FISICA/MENTE

ARTICOLI DI VARI GIORNALI ALL'EPOCA DEL SEQUESTRO ED ASSASSINIO MORO

PARTE 3

il manifesto

 

Terrorismo e Intellettuali. Contro il ricatto
Cesare Cases, il manifesto 24 marzo

 

Dieci anni fa si era in piena rivoluzione culturale e gli intellettuali dovevano negare se stessi; se non pulire i cessi almeno smettere di pontificare e servire il popolo facendogli da "esperti" nel suo processo di appropriazione della cultura. In sostanza era la via giusta, anche se in Cina gli fecero pulire troppi cessi e adesso osannano a Hua-Kuo-Feng. Da noi hanno continuato a pontificare con la cattiva coscienza relativa. La colpa non è tutta loro, è anche delle masse e della formazione di controculture di fronte alle quali essi apparivano sempre più aristocratici, isolati e insieme integrati al sistema, in quanto la sfiducia nella reale efficacia dei gruppi spingeva anche noi della nuova sinistra a scrivere sull'Espresso o sul Corriere. "Cicale", per dirla con Aniello Coppola. Ma se le "formiche" per costui sono coloro che accettano l'unanimità intorno al potere in nome dell'antiterrorismo, meglio le cicale. Moravia e Sciascia. Esse hanno ragione di rifiutare sia il terrorismo che quella presunta unanimità; hanno torto, caso mai, di vedere in questo rifiuto una particolarità degli intellettuali, pervasi di pessimismo storico, mentre dovrebbe essere ovvio per tutti e lo è presumibilmente per una buona maggioranza del popolo italiano, che non sa nulla di pessimismo storico ma vede quel che succede. Non capisco quindi assolutamente come mai Moravia, che a pagina tre del Corriere (20 marzo) esprime questo suo rifiuto bilaterale, a pagina quattro dello stesso numero rispunti tra i firmatari di un appello unilaterale "contro il terrorismo e la violenza". Sono convinto che i firmatari (che stimo, rispetto e venero tutti o quasi) non si rendevano conto della gravità di quel che facevano. Si sa che a furia di firmare uno firma tutto, specie quando si illude così di erigersi a categoria e di trasformarsi da cicala in formica, sfuggendo a Coppola. Questa volta però non bisogna firmare. Abbiamo sempre commiserato gli intellettuali tedeschi, accusati di essere "simpatizzanti" con i terroristi per il solo fatto che non si univano all'esaltazione collettiva. Da noi questo non poteva succedere. Invece è successo di peggio, perché i firmatari dell'appello hanno prevenuto gli accusatori, come se dovessero scagionarsi preventivamente dal sospetto che per gli intellettuali ammazzare la gente a sangue freddo è la cosa più naturale del mondo. Si capisce che così gli accusatori sono stati soltanto stimolati. Se Sciascia avesse fatto la formica firmando a pagina quattro forse avrebbe potuto anche lui fare la cicala a pagina tre senza incorrere nelle ire di Coppola, nonostante fosse un noto pregiudicato. Mi rincresce per Gesù Cristo (almeno secondo Matteo), ma la barbarie comincia con il detto "chi non è con me è contro di me". Nel giro di pochi giorni i mass-media hanno deciso che non c'è alternativa tra il terrorismo e il potere. L'hanno deciso loro, perché in realtà la gente continua istintivamente a ritenere che in mezzo ci debbano essere una quantità di alternative. Fino a quando, se ben pochi l'aiutano e se nel frattempo il potere ci propina quello che vuole in nome di una unanimità presupposta? Firmando quel manifesto, gli intellettuali che credevano di parlare in nome della cultura appoggiavano la barbarie. Né lì salva il fatto che accusino il terrorismo di "creare le condizioni per il ricorso a strumenti illiberali e reazionari", poiché non si tratta di un rapporto causa-effetto ma caso mai di coincidenza oggettiva, di armonia prestabilita dei due termini del ricatto mortale, senza dimenticare che dopo tutto il terrorismo minaccia l'esistenza di singoli, il potere quella di tutti. Se gli intellettuali possono servire ancora a qualche cosa, è a denunciare apertamente questo ricatto, in quanto la loro abitudine all'isolamento permette di farlo anche senza il supporto di forze politiche consistenti, in una situazione in cui le masse non sanno da che parte guardare. E se non vogliono limitarsi a fare le cicale e a pontificare sul pessimismo storico, che firmino pure un appello ma un appello che appunto denunci il ricatto e non lo accetti. Migliaia di non intellettuali vi si potrebbero riconoscere. Il manifesto potrebbe farsene promotore.


Come non subire
R. Rossanda, il manifesto 25 marzo

 

Va dunque preso sul serio l'avvertimento delle Brigate rosse dopo il sequestro di Moro, che in questo momento sotto il mirino è soprattutto la democrazia cristiana. Questo, non solo la dimostrazione che in piena mobilitazione della polizia, possono colpire dove vogliono, mi sembra il vero senso dell'attentato a Picco. Nel mirino è quel che definiscono non solo lo stato, ma la sezione italiana d'uno stato imperialista. Poiché certo non credono che siffatto superstato si distrugga con la soppressione, uno per uno, dei suoi quadri principali o medi, è evidente che l'obiettivo è di spingerlo a una reazione come si usa dire, destabilizzante, provocarne una mossa, uno scarto. Fin quando la democrazia cristiana resisterà ad avere sequestrato il suo presidente e impallinati i suoi uomini, senza dividersi liberando le sue proprie tendenze eversive, in un processo cileno accelerato, o senza chiedere, per mantenere sotto controllo l'area di interessi e di corpi separati che essa copre, un prezzo altissimo ai suoi alleati? A questa difficile domanda mi par difficile sfuggire. Tanto più che c'è chi soffia sul fuoco. L'onorevole La Malfa, se ben intendiamo l'editoriale di ieri le rimprovera troppa flemma. Una così straordinaria inefficienza della polizia sembra calibrata per eccitare i riflessi alla De Carolis. La stupidità delle leggi d'eccezione, forcaiole e inefficaci, persuaderà immancabilmente qualcuno che ci vuol ben altro. Nel giro di alcune settimane il quadro politico può degradare rapidamente. Prima di ritrovarci tutti a dover sfilare in processioni antifasciste al minimo denominatore comune sarà bene che ci poniamo questo problema. E' tanto sciocco sfuggirgli, quanto difficile indicare una soluzione che non sia il rispondere fino in fondo alla possibilità e alla domanda che è venuta dai presidi operai di questi giorni. Sono, dicono, un intellettuale anch'io, e provo tanto fastidio verso l'ingiunzione del Pci a pronunciamenti nei quali si esige che la condanna al terrorismo, per essere insospettabile, comporti il silenzio su quel che c'è di marcio in Danimarca, sia l'insoddisfazione per la risposta: “io al ricatto: o con lo stato o con le Br non sto”. Neanche io ci sto, ma è sicuro che lo subisco, se non trovo qualcosa di più della denuncia dell'arretramento del fronte dell'offuscamento di un'idea di democrazia, di cui è stato essenziale nel nostro paese la critica risoluta, non all'idea dello stato - che non siamo di fronte a un concetto - ma a quella formazione storica precisa che è lo stato italiano e al ruolo che in esso ha avuto la democrazia cristiana. La questione è “come” arrestare una deriva a destra che domani può diventare più grave. “Come” impedire che ne resti macinata una sinistra che sembra non saper far fronte a pressioni sempre più squilibranti e dalle quali è sempre più squilibrata. Oppure il guasto è tale, che siamo ormai nelle mani di un gruppo di terroristi da un lato, della prevedibile risposta selvaggia del sistema dall'altro? Io credo che no. Che differentemente dalla Germania, in Italia possiamo ancora chiederci “come”. In nessun paese, che io sappia, è infatti avvenuto che in forme diverse di golpismo - giacché di questo si tratta - si sia avuto una risposta operaia come quella dei giorni scorsi. Per quel che mi consta, le masse in circostanze analoghe sono ammutolite, salvo nell'onda crescente del 1970 in Cile, di fronte all'uccisione del generale Schneider. Qui non ammutoliscono. E quel che dicono è determinante in due direzioni vitali: la prima è il prosciugamento d'un'area di rassegnata complicità con le Br, la seconda è l'avviso alle loro organizzazioni storiche che nulla può essere fatto senza tenere conto che le fabbriche sono all'erta, in qualche modo difendendole da una tentazione di totale cedimento alla crociata d'ordine. Questo comporta una maturazione politica di grande importanza. Coloro che hanno scioperato per Moro sanno di aver scioperato per il sequestro d'un avversario, non di un amico; hanno fatto cioè un ragionamento di secondo grado, non morale o difensivo, ma politico e aggressivo, rifiutando un certo tipo di attacco portato all'avversario perché in esso vedono la forma in cui il capitalismo può tentare una fascistizzazione, altre volte tentata e fallita. Se questo è vero, non solo vuol dire che in Italia esiste la possibilità di sfuggire al ricatto non con una fuga, ma con un salto in avanti; ma che ne esiste la richiesta di massa, e che questa è più avanzata che negli stessi distaccamenti d'avanguardia della sinistra. Ai quali, per essere a livello della pressione operaia, è richiesta l'elaborazione teorica e politica e la pratica del comportamento, anche in sede di una nuova idea delle “norme”, d'una società davanti a un lembo eversivo che le si leva contro, permettendole non solo di sfuggire alla tenaglia terrorismo-repressione, ma di usare in modo offensivo invece che difensivo del vuoto che si è aperto. Non è, credo, un tema diverso da quello della conservazione delle forze e dei varchi della rivoluzione italiana dopo gli anni sessanta. Se non vogliamo trasformarci solo in Cassandre della rivoluzione tradita e della democrazia che se ne va, dobbiamo sapere, per esempio, che a questa risposta il garantismo non basta e che il modulo leninista è finito. Ma in un quadro di rapporto di forze democratiche più debole o più forte che trent'anni fa? Io dico “più forte”. Mi chiedo in quanti di coloro che giustamente protestano sul ricatto d'ordine del Pci, la risposta sarebbe diversa da quella del Pci: “più debole”. Ma se è più forte non dobbiamo chiedere che il “presidio operaio” non si limiti ad emergere, ma si organizzi ed estenda? Se l'Italia diventa ora una rete di quei consigli di zona, che i riformisti hanno avversato e i rivoluzionari disprezzato, non solo il terreno del terrorismo sarebbe ridotto, socialmente e perfino come operatività tecnica, ma il compromesso istituzionale sarebbe sotto difesa, per quel che contiene di “patto democratico”, e sotto controllo per quel che alimenta come luogo di degenerazione autoritaria. E se, insieme, gli intellettuali della sinistra avanzassero la formazione di nuove trincee, anche d'analisi e di teoria, a sorreggere l'ossatura d'un principio di stato di transizione? Gli stati non cambiano se non quando un movimento di massa e di idee si innesta nel corso di una loro crisi. Lo sanno le Brigate rosse. Lo sa la risposta operaia. Non dovremmo saperlo anche noi, intellettuali di sinistra di professione?


L'album di famiglia
R. Rossanda, il manifesto 2 aprile

 

Non soltanto la politica e la lotta di classe sembrano fuori corso di questi tempi, ma perfino il buon senso. Non avessi mai osservato che la requisitoria delle Br contro la dc, nel loro secondo messaggio, ricalca stilemi veterocomunisti, mirando a trovare consensi nello spazio lasciato aperto dalla cessazione d'una analisi seria e d'una seria lotta del partito comunista alla democrazia cristiana. Su questo si sono gettati come leoni tutti i partiti dell'unità nazionale. Il Pci si è sentito offeso, chissà perché. I suoi nemici sono stati felici, chissà perché. L'uno e gli altri strumentalizzano e falsificano allegramente. Vediamo. Non parlerò del Giornale, perché sono una veterosettaria e voglio morire senza parlarne. Il Popolo mi fa dire che non solo è veterocomunismo, ma che “affonda le radici nelle trame internazionaliste del Cominform”. Povero Cominform, fiacca e spiacevole larva della defunta internazionale: scommetterei che della dc non ebbe neppure tempo di accorgersi, nella breve vita impiegata ingloriosamente a cercare di abbattere Tito. Il Corriere fa scrivere a Ronchey che l'abbandono da parte del Pci di quel giudizio sulla dc coincide con la fine del leninismo. E perché? Intanto, va a vedere come, se, quando, e in che senso Togliatti abbandonò il leninismo davvero. E poi, perché Lenin dovrebbe essere il simbolo dello schematismo? I suoi giudizi politici sono lucidamente articolati. E quanto alla dc, solo una veggente avrebbe potuto informarlo di questo squisito e tardivo prodotto del secolo. Soltanto Enzo Forcella sembra aver letto le nostre righe sull'album di famiglia, del resto poco originali, con la consueta lucidità. Questa è mancata davvero ai compagni comunisti. Lasciamo andare l'editoriale odierno di Tortorella, dove mi accusa nientemeno che di aver detto che il terrorismo è figlio di Marx, Lenin, Gramsci e Togliatti: qui siamo proprio nella polemica deliberatamente falsificatoria, giacché Tortorella sa benissimo che il Manifesto ha, fin dall'uccisione di Calabresi, come esso sia una pratica veneranda della piccola borghesia, e più recentemente abbia negato che il “partito armato” possa trovare appigli nel Bolscevismo. Ma vediamo il lungo articolo di ieri del compagno Macaluso: “non so quale album conservi R.R.. E' certo che in esso non c'è la fotografia di Togliatti, né l'immagine di milioni di lavoratori e comunisti che hanno vissuto le lotte, travagli, contraddizioni di questi anni”. Che importa che io abbia scritto che non tutta la politica del Pci stava in quelle formule? Che fortunatamente c'era l'intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una diversa pratica di massa, insomma la “doppiezza” di cui più tardi Togliatti avrebbe parlato? No. La Rossanda parla come il Giornale, come gli esponenti della Dc, come i redattori del Popolo. Diavolo. Mi domando perché il Pci si sia tenuto in seno per quasi trent'anni un serpente come me. Ma usciamo da una polemica miserevole e ragioniamo. Perché il partito comunista è così agitato? Perché si sente sulla difensiva? Perché sembra volersi disperatamente scrollare di dosso una paternità dell'estremismo, che nessuno, in Italia, gli attribuisce? Galloni non spara sulla segreteria o sulla linea comunista, ma se mai su una retrovia sociale, su una base operata non cedevole, sul sindacato. Anche Carli, a suo tempo, cercò di individuare una continuità fra insorgenza operaia, nel senso di non accettazione del patto sociale, ed eversione. E' una vecchia trappola. Il Pci non solo farebbe bene a rispondere per le rime a chi cerca di stabilire un filo fra terrorismo e lotta di massa, ma avrebbe anche facile gioco. Glielo offrono sia le Br, che fanno il contrario d'una lotta operaia di massa, sia la risposta operaia, che le isola. Che cosa fa imbarazzata la replica comunista, che cosa ne spinge due esponenti ad attaccare più noi che Galloni? Indebolisce il Pci l'incertezza della sua collocazione nei confronti della democrazia cristiana. Questa “lo fa codardo” rispetto al mio e al suo album di famiglia, che è un album niente affatto da buttare. In esso sta (e non potrebbe essere diversamente) il variare della stessa definizione del nemico storico che si oppone al partito comunista fin dalla rottura dell'unità antifascista, e la democrazia cristiana. Nella quale giustamente, il fronte principale, anche rispetto al fascismo. Compagno Macaluso, prendiamo un anno qualsiasi della collezione di Rinascita, per esempio il 1952. Siamo in piena restaurazione capitalistica. Chi la dirige? La dc. Siamo in piena guerra fredda. Chi ne è lo strumento in Italia? La dc. Siamo in pieno tentativo di mutare la rappresentazione popolare nel paese. Chi ordisce la legge truffa? La dc. In quella fase si attenua la complessità del giudizio togliattiano su De Gasperi e la sua scelta “democratica”. Felice Platone scrive che la fascistizzazione del tempo nostro sta nel tipo di società americana, e in quel particolare unanimismo bloccato, e che “l'americanizzazione” della vita italiana è il vero veicolo d'un periodo fascista, e il veicolo dell'americanizzazione è la dc. Togliatti torna, a proposito di Gramsci, due mesi dopo sullo stesso giudizio: “Non nei gruppi che vivono di nostalgia” ma nel maggiore partito di governo sta il pericolo più grave, “nei rapporti sociali non svecchiati, nelle oligarchie economiche risorgenti e risorte, nella tracotanza dei ceti privilegiati, nella prepotenza e corruzione” che esso garantisce. Poco dopo, una risoluzione del Comitato centrale contro il totalitarismo clericale afferma che la dc vuole fondare “un vero e proprio regime totalitario, in connessione con manovre internazionali, appoggiandosi a forme d'eccezionalità. Gli esempi possono moltiplicarsi, ma a che vale? Vale a chiedersi se quel giudizio, che forse appiattisce una ricerca iniziata durante e subito dopo la resistenza, è negli anni cinquanta giusto o sbagliato. E perché si forma. E' giusto, io credo, anche se si giovò di qualche forzatura nella propaganda e nella formazione dei quadri; la denuncia che il partito comunista faceva alla dc, anche mettendo da parte l'interrogativo sulla sua natura “popolare” che pur allora esisteva, bloccò una svolta reazionaria nel paese e in qualche modo costrinse la stessa democrazia cristiana a quella sempre imperfetta scelta “democratica” che avrebbe fatto precipitare con la crisi prima del centrismo, poi di Fanfani, poi di Tambroni, tutte le contraddizioni interne d'una borghesia che in una società mutata e in mutati rapporti di forza cercava la sua espressione politica. Senza questa denuncia di movimento delle masse sarebbe gravemente arretrato. Perché Tortorella si giustifica: “Fummo settari, ma difendemmo sempre la costituzione”? Dovremmo dire “Fummo settari perché dovemmo a tutti i costi e in condizioni internazionali terribili difendere la costituzione e impedire la sconfitta del movimento”. E Macaluso dovrebbe riproporre le pagine di questo album all'Unità: sono state ingiallite da una storia che il Pci ha potentemente contribuito a fare, mutando realtà e quindi schemi di interpretazione, una grande storia. Il giudizio sulla dc che allora si venne formando non mutò finché non mutarono la fase internazionale e i rapporti di classe interni, nella seconda metà degli anni cinquanta. Ancora nel 1956 - dove Ronchey condonerebbe, penso, l'abbandono del leninismo - il giudizio sulla dc così suona nelle Tesi: “Cedendo alla duplice pressione (dell'imperialismo e dell'unità delle classi abbienti, ndr) il partito democristiano, presentandosi all'inizio con un programma di rinnovamento, diventò lo strumento politico d'un piano di conservazione sociale all'interno e di asservimento a interessi stranieri in campo internazionale”. Anzi, allora “la democrazia cristiana diventa partito politico dirigente della borghesia”. Sono definizioni del 1956, quando si lancia la vita italiana al socialismo. Che per la prima volta, contraddittoriamente all'affermazione sicuramente forzata d'una avvenuta “totale clericalizzazione della società”, aggiunge la questione della dc come partito popolare, e vede in questa sua natura un principio di possibile squilibrio. In verità, lo squilibrio sarebbe avvenuto dalla impossibilità della vecchia dc di integrare, nello sviluppo capitalistico, il movimento operaio italiano e da tutto il rinnovamento del quadro, e della strategia che ne deriva agli inizi degli anni sessanta. Allora, anzi, la questione della dc diventa un perno della discussione nel partito comunista, luogo dove si confronta una visione “democratico-laicista” e una visione di classe, che mette l'accento e sui soggetti di dominio di classe e sul tipo di aggregazione sociale che il partito cattolico rappresenta; e vede in questa aggregazione una specificità del “caso italiano”, il luogo su cui passare per una ricostruzione del blocco storico. Tutto questo, nel corsivo che ha suscitato tanti allarmi, lo abbiamo ricordato, ma sta scritto nei testi di anni recenti. Perché così accesi nervosismi, nella dirigenza comunista, al solo ricordarlo? Il fatto, ho scritto e ripeto, che quella fu l'ultima analisi seria della democrazia cristiana che il Pci abbia compiuta. Con la morte di Togliatti cessa. L'ambiziosa operazione del compromesso storico è partita su concetti approssimativi (le grandi correnti, i grandi filoni) separata da un'analisi appena complessa della collocazione della democrazia cristiana nel contesto delle forze politiche borghesi, italiane non, e della sua impossibilità a separarsi dal ruolo di “partito di fiducia della borghesia”. E' parsa vicina a perderlo qualche anno fa, perché per un momento la borghesia ha puntato altrove; ma la conversione di tendenza s'è subito verificata. Quando già era tornata ad esserlo in modo inequivocabile e centrale il Pci è andato - in piena crisi - a un accordo politico con un corpo sociale, storico, ideologico, clientelare che non sa più bene come definire, se avversario o amico. Che non sa “leggere” più. Che non analizza più. Che spera “diverso”. Questa debolezza presente gli fa scrollare violentemente la criniera di fronte al ricordo del passato, gli fa gridare “al terrorista” contro chiunque dica che, sì, la democrazia cristiana era ed è il partito della borghesia italiana e che il Pci, smettendo di dirlo, porta una responsabilità anche dell'oscurarsi del fronte di lotta, dell'intorbidirsi della vita politica. Sono verità sgradevoli. Non è detto che, nei momenti difficili, bisogna astenersi dal dirle.


"Non è lui"
Franco Fortini, inserto Aprile N° 1 de il manifesto

 

"Aldo Moro...non è presente nelle lettere dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue". Questa dichiarazione porta le firme di alti ecclesiastici e di eminenti studiosi cattolici. Essa parte dalla certezza di una "fisionomia" che amici e conoscenti di Moro gli attribuiscono. Non si fonda sulle perizie calligrafiche o linguistiche e per questo ha diritto alla nostra gratitudine; ma non dice su che cosa si fondi quella irriconoscibilità. O meglio, lo dice indirettamente. Si parla di una visione "spirituale, politica e giuridica che ne ha ispirato il contributo alla stesura della stessa Costituzione repubblicana". Un'unità intellettuale, politico e spirituale che non sarebbe mutata per un trentennio e che sarebbe stata spezzata in trenta giorni. Sia permesso il dubbio che qui si difenda, prima che l'identità di Moro, la validità delle sue conclusioni politiche. Un'operazione politica, per ampia che sia, non può essere identificata ad una coscienza e non saremo di certo noi ad insegnarlo a chi ha in comune con noi alcune parole capitali che ce lo hanno insegnato. Non disgiunto dal rispetto che sappiamo di dovere non solo alle conoscenze ideologiche ma anche a quelle storiche e psicologiche di alcuni tra i più autorevoli firmatari, crediamo si debba esprimerlo, quel serio dubbio, non certo sulla legittimità politica dell'intervento; perché un diniego all'autenticità delle carte di Moro era già stato avanzato da chi, come La Malfa, ha una visione antropologica un po' diversa da quella di monsignor Pellegrino. L'interrogativo riguarda la motivazione, o meglio la sua assenza. Quando in termini politici, si nega valore ad un testo dichiarandolo estorto o irresponsabile si compie un atto politico, ossia un gesto simbolico che tradotto in volgare significa un rifiuto di rilevanza e di interlocuzione. Equivale a quel "ma Moro è già un uomo morto!" che, se le gazzette non mentono, sarebbe stato emesso - in volgare, appunto - da un fragoroso parlamentare PCI al sopraggiungere del comunicato brigatista che smentiva l'avvenuta esecuzione. Ma quando a riflettere su questa grave materia sono uomini che non dovrebbero né possono trattare altrui come segni, e toccano a questioni, mi pare si dica, di coscienza, come non chiedersi se hanno, senza più largo ragionamento ed escursione di prove, diritto ad affermazioni tanto perentorie? Nessuno di noi ha il coraggio o la sfrontatezza di immaginare cosa avvenga nella coscienza o nell'intelletto di Moro. Ma proprio per questo se, ad essere franchi, ci è parso sconcio il coro quasi unanime che nei primi giorni negò credibilità a quei messaggi, ci sembra non esistano, fino a questo momento, prove serie che le affermazioni di Moro non si confacciano ad un intelletto, turbato certo, come quello di chi vive a pochi passi dalla morte, sequestrato ed isolato, ma tuttavia integro. Non c'è traccia di quelle mutazioni di cambio, di quelle ritrattazioni o adulazioni servili che conosciamo dai verbali staliniani. Per intelligenza dei suoi sequestratori? Ammettiamolo pure. Quel che sappiamo e crediamo sapere della costituzione dell'io superficiale e di quello profondo, e delle sue divisioni, dovrebbe averci insegnato che l'individuo, il non divisibile, è un fantasma storico, o meglio, che è il luogo biologico attraversato e fondato in una sua labile durata dalle forze storico-sociali; ossia che l' "anima" non è né la proprietà, né la proprietaria di ogni singola voce di anagrafe ma solo l'illuminazione e l'incarnazione della convergenza di più esistenze. Quel vecchio uomo che annoda e snoda nelle sue meningi le memorie volontarie e involontarie, i fili contraddittori del dovere e del piacere, ha diritto ad essere considerato uno di noi anche se, anche perché, contraddittorio. Mentre invece: "non sei più tu" è la frase che consacra ogni interruzione. E' la frase che nessun cristiano più pronunciare (ma anche nessuno che conosca la realtà umana di cui Marx e Freud hanno cominciato a disegnare gli itinerari). Le affermazioni contro le quali stiamo scrivendo si situano invece in un ordine giuridico, psichiatrico, politico. Somigliano purtroppo a quelle che abbiamo letto in questi giorni, con la bella scoperta che minacce di morte e sequestro alterano la personalità delle vittime. Non si dovrebbe nemmeno rispondere a certi "esperti". Come mai diventano vere per Moro tutte le "deprivazioni" che, denunciate dagli avvocati della Bander-Meinhof, erano state derise dai giornalisti della Cdu e dai confratelli italiani? E più vile ancora ci è apparso il ricorso alla psicologia e sociologia americana, spesso gestita dalla Cia, beatamente certa che la "normalità" di un uomo coincida con la sua funzione. E assolutamente incapace di intendere che un sequestrato, tolto dall'apparato di falsità, di potere, di servilismo circostante, di alienazione in una parola, nella quale vivono, più o meno, tutti i potenti di questo mondo, e necessariamente gli uomini che da trent'anni governano cinquanta milioni di italiani, che uno di quegli uomini, se ricondotto, come un qualsiasi detenuto, come un qualsiasi povero cristo davanti a dottori e tribunali, se collocato dalla "provvida sventura" tra gli oppressi, possa riconoscere o riscoprire un diverso modo di interpretare l'esistenza. Non sarò io a negare la prevaricazione che può accompagnarsi alla persuasione, la ferocia che si può mascherare da mitezza. Più che dalle interpretazioni sui "lavaggi del cervello" sono un lettore del Manzoni, come i miei interlocutori. Ma proprio per questo, se per un verso, e con la teologia dell'autore milanese, non credo si possa, dicendo "non è lui" ossia dividendolo in più parti, giustificare il prigioniero o i suoi compagni di partito dalle violazioni passate, presenti o future, dei comandamenti morali, altrettanto trovo illecito e capace di indurre in pericolosi errori arrestarsi là dove, credenti o no, dobbiamo arrenderci, ossia là dove la coscienza testimonia solo di sè stessa e rifiuta ogni altra ed esterna verifica. La violenza subita da Moro non consente ai suoi amici l'accettare il significato politico delle sue lettere? Sia. Ma si abbia il coraggio di dire che non li si accetterebbe anche se fossero dettate in piena libertà; e l'umiltà di non concluderne con l'interdizione di un uomo. Altrimenti, c'è sul fondo, l'ospedale psichiatrico per riabilitarlo. Perché noi vogliamo che Aldo Moro viva. Lo vogliamo non solo perché - come ci è occorso di scrivere anni fa - non si debbono distruggere né le persone né soprattutto le memorie e "tutti devono vivere e sapere" cioè sapere per vivere diversamente; ma anche per un preciso interesse politico, e cioè perché la sua sopravvivenza disarmi il partito degli eroici furori, i difensori di uno stato che sarebbe forte solo per la debolezza dei più, i virtuosi della intimidazione e della demagogia.


Perchè Trattare
V.P., il manifesto 23 aprile

 

Le strade per evitare il peggio, cui si riferiva ieri il manifesto, sono venute in luce. E (per quanto fino al momento in cui il giornale va in macchina è dato sapere) hanno consentito di far slittare l'ultimatum, come era nelle nostre speranze. Già ora, si può dire che hanno dato nuovi margini all'iniziativa della democrazia e delle stesse forze dell'ordine, le cui possibilità di azione sono in questi giorni del tutto considerate nulle, proprio da chi più insistentemente parla dei problemi dello stato e delle forze dell'ordine. L'appello di Paolo VI, direttamente rivolto alle BR e che nessuno per questo accusa di legittimazione delle BR, è almeno servito a guadagnar tempo. Guadagnar tempo non solo per la vita di Moro (pur così importante) ma per uno scontro di assai più vasta portata, e sul cui esito del resto la vita di Moro avrà un'influenza non secondaria. In questo emergere di vie per evitare il peggio anche gli schieramenti (pro e contro la trattativa) sono diventati più mobili e duttili. Oggi le posizioni di tutti sono in maggiore o minore misura mutate rispetto a quel che erano il 16 marzo. Ma poiché quando si parla di schieramenti si parla di politica, sugli schieramenti occorre essere chiarissimi, anche a costo di isolarsi o apparire autolesionisti nel breve periodo. Gli schieramenti di oggi, come è inevitabile in situazioni di emergenza, sono eterogenei e inquinati da equivoci. "L'Unità" di ieri dedica il suo editoriale a una disamina del "partito della trattativa" ed è cosa del tutto legittima, ma un eguale disanima avrebbe dovuto fare - e probabilmente lo farà - del "partito della non trattativa". Anche questo partito, che va dal PCI al MSI (che chiede la dichiarazione di "stato di guerra interna") eterogeneità ed equivoci si sommano. E sarebbe sciocco e deviante giudicare la posizione di chiunque sulla base dello schieramento in cui si trova: paragonare la "fermezza" de "l'Unità" alla cinica grettezza di Montanelli che preferisce pensare a Moro "come se fosse già morto" sarebbe un insulto gratuito. E tuttavia anche questa legittima, ma inutile disamina dell'Unità non ci persuade, e sul terreno politico: non su quello del generico umanitarismo, né su quello degli astratti principi. Nel cosiddetto "partito della trattativa" gli equivoci abbondano, ma la tripartizione che "l'Unità" fa tra destabilizzatori espliciti, manovratori subdoli e familiari e amici di Aldo Moro non appare politicamente feconda. Come non capire che questa semplificazione - e in uno schema di ragionamento manicheo - contribuisce a regalare al nemico ( che c'è ed è presente in entrambi i partiti) anche chi non è né destabilizzatore, né manovratore, né povero sentimentale. Come non riflettere sul fatto che, ove sul paese ricadesse il cadavere di Aldo Moro quella parte democratica della DC, che fino ad oggi ha retto oltre le nostre aspettative, rischierebbe di essere spazzata via da un violento rigurgito di anticomunismo quarantottesco? Questi sono i problemi veri e politici che abbiamo davanti e che non possiamo esorcizzare né con gli schieramenti, né parlando di criminali isolati. Ed è con questi problemi, che con difficoltà e coscienza della gravità delle scelte stiamo tentando di misurarci. Stiamo tentando di misurarci anche con la coscienza della possibilità di sbagliare, anche perché questi non ci sembrano tempi di certezze assolute. Nella edizione straordinaria del 16 marzo abbiamo segnalato subito la gravità politica del sanguinoso sequestro scrivendo: "E' quasi un colpo di stato". Nei giorni scorsi - e sempre cogliendo in questa violenta vicenda un momento del più ampio scontro politico e sociale che c'è in Italia - abbiamo scritto che "trattare non vuol dire cedere" che cioè trattare è un modo specifico di sviluppare una lotta politica. Questa nostra posizione - peraltro di continuità con gli atteggiamenti di questo giornale - ha colpito alcuni compagni del PCI, anche autorevoli, che ci hanno rivolto critiche fraterne e pertanto più spontaneamente recepibili. Non è che i loro argomenti siano di poco peso: l'eguale valore della vita di Moro e degli agenti uccisi; la necessità di impedire la dichiarazione di uno stato di guerra e quindi di uno "stato di necessità" che autorizzerebbe gli arbitri del più forte; le prevedibili reazioni delle forze dell'ordine che diventerebbero le vittime ordinarie della convivenza tra i potenti. Questi e molti altri argomenti di questi compagni pesano. Però la posizione di arroccamento statale e di purismo giuridico (come dimenticare le recentissime polemiche contro i "garantisti" e i fautori dello "stato di diritto"?) non ci convince e ci sembra pericolosa per tutti, anche per il PCI. La posizione di arroccamento, a nostro avviso, sottovaluta la portata della crisi e i problemi di potere e di trasformazione delle istituzioni che oggi sono drammaticamente aperti nel nostro paese. Non è arroccandosi sulla formula astratta e immobile dello "stato di diritto" che oggi si salvano la democrazia e le speranze di trasformazione politica e sociale che sulla democrazia esistente si fondano. La nostra posizione non intende essere genericamente umanitaria (anche se siamo persuasi che la ragion di stato genera mostri) ed è cosciente che la destabilizzazione messa in moto dalle BR sposta a destra (come ha spostato a destra, in ciascuno dei giorni che si separano dal 16 aprile) gli equilibri politici e la stessa cultura del paese. Trattativa, dunque, vuol dire, per noi, articolazione di una lotta politica più ampia e che bisogna sviluppare su tutti i terreni. Altrimenti, certo, trattare potrebbe essere la premessa di un cedimento. Ma l'esito non sarebbe diverso nel caso di quello sfondamento della "Maginot della fermezza", che inevitabilmente si avrebbe ove alle BR si consentisse di scegliere loro - nell'inerzia di tutti - se e quando buttare il cadavere di Aldo Moro su una società in equilibrio precario. L'esorcismo non serve, quella che sta davanti a noi è una lotta lunga, di cui il terrorismo è un segmento per quanto importante. E poi nel trattare c'è anche il fattore tempo: perché dobbiamo essere convinti che il tempo giochi solo a favore delle BR e dei loro alleati e che un paese come l'Italia debba continuare a ballare come un automa sulla loro musica? E' legittimo chiedere che si abbia più fiducia nelle forze della democrazia e dei lavoratori?


"Un giorno dopo l'altro"
L. Pintor, il manifesto 4 maggio

 

Più durerà la prigionia di Aldo Moro, più la vita democratica del paese si frantumerà. E' come se, col sequestro di Aldo Moro, un ordigno micidiale e invisibile fosse stato innescato, una bomba a biglie che spara in tutte le direzioni, e una bomba a tempo che esplode ogni giorno. E il peggio è che le cose possono continuare così per un tempo indefinito. Una prima considerazione riguarda le indagini della polizia. Non si tratta di polemizzare o chiedere le dimissioni di qualcuno. Tuttavia c'è qualcosa di inverosimile nel fatto che una banda, per quanto organizzata, possa restare senza volto e dominare il campo per tanto tempo. Resta infatti senza volto, nel senso che non se ne ha la più piccola traccia, e che non ne è stata fornita neppure una identificazione politica. E domina il campo, calibrando senza inciampi i propri movimenti segreti e pubblici. L'immaginazione della gente ne è colpita, la sfiducia nei poteri pubblici ne viene ingigantita. Un apparato dello stato ridotto così andrebbe riciclato da cima a fondo, in senso democratico. Una seconda considerazione riguarda i comportamenti delle forze politiche. L'intransigenza che tuttora prevale si spiega in molti modi, alcuni nobili e altri meno, ma si spiega soprattutto con la convinzione che un cedimento anche parziale non sarebbe che l'inizio di una frana generale. Gli intransigenti hanno insomma voluto opporre ai terroristi una trincea, innalzare una diga. Senonchè, risolvendo in questo modo il problema politico della risposta da dare ai brigatisti, hanno cancellato il problema altrettanto politico di come sottrarre Aldo Moro alla prigionia e alla morte. Hanno dichiarato guerra ai terroristi, ma non li hanno disarmati. Hanno negato riconoscimento al nemico, ma ne subiscono ogni giorno l'impresa. Hanno alzato la diga a valle, ma non sono intervenuti a monte. La conseguenza è che, anche a valle, la diga si incrina. La distinzione fra umano e politico si rivela fragile, perché con le lettere del prigioniero e con l'intervento della sua famiglia l'umano si fa politico e il politico si fa astratto; la difesa a testuggine regge male l'assedio, perché col partito socialista che si differenzia anche la maggioranza di governo vacilla. Una terza considerazione riguarda il clima psicologico che si diffonde. Tra gli effetti destabilizzanti raggiunti dalle Br, c'è quello di aver fatto perdere il senno o almeno l'equilibrio, a molti uomini pubblici e qualche direttore di giornale. La piaga nazionale delle contrapposizioni di bandiera, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, falchi e colombe, dilaga. O il segretario del Psi è un avventuriero, o il presidente del Pri è un forcaiolo: chi non è con noi è contro di noi. Aldo Moro è oggetto di giudizi impetuosi quanto i suoi carcerieri, il suo nome è ormai per alcuni uno pseudonimo delle Brigate Rosse. Ogni cosa è degradata alla sua parodia, e il dramma degenera in intrigo. Così si diffonde la convinzione che i socialisti siano mossi solo dal calcolo elettorale, o la convinzione opposta che democristiani e comunisti profittino delle circostanze per stringere i tempi del compromesso storico in un quadro autoritario. E' peggio che seminare vento. Un'ultima considerazione riguarda l'incertezza di prospettiva. Se Moro tornerà libero, non si sa in che condizioni ciò avverrà, quali effetti produrrà, se e come tutta questa vicenda potrà essere riassorbita. Non si sfugge all'impressione che qualcuno, pur senza giungere ad augurarsi la morte del leader democristiano, pensi tuttavia che un rischio politico di un suo ritorno in circolazione sia, a questo punto, troppo alto. Ma se Moro fosse invece ucciso? Pochi sembrano credere a questa eventualità, ora che lo scenario sanguinoso di via Fani è distante. Mi auguro che questo ottimismo sia fondato, anche se non mi convince. Ma se così non fosse, non ci vuole molta immaginazione per capire che le ripercussioni di un così tragico epilogo sconvolgerebbero del tutto di quanto resta in piedi dell'ordine democratico. Può darsi che tutte queste conseguenze negative, una volta innescata la bomba del sequestro di Moro, fossero fatali. Può darsi che nessun artificiere potesse disinnescare un simile ordigno. Può darsi che non esistesse un'iniziativa possibile, che la via di una trattativa non si potesse imboccare e che si sarebbe rivelata altrettanto sterile o negativa. Dopo cinquanta giorni, tuttavia, mi sembra più evidente che mai che se il potere politico si fosse proposto, fin dall'inizio, di prendere il toro per entrambe le corna - il dovere di difendere le prerogative di questo stato, ma anche il dovere di farsi carico in termini politici della vita e della dignità di un cittadino e di un rappresentante di questo stato - avrebbe dato di sé un'immagine più convincente, più generosa e civile. E avrebbe forse evitato, se non una sconfitta, quell'ipnosi, quella schizofrenia e quelle lacerazioni cui un po' tutti siamo oggi preda.


Edificare oggi per domani
uno Stato dal volto umano

Editoriale, 23 aprile

 

Le ore che stiamo vivendo sono lunghe come secoli. Sentiamo che ogni nostra meditazione sulla drammatica vicenda dell'on. Moro riveste in questo momento un significato che risale a molto lontano e si proietta su tutto il nostro avvenire. Non vi è soffio, non vi è atto, non vi è scelta che, pur avvenendo nello spazio di un attimo, non marchino oggi profondamente tutto quello che sta per accadere. Quando un Papa scrive di proprio pugno, rivolgendosi ai rapitori di Aldo Moro, “vi prego in ginocchio, liberate l'on. Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”, ci sentiamo tutti scossi da un fremito di rispetto reverenziale. Forse perché Moro è Moro, perché tutti lo conosciamo, perché abbiamo avuto l'occasione di apprezzarne la correttezza e l'onestà, egli assume in questo momento un valore emblematico. Questo valore è dovuto alla scelta terribile tra la vita e la morte di un uomo, quella scelta che anch'egli, nella sua ultima lettera, propone ai suoi amici, propone agl'italiani. Quella scelta segna il confine che avevamo creduto di avere superato per sempre dopo la fine della guerra, quando la Repubblica mise al bando la pena di morte. Non si uccide chi non la pensa come noi. Ma non si deve neppure lasciare uccidere chi la pensa come noi. E' una frontiera ideale che s'impone a chi ha fondato questo Stato, ne ha approvato la Costituzione, come a chi pretende di cambiarlo in meglio. Non si cambia mai nulla in meglio sopprimendo la vita di chi magari incarna ciò che vogliamo cambiare. Questa non è una scelta umanitaria. E' una precisa scelta ideologica che il movimento socialista fece fin dalla sua origine, fino dalla fondazione del partito, nel 1892. Il regicidio, il tirannicidio di qualunque specie, l'attentato terroristico non hanno mai fatto parte dell'ideologia socialista. Il socialismo non avanza a scatti, per l'azione di singoli individui o gruppi, ma attraverso la lenta, graduale e sicura avanzata delle masse. Per questo, quando apparve chiaramente che la vita di Aldo Moro era diventata il punto centrale di tutta la vicenda, ci siamo preoccupati di dichiarare, con piena assunzione di responsabilità, che per noi questo dovere dello Stato imponeva la ricerca di ogni via legale che potesse servire a preservarla: dall'appello diretto ai terroristi a riflettere anch'essi sul valore della vita umana, a qualunque iniziativa mediatrice potesse aprire uno spiraglio. Noi non abbiamo mai ipotizzato una trattativa diretta dello Stato o delle forze politiche con i rapitori. Non abbiamo mai ipotizzato la possibilità di uno scambio di prigionieri, che presumeva la liberazione di imputati in attesa di giudizio o di delinquenza condannati per reati comuni. Non abbiamo mai ipotizzato la violazione delle leggi della Repubblica in obbedienza al ricatto di una banda criminale. Ma non accettiamo che lo Stato che noi difendiamo s'irrigidisca con furore giacobino o staliniano in modo da impedire che qualunque iniziativa non pubblica, da qualunque parte non pubblica essa provenga, in cambio di condizioni che non violino la legalità repubblicana né compromettano l'autorità dello Stato, venga pregiudizialmente impedita o votata al fallimento. Si deve dare atto al partito socialista di avere sacrificato da lungo tempo anche il proprio interesse di parte per consentire il raggiungimento dell'unità nazionale e per difenderla contro tutti coloro che ieri, oggi, e ancora di più domani, hanno tentato, tentano o tenteranno di sostituirle una lotta fratricida tra le varie forze democratiche. Noi non facciamo parte di nessun partito della trattativa. Ma potremmo facilmente osservare che buona parte dei falchi sono tra i più feroci avversari dell'unità nazionale. Se non ci movesse la ragione di principio della salvezza di una vita umana, ci muoverebbe la ragione di Stato, la ragione politica che, difendendo la vita di Moro, l'unità nazionale si può ricostruire e preservare, subendone passivamente la morte, quello Stato dal volto umano che vogliamo unitariamente edificare minaccerebbe di scomparire per molto tempo.


Difficile non impossibile
Bettino Craxi, 4 maggio

 

Continuano ad apparire sulla stampa notizie e riferimenti inesatti in relazione alle posizioni assunte dal PSI di fronte al rapimento dell'on. Moro ed alle possibili vie di soluzione. E' necessario perciò tornare a sottolineare come esse si siano sin dall'inizio sviluppate in coerenza con i principi della nostra tradizione e con il nostro senso democratico dello Stato. La risoluzione adottata dalla Direzione del Partito il 21 aprile 1978 era sotto questo profilo un documento chiaro, impegnato e privo di doppi sensi. In tale risoluzione possono essere ritrovati infatti tutti gli elementi di principio e di metodo che hanno ispirato ed ispirano la condotta dei socialisti. In essa si escludeva ogni “cedimento al ricatto” ma anche “ogni sorta di immobilismo pregiudiziale ed assoluto”, ogni rifiuto “persino alla ricerca di ogni ragionevole e legittima possibilità”. La risoluzione socialista affermava che “possono esistere altre vie che, in forme diverse diversi Stati democratici non hanno esitato ad esplorare” e sollecitava in questo senso “la responsabilità di tutte le forze democratiche” confermando “la sua fiducia nello spirito di sacrificio e di fedeltà alle istituzioni che contraddistingue le forze dell'ordine”. Da questo ambito rigorosamente delimitato è derivata l'idea di una “iniziativa autonoma dello Stato” ispirata da finalità umanitarie, non suscettibile di provocare gravi lacerazioni nel tessuto della legalità e perseguita sulla base di scelte che siano tali da imporsi a chiunque conservi un minimo di ragione e di umanità. Esaminata, nella cornice della legittimità, una pluralità di ipotesi, la nostra attenzione si è concentrata sull'eventualità di un atto di clemenza che non potrebbe essere rivolto a chi, direttamente o indirettamente, si sia macchiato di delitti di sangue. Indicata in linea di principio e di metodo la via di una iniziativa umanitaria, il PSI si è limitato sino ad oggi a formulare consigli quando espressamente richiesti spettando in primo luogo alla DC il compito e la responsabilità d'iniziative che essa ha già assunto e intende ancora assumere. Questa condotta di riservatezza e di rispetto non ha eliminato la esigenza della massima concretezza. La concretezza deve potersi ricavare dai dati della realtà. Uno di questi, significativo, è parso ricavabile dall'ultima lettera dell'on. Moro nella quale si legge un riferimento ad “altra persona” che dovrebbe riacquistare la libertà mentre l'innocente potrebbe avere salva la vita. Hanno un senso queste due parole “altra persona”? Non lo sappiamo. In ogni caso l'atto di clemenza è una via praticabile che va approfondita ed eventualmente regolata con la possibile e ricercata soluzione del caso. Se si dimostrasse una via illusoria, e speriamo che così non sia, solo un animo malvagio potrebbe imputare allo Stato di aver tentato, sino all'ultimo e con ogni mezzo consentito, di salvare la vita di un suo cittadino così come imperativamente prescrive un principio fondamentale della Costituzione. Le polemiche di questi giorni, pregiudiziali, astiose e forsennate non hanno risparmiato nulla di ciò che abbiamo letto o fatto o solo pensato. E' il caso del problema delle carceri speciali. Così come ci hanno accusato di volere la rovina dello Stato, il nostro interessamento al problema delle carceri speciali ci è costata l'accusa di voler tornare al regime delle “evasioni facili” che precedette la loro istituzione. La verità è che il nostro interessamento preesisteva al caso Moro ed era mosso da ragioni giuridiche ed umanitarie proprie. L'affermazione dei brigatisti secondo cui queste ultime sarebbero assimilabili a “lager” è semplicemente grottesca. Tuttavia, l'esistenza di discriminazioni verso i detenuti nelle carceri più sicure è un fatto incontestabile, un fatto che ha sollecitato severe denunce da parte dei magistrati di sorveglianza (l'ultima, a carattere collettivo è stata presentata al Consiglio superiore della Magistratura il 14 aprile), allarme nella pubblica opinione più avvertita e l'interessamento di Amnesty International. Correggere talune storture senza ridurre la vigilanza esterna, che ha dato buona prova, è dunque doveroso e rappresenta un obbligo di legge. La legge di riforma non consente infatti, trattamenti differenziati e fa riferimento a una concezione sempre umana del carcere su cui talune prassi possono incidere negativamente. In ogni caso lo Stato ha il dovere di muoversi in questa direzione applicando scrupolosamente le sue leggi. Un confronto più diretto della nostra iniziativa con le opinioni di altre forze politiche ha fatto emergere ieri elementi che giudichiamo in modo positivo. Noi appoggiamo l'iniziativa che la DC ha avviato. Ciò che importa è che ogni iniziativa, oltre che legittima, si muova nella giusta direzione e risulti efficace. Siamo tornati ad assicurare il nostro appoggio al Governo che deve essere consapevole di avere una altissima responsabilità. Non è da noi che in questi giorni sono venute minacce di crisi. Abbiamo vivamente apprezzato le posizioni assunte dal Presidente del PSDI Giuseppe Saragat coincidenti con le nostre e quelle del Segretario Romita che si muovono nella stessa direzione. Ci sforziamo di comprendere meglio la posizione attuale del PCI. Apprezziamo la pacatezza di una nota repubblicana di oggi, comprendiamo alcune preoccupazioni, ma non possiamo accogliere l'invito a desistere. Anche quando questo è sembrato un peccato mortale noi non abbiamo perso la speranza che continuiamo a tenere viva anche se tutto è così difficile e così assurdo come ci ha scritto l'onorevole Moro che speriamo possa leggere di questa viva e diffusa speranza.


L'ora della verità
Virginio Levi, 7 aprile

 

Le due lettere di pugno dell'on. Aldo Moro, che sono state rese di pubblica ragione, rivelano, a prescindere da ogni altra considerazione, il penosissimo stato di un'intelligenza messa in vincoli e privata della sua libertà da una forza coercitiva. L'uomo è costretto a dire cose che non pensa; o pensare cose che senza la violenta pressione di un carcere e di un processo arbitrario non avrebbe mai ospitato nel suo spirito. L'angoscia della solitudine, il martellamento psicologico, le minacce, e, Dio non voglia, ancor più pesanti condizionamenti, hanno prodotto, per il momento, e per quanto l'opinione pubblica ne ha potuto conoscere, due documenti che testimoniano di un atteggiamento di spirito assai lontano da quello consueto dello statista. Si ripete nell'on. Moro quello che in anni passati, con sgomento, il mondo ha dovuto osservare in grandissimi spiriti della vita politica o religiosa, sottoposti a processi inumani e costretti a ignominiose e false confessioni. La coscienza civile si rivolta contro questo trattamento, inaccettabile sempre, ma tanto più turpe nelle circostanze concrete: inflitto a un uomo che ha sempre operato per la libertà di tutti come supremo obiettivo della sua azione politica, col pretesto di giudicare un partito che della libertà ha fatto la sua bandiera, in un Paese che pur con tutti i suoi problemi è tra i più liberi e garantisti del mondo. Le forze oscure della decomposizione sociale hanno così indotto l'intera nazione a prendere coscienza dei pericoli che la sovrastano; l'hanno portata a riflettere con maggiore adeguatezza alla gravità di fatti violenti che si sono moltiplicati nell'ultimo decennio e che si pensava di poter considerare sporadici e tra loro indipendenti; la spingono ad armarsi moralmente in unione di forze e con comportamenti coraggiosi per fronteggiare l'oscuro avversario da cui non sembra si possa sperare una resa o un arretramento, almeno a breve scadenza. Agguerrirsi moralmente diventa così l'imperativo più urgente di quest'ora drammatica, per la difesa di quel patrimonio comune di principi e di comportamenti che trova il popolo italiano convergente e solidale, al di là di ogni divisione ideologica e politica. In questo, una parte determinante spetta agli intellettuali, a tutti gli uomini della cultura. Abbiamo l'impressione che la scossa degli avvenimenti abbia indotto non pochi a ripensamenti salutari. La cultura italiana non si può dire che abbia saputo profittare in positivo, negli ultimi decenni, delle favorevoli condizioni di libertà di cui ha goduto il Paese. Ne sarebbe dovuta nascere una circolazione di idee, di interscambio, un'osmosi, un confronto libero e rispettoso, un dibattito costruttivo e aperto ad ogni contributo, un'armonia, se si vuole, dei contrari, ma destinata a tradursi in pane di verità per il popolo, soprattutto per i giovani. Abbiamo invece assistito da una parte alla formazione dei coaguli di conformismo, spesso spregiudicato, talvolta critico fino all'eversione, comunque arroccato nell'eldorado delle “riserve” ben coperte e protette di un ideologismo di maniera e dall'altra a un'emarginazione quando non era una “ghettizzazione” di chi si rifiutasse di seguire la moda. La cultura, che dovrebbe essere almeno elemento di convergenza del pluralismo, è diventata elemento di divisione e di allontanamento, di egemonia di una parte e di spregio dell'altra, senza accorgersi che in tal modo essa si alienava dal tessuto connettivo della società nazionale, abbandonando ai succedanei della cosiddetta cultura di massa, limitata agli aspetti più accessibili e spesso manipolatori dei mass media. La cultura di un popolo non può prescindere dai maestri di pensiero, né può limitarsi ad attingere ad alcuni di essi, specialmente quando questi pochi rappresentano sempre o prevalentemente una sola parte. Né i maestri di pensiero possono esaurire la loro funzione sociale nelle diatribe che li contrappongono, conducendo tra loro dialoghi da iniziati al di sopra delle teste dei loro naturali fruitori. Di fronte agli avvenimenti drammatici ai quali assistiamo, che potrebbero anche rappresentare soltanto un inizio di quanto ci attende, è giunta l'ora della verità e delle responsabilità. Chi controlla i canali dell'informazione e della cultura ha il dovere morale di aprirli al più ampio dibattito, perché anche le voci che si rifanno a radici più lontane e pensiamo più solide di quelle assurte alla moda del momento, possano farsi ascoltare da chi sente l'urgenza di verità non provvisorie e fallaci. E gli stessi uomini di cultura non possono omettere quella verifica del loro pensiero e della loro azione che, nel controluce dei fatti nuovi, punto di arrivo di tanti discorsi vecchi e punto di partenza per nuovi discorsi, possono caricarsi di critiche salutari e di stimoli insperati. A questo proposito va considerata anche la nuova domanda religiosa che si va manifestando ogni giorno più, dopo l'ubriacatura venata di scetticismo indotta dal precario e illusorio benessere degli anni passati. La domanda, che si manifesta un po' dovunque, acquista particolare significato soprattutto nei giovani, stanchi forse di sociologismo e di permissività, nel momento in cui avvertono che la loro vitalità, le loro possenti energie non possono essere bruciate soltanto nel contingente. Chi qualifica il richiamo a Dio come una scelta della non-ragione perde un'occasione unica per comprendere ciò che si muove nel profondo dello spirito umano, sotto lo stimolo della delusione e del dolore. Chi intende dimostrare - come ha scritto ieri Testori - che “là dove l'uomo ricerca Dio e a Dio intende sottomettere (e non già dimettere) la propria ragione, regnano soltanto reazione e regressione”, segue un suo proprio giudizio preconcetto, perdendo di vista la realtà autentica dell'uomo e della società, anche se per avventura fosse un professionista dell'analisi sociale. Ma forse siamo veramente a una svolta, una svolta nonostante tutto salutare. “A chi ha sofferto tocca in sorte il comprendere”, ha lasciato scritto Eschilo in una sua tragedia. E non è chi non veda come oggi si soffra tutti, là dove sopravvive un filo di coscienza sociale e di consapevolezza della gravità dell'ora.


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