FISICA/MENTE

ARTICOLI DI VARI GIORNALI ALL'EPOCA DEL SEQUESTRO ED ASSASSINIO MORO

PARTE 2

Corriere della Sera

Reagire con forza
Franco di Bella, Corriere della Sera 17 marzo

 

Il sequestro di Aldo Moro e la barbara uccisione dei cinque agenti di scorta sono l'avvenimento più drammatico e l'episodio politico più grave avvenuti in Italia negli ultimi trent'anni. Si impongono una realistica valutazione dei fatti e una lucida analisi delle loro conseguenze. Inoltre, fin da ora, occorre domandarsi in che modo lo stato debba reagire dinanzi a una escalation del terrorismo così vistosa e brutale. E' inutile nascondere la verità per amara che sia. Col sequestro dell'onorevole Moro, le Brigate Rosse hanno dimostrato una capacità di colpire superiore a qualunque previsione. Dopo una serie di attentati preoccupanti per la loro frequenza, ma rivolti contro bersagli non troppo protetti, questa volta si è rapito il leader indiscusso del più grande partito italiano che, come tale, aveva diritto ad una sorveglianza particolarmente attenta. La efficienza dei terroristi è fuori discussione, ma è lecito chiedersi, fin da ora, se si possa dire altrettanto dei nostri servizi segreti e delle persone alle quali è affidata la tutela dell'ordine pubblico. Se è possibile rapire un uomo come Aldo Moro, ciò significa che nessun cittadino italiano può oggi sentirsi al sicuro, nella propria patria. Questa constatazione è mortificante. Sarebbe assurdo, tuttavia, abbandonarsi allo sconforto, oppure cedere a impulsi emotivi. Un attentato a qualche personaggio politico di primo piano era nell'aria. L'Italia, instabile e importante com'è, resta da tempo un paese sottoposto a pressioni eversive e un campo di battaglia per i servizi segreti stranieri. Ma la considerazione ancora più allarmante è un'altra. Fra tutte le imprese terroristiche prevedibili, si è verificata purtroppo quella che potrebbe avere le conseguenze più funeste. E' stato rapito proprio l'uomo che negli ultimi tempi era emerso come il leader di maggiore autorità e prestigio e che resta il più autorevole candidato alla Presidenza della Repubblica. Durante la recente crisi, che proprio ieri si è conclusa, Moro era stato il solo capace di mantenere un minimo di concordia tra i democristiani, profondamente divisi sulla "questione comunista", era stato colui che si era adoperato contro l'ipotesi di nuove elezioni e che ha rappresentato il più convinto propugnatore e il più autorevole garante del dialogo fra DC e PCI. I terroristi hanno colpito non solo l'uomo oggi più importante d'Italia, ma quello più difficilmente sostituibile. Sotto il profilo politico, il suo sequestro rappresenta certamente "un attacco al cuore dello stato". Una reazione ovviamente si impone. Lo Stato non può continuare a perdere una battaglia dopo l'altra. Però noi diffidiamo delle strategie affrettate e convulse, delle decisioni drastiche e prese a caldo. In momenti come questo, prima di decidere che cosa fare, occorre aver chiaro che cosa non bisogna fare. Anzitutto, non si deve cedere al ricatto. Se le Brigate Rosse subordinassero la liberazione di Moro al rilascio di Curcio e degli altri terroristi sotto processo, queste condizioni sarebbero inaccettabili. Né vediamo quale utilità e quale senso avrebbero il ripristino della pena di morte e l'applicazione di leggi marziali. Non va dimenticato che l'onorevole Moro (di cui questo giornale ha sempre riconosciuto i grandi meriti verso il Paese) sotto il profilo giuridico è un cittadino come tutti gli altri. Quei politici che hanno reclamato leggi straordinarie dovrebbero riflettere un istante. Se certe drastiche misure repressive serviranno veramente a qualcosa, perché si è aspettato il rapimento di un leader politico importante per chiederne l'applicazione? La risposta al terrorismo, anche quando esso si manifesta con imprese aberranti, deve essere più articolata e complessa. Occorrono certamente adeguate misure preventive, e soprattutto servizi segreti più efficienti. Occorre alto livello professionale della polizia e dei suoi dirigenti. Ma sono necessarie, soprattutto, accorte misure politiche per togliere ai terroristi quel retroterra di cui certamente dispongono, per troncare quelle reti di complicità e di connivenza che sono state tante volte documentate, non bastano gli scioperi, le manifestazioni di protesta e le roventi espressioni di sdegno; s'impone, sui temi di fondo, una maggiore concordia tra i partiti, quella per cui si è adoperato l'onorevole Moro. Si impone un maggiore impegno, sia dei partiti che del governo, per acquistare un minimo di credibilità fra i disoccupati, gli emarginati e i giovani. Va riconosciuto che ieri, il Presidente del Consiglio, non si è certo risparmiato nell'enunciare nuove iniziative e promettenti programmi, ma oramai le sole parole non bastano più.


Le due debolezze
Alberto Ronchey, Corriere della Sera 18 marzo

 

Una debolezza delle forze che si oppongono al terrorismo è la primaria e sorda inefficienza degli apparati di Stato, della quale ora cadono vittime gli stessi rappresentanti dello Stato. Una tale debolezza è dovunque, ma riaffiora nei dettagli più elementari, come il caso di Aldo Moro e della sua scorta privi di quelle automobili blindate che ormai ogni piccolo industriale di provincia possiede. Niente giubbe antiproiettile efficaci, la scorta come bersaglio. E il grande crimine politico era nell'aria. "Che cosa potevano colpire - ha osservato La Malfa alla Camera - più in là di quello che hanno colpito? Il traguardo a cui si mirava per colpire lo Stato è raggiunto. A me pare di poter dire che c'è quasi l'espressione di un tragico dileggio nei nostri confronti". E' l'ora di capire che in ogni aspetto del dissesto italiano, dall'ordine pubblico alla giustizia e dall'economia all'istruzione pubblica, si nasconde una cronica debolezza sentimentale per la inefficienza, per la nebulosità dei processi razionali, per il rifiuto a commisurare mezzi e fini, che si ammantano di permissività e provvidenzialismo, come di bonomia e vittimismo. E l'inefficienza, l'autoindulgenza, il difetto di lucidità, scrupolo e rigore, non sono dati accidentali ma fatti morali. Operare o no secondo coscienziosità è cosa di ordine morale, non solo perché - come oggi è manifesto - di inefficienza si muore. Questionare e teorizzare senza fine su temi astratti e generali, trascurando i doveri particolari, questo è propriamente alienazione collettiva. E' lasciarsi decapitare, mentre la stessa temuta efficienza del terrorismo non è che la proiezione capovolta dell'alto grado di confusione comune. Un'altra debolezza è la difficoltà o il rifiuto di capire la natura effettiva del fenomeno terrroristico. E quando non si sa bene chi c'è di fronte è difficile isolarlo con ogni mezzo psicologico e materiale. "Si tratta di qualcosa di più grosso delle Br, per questo dobbiamo scioperare", avvertivano ai cancelli di Mirafiori. E' la congettura che l'Italia sia "campo d'avventura di servizi segreti e loschi interessi", benché sia certo solo che i terrorismi collaborano tra loro, passando sopra e sotto le frontiere. Che altro? Nessuno può escludere che un'oscura regia per oscuri disegni abbia influito, almeno occasionalmente, sul terrorismo italiano. Ma come spiegare i 2128 episodi del '77? Nessun servizio segreto straniero può esporsi su scala così vasta, senza che i gruppi armati sappiano di trattare con la Cia o il Bnd, oppure i Kgb, i cubani, Gheddafi. E' impossibile manipolare come strumenti inconsapevoli singole persone, al modo in cui il comunista Marinus van der Lubbe venne usato dai nazisti per l'incendio del Reichstag, ma questo non è possibile su larga scala. E i brigatisti noti, a centinaia tra prigionieri e latitanti sono di sinistra, le loro biografie sono di sinistra. Per una tendenza cospicua dell'opinione, la stessa efficienza spietata dei terroristi sarebbe prova che dietro c'è una mano straniera. Sono efficienti, dunque stranieri o diretti da stranieri. A questo è giunta l'alienazione collettiva, anche se un'imboscata come quella messa in atto contro Aldo Moro non è difficile per un gruppo addestrato in anni di prove e disciplina cospirativa, come non fu difficile il rapimento di Aramburu per opera dei Monteneros in Argentina. Ma con la credulità verso i miti del terrorismo, si allinea anche la tendenza a spiegare i fatti secondo una convenienza politica di parte. A chi giova, domandano per esempio da sinistra, catturare l'uomo politico sul quale si regge l'accordo laborioso tra democristiani e comunisti? Ma può giovare a chiunque voglia destabilizzare la società italiana, per una ragione o per la ragione opposta. Sono semplici congetture. Sul terreno dei fatti, rimane anzitutto da confermare o smentire che il controspionaggio avesse già segnalato la presenza di alcuni brigatisti in Cecoslovacchia, come si legge nella più documentata cronistoria del terrorismo italiano. A chi giova? La tendenza a rispondere con sicurezza, per una convenienza politica, ripete la stessa fallace logica secondo la quale nel '74 il procuratore Mario Sossi sarebbe stato rapito non già dalle Br ma da agenti procuratori interessati a far vincere il referendum a Fanfani. Invece erano le Br, come fu indubitabile quando la registrazione su nastro del processo clandestino venne trasmessa ai giornali. E a chi ha giovato in Germania senza che nessuna difficile operazione politica fosse in corso, uccidere il procuratore generale Buback, il banchiere Ponto, il presidente degli industriali Schleyer? Chi c'è dietro i terrorismi ideologici radicali della Germania e del Giappone, meno estesi ma simili a quello italiano? E chi dietro ai terrorismi etnico religiosi o nazional separatisti dell'Ulster, del Medio Oriente, della Spagna basca, del Quebec, della Croazia o delle Molucche? Ognuno di questi movimenti può avere avuto ispirazioni e finanziamenti, occasionali o periodici, ma non tale da spiegare la complessità dei fenomeni. Il fatto è che dall'epoca in cui Burke nominava per la prima volta i terroristi poco meno di due secoli fa ("quelle migliaia di segugi dell'inferno chiamati terroristi") costoro si sono moltiplicati fra le contraddizioni e le conflittualità del mondo contemporaneo, si avvalgono di tutte le tecniche del nostro tempo, e la pericolosità di ogni variante è commisurata alla debolezza dello Stato in cui la ribellione affonda le sue radici. In Italia, con o senza interferenze straniere, il terrorismo affonda le sue radici nelle piazze in tumulto, nelle violenze di fabbrica, nelle rivolte carcerarie ideologizzate, nelle periferie urbane dei sottoproletari sradicati, nel collasso delle scuole, nel vuoto aperto a sinistra dopo la svolta del Pci, fra governi troppo impotenti e ideologie troppo promettenti. Il programma delle Br è dichiarato in ogni documento, con l'ostinazione dell'estremismo del pensiero che non è inferiore a quello dei mezzi: attivare un processo catalitico di reazioni a catena, fino alla guerra civile rivoluzionaria. Si deve prendere atto che tale è il programma, anche se può condurre non solo a un fascismo, ma a un nazismo o a uno stalinismo. Ciò che dicono non va interpretato con gli espedienti o i raggiri dell'opportunismo politico. E ciò che fanno va fronteggiato con meditate azioni, respingendo le incontrollabili emozioni. Potrebbe ripetersi davvero quanto un giornale di Welmar aveva previsto prima del nazismo con queste parole: "Il tumulto selvaggio dei nostri giorni di barbarie , delle quali presto o tardi saremo le vittime", significa un terribile strascico di emozioni.


Cosa può dire un intellettuale?
Cesare Medail, Corriere della Sera 18 marzo

 

Quando, negli ultimi trenta anni, le cronache hanno registrato avvenimenti che hanno coinvolto emotivamente la pubblica opinione nel nostro paese il "pronto intervento" degli intellettuali non si è mai fatto aspettare. Il rapimento di Moro e l'assassinio dei cinque agenti non hanno registrato invece reazioni immediate (salvo qualche caso di mobilitazione collettiva come il documento promosso dalla Casa della Cultura di Milano e firmato dagli addetti all'industria culturale). Restano però i silenzi. Viltà degli intellettuali o bisogno di riflessione? Questi interrogativi che investono il problema del rapporto fra cultura e società civile, li abbiamo rivolti ad alcuni intellettuali italiani che non sono intervenuti sul rapimento di Moro. Italo Calvino risponde: "Ciò che è accaduto va al di là delle parole. Abbiamo esaurito ogni capacità di commento. Che cosa si può dire? Sono molto preoccupato per il futuro delle nostre libertà democratiche che oggi sono il bersaglio di un complotto di vaste proporzioni la cui matrice rimane sempre più oscura. Comunque un fatto positivo sono le manifestazioni dell'altro ieri: si sente crollare tutto ma la gente ha reagito bene". Franco Fortini, invece, dice che non ha sentito il bisogno di intervenire a caldo perché "da mesi si discute sui giornali del terrorismo e nulla di nuovo è da aggiungere". In sede di analisi non vede differenza con "altri macelli" (quando hanno sparato a Casalegno per esempio). Le otto-nove pagine che i quotidiani hanno destinato all'episodio mi preoccupano di più del rapimento stesso: neanche per una dichiarazione di guerra sarebbe stato fatto altrettanto". "Rifiuto comunque - continua Fortini - di associarmi al coro unanime che dall'Osservatore Romano al Corriere, passando per l'Unità, chiede di non distinguere, di non offrire coperture intellettuali al terrorismo. Non ho nessuna difficoltà a chiamare assassini, dei turpi assassini, costoro e a ritrarmene con orrore. Mi rifiuto di usare le parole unità, democrazia, nazione, bene pubblico come copertura di un operazione politica che ha portato ad una maggioranza dove stanno insieme i rappresentati degli sfruttatori e degli sfruttati, gli interessi degli assassini e degli assassinati". Sono parole che Franco Fortini dirà in serata a un dibattito radiofonico. La prima risposta di Lucio Colletti alla domanda sul silenzio degli intellettuali è ovvia: "probabilmente non ci hanno interpellato". Poi però aggiunge: "Una parte del mondo intellettuale cosiddetto “impegnato”, da tempo manifesta una tendenza elusiva rispetto ai problemi della società civile, salvo che non si possano strumentalizzare in qualche modo". E Colletti cita un suo articolo sull'espresso a proposito del sequestro di Guido de Martino che Antonello Trombadori (Pci), ha tentato di usare come piattaforma per una raccolta di firme che poi non ha raccolto. Ma aggiunge con amarezza: "A molti intellettuali sembra essere provinciale intervenire a difesa dello Stato di diritto, della costituzione repubblicana, della liberaldemocrazia. Sottovalutano i pericoli che corrono questi valori e denunciano come allarmistiche e catastrofiche le prese di posizione di quelli che non li sottovalutano". Mentre Colletti denuncia la tendenza "elusiva" e la spiega come abbiamo riportato, Norberto Bobbio dice: "Ogni qualvolta succede qualcosa di importante ci costringete a parlare, a parlare. Ieri mi hanno telefonato continuamente e ho fatto dire che non c'ero. Ma mi chiedo: che cosa ha da dire un intellettuale, dopo un episodio come quello di Moro, se non che è allibito, stordito, stupefatto, che cosa si può aggiungere oltre alla costernazione. La risposta a caldo dell'uomo di cultura non può essere diversa da quella dell'uomo della strada, ma il suo compito non è quello di fornire risposte emotive. Se è vero che gli intellettuali non hanno subito aperto il becco, dico: hanno fatto bene". Della stessa opinione è Carlo Bernari: "Di fronte al rapimento di Moro, a fatti del genere, l'emozione è uguale nell'uomo della strada, nello scrittore, nel pontefice. Non si hanno sufficienti lumi per capire le verità che sono sepolte sotto un grande monte di contraddizioni. Posso dire solo questo: mentre ascoltavo le sirene della polizia che accorreva sul posto sfogliavo un album di fotografie e avevo sotto gli occhi un immagine dell'incendio alla sede dell'Avanti! a Bologna nel 1922. Ho pensato, guardandola, non come eravamo, ma come siamo". Sulla stessa linea di Bernari è Goffredo Parise: "Il compito dell'intellettuale è l'analisi realistica e non la condanna moralistica. Lo ripeto per l'ennesima volta. L'esecrazione e la condanna morale sono assolutamente inutili e non sono uno scudo né contro le parole né contro i proiettili. Se devo dire qualcosa mi limito a sottolineare che questa è l'ennesima prova della sconfitta dello Stato nella guerra con il terrorismo e che sono d'accordo con le proposte di La Malfa in materia di ordine pubblico". L'accusa più dura agli intellettuali e ai loro silenzi viene da Carlo Cassola: "Un fatto del genere, per quanto atroce, calamita l'attenzione della gente sull'ordine pubblico, scatena emotività come non la scatena invece l'episodio del Cosmos o il massacro dei palestinesi ad opera degli israeliani avvenuto in questi giorni. Il problema che ci sta davanti è quello della pace. I silenzi degli intellettuali avrebbero dovuto essere presenti e non lo sono stati, dal 1945, dopo Hiroshima". I silenzi che coprono le verità, anche le più tragiche, sia che riguardino la cronaca nera sia le catastrofi, fanno dire a Giovanni Testori: "Io vorrei che, finalmente, intellettuali, uomini di politica, di partito e di religione usassero la parola come incarnazione della verità, anche se, su tale strada, la parola diventa difficile e dolorosa da trovare. Invece, l'ondata di retorica che ha invaso televisione e giornali pare a me che sia servita a coprire un'altra volta la strada della verità: che per me non è solo e propriamente una verità storica e sociale. Il nostro male è più grande: e se ci ostineremo a leggerlo e a misurarlo coi soli mezzi della storia e della società ne saremo travolti". Ma è tanto difficile andare in cerca della verità? Secondo il sociologo Franco Ferrarotti la cultura italiana è responsabile di non avere analizzato, sul piano delle cause, il fenomeno della violenza. "Io sono con la coscienza a posto - dice -: su Critica Sociologica lavoriamo da anni perché di fronte ai malesseri sociali non ci si fermi davanti alla registrazione dei sintomi ma si risalga alle origini. Nei dibattiti fra intellettuali, invece, si parla soltanto dei sintomi: ed è chiaro che sia più facile scambiarsi proiettili che idee, quando queste mancano".


Un caso di coscienza
Pubblicare o no i documenti dei terroristi?
Colloquio con Eugenio Montale

Editoriale, Corriere della Sera 21 marzo

 

Domenica scorsa, a denti stretti, dopo molti dubbi, la direzione del Corriere ha deciso di pubblicare come hanno fatto tutti i mass media, la fotografia di Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse. E' un'immagine crudele pur nella stoica dignità dell'uomo, un'immagine che i terroristi avevano mandato ai giornali con la certezza che sarebbe stata riprodotta. Abbiamo anche riportato il lungo messaggio di guerra che accompagnava la foto. Eravamo, e siamo, divisi tra due obblighi di coscienza: da una parte quello di negarci ad ogni manipolazione della verità, di non nascondere ai lettori alcuna notizia, di non imboccare mai la strada inclinata e maledetta della censura; dall'altra, quello di non collaborare in nessun modo, sia pure inconsapevolmente, a un disegno ribelle che vuole devastare l'equilibrio dell'opinione pubblica. Quali sono le armi dei terroristi? Le Nagant, le Tokarev, le Beretta, e poi la propaganda, e quel terribile amplificatore della propaganda che talvolta forse rischiamo di essere tutti noi, giornali, televisione, radio. Possiamo disarmare anche della propaganda i terroristi, senza rinunciare al nostro ruolo di giornali - e di giornalisti - liberi? E' una difficile domanda. Resta chiaro che le Brigate rosse vogliono trascinare il Paese fuori dal terremmo naturale della democrazia: e una stampa che limitasse, condizionasse, ritagliasse l'informazione intorno a un fatto, atroce ma enorme, come questo, sarebbe una stampa già fuori dalla normalità democratica, quasi imbavagliata. E un bavaglio, anche quando ce lo mettiamo da soli, sarebbe sempre un bavaglio. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare le conseguenze dei nostri gesti, delle nostre scelte: i brigatisti stanno conducendo il loro assurdo "processo" ad Aldo Moro nel chiuso di quattro mura, che non sono una "prigione del popolo" ma un oscuro covo criminale. Rilanciando a milioni di persone le immagini e le parole di quel "processo", noi lo dilatiamo, ne rendiamo testimone davvero tutto un popolo, ingigantendo anche l'umiliazione che lo Stato subisce. Scriveva ieri l'altro l' 'Unità' che la foto è "l'immagine di un uomo che i rapitori si ripromettono di martirizzare, in una di quelle tragiche farse cui danno il nome di processi; e ciò per far durare più a lungo la sfida alla Democrazia italiana e all'onore di questa repubblica. Ma per far questo hanno bisogno che giornali e Tv si trasformino in cassa di risonanza dei loro farneticanti messaggi. Questo è, purtroppo accaduto". Perché ciò non si ripeta, aggiungiamo, è necessario guardare dentro le nostre coscienze e trovare la risposta che sabato nessuno di noi ha saputo darsi. Che fare? Senza la presunzione di conoscere una formula certa, il Corriere ha trasferito la domanda al suo giornalista più nobile ed illustre, a una voce senza sospetti: Eugenio Montale, redattore per tanti anni del Corriere, senatore a vita, Premio Nobel, uomo che seppe dire di no, con coraggio e povertà, agli anni della censura, agli anni di altri odiosi brigatisti. Tu, Montale, avresti pubblicato la foto e il messaggio delle Brigate rosse? "Forse sì. Pensate di aver fatto male?" Ce lo stiamo chiedendo. "Certo, giornali e Tv hanno portato davanti a milioni di occhi due messaggi - una foto, un comunicato ideologico - che, senza questo concorso, le Brigate rosse avrebbero potuto far circolare, ciclostilati, al più duecento copie". Ormai è andata così. D'altronde non era la prima volta. "Per il futuro, i giornalisti dovrebbero darsi un codice. Non dimenticate che quel testo, soprattutto il testo, può aver trovato degli ammiratori: dei giovani ammiratori, anche fuori dal mondo intorno alle Brigate rosse. Pensandoci, sarebbe stato meglio non pubblicarlo. E' scritto da un ideologo, in buon italiano, sarà certamente un laureato... Il terrorismo è una cosa ancora non ben studiata nei suoi veri motivi psicologici: esisteva già al tempo degli zar l'ideologia di far fuori, uccidendo, come se fosse una cosa santa, sacrosanta...". Parlavi, Montale, di un codice. Ma quale? Non certo una censura. "Non si può creare una regola di comportamento basata su ipotesi. Si dovrebbe piuttosto trattare di un codice che tutti i giornalisti dovrebbero cercare dentro di loro stessi. Ma sì, non li pubblicherei questi messaggi delle Brigate rosse. Bisogna averne la forza. Che poi sia facile proprio non lo so. Per fortuna non dirigo alcun giornale". Non pensi che così facendo si potrebbe finire per trascinare i giornali in un regime di libertà vigilata? "Non credo. Basterebbe dire per quali motivi non si pubblica il messaggio, non ritenendo opportuno di alimentare le fantasie di qualche altro potenziale delinquente. Insomma, una formula adeguata. Dire che mediante la pubblicità alle Brigate rosse potrebbero venire le adesioni degli imbecilli... E d'imbecilli ce ne sono tanti". E per la foto? "M'ha fatto tanta pena. E' l'immagine dello Stato umiliato". Allora, la foto l'avresti pubblicata? "Quella sì". Potrebbe aver provocato anche delle reazioni positive? "Qualcuna: ne viene un senso di pietà e di rabbia. Una soluzione per il futuro, il minimo che si possa fare, potrebbe essere non dare per intero gli argomenti di carattere ideologico dei brigatisti. La stampa è indubbiamente un potere, anche micidiale, questo è certo. Ma riusciremo a risolvere mai questo grande caso di coscienza?".


"Ridurre al minimo lo spazio ai terroristi"
Intervista a Toronto con McLuhan

Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo

 

TORONTO - "Pubblicare o non pubblicare i comunicati dei terroristi in un caso di rapimento? Applicare alle notizie sulla loro attività il normale criterio giornalistico o adottare volontariamente regole di "autolimitazione"? Il dilemma è difficile per la presenza di spinte contrastanti: da un lato la sete di informazione del pubblico rischia di alimentare le tentazioni del sensazionalismo, dall'altro lato la necessità di non fare il gioco dei terroristi pone l'interrogativo spinoso di forme sia pure concordate, e non imposte, di censura. A ogni nuovo episodio di terrorismo il quesito torna ad essere dibattuto e le decisioni variano da caso a caso e da Paese a Paese. Pur ammettendo che ci troviamo in una "situazione sperimentale" in cui ogni possibile formula presenta incognite e incertezze, ritengo tuttavia che la situazione più valida e giusta sia di ridurre al minimo la copertura giornalistica, sino a giungere, se necessario, al "black-out"totale delle notizie: proprio perché i terroristi mirano ad usare la stampa e la televisione come "cassa di risonanza" per la loro immagine e per i loro programmi, occorre negargli il raggiungimento di tale obiettivo". Con questa decisa affermazione di principio Marahall McLuhan, professore all'università di Toronto in Canada e studioso di fama mondiale nel campo della sociologia dei mezzi di comunicazione di massa, inizia la sua intervista al Corriere della sera. Nel discutere il tema del comportamento della stampa di fronte ai casi di terrorismo, McLuhan cerca di unire la fermezza dei suoi principi con una flessibilità pragmatica nella loro applicazione. "Bisogna anzitutto rendersi conto che il problema non si pone nel quadro tradizionale del dibattito tra libertà di informazione e censura, ma è di natura diversa. La strategia dei terroristi è a tale riguardo significativa. La stampa viene spesso e da molti parti accusata di manipolare l'opinione pubblica. Quello che i terroristi si propongono adesso è di rovesciare la situazione e di manipolare proprio la stampa. Essi cioè vogliono trasmettere informazioni alla stampa per manipolare attraverso esse la stampa. Quindi la soppressione delle informazioni da parte dei giornalai, diviene il mezzo con cui questi, a loro volta, possono “manipolare i manipolatori”. Si tratta a mio modo di vedere di un “braccio di ferro”, di una “guerra di nervi” di due forze che mirano ciascuna a far ceder l'altra". Ma subito dopo aver delineato questo schema teorico del problema, McLuhan si affretta a precisare che la sua applicazione non può essere generale e deve tener conto delle "situazioni speciali" particolarmente nei casi in cui è in gioco la vita di un individuo. "Nella decisione di un giornale in un caso di rapimento il criterio conduttore deve essere la valutazione degli “effetti” che possono derivare dal pubblicare o dal sopprimere determinate informazioni. Ritengo che non sia possibile seguire la regola automatica di pubblicare quello che “fa notizia” e allo stesso modo sarebbe erroneo adottare in modo automatico una regola di soppressione dell'informazione". Come risolvere allora il dilemma in concreto? McLuhan risponde con un suggerimento pragmatico: "Occorre che i giornali prendano l'iniziativa di esporre francamente al pubblico la natura stessa del dilemma, che discutano apertamente con i lettori il problema degli “effetti” tanto della pubblicazione che della soppressione delle notizie. Che chiariscano sia i pericoli che una loro decisione può presentare per la vita delle vittime di un rapimento, sia i vantaggi che i terroristi mirano ad ottenere attraverso la pubblicità data alle loro imprese a alle loro dichiarazioni: sono i giornali quindi che debbono in sostanza chiedere al pubblico di soppesare i vari elementi della situazione e di esprimere il proprio giudizio sulla strategia che la stampa deve seguire". Ma a questa prima proposta di un “dibattito popolare” McLuhan ne fa seguire subito una seconda, radicalmente diversa: reagire a un episodio di terrorismo con la decisione di sospendere per un breve periodo di tempo tutte le trasmissioni radio e della Tv. Alla obiezione naturale: "Ma non sarebbe ciò fornire ai terroristi il massimo riconoscimento del loro potere sulla società?". McLuhan risponde: "Mi rendo conto che questo costituirebbe uno choc, ma credo che sarebbe uno choc positivo e benefico. Si tratta di fare un esperimento in modo da studiarne gli effetti che oggi nessuno è in grado di prevedere". Alla base della singolare proposta di McLuhan si trova una delle tesi molto note dello studioso canadese: i mezzi elettronici di comunicazione e in primo luogo la Tv creano nella società un "clima irreale" in cui il terrorismo trova motivi di spinta e per combatterli occorre "restituire alla gente il senso della realtà". McLuhan sviluppa un concetto analogo dell'analisi generale del terrorismo: tende a sottolinearne il "nesso traumatico" con la rivoluzione tecnologica nel campo delle comunicazioni di massa. Questa rivoluzione, egli sostiene, altera radicalmente la realtà tradizionale, mette in pericolo il "senso di identità" degli individui. Di qui il ricorso alla violenza che McLuhan definisce "ricerca inconscia di una nuova identità". McLuhan ritiene che il linguaggio ideologico dei terroristi rappresenti in effetti una facciata artificiale (anche se a livello inconscio) che nasconde il loro obiettivo fondamentale: questo obiettivo non è la modifica della realtà esterna sul piano politico e sociale, bensì la "ricerca di un'immagine di se stessi".


Quali sono i padri del terrorismo?
Colloquio con Emanuele Macaluso,
Rossana Rossanda e Rosario Romeo

Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo

 

Roma - Onorevole Amendola, se il terrorismo dilaga di chi è la colpa, chi si deve battere il petto? "Naturalmente tutti, governo e opposizione. Nella nascita del fascismo le responsabilità furono del gruppo dirigente liberal democratico, ma non mancarono anche quelle nostre". Questa frase autocritica appare in un intervista di Giorgio Amendola a Rinascita che il settimanale ideologico del Pci pubblicherà nei prossimi giorni. Anche se è solo un momento di un'analisi complessa e articolata e che non risparmia colpi alla Dc e alla sua gestione del potere, il riconoscimento di Amendola arricchisce un dibattito che dal giorno del rapimento di Moro agita e angoscia soprattutto la sinistra. E' una specie di esame di coscienza che parte da lontano, addirittura dal '52, quando in una lotta senza esclusione di colpi e in piena guerra fredda Togliatti bollava la Dc con formule che oggi troviamo ricalcate nei messaggi delle Brigate rosse. A sinistra ci si interroga sugli "eccessi" della contestazione, su quella operaia e studentesca, sul dopo '68, sull'estremismo. E' possibile che quella ventata impetuosa di cambiamento che dieci anni fa cominciò ad investire la società italiana, trascinasse con sé anche i semi velenosi del terrorismo? Maturata nei giorni successivi all'agguato di via Fani, la polemica sulle responsabilità della sinistra è affiorata pubblicamente sabato scorso quando Emanuele Macaluso su l'Unità ha risposto con asprezza a Galloni, attribuendo al vicesegretario della Dc il tentativo di far discendere da certe impostazioni "staliniane" del Pci le azioni del terrorismo e della violenza. Ancora più irritata la risposta a Rossana Rossanda. Leggendo il secondo messaggio delle Br la Rossanda, esponente del Manifesto, aveva scritto che le sembrava di sfogliare un album di famiglia, l'album di quando militava nel Pci ai tempi dello scontro più duro con la Dc. Sui rapporti tra sinistra, estremismo e terrorismo abbiamo interrogato i protagonisti di questa polemica, Macaluso e la Rossanda. Un quesito analogo lo abbiamo posto allo storico Rosario Romeo. Emanuele Macaluso Onorevole Macaluso, sull'esistenza del terrorismo il Pci ha qualche autocritica da fare? "Su questo punto non abbiamo autocritica da fare". Ma c'è chi ricorda il linguaggio che il Pci usava negli anni '50, simile a quello usato oggi dalle Br. Allora per voi la Dc era il nemico da battere. Noi non neghiamo i giudizi dati sulla Dc. Ma nell'analisi di questi giudizi si trascurano fatti essenziali. I comunisti allora erano discriminati e sottoposti a un'azione di persecuzione. Vivevamo gli anni della scomunica vaticana, della legge sull'operazione Sturzo per imporre al comune di Roma il listone con dentro insieme i democristiani e i fascisti. Erano gli anni della guerra fredda tra USA e URSS. Malgrado questa drammatica situazione, il disegno di Togliatti non fu mai quello della ricerca dello scontro con la Dc. Anche nei momenti di maggiore asprezza egli tentò di aprire una contraddizione nella Dc di questo partito". Il Manifesto ricorda il vostro linguaggio degli anni '50 per sottolineare la "contraddizione" in cui il Pci si trova oggi, alleato di un partito, la Dc, che non sa più bene come definire, se avversario o amico. "In realtà, il vero bersaglio di queste critiche è l'accordo di governo. Ma se oggi non ci fosse questo quadro di riferimento che è la maggioranza di governo quale sarebbe la situazione del paese? La verità è che senza l'accordo tra la Dc e le sinistre chi vuole destabilizzare l'Italia avrebbe davvero via libera. Chi ci “attacca da sinistra” dovrebbe ricordare che l'ingresso del Pci nella maggioranza rappresenta lo stato più avanzato, non quello più arretrato, in cui si manifestano i rapporti politici". Poi ci sono le accuse della Dc. Vi rimproverano di aver contribuito a fare di questo partito il bersaglio della violenza. Vi attribuiscono attacchi gratuiti, immotivati, sbagliati. "Lo so, ci rimproverano soprattutto le nostre critiche alla gestione del potere. Certo, non ce li siamo inventati noi i Crociati, Lefebre, e non siamo stati noi a nominare i De Lorenzo e i Miceli alla guida dei servizi segreti. E dobbiamo ancora ricordare che sulla vicenda di piazza Fontana non è stata fatta ancora chiarezza. Avevamo il dovere democratico di avanzare queste denunce e di condurre questa lotta. Ma non siamo tra quelli che sono andati nelle piazze: “Abroghiamo la Dc”". Quindi nessun "incitamento" anche indiretto alla violenza. "Anche nei momenti più duri della nostra storia, anche nei momenti di maggior scontro sociale, ci siamo affidati sempre alla forza delle nostre idee, mai ai bastoni o alle armi". Rossana Rossanda Si vuole addossare alla sinistra e in particolare al Pci la responsabilità della violenza e del terrorismo. "E' un tentativo infondato e abbastanza volgare al quale il Pci potrebbe rispondere con ampie motivazioni e senza dare in escandescenze. Sotto il profilo storico questa accusa è inesistente: il terrorismo deriva da una matrice ideologica che non ha niente a che fare con il marxismo. Marx è il primo che ha scritto contro il terrorismo. Sotto l'aspetto politico è chiaro che la Dc colpita in uno dei suoi uomini più rappresentativi tenta di far pagare il maggior prezzo possibile alla sinistra". Allora la sinistra non deve fare alcuna autocritica? "Dobbiamo prima di tutto chiederci da cosa nasce il terrorismo in Italia. Perché nel tessuto del paese si è creata una degenerazione così profonda. C'è da dire che a differenza di altri terrorismi, quello dell'America Latina, forme di lotta legate a una proposta politica, quello italiano si qualifica solo per il suo messaggio di distruzione. Ci appare come il frutto molto moderno di una crisi sia dell'integrazione capitalistica, sia della speranza di un mutamento. Se il terrorismo ha origine da queste frange di disperazione è chiaro che la sinistra, vecchia e nuova, ha responsabilità di aver lasciato crescere questo ascesso". C'è chi dice che questa ondata di violenza è cresciuta sul terreno della contestazione e dell'estremismo di sinistra. "Ci si dimentica che l'Italia ha vissuto momenti assai più gravi di violenza. Si dimenticano i fatti di Genova, l'occupazione delle fabbriche, i moti di Avola. Tuttavia se le Br sono davvero di sinistra è probabile che siano cresciute nell'alveo culturale di quella nuova sinistra che si rifà a matrici anarchiche piuttosto che al marxismo. Mi sembra tuttavia superficiale cercare l'origine di questo fenomeno in problemi di cultura invece che nella crisi reale di credibilità del sistema". Come va combattuto il terrorismo? "Va trattato come una malattia, come un attacco febbrile grave finche si vuole ma che non può da solo paralizzare un paese. E invece vedo che molti reagiscono irrazionalmente, raggelati come di fronte a un fantasma. Credo che sia questo il danno maggiore prodotto dalle Brigate rosse: sono riusciti a far regredire il paese sul terreno della coscienza politica". Rosario Romeo Di fronte a certe accuse i comunisti affermano di aver sempre combattuto l'estremismo e la violenza. E' d'accordo? "E' un discorso complicato. Certamente nell'azione del Pci non è possibile individuare storicamente spinte verso il sovvertimento delle istituzioni. Non va tuttavia dimenticato che dopo il '68, il Pci, scavalcato in un primo momento dalla contestazione, ha tentato di riacciuffare l'estremismo ed è proprio in quel periodo che assistiamo alle degenerazioni, e all'uso diffuso della violenza di piazza. La famosa “battaglia” di Valle Giulia tra studenti e forze dell'ordine mandò all'ospedale 160 poliziotti. Certo, oggi i comunisti sono più impegnati a combattere la violenza ma non si può dimenticare che per anni il paese è stato impregnato da un'atmosfera di odio". Quali sono le colpe del Pci? "Io dico che negli anni che vanno soprattutto dal '68 al '72 molti atti di violenza non sarebbero stati possibili senza la copertura politica dei comunisti. Mi riferisco soprattutto alla contestazione nelle scuole e nelle università. Ricordiamoci dell'autunno caldo, degli incidenti di via Larga a Milano. Ricordiamoci delle intimidazioni contro i docenti, delle violenze verbali e morali. E senza un'efficace reazione che questa mala pianta è cresciuta". Ma è possibile individuare un collegamento tra questa violenza e il terrorismo che uccide e rapisce? "Io credo che un collegamento ci sia. Chi lo esclude lo fa per un meccanismo di autodifesa. Ma è troppo comodo".


Una lettera dall'inferno
Editoriale, Corriere della Sera 5 aprile

 

Dopo la lettura del messaggio di Moro a Zaccagnini e dei commenti delle Brigate rosse che lo accompagnano, una considerazione si impone con sofferta ma necessaria fermezza. Al di là di tutto ciò che è stato detto e ribadito in queste giornate (che non si può trattare con i terroristi perché non sono nemmeno una minoranza, perché sono fuori di ogni legge e perché non si può considerare antagonista dello Stato un esiguo gruppo che agisce nell'ombra), va aggiunto, anche dal punto di vista del più freddo pragmatismo, che ogni remota ipotesi di approccio è caduta. Le Brigate annunciano, infatti, il passaggio da un "processo di guerra civile strisciante" a "un'offensiva generale, diretta da un disegno unitario". Il che significa che nessuna trattativa, nessun umanitario cedimento potrebbe fermare una dichiarata strategia che ha per obiettivo la morte di altri uomini e la fine delle istituzioni democratiche. Del resto, come ha lucidamente ricordato Andreotti alla Camera, tra gli applausi di tutti i deputati, "quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato - oltre che inibito dalla coerenza della nostra identità costituzionale - verso gente le cui mani grondano del sangue di Coco e della sua scorta, di Croce, di Palma, di Berardi, di Casalegno e di altre cinque vittime di via Fani?". Forse le Brigate rosse non si rendono conto del carattere spaventoso di documenti che ha questa sequenza di messaggi: un documento ormai in più capitoli che è tutto contro di loro e rivela come, al di là delle farneticazioni ideologiche, ci sia un piano distruttivo che finirebbe con il coinvolgere ogni cittadino. La prima reazione della Democrazia cristiana è stata: "Questa lettera non è moralmente ascrivibile a Moro". Le Brigate rosse ci fanno infatti assistere alla demolizione di un uomo che racconta il diario allucinante del proprio annientamento fisico, psichico e morale. Taluni argomenti della sua lettera sono assai più sconvolgenti che persuasivi. Se Moro li ha usati, vuol dire che egli è convinto che i suoi carcerieri e i suoi inquisitori non intendono aspettare a lungo. Purtroppo, "il tempo corre veloce". Tuttavia lo sconforto e la disperazione non lo hanno ancora del tutto distrutto. Il prigioniero si dice pronto a raccogliersi "con Iddio, i miei cari e me stesso" rivelando ancora una volta il tranquillo coraggio con cui è pronto ad affrontare anche un atroce destino. La giustizia è un sentimento profondo, innato nella coscienza popolare. Questo sentimento si sveglia sempre di più in tutti , e inesorabilmente isola, più di quanto già non siano, i terroristi nella loro visionaria aspirazione di trascinare il paese nel caos. Mancano pochi giorni a quel 25 aprile che segnò per l'Italia il ritorno alla libertà e alla democrazia. Abbiamo resistito al fascismo e al nazismo degli anni Quaranta: la Repubblica, nata dalla Resistenza, ha in sé energie e riserve sufficienti per resistere e sconfiggere il terrorismo degli anni Settanta.


 

Ma quale processo?
Leo Valiani, Corriere della Sera 6 aprile

 

L'angoscia che la nuova lettera di Moro esprime è più che comprensibile. I paragoni con gli imputati politici che sfidarono impavidamente i loro giudici, non reggono. Checché ne dicano i brigatisti rossi, Moro è prigioniero non d'uno Stato, e neppure d'una vera e propria opposizione politica, bensì di una banda di assassini, anche se generata da fanatismo ideologico. Contrapporre ai loro confusi ideali altri ideali, quelli in cui Moro crede, nelle condizioni in cui egli si trova sarebbe mera perdita di tempo. Chi cade nelle mani di delinquenti, è umano che pensi anzitutto a liberarsi o ad essere liberato. Per di più, è verosimile che queste lettere siano state estorte a Moro con pressioni fisiche o psicologiche, forse anche con droghe. E' inconcepibile che Moro, che in parlamento respinse in modo tassativo, alcuni mesi or sono, l'ipotesi che la democrazia cristiana potesse essere processata, ammetta sul serio la legittimità d'un processo politico intentato a lui e al suo partito da un pugno di fuorilegge, colpevoli, fra l'altro, del massacro della sua scorta, composta da fedeli servitori della Repubblica. Del resto, Moro sa meglio di chiunque che l'eventuale liberazione dei complici dei criminali che lo tengono prigioniero, non potrebbe essere decisa dai dirigenti del partito democristiano ai quali la sua ultima missiva si rivolge nominativamente. Solo la magistratura potrebbe prendere una decisione in tal senso, sempre che le leggi vigenti fossero emendate in modo da consentire lo scambio di detenuti che i brigatisti rossi desiderano. Se l'avesse scritta spontaneamente, la lettera di Moro sarebbe stata indirizzata al ministro della giustizia e, se mai, al capo dello Stato, in quanto presidente del Consiglio superiore della Magistratura e in quanto tutore della legalità repubblicana, cui spetta la prerogativa di rivolgere messaggi al parlamento. I brigatisti potrebbero costringere Moro a seguire siffatta procedura. Ciò, però, non avrebbe più alcun valore. Del resto, non ne avrebbe avuto neppure in precedenza. E' un ragionamento che abbiamo fatto soltanto per riaffermare che la volontà di Moro è coartata dai suoi torturatori, anche se egli si sforza di restare lucido. Chi sono questi assassini, che si tingono di rosso, perché oggi questo è il colore alla moda, così come in altri tempi avrebbero indossato camicie nere o brune? Sulla base delle loro dichiarazioni, sono stati definiti leninisti o stalinisti. Certo, di requisitorie contro l'imperialismo e i monopoli (non ancora le multinazionali) in Lenin e in Stalin se ne trovano a iosa. Contro le demoplutocrazie se ne trovano abbondantemente in Mussolini e in Hitler. L'idea del partito armato, per fini ultimi opposti, ma per l'obiettivo immediato di distruggere la democrazia, è presente sia nei leninisti o staliniani, sia nei fascisti e nei nazisti. Si trattava, peraltro, comunque li si giudichi, di autentici movimenti di massa, con prospettive politiche reali. Questo vale anche per quei gruppi socialrivoluzionari o nazionalrivoluzionari che, a differenza del marxista Lenin, fermo e costante oppositore degli attentati, ricorrevano e ricorrono all'arma del terrorismo. I sedicenti brigatisti rossi devono, invece, polemizzare, nel loro comunicato, contro la "mobilitazione reazionaria delle masse". Non diciamo affatto con ciò che i brigatisti sono isolati. Periodicamente, sulle frazioni esaltate della gioventù, e sugli emarginati, la violenza sfrenata esercita un'attrazione, specie se colpisce i suoi bersagli e rimane impunita. Il mito del buon brigante, vendicatore dei torti subiti dal popolo povero, corre attraverso i secoli e risorge tutte le volte che uno Stato dà prova di corruttela d'impotenza. Legittimo o illegittimo che sia il richiamo dei brigatisti rossi a Lenin, una democrazia che governa alla maniera del velleitario ed oscillante Kerenski rischia la disgregazione. Di tutti i sistemi di governo, quello democratico è il più difficile, finché non può contare su una lunga e salda tradizione. In situazioni di crisi l'esercizio della libertà esige poi d'essere sostenuto dall'autorità; s'intende da un'autorità convalidata dal consenso popolare. Nell'Italia odierna, la democrazia repubblicana ha solo poco più d'un trentennio di vita. Il consenso del popolo non le manca. Il pericolo ch'essa corre è di rinunciare alla durezza nel difendersi, per malintesi libertarismi e garantismi, attualmente del tutto fuori luogo, mentre erano sacrosanti contro regimi dittatoriali o reazionari. Con gravissimo ritardo sono stati decretati dei provvedimenti di difesa della Repubblica. A mio personale avviso sono ancora insufficienti e già si levano, da sinistra, delle voci volte ad abrogarli o evitarli. Per adesso nessun dittatore è alle porte. Il partito comunista italiano fa parte dell'arco costituzionale. Alla estrema destra, il neo-fascismo è in declino. Un sistema politico può dissolversi, tuttavia, prima che i suoi becchini abbiano preso forma consistente. La paralisi dello Stato fomenta il pullulare della violenza privata. Le Brigate rosse ne costituiscono una manifestazione esemplare. Viviamo in un'epoca di mutamento di valori: il vecchio tramonta e il nuovo non s'è ancora precisato. Nel vuoto s'inseriscono i violenti e si fanno strada quelli d'essi che non rifuggono dall'omicidio in serie e lo praticano metodicamente. E' un fenomeno internazionale. Altrove viene fronteggiato risolutamente. Se saranno fronteggiate risolutamente, anche le Brigate rosse nostrane verranno sradicate. In caso diverso, benché al potere non andranno mai, potrebbero causare nuovi lutti e altre sventure.


Pomarici: in casi estremi si può usare
il "siero della verità" per Curcio

Leo Valiani, Corriere della Sera 6 aprile

 

Adriano Sollazzo, Corriere della Sera 7 aprile Milano - Imposto dal rapimento di Moro, il tema della lotta ai terroristi e, in particolare, dei mezzi più idonei per far breccia nel muro di omertà che fa scudo agli organizzatori e agli esecutori del tragico agguato di via Fani è oggetto di accese discussioni al palazzo di giustizia. Ci si chiede, specificamente, se esistono mezzi efficaci per ricavare da Renato Curcio e dagli altri brigatisti attualmente sotto processo a Torino tutte quelle informazioni che possono rivelarsi utili per identificare i "cervelli" che manovrano le fila delle Br, scoprire la loro centrale operativa, arrivare magari a individuare il luogo dove l'esponente Dc è tenuto prigioniero, dato per scontato che Curcio e compagni sappiano la verità in proposito. Il tutto valendosi anche di mezzi che apparentemente potrebbero sembrare un ricorso all'eccezione, ma che in realtà rimangono inquadrati nel più rigoroso ambito legale. Tra questi espedienti potrebbe rientrare il ricorso al cosiddetto "siero della verità", utilizzato come estremo tentativo per far confessare ai terroristi quello che altrimenti non direbbero mai. Va detto subito che l'uso del "lie-detector" per ottenere le confessioni degli imputati o dei testi, consentito in altri paesi, non è ammesso dalla legge italiana. Ad esso, tuttavia, si potrebbe ricorrere in caso di estrema necessità, stati di necessità esplicitamente previsti dal nostro codice penale. Ecco, in proposito, cosa ne pensa il sostituto procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici, uno dei giudici italiani più esperti in fatto di sequestri di persona, noto, tra l'altro, per avere per primo adottato la cosiddetta "linea dura" tendente a bloccare i denari destinati ai ricatti. "Innanzi tutto - spiega Pomarici - c'è un problema di carattere giuridico. L'inoculazione del cosiddetto "siero della verità" non è prevista, né esplicitamente consentita da alcuna norma del codice processuale. Per altro, ove ricorressero determinati presupposti, si potrebbe teoricamente arrivare a tale soluzione applicando l'articolo 54 del Codice Penale. Se ad esempio - rileva il giudice - vi fossero elementi tali da poter ritenere con certezza che Curcio o altri siano a conoscenza di elementi la cui rivelazione potrebbe consentire di liberare il prigioniero, l'inoculazione di tale siero - che costituirebbe astrattamente reato - sarebbe appunto consentita perché per l'articolo 54 l'autore di tale fatto non sarebbe punibile per averlo compiuto a seguito della necessità di salvare l'onorevole Moro dal pericolo attuale di un danno grave alla persona". "In pratica, cioè - spiega il PM - eventuali reati di violenza privata e altro verrebbero eliminati da tale norma processuale. E' chiaro, però, che si tratterebbe di un precedente molto pericoloso, anche perché bisognerebbe preventivamente accertarsi della reale efficacia e della effettiva innocuità del farmaco da usare, per cui, senza dubbio, occorrerebbe molto coraggio da parte del magistrato o dell'ufficiale di polizia giudiziaria che decidesse in tale senso perché sicuramente si scatenerebbero polemiche di grande portata". Al di là dell'eventuale uso del "siero della verità" (sul poter, concreto, da un punto di vista strettamente scientifico, della narcoanalisi i pareri degli esperti sono discordi, anche se i più ritengono che sia possibile, con questo farmaco, esplorare la psiche umana e ottenere che il paziente si confessi senza riserve o inibizioni), rimane la possibilità, sempre in base all'articolo 54 del codice, di interrogare con il metodo abituale Curcio e gli altri brigatisti e farli parlare sul rapimento di Moro.


Assassini travestiti da giudici
Editoriale, Corriere della Sera 16 aprile

 

C'è stato un momento nella storia sofferta di questo secolo, in cui l'umanità si è sentita vicina, ha condiviso la persecuzione degli ebrei. E gli ebrei sono diventati il simbolo del bene contrapposto al male impersonato dalla barbarie del nazismo. E' con lo stesso animo che oggi, di fronte all'ultimo atroce messaggio delle Brigate rosse, gli italiani si sentono più vicini ad Aldo Moro, condividono la sua sofferenza; e sentono quale allucinante realtà, di efferatezza e di violenza, si nasconda dietro la mano anonima che ha scritto quel volantino, e ha decretato la "condanna a morte" del presidente democristiano. "Condanna a morte": ma quale condanna può esservi senza processo? E quale processo, se non un assurdo rito sacrificale, si può svolgere nel chiuso di una prigione oscura, sotto il ricatto continuo delle armi? Non c'è risposta a queste domande di fronte alla logica feroce che muove i terroristi. Per un mese ci siamo preoccupati di trovare una spiegazione anche ai loro comportamenti, di interpretarne i messaggi, di cercare un sia pur folle senso politico. Ed ora, a un mese dalla strage di via Fani, ecco che i brigatisti si ripresentano con lo stesso volto spietato della banda che ha ucciso a freddo i cinque uomini della scorta. Se il primo messaggio di Moro recava le stimmate di una lettera arrivata dall'inferno, questo volantino apre un inferno nella coscienza di tutti. Il ricatto dei brigatisti viene portato al limite estremo, col cinismo spavaldo, con l'inumanità feroce di chi cerca nella "lucida follia" ideologica una giustificazione dei propri comportamenti sanguinari. Perché c'è anche questo nel messaggio: l'ammissione che l'interrogatorio di Moro non ha portato a "rivelazioni" da sbandierare. ("Non ci sono clamorose rivelazioni da fare" dice testualmente un passo del documento"). La Repubblica non ha scheletri nell'armadio, non ha segreti ignobili da celare; e la gente, la coscienza della gente sa bene che gli anni trascorsi dalla fine della guerra sono stati al di là delle divisioni, un periodo di libertà e di civile convivenza. E proprio la sfida dei brigatisti, i loro gesti che evocano le immagini più cupe del terrore, offrono una ragione in più per stringersi attorno a queste istituzioni, senza cedere al ricatto del sangue e della paura. Con il comunicato numero sei i brigatisti hanno voluto ricordare che Moro è nelle loro mani, anzi è sotto il loro potere. E' vero: se vogliono, se la loro logica assassina li spinge a tanto, hanno il potere di eliminare fisicamente Moro. Ma non si illudano: non credano, con quel gesto, di conquistarsi una vittoria: si trovano contro 56 milioni di italiani. Si può anche assassinare un leader, non si può uccidere un popolo libero.


La repubblica non si baratta
Editoriale, Corriere della Sera 21 aprile

 

La repubblica vive ormai con il fiato sospeso le ore che i brigatisti lasciano con il loro ultimatum: e non è soltanto la speranza, ma il desiderio forte di tutti gli italiani che uno dei cittadini migliori, oggi in grave pericolo di morte, torni libero ai suoi affetti e al suo compito di statista. Abbiamo sempre sostenuto che il modo migliore per combattere il disordine e sconfiggere la civile convivenza sia quello di fare ciascuno, con l'impegno più adeguato, il proprio mestiere, il proprio dovere, senza lasciarsi prendere alla gola né dalla paura né da esagitate passioni. Il nostro dovere di giornalisti è quello di informare, con calma, con democratica partecipazione, certamente senza paura ma anche senza presunzione. Con il senso delle proporzioni, che si fa più acuto in un momento tanto grave, è nostro dovere degli uomini dell'informazione lasciare, senza intromissioni retoriche e senza consigli da falchi o da colombe, ai politici, ai rappresentanti liberamente eletti dal popolo, il giudizio su una scelta difficilissima che deve conciliare almeno quattro inderogabili esigenze: 1) cercare con tutti i mezzi che uno stato di diritto consente, di salvare la vita carissima di Aldo Moro; 2) rispettare la legge della repubblica, che non può essere barattata; 3) avere presenti i sentimenti di un'opinione pubblica da una parte tesa con tutto il cuore alla liberazione di Moro, dall'altra frastornata dalle prove di incredibile ferocia che ancora ieri i brigatisti hanno spietatamente fornito e dalle prove di inadeguatezza che gli apparati dello Stato danno di fronte al compito di catturare i colpevoli; 4) valutare eventuali strumenti tecnici per schiudere le porte di questa assurda "prigione del popolo", senza elevare alla impossibile dignità di contro Stato i carcerieri del terrore. Con la convinzione, comunque, che non c'è baratto possibile, che violando la legge dello Stato di diritto non si deve liberare neppure un ladruncolo, e quindi non certo gli assassini che hanno ucciso ancora ieri a Milano un difensore dello Stato. L'ultimo volantino delle Brigate rosse contiene frasi quanto mai insultanti e minacciose. Ma anche espressioni così truculente e aggressive che servono soltanto da copertura a una proposta concreta. Infatti i brigatisti affermano: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti". Per la prima volta le Brigate rosse avanzano direttamente quelle proposte di scambio che fino a ieri erano contenute soltanto nelle lettere fatte scrivere ad Aldo Moro. Fino a ieri i brigatisti si erano dichiarati del tutto estranei alle "iniziative personali" del loro prigioniero. La novità è importante, ma non va sopravvalutata. Il giudizio di costituzionalisti e di politici è concorde nell'osservazione che inviando il loro ultimatum alla Democrazia Cristiana le Brigate Rosse hanno sbagliato indirizzo. La Dc, infatti, è soltanto un partito politico, e come tale non ha alcuna possibilità di scarcerare i detenuti. L'eventuale liberazione di qualche brigatista spetterebbe soltanto alla magistratura. E neanche i giudici, oggi, sarebbero in grado di porre in libertà provvisoria Curcio e i suoi compagni, anche se fossero intenzionati a farlo. La legge non glielo consente. Su due punti gli osservatori politici trovano difficile vedere come sia possibile discutere: sono da escludere sia il baratto dei prigionieri sia l'organizzazione di incontri confidenziali e riservati tra brigatisti e rappresentanti ufficiali dello Stato italiano. Però nulla vieta verificare se le proposte avanzate dalle Brigate Rosse sono veramente la loro ultima parola, e di esplorare se non esista qualche possibilità concreta di restituire Aldo Moro alla sua famiglia. Un tentativo e un sondaggio del genere possono essere forse effettuati da Amnesty International. Questa organizzazione infatti gode del massimo credito e prestigio nel governo italiano e ha sempre tutelato i diritti civili dei detenuti politici. Tutti sono d'accordo che ogni possibilità di salvare una vita umana va dunque esplorata fino in fondo. Non si può cedere al ricatto, questo era e resta ovvio per tutti. Ma c'è anche chi sostiene che non è giusto, quando per la prima volta squilla il telefono, abbassare di colpo il ricevitore. Anche se dall'altra parte del telefono c'è un criminale in attesa. Nel loro comunicato i brigatisti scrivono che il problema al quale si deve rispondere "è politico e non di umanità". E' vero il contrario: il problema da affrontare può essere umanitario, con loro non potrà mai essere politico. Ecco perché lo Stato non ha alcun colloquio da aprire con i terroristi. Potrà farlo, semmai, con senso umanitario, Amnesty.


 Come giudica l'ultimatum delle Br la frangia dell'estrema sinistra
Giuliano Zincone, Corriere della Sera 22 aprile

 

ROMA - Trentacinque giorni di teatro della crudeltà, dopo la strage di via Fani: lettere, minacce, proclami, condanne a morte. Come ha reagito il movimento? Il cosiddetto "brodo di cultura" delle Brigate rosse , si è annacquato o si è irrobustito? Abbiamo rivolto queste domande ai redattori di Radio Città Futura (emittente in sintonia con Democrazia Proletaria e con quella parte del movimento che non si riconosce nei comportamenti degli autonomi), a Riccardo Tavani, uno dei capi di via dei Volsci, e ad alcuni rappresentanti di Lotta Continua, il quotidiano che da tempo ha aperto un dibattito coi suoi lettori sul problema del terrorismo. Radio Città Futura "Ogni giorno - dice un redattore - riceviamo centinaia di telefonate di compagni. I militanti, in genere, condannano l'azione delle Br, soprattutto per i riflessi politici e per le repressioni massicce che ha causato. Gli ascoltatori dei ceti popolari hanno espresso pietà per gli agenti uccisi, poi sono passati a criticare la stampa borghese, che usa due pesi e due misure di fronte alla morte, dando risalto al dramma di Moro e della sua scorta, e dedicando poche notizie ai compagni milanesi assassinati presso il circolo Leoncavallo. La denuncia dell'ipocrisia borghese è unanime: da una parte il governo sostiene che non si deve trattare per liberare Moro, dall'altra monta una campagna umanitaria certamente insincera. E contemporaneamente scatena la caccia ai covi: tutto questo fa pensare ad un'azione orchestrata per liquidare il presidente Dc, per impedire il contatto tra la sua famiglia e i brigatisti, per spingere le Br a eliminarlo. E intanto cresce la repressione, passano le leggi speciali: la borghesia cerca il consenso mobilitando l'opinione pubblica non solo contro i terroristi, ma contro tutti quelli che criticano l'accordo a cinque. Qualche compagno dice che il Pci è "obiettivamente connivente" con le Br, nel senso che, quando Lama sostiene che chi si batte contro gli straordinari sostiene il terrorismo, criminalizza il movimento di opposizione, gli impedisce di esprimersi, crea la terra bruciata. E queste sono condizioni ideali per la crescita delle Br". Un altro redattore, Gianni: "Ieri ci hanno telefonato due democristiani, facendo discorsi concilianti, presentandosi come vittime. Molti compagni gli hanno risposto, una donna ha detto: “Non vi fate fregare. I Dc si presentano vestiti da agnelli, e intanto i loro apparati repressivi danno la caccia ai compagni". Ciccio: "Sui brigatisti, il giudizio è sempre stato netto. Certamente non fanno gli interessi del proletariato. La loro logica da colonnelli indebolisce il nostro movimento, non lo Stato. Il nemico principale delle Br è lo Stato, ma il nemico principale dello Stato è il movimento di opposizione e di lotta. I terroristi non fanno altro che dare allo Stato, ai partiti, alle organizzazioni sindacali, il pretesto per accanirsi contro il movimento". Sulla lotta armata, i redattori di RCF non esprimono "giudizi astratti". Le battaglie partigiane erano giuste, un'azione come quella di via Rasella si doveva fare, dicono. Ma oggi, in concreto, chi compie rapimenti e attentati, permette al potere di trovare consensi, e di usarli "per far passare la politica dei sacrifici", per impedire all'opposizione di "crescere e lottare per i propri bisogni". Aggiunge Ciccio: "Noi non vediamo il processo rivoluzionario come un bagno di sangue, anche se sappiamo che la conquista del potere non può essere pacifica, perché chi comanda difenderà con le armi i propri privilegi. Ma quello che è più grave è che le Br, con il loro sequestro, mostrano chiaramente il progetto della società che intendono costruire: un progetto che comporta la repressione violenta del dissenso. Noi non vogliamo i Gulag, non vogliamo le purghe staliniane. Le Br sì". Gianni: "Molti compagni telefonano dicendo che tutto l'affare Moro viene usato come un'enorme cortina fumogena per coprire i problemi reali del paese, dalla disoccupazione alla ristrutturazione selvaggia. Molti credono che il governo voglia creare da una parte un martire e dall'altra un arcinemico, per arrivare a una pace sociale forzata, per attaccare non i terroristi, ma la classe operaia e le sue avanguardie". Ciccio: "Lo slogan “Né con lo Stato né con le Br” è un po' criticato in alcuni settori del movimento. La maggioranza preferisce dire: “Contro lo Stato, ma con le Br”. I militanti pensano che tanto le direzioni sindacali quanto le Brigate Rosse tendono a sostituirsi alla volontà del proletariato e al suo desiderio di prendere in mano le lotte in modo autonomo, senza delegare niente né ai riformisti né a chi si erge arbitrariamente a tribunale del popolo". Riccardo Tavani (via dei Volsci). "Anche noi abbiamo la nostra radio (Onda Rossa), sentiamo molti compagni dell'autonomia, facciamo assemblee. Quando i compagni hanno letto il “comunicato numero 6”, quello della condanna a morte, ci hanno trovato una conferma dei giudizi che avevano espresso tante volte. Le Br, in sostanza, confessano la sconfitta della loro linea e della loro pretesa di spostare qualche consenso con un interrogatorio. Le Br ammettono che non c'è bisogno di rivelazioni, perché i proletari conoscono già l'operato della Dc, avendolo vissuto sulla loro pelle. Ma noi l'abbiamo sempre detto che la lotta politica si fa con le masse, e non con i sequestri e i processi. Abbiamo sempre detto che non riconosciamo a nessuno il diritto di compiere azioni militari per conto del proletariato". Per quel che riguarda la "condanna a morte", gli autonomi di via dei Volsci non hanno dubbi: "E' una mossa delle Br per imporre con più forza uno scambio dei prigionieri. Noi, naturalmente, siamo favorevoli a questo scambio, soprattutto perché la morte di Moro innescherebbe meccanismi repressivi tali da minacciare anche fisicamente il movimento. Il prezzo lo pagheremmo noi, non le Br. L'esecuzione della condanna farebbe comodo allo Stato, che infatti non fa niente per impedirla". Sul rapimento, questo gruppo di autonomi ha sempre dato un giudizio negativo perché, "secondo la logica delle Br, non investe la coscienza delle masse, ma premia solo la soggettività di una élite rivoluzionaria. Ma allora, obiettiamo, che cosa significano quelle tre dita a forma di pistola che agitate nelle manifestazioni? "Il nostro concetto di rivoluzione non è pacifista - risponde Tavani - ma riteniamo che un progetto rivoluzionario può fondarsi solo sulla partecipazione di larghe masse, che sappiano come, quando e perché intendano muoversi". Domandiamo come reagirebbero gli autonomi se Moro fosse ucciso. "Viviamo in una realtà dove di morti se ne vedono tanti - è la risposta - . I compagni ammazzati dai fascisti, dalla polizia, vittime del lavoro a migliaia. Gli operai non piangono, quando le Br sparano alle gambe di un dirigente. Noi non piangiamo per la morte di nessun nemico del proletariato. Ma le sentenze di morte non le emettiamo noi. Noi non crediamo che con questi attentati si risolvano i problemi dei lavoratori". Ancora una domanda: ritiene che, tra i giovani e i marginali, le Br stiano raccogliendo molti consensi? Tavani risponde seccamente: "Qualcuno approva i terroristi, ma in generale, per quello che insegnano le esperienze passate, so che le Br hanno sempre suscitato repulsione, anche al loro interno". Lotta Continua. Parlano Enzo Piperno e Gad Lerner. "Il nostro giornale - dice Piperno - si è battuto fin dall'inizio per la salvezza di Moro, per le trattative. Abbiamo anche pubblicato un appello che ci è arrivato quasi direttamente dalla famiglia del presidente Dc. Le lettere al quotidiano e i dibattiti hanno mostrato che alcune fasce di lettori erano contrarie all'atteggiamento della redazione. Qualcuno ha obiettato “Moro è responsabile delle stragi di Stato, del sistema che produce gli omicidi bianchi, perché dobbiamo batterci per la sua vita?”. Altri hanno scritto che di Moro se ne fregano, i più duri hanno insistito: “E' un nemico di classe, è giusto che sia ucciso” ". Lerner: "Per capire le reazioni di questi compagni, bisogna conoscere la loro storia, i prezzi che hanno pagato. La gente che ho visto piangere per la morte di Walter Rossi, difficilmente sarà d'accordo con la nostra campagna. Gli studenti dell'Istituto tecnico Armellini ci hanno portato addirittura un comunicato di protesta contro l'appello umanitario uscito sul giornale. Ma un compagno dell'Armellini, Pietro Bruno, è stato ammazzato dai carabinieri". La maggioranza dei militanti, secondo Lerner, "si sente estranea alla lotta dei processi e a chi si arroga diritto di comminare la pena di morte in nome di chissà chi". Su molti, tuttavia, pesa ("come pesa sulla base del Pci") un passato di cultura e di linguaggio comuni, e il fatto che "parecchi br avevano un rapporto diretto con l'espressione rivoluzionaria del '68, nella quale anche noi ci riconosciamo". Però Lotta Continua e il movimento "hanno rotto i ponti con una concezione politica (comune al Pci e alle Br) che mette al primo posto la ragion di partito e la militanza intesa come dedizione e sacrificio di sé. E hanno rotto con una morale per cui il fine giustifica sempre i mezzi. Per questo i nostri militanti esprimono livelli di umanità superiori a quelli dei politici di professione: il fatto di essere sganciati dal concetto di ragion di Stato ci permette di tenere in conto anche la vita di un nostro nemico". A giudizio di Lerner "i politici di professione" hanno, invece, già deciso per il peggio: "La Dc vuole Moro morto - dice - . Ha tenuto sotto sequestro la famiglia impedendole di operare per la liberazione. Di fronte al patriottismo di partito, la vita umana passa in seconda linea". A quale scopo, domandiamo, la Democrazia cristiana spenderebbe tutto questo cinismo? "Noi - dice Lerner - crediamo che Moro abbia scritto le sue lettere in stato di costrizione. Siamo contro il fermo di Ps, e siamo anche contro il fermo di Br: sappiamo cosa significhi l'oppressione e la galera. Però i messaggi di Moro erano intelligenti. Esprimevano lucidamente una teoria della mediazione, un rifiuto della brutalità e della caccia all'uomo. Questa lucidità, questa tolleranza è troppo scomoda per i partiti, troppo imbarazzante. Molto più comodo è un Moro assassinato, martire, utile per suscitare simpatie e solidarietà, per far passare più facilmente leggi repressive eccezionali, per avviare una tappa ulteriore della trasformazione dello Stato in senso autoritario".


Dall' "intellettuale" Curcio
al "galeotto" Notarnicola.

Giuliano Zincone, Corriere della Sera 25 aprile

 

Le Brigate rosse hanno chiesto la liberazione di tredici detenuti che vengono da esperienze politiche e da matrici guerrigliere diverse. E' una richiesta che, indipendentemente dalla risposta che otterrà, conferma che i brigatisti intendono proporsi come scudo e spada di tutti i movimenti armati di sinistra. Essi vogliono dimostrare a chi sta in carcere, ma soprattutto ai potenziali alleati estremisti, che l'unica formazione in grado di difendere concretamente i "prigionieri politici" è quella delle Brigate rosse. Essere gli unici, a questo livello incandescente di scontro, è l'obiettivo primario dei terroristi che mirano all'egemonia. Non all'egemonia fondata sul consenso della maggioranza, ma all'egemonia su tutte le forze "rivoluzionarie", in previsione della "guerra di classe" e della "lotta di lunga durata". Sottovalutare questa aspirazione, liquidare i brigatisti come una banda di criminali deliranti e solitari, sarebbe un errore micidiale per la democrazia. I documenti delle Br posteriori al rapimento di Moro sono rivolti non tanto all'opinione pubblica (la cui stragrande maggioranza li respinge con sdegno), ma all'area (reale o fantasticata) del cosiddetto Movimento Rivoluzionario Proletario Offensivo (MRPO). A questa frangia sociale, ai gruppi organizzati o spontanei che accettano la logica delle armi, le Br intendono dimostrare in primo luogo che tutti i partiti politici sono solidali ("complici") nella salvaguardia del Sistema vigente e che essi, i brigatisti, sono gli unici avversari efficienti e attendibili delle istituzioni difese dai partiti. Il calcolo delle Brigate rosse è semplice, ma non semplicistico. Secondo la loro analisi, sarà proprio la solidarietà, la convergenza fra tutti i partiti, a produrre all'interno delle classi sociali conflitti e tensioni privi di sbocco, e a obbligare i ceti subalterni a considerare il "partito armato" come uno strumento da prendere in considerazione. E' inutile illudersi: il rapimento di Moro non è un punto d'arrivo. E' soltanto una tappa di una strategia che prevede la provocazione sistematica del potere politico, in una escalation di ricatti e di attenuanti sempre più incisivi. Secondo i progetti delle Brigate rosse, questa aggressione permanente dovrebbe spingere il Sistema a "mostrare la sua vera faccia", cioè a mettere in atto provvedimenti repressivi che colpiranno non tanto i clandestini, quanto le frange dissidenti che oggi non solo criticano, ma avversano decisamente le Brigate rosse. A questo punto gli estremisti e i marginali politici individuerebbero nello Stato il loro principale e più diretto avversario e nell'"ipotesi guerrigliera" l'unica forma agibile di "autodifesa" e di espressione politica. Non ci sembra possibile, oggi, domandarsi quante probabilità di successo abbia un simile disegno: il suo esito non dipende certo dalla volontà soggettiva delle Brigate Rosse, ma dal senso di responsabilità e dal quoziente di reale democrazia che le nostre istituzioni di governo saranno in grado di esprimere. Chiedendo la liberazione di quei tredici detenuti, le Br compiono un atto simbolico, non si illudono certo di chiamare a raccolta formazioni combattenti che in qualche modo si sentano rappresentate da "prigionieri politici" come Mario Rossi, Sante Notarnicola o Pasquale Abatangelo. Il gruppo XXII Ottobre, cui apparteneva Mario Rossi, non è che una filiazione dei GAP di Feltrinelli, nati per organizzare la resistenza contro un colpo di Stato ritenuto imminente. Questa formazione ha già fatto l'autocritica e, per quanto se ne conosce, è stata assorbita quasi del tutto dalle Br. Sante Notarnicola non rappresenta che se stesso: un prodotto atipico del proletariato marginale metropolitano, fuggiasco dalla sezione del PCI, rapinatore per ribellismo generico, in prigione, rivendica una matrice rivoluzionaria, scrive un libro, diventa un politico arroventato e puntiglioso. Ma non ha seguito, anche se il suo caso è un segnale d'allarme che fa pensare alla teoria americana sul carcere come "scuola di rivoluzione". La galera, in realtà, è una esperienza comune per molti sottoproletari italiani: dopo il '68 diviene il punto d'incontro fra questi strati sociali e gli studenti politicizzati che, nei brevi periodi delle loro detenzioni, fanno opera di propaganda e tentano di organizzare la mobilitazione. Nasce la visione del carcere come esito e summa delle contraddizioni e delle ingiustizie dello Stato borghese, confortata ed esasperata dai ritardi della riforma e dalla realtà angosciosa e brutale di molti istituti di pena. In questa situazione, da una costola di Lotta Continua, si formano i Nap: Pasquale Abatangelo è uno dei fondatori, un teorico della rivoluzione carceraria. Ma i Nap, proprio per i loro legami esclusivi con il mondo delle prigioni, non riescono ad assumere una fisionomia politica rappresentativa. Infiltrati da poliziotti ed elementi corruttibili, portatori di una visione semplicistica e limitata, finiscono con l'estinguersi dopo pochi anni. I detenuti politicizzati, oggi, rappresentano ancora una minoranza. E tuttavia la breve esistenza dei Nap è un ammonimento da non trascurare. I Nap costituiscono, in vitro, il campione di una miscela esplosiva che viene formandosi non tanto nelle carceri, quanto nelle periferie urbane, nei ghetti sottoproletari, nei rioni del lavoro precario e dell'esistenza marginale. Qui, per la prima volta nella storia del nostro paese, entrano in contatto due specie di malessere che fino a ieri si tenevano reciprocamente a distanza: il malessere dei disoccupati intellettuali, in gran parte di estrazione proletaria, e la disperazione dei sotto-proletari cui la crisi economica e la recessione non promettono alcun futuro. I primi, oggi, si propongono come leaders naturali dei secondi e, contemporaneamente, rivendicano dignità politica alla spontaneità dei loro comportamenti: mentre la passata generazione degli intellettuali rivoluzionari tendeva a prendere a modello e a proporre le forme di lotta proprie degli operai, la generazione più giovane, delusa o respinta dai partiti, accoglie nelle proprie teorizzazioni i comportamenti sottoproletari, e li estremizza nella lode dell'esproprio, del progetto violento, dell'illegalità di massa. Non deve meravigliare, quindi, che nella lista dei tredici detenuti che premono alle Br coabitino un intellettuale come Renato Curcio e un galeotto come Sante Notarnicola: la richiesta, simbolica, allude alla saldatura tra "combattenti" di diversa estrazione che è stata più volte rivendicata come un obiettivo fondamentale dai brigatisti. Ma nel "Comunicato numero otto" c'è anche un riferimento esplicito alle carceri, ai "lager di regime dove sono rinchiusi a centinaia i proletari comunisti, l'avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista". Sarebbe un errore ritenere che i residui movimenti politici nati nelle prigioni tendano a identificarsi direttamente con le Br. Ma esiste il reale pericolo che i terroristi, agendo sulle contraddizioni dell'attuale sistema penitenziario, riescano ad assicurarsi una base di consenso fra i detenuti e, soprattutto, su quella parte marginale della popolazione che, direttamente o indirettamente, ha conosciuto la galera o si aspetta di conoscerla. Lo Stato italiano non può permettersi il lusso di tollerare l'esistenza di strutture carcerarie come il manicomio criminale di Aversa o come il "braccio speciale" della prigione di Novara: luoghi di pena come questi esasperano le tensioni, invece di contenerle. E non si tratta di situazioni limitate o ignote. Almeno da dieci anni, una quantità di libri, inchieste, documentari, indagini giornalistiche vanno mettendo a disposizione delle forze politiche ogni possibile indicazione in merito alla realtà esplosiva che cresce nelle istituzioni dotali e nei settori marginali della società. Di queste indicazioni non si è tenuto il minimo conto, né ci sembra che l'attuale atteggiamento dei partiti di governo lasci sperare che le cose cambino. Anzi: su chi denuncia le ingiustizie e i ritardi che colpiscono ed esasperano i ceti subalterni, pesa l'accusa di "fiancheggiare le Brigate rosse". Ma questa accusa è un'arma a doppio taglio, poiché è difficile nascondersi che il vero "brodo di coltura" del terrorismo è la rabbia dei disoccupati, dei precari, dei giovani senza futuro. Dice il sociologo Giulio Salierno: "Kruscev, parlando degli errori di Eisenhower, disse che il presidente americano avrebbe meritato la tessera onoraria del PCUS. Io credo sinceramente che molti dei nostri leaders politici, per la loro incapacità di capire la situazione e di fronteggiarla, meriterebbero la tessera onoraria delle Br". Oggi dobbiamo constatare che le Brigate rosse, lungi dall'emettere proclami "deliranti", stanno operando con astuzia per seminare tentazioni guerrigliere nel deserto della disperazione e del malessere. Non si impedirà certo ai terroristi di raccogliere i loro frutti avvelenati continuando a metterli sullo stesso piano della banda Vallanzasca. O tentando di convincere la gente che le Br sono emanazioni di servizi segreti, entità diaboliche lontane dalle serene consuetudini del nostro buon popolo. Fino a oggi ha prevalso, all'interno delle forze politiche italiane, il cosiddetto principio di irrealtà, vale a dire l'incapacità-impossibilità di valutare il terrorismo per quello che concretamente rappresenta: un fenomeno di guerriglia limitata, che va combattuto sul piano politico e culturale. E va combattuto soprattutto, con una campagna di riforme incisive e durature, stroncando la inefficienza e la corruzione, coinvolgendo davvero la gente nella gestione della cosa pubblica. Lo sappiamo, la ricetta non è nuova: sono dieci anni che la andiamo ripetendo. Ma adesso è arrivato sul serio il momento di metterla in pratica. Prima che sia troppo tardi.


Il retroterra dei brigatisri
Il pescecane e l'acqua sporca

G. Barbiellini Amidei, Corriere della Sera 28 aprile

 

Anche oggi giorno, come il don Ferrante di Manzoni, i dotti di professione, al primo parlar di terrorismo si misero a discettare: è ideologia, cioè sostanza, è follia, cioè accidente, è acqueo, cioè diffuso, è aereo, cioè intellettuale, è igneo, cioè straniero, è terreo, cioè classista. Ne discutono ancora. Non che le brigate siano proprio una peste ma un certo contagio lo dimostrano. Giorno dopo giorno continuano a colpire con incredibile impunità: l'altro ieri un dirigente democristiano a Roma, ieri un funzionario della Fiat a Torino. E colpiscono con le pallottole, colpiscono con i messaggi, sparando nel mucchio delle incertezze politiche e morali. Qualcuno dice che "obiettivamente" sono bravi, che danno lezioni di efficienza e di fedeltà alle loro idee. (Come scrisse Malaux dei nazisti: "hanno dato lezioni all'inferno"). Ma che cosa è per davvero, questo terrorismo? Un dotto di altri Paesi, Brian Jenkins, esperto della Rand Corporation, ne da questa definizione quasi accademica: "Il terrorismo può essere definito come l'uso di violenza attuale o temuta per guadagnare attenzione e creare allarme e paura, così da convincere il popolo a sopravvalutare le forze dei terroristi". Passati oltre quaranta giorni dal rapimento di Moro, di fronte all'ultimo sconvolgente messaggio, senza una pista, senza l'arresto di un colpevole, di cosa si è convinto il popolo? Che cosa sopravvaluta? Fuori dall'ironia : è molto importante vedere le radici ideologiche, le colpe storiche, le ascendenze politiche, le ramificazioni internazionali della violenza armata che affligge il paese. Oggi però la questione essenziale non è storica, ma pratica: se è vero, come vuole l'ideologo Mao, che il guerrigliero sia il pesce, e il territorio di diffusione sia l'acqua, di quanta acqua dispone questo pescecane che azzanna la Repubblica? E come si fa a prosciugare quest'acqua? A proposito della quantità d'acqua un sociologo che se ne intende, Sabino Acquaviva, scrive: "Si dice che il terrorismo e la guerriglia non hanno una base sociale: a questo proposito suggerirei di ascoltare per una settimana una delle tante radio dell'autonomia che nello spazio di una giornata alternano musica impegnata o molto raffinata con “bollettini di guerra”. Per esempio: un comunicato sulla lotta delle donne nella città x; altra musica, altro comunicato: notizie su un gruppo di donne che ha attaccato con bottiglie Molotov agenzie che distribuivano film pornografici; altro intervallo, altro comunicato; e così via. Ma questi comunicati coprono tutti gli spazi; dal sindacato al teatro, al femminismo; mostrando, se non una base sociale vasta, una penetrazione capillare dei loro elementi". Anche questa è acqua del pescecane, un'acqua torbida di errori e di disattenzioni. Isole di consenso, zone di reclutamento, aree di confine, spazi di omertà o di indifferenza: chiamatele come vi pare, sono parti politiche e morali di Italia dove uno vede sparare e sta zitto, un altro sa e si distrae, un terzo si dispone, almeno psicologicamente, a nuotare a fianco del pescecane. Contro il contagio della propaganda, contro quello della vita e dello spirito gregario, c'è una questione di contenuti e c'è una sfida di immagine. Tutti sanno quali sono le fasce della società più esposte alla suggestione della rivolta: un milione di studenti nelle università senza riforme, ottocentomila giovani disoccupati, duecento - duecentocinquantamila lavoratori precari nelle scuole e negli atenei; e poi gli infermieri di un mondo ospedaliero umiliato dalla povertà tecnica e dal clientelismo. E poi le donne, giovani donne cui il femminismo ha dato la consapevolezza aspra, quasi furibonda, della mancanza di potere e di decisione, della perseveranza cieca di una visione del mondo che è ancora troppo dalla parte dell'uomo. Tutta questa gente può essere acqua: eppure la legge per l'occupazione giovanile resta una macchina vuota, le università sono lì, con le stesse miserie, le stesse non-leggi che partorirono il '68. E i giovani fuggono nelle università per non constatare sulle strade la loro condanna statistica alla disoccupazione. Ma poi delusi fuggono dalle università, appena iscritti (più di un quarto se ne va già al primo anno) e tornano sulla strada, spesso disponibili per il pescecane. La riforma sanitaria è ancora un titolo quotidiano per le promesse delle giornate stanche e c'è chi butta i letti dalle finestre degli ospedali. Non si riesce neppure a spezzare, con il colpo di scure di un provvedimento onesto ma veloce, il peronismo inquietante dei precari, garantendo un futuro a questi lavoratori-centauri, metà professori, metà studenti, vittime predestinate di ogni vampirismo ideologico. Se ci sono poi mani ignoranti da restituire alla zappa, lo si dica con chiarezza. Manca la consapevolezza della straordinaria amministrazione. L'Italia ha bisogno di vivere un suo secondo boom: il primo l'ha trasformata da Paese agricolo a Paese industriale, il secondo deve inserire nel tessuto economico, sociale politico, alcuni milioni di cittadini tenuti fuori dalla produzione, dalla partecipazione, dalla condivisione dei valori civili e morali. Le maggioranze politiche ci sono. Ci vogliono idee di grande respiro, audacie legislative capaci di incidere, disponibilità a pagare i costi, in tasse e in salari, in una ridistribuzione del lavoro e del reddito. Si è parlato di un'evasione annua di quasi diecimila miliardi: è necessario cancellare queste cifre criminali, trattare con leggi e manette i delitti economici dei colletti bianchi. Il problema dei contenuti si salda quindi a quello dell'immagine. Lo Stato ha di fronte nemici che sono conoscitori sottili della psicologia di massa. Nei loro messaggi, essi battono e ribattono sui facili concetti di bene e di male, dividendo il mondo nello schematismo suadente di sfruttatori e sfruttati. Hanno un'organizzazione metà mafiosa e metà templare, eppure si presentano come Robin Hood nel bosco delle multinazionali. Lo Stato deve trovare l'orgoglio dalla propria immagine, deve sapersi presentare con certezza di diritto, pulizia di mani, proposte di solidarietà. Oggi tutti vogliono fare processi, alle colpe, alle omissioni. Accanto al processo intollerabile delle omissioni a Moro, mille vili Brigate grasse fanno in cuor loro un silenzioso processo allo Stato, sostenendo che esso non merita l'onesta di una tassa pagata, né il coraggio di una parola scritta in sua difesa. Qui è l'errore di immagine e di valutazione storica. Con i suoi difetti, le sue disuguaglianze e i suoi ritardi, l'Italia è un grande Paese libero, fuori dalle liste della repressione e della tortura segnalate da Amnesty International, fuori dalle liste della fame e della povertà compilate dall'UNESCO, fuori dalle liste del colonialismo, stabilite all'Est e all'Ovest. I dannati della terra, cui Frantz Fanon affidava il diritto alla rivoluzione, sono in altri Paesi più sventurati del nostro. Alla periferia della nostra storia c'è solo un allucinato branco: anche se è cresciuto, anche se viltà, errori e meschinità politiche lo stanno di ora in ora ingrassando, è ancora un branco di pescecani. Se asciughiamo l'acqua sporca, i pescecani scompariranno.


 Una vita da salvare senza ambigui postini
Editoriale, Corriere della Sera 1 maggio

 

Le lettere di Moro sono ormai uno stillicidio. Con una puntualità e un'immediatezza di cui da tempo i nostri servizi segreti sono incapaci, i "postini" delle Brigate rosse o quelli che ricevono le lettere di Moro dalle Brigate rosse girano indisturbati per Roma, recapitano i plichi nelle portinerie degli alberghi, all'interno delle auto e nelle cassette postali delle case. Se sullo sfondo non continuasse, assi più inquietante di questa efficienza, la tragedia di un uomo prigioniero, saremmo indotti a sottolineare quanto di incredibilmente grottesco vi sia nelle pieghe minori di questa storia. Come hanno detto la Dc, il Pri, il Pli, il Psdi, il Pci, e amici carissimi di Moro tra i quali il cardinale Pellegrino, ripetiamo che le lettere che stanno piovendo sono moralmente inattendibili, non ascrivibili, né intellettualmente, né come frutto di coscienza, a uno statista che per trent'anni è stato ai vertici dello stato e della nostra vita politica. Siamo arrivati a un tale punto della corrosione della credibilità e del senso di responsabilità che un giornale, proprio ieri, ha potuto annunciare quale sarà la prossima mossa di Moro: una proposta di legge, che arriverà attraverso i soliti, e forse non più oscuri, canali, al Parlamento stesso. Moro proporrebbe una legge per concedere "il diritto di esodo", cioè l'esilio, a quanti si trovano in carcere per motivi "dichiaratamente politici". Ci auguriamo che questa ambigua anticipazione non sia vera. Vorremmo ricordare che, al di là dell'atmosfera pettegola e petulante che ormai pervade Roma, al di là delle battute, della meschina strategia delle voci, di un sotterraneo lavorìo che mira ad indebolire, se non a ridicolizzare, lo Stato, vorremmo ricordare che ci sono altre e ben più ineludibili leggi. Per queste leggi Moro ha condotto anni di battaglie libere e democratiche, e proprio perché non era un intemerato difensore oggi si trova prigioniero, dopo che la sua scorta è stata assassinata. Se, come è stato scritto, c'è "un partito della famiglia", occorre dire con fermezza che dall'altra parte non c'è un partito di becchini o di aguzzini. Sappiamo tutti dove sono i potenziali becchini e i sicuri aguzzini. Anche se è amaro discorrere di schieramenti davanti a un dramma di tale portata, dall'altra parte c'è un'opinione pubblica, c'è un vasto numero di partiti. Questo "schieramento" desidera con tutte le sue forze che sia tentata ogni via per salvare Moro, ma sa che non si può salvarlo spezzando e frantumando le leggi, come se esse non fossero, per volontà parlamentare o popolare, il fondamento della Repubblica. Anziché farci "postini" dei suoi messaggi, vogliamo cercare con umiltà di intuire la volontà di Moro se egli non si trovasse in un atroce stato di necessità. Diciamo, con altrettanto umile certezza, ricordando le sue doti di supremo conciliatore e di instancabile mediatore degli "opposti", che egli ci avrebbe sì indicato di trovare una via più morbida, più umana, di seguire le leggi, ma senza arrivare - come taluno lascia intravedere - al vilipendio e all'abiuro. Sembra giusto aggiungere che la moglie e i figli di Moro meritano la comprensione dei cittadini, la forza morale che uomini come Andreotti, Zaccagnini e Fanfani dimostrano in queste giornate d'angoscia. Ma il Paese si chiede se la legge possa consentire questi ambigui giri di postini o, addirittura, l'apertura di canali d'informazione che consentono di anticipare le mosse delle Brigate rosse. Pensiamo al rigore che è stato applicato su famiglie di gente rapinata, sottoposta a fermi, perquisizioni e addirittura arresti. Quei fermi, quegli arresti, giustamente indignano. La famiglia Moro può, come ha fatto ieri, dissociarsi dalle posizioni della Dc, perché di una moglie e dei figli l'amore può e deve contare più della fredda lettera della legge. Ma è altrettanto vero che non devono esistere "corpi separati" all'interno dello Stato. Lo diciamo "con tremore", per riprendere le parole pronunciate in questi giorni, da un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Il desiderio e la speranza sono di avere presto Aldo Moro, vivo e libero, senza che pesi su nessuno un vilipendio o un aggiramento delle leggi della Repubblica. Questa Repubblica ai cui valori, oggi 1 maggio, milioni di cittadini guardano come al simbolo di un'uguaglianza che non può essere delusa né rinnegata.


Perché non credere alle sue lettere?
Claudio Martelli, Corriere della Sera 1 maggio 1978

 

Alcune osservazioni contenute nell'articolo di ieri di Gaetano Scardocchia sulla lettera di Moro ("costretto a trasmettere verso l'esterno solo quei messaggi che obiettivamente coincidono con l'interesse dei suoi carcerieri"; "è inutile cercare di stabilire se Moro vuole davvero le cose che scrive. L'importante è che lo vogliano le Brigate Rosse, altrimenti non recapiterebbero le sue lettere") fanno riflettere. Sin dall'inizio una sorta di disposizione all'incredulità ha accompagnato la disposizione all'intransigenza esibita da molte parti, giornalistiche e politiche. L'incredulità riguardo le lettere di Moro è andata crescendo sino a tramutarsi in ostilità, in rapporto al carattere vieppiù angosciato di ciò che scrive il presidente della Dc ed al crescere delle critiche nei confronti delle forze politiche maggiori, segnatamente rivolte al ristretto gruppo dirigente della Dc che ha seguito l'evolversi del caso. Non doversi prendere in seria considerazione le lettere di Moro è stata la consegna del Pci; consegna suffragata da autorevoli pareri di amici del prigioniero, dell'ambiente accademico e non, che hanno contestato lo "spirito moroteo" dei testi. Costoro sembrano più preoccupati della "memoria" di Moro che non della sua vita, e si disputano l'interpretazione di uno stile e di una vita che non è ancora perduta. Giornalisti e grafologi non si sa quanto improvvisati hanno dissertato non sulla autenticità della calligrafia che tutti riconoscono, ma sulla "pendenza" e sulle "cancellature" e "correzioni" per ricavare stampelle alla tesi della "inautenticità sostanziale". Come la metafisica anche la metagrafologia soccorre chi non ha argomenti. Insomma si dice, le lettere sono di Moro ma non bisogna prestar loro fede perché scritte da un uomo in cattività e sottoposto a condizionamenti di ogni genere. Belle scoperte! E chi non lo sapeva? Più di chiunque sembra aver temuto questo pericolo lo stesso Moro. Il quale ha scritto sin dalla prima lettera a Zaccagnini: "Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità e senza aver subìto nessuna coercizione nella persona; tanta lucidità almeno quanta può avere chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che non sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento un po' abbandonato da voi". Ma è soprattutto nell'ultima lettera alla famiglia che Moro esprime quasi indignazione per questa incredulità. "E' vero (Moro, si osservi, replica direttamente a chi dubita della autenticità delle sue lettere): io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subìto nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono si dice "un altro" e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non l'avrei mai creduto possibile). Il fatto che alcuni amichi, da monsignor Zama, all'avvocato Veronese, a G. B. Scaglia e ad altri, senza né conoscere né immaginare la mia sofferenza non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato della autenticità di quello che andavo sostenendo come se io scrivessi sotto dettatura delle Brigate rosse, perché questo avallo alla mia pretesa non autenticità? Ma tra le Br e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute il fatto che io abbia sostenuto fin dall'inizio (e come ho dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, una scambio di prigionieri politici". Perché non leggere le lettere di Moro come quelle di un prigioniero lucido anche se disperato anche perché oramai da 45 giorni si sente abbandonato? Capisco che è più comodo pensare come sinora si è fatto, più semplice ancora non pensare affatto, presto qualcuno dirà che è meglio non leggerle, e magari, non pubblicarle neppure. E' più comodo ma non è giusto. E poi, fosse anche Moro minorato e minorato nello spirito, questo giustificherebbe di più o di meno un'attitudine ad abbandonarlo al suo destino, cioè ai suoi carnefici? Non siamo di fronte ad un affare di spionaggio, di contraffazioni, di banali raggiri. Se alle lettere di un prigioniero che tutti riconoscono autentiche notiamo ogni capacità di documentarsi delle volontà del prigioniero stesso, è come se estendessimo all'infinito le mura del suo carcere. Se in coerenza al rifiuto di stabilire ogni contatto con i terroristi rifiutiamo il contatto con Aldo Moro, anche il contatto passivo che deriva dall'attenta e intelligente lettura delle sue lettere, è come se lo spingessimo più a fondo e più nel buio nella cella in cui è stretto. Ma ogni volta che scrive Moro dimostra almeno una cosa: che è vivo e che vuol vivere nonostante qualcuno l'abbia invitato al suicidio. Se un appello alla ragione vale ancora per qualcuno almeno, di fronte ad una vita umana in pericolo proviamo a ragionare secondo un'ottica diversa da quella di chi, ormai, semplicemente e direttamente, attribuisce le lettere di Moro alle Br. Né più né meno le vittime dei processi staliniani e poi negli anni seguenti i dissenzienti o venivano piegati o plagiati fino all'autoaccusa o le loro parole venivano presentate come deliri e con l'ipocrita imbarazzo che si assume di fronte ai pazzi. Ora, in Italia, Moro ci dice "si deprecano i "lager" ma come si tratta civilmente un prigioniero che ha solo un vincolo esterno, ma l'intelletto lucido?". A convincerci della validità di un ottica diversa nel valutare le lettere non sono solo i ragionamenti giuridici che qualcuno può respingere ma che non sono privi di peso né attribuibili alla logica delle Br: "La dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona ma allo Stato". Il costante riferimento al comportamento di "altri stati in circostanze analoghe di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente". Il discutibile ma acuto rilievo dei vantaggi e degli svantaggi dello scambio: "E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. In concreto lo scambio giova ( ed è un punto che mi permetto sottoporre umilmente al Santo Padre) non solo a chi è dall'altra parte, ma anche a chi rischia l'uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, in compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui". Anche il carattere delle ammonizioni politiche che certamente insieme a tristi allusioni personali avrà fatto l'amor proprio di qualcuno, merita un'attenzione non superficiale come quella che gli si è prestata: "Capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire"; "se così non sarà ( cioè se la Dc non assumerà un'iniziativa positiva) l'avrete voluto e lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco".... "Se questo crimine fosse perpetrato si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sarete travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo paese. Si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare... Se la Dc fallisse ora sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine". E ancora: "Se voi non intervenite sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul paese. Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani". "...Se la pietà prevale il paese non è finito". "Non creda la Dc di aver chiuso il suo problema liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi". Moro non dice che questo accadrà in ogni caso, teme che accadrà nel caso in cui la Dc lo abbandoni. Se fosse vero che ogni messaggio per il solo fatto di essere recapitato dalle Br coincide con il loro interesse dovremmo pensare che le Br temano lo sfascio della Dc e del paese che secondo Moro deriverebbe dal suo eccidio? Ma le Br non compiono massacri proprio allo scopo di sfasciare il paese? Ecco a quali paradossi, a quale groviglio indistricabile di calcoli e di presunzioni sul futuro politico ci conduce il rifiuto e quasi il disprezzo per ciò che Moro scrive. Un disprezzo che finirebbe con l'assomigliare a quello che della vita e delle opinioni di Moro hanno le Br che sin dal primo messaggio misero bene in chiaro doversi attribuire al prigioniero e non a se stesse gli appelli disperati e i sofferti ragionamenti del presidente della Dc.


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