FISICA/MENTE

ARTICOLI DI VARI GIORNALI ALL'EPOCA DEL SEQUESTRO ED ASSASSINIO MORO

PARTE 4

La Stampa, l'Unità

 

Il giornalismo come servizio
Andrea Barbato, La Stampa 25 aprile

 

All'improvviso, in pochi lunghissimi giorni (ma quanti anni sono passati da quel 16 marzo?), per noi che facciamo il mestiere dell'informazione, due filosofie della notizia sono diventate egualmente e simmetricamente inservibili: da una parte, l'astratta rivendicazione di un diritto liberale, cronaca a tutti i costi, quarto potere, il mito del giornalista anglosassone, l'illusione della neutralità professionale, il rifugio nella tecnica, il giornale come specchio imparziale del mondo. E dall'altra parte, l'ipotesi di una società in libertà condizionata, e di una stampa che possa essere forzata entro una grata di discipline e di regolamenti, seguendo una strategia di contratti silenzi in nome di un piano più generale. Questo povero mestiere è rimasto a nudo, per quel che è: non una scienza, ma un servizio che richiede ogni giorno, ogni minuto, l'esercizio della ragione, l'intervento della coscienza morale e sociale, la capacità di scelta. Un mestiere fatto da uomini legati ad altri uomini da un foglio o da un microfono. Ma davvero è così importante, il “caso di coscienza” dei giornalisti, mentre ci si interroga se domani vivremo ancora in una società civile? Siamo turbati come cittadini, non come giornalisti. Nel mestiere che facciamo, il “caso di coscienza”, sia pure fortunatamente in casi meno tragici, è quotidiano. Ogni giorno, e non sempre senza passi falsi, dobbiamo percorrere il sentiero strettissimo fra astratte libertà e spontanei doveri, fra ciò che sappiamo e ciò che scriviamo. E ciò non per autocensura, ma perché sappiamo che il nostro taccuino non potrà mai contenere tutta la verità. Non è tempo di orgogli corporativi. Non abbiamo altro strumento, ogni giorno, che l'attenzione critica. E' questa che ci fa distinguere, senza indurci al silenzio, fra le inefficienze e le responsabilità del potere e l'aggressione del terrorismo, senza confonderne i segnali così diversi. Nel dibattito di questi giorni, così teso ed intenso, è sembrato che il mondo politico abbia scoperto quasi con stupore la delicatezza del problema dell'informazione e il grande senso di responsabilità dei giornalisti: ma stupisce lo stupore, perché il buon giornalista, anche quando - in tempi quieti - critica o denuncia, non lavora per distruggere, ma per riformare. E la società delle piazze e delle fabbriche ha trovato motivi di solidarietà che sono stati evocati anche dai mezzi di comunicazione. Perciò il dibattito “tecnico” su cosa pubblicare e cosa tacere mi sembra opaco, laterale. Certo, ci vuole senso di responsabilità, rifiuto della propaganda involontaria e del sensazionalismo, valutazione di ogni significato, correttezza anche grafica. Con poche eccezioni, il mondo giornalistico italiano ha risposto unanime, invocando insieme la propria capacità di decisioni, la maturità del pubblico, il dovere di una democrazia di riflettere su se stessa, anche sulle proprie debolezze e sui propri errori. Ma non è sempre così? Foto e messaggi dei terroristi non sono certo un materiale neutro, eventuali nastri o verbali emergono da una fonte tanto oscura quanto segnata da un'origine infame. E questo lo sappiamo noi, lo sa la gente che legge i giornali o guarda la televisione. Dannati giorni di marzo, giorni sospesi che non si sarebbe voluto vivere, e meno che mai seduti su una sedia da dove bisogna invece addirittura raccontarli agli altri, ora per ora, con il timore di sbagliare, di non essere abbastanza lucidi e freddi, senza emozioni né impazienze. Giorni di rabbie, insonnie, convinzioni aggredite, riflessioni disordinate che faticano a diventare ragione, speranze invecchiate in pochi minuti, la voglia di vivere in una società luminosa, efficiente, dove ciascuno fa il proprio mestiere in pace con se stesso e con gli altri, per un progetto comune… E invece, l'incubo privato che si sovrappone a quello collettivo, il passaggio quotidiano di fronte a quei grigi quartieri di Monte Mario, e i soldati dietro i sacchi di sabbia sulle vie consolari: la macchina è vuota, e chi la controlla con cortese efficienza non sa che anche noi, come tutti, ci portiamo dietro, invisibile, un bagaglio di partecipazione frustrata, di impotente voglia di fare qualcosa, di capire… Cuori gonfi, e parole che non vengono. Un sentiero stretto, dicevamo. E cosa ci può guidare, se non il lume, esposto a tutti i venti, del senso critico e della ragione laica? Vorremo scrivere lettere, forse lettere private. No, non bisogna mai “staccare la spina”, vorrei dire in risposta alle sciocchezze di Marshall McLuhan, che vuole negare a tutti la capacità di sapere, di capire, di partecipare, di non subire l'oltraggio da soli, di non essere messi sotto tutela. Il mezzo non è il messaggio, e solo il silenzio è freddo, allarmante e popolato da fantasmi. No, non bisogna mai sentirsi “estranei”, vorrei scrivere a Moravia, nemmeno con dolore per questa scissione, nemmeno quando la tentazione è forte: perché allora vuol dire che si è già patito il ricatto che vuole opporre la violenza del terrorismo alle colpe del potere. E chi non le vede, quest'ultime? Chi non si accorge che viviamo all'ombra di un Palazzo inefficiente, autoindulgente, vittimistico? Ma ciò non produce estraneità. E anzi, una cultura critica che voglia modificare il potere, non è l'arma migliore contro la violenza armata di chi quel potere vuol solo distruggerlo? E vorrei scrivere a Sciascia che il silenzio non è accettabile, nemmeno quando è eloquente e raziocinante come il suo: anche lui “stacca la spina” e il buio fa grigia ogni cosa. Solo quella ostinata fiammella ci può far vedere il sentiero. Viaggiamo fra gli errori della democrazia, e nervosi rimedi più funesti degli errori. Sappiamo bene quale cultura distruttrice abbia prodotto oscene e grottesche caricature della classe dirigente, ma sappiamo quali mali verrebbero dalla fine della libertà d'espressione. Assistiamo all'uso distruttivo delle libertà, ma non possiamo smettere di batterci per esse. Le leggi appaiono inefficaci, ma non possono alterare la nostra vita istituzionale senza fare il maggior regalo ai terroristi. E dovremmo chiudere le Università di Trento e di Bologna perché vi hanno studiato Curcio o, molto diversamente, Bifo? Concordiamo con chi accusa le nefandezze di certa sottocultura d'appoggio, l'odio che è stato allevato in alcune culle antropologiche: ma possiamo smettere di consentire agli altri di avere idee diverse dalle nostre? La fabbrica, crogiolo della democrazia industriale, può diventare un luogo sotto accusa, pattugliato dalle ronde? La strada è strettissima, ma è l'unica percorribile. Per l'informazione, ai due lati del sentiero ci sono due voragini: la prima è il silenzio imposto, l'altra è il mito astratto della notizia. Efficienza e ragione non sono strumenti da tempi di emergenza, ma da ogni tempo. Il buon governo è un confine mobilissimo, che richiede menti duttili. Una chirurgia da mani leggere, che deve estirpare il male senza uccidere il malato. Cosa si è fatto contro i cortei duri, le assemblee d'odio? E perché nessun ministro ha “staccato la spina”, quella sì, di quelle radio che hanno tenuto per anni lezione di violenza? La ragione non è uno strumento d'indulgenza, ma di rigore. Non ammicca, non giustifica, non perdona, non idealizza. E nel nostro mestiere dell'informazione, messaggio di cittadini ad altri cittadini, può guarirci dal mito del giornalismo e delle libertà astratte, ma anche dalla tentazione del silenzio.


Una linea ferma
Aldo Rizzo, La Stampa 31 marzo

 

Ci sono pochi dubbi, o nessuno, sull'autenticità grafica, tecnica, della lettere a firma di Aldo Moro, giunta dal covo oscuro in cui le Brigate rosse lo tengono prigioniero. La grafia, dice chi la conosce bene, è incerta: ma come potrebbe non esserlo, in quelle condizioni? Semmai è una prova in più della sua autenticità. Ma è altrettanto certo che è falsa, forzata, estorta, la sostanza del messaggio. E anche qui: come potrebbe essere altrimenti? E se pure, per ipotesi, fosse spontanea, di quale spontaneità potrebbe parlarsi per un uomo sottoposto da due settimane, dopo un trauma tremendo, a chissà quali tecniche di pressione e coartazione? Del resto, l'analisi particolareggiata del drammatico documento rivela l'estraneità di Moro alla massima parte delle espressioni che vi sono contenute. Già indirizzarsi a Cossiga, ministro dell'Interno, anziché al presidente del Consiglio, appare incongruo, o frutto di un calcolo deliberato dei carcerieri (Cossiga è indicato, nel loro preambolo, come il “capo degli sbirri”). Non parliamo dell'idea che la lettera potesse essere inoltrata “in modo riservato”. O dello scrupolo formale (che suona come una sinistra irrisione alle procedure costituzionali) secondo cui delle decisioni del governo deve essere “informato ovviamente il Presidente della Repubblica”. E così via. Sul piano strettamente linguistico, sarebbe arduo e anzi impossibile ritrovare, almeno in una misura apprezzabile, i modi di esprimersi che sono tipici dello statista. Abbondano invece espressioni sommarie, come “e non si dica che lo Stato perde la faccia” o “evitando che siate impantanati in un doloroso episodio”, eccetera. Gli amici più stretti di Moro, i dirigenti dc che hanno avuto con lui la più intensa frequentazione politica e umana, negano che simili modi di dire possano essere suoi, pur tenendo conto delle circostanze drammatiche, che tuttavia evidenziano lo stile istintivo, più profondamente personale, di un uomo. Forse qualcosa sopravvive, o sembra sopravvivere, qua e là, del linguaggio di Moro: ma potrebbe esserne anche una tragica caricatura, opera di carcerieri che lo hanno “studiato” per imitarlo. Ciò che è certamente attribuibile al presidente della dc è l'assenza di “rivelazioni” concrete, specifiche, nel “processo” che i brigatisti vorrebbero diretto ad accertare le sue “trentennali possibilità”. In quella specie di nota introduttiva che precede la lettera, le Brigate rosse affermano che l'interrogatorio “prosegue con la completa collaborazione del prigioniero”. Ma non c'è traccia di “ammissioni” particolari, di segreti “scandalosi” portati, si fa per dire, alla luce del sole. I terroristi affermano che “ sul ruolo che le centrali imperialiste hanno assegnato alla dc (…) il prigioniero Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue 'illuminanti' risposte”. Ma quali siano queste ipotetiche risposte, non viene detto. Può darsi, purtroppo, che esse vengano nel prossimo futuro. Le tecniche dell'inquisizione terroristica, che ben si conoscono nelle loro versioni fascista e stalinista, tecniche che mirano all'umiliazione e all'annientamento psicofisico, possono portare alla “confessione” di qualunque cosa. Ma, per il momento, le accuse si limitano a ripetere la teoria della cospirazione imperialistica multinazionale, di cui l'Italia, come ogni altro Paese occidentale, sarebbe parte o vittima: teoria che ricorda le cosmogonie spionistiche di Jan Fleming, con le organizzazioni misteriose e mostruose contro cui si scatenava l'agente James Bond, più che ogni ragionevole analisi politica, anche o soprattutto marxista. Da questo punto di vista, è avvertibile anzi - e può essere una considerazione centrale - un cambiamento di strategia o di tattica delle Brigate rosse. Inizialmente, quando tutti si aspettavano una richiesta di scambio tra il presidente della dc e i terroristi imprigionati, sorprendentemente esse non vi fecero alcun cenno, mostrando di preferire gli effetti destabilizzanti per il sistema democratico di un luogo “processo” al più importante statista italiano. Ora si afferma che il processo è in corso: ma, mentre non si è in grado di fornire alcuna “rivelazione” clamorosa, si affaccia per la prima volta l'ipotesi del ricatto, pur se ancora non si indica quale dovrebbe essere, precisamente, la controparte di Moro. E' il segno che il “prigioniero”, dopo due settimane di pressioni che saranno state tremende, non è crollato e conserva capacità di argomentare e di controbattere. Si è riusciti tuttavia ad umiliarlo in altro modo, costringendolo ad essere lui stesso il suggeritore del ricatto allo Stato. E del ricatto alla dc, mediante la minaccia di “parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”; ciò che, secondo i brigatisti, sarebbe una “chiamata di correità”. La situazione è quella che è, può peggiorare ancora in qualsiasi momento; ma, fino a questo punto, si ha la sensazione che Aldo Moro abbia fornito, nella sostanza, una prova di forza e di coraggio, che forse le BR non avevano previsto. Del resto, le stesse probabilità di riuscita del ricatto sembrano essere considerate dai terroristi con qualche perplessità. E' illogico l'appello della “ragione di Stato”, quando la ragione di Stato dice semmai il contrario, e cioè che nessuna vera transizione è possibile con l'eversione. A meno di ventiquattr'ore dal ritrovamento della lettera, la risposta del governo, e prima di tutto quella delle forze politiche, si delinea lucida e ferma: l'editoriale dell'“Unità”, e più ancora quello del “Popolo”, sono un esempio di rigore, danno una replica accorata, umanamente carica di dolore, ma politicamente dura. Anche questo probabilmente i brigatisti se lo aspettavano. Ma i giorni più amari della Repubblica forse devono ancora venire.


Gli agenti di polizia dicono “Lo Stato non può trattare.
Liliana Madeo, La Stampa 22 aprile

 

Roma - “Io voglio sapere questo: se le BR mi ammazzano, sono loro molto preparate o è lo Stato che non mi ha messo in condizione di fronteggiare adeguatamente l'aggressione?”. L'agente di polizia che parla è giovane, con la barba scura su un volto dai lineamenti delicati. Indossa abiti borghesi. E' appoggiato a una berlina scura, davanti all'ingresso della dc in piazza del Gesù. Dalle macchine vicine agenti addetti ai servizi di scorta dei parlamentari democristiani riuniti. La situazione è tesa. Da quando cinque uomini sono caduti nell'agguato di Via Fani e l'onorevole Moro è stato sequestrato, la tensione è andata crescendo tra le forze dell'ordine. Sono carichi di risentimento gli uomini della Criminalpol e dei servizi antiterroristici, fra i quali di preferenza vengono scelti quelli da destinare alle scorte. Per tutti da allora il lavoro non ha più avuto orario, per fronteggiare l'emergenza. L'ipotesi di una trattativa per salvare la vita del presidente della dc suona alle loro orecchie offensiva. Molti a titolo personale hanno telefonato a sedi di partiti e sindacati per protestare. Anche la notizia che il governo ha varato aumenti per la categoria non modifica i loro umori: “Ogni volta che c'è un morto ci danno un aumento - dice uno -. E' una storia che ormai abbiamo capito anche troppo bene. Non si può monetizzare tutto. E' inutile che tentino di ridurre l'intera questione della nostra sicurezza a un fatto di soldi”. C'è chi aggiunge: “Uno scambio di prigionieri in cambio della vita di Moro sarebbe uno schiaffo morale per chi, come noi, sacrifica la propria vita in difesa delle istituzioni”. Un altro incalza: “Noi abbiamo rispetto per Moro e per il dolore della sua famiglia, ma esiste un pericolo di vita anche per l'agente di scorta che scende in strada, per il maresciallo delle guardie di custodia che passa la sua giornata in carcere. C'è qualcuno disposto a barattare qualcosa per la loro sicurezza?” E ancora: “Con gli assassini non si tratta, d'accordo. Ma che cosa si fa intanto perché la nostra vita venga tutelata? Da ogni regione partono gli uomini che a turno, per 15 giorni, prestano servizio a Torino, da quando s'è iniziato il processo Curcio. Il disagio è grande”. I toni sono duri. Una guardia così articola la sua polemica: “Io non condivido chi dice: 'Né con lo Stato né con le BR'. Io sono per lo Stato, ma per sollecitarlo a tener fede ai suoi principi e responsabilità democratiche. Lo Stato perde la faccia accettando di trattare per la vita di Moro? Non è il male peggiore, rispetto alle inadempienze che lo Stato ha accumulato”. Pur nella varietà delle voci non emergono discorsi qualunquisti. Lo riconoscono i rappresentanti dei lavoratori della p.s. aderenti alla Federazione sindacale unitaria, che oggi hanno tenuto a Roma una riunione dell'esecutivo nazionale. In un documento approvato nel pomeriggio si afferma: “Chiediamo al governo di applicare la necessaria fermezza nei confronti delle BR escludendo qualsiasi mediazione che infici l'essenza e l'integrità dello Stato”. Il generale Vincenzo Felsani, del direttivo, afferma: “Io dico no allo scambio. Tecnicamente non è possibile. Chi si prende la responsabilità di mettere in libertà gente sotto processo per omicidi o altri reati? Chi si prende la responsabilità degli eventuali futuri omicidi, attentati, stragi che costoro possono attuare? E per quale motivo la morte di un agente di custodia non ci dovrebbe spingere a trattare con i brigatisti, per impedire altre 'esecuzioni'?”. Il maresciallo Raffuzzi, già comandante partigiano, ravennate, amico personale di Zaccagnini, aggiunge: “Trent'anni fa, abbiamo speso tutte le nostre energie per fare questa Repubblica e abbiamo subìto dolorosissime perdite. Oggi purtroppo, per difendere questa Repubblica, abbiamo già una carrettata di morti e il numero delle vittime continua a crescere. Non concepiamo che si possa trattare con i criminali, dandogli la possibilità di rafforzarsi sul sangue dei nostri caduti”. L'agente Miani, segretario della sezione pugliese, dice: “Noi denunciano anche gli errori politici per cui le forze dell'ordine vengono lasciate impreparate nell'affrontare attentati organizzati con una tecnica tattico-militare sofisticata. Il nostro movimento da anni denuncia le carenze della preparazione professionale del singolo poliziotto e dell'intera istituzione di polizia, facendo proposte concrete per superare queste inefficienze. Siamo rimasti inascoltati. Nel discorso della salvaguardia dello Stato deve rientrare anche quello della salvaguardia di chi spende la propria vita per tutelare la civile convivenza”.


Straordinario sussulto democratico.
Editoriale, l'Unità 17 aprile

 

Gli italiani si stringono a difesa della Repubblica. Si è formata in Parlamento la nuova maggioranza In molte città gli operai abbandonano le fabbriche prima ancora della proclamazione dello sciopero generale - Immense folle alle manifestazioni Serrata caccia nella capitale al commando (composto da numerose persone) che ha assalito a raffiche di mitra le auto del presidente DC e della scorta Uno dei killer parlava tedesco? - Un piano minuziosamente preparato - Il dibattito a Montecitorio - Votata con urgenza la fiducia al nuovo governo Se i criminali che hanno ideato e attuato il tragico agguato di Roma calcolavano di impaurire e dividere gli italiani, di creare uno stato di smarrimento e di confusione, così da scavare un solco tra le masse e le istituzioni democratiche, ebbene si sono sbagliati. Ciò che è accaduto ieri, subito dopo il rapimento di Aldo Moro e l'efferato massacro della sua scorta, è qualcosa che emoziona. L'Italia è davvero un paese straordinario. Nello stesso momento in cui i segretari dei partiti democratici si dirigevano verso Palazzo Chigi dove erano convenuti anche Lama, Macario e Benvenuto, le vie e le piazze delle città italiane si riempivano quasi spontaneamente di cortei operai, gli studenti lasciavano le aule per riunirsi in assemblee di condanna del terrorismo, gli uffici si vuotavano. La realtà è questa: paese reale e paese legale si scaldavano in un vero e proprio sussulto di difesa dello Stato democratico. Non sono parole. La cronaca di quelle ore parla da sola. Così, mentre in centinaia di imponenti manifestazioni le masse popolari, strette intorno ai dirigenti sindacali e agli esponenti dei partiti costituzionali, esprimevano il loro sdegno e la volontà di difendere la convivenza civile, le Camere decidevano di portare avanti, in tempi accelerati, il dibattito sulla fiducia. Nella notte, il governo, forte di una maggioranza nuova, che comprende anche il PCI, era già posta nella pienezza dei suoi poteri, e quindi in grado di fronteggiare l'emergenza. L'immagine che l'Italia, la classe operaia, le grandi masse lavoratrici, i giovani, gli studenti, e tutto il popolo hanno sofferto nella giornata di ieri, è - lo diciamo senza retorica - una immagine che trova riscontri soltanto in altre ore gravi della nostra storia recente, quelle nelle quali la coscienza popolare ha saputo reagire alle sfide reazionarie spontaneamente, d'istinto, prima ancora che le giungesse l'appello dei sindacati e dei partiti. C'era qualcosa che ricordava il 14 luglio del 1948, l'attentato a Togliatti. Da Torino a Bologna, da Firenze a Roma, da Napoli a Palermo si accavallavano al giornale le telefonate. La radio ha appena finto di trasmettere la notizia della imboscata mortale alla scorta e del rapimento dell'on. Moro, e già i primi cortei operai si formano, escono dai grandi stabilimenti, dilagano nelle strade e nelle piazze. Si svuotano le fabbriche FIAT, quelle dove in passato era stata colta con allarme - e anche ingrandita da una certa letteratura del catastrofismo - qualche zona di insensibilità e disorientamento. Non vi è città, piccola o grande, dove i primi a muoversi non siano i lavoratori delle fabbriche. Vanno in migliaia a manifestare il loro sdegno per il massacro di Roma, e la loro solidarietà con il partito della DC, colpito nella persona del suo massimo dirigente: Aldo Moro. Un partito e un uomo dai quali, forse, la maggioranza dei manifestanti si era sentita divisa in tante aspre battaglie. Ma proprio questo dà il segno dello scatto che si è determinato nella coscienza politica di massa: non si è trattato solo di umana solidarietà ma della comprensione piena che chiunque, indipendentemente dalla sua collocazione politica e sociale, viene fatto bersaglio del terrorismo, in lui si colpisce la condizione prima di qualsiasi rinnovamento, cioè la democrazia. E questo tanto più per uno statista come l'on. Moro, uno degli uomini più prestigiosi e rappresentativi della Repubblica. La gente ha ben capito perché si è voluto colpire quest'uomo, e colpirlo nel giorno stesso in cui si formava in Parlamento una maggioranza nuova, decisa ad affrontare l'emergenza. E' tutta la società italiana che ha saputo esprimere ieri qualcosa di così forte e positivo da sorprendere. Pensiamo al sentimento che ha spinto tanti giovani a riunirsi, a discutere, in assemblee tese ma finalmente democratiche, anche in scuole dove vigeva fino a ieri la prevaricazione delle minoranze estremiste. Come sarebbe possibile sottovalutare l'importanza delle assemblee, affollate e combattive, che si sono svolte in molte facoltà dell'università di Roma, dove le posizioni degli estremisti - del resto divisi tra loro - sono state isolate e battute? Un segno nuovo è venuto anche da queste regioni tormentate della nostra geografia sociale, dove si combatte da tempo una battaglia logorante contro il nullismo, la violenza, il sovversivismo piccolo-borghese, e, insieme contro lo stolido conservatorismo. Anche lì il legame con la democrazia è più profondo di quanto non si pensi, e regge il terreno su cui far crescere una nuova ricomposizione unitaria che, finalmente, ridia peso politico alle nuove generazioni. La giornata di ieri ha detto dunque molte cose, sulle quali bisognerà che riflettiamo tutti. Un sussulto democratico ha scosso il paese. E nel Parlamento si è costituita una nuova maggioranza che, per la prima volta dopo 30 anni, vede la partecipazione del partito comunista. L'emergenza c'è. Ma ci sono anche le forze e gli strumenti politici per dominarla. Partiti e popolo hanno parlato lo stesso linguaggio. Hanno espresso la loro determinazione a continuare, a fare il proprio dovere, senza lasciarsi intimidire, senza avere paura, opponendo al partito del terrore il fronte compatto di chi vuole vivere nella democrazia e nella tolleranza. Ecco perché, ci sentiamo di poter dire, senza retorica, che i nemici della democrazia non passeranno, non possono passare. A differenza di quanto accade altrove, da noi l'azione criminale di ieri non ha vuotato le piazze, non ha spinto la gente a chiudersi in casa. In Italia, la democrazia è, nonostante tutto, forte, viva, di massa. Saprà resistere e vincere.


Unità e rigore.
Enrico Berlinguer, l'Unità 19 marzo

 

Viviamo giorni gravi per la nostra democrazia. Abbiamo parlato di pericolo per la Repubblica. Non è un cedimento all'emozione, è un giudizio politico che parte dalla consapevolezza delle forze potenti, interne e internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane. Il Paese ha capito e milioni di uomini si sono mobilitati dando la risposta giusta, la più ampia e la più unitaria. Comunisti, socialisti, democristiani, cittadini e giovani di ogni fede politica si sono ritrovati in piazza con le loro bandiere e con una comune volontà di difendere la democrazia. E in Parlamento le forze politiche democratiche hanno dato vita ad una maggioranza nuova per la presenza in essa, dopo più di trent'anni, del partito comunista italiano: fatto che ha assunto particolare significato per il momento in cui è avvenuto, superando di slancio dubbi e incertezze di ogni parte che pur erano presenti dopo la conclusione della crisi di governo. E' facile immaginare quale sarebbe oggi la situazione, quale lo smarrimento, se non vi fosse stata questa risposta del Paese e del Parlamento. E' chiaro adesso perché abbiamo lavorato così tenacemente per evitare uno scontro lacerante che avrebbe provocato l'ingovernabilità del paese, la paralisi dei pubblici poteri e lo scioglimento delle Camere. E' chiaro perché abbiamo posto al centro di tutta la nostra azione la necessità di fronteggiare l'emergenza attraverso una collaborazione chiara tra le forze politiche fondamentali. Si è affermato che Aldo Moro è stato rapito proprio per colpire un simbolo, tra i più significativi, di questo sforzo, teso a impedire lo scollamento politico e istituzionale. Ma al di là della persona di Moro - (al quale rinnoviamo, in questo terribile momento, la nostra stima e solidarietà) - si è voluto colpire l'insieme della democrazia italiana. Il terrorismo e la violenza politica mirano a questo: a sostituire la presenza, l'iniziativa, la partecipazione, e quindi la crescita della coscienza politica di masse sempre più grandi di popolo, con la guerriglia di bande di fanatici a colpi di spranga e pistola. E' la conquista più grande del popolo che viene minacciata. Si vuole impaurire la gente, disperderla, svuotare le istituzioni rappresentative e preparare così il terreno a nuove dittature. E' giunto il momento di decidere da che parte si sta. Noi la scelta l'abbiamo fatto. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste decisive e irrinunciabili del movimento popolare, delle sue lotte, del suo cammino, non ci sono stati regalati da nessuno. Molto c'è da rinnovare nella società e nello Stato, ma guai ad allentare la difesa delle conquiste realizzate e delle istituzioni repubblicane. Non c'è oggi compito più urgente e più concretamente rivoluzionario che quello di fare terra bruciata attorno agli eversori. Facciano il loro dovere, fino in fondo, i corpi preposti alla difesa delle istituzioni. Faccia il proprio dovere ogni cittadino democratico. Nessuno si lasci prendere dalla sfiducia, tutti contribuiscano, quale che sia la loro funzione, a mandare avanti la vita del paese in tutti i campi. Faccia il suo dovere la classe operaia che sta diventando sempre più la forza che in concreto garantisce gli interessi fondamentali della nazione e la capacità di reggere a tutti gli urti. Come partito comunista continueremo a fare la nostra parte. Ma questa mobilitazione straordinaria, questa vigilanza di massa del nostro popolo chiedono, sollecitano, una guida politica nuova del Paese. Ha colpito tutti, giovedì, l'assonanza tra Paese reale e Paese legale, tra società civile e il Parlamento. Tutti capiscono che ben altro governo sarebbe stato necessario, un vero governo di unione democratica. Ma il rischio di una grave lacerazione è stato evitato, una nuova maggioranza parlamentare si è formata e vi è un programma che consente di fronteggiare l'emergenza secondo linee che vanno al di là dell'immediato. Si tratta di un passo avanti, che attende ora la prova dei fatti. Il nostro proposito è che la più ferma difesa della convivenza democratica si accompagni, finalmente, al rigore, alla pulizia, all'efficienza. Bisogna risanare lo Stato. La cosa pubblica deve essere amministrata seriamente. E questo vale per tutti: per i più alti funzionari e dirigenti delle imprese statali come per i più umili impiegati. La carta fondamentale che viene giocata contro le forze del rinnovamento è la disgregazione, il lassismo, il non governo. Il rigore è una scelta nostra, come lo è l'austerità: è la leva per cambiare le cose e non soltanto per impedire il collasso. Ciò è reso possibile dalla presenza nella maggioranza dei partiti delle classi lavoratrici. Il PCI reca in questa maggioranza anche un modo nuovo e più alto di sentire gli interessi nazionali, una nuova moralità. Già da tempo la classe operaia influenza, più o meno ampiamente, l'indirizzo politico nazionale. Oggi può esercitare tale influenza politica in modo più diretto. Il passo avanti realizzato nell'unità delle forze fondamentali del nostro popolo reca il segno dell'emergenza. Noi staremo in questa maggioranza parlamentare con la lealtà e fermezza. Daremo il nostro sostegno, ma eserciteremo un incisivo e metodico controllo. Ci adopereremo perché ogni decisione sia coerente col programma e anzitutto con le sue priorità: ordine democratico, salvezza della scuola, occupazione, Mezzogiorno. C'è però chi concepisce la soluzione attuale della crisi come una semplice tregua. Troppo grandi sono i problemi che la nuova maggioranza dovrà affrontare, troppo alta è la posta in gioco per poter giustificare un atteggiamento puramente attendista e passivo qual è quello di tregua. E' il momento dell'iniziativa e dell'azione solidale con il Paese: altrimenti tutti ne pagheremmo lo scotto. Molto dipende dunque dallo sviluppo nel profondo del Paese di movimenti che rafforzino il tessuto democratico e rendano più salda ed estesa l'unità tra le forze popolari.


Un uomo torturato.
Editoriale, l'Unità 19 marzo

 

L'animo con cui siamo costretti a riprodurre - per un dovere di cronaca - la foto di Aldo Moro nelle mani dei suoi carcerieri è molto triste. Lo facciamo con il ribrezzo di chi tocca un documento maneggiato da assassini di mestiere. Queste sono belve che è perfino difficile paragonare ai fascisti. Dietro questa immagine, come dietro altre analoghe immagini conosciute negli anni scorsi, c'è un gioco ripugnante di ferocia e di cinismo, un pugno di fanatici manovrati da forze che stanno molto in alto, probabilmente anche al di fuori del nostro paese. Costoro non attentano solo alle pubbliche libertà ma a ciò che l'uomo ha di più suo: la dignità, il diritto di non essere considerato una cosa, una cavia. Guardate questa foto. E' l'immagine di un uomo che i suoi rapitori si ripromettono di martirizzare, in una di quelle tragiche farse cui danno i nomi di processi; e ciò per far durare più a lungo la sfida alla democrazia italiana e all'onore di questa Repubblica. Ma per far questo non hanno bisogno che giornali e TV si trasformino in casse di risonanza dei loro farneticanti messaggi. Ieri questo è, purtroppo, accaduto. Alcuni giornali hanno riempito le loro prime pagine di queste foto e di questi messaggi ripugnanti senza trovare il modo di dire una parola, una condanna. E noi - dobbiamo dirlo - siamo rimasti più che stupefatti avviliti. Osano persino, queste belve, scrivere nei loro messaggi la parola “popolo”. E' tra tante parole deliranti quella che, in bocca loro, suona come la più oscena. Che cosa c'entrano essi con il popolo? Il popolo è buono, è umano, è giusto. Il popolo si è raccolto ieri attorno alle bare degli agenti e dei carabinieri assassinati. Chiede di essere liberato dalle bande terroristiche. Vuole vivere, e progredire in pace.


 Amendola: "Isolare il terrorismo
e combattere ogni forma di violenza".

Editoriale, l'Unità 22 marzo

 

ROMA - Il rapimento di Moro, l'eco che se n'è avuta, i provvedimenti necessari, sono al centro di alcune dichiarazioni di esponenti politici. Il compagno Giorgio Amendola, con una dichiarazione inviata al Popolo, compie un'analisi del fenomeno del terrorismo. “Per liberare l'on. Moro e respingere l'offensiva terroristica - egli afferma - bisogna valutare il carattere e la natura del nemico da battere. Troppo semplicistiche giustificazioni sociologiche, troppi cedimenti ingiustificati, troppe coperture culturali hanno creato attorno al partito dell'estremismo armato una cintura protettiva”. “Bisogna, perciò - continua Amendola - isolare i terroristi e fare terra bruciata attorno ai gruppi che esaltano e praticano la violenza di massa. Per questo non c'è bisogno di leggi eccezionali, e tantomeno della pena di morte (anche se sono necessarie misure per aumentare l'efficacia dell'amministrazione statale e della magistratura)”.“Abbiamo isolato nella coscienza morale degli italiani i terroristi neri. Dobbiamo isolare i terroristi rossi. Ma è necessario combattere ogni forma di violenza, nelle scuole e nelle piazze, respingere tutte le intimidazioni, affermare la libertà e la dignità dei docenti e degli studenti, impedire la degradazione fisica degli ambienti. La lotta contro la violenza è indivisibile”.


Il terrorismo non è soltanto un complotto. Esso trova coperture ed è anche un prodotto della crisi italiana.
Giuliano Ferrara, l'Unità 24 marzo

 

L'eccidio di via Mario Fani e al rapimento di Aldo Moro suggeriscono qualche riflessione. Visti da Torino, forse, qualche riflessione in più. Questa è la città in cui nuclei armati delle BR hanno alzato il tiro tre volte in un anno: Croce, Casalegno, Berardi. Ogni volta colpendo un obiettivo, direttamente o indirettamente collegato alla tormentata vicenda del “processo”. E' la città in cui più massiccia si è fatta, nei mesi trascorsi, la offensiva militare e ideologica diretta a esautorare la Repubblica seminando, prima di ogni altra cosa, la sfiducia, la rassegnazione, la passività operaia: propaganda nelle fabbriche, incendi nei reparti, ferimenti a catena dei capi officina di Mirafiori e Rivalta. Qui ha avuto un esito solo parziale lo sciopero di protesta indetto per l'attentato a Carlo Casalegno. Ma il 16 marzo in questa città è cambiato qualcosa. Piazza San Carlo era già quasi piena mentre le fabbriche si svuotavano ancora. E questo è accaduto nelle cento città. A Torino però, si è registrato uno scarto sensibile e significativo, un avanzamento illuminante nell'identificazione della classe operaia con le istituzioni democratiche. Lo si è visto, oltre che nella sua compattezza, nelle mille forme della mobilitazione, nella discussione minuta, nell'orientamento univoco e dei pronunciamenti. Restano zone d'ombra e settori dell'organismo sociale ancora impermeabili, nella inerzia, alla influenza delle idee forza che hanno determinato un alto grado di unificazione civile. Ma se è vero, come ha scritto “Nuovasocietà”, che la manovra dipanatasi a Torino, a ridosso del processo delle BR, è consistita nel fatto che “gruppi e classi hanno perduto (o stanno perdendo) la proprietà esclusiva dello stato si servono della diffusa estraneità al vecchio equilibrio istituzionale per impedire la nascita del nuovo”, bene, il 16 marzo ha dimostrato come questa insidia può essere schivata. Detto questo, vale la pena di osservare che la strada dell'espansione in ogni ambito della società civile organizzata di una lucida consapevolezza dei pericoli e dei caratteri di questa nuova fase dell'offensiva terroristica è ancora lunga e disseminata di indicazioni fuorvianti, per certi aspetti vere e proprie trappole. Ritengo utile segnalarne almeno due. La prima consiste nella riemersione, in forma rozzamente schematica e meccanica, di una teoria del complotto capace di spiegare ciò che accade. Si tratta di una soluzione logica. E questa “soluzione”, in verità la più facile, sembra favorita da una serie di concomitanze che hanno colpito la nostra fantasia anche al di la del loro rilievo “oggettivo”: la tecnica dell'attentato, il giorno scelto per metterlo in atto, la spavalderia che allude a condizioni di sicura impunità, lo stesso ambizioso obiettivo (l'uomo più rappresentativo, oggi, del sistema politico italiano, il centro del centro di tutti gli equilibri possibili). Forze che operano per dissestare i nuovi equilibri della democrazia Certo, quello italiano è un caso unico di debolezza dello Stato congiunta all'apertura di spazi istituzionali, sempre più larghi, entro cui sembrano “assestarsi” nuovi equilibri di potere fra le classi. Ciò che la democrazia italiana produce in termini di trasformazione, in una parola il suo segno avanzato e aperto agli esiti di un processo socialista in occidente: tutto questo incute paura e induce forze potenti, interne ed internazionali, a lavorare per “dissestare” questi nuovi equilibri. Evocarle, queste forze, non è affatto sbagliato. Ma se questa giusta considerazione delle cose dovesse condurre a una sottovalutazione del grado cui sono insieme giunti la crisi del paese, la degenerazione del tessuto sociale nei suoi punti più deboli e lo scollamento grave della sua stessa identità culturale, l'effetto sarebbe disarmante. Per troppo tempo abbiamo indugiato a considerare i gruppi terroristici che operano nel paese come una variante qualsiasi di un disegno di destabilizzazione che avrebbe potuto avere basi, consensi, diramazioni solo a destra e solo come prodotto di una “provvidenziale” astuzia reazionaria. E per questo ci siamo spesso voluti stupire di fronte alle forme più subdole di reclutamento, di propaganda, di radicamento delle formazioni terroristiche in limitatissimi emblematici segmenti di sottoproletariato, di gioventù di classe operaia. Marcare dunque, nel giudizio sul rapimento di Aldo Moro, un segno di novità, un salto brusco in avanti della strategia della provocazione non deve significare l'abbandono di un giudizio sul fenomeno terroristico in quanto tale, sulla sua storia, sulle sue radici nell'attualità sociale, politica e culturale della società italiana. D'altra parte, le stesse schizofreniche reazioni di settori di punta dell'estremismo politico, del partito armato e del movimento armato (“né con lo stato, né con le BR”, “né una lacrima, né un minuto di sciopero per Aldo Moro”) dimostrano secondo me ampiamente, che ideologia e pratica delle formazioni terroristiche mantengono, nello stesso momento in cui sono aspramente combattute e recisamente isolate dalla maggioranza del popolo, una loro indubbia quanto perversa efficacia per lo meno psicologica e si configurano, nei punti di più profonda degenerazione degli effetti di crisi, come un messaggio persuasivo. Per certi versi è incredibile, ma è così. Sottovalutare questo aspetto della questione è dare per risolto una volta per tutte (e per tutti) il problema della lotta al terrorismo come l'iniziativa di un'unica linea di iniziativa contro l'imbarbarimento della vita civile, contro le posizioni nulliste e le blaterazioni giustificazioniste, sarebbe un secondo, pericoloso errore. Il messaggio dei rapitori, sbrigativamente liquidato come semplice testimonianza di una miseria intellettuale e morale infinita (Dio solo sa se non è anche questa), appare come arbitraria semplificazione sociologica del concetto economico, politico e filosofico determinante per la nostra epoca: la lotta delle classi. Forse quel messaggio, come dice De Mauro, è tradotto dal francese, o scritto da un uomo che pensa in spagnolo, come suggerisce Arrigo Levi. Ma è vergato in italiano, sulle modulazioni di un gergo marxista impazzito, il volantino del comitato autonomo tale o tal'altro (di cui si ha diretta testimonianza in molte località) che proclama compagni i brigatisti rossi, che organizza il crumiraggio antioperaio in nome delle vittime degli omicidi bianchi. Infine sarà anche questa una semplificazione: ma non è stata derivata dal fallimento della legge Anselmi. La possibilità di un terrorismo come estrema risorsa della disperazione e dell'illusione romantica? E non si è aggiunto, più tardi, che tra la legalità illegale di uno Stato che si arroga il diritto di fare un processo e la rivoluzione garantista di una combriccola di collegiali è impossibile scegliere?


Responsabilità degli intellettuali.
Eugenio Garin, l'Unità 24 marzo

 

Il filosofo prof. Eugenio Garin è intervenuto mercoledì al convegno su “Intellettuali e libertà” organizzato dal Comune di Firenze. Dal suo intervento riproduciamo qui un'ampia parte in cui lucidamente egli delinea il ruolo e le responsabilità della cultura nella lotta per la difesa e l'espansione dei valori fondamentali della democrazia. Chi visse le esperienze della distruzione delle libertà da parte del fascismo emergente soffrendole, talvolta non senza debolezze o errori, ha imparato a proprie spese varie cose: e, innanzitutto, le gravi responsabilità degli uomini di cultura, sia per la pretesa di alcuni di sottrarsi al preciso dovere di partecipare alla lotta, sia per le complicità aperte o equivoche di troppi con l'ideologia dominante. Ma altro ancora si e venuto dimostrando: la inscindibilità di educazione umana e libertà; la vocazione delle classi emergenti alla difesa della libertà proprio perché la loro liberazione è legata alla rottura della situazione, rottura che non può maturare se non nella dinamica delle antitesi e nella forza di nuove idee. Non a caso le squadre fasciste d'azione furono largamente alimentate dai figli di una piccola borghesia inquieta e insoddisfatta, o di gruppi privilegiati tesi a difendere posizioni in pericolo. Non a caso la violenza di rivoluzioni immaginarie, esaurite nell'esaltazione verbale della fantasia, è riuscita solo a bloccare di fatto le ascese reali. Per questo quelli che lavorano sul serio, che hanno imparato a riconoscere la severa logica delle cose, e che il mondo vogliono cambiarlo davvero, e farlo più giusto, sono in tutto alieni dagli infantilismi velleitari e, mentre costruiscono nella strategia dei tempi lunghi la loro forza, rifuggono dalla violenza sopraffattrice e incomposta. Per questo, purtroppo, anche se destinati a vincere alla fine, possono essere sorpresi e sconfitti, dall'attacco improvviso nella guerra lampo. E se è vero, come è vero, che democrazia è - come dice la parola - regime di popoli liberi, è pur vero che essa è terribilmente fragile. E' fragile perché vuole educare nella libertà, e col metodo della libertà, anche i negatori della libertà che rifiutano le regole del giuoco. Mentre “la libertà” - come ci ha insegnato Cattaneo - “è l'esercizio della ragione”, i nemici della democrazia, e della libertà, rifiutano la ragione ed esaltano l'irrazionale nelle sue forme più seducenti e insidiosi. Di qui la necessità di una ragione capace di riconoscere la funzione anche dell'irrazionale, così da combatterlo e superarlo dialetticamente nella sua sempre risorgente presenza; di qui la necessità di una forza capace di vincere la violenza senza farsi violenta: di una libertà, di una ragione, di una cultura. Insomma, sempre armata come Atena.… Gli intellettuali troppo spesso hanno mancato, sia sotto il fascismo che dopo, fino a ieri, fino a oggi. Se infatti l'attuale situazione italiana, con la sua drammaticità, invita tutti a precise prese di posizione, costringe anche a rigorosi esami di coscienza. Coloro a cui spettava per competenza la difesa, e prima ancora la determinazione di quei fini e valori, dove erano e che cosa facevano quando saliva la marea dell'intolleranza - quando, prima del terrorismo armato, imperversava quello delle parole e delle ideologie, quando minoranze rissose e tracotanti soffocavano con generiche condanne ogni sia pur pacato dissenso - e questo nelle aule degli stessi massimi istituti di cultura? E' giusto rivendicare la libertà, combattere la violenza, proclamare l'identità di libertà e cultura, di libertà e ragione, esecrare atti che rievocano oggi le punte estreme della barbarie nazista, con la totale degradazione dell'uomo a animale da macello, da uccidere a freddo per diffondere terrore. Tutto questo è giusto e noi siamo qui anche per manifestare condanna ed esecrazione - ma non solo per questo. Verremmo meno proprio alla funzione che ci e propria, se non ci domandassimo perché. Perché in fondo a ognuna di queste vie dell'orrore - droga, violenza, morte - troviamo tanti giovani e scuole e studenti: e scuole più che fabbriche? Perché angoscia e colpa, e atteggiamenti disumani, troviamo così spesso maturati e alimentati dalla scuola, con tutto il seguito di debolezze, di oscure complicità, che costituiscono una sorta di alone sinistro intorno a troppe scuole? Le cui droghe, diciamolo almeno una volta, non sono solo l'eroina e gli allucinogeni, ma troppi discorsi pseudorivoluzionari, troppi “slogans”, troppi cattivi prodotti della industria culturale, dall'editoria allo spettacolo, che sotto il segno della liberazione in realtà hanno contribuito solo alla degradazione dei più indifesi, perché meno esperti e maturi? Non è qui il luogo di analisi lunghe e amare. Ma se vogliamo che la cultura si unisca al moto onesto e chiaro di tanta parte delle forze del lavoro: “se non vogliamo aggiungere solo uno svolazzo retorico” a quella che è una tragedia, allora dobbiamo davvero avviare un'inversione di marcia nel punto decisivo per un'attività culturale degna di rispetto. La forza di una cultura, infatti, si misura nella formazione delle nuove generazioni: si realizza nelle scuole. La sconfitta dell'antifascismo si rivela a pieno nella mancata riforma della scuola, che a cominciare dal 1945 avrebbe dovuto essere radicale è totale, anche se per necessità scandita nel tempo. Voglio credere che le colpevoli compiacenze, le complicità, le viltà, che hanno travolto tanta parte degli istituti scolastici e di cultura - e v'ha, chi, non soddisfatto, non sa ancora parlare che di distruzione - voglio credere, dico, che quanto di male è stato fatto alla gioventù italiana dalle colpevoli indulgenze di tanti dei cosiddetti intellettuali italiani, sia il frutto di una sorta di complesso di colpa per la precedente lunga indifferenza, spesso coperta dal comodo alibi che il fascismo era stato come la famosa invasione dei re pastori in Egitto: una onda di piena che aveva lasciato indenni scuola e cultura. Purtroppo il dramma che oggi ci travaglia ha radici lontane, profonde e molteplici. La reazione unanime di tanta parte del popolo ci offre tuttavia un'occasione da non perdere. Assolva la cultura qualcuno dei suoi compiti. Abbia il coraggio, oltre che di una diagnosi severa, di un'autocritica impietosa, e di interventi decisivi nei campi che le sono propri. Contribuisca a ristabilire i rapporti, in positivo, come in negativo, con quel passato storico che ci condiziona, e che non si cancella con l'ignoranza e col rifiuto isterico. Richiami energicamente al rispetto di quei valori fondamentali che costituiscono la sostanza di ogni società umana. Smascheri gli equivoci nascosti sotto il continuo appello a una crisi di valori, giustificatrice di ogni trascorso. Senza dubbio le tavole dei valori cambiano, come mutano gli istituti sociali, ma non a capriccio, e, soprattutto, almeno finché dall'uomo non sarà nato un essere tanto diverso dall'uomo, quanto l'uomo dalla scimmia, certi principi fondamentali, certe norme, certe condizioni dell'esistenza e della coesistenza, non muteranno; fra questi il rispetto dell'uomo per l'uomo, e per la vita umana. Io rifiuto la pena di morte, e non perché i tribunali possono sbagliare, o perché non serve: la rifiuto perché non riconosco a nessun uomo il diritto di dare la morte all'uomo. Mi sia concesso concludere con un testo di tanti anni fa - della prolusione del mio rettore del 15 novembre 1945, in memoria degli studenti e dei professori dell'università di Firenze morti per la libertà. Sono parole lontane, ma forse non senza qualche eco presente. “Nelle bande partigiane - disse allora Calamandrei - studenti universitari, e contadini e operai erano affratellati: avevano ritrovato di fronte al pericolo questa sensazione di fratellanza umana, questo rispetto della libertà sentita non come individualismo, ma come altruismo, senza il quale è vano sperare in un domani migliore. Questa stessa ispirazione di fratellanza e di solidarietà deve continuare nella vita civile... Le diversità di opinioni politiche sono essenziali in ogni convivenza democratica, ma alla base ci deve essere questo sentimento di fede nell'uomo, di rispetto della dignità dell'uomo, che è poi una grande ed eterna idea cristiana; e gli studenti... bisogna prima di tutto, che non si appartino dai grandi ideali umani che accomunano… tutti gli uomini di buona volontà”.


Fermezza.
Editoriale, l'Unità 31 marzo

 

Nessuno ha avuto dubbi. La lettera di Moro (se di lettera di Moro si può parlare) è stata scritta in uno stato di costrizione morale e fisica tale da togliere ogni autenticità e quindi ogni significato e valore alle cose che vi si dicono. E ciò non vale solo per il messaggio di ieri, dove i segni di questa inumana tortura traspaiono chiaramente. Vale anche per altri documenti compilati con la stessa calligrafia che, purtroppo, dobbiamo ancora aspettarci dai rapitori. Costituiranno soltanto il tragico dossier di un episodio di barbarie. Perciò non ha molto senso abbandonarsi a congetture o previsioni in merito a quale potrà essere l'atteggiamento di Aldo Moro. Spetta al governo e alle forze politiche democratiche assumere tutte le responsabilità, prendere posizione, guidare con fermezza la nazione. Si tratta di decidere su questioni politiche e di principio, riconducibili tutte ad un unico modo, drammaticamente elementare: la vera posta in gioco in questa vicenda è l'avvenire della Repubblica. Il dovere è arduo ma semplice: il regime democratico non può cedere al terrorismo. Guai se lo facesse. Cedere su questo terreno potrebbe soltanto aprire la strada a un crescendo di nuovi ricatti e di nuovi cedimenti, togliere qualsiasi sicurezza agli organi dello Stato e ai cittadini, gettare il paese alla mercé della violenza. Che proprio questo sia il disegno delle centrali terroristiche risulta in modo evidentissimo dall'ultimo volantino delle BR e dalla stessa lettera estorta a Moro. Che cosa significa avergli imposto la definizione di “prigioniero politico”, se non il tentativo di dare legittimità alla lotta armata di un gruppo criminale, per imporre allo Stato democratico il riconoscimento di un altro “potere”, di un “antiStato”? Ma questa sarebbe la fine di ogni convivenza civile. Sarebbe nient'altro che la sanzione della guerriglia, di uno scontro di bande contro bande, nel quale la democrazia verrebbe distrutta, colpita a morte. E a noi sembra chiaro che vada nello stesso senso il disegno di ricattare la DC e altre forze democratiche con la minaccia di chissà quali rivelazioni. Si vuole aprire una lotta lacerante tra le forze politiche, e soprattutto premere sul partito democristiano in modo che esso si comporti non come partito nazionale. Si tratta di obiettivi tanto perfidi quanto votati al fallimento se solo vi sarà una ferma risposta da parte della Repubblica, dei suoi cittadini e delle forze che la rappresentano. Siamo certi che il governo, e la stessa DC, pur nel tormento di un dramma anche umano che noi ben comprendiamo, respingeranno la logica suicida in cui vorrebbero irretirli i criminali e dimostreranno nel modo dovuto il loro senso dello Stato. Su questo terreno la nostra solidarietà sarà piena e tutto faremo per rafforzare la solidarietà delle forze repubblicane. Ma c'è una parte essenziale che deve essere assolta anche dalle masse popolari. Sono loro, in definitiva, la vera barriera alla eversione. Non si illudano i nemici della democrazia. Le grandi manifestazioni dei giorni scorsi non erano solo un omaggio alla persona di Moro e il segno di una solidarietà umana per le vittime del massacro di via Fani. Esse hanno dimostrato che la coscienza popolare ha ben capito come non esiste nessuna contraddizione tra la giusta, sacrosanta spinta al rinnovamento, alla giustizia, alla pulizia morale, al necessario ricambio dei gruppi dirigenti e la ferma difesa di questo regime democratico. E' semplicemente ridicola la pretesa delle BR di “processare” l'intera storia dell'ultimo trentennio e ciò per la ragione fondamentale che in questa storia c'è anzitutto il posto che i lavoratori, con la loro lotta, si sono guadagnati nella società e nello Stato. Quale “processo”? La società italiana ha molti mali, lo sappiamo benissimo. Ma per curarli l'unico modo possibile è quello di una lotta di cui siano protagoniste le grandi masse e nel quale cresca la loro coscienza, cultura, libertà, capacità di organizzarsi per guidare il Paese. Non a caso il ricatto eversivo interviene qui e ora: nel momento cioè in cui grandi masse di popolo sono riuscite a portare la loro azione davvero nel “cuore dello Stato”, nel momento in cui la necessaria democratizzazione dello Stato si intreccia sempre più strettamente con l'accrescimento del potere dei lavoratori. Perciò, colpire la democrazia significa colpire la costruzione di questo potere nuovo. Spezzare questo rapporto nuovo tra masse e Stato significa vanificare trent'anni di battaglie, ricacciare il movimento dei lavoratori indietro nella passività o nell'impotenza della pura ribellione. Ecco il proposito del terrorismo. Ecco perché il suo vero nemico siamo noi. Non ci sono “rivelazioni” che possono mutare di un grammo la sostanza del problema. Ma, poi, quali rivelazioni? Ciò che è stata la vicenda sociale e politica della Repubblica è ben chiara ed è ben presente alla memoria e alla coscienza del nostro popolo. Esso sa, per sua esperienza, avendo cioè toccato con mano la realtà con la lotta di massa e i movimenti politici e ideali, ed è proprio per questo ed è solo per questo che è possibile, ed è cresciuta, la lotta per il rinnovamento del Paese. Le “rivelazioni” di bande criminali o di servizi segreti non rivelano niente. Possono solo renderci più fermi nella lotta unitaria e di massa per allargare le basi dello Stato, per rafforzare l'unità e la solidarietà tra le forze democratiche.


Perché non bisogna trattare.
Editoriale, l'Unità 13 aprile

 

Non dovrebbe essere necessario ripetere le ragioni per le quali di fronte alle mosse dei brigatisti occorre tenere ben fermo il rifiuto intransigente, il no più risoluto ad ogni ricatto, anche se dire queste cose pesa di fronte al fatto che in gioco è anche una vita umana. Colpisce la sottile malizia di chi cerca di sbriciolare quest'argine parlando di una cinica “ragion di Stato” che i “politici” vorrebbero far prevalere sulla ragione comune, quella degli uomini. E' la tesi di Lotta Continua, ma anche di altri gruppi di sinistra e di destra che in qualche modo puntano allo sfascio. Non è a questi che vogliamo rivolgerci ma a quanti, forse, non hanno ancora valutato appieno qual è il piano dei terroristi, e la posta in gioco. L'obiettivo di costoro non è tanto lo scambio di prigionieri quanto creare una situazione tale di confusione e di cedimenti da parte dello Stato democratico per cui, una volta legittimate le BR come un “partito” e non come una banda di criminali, l'Italia si troverebbe di fronte al rischio di una guerriglia strisciante. Con tutte le conseguenze del caso: l'insicurezza generale; la normalità democratica e lo Stato di diritto rimessi in discussione; le prevedibili spinte ad adottare misure “forti”. Si capisce allora perché ciò non dispiace alla destra reazionaria - che come Lotta Continua, il Quotidiano dei lavoratori e la nuova gestione del Manifesto - preme sulla DC per indurla a cedere. Ecco perché tutti i democratici devono comprendere che la intransigenza non è una concessione a non si sa quale astratta “ragion di Stato” ma solo il mezzo per difendere la pace, la sicurezza, la vita civile di tutti, la convivenza democratica. Ma la questione che è stata posta è se ciò non comporti il sacrificio di una vita umana come conseguenza ineluttabile di una simile linea di condotta. E' una questione grave, sulla quale vogliamo dire una parola, serenamente, nel più grande rispetto del dramma umano. Vogliamo dire la nostra persuasione che l'intransigenza è anche l'unica via praticabile per fermare la mano degli assassini. A noi sembra, cioè, che la minaccia più grave per la vita di Moro viene proprio da ogni tentazione di scendere a patti con i suoi carcerieri, da ogni atto, pur compiuto sotto la spinta del dolore e dell'affanno, che abbassi la barriera di fronte alla quale gli assassini possono esitare: la chiara consapevolezza di tutti, dell'intera comunità nazionale che la totale responsabilità per un eventuale nuovo atto di barbarie ricade esclusivamente sui terroristi. Questo è il solo deterrente che può fermare questi criminali. E' giusto ciò che ha scritto Giovanni Ferrara sul Giorno, cercando di spiegarsi perché, per quali calcoli di “utilità”, i terroristi abbiano deciso di rapire Moro, mentre avrebbero potuto benissimo ucciderlo insieme alla scorta. Perché “era necessario”, per le Br, ottenere l'ambiguo effetto dell'“avvertimento” e soprattutto (qui viene l'orrendo), mettersi in condizione di giustificare l'eventuale successivo assassinio del leader con pretesti quali il fallimento delle trattative o la sentenza del “tribunale proletario”. Bisogna guardarsi dall'offrire anche il più piccolo alibi ai terroristi. Le menti che li guidano sono di cinici, abituati a studiare e calcolare gli effetti di ogni loro mossa sull'opinione pubblica. E' molto dubbio che essi vogliano aprire una reale trattativa (anzi, addirittura lo negano) rendendosi ben conto che per tante ragioni, non soltanto di principio ma di fatto, essa è senza sbocco. Basti pensare che nessun governo è disposto ad accogliere i banditi eventualmente liberati. Essi vogliono un'altra cosa. Vogliono che si apra una discussione sull'opportunità di trattare, e sul quando, sul come, a quali prezzi. In una parte dell'opinione si creerebbe una confusione, una incertezza che in qualche modo oscurerebbe la responsabilità totale, esclusiva dei terroristi. Si abbasserebbe quella barriera che ancora li fa esitare, si indebolirebbe la forza del deterrente che sta tutta nella chiarezza, nella forza della condanna e dell'isolamento non soltanto politico ma morale dei rapitori di Moro. Soltanto in questo modo si può cercare di fermare la loro mano.


 

Il partito della trattativa.
Editoriale, l'Unità 22 aprile

 

Quello che ormai i giornali chiamano “il partito della trattativa” è venuto avanti, preme, ha precisato il suo volto. In queste ore drammatiche, nelle quali l'odiosa minaccia alla vita di Moro viene utilizzata per giocare una partita terribile sulla pelle della nostra Repubblica, noi pensiamo che si debba andare a vedere con assoluta chiarezza che cosa c'è dentro questo partito. Perché non è possibile che persone diversissime (molte delle quali degne di ogni rispetto) e disegni politici perfino opposti si nascondano o si confondano dietro un sacrosanto ma troppo facile ricorso ai sentimenti. Questo è un momento grave. Bisogna parlare chiaro e ognuno deve assumere la responsabilità dei propri atti. La gente deve sapere quali conseguenze pagherà per questa o quella scelta. Bisogna guardare in faccia la realtà. E vedere che i terroristi vogliono una trattativa che li legittimi e, insieme, umili la repubblica, frantumi il patto della convivenza civile. E' rispetto a questa che bisogna prender posizione, è inutile fingere di non capirlo. Dal coacervo di forze eterogenee in cui si struttura il partito della trattativa, emergono tre componenti fondamentali. La prima è data da coloro che puntano chiaramente e apertamente alla destabilizzazione, e fanno dell'attacco alle istituzioni democratiche il loro obiettivo dichiarato: liberare Moro per liberare Curcio: umiliare la democrazia per aumentare lo sfascio e creare nuovi spazi all'eversione. Sono finti umanitari. Hanno applaudito ogni delitto delle BR e ancora ieri nascondevano sul loro giornale Lotta continua l'assassinio della guardia di Milano. Ed è ripugnante il cinismo con cui adesso si proclamano difensori della vita di Moro, un uomo che essi disprezzano e odiano. Giungendo all'infamia di un titolo come quello di ieri (“Ora la vita di Aldo Moro è nelle mani di Benigno Zaccagnini”), che a buon diritto potrebbe definirsi il comunicato n. 8 delle Br; giacché non solo prosegue e rende più esplicito il ricatto del comunicato n. 7, ma perché tenta un'operazione ancora più sordida, quella di speculare sulla coscienza di un uomo che si sa esposto a un tormentoso travaglio interiore. E noi, pur rispettando le ragioni che possono averli mossi a sottoscrivere l'appello di Lotta continua, ci domandiamo con che animo certi uomini di cultura e certi religiosi abbiano letto ieri le loro firme sotto quel titolo indegno. La seconda componente del partito della trattativa raccoglie forze che sembrano obbedire a calcoli politici di parte, che non tengono conto della dimensione vera dei problemi da fronteggiare. Non e così? Ma allora bisogna stare attenti, molto attenti a non trasformare l'appello umanitario per la salvezza di Moro - un appello che è di tutti e che deve tendere a isolare i terroristi per metterci con le spalle al muro - in uno strumento di lotta contro la DC. Si vuole rendere il più pesante possibile il dovere che la DC, come partito di maggioranza relativa, come partito di governo, ha di difendere la Costituzione e lo Stato democratico? Ma con quale vantaggio? Qualche voto cattolico? Qualche nuova combinazione politica? Stiamo attenti perché il risultato di un cedimento e di una lacerazione della DC sarebbe - per contraccolpo - la crisi del suo gruppo dirigente, al posto del quale si insedierebbe qualcuno capace di governare autoritariamente una situazione di crisi democratica. E stiamo anche attenti a non accarezzare il tentativo di isolare il PCI, presentandolo all'opinione pubblica come un partito malato di statolatria, insensibile alla vita del singolo cittadino: magari, al limite, per prepararsi ad addossargli la colpa della morte di Moro, se il presidente della DC dovesse essere assassinato dai suoi aguzzini. A chi gioverebbe una simile manovra, destinata peraltro a fallire sol che si guardi all'animo della gente e alla domanda di serietà e di rigore che viene dal paese? Essa potrebbe solo seminare motivi di divisione, far leva sulle condizioni emotive create in certa base dc dalla terribile incertezza sulla sorte di Moro per sollevare dissapori, sospetti, rotture. Ma questo vorrebbe dire avvelenare la vita politica, portare ostacoli seri al cammino delle forze democratiche, vanificando quell'impegno comune che è assolutamente vitale, necessario, per trarre il paese da questa drammatica stretta. Per dirla con Repubblica, il risultato sarebbe quello di offrire “comunque un punto d'appoggio a chiunque coltivi il disegno di precipitare la crisi”. Infine, la terza componente. E' quella dei familiari e degli amici di Aldo Moro. Ad essi non ci sentiamo certamente di muovere rimproveri. Siamo di fronte a un tumulto di sentimenti dai quali il calcolo è escluso, e di fronte ai quali, nell'orizzonte del dramma privato, sentiamo che sarebbe difficile persino parlare. Vogliamo dire solo poche parole, sperando che ci si comprenda. Pochi come noi, che siamo stati sempre - lo possiamo ben dire - i suoi interlocutori più leali, sia nella lotta sia nella collaborazione, pochi come noi sanno qual è il valore della vita di un uomo come Aldo Moro e si può ben capire con quale animo speriamo nella sua salvezza. Per noi questo tema è davvero scottante. Siamo agli antipodi del cinismo di Lotta Continua, o del calcolo politico di altri che sempre hanno considerato Moro come il loro peggior nemico, o della furbizia crudele di chi arriva al punto di proporre come protagonista della mediazione l'uomo che da più di un mese vive in balia dei suoi rapitori. E' la proposta dell'avvocato dei brigatisti. L'idea è davvero perfida. Si propone come mediatore proprio la vittima, colui che vive ogni minuto con la pistola alla nuca, senza la minima considerazione delle immaginabili coercizioni psicologiche e morali cui è sottoposto. E tutto questo perché, costruendo un penoso scontro tra la DC e il suo presidente, le Br possono realizzare l'obiettivo cui tengono di più, cioè la loro legittimazione politica, la loro vittoria sulle forze democratiche, cioè sulle idee stesse di Aldo Moro. E per di più si cerca, in questo modo, di far passare per buoni tutti gli scritti usciti con la firma del presidente dc dal covo brigatista, mettendo così a suo carico tutti gli effetti della dolorosa vicenda che egli sta attraversando. Diteci: chi vuole uccidere fisicamente e moralmente Aldo Moro?


Peggio che un assassinio.
Editoriale, l'Unità 25 aprile

 

I terroristi che tengono prigioniero Aldo Moro hanno portato al culmine il loro atroce ricatto. L'ultimo messaggio è la voce di chi, già macchiatosi di tanti delitti, pretende di dettare condizioni sotto la minaccia di commetterne un altro. E tanto più agghiacciante risuona, questa voce, in quanto, nel silenzio trascorso dopo l'ultimatum di sabato, qualche spiraglio era sembrato aprirsi per la speranza. Siamo purtroppo abituati a questa crudele regia che gioca sulla tensione dei sentimenti più umani. Il messaggio parla con una terribile chiarezza. Conferma che il prezzo richiesto dai brigatisti per risparmiare la vita di Moro è tutto politico. Chiedendo la scarcerazione dei principali terroristi detenuti o imputati, si chiede per il loro riconoscimento della condizione di prigionieri politici. Si chiede allo Stato nient'altro che la resa: il riconoscimento, anzi la legitimizzazione, dell'esistenza di un partito armato. Si chiede alle istituzioni democratiche di decretare da se stesse la propria fine. Abbiamo già detto molte volte quali sarebbero le conseguenze di un simile cedimento, e qui non ci ripeteremo. Basta soltanto riflettere al fatto che tra i detenuti di cui si pretende la messa in libertà figura quel Piancone che ha preso parte, dodici giorni fa, all'assassinio dell'agente di custodia Cutugno. Ciò che vogliono i terroristi è semplicemente via libera alla guerra tra bande, quella che si scatenerebbe nel nostro paese se si cedesse al loro ricatto. Il messaggio mette tutti brutalmente di fronte alla realtà. Cadono nel nulla i tentativi di contrapporre un fronte delle “colombe” a non si sa quali “falchi”, e svaniscono le polemiche sulla possibilità o meno di sondare il terreno, di esplorare, di accertare le intenzioni dei brigatisti. Eccole le loro intenzioni. Anche degli appelli umanitari essi si fanno beffe: lo dice l'irrisione e il sarcasmo con cui trattano perfino la nobile lettera di Paolo VI . Il fatto è che le loro intenzioni sono state politiche, fin da principio: scompaginare le basi della vita democratica, lacerare la DC, dividere i partiti, rendere vano l'impegno comune di risanamento e di rinnovamento. Questo è il vero prezzo del ricatto. La democrazia non può pagarlo. E noi dicendo questo abbiamo anche sott'occhio le incredibili parole della lettera a firma Moro che gli aguzzini hanno diffuso nella serata. Parole sconvolgenti perché rivelano fino a che punto costoro siano riusciti a demolire una mente: fino al punto di far apparire il loro prigioniero come nemico del suo partito e dei suoi amici, sostenitore delle tesi più assurde (basti pensare alla richiesta di riconoscere la guerriglia per vedere gli ispiratori), chiuso in un rancore senza fine. Vogliono un duplice assassinio: fisico e morale. Abbiamo esitato a pubblicare questa lettera, ma forse è giusto farlo, perché essa dice meglio di ogni proclama delle Br chi abbiamo di fronte: belve umane, dicemmo, ed è così. Bisogna risalire nei secoli della storia italiana, al Medioevo, per ritrovare tanta ferocia, unita al gusto per rituali da incubo. Non ricordiamo gente capace di infliggere a freddo sofferenze così atroci: e pensiamo ai familiari, agli amici, a Zaccagnini. Anche se non valessero le ragioni della legalità democratica, basterebbe questo per dire no ad ogni contatto, compromesso, trattativa con simili individui, che la società italiana deve soltanto estirpare. In queste ore, forse decisive, non resta che rinsaldare il muro della solidarietà democratica tra tutti gli italiani degni di questo nome. La sola cosa che può ancora fermare la mano degli assassini è il senso di un isolamento totale, di una condanna generale e assoluta. Lo grideremo, oggi, 25 aprile, in tutte le piazze: no al nuovo fascismo.


 Terroristi o qualcosa di più?
Editoriale, l'Unità 27 aprile

 

“Giova allo Stato italiano una certa politicizzazione delle Br o è meglio che siano respinte nel ghetto della violenza?” Intorno a questa domanda ruota l'argomentazione con la quale Baget Bozzo, su Repubblica di ieri, ha cercato di spostare dal piano umanitario a quello di una presunta utilità pratica e di un presunto realismo la richiesta sua e di altri che si tratti con i terroristi. Bene. Finalmente qualcuno che non si nasconde dietro i buoni sentimenti né dietro quesiti astratti (viene prima l'uomo o lo Stato?) e nemmeno dietro il formalismo delle leggi che non si possono violare. Qualcuno che ha l'onestà di partire dalla domanda vera: chi abbiamo di fronte? e, quindi, come e perché bisogna combatterlo? Non è vero che questo punto essenziale e decisivo sia chiaro. Noi stessi, giustamente preoccupati di combattere i “fiancheggiatori”, cioè l'area eversiva e violenta che in qualche modo fa da “alone” al terrorismo, abbiamo forse concesso troppo alla ricerca delle matrici ideologiche del fenomeno. Con il rischio di allontanarci troppo dall'oggi, e quindi dal reale disegno politico che abbiamo di fronte. Chi abbiamo di fronte? Forse una banda terroristica, potente, feroce, ma del tutto isolata, cioè senza agganci né con la società né col mondo politico (una banda alla Baader-Meinhof, per intenderci) per cui scegliere o meno di trattare può essere un problema tecnico o di opportunità (il valore dell'ostaggio), senza che ciò comporti effetti rovinosi e destabilizzanti? C'è poi, l'altra tesi, quella di Baget Bozzo: ci troviamo di fronte alla “guerriglia urbana” (qualcosa, insomma, di simile all'Irlanda); un fenomeno di tali proporzioni e novità che dovrebbe indurre a cercare mezzi nuovi per combatterlo. Ergo: trattativa e liberazione di detenuti potrebbero essere tra questi mezzi, anche perché concedendo alle Br una legittimazione, si farebbe venire allo scoperto la loro “dimensione politica”, intesa come “area di militanza e di consenso”. Tutte e due le tesi a noi sembrano completamente sbagliate. Partendo da analisi false, finiscono col nascondere il punto di fondo: chi è che ci sta di fronte, qual è il suo ruolo politico, quali sono gli esatti contorni della sfida che viene lanciata contro la democrazia. Come un iceberg Ci sta di fronte, il terrorismo. Ma, di per sé, questo non dice tutto e non significa molto. Di che terrorismo si tratta oggi, qui, in Italia? Raniero La Valle, su Paese Sera, ha dato a questo interrogativo una risposta, che ci sentiamo di condividere. Egli ha osservato che le Br sono soltanto “l'iceberg di un potente avversario che gioca su molti tavoli, non tutti clandestini, che riemerge “a sinistra” dopo essere stato battuto a destra, che non solo usa carte d'identità false, ma usa anche falsi nomi, falsi gerghi e dichiara falsi obiettivi...... che nelle librerie di sinistra compra le parole e i vecchi album di famiglia per comporre i suoi messaggi, nei negozi autorizzati acquista le armi, e negli arsenali fascisti prende la libidine del potere, il culto piccolo borghese per la violenza vendicatrice, il rancore per la classe operaia da cui è escluso, il disprezzo per la vita”. Abbiamo fatto questa lunga citazione perché le cose ci sembra stiano proprio così. Intendiamoci, il terrorismo esiste, è un fenomeno reale, non si tratta di commandos paracadutati dall'estero: esso si vale di gregari fanatici e addestrati. Ma - detto questo - è assurdo credere a tutto ciò che si legge nei farneticanti documenti “ideologici” delle Br. Che senso ha l'idea del “detonatore”, cioè del piccolo nucleo d'acciaio, l'avanguardia combattente che innesca la guerriglia? Ma dove l'innesca? In un paese come l'Italia, nel cuore d'Europa? Suvvia, amico Baget Bozzo, nemmeno in Sud America questa tesi ha trovato conferma, essendo anzi clamorosamente fallita. Un uso politico Questo - riteniamo - non significa non vedere il terrorismo come fenomeno reale, anche diffuso, e che quindi ha una sua matrice sociale, ideale, culturale. Ma è - appunto - terrorismo. Cioè, in definitiva, uno strumento di provocazione e di destabilizzazione, alla condizione (ecco la questione che non si vede o si fa finta di non vedere) che ci sia qualcuno nel mondo politico e statale - e non nel mondo degli esclusi e degli emarginati! - che del terrorismo faccia un uso politico. C'è questo qualcuno in Italia? Ci sono oggi le ragioni politiche per cui si sia tentati, da varie parti, di fare del terrorismo un uso politico? A noi sembra che solo così si spiegano tante cose. Del resto un'analisi analoga a questa l'abbiamo letta ancora ieri sulla Voce Repubblicana. Commentando i documenti delle Br e quelli a firma Moro, il giornale del PRI ricostruisce il disegno politico generale di “scardinare quella unità tra tutti i partiti dell'arco costituzionale, escluso il PLI, che aveva costituito oggetto di una lunga e travagliata battaglia”: di lacerare la DC; di rompere la coalizione di maggioranza e provocare la crisi di governo prendendo a pretesto l'impossibilità di sostenere un atteggiamento rigido di chiusura alla trattativa, attribuito a una imposizione del PCI. Ma a questo proposito bisogna prendere atto - e noi lo facciamo ben volentieri - che il PSI, cioè il partito che con la sua richiesta allo Stato di trattare si è differenziato dagli altri, ha immediatamente replicato alla Voce, affermando che non intende aprire nessuna crisi. Resta tuttavia il problema, come dice La Voce, di sapere “se sono le Brigate rosse che da sé vogliono spaccare l'Italia in due per creare il terreno più favorevole alla guerra civile, o se dietro di loro vi è un interesse più vasto”. L'obiettivo, e quindi il che è del terrorismo (un “chi è” non soltanto fisico ma politico) è questo: la rottura della solidarietà democratica, di quella solidarietà che è oggi la condizione necessaria per impedire che si apra una falla nel tessuto che tiene il regime democratico e repubblicano, attraverso la quale falla non passerebbero certo soluzioni di sinistra ma solo autoritarie e di destra. Ecco perché non c'è altra risposta al terrorismo che non sia la fermezza e l'unità delle forze democratiche. Ecco perché sono molto pericolosi i tentativi di stabilire una divisione artificiosa tra “falchi” e “colombe”, attribuendo a quelli che vengono definiti col primo nome non si sa quali velleità di irrigidire lo Stato in senso autoritario (è vero semmai il contrario); e a coloro che si elogiano col secondo nome un'esclusiva inesistente sulle ragioni della vita e dell'umanità.


Interrogativi sulle indagini.
Editoriale, l'Unità 3 maggio

 

I giorni trascorrono, sempre più lenti e più lunghi, quel terribile 16 marzo si allontana nel tempo, siamo già a maggio, ci avviamo verso il compimento del secondo mese dal rapimento dell'on. Moro e dal massacro della sua scorta. E l'opinione pubblica comincia ad avvertire che la vicenda, così grave, così tragica, sta assumendo aspetti sempre più inquietanti. Convince sempre meno l'idea che ci troviamo di fronte soltanto a una banda di terroristi. Ci sono i “fiancheggiatori”, l'area magmatica dell'eversione e della violenza, e questo si sapeva. Ma ormai si deve pensare che c'è anche altro: collegamenti, complicità, ispiratori in zone ben più “rispettabili” e “rispettate” della realtà italiana. Perché le indagini non fanno un passo avanti? Perché invece di discutere tanto su ipotesi impraticabili che dovrebbero indurre - chissà perché - i terroristi a rilasciare Moro, al prezzo di un rovinoso cedimento dello Stato, non si comincia a mettere le mani su qualcuno? Sono domande che non si possono più ignorare. Tutti si dichiarano per la lotta contro il terrorismo. E, nonostante le oscillazioni dei socialisti, una imponente maggioranza è schierata, intorno al governo, sulla linea della fermezza. Come mai, allora, coloro che tale fermezza dovrebbero concretare con l'azione pratica sembrano come paralizzati, o quasi? E' un fatto che le indagini ristagnano. Un “covo”, è vero, è stato scoperto, ma per caso, a Roma. Altri sono emersi dalle nebbie del mistero in periferie più o meno lontane. Qualche mandato di cattura, qualche fermo o arresto. E un solo “brigatista” caduto nelle mani della polizia, e ciò perché la sua vittima ha avuto il tempo di ferirlo, prima di morire. Ma, sulla sostanza, sulla pista principale, non un solo passo avanti. Nel frattempo, però, le BR hanno continuato a sparare e ad uccidere. Hanno continuato (continuano) a lanciare bombe. Soprattutto hanno intensificato la diffusione di comunicati e lettere, infine di sole lettere a firma Aldo Moro, “con una puntualità e un'immediatezza - ha scritto con sarcasmo un commentatore - di cui da tempo i nostri servizi pubblici sono incapaci”. In questura si dice che queste lettere siano ormai parecchie decine. Non solo. Il cittadino legge nei giornali che la famiglia Moro “presumibilmente” è anche l'ultima mittente conosciuta (mittente, non destinataria) di tutte queste missive. Legge che la famiglia “ha evidentemente trovato un canale di contatto con i rapitori senza che la polizia lo scopra”. Legge, rilegge, si sente ripetere dalla radio e dalla TV i nomi degli “intimi collaboratori” del presidente della DC, a cui i cronisti, quasi con naturalezza, e pur senza dirlo, attribuiscono il ruolo di “postini”. Scopre l'esistenza di “un avvocato vestito in modo dimesso” che secondo alcuni sarebbe il “canale” di cui si servono i terroristi per inoltrare le lettere personali di Moro. E, pur nel rispetto per il dramma della famiglia del rapito, il cittadino è indotto a confrontare questo caso ad altri analoghi, non così rilevanti, certo, sul piano politico, ma non meno dolorosi, sul piano umano, come i due ultimi, quello di Giovanna Amati e di Marta Beni-Raddi. Qui, la polizia e la magistratura non sono rimaste paralizzate. Hanno anzi agito e hanno messo le mani sui delinquenti che telefonavano o che tenevano contatti per altre vie. O forse il ragionamento va rovesciato? Forse si deve concludere che, appunto perché carico di implicazioni politiche, il caso Moro rende l'arma delle indagini “scarica e inutile”, per citare le parole di un giornale che le BR hanno usato volentieri per diffondere gli scritti loro e del loro prigioniero? Noi abbiamo anche seri dubbi che per queste vie tortuose sarebbe possibile proteggere meglio la vita di Aldo Moro.


Mirafiori: parliamo degli “indifferenti”...
Pier Giorgio Betti, l'Unità 7 maggio

 

TORINO- Cinquanta giorni da quel tragico 16 marzo e dalla dura, fermissima risposta operaia con lo sciopero spontaneo, i reparti vuoti, i lavoratori nelle strade. Come li ha vissuti la grande fabbrica? Cosa è accaduto “dentro”? Cosa dicono e pensano i lavoratori, ora, dopo lo stillicidio di nuovi attentati, dopo queste settimane di un'attesa angosciosa che sembra non dover più finire? Insomma, veniamo al dunque: quest'area dell'indifferenza o della “comprensione” verso le brigate rosse, di cui si parla spesso, in che dimensioni persiste ancora? Si sta davvero riducendo? E' vero che la “palude” comincia a prosciugarsi? Buttiamo la domanda sul tavolo attorno al quale sono seduti alcuni compagni delle sezioni comuniste della FIAT Mirafiori, la “grande fabbrica” per antonomasia, anzi la più grande in assoluto: una sorta di città di officine nelle quali è passata e passa tutta la storia di questo trentennio, il bene e il male, il vallettismo e la ripresa operaia, il “boom” dai piedi d'argilla e la crisi, le conquiste dell'ultimo decennio e poi le manifestazioni dell'attacco terroristico, i volantini firmati BR, gli incendi firmati BR. Il compagno della “meccanica” comincia da questo dato realistico: “Ci sono punti dove non arriviamo né come sindacato né come partito, e lì le zone di neutralità ci possono essere senz'altro. Secondo me, però, sono molto ristrette, anche perché lo sforzo di recupero a un migliore orientamento è stato efficace”. Alle assemblee con le forze politiche e sindacali che si sono svolte alla “meccanica” dopo la strage di via Fani, la partecipazione è andata da un 55-60% al 70. Più alta di quella per il contratto, e comunque non si deve pensare che gli assenti siano “neutrali”: la coscienza non ha un livello uniforme. C'è chi condanna il terrorismo ma preferisce la canna da pesca alla riunione. La discussione è stata complessivamente buona, non c'è dubbio che ha aiutato a dare consapevolezza, a “far terra bruciata” attorno ai criminali. Alle “presse” - dicono i compagni di quella sezione - la partecipazione non è mai stata inferiore al 70%, la repulsa del terrorismo nettissima, gli operai hanno detto che non ci si deve piegare al ricatto, che non si può trattare con chi ammazza la gente per strada. Problemi di orientamento, però, ne sono venuti a galla. I dibattiti hanno anche mostrato che c'è chi, pur aborrendo il terrorismo, “ha una notevole confusione in testa”. Quei lavoratori che hanno insistito nel reclamare polemicamente “l'autocritica” da parte degli esponenti democristiani intervenuti alle assemblee confermano che permane una diffusa tendenza “a guardare indietro”, senza vedere invece quel che è cambiato, senza vedere l'emergenza e il significato del fatto che “la DC era nella fabbrica”. E chi ti dice: ”Ma qui si parla solo di Moro, ci si occupa solo di Moro, i problemi nostri dove stanno?”, evidentemente non ha ancora misurato tutta la gravità del pericolo, non si rende conto che “se salta la democrazia salta tutto, le conquiste dei lavoratori e la possibilità stessa di difenderle”. I compagni vogliono chiarire bene: reazioni di questo tipo - senza dimenticare che c'è in esse anche il giusto richiamo a non subire la paralisi che il terrorismo vuole imporre - non sono segni di “neutralità”, ma di “modi errati di rispondere a un problema da cui però il lavoratore si sente coinvolto e minacciato, e sul quale ragiona, sia pure sbagliando”. Da cosa dipendono queste “risposte negative”. Chi si pone il quesito deve aver presente che la realtà della fabbrica è complessa, e va vista senza miti. La crisi e le difficoltà ci sono, pesano, in qualche momento possono prendere il sopravvento su una giusta valutazione del cammino percorso in questi anni. Gli impiegati hanno offerto alcune “sorprese” di notevole rilievo. Appena è arrivata la notizia della strage - spiega un compagno della “palazzina” di Mirafiori - una grossa parte hanno immediatamente lasciato gli uffici. Ha giocato, forse, anche una componente di paura, di timore di fronte a un avvenimento di cui non si sapevano prevedere gli sviluppi? E' possibile, ma la cosa importante è stata che gli impiegati si sono poi riuniti nelle assemblee, hanno preso la parola, “si sono pronunciati su questioni rispetto alle quali erano spesso sembrati estranei”. All'assemblea col presidente del Consiglio regionale Sanlorenzo c'erano proprio tutti, anche i dirigenti, anche i “capi” e i tecnici, un fatto mai accaduto prima. In alcuni interventi dominavano confusione, qualunquismo. Qualcuno se l'è presa coi “politici” facendo di ogni erba un fascio. Qualche altro, come era avvenuto in alcune assemblee operaie, ha dichiarato pari pari la sua neutralità. “non mi vanno le BR e nemmeno lo Stato”. Ecco, cosa dicono questi “indifferenti”? Che anche questo stato è violenza, che non c'è giustizia e non si fa giustizia, che si è rubato troppo e troppo in alto.... è, insomma, il discorso di chi parte da alcune verità per giungere ad una conclusione distorta, di chi non distingue tra Stato e modo di gestirlo, chiude gli occhi dinanzi ai mutamenti che pure ci sono stati, non vede il disegno e la minaccia incombente che sono dietro la violenza terroristica. Anche qui c'è un lavoro in profondità da fare perché il malgoverno di tanti anni ha rischiato di scavare un abisso incolmabile tra masse e stato, e “non a caso le BR puntano oggi a mettere i lavoratori in disparte, a staccarli dalla politica”. Il discorso sullo Stato torna spesso, anche tra i lavoratori che neutrali non lo sono affatto. Dicono: “Noi abbiamo scioperato contro i terroristi, siamo pronti a rifarlo se dovessero tentare ancora qualcosa. La parte nostra la facciamo, ma gli altri devono fare la loro”. E allora devi spiegare che il rinnovamento dello Stato, lo Stato che funziona, la polizia efficiente, i tribunali che fanno giustizia non sono, non possono essere obiettivi degli “altri”, ma sono obiettivi della classe operaia che vuol elevarsi a classe dirigente. “Ma su questo terreno pesa ancora un ritardo storico del nostro movimento”. Del processo di Torino alle BR si è parlato molto all'inizio, si temeva che “saltasse”, poi l'attenzione è un po' caduta. Comunque il fatto che il processo vada avanti è salutato come un segno positivo, dà “credibilità” alle istituzioni dopo tante prove negative. “Sì, ma si va per le lunghe, troppo a rilento” obiettano certi lavoratori. Dopo tanti casi che hanno fatto scalpore, si teme “la solita storia all'italiana”, e si vorrebbe arrivare subito alla conclusione, a una sentenza chiara. “Ma i nomi di chi sta dietro - chiedono altri - ce li diranno?”. L'altra settimana, quando è divampato l'incendio appiccato dagli attentatori in un magazzino della Mirafiori, gli operai stavano già uscendo, era notte, sono tornati indietro, di corsa, sono andati loro a spegnere le fiamme, sobbarcandosi un pericoloso “straordinario” senza paga. E questo Primo Maggio così grandioso, coi cortei fitti di lavoratori e di striscioni contro il terrorismo, dimostra anch'esso qualcosa. Le “isole dell'indifferenza”, dunque, si vanno restringendo, ma c'è ancora molto lavoro - come dicono i compagni - per eliminarle del tutto. E occorre, per questo, “un salto di qualità del movimento”, andare al di là della vigilanza e della risposta contingente al terrorismo “per affrontare in concreto, con obiettivi precisi, i nodi del rinnovamento dello Stato”.


Berlinguer al popolo e agli elettori.
u.b., l'Unità 8 maggio

 

La democrazia non reggerebbe senza la fermezza del PCI Siamo la forza più unitaria - Senza l'unità democratica la Repubblica non può battere l'eversione né rinnovarsi …La società italiana, il popolo, le istituzioni democratiche stanno attraversando un momento grave e drammatico. Tragico è l'annuncio venuto venerdì dalla banda criminale delle Brigate rosse, con il quale essa afferma di considerare conclusa la sua feroce impresa e di avere deciso di eseguire l'assassinio dell'onorevole Moro. E' sincero ed è unanime l'augurio che questo delitto non sia consumato - ha detto Berlinguer -, ma non ci nascondiamo che si tratta di una speranza sostenuta da un filo ormai assai tenue perché tutti conosciamo assai bene la spietatezza e la fredda crudeltà dei terroristi. Costoro sono gli stessi - ha ricordato il segretario del PCI - che il 16 marzo hanno messo a morte i cinque agenti dell'ordine che scortavano il presidente della DC; sono gli stessi che in questi cinquanta giorni, da quella tragica mattina, hanno seguitato a insanguinare il Paese con i loro assassinii, con gli agguati, i ferimenti, le rapine, gli attentati. Sono, tutti questi, atti che nulla hanno a che fare con la lotta politica e che ancora meno possono essere presentati o scambiati come gesti rivoluzionari al servizio, addirittura, della causa di una migliore umanità. Sono soltanto delitti feroci - ha scandito Berlinguer - studiati e portati a compimento da una organizzazione di fanatici che vuole sovvertire le nostre istituzioni democratiche, fare venir meno ogni possibilità di convivenza ordinata e civile. Ecco, è in questo senso che si può dire che questa banda ha un suo perverso disegno politico: un disegno la cui attuazione verrebbe a colpire, insieme al regime democratico, ogni cittadino, ogni famiglia italiana. Per questa ragione le Brigate “rosse” e simili organizzazioni sono oggi i nemici non solo dei lavoratori, dei loro partiti, dei militanti antifascisti, ma di tutti indistintamente i cittadini: la lotta contro questi nemici è una lotta a cui tutti sono interessati e a cui tutti dobbiamo partecipare. Berlinguer ha detto che queste sono le ragioni civili e politiche, umane e morali che hanno spinto il PCI ad assumere fin dall'inizio e senza la minima esitazione, una posizione di intransigente fermezza democratica di fronte ai ricatti, alle pretese assurde, alle proposte di baratto e di scambio venuto dalla Brigate “rosse”. Non si può scendere a patti - ha esclamato - con chi vuole distruggere la democrazia, con chi non esita a uccidere, a sequestrare e a minacciare di nuove morti. Ogni patteggiamento o cedimento significherebbe, in primo luogo, una offesa ai caduti delle forze dell'ordine, alle altre vittime, alle loro famiglie: in secondo luogo, ogni cedimento renderebbe impossibile chiedere alle forze dell'ordine di continuare a compiere il loro dovere - un dovere svolto spesso a rischio della vita - al servizio della Repubblica, dell'ordine democratico, della sicurezza dei cittadini. Infine qualunque patteggiamento avrebbe reso e renderebbe impossibile arginare la catena dei ricatti dei terroristi verso i poteri pubblici una volta che venisse aperta la breccia, una volta che passasse il principio che chi uccide e sequestra può ottenere una qualsiasi contropartita, un riconoscimento, addirittura un premio. Così noi comunisti, ha detto Berlinguer, abbiamo ragionato: e così non ci siamo fatti interpreti di quel vastissimo ed elementare sentimento di giustizia che anima ogni cittadino: un sentimento che non esprime durezza d'animo, che non è certo sordo ai motivi di umanità, ma che esprime innanzitutto la volontà di vedere ogni cittadino italiano uguale di fronte alla legge, e poi la volontà di mettere al riparo l'ordinamento costituzionale dagli attacchi degli eversori. Il segretario del PCI ha ricordato che anche altri partiti democratici hanno seguito questa stessa linea, sia pure - qualcuno - con qualche oscillazione. Quello che è certo, ha aggiunto, è che la nostra decisione e la nostra coerenza sono stati elementi determinanti per la salvezza e la dignità stessa della Repubblica. Ancora una volta il PCI, il partito più rappresentativo della classe operaia e dei lavoratori, si è dimostrato un baluardo saldo e sicuro della democrazia, così come è stato nella lotta antifascista, nella Resistenza e in questi trenta anni. Anche in forza di questa nostra posizione, oltre che di quella di altri partiti e organizzazioni democratiche e del governo, il Paese, dal 16 marzo, non ha sbandato, non ha ceduto a suggestioni irrazionali, ma ha tenuto. La stragrande maggioranza dei cittadini non soltanto ha fatto sentire alta e forte la condanna, il disprezzo e la rivolta morale contro i terroristi, ma insieme ha respinto i loro ricatti e si è stretta intorno ai partiti e alle istituzioni democratiche. E' stato dimostrato ancora una volta che la democrazia italiana è forte , ha detto Berlinguer: non so quanti altri Paesi avrebbero saputo superare con altrettanta calma e fermezza una prova così dura e così prolungata. Si è dato scacco all'obiettivo principale dei “brigatisti”, che era quello di costringere la Repubblica al cedimento, di farle piegare le ginocchia, di gettare lo sgomento nella popolazione e di rompere la solidarietà fra i partiti democratici. Questo non significa che il problema della lotta al terrorismo non sia tutto ancora aperto nella sua gravità. L'obiettivo di sgominare il terrorismo, l'eversione, la violenza, le trame è anzi oggi più che mai un obiettivo urgente e pressante. Lo dimostrano, ha detto Berlinguer, le vicende seguite a quel 16 marzo e in particolare l'andamento delle indagini che, malgrado la prova di abnegazione data dalle forze dell'ordine non hanno dato i risultati che erano nelle attese. Vi sono stati - ha aggiunto - non solo errori tecnici ma forse anche esitazioni di fronte a personaggi e a ambienti che sono apparsi legati o condizionati in un modo o nell'altro dai terroristi. Queste debolezze o errori, che ci sono stati in varia misura in alcuni organismi e poteri inquirenti, aprono il problema della necessità di una decisa svolta nel senso che è richiesto dall'opinione pubblica e in primo luogo da noi comunisti: cioè nel senso del rigore, della severità, dell'intransigenza verso ogni manifestazione di eversione, di violenza politica, verso ogni copertura e tolleranza a suo favore. Tale svolta, per essere attuata, comporta innanzitutto un ammodernamento di tecniche e attrezzature; e comporta anche un cambiamento di mentalità. Questo al fine di garantire l'efficienza indispensabile per fronteggiare un fenomeno che ha assunto dimensioni nuove, impreviste e sempre più pericolose sia nel campo della delinquenza sia in quello della eversione politica. Bisogna attrezzarsi per una lotta profonda - non breve - che giunga a estirpare e a sgominare la malapianta dell'eversione, del terrorismo e della violenza politica.


Torna alla pagina principale