FISICA/MENTE

ARTICOLI DI VARI GIORNALI ALL'EPOCA DEL SEQUESTRO ED ASSASSINIO MORO

PARTE 5

Lotta Continua, Il Popolo, Il Giorno

 

Né con le BR né con lo Stato. E poi?...
Marco Boato, Lotta Continua 24 marzo

 

Dopo Roma e Milano: sviluppare la discussione e l'iniziativa politica di massa. Ancor più che nella fase precedente (20 giugno, movimento del '77, convegno di Bologna, uccisione di Crescenzio, prima, e Casalegno poi), dopo il rapimento di Aldo Moro e il massacro della sua scorta a Roma, e dopo l'assassinio di Fausto e Jaio e il loro straordinario, imponente funerale a Milano, si è accentrata su Lotta Continua una attenzione spasmodica, perfino morbosa, da parte di una schiera innumerevole di “osservatori”. Quello che viene scritto quotidianamente sul nostro giornale viene analizzato e “vivisezionato” con la cura di una équipe di specialisti. Gli “esegeti” di professione emettono pressoché ogni giorno il loro verdetto: e c'è chi ci paragona a De Carolis e chi ci denuncia, nonostante tutto, come “simpatizzanti” delle BR; c'è chi ci ritiene idealisti e opportunisti per il nostro “umanitarismo”, e chi ci considera avventuristi e militaristi, solo perché ci rifiutiamo drasticamente di allinearci con quella gigantesca operazione di “pacificazione sociale” che coincide col massimo di militarizzazione statuale. L'iniziativa di massa (oltre le difficoltà, il disorientamento e le contraddizioni delle prime ore di sabato notte) dopo lo spietato assassinio di Fausto e Jaio a Milano, la rottura dell'infame cordone sanitario di menzogne e calunnie che tutto il quadro istituzionale aveva tentato di costruirci attorno ai loro cadaveri di giovanissimi compagni del movimento, l'eccezionale partecipazione di massa e di classe ai loro funerali, dopo l'indegno e cinico comportamento soprattutto del PCI e della CGIL, hanno segnato - ma pagato ad un prezzo umanamente intollerabile - l'inizio di una svolta decisiva e profonda nella presenza e nell'iniziativa del movimento rivoluzionario dentro rapporti di forza e un quadro istituzionale drasticamente condizionato da tutto ciò che si muove attorno al rapimento di Moro (la prosa - letteralmente da voltastomaco - di G.F. Borghini sulla prima pagina de l'Unità di venerdì 24 marzo ne rappresenta, paradossalmente e vergognosamente, un sintomo, di cui però avremmo fatto volentieri a meno). Ma credo sia necessario non farsi facili illusioni sulla situazione politica e di classe attuale. Bisogna riprendere con forza il dibattito e l'iniziativa politica di massa - dall'interno delle contraddizioni che attraversano tutti i movimenti di classe e gli strati proletari - senza tentare di “esorcizzare” alcuno dei problemi che abbiamo di fronte oggi, a partire dal rapimento di Moro. I “primi risultati del rapimento di Moro” In primo luogo, dobbiamo “ringraziare” le BR della colossale accelerazione del processo di trasformazione autoritaria dello Stato, di creazione di una “democrazia protetta”, di costruzione di un vero e proprio Stato di polizia, a cui stiamo assistendo ormai con una possibilità e capacità pressoché minima - nei tempi brevi, quotidiani, in cui si sta realizzando - di intervento antagonistico. Ho scritto “accelerazione”, perché non sono certo le BR (né le altre organizzazioni “terroristiche” minori) la causa prima e principale di questo processo, che fonda le sue radici nel rapporto tra le gestione capitalistica della crisi dei rapporti di produzione e ristrutturazione degli apparati di repressione e di consenso dello Stato, in un sistema economico e politico-sociale, come quello italiano, dove permane nonostante tutto un irriducibile antagonismo di classe. Tuttavia le azioni delle BR - e delle altre organizzazioni terroristiche “di sinistra” - non solo hanno accelerato questa trasformazione autoritaria e sostanzialmente annullato (o enormemente ridotto) le contraddizioni all'interno dello schieramento borghese e revisionista, e perfino anche in ampi settori proletari e popolari, ma hanno per la prima volta fornito a questo processo reazionario quella “legittimazione” ideologica, quel consenso sociale di cui era sostanzialmente privo. Dobbiamo “ringraziare” le BR di questa rivoltante “santificazione” della DC e del suo trentennale apparato di potere; di questo varo plebiscitario (dai fascisti-legalitari di Democrazia Nazionale al PCI e alla Sinistra Indipendente, cosiddetta) di uno dei più indecenti e sputtanati governi democristiani che la storia ricordi (per non risalire agli anni '50, l'unico paragone è proprio il governo “extraparlamentare” di Andreotti - anche allora “monocolore DC” - che preparò le elezioni anticipate del 1972); di questa messa in “stato d'assedio” permanente (per settimane, mesi: chi lo sa? a chi lo dobbiamo chiedere: al Governo o alle BR, o a tutt'e due contemporaneamente?) di Roma e progressivamente di mezza Italia; di questa promulgazione, a tempi di record, della più infame infornata di leggi eccezionali e liberticide dai tempi del fascismo; di questo ingresso di massa nella mentalità della “gente” (uso volutamente un termine interclassista) della ideologia della “pena di morte” (non la pagheranno, se non in casi eccezionali, i “clandestini” della lotta armata, ma centinaia di compagni, di proletari, o magari di “piccoli delinquenti”: un massacro già in atto, ma che verrà ora moltiplicato). Nessuno obietti che tutto ciò non è opera delle BR, ma dello Stato: lo sappiamo benissimo (e prescindo, volutamente in questo intervento, dall'analizzare la questione - tutt'altro che irrilevante - della provocazione organizzata, del ruolo dei servizi segreti, dei collegamenti internazionali, che va affrontata specificamente). Ed è proprio perché lo sappiamo benissimo - e abbiamo impegnato tutti noi stessi (alcuni compagni sono morti, per questo) per denunciare, contrastare e tentare di rovesciare queste tendenze, queste realtà - che dobbiamo denunciare con la massima forza chi finge di non saperlo o di poterlo ignorare, o, peggio ancora, chi pensa che tutto ciò sia inevitabile: finché queste parole hanno ancora un senso, essere marxisti rivoluzionari è esattamente l'opposto di essere imbecilli suicidi (oltre che omicidi). Lo Stato borghese “fa il suo mestiere”, e da parte nostra non ci può essere il minimo cedimento nell'analisi, nella denuncia, nella lotta. Ma neppure il minimo cedimento nell'analisi, nella denuncia, nella lotta contro chi farnetica di “colpirlo al cuore” nel momento stesso in cui lo rafforza, lo ricompatta, lo legittima nei suoi peggiori aspetti reazionari e antiproletari. La questione del terrorismo: “non si può processare la rivoluzione”? E' vero: la rivoluzione non si può processare. Ma il problema non è questo, se non per chi ha voglia di fantasticare. Si tratta di capire se il terrorismo “di sinistra”, oggi, e in particolare la teoria e la pratica delle BR hanno qualcosa a che fare con la rivoluzione comunista. Secondo me, no: assolutamente niente. Per usare una espressione tanto cara ai loro testi “ideologici”, si tratta di una teoria e di una pratica assolutamente “controrivoluzionaria” (anche se questo termine non mi piace). Ma soltanto l'analfabetismo di ritorno di S. Corvisieri (che non capisco perché non sia indotto a rimettere un mandato che non gli è stato dato ad personam…) può richiamare l'estraneità alla “tradizione comunista”. Nella “tradizione comunista”, purtroppo, le BR rientrano tranquillamente, anche se il PCI finge di dimenticarlo: rientrano bene nella teoria e nella pratica dello stalinismo, fin nelle sue più infami aberrazioni (o, meglio, logiche conseguenze). Ma che cosa ha a che vedere tutto ciò con noi, con “la nostra storia” (come pure è stato scritto), soprattutto con la lotta di classe e la rivoluzione comunista oggi? Il nuovo ciclo di lotte operaie e studentesche del “biennio rosso” 1968-69, la nascita dell'autonomia operaia (quella vera) e dei nuovi movimenti anticapitalistici di massa, la formazione teorica e pratica di Lotta Continua, non hanno rappresentato propria la principale rottura con quella “tradizione comunista”, con ogni residuo stalinista e terzinternazionalista? Che cosa ha a che vedere, oggi, il terrorismo con il marxismo rivoluzionario? Aldo Moro non è prigioniero in un “carcere del popolo”, non viene processato di fronte ad un “Tribunale del Popolo” (con le dovute maiuscole del volantino), la sentenza, qualunque sarà (personalmente ritengo che le BR non abbiano comunque interesse, dal loro punto di vista, ad ucciderlo), non sarà emessa “in nome del popolo”: il popolo, il proletariato, la classe operaia, i movimenti rivoluzionari di massa con tutto questo non hanno niente a che fare. E' una tragica farsa, che va giudicata come tale. Ma non siamo a teatro (è questo , credo, il motivo dell'incredulità di molti alla prima notizia del rapimento). Questo non hanno capito tutti coloro che sono scesi in piazza fin dal pomeriggio di giovedì 16 marzo anche nel più radicale dissenso dal “farsi Stato” del PCI e della dirigenza sindacale, ai quali ultimi, comunque, le BR hanno fornito una straordinaria occasione per imporre un “riflesso d'ordine” in larghi settori di massa. A Torino, dunque, non si processa affatto la rivoluzione (anche a prescindere dall'estraneità materiale di quei militanti delle BR da questa azione terroristica). Questo non toglie nulla alla natura politica di quel processo, e di tutto ciò che gli sta dietro, e al nostro compito di analizzarne e denunciarne le caratteristiche “di regime” e l'uso reazionario che ne viene fatto. Al pari di qualunque altro “processo politico” che abbiamo affrontato in questi anni, ma senza alcuna identificazione con gli imputati, se non per quanto riguarda la difesa dei loro diritti civili e politici (tra gli imputati, oltre a tutto, ce ne sono molti che non appartengono affatto alle BR e che sono stati coinvolti in ripetute provocazioni di Stato). Terrorismo, lotta armata e violenza Gran parte del disorientamento, delle incertezze, delle difficoltà che si sono manifestate all'interno della sinistra rivoluzionaria e del movimento di opposizione subito dopo il massacro della scorta e del rapimento di Moro sono dovuti non tanto alla “sorpresa” tremenda di fronte ad una situazione inaspettata e totalmente “esterna”, ma soprattutto alla enorme arretratezza e ambiguità del dibattito politico di massa su questi problemi. Personalmente, qui, non entro neppure nel merito (per ragioni di spazio, oltre che di stomaco) di interventi come quello di O. Scalzone sul Quotidiano dei lavoratori del 16 marzo (“Per la critica delle ideologie del movimento”) e quello firmato dai “Comitati comunisti rivoluzionari” ospitato anche su Lotta Continua del 19 marzo: il primo mi è sembrato un trattato di metafisica sulla “nuova era del comunismo” (e sul carattere “storicamente residuale” - “dovesse pur durare un millennio” - del capitalismo); il secondo mi è parso un insulto alla intelligenza collettiva del movimento rivoluzionario (le BR sbaglierebbero soprattutto perché esprimono un livello troppo avanzato di “destabilizzazione” rispetto alle capacità attuali dei movimenti di classe: se facciamo qualche passo avanti, dunque, cosa ci aspetta poi?). Resta il fatto che negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una sistematica “distruzione” nella coscienza delle masse proletarie di una autentica concezione della “violenza proletaria” dell'esercizio della forza da parte dei movimenti di classe, della stessa questione della “lotta armata” come aspetto specifico di un processo rivoluzionario di massa. Le forze della sinistra istituzionale, politica e sindacale, hanno fatto a gara per affermare che tutto ciò non ha niente a che fare con la lotta di classe, addirittura con la storia, la tradizione e la pratica del movimento comunista e socialista: un falso storico e teorico di proporzioni gigantesche. Ma nell'ambito di settori - pur assolutamente minoritari - del movimento di opposizione si è fatto a gara per espropriare le masse e i movimenti di lotta della gestione diretta dell'esercizio della forza sul proprio terreno e sui propri obiettivi, col risultato che l'aggettivo “proletario” in molti casi è stato accoppiato alle forme più irresponsabili di violenza gratuita, all'esaltazione più impotente del militarismo avventurista, alla ignobile parodia del cosiddetto “esproprio proletario”. Abbiamo anche assistito ad un farsesco “dibattito a distanza” tra le BR e alcuni settori dell'Autonomia organizzata sullo “spontaneismo armato”, da una parte, e sulle “deviazioni militariste” dall'altra. Recentemente abbiamo persino letto - sotto forma (ma c'è solo la forma) di materialismo - una specie di ontologia della violenza: “Il materialismo storico definisce la necessità della violenza nella storia: noi la carichiamo dell'odierna qualità dell'emergenza di classe, consideriamo la violenza come una funzione legittima dell'esaltazione del rapporto di forza nella crisi e della ricchezza dei contenuti dell'autovalorizzazione proletaria”. (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, Milano, 1978, p.69). Il moltiplicarsi di “sigle” clandestine del “proletariato armato” (o “comunista”, o “combattente”, ecc.) ha avuto un susseguirsi allucinante, anche con reciproche smentite e “conflitti di attribuzione” nella rivendicazione delle varie azioni terroristiche. Ma l'unico “conflitto di competenza” che doveva essere sollevato con forza e fino in fondo - quello da parte dei movimenti di massa, delle forze dell'opposizione rivoluzionaria - è stato invece spesso timido e rituale. E' allucinante, ma anche patetico, leggere questa dichiarazione di Peter Chotjewitz riguardo all'esperienza della RAF: “Baader sospettava che molti dei nuovi gruppi di terroristi fossero infiltrati dalla polizia e dai servizi segreti. Troppi proclami, troppe sigle nuove, alcune organizzazioni chiaramente inesistenti. Arrivò perfino a chiedermi di indagare sull'identità dei nuovi terroristi; nel carcere gli arrivavano poche informazioni, non aveva prove, ma non si fidava”. E di chi dovrebbero fidarsi i proletari e i rivoluzionari, che non fanno parte né della RAF né delle BR? La sinistra storica o lo Stato Per dieci anni noi abbiamo fatto un lavoro sistematico di controinformazione militante e di massa nei confronti del terrorismo fascista, della strategia della tensione e della provocazione di Stato, del ruolo dei corpi armati e dei servizi segreti nelle stragi, negli attentati, nei progetti golpisti. Per anni ci siamo mobilitati per la piena attuazione del dettato costituzionale con la messa fuorilegge del MSI e abbiamo lottato a livello di massa per l'individuazione, la denuncia e l'epurazione dei fascisti, terroristi e golpisti dai luoghi di lavoro e dai corpi dello Stato. Nel frattempo ci sono state centinai di vittime di stragi, attentati e provocazioni, fra cui alcuni tra i nostri compagni più cari. Siamo stati - per tutto questo - attaccati, calunniati, diffamati. Ci si rispondeva che questo non era compito delle forze di classe, ma soltanto dello Stato (quello stesso Stato che risultava - in alcune delle sue principali articolazioni - direttamente coinvolto nella strategia della tensione e della provocazione, come ormai sanno anche i sassi), che bisognava chiedere “allo Stato di fare luce sulle oscure stragi” (con i risultati che abbiamo visto). Ora il PCI e la dirigenza sindacale (CGIL in testa) chiedono proprio controinformazione di massa, inchiesta, denuncia e epurazione contro… il terrorismo di sinistra, a parole, le avanguardie della sinistra rivoluzionaria, nei fatti (il PCI molti degli attuali terroristi li ha avuti al suo interno, e non se ne è mai accorto, proprio perché il militante “clandestino” è l'ultimo a esprimere pubblicamente posizioni “estremiste”). Lama si sta candidando a passi da gigante a divenire il nuovo D'Aragona del sindacalismo italiano (anche il suo “precursore” era segretario generale della CGIL e ce l'aveva a morte con gli “estremisti” che occupavano le fabbriche nel '20): e ciò non nei confronti del regime fascista (che non c'è) ma dello Stato autoritario di polizia (che si sta realizzando, anche col riutilizzo di tutte le strutture ereditate dal fascismo ancora “in vigore”). Pecchioli è da mesi - ora in modo scatenato - accanito sostenitore del rilancio dei servizi segreti, di questi servizi segreti: non si chiamano più SID o “Affari riservati”, bensì SISMI, SISDE e UCIGOS (avevano fatto la stessa operazione di “riciclaggio” col SIFAR), ma con gli stessi uomini, le stesse strutture, gli stessi metodi che hanno insanguinato l'Italia (e che hanno aperto la strada al terrorismo “di sinistra”, che in questo trova una sua legittimazione), eccezion fatta per Miceli, che non sta in galera, però, ma tranquillamente sui banchi del Parlamento. Amendola (poverino) ha imperversato sulla “matrice cattolica” delle BR. Trombadori è la dimostrazione vivente di come si possa arrivare a trasformare la lotta politica in un “caso patologico”, irriducibile a qualunque terapia. Ingrao (che ha tenuto ben altro stile, ma con non molta dissimile sostanza) cita… il “vescovo castrense” (che al funerale della scorta ha parlato, come in effetti è, da ufficiale di polizia) e esprime una sua “fissazione” (così dice): tutto il movimento operaio e democratico unito in un solo compito, la “lotta al terrorismo”, senza una sola parola (una sola!) contro il terrorismo fascista che ha assassinato a Milano Fausto e Jaio. La dirigenza sindacale milanese e nazionale (CGIL in testa) si è ricoperta di fango e di infamia quando ha avuto di fronte i cadaveri di due compagni del movimento di opposizione, e non più due poliziotti. Di Aldo Moro - che pur assomiglia pochissimo al ritratto farsesco che ne hanno dato le BR - hanno dimenticato tutto dagli “omissis” di fronte a tutte le trame eversive che coinvolgevano lo Stato e la DC alle stesse biografie che ne hanno scritto (la scheda di copertina) del libro di A. Coppola, attuale direttore di Paese Sera, recita: “Aldo Moro è la sfinge del cattolicesimo politico italiano. (…) uno dei responsabili (forse il maggiore) dei più gravi fenomeni degenerativi della crisi italiana”. Si sfornano leggi eccezionali (ben sapendo che non serviranno a nulla contro il terrorismo, ma solo contro le forze di opposizione di massa) e si manomette a man bassa la Costituzione, ma con la suprema ipocrisia di dire che è tutto “normale” e rigorosamente “costituzionale” (e, contemporaneamente, i giovani leoni del vecchio “operaismo” economicista, oggi nel PCI, imprecano e calunniano contro il “neo-garantismo” della nuova sinistra, meglio, degli “estremisti”: e non c'è dubbio che il garantismo lo stiamo seppellendo sotto tonnellate di sabbia). La sinistra rivoluzionaria: né con le BR, né con lo Stato. E poi? E' giusto: né con le BR, né con lo Stato. Ma non basta. Tutti abbiamo avvertito in questi giorni una sensazione di tremenda impotenza. Il disorientamento vissuto dai compagni è reale: è esploso di fronte al rapimento di Moro, ma viene da lontano. Sulla questione dello Stato (che sta a monte di quella del terrorismo) il dibattito langue da due anni (e intanto imperversano i libri, grandi e piccoli, di Toni Negri). Per i teorici e i militanti dell'“Autonomia” il problema della democrazia non esiste, anzi è un falso problema. Per noi invece, credo, è un problema decisivo. Questo Stato è di classe, borghese (chi lo nega, “da sinistra”, è perché semplicemente ne adotta ormai lo stesso punto di vista, non solo in termini ideologici, ma anche materiali): ma c'è per noi un abisso tra regime totalitario-fascista e regime democratico-rappresentativo. La classe dominante, quando non riesce a sconfiggere i movimenti antagonistici di massa, tende sempre più ad abbandonare il terreno stesso della democrazia borghese. Non è un paradosso: è una realtà ripetutasi ormai in innumerevoli situazioni storiche (dall'Italia del '22 al Portogallo del '26, dalla Germania del '33, alla Spagna del '37, e così via fino ai giorni nostri in Grecia, Uruguay, Cile, Argentina). L'interesse dei rivoluzionari non è affatto quello che la borghesia “si smascheri” mostrando “il suo vero volto fascista”: questo credeva anche il PCd'I del '22, con le conseguenze che sappiamo. E' fondamentale, invece, il rapporto tra la lotta di classe a livello dei rapporti di produzione, e sociali, e lotta per la democrazia sul terreno istituzionale; così come per la classe dominante la gestione della crisi economica e sociale si salda strettamente con la ristrutturazione autoritaria e reazionaria dello Stato. Non è una questione “sovrastrutturale”, secondo il peggiore dogmatismo “m-l”: è una questione che incide direttamente sui rapporti di forza generali tra le classi, sulla possibilità stessa dell'esistenza di una opposizione rivoluzionaria non clandestina e dei movimenti antagonistici di massa. Non è vero che o si sta con il PCI (e lo Stato) o con le BR: a sostenerlo - da posizioni opposte, ma simmetriche - sono proprio il PCI, da una parte, e le BR, dall'altra. E' falso. Ma le ragioni di questa “falsità”, le ragioni di una opposizione di massa non sono affatto “date a priori”. Il terreno su cui non costruiamo noi, lo occupano e lo gestiscono il nemico di classe, l'opportunismo revisionista, il militarismo avventurista. Né con lo Stato, né con le BR, è solo una delimitazione, necessaria, ma in negativo. Dobbiamo costruire - e riscoprire, senza dare nulla per scontato - una prospettiva e una pratica rivoluzionaria che non si nascondano “nelle pieghe della storia” (magari in attesa di tempi migliori), ma che sappiano saldare da subito il massimo di bisogni proletari con il massimo di auto-organizzazione in prima persona dei soggetti sociali reali. Altrimenti rimarremo stritolati.


In cerca di un martire
Editoriale, Lotta Continua 18 aprile

 

18 aprile. Trent'anni fa la Democrazia Cristiana sconfisse il Fronte Popolare alle elezioni. Poi venne l'America, con Scelba, De Gasperi, Tambroni. Poi continuò l'America con Saragat, Moro, Andreotti. Una generazione fu costretta ad emigrare fuori dai confini, un'altra a Torino e Milano. Unico caso in tutto il mondo occidentale, da trent'anni la Democrazia Cristiana governa con gli stessi uomini. Tra stragi, mafia, assassinii, superstizione, ha costruito il suo modello contro lotte e volontà di emancipazione tra le più forti di tutto l'occidente. A trent'anni di distanza il comitato centrale del PCI abiura quanto di “opposizione” può ancora esserci nel suo programma; il senatore Bufalini lamenta che il partito abbia avuto “compiacenze” con il “guevarismo”, con il “gonfio e tumultuoso moto del '68”, che si siano “tollerate” occupazioni di scuole e università. Chiede di partecipare, di essere ammessa alla gestione della stessa infamia che ci ha governato per trent'anni. E' quello che chiamano “essere con lo Stato”. Le Brigate Rosse hanno condannato a morte Aldo Moro. Nella DC si ricerca un cadavere da rendere martire - il primo martire del partito. Si studiano i nuovi organigrammi. Nel PCI si chiede “fermezza” e rapidità nello scavalcare il cadavere. Se le Brigate Rosse pensano di simboleggiare una rivincita dopo trent'anni, con l'esecuzione di Moro, si rendano conto che non farebbero altro che ripetere un 18 Aprile 1948.


Un appello
Lotta Continua 19 aprile

 

Ambienti vicini alla famiglia Moro ci pregano di pubblicare il seguente appello: “Noi pur avendo diverse visioni dell'uomo e della storia, pur divergendo su questioni anche centrali attinenti all'attuale assetto politico, sociale, e civile del mondo contemporaneo, su un punto riteniamo di dover dire una parola unitaria: rivendicando per ogni uomo il diritto alla vita e alla parola, il diritto alla lotta per l'affermazione del proprio punto di vista, il diritto alla tolleranza, nel convincimento che le idee camminano nell'affermazione della vita e della libertà. Perciò, a coloro che detengono l'onorevole Aldo Moro, noi chiediamo di valutare che al di fuori della vita umana non c'è possibilità di liberazione per l'uomo. Dalla morte non può nascere la vita, dalla morte non irradiano comprensione e solidarietà. Allo Stato noi chiediamo una difesa non fideistica e feticista delle proprie prerogative e funzioni, ma la capacità di vivere ed esprimere le contraddizioni e i tormenti del nostro tempo storico. Non basta respingere ciò che è difficile o addirittura incomprensibile, bisogna sforzarsi di capirlo per dominarlo. Nonostante il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse nel quale viene data la notizia della morte di Aldo Moro, è rimasta in noi la speranza che la vicenda non sia giunta alla sua tragica e inammissibile conclusione. Crediamo infatti che ci siano legittimi sospetti che il comunicato nasconda dietro un linguaggio simbolico una diversa verità. Per questo, che forse è solo un filo di speranza, chiediamo al governo italiano, al parlamento, ai partiti, a coloro che detengono Aldo Moro e a tutte le forze, le istituzioni, le persone che hanno autorità di fare i passi necessari e formali per la liberazione di un uomo che sta pagando e ha pagato un prezzo altissimo”. Paolo Freyre, Heinrich Boll, Raniero La Valle, David Maria Turoldo, Italo Mancini, Gianni Baget Bozzo, Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia, Dario Fo, Umberto Terracini, Roger Garaudi, Mimmo Pinto, Giulio Salimei (vescovo), Lucio Lombardo Radice, Marco Boato, Clemente Riva (vescovo), Hans Urs Von Balthasar, Riccardo Lombardi, Filippo Franceschi (vescovo), Norberto Bobbio, Dominique Chenu, Jurgen Moltmann, Carlo Bo, Mario Didò, Enzo Mattina, Giuseppe Carata (arcivescovo), Agostino Marianetti, Eraldo Crea, Tullio Vinay, Giuseppe Branca, Mario Agnes (presidente Azione Cattolica), Ernesto Quagliarello, Bruno Manghi, Franco Marrone, Achille Ardigò, Giuliano Vassalli, Adriano Ossicini, Domenico Rosati, Michele Giacomantonio, Claudio Gentili, Romolo Pietrobelli, Italo Mancini, Giancarlo Quaranta, Carlo Casavola, Enrico Di Rovasenda, Ernesto Balducci, Giancarlo Zizola, Massimo Toschi, Valerio Ochetto, Ruggero Orfei, Roberto Magni, Giorgio Girardet, Carlo Palombi, Dalmazio Mongillo, Francesco Caroleo, Luigi Di Liegro, Paolo Gillet, Giuseppe Alberigo, Maria Righetti, Fortunato Lazzaro, Renato Rascel, Don Sirio Politi, Giuliano della Pergola, Beppe Lopez, Giampiero Dell'Acqua, Natalia Aspesi, Franco Belli, Leonardo Cohen, La Redazione del Manifesto, Comunità della Cittadella di Assisi, Domenico Fazio, Mario Arosio, Pio Parisi, Vittorino Veronese, Franco Bentivogli, Gabriele Invernizi, Luigi Bettazzi (vescovo), Mariano Magrassi (vescovo), Giuseppino Monni (presidente FUCI), Anna Ciuran, Stefano Jesurum (della Repubblica), Adele Cambria, Giulio Einaudi, Vezio Ruggieri (professore universitario), Benedetta Fiorella (insegnante elementare), Guido Passalacqua, Lisa Foa.


Una via
Lotta Continua 22 aprile

 

Dai 5 agenti di via Fani ad oggi ci sono già stati troppi assassinii in questo paese. I morti ammazzati in modo feroce ai posti di blocco della polizia, i morti ammazzati in modo altrettanto feroce dalle BR. Ce n'è fin sopra i capelli, non se ne può più. Invece la logica della morte continua ad avere il sopravvento. Ieri il governo ha deciso di “monetizzare” il terrorismo di stato per rispondere così all'ultimatum delle BR; dando via libera “all'esecuzione” di Moro e - nel contempo - alzando il tiro del confronto terroristico. Chiara è l'opinione del governo, chiara è la posizione del PCI, chiara è la posizione della DC e del suo segretario Zaccagnini dirimpetto all'estremo, disperato appello alla ragione della famiglia Moro. E' il momento di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di una situazione che deve essere disintossicata, in cui la rincorsa paranoica all'affermazione del primato delle armi rischia di travolgere le coscienze e la possibilità di lotta delle masse. I margini della trattativa non possono essere annullati da una concezione dello stato che si sta manifestando in prima persona , latrice di terrorismo psicologico e militare. Dire trattativa, oggi a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum, vuol dire proporre apertamente la possibilità di uno scambio: che si faccia come in occasione del caso Lorenz in Germania Federale, quando la vita del deputato democristiano fu salvata tramite il rilascio e l'espatrio di detenuti della RAF. Si dica quel che si vuole, ma noi ci ostiniamo a considerare quella soluzione come certamente migliore di quella del caso Schleyer, quando si arrivò alla strage. Né ci si può venire a dire che le cause politiche e sociali che hanno condotto al rapimento Schleyer in Germania sono riconducibili “alla mollezza” manifestata in occasione del caso Lorenz. Come se storicamente, ci fosse mai stato un caso di “soluzione dura” che abbia interrotto la spirale degli opposti terrorismi. No, il problema è un altro: chiunque oggi voglia , oltre che la salvezza di Moro, che in questo paese venga evitato l'offuscamento delle coscienze l'introiezione del terrorismo nella vita quotidiana della gente, deve scegliere. E' un primo passo urgentissimo. Altri, ed enormi, sono i problemi con cui abbiamo da misurarci: l'abolizione di quelle fabbriche di terrorismo che sono le infami carceri speciali; l'abrogazione di una legge assassina come la legge Reale; la promulgazione di un'amnistia che rompa l'assurda discriminazione teorizzata dalle BR tra “prigionieri comunisti” e gli altri detenuti sottoposti ad angherie e soprusi certamente non inferiori. E poi la strada è quella di un'opposizione, a questo regime che ostinatamente cerca un suo martire, che cerca alla luce del sole, che rifiuti di essere soffocata.


 

Appello a trattare per salvare la vita dell'on. Moro
Lotta Continua 13 aprile

 

“La società e lo Stato sono prima di tutto nella volontà cosciente dei cittadini; conseguentemente la degenerazione attuale è nostra interiore crisi di valore (scarso senso della moralità pubblica, estraneità della cultura, sistematica sfiducia nella legge, mentalità del tutto e subito). Perciò, nelle attuali tragiche circostanze, ognuno deve farsi carico prioritariamente delle proprie responsabilità ed impegnarsi a recuperare la validità dei valori fondamentali dei quali nessuna emergenza può giustificare l'abbandono. Ogni comportamento deve essere proiezione di tale vitalità interiore, ricevendo da essa forza e significato. Il recupero è possibile, considerando i risultati positivi conseguiti con il comune sforzo nella edificazione dello Stato democratico e l'abnegazione di tutti coloro che non hanno esitato a sacrificare la vita per tale nobile ideale. Tutto ciò trova il suo fondamento nel fatto che la salvaguardia delle istituzioni trae la sua legittimazione essenziale dalla capacità di realizzare e tutelare l'uomo. Nel nostro sistema costituzionale il valore base è sicuramente la persona umana (art. 2 della Costituzione), che l'ordinamento intende garantire e realizzare come fine ultimo della sua presenza nella società; lo Stato per la persona. E' un principio guida sia per i cittadini sia per le istituzioni. La dignità e il prestigio dello Stato non possono essere scissi in nessun momento dalla tutela della vita umana. Pertanto nelle attuali circostanze una trattativa intesa a salvare la vita dell'on. Moro, lungi dall'essere espressione di debolezza, rappresenta, in questa luce, un modo civile per la realizzazione dei fini dello Stato democratico”. Prof. Luigi AMBROSI, rettore dell'Università di Bari; prof. Carlo RIZZOLI, rettore dell'Università di Bologna; prof. Saverio MONGELLI, rettore dell'Università di Lecce; dott. Domenico FAZIO, direttore generale dell'Istruzione universitaria presso il Ministero della P.I.; prof. Claudia MALAGUZZI VALERI, pro-rettore dell'Università di Bari; dott. Mario NATALE, direttore amministrativo dell'Università di Bari; prof. Francesco MANZOLI, preside della facoltà di Medicina di Chieti; prof. Michele SALVINI, docente dell'Università di Pavia; dott. Achille INFERNUSI, intendente di Finanza di Bari; gr. Uff. Angelo MARINO, presidente della Camera Commercio Bari; prof. Alberto PAGLIARINI, presidente Opera universitaria Bari; prof. Giovanni GIRONE, docente della facoltà di Economia e Commercio Bari; Cesare FOTI, docente facoltà Ingegneria Bari; prof. Mario POLEMIO, docente facoltà Agraria Bari; prof. Ada LAMACCHIA, docente facoltà Lettere Bari; prof. Rosa LAMACCHIA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Domenico CAMPANALE, docente facoltà Giurisprudenza Bari; prof. Giovanni MASSARO, docente facoltà Magistero Bari; prof. Carmelo SIMONE, docente facoltà Medicina Bari; prof. Francesco BELLINO, docente facoltà Magistero Bari; avv. Carlo FORCELLA, presidente Ipres; prof. Umberto RUGGERO, docente facoltà Ingegneria Bari; prof. Pasquale DELPRETE, docente facoltà Giurisprudenza Bari; prof. Salvatore GAROFALO, docente facoltà Economia e Commercio Bari; prof. Nicola DAMIANI, primario ospedale Di Venere; prof. Ernesto BOSNA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Vito Antonio BALDASSARRE, docente facoltà Magistero Bari; prof. Fernando SCHIROSI, docente facoltà Magistero Bari; prof. Ferdinando PALMIERI, docente facoltà Scienze Bari; prof. Mariano LODDO, docente facoltà Scienze Bari; prof. Giuliano PANZA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Giuseppe ZITO, docente facoltà Scienze Bari; prof. Ciro SANTORO, docente facoltà Magistero Bari; prof. Pantaleo MINERVINI, docente facoltà Magistero Bari; prof. Vittoriano CAPORALE, docente facoltà Magistero Bari; prof. Rita D'AMELIO, docente facoltà Magistero Bari; mons. Michele MINCUZZI, vescovo di Ugento, S. Maria di Leuca; mons. Renato LUISI, vescovo missionario residente a Foggia; prof. Giuseppe DI NARDI, docente di Economia politica all'Università di Roma.


Resistere alla sfida.
Benigno Zaccagnini, Il Popolo 19 marzo

 

Siamo chiamati al momento più difficile della nostra storia. Aldo Moro, per la cui sorte siamo in trepidazione, sta vivendo un momento terribile. Gli siamo vicini e tutti sanno con quale spirito; ma dobbiamo esserlo anche con la esemplare fermezza e la cristiana serenità che ci viene indicata dalla sua consorte e dai suoi figlioli. Abbiamo reso omaggio alle salme dei tutori dell'ordine, caduti in un agguato che ha unito la ferocia alla più fredda preparazione e determinazione. I sentimenti umani sono, io credo, facilmente comprensibili da tutti. Ma siamo anche un Partito democratico al servizio dello Stato e della libertà dei cittadini. Ed in questo momento, non solo il servizio non può interrompersi, ma viene richiesto al di là di ogni nostro umano limite. Viene richiesto e va offerto alla repubblica, alla Costituzione, alla democrazia. Certo, non avremmo voluto mai che il riconoscimento del ruolo democratico di Aldo Moro e della Democrazia Cristiana assumesse questo terribile volto. Eppure è così. Ce lo dice tutto il suo insegnamento, tutto il suo appassionato esempio. Dobbiamo essere coerenti con il suo alto monito, essere una forza cristiana e democratica al servizio della libertà e dell'Italia. La imponente risposta di tutto il Partito, in ogni angolo del Paese, ha costituito una sicura prova non solo della intatta forza della Democrazia Cristiana, ma della saldezza degli ideali su cui essa si fonda. Abbiamo sempre saputo che la libertà non è un valore comodo, non coincide con egoistiche tranquillità personali, ma è una continua e rischiosa battaglia da combattere con grande forza morale per il bene di tutti. Siamo chiamati a trarre da noi stessi, da ciascuno di noi, il massimo di questa forza morale, e sappiamo dove e come chiederla, sappiamo che c'è una fonte inesauribile alla quale attingere. La storia del nostro Partito è tutta una testimonianza alla quale in questo momento dobbiamo riferirci. Ci sono è vero, come in ogni vicenda umana, mancanze ed errori che ci pesano ma che non possono certo cancellare quanto la D.C. ha fatto per il progresso e per la libertà del Paese, come non possono intaccare, nella sostanza, ciò che in questo secolo ha rappresentato la battaglia dei cattolici democratici. Non siamo soli e non abbiamo mai voluto essere soli. Sono con noi tutte le forze democratiche del Paese, tutti gli uomini, le donne, i giovani, i lavoratori, tutte le forze sociali delle quali i partiti sono interpreti ed espressione. I punti di certezza e di riferimento restano, per questa nostra società, per questa nostra provata Italia, le istituzioni repubblicane. La Repubblica deve e può essere salvata col pieno funzionamento delle istituzioni stesse, del Parlamento, del Governo e delle forze dell'ordine che hanno il compito di garantire la sicurezza. Il Parlamento ha dimostrato un alto senso di responsabilità e una reale capacità di interpretare la commozione e lo sdegno del Paese, assicurando al Governo, con rapidità ed efficacia, la pienezza dei suoi poteri. Così si è potuto affrontare immediatamente il grave problema posto dalla terribile escalation della guerriglia. Si tratta di reagire con misure organiche e proporzionate al terrorismo e di far trionfare, ancora una volta, le ragioni della libertà e della convivenza civile. La D.C. ha dimostrato di sapersi mobilitare ed io sono grato a tutti gli iscritti, a tutti gli elettori, a tutti i cittadini che sono con noi. Siamo tutti insieme con Aldo Moro, per la sua salvezza e per il suo ritorno alla famiglia, all'Italia e al nostro Partito. E siamo particolarmente con tutti i cittadini, gli agenti di PS, i carabinieri, i magistrati, i giornalisti, gli uomini politici che sono stati più direttamente colpiti da questo tentativo di devastazione. La D.C. è anche in questa tragica ora punto essenziale di riferimento - come paradossalmente riconosce lo stesso volantino delle Brigate Rosse - per la salvezza della libertà e per fare il suo duro dovere affinché la Repubblica non si pieghi al terrorismo.


La risposta di Andreotti

il Popolo 5 aprile

Ecco il testo della risposta del presidente del Consiglio alle interrogazioni parlamentari sul rapimento dell'onorevole Moro. A diciannove giorni dal tremendo avvenimento di Via Mario Fani, si presenta oggi al Governo la prima occasione di parlarne pubblicamente, e proprio dalla tribuna parlamentare, più di ogni altra qualificata ad esprimere i sentimenti della Nazione. Vero è che se durante le dichiarazioni stesse di presentazione del nuovo Governo nella seduta del 16 marzo, ancora sconvolti dalla notizia della tragedia compiutasi poche ore avanti, ci sentimmo dominati da un'angoscia indicibile che influì anche - ma con una risposta di alto valore politico - sull'ordine dei nostri lavori. Le informazioni che ci avevano agghiacciati, ancora incalzanti e quasi tumultuose, erano indistinte nei particolari, nella successione dei tempi, nella possibilità di una ricostruzione dei fatti. Ma nemmeno oggi, a quasi tre settimane dal tragico evento, siamo purtroppo in grado di poter fornire alla Camera sicuri elementi conoscitivi sui responsabili, sull'estensione della rete di complicità, sull'ubicazione del tenebroso luogo dove è tenuto sequestrato l'on. Moro. I competenti Servizi, in possesso di significativi dati di orientamento, stanno battendo piste che si ha ragione di sperare possano condurre a risultati positivi, ma è ovvio che venga mantenuto in proposito il più rigoroso riserbo. A suo tempo il Parlamento sarà messo a conoscenza di ogni utile particolare di questa indagine, i cui limiti vanno certamente oltre il tragico caso che l'ha provocata. Si riferirà anche sugli accertamenti conseguenti ai fermi e agli arresti attuati nel corso di queste settimane. Il 29 marzo per il tramite di uno dei collaboratori dell'on. Moro - ai quali era pervenuta in modo tale da non potersi rintracciare il latore - è stata consegnata al Ministro dell'Interno la lettera a lui diretta che poche ore dopo (in difformità dal suo carattere riservato) veniva clandestinamente resa di pubblica ragione ad opera dei rapitori. Il collaboratore dell'on. Moro comunicava al ministro Cossiga di aver ricevuto contemporaneamente altre due lettere, indirizzate l'una alla famiglia e l'altra allo stesso collaboratore che ne riferiva. Un'attenta e competente valutazione della lettera indirizzata all'on. Cossiga ha indotto gli esperti a ritenere che la lettera è stata materialmente scritta da Aldo Moro, ma non è “moralmente a lui ascrivibile”. Giorno per giorno sentiamo che l'attesa dell'intera Nazione si fa più acuta ed ansiosa, ma possiamo assicurare, per avere avuto diretta testimonianza, che l'impegno di tutti è offerto diuturnamente con il massimo di puntigliosa tenacia e con grande spirito di sacrificio. L'impiego di persone e di mezzi è stato e continua ad essere di eccezionale ampiezza, con l'affiancamento, alle forze dell'ordine, Carabinieri, Guardie di PS e Guardie di Finanza, anche di reparti delle Forze Armate che hanno dato prova della loro volenterosa disponibilità e di una viva compenetrazione della responsabilità a cui sono stati chiamati. Questo senso di responsabilità è condiviso anche dalla popolazione che accetta con spirito di comprensione i disagi provocati dai controlli e dalle ispezioni. A tutti va rivolto il nostro apprezzamento, così come manifestiamo gratitudine per la cooperazione specializzata offertaci e dataci da Paesi alleati, associati ed amici, in uno spirito di solidarietà comunitaria e internazionale nella lotta contro il terrorismo. E' falsa invece la notizia che in precedenza fosse stata trasmessa da qualsiasi parte un'informazione che potesse comunque far prevedere quanto accaduto nella mattinata del 16 marzo. La paternità del misfatto è stata assunta da quelle cosiddette Brigate Rosse che - attraverso la rivendicazione di ormai innumeri episodi, luttuosi o no, ma tutti caratterizzati da una crudele spietatezza - sembrano contestare integralmente il sistema politico della Costituzione repubblicana in nome di un esasperato massimalismo classista che come tale dovrebbe sovvertire dalle radici ogni pluralismo ed ogni metodo di democratica evoluzione. Non spetta al Governo di entrare in polemiche ideologiche: quello che noi dobbiamo rilevare è che esistono uno o più gruppi di persone che operando nel buio seminano morte e rovine, colpendo freddamente secondo un crudele calendario del terrore. Questo fenomeno, sulla cui esistenza le forze politiche si divisero a lungo, quasi fosse un'invenzione della propaganda interpartitica, obbliga ad un migliore coordinamento operativo e ad un ripensamento e aggiornamento anche sulle tecniche di lavoro degli apparati della pubblica sicurezza, da adeguare alla pericolosità di questi nemici della società civile, avvantaggiati purtroppo dal privilegio dell'attaccante: di scegliere cioè il come, il dove e il quando dei loro sanguinosi, barbari delitti. Gioverà al riguardo anche la riorganizzazione dei Servizi di informazione e di sicurezza militare, che è in avanzato corso e alla quale si dedicano le dovute premure. In un sistema di ampie garanzie di libertà quale è quello che in attuazione della Costituzione siamo andati costruendo e che dobbiamo ad ogni costo salvaguardare contro ogni tentazione involutiva, il ruolo delle forze dell'ordine si esplica in modi particolarmente difficili. Talvolta, nel passato, ingiuste polemiche e dannose diffidenze lo hanno ulteriormente complicato. Oggi si è tutti concordi nel riconoscere la funzione insostituibile degli uomini che dedicano la loro vita a prevenire e combattere la criminalità, la quale assume in determinati momenti, come dicevo, i connotati di una vera e propria lotta armata contro lo Stato e le sue regole democratiche di civile convivenza. Il 16 marzo, con l'efferato assassinio di cinque persone e la cattura dell'on. Moro la gravità della situazione ha raggiunto oltre ogni dubbio il suo acme impressionante. Questa chiara consapevolezza della realtà italiana comporta che alle insidiose difficoltà del momento si risponda innanzitutto respingendo nel modo più fermo ogni accettazione di ricatto. Quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato - oltre che inibito dalla coerenza della nostra identità costituzionale - verso gente le cui mani grondano del sangue di Coco e della sua scorta, di Croce, di Palma, di Berardi, di Casalegno e delle cinque vittime di Via Fani? Il Governo considera suo impegno inderogabile l'applicazione della legge, con la ricerca dei responsabili e la loro punizione secondo i principi di legalità e certezza del nostro sistema giuridico in applicazione di tutte le leggi dello Stato, comprese quelle che offrono indulgenza a chi, in modo attivo, receda dalla sua attività criminosa e collabori al ripristino dei diritti offesi. Ma va poi contrapposta al disegno eversivo un'effettiva volontà di dare sempre maggior vigore alla costruzione di uno Stato giusto e idoneo a garantire il progresso sociale attraverso le leggi, nel rispetto generalizzato delle norme giuridiche, sia costituzionali che comuni. La grande compattezza, che su questi propositi si è manifestata tra i partiti politici, è un elemento determinante di equilibrio. Come pur importante è il ruolo dei partiti che non fanno parte della maggioranza, senza dei quali l'opposizione potrebbe svilupparsi fuori del Parlamento, assecondando proprio quelle tendenze negative cui va la nostra deplorazione. E' impossibile che, organizzando meglio l'apparato statale e raccogliendo le eccezionali opportunità di un momento parlamentare quanto mai responsabile, non si riesca a restituire tranquillità alla vita degli italiani. Vi sono anche esigenze formative ed educative per corrispondere alle quali chiediamo il concorso di tutti ed in particolare degli intellettuali. Non pare corrispondano a queste necessità del nostro popolo coloro che vanno farneticando di un funesto sistema repressivo che esisterebbe in questa Italia la quale, semmai sta pagando in tanti campi gli effetti di romantiche tendenze permissive. Naturalmente il nostro impegno di prevenzione e di vigilanza deve volgersi in tutte le direzioni. E' esatto ad esempio che su elementi in possesso della magistratura sono state attivate alcune indagini verso elementi di estrema destra di cui è cenno, in senso critico, nell'interrogazione Rauti. Gli stessi processi agli eversori che si stanno faticosamente celebrando in parecchie Corti di Assise ed in altre sedi di Giustizia attestano da un lato la imparzialità dello Stato e dall'altro la pericolosità di varia estrazione di questi nuclei, purtroppo anche armati, di attivismo antirepubblicano. Vorrei in proposito, senza sconfinare nell'ambito di altri ordini statutali, o invadere altrui valutazioni di merito, che dal Parlamento partisse un responsabile appello ai giudici perché i tempi dei processi non siano tali da far perdere alla giustizia quel magistero orientativo che è un fattore determinante di equilibrio civile. Da parte nostra, abbiamo di recente legiferato per impedire intollerabili ingorghi e una defatigante cavillosità contro i quali urtano anche la buona volontà e il senso di responsabilità dei giudici. Parecchi colleghi, riecheggiando voci raccolte dalla stampa, chiedono se il Governo sia a conoscenza di interferenze o appoggi di origine straniera ai tentativi di eversione in Italia. Posso assicurare che ogni indagine in proposito è stata ed è esperita con la massima cura e con l'utilizzazione di tutti i mezzi possibili. Allo stato degli atti non abbiamo però elementi documentabili da comunicare al Parlamento, al quale non possono certo riferirsi voci o confidenze. Poiché peraltro nei giornali di alcuni paesi dove tutta la stampa ha ruolo almeno ufficioso si sono rivolte - talora in polemica tra di loro - precise accuse di corresponsabilità estere nelle vicende italiane, abbiamo invitato le sedi diplomatiche responsabili ad offrirci dati e collaborazione. Se ne avremo al momento giusto (rispetto alle loro utilizzazioni) ne daremo conto alle Camere, insieme con le notizie certe di altra provenienza. Se è vero che la missione politica è un servizio che si rende alla comunità, in un momento così complesso e tormentato quale è quello che stiamo attraversando, la dedizione di ognuno di noi deve essere totale nella certezza di corrispondere ai massimi interessi del popolo italiano che ci ha eletto a suoi rappresentanti. Di fronte a chi presume di alzare una bandiera di guerra contro la Repubblica dobbiamo opporre una limpida coscienza di costruttiva difesa democratica, impedendo ogni abuso nell'evocazione del nome del popolo e della sua giustizia. Chi osa dire che questi crimini vengono operati in nome di una giustizia del popolo pronuncia un'atroce bestemmia. Il popolo italiano nulla ha da spartire con questi nefandi misfatti. L'autentico popolo è quello che va rinnovando giorno per giorno, nella triste Via Fani, divenuta ormai un luogo votivo, l'omaggio spontaneo di fiori e di preghiere. E' quello che il 18 marzo si è affollato fino a gremirlo, nello sterminato piazzale di San Lorenzo, per rendere l'estremo omaggio ai servitori dello Stato caduti in questa assurda battaglia. Quel popolo che all'apparire dei cinque feretri, accolti dapprima da un impressionante silenzio, non ha saputo trattenersi dall'esplodere in un applauso inatteso, espressione travolgente di una irrefrenabile commozione. E' questo popolo che reclama da noi volontà e fermezza, nell'adempimento di tutto intero il nostro sacro dovere.


Il messaggio della famiglia

il Popolo 8 aprile

Questo umanissimo messaggio, che interrompe l'esemplare e tenace riserbo con cui la famiglia Moro, raccolta in se stessa, vive con intuibile angoscia questo dramma tremendo che scuote il Paese intero, rende esplicita, per tutti coloro che, insieme all'uomo politico, apprezzano in Aldo Moro le grandi virtù civili e cristiane di una rettitudine senza macchia, la dimensione della sofferenza e del dolore. Sentimenti che ripropongono - al di là degli aspetti più propriamente politici di questa tragica vicenda - la realtà intima di un evento che tocca e sconvolge gli affetti e i sentimenti più profondi e più nobili. Per capire il senso delle grandi crisi, è necessario riportare tutto alla misura dell'uomo, che è sempre solo di fronte ai grandi temi dell'esistenza e della storia. Una storia che per il cristiano è necessariamente universale - perennemente sospesa sul crinale fra il bene e il male, fra la salvezza comune e la perdizione. In questo quadro tormentato - nel quale riemergono i segni di una nuova sanguinosa barbarie - la vicenda di Moro si pone al centro dell'area più sacra e più minacciata della nostra civiltà. Il dolore della sua famiglia, al quale ci sentiamo profondamente associati, ripropone un problema che va oltre il dato puramente politico, pur importante e centrale. E per questo ci sembra doveroso - fatti salvi i grandi principi della costituzione democratica e della rigorosa salvaguardia delle prerogative dello stato repubblicano - che nessuna strada, nessuna possibilità di restituire l'on. Moro innanzitutto ai suoi cari possa restare inesplorata.


Il comunicato della direzione DC.
Il Popolo 14 aprile

Roma - Al termine dei lavori, la direzione centrale del partito ha diffuso il seguente comunicato: “A quasi un mese di distanza dalla strage di Via Fani e dal sequestro di Aldo Moro, l'attacco allo Stato democratico ed alla convivenza civile fa registrare nuovi episodi che rendono ancor più oneroso il tributo di dolore e di sangue che il Paese paga alla violenza. Dinanzi al protrarsi dell'inumana prigionia che l'amico Moro è costretto a subire, la Direzione ha confermato la linea fin qui seguita ed ha ribadito il convincimento che, nel rispetto dei principi costituzionali e nella piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, sia necessario non lasciare inesplorata nessuna strada né disattesa alcuna possibilità di restituire Aldo Moro alla famiglia, al Paese ed al Partito. La solidarietà largamente manifestata dalle forze politiche e sociali esprime certamente questa convinzione e questa speranza. Occorre che di fronte ad una così difficile situazione si accrescano la consapevolezza dei pericoli incombenti ed il coerente impegno di tutto il popolo per la difesa della Repubblica. Anche a questo fine è avvertita l'esigenza che Parlamento e Governo accentuino gli sforzi rivolti al mantenimento dell'ordine pubblico ed al superamento della crisi economica e sociale, nella puntuale attuazione del programma concordato. Nel vivo apprezzamento della grande mobilitazione di base e del fervore politico-organizzativo con cui il Partito ha risposto alla violenza eversiva, la Direzione ha precisato gli orientamenti e le direttive per la più efficace attività dei democratici cristiani anche in vista delle imminenti elezioni amministrative. La Direzione, infine, ha rinnovato la sua profonda gratitudine alle Forze dell'Ordine impegnate fino al sacrificio nella difesa delle istituzioni, a tutti i cittadini, agli elettori, ai simpatizzanti, agli iscritti che si stringono attorno ad Aldo Moro ed ha espresso ancora una volta la sua riconoscenza ai partiti ed alle associazioni che hanno manifestato solidarietà umana e politica”.

Caldo appello di Zaccagnini.
Il Popolo 20 aprile

 

Diamo il testo della dichiarazione dell'on. Zaccagnini, trasmessa ieri sera dalla TV. Sono certo che comprenderete con quale angoscia la DC vive queste terribili giornate. Il nostro Paese, ma in particolare il nostro Partito, è vittima di un'aggressione violenta e crudele, che dopo una lunga serie di attentati, ci ha colpito nella persona dell'amico carissimo Aldo Moro. Abbiamo assunto, con solidarietà di tutte le forze democratiche, posizioni moralmente e politicamente possibili per un partito che ha un ruolo centrale nella vita della società e di uno Stato democratico. Abbiamo ripetutamente espresso e confermiamo solidarietà e piena fiducia nelle forze dell'ordine. Abbiamo anche dichiarato in ogni occasione la nostra viva sollecitudine per iniziative che si propongono di salvare la vita di Aldo Moro. Ai numerosi, nobili appelli che in questi giorni hanno dato forza a questa nostra ostinata speranza, non vi è stata alcuna risposta: le Brigate Rosse hanno dimostrato sinora un inaudito disprezzo sia della vita che della morte degli uomini, con un comportamento che dimostra la loro sordità ad ogni voce sollevatasi per il rispetto della vita umana. La DC si è mobilitata al centro come alla periferia, con la forza morale di un grande movimento popolare che vuole rispondere all'infame accusa al nostro Presidente e, attraverso lui, a tutto il partito per l'opera compiuta in questi trent'anni, segnati da un difficile ma continuo cammino del nostro popolo nella libertà e nella pace. Le Stato democratico deve difendersi contro la violenza e non disperdere il bene prezioso della convivenza civile; e deve isolare e battere l'azione disgregatrice del terrorismo. In una situazione di perdurante incertezza sulla sorte dell'on. Moro, non abbiamo ritenuto opportuno promuovere manifestazioni pubbliche, pur essendo forte il desiderio di tutti gli amici di esprimere i propri sentimenti. Il Partito però è seriamente impegnato nell'attività a tutti i livelli e specialmente nella preparazione delle elezioni amministrative che debbono svolgersi ordinatamente e nella massima consapevolezza del grave momento che l'Italia sta attraversando. Ho invitato gli amici della periferia ad assicurare una presenza che rafforzi la fiducia di tutti i cittadini nei valori democratici, che alimenti il coraggio di tutti gli uomini di buona volontà, che rinsaldi nel nostro animo, anche attraverso la preghiera, quella speranza cristiana che in questa terribile prova ci unisce a Moro e alla sua famiglia.


Il comunicato della Dc.
Il Popolo 22 aprile

 

Al termine della riunione a Piazza del Gesù, protrattasi fino a tarda sera è stato diffuso il seguente comunicato: “La Democrazia Cristiana riafferma la propria indefettibile fedeltà allo Stato democratico, alle sue istituzioni e alle sue leggi, in operante solidarietà con i partiti costituzionali; ritiene che la disponibilità manifestata dalla 'Caritas' internazionale, anche in relazione all'odierno appello della famiglia dell'on. Moro, corrisponda alla necessità di individuare possibili vie per indurre i rapitori dell'on. Moro a restituirlo in libertà”.


Vogliono distruggere la figura di Moro.
(la dichiarazione degli "amici" di Moro)

Il Popolo 26 aprile

 

Amici di vecchia data di Aldo Moro o a lui vicini in tempi più recenti per comunanza di formazione culturale, di spiritualità cristiana o di visione politica, insieme ad altri che comunque riconoscono l'alto significato civile della sua testimonianza ininterrotta, mentre sono in atto autorevoli note iniziative e altissimi appelli, per salvarne la vita, in cui ancora confidiamo, desideriamo affermare: 1) l'Aldo Moro che conosciamo, con la sua visione spirituale, politica e giuridica che ne ha ispirato il contributo alla stesura della stessa Costituzione repubblicana, non è presente nelle lettere dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue: esse costituiscono un tentativo di distruggere la fisionomia di Moro, tentativo colpevole quanto la minaccia di ucciderlo; 2) l'irrimediabile colpa di un eventuale, assurdo omicidio ricade soltanto sugli esecutori materiali e gli organizzatori di esso: le Brigate rosse non possono illudersi di scaricare su altri il peso di una condanna a morte che lo Stato italiano non riconosce applicabile in nessun caso. La raccolta delle firme a questa dichiarazione, appena avviata, ha finora visto le adesioni di: mons. Michele Pellegrino; mons. Antonio Zama (ex assistente Fuci); mons. Pietro Rossano; mons. Enea Selis (Arcivescovo di Cosenza); Romolo Pietrobelli; Vittorino Veronese; Marisetta Paronetto; Salvatore Accardo; Maria Mariotti; Anna Civran; Giovan Battista Scaglia; Almerina Apra; prof. Gabriele De Rosa; prof. Pietro Scoppola; Franco Bolgiani; prof. A. Monticone; Angelo Gaiotti; Paola Gaiotti; Max Dell'Orologio; Franco Casavola; Ugo Perrone; Fernando Cerchiaro; Laura Bianchini; P. Enrico Di Rovasenda; Fausto Fonzi; Angela Gotelli; Maria Righetti; Ermanno Gorrieri; Luciano Tavazza; Ivo Murgia; Cristina Macchia; Paolo Prodi; Giuseppe Lazzati; Silvio Colzio; Leonardo Benevolo; Vittore Branca; Bruna Carazzolo; Fausto Montanari; Federico Alessandrini; Sitia Sassudelli; Giuseppe Criconia; Vincenzo Saba; Italo De Curtis; Francesco Di Raimondo; Alessandro Vaciago; Franco Bassani; Rosa Calzecchi Onesti; Maria Bau; Lidia Tresalti; Maria Pia Dore; Giampaolo Dore; Mario Cortellese; Luciano Osbat; Roberto Pertile; Daniele Cavalli; Mario Falciatore; Attilio Agodi; Salvatore Indelicato; Giuseppe Capuano; Giacomo Tamburino; Leonardo Melandri; Luigi Paganelli; Vincenzo Rapisarda; Giuseppe Consoli; Pier Luigi Castagnetti; Albertina Soliani; Paride Bondavalli; Mons. Clemente Ciattaglia; Federico Doglio; Cesarina Checcacci; Laura Rozza; Agnese Pitrelli.


Comunicato della delegazione DC.
Il Popolo 4 maggio

 

La delegazione, formata dal segretario politico Zaccagnini, dai vicesegretari Gaspari e Galloni, dai capi gruppo Piccoli e Bartolomei, dall'on. Bodrato e dall'on. Belci, ha diffuso il seguente comunicato: “La delegazione DC ha approfondito la valutazione della via indicata dal PSI per tentare di ottenere la liberazione dell'on. Aldo Moro. La delegazione, nel riaffermare il proprio impegno a non lasciare nulla di intentato per salvare la vita del Presidente del Consiglio Nazionale, ritiene che dell'iniziativa socialista - come di altre ipotesi prospettate - si debba a questo punto investire il governo, perché ne esamini le concrete possibilità con il più ampio arco delle forze democratiche, nel rispetto delle leggi del nostro ordinamento e nella esclusione di ogni trattativa con gli autori della strage di via Fani e del rapimento dell'on. Moro. Per parte sua la DC sente il dovere di richiamare ancora una volta la serie di iniziative umanitarie rimaste finora purtroppo senza esito e di sottolineare come i più significativi appelli lanciati dalla suprema autorità spirituale e dalle più qualificate sedi internazionali siano rimasti senza risposta. In ogni caso la Repubblica, attraverso le forze che la esprimono, dinanzi alla restituzione in libertà di Aldo Moro ed a comportamenti che indicassero una svolta nell'uso della violenza, saprà certamente trovare forme di generosità e di clemenza coerenti con gli ideali e le norme della Costituzione”.

Appello di Eleonora Moro.
Il Giorno 7 aprile

 

Gentile direttore,
in questa situazione che non ci consente alcun contatto, mi avvalgo della cortesia del suo giornale, sul quale mio marito ha tante volte scritto, per rivolgermi a lui, se mai sarà possibile che egli ne sia informato, e rassicurato che tutti i componenti della famiglia sono uniti e in salute. Noi, purtroppo, non abbiamo alcun segno che conforti la nostra speranza del suo ritorno. Vorremmo, tuttavia, sapesse che gli siamo vicini, che viviamo con lui, attimo per attimo, le ore di questi lunghissimi giorni, che preghiamo con lui, che, avendo, nonostante tutto, fiducia negli uomini, crediamo sia ancora possibile, dopo tanto dolore, riabbracciarlo. Con viva gratitudine.
Eleonora Moro


Appello della famiglia Moro.
Il Giorno 26 aprile

 

La famiglia di A. Moro ci ha mandato questa lettera nella speranza che possa giungere al suo caro.

Caro papà,
sentiamo il bisogno, dopo tanti giorni, di farti giungere, con queste poche righe, un segno del nostro affetto. Il pensiero di ogni momento ti è dedicato con un amore nuovo, di giorno in giorno più consapevole di ciò che tu sei e sei stato per noi. E no soltanto per noi. Tocchiamo con mano l'affetto che hanno per te le più differenti persone: dai tuoi collaboratori ed amici ai bimbi, alla gente che ogni giorno ci scrive cose care per te. In questa tragedia abbiamo scoperto, ognuno a suo modo, che ci hai regalato inaspettate risorse di forza morale e di amore. E proprio per questo, pur nella nostra grande debolezza, siamo oggi imensamente forti e uniti. Coltiviamo, con le preghiere e con le opere, la speranza di riaverti con noi e di riabbracciarti. Anna sta bene e con particolare amore ti pensa ricordando ogni cosa bella da te ricevuta.
Ti amiamo profondamente.
La tua famiglia
Roma, 25 aprile


Torna alla pagina principale