuncia quella specie di mutamento genetico che sembra esserci stato tra le prime e le seconde brigate rosse intorno al 1974-1975 che, nella vicenda generale del mondo occidentale, sembra effettivamente un anno di discrimine, un anno che separa due momenti diversi della storia.

Vorremmo sapere, senza conoscere i nomi, lei aveva infiltrati nelle B.R. o ebbe queste notizie per altra via e quale? E’ vero che i brigatisti rossi della seconda generazione siano stati addestrati a Capo Marrargiu e in che epoca? Quali altri dirigenti del Sid, nel 1975 erano al corrente di queste notizie? Se attualmente negli archivi del Sismi possa esistere documentazione relativa ai suoi specifici contatti con il ministro Gui? conferma che il magistrato Dell'Orco la ascoltò come testimone e, in questo caso, risponde a verità quanto affermato dal settimanale "Tempo" in un articolo del 15 agosto 1976, secondo il quale il dottor Dell'Orco minimizzò le sue affermazioni e non la riascoltò mai più?

MALETTI. Cominciamo dal fondo. Io non ricordo neppure di essere stato interrogato dal magistrato Dell'Orco. Probabilmente lo sarò stato. Per quanto riguarda invece la questione della relazione al Ministro dell'interno, la relazione scritta ci fu. Fu un rapporto di circa due pagine nel quale si parlava di questo probabile passaggio, di questo salto di qualità delle brigate rosse o di quelli che sarebbero stati i successori delle brigate rosse (non se ne sapeva ancora precisamente l'eventuale nuovo nome). Di questo si parlò anche in una riunione, nella sala riunioni del Ministero dell'interno, alla quale erano presenti il capo del servizio - mi pare che fosse ancora il generale Miceli - io stesso, i capi di stato maggiore dei Carabinieri e della Guardia di finanza, credo un incaricato dal Capo della Polizia o lui stesso, il Ministro dell'interno e altri funzionari del Ministero e naturalmente anche D'Amato. Se ne parlò e si fece cenno a questa probabilità di un rincrudimento dell'azione del terrorismo di sinistra. Per quanto riguarda invece la questione della mia affermazione che non si sapeva se fosse di sinistra, la ribadisco perché questo terrorismo sembrava più anarchico che con una targa precisa di estrema sinistra, per quanto anche gli anarchici si possono mettere in un certo senso in quella categoria. Inoltre non si conoscevano né i nomi degli uomini che agivano nell'ombra né quali fedi politiche avessero. Non sapevo, lo apprendo ora per la prima volta, che il campo di addestramento della Gladio fosse stato usato per questi terroristi e, naturalmente, tanto meno so il nome di coloro che erano addetti a questi movimenti e addestramenti nel campo di Capo Marrargiu.

PRESIDENTE. Sì, noi non lo sappiamo, avanziamo l'ipotesi che questo sia potuto avvenire. A me sembrava che in quello che lei sta dicendo ci fosse il sospetto di una possibile eterodirezìone delle brigate rosse, almeno da un certo momento in poi, e teniamo presente che sono le brigate rosse ad uccidere Moro. Quello che lei invece sta ora dicendo mi farebbe pensare piuttosto a quello che riteniamo ormai storicamente accertato e cioè che la risposta dello Stato fu di una tale debolezza da creare sospetti sul perché non si sia andati fino in fondo nella lotta contro le brigate rosse. Riferendomi alla vicenda Moro, l'altro referente militare di Moro, oltre al generale Miceli, era il generale Mino dei carabinieri, il quale morì in una situazione che ha destato qualche sospetto. Lei ritiene che il fatto che i due referenti militari di Moro, Miceli e Mino, nel 1978 non ci fossero più, sia qualche cosa che abbia potuto influire sulla tragica vicenda dello statista pugliese?

MALETTI. Lei, senatore Pellegrino, si riferisce alla vicenda tragica del caso Mino. Io conoscevo personalmente il generale Mino, ero suo amico. Se ci sono stati dei dubbi - credo che sussistano - sulla strana morte del generale Mino, avvenuta in una giornata serena in un terreno non particolarmente difficile, di collina o di media montagna, la cosa non è mai stata chiarita. E’ sembrato strano che l'elicottero sia esploso, sia caduto in quelle condizioni tragiche. Per quanto riguarda l'allontanamento di Miceli e la fine del generale Mino non potrei esprimermi in merito perché, tra l'altro, nel 1978 non ero più nel servizio e non ho seguito questa vicenda con interesse professionale.

PRESIDENTE. D'accordo, però ho notato che lei non ha ritenuto al di fuori di ogni ipotesi di verosimiglianza che i brigatisti rossi siano stati addestratì a Capo Marrargiu. Si tratta di una sua freddezza professionale o dipende dal fatto che, tutto sommato, questo rientra tra le cose possibili?

MALETTI. Si tratta di freddezza professionale.

PRESIDENTE. Veniamo alla P2. In quale periodo e in quale circostanza ha conosciuto Licio Gelli? Ha mai trattato con lui, anche a semplice livello di conversazione, argomenti relativi ad episodi di stragi, vicende o persone ad essi connessi? Quale valutazione dava, all'epoca, della P2? La riteneva una semplice loggia massonica sia pure atipica, o uno strumento per coordinare l'intervento anticomunista in Italia o qualcosa di ancora diverso? A distanza di vent'anni ha cambiato in tutto o in parte le sue valutazioni sulla P2? Perché noi in questi anni nel paese abbiamo oscillato da una valutazione iniziale espressa in sede parlamentare dalla commissione Anselmi a una valutazione finale, in sede giudiziaria, che invece è stata - come lei sa - sostanzialmente assolutoria.

MALETTI. Tranne che per me.

PRESIDENTE. Sì, su quello però mi sembra di aver già fatto una valutazione precisa all'inizio. Mi ha colpito il fatto che lei non sia mai stato interrogato sulla sua appartenenza (almeno così ci è stato riferito dai magistrati) alla P2. L'ipotesi che, personalmente, ritengo più fondata, è che la P2 fosse un circolo di oltranzismo atlantico. Non si trattava cioè, né di un vero e proprio gruppo sovversivo, né di un club di affaristi o "carrieristi" che si riunivano soltanto per fare carriera più rapidamente e concludere affari migliori. Era invece, probabilmente, un punto in cui la fedeltà atlantica italiana trovava un momento di coagulo. Soltanto così riuscirei a giustificare perché i vertici militari, quasi al completo, risultino negli elenchi della P2. Sarebbe comunque interessante per la commissione - visto che per la prima volta lei viene ascoltato su questo argomento - conoscere il suo punto di vista.

MALETTI. Conobbi Licio Gelli nel 1973, credo. Mi fu presentato dal colonnello Viezzer che lo aveva a sua volta conosciuto quando era a capo del centro di controspionaggio a Firenze. Gelli mi propose di entrare nella loggia P2, dicendomi che si trattava di una organizzazione a fini patriottici e non di interessi personali; mi disse anche, cosa non vera, che anche mio padre aveva appartenuto alla Massoneria, non certo alla loggia P2, ma ad una altro ramo della Massoneria, ripeto cosa non vera. Mi disse che avrebbe potuto, se volevo, iscrivermi alla P2. Io mi rifiutai di farlo e poi mi trovai coinvolto in questa vicenda, col mio nome scritto sull'elenco senza un solo elemento che lo provasse e senza un solo versamento di quello che, pare, fosse allora l'indispensabile biglietto da visita per entrare nella P2, cioè il pagamento di una certa quota. Quindi, dichiaro di non avere appartenuto alla P2, di essere stato invitato ad entrarvi e di non averlo l'atto, di non aver cioè mai firmato né accettato o prestato alcun giuramento, promessa od altro, secondo riti che non conoscevo e tuttora non conosco. Quanto al discorso sulle ragioni della P2, io non le conosco. Era indubbiamente un centro, per quanto mi risulta, di irradiazione americana. Gelli, è a tutti noto, aveva dei contatti con il Presidente degli Stati Uniti, che credo fosse già Reagan a quel tempo; aveva contatti con il generale presidente della Repubblica argentina, che era ovviamente un conservatore e, per quanto mi risulta, dai colloqui che ho avuto con lui (essenzialmente colloqui di carattere privato, che non hanno mai avuto attinenza a questioni politiche tranne in un caso che dirò poi) non è mai emersa alcuna intenzione né di golpismo né di mutamento costituzionale anche attraverso strumenti democratici. Devo poi aggiungere questo: lei ha chiesto, senatore, se nelle discussioni fatte dal gruppi della P2 è mai emerso questo o quest'altro argomento; ma io alle discussioni della P2 non ho mai partecipato e quindi non so cosa potessero dire questi signori quando si riunivano e scambiavano delle idee. In un solo caso Gelli, dal quale ero andato a comprare, come moltissimi ufficiali d'altra parte, abiti a Castiglion Fibocchi, mi invitò a colazione - ero con mia moglie - e mi chiese bruscamente se credevo realmente nel pericolo di un colpo di Stato militare, perché da parte comunista c'era questa apparentemente sincera convinzione. Gli dissi: "Assolutamente no, non mi risulta. A parte il fatto - ricordo che gli dissi - chi lo seguirebbe un colpo di Stato in Italia?" Venivo dalla Grecia dove avevo vissuto il colpo di Stato greco, perché ero rimasto lì fino al settembre 1967, quindi quasi sei mesi dopo l'effettuazione di quel colpo di Stato, ed ero passato attraverso i posti di blocco dell'esercito, dei carri armati, avevo sentito sparare (a salve, tra l'altro, per intimidire alcuni abitanti) e sapevo che l'esercito greco aveva seguito i suoi ufficiali. L'Esercito italiano, l'Aeronautica italiana, la Marina italiana difficilmente si sarebbero prestati, proprio per struttura mentale democratica del paese, a seguire dei colonnelli golpisti. L'idea di un colpo di Stato militare in Italia è da scartare secondo me per questo motivo, perché, a parte la realtà storica, l'attualità, l'intera popolazione vi si opporrebbe.

PRESIDENTE. Sulla irrealizzabilità concreta di un pronunciamento militare nel paese anche all'epoca dei fatti di cui stiamo parlando, io concordo. Però che ci fossero velleità in tal senso lei stesso non l'ha escluso. Lei, se ho ben capito il senso dell'indagine, ancorchè sfrondata dagli elementi su cui non avevate certezza per quello che ci ha detto oggi, dimostra che il golpe dell'Immacolata fu una specie di prova generale, di un golpe abortito, ma non era un golpe da operetta come poi è stato valutato in sede giudiziaria. Lei recentemente ha dato anche un interrogatorio al pubblico ministero Cardella in cui, abbastanza chiaramente, sottolinea il modo in cui l'indagine fu condotta dal dottor Vitalone che portò poi a quella minimizzazione finale in sede giudiziaria dei fatti della notte dell'Immacolata del 1970.

MALETTI. La notte dell'Immacolata non vide la partecipazione militare. Il movimento dell'allora maggiore Spiazzi, di cui ho letto per la prima volta in questo fascicolo, con reparti di un reggimento di artiglieria, ritengo di Milano, dalla caserma alla periferia della città, non direi che possa indicare il coinvolgimento dell'Esercito intero, delle Forze armate. Il fatto che siano stati stralciati alcuni nomi da quel famoso documento è anche da mettere in relazione al fatto che si parlava di simpatizzanti, non di attivi partecipanti o complottatori nell'eventuale tentativo di eversione. Quindi, non ritengo si potesse parlare di un pericolo che coinvolgesse l'intero esercito ma piuttosto di alcune alzate di testa, che potevano essere pericolose, di ufficiali di medio grado alcuni dei quali potevano godere della simpatia di qualche loro superiore.

PRESIDENTE. Se ritiene di dirlo, visto che lei ha fatto quella valutazione di non certezza, ma tra questi nomi stralciati vi era quello dell'ammiraglio Torrisi che poi fu nominato Capo di Stato Maggiore?

MALETTI. Non ricordo se ci fosse anche il nome dell'ammiraglio Torrisi ma, mi sembra che nessun marinaio fosse coinvolto in questa faccenda. C'erano ufficiali dell'esercito ed anche dell'areonautica ma, ripeto, erano più che altro simpatizzanti.

FRAGALA’. Lei esclude la velleità, l'atto velleitario?

PRESIDENTE. Chiedo all'onorevole Fragalà di non anticipare il suo intervento per evitare il sovrapporsi di voci.

Sempre in un'intervista del novembre 1980, lei, che si trova già in Sud Africa, giustifica la circostanza che l'ammiraglio Casardi, da lei informato di quanto stava emergendo a carico del generale Giudice, non ne abbia informato la magistratura perché avrebbe preferito attendere per riferire finchè non fosse stata portata più avanti un'operazione a salvaguardia dell'interesse nazionale. Ella aggiunge di ricordare con molta precisione che c'era qualcosa di molto delicato che riguardava la sicurezza del nostro paese nel Mediterraneo. Una cosa piuttosto seria, disse, di cui preferiva non parlare, dichiarando, di fronte all'insistenza del giornalista, di voler evitare l'argomento. Adesso, a distanza di diciassette anni, può dirci quale era nel 1975 questa situazione allarmante per la sicurezza italiana nel Mediterraneo? Se vuole posso darle il testo dell'intervista.

MALETTI. Lei, giustamente, ha detto a distanza di diciassette anni; in effetti non ricordo con precisione, ma ritengo che si riferisse sempre a possibili rappresaglie libiche contro gli italiani e contro le attività industriali o petrolifere dell'Italia in Libia.

Vorrei fare una richiesta a lei e ai membri della commissione per sapere se si potesse finire oggi.

PRESIDENTE. Speriamo di sì.

MALETTI. Grazie.

CO’. Generale, volevo fare una premessa. Probabilmente alcune domande che le farò sono già state formulate, sia pure in forme diverse, e quindi lei mi vorrà scusare se le ripropongo ma esse hanno anche una loro logica e una loro funzione, nel senso che in alcune domande io le chiederò anche di esprimere una sua opinione su determinati avvenimenti. Ci interessa anche capire, infatti, quale era la sua opinione qualificata dall'osservatorio in cui lei si trovava. Quando lei giunse alla direzione del reparto D, che cosa apprese sul tentativo di colpo di Stato del generale Borghese e, in particolare, ha mai potuto verificare quale sia stato il ruolo di Gelli nel fare rientrare l'operazione del golpe Borghese?

MALETTI. No, all'epoca della mia assunzione della direzione del reparto D non ebbi particolari informazioni sul golpe Borghese che era avvenuto l'anno prima e sul quale stavano già indagando sia l'autorità giudiziaria sia, più compiutamente di quanto non potessimo fare noi - immagino - i carabinieri e la polizia. Per quanto riguarda il coinvolgimento di Gelli nel "rientro" del golpe, non ho saputo mai niente, diciamo, neanche in termini generici.

CO’. Negli anni in cui lei ha avuto la responsabilità nel Servizio non ha mai sentito parlare del piano "chaos", varato dalla Cia nel 1966 e conclusosi nel 1973? Ritiene che i Servizi italiani abbiano avuto una parte nella realizzazione del piano "caos"? E, qualora rispondesse positivamente, quale in particolare?

MALETTI. Potrei avere chiarimenti su che cosa era il piano "chaos"? Io non lo so.

PRESIDENTE. Si tratta di un piano della Cia sul quale il Parlamento degli Stati Uniti ha già indagato con una specifica commissione, la commissione Rockfeller. Il piano prevedeva l'infiltrazione di agenti in gruppi anarchici, maoisti e trotzkisti nella logica di innalzarne il livello di pericolosità e fare loro commettere atti aggressivi determinando quindi una richiesta di ordine e comunque uno sfavore per l'ideologia comunista.

Mi inserisco nella domanda che le è stata rivolta ricordando che vi è anche un suo appunto in riferimento all'attentato compiuto nel 1974 ad una scuola slovena (che oggi è accertato essere stato compiuto dalla destra) nel quale lei cerca di attribuire la responsabilità dell'atto a forze di sinistra.

MALETTI. Confermo che ignoravo l'esistenza del piano "chaos"; per quanto riguarda la responsabilità per l'attacco alla scuola slovena non cercavo di attribuirla alla sinistra, ma riferivo semplicemente quanto mi veniva detto dal centro competente.

PRESIDENTE. Un esempio operativo del piano "chaos" potrebbe essere il viaggio di quel gruppo eversivo - di cui lei ha parlato - nella Grecia dei colonnelli e poi l'infiltrazione di Mario Merlino nel gruppo "22 marzo".

CO’. Il generale Spiazzi sostiene che i Nuclei di difesa dello Stato erano una struttura in qualche modo parallela a Gladio e compresa nell'organizzazione stay behínd. Secondo Vincenzo Vinciguerra invece i Nuclei di difesa dello Stato costituivano una operazione tendente ad inglobare i gruppi dell'estrema destra nella rete stay behjnd. Lei è a conoscenza della struttura, delle funzioni e delle finalità dei Nuclei di difesa dello Stato? Condivide queste interpretazioni, una delle due in particolare, oppure ha un'altra opinione in proposito?

MALETTI. Senatore mi dispiace, come capo del Reparto D non conoscevo questi aspetti poichè la ripartizione settoriale degli interessi era piuttosto precisa. Pur conoscendo l'esistenza dei Nuclei di difesa dello Stato e dell'organizzazione che successivamente ho saputo essere chiamata Gladio, non sapevo nulla di più e tuttora ignoro quali relazioni intercorressero tra le due organizzazioni e quali connessioni vi fossero con l'estrema destra.

CO’. Le chiedo allora di esprimere un'opinione sulle due versioni avanzate; lei può anche formulare una sua valutazione, non è vietato. Si è fatto un'opinione sulle finalità e gli scopi dei Nuclei? Non mi risponda sempre di no!

MALETTI. Senatore, rispondo di no non per partito preso, ma semplicemente perché non conosco certe cose. Lei comunque vuole una mia opinione che è, potremmo dire, piuttosto scarna perché, ripeto, non sono a conoscenza delle organizzazioni al punto tale da poter formulare una valutazione. Se proprio la vuole, posso affermare che è possibile che le due organizzazioni abbiano convissuto, che una fosse parte dell'altra (non so quale, ma ritengo che la più importante fosse Gladio) e - tenuto conto degli scopi che questa duplice organizzazione si prefiggeva - non escluderei che al momento del bisogno, della necessità operativa, facessero capo anche ad elementi dell'estrema destra, possibilmente extraparlamentare.

CO’. L'ex direttore della Cia William Colby ha scritto un libro intitolato "La mia vita nella Cia" che contiene le sue memorie come capo di tale organizzazione; in esso egli fa riferimento sempre alle stay behind nets, usando quindi il plurale. Colby ribadisce questo concetto in molte parti dello scritto ricorrendo, appunto, sempre al plurale. Secondo lei questo cosa significa? Si intende che esistevano più reti parallele diverse tra di loro?

MALETTI. Può significare questo e può significare che Colby si riferiva a diverse reti che agivano ciascuna in un paese diverso: la rete belga, quella italiana, quella greca e così via.

CO’. Sempre a questo proposito, per quello che è a sua conoscenza, quali erano i rapporti tra organizzazioni stay behínd, Nato e Cia? E’ possibile che vi fosse una sovrapposizione tra la rete Nato e quella dei rapporti bilaterali della Cia? Come spiega la partecipazione alle esercitazioni di stay behínd di gruppi appartenenti a paesi estranei all'Alleanza atlantica, come ad esempio iraniani e spagnoli?

MALETTI. Non sapevo che elementi estranei all'Alleanza atlantica partecipassero ad esercitazioni di stay behínd, ritengo possibile che nella Nato, a livello della sua direzione operativa, dello Shape, il comando supremo della Nato, si provvedesse alla organizzazione, che ritengo più che altro coordinatrice e non strettamente operativa, dei vari stay behind dei paesi Nato.

CO’. Nel 1987, in una audizione davanti alla Commissione presieduta dall'onorevole Bianco, Delle Chiaie disse di aver appreso nel 1965 dell'esistenza di un corpo speciale in funzione anticomunista le cui caratteristiche coinciderebbero esattamente con quelle di Gladio (dobbiamo notare che Delle Chiaie parlava quando non vi era stata la scoperta ufficiale di Gladio) salvo per due elementi di differenziazione: il primo è che la struttura sarebbe dipesa gerarchicamente dal Ministero dell'interno e non dal Servizio militare, e il secondo è che in essa avrebbe avuto un ruolo l'onorevole Ivan Matteo Lombardo. Secondo lei Delle Chiaie si riferiva a Gladio, o ai Nuclei di difesa dello Stato, oppure a un'altra struttura ancora? Nel primo caso può chiarirci il riferimento al Ministero dell'interno e all'onorevole Lombardo? Lei ha mai avuto la percezione dell'esistenza di una struttura parallela che dipendesse dal Ministero dell'interno diversa da Gladio?

MALETTI. Non ho mai avuto la percezione dell'esistenza di una tale organizzazione, ma non escludo che esistesse. Il Ministero dell'interno aveva una sua rete di informatori e di operatori i quali all'occorrenza avrebbero potuto svolgere un'azione simile a quella prevista per Gladio; direi, se mi è consentito fare un'illazione, che quella del Ministero dell'Interno avrebbe potuto essere un'azione di carattere più locale e cittadino che non campale, come era in genere, o avrebbe dovuto essere, quella militare, ossia Gladio. Ripeto però che non ho una percezione precisa in merito (Fuori microfono vengono chiesti chiarimenti). Intendo che un'organizzazione dipendente dal Ministero dell'Interno avrebbe potuto agire nell'interno dei centri abitati e delle zone industriali.

PRESIDENTE. Chiedo scusa al collega Cò se mi intrometto nella serie delle domande da lui poste. Generale Maletti, noi l'ascoltiamo sapendo di non udire un personaggio qualsiasi, ma un ufficiale che ha avuto alte responsabilità di intelligence. Le idee portanti sulle quali stiamo lavorando sono che le cause dello stragismo debbono andarsi a trovare all'interno di questa pluralità di reti clandestine, dove probabilmente è anche possibile che a un certo punto gli operatori, quelli esterni che come lei ha detto venivano arruolati fra i ruoli marginali dell'attività politica (destra eversiva ed altro, non però solo destra eversiva, indubbiamente) si siano potuti rendere autori delle stragi, anche per deviazioni individuali dai piani concordati, e che in realtà la ragione per la quale non si sono scoperte le responsabilità risiede nel fatto che ci si è preoccupati di coprire i rapporti istituzionali che questi avevano o avevano avuto nel passato. Riteniamo che in fondo sia questa la vera ragione della coltre di mistero che è calata su tutto lo stragismo. Le chiedo pertanto se a suo parere, riflettendo oggi su questo periodo della storia italiana, che ha avuto questa sua tragica singolarità, questa sia una spiegazione logica.

MALETTI. Io credo che sia una spiegazione logica, però non riguarda l'azione svolta dal Reparto D nella copertura delle fonti, perché queste fonti, per lo meno quelle che noi conoscevamo, non risultavano direttamente coinvolte in stragi, ma erano degli operatori laterali. La sua teoria, senatore, è quanto mai accettabile - mi scusi questa valutazione così apertamente positiva - perché penso che al di là di una trama eversiva, all'interno di questa vi fosse una venatura di esaltazione attivistica che comportava reazioni individuali spesso non desiderate dalla direzione dei gruppi eversivi, anche se comprese nella strategia della tensione, ma forse intempestive.

CO’. Lei ci ha parlato dell'esistenza, pur in termini ipotetici, di una struttura dipendente dal Ministero dell'interno. Ora le pongo una domanda per capire se quanto le dirà avvalora o meno l'esistenza di tale struttura. A proposito del Ministero dell'interno, come mai il rappresentante italiano all'interno dell'Ufficio di sicurezza del Patto Atlantico (quindi di un'organizzazione essenzialmente militare) era il dottor D'Amato e non un militare o, per esempio, un diplomatico? Lei in particolare ha mai avuto rapporti con D'Amato? Se sì, in quali occasioni? Sapeva, per esempio, che anche lui apparteneva alla loggia P2?

MALETTI. Senatore, non so e non sapevo se D'Amato appartenesse alla loggia P2, come tanti altri, me escluso. Non ho avuto mai dei rapporti molto cordiali con lui, al contrario vi era - come ho detto all'inizio - una certa diffidenza che penso fosse anche alimentata dal mio caposervizio per motivi, probabilmente, di divide et impara. Chiedo scusa senatore, ho perso la traccia delle sue domande.

CO’. Le ho chiesto come mai il rappresentante italiano all'interno dell'Ufficio di sicurezza del Patto Atlantico era il dottor D'Amato e non un militare.

MALETTI. Questo, senatore, non glielo posso dire; D'Amato era una persona di notevoli influenze, come lei certamente sa, nell'ambito complessivo degli stessi Servizi di sicurezza. Aveva quindi contatti molto stretti con il Servizio francese e parlava lui stesso molto bene il francese essendo, se non mi sbaglio, figlio di una marsigliese e aveva anche buoni contatti con altri Servizi, quello americano in modo particolare. Può essere stato quindi o richiesto dalla direzione della Nato o addirittura suggerito dalla Cia in Italia.

CO’. Lo considera un fatto anomalo?

MALETTI. Direi di sì, lo considero un fatto anomalo perché altri rappresentanti, se non erro, erano militari, intendo: i rappresentanti di altri Servizi di sicurezza presso la Nato erano militari.

PRESIDENTE. Mi scuso ancora se mi intrometto, ma questo è uno dei punti essenziali per il lavoro della Commissione che deve infatti interrogarsi anche sulle responsabilità politiche. Le vorrei chiedere una valutazione di questo tipo: dall'impressione complessiva che abbiamo, in Italia il limite di sovranità si può constatare in misura più accentuata di quanto non avvenisse in altri paesi dell'Alleanza occidentale e questo sembra corrispondere ad un atteggiamento che non esclude, ma anzi identifica, una responsabilità politica, quasi come se vi fosse una sorta di strategia della subalternità da parte del potere politico italiano che tutto sommato, anche per fini personali di lotta interna, gareggiava nell'essere appunto subalterno. La stessa valutazione le chiedo di svolgere per quanto riguarda i Servizi. Che i Servizi di sicurezza in tutto l'occidente durante il periodo della guerra fredda abbiano avuto un grosso momento di autonomia e abbiano svolto anche politiche proprie è un dato; però, ancora una volta, anche da quello che lei ci ha detto questa mattina, si ricava l'impressione che è come se il potere politico si sforzasse di non sapere e lasciasse questa autonomia ai Servizi, salvo poi utilizzarli anche a fini di lotta politica interna.

MALETTI. Senatore, concordo con la sua valutazione di questa subalternità spinta che è quasi direi una eredità del trattato di pace del 1947 e del fatto che noi appartenevamo al campo avverso. E’ una subalternità che può avere avuto anche delle ragioni, e quasi certamente ne ha avuto, di carattere politico.

Indubbiamente i rapporti tra il Servizio americano e quello italiano erano rapporti di superiore rispetto ad inferiore: questo derivava dal fatto che da parte americana vi era una consistente iniezione di mezzi tecnici e non, al contrario, di informazioni. La collaborazione era più spesso unilaterale e il rapporto era, per lo meno nel periodo in cui sono stato a capo di quella branca, di scarsa fiducia nei nostri confronti e più che un rapporto era una decisa azione autonoma del Servizio americano in Italia, in appoggio alla loro politica e senza molto riguardo per quello che noi conoscevamo e sapevamo. In poche parole, le posso fare un confronto tra l'utilità del Servizio americano nei miei confronti, come Reparto D, e l'utilità di quello israeliano. Quest'ultimo ci ha aiutato e ci ha consentito di concludere alcune operazioni interessanti; il Servizio americano non ci ha mai aiutato in niente, almeno per quanto riguarda me, anche se può darsi che abbia aiutato altri settori del Servizio.

PRESIDENTE. Lei esclude che potessero esserci uomini del Servizio, ed anche del Reparto che da lei dipendeva, che avessero un vincolo gerarchico improprio e cioè che, anche a sua insaputa, potessero avere input diretti provenienti dal Servizio statunitense? Da quello che ho capito, lei all'epoca si fidava molto del capitano Labruna ed oggi sembra ritenere - affiorava chiaramente dalle risposte che ci ha dato - che tale fiducia non fosse pienamente ben riposta; esclude ad esempio che il capitano Labruna abbia potuto ricevere input che la scavalcassero by-passandola?

MALETTI. La mia sfiducia nel capitano Labruna dipende dai suoi successivi comportamenti nei miei confronti in sede giudiziaria, atteggiamenti e comportamenti che ritengo quasi vendicativi, ma questo non mi permette di suggerire che Labruna fosse manovrato dai Servizi americani. Che qualcun'altro lo fosse, non tanto nel mio Reparto, ma in altri reparti del Servizio, certamente sì. (Commenti). I nomi non ve li posso dire, ma quasi certamente vi era una precisa influenza americana della Cia, anche sul capo Servizio, ma non Casardi.

CO’. Quali erano i suoi rapporti con il generale Maggi Braschi?

MALETTI. Mi scusi senatore, quale generale?

CO’. Generale Adriano Maggi Braschi.

MALETTI. Non credo di averlo mai conosciuto.

(Interventi fuori microfono, breve discussione).

CO’. Nel 1971, dopo la sua nomina all'Ufficio D, il Sid aveva deciso di ripubblicare i tre brevi volumi del manuale sulla guerra non ortodossa, opera di Guido Giannettini e del tenente colonnello Argiolas; come mai venne presa questa decisione e quale valore veniva attribuito a quel documento? Era forse la dottrina ufficiale del Servizio?

MALETTI. Non so se quei volumi siano stati poi pubblicati, comunque ritengo che non fossero la dottrina ufficiale del Servizio, ma ritengo (mi dispiace portare la cosa su un piano personale quasi pettegolo) che siccome il generale Miceli era un buon amico del da poco defunto generale Argiolas, allora colonnello, lo abbia fatto per fare un piacere al colonnello stesso. Non ho mai utilizzato questi libretti né ho saputo di una loro utilizzazione da parte dello Stato Maggiore dell'Esercito, del quale sono stato capo dell'Ufficio addestramento per due anni, o da parte del Servizio D.

CO’. Le faccio una domanda estemporanea alla quale vorrei rispondesse con un sì o con un no, poi svolgeremo delle considerazioni. Ha mai conosciuto la scrittrice francese Susanne Labenne? In caso positivo, può darci qualche ragguaglio sulla sua figura?

MALETTI. No.

CO’. Lei ha già risposto alla domanda relativa a quando è venuto a conoscenza dell'esistenza della loggia massonica P2 e a quella in relazione ai termini in cui ha appreso questa notizia; ha già risposto inoltre sul quando e perché ha deciso di aderire alla loggia dicendo che non vi ha aderito, era però al corrente che il generale Miceli ne faceva parte?

MALETTI. Non ho aderito alla loggia P2, sono stato invitato ad aderirvi e non l'ho mai fatto. Il generale Miceli, secondo il colonnello Viezzer, ne era parte e di questo venni informato.

CO’. Ritorno sulla questione dell'informativa Casalini. Perché questa informativa non venne mai inoltrata alla Magistratura?

MALETTI. L'informativa avrebbe dovuto essere inoltrata alla Magistratura dal centro di controspionaggio competente cioè Padova; desidero ricordare al senatore che a quei tempi, a quell'epoca, la collaborazione fra Servizi e Magistratura era molto frammentaria; inoltre non sempre noi del Servizio eravamo soddisfatti del comportamento di quest'ultima nei confronti delle informative che passavamo, non tanto per sfiducia nella Magistratura in sé, ma per sfiducia nella riservatezza dei suoi uffici nei quali le informazioni confluivano. Quindi spesso, al fine di salvaguardare la prosecuzione di un'attività informativa, mantenevamo il segreto o comunque la riservatezza sulla informazione riservandoci, se del caso, di trasmetterla. Anche questo era un fatto, direi, non obbligatorio all'epoca, oggi, per carità, si aprirebbe il cielo se il Servizio non passasse un'informativa alla Magistratura; allora vi era la possibilità di valutare l'opportunità di trasmetterla o di tenerla invece per nostro conto in modo da poterla sviluppare più compiutamente.

CO’. Sempre su questo punto, come mai questa riservatezza persisteva anche al termine delle indagini, quando queste erano concluse?

MALETTI. A questa domanda non so esattamente cosa rispondere perché mi sfuggono i particolari temporali della trasmissione o non trasmissione della documentazione alla Magistratura. Se non mi sbaglio il fatto che viene contestato si verifica nel 1975, oltre la prima metà di tale anno. Ho lasciato il reparto il 30 settembre del 1975 e non so quali sviluppi la cosa abbia avuto; tenga anche presente, senatore, che il caso Casalini, per quanto risulta anche dal volume a nostra disposizione, era stato poi trasferito alla Polizia giudiziaria.

CO’. L'attentato alla questura di Milano sembra ormai appurato che fosse diretto contro l'allora ministro dell'interno Rumor e Vinciguerra sostiene di essere stato contattato nel 1971 per un attentato contro lo stesso onorevole Rumor; secondo lei a che cosa si deve questa particolare attenzione nel confronti di tale onorevole? Per quello che lei sa, è ipotizzabile che l'ex Presidente del Consiglio abbia avuto, e in che modo, un ruolo nella strategia della tensione?

PRESIDENTE. Mi intrometto per sottolineare che lei poco fa, rispondendo ad un'altra domanda, ha dato consistenza all'ipotesi della strategia della tensione.

MALETTI. Senatore, mi dispiace, non ho dato consistenza all'ipotesi della strategia della tensione, ho usato solo l'espressione "strategia della tensione" e l'ho fatto per semplicità, poichè è molto usata, ma non ho dato consistenza a questa strategia che comunque ammetto ci potesse essere.

Per rispondere al senatore Cò, forse l'attentato era diretto contro il ministro dell'interno Rumor per il fatto stesso che rivestiva tale ruolo. Non so se fosse collegato o collegabile a quella che è definita strategia della tensione.

CO’. Come definirebbe Giannettini: un infiltrato della Destra nei Servizi o un infiltrato dei Servizi nella Destra?

MALETTI. Dopo parecchi anni direi che Giannettini era tutti e due; quando l'ho "ereditato" era un infiltrato dei Servizi nella Destra, dopo non so.

CO’. Mi sa dire perché e da chi venne bloccata la velina Serpieri e quale è stato il ruolo del capitano Armesano?

MALETTI. La velina Serpieri mi sorprende un po', potrebbe illuminarmi di più in merito? Anche sul capitano Armesano...

(Commenti del senatore Cò).

......non posso fornirle maggiori informazioni senatore, le darei volentieri se le avessi, ma questi nomi mi suonano nuovi. Il nome Serpieri è noto, ma se vi fosse una velina in particolare non ricordo. Armesano non l'ho mai sentito, visto o conosciuto.

CO’. Nella sua attività informativa ha mai avuto occasione di appurare la natura dei rapporti tra l'Ufficio Affari Riservati e Stefano Delle Chiaie, o anche Delfo Zorzi?

MALETTI. Direi di no, senatore, però uno dei motivi per cui il capitano Labruna era stato inviato in Spagna a prendere contatti con Delle Chiaie era proprio quello di appurare le sue connessioni con gruppi eversivi stranieri. Almeno questa era la versione ufficiale data a me dal capitano Labruna. Questi ha ricevuto in quell'epoca ordini diretti dal generale Miceli che lo ha inviato in Spagna a prendere contatti con Borghese e con Delle Chiaie, direi però che i contatti di Labruna con quest'ultimo sono stati senza successo.

CO’. Ci può dire qualche cosa sulla famosa riunione ai Configliachi il 18 aprile 1969? Chi era secondo lei l'importante esponente romano presente a questo incontro: Rauti, Delle Chiaie, Giannettini o un altro?

MALETTI. Senatore, io nel 1969 non ero al Servizio, di questa riunione della Configliachi (di cui ho letto qualche cosa, adesso non rammento esattamente quando, ma durante la mia presenza al Servizio) non ricordo certamente un granchè; direi che se qualche importante esponente romano era presente, questo avrebbe potuto essere Delle Chiaie.

CO’. Ci può dire se il Servizio militare abbia svolto un lavoro di indagine non solo sull'attentato alla Banca dell'Agricoltura, ma anche sugli altri attentati, in particolare quello alla Comit? Se è così che cosa era emerso da queste indagini?

MALETTI. I vari centri di controspionaggio avevano certamente svolto indagini e ciò dovrebbe risultare dalla documentazione agli atti. Vorrei però ricordare che questi grossi fatti eversivi erano più che altro zona e settore di azione delle forze di polizia, e quindi dei carabinieri e della pubblica sicurezza, e non tanto del Servizio data anche la limitatezza del personale dei vari centri di controspionaggio.

Bisogna tenere presente che nei principali centri di controspionaggio, escludendo quindi ad esempio Cagliari, il personale era costituito da due, massimo tre, ufficiali e da dieci, massimo quindici, sottufficiali (inclusi gli autisti, i dattilografi e così via) buoni, seri, ma spesso anziani. Le indagini da noi svolte, quindi, erano veramente di carattere secondario e miravano soprattutto a sfruttare quelle fonti di cui disponevamo e che spesso non erano in grado di fornire molte notizie. L'azione del Servizio quindi e del Reparto D, in quasi tutti questi attentati è stata modesta, non per cattiva volontà, ma per mancanza di elementi validi ai quali appoggiarsi e anche di mezzi.

CO’. Tuttavia, nonostante la limitatezza dei mezzi e degli strumenti cui faceva cenno, qualche elemento di indagine è stato ricavato e qualcosa è emerso dall'attività svolta?

MALETTI. Ritengo che siano stati ricavati elementi di indagine e che qualche cosa sia emerso, però a distanza di molti anni non ricordo cosa sia stato ottenuto nei vari casi (Piazza della Loggia, Comit, ed altri); comunque deve risultare dagli atti del Servizio che certamente non sono stati distrutti.

PRESIDENTE. Durante la sua direzione del Reparto D, quindi, avvengono due grandi stragi che dal 1974 sono rimaste impunite, quella di Piazza della Loggia e quella dell'Italicus. In sede pubblicistica è stata avanzata l'ipotesi che lei abbia ritenuto i due attentati tutto sommato coerenti alla logica dell'attentato del 1969 e quindi come voluti per determinare una richiesta di ordine da parte della società favorevole ad un pronunciamento militare e di questo lei avrebbe informato l'onorevole Andreotti. Può confermare o smentire questa circostanza?

MALETTI. Confermo questa circostanza.

PRESIDENTE. Non può dirci qualcosa di più?

MALETTI. Se io ricordassi qualcosa di più la direi senatore, non è certamente per cattiva volontà che non lo faccio, ma perché è passato molto tempo e sono trascorse molte vicende, anche familiari, su di me che mi hanno occupato diversamente. Quello che non dico non so.

CO’. Generale, il Servizio militare si era occupato, o aveva saputo qualcosa, della vicenda del greco Enrico Karanastasis, che è la persona che aveva acquistato e rivenduto cassette Juwel identiche a quelle usate per gli attentati?

MALETTI. Ritengo di sì, ma non posso confermarlo adesso. Mi sembra che questo Karanastasis sia stato ucciso nel corso di qualche manifestazione, non ricordo e non posso darle maggiori lumi. Ritengo comunque che il Servizio se ne sia occupato.

CO’. Lei quindi ha mai giudicato attendibili per le stragi la pista greca e quella portoghese?

MALETTI. Non ho mai ritenuto attendibile la pista portoghese, mentre lo era maggiormente la pista greca, non tanto nella strage di Piazza Fontana, quanto nell'addestramento e nell'ispirazione ideologica e politica. Devo però aggiungere che indagini in Grecia, o attraverso il Servizio greco, erano estremamente difficili. Ebbi nel 1973 contatti con due ufficiali del Servizio greco che vennero ad incontrare il capo del Servizio, generale Miceli, per chiederci di fornire notizie circa gli eversori greci contro il regime dei colonnelli che si trovavano soprattutto presso l'Università di Perugia e, se non mi sbaglio, anche a Roma. Gli ufficiali greci erano estremamente sospettosi del Servizio italiano, come i greci in genere lo sono dell'organizzazione militare italiana, come ex nemici (se la sono legata al dito certamente), ed anche un po' di tutti.

Il discorso quindi sulla possibilità di infiltrazioni greche fu raccolto e sviluppato molto brevemente poichè non vi era possibilità di informazioni nè presso i greci, nè, per quanto mi risulta, presso i nostri elementi infiltrati.

PRESIDENTE. Mi ha colpito che nella sua prima risposta lei ha sottolineato l'importanza di quel viaggio di studio compiuto in Grecia nel 1968 da un certo gruppo fra cui Mario Merlino e Delle Chiaie, lo stesso cioè presente al convegno dell'Istituto Alberto Pollio di tre anni prima. E’ un fatto al quale ho appena accennato nella relazione e personalmente lo ritenevo uno spunto indagativo importante; mi ha colpito pertanto il fatto che lei ne abbia parlato subito. Quello che ha detto adesso si riallaccia a questo suo iniziale segnale che ci ha dato nella prima risposta?

MALETTI. Il segnale che ho dato era ambivalente. Prima di tutto vorrei dire che c'era effettivamente un contatto, per quanto ci risultasse, tra movimenti greci, naturalmente organizzati da quello Stato, e movimenti italiani di destra. Su questo non ci sono dubbi. Il secondo segnale era questo: la pubblicistica spesso si riferisce a me come ad un amico dei colonnelli e come presente in Grecia quando i gruppi eversivi, gli eversori italiani, svolgevano corsi di addestramento, non so dove, se a Corfù o altrove in Grecia. Questi erano i due motivi: uno personale, un altro invece di carattere professionale.

PRESIDENTE. Voglio darle atto che, anche in preparazione di questa audizione, un aspetto che io ho guardato è che non c'è niente che possa dare significato negativo al fatto che lei fosse stato addetto all'ambasciata italiana in Grecia nel periodo di preparazione del golpe.

CO’. Può dire qualcosa sulla strage di Brescia? Un'informativa del Sid che è stata ritrovata recentemente sostiene che Ordine Nero altro non fosse che una copertura dell'ufficio Affari riservati: lei ricorda qualcosa in proposito?

MALETTI. No senatore, mi dispiace, ma non ricordo proprio più niente di questa questione di piazza della Loggia. E’ stata purtroppo una delle questioni molto serie e molto gravi, ma non è stato uno degli elementi della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi sbaglio: quindi non mi è rimasto impresso granchè di quella vicenda.

PRESIDENTE. Ma dalle indagini che voi avete fatto, sul ruolo avuto dall'Arma dei carabinieri, in tutta quella sequenza di eventi che parte dal Mar di Fumagalli, prosegue con la cattura di Fumagalli, con la strage di piazza della Loggia e poi si conclude a Pian del Rascino, il Servizio ha accertato niente? Lei ha personali valutazioni a distanza di tanti anni da dare come contributo alla Commissione?

MALETTI. A distanza di tanti anni io direi che l'Arma dei carabinieri si è sempre comportata bene e non so quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo più efficace e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore.

CO’. Generale, lei ha mai pensato che la strategia della tensione - abbiamo usato questo termine prima - potesse avere il suo centro operativo principale a Monaco di Baviera, dove operavano per esempio l'Antibolshevic Block of Nations, il Consiglio europeo della libertà, Radio Free Europe e altre organizzazioni analoghe?

MALETTI. No, ritengo che tra i collegamenti esteri ci fossero anche dei neonazisti, ma non ho fatto mente locale su questo possibile collegamento con Radio Free Europe o con l'Antibolshevic Block of Nations. Non ho altro da dire. Monaco? A possibile, ritengo che data la vicinanza all'Italia e la facilità di comunicazione con il Veneto, uno scambio tra i due gruppi potesse esistere.

CO’. Una domanda molto diretta: lei non ha mai sentito parlare di una società segreta denominata "I Tarocchi"?

MALETTI. No, mai.

CO’. Veramente l'ultima domanda: lei era al corrente che elementi del Counter Intelligence Service Corps, cioè del servizio di informazione militare americano, avevano rapporti con Ordine Nuovo in Veneto ed in particolare che cosa ci può dire dei rapporti fra questo servizio di informazione militare americano e due agenti del Sid, cioè Pignatelli e Burlando?

MALETTI. Sì, il Counter lntelligence Service aveva collegamenti istituzionali con i centri di controspionaggio di Verona, e quindi con Pignatelli, e di Milano, con Burlando, e probabilmente anche con Bottallo di Padova, soprattutto per questioni di polizia militare. Non so di collegamenti tra il Counter Intelligence Service ed elementi dell'estrema destra, ma bisogna tener presente che il Counter Intelligence Corps è in un certo senso, se non un'emanazione della Cia, che è tutt'altra organizzazione, un "organo di sicurezza" militare e quindi riflette l'orientamento politico dell'organizzazione militare alla quale appartiene, quindi non escludo che ci possano essere stati dei contatti. L'orientamento politico era conservatore e anticomunista.

PRESIDENTE. Riprendendo la domanda che le avevo fatto prima: lei ha dato una valutazione positiva del comportamento dell'Arma dei carabinieri, però dagli atti che abbiamo, dal complesso delle indagini, anche per ciò che riguarda i carabinieri affiora un'ipotesi (penso a tutte le vicende del 1973-74 e anche alla strage di Peteano): è come se in qualche modo i gruppi eversivi - per la strage di Peteano c'è stata poi la confessione di Vinciguerra - che hanno commesso questi attentati fossero noti agli apparati di sicurezza, ne fosse se in qualche modo anche prevedibile l'operatività: però c'è sempre stata la preoccupazione di non fare emergere, individuandone le responsabilità, i rapporti istituzionali che in qualche modo potevano avere. Quindi tutta la lentezza con cui si è identificata poi la vera matrice della strage di Peteano, la stessa vicenda del Pian del Rascino, l'uccisione di Esposti, fanno pensare che in qualche modo ci si preoccupasse non tanto di coprire responsabilità dirette, e cioè dei veri e propri input istituzionali che questi gruppi avevano avuto nel commettere questi attentati, quanto di nascondere il legame che questi gruppi avevano avuto con pezzi delle istituzioni in quegli anni e negli anni precedenti.

MALETTI. Senatore Pellegrino, lei si riferisce all'Arma dei carabinieri in particolare?

PRESIDENTE. Anche all'Arma dei carabinieri.

MALETTI. Io mi riferisco solo all'Arma dei carabinieri. Per quanto riguarda il servizio ne abbiamo parlato abbondantemente; per quanto riguarda l'Arma dei carabinieri: sì certo, tutte le grosse famiglie hanno degli elementi che non rispondono alle tradizioni e alle aspettative e quindi immagino che anche tra i carabinieri, nonostante la loro solidità come Arma, come corpo, ci siano stati elementi che hanno favoreggiato certi gruppi eversivi. Il caso del capitano D'Ovidio - e del capitano Servolini se non mi sbaglio - è un'indicazione del fatto che anche lì c'erano delle simpatie, delle amicizie o delle tendenze; ma non potrei dire che nel complesso l'Arma dei carabinieri sia venuta meno ai suoi compiti in questo caso.

PRESIDENTE. Con riferimento alla fonte Casalini però le indagini giudiziarie più recenti hanno accertato che il rapporto che fu fatto ai carabinieri come organi di polizia giudiziaria arriva nella divisione Pastrengo e lì sparisce: infatti non è stato mai mandato all'autorità giudiziaria e non è stato nemmeno rinvenuto negli archivi della divisione Pastrengo.

Tutto ciò ha finito per consolidare in sede giudiziaria quella ricostruzione di tutta la vicenda che pone in gioco sue responsabilità. Io mi sono sorpreso del fatto che lei non conosca l'ordinanza-sentenza del giudice Salvini: lì la vicenda viene ricostruita avendo come punto finale la distruzione, nella divisione Pastrengo, del rapporto che era stato fatto su tutto ciò che la fonte Casalini aveva detto. Ecco perché viene poi data quella lettura del suo appunto di allertare il capitano Del Gaudio, come se fosse stato tutto un fatto programmato: facciamone un rapporto, diamolo ai carabinieri, arriva alla divisione Pastrengo, la divisione Pastrengo distrugge il rapporto.

MALETTI. Io non conosco il giudice Salvini e mi astengo dal giudicare quello che il giudice dice di me, ma mi sembra fantainformazione: è mai possibile che io mi metta in contatto con il colonnello Del Gaudio e attraverso una catena di cospiratori - chiamiamoli così - arrivi alla divisione Pastrengo, della quale non conosco il comandante generale Palumbo se non di nome - mai visto nè conosciuto - per far distruggere un documento che è partito da me. Mi sembrano delle cose che stanno fuori da questo mondo. Io non sono "un fesso", senatore, queste cose non le avrei fatte anche se avessi avuto l'intenzione di farle!

PRESIDENTE. Io volevo però chiarire che la Commissione non può, non deve accettare acriticamente ciò che emerge in sede giudiziaria; anzi il mio punto di vista è che debba esaminarlo criticamente. Allo stato delle acquisizioni, però quello è un dato da cui noi non possiamo prescindere: possiamo valutarlo criticamente, per questo abbiamo voluto ascoltarla e terremo conto delle cose che lei ci ha detto; però la ricostruzione che ne è stata data in quella sede è questa, sempre però nella logica della preoccupazione di coprire questi legami istituzionali che questi gruppi eversivi avevano avuto e nel periodo precedente avevano ancora.

Colleghi, per evitare il balletto di questo microfono, do la parola al collega Fragalà che si siederà al mio posto; io mi sposterò per evitare il giro. Penso che il collega Fragalà interverrà fino all'ora di colazione; riprenderemo poi nel pomeriggio cercando di chiudere.

FRAGALA’. Signor generale, io naturalmente unisco il mio personale apprezzamento a quello del presidente Pellegrino per la sua disponibilità concreta a riferire alla Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle stragi alcune notizie che possono o potranno eventualmente illuminare alcuni motivi per cui in Italia non si è potuto accertare granchè sulle cause e sulle responsabilità delle stragi.

Prima di passare alle domande specifiche - e lei mi scuserà del fatto che alcune trattano i medesimi argomenti che sono stati oggetto delle domande del Presidente e del collega Cò - mi permetterà di tracciare un quadro d'insieme. Lei vive da tanti anni in Sud Africa ma immagino che segua gli avvenimenti italiani e quelli internazionali; lei sa che in Italia vi è stato, dopo il crollo del muro di Berlino e dopo la cosiddetta "Tangentopoli", un cambiamento politico di grande rilevanza ed alcuni dei personaggi politici che erano stati sulla scena e sul proscenio per quaranta o cinquant'anni di seguito sono caduti in disgrazia, o addirittura in vicende processuali anche gravi. Allora io credo che dobbiamo partire da un punto sul quale la pregherei di essere assolutamente chiaro, perché le acquisizioni che ci sono in questo momento sul problema che le esporrò sono acquisizioni che a mio avviso non tornano a disdoro della sua qualificazione professionale, della sua lealtà istituzionale e dei suoi comportamenti ortodossi rispetto ai servizi che lei ha sostenuto. La mia prima domanda è la seguente: lei sa benissimo che il senatore Andreotti è uno di quei personaggi politici che, oltre ad essere uscito dalla scena politica di primo piano, è caduto in una disgrazia giudiziaria di grandissimo spessore criminale perché accusato di uno dei reati più gravi del nostro codice sostanziale. Lei sa benissimo immagino - questa è una mia indicazione - che il senatore Andreotti, quando è stato accusato e coinvolto nel processo per associazione di stampo mafioso, ha subito replicato al suoi accusatori, sia quelli di fonte testimoniale, i cosiddetti collaboratori di giustizia, sia i suoi interlocutori istituzionali, che sono i procuratori di Palermo, dicendo che questa era una cosa che gli stavano facendo pagare gli americani. Ha detto in poche parole che vi era un input americano che lo poneva come bersaglio di false accuse per vendicarsi di una serie di suoi comportamenti. Io le pongo adesso questo problema: non c'è dubbio che l'analisi politica e storica ha ormai abbastanza adeguatamente accertato che negli anni a cavallo fra il '69 e il '74 -'75, l'onorevole Andreotti fece un cambiamento di rotta di 180 gradi della sua direzione politica, cioè da esponente ed alleato dei gruppi politici italiani di destra si cominciò ad accreditare fortemente come l'esponente di una Democrazia Cristiana addirittura di sinistra che, attraverso di lui, esponente della vecchia destra, avrebbe potuto accreditare la sinistra e specialmente il partito comunista italiano come partito di governo e come partito d'ordine. Ci sono alcuni passaggi che segnalo alla sua memoria di questo cambiamento di rotta dell'onorevole Andreotti, perché poi alla fine le chiederò se questo cambiamento di rotta dell'onorevole Andreotti è stato il motivo della sua persecuzione prima istituzionale, poi politica e poi giudiziaria e praticamente di quello che a lei è accaduto e di cui il senatore Pellegrino ha già dato una prima valutazione. Nel 1972 - e le chiedo già se lo ricorda - i servizi segreti occidentali rivelarono la rete Kgb operante nei rispettivi territori; Londra rimpatriò 124 funzionari dell'ambasciata sovietica. Andreotti si rifiutò e la Nato gli tolse in quell'occasione il nullaosta di segretezza. Lei ricorda questo specifico episodio?

MALETTI. Io ricordo l'episodio dell'espulsione dal Regno Unito di 120 diplomatici o e ufficiali sovietici. Ricordo anche che, sulla spinta di questo esempio, il Servizio italiano propose di espellere una ventina di diplomatici e ufficiali sovietici. L'operazione che aveva buoni fondamenti documentali, intercettazioni, eccetera, venne dapprima sospesa e poi soppressa su ordine non di Andreotti, ma dell'onorevole Moro. Quindi i funzionari sovietici rimasero in Italia e continuarono a fare quello che facevano prima. Per quanto riguarda la sottrazione del nullaosta all'onorevole Andreotti, non mi risulta che questo sia avvenuto; comunque posso dire che in conversazioni con il capo della rappresentanza della Cia a Roma, Mr. Stone, verso la metà del 1974, le azioni dell'onorevole Andreotti erano, diciamo così, fortemente cadute.

FRAGALA’. Generale Maletti, nel ‘72 l'onorevole Andreotti promulga quella famosa legge, chiamata proprio Valpreda, per consentire a quello che era allora il maggior imputato della strage di piazza Fontana di lasciare il carcere per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva o per concedere la libertà provvisoria, insomma la sostanza è questa: ancora l'onorevole Andreotti le dà incarico, come più volte ha detto lei, di indagare sul golpe Borghese e poi di indagare anche - e questa è una domanda che le faccio - di indagare su un esponente militare che era il suo caposervizio, che era molto vicino all'onorevole Moro, e cioè il generale Miceli. La mia seconda domanda è la seguente: è possibile che Andreotti mirasse, nello sfruttamento dell'indagine sul golpe Borghese, ad aggredire indirettamente Moro attraverso il generale Miceli?

MALETTI. Non so cosa dirle, non so veramente se ci fosse questa intenzione o no. Questo è inutile che lo dica io: non c'erano rapporti estremamente lisci tra i due uomini dì Stato, ma non posso dirle se l'azione di Andreotti mirasse a colpire di rimbalzo Moro.

Per quanto riguarda le indagini sul generale Miceli, devo dire che Andreotti proprio non me le ordinò.

FRAGALA’. Le ordinò quelle sul golpe Borghese.

MALETTI. Sul golpe Borghese, sì: più che ordinare quelle indagini, ordinò di consegnarle alla magistratura: ma il rapporto stesso venne fatto di mia iniziativa, anzi di iniziativa del tenente colonnello Romagnoli, che era venuto a conoscenza degli eventi che non si potevano insabbiare e che quindi vennero poi, prodotti in forma di "malloppo" e dati all'onorevole Andreotti.

(Voce fuori mícrofono). All'insaputa di Miceli?

MALETTI. Sì, all'insaputa di Miceli, inizialmente; il generale Miceli aveva il "malloppo" stesso e ne aveva ordinato il temporaneo accantonamento; temporaneo perché, devo dire, non aveva detto "facciamone a meno, non guardiamolo più" e così via, no; però la cosa non mi aveva convinto e allora mi ero rivolto ad un ufficiale prossimo al generale Miceli, pardon all'onorevole Andreotti, chiedendo un colloquio direttamente con l'onorevole Andreotti.

FRAGALA’. Generale Maletti, lei poco fa, rispondendo al senatore Pellegrino, ha detto che non era assolutamente d'accordo con una certa politica del doppio binario, addirittura una certa politica di laíssez faire, nei confronti del terrorismo palestinese e del terrorismo libico, tanto che ha citato il famoso episodio di Argo 16. Ora, questa Commissione ha acquisito ulteriori elementi sulla politica del doppio binario, sia per quanto riguarda acquisizioni giudiziarie che magistrati ci hanno riferito, sia per quanto riguarda le indicazioni di un capo di servizio che abbiamo ascoltato qualche tempo fa, il quale addirittura ci ha detto che il senatore Andreotti si incontrava segretamente di notte con il numero due libico Jallhoud e i nostri Servizi non sapevano nulla di questo incontro, se non perché il servizio segreto libico avvisava il nostro Servizio per organizzare la protezione di questi incontri notturni e quindi evitare guai al loro numero due. Ebbene, rispetto a quello che lei ha detto e a queste ulteriori notizie che lo le fornisco, lei crede che la sua estromissione dal Servizio, la sua persecuzione giudiziaria, la sua criminalizzazione dal punto di vista della sua lealtà professionale e istituzionale sia da attribuire a questo salto della quaglia del senatore Andreotti, a questo suo cambiamento di campo nella politica italiana, per perseguire il fine dell'accreditamento della sinistra e del Pci nell'area del governo e quindi eliminare un certo suo passato di cui adesso le parlerò a proposito del golpe Borghese?

MALETTI. Io non vorrei che si attribuisse alla mia posizione all'epoca troppa importanza. Non so se l'onorevole Andreotti volesse usarmi come capro espiatorio o come vittima sacrificale per Gheddafi, per confermare la sua lealtà nei confronti della Libia e la sua ostilità al Servizio israeliano. Io credo che la mia importanza sia stata molto aumentata, esageratamente ingrandita dalla stampa e penso che Andreotti potesse fare tranquillamente a meno di me come pedina per giustificare un suo - come lei lo ha chiamato - salto della quaglia. comunque non c'è dubbio che esistevano contatti piuttosto coperti, anzi senza dubbio molto riservati, ai quali io non ho mai partecipato perché erano di gestione diretta di più alto livello, tra il Servizio libico e il Servizio italiano. Esistevano contatti di tale importanza e direi di tale intimità da giustificare la sottrazione di quattro terroristi palestinesi alla giustizia italiana con un aereo del Servizio che poi fece scalo perfino a Malta, molto ingenuamente, per portare i terroristi in salvo in Libia. Ma, la causa della mia caduta, lei ha parlato se non sbaglio di demonizzazione...

FRAGALA’. Di criminalizzazione.

MALETTI. ...la si può individuare anche in questa cosiddetta mia simpatia nei confronti del Servizio israeliano e antipatia nei confronti della Libia. Non posso dire di più però.

PRESIDENTE. Ma in questa logica, o per lo meno parzialmente nella logica in cui poneva le domande l'onorevole Fragalà, il modo in cui Andreotti "brucia" Giannettini con la famosa intervista giornalistica a Caprara non le sembrò singolare?

MALETTI. Mi sembrò molto singolare, per usare un termine molto blando.

FRAGALA’. Continuando sempre in questa logica, in questi temi, io le chiedo: lei ci può dire chi è che si recava spesso in Spagna per proteggere il comandante Borghese nei suoi spostamenti e chi lo accompagnò in Inghilterra per una missione?

MALETTI. No, mi dispiace, non ho elementi di risposta a questa domanda.

FRAGALA’. Lei si preoccupò, comunque, di avere delle informazioni del periodo in cui il comandante Borghese risiedette in Spagna.

MALETTI. Sì, il comandante Borghese venne avvicinato dal capitano Labruna durante una delle sue missioni - mi pare due - in Spagna, ma non furono ottenute informazioni di rilievo tramite il capitano Labruna dal principe Borghese, così come non ce ne furono da Delle Chiaie che anzi rifiutò sdegnosamente ulteriori contatti.

FRAGALA’. Le chiedo se lei ha mai saputo se durante questo periodo di soggiorno in Spagna del comandante Borghese lo stesso comandante fosse accompagnato da una donna che risultasse essere parente dell'onorevole Andreotti..

MALETTI. La cosa mi risulta nuova.

FRAGALA’. Generale, ancora una notizia: lei può dire alla Commissione se ha conosciuto la fonte Giannettini prima del 1969, a prescindere anche dal rapporto di servizio perché lei ha iniziato a guidare l'ufficio del Sid nel 1971?

MALETTI. No; ho conosciuto Giannettini - mi è stato presentato personalmente dal generale Gasca Queirazza - nel giugno del 1971 come fonte confidenziale diretta del capo del reparto.

FRAGALA’. Signor generale, chi è che le ordinò di tenere all'oscuro i suoi superiori delle informative Gìannettini?

MALETTI. Potrebbe spiegarmi meglio questa domanda?

FRAGALA’. Desidero sapere se lei, come risulterebbe a me, naturalmente dalla pubblicistica e da atti processuali, avrebbe tenuto all'oscuro i suoi superiori, quindi il generale Miceli, ed eventualmente anche i suoi superiori politici, delle informative Giannettini. Se questo è vero, chi glielo ordinò?

MALETTI. No, io non ho tenuto all'oscuro il mio capo servizio delle informative Giannettini, non ho avuto direttive politiche e, d'altra parte, non avevo contatto con uomini politici se non con quelli ai quali ho già fatto riferimento prima: con Andreotti e con Forlani.

FRAGALA’. Ancora un altro problema: nell'interrogatorio reso ai giudici di Catanzaro, Migliaccio e Lombardi, quelli che indagavano come giudici istruttori sulla strage di piazza Fontana, lei, signor generale, disse di non essere a conoscenza della vera identità di Marco Pozzan e di Mario Zanella. Lei poco fa ha risposto in un certo modo; mi vuole chiarire questo aspetto di quella sua deposizione di allora?

MALETTI. L'aspetto della deposizione di allora era un aspetto puramente difensivo; la verità è quella che ho detto adesso, poco fa.

FRAGALA’. Giannettini ha ammesso di essere stato strumentalizzato, prima in un senso e poi nell'altro, come falso scopo per coprire responsabilità precise del potere politico, non in relazione ai fatti del 1969 ma in relazione a quelli del 1971-1973. Dagli interrogatori del generale Miceli e dell'ammiraglio Henke del gennaio 1976 è risultato che fino al 1974 il Sid si rifiutò di collaborare con gli inquirenti per ordine del Governo. Io le chiedo: lei ebbe anche ordine del Governo, e quindi del referente politico che lei adesso dirà, nel senso del rifiuto nei confronti del Servizio di collaborare con gli inquirenti?

MALETTI. No, non ho avuto richieste o ordini da parte di personaggi politici nella materia. Il generale Mino, per conto dell'onorevole Andreotti, mi chiese se il Giannettini fosse un elemento del Servizio, un informatore, cosa che confermai al generale Mino; dopodichè non seppi se il generale Mino avesse detto o dato questa notizia all'onorevole Andreotti. Ritengo comunque di sì.

PRESIDENTE. Mi scuso con il collega Fragalà dell'intrommissione ma tornando al problema di Pozzan lo prendo atto di quello che lei, generale Maletti, ci ha detto oggi che, diciamo così, va al di là della tesi difensiva, per la verità non molto verosimile, che fu data a Catanzaro. La domanda che le pongo è questa: nel rapporto costi-benefici per la sicurezza dello Stato, aver fatto andare Pozzan in Spagna per avere maggiori informazioni su Borghese e nello stesso tempo aver rese, per così dire, più difficili le indagini sulla cellula padovana, non le sembra almeno oggi sia stata una decisione sbagliata, cioè che sarebbe stato più importante consentire che Pozzan potesse dire quello che sapeva sulla cellula ordinovista, anzichè mandarlo in questa missione in Spagna che poi si è rivelata fallimentare, visto che sfuggì al maresciallo che lo doveva accompagnare?

MALETTI. Secondo il capo centro Padova ed il capitano Labruna, Pozzan non aveva dei rapporti, delle notizie di particolare importanza, da fornire sui suoi rapporti con la cellula veneta ed in particolare con la preparazione della strage di piazza Fontana. L'averlo inviato in Spagna avrebbe potuto invece aprirci qualche nuovo canale di informazione sulla eversione di destra. A posteriori, come lei dice senatore, certamente è stato un errore, me ne pento amaramente.

FRAGALA’. Lei ha saputo che il senatore Andreotti, quando fece questo salto della quaglia o scelta di campo diversa di 180 gradi da destra verso sinistra, diede delle indicazioni ai Servizi per ricreare nel paese una certa tensione sulla cosiddetta unità antifascista?

MALETTI. No, non mi risulta che questa indicazione sia stata data ma, ripeto, i contatti dell'autorità governativa avvenivano direttamente con il caposervizio e non con il capo del reparto D.

FRAGALA’. Il 13 luglio del 1974 lei, signor generale, allerta i membri del controspionaggio chiedendo: "azioni di vigilanza nei confronti del Fronte nazionale e Ordine Nuovo, aderenti al Nar e a Nuova Repubblica, vista possibilità atti eversivi su scala nazionale nel periodo 10-15 agosto 1974". Lei scrive che quanto sopra non deve essere segnalato ad Arma militare e Pubblica Sicurezza. Innanzitutto, le chiedo che tipo di consistenza avessero questi risultati di attività di intelligence, e poi naturalmente le chiedo perché lei, nella sua qualità, riteneva di non allertare né l'Arma militare né la Pubblica Sicurezza, cioè né i carabinieri, né la polizia, che si chiamava allora Pubblica Sicurezza.

MALETTI. Le informazioni ricevute, che mi avevano messo in guardia circa la possibilità di tentativi di golpe, di sovversione violenta, nel periodo 10-15 o 18 agosto erano di fonte di infiltrati nell'estrema destra extraparlamentare. Queste notizie comunque dovevano essere prese con cautela perché, stranamente, nei due anni precedenti, proprio in occasione del ferragosto, c'erano state simili segnalazioni che poi si erano rivelate false, non avevano avuto seguito. Era un po' come la questione dell'allarme, della segnalazione della bomba sull'aereo, eccetera, che poi si rivela insussistente. Non aver allertato l'Arma dei carabinieri e la polizia significava che non era ancora il momento, cioè che la notizia non era ancora così matura da distogliere o far distogliere l'attenzione dell'Arma e della polizia da altri compiti istituzionali, e che ci si sarebbe riservati in seguito, caso mai, di informarle.

FRAGALA’. Quindi, mi corregga se sbaglio, queste informazioni che venivano dagli stessi ambienti di infiltrati nell'estrema destra erano considerate dal servizio talmente inconsistenti che non valeva la pena non solo di farne verifica ma addirittura di allertare i Servizi di Sicurezza territoriali. Se ne è parlato anche prima, nel luglio del 1976 l'allora onorevole Andreotti accusò il generale Miceli di avergli fornito false informative su Giannettini e, come lei sa, il generale Miceli rispose di aver fatto da tramite tra palazzo Chigi e il Sid. Vuole chiarirci in dettaglio questo aspetto?

MALETTI. Prima di tutto rispondo alla sua valutazione sull'inconsistenza delle notizie avute da una fonte, o più fonti, di estrema destra. Queste notizie erano ancora incerte, non erano del tutto insussistenti, avevano un certo interesse e avrebbero dovuto essere confermate; cosa che poi avvenne. Ma non ci fu il golpe di ferragosto, come non c'era stato l'anno prima e due anni prima.

Per quanto riguarda invece la seconda parte della sua domanda, o meglio la sua domanda vera e propria, lei ha detto che il senatore Andreotti...

FRAGALA’. Ho detto che il senatore Andreotti accusò nel luglio 1976 il generale Miceli di avergli fornito false informative su Giannettini e Miceli rispose di aver fatto da tramite tra palazzo Chigi e il Sid.

MALETTI. A me sembra strano che il generale Miceli abbia risposto di aver fatto da tramite tra palazzo Chigi e il Sid perché lui stesso "era" il Sid e quindi era l'uomo che prendeva le notizie, a meno che non intendesse dire che faceva tramite tra il reparto D e il Palazzo Chigi, ma questa mi sembra oltretutto un'illazione a mio sfavore, quindi non la considererei. Può darsi che il generale Miceli abbia fornito false informative, questo è possibile, ma non so sulla base di quali altre notizie se non quelle fornite da me, e le informative che io avevo fornito sul Giannettini non erano false.

FRAGALA’. Signor generale, mi permetta di non essere d'accordo sulla valutazione che lei ha fatto della mia valutazione, perché non è credibile che un ufficiale della sua fama e della sua preparazione professionale, a capo di un servizio di quel tipo, aspettasse di veder verificata la fonte o la notizia nel momento in cui si realizzava il golpe di agosto; perché lei ha detto così.

MALETTI. No, no, no.

FRAGALA’. Allora vorrei che lei correggesse questa valutazione, cioè io ho chiesto come mai - a meno che voi non aveste avuto conferma della infondatezza o della assoluta irrilevanza della notizia e della fonte - non avete allertato le autorità di sicurezza territoriali. Se lei mi risponde: perché poi non si è realizzato il golpe di agosto, questa non è una risposta. Io credo di aver capito bene o ho capito male?

MALETTI. Lei ha capito bene, mi sono forse espresso male io. Bisogna tener presenti le date: la data dell'arrivo di questa segnalazione è il 13 luglio, se non mi sbaglio; la data alla quale sarebbe dovuta partire l'azione era il 10 agosto. Nel frattempo contavo di poter raccogliere delle notizie che avrei confermato ovviamente prima dell'inizio della "marcia" o che non avrei trasmesso in quanto la cosa non avrebbe più interessato i carabinieri.

FRAGALA’. Torniamo al problema di Marco Pozzan di cui lei adesso ci ha dato delle notizie confermative di una certa situazione. Lei ricorda che Marco Pozzan, accusato di strage a Catanzaro, venne rimpatriato dalla Spagna senza ricorrere, a differenza di tutti gli altri fuoriusciti, contro il provvedimento di estradizione richiesto dal Viminale. Marco Pozzan stranamente aderì all'estradizione e non si oppose, cosa che avevano fatto tutti gli altri fuoriusciti nessuno escluso.

Inoltre, la magistratura spagnola considerò quel reato di associazione sovversiva come un reato politico per cui, tornando in Italia, Pozzan non avrebbe potuto essere processato per piazza Fontana.

Ora lei ha disvelato alcuni aspetti del problema Pozzan. Le chiedo una risposta concreta nel senso di sapere se egli era un dipendente di Labruna infiltrato tra i cosiddetti camerati all'estero e quindi era stato mandato all'estero come dipendente del suddetto Labruna per infiltrarsi tra i fuoriusciti della sovversione di destra all'estero.

MALETTI. Pozzan era stato inviato all'estero allo scopo da lei citato poco fa ma non era un dipendente di Labruna. Pozzan avrebbe dovuto riferire tramite un sistema di comunicazione con il capitano Labruna del Centro di Padova man mano che avesse avuto notizie ma, ripeto, non era un dipendente di Labruna.

FRAGALA’. Ancora sull'argomento di piazza Fontana vorrei sapere in quali rapporti era con l'allora giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio e che tipo di collaborazione - se esisteva - gli prestava e comunque quali erano i vostri rapporti.

MALETTI. Incontrai D'Ambrosio il 24 agosto 1974 al palazzo di giustizia di Milano dove ero stato convocato da Roma, per deporre sulle vicende della strage di piazza Fontana.

Con il dottor D'Ambrosio c'era il dottor Alessandrini e l'interrogatorio durò all'incirca l'intero pomeriggio, fu molto cordiale e quella fu l'ultima volta in cui vidi D'Ambrosio. Mi sembra la prima e l'ultima. 0, meglio, c'è stato un altro interrogatorio notturno a Milano qualche mese dopo, credo ad ottobre dello stesso anno.

FRAGALA’. Le chiedo: in una deposizione Mario Zagari disse di aver parlato del caso Giannettini a Rumor dopo averlo appreso da Gerardo D'Ambrosio. Il 12 luglio 1973 il generale Miceli rispose a D'Ambrosio opponendo il segreto politico-militare sull'appartenenza del Giannettini al Sid. L'8 giugno 1974 Andreotti in un'intervista a "II Mondo" disse che era stato un grave sbaglio non rivelare l'appartenenza del Giannettini al Sid aggiungendo che per decidere questo vi fu un'apposita riunione politica.

Il 14 giugno 1974 D'Ambrosio arrivò a Roma per ascoltare Andreotti il quale ammise che la riunione c'era stata. lnnanzitutto le vorrei chiedere se, come sostiene Zagari di avere appreso da Gerardo D'Ambrosio del caso Giannettini e di averne parlato a Rumor, il dottor D'Ambrosio apprese di Giannettini da lei.

MALETTI. Non so se il dottor D'Ambrosio abbia appreso del Giannettini da me, ma ritengo che D'Ambrosio ne fosse a conoscenza già da prima. Stiamo parlando dell'agosto del 1974, al momento del mio interrogatorio, mentre le vicende di cui lei parlava risalgono al giugno o al massimo al luglio di quell'anno. Immagino che D'Ambrosio abbia avuto notizia della qualità di fonte dei servizi del Giannettini dal ministro Andreotti.

FRAGALA’. Non da lei ma dal ministro Andreotti, quindi. Lei sa dire alla Commissione di quest'apposita riunione politica di cui parla Andreotti nell'intervista a "II Mondo", circostanza confermata sul piano giudiziario da Andreotti al dottor D'Ambrosio il 14 giugno 1974? Vorrei sapere se, secondo lei, questa riunione ci fu e se si svolse prima o dopo il 7 luglio del 1974. Le date sono importanti.

MALETTI. Purtroppo anche se le date sono importanti non ricordo questo fatto. Non posso affermare che sia stato prima o dopo il 13 luglio di quell'anno. In ogni caso la riunione ci fu e me ne parlò lo stesso generale Miceli.

FRAGALA’. Ho parlato erroneamente del 7 luglio del 1974. In realtà stavo riferendomi al 7 luglio del 1973. L'8 giugno del 1974 l'onorevole Andreotti in un'intervista a "II Mondo" disse che fu un grave sbaglio non rivelare l'appartenenza del Giannettini al SID aggiungendo che per decidere ciò vi fu un'apposita riunione politica. Il 14 giugno 1974 il dottor Gerardo D'Ambrosio giunse a Roma per sentire Andreotti che ammise che tale riunione ci fu. La mia domanda era se quella riunione fu prima o dopo il 7 luglio 1973.

MALETTI. Non so se quella riunione sia avvenuta prima o dopo il 7 luglio 1973, ma ritengo che se fu data una risposta a D'Ambrosio in questa data e questa risposta era negativa, vale a dire, se si disse a D'Ambrosio che il Giannettini non era un informatore del Servizio, o per lo meno che si opponeva il segreto politico-militare su questa vicenda, ritengo che tale riunione sia avvenuta in precedenza. Alla riunione ricordo che parteciparono il Capo servizio, il Ministro della difesa e il Presidente del Consiglio dell'epoca.

FRAGALA’. Generale Maletti, lei ha svolto delle attività di intellígence sui finanziamenti dell'onorevole Mancini e di una parte del partito socialista a Lotta continua?

MALETTI. La risposta è negativa.

FRAGALA’. Lei ha fatto degli accertamenti sui rapporti tra l'allora onorevole Mancini e l'allora giudice Squillante?

MALETTI. No, non ho raccolto informazioni del genere e vorrei sottolineare che mi sono il più possibile astenuto dallo svolgere attività informative su personalità politiche.

FRAGALA'. Squillante non era una personalità politica, era un giudice.

MALETTI. Mi riferivo anche ai giudici.

FRAGALA’. Poco fa, rispondendo al senatore Pellegrino, sulla vicenda che vide cadere due dei personaggi dell'ambiente militare più vicini all'onorevole Moro, ha detto di aver nutrito dei dubbi sulla caduta concreta e non immaginifica del generale Mino. Siccome l'onorevole Marco Pannella il giorno dei funerali per le vittime di Monte Covello, vale a dire, del generale Mino e degli alti ufficiali dell'Arma dei carabinieri, fece una denuncia pubblica (Voce non distinguibile)…può fornire alla Commissione dei giudizi, delle valutazioni o addirittura delle informazioni su un episodio che politicamente proprio il giorno dei funerali Pannella disvelò come un fatto sicuramente doloso?

MALETTI. Ricordo queste rivelazioni di Pannella in quanto io stesso ero presente ai funerali del generale Mino e che tra i presenti si parlò di attentato mafioso. E’ stata una delle tante illazioni che sono state avanzate, come del resto si disse che poteva trattarsi di un incidente. comunque, non ho mai avuto informazioni concrete al riguardo.

PRESIDENTE. Riagganciandomi a questa sua risposta le chiedo se durante il periodo in cui dirigeva il reparto D dalle informative del servizio emersero mai elementi che potevano in qualche modo ricollegare ai nuclei eversivi elementi della criminalità organizzata? E’ una cosa che successivamente emerge con chiarezza mentre in quegli anni sembra un filone quiescente.

MALETTI. Non raccogliemmo notizie, infatti, all'epoca, circa i contatti tra criminalità organizzata e gruppi eversivi.

FRAGALA’. Mi riaggancio a questa domanda del presidente Pellegrino per dirle che in una fortunata perquisizione fatta dal giudice Priore presso l'abitazione privata del colonnello Cogliandro, che è anche stato un suo dipendente, per informative fornite quando già il suddetto colonnello era ufficialmente fuori dal servizio anche se continuava come collaboratore esterno a fornire notizie al capo del Servizio dell'epoca, in una di queste informative vi è l'indicazione di rapporti tra la mafia siciliana e terroristi libici che venivano usati dalla mafia per omicidi in cui c'era la necessità di non fare assolutamente individuare i responsabili a volto scoperto. Addirittura, in una di queste informative si dice che per l'omicidio del generale Dalla Chiesa può essere stato utilizzato questo metodo. Sto parlando di un fatto avvenuto cinque anni dopo ma che si riallaccia alla domanda precedente.

MALETTI. E’ una cosa di cui sento parlare adesso per la prima volta.

FRAGALA’. Signor generale, il capitano Labruna ha più volte affermato che fu lei ad indicargli la linea da seguire nel corso del processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana. Lei ha già risposto in parte a questa domanda dicendo che il capitano Labruna ha assunto un atteggiamento vendicativo nei suoi confronti. Ora le chiedo: questa circostanza nel concordare una linea difensiva comune, perché lei l'ha considerato un fatto talmente lesivo della sua reputazione da interpretare il movente nell'affermare queste cose da parte di Labruna nella vendetta, oltre che evidentemente in un giudizio negativo della personalità del Labruna?

MALETTI. lo ritengo che il capitano Labruna mi addebitasse, mi facesse carico di non essermi preso tutta la responsabilità dell'intera vicenda Pozzan e Giannettini e che non credo avrei potuto assumermi perché una buona parte della responsabilità era sua, come suggerimento di inviare Pozzan in Spagna: non era stata una mia idea quella. Inoltre il capitano Labruna diceva di avere degli speciali contatti con Andreotti, che io non avevo, e quindi affermava di poter sconvolgere l'intera linea difensiva con un intervento che non so quale sarebbe stato favorito dall'onorevole Andreotti. A quel punto, a processo in corso, un cambiamento della linea difensiva sarebbe stato certamente disastroso per tutti e due. Non è che le cose siano andate molto meglio, intendiamoci, ma chiaramente il Labruna, che era anche in uno stato di notevole nervosismo e di "perdita della memoria", come avevo detto, perlomeno temporanea, aveva bisogno di essere messo sul binario.

FRAGALA’. La ringrazio signor generale, ma in questo promesso intervento al Labruna da parte del senatore Andreotti faceva naturalmente la sua parte determinante la testimonianza del generale Malizia?

MALETTI. Questo non glielo so dire. Il generale Malizia l'ho frequentato pochissimo, l'ho visto ben poche volte e non ho idea di quali rapporti esistessero tra Andreotti e Malizia o tra Malizia ed altri imputati nella strage di Piazza Fontana, o perlomeno coinvolti.

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, quante domande ha ancora?

FRAGALA’. Nove signor Presidente.

PRESIDENTE. Allora direi di proseguire fino alle ore 13,30 e poi di interrompere. Per lasciare spazio anche agli altri membri della Commissione le chiederei di essere il più possibile succinto.

FRAGALA’. Va bene, signor Presidente. Signor generale, quando Pozzan fu ospitato in via Sicilia si incontrò con Guido Giannettini; ci sa dire perché?

MALETTI. Non sapevo che si fosse incontrato con Guido Giannettini.

FRAGALA’. Quindi il capitano Labruna, suo dipendente, non le ha mai rivelato questa circostanza determinante?

MALETTI. No, il capitano Labruna non solo non mi ha rivelato questa circostanza, ma neanche il fatto di essere andato ad accogliere Pozzan alla stazione e di aver avuto come compagno in quell'incontro il Giannettini, anzi il Fachini.

PRESIDENTE. Signor generale, è documentalmente provato e agli atti della Commissione che almeno nell'immediato dopoguerra nella sede di via Sicilia lavorassero insieme agenti. del servizio italiano e agenti del servizio americano, cosi come abbiamo saputo che è documentalmente provato che agenti del servizio americano lavoravano nel commissariato di Castro Pretorio. Questo avveniva anche all'epoca della sua direzione del reparto D?

MALETTI. Non mi risulta.

FRAGALA’. Quindi il capitano Labruna aveva una tale capacità operativa autonoma da poter addirittura ospitare nella sede del servizio in via Sicilia, quindi naturalmente in una condizione di visibilità e di pericolosità estrema per tutti sia un personaggio come Pozzan appena rientrato che un personaggio come Guido Giannettini. E’ possibile?

MALETTI. E’ possibile perché il capitano Labruna, come comandante del nucleo operativo diretto, aveva una notevole latitudine di iniziativa operativa. Per quanto riguarda la scelta del ricovero del Pozzan, non c'era un gran che da scegliere, si trattava di via Sicilia o di un altro appartamento vicino alla Fontana di Trevi di cui disponeva il servizio.

PRESIDENTE. Non vorrei ricordare male, ma la sede di via Sicilia era una sede coperta intestata ad un gladiatore, a tal Colantuoni. Questo le risultava?

MALETTI. Non ricordo a chi fosse intestata, ma sapevo che era una sede coperta, come era una sede coperta quell'appartamento al quale ho fatto cenno adesso, dove tra l'altro io stesso ho ricevuto vari visitatori importanti, tra cui il senatore Boldrini.

FRAGALA’. Signor generale, in un suo appunto del 21 marzo 1974 si fa accenno a un certo Sorrentino. Può dirci la vera identità di costui?

MALETTI. Mi dispiace ma non mi ricordo neanche il nome di questo signore.

FRAGALA’. Cosa sa sulla compilazione della famosa velina del 16 dicembre 1969 sulla strage di piazza Fontana?

PRESIDENTE. Per memoria della Commissione, la velina di cui abbiamo parlato a lungo in Commissione che vedeva una pista anarchica e faceva i nomi di Delle Chiaie, della Aginterpress, ci si è domandati a lungo se fosse un parziale depistaggio o la prova in realtà che la pista di destra fosse già nota all'epoca al servizio.

MALETTI. Mi dispiace, ma non ricordo questa velina del 1969.

FRAGALA’. Signor generale, le dico anche un'altra cosa, vediamo se lei si ricorda, perché probabilmente l'intervento del Presidente, che ha riportato alla memoria della Commissione una serie di circostanze dei nostri lavori, magari ha obnubilato la sua su un altro aspetto. Noi adesso continuiamo ad acquisire, dopo il crollo del muro di Berlino, dopo la fine del Partito comunista in Italia che si è trasformato in Pds, dopo la polverizzazione di tutti gli esponenti dei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra, dalle Br a Potere operaio, a Lotta continua, eccetera, che sono andati in tanti posti; cominciamo ad acquisire l'arresto di Sofri per Calabresi, eccetera; cominciamo ad acquisire delle notizie interne a quei fatti. Per esempio, non so se lei l'ha saputo dalla stampa italiana, qualche anno fa in una trasmissione radiofonica che si chiama Videomusic il capo storico delle Br, Renato Curcio, ha rivelato che le Br fecero un'indagine interna ai gruppuscoli extraparlamentari sia per la strage di piazza Fontana, sugli autori e le responsabilità, sia per il suicidio di Pinelli, arrivando alle conclusioni che nella strage di piazza Fontana la pista di sinistra non era peregrina, per usare un eufemismo, la pista degli anarchici non era peregrina e che Calabresi non c'entrava nulla nel volo del Pinelli dalla questura di Milano, bensì Pinelli, nei pochi minuti che lo lasciarono solo, era stato travolto dal rimorso e si sarebbe buttato giù da quella finestra. Adesso Sofri dal carcere lancia segnali su frodi processuali e depistaggi ai danni di Fioravanti e Mambro per la strage di Bologna, scrivendo articoli sul settimanale "Panorama" - non so se lei lo ha letto - e sul quotidiano "II Foglio". Quindi cominciano a venire a galla un certo mondo e certe informazioni che prima, per una certa fratellanza a sinistra, erano proibite e non sarebbero mai potute uscire. Ora, su questa velina di cui le parlo, questa del 16 dicembre 1969 sulla strage di Piazza Fontana, evidentemente avere la verità sulla sua compilazione da parte del servizio sarebbe un'acquisizione enorme per i lavori di questa commissione, perché naturalmente ci darebbe una chiave di lettura per tanti fatti che poi sono stati anche, per motivi di propaganda politica o di competizione ideologica, adulterati, obliterati, cancellati, rimossi, e via dicendo. Lei su questa velina non ha mai assunto nessuna informazione in diretta; lei non era a capo del servizio. Quando è diventato capo del servizio, nel 1971, rispetto a questa velina del 1969 lei l'ha letta? Questa è la mia domanda.

MALETTI. E’ passato un quarto di secolo, quasi, e di veline ne ho avute veramente tante, importanti come quelle di piazza Fontana, di cui non mi ricordo assolutamente il contenuto, e meno importanti. Quindi con la miglior buona volontà non le posso dare una risposta.

FRAGALA’. La ringrazio. Lei in un suo appunto del 1973, proprio quando il giudice D'Ambrosio insisteva per conoscere la fonte di quell'appunto, lei scrisse: "Questione Santoni-Tanzilli si mette in modo pericoloso". cosa voleva significare?

MALETTI. Santoni era uno dei capicentro del gruppo centri di controspionaggio di Roma e l'altro, Tanzilli, chi era?

FRAGALA’. Sì. Gerardo D'Ambrosio, allora giudice istruttore di quella inchiesta, insisteva per conoscere la fonte di quell'appunto e lei scrisse "Questione Santoni-Tanzilli si mette in modo pericoloso". cosa voleva significare?

MALETTI. Non so che cosa volesse significare perché un appunto, un'annotazione a fianco ad una segnalazione non me la ricordo neppure. Non so esattamente quale fosse il rapporto tra Santoni e Tanzilli. Queste cose, purtroppo, non rimangono attaccate alla memoria molto a lungo.

PRESIDENTE. Tornando al problema della velina, preso atto che lei non ne serba memoria dopo tanti anni, ma dell'Aginter Press può dirci niente? Dei rapporti tra la Aginter Press e Delle Chiaie, fra la Aginter Press e Merlini, almeno in termini di verosimiglianza, che cosa era agli atti del servizio, a conoscenza del servizio, allora, di questa cellula estera e che ruolo può aver avuto sulle vicende italiane?

MALETTI. Senatore, io parlo in termini di verità, non in termini di verosimiglianza e quando dico che non mi ricordo qualche cosa non me la ricordo, quindi anche sulla Aginter Press e sul ruolo di questa organizzazione nella eversione nazionale o meglio nella sovversione italiana, non posso aggiungere proprio niente a quello che immagino loro sappiano, più di me perché io non ho letto i documenti da 23-24 anni. La Aginter Press, poi, è stata oggetto di diversi rapporti dei centri di controspionaggio che dovrebbero essere agli atti. Più di questo io non posso fornire.

FRAGALA’. Signor generale, lei ci ha già detto che si incontrava con l'onorevole Boldrini. Questo è un interrogatorio di Labruna del 5 agosto 1984 alla commissione P2, nel quale Labruna riferisce, così come lei ha ora detto, che lei si incontrava riservatamente in una sede coperta con l'onorevole Boldrini, esponente del Pci di allora e questi incontri sono stati almeno per tre-quattro volte. Vuole rivelare adesso alla Commissione quali sono stati gli argomenti trattati tanto riservatamente con un esponente politico come Boldrini?

MALETTI. Nel 1974 - o 1975, non mi ricordo esattamente - in seguito alle voci e alle informazioni ricevute della possibilità di un golpe di ferragosto, il Partito comunista doveva aver avuto qualche sentore di qualcosa che bolliva in pentola, per cui l'ammiraglio Casardi su richiesta, ritengo, del senatore Pecchioli mi incaricò di prendere contatti, o meglio di essere io l'uomo di contatto con un esponente del Partito comunista che lo ritenevo essere Pecchioli. Siccome avevo conosciuto il senatore Boldrini precedentemente, per un fatto di relazioni sociali, immagino che sia stata una scelta del Partito comunista di inviare il senatore Boldrini a parlare con un elemento del servizio, che ero io. L'incontro fu uno, non tre o quattro, si svolse a via degli Avignonesi a Roma e l'argomento fu questo: Boldrini mi chiese notizie sulla verità, la realtà, la probabilità di un colpo di Stato militare nel breve termine. Io diedi le più ampie assicurazioni a Boldrini che non ci risultava più nulla del genere, che il cosiddetto "golpe di ferragosto" non era mai stata una cosa seria o che era rientrato, ma non avevamo altre notizie, e questo fu il mio colloquio con Boldrini, con il quale bevemmo un paio di whisky, dopodichè ciascuno andò per la sua strada.

FRAGALA’. Signor generale, rispetto a quanto lei adesso ci dice di un incontro tra conoscenti o tra amici che bevono un bicchiere di whisky, il capitano Labruna rispondendo alla Commissione P2 sostiene che lei diede incarico al Labruna di organizzare un servizio di sicurezza all'esterno dell'edificio nel quale si svolgevano i colloqui fra il generale Maletti e l'onorevole Boldrini, tutto ciò per tre o quattro volte e poi, dice naturalmente il capitano Labruna, ovviamente dato il livello degli incontri ignoravo ed ignoro il contenuto dei colloqui. Ciò significa che addirittura questi incontri furono sottolineati da un servizio di sicurezza, questo lei lo conferma, all'esterno dell'edificio?

MALETTI. Credo che ci sia una notevole dose di esagerazione in questo rapporto del capitano Labruna. Il servizio di sicurezza consisteva nel fatto che un sottufficiale stava fuori della porta dell'appartamento e un altro sottufficiale stava all'ingresso della casa. Gli incontri in realtà sono un incontro e questo particolare incontro durò circa un'ora. Un'ora, forse, non di più. Sono poi convinto che a questo incontro sia stato presente, nella stessa stanza nella quale ebbe luogo, anche lo stesso Labruna.

FRAGALA’. La ringrazio. In uno dei suoi appunti sequestrati - è questo che le mostro in fotocopia - si legge: "Avanguardia nazionale organismo eversivo così come Lotta continua da Lotta continua per arrivare ad Avanguardia nazionale". Che cosa significa?

MALETTI. Qui c'è scritto "partire da Lotta continua per arrivare ad Avanguardia nazionale". Non ho idea di che cosa si parlasse il 2 febbraio del 1973 e che cosa significasse questo passaggio da Lotta continua ad Avanguardia nazionale.

PRESIDENTE. Può esserci il riflesso di una cultura dell'epoca: per lungo tempo le forze di sinistra non riuscirono a misurarsi in termini di autocoscienza con la sinistra estrema. Si diceva "le sedicenti brigate rosse", si aveva l'idea che si trattasse di gruppi in realtà di destra e che agissero in funzione provocatoria. Può essere questa la traccia?

MALETTI. Potrebbe essere questa l'interpretazione.

FRAGALA’. Signor generale, il capitano Labruna ha dichiarato di averle trasmesso un rapporto ricevuto dal giornalista Guido Paglia. Paglia ha smentito, documentando la falsa attribuzione di quel documento; cosa può dirci al riguardo? Le risulta che le notizie attribuite a Paglia erano state riferite in un appunto precedentemente trasmesso dal servizio dall'agente Giannettini (questa è la dichiarazione giudiziale di Guido Paglia)?

MALETTI. Io qui a pagina 170 del fascicolo avevo scritto "non ricordo che Labruna mi abbia consegnato una relazione di Guido Paglia sul ruolo svolto da Avanguardia nazionale nel golpe Borghese". L'avevo già detto anche prima, credo, se l'avessi avuto, avrei fatto utilizzare questo documento per il famoso malloppone.

FRAGALA’. Ma a lei risulta che le notizie attribuite a Paglia fossero già state riferite in un appunto precedentemente trasmesso al servizio dall'agente Giannettini? Questo le risulta?

MALETTI. Oggi no; allora forse sì.

FRAGALA’. La ringrazio. L'8 luglio 1974, a seguito di un rapporto del tenente colonnello Condò, si ebbe notizia di un complotto ordito da Sogno, Pacciardi, Spiazzi, Fumagalli e ambienti massonici; nessun elemento del Fronte nazionale a eccezione di Orlandini, che però da tempo era stato allontanato da quel movimento, apparve coinvolto in quella cospirazione. Le indagini portarono alla individuazione della Rosa dei venti e alle presunte responsabilità dei soprannominati più il generale Ricci. come si giunse a unificare queste indagini in un solo rapporto che comprendeva anche il cosiddetto golpe Borghese? Perché il 16 settembre 1974 fu trasmesso alla magistratura un unico dossier che diede poi origine a un solo giudizio, quello conosciuto come processo Borghese? Quale concreta relazione avevano i due ultimi episodi con quello dell'8 dicembre 1970?

MALETTI. Questa è una domanda piuttosto lunga. Non conosco il tenente colonnello Condò, che non era alle mie dipendenze. Il rapporto che riuniva queste informazioni venne compilato sulla base non tanto di rapporti singoli precedentemente ricevuti; in poche parole, non era un mosaico di vari rapporti ricevuti da diverse fonti. Era il risultato di accertamenti, di attività informativa svolta come detto precedentemente dal tenente colonnello Romagnoli e dal capitano Labruna, quindi venne tutto riunito in un solo documento di una ventina di pagine, se non mi sbaglio, che poi la magistratura avrebbe esaminato nei suoi vari filoni.

FRAGALA’. Quindi lei non si è posto il problema del come mai due fatti assolutamente diversi, distanti, senza nessuna connessione né probatoria né soggettiva, direbbero gli operatori di diritto - erano persone diverse e non c'era connessione di prova fra i due fatti - furono riuniti in un solo rapporto e quindi determinarono un solo processo? Lei non si è mai posto questo problema?

PRESIDENTE. Ma un servizio non fa polizia giudiziaria, quindi loro fanno l'unico rapporto da cui sarebbero potute nascere poi diverse indagini giudiziarie.

MALETTI. I fatti non c'entravano niente l'uno con l'altro, sì, però erano sempre fatti di eversione di destra che erano presi globalmente e che la magistratura avrebbe poi indagato.

FRAGALA’. Prendo atto della risposta e la ringrazio. L'ultima domanda: tra i suoi appunti - le do la fotocopia dell'appunto - ne risulta uno datato settembre 1974: in esso si legge di un nucleo eversivo riunitosi a Roma e della fallita cattura di Delle Chiaie. Ricorda se in quello stesso mese Nicoli, collaboratore del servizio, fosse stato da voi incaricato di promuovere una riunione di esponenti del fronte nazionale per facilitare la loro cattura? E ricorda quale fosse la missione in Toscana affidata dal servizio a Degli Innocenti? Sono due domande.

MALETTI. Ricordo benissimo la parte romana dell'argomento, che cioè Delle Chiale, segnalato come in arrivo nel Lazio settentrionale, nella zona di Viterbo, avrebbe potuto essere catturato con un'azione di polizia giudiziaria che stranamente fallì. Ricordo anche che l'informatore Tino Nicoli da La Spezia venne chiamato a Roma dal servizio per poter partecipare a quella riunione e in quella particolare riunione un nostro informatore, oltre a Nicoli, avrebbe dovuto avere una funzione essenziale, cioè quella di registrare tutto quello che si andava dicendo in questa riunione-colazione. come avevo detto prima, all'inizio di questa riunione, il sistema di intercettazione non funzionò quindi non ottenemmo alcun risultato; questo avveniva ai primi di settembre del 1974, quindi le due cose furono purtroppo fallimentari. Delle Chiaie fuggì, probabilmente informato da qualcuno che non sono riuscito ad individuare e non posso neanche riuscire ad ipotizzare.

FRAGALA’. E quale fosse la missione in Toscana affidata dal servizio a Degli Innocenti?

MALETTI. No, questo non me lo ricordo, ma era quasi certamente una missione di contatto con elementi eversivi anche in quella zona.

PRESIDENTE. Signor generale, lo capisco il suo riserbo, la Commissione però non tende tanto ad individuare responsabilità personali, quanto un complesso di responsabilità anche istituzionali. Mi sembra che dalle cose che lei dice traspaia il sospetto che queste frange eversive continuassero a godere di protezione di tipo istituzionale, per cui qualche fallimento potrebbe essere stato voluto; questo emergeva dal complesso della sua dichiarazione.

MALETTI. Esattamente, signor Presidente. Il fallito funzionamento delle intercettazioni, secondo me, è da addebitare ad una voluta manomissione del sistema di intercettazione perché quando lo si voleva far funzionare funzionava. La cancellazione di una parte del nastro o meglio la mancata audizione della parte del nastro che l'onorevole Andreotti doveva ascoltare, anche quella mi è sembrata molto sospetta, perché non è possibile che proprio nel momento più bello, diciamo, quando l'attenzione era desta incominciassero quei vuoti che si sono poi prolungati fino all'ultimo.

Per quanto riguarda Delle Chiaie ho l'impressione che ci sia stato qualcosa da parte dell'Arma territoriale. Non sono del tutto sicuro che elementi dei carabinieri non abbiano informato qualcuno che a sua volta abbia informato Delle Chiaie.

PRESIDENTE. Va bene, possiamo interrompere e fare una breve colazione; riprenderemo presto perché il generale vuole essere libero entro stasera, quindi dopo la colazione riprendiamo, verso le ore 15,30 o anche le 15,00 se siete d'accordo. Siamo d'accordo per le ore 15,00? Per lei va bene? Il generale ha espresso il desiderio di finire oggi pomeriggio quindi andiamo incontro ad un suo desiderio.

(L'audizione è sospesa dalle ore 14,00 alle ore 15,15)

                                                                       

                                                                       SECONDA PARTE

 

CORSINI. La ringraziamo per la disponibilità a questo incontro e vorrei procedere ad una serie di domande in ordine ad ambiti, fasi e vicende tra loro differenziate. La prima, per tornare al tema di Gladio, immagino che lei ormai abbia avuto modo, attraverso la stampa italiana, di apprendere alcuni o i nominativi dei cosiddetti gladiatori, che nella loro consistenza ufficiale, ammontano a seicentoventidue unità. Lei ne ha conosciuto personalmente qualcuno? Io potrei farle un elenco di alcuni nominativi per valutare se lei è in grado di fornire qualche indicazione su questi personaggi, sulla loro possibile appartenenza o una loro possibile gravitazione verso l'organizzazione Gladio. Alcuni sono nominativi molto noti, altri invece di secondaria rilevanza; per esempio Gianfranco Bertoli, Gianni Nardi, Sandro Saccucci, Vincenzo Vinciguerra, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Massimiliano Fachini, Stefano Delle Chiale, Aldo Semerari, Paolo Signorelli, Amos Spiazzi, Ivano Boccaccio, Marco Morin, Manlio Portolan, Enzo Maria Dantini; sono personaggi che peraltro ricorrono nelle cronache e nelle vicende che attengono a progetti eversivi. Secondo lei sono in qualche misura riconducibili a Gladio, lei ha notizie circa questi personaggi? Allorchè lei occupava il suo incarico ha avuto modo di condurre indagini su di loro, di fare verifiche?

MALETTI. Sì, su una parte di questi individui che lei ha citato ho avuto modo di fare o meglio di far fare degli accertamenti; venivano in parte contattati da elementi dei centri di controspionaggio, ma queste indagini non hanno mai avuto a che fare con la loro appartenenza eventuale a Gladio. Escluderci che Spiazzi sia stato membro di Gladio perché era un ufficiale in servizio permanente e non penso fosse ammessa la partecipazione di ufficiali in servizio permanente effettivo a Gladio. Degli altri, sapendo che una buona parte dei cosiddetti gladiatori - da quanto ho letto recentemente - erano persone senza precedenti sia politici che penali di rilievo, credo che nessuno di questi che lei ha citato abbia mai appartenuto a Gladio, ma non è una certezza.

CORSINI. Mi permetto di fare altri nomi, questi senza dubbio molto noti: per esempio Marco Affatigato, Enzo Erra, Valerio Fioravanti, Mario Tuti; anche su questi le è capitato di fare degli accertamenti, di ricevere rilievi, verbali al di là del fatto che possano essere o meno riconducibili - ammesso che a lei risulti - a Gladio; ha avuto modo di fare delle ricerche su queste persone?

MALETTI. Su tre di queste persone da lei citate sì, senza dubbio sono stati fatti degli accertamenti - ripeto - dal centri di C.S.; sulla quarta persona - Enzo Erra è un giornalista mi pare - sulla quarta persona, nessun accertamento è stato fatto.

PRESIDENTE. Per un chiarimento: purtroppo non abbiamo la trascrizione, in tempo reale, delle risposte che lei ha dato alle domande precedenti. Però, se ricordo bene, lei ha ritenuto, come è vero o per lo meno come è fortemente verosimile, che una frangia dell'eversione di destra fosse in qualche modo utilizzata e contattata da reti clandestine, in funzione anticomunista. Se lei esclude che ciò avvenisse attraverso Gladio, avveniva allora attraverso altre reti o si trattava di un contatto informale che non presupponeva l'appartenenza ad una struttura comunque formalizzata?

MALETTI. Ritengo che non fosse un contatto di strutture formalizzate, ma un contatto occasionale da parte di altri organi che si potevano valere di queste frange estremiste per scopi informativi.

PRESIDENTE. E questo basterebbe a giustificare la preoccupazione che poi si è avuta, nel tenerle comunque coperte o nell'impedire che le indagini giudiziarie andassero in quelle direzioni.

MALETTI. No, non direi che lo giustifichi; comunque io non credo di aver mai ordinato, come capo del reparto D del Sid, di bloccare eventuali indagini che venivano svolte a carico di elementi come quelli citati poco fa. La protezione data a Giannettini e gli aiuti dati a Pozzan rientrano in un altro ordine di idee.

PRESIDENTE. Non mi riferivo a lei, mi riferivo a quest'altro ordine di idee che traspariva da sue risposte precedenti.

MALETTI. Questo secondo ordine di coperture, di protezioni poteva indubbiamente essere dato per altri scopi da altri organi. Poteva; qui mi sbilancio a dire che è possibile che questo altro organo fosse l'ufficio Affari Riservati.

CORSINI. Sulla base delle sue conoscenze, che siano dirette o indirette, le persone che adesso le dirò erano in possesso di notizie su Gladio, e se sì a quale livello di conoscenze e attraverso quali canali? Sto parlando di due personaggi con i quali lei ha avuto rapporti, è stato in contatto per ragioni diverse: Licio Gelli e Carmine Pecorelli. Questi due personaggi hanno mai avuto occasione di parlarle dell'argomento, magari anche in forma del tutto indiretta? E a questo proposito, sulla base delle risultanze attuali di cui disponiamo su Gladio, lei può o riesce ad interpretare possibili accenni oscuri o trasversali che, al tempo, Gelli o Pecorelli potessero averle fatto?

MALETTI. No, direi di non poter citare alcun riferimento (non credo che ciò mi sia mai stato fatto) sia pure in maniera trasversale da parte di Gelli o Pecorelli ad azioni collegate all'esistenza di Gladio o all'esistenza stessa di questa organizzazione. Però devo dire - e questa è un'ipotesi - che sia Gelli che Pecorelli potevano essere a conoscenza di cos'era Gladio e di quali erano i suoi compiti.

CORSINI. Passerei adesso invece ad un altro personaggio e ad un altro problema. Lei ha avuto alle sue dipendenze Ambrogio Viviani, ora generale in congedo. come certamente saprà, o almeno in parte, Viviani si è distinto per una serie di dichiarazioni più o meno clamorose su vicende attinenti Gelli ma anche su altri eventi significativi: dichiarazioni rese in un libro e poi un'infinità di testimonianze alle autorità giudiziarie, interviste, trasmissioni televisive e così via. Lei è in grado, ammesso che ne sia a conoscenza, di esprimere commenti e valutazioni su questo aspetto e sulla caratterizzazione, in modo particolare, del generale Viviani?

MALETTI. Non ho seguito l'attività televisiva, pubblicistica e non ho letto il libro che lei dice che Viviani ha pubblicato o scritto. Per quanto riguarda il generale Viviani io ho avuto alle dipendenze come tenente colonnello capo della sezione controspionaggio subito dopo il tenente colonnello lucci e devo dire che l'ho molto preferito al tenente colonnello Iucci come capacità, serietà e come impegno e anche come lealtà. Il tenente colonnello Viviani, (ora credo generale di brigata o di divisione nella riserva) era anche ambizioso e quindi posso riferire questa sua produzione verbale, letteraria, scritta ad un desiderio di emergere.

(Voce fuori mícrofono).

MALETTI. Sì, si tratta dello stesso Iucci che poi è diventato comandante generale dell'Arma dei carabinieri.

CORSINI. Viviani afferma, nonostante in un primo tempo avesse negato questo fatto, di aver effettivamente aderito alla loggia massonica P2, ma di averlo fatto su sollecitazione del generale Santovito per svolgervi occultamente attività informativa. Sostanzialmente sarebbe stato un infiltrato. Dice anche che in un'epoca precedente, verso il 1972, e quindi in coincidenza con il periodo della sua direzione al reparto D, aveva svolto indagini su Gelli in relazione ai suoi contatti con elementi libici o ad altri comportamenti illeciti o sospetti. Lei ci può riferire qualche notizia in proposito? E ancora: lei ha conosciuto l'ammiraglio Martini e quale genere di rapporti ha avuto con lui? Può affermare che il Martini a quell'epoca, e cioè nei momenti in cui lei dirigeva il reparto D, fosse a conoscenza di Gladio e della sua attività? Le risulta che lo stesso Martini abbia mai conosciuto, a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, Licio Gelli? Ovvero sa di appartenenze massoniche in genere del Martini? E infine, è in grado di fornire ulteriori dati o informazioni che possano rivelarsi utili per definire a fini specifici alcuni aspetti dell'attività di Martini?

MALETTI. Non so se Viviani sia entrato nella loggia P2 su sollecitazione di Santovito, comunque se lo dichiara lui ... Non so neppure - non credo che la cosa risponda del tutto a realtà - se Viviani abbia condotto un'indagine specifica su Gelli, in connessione con sue relazioni con il Servizio libico o con i libici in generale. So tuttavia che Viviani fu incaricato di preparare una bozza di regolamento per le truppe paracadutistiche libiche nel 1972, su richiesta del generale Miceli. Per quanto riguarda la sua attività nei confronti di Gelli, mi sembra strano perché non sarebbe spettato a lui bensì al colonnello Genovesi dei carabinieri che dirigeva la prima sezione "sicurezza interna" del reparto D. Se Viviani ha fatto questa indagine la deve aver fatta traendo informazioni dalla prima sezione di Genovesi e senza informare me del particolare filone di interesse che lo conduceva a sovrapporsi in un certo senso a Genovesi. I miei rapporti con l'ammiraglio Martini sono stati contrassegnati da alti e bassi: non abbiamo avuto reciproche simpatie spiccate. L'uomo è molto efficiente, molto capace, certamente si è interessato di Gladio, ne conosceva l'esistenza anche perché le attività di Gladio rientravano nell'ambito di competenza, se non erro, del suo reparto, cioè il reparto R.S. a meno che non si trattasse di altro ufficio. Scusi c'è dell'altro?

CORSINI. Vorrei insistere un attimo su Martini perché in occasione del suo interrogatorio a Venezia lei afferma, a proposito dell'ammiraglio Martini: "I miei rapporti con Martini sono stati sempre piuttosto freddi; l'ho conosciuto nel 1971 quando giunsi al reparto D e mi risulta che aveva un rapporto privilegiato con Vito Miceli". Ritiene di poter aggiungere altri elementi o particolari sul conto di Martini? Per esempio le risultano suoi collegamenti con personalità politiche oppure sue appartenenze o connessioni con centri occulti di potere?

MALETTI. Non so se Martini avesse dei rapporti privilegiati con autorità politiche. Credo, tuttavia, che abbia visitato più di una volta uomini politici di spicco, non per motivi di interesse personale o politico ma, più che altro, in preparazione di queste personalità politiche (vedi il Ministro della difesa o il Ministro degli esteri) a riunioni ad alto livello Nato, in quanto Martini si interessava della cosiddetta minaccia, cioè della possibilità di attacco sovietico o del blocco orientale all'Italia. collegamenti con centri occulti? No, a parte la sua conoscenza di Gladio.

CORSINI. Martini ha ricoperto l'incarico di direttore del Sismi per un periodo molto lungo, forse il più lungo di tutta la storia dell'organismo, anche se avrebbe dovuto essere collocato in congedo da diversi anni. Può fare qualche collegamento su questo dato? E per quanto a lei è noto, si sono verificati ancora casi di così prolungato trattenimento in servizio in incarichi direttivi di così alto livello? Ritiene pertanto che in questa situazione, che ha avuto poi un ulteriore seguito con la sua nomina a consulente particolare del Presidente del Consiglio dell'epoca cioè l'onorevole Amato, esistono, come dire, elementi di anormalità: c'è una qualche anomalia in questa vicenda di un servizio così prolungato a questo livello?

MALETTI. Sì, indubbiamente questo lungo periodo nel Servizio in un incarico di vertice è anomalo. Qui formulo semplicemente un'opinione personale e cioè che è molto probabile che l'ammiraglio Martini abbia riscosso la fiducia di personalità politiche con le quali aveva un rapporto privilegiato: potrebbe darsi che fosse il Ministro della difesa o il Presidente del Consiglio dell'epoca. Martini era, per usare un termine che si adatta anche al suo tipo di forza armata, un navigatore, in poche parole conosceva quali rotte battere.

PRESIDENTE. Le risultava di un rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga?

MALETTI. Credo esistesse un rapporto privilegiato tra Martini e Cossiga che datava dal tempo in cui Martini era comandante dell'incrociatore Vittorio Veneto, se non sbaglio.

CORSINI. Per quanto a lei risulti noto nel periodo della sua permanenza in servizio, l'ammiraglio Martini si interessava alla struttura Gladio? Ha mai avuto occasione di parlargliene?

MALETTI. No, non ho mai avuto occasione di parlarne con Martini, ma so che si interessava della struttura di Gladio.

CORSINI. Cosa significa che si interessava? Faceva indagini, aveva rapporti diretti?

MALETTI. Si trattava, ritengo, di un rapporto di comando, di responsabilità nei confronti della struttura.

CORSINI. E ancora a proposito di Martini, è risultato che Licio Gelli nel corso di una sua testimonianza come parte lesa in un processo per diffamazione ha affermato di essere in rapporti, come dire, di solidarietà e di amicizia con Martini. Le risulta qualcosa in proposito?

MALETTI. No, è la prima volta che lo sento dire.

CORSINI. Passerei ora ad altri due problemi. Il primo riguardante Pecorelli, il secondo la strage di Peteano. Può riferire, anche magari entrando nel dettaglio, la storia della sua vicenda con il giornalista Pecorelli? Perché risulta che, in un certo periodo, Pecorelli le ha dimostrato una rigorosa avversione attraverso una ripetuta serie di forti attacchi a lei ed al suo operato pubblicati dall'agenzia O.P. Viceversa in un momento successivo la situazione pare mutare e tra lei e Pecorelli si instaura un rapporto, come dire, normale, all'apparenza più fluido. Sarebbe quindi utile una sua illustrazione circa tali aspetti.

MALETTI. Quando giunsi al Sid nel 1971 Pecorelli era veramente guardato come la pecora nera dal Servizio, almeno da una parte del Servizio cioè dal reparto D il cui precedente direttore Gasca Queirazza mi aveva messo in guardia contro contatti con Pecorelli. Mi aveva anche detto che Pecorelli era in stretto contatto con l'entourage Miceli ed in particolare con il tenente colonnello Cosimo Pace che era un elemento alle dirette dipendenze del generale Miceli. Pecorelli incominciò ad attaccarmi quasi immediatamente dopo la mia assunzione di tale incarico affibbiandomi vari soprannomi più o meno ironici, sgradevoli, facendomi capire tra le righe che mi minacciava, ed era quasi ricattatorio. Gli esperti di Pecorelli (perché c'era anche una categoria di esperti al Sid su questo genere di signori) mi hanno fatto capire che Pecorelli voleva essere impiegato come era già stato impiegato da qualche mio predecessore (non da quello immediatamente prima di me) e quindi avrebbe gradito anche essere pagato per le sue prestazioni. L'antipatia di Pecorelli, ritengo interessata, si prolungò fino al 1976 circa. In quell'anno, poco dopo il mio rilascio dal carcere di Catanzaro, il generale Mino, comandante generale dell'Arma dei carabinieri con il quale ero in rapporti di amicizia ed a breve distanza "geografica" (abitavamo quasi nello stesso quartiere), mi chiese se avessi per caso voluto fare la conoscenza di Pecorelli perché, a suo parere, questa specie di guerriglia che si era instaurata tra di noi era nociva. A me certamente non fruttava, così come neanche a Pecorelli. Allora io dissi incontriamolo senz'altro e ci incontrammo a casa del generale Mino. Pecorelli fu particolarmente cordiale con me e mi disse semplicemente: "guardi io non ho mai creduto alla sua colpevolezza, però le devo dire francamente che la considero un fesso". Il che mi ha fatto molto onore perché essere considerato fesso da Pecorelli voleva dire per lo meno non essere considerato un disonesto. Pecorelli venne a trovarmi tre, quattro e anche più volte a casa, mi invitò una volta a cena a casa sua con mia moglie; fu sempre cordiale nei miei confronti senza peraltro chiedermi notizie che potessero ricondurre al Sid. I suoi incontri erano più che altro incontri di sfogo; si lamentava di terribili mal di testa, qualche volta cadeva addormentato sul sofà di casa mia, con mia sorpresa, perché si era imbottito di pillole contro l'emicrania. Quando Pecorelli venne assassinato nel 1979, io lo seppi dal capitano Labruna che mi telefonò verso le otto o le nove di sera e mi disse appunto che Pecorelli era stato trovato ucciso accanto al suo ufficio. Non ho avuto altri rapporti con Pecorelli tranne quel suo strano rapporto quasi di pentimento nei miei confronti.

CORSINI. A lei risulta che altri esponenti appartenenti al Sid fossero in contatto con Pecorelli? E le risulta in particolare se Pecorelli conoscesse Martini, Lombardo, Romagnoli?

MALETTI. Sono convinto che Pecorelli conoscesse il vertice del Sid nella persona del generale Miceli con il quale si era incontrato più volte fin da prima del mio arrivo al Sid. conosceva il colonnello Pace e certamente conosceva il colonnello o capitano di vascello, commissario di marina Castaldo e altri personaggi del gruppo di palazzo Baracchini. Non so se conoscesse Mart.ini ma sinceramente non credo lo conoscesse. Conosceva un certo numero di ufficiali dei centri di controspionaggio sia all'epoca del mio periodo di comando, sia in precedenza.

CORSINI. Lei ha avuto alle sue dipendenze il colonnello Demetrio Cogliandro. Può dirci tutto quanto ritiene utile su questo personaggio, sempre naturalmente in riferimento ai temi di cui stiamo discutendo? E lei, soprattutto, è in grado di descrivere il ruolo avuto nella vicenda Mi.Fo.Biali? E anche per quanto riguarda quest'ufficiale, è al corrente di una sua conoscenza con Gelli e di eventuali sue partecipazioni massoniche? Inoltre, cosa può dire delle eventuali relazioni esistenti con Pecorelli, con Viviani, con Lombardo, con Romagnoli?

MALETTI. Ignoro se Cogliandro avesse relazioni con Ivan Matteo Lombardo; certamente ne aveva con Pecorelli, probabilmente con Gelli.

Per quanto riguarda la figura di Cogliandro, egli è succeduto al colonnello Caciuttolo dei carabinieri, nel comando dei centri di controspionaggio di Roma nel tardo 1971. Era stato prima segretario del reparto D; è stato sostituito in questo incarico dal colonnello Viezzer. Quando Caciuttolo venne sostituito - mi correggo - non da Cogliandro ma dal colonnello Marzollo, chiesi a Cogliandro se volesse a suo tempo sostituire Marzollo che non mi andava molto bene per i suoi agganci diretti con il capo servizio. Ccogliandro accettò volentieri, credo che all'epoca comandasse il gruppo di Bolzano. Tempo dopo fui ben lieto di averlo come comandante del gruppo centri di controspionaggio di Roma. Era un ottimo ufficiale, molto capace, molto silenzioso, ottimo lavoratore, dava anche buoni consigli, era, insomma, un ufficiale dei carabinieri, a mio parere, tra i migliori che avessi conosciuto. Comandò molto bene il raggruppamento centri e io lo lasciai in quell'incarico quando a mia volta lasciai il Servizio.

CORSINI. E sulla vicenda Mi.Fo.Biali?

MALETTI. Per quanto riguarda la vicenda Mi.Fo.Biali essa richiede una spiegazione un po' lunga; Cogliandro, attraverso quali canali adesso non ricordo precisamente, venne a conoscenza dei contatti di Foligni con altri personaggi e mi chiese se avesse potuto (se io lo volessi autorizzare) a procedere alla intercettazione di Foligni. Io dissi di sì, l'ammiraglio Casardi approvò e Cogliandro effettuò l'intercettazione di Foligni. L'intercettazione era irregolare; non intendevamo farla approvare dalla magistratura sempre per il motivo della permeabilità della magistratura e della possibilità che, soprattutto nel Palazzo di giustizia di Roma, ci potessero essere delle fuoriuscite di notizie che potessero danneggiare l'operazione. Il prodotto di tale operazione fu il fascicolo che poi venne battezzato Mi.Fo.Biali, dal quale risultarono queste varie attività di Giudice, di Foligni e di altri. Questo fascicolo venne da me portato all'ammiraglio Casardi il quale mi disse di conservarlo e di parlarne con l'onorevole Andreotti, al quale io andai a riferirne infatti quando era oramai, se non sbaglio, Ministro del bilancio nel 1975. Il ministro Andreotti disse che la cosa indubbiamente era molto delicata e di tenere in sospeso la trasmissione alla magistratura di questa documentazione. Il fatto poi non ebbe seguito perché io passai la documentazione al capitano Labruna il quale a sua volta la passò a qualcun altro, motivo per cui sono stato condannato a quattordici anni di prigione.

PRESIDENTE. Il fascicolo però si era arricchito di tutto quello che riguardava i traffici di alti ufficiali della Guardia di finanza.

MALETTI. Certo, ho citato il generale Giudice, ma ce ne erano anche altri coinvolti, Lo Prete, per esempio, e così via.

CORSINI. Lei questa mattina diceva di non aver acquisito conoscenze o fatto indagini sulla vicenda di piazza della Loggia. Ha mai conosciuto l'allora capitano ed ora generale Delfino?

MALETTI. No, direi di non aver mai conosciuto il generale Delfino.

CORSINI. Ha mai sentito dire o le risulta per conoscenza diretta che avesse rapporti con i servizi segreti italiani o con i servizi segreti statunitensi?

MALETTI. Ripeto, non avendolo conosciuto, non ho neanche notizie circa suoi rapporti con i servizi italiani o stranieri.

CORSINI. Lei si è fatto una sua idea personale delle ragioni per le quali in carcere a Novara Tuti e Concutelli uccidono Ermanno Buzzi?

MALETTI. No, la risposta è negativa.

CORSINI. Quindi non ha conoscenze o non ha seguito le vicende che riguardano la strage di piazza della Loggia o fasi successive?

MALETTI. Assolutamente no, non ho seguito quelle vicende.

CORSINI. E’ in grado di fornire qualche elemento di conoscenza circa la strage di Peteano?

MALETTI. Sulla strage di Peteano vi sono state varie relazioni da parte del centro Trieste che sono _state acquisite agli atti ed il cui contenuto completo adesso mi sfugge. Si sono fatte svariate ipotesi; si è parlato, se non mi sbaglio non vorrei fare confusione, di armi rinvenute che appartenevano a Gladio, ma, ripeto, non vorrei fare confusione circa storie e fatti che ricordo confusamente. Molto di più su Peteano non posso dire.

PRESIDENTE. Secondo Vinciguerra, cioè il reo confesso di Peteano, viene attribuito al capitano Labruna, sulla falsa presupposizione che Vinciguerra fosse legato a Massimiliano Fachini, di aver detto a Massimiliano Fachini, dopo l'episodio di Ronchi dei Legionari e dopo la strage di Peteano, testualmente: "ora basta fare fesserie", che se fosse un fatto riscontrato sarebbe indubbiamente di notevolissima importanza perché lascerebbe presupporre che fino a quel momento le fesserie non dico che erano approvate, ma, per lo meno, non risultavano sgradite. Lei può dirci nulla circa tutto ciò?

MALETTI. Faccio riferimento alla pagina 179 della bozza di relazione. Escludo che al mio livello si conoscessero i nomi dei colpevoli. Labruna certamente non mi disse mai di aver incontrato Vinciguerra, nome allora per me relativamente meno significativo, o di aver invitato Fachini a smettere di fare fesserie. Si fece strada in me, troppo tardi, cioè dopo il dibattimento di Catanzaro, il dubbio che Labruna avesse intrattenuto suoi personali rapporti con eversori di destra a mia insaputa. Una prima dichiarazione di Ventura al processo di Catanzaro mi parve particolarmente significativa. Ventura dichiarò che per qualche tempo aveva svolto "operatività informativa" (sono le sue parole) per il Sid. Ora, a me questo non era mal risultato, ma, ripeto, tenendo presente anche certi suggerimenti datimi più tardi dal colonnello Viezzer e da Cogliandro dopo che aveva lasciato il Sid: "non si fidi, Labruna fa un brutto gioco" mi venne il dubbio che Labruna, Ventura ed altri si fossero incontrati a mia insaputa.

CORSINI. Vorrei porre un'ultima domanda. Tornando a Gladio, la sua conoscenza di tale organizzazione com'era articolata? Lei, per esempio, era a conoscenza delle attività pregresse dell'organizzazione Osoppo?

MALETTI. Ne sono venuto a conoscenza con interesse dalla lettura di questa bozza. Sapevo dell'esistenza di un'organizzazione Osoppo ma non ne conoscevo né la struttura, né i compiti per quanto potessi immaginarli.

CORSINI. Lei ricorda la vicenda del ritrovamento del deposito di Aurisina?

MALETTI. Si tratta di quel deposito che venne attribuito, se non erro, dapprima all'eversione di sinistra e poi si scoprì essere un deposito di armi di Gladio?

CORSINI. Sì.

MALETTI. Ricordo che c'è stata la scoperta di un deposito.

CORSINI. E lei ha mai avuto modo di conoscere il generale dei carabinieri Gianbattista Palumbo?

MALETTI. No, non ho mai conosciuto personalmente il generale Palumbo.

CORSINI. Se non ha conosciuto Palumbo non credo allora di poterle rivolgere altre domande che pensavo di poterle fare.

DE LUCA Athos. Buona sera. A questo punto dell'audizione farò qualche piccola premessa per vedere se l'idea che mi sono fatto, e credo che molti altri colleghi si sono fatta, sul motivo per cui siamo qui con lei oggi, può coincidere con una sua aspirazione. E’ evidente che noi non siamo qui, generale, per farle un processo, ma animati da un convincimento che, visti gli anni che sono trascorsi da quelle vicende, visto che abbiamo riscontrato nella Commissione, e quindi nel Parlamento, una volontà di far luce su quegli anni a fronte di oggettivi buchi neri in quella storia. Riteniamo che ci sono le condizioni politiche per rendere al paese un po' giustizia di quel periodo storico. Le rivolgo una domanda che deve prendere non come una domanda polemica né impertinente, ma sincera: quando le è stato chiesto di svolgere quest'audizione con la Commissione stragi lei era libero di dire sì o no, nessuno l'avrebbe obbligata. Qual è il motivo che l'ha spinta ad accettare l'invito che le è stato fatto?

MALETTI. Il motivo è, lo posso dire, patriottico (non è più di moda questo termine) cioè di contribuire a conoscere la verità attraverso molte fumisterie che erano state fatte attorno ad alcuni episodi dei quali forse io ho più chiaramente conoscenza.

DE LUCA Athos. Sarei tentato, generale, di farle ancora qualche domanda. A questo punto, se lei è sincero quando ci dice queste cose, e non ho motivo di dubitarne, sarei tentato di lasciarle il microfono e di metterle a disposizione un po' di tempo perché, visto che i nostri obiettivi sono comuni, ci dica lei quali sono le cose che noi dovremmo conoscere senza che noi le facciamo tutte le domandine: per aiutarci - lei dice per motivi patriottici e noi possiamo anche condividere quest'accezione - per la Repubblica italiana, per i cittadini, per le vittime delle stragi. Non sono comunque motivi personali quelli per cui siamo qui, pur tuttavia vorrei dirle che la Commissione stragi nel dibattito che ha avuto intendeva ed intende - ed ha chiesto una proroga di qualche mese - procedere alle indagini senza pregiudizi, senza appiattirsi sugli esiti delle indagini giudiziarie e senza neppure preconcetti, anche se qualche intervento dei colleghi è stato più colorito dal punto di vista di parte, però senza nemmeno acquisire dei luoghi comuni che ci sono stati in questi anni. Lei non crede che questa opportunità che viviamo assieme, lei da una parte e noi da quest'altra parte, sia un'opportunità unica nel suo genere e che quindi il prosieguo di quest'audizione può svolgersi in un clima di maggiore franchezza. Lei un momento fa ha detto: mi sto sbilanciando. Ecco mi riferivo appunto al fatto che lei si possa un po' sbilanciare di fronte alla Commissione stragi della Repubblica italiana che è riunita per ascoltarla.

PRESIDENTE. Il collega De Luca Athos anticipa una domanda che io le avrei voluto fare alla fine. Lei ha parlato - gliene do atto - di aver accettato di fare questa audizione per un valore patriottico e noi non avevamo nessuna maniera di costringerla. Penso che la Commissione sia, nel suo insieme, animata da un valore democratico; al di là dell'uno o dell'altro lessico, penso che i due termini coincidano e che i valori siano sempre quelli. Mi riaggancio quindi a quello che diceva il collega De Luca, noi abbiamo registrato una serie di sue puntuali rettifiche a quelle parti di tutte queste vicende che la riguardavano personalmente. Abbiamo anche registrato una serie di spunti interessanti che indubbiamente abbiamo il dovere di approfondire: però ciò a cui De Luca la sollecita (ed io faccio mia la sua sollecitazione) è una sua valutazione d'insieme: che cos'è che non abbiamo capito, quali sono i difetti della nostra conoscenza, dove quest'ipotesi di relazione - che non impegna la commissione nel suo insieme ma soltanto me, al livello delle conoscenze che avevo un anno e mezzo fa - le sembra carente? In disparte le sue posizioni personali su cui già ha puntualmente replicato e impegnandoci anche su quelle ad una serie di verifiche.

MALETTI. Mi chiedete di fare una sintesi di un argomento che conosco solo settorialmente, che non ho più approfondito negli ultimi venti anni e sulle cui caratteristiche essenziali credo di aver già fornito fino ad ora, in questa lunga seduta, in sede di risposta alle domande, con le mie affermazioni e dichiarazioni, una esauriente risposta. In che cosa è mancata la proposta di relazione? Per me non è mancato assolutamente niente. Se potessi fare una osservazione - e mi permetto di farla - la proposta forse ha dato troppo peso alla pubblicistica e si è lasciata influenzare da alcuni giudizi dell'autorità giudiziaria.

(Voce fuorí mícrofono). Se fa una valutazione di questo tipo, perché non ci dice dove abbiamo sbagliato?

(Altra voce). Lasciamolo parlare, ci sta dicendo proprio questo.

MALETTI. Parlo per esempio di una accentuazione della colpevolezza di Maletti - mi dispiace di tornare su un fatto personale - e di una accettazione, invece, quasi acritica del discorso di altre persone, che hanno potuto parlare perché io non ero là per difendermi. Il mio timore è che ci sia stata una linea di mira in una certa direzione nei confronti soprattutto dei militari e molto meno nei confronti dei politici, che a mio giudizio sono i veri responsabili di questa situazione.(Voce fuori mícrofono). Non lo sapevo, mi fa piacere di aver battuto il tasto giusto.

Queste deviazioni dei Servizi - chiamiamola pure strategia della tensione - indubbiamente ci sono state, ma non ci sarebbero state in un paese politicamente sano. Il nostro paese non era politicamente sano. I Servizi venivano usati per schedare, per - diciamolo pure - ricattare; di quei circa 100.000 fascicoli, forse un po' meno, che sono stati bruciati, molti riguardavano beghe personali, "corna" di uomini politici, di cardinali, di professionisti e così via. Ora, in un clima del genere, un Servizio che con il generale De Lorenzo si era già orientato a un impiego politico più che ad un impiego professionale, di intelligence, non ha fatto che scendere lungo una china di adesione alla domanda politica, di resa alle pretese di alcuni uomini politici. Non è per un caso, per esempio, che poco dopo l'arrivo al Servizio fui convocato dal mio caposervizio, il quale mi chiese se potevamo far pubblicare delle fotografie, nelle quali si vedeva un noto ed importante personaggio democristiano in costume da bagno sul terrazzo della sua casa (credo in un quartiere alto di Roma) accanto ad un efebo, in carne e ossa. La domanda fu questa: "possiamo far pubblicare questa fotografia?". Risposi al generale che quella fotografia era chiaramente un collage. Sono state appiccicate insieme due fotografie: un signore che sta facendo un bagno di sole in terrazzo e un giovanotto nudo o seminudo che gli sta di fronte in piedi. Altro caso. Sempre nel 1971-1972, l'onorevole......omissis..... andò in crociera a Corfú, insieme alla consorte e ad un gruppo di deputati e senatori democristiani. Il Servizio incaricò un ufficiale, il capitano Maroni, di seguirli e possibilmente di sorprendere una delle signore che erano a bordo in atteggiamento lascivo o per lo meno compromettente.

Questo era il Servizio nel 1971, quando i due episodi si sono verificati a breve distanza di tempo l'uno dall'altro. Mi dispiace parlarne qui perché sono pettegolezzi. Ne parlo a una Commissione di signori parlamentari e ritengo che sia mio dovere dire che il Servizio non era un vero servizio informazioni all'epoca: era un servizio di pettegolezzi, purtroppo abbandonato a se stesso, senza un appoggio politico, senza un avallo politico, lasciato andare per i fatti suoi e, qualora avesse sbagliato, colpito duramente per questa sua autonomia e queste sue iniziative. Quello che è mancato nella cosiddetta strategia dell'eversione, è stata una guida politica che dicesse di fare una cosa piuttosto che un'altra, che c'era una Costituzione da rispettare e un'eversione da combattere. Tutto questo è mancato. In sostanza, il lavoro del capo del reparto D è stato per lungo tempo quello che alla scuola di guerra si chiama "lavoro di badilante", cioè un lavoro semplicemente di firma di documenti, lettura frettolosa di informazioni, invio frettoloso di richieste, senza una direttiva e senza un vero orientamento professionale.

A proposito di questo, vorrei aggiungere ancora una osservazione, riferendomi anche all'ultima parte della vostra bozza di lavoro, che - se il senatore mi permette - approvo pienamente. Direi che tutte quelle raccomandazioni che la Commissione intende fare sono giustissime, ma ce ne manca una. A mio parere il capo del Servizio non deve essere un estraneo ai servizi di sicurezza del paese, deve avere nel suo passato un'esperienza di polizia, d'arma o di servizio informazioni. Quindi non deve essere un povero generale di brigata (dico "povero" nel senso della capacità informativa e della capacità direttiva di un servizio informativo), prelevato dal centro alti studi militari e gettato lì a fare il direttore di un servizio difficilissimo, come quello del reparto D. Il reparto RS è un altro discorso; il reparto D è un lavoro da carabinieri. Il Sismi nel suo complesso deve essere, a mio giudizio, diretto da un ufficiale dei carabinieri, che sappia cosa è l'indagine o la ricerca informativa.

PRESIDENTE. Però, generale, questa non è una Commissione sulla storia dei Servizi. Noi siamo una Commissione sulle stragi e sulla mancata individuazione dei responsabili di esse. Nella proposta di relazione, a me sembrava che noi non avessimo elementi obiettivi che ci consentissero di individuare responsabilità istituzionali nell'eziologia delle stragi, cioè che ci fossero oggi elementi che ci consentano di dire con certezza che le stragi siano state ordinate, e che invece erano evidenti le responsabilità istituzionali per il fatto che i responsabili delle stragi non erano stati individuati. Le chiedo se questo è avvenuto e, in caso affermativo, se è avvenuto per un input politico o comunque per la volontà di acquisire meriti presso il potere politico, per cui c'era un potere politico che non aveva un interesse vero affinchè si facessero giustizia e verità sulle stragi.

MALETTI. Credo che per qualche tempo, nel corso della mia direzione del reparto D, il potere politico non avesse alcun interesse a giungere a fondo nella effettuazione delle indagini. Da un certo punto in poi, ritengo dal 1974 in poi, essendo cambiate le circostanze, essendo cambiato il vento, questo orientamento è mutato. Il potere politico si è interessato molto più attivamente delle vicende del Servizio, scaricando anche su di esso delle responsabilità che non aveva, ma imponendo al Servizio quello che prima non era mai stato imposto in modo preciso e organico, cioè la collaborazione con gli organi giudiziari.

DE LUCA Athos. Generale, per un momento ho pensato che la nostra audizione voltasse pagina. Ho apprezzato anche un suo giudizio in cui lei parla delle responsabilità dei politici. In effetti, una delle domande secondo me centrali, che la Commissione si pone e che avevo anche preparato, è proprio questa: le inchieste giudiziarie non hanno mai varcato la soglia dei vertici militari; perché non sono mai emersi riferimenti a quelli politici? Lei ritiene che i politici fossero estranei alla vicenda? Nel caso di una compromissione di esponenti politici di primo piano, lei chi indicherebbe? Mi permetto di insistere, generale, sulla unicità di questa occasione che viviamo insieme, che in questo momento politico del nostro paese, per una serie di circostanze secondo me favorevoli, potrebbe essere un'occasione da non perdere, proprio perché lei si è riferito appunto al senso patriottico (altri hanno parlato della democrazia nel nostro paese). Quindi ci vuole aiutare a superare la soglia dei vertici militari? Non le chiediamo di riferirci sull'attività dei Servizi, che pure può essere utile per indicare il degrado a cui erano arrivati, dal momento che si occupavano come un paparazzo qualsiasi di andare a indagare nella vita privata, nei pettegolezzi e così via, ma di darci indicazioni sulle responsabilità politiche, anche se abbiamo una dose di deduzione. In questo senso, le ripeto letteralmente queste due righe: "nel caso di una compromissione di esponenti politici di primo piano, lei chi indicherebbe?".

MALETTI. E io le chiedo, senatore, perché devo indicare, non sapendolo con certezza, i nomi di persone che abbiano possibilmente una compromissione politica. Di queste vicende ne sa probabilmente più lei, dopo mesi o anni di commissione, di quanto ne sappia io. Potrei indicare persone, fare nomi. Lei vuole che faccia il nome di Andreotti, di Gui o di Rumor? Non lo posso fare, anche se li cito adesso a titolo di esempio. Non posso fare questi nomi perché non ho la certezza dell'informazione. Guardi che io non sono reticente, le sto dicendo tutto quello che so. Quello che non so non glielo posso onestamente dare come mia cognizione sicura. Posso solo formulare delle ipotesi, ma le mie ipotesi hanno più o meno lo stesso valore di quelle formulate da chiunque altro, tenendo anche presente che non ho avuto contatti con personalità politiche, se non con Andreotti - in due o tre casi - e con Forlani.

PRESIDENTE. Ci ha confermato quella importante notizia del suo colloquio con Gui sulla possibile involuzione negativa delle Brigate rosse. Naturalmente questo è un fatto rilevante per la Commissione, perché rende ancora più singolare il fatto che, negli anni immediatamente successivi, sia stato smantellato sia il nucleo antiterrorismo di Santillo sia quello di Dalla Chiesa.

MALETTI. Giustissimo, avevo dimenticato Gui nell'elenco dei personaggi politici che ho conosciuto. Allora potrei anche includere il ministro dell'interno Restivo.

DE LUCA Athos. Signor generale, poco fa lei ci ha riferito di un incontro con Andreotti anche quando quest'ultimo non era più Ministro dell'interno, ma - lei riferiva - quando era Ministro del bilancio. La domanda è questa: perché lei intratteneva ancora dei rapporti con l'onorevole Andreotti, nonostante questi non fosse più a capo di quel Dicastero?

MALETTI. La decisione di mandarmi da Andreotti per riferire sull'operazione Mi.Fo.Biali fu presa dall'ammiraglio Casardi, in rispetto della precedente esperienza come Ministro della difesa dell'onorevole Andreotti e - immagino - anche per il coinvolgimento di personalità democristiane nella vicenda Mi.Fo.Biali.

DE LUCA Athos. Signor generale, da alcune inchieste giudiziarie, in particolare quella dei dottori Roberti e Dini, è emerso che lei aveva inviato presso la base di Capo Marrargiu un gruppo di persone ad addestrarsi. Di chi si trattava e perché ha fatto questa scelta?

MALETTI. Come ho detto precedentemente, mandai a Capo Marrargiu credo quattro sottufficiali dei carabinieri, tra cui il maresciallo Esposito, per addestramento alla difesa e al pronto intervento in caso di necessità, da parte dei centri di controspionaggio, di un intervento antiterroristico.

DE LUCA Athos. Cosa sa della vicenda dello scioglimento del comando designato della terza armata e della morte in rapida successione dei suoi due comandanti, generale Ciglieri e generale Rubino?

MALETTI. Lo scioglimento del comando terza armata credo che non abbia avuto alcun significato politico. Il comando, che tra l'altro era "designato" terza armata, era pleonastico. In effetti, era una sorta di supercomando, senza alcuna responsabilità di controllo operativo o addirittura addestrativo sui corpi d'armata, che avrebbero dovuto da esso dipendere in caso di guerra, quando il titolo "designato" fosse stato tolto.

Per quanto riguarda la morte in rapida successione dei due generali, uno dei quali - Ciglieri - conoscevo personalmente, credo sia noto che Ciglieri rimase ucciso in un incidente automobilistico, all'alba di un certo giorno, mentre tornava a grandissima velocità verso il suo comando. Invece non ho idea di come sia morto il generale Rubino e perché. Questa domanda mi è stata fatta anche dal dottor Casson, al quale ho dato la stessa risposta: non credo che ci sia stato un motivo politico o qualche cosa di sospetto nella morte di Ciglieri, che pare fosse semiaddormentato al volante e andò a sbattere contro un albero. Conoscevo anche il generale Rubino ma non so come sia avvenuto il suo decesso.

DE LUCA Athos. Il generale Viviani dichiara che la vicenda del comando designato della terza armata sarebbe narrata in forma di romanzo dal giornalista inglese Morris West, nel libro "La salamandra". Se ha avuto occasione di leggerlo e sa qualcosa della vicenda, le sembra che il riferimento sia pertinente? In quel libro si parla di formazioni paramilitari nell'orbita dei comandi dell'esercito, che ricordano molto da vicino i Nuclei per la difesa dello Stato, sui quali, quando il libro venne pubblicato nel 1976, si sapeva poco o nulla. Ritiene che si tratti di una somiglianza casuale?

MALETTI. Non ho letto il volume che lei cita, quindi non posso esprimere un giudizio in merito.

DE LUCA Athos. Grazie, generale. A proposito di Gladio, è stato possibile notare che quasi tutte le persone coinvolte nella struttura, compreso uno dei suoi comandanti, pur ammettendo la propria partecipazione, non ricordavano affatto che essa si chiamasse in quel modo e parlavano semplicemente di Stay beliind. come spiega questa strana censura sul nome?

MALETTI. Senatore De Luca, io stesso sono rimasto sorpreso nel leggere sui giornali il nome di Gladio, l'ho detto anche prima. Non sapevo che questo nome fosse stato attribuito all'organizzazione speciale Stay behInd. Non mi rendo conto del motivo di questo segreto sull'organizzazione Gladio e se effettivamente sia mai stata chiamata così in maniera ufficiale.

DE LUCA Athos. Le sembra veritiera la stima di 622 gladiatori complessivi in circa 35 anni?

MALETTI. No, non mi sembra veritiera. Trovo che 622 gladiatori sono meno di un battaglione. Anche se ripartiti in nuclei operativi di 7-10 uomini per piccole azioni partigiane di disturbo, di interruzione di linee di comunicazione, sono decisamente troppo pochi per poter costituire una reale minaccia, un reale ostacolo ad una armata di forze di invasione.

DE LUCA Athos. Torno brevemente su, un punto su cui lei si è già espresso, però vorrei ricordarle una circostanza. La domanda che avevo formulato era questa: vorremmo sapere qualcosa di più sulla ormai famosa velina Serpieri, che già il 17 dicembre 1969 indicava nel responsabile dell'Aginter Press il mandante della strage e nel gruppo di Delle Chiaie gli esecutori. A suo avviso si trattò di un depistaggio? Nel caso affermativo, di che depistaggio si trattò, totale o parziale? A questo proposito, volevo ricordare anche l'incontro del maresciallo Gaetano Tanzilli, che lavorava al centro CS3 di Roma con Stefano Serpieri. Anche questa circostanza non può aiutarci a sapere qualcosa di più da lei su questa famosa velina?

MALETTI. No, purtroppo anche questa circostanza non mi chiarisce molto le idee e non aiuta la mia memoria.

DE LUCA Athos. Lei ricorda il famoso rapporto Kotakis, pubblicato dall'Observer il 7 dicembre 1969? E' noto che tale rapporto venne ritenuto non autentico, anche se alcuni testimoni interrogati per rogatoria internazionale ne confermarono l'autenticità. Lasciando da parte la questione dell'autenticità, resterebbe comunque la probabilità che esso sia veritiero: spesso accade che documenti apocrifi contengano racconti veri. A questo proposito, lei cosa pensa? In particolare, chi pensa potesse essere il misterioso signor P2

MALETTI. Non so cosa sia questo rapporto Kotakis, o non mi ricordo. Nel 1969 non mi interessavo delle vicende del Servizio, non ho certamente letto l'Observer e non le posso dare quindi una risposta in merito.

DE LUCA Athos. Ha mai avuto elementi che collegassero la strage di Milano all'attività degli agenti dei colonnelli greci, e quali?

MALETTI. No. Ho avuto qualche dubbio sulla possibilità di addestramento di elementi eversivi italiani da parte dei colonnelli greci. Ma escluderci una partecipazione diretta del Servizio greco, o di eversori greci agli ordini di quel Servizio, alla strage di piazza Fontana.

DE LUCA Athos. Sa qualcosa sui contatti tra l'onorevole Pacciardi e il regime greco dell'epoca?

PRESIDENTE. Questa domanda potrebbe collegarsi anche a quella precedente su Matteo Lombardo.

MALETTI. Non mi risulta niente in proposito.

DE LUCA Athos. Era al corrente dei rapporti tra l'allora colonnello Adriano Maggi Braschi e i gruppi della destra eversiva? Cosa sa sulle attività del nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar?

MALETTI. Il colonnello Maggi Braschi non l'ho mai conosciuto. Quando esisteva il nucleo per la guerra non ortodossa del Sifar, non ero membro del Servizio e ritengo che quando sono entrato nel Servizio il nucleo non esistesse più, perché non l'ho mai sentito citare in quell'epoca.

DE LUCA Athos. Generale, ho terminato le mie domande e la ringrazio delle sue risposte. Dal momento che ci sono ancora dei colleghi che devono intervenire, mi auguro che lei abbia modo, anche attraverso altri spunti che vi saranno, di fornire a questa Commissione elementi più precisi sulle responsabilità politiche di quegli anni. Lei è troppo esperto e troppo professionalmente preparato per non riuscire, anche attraverso le domande che le vengono poste, a fornire alla Commissione questi elementi. Concludo dicendo che sono persuaso effettivamente, generale, che questa occasione che la Commissione stragi le offre non debba essere sprecata, perché lei è stato al centro di queste vicende in un momento cruciale della nostra democrazia, assumendo una carica di grande responsabilità.

MALETTI. Senatore, le posso rispondere che lo sto facendo del mio meglio. Quindi mi creda, non posso dare di più. Non so dare risposta a queste domande che continuano ad essermi riproposte, se ho conosciuto Maggi Braschi, se la velina XY mi è passata davanti... può darsi, ma se vi dico che non me lo ricordo è così. Quindi non crediate che adesso manchi di parola nei confronti vostri e miei, nel senso che mi ritiro dopo aver detto che voglio collaborare. Se lei ha l'impressione che non collabori, allora è inutile sentirmi. Se invece la mia collaborazione può essere ancora valida, accettatela per quella che è, perché non nascondo niente. Non posso dire alcune cose perché punterei il dito contro persone che potrebbero anche essere innocenti.

PALOMBO. Sarò brevissimo. Innanzitutto sento il dovere di ringraziarla, signor generale, per questa sua presenza, che servirà senz'altro ad aiutarci in questo lavoro delicato, importante ed anche gravoso.

Molte delle domande che volevo rivolgerle hanno già avuto una risposta. Mi limiterò pertanto a rivolgerle solo pochi quesiti per chiarire meglio alcuni punti già toccati in questa sede, ma a mio avviso non approfonditi nel modo dovuto. Inizierò con due domande molto semplici. Nel corso dell'audizione, ha affermato che vi erano dissidi fra lei ed il generale Miceli ed ha tenuto a sottolineare che tali dissidi erano causati - sono sue testuali parole - da atteggiamenti dettati dall'autorità politica. Vorrei che lei cortesemente chiarisse meglio quali sono questi atteggiamenti dettati dall'autorità politica.

MALETTI. Un atteggiamento che il generale Miceli prese prontamente nei confronti delle autorità politiche fu quello di soggezione, non nel senso che dovesse ribellarsi all'autorità politica, ma nel senso che dovesse far valere le esigenze informative e quindi difensive rispetto ad altre esigenze, o per lo meno dovesse esporle pienamente all'autorità politica, anzichè accettare piuttosto timidamente alcune direttive date dall'autorità politica stessa. Mi riferisco, per esempio, alla fornitura alla Libia di determinati materiali e manuali addestrativi, alla restituzione al mondo islamico dei terroristi palestinesi arrestati e agli ondeggiamenti che c'erano nel Servizio per quanto riguardava la politica nei confronti delle varie eversioni. Con il generale Miceli non ho praticamente mai avuto dei contrasti acuti, ma si è instaurata una diffidenza reciproca tra di noi. Questa è la sostanza dei nostri rapporti ed il Servizio purtroppo ne ha sofferto.

PALOMBO. Ma questi atteggiamenti del generale Miceli di sottomissione - definiamola così - all'autorità politica, nel senso che lei ha spiegato, erano autonomi oppure lui era governato in questi atteggiamenti da qualcuno ben individuato?

MALETTI. Lei mi ripropone il tema già affrontato dal senatore De Luca Athos. Vogliamo dire chi erano i superiori del generale Miceli? Possiamo elencarli nominativamente: il ministro della difesa Tanassi, che poi è stato condannato per la questione degli aerei da trasporto Lockheed, il ministro della difesa Andreotti, il ministro degli esteri Moro (del quale il generale Miceli era particolarmente amico), il presidente della Repubblica Leone (al quale invece non era molto legato) e il ministro Colombo (che il generale Miceli non amava particolarmente, ma per conto terzi, perché non credo che avesse alcuna ostilità personale contro di lui). Se il generale Miceli obbediva a direttive politiche, queste gli venivano dai Ministri che ho citato adesso.

PALOMBO. Lei ha asserito di aver appreso dell'esistenza di Gladio nel 1971 e di conoscere quasi tutto di essa. L'organizzazione Gladio, come hanno detto anche il Presidente ed altri illustri colleghi che mi hanno preceduto, va inquadrata nel contesto politico dell'epoca e negli equilibri precari tra il mondo occidentale ed il mondo comunista. Il suo Servizio all'epoca ha mai svolto accertamenti sulla cosiddetta Gladio rossa? Avete mai svolto indagini sui giovani della sinistra che, numerosi, seguivano corsi di guerriglia a Cuba, in paesi africani a regime comunista e nel paesi dell'Est europeo? Se avete svolto indagini, a chi avete riferito e quali sono state le risultanze delle stesse?

MALETTI. Il termine Gladio rossa è a me noto solo da tempi recentissimi, cioè da quando si è parlato della Gladio non rossa. Cosa è venuto a nostra conoscenza dell'addestramento, della preparazione di guerriglieri? Innanzitutto più che di guerriglieri comunisti si trattava di terroristi, che venivano addestrati in Libano e nelle brigate del lavoro a Cuba, o che trovavano rifugio e addestramento in Cecoslovacchia. Di tutti questi argomenti il Servizio - almeno il reparto D - ha dato regolare notizia ai quattro indirizzi fondamentali, cioè al caposervizio, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno e al capo di Stato Maggiore della difesa. La documentazione di queste memorie informative dovrebbe tuttora esistere negli archivi del Servizio.

PRESIDENTE. Mi scuso per l'intromissione. Con riferimento a questa attività informativa che avete svolto, c'era niente che riconducesse tutto ciò di cui ha parlato al Pci di quegli anni?

MALETTI. No, non c'era nulla che riconducesse direttamente al Pci di quegli anni, tranne l'invio di questi giovani a Cuba, che però andavano nelle brigate di lavoro. Noi sospettavamo, ma non ne abbiamo avuto prova, che oltre alla costruzione della realtà socialista a Cuba ci fossero anche delle forme addestrative militari.

PRESIDENTE. Ma nel complesso, anche per il contatto che lei ha avuto con Boldrini, aveva l'impressione che il Pci di quegli anni fosse ormai solidamente interno al sistema democratico, e che semmai si preoccupasse di sovvertimenti e di pronunciamenti militari o che ci potesse essere una qualche contiguità con quello che fu poi il terrorismo di sinistra?

MALETTI. Per qualche tempo noi sospettammo che il terrorismo di sinistra fosse, se non alimentato, protetto dal Partito comunista italiano, anche perché sapevamo che il Partito comunista cecoslovacco, ossia il governo cecoslovacco, proteggeva i terroristi italiani che là emigravano. La stessa cosa avveniva in Germania orientale e quindi pensavamo ad una collusione tra i due partiti. Con il passare del tempo e con la maggiore conoscenza della diversità di quelle che poi sono diventate le Brigate rosse e altri movimenti terroristici o eversivi di sinistra, i nostri dubbi sono stati - come ho detto prima - che ci fosse effettivamente un'eversione di sinistra o che, invece, gli operatori di questa eversione non fossero al di fuori della categorizzazione politica nazionale.

PALOMBO. Si dice che lei previde, centrandoli, i risultati delle elezioni regionali del 1975 con un grosso margine di approssimazione e con largo anticipo rispetto allo stesso Pecchioli, che era il potente Ministro del governo ombra del Partito comunista italiano. Gradirei conoscere quali erano i suoi rapporti con l'onorevole Pecchioli e se lei era a conoscenza del fatto che Pecchíoli praticamente era il capo della cosiddetta Gladio rossa.

MALETTI. Non so se sono riuscito a prevedere il risultato delle elezioni del 1975. Può darsi che l'abbia fatto, non lo so. E’ stata una previsione certamente suggeritami da esperti che lavoravano nel mio Servizio, alle mie dipendenze. Non ho mai conosciuto personalmente l'onorevole Pecchioli. L'unica personalità del Partito comunista che ho incontrato è stato Boldrini, una volta a Roma ed una volta a Ravenna.

PALOMBO. Il Presidente per due volte ha toccato un punto molto importante, cioè il fatto che lei ha preannunciato con due anni di anticipo la svolta sanguinosa delle brigate rosse e ne ha avvertito tempestivamente il Ministro, il quale per ricompensa poi lo allontanò dal Servizio. Anche nel libro scritto dal professor De Lutiis si afferma chiaramente che Maletti, secondo quanto dice Iannuzzi, informò prima a voce e poi per iscritto il Ministro dell'interno; subito dopo aver fatto questa segnalazione, però, il generale fu richiamato dalla Svizzera e destituito in poche ore. Secondo quanto lei ci ha detto, lei aveva ricevuto ampie assicurazioni dal ministro Forlani che sarebbe rimasto al suo posto. Dopo poco tempo, però, fu convocato da Forlani, che le comunicò di essere stato sollevato dall'incarico. Lei ci ha detto di essere rimasto sorpreso e colpito da questo fatto, posso ben capirlo. Le giustificazioni di Forlani, a suo dire, ed io sono d'accordo con lei, le apparvero puerili ed inconsistenti. Le disse che il capo di Stato Maggiore dell'esercito aveva dovuto sollevarla dall'incarico per una questione di avvicendamento o per ricoprire un posto importante: sono veramente giustificazioni puerili. A distanza di anni, quali sono le sue valutazioni su questo episodio? Perché e per conto di chi lei fu rimosso? E chi manovrò, se le cose stanno come ha detto Forlani, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito? A queste due specifiche domande mi consenta, signor generale, di aggiungerne un'altra. Il personaggio Labruna, che se non vado errato era capitano dei carabinieri, appare molto inquietante. Aveva un'autonomia, a mio avviso, troppo ampia per il grado che rivestiva, ma si è mosso sempre in modo molto disinvolto, con grande autonomia, senza quasi - oserei dire - controllo alcuno. Che cosa pensa, sul piano personale, del capitano Labruna e del suo modo di investigare a trecentosessanta gradi? Da chi era pilotato e protetto quest'ufficiale?

MALETTI. Mentre ero in missione all'estero, il ministro Forlani mi fece comunicare che dovevo rientrare d'urgenza per prendere il comando di divisione. Il ministro Forlani stesso, poco prima della mia partenza per questa missione, mi aveva detto, quando mi ero presentato a lui per chiedergli se ci fossero trasferimenti in vista, di non preoccuparmi perché sarei rimasto ancora per qualche tempo. Come mai questa improvvisa decisione? Non certo su richiesta del Capo di Stato maggiore dell'esercito. Non certo per sua decisione e non certo per decisione o richiesta dell'ammiraglio Casardi. Penso che la decisione sia stata presa da Forlani per incarico di un altro grosso dirigente della Democrazia cristiana, uomo di grande potere in quel momento.

(Voce fuori microfono). Può dire il nome?

MALETTI. Posso supporlo. E’ il secondo di quelli elencati da lei.

(Voce fuori microfono). Andreotti?

MALETTI. Sì.

PRESIDENTE. Mi scuso per l'intromissione. Anche dall'audizione di oggi traspare una sua grossa fierezza nazionale. Lei esclude che possa essere stata anche un'influenza americana che abbia determinato la decisione di Andreotti e poi di Forlani? Non ritiene, cioè, che lei in quel momento, proprio per questo suo atteggiamento di non subalternità, non fosse gradito?

MALETTI. Mi scusi, senatore. Non ho capito se dall'audizione di oggi appare o meno la mia fierezza nazionale.

PRESIDENTE. Appare.

MALETTI. Grazie. No, non lo escludo affatto.

PALOMBO. Un'ultima domanda, signor generale. Mi consenta di andare, affettuosamente, sul piano personale, etico, quello di uomini che hanno vestito l'uniforme. Pur apprezzando il lavoro svolto dalla magistratura, che è stato un lavoro molto impegnativo per cercare di far luce su episodi che hanno condizionato la vita politica e l'ordine nel nostro paese, ho avuto modo di vedere, leggendo documenti, che lei è stato accusato di reticenza da qualche magistrato. Lei ha già detto di non essere reticente, ma mi consenta di toccare ancora questo punto, mentre altri hanno scaricato e stanno scaricando sulle sue spalle, signor generale, tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni Settanta. Questa mattina, mentre ci salutavamo e parlavamo, lei mi ha detto: "è come un albero di frutta; quest'albero è stato scosso e sono caduti tutti, sono morti tutti, sono rimasto solo io l'unico frutto attaccato a quest'albero". E’ una similitudine che lascia pensare molto. Ormai, quindi, lei è il responsabile un po' di tutto, da quello che si vede, si sente e si legge. Però, signor generale, si ha la sensazione che lei stia accettando con troppa rassegnazione questa situazione. Mi consenta di dirglielo, perché lo faccio affettuosamente. In Italia ci sono fior di criminali che girano indisturbati, mentre lei è costretto a vivere lontano dalla sua patria. A questo proposito concordo con il collega De Luca, che apprezzo molto anche se ideologicamente siamo un po' lontani; del resto più volte è capitato, parlando con colleghi che sono ideologicamente lontani, di avere le stesse idee su certi argomenti e questo è un segnale estremamente positivo. Signor generale, mi permetto sommessamente di invitarla a scuotersi e ad agevolarci in questo nostro lavoro. Lei non deve vivere più così, anche se sicuramente qui è circondato dall'affetto dei suoi cari. Noi non siamo qui - come è già stato detto - per individuare le sue responsabilità (lei è stato un servitore dello Stato, che ha subìto certe situazioni) ma solo e unicamente per far luce su episodi sui quali è giunta l'ora di stendere una volta per tutte un velo. Quindi (come diceva il senatore De Luca, con cui concordo pienamente), sottolineo: signor generale, questa è un'occasione unica per darci la possibilità di rientrare in Italia con qualcosa di concreto. Io me lo auguro di cuore: lei ha già fatto molto, ma se può fare qualcosa di più, generale, la prego, questo è il momento, l'occasione unica per chiarirci certe cose. Lei è un gentiluomo, una persona per bene e capirà - scusi questo sfogo, che potrà anche essere impertinente - ma lei mi può capire. Io vorrei proprio che la Commissione tornasse con qualcosa di concreto, perché è ora veramente di chiudere queste vicende per guardare al futuro e far sì che questo paese possa andare avanti.

MALETTI. La ringrazio molto, senatore. Io vorrei tanto far ritornare in Italia la Commissione con qualcosa di concreto. Se posso aggiungere qualcosa di più (questa è una mia impressione, non ho dati documentali, non ho elementi di appoggio a questa ipotesi), è questo: in quel periodo - si tratta degli anni 70, 73, 74 - la sudditanza italiana ai servizi americani era quasi assoluta. Il capo del servizio americano a Roma, il cui nome non ricordo (era il predecessore di Stone), si recò un giorno presso il Capo del servizio italiano, generale Miceli, e senza troppi riguardi gli fece una sfuriata a distanza di ascolto dal collaboratori di Miceli stesso nell'ufficio accanto. Il servizio italiano era in condizioni tali da non poter assolutamente reagire.

PRESIDENTE. Lei non crede possibile, signor generale, che verso la fine degli anni 60 si sia sviluppata una sinergia tra interessi americani e interessi politici interni, e che questa sinergia sia stata il contesto in cui è stata elaborata una strategia per contenere il pericolo di una svolta politica interna? Questa ricostruzione è una ricostruzione verosimile e credibile di quello che è avvenuto?

MALETTI. Senatore, sì, credo che sia una ricostruzione quanto mai credibile.

PRESIDENTE. Su questo punto, ho già espresso all'inizio le mie valutazioni sulla condanna che lei ha avuto per il fascicolo Mi.Fo.Biali e, quindi, non le ripeto; sono mie considerazioni personali, che non impegnano la Commissione e delle quali mi assumo personalmente la responsabilità.

Le pongo una domanda: il successivo accanimento giudiziario nei suoi confronti tende, in fondo, a responsabilizzarla non di ciò che è avvenuto, ma del fatto che ci sono stati ostacoli all'accertamento di ciò che è avvenuto. E’ assolutamente inverosimile che in lei, in quel momento, ancora una volta sia potuto prevalere un senso dell'interesse nazionale, e cioè l'idea che se quella verità fosse stata scoperta, gli effetti politici, nel quadro politico interno, sarebbero stati più forti e il successo del Pci alle elezioni del 1975 sarebbe stato ancora maggiore di quello da lei previsto?

MALETTI. Lei sostiene che io avrei dovuto, per sentimento nazionale, svelare subito quelle che, secondo me, erano le responsabilità di più alto livello?

PRESIDENTE. No, sostengo l'opposto, cioè che una sua valutazione dell'interesse nazionale l'ha spinta a non svelare tali responsabilità, per evitare il riflesso negativo politico che si sarebbe determinato in Italia.

MALETTI. No, non è stato questo il motivo. Il motivo è che allora, come ora, io rimanevo, come rimango, sul piano della ipotesi, un'ipotesi che definirei molto valida ma che anche allora, sia pure con tutti gli sforzi del reparto D, non potevo convalidare con documenti e con fatti. La mia sensazione era che un addetto militare americano - come ho già precisato - fosse inviato in una specie di viaggio di propaganda nel settore del quinto corpo d'armata per contattare giovani ufficiali di quelle divisioni e tastarne il polso politico con varie scuse di visite alle unità alle quali, d'altra parte, era autorizzato. Questo ambasciatore americano, cioè l'ambasciatore che inviava in giro l'addetto militare, aveva una certa notorietà per una sua interferenza politica nel paese di provenienza, cioè la Thailandia, se non mi sbaglio.

PRESIDENTE. La ringrazio di queste sue valutazioni e informazioni molto interessanti.

Poi, nel 1974 e nel 1975 il quadro internazionale cambia: cade il regime di Salazar, cade il regime dei colonnelli. A quel punto lei lancia l'allarme sul possibile rincrudimento delle BR. E’ probabile che, in quel momento, anche questo non sia stato gradito, perché la strategia che nasceva nel periodo successivo era quella di offrire tale soluzione stabilizzante a un terrorismo di sinistra che non si voleva combattere fino in fondo? Perché lei ci ha detto che contemporaneamente, invece, il Servizio riceve input politici precisi sul darsi da fare sull'eversione di destra.

MALETTI. L'ipotesi che lei formula, senatore, è accettabile anzi, direi che è quasi certo che all'epoca le segnalazioni su un'eversione extra parlamentare di sinistra, su un terrorismo di sinistra non fossero particolarmente gradite a livello politico. Direi che questo non sia stato negato dal generale Miceli. Più in alto, anche nel contatto avuto con il Ministro dell'interno, la mia sensazione era che non ci fosse un orecchio pronto ad accogliere questi dati. E trovai la stessa sensazione in Federico Umberto D'Amato, col quale discussi brevemente del terrorismo delle brigate rosse.

PALOMBO. Io ho concluso le mie domande, signor generale. Le faccio tanti auguri, e se le venisse in mente ancora qualcosa, in Italia sarà sempre molto gradita una sua letterina inviata al Presidente. Auguri per lei e famiglia.

MANCA. Come ufficiale in ausiliaria, vorrei, da una parte, esprimere tutta la gratitudine nei riguardi del generale Maletti per l'animus che l'ha spinta ad accettare questo incontro; dall'altra parte, non vorrei esagerare perché tale mio sentimento non fosse interpretato come una difesa di categoria. Quindi, generale, mi consenta di considerarmi, a fianco degli altri, una persona che le serba gratitudine per tutto quello che sta facendo e dicendo per noi. Ovviamente, come tutti quelli che parlano alla fine, mi trovo in difficoltà perché alcune domande che avevo preparato sono state superate da altri interventi. Allora interpreto queste piccole domande come una serie di considerazioni che io esprimo; vorrei inoltre sapere se lei le condivide. Per mie conoscenze personali, molti ufficiali, e direi anche altri rappresentanti della società italiana i cui nomi sono stati trovati nella P2, sono legati a circostanze che solo la pubblicistica poi ha montato. A questo proposito, per dar corpo a queste mie supposizioni, le faccio una prima domanda, anche se forse immagino la sua risposta. Lei ha mai conosciuto il professor Fabrizio Tresca, che era il primo aiuto di Valdoni, un personaggio molto intelligente, particolarmente inserito nella società e molto amico anche di generali, anzi di ammiragli, quindi amico della Marina?

MALETTI. No, non ho mai conosciuto il dottor Tresca.

MANCA. Ho posto questa domanda perché, secondo elementi a mia disposizione, molti personaggi si son trovati coinvolti in quest'elenco a loro insaputa, solo perché avevano aderito ad una cena offerta da questo professore a titolo di amicizia.Adesso vorrei porre invece la domanda clou di questa conversazione, cioè la profondità dell'azione della Cia in Italia. Ormai è stato detto tutto. Come lei ha già riferito, conosceva bene Stone, conosceva bene tutti gli altri; ma lei, aldilà di queste cellule che potremmo definire in un certo modo impazzite e periferiche, crede veramente che la Cia, nei suoi vertici perlomeno italiani, fosse arrivata al punto prima di incoraggiare, anzi prima di controllare, e poi di incoraggiare e quindi, al limite, di supportare una loro partecipazione diretta all'atto terroristico?

MALETTI. lo farei una distinzione tra Cia e Cia. La Cia di Roma era indubbiamente una base informativa che forniva alla Cia di Washington, di Langley, gli elementi necessari per preparare un'azione successiva in Italia. Probabilmente la Cia di Roma non si occupava di queste cose, se non sotto il profilo logistico-informativo e la Cia americana, la Cia di Langley, provvedeva all'invio e all'eventuale impiego di suo personale o di personale reclutato da suoi agenti.

MANCA. Risulta, dagli atti che ho letto, dalla ricca documentazione fornita presso la Commissione stragi, che il gruppo eversivo "La Fenice", filiale milanese di Ordine nuovo, veniva approvvigionato di armi da fonti militari. Ora io, come militare, ho subito drizzato le orecchie. Si parla di Imperia, di Cuneo e soprattutto di Casale Monferrato ed anche di ufficiali che rifornivano di armi ufficiali e paracadutisti di Livorno, ufficiali del Veneto e soprattutto della Folgore. Tutto questo, secondo me, non poteva essere all'oscuro dei Servizi. Cosa può dirci a questo proposito?

MALETTI. Il controllo delle armi nelle armerie reggimentali - parlo per esperienza diretta di comandante di reggimento dell'esercito - era strettissimo, molto rigoroso e ogni scomparsa di armi costituiva un grosso grattacapo per i comandanti responsabili.Il possibile furto d'armi o trafugamento d'armi - se ci fosse stato - avrebbe dovuto avvenire non da depositi di armi reggimentali, ma da depositi di armi che contenevano dotazioni di mobilitazione. Dubito molto che da questi depositi siano state trafugate delle armi; ancora di più dubito che armi da guerra siano state fornite da ufficiali di qualsiasi grado o di unità paracadutisti, meccanizzate o corazzate, a estremisti, non solo per motivi etici ma anche proprio per i frequenti controlli delle armerie stesse e i rigorosi controlli che venivano effettuati a tutti i

MANCA. Soffermiamoci ancora per pochi minuti sul settore militare e, quindi, militari e azioni eversive, ma poniamo l'attenzione sul generale Miceli, che ho personalmente conosciuto e di cui conservo anche un buon ricordo; però, proprio perché il generale Miceli non c'è più, vorrei che si spendesse una parola, non dico a sua difesa, ma per chiarire meglio i contorni di un ufficiale, di un generale preposto a questi alti livelli. Quindi, aldilà di una acquiescenza nei confronti di ciò che viene ordinato ad un ufficiale, di ciò che gli viene detto dal politico e che - mi consenta - è molto più esteso di quanto non si pensi, proprio perché i cromosomi dei militari italiani li inducono a non pensare mai ed è fuori del loro costume ribellarsi al politico (anche in buona fede e non perché siano ribelli), aldilà dì questo, lei crede che Miceli abbia fatto dei "passi falsi" per suoi scopi o strategie personali, oppure solo perché lui apparteneva alla categoria dei generali per i quali andava fatto tutto ciò che veniva detto dal Ministro della difesa?

MALETTI. Ho conosciuto il generale Miceli molto prima che fosse Capo del servizio, quando era mio compagno di corso alla scuola di guerra negli anni 1952-55. Il generale Miceli era un uomo d'onore, non c'è dubbio. Credo che non avrebbe mai fatto qualcosa per interesse personale; certamente aveva delle idee politiche fortemente di destra, ma - ripeto - quello che aveva in mente era tutt'altro che un avanzamento personale o un arricchimento, un'acquisizione di potere. Credo che lo facesse in un senso piuttosto ingenuo e anche per un ideale; lo conoscevo abbastanza bene e potrei dire che per certe cose era ingenuo.

MANCA. Per finire, vorrei utilizzare un'immagine calcistica. Signor generale, quando siamo venuti qui, io ho espresso delle ipotesi sul suo comportamento e sul suo atteggiamento: risponderà o non risponderà, approfondirà o no? Allora, ritornando all'immagine calcistica, si usa "1" per indicare la vittoria della squadra di casa, "X" per il pareggio e "2" per indicare la vittoria della squadra in trasferta; a mio avviso, conformemente alla domanda che mi ponevo (risponderà o no?), in questo caso, il risultato è "1", cioè ha vinto la squadra di casa. Grazie.

CAROTTI. Generale Maletti, innanzi tutto mi associo telegraficamente al ringraziamento per la sua disponibilità e anche per la lucidità e per la resistenza fisica con la quale si è sottoposto a questa raffica di domande che io cercherò di concentrare su alcuni punti che, secondo me, meritano un ulteriore approfondimento.

Lei ha esordito stamattina, proprio all'inizio della sua dichiarazione spontanea, dicendo che non ha mai subìto direttive politiche ma ha subìto direttive esclusivamente dal suo capo servizio, all'epoca il generale Miceli. A proposito di un rapporto che lei avrebbe commissionato all'allora - credo - tenente colonnello Romagnoli, ha parlato di una parte di contenuto che poi sarebbe quella che non ha avuto un seguito di conoscenza da parte degli organi istituzionali e dell'opinione pubblica; ha fatto poi riferimento ad un contenuto esplosivo (cerco di rubarle i termini perché ho appuntato le frasi che mi hanno particolarmente colpito). Lei riferisce la esplosività oltre che allo stesso generale Miceli anche ad altri nominativi che, secondo lei, erano di contorno, non assistiti da tracce probatorie di una certa consistenza, tanto che lei decise di bypassare il suo caposervizio dal quale riceveva direttive e, per la prima volta, assume delle iniziative politiche (con la lettera minuscola) e si reca dall'allora senatore Andreotti. Dopo di che, si decide di soprassedere sulla divulgazione, istituzionalizzazione e canalizzazione di quei nominativi perché avrebbero prodotto un effetto indotto di attentato alla credibilità delle istituzioni, soprattutto in un momento in cui tutta quanta l'elaborazione era da lei definita incompleta, incontrollata e non matura per una valutazione da parte della magistratura. Volevo chiederle: di fronte a questa che comunque era una traccia investigativa, successivamente è stato effettuato un controllo per verificare se le cose siano maturate, se il sospetto iniziale era destituito di fondamento, oppure ci si è fermati all'osservazione che lei ha fatto? E se si decise di abbandonare completamente la pista, da chi fu deciso, dai politici o dai vertici militari?

MALETTI. La pista non fu abbandonata e furono proseguiti gli accertamenti, tenendo conto però del fatto che la documentazione era stata consegnata alla magistratura già nel mese di agosto del 1974, se non mi sbaglio. Questo aveva ovviamente bloccato una parte delle nostre possibilità di indagine perché la magistratura aveva cominciato a esaminare il caso e, naturalmente, c'erano state delle indiscrezioni che avevano, ritengo, allertato altri personaggi che non erano stati inclusi nella lista finale. Dai successivi accertamenti non emerse che alcuni di questi generali, che erano stati esclusi, avessero avuto una parte attiva nelle forme di complotto antiistituzionali. Su uno solo di questi si erano avuti elementi non molto chiari e io ne parlai anche in quella prima e unica circostanza al ministro Andreotti. Su questo, tuttavia, gli accertamenti non poterono essere compiuti perché il personaggio stesso era, in quel momento, al comando di una unità.

CAROTTI. A completamento di quello che le chiedevo prima, lei diceva che, sostanzialmente, si è compiuto un accertamento, tenendo però conto che vi era già un'indagine giudiziaria attivata dalla parte di documentazione inviata. Mi perdoni, vorrei capire meglio: se la parte inviata alla magistratura era proprio quella che escludeva i nominativi sui quali dovevate eventualmente fare voi dei controlli, come pensavate che la magistratura potesse colmare quello che non era in grado di colmare, dal momento che non ne era a conoscenza?

MALETTI. Infatti non pensavamo che la magistratura potesse colmare quelle lacune: speravamo di colmarle noi. Ma il fatto che la magistratura avesse cominciato a lavorare su una gamma di nomi, pur escludendo quelli che noi avevamo depennato, aveva messo in allarme l'intera organizzazione, quindi i risultati delle successive indagini non furono certamente molto validi.

PRESIDENTE. Ma lei conferma alla Commissione quello che ha dichiarato al pubblico ministero Cardella, cioè che ebbe l'impressione che l'indagine venisse condotta dall'allora sostituto procuratore Vitalone con grande superficialità?

MALETTI. Confermo.

CAROTTI. Passiamo ad un altro argomento. A proposito del suo colloquio con il capitano Labruna, lei afferma di aver avuto la necessità - mi pare di ricordare sollecitata dallo stesso capitano Labruna - di uno o più incontri nel corso dei quali si sarebbe concordata una linea – che non voglio nemmeno definire di difesa - o comunque di deposizione che fosse non confliggente. Sempre tenendo conto dell'ottica con la quale le rivolgo questa domanda, un'ottica non processuale ma conforme all'indagine che la nostra Commissione compie, le chiedo: quali erano i punti che, eventualmente non concordati, avrebbero potuto determinare dei problemi per l'intera istituzione da lei rappresentata?

MALETTI. In realtà, non è che i problemi non concordati potessero arrecare danno all'intera istituzione, ma potevano arrecare danno alla linea difensiva del capitano Labruna, che rappresentava, poi, la mia linea difensiva. In sostanza, tutto verteva sulla questione di Pozzan, sulla quale ho già riferito precedentemente, parlando anche di come il Pozzan sia stato spedito all'estero con la speranza di utilizzazione successiva; non so se devo ripeterlo.

CAROTTI. Quindi, sostanzialmente, si trattava soltanto di una necessità di tipo processuale?

MALETTI. Era puramente una necessità di tipo processuale.

CAROTTI. Grazie. A proposito della chiusura della fonte Casalini, stamattina lei ha affermato che, ad un certo punto, si ritenne di non attivare più tale fonte perché "sapeva di bruciato". Le chiedo: questa espressione implica la deduzione che la sua attivazione avrebbe comportato dei rischi e, eventualmente, che tipo di rischi e quale effetto poteva ricadere sulla istituzione?

MALETTI. Il fatto che una fonte venga interrogata dalla giustizia su fatti attinenti l'attività informativa o che possono interessare il servizio, suggerisce al servizio di interrompere prontamente i rapporti con tale fonte, anche per evitare che altre fonti, informate o allarmate dall'arresto di un altro informatore, prontamente pubblicizzato dalla stampa - vedasi il caso Giannettini - si congelino e smettano di collaborare con il servizio. Questo, tra l'altro, è proprio ciò che è avvenuto con tutta la grossa vicenda pubblicistica che è seguita all'arresto di Giannettini.

CAROTTI. Subito dopo la disattivazione della fonte Casalini, lei ha detto che fu attivata l'arma dei carabinieri nella sua qualifica di polizia giudiziaria, in contestualità cronologica ad un'inchiesta giudiziaria che si era aperta. Ci fu un raccordo tra l'inchiesta giudiziaria, che aveva comunque necessità di una polizia giudiziaria, oppure ci furono due strade parallele, tenendo conto soprattutto della fine che fece il rapporto redatto dai carabinieri?

MALETTI. Adesso non ho una precisa visione di quello che avvenne allora, ma ritengo che il centro di controspionaggio di Padova abbia contribuito all'informazione all'autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. La ricostruzione è stata che l'informativa fu fatta ed è poi che l'informativa non si rintraccia presso la divisione Pastrengo a Milano.

MALETTI. L'informativa fu fatta e non si trova, ma la domanda può anche essere questa: venne informata degli elementi contenuti nella informativa l'autorità giudiziaria di Padova? A questa domanda io non sono in grado di rispondere.

PRESIDENTE. Il problema è che poi certe ipotesi giudiziarle nascono da carenze documentali. Le dichiarazioni testimoniano che non ne fu fatta una copia presso l'ente originatore e poi non si è ritrovato l'originale presso l'organo cui sarebbe arrivata.

CAROTTI. A proposito della decisione che fu presa di proteggere sino in fondo la posizione di Giannettini, lei ha fatto riferimento ad una pressione che proveniva dal servizio segreto spagnolo. Le posso chiedere qual era l'interesse che aveva il servizio segreto spagnolo, nella concreta fattispecie, a far sì che proteggesse Giannettini?

MALETTI. L'interesse che il servizio segreto spagnolo poteva avere nel proteggere Giannettini era, molto probabilmente, quello di fare un favore al servizio italiano. Quale profitto avrebbe potuto trarne in seguito? Probabilmente informazioni su altri gruppi eversivi o su sovversivi spagnoli viventi in Italia. Comunque, fino a quando io fui al servizio, questa richiesta non ci pervenne.

CAROTTI. Un'ultima domanda e poi le ultime due di considerazione un po' più generali. Lei ha definito il processo ai palestinesi un processo per modo di dire, inserendolo in un contesto di conflitto di vedute tra lei e il generale Miceli, contesto che vedeva sostanzialmente lei privilegiare il servizio segreto israeliano e viceversa. La sua affermazione trae origine da una conoscenza di rapporti e di pressioni sulla magistratura?

MALETTI. Non so se lei ricorda che in sede giudiziaria i quattro o cinque palestinesi che erano stati arrestati vennero prosciolti perché era mancato l'atto e non si poteva condannarli per l'intenzione di lanciare un missile SA7 contro un aereo israeliano in atterraggio a Roma. Io non sono un giudice ma questo mi sembra veramente farsesco e tale da far pensare che ci fosse stato un chiaro intervento dell'autorità politica, anche perché - e ritorno ai contatti servizio arabo-colonnello Jalloud con il servizio italiano e anche con il ministro Andreotti - esistevano grossi interessi con la Libia e, inoltre, l'atto di remissione del peccato dei palestinesi poteva portare ad una forma di armistizio nell'aggressione palestinese nel confronti di obiettivi italiani. E’ quasi indubbio che ci sia stato l'intervento politico a quel livello ma, in questo caso, credo che sia stato più un intervento di Moro che non di Andreotti.

CAROTTI. A proposito dell'esistenza di una formazione paramilitare, il cui nome lei conoscerà successivamente ma che comunque le era nota fin dal 1971 - mi riferisco a Gladio - la circostanza per la verità ancora non accertata che ci sia stata una partecipazione a livello di invio di istruttori nel campo che veniva utilizzato da parte dei gladiatori e la consistenza numerica di costoro che, ad oggi, non supera i 622 nominativi, non faceva pensare all'ufficio da lei (Eretto che la sua vocazione istituzionale sfiorava il risibile nel momento in cui doveva essere destinata a respingere un massiccio Intervento invasivo da parte delle forze dell'Est? Se sì, sono state fatte delle indagini più accurate per vedere quale fosse la vera natura e quali fossero i veri obiettivi?

MALETTI. Io non conoscevo all'epoca la consistenza numerica dell'organizzazione Stay behind, quindi non potevo considerare risibile il numero di questi uomini che dovevano opporsi in funzione di guerriglia all'invasione. Chiaramente non ho svolto nessuna indagine perché non si potevano svolgere indagini e non era nemmeno mio compito svolgere indagini sull'attività di un'altra branca del Servizio che, oltretutto, a quell'epoca conoscevo non perfettamente, come è stato affermato prima, ma molto sommariamente.

PRESIDENTE. Su questo punto ho avuto conforto nella risposta che lei ha dato ad una precedente domanda, cioè che i 622 gladiatori, diluiti nell'arco di vita di Stay behind, rappresentano un numero sostanzialmente risibile e non verosimile. Nella proposta di relazione - che lei mi dimostra di aver letto con attenzione - ho posto un'alternativa: o Gladio era pensata in funzione della possibilità di attivare strutture esterne simili ad essa, oppure non ci è mai stata detta la verità sul numero dei gladiatori, sui reali componenti e sulle reali personalità dei gladiatori. Vorrei una sua valutazione su questo punto.

MALETTI. Penso che entrambe le ipotesi possano convivere.

CAROTTI. Lei ha fatto riferimento ad un unico colloquio che ha avuto con il parlamentare Boldrini del Partito comunista italiano e mi pare sia stato chiarito che il contenuto fosse relativo alla preoccupazione che venìva presentata da Boldrini circa la possibilità di un pronunciamento che avesse una matrice e un'origine di destra. Successivamente, a fronte di altre domande poste da altri commissari, lei accennava ad una linea di indagine che avrebbe anche percorso e ipotizzato un coinvolgimento di terrorismo di sinistra, io non ho ben capito come tale coinvolgimento potesse non andare in controtendenza rispetto alla fondamentale affermazione che lei ha fatto da ultimo, relativa cioè ad una sudditanza italiana - all'epoca - ai servizi segreti statunitensi. Come ultima domanda le chiedo se sia possibile avere un chiarimento più generale, tenendo conto di quelli che lei considera come dati acquisiti cioè che, dalle indagini da lei effettuate, il Partito comunista non ha mostrato un coinvolgimento né diretto, né di protezione sulle cellule terroristiche, che la preoccupazione ufficiale del Partito comunista fosse quella di evitare di subire un pronunciamento militare, e che l'espressione del servizio segreto statunitense tutto potesse produrre meno che un pronunciamento militare favorito dall'estrema sinistra.

MALETTI. Non ho afferrato questa sua ultima domanda. Le dispiacerebbe ripeterla?

CAROTTI. Lei poco fa ha affermato che, sostanzialmente, il nodo centrale di lettura, cioè la chiave interpretativa, la lente di ingrandimento, va vista in una profonda sudditanza dell'epoca dei servizi segreti italiani rispetto al servizi segreti statunitensi, nei confronti dei quali lei, addirittura, poneva una distinzione tra quelli ubicati geograficamente in Italia e gli altri ubicati negli Stati Uniti e che potevano avere o, comunque, giocare un ruolo più o meno indiretto, in qualche forma, che condizionasse l'istituzione italiana. Le chiedo: secondo lei, secondo la sua valutazione e secondo anche la sua valutazione attuale, questa ipotesi è assolutamente confliggente rispetto ad una possibilità di utilizzare in qualunque modo delle cellule eversive terroristiche di sinistra oppure no?

MALETTI. No, io non credo che sia in aperto conflitto con questa eventualità. Penso che da parte di qualsiasi Servizio, quello americano in modo particolare che ha una storia in merito, si possa utilizzare qualunque elemento da cui trarre profitto. Se il terrorismo di destra non è sufficiente, perché non utilizzare quello di sinistra? Quindi, a titolo di ipotesi, direi che può essere una possibilità; non c'è conflitto tra le due cose.

CAROTTI. Mi viene in mente un'altra domanda a valle della sua risposta. Lei, quindi, ipotizza che ci sia stata un'idea di possibile coordinamento da parte dei servizi segreti statunitensi, dell'estremismo di destra e di quello di sinistra?

MALETTI. Io penso che più che un coordinamento dell'estremismo di sinistra, ci sia stato uno sfruttamento dell'estremismo di sinistra. Se coordinamento c'è stato - è, ripeto, un "se", ma per me abbastanza valido - questo è stato nei confronti dell'estremismo di destra e non di quello di sinistra.

PRESIDENTE. Mi permetto di sottolineare che questa è l'impostazione e la linea centrale della proposta di relazione su cui stiamo discutendo e cioè che, soprattutto dal 1974 in poi, nei confronti del terrorismo di sinistra c'è stata piuttosto una logica di non contrasto, quindi una valutazione di tipo utilitaristico più che di eterodirezione. Diverso, invece, con riferimento soprattutto all'antefatto del periodo 1969-74, il rapporto con il terrorismo di destra. Lei conferma che questa analisi sia credibile?

MALETTI. Sì, senatore, confermo.

CAROTTI. Generale, la ringrazio. Non ho altre domande.

GRIMALDI. Generale, io non ho vestito la divisa come altri miei colleghi, però ho indossato la toga di magistrato per molti anni, e qualcuno dice che è peggiore. Non le faccio delle domande, stia tranquillo, anche perché se questo colloquio si svolgesse in una sede giudiziaria, avrebbe sicuramente altro svolgimento ed altro esito.Devo, purtroppo, dire con molta franchezza che le sue risposte sono assolutamente insoddisfacenti. D'altra parte non mi facevo illusioni e questo colloquio conferma il mio scetticismo iniziale. Lei converrà che le sue risposte sono state vaghe, improntate ad un "non so, non ricordo, non mi risulta, è probabile". Posso convenire che lei è stato preciso su alcuni particolari, mentre relativamente ad altri le sue risposte sono state assolutamente improntate sul fatto che il trascorrere degli anni non le permetteva di compiere una ricostruzione. Sembra che l'unico dato emerso con molta chiarezza - ma d'altra parte questo era già scontato - sia questo conflitto che lei aveva con il suo superiore, generale Miceli, capo del Servizio, oltre che i rapporti politici improntati anch'essi su una sorta di contrasto tra l'allora onorevole Andreotti e l'onorevole Moro. C'è un fatto sul quale dovremmo convenire: lei era a capo di un reparto D, un ufficio strategicamente importante nei servizi, non era certo un ufficio di poco conto; quindi, lei doveva certamente essere, perlomeno, a conoscenza di quello che avveniva anche in altri settori del Servizio, perché non si trattava di un ufficio che passava solamente delle carte. Lei ha affermato precedentemente che i Servizi erano, in un certo senso, subalterni ai politici e ai servizi di altri paesi. Generale, questa non è una novità perché l'esempio da lei presentato di un uomo politico fotografato con un giovane nudo era noto a tutta l'Italia e tutta l'Italia rideva di questo, come del fatto che la moglie di un importante uomo politico avesse delle relazioni addirittura con degli autisti. Ma i servizi non si potevano servire di queste notizie, generale, perché qui non siamo in America; in America, il candidato alla Presidenza che ha una "scappatella" con una segretaria ci rimette la candidatura, mentre in Italia, fortunatamente, non siamo mai arrivati a questo livello.

Però c'è altro, generale. A partire dagli anni '60, in questo paese c'è stata una strategia complessa che è andata avanti attraverso una serie di fatti e di episodi che vanno dai rapporti con i Servizi stranieri alla subalternità a questi Servizi stranieri, alla creazione di Servizi paralleli, alle organizzazioni paramilitari, che si chiamavano Stay behínd o Gladio -dal simbolo che poi presero - al gruppi eterodiretti ed allo stesso fatto che tali gruppi venivano manovrati in una complessa strategia. Ma tutta questa strategia tendeva ad un obiettivo soltanto e non ce ne erano altri. C'era un unico obiettivo che era quello di bloccare in Italia il processo della democrazia. Generale, dico processo della democrazia perché il fatto che i comunisti potessero prendere il potere attraverso la via democratica è democrazia. Io posso anche capire l'attenzione che potevano avere i Servizi americani o altri Servizi - quelli che lei definiva Servizi amici erano i Servizi spagnoli alla dipendenza di un regime fascista - nel controllare i movimenti, anche di sinistra; qui però siamo andati oltre perché non c'è stato soltanto un controllo, ma c'è stata addirittura una interferenza pesante in tutta la vita dello Stato, con una complicità che andava dai vertici militari, o dai vertici dei Servizi, al potere politico. Questa commistione non è soltanto sfociata in un colpo di Stato abortito, qual era quello del comandante Borghese, che è stata poi poca cosa, ma c'era di più, c'era una strategia che faceva capo a quella P2 nei confronti della quale lei si è dichiarato estraneo, una strategia, quella di Gelli, molto articolata perché stranamente la ritroviamo anche più tardi, negli anni '90, riprodotta in altre forze politiche. Ma la strategia di Gelli tendeva ad occupare tutti i gangli vitali della vita di questo paese, dalle Forze armate fino alla magistratura. Tutto questo era eversione dell'ordine costituzionale.

Generale, lei ha affermato che è stato motivato da un sentimento patriottico. Ma tale sentimento patriottico, per lei che è stato un soldato, non la spingeva allora a denunciare tutto questo, e, se era a conoscenza di fatti, perché in quel momento - a parte i contrasti con Miceli - lei non ha fatto qualcosa di più, o altri non hanno fatto di più? I Servizi certamente non avevano alcun obbligo di riferire alla magistratura, non avevano questo diretto rapporto, ma dovevano servire, perlomeno in teoria, per la difesa dell'ordine democratico. Invece, questi stessi Servizi sono stati complici dell'eversione. Lei ha convenuto con l'ipotesi conclusiva del senatore Pellegrino, ma negli anni '70 gli studenti gridavano nelle piazze le cose che oggi vengono scritte; noi abbiamo fatto manifestazioni per gridare alla strage di Stato, per gridare contro l'ingerenza di questi Servizi, e per tutte queste cose. lo farei torto ora alla sua intelligenza e alla sua professionalità, che qui è apparsa di altissimo livello, se ritenessi che lei non era a conoscenza di questi fatti. Posso capire che lei non aveva a disposizione le prove, ma qui non servono soltanto prove, ma servono anche fatti. Ma se lei, ancora oggi, afferma che non può dire certe cose a questa Commissione - che non ha più compiti di ricercare responsabilità individuali o colpevoli individuali, o cose di questo genere, ma il compito di svolgere non una ricostruzione storica, la ricostruzione di quel periodo e delle stragi che si sono verificate - mi perdoni generale, da questa sua audizione dovremmo trarre una conclusione veramente sconfortante.

MALETTI. Onorevole, mi dispiace che lei sia sconfortato dalla mia deposizione, meglio: della mia audizione. Lei sostiene che lo avrei dovuto fare qualcosa, individualmente, o con la collaborazione dei miei dipendenti o di qualche mio superiore e, in poche parole, avrei dovuto smascherare e svelare una situazione che si stava delineando - ma che non si era completamente delineata davanti ai miei occhi - e che neanche oggi posso definire completamente svelata da ulteriori acquisizioni di elementi probanti. Mi dispiace di non essere stato all'altezza, e mi dispiace anche, in definitiva, di avere offerto la mia collaborazione a questa Commissione, considerando che è di così poco conto.

GRIMALDI. Generale Maletti, non dico che la sua deposizione sia di poco conto, anzi; dico che, però, in quel periodo qui non c'erano soltanto delle ipotesi, ma si sono verificati dei fatti molto gravi: vi sono state stragi, che sono state consumate, vi sono stati morti. Quelle stragi puntualizzavano sempre nella vita di questo paese degli accadimenti politici: o c'era una coincidenza con un'elezione o c'era una coincidenza con un referendum. Parlo del 1974, parlo del 1969 e di altre cose. Ora tutti non potevano essere all'oscuro di tutto questo. Mi sembra che lei segua una logica - mi scuso, non vorrei usare un termine dispregiativo - un po' militare, quella cioè di aver eseguito degli ordini e delle indicazioni e di essersi fermato lì. Questo non è possibile, perché un servitore dello Stato se è a conoscenza di fatti ha il dovere di rappresentarli, ha il dovere, proprio per la sua funzione istituzionale, di fare qualcosa di più. Mi pare, invece, che lei si trinceri dietro il fatto che non erano provate queste ipotesi, che erano soltanto vaghe e che non si realizzavano; in quel momento il suo ufficio - le farei un torto se pensassi questo - o era fatto di incapaci, che non erano assolutamente a conoscenza di niente, e tutto passava sotto i vostri occhi o si svolgeva altrove - oppure quest'ufficio è stato, perlomeno, inerte.

MALETTI. Onorevole, lei ha detto che questa non è una sede giudiziaria e quindi non si accusa nessuno, ma lei mi sta accusando di incapacità e di inerzia o, addirittura, di negligenza e fa praticamente un processo al generale Maletti, capo del reparto "D" più di ventitrè anni fa. Le notizie che ho raccolto, che non potevano ancora chiamarsi vere e proprie informazioni, sono state utilizzate, per quanto mi era possibile, da me e nei confronti dei miei superiori, con quella che lei chiama logica militare e che era il mio dovere di seguire. come avrei potuto svolgere un'azione autonoma, non so andando a denunciare, non so a chi, non so quale fatto criminoso che fosse avvenuto alla presenza di altre decine di organi tra giudiziari e di pubblica sicurezza? Il servizio aveva - come ho detto all'inizio di questa riunione - ben poche forze, ben pochi uomini e non dico che non fossero sufficienti a fare delle indagini, ma erano certamente a malapena adeguati a fare quello che abbiamo fatto. Ho passato le informazioni a chi le dovevo passare; non ho potuto cavalcare il cavallo di Orlando contro quelli che individuavo potessero essere i veri nemici dello Stato. Questi fatti sono avvenuti molti anni fa e sono stati già giudicati - purtroppo - in sede giudiziaria.

PRESIDENTE. Io nelle mie valutazioni non concordo pienamente con quella dell'onorevole Grimaldi, che ha, però, ragione quando dice che molte delle cose che abbiamo detto oggi, si dicevano nelle piazze negli anni Settanta. Ha ragione, però, riterrei che sia importantissimo che il Parlamento possa fondare una propria valutazione su un uomo che ha avuto un incarico di responsabilità - qual è quella che lei ha avuto. Mi sembra ancora importante in un paese come l'Italia il fatto che un magistrato venga a dire ad una commissione parlamentare che la Cia probabilmente ha dato un appoggio, addirittura operativo, all'ordinovismo veneto: nessun giornale di grande informazione ne parla se non "II Manifesto". Ho l'impressione che una situazione di subalternità come retaggio culturale permanga nel paese. Forse, però, Grimaldi le ha posto intelligentemente un problema, che capisco che sia stato in quegli anni drammatico: fino a che punto il valore di fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà all'atlantismo erano compatibili.

MALETTI. Lei mi pone una domanda che per me ha una sola risposta. I due valori per me convergevano: il valore di fedeltà alla Costituzione e il valore di fedeltà ad una scelta fatta dal Parlamento, di alleanza dell'Italia in un complesso di nazioni.

PRESIDENTE. In questa convergenza un successo elettorale del Pci e, quindi, una presa di potere democratica, voluta dal popolo italiano, da parte del Partito comunista avrebbe creato dei grossi problemi?

MALETTI. Senatore, io non voglio esprimere giudizi di carattere politico sulla vittoria del Partito comunista o sulla sconfitta di altri partiti, ma penso che la realtà atlantica fosse stata finalmente accettata anche dal Partito comunista. Non trovo, quindi, che ci fosse una divergenza tra le due cose, tra l'ascesa del Partito comunista e la necessità per l'Italia di aderire ad una antica richiesta del Partito comunista di non entrare nel Patto Atlantico, richiesta oramai superata dagli eventi.

PRESIDENTE. Storicamente però c'è un fatto: il segretario del Pci, l'onorevole Berlinguer, intorno alla metà degli anni Settanta, ha addirittura paura di un successo elettorale. L'accordo Berlinguer-Moro nasce proprio dalla logica di poter conciliare con i valori dell'atlantismo questo passaggio graduale dell'Italia ad una democrazia pienamente compiuta; cioè penso che il fattore K sia stato qualche cosa che abbia fortemente influenzato tutte le istituzioni italiane. Voglio dire - se Grimaldi me lo consente - anche parte della magistratura.

GRIMALDI. Sono d'accordo. La conciliabilità del Patto Atlantico, che era stato votato dal nostro Parlamento, era ammissibile, ma qui siamo ben al di là. Qui non viene contestata, se non politicamente (perché lo abbiamo sempre fatto, perlomeno la sinistra lo ha sempre fatto) la necessità del Patto Atlantico. Permane ancora oggi il Patto Atlantico, quando non ci sarebbe più bisogno. Però, qui mi riferivo ad organizzazioni che erano certamente illegali, organizzazioni paramilitari che erano certamente illegali, gruppi eversivi che venivano tollerati e di questi gruppi non si denunciava tutta l'attività, che era certamente di cospirazione. Ora è certo che qui non stiamo a rifare processi, se gli stessi magistrati non sono riusciti a farli, però oggi si potrebbero denunciare - o perlomeno si potrebbero affermare in questa Commissione - quelle responsabilità politiche, che per orientare, per così dire, tutta la politica di questo paese in una sola direzione, avevano permesso, avevano tollerato - se non favorito addirittura - le stragi.

LEONE. Naturalmente anch'io la volevo ringraziare, quanto meno per la disponibilità. Dico quanto meno perché in cuor nostro forse -dobbiamo dirlo - ci aspettavamo qualcosa di più. Non vuole essere una critica e la prego di credermi, perché non siamo qui a farle un processo o a colpevolizzarla; nella maniera più assoluta, anzi. Anche perché, secondo me, bisogna distinguere quello che è stato da quello che lei comunque poteva dirci (se lo sapeva e lei dice che non lo sa), perché un convincimento comune, o quasi, ritengo che sia questo: sul suo spirito di appartenenza, sulla sua fedeltà alla costituzione non ci piove, nessuno ha mai messo in dubbio questo dato. Il fatto della sua correttezza di venire a riferire su personaggi - non supportati questi riferimenti da dati, da prove - conferma ancor di più questo convincimento. Nessuno parla, io almeno non parlerei, di reticenza nei suoi confronti, perché un conto è la reticenza, un conto è il silenzio. Deve ammettere che quello che ci ha detto oggi, con riferimento ad alcune circostanze, è il risultato di grossissima memoria da parte sua; ricorda persino quanti whisky ha potuto bere - non mi ricordo con chi, con Boldrini, due whisky? -, mentre poi non ricorda altre cose che possono essere ben più importanti. Mi sembra, altresì, strano che lei in sostanza viene a dirci che non aveva una grossa autonomia all'interno del Servizio, essendo il capo il generale Miceli, e che poi - in contrasto per quanto riguarda il famoso "malloppone" - lei scavalca per andare direttamente da Andreotti. Sto usando i suoi stessi termini. Quindi c'è qualcosa che ci deve permettere di ritenere che non quadri. Allora, lasciamo quello che è stato. Ritengo che il nostro lavoro poteva essere molto più proficuo, se si andasse al di là delle minuzie, al di là delle domande quasi investigative. Una sollecitazione in questo senso è necessaria, perché non si spiega l'idea di un servizio "deviato" solo e soltanto con i pettegolezzi, visto quello che è accaduto. Non si concilia una confusione in ordine all'utilità dello stragismo, se ciò è stato utile per la sinistra o per la destra; le sue ultime affermazioni mi sembra che siano - quanto meno - se non contradditttorie, almeno insoddisfacenti.

Capisco benissimo quando lei dice "anche nel momento in cui avessi avuto sentore di determinate situazioni a chi le andavo a denunziare". Nessuno le dice a chi poteva denunziarle, naturalmente è passato tanto tempo. Allora io torno a ripetere che non voglio fare domande; volevo semplicemente sollecitarla, anche perché mi è sembrato che lei fosse indirizzato in questo senso, quanto meno da oggi pomeriggio. La sollecitazione era questa: cioè scontata la sua non responsabilità - mi associo anche a quello che ha detto il presidente Pellegrino in ordine a quella sua condanna pesantissima - lei può essere stato il capro espiatorio, "la vittima"? Non per spirito di rivalsa o di vendetta crede di poterci dare chiarimenti o lumi anche su avvenimenti e cose non provate? Qui non stiamo in una sede giudiziaria, lei non ci deve portare le prove, però un convincimento se l'è fatto, una opinione ce la può anche dare su tutto quello che le è stato chiesto oggi. Allora diciamo che il metodo può essere questo: potrebbe riferirci le sue opinioni su determinati avvenimenti, anche se non supportati da prove; ma basta questo, noi non siamo un'Inquisizione, non siamo un'autorità giudiziaria, si tenta solo di ricostruire un momento della nostra storia. A questo punto, se lei ritiene che ci possono essere state delle responsabilità politiche, ancorchè non supportate da prove, secondo una sua opinione, per quello che lei ha vissuto e orecchiato, ce le riferisca.

MALETTI. Io non so cosa dovrei riferire oltre a quello che ho già detto. Potrei fare forse alcuni nomi, citando un episodio, in particolare, sulle attività affidate dall'ambasciatore Usa all'addetto militare. Nel primi anni '70, l'addetto militare, John Clavio, un italo-americano, avvicinò il colonnello dei Bersaglieri Riccardo Bisognero, nella zona di Pordenone, con lo scopo di sondare gli orientamenti politici dei militari di stanza nel nord-est. Una volta che mi recai in quelle regioni per contattare i CS locali, parlai con Bisognero del rischio rappresentato da Clavio. Bisognero rispose che era "robetta" e che, comunque, alla questione avrebbe pensato lui. E’ certo che gli ufficiali vennero contattati, ma non è detto che abbiano dato risposta positiva ai contatti. Questi riguardarono, come poi appresi, pure il Reggimento Carri.

LEONE. Cosa ci sa dire dell'archivio ritrovato presso il Ministero dell'interno, alcuni mesi fa, a Roma, in un deposito sulla circonvallazione Appia?

MALETTI. Non so nulla, solo ciò che ho letto dai giornali.

TASSONE. Cosa ci può dire del controllo politico sui Servizi negli anni passati, prima della riforma del 1977? Signor generale, lei ritiene che fosse adeguato o debole? C'era la teorica possibilità, per i politici, di prendere le redini dei Servizi?

MALETTI. C'era una doppia dipendenza del Servizio: una nei confronti del Ministero, l'altra nei confronti del Capo di Stato maggiore della difesa. Per quanto concerne la gestione interna, godevamo di libertà di bilancio, di fondi cospicui e di piena libertà nella assunzione del personale. La mancanza di controlli politici era voluta. Ciò per evitare in radice l'assunzione di responsabilità che avrebbero potuto risultare spinose o imbarazzanti.

TASSONE. Lei ha parlato ora di assenza di volontà di controllo: intendeva riferirsi proprio ad una specifica volontà, oppure all'impossibilità pratica di esercitare il controllo politico? Ancora, ritiene che ci sia stata in qualche modo anche una volontà di ritardare quella riforma dei Servizi che è arrivata poi soltanto nel 1977? Penso anche al fatto che -come lei ha ricordato - per i primi anni '70 la subalternità del Servizio italiano alla Cia era totale.

MALETTI. Per quanto riguarda l'interesse della Cia verso il nostro Servizio, posso dire che il Sid subì le rampogne della Cia per la nostra modesta efficienza nel campo del controspionaggio; non altrettanto accadeva per quanto riguardava l'antiterrorismo. Bisogna tenere sempre presente che la subalternità verso la Cia era anche una questione di dipendenza economica. Tanto per fare un esempio, il centro di addestramento di Alghero fu realizzato (acquisto dei terreni e costruzione degli edifici) interamente a spese della Cia.

TASSONE. Da quanto lei ci dice, sembra di capire che, oltre ai collegamenti con la Cia, l'Italia possa essere stata uno snodo per contatti con altri Servizi. Lei ritiene possibile che ci siano stati collegamenti con altri Servizi? E a che livello?

MALETTI. Sì, è naturale che ci fossero contatti. Posso dire che, per quanto mi riguarda, i maggiori collegamenti li avevamo con il Servizio israeliano; i Servizi francesi erano per lo più in contatto con l'ufficio Affari riservati; il Servizio tedesco collaborava con il reparto RS: con gli inglesi la collaborazione non era particolarmente sviluppata. Per quanto riguarda i contatti con il Servizio spagnolo, erano di media importanza per noi. Inoltre avevamo contatti periodici, semestrali con tutti i Servizi di paesi della Nato e, in più, con gli svizzeri. Si trattava soprattutto di scambio di informazioni nel settore dell'antiterrorismo.

TASSONE. Ci furono influenze e interventi dei Servizi dei paesi dell'Est sulle vicende italiane?

MALETTI. Dalle informazioni a nostra disposizione, pensammo al Kgb per quanto riguarda Feltrinelli ad attività terroristiche di sinistra compiute nell'Italia settentrionale. A questo proposito, ricordo che, da una intercettazione relativa alla notte in cui Feltrinelli morì, sembrava ci fosse il coinvolgimento o l'interesse del Kgb e dell'Ambasciata sovietica in Italia, dove riscontrammo, per quella notte, un certo fermento.

PRESIDENTE. Signor generale, a suo giudizio sarebbe plausibile ipotizzare uno scenario nel quale tanto la Cia quanto il Kgb obiettivamente convergessero per ostacolare o ritardare il processo di distensione internazionale?

MALETTI. Non è emerso nulla in tal senso.

TASSONE. Abbiamo potuto riscontrare come fosse chiaro che le brigate rosse avessero ricevuto un addestramento di tipo militare. Lei collegherebbe questo fatto con la Gladio rossa? Dato che, sul piano dell'efficienza, le brigate rosse si sono addestrate grazie ai paesi dell'Est, vorrei sapere se questi addestramenti avevano luogo in Italia o in altri paesi.

MALETTI. Intanto vorrei dire che il termine "Gladio" è stato tirato fuori dalla stampa solamente negli ultimi anni; noi parlavamo piuttosto di Stay behínd. A maggior ragione non saprei dire cosa fosse la "Gladio rossa". Per quanto riguarda però l'addestramento di terroristi di sinistra italiani, è un fatto che Franceschini si sia rifugiato in Cecoslovacchia e che là ci fosse un campo di addestramento. E ugualmente confermato il coinvolgimento della Germania orientale. Su questi argomenti molto si potrebbe venire a sapere dagli archivi del Kgb. E’ certo che comunque le brigate rosse si addestrarono in Libano.

PRESIDENTE. La valutazione dell'efficienza militare dimostrata dalle brigate rosse nell'agguato di via Fani fa parte ormai del senso comune, del comune apprezzamento. C'è stato sempre un fatto però che mi ha lasciato fortemente perplesso: dalle perizie che sono state effettuate sembrava che i brigatisti sparassero dai due lati della strada, il che fa pensare ad una tecnica di attacco militare abbastanza rudimentale e fondata molto sulla fortuna.

MALETTI. In effetti si può pensare che il tiro dalle due parti della strada avrebbe potuto danneggiare gli stessi assaltatori, ma c'è anche da tenere presente che il fuoco era probabilmente diretto in parte sulla scorta, in parte sull'autista e che quindi le traiettorie, brevissime e concentrate traiettorie, fossero sufficientemente divergenti da non colpire i tiratori opposti.

TASSONE. Per quanto riguarda la vicenda della P2, vorrei porre una domanda un po' ingenua dal momento che qui vi è una letteratura ed una storiografia che fa impallidire tutti i nostri grandi letterati, che hanno fatto letteratura in Italia. Secondo lei, generale Maletti, questa organizzazione ha perseguito realmente il terrorismo o era un club di arrivisti che occupava il potere, non dico pacificamente, perché anche questo è un fatto di violenza antidemocratica?

Vorrei fare un'altra considerazione: nella P2 hanno pagato semplicemente i militari, almeno coloro che sono stati spostati dai loro uffici e dai posti di responsabilità, mentre moltissimi civili (lo parlo sia di quelli dell'area del governo di quel tempo, sia di quelli dell'area del non governo del tempo, ma forse presenti in Parlamento) sono rimasti ai loro posti e quando la situazione è andata male sono stati "turnati" e comunque sono rimasti in piedi nei posti di responsabilità. Questo tipo di operazione non si sarebbe potuta effettuare se ci fosse stata soltanto una parte a fornire protezione: credo che ci sia stato un consenso molto ampio e molto vasto. Lei ha avuto qualche informazione in proposito?

MALETTI. Il consenso alla protezione dei civili nella P2 - consenso politico - credo senza dubbio che ci sia stato. E’ indubbio che le persone sacrificate sono stati i militari, e i civili non ne hanno sofferto; è anche indubbio quello che mi disse un giorno Gelli in un incontro casuale a via del Babuino a Roma: "ho nella manica una quantità di membri del Parlamento". Mi disse anche il numero, ma ora non lo ricordo. Gli chiesi anche chi fossero e mi rispose che i nomi non me li poteva dire, ma che appartenevano a tutti i partiti, tranne uno. Certo, se appartenevano a tutti i partiti, anche i dirigenti di quei partiti saranno intervenuti per aiutare e sostenere i loro colleghi.

TASSONE. Volevo correggere un'affermazione fatta in precedenza dal collega Leone. Noi non dobbiamo dimenticare, anche perché probabilmente i verbali di questa audizione li dovremo trasmettere all'autorità giudiziaria, che a carico del generale Maletti e di altri sono state formulate ipotesi giudiziarie di tentativi di sovversione istituzionale, anche per il periodo successivo ai primissimi anni'70, cioè alla seconda metà della prima metà degli anni '70. Io le do atto che, da quando è stata scritta la proposta di relazione, queste ipotesi giudiziarie non hanno fatto alcun passo avanti. Direi inoltre che oggi si scontrano con la soluzione giudiziaria finale che si è avuta nel processo contro la P2. Però, nel 1972, il normale silenzio dei politici fu interrotto da una dichiarazione singolare dell'onorevole Forlani, il quale disse testualmente a La Spezia: "è stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia portato avanti dalla liberazione ad oggi. Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche internazionale. Questo tentativo non è finito. Noi sappiamo in modo documentato che è ancora in corso". Questa dichiarazione di Forlani si riferisce a ciò di cui lei ci ha parlato questa mattina, cioè a questa attività di intelligence che il suo Servizio continuava a fare, quindi l'allarme dato ad Andreotti, che lei ha confermato.

MALETTI. Senatore, vorrei sapere quando è accaduto.

TASSONE. Il 5 novembre 1972.

MALETTI. Allora certamente si riferisce a quel secondo allarme dell'agosto 1972, sull'eventualità di un golpe di Ferragosto. Per quanto riguarda le connessioni internazionali, immagino che l'onorevole Forlani si riferisse soprattutto ai gruppi eversivi stranieri, più che a organizzazioni statuali.

PRESIDENTE. Quel colloquio tempestoso fra il referente Cia romano e Miceli di che periodo è?

MALETTI. Quel colloquio è della seconda metà del 1971, poco prima del mese di settembre.

PRESIDENTE. Quanto lei ora ha dichiarato a proposito di ciò che le disse Gelli poteva riferirsi quindi ad un'idea che un'eventuale evoluzione verso la Repubblica presidenziale, che poi era il fondamento di quell'ipotesi giudiziaria di cui parlavo prima, potesse avvenire per la normale via parlamentare, attraverso un controllo dei parlamentari italiani da parte della P2; cioè questo controllo che Gelli aveva di moltissimi parlamentari avrebbe potuto portare per via parlamentare ad una involuzione tecnocratica dello Stato come quella che poi emerge nei documenti che sono stati sequestrati o che sono stati fatti sequestrare nella valigia della figlia di Gelli.

MALETTI. Io penso di sì. Ritengo che Gelli intendesse proprio acquisire il maggior numero di consensi tra i parlamentari in modo da poter realizzare questa maggioranza a suo favore o a favore di una soluzione tecnocratica, come lei dice.

TASSONE. Generale Maletti, quando lei parla di debolezza della politica si sente di dire anche che la politica (quando parliamo di politici l'equazione politica-Governo non è perfetta) ha un significato in termini complessivi? Tanto è vero che le brigate rosse furono sconfitte quando tutte le forze politiche si trovarono concentrate in un unico sforzo rispetto ad alcune esigenze che prima non si avvertivano, oppure ci furono delle forze che prima non fecero avvertire alcuna esigenza di una forte presenza nel paese. Se la sente di dire questo?

MALETTI. Concordo infatti con quello che lei dice. La mancanza di unità all'interno del paese era quella che soprattutto - ritengo - limitò, se non addirittura paralizzò, gli interventi politici al tempo del primo momento del terrorismo degli anni '70.

TASSONE. Si è parlato anche dell'ammiraglio Martini, che come lei sa è considerato un esperto dei Servizi, tanto è vero che dopo aver esaurito il suo mandato nei Servizi è stato trattenuto presso la Presidenza del Consiglio dei ministri come consulente. Credo che all'epoca il Presidente del consiglio fosse Giuliano Amato. Può dare una sua valutazione su questo dato oppure basta la mia informazione?

MALETTI. Ho parlato prima anche di questo fatto. L'ammiraglio Martini era indubbiamente un uomo di notevole valore professionale ed era anche un uomo abbastanza legato a qualche politico. Non c'è dubbio che per avere quell'incarico occorre godere di un benestare politico; per avere poi un prolungamento dell'incarico (o nell'incarico) questo appoggio politico è ancora più necessario. Infine, per giungere ad ottenere un posto dopo il collocamento in ausiliario con funzioni di consulenza per la sicurezza o quale altro incarico abbia ricevuto presso il Governo, fa capire chiaramente che Martini era, come si dice in termini militari, fortemente "ammanigliato" in sede politica. Ciò non toglie che fosse anche un uomo di buona capacità professionale.

TASSONE. L'ultima domanda che vorrei porre al generale attiene alla vicenda, su cui torno ogni tanto, che riguarda Andreotti e Moro. Moro, non so se a torto o a ragione, era considerato un uomo molto vicino al Pci. La sua strategia politica, la sua amicizia con il generale Miceli (ovviamente questi è stato un parlamentare della destra, del Movimento sociale-Destra Nazionale) come si conciliavano? Inoltre, se lei ha avuto ovviamente sentore di ciò, il rapporto tra Andreotti e Moro era un rapporto di contrasto all'interno di un partito politico, oppure andava oltre? Si tratta di una considerazione, di una valutazione. Quando si parla di Moro che ha dato l'autorizzazione alla "fuga di quei terroristi palestinesi", si tratta di una decisione del Governo italiano o c'è stata anche una coincidente adesione da parte dell'opposizione del Parlamento che ha accettato - questo nel migliore dei casi - o quanto meno ha condizionato una parte di una certa politica filopalestinese all'interno del nostro paese, se è vero come è vero che Shamir aveva qualche risentimento nei confronti del nostro Governo e le polemiche nei confronti di Shamir sono state sollevate dal Governo italiano ma soprattutto dalle opposizioni di allora.

MALETTI. Lei per Shamir intende il generale Zwigmir?

TASSONE. Intendo l'ex Ministro degli esteri israeliano ed ex primo Ministro.

MALETTI. Credo che l'amicizia o il rapporto Miceli-Moro fosse più sul piano della politica internazionale, della politica estera, che sul piano della politica interna. Il generale Miceli era chiaramente un sostenitore della politica filoaraba più che filopalestinese e in questo certo non andava d'accordo - almeno ritengo - con l'onorevole Andreotti, per quanto anche l'onorevole Andreotti ad un certo momento l'abbia chiaramente fatto. Non credo che ci sia un contrasto, una contraddizione tra la posizione di Miceli nei confronti della destra e la sua frequentazione dell'onorevole Moro, perché le due cose erano diverse: Moro si occupava di politica estera mentre al generale Miceli interessava portare avanti un discorso con i palestinesi piuttosto che giungere ad una repressione del terrorismo. D'altra parte era legato anche al servizio libico in un modo, immagino, corretto, come peraltro vi era legato lo stesso Andreotti, come ho sentito oggi. Non vi è una contraddizione e non credo vi sia una linea netta da tirare tra queste due tendenze: quella anticomunista di Miceli e allo stesso tempo filoaraba, di amicizia e di consenso nei confronti di Moro.

TASSONE. Generale Maletti, vorrei ringraziarla per la sua audizione e vorrei chiudere il mio intervento con una valutazione che ho fatto inizialmente, quando si parlava, non a caso, di poteri forti all'interno del nostro paese di corpi separati dallo Stato. Non do alcuna valutazione su questa sua cortese audizione; ovviamente siamo venuti per raccogliere di più e per avere elementi, non soltanto per guardare al passato ma soprattutto per assicurarci un futuro sereno. Credo che questa sia un po' l'ambizione di chi lavora in Parlamento, di chi ha un posto di responsabilità all'interno del nostro paese. Lei si sente di dire che vi è una qualche precisa, individuabile o assoluta - vado sul relativo - responsabilità da parte del Governo della Repubblica o della politica nell'aver alimentato il terrorismo o nell'averlo coperto, o quanto meno che la situazione sia sfuggita di mano? Abbiamo visto anche i processi degenerativi di alcune organizzazioni che sono sfuggite anche al controllo di chi le aveva alimentate. Qual è la sua valutazione, più che da ex responsabile del reparto D del Sid, più che da ex generale, proprio da cittadino italiano, con la rivendicazione che ha fatto di patriottismo ed amore nei confronti di questo paese? Si sente di dire che c'è stata comunque una responsabilità, senza la quale le vicende drammatiche e tragiche non sarebbero avvenute all'interno del nostro paese?

MALETTI. Sì, come ex cittadino italiano, mi sento di dire che la responsabilità politica è stata responsabilità di tolleranza per l'avanzata degli estremismi, di mollezza nel combatterli. Non credo che si sia trattato in tutti i casi, nell'intero arco dello svolgimento del terrorismo, di connivenza, di complicità e tanto meno di sollecitazione. Però ci sono stati episodi nelle strutture dello Stato - e non parlo solamente di quelle del Sid - che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, di lasciare che le cose andassero in una certa direzione e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi nell'ambito dello Stato e del paese. Con questa valutazione mi riferisco al Ministero della difesa, al Ministero dell'interno e anche alla Presidenza del Consiglio.

PRESIDENTE. Innanzitutto vorrei fare una precisazione per la Commissione. Sarebbe opportuno che i membri nuovi, come Tassone, leggessero l'audizione che noi avemmo dell'addetto stampa di Moro, Guerzoni, perché è un documento illuminante nel descrivere la personalità di Moro. Guerzoni ci spiegò che Moro era innanzitutto conservatore, quindi un uomo di destra: però era un conservatore illuminato, soprattutto era un democristiano che voleva mantenere il più possibile la centralità della Democrazia cristiana e che dopo la sconfitta elettorale del 1968 presagi la sconfitta nel referendum del 1974. Per questo instaurò la strategia dell'attenzione prima e poi la strategia del compromesso storico con il Pci, in attesa che la situazione anche internazionale evolvesse per arrivare a quella che oggi noi chiamiamo la democrazia dell'alternanza. Vorrei fare una precisazione per il verbale: quando ho parlato della possibilità che il disegno di Gelli si realizzasse per via parlamentare, non volevo affatto dire che sarebbe stata una via democratica, perché un conto è che di una riforma istituzionale si discuta apertamente, anche con l'opinione pubblica, come adesso stiamo facendo, altro è che invece nasca un partito trasversale per il presidenzialismo e che al vertice, in una loggia coperta in cui erano rappresentati tutti i vertici dei corpi separati, quello avrebbe avuto della democrazia soltanto la forma ma non la sostanza. Il collegamento internazionale di Gelli, di cui oggi abbiamo avuto conferma, rafforza questa valutazione che resta sostanzialmente negativa, anche se probabilmente non lascia spazio a valutazioni giudiziarie di tipo penalistico. Seguiranno ora gli interventi degli onorevoli Corsini e Fragalà. Prima di chiudere però vorrei fare una domanda su uno scenario successivo dell'Italia, nei limiti in cui il generale ci potrà rispondere.

CORSINI. Io non voglio assolutamente trarre un bilancio, che tra l'altro sarebbe improvvisato e del tutto estemporaneo, delle risposte che il generale ci ha dato. Voglio però partire dal punto in cui il collega Tassone ha concluso la sua conversazione con il generale Maletti, cioè le sue osservazioni, le sue valutazioni sul fenomeno della destabilizzazione antidemocratica e delle strategie eversivo-stragistiche. Vorrei che lei, signor generale, ne parlasse a quasi venticinque anni di distanza quasi come osservatore, come cittadino che guarda per taluni versi, quasi con il cannocchiale alla rovescia, le vicende cui ha assistito e delle quali, in qualche misura, è stato anche protagonista. Prima di chiedere espressamente il suo parere, mi permetto di fare una duplice raffigurazione delle interpretazioni che oggi giocano sul campo la partita della comprensione di questo fenomeno. Le sintetizzerò così, molto brutalmente, in modo un po' abborracciato. La prima interpretazione la conosco più direttamente perché, seppure in minima parte, ho contribuito anche io a formularla, ed è una interpretazione che va ricondotta soprattutto alla storiografia italiana contemporanea. Sostanzialmente è questa: la strategia della destabilizzazione comincia - c'è una annotazione notissima nel diario di Nenni in proposito - quando all'inizio del centro-sinistra vi fu il sentore di uno sferragliare di sciabole. Questo perché il nostro paese è un paese alla "periferia dell'impero", un paese a sovranità limitata dentro la divisione del mondo e dentro la divisione interna della guerra fredda; è un paese che vincola i suoi governanti ad una sorta di doppia fedeltà, ed è un paese nel quale opera un meccanismo che si chiama di doppio Stato. Anzi, il presidente Pellegrino, sulla base di una serie di verifiche che ha condotto come Presidente della Commissione, dà una forma secondo me molto credibile, molto comprovata e molto dignitosa a questo tipo di interpretazione: cioè, un questo quadro di sovranità limitata, di doppia fedeltà, di doppio Stato. Io aggiungo anche di doppia consociazione: vi è una consociazione che vede Democrazia cristiana e Partito comunista produrre una sorta di divisione del lavoro: all'una la conduzione politica, all'altro il controllo della dinamica sociale; dall'altra parte vi è una consociazione della destra politica e sociale con l'esperienza della destabilizzazione. Che cosa si verifica? Si verifica che alla fine degli anni '60 e all'inizio degli anni '70, quando in Italia matura una democrazia esigente (la definizione è di Aldo Moro), alcune forze che sono della politica e della società, degli apparati dello Stato, dei Servizi italiani ed internazionali, ritengono che questo processo vada bloccato, perché non è concepibile che il nostro paese fuoriesca dal quadro che prima appunto delineavo. Questa interpretazione ha visto pubblicazioni e saggi, peraltro non numerosi, perché pochi sono gli storici italiani che si sono occupati di questa vicenda. Uno di loro è qui presente e si tratta del professor De Lutiis. Esiste una seconda interpretazione che è sostanzialmente opposta e che non ha avuto una rigorizzazione in sede storiografica; però ha avuto memoriali, testimonianze, occasioni di espressione pubblica, convegni e così via. Questa interpretazione dice che in realtà la democrazia italiana era una democrazia bloccata; il Pci aveva interiorizzato una sorta di conventio ad excludendum; la conventio ad excludendum peraltro funzionava nei suoi confronti; le forze che avevano detenuto una supremazia politica negli anni della Repubblica erano consapevoli che in ragione del fatto che questa era una democrazia bloccata, l'unica possibilità di costituire un'alternativa era sul versante della destra. Per impedire questa alternativa quelle forze hanno promosso una strategia eversiva che ha utilizzato gli apparati dello Stato, e talora anche la cospirazione internazionale, per fare in modo che sulla destra venisse ribaltata l'accusa di inaffidabilità democratica, perché bisognava delegittimare quella destra che in qualche misura poteva ambire a costituire una possibile alternativa.Questa seconda interpretazione non ha ancora avuto - penso che anche l'onorevole Fragalà ne potrà convenire - la stessa dignità storiografica che ha avuto la prima; non esiste un corpo consolidato di studi e di ricerche che avvalori questo tipo di interpretazione. Non voglio fare una valutazione positiva o negativa; la mia è una semplice constatazione. Di fronte a queste due interpretazioni, a quasi ormai trent'anni di distanza, visti con il cannocchiale alla rovescia, visti da un uomo come lei che ormai è fuori dalla vicenda italiana, che non ha più un interesse diretto, non è più un protagonista con un ruolo specifico, quale le pare più plausibile? Quella di uno sforzo teso a bloccare un'evoluzione del sistema democratico italiano verso la soddisfazione delle domande della democrazia esigente, quindi verso una legittimazione delle sinistre e del loro ruolo, o invece quella di una criminalizzazione della destra impedendole di porsi come possibile alternativa?

MALETTI. Dopo quanto lei ha detto, credo di poter aggiungere molto poco e soprattutto con parole molto povere. Personalmente propendo per la prima delle due alternative. Però tenga presente una cosa che tutti d'altra parte conoscono bene e cioè che una buona parte della nazione negli anni a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 era sconvolta dalla insorgenza del fenomeno della contestazione, degli scioperi selvaggi, dell'autunno caldo, del crollo della disciplina nelle università, e così via, e quindi si tendeva ad attribuire tutto questo naturalmente alla sinistra e a guardare verso una soluzione che frenasse l'avanzata delle sinistre e desse un maggiore respiro ad un centro democratico non necessariamente però appoggiato alla destra.

FRAGALA’. Generale Maletti, lei con le sue risposte, a cui farò ora delle domande di riferimento, come si dice nei processi, mi ha fatto sorgere numerosi dubbi che vorrei assieme a lei chiarire. Se fosse corretta l'interpretazione della bozza del senatore Pellegrino (da lei letta come una interpretazione che viene da una certa pubblicistica e per cui naturalmente desidero apportare un mio personale contributo perché so che il senatore Pellegrino è persona che ha dimostrato nei fatti di non nutrire pregiudizi ideologici ma soprattutto di non essere disposto a portare il cervello all'ammasso) per cui ci sarebbe stata la Cia che, attraverso i Servizi interni, avrebbe utilizzato frange dell'estremismo nero per effettuare le stragi negli anni '70 e quindi portare avanti quella strategia della tensione di cui lei ha parlato in precedenza, ebbene, rispetto a questa impostazione le faccio notare però delle incongruenze e delle contraddizioni enormi che sono venute fuori dalle sue dichiarazioni. Lei infatti ha detto che se c'erano deviazioni nei Servizi, che lei ha trovato, si trattava di deviazioni verso il basso, cioè verso le corna, le porcherie, le fotografie dal buco della serratura, e così via, e non verso l'alto. Se il Servizio era degradato o i Servizi di informazione erano deviati ciò accadeva perché tale Servizio non si occupava di strategie della tensione o di strategie eversive, ma si occupava soltanto di corna o di attività ricattatorie. Quindi, signor generale, questa strategia della tensione, se il Servizio era ridotto a questa "paccottiglia" da cortile e da pettegolezzo, chi l'ha realizzata?

MALETTI. Io non ho detto che il Servizio si interessasse solo di queste cose, tanto per incominciare. Esso si è dovuto interessare anche di queste cose su richiesta naturalmente di uomini politici e di Governo e non aveva più una sua funzionalità efficiente perché impiegava molto del suo tempo in altre attività; ma non ho detto che tutto quello che faceva fosse puramente corna o sguardi dal buco della serratura. Poteva essere infatti uno degli elementi della cosiddetta strategia della tensione; questo però non mi risulta. Può darsi che altro Servizio invece fosse coinvolto nella strategia della tensione e sappiamo o supponiamo quale fosse. Io non so cosa sia stato scoperto nell'archivio di questo altro famoso Servizio recentemente. Mi auguro che possa sortire qualche effetto da questa scoperta, ma posso dire che, all'epoca, il mio predecessore non mi diede un elemento di guida che mi potesse illuminare su una strategia della tensione commessa dal Servizio da me dipendente, cioè dal reparto D. Quindi penso che, essendo Gasca Queirazza una persona onesta e coerente, non ci fosse da parte di elementi del reparto D un coinvolgimento in questa strategia della tensione. Questa strategia della tensione poteva venire diretta in modo immediato da altri elementi del Servizio che non appartenevano al reparto D, oppure da altri servizi.

FRAGALA’. Come ha detto poco fa l'onorevole Corsini, io ho l'impressione (sto verificando questa interpretazione) che la strategia della tensione - quindi le stragi, le bombe, e così via - hanno oggettivamente, come direbbe Laurentin Beria, a cui io certo non sono vicino ideologicamente, realizzato il progetto politico dell'onorevole Andreotti di cui anche lei ci ha disvelato le finalità: cioè quello che le bombe e la strategia della tensione servivano e sono servite ottimamente a criminalizzare, ghettizzare e demonizzare la destra, eliminando una bottega elettorale concorrente alla Democrazia cristiana che poteva temere solo di perdere voti a destra, in quanto a sinistra aveva la teoria della diga anticomunista. Accreditare il Partito comunista come partito d'ordine (questo riuscì eccezionalmente con il sequestro Moro; lei avrà letto le lettere di Moro e ciò che egli ha scritto, compresa la fine della Democrazia cristiana che si è realizzata in modo assolutamente puntuale), senza tema di concorrenza elettorale da parte della destra politica nei confronti della Democrazia cristiana, è un progetto che si è realizzato. La vorrei richiamare ad un altro elemento di carattere internazionale che è sfuggito all'onorevole Corsini, ma che sicuramente sarà presente nella sua interpretazione. Il problema della conventio ad escludendum interiorizzata dal Partito comunista non è naturalmente un'invenzione degli osservatori politici o degli storici, perché ha il suo fondamento diplomatico nel patto di Yalta, quindi nella divisione del mondo in zone di influenza. Perciò lei sa che gli Stati Uniti si sono ben guardati dall'intervenire in Ungheria, quando l'onorevole Togliatti chiamava i ragazzi, che si facevano schiacciare dai carri armati, schiavi e servi dell'imperialismo americano, e che si sono ben guardati dall'intervenire nel 1969 contro l'occupazione militare della Cecoslovacchia e quell'ulteriore genocidio di democrazia. Io non mi sto ponendo adesso il problema se il Pci lo condannò, o che lo condannò una parte del Pci (il senatore Pellegrino lo deve ricordare), perché una parte del Pci invece non condannò quell'invasione e la ritenne più che legittima dal punto di vista della legittimità democratica e popolare. Allora il mio problema è questo: se il patto di Yalta riservava queste due zone di influenza, l'onorevole Andreotti, nella sua strategia di accreditamento del Pci nell'area di Governo e quindi di demonizzazione e criminalizzazione della destra, evidentemente aveva un interesse concreto a creare, attraverso anche i Servizi, non soltanto quegli elementi di destabilizzazione che chiamiamo strategia della tensione, ma di organizzare i depistaggi per far sì che quegli elementi ricadessero esclusivamente nella responsabilità della destra politica che per questo era criminalizzata. Il senatore Pellegrino dal 1980 in poi addirittura ha ritenuto, con la sua consueta onestà intellettuale, che di questi fatti di depistaggi ai danni della destra per la strage di Ustica, la strage di Bologna, e così via, ci sono addirittura le prove giudiziarie. Sempre in quell'ottica quindi dell'accreditamento e del consociativismo di cui parlava in pratica l'onorevole Corsini. Allora io le chiedo: se c'era questa condizione di sovranità limitata che divideva in due l'Europa, e che addirittura consentiva ai sovietici di ammazzare gli studenti cechi o gli studenti ungheresi senza timore di reazione, come anche a Berlino o a Potzdam o a Danzica, lei come fa a sostenere che vi potesse essere un interesse eversivo nel senso di creare questa strategia della tensione - lei ha detto che quella del senatore Pellegrino è un'ipotesi possibile - da parte degli Stati Uniti d'America che avevano, sul piano della interlocuzione diretta con l'Unione Sovietica, la possibilità di uno scambio, addirittura rispetto a fatti gravissimi come quelli dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, di Danzica, di Berlino, di Potzdam, e così via? Io non capisco come mai lei, sulla base di questi dati obiettivi di politica internazionale e di fatti storici ormai inconfutabili, ritiene che invece sia possibile un intervento nel senso dell'interpretazione data dal senatore Pellegrino.

MALETTI. Ritengo che sia possibile. Teniamo sempre presente che ci sono varie fasi, che abbiamo un terrorismo che si è sviluppato nell'arco di diversi anni. Ritengo che il primo tempo di questo terrorismo, quello più vicino ai fatti dell'autunno caldo e l'inizio dell'eversione, dei disordini studenteschi e così via, con lo spavento creato nel paese, possa giustificare e sostenere la prima versione non del senatore Pellegrino ma dell'onorevole Corsini. Successivamente, questa famosa divisione di Yalta è venuta gradualmente a sgretolarsi, lei lo sa perfettamente. La Jugoslavia è uscita dall'orbita sovietica; l'Albania è uscita addirittura dall'orbita cinese; la democrazia, con un certo sforzo, è arrivata in Cecoslovacchia; Ceausescu in Romania ha introdotto alcuni cambiamenti non certo in linea con gli orientamenti della politica sovietica.

FRAGALA’. Lei non ha escluso l'influenza americana sulle vicissitudini personali all'interno del Servizio. lo vorrei rilevare una contraddizione. Lei, nei contrasti fra corrente filoaraba e filoisraeliana all'interno del Servizio, era schierato dalla parte filoisraellana, come si può immaginare che gli americani - che certo non potevano essere filoarabi - invece di appoggiarla, possano avere gradito il suo allontanamento?

MALETTI. Qui bisogna distinguere il quadro degli interessi internazionali e la situazione interna italiana. Agli americani importava poco che io fossi filoisraeliano; quello che a loro premeva di più era un reparto D che facesse una politica interna dei Servizi gradita a loro.

FRAGALA’. Agli americani la questione mediorientale ha sempre importato molto. Anche di recente la Albright ha fatto una sfuriata sulla questione Libia. Quest'ultimo episodio richiama alla memoria, per così dire, la sfuriata contro Miceli della quale lei ci ha parlato.

MALETTI. La sfuriata Cia contro Miceli aveva per oggetto, come ho detto prima, l'inerzia del Servizio nel settore del controspionaggio e l'uso delle risorse finanziarie che loro ci fornivano.

DE LUCA Athos. Voglio ricordare che la nostra Commissione ha e deve mantenere come obiettivo quello di fare luce sulla oscura stagione delle stragi, contro quella sorta di partito trasversale che si va coagulando e che si vorrebbe accontentare, e vorrebbe che ci accontentassimo, invece, delle conoscenze e delle ricostruzioni fino ad oggi disponibili. Se lei, generale Maletti, non sapeva tante cose, dobbiamo pensare che i nostri Servizi non servivano a nulla e che a tutto finivano per pensare i Servizi stranieri. Se invece Maletti sapeva, ma non parla neanche oggi, vuol dire che il vecchio potere politico è ancora forte e ci impedisce tuttora di fare luce.

MALETTI. Io non sono influenzato dal vecchio potere politico e non lo sono stato neanche in passato, nonostante le minacce e le pressioni che mi sono arrivate fino a verso la metà degli anni '80. Quanto all'efficienza del Servizio, il reparto D aveva i suoi limiti, e l'ho già detto, e io pure ne avrà avuti; ma comunque non c'è stata malafede (almeno per quel che mi riguarda).

PRESIDENTE. Ringrazio il generale per la faticosa audizione alla quale si è sottoposto con noi e gli rivolgo un'ultima domanda.

Premesso che, fino a tutti gli anni '70, il quadro degli eventi è sufficientemente chiaro, almeno sotto il profilo di una ricostruzione storico-politica di quel periodo, dopo l'uccisione di Moro, invece, il quadro diventa oscuro. Vorrei chiederle, allora: sulle vicende degli anni '80, su Ustica, Bologna, treno 904, lei che cosa sa, che cosa può dirci? Io ho l'impressione che, dopo la vicenda Moro, negli anni '80, l'Italia cambi e al "tintinnare delle sciabole" subentri il "tintinnare degli zecchini".

MALETTI. Ne so troppo poco per formulare ipotesi sul treno 904 o su Bologna. Su Ustica posso forse fare una ipotesi: penso ad un attentato libico di stile gheddafiano contro paesi occidentali variamente amici e legati agli Usa, come più tardi avvenne nei casi di Lockerbie e del Ciad. L'attentato all'aereo esploso e caduto nel Ciad fu una vendetta contro la Francia per la sua politica in quella regione; quello di Lockerbie fu una vendetta contro gli Usa per le azioni di guerra aerea condotte contro la Libia. Ustica forse fu un avvertimento libico all'Itaha.

MANCA. Allora lei, tra il missile e la bomba, è per l'ipotesi bomba?

MALETTI. Sì, sono per l'ipotesi bomba.

(Voce fuori microfono). Ma nessuno ha rivendicato Ustica.

MALETTI. Questo non sarebbe un elemento di contraddizione, perché il terrorismo libico non ha mai fatto rivendicazioni.

PRESIDENTE. Ringrazio ancora il generale ed i presenti e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle ore 19,30.


 

 

La Guerra Fredda in Italia

 

Crediamo che a oltre venti anni da episodi come il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro siano maturi i tempi per tentare uno sforzo interpretativo di quei tragici eventi secondo criteri improntati alla storia e non alla cronaca o, peggio, alla polemica elettorale tra i partiti politici italiani sopravvissuti a quella stagione. Riteniamo che il primo strumento di cui servirci sia una cronologia di quella che viene denominata 'Guerra Fredda', lo scontro spionistico-militare tra USA e URSS per il controllo dell'Europa iniziato alla fine della II Guerra Mondiale e conclusosi solo nel 1989 con il ritiro dell'Armata Rossa da Berlino e con il conseguente crollo del 'Muro'

Cronologia:

1945 - 21 Marzo = Un documento della Repubblica di Salo' rivela la costituzione, da parte della propria polizia segreta, in attuazioneal piano Graziani di un organismo speciale, inteso a sopravvivere all'imminente crollo, diretto da un ufficiale superiore dotato di 16 corrieri, 18 agenti nel nord Italia, 41 agenti nel resto della penisola, sotto falsa identita', destinato a restare operativo anche in caso di invasione alleata. Tale organismo, protetto e mascherato con tutti i mezzi, aveva la sua sede centrale in un ufficio commerciale basato a Padova .
1945 - Aprile = Il principe Junio Valerio Borghese , comandante della X MAS , futuro golpista, nascosto a Milano , viene sottratto alla cattura e alla fucilazione da James Angleton , capo delle operazioni speciali dei servizi segreti americani in Italia, con la collaborazione del capitano Carlo Resio , della marina italiana, e trasportato a Roma , vestito da ufficiale americano, su una jeep dell'esercito USA.
La seconda Divisione del Segretariato di Stato Vaticano , che e' diretta dal futuro papa Giovanni Battista Montini , da cui dipende l'ufficio rifugiati, si colloca al centro di della grande operazione di evacuazione di criminali di guerra nazisti ("operazione conventi ") che passano l'Atlantico travestiti da prete e muniti di passaporti di copertura, in collaborazione con l'OSS prima e con l'SSU (Secret Service Unity , organismo di transizione fra l'OSS e la CIA ), diretta da James Angleton a Roma , poi. Regista dell'operazione e' monsignor Haloisius Hudal .
1945 - 2 Maggio = Trieste e' occupata dalle truppe inglesi e da quelle di Tito. Dalla Brigata Osoppo nascono le formazioni armate "III corpo Volontari della Liberta' ", "Volontari difesa confini italiani ", "Gruppi Tricoloristi ".
1945 - 22 Maggio = Il generale nazista Reinhard Gehlen (ex comandante delle Armate Straniere Est) si consegna agli americani e viene spedito in USA.
1945 - Giugno = Un folto gruppo di grandi industriali tra cui Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio , Angelo Costa , Falck e Valletta si riunisce a Torino il 16 e 17/6/1945 per decidere i piani per la "...lotta al comunismo con qualsiasi mezzo...", sia con la propaganda che con l'organizzazione di gruppi armati, questi ultimi affidati a Tito Zaniboni . Secondo un rapporto dei servizi segreti americani: "...le spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare l'avventura..."; 120 milioni sono stanziati subito, e vengono depositati in Vaticano .
1945 - 17 Giugno = Muore in uno scontro a fuoco con i carabinieri, in circostanze oscure, Antonio Canepa , comandante dell'EVIS . Dopo la sua morte la componente progressista del Movimento Indipendentista viene repressa e annientata e la destra della mafia e dei latifondisti prende il sopravvento.
1945 - Luglio = Il papa PIO XII da ordine a tutti i vescovi diocesani d'Italia di intensificare con ogni mezzo la lotta al comunismo e fa divieto ai cattolici di militare nei partiti di sinistra. La Democrazia Cristiana riceve l'ordine vaticano di irrigidire la chiusura verso i comunisti (Documento OSS L. 58565 del 20/7/1945).
1945 - Settembre = Riunione segreta dei capi separatisti in Sicilia , viene sancita l'alleanza con i banditi di Salvatore Giuliano che diventa capo dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia ).
Nasce l'organizzazione di mutuo sostegno delle ex SS ("Odessa ") coordinata da Otto Skorzeny .
1945 - 20 Settembre