FISICA/MENTE

ARTICOLI DI VARI GIORNALI ALL'EPOCA DEL SEQUESTRO ED ASSASSINIO MORO

PARTE 1

Repubblica

E' il momento dell'unità per salvare la democrazia
Editoriale, la Repubblica 16 marzo

 

Il paese è stordito come sotto a una mazzata. Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse nonostante le misure di sicurezza che proteggevano la sua persona, la sua scorta massacrata, i rapitori introvabili. I rapitori di Moro hanno chiesto, com'era prevedibile, lo scambio dei prigionieri. Ciò significa che il governo, la Democrazia cristiana, la classe politica e tutto il paese si trovano di fronte al momento più drammatico della nostra storia nazionale. Giorni assai gravi si preparano per tutti, per superare i quali sia gli individui che l'intera comunità devono essere all'altezza della prova che ci attende. E' una prova nella quale i sentimenti di umana pietà dovranno essere uniti e guidati dal senso dello Stato e dai terribili sacrifici che talvolta esso impone. Evidentemente le Br ormai mirano alto: non solo tecnicamente - e lo dimostrano con la dovizia di uomini e di mezzi che sono in grado di mettere in campo - ma politicamente. Se hanno rapito Moro, si propongono un finale spettacolare, un salto di qualità nella strategia del terrore quale finora, nonostante il continuo crescere della tensione, non s'era ancora verificato a questo livello. Non è certamente un caso che il rapimento di Moro sia avvenuto proprio mentre il presidente della Dc si recava in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia al nuovo governo, che avrebbe sancito l'entrata del Pci nella maggioranza. Quali che siano le opinioni in proposito, è chiarissimo che la coincidenza non è casuale; è chiarissimo che l'attacco dei terroristi non ha soltanto l'obiettivo di "disarticolare" - come essi dicono - le strutture dello Stato, di colpire i partiti e il Parlamento, di sbalordire e atterrire la pubblica opinione. Il fine principale della loro truce strategia è di colpire tutti i lavoratori italiani e le organizzazioni che li rappresentano, che essi considerano traditori e nemici. I lavoratori hanno immediatamente risposto con la proclamazione dello sciopero generale: ecco la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che la linea principale dello scontro passa tra il terrorismo e il movimento popolare. Mentre scriviamo si parla di attribuire al governo poteri eccezionali. Nella concitazione del primo momento si sente anche di suggerire il ripristino, per questo genere di reati, della pena di morte. Sono proposte gravi, che non risolverebbero l'urto con un nemico sempre più inafferrabile; ma è certo che, pur nel rispetto sostanziale delle garanzie costituzionali, occorre accelerare le procedure giudiziarie e impedire che i processi diventino l'occasione di un truce e sanguinoso spettacolo. Il governo dispone ora di una maggioranza ampia e democratica: ciò che in altre occasioni e con diverse formule politiche avrebbe suscitato perplessità e resistenza, oggi può chiederlo ed ottenerlo. Gli italiani si attendono che esso dimostri di essere all'altezza del gravissimo compito che lo attende.


Queste ore tristissime
Editoriale, la Repubblica 18 marzo

 

Quarantotto angosciose e tristissime ore sono passate dal massacro di Monte Mario e dal rapimento di Aldo Moro, durante le quali l'analisi delle conseguenze politiche di quel fatto ha ceduto il campo all'emozione, agli appelli alla concordia nazionale, alla necessità di una ferma reazione nei confronti degli eversori d'ogni risma, calibro e specie. Ma la politica, dopo un sia pur breve intervallo, spunta di nuovo e chiede il suo spazio. E spunta sotto la forma di almeno quattro questioni, che sarebbe difficile elencare in ordine d'importanza, tanto sono concatenate l'una all'altra e tutte di eguale peso sulla nostra situazione attuale. Le quattro questioni sono: 1) La nuova maggioranza parlamentare dopo il trauma del rapimento di Aldo Moro. 2) Le eventuali misure eccezionali di ordine pubblico che il governo dovrebbe prendere. 3) La Dc senza la guida del suo leader. 4) La risposta del governo all'eventuale richiesta d'uno scambio di prigionieri da parte delle Br. La nuova maggioranza. In realtà essa è nata soltanto pochi minuti dopo che si era diffusa la notizia dell'agguato. Fino a quel momento si era trattato di un accordo di vertice, raggiunto con procedure e contenuti assai discutibili e discussi. In seno alla Dc le opposizioni erano tutt'altro che placate ed alcuni parlamentari di quel partito erano fermamente decisi a rompere la disciplina nel voto di fiducia. Ma anche dentro al Pci gli umori, dopo lo "sgorbio" della lista ministeriale, erano tutt'altro che lieti, tant'è che la direzione del partito allargata ai direttivi dei gruppi parlamentari era stata convocata per le due del pomeriggio, subito dopo il discorso del presidente del consiglio e non era affatto garantito che la fiducia sarebbe stata concessa. Questo era lo stato dei fatti fino alle nove del mattino di giovedì. Alla base poi gli umori erano ancor più contrastanti e i dissensi più vivi. La notizia dell'agguato a Moro ha spazzato via d'un colpo le perplessità ed ha unito le forze politiche, al vertice e alla base, ancora una volta. Era uno spettacolo assai insolito vedere giovedì pomeriggio, nell'immensa piazza di San Giovanni in Laterano, a Roma, un mare di bandiere rosse e un mare di bandiere bianche democristiane sventolare insieme. Questi accostamenti non sono mai soltanto scenici, prova ne sia che fino a quel giorno una scenografia di quel genere non l'avevamo mai vista. In sostanza: la nuova maggioranza esce rafforzata dal terribile episodio e col proposito di lavorare a fondo, sul serio, con uno stile nuovo. Il perché è evidente: se così non avvenisse, la nuova maggioranza e tutta la classe politica sanno di essere condannate e, insieme con loro, la democrazia in Italia. Seconda questione: le misure eccezionali. Tutti sono persuasi che l'apparato di prevenzione e di repressione del terrorismo debba essere radicalmente riorganizzato. E tutti sono altrettanto convinti che le norme processuali che regolano questo tipo di giudizi debbano essere riviste affinché non lascino appigli pretestuosi all'ostruzionismo di chi del processo vuole servirsi come di una macchina contro lo Stato. Ma a questo punto, l'unanimità dei consensi s'interrompe e le opinioni si divaricano tra coloro che invocano misure eccezionali e innovative delle garanzie costituzionali e coloro che a tali misure sono decisamente contrari. Noi siamo tra quelli che riterrebbero estremamente pericoloso imboccare la via delle misure eccezionali, che nessun concreto risultato possono produrre nella lotta contro nemici clandestini e inafferrabili, rischiando invece di far "imbarbarire" le istituzioni, che è per l'appunto uno degli obiettivi su cui puntano i terroristi. Su questa stessa posizione abbiamo il conforto di veder schierati tutti i partiti di sinistra, la maggior parte della Dc e il governo al completo. Terza questione: lo stato della Democrazia cristiana senza Moro. Gli italiani, senza distinzione di classe e di opinioni, si augurano che Moro sia presto liberato e torni alle sue incombenze politiche. Ma nessuno si nasconde che l'assenza potrebbe essere lunga e molti temono il peggio. All'interno della Dc, in questo momento, c'è un solo uomo che possa sostituire Moro nella sua funzione di raccordo, di moderazione e al tempo stesso di stimolo, ed è Andreotti. Ma Andreotti è debole nel partito. Se Moro dovesse mancare a lungo, le forze centrifughe nella Dc rischierebbero d'accrescersi, con danno non soltanto di quel partito, ma per tutto il paese. Il vero punto nero della situazione politica attuale è soprattutto questo. Infine il problema dei prigionieri. Ieri ne abbiamo appena accennato. Non era ancora un problema attuale, si ignorava addirittura se Moro fosse vivo, non sembrava il caso di introdurre prematuramente nel dibattito un tema così crudele. Oggi però cominciano ad arrivare messaggi più attendibili dai rapitori. E' dunque venuto il momento di parlare con chiarezza su una questione così umana e così politica al tempo stesso, affinché su di essa non si creino dolorose lacerazioni. Lo scambio dei prigionieri non soltanto è impossibile, ma è addirittura improponibile. Le ragioni sono molte. Ma, almeno per ora, sembra superfluo elencarle tutte. Ne basti una sola, che non è neppure di principio ma di fatto: lo Stato rifiutò lo scambio quando fu chiesto per il giudice Sossi. Non può usare per il presidente della Dc un trattamento diverso da quello che fu deciso per un semplice magistrato.


Una città divisa tra paura e reazione
e c'è chi è pronto a scendere in piazza

Giorgio Bocca, la Repubblica 22 marzo

 

TORINO, 21. - La paura si dice è una cattiva consigliera e la paura a Torino c'è: paura del terrorismo, ma anche di tutto ciò che al terrorismo può appendersi. La sera del rapimento di Moro, quartieri "fuorilegge" come la Falchera e le Vallette, si sono messi da soli in stato di assedio, di coprifuoco, porte e persiane chiuse, per paura di tutto e di tutti, di quelli che rubano e di quelli che scappano, paura di un prossimo infido e violento. E poi le paure più sottili diffuse in tutti i ceti sociali: di un terrorismo che colpisce anche la povera gente come il maresciallo Berardi o il cittadino qualsiasi come i cronometristi e i capetti Fiat; e la paura di essere messi all'indice come simpatizzanti del terrorismo o come diversi. Risulta impossibile dire a quale tipo di paura si legano i quindici professori che hanno rifiutato di fare i giudici popolari; o la piccola borghesia poujadista che dice anche a chi non lo vuol sentire: "Io ho tirato giù le saracinesche per quei cinque disgraziati di poliziotti. Non certo per Moro". Ma c'è un segno della paura e del conformismo anche nella raccolta delle firme contro la violenza che va bene e benissimo negli uffici pubblici diretti dai comunisti e dai socialisti, Comune e Provincia municipalizzate e male, malissimo negli uffici privati. Chi dall'estrema sinistra dice che lo sciopero del 16 marzo è riuscito parzialmente mente per la faziosità politica: lo sciopero è stato impressionante, si sono vuotate anche le piccole fabbriche, a Mirafiori, anche senza i picchetti sindacali, sarebbero entrati per il secondo turno poche centinaia di operai. C'è stata senza dubbio una mobilitazione popolare e operaia crescente: fiacchissima per l'attentato a Casalegno, notevole per il maresciallo Berardi, forte per l'attentato di Roma. Ma il primo a sapere che "la necessità di un'unità sincera non è ancora acquisita fino in fondo" è il partito comunista che domenica ha riunito sindacalisti e dirigenti di sezione o di quartiere, per dirsi l'intera e non sempre piacevole verità. Chi sono i torinesi pronti a scendere in piazza o a impegnarsi sul luogo di lavoro contro il terrorismo? Otto su dieci sono comunisti. Quanti in percentuale? Se si giudica dalle manifestazioni e dalla loro risonanza si può dire che oggi, per grande approssimazione il trenta per cento dei torinesi attivi è pronto a partecipare. Pur che si tratti di una partecipazione di massa corale unitaria. Il giorno in cui alla porta numero sette di Mirafiori si sono presentati i partigiani comunisti Comollo e Nicola con uno dei democristiani feriti, il consigliere Poddu, su duemila operai usciti i firmatari dell'appello sono stati 150. Pochi o molti? Chi conosce le cifre vere dei periodi di rischio e di paura può dire tranquillamente molti, quanti bastano a mobilitare, nelle ore decisive, il trenta per cento pronto a muoversi. Nessuno dunque si stupisca o si scandalizzi quando si dice che l'area grigia torinese, nelle fabbriche e negli uffici, copre almeno il sessanta per cento dei cittadini attivi, cioè di coloro di cui si possano osservare sui luoghi di lavoro gli atteggiamenti. Resta un dieci per cento che sta di fronte al terrorismo in una posizione ambigua e favorevole. Quanti sono i simpatizzanti attivi del terrorismo? Quelli che mettono i volantini alla Fiat Mirafiori, alla Olivetti, alla Singer o che osano distribuirli a Orbassano, mentre parla il comunista Giuliano Ferrara? Meno dell'uno per cento: o giovanissimi o anziani. Perché questo è l'aspetto più impressionante, ma non il più sorprendente della vicenda. Sono ritornati i vecchi stalinisti e rivoluzionari, gente sui sessant'anni che non ha mai rinunciato dentro di sé all'idea di una resa di conti rivoluzionari; tanto avanti negli anni da non poter più attendere i tempi lunghi di Berlinguer, posto che ci abbia mai creduto. Nel partito comunista si conoscono i loro nomi e si sa che possono ancora contare, incidere sull'antica avversione di classe verso i democristiani: Torino, si è detto nella riunione di Domenica, è pur sempre la città dove il vecchio tipo della gestione politica ha lasciato più tracce nella Dc. Altri hanno parlato di "persistente economicismo" per dire che c'è una fascia operaia che risponde alle richieste di impegno politico con frasi come: "Sì, ma la busta paga è sempre più leggera" "chi mi taglia il salario è il padrone". E addirittura: "Le Br? Non sono d'accordo. Ma da quando hanno sparato a Osella e Camaioni, alle Presse non tagliano più i tetti". C'è anche il partito della pena di morte. Interclassista e con adesioni dichiarate più nei ceti operaio-popolari che nella borghesia che in questi anni di trasformismo ha imparato a tacere i suoi veri e intimi sentimenti e a darsi una vernice di garantismo liberale. Lo si è visto anche tra gli avvocati: parecchi, notoriamente legati ai ceti dominanti, notoriamente di destra, hanno aderito alle eccezioni della Guidetti Serra. Ci sono anche segnali ambigui che bisogna decifrare: certi insegnanti e certi dirigenti Fiat si sono rifiutati di firmare l'appello della regione contro la violenza non da sinistra ma da destra, in odio ai sindacati, ai loro occhi per troppo tempo molli e conniventi con il terrorismo. Come nell'area dei cosiddetti simpatizzanti, ci sono anche quelli che senza avere alcunché in comune di politico con le Brigate rosse, delegano ad esse le loro vendette, contro il maresciallo di polizia che ti ha arrestato, o contro il dirigente intermedio di fabbrica che ti ha multato. Miserie della vita, ma la vita è fatta anche di esse.


Quella tragica foto di Moro
Alberto Stabile, la Repubblica 23 marzo

 

PALERMO, 22 - Del suo silenzio dopo il rapimento di Aldo Moro s'è detto che "fa rumore" e ne è nata una polemica. Chiediamo a Leonardo Sciascia di darcene l'interpretazione autentica. "Innanzitutto questo mio silenzio durava da un po'. Io ho scritto il Contesto e ho scritto Todo Modo. Quando mi sono presentato candidato al consiglio comunale nella lista del partito comunista ho detto che non mi sarei rimangiato una virgola del Contesto. Oggi posso dire che non mi rimangio nemmeno una virgola di Todo Modo. Come uomo, come cittadino, di fronte al caso di Moro sento lo sgomento e la pena di una qualsiasi persona che abbia sentimento e ragione. Ma, come autore di Todo Modo, rivedo nella realtà come una specie di proiezione delle cose immaginate. Questo mi ha fatto da remora nell'intervenire, come scrittore, anche per un senso di preoccupazione e di smarrimento nel vedere le cose immaginate "verificarsi" Vogliamo ricordare ai lettori l'idea centrale del romanzo? "La distruzione, anzi l'autodistruzione della Dc". E la realtà di oggi combacia con questa idea? "Pienamente, secondo me. Ma una cosa è giudicare un partito, una classe di potere, nell'astrattezza dell'immaginazione e della storia; un'altra cosa è trovarsi di fronte all'immagine di Moro prigioniero dei Brigatisti". Cosa ha pensato guardando quella foto? "Ho pensato ad un uomo che subisce violenza da altri uomini. Ho pensato che per processare un uomo di potere hanno ammazzato cinque persone senza processo. Tutto questo è atroce. La violenza posso contemplarla astrattamente, ma non vederla nella realtà. Come scrittore, potrei rallegrarmi di aver scritto Todo Modo, come uomo, in questo momento, non me ne rallegro". Qual è la sua chiave di lettura degli avvenimenti attuali? "Le Brigate rosse possono essere una monade senza finestre, di violenza e di follia ideologica, ma possono anche avere porte e finestre. Se le hanno, il problema è di vedere con chi comunicano. Cioè è da porsi la domanda che gli italiani si facevano qualche anno fa e che ora, purtroppo, non si fanno più: a chi giova?" Appunto, a chi giova? "Non ho una risposta precisa da dare, però la domanda me la pongo, e me la pongo in questi giorni febbrilmente perché vorrei sapere di che morte si deve morire". I Brigatisti sembrano aver definitivamente imboccato la strada della violenza, la più sfrenata. Perché, secondo lei? "Si può capire che ci siano tra i giovani specialmente, delle persone che vivono follemente l'ideologia rivoluzionaria e che non vedano altra possibilità che la violenza per rompere il contesto. Un contesto opprimente soprattutto per i giovani, che non so quale prospettiva possano scorgere in questa società". Mi pare di capire che lei sia poco propenso a vedere nell'operato dei terroristi il frutto di trame ordite da potenze straniere. "Per quanto riguarda gli esecutori, si tratta proprio di gente che crede follemente in quello che fa. Ma mi pare indubbio che dietro di loro ci siano dei manovratori di molta esperienza, le cui intenzioni sono molto diverse dalle illusioni che nutrono questi esecutori. Basta porsi il problema nei suoi termini militari. Un gruppo di dodici persone che esegue un'operazione come quella di rapire Moro presuppone un'organizzazione molto grossa, almeno dieci volte tanto". Ci sono gli esecutori e i cervelli. Qual è il disegno. "Secondo me tutto sta in un fatto: che Tito non può campare eternamente. Qui si sta preparando il dopo Tito". Ma, al di là della vicenda di Tito, c'è da parte di qualcuno un preciso interesse di destabilizzare la situazione politica italiana di adesso? "Prima del rapimento di Moro si doveva fare una certa analisi. Ora se ne deve fare un'altra. Ma non è facile, perché tutto quello che accade sembra casuale: una serie di avvenimenti che trovano concatenazione quasi per caso". Eppure, da molte parti è stato ampiamente previsto quel che sarebbe accaduto oggi. "Abbiamo visto tutti, più o meno, che sarebbe finita male. Ma male come? Questo non lo ha previsto nessuno". E allora che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto perché questo male non si compisse? "Quel che bisognava fare era che questa classe di potere trovasse la forza di farsi il processo da sé". Ciò contraddice la natura stessa del potere che tende sempre a conservarsi... "Tutt'altro. Questo di farsi il processo sarebbe stato per il potere l'unico modo di conservarsi. Se accanto a quello alle Br si fosse celebrato, ma con chiarezza, il processo su uno dei tanti scandali... Credo che in quel caso gli italiani avrebbero trovato un senso nell'andare a fare i giurati, nel riconoscersi nello Stato che processa i brigatisti". Dunque i motivi per non andarci restano, per lei, tali e quali a quelli che ha espresso in passato? "L'ho detto allora e lo stesso penso adesso: ci sarei andato per un dovere verso me stesso (se non fosse, scrissi, per il dovere di non aver paura, non ci andrei) non verso lo Stato. Capisco benissimo la Aglietta, che ci va non per un dovere di difendere lo Stato, ma per un dovere verso se stessa, verso le persone che stima e da cui è stimata". Ma che i giuristi si siano infine trovati è un fatto importante. "A Torino è accaduto questo: che la gente va a fare il giurato per un dovere verso il Partito comunista, non verso lo Stato. Ora, se il Pci si è sostituito allo Stato, va benissimo, però ci vuole un ultimo omaggio alla democrazia e bisogna che gli italiani lo dicano con il voto". Dunque lei continua a non riconoscersi in questo Stato? "Mi riconosco in molte persone, specialmente in molta gente che milita nel Pci. Ma non nei partiti e neanche nella nuova sinistra. Mi trovo in quella situazione che Moravia ha descritto di "estraneità che non è indifferenza". Forse la soluzione sta nella capacità di ognuno di noi di pensare, di valutare i fatti e di avere coraggio".


Non era questo il processo voluto da Pasolini
Giorgio Galli, la Repubblica 28 marzo

 

E' già stato rilevato che il secondo messaggio delle Brigate rosse, riecheggia alcuni temi che sono stati propri dell'estrema sinistra italiana, dallo stalinismo degli anni '50 alle formulazioni del '68. Si può aggiungere che l'iniziativa specifica del cosiddetto "processo" al massimo leader della Dc riprende un argomento che era stato dell'ultimo Pasolini. Questi non era congeniale al Pci stalinista (che lo aveva espulso) e aveva criticato il movimento del '68, da lui ritenuto piccolo borghese, solidarizzando, in una famosa poesia, coi poliziotti figli di contadini che fronteggiavano le manifestazioni studentesche. Eppure nel '75 Pasolini immaginava la catarsi e il rinnovamento della vita politica italiana attraverso un processo da intentarsi alla Dc quale responsabile della degradazione della società. Dopo il 15 giugno '75 Pasolini immaginava come pubblico accusatore ideale di questo processo il Pci, da egli ritenuto unico elemento di onestà in mezzo alla corruzione, unico fattore aggregante in una collettività in disgregazione. E' noto che il Pci respingeva drasticamente questa impostazione, perché impegnato nella sua linea politica di possibile collaborazione con una Dc rinnovata. Collaborazione della quale l'accesso comunista all'area di governo avrebbe dovuto costituire il primo atto significativo. Se collochiamo al giusto posto questi elementi del quadro, riusciamo a capire da quali precedenti e in quale momento acquista significato la tragica svolta della vita politica italiana che porta la data 16 marzo. Da un lato la lunga assenza di ricambio al governo ha impedito lo svilupparsi nella nostra società di elementi di cultura liberal-democratica in grado di rendere diffusa la convinzione che l'Italia potesse trasformarsi senza traumi e senza catarsi. Dall'altro lato l'ingresso del Pci nell'area di governo avviene con un ritardo ed in condizioni tali che la sfida delle Brigate rosse deriva la sua maggiore pericolosità da una situazione estremamente deteriorata. Se nella sinistra italiana è rimasta, minoritaria ma tenace, la convinzione che la Dc non fosse un partito da sostituire al governo ma un regime da abbattere con la violenza e da processare, è perché la sua identificazione con tutto il potere per un terzo di secolo in un paese di lunga tradizione cattolica ne ha fatto un caso unico in Occidente. Quando dopo il 20 giugno si è constatato che neppure una sinistra con il 47 per cento dei voti riusciva a indurre una Dc con il 39 per cento a concordare un ragionevole governo di coalizione, la convinzione della inamovibilità della Dc dal potere si è ulteriormente consolidata. Non è una giustificazione, ma un'amara constatazione il fatto che la lotta armata si sia intensificata dopo il 20 giugno '76. Pur tuttavia si era giunti a metà marzo all'accettazione del Pci nella maggioranza parlamentare. Ma di un governo la cui inadeguata composizione è stata rilevata anche da Luigi Granelli nell'intervista qui pubblicata pochi giorni fa dopo il rapimento di Moro. E' comunque al momento di ingresso del Pci nella maggioranza che le brigate rosse hanno lanciato alla sinistra una sfida che il loro ultimo messaggio contiene nei suoi termini essenziali. A mio giudizio la sfida è questa: il Pci entra nell'area di governo con tanto ritardo e in una situazione tanto deteriorata, che non riuscirà ad impedire l'ulteriore degradazione delle istituzioni. E attraverso questa disgregazione, si amplierà lo spazio per una lotta armata che riprenda alcuni temi e alcuni motivi della trentennale lotta della sinistra e soprattutto del Pci. Se questo è il terreno della sfida, a me pare che la risposta valida sia la dimostrazione da parte della sinistra che l'Italia è ancora una democrazia rappresentativa suscettibile di migliorare e non uno Stato che oscilla tra l'evidente decozione e la tentazione repressiva. Quando il Pci sostiene oggi che la nostra democrazia rappresentativa è aperta a tutte le innovazioni; quando afferma che oggi il terrorismo mira soprattutto a impedire un processo di evoluzione democratica con il Pci come protagonista, sviluppa un'analisi che ha una sua coerenza teorica, ma che richiede ancora una concreta dimostrazione politica. Cioè che l'evoluzione democratica sia possibile, che la Costituzione del 1948 possa essere applicata per intero. Ritengo anch'io che la sinistra possa ancora essere protagonista di una svolta democratica nel quadro della Costituzione. Ma occorre darne la dimostrazione a partire da subito: l'opinione pubblica e i militanti progressisti hanno subìto troppe delusioni, perché possano oggi credere sulla parola ai dirigenti del Pci e del Psi. Darne la dimostrazione subito significa non accartocciarsi sulla tematica proposta dalla lotta armata. Traggo due esempi da "La Repubblica" del 25 marzo: "Il processo Lockeed sarà rinviato", si informa a pagina 7. E a pagina 6 uno dei nostri migliori economisti, Claudio Napoleoni, eletto deputato nelle liste del Pci, scrive che le attuali deliberazioni del governo in materia di politica industriale vanno "al di là di ogni previsione, anche la peggiore, sull'inadeguatezza della legge 675 ai fini della formazione di una politica industriale dotata di senso". Ebbene: a me pare evidente che tutta la sinistra che rifiuta la lotta armata si attende dall'ingresso del Pci e del Psi nella maggioranza che si restauri lo Stato di diritto anche nei confronti dei potenti del sistema e che si ponga mano a una politica industriale dotata di senso, sostituendo immediatamente tutti i dirigenti delle imprese pubbliche responsabili del dissenso attuale. Senza segni evidenti di cambiamento, non c'è predica di politici o di intellettuali che possa rinvigorire le nostre istituzioni democratiche. E se agli intellettuali si possono chiedere analisi che siano per quanto possibile valide, tocca ai politici prendere decisioni che siano per quanto possibile risposte alle attese. Questa sembra a me la risposta adeguata alla sfida del 16 marzo.


Come risponde il Pci al comunicato delle Br
Intervista con Emanuele Macaluso la Repubblica 28 marzo

 

ROMA - Senatore Macaluso, lei fa parte della direzione del Pci. E' d'accordo con la definizione che da molti è stata data del messaggio numero due dei brigatisti, e cioè che si tratta di un'accozzaglia di argomenti più o meno deliranti? “Non c'è dubbio che questo documento, a parte il delirio, in effetti usi argomenti fra i più contraddittori. Da un canto esalta il terrorismo e la violenza, dall'altro lamenta l'esautoramento del Parlamento da parte dei partiti: sostiene un presunto internazionalismo proletario attraverso l'unità di tutte le centrali terroristiche ma anche mescola insieme i guerriglieri dell'America Latina e i cattolici nazionalisti dell'Ira; e potremmo continuare”. Una parte dell'opinione pubblica sostiene che certe argomentazioni politiche dei brigatisti coincidono in larga misura con quelle che, fino a non molto tempo fa, esprimeva la sinistra storica. “La differenza non sta solo nel fatto che noi abbiamo sempre combattuto il terrorismo e la violenza; ma anche nel fatto che abbiamo considerato essenziale la costruzione di un partito di massa con larghe radici e partecipazioni della classe operaia, e abbiamo lavorato per un sistema di alleanze sociali e politiche tali da rendere possibile una lotta democratica e socialista. Essenziale è stato, per un rapporto reale, non verbale, con la classe operaia, le masse lavoratrici e il popolo. Quindi, le argomentazioni politiche dei brigatisti non coincidono con quelle che sono state le nostre, appunto per questa profonda differenza di base sociale a cui richiamarsi e di strategia di avanzata al socialismo da proporre”. I brigatisti accusano Moro di aver fatto parte di un governo che venne sostenuto da voti fascisti: di essere stato segretario della Dc quando venne varato il governo Tambroni; di aver promosso il centrosinistra per dividere le forze popolari; di aver frapposto i famosi “omissis” quando si cercò di far luce sul caso Sifar-De Lorenzo. Queste accuse le mossero a suo tempo anche i comunisti e gran parte della sinistra italiana. “Anche qui c'è una differenza sostanziale. In effetti noi abbiamo criticato, spesso duramente, l'on. Moro, come dirigente della Dc, per le scelte fatte negli anni trascorsi; ma lo abbiamo fatto non per distruggere la Dc, e tanto meno per attaccarla col terrorismo e con la violenza, ma per far maturare nel suo interno contraddizioni, possibili per il carattere di questo partito; tali da spingerlo verso una collaborazione con la sinistra e quindi anche con il partito comunista. In ogni momento della nostra battaglia nei confronti dei governi della Dc, e quindi anche nei confronti di quelli presieduti da Moro, insieme con la polemica abbiamo sempre avanzato proposte positive per una collaborazione. Ricordiamoci che Togliatti propose, negli anni '50, una nostra astensione di fronte a un “governo democristiano di pace” che, pur restando nel Patto atlantico, di fronte al pericolo allora grave di una guerra atomica, avesse avuto un'iniziativa positiva per la distensione”. Il comunicato numero due dimostrerebbe, secondo l' ”Unità”, che i brigatisti si sentono isolati, e ciò sarebbe avallato dal fatto che essi riprendono una serie di tematiche che furono, sia pure in modo diverso, patrimonio del Pci; ma si può anche pensare che invece i brigatisti ritengano che in questo momento vi sono vasti settori della sinistra convinti che la politica del Pci non abbia sbocchi e pronti quindi a seguire le suggestioni delle Brigate rosse. “Ha Già detto che le tematiche che furono patrimonio dei comunisti non hanno lo stesso segno di quelle sbandierate oggi dai brigatisti. Mi pare giusta l'opinione de L' “Unità”: si sentono isolati non solo perché ci sono state in questi giorni grandi manifestazioni operaie e popolari; ma anche perché negli stessi gruppi di giovani che dissentono dalla politica del Pci si è manifestato un netto rifiuto del terrorismo e della violenza. E' vero che gruppi di giovani sono convinti che la politica del Pci è sbagliata; ma la discussione che si è accesa in proposito mette e metterà sempre più in evidenza che oggi in Italia c'è solo un'alternativa: o vince la democrazia o, sulla sconfitta di questa, non può che venire un regime autoritario di destra che negherà le libertà politiche, sindacali e civili conquistate in questi anni. Una terza via non c'è. Il confronto, e anche lo scontro, sono contenuti che questa democrazia deve avere. Esso è aperto anche all'interno dei cinque partiti che hanno dato vita alla nuova maggioranza”. Ma molti giovani pensano che ci sia una “via rivoluzionaria”. “Non sottovaluto il fatto che ci siano oggi gruppi di giovani e di lavoratori che pensano ci sia una terza via; quella della conquista del potere attraverso l'insurrezione armata. Con essi occorre discutere con fermezza, ma apertamente. Anzitutto c'è da dire che le rivoluzioni - anche armate - non si preparano col terrorismo e non sono guidate dai terroristi; solo degli avventurieri o degli sprovveduti, inoltre, possono pensare che in un paese come l'Italia, nell'Europa occidentale e nel blocco della Nato, ipotesi di questo tipo siano minimamente credibili. La conclusione di una tale ipotesi non potrebbe che essere una feroce dittatura di destra, sostenuta da tutte le forze reazionarie nazionali e internazionali”. Ma un dibattito politico in proposito e questa stessa sua intervista, non rischiano di dare dignità politica ad un gruppo che anche voi comunisti definite di criminali? “Questo pericolo c'è. Ritengo però che nel momento in cui noi denunciamo - e dobbiamo farlo sempre di più - l'azione terroristica, sanguinaria e criminale delle Br, dobbiamo al tempo stesso condurre una battaglia politica , culturale, ideale, affinché le centrali terroristiche non possano giovarsi di consensi, tolleranze, o anche neutralità”. In sostanza, secondo lei, che cosa vogliono in realtà le Br? “Da piazza Fontana ad oggi il terrorismo, pur avendo matrici diverse, ha mirato sempre a destabilizzare la democrazia. Perciò ritengo che le Br trovino sostegno da parte di tutte quelle centrali nazionali e internazionali che dal '69 ad oggi si sono poste questo obiettivo. Negli anni '69-'70-'71 c'era un movimento eversivo fascista con agganci di massa e con un chiaro obiettivo: creare panico e disordine per chiedere, poi, ordine reazionario. Subito si stabilì una convergenza tra le diverse centrali fasciste, apparati statali e centri internazionali: si ricordino gli aiuti, anche finanziari, dati dall'ambasciatore Martin al generale Miceli. Oggi il terrorismo cerca di determinare panico e sfiducia nello Stato e senso d'impotenza tali da sollecitare ancora una volta interventi di forza che nel clima che si spera di stabilire portino sempre all'ordine reazionario. Per questo ho detto che una terza via non esiste”. Lei esclude che ci siano dei brigatisti, i quali in buona fede, pensino di essere dei comunisti “rivoluzionari”? “Ritengo che tra le Br ci siano anche questo tipo di 'rivoluzionari', che noi dobbiamo combattere con vigore. Ma ritengo anche che ci siano altri che consapevolmente lavorano per destabilizzare la democrazia con l'obiettivo della dittatura di destra. D'altronde non c'è questa incompatibilità fra queste due componenti: perché anche coloro che abbiamo definito 'rivoluzionari' pensano che una dittatura di destra sposterebbe forze proletarie sul terreno “rivoluzionario”, sottraendole così all'influenza riformista del nostro partito”. Avete sempre detto che in Italia le cose vanno riviste a fondo. Avete scelto, per questo, la via della collaborazione democratica. Quali sono i tempi presumibili per raggiungere questo obiettivo? “Confermo che è necessario, anzi indispensabile, che le cose vadano riviste a fondo: nell'economia, nella scuola, negli apparati statali, negli squilibri sociali, nel risanamento della vita pubblica, affinché non si ripetano scandalosi episodi di corruzione che hanno provocato sfiducia nel paese. Operare questa svolta non è facile; sappiamo che sono ancora forti e radicate le forze che vi si oppongono. Sì, ci vorrà pazienza, ma non rassegnazione; e il realismo non deve mai diventare cinismo. Nelle settimane e nei mesi prossimi avremo alcune scadenze su tutti i punti del programma di governo concordato. Il banco di prova della nuova maggioranza sarà nel modo in cui affronterà l'eversione e il terrorismo, ma anche nel modo in cui si affronterà l'emergenza nell'economia e negli altri settori della vita pubblica”.


 

Polemici con i brigatisti i giovani del “Leoncavallo”
Stefano Jesurum, la Repubblica 28 marzo

 

MILANO – Secca risposta dei giovani del Centro Sociale Leoncavallo alle Brigate Rosse, che nel loro ultimo comunicato avevano reso omaggio "ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del regime". I compagni dei due giovani hanno respinto "l'uso strumentale del nome di Fausto e Iaio da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione". Così è scritto su un foglietto appeso al portone d'ingresso del "Leoncavallo", al termine di un'assemblea che i militanti del centro hanno improvvisato domenica sera: "I terroristi vogliono la confusione", dicono, "o vogliono mettere nello stesso calderone brigatisti, studenti e operai incazzati". "Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del regime". Appena si è saputo che il comunicato n. 2 delle Brigate rosse terminava con questo slogan, ci si è domandati che cosa c'entrano Fausto e Iaio con le Br. E ancora: come la prendono quelli del centro sociale Leoncavallo? Ieri il centro era chiuso. Però sulla porta, scritto a penna, c'era un foglietto: "Respingiamo l'uso strumentale del nome dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione". E' il risultato di una mini assemblea che i più attivi del Leoncavallo hanno improvvisato domenica sera. Nessun giudizio politico: "Siamo un organismo di base, di quartiere, siamo un gruppo eterogeneo", spiega Paolo, "come centro non ci siamo mai pronunciati su problemi politici generali, nemmeno quando ci furono le elezioni. Se lo facessimo oggi sarebbe assurdo". E così, di questo inaspettato gesto delle Br, ne parliamo soltanto con Paolo, Ivo e Rita. Ma unicamente "come compagni del Leoncavallo", a titolo personale. Su un punto sono tutti e tre d'accordo: "Quando abbiamo saputo che le Br menzionavano Fausto e Iaio, la prima reazione è stata d'incazzamento. La stessa che hanno avuto tutti i compagni". Poi è stata la volta dello stupore e del ragionamento: perché? Paolo: "Bisogna pensare alla grande mobilitazione che c'è stata a Milano per i funerali. Oggi le Br, al contrario del passato, sono costrette a riagganciarsi a due compagni come Iaio e Fausto". Ivo: "Succede che in Italia lo sdegno per l'assassinio dei due compagni è stato davvero nazionale. E' la prima volta che un centro sociale, e non un partito o un'organizzazione, riesca a mobilitare e a fare controinformazione sul risvolto politico di omicidio. Le Br ne hanno tenuto conto". In piazza, però, sono venuti anche tanti comunisti... Risponde Paolo: "Un fatto emotivo, ma con un preciso risvolto politico. Il Pci si vuole mostrare garante del controllo delle masse, il giorno dei funerali non c'è riuscito. Quest'occasione le Br non potevano farsela scappare". Paolo un accenno delle Br a Fausto e Iaio se l'aspettava: "Dopo il fatto di Moro si sono isolati moltissimo dal Movimento . Così non era mai successo. Anche le frange più estreme e dure dell'Autonomia hanno dato il loro giudizio negativo". E allora? Spiega Ivo: "Per i brigatisti l'isolamento è pericolosissimo. Di qui l'esigenza di tentare di riallacciarsi con un movimento che li sta rinnegando". A questa frase Rita si mette a pensare, sembra estranearsi, poi dice: "I terroristi vogliono la confusione. Fare il nome di Fausto e Iaio nel loro comunicato può anche voler dire il tentativo di mettere nello stesso calderone i brigatisti, gli studenti, gli operai incazzati". Ma sono soltanto ipotesi e i giovani del Leoncavallo lo sanno benissimo. Rimane il fatto che le Br hanno scritto quello slogan su Fausto e Iaio. E una cosa di questo genere non era mai successa. Paura? "No", rispondono, "il Leoncavallo è un centro sociale aperto a tutti, vi vengono anche i comunisti e quelli del Consiglio di Zona. Il terrorismo, la strategia della tensione come Leoncavallo non ci dovrebbe toccare direttamente". Fatta quest'affermazione Paolo ha uno scatto: "Ho detto una fesseria. La strategia della tensione ci ha toccati da vicino con l'omicidio di Iaio e Fausto". Qualcuno ha in mano Lotta Continua di domenica. C'è scritto (e loro lo hanno sottolineato) che la frase del comunicato Br che parla di Jannucci e Tinelli "è un riconoscimento allucinante e sordido. Come amici di Iaio e Fausto glielo restituiamo: non gradito".


 

Nessun consenso dal Movimento
Fallisce il “progetto” delle Br

Carlo Rivolta, la Repubblica 28 marzo

 

ROMA - Il Tentativo delle Br di "catturare" nell'area di consenso intorno alla lotta armata anche frange del movimento, che finora hanno sempre dichiarato di sentirsi estranee alla guerra privata dei brigatisti, sembra destinato a fallire. Il primo tangibile segno del fatto che non basta un'analisi "terzinternazionalista" della realtà politica, condita con elementi alla James Bond, e la proposta di un partito armato, per catturare dei giovani, è venuto dal commento finale con cui Lotta Continua ha bollato il documento delle Br. "Il messaggio termina", scriveva domenica Lotta Continua, "con la frase onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del regime. E' un riconoscimento allucinante e sordido, come amici di Iaio e Fausto glielo restituiamo: non gradito". Naturalmente non tutte le reazioni nel "movimento" e nella nuova sinistra sono state negative. Vecchie "tradizioni" militariste hanno determinato una crescente ammirazione per la "capacità operativa" delle Brigate rosse, e in altri, già convinti della necessità di un movimento di insurrezione armato, la suggestione della clandestinità è diventata, probabilmente, più forte. La maggioranza sembra riconoscersi però nella formula di Lotta Continua: "né con lo Stato, né con le Br"... Nelle piazze romane, pressoché spopolate dalle vacanze di Pasqua, i gruppetti che si riuniscono discutono, come sempre, dei fatti del giorno con il tono con cui si commentano le partite di calcio. I commenti sono i più disparati, ma nella maggioranza dei casi, la coscienza che la violenza feroce dei brigatisti non può essere condivisa né giustificata da nessuna strategia rivoluzionaria è il dato principale. Se l'atteggiamento è di assoluta estraneità alla logica delle Br nell'area del movimento del '77, nei partiti della nuova sinistra, in quello che resta dei centri strategici delle forze che erano il fulcro della lista di Democrazia Proletaria, l'analisi va ovviamente al di là dei primi elementi di reazione emotiva. Al Manifesto si fa notare, ad esempio, che chi ha scritto il testo del volantino non è certamente"fuori dalla realtà". "Colgono, sia pure nella loro logica delirante e nelle loro tragiche suggestioni da film di spionaggio, un dato caratteristico della situazione attuale della nostra società: ci troviamo in una fase di transizione, in cui molte cose stanno cambiando". Per Valentino Parlato le Br hanno mostrato di aver letto attentamente i giornali dopo il rapimento e di essere rimaste in qualche modo colpite dalla reazione di massa che c'è stata."Non avevano calcolato le dimensioni della reazione operaia: per questo parlano di luride manifestazioni e allo stesso tempo si preoccupano di tentare un collegamento con situazioni di massa". L'accenno ai due morti di Milano vuol dire che le Br tentano, in qualche modo, la saldatura della loro lotta armata alle lotte che conducono frange del movimento. Questa saldatura è possibile? "Il documento delle Br non è affascinante per i giovani", dice Parlato, "ma può avere un'accoglienza tollerante. Insomma, sulle Br ci può essere al massimo, ed è un danno più grave, una astensione, non una mobilitazione favorevole. C'è una coscienza diffusa che la loro via, oltre che ingiusta e disumana, è sbagliata politicamente e non conduce al rinnovamento, ma c'è il rischio, quando usciranno, se usciranno, i verbali del cosiddetto processo a Moro, che la gente, invece di riconoscere i brigatisti come criminali, critichi l'immagine che della Dc hanno dato la stampa e le forze di sinistra in questi giorni. Per questo è necessaria una correzione di tiro, è necessario essere più severi con la Dc, meno unanimisti, se si vuole evitare questa astensione sul problema delle Brigate rosse". In conclusione l'impressione che domina gli ambienti vicini al "manifesto" è che "il successo militare" conseguito dalle Br non abbia avuto come corollario un successo politico. Se si tiene conto delle critiche espresse fin dal primo momento anche da quei settori che hanno fin qui teorizzato la via insurrezionale come strada vincente per la sinistra ("le Br hanno sbagliato fase politica, tra la loro azione e lo sviluppo della lotta di massa corrono ancora grandi spazi"), si capisce che il terreno di consenso intorno alle Br è limitato al "qualunquismo di sinistra", sul tipo di quello incoraggiato in maniera quasi sfacciata da frange dell'autonomia, soprattutto a Roma. Nonostante questo anche l'analisi di Onda Rossa è molto critica verso le Br. "Con la loro azione", dicono gli autonomi, "non hanno fatto crescere il movimento. Lo scontro armato deve coinvolgere le masse". Secondo Onda Rossa non c'è "apertura" dalle Br al movimento, ma la frase riferita ai due morti di Milano vuol dire che i brigatisti ritengono il duplice omicidio una "rappresaglia per il rapimento di Moro". La formula "Né con lo Stato , né con le Br", non convince Onda Rossa che insiste: i brigatisti sbagliano ma sono "compagni". Non bisogna sottovalutare però l'astensione né il consenso "qualunquista". Non bastano per un partito armato, e quindi (ammesso che le Br non siano la filiazione di un servizio segreto) non servono per la rivoluzione così come la vedono "i nipotini cattivi di Stalin e Beria" (la battuta circola da tempo nella nuova sinistra, a sottolineare l'estraneità di matrice culturale del terrorismo rispetto alla sinistra nata dal '68). Possono però servire per affossare la democrazia.


La sanguinosa scalata a un paradiso disabitato
Umberto Eco, la Repubblica 29 marzo

 

L'attesa spasmodica di un nuovo comunicato delle Br e le concitate discussioni su come ci si sarebbe comportati in quel caso hanno portato la stampa a reagire in modo contraddittorio. C'è stato chi non ha riportato il comunicato, ma non ha potuto evitare di pubblicizzarlo con titoli a piena pagina; chi l'ha riportato, ma in caratteri così piccoli da privilegiare solo i lettori con dieci decimi di vista (discriminazione accettabile). Quanto al contenuto anche qui la reazione è stata imbarazzata, perché tutti si attendevano inconsciamente un testo disseminato di "ach so!" o di parole con cinque consonanti di seguito, così da tradire subito la mano del terrorista tedesco o dell'agente cecoslovacco, e invece ci si è trovati di fronte ad una lunga argomentazione politica. Che di argomentazione si trattasse non è sfuggito a nessuno e ai più acuti è apparso anche che era un'argomentazione diretta non al "nemico", ma agli amici potenziali, per dimostrare che le Br non sono un manipolo di disperati che menano colpi a vuoto, ma vanno viste come l'avanguardia di un movimento che si giustifica proprio sullo sfondo della situazione internazionale. Se così stanno le cose, non si reagisce affermando soltanto che il comunicato è farneticante, delirante, fumoso, folle. Esso va analizzato con calma e attenzione; solo così si potrà chiarire dove il comunicato, che parte da premesse abbastanza lucide, manifesta la fatale debolezza teorica e pratica delle Br. Dobbiamo avere il coraggio di dire che questo "delirante" messaggio contiene una premessa molto accettabile e traduce, sia pure in modo un po' abborracciato, una tesi che tutta la cultura europea e americana, dagli studenti del '68 ai teorici della Monthly Review, sino ai partiti di sinistra, ripetono da tempo. E dunque se "paranoia" c'è, non è nelle premesse ma, come vedremo, nelle conclusioni pratiche che se ne traggono. Non mi pare il caso di sorridere sul delirio del cosiddetto Sim ovvero Stato Imperialistico delle Multinazionali. Magari il modo in cui è rappresentato è un po' folkloristico, ma nessuno si nasconde che la politica internazionale planetaria non è più determinata dai singoli governi ma appunto da una rete di interessi produttivi (e chiamiamola pure la rete delle Multinazionali) la quale decide delle politiche locali, delle guerre e delle paci e - essa - stabilisce i rapporti tra mondo capitalistico, Cina, Russia e Terzo Mondo. Caso mai è interessante che le Br abbiano abbandonato la loro mitologia alla Walt Disney, per cui da una parte c'era un capitalista cattivo individuale chiamato Paperon de' Paperoni e dall'altra la Banda Bassotti, canagliesca e truffaldina è vero, ma con una sua carica estrosa di simpatia perché svaligiava a suono di espropri proletari il capitalista avaraccio ed egoista. Il gioco della Banda Bassotti l'avevano giocato i Tupamaros uruguayani, convinti che i Paperoni del Brasile e dell'Argentina si sarebbero seccati e avrebbero trasformato l'Uruguay in un secondo Viet Nam, mentre i cittadini, condotti a simpatizzare con i Bassotti, si sarebbero trasformati in tanti Vietcong. Il gioco non è riuscito perché il Brasile non si è mosso e le Multinazionali, che avevano da produrre e da vendere nel Cono Sur, hanno lasciato tornare Peron in Argentina, hanno diviso le forze rivoluzionarie o guerrigliere, hanno permesso che Peron e i suoi discendenti sprofondassero nella merda fino al collo, e a quel punto i Montoneros più svelti se ne sono fuggiti in Spagna e i più idealisti ci hanno rimesso la pelle. E' proprio perché esiste il potere delle Multinazionali (ci siamo dimenticati del Cile?) che l'idea di rivoluzione alla Che Guevara è diventata impossibile. Si fa la rivoluzione in Russia mentre tutti gli Stati europei sono impegnati in una guerra mondiale; si organizza la lunga marcia in Cina quando tutto il resto del mondo ha altro a cui pensare... Ma quando si vive in un universo in cui un sistema di interessi produttivi si avvale dell'equilibrio atomico per imporre una pace che fa comodo a tutti e manda per il cielo satelliti che si sorvegliano a vicenda, a questo punto la rivoluzione nazionale non la si fa più, perché tutto è deciso altrove. Il comportamento storico da una parte e il terrorismo dall'altra rappresentano due risposte (ovviamente antitetiche) a questa situazione. L'idea confusa che muove il terrorismo è un principio molto moderno e molto capitalistico (rispetto a cui il marxismo classico si è trovato impreparato) di Teoria dei Sistemi. I grandi sistemi non hanno testa, non hanno protagonisti e non vivono neppure sull'egoismo individuale. Quindi non si colpiscono uccidendone il Re, ma rendendoli instabili attraverso gesti di disturbo che si avvalgono proprio della loro logica: se esiste una fabbrica interamente automatizzata, essa non sarà disturbata dalla morte del padrone ma solo da una serie di informazioni aberranti inserite qua e là, che rendano difficile il lavoro dei computers che la reggono. Il terrorismo moderno finge (o crede) di avere meditato Marx, ma in effetti, anche per vie indirette, ha meditato Norbert Wiener da un lato e la letteratura di fantascienza dall'altro. Il problema è che non l'ha meditata abbastanza - né ha studiato a sufficienza cibernetica. Prova ne sia che in tutta la loro propaganda precedente le Br parlavano ancora di "colpire il cuore dello Stato", coltivando da un lato la nozione ancora ottocentesca di Stato e dall'altro l'idea che l'avversario avesse un cuore o una testa, così come nelle battaglie di un tempo, se si riusciva a colpire il re, che cavalcava davanti alle truppe, l'esercito nemico era demoralizzato e distrutto. Nell'ultimo volantino le Br abbandonano l'idea di cuore, di Stato, di capitalista cattivo, di ministro "boia". Adesso l'avversario è il sistema delle Multinazionali, di cui Moro è un commesso, al massimo un depositario di informazioni. Qual è allora l'errore di ragionamento (teorico e pratico) che a questo punto commettono le Br, specie quando si appellano, contro la multinazionale del capitale, alla multinazionale del terrorismo? Prima ingenuità. Una volta colta l'idea dei grandi sistemi, li si mitologizza di nuovo ritenendo che essi abbiano "piani segreti" di cui Moro sarebbe uno dei depositari. In realtà i grandi sistemi non hanno nulla di segreto e si sa benissimo come funzionano. Se l'equilibrio multinazionale sconsiglia la formazione di un governo di sinistra in Italia, è puerile pensare che si invii a Moro una velina in cui gli si insegna come sconfiggere la classe operaia. Basta (si fa per dire) provocare qualcosa in Sud Africa, sconvolgere il mercato di diamanti ad Amsterdam, influenzare il corso del dollaro, ed ecco che la lira entra in crisi. Seconda ingenuità. Il terrorismo non è il nemico dei grandi sistemi, ne è al contrario la contropartita naturale, accettata, prevista. Il sistema delle multinazionali non può vivere in una economia di guerra mondiale (e atomica per giunta), ma sa che non può nemmeno ridurre le spinte naturali dell'aggressività biologica o dell'insofferenza di popoli o di gruppi. Per questo accetta piccole guerre locali, che verranno di volta in volta disciplinate e ridotte da oculati interventi internazionali, e dall'altro lato accetta appunto il terrorismo. Una fabbrica qua, una fabbrica là, sconvolte da qualche sabotaggio, ma il sistema può andare avanti. Un aereo dirottato ogni tanto, ci perdono per una settimana le compagnie aeree, ma in compenso ci guadagnano le catene giornalistiche e televisive. Inoltre il terrorismo serve a dare una ragion d'essere alle polizie e agli eserciti, che a lasciarli inoperosi chiedono poi di realizzarsi in qualche conflitto più allargato. Infine il terrorismo serve a favorire interventi disciplinanti là dove un eccesso di democrazia rende la situazione poco governabile. Il capitalista "nazionale" alla Paperon de' Paperoni teme la rivolta, il furto e la rivoluzione che gli sottraggono i mezzi di produzione. Il capitalismo moderno, che investe in paesi diversi, ha sempre uno spazio di manovra abbastanza ampio per poter sopportare l'attacco terroristico da un punto, due punti, tre punti isolati. Poiché è senza testa e senza cuore, il sistema manifesta un'incredibile capacità di rimarginazione e di riequilibrio. Dovunque venga colpito, sarà sempre alla sua periferia. Se poi il presidente degli industriali tedeschi ci rimette la pelle, sono incidenti statisticamente accettabili, come la mortalità sulle autostrade. Per il resto (e lo si era descritto da tempo) si procede ad una medievalizzazione del territorio, con castelli fortificati e grandi apparati residenziali con guardie private e cellule fotoelettriche. L'unico incidente serio sarebbe un'insorgenza terroristica diffusa su tutto il territorio mondiale, un terrorismo di massa (come le Br paiono invocare): ma il sistema delle multinazionali "sa" (per quanto un sistema possa sapere) che questa ipotesi è da escludersi. Il sistema delle multinazionali non manda i bambini in miniera: il terrorista è colui che non ha più nulla da perdere se non le proprie catene, ma il sistema gestisce le cose in modo che, salvo gli emarginati inevitabili, tutti gli altri abbiano qualcosa da perdere in una situazione di terrorismo generalizzato. Sa che quando il terrorismo, al di là di qualche azione pittoresca, comincerà a rendere troppo inquieta la giornata quotidiana delle masse, le masse faranno barriera contro il terrorismo. Che cos'è che il sistema delle multinazionali vede invece di malocchio, come si è dimostrato negli ultimi tempi? Che di colpo, ad esempio, in Spagna, in Italia e in Francia vadano al potere partiti che abbiano dietro di sé le organizzazioni operaie. Per "corrompibili" che siano questi partiti, il giorno che le organizzazioni di massa metteranno il naso nel capitale, potrebbero sorgerne dei disturbi. Non è che le multinazionali morirebbero se Marchais andasse al posto di Giscard, ma tutto diventerebbe più difficile. E' pretestuosa la preoccupazione per cui i comunisti al potere accrescerebbero i segreti della Nato (segreti di Pulcinella): la vera preoccupazione del sistema delle multinazionali (e lo dico con molta freddezza, non simpatizzando col compromesso storico così come ci viene oggi proposto) è che il controllo dei partiti popolari disturbi una gestione del potere che non può permettersi i tempi morti delle verifiche alla base. Il terrorismo invece preoccupa molto meno, perché delle multinazionali è conseguenza biologica, così come un giorno di febbre è il prezzo ragionevole per un vaccino efficiente. Se le Br hanno ragione nella loro analisi di un governo mondiale delle multinazionali, allora devono riconoscere che esse, le Br, ne sono la controparte naturale e prevista. Esse devono riconoscere che stanno recitando un copione già scritto dai loro presunti nemici. Invece, dopo di aver scoperto, sia pure rozzamente, un importante principio di logica dei sistemi, le Br rispondono con un romanzo di appendice ottocentesco fatto di vendicatori e giustizieri bravi ed efficienti come il conte di Montecristo. Ci sarebbe da ridere, se questo romanzo non fosse scritto col sangue. La lotta è tra grandi forze, non tra demoni ed eroi. Sfortunato allora quel popolo che si trova tra i piedi "eroi", specie se costoro pensano ancora in termini religiosi e coinvolgono il popolo nella loro sanguinosa scalata ad un paradiso disabitato.

Quelle parole non sono le sue
Editoriale, la Repubblica 30 marzo

 

Se la lettera a Cossiga, diffusa dai brigatisti, è stata veramente scritta da Aldo Moro, come ritengono gli inquirenti, essa acuisce ancora i sentimenti di angoscia e preoccupazione sulla sorte del presidente della Dc. Se il fatto di aver scritto la lettera testimonia che Moro è vivo, lo stile e il contenuto del messaggio fanno ritenere che Aldo Moro sia soggetto a pressioni di natura tale che la parola tortura, sia pure intesa come condizionamento psicologico ossessivo e coartante, non è esagerata o lontana dalla verità delle cose. Il lungo ciclostilato di pugno delle brigate lascia capire che la pretesa cultura dei “giudici” di Moro non è riuscita ad andare oltre una traduzione, in termini tipici del delirio brigatista, di discorsi e descrizioni che Moro può aver fatto secondo una logica del tutto ordinaria e congeniale rispetto al corretto rapporto che si instaura tra forze politiche in un regime democratico. In altri termini, il processo politico delle brigate ad Aldo Moro sembra fallito, se si proponeva in origine l'obiettivo di arrivare a rivelazioni su clausole segrete e misteriose fra le potenze dell'alleanza atlantica o su passaggi difficili e pericolosi della vita interna italiana. Su questo fallimento si innesta adesso la più semplice, e in apparenza redditizia, proposta dello scambio, fatta suggerire da Moro in termini che dovrebbero segnare, se accettati, la sua fine politica attraverso il discredito di fronte all'opinione pubblica. Moro insomma, in cambio della sua salvezza fisica, sottoscriverebbe, con una distinzione inaccettabile tra rapiti dalla criminalità comune e rapiti dalla criminalità politica, il proprio suicidio politico e di statista. Ed è proprio questo che ci ripugna di accettare o anche solo di ritenere verosimile. La lotta con le Brigate si fa insomma ancora più aspra e dura e richiede al paese e soprattutto alle forze politiche e al governo un'estrema lucidità di giudizio.


Parole scritte sotto la tortura
Fausto De Luca, la Repubblica 30 marzo

 

TORINO - Le impressioni e i giudizi si accavallano in modo tumultuoso tra gli inquirenti di fronte all'ultimo messaggio delle Brigate rosse. Non sembrano esserci dubbi sull'autenticità della grafia della lettera indirizzata al ministro dell'Interno Francesco Cossiga: la scrittura è quasi certamente quella di Moro. Lo stile suscita invece diverse perplessità: ci sono cadenze e passaggi che sembrano tipici del modo di pensare e di esprimersi del presidente della Dc, ma altri brani e altre espressioni suscitano un'impressione diversa. Sembra difficile immaginare in bocca a Moro un'espressione come “perdere la faccia”. Analizzando la lettera sotto questo profilo, si è indotti ad immaginare, con raccapriccio, le impressionanti pressioni psicologiche esercitate su Moro per indurlo a scrivere una lettera in termini a lui non congeniali e che più agevolmente può pensare siano stati a lui imposti e dettati. E veniamo ai contenuti che colpiscono in almeno due passi. Il primo è quello in cui si stabilisce una distinzione fra i normali rapimenti o sequestri di persona, fatti cioè a scopo venale, e i rapimenti politici, che mirano a coinvolgere lo Stato. E' poco verosimile che Moro abbia potuto pensare e scrivere di sua volontà che “il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile".In altri termini, Moro proporrebbe lo scambio di se stesso con altre persone, non si sa ancora quali, anche se la fantasia non deve correre troppo lontano. A fil di logica, si potrebbe anche pensare che le Brigate, dopo aver dato un'impressione del tutto diversa, di voler cioè soprattutto trarre profitto da una confessione circostanziata di responsabilità politiche, ripiegano oggi, non potendo ottenere risultati in questa direzione, sulla classica proposta di scambio. Questa impressione è rafforzata dalle parti che sono di pugno originale delle brigate e nelle quali, dove si parla delle cose che Moro avrebbe confessato, è facile vedere un semplice ribaltamento di linguaggio. Dove si dice che Moro è consapevole di essere il maggiore responsabile di misfatti e crimini nel senso di voler creare, come dicono le brigate, lo stato delle multinazionali, si può leggere semplicemente che Moro ha ammesso, questo è lapalissiano, di essere una personalità eminente e una guida politica di prima grandezza. Così quando le brigate scrivono che Moro ha chiamato in causa tutta la classe dirigente del suo partito, si può leggere semplicemente che Moro ha richiamato i suoi “giudici” alla realtà delle vicende della democrazia, in cui multiformi sono gli apporti, infinite le mediazioni, diffusa ed articolata la responsabilità delle decisioni. Il secondo passaggio della lettera di Moro che suscita perplessità è quello in cui si suggerisce un coinvolgimento del Vaticano, insomma del papa ("un preventivo passo della Santa Sede potrebbe essere utile"), mirando ad allargare ulteriormente la rilevanza e lo scandalo in tutta la comunità internazionale e a creare un precedente che metterebbe il vertice della Chiesa in gravi difficoltà in tutte le successive imprese terroristiche, da chiunque compiute. Nulla in assoluto, ovviamente, si può escludere, ma ancora una volta l'enormità delle cose induce a immaginare una condizione del prigioniero che non si può che definire allucinante: di sottile tortura fisica e mentale, di coartazione della volontà e dell'intelligenza.


Conferenza stampa dei portuali autonomi di Genova Perché “né Br né Stato
Antonio Saba, la Repubblica 30 marzo

 

Genova, 29. - "Il Terrorismo è un fenomeno negativo che si combatte con la lotta di classe". "Oggi le Brigate rosse e il terrorismo hanno defraudato possibilità di lotta ai lavoratori. Se diciamo “né Br né Stato” è perché non confondiamo quest'ultimo con le istituzioni democratiche". "Insomma né Stato vuol dire che a noi lo Stato degli scandali, della strategia della tensione e della Lockeed non ci sta bene". Il Collettivo operaio portuale genovese è sceso stamattina nuovamente in campo per spiegare le proprie posizioni che, dopo la distribuzione di un suo volantino dal titolo “Né Stato né Br” aveva provocato una grossa bufera politica fra le banchine del porto e i partiti genovesi. Il partito comunista in particolare dopo l'uscita del volantino aveva reagito con decisione, pubblicando un duro attacco al Collettivo sulle pagine cittadine dell'Unità (in cui il volantino era definito "indegno") e cogliendo l'occasione per annunciare che a sei militanti del Pci (e componenti del Collettivo) la sezione "Gramsci" del porto non aveva rinnovato la tessera per il 1978. In un'assemblea-incontro con la stampa uno dei portuali rimasto senza tessera ha raccontato la vicenda. "Noi siamo stati convocati il 15 di febbraio tutti e sei con una lettera che ci invitava ad un confronto sulla politica portuale", ha raccontato. "Dalla discussione è poi venuto fuori che ci si rimproverava di aver organizzato il dissenso in porto promuovendo lotte non in linea col partito. Insomma alla fine noi abbiamo detto che allora il partito la tessera poteva anche tenersela". Non è la prima volta che dei portuali vengono privati (o rinunciano) alla tessera del Pci, ma stavolta son tutti d'accordo nel dire che la decisione ha un significato politico completamente diverso. Nel porto il partito comunista ha sempre avuto l'egemonia. Ora, da quando l'anno scorso il Collettivo ha messo in minoranza in più occasioni il sindacato, e alle elezioni dei delegati sindacali ha ottenuto il 57 per cento dei voti, lo scontro col Pci si è fatto aspro. "Noi siamo dei democratici e vogliamo il massimo di discussione e di dibattito" dice il Collettivo, "in questi giorni in porto si è parlato molto di Moro e più lavoratori di quanti non si immagini hanno detto che di Moro se ne fregano o che ci vorrebbe la pena di morte". In una stanza del palazzo che ospita la Compagnia, nel cuore del porto, una settantina di persone assiste allo scambio di battute e risposte senza fare interventi. Quelli del Collettivo cercano di respingere l'accusa di una equivoca "equidistanza" dalle Br: "Non ci devono essere confusioni", sostiene un esponente del Collettivo, "il 16 marzo ad esempio abbiamo scioperato tutti, assieme agli altri, ma deve essere chiaro che non siamo andati in piazza per lo Stato". Rimane il problema della posizione che il Collettivo assume sui brigatisti: sono compagni che sbagliano? "Compagni? Quali compagni?", risponde uno dei membri del Collettivo, "io conosco qui Mario, Giulio o Bruno" continua facendo dei gesti con le mani, "ma i brigatisti... sappiamo solo che esistono, per il resto, a quanto dice la stampa, tutto il mondo sta complottando in Italia attraverso le Br". Oltre a difendersi e a spiegare, quelli del Collettivo muovono però al Pci un'accusa precisa: "Il mese prossimo in Compagnia ci saranno le elezioni: non è così un caso che questa polemica venga fuori proprio ora e se ci si attacca l'etichetta di gruppo di terroristi è chiaro che i lavoratori prima di votarci ci pensano bene...". Insomma, secondo il Collettivo autonomo, dietro le polemiche sul volantino ci sarebbe in realtà una battaglia per la conquista della maggioranza nell'organizzazione di autogestione dei portuali, la Compagnia, che poi è come dire per il porto di Genova, il potere. "E non è la prima volta" sostiene il Collettivo. "che prima del voto si verificano delle provocazioni".


Confronto sul terrorismo alla Pirelli
Stefano Bevacqua, la Repubblica 31 marzo

 

Per la prima volta il sindacato si è trovato di fronte a problemi come quelli posti dal rapimento di Aldo Moro e dalla strage delle cinque guardie della scorta. E, nella stessa misura, per la prima volta su quelle questioni il dibattito tra gli operai è stato così attento e chiaro. Non sono mancati i dissensi agli interventi dei quadri comunisti così come i delegati del Pci non hanno esitato ad attaccare anche pesantemente i sostenitori della linea dello slogan "né con lo Stato né con le Br". Ma in nessun caso c'è stato un fischio: il dissenso, o il consenso, si è espresso con gli applausi e con le repliche pacate. La condanna delle Brigate rosse, della loro politica, è stata unanime. Ma dopo la dichiarazione, ormai scontata, di opposizione al terrorismo, si è discusso di quel che più conta: che cosa è necessario fare. "Vale la pena di difendere questo Stato? - si è chiesto un delegato di Lotta continua -. No, poiché non è il nostro Stato, è contro di noi. Si difenda da solo, se crede, ma non può pretendere l'appoggio della classe operaia, su cui per anni ha sparato pallottole". Un applauso di consenso, poi la risposta del sindacato: "In questo modo si rafforza la tendenza degenerativa dello Stato: lo si lascia libero di agire come vuole. Non si tratta di essere con lo Stato in astratto, in quanto istituzione neutrale - ha detto Gallurese della Fulc nazionale nelle conclusioni - occorre invece difendere lo Stato democratico, dal sindacato di polizia, alla magistratura democratica, al Parlamento. E il terrorismo mira a distruggere anche questo Stato, che è il frutto delle nostre lotte. Non si tratta però di concepire uno Stato nello Stato, ma di fare barriera contro tutto ciò che può distruggere la democrazia, compresa la democrazia che è nelle istituzioni". Di avviso in parte diverso i delegati del Pci: lo Stato ha il dovere di difendersi, ma la classe operaia ha nella stessa misura il dovere di guardarsi attorno, individuare, colpire i terroristi, studiare e analizzare la loro strategia e batteria con ogni mezzo. E' stata proposta, da parte della cellula del Pci, la creazione delle commissioni di studio sul terrorismo all'interno del Consiglio di fabbrica. Tra i compiti di queste strutture anche il compito di sorvegliare nelle fabbriche l'azione degli eventuali terroristi. Ma la proposta è caduta sostanzialmente nel vuoto. La discussione era su altro: su come porsi, nelle fabbriche, la questione della lotta politica per cambiare lo Stato, perché possa difendersi senza per questo uccidere la democrazia. Anche di fronte a questa proposta, comunque, nessuna polemica né contestazione. Sono stati il dibattito e gli interventi a escludere questa possibilità, senza le risse che si erano avute, ad esempio, alla Face Standard. Un dato sconcertante: nessun rappresentante, e nemmeno un delegato, è intervenuto a nome della Democrazia cristiana, che pure è presente nel consiglio di fabbrica. Gli interventi sono stati tutti del Pci, del Psi, di Dp o di Lotta continua. Forse ciò ha favorito un dibattito più sereno, non innescando quel meccanismo per cui, se parla un democristiano, uno di Lotta continua è "obbligato" a fischiare. Ma anche tra il Pci e la sinistra estrema non mancano contrapposizioni, eppure si sono espresse con le parole, non con le urla. Il dibattito comunque continuerà nei prossimi giorni. In tutte le zone sindacali di Milano e provincia si stanno riunendo gli attivi dei delegati: poi la discussione entrerà in tutte le grandi fabbriche. Gli appuntamenti più importanti sono probabilmente quelli all'Alfa Romeo e della Sit-Siemens. Nel primo caso si tratta della più grande fabbrica dell'area milanese: la discussione sul terrorismo è già cominciata, e dovrebbe arrivare a una conclusione con un'assemblea generale la prossima settimana. Nel secondo caso siamo invece di fronte a una delle fabbriche indicate da molti come "fucina" di brigatisti. Le prime azioni terroristiche (la famosa autobomba con gli altoparlanti che lanciava messaggi) presero il via proprio alla Sit-Siemens. E da questa fabbrica - dicono in molti, specie nel Pci - sono usciti numerosi militanti delle Brigate rosse. In tutte le assemblee fatte finora, comunque, è stata riproposta dal Pci la creazione delle squadre di vigilanza antiterrorismo nelle fabbriche. Ma in nessun caso di rilievo questa proposta è stata accettata: quasi ovunque la discussione si è spostata sul terreno del confronto politico e anche la proposta di creare i meno aggressivi "gruppi di studio sul terrorismo non ha trovato molti sostenitori."


E' con sofferenza che pubblico articoli di questo personaggio, diffamatore e negazionista della Guerra Partigiana.

R.R.

Ventiquattr'ore terribili e alla fine i capi Dc hanno scelto la fermezza
Giampaolo Pansa, la Repubblica 1 aprile

 

ROMA - Le venticinque righe senza titolo e senza firma pubblicate dal "Popolo" per rendere esplicito il rifiuto della Dc a trattare con i terroristi, sono il documento più drammatico fra i tanti prodotti dal partito di maggioranza in questi ultimi trent'anni. Fra quali tormenti è nato? E per quali ragioni la Dc, pur sapendo in gioco la vita di Moro, ha deciso di "ribadire con meditata convinzione che non è possibile accettare il ricatto posto in essere dalle Brigate Rosse"? Un tentativo di risposta deve partire dalla mattina di giovedì 16 marzo, la mattina della strage e del sequestro. Le Br portano via Moro e tutto il partito subisce due tipi di choc. C'è la mazzata politica: da tempo i quadri intermedi della Dc erano sotto il fuoco dei terroristi, ma nessuno aveva mai supposto che le Br avrebbero osato arrivare tanto in alto. E c'è il colpo psicologico, altrettanto profondo: non soltanto la base, ma buona parte del vertice democristiano vede crollare il rapporto “partito-capo” e si sente orfano. Il dramma si accentua il giorno dopo, quando dal ricordo di un altro sequestro, quello Sossi, affiora una domanda crudele: e se i rapitori proporranno uno scambio, Moro contro qualche terrorista in carcere? Per alcuni dirigenti Dc il dilemma non è soltanto politico, un rebus astratto da risolvere alla luce della ragion di Stato o di partito. Zaccagnini è amico di Moro da sempre. Lo stesso vale per Belci. Anche giovani come Pisanu sono legati al leader da un affetto profondo. Per considerare il problema con occhio freddo, essi debbono far violenza anche alla loro storia di uomini, ad un passato di incontri, di confidenze, di aiuto reciproco. Si spiega in questo modo lo stress di alcuni esponenti del partito. Ed è inevitabile che, di fronte al dilemma “cedere o non cedere al ricatto”, le parti risultino talvolta, curiosamente rovesciate. Si sa, ad esempio, che l'interlocutore principale della Dc, il partito comunista, è contrario ad ogni trattativa con le Br. Ebbene, sono proprio i dirigenti democristiani più aperti al colloquio con il Pci coloro che esitano a scartare l'ipotesi di uno scambio. I moderati, invece, hanno quasi tutti la stessa linea dei comunisti: rifiutare ogni baratto. Lo stress si aggrava all'arrivo della lettera di Moro. La sera di mercoledì, nel giro degli uomini di Zac, sembra prevalere il “personale” più che il “politico”. Forse pesa su di loro anche il rapporto con la famiglia del rapito. E' la prima reazione, di fronte all'appello dell'amico, è istintiva: si può essere flessibili, non bisogna dire subito di no. Questo stato d'animo, comprensibile dal punto di vista umano, sta per tradursi in un commento del “Popolo”. Poi intervengono altri dirigenti (tra i quali Piccoli) e il “Popolo” sospenderà “ogni commento e ogni valutazione”. Tuttavia, una risposta della Dc può tardare ventiquattro ore, non di più. Chi le ha vissute, definisce quelle ore “molto brutte, molto difficili, le più difficili in tanti anni”. La risposta matura nella giornata di giovedì, ed è una decisione che la segreteria elabora e confronta con molti del partito. Prima a piazza del Gesù, poi alla Camilluccia, si consultano Zaccagnini, Galloni, Gaspari, Bartolomei, Bodrato, Fanfani, gli ex presidenti del consiglio Rumor ed Emilio Colombo, gli ex segretari Fanfani e Taviani. Viene sentito pure chi è lontano, come Donat-Cattin. Nascono di qui, dopo infinite correzioni e integrazioni di un testo scritto dal direttore del “Popolo”, Belci, le venticinque righe che appariranno l'indomani sulla prima pagina del giornale democristiano. Perché la Dc stabilisce di rifiutare il baratto? Le ragioni sono queste. La prima è interna: il partito non può dividersi su una questione così vitale, sarebbe un vistoso regalo alle Brigate rosse. La seconda è esterna, e riguarda il rapporto tra Dc e gli altri partiti della maggioranza, a cominciare dal Pci: i terroristi mirano ad una spaccatura e non debbono vincere neppure su questo terreno. “Se avessimo detto sì ad una trattativa con le Br -sostiene un dirigente democristiano - il primo effetto sarebbe stato l'immediata crisi del governo”. La terza ragione riguarda il rapporto con l'elettorato democristiano. Fra un paio di mesi, la Dc affronterà un turno importante di consultazioni amministrative. La prova non è facile e la linea democristiana ancora incerta. Sarebbe molto pericoloso presentarsi sulle piazze cominciando col dire: “Abbiamo ceduto alle Brigate rosse per salvare il leader del partito”. Quarta ragione, ancor più forte: lo scambio sarebbe un colpo mortale alla credibilità, già scarsa, del nostro sistema istituzionale e alla classe politica nel suo complesso. Quanti agenti e carabinieri, colleghi degli assassinati, non griderebbero: “Avete ottenuto la vita per Moro. Ma chi ci ridarà i cinque morti di via Fani?”. E come reagirebbero i cittadini dinanzi all'affermazione che Moro è “più uguale degli altri”, che Moro è “insostituibile e dunque va salvato?”. La quinta ragione riguarda proprio la salvezza di Moro. Nessuno può dire che l'aprire una trattativa sia un mezzo sicuro per riaverlo libero dal “carcere del popolo”. Nessuno conosce il programma del gruppo che lo tiene. Le incognite sono troppe perché si possa pagare, e al buio, un prezzo tanto alto. Infine c'è un'ultima ragione, forse la più profonda. Dire di no subito, rifiutare ogni contatto con l'universo del terrorismo, consente di alzare una barriera psicologica contro tutto quel che può venire da quel mondo: altri messaggi, altre lettere “estorte”, “confessioni”, “documenti processuali”. Accreditare le Br come partners di uno scambio darebbe invece credibilità a figure, voci, propositi che non possono e non debbono averne. Alla luce di queste ragioni, la Dc ha maturato il suo “no”. Qualcuno ha osservato la cautela osservata dal “Popolo” nel titolare la prima pagina di ieri (“Vivissima emozione... Unite le forze democratiche”) e si è notato che il sommario parlava soltanto “di respingere la logica dei terroristi”. La porta, dunque, rimane socchiusa? Esistono ancora opinioni diverse nel partito? La risposta che viene da molti dirigenti democristiani è netta: "Non esistono 'falchi' e 'colombe'. Tutto il partito si riconosce in quel rifiuto. E la Dc non cambierà linea". E' la verità? Per ora sembra di sì. Scriviamo “per ora” a ragion veduta. Lo abbiamo già detto: questa è una storia lunga e dura, e siamo appena agli inizi. C'è il dramma di una persona, del “cittadino Moro”, che è disumano considerare condannata alla pena capitale. E possono svilupparsi iniziative estranee al sistema dei partiti e agli organi dello Stato. La crudeltà della vicenda sta anche in questo labirinto nel quale vita e morte si confondono ad ogni passo.


Alle Br nessuna tregua
Intervista a Luciano Lama segretario della Cgil

Mario Pirani, la Repubblica 7 aprile

 

Roma - "Quelli che abbracciano la teoria "né con lo Stato né con le Br" non possono far parte della Federazione sindacale unitaria: o se ne vanno o debbono essere messi fuori". Così afferma Luciano Lama in una nuova intervista al nostro giornale. Il segretario generale della Cgil giudica negativamente l'idea di organizzare dei gruppi operai di vigilantes, ma afferma anche:"Siamo in un momento drammatico di scelta come durante la lotta antinazista. Se polizia e carabinieri sono scarsamente efficienti, questa è una ragione di più per intervenire". Deve prevalere una concezione omogenea dell'impegno sindacale contro il terrorismo. Fra noi e la violenza, fra le Br e la classe operaia, ci deve essere la stessa frattura politica e ideale che c'era tra partigiani e brigate nere. Non è più tollerabile qualsiasi firma ambigua di connivenza con la pratica della violenza e del terrorismo". Lama ha anche sottolineato il nesso tra lotta contro la violenza e comportamenti sindacali a proposito delle polemiche sollevate dall'intervista di Benvenuto sull'Alfa. "Benvenuto ha perfettamente ragione e chi lo attacca non solo non condivide la linea approvata all'Eur, ma dimostra di non capire che cosa dev'essere il sindacato oggi, di non capire che con la nostra forza possiamo fare del bene, ma anche un gran male a questo paese!". Luciano Lama ancora una volta risponde senza mezzi termini alle nostre domande e coglie senza perifrasi diplomatiche la connessione che vi è tra lotta contro la violenza e comportamenti sindacali. Da questo punto di vista le reazioni all'ultima intervista del segretario della Uil sono un test estremamente significativo. Una bordata di critiche ha accolto, infatti, la sua richiesta di un impegno di fondo per salvare l'Alfa Romeo consentendo una libera ripresa della mobilità interna e degli straordinari in cambio di un continuo controllo del sindacato sulla situazione economico-produttiva della società, attraverso un comitato di emergenza con poteri di verifica sia sui bilanci che sull'andamento aziendale. "Non so se l'idea del comitato di emergenza sia proprio la più valida. Ma il problema non è questo. La proposta di benvenuto va giudicata in un contesto che vede il terrorismo all'attacco per sovvertire i pochi punti di equilibrio che ancora ci restano, per gettare il paese in un caos rovinoso da cui uscirebbe solo un ordine autoritario di destra e non certo una palingenesi rivoluzionaria. Ebbene, in una situazione del genere chi respinge ogni iniziativa di risanamento economico, finisce per produrre il combustibile sociale, il brodo di coltura, delle brigate rosse". Non le sembra che i critici di Benvenuto, in primo luogo i tre segretari della Fim, Galli (pci), Mattina (psi), e Bentivoglio (dc), siano preoccupati che all'Alfa come in altre aziende, un'eccessiva disponibilità del sindacato porti ad una perdita delle conquiste realizzate dal sindacato dal '68 in poi? "La linea dell'Eur, di cui l'iniziativa di Benvenuto è la logica prosecuzione, trova alcune resistenze soprattutto a livello di categoria (a Milano fra i metalmeccanici sembra si delinei viceversa un consenso). In realtà questo è il frutto di un malinteso spirito di difesa dei valori da conservare, che porta a confondere posizioni superate, pseudo conquiste incompatibili con la situazione e conquiste reali che, invece, vanno mantenute e difese. Alcune reazioni denotano una assoluta mancanza di capacità selettiva e quei compagni che si ergono a gelosi custodi di certe conquiste, come se avessero un tesoro dentro uno scrigno da conservare, non si accorgono che montano la guardia ad un mucchio di cenere. Ma si vogliono una buona volta rendere conto che quando una fabbrica come l'Alfa - e non solo l'Alfa ma tante altre aziende pubbliche e private - perde 140 miliardi all'anno e più di 700 mila lire su ogni auto prodotta, l'unica cosa da fare è d'impegnarsi davvero ad aumentare la produttività? A meno che non si abbia in mente un'inattuabile e assurda prospettiva protezionistica. I critici della linea dell'Eur sembrano ignorare che il potere sindacale deve essere utilizzato per controllare seriamente l'organizzazione del lavoro, per costringere il patronato assenteista ad una politica d'iniziativa produttiva, ma non certo per difendere principi superati che portano alla paralisi e alla morte delle aziende. Quando fabbriche e società perdono miliardi e miliardi ogni anno, o si contribuisce a risanarle oppure è più onesto dire che le si vogliono far vivere parassitariamente alle spalle di altri operai e di altri imprenditori". Non mancano da parte della sinistra sindacale critiche d'altro genere. In particolare in varie assemblee è emersa una certa riluttanza ad impegnarsi contro il terrorismo. Come pensa si debba rispondere a chi teme un appiattimento eccessivo del sindacato a difesa di questo Stato? "Il dissenso all'interno delle nostre file è più che legittimo e così la critica al governo e al malgoverno. Ma non è questo il punto: lo Stato rappresenta valori costituzionali essenziali e in primo luogo le libertà democratiche e sindacali che ci siamo conquistati. Per questo pensiamo che coloro i quali abbracciano lo slogan "né con lo Stato né con le Br" non possano far parte della federazione unitaria: o se ne vanno o debbono essere messi fuori". Anche se in forme meno rozze, il rifiuto di identificare l'impegno democratico con la difesa dello Stato è, però, un tema anche al centro del dibattito culturale. Da questo punto di vista la sua posizione non rischia di apparire troppo drastica? "Sarà forse perché non mi considero un intellettuale che non riesco in questa vicenda a sentirmi neutrale. Appartengo a una generazione che ha assorbito il principio dell'impegno civile e politico dalla famiglia, dalla lotta partigiana, dalla battaglia politica e sociale. Siamo una generazione che non ha mai fatto del suo pericolare la sua ragione di vita. Per questo non posso confondere la paura con il coraggio o accettare che la paura diventi una bandiera su cui si misura il livello civile. Quando gli intellettuali, gli scrittori, i poeti, discutono attorno a queste cose, le loro opinioni sono discutibili come quelle di qualsiasi cittadino. Non essere d'accordo con Sciascia o Moravia in questi campi non può diventare un peccato mortale". A volte l'impegno del sindacato contro la violenza si riduce ad una petizione di principio, tanto è vero che in certe agitazioni forme “dure” di pressione vengono utilizzate tranquillamente. Ad esempio come vanno giudicate le espulsioni dei dirigenti aziendali durante l'ultima vertenza Italsider? "Sono episodi di violenza estranei allo spirito del sindacato, così come lo sono le violenze compiute in alcune assemblee per togliere la parola ai sostenitori della linea dell'Eur." Nei giorni scorsi lei ha detto che se centomila lavoratori aprissero gli occhi e si guardassero attorno, le cellule dell'eversione brigatista sarebbero assai più facilmente individuate. Pensa forse ad un corpo di centomila vigilantes operai? "No, affatto. Vigilantes o comitati di fabbrica restringerebbero un'azione che dev'essere di massa e la più generalizzata possibile per isolare e sconfiggere il terrorismo e la violenza. E' un impegno che deve partire dal riconoscimento che aree importanti di cittadini, anche se non simpatizzano per le Br, si considerano però neutrali. Quanti son pronti a dare l'allarme e a non voltare invece la testa dall'altra parte se vedono qualcuno tirare una molotov o nascondere la pistola sotto al maglione? Quanti per indifferenza o paura evitano di denunciare i violenti? Ebbene è ora di dire che un lavoratore che si comporta così no è un collaboratore cosciente e finisce per collaborare con l'eversione. Occorre invece una partecipazione di massa ed anche individuale per salvare le istituzioni così gravemente minacciate". Ma questo non è compito della polizia e dei carabinieri? "Oggi siamo in un momento drammatico di scelta come durante la lotta antifascista e nazizta. Il compito è di tutti e di ognuno, e se polizia e carabinieri sono scarsamente efficienti, questa è una ragione di più per intervenire. Quella che deve prevalere è una concezione omogenea nell'impegno conto il terrorismo nel sindacato. Fra noi e la violenza, fra Br e classe operaia ci dev'essre la stessa frattura politica e ideale che c'era tra partigiani e brigate nere. E come non è neppure concepibile che in una assemblea democratica qualcuno si alzi per giustificare il fascismo, così non è più tollerabile qualsiasi forma di ambigua connivenza con la pratica della violenza e del terrorismo". Non teme, però, che anche con le migliori intenzioni, ci sia il pericolo di trasformare il sindacato in un puro supporto delle istituzioni e di stemperare ogni sua capacità rivendicativa nei confronti del governo? "Se limitassimo la nostra azione solo alla lotta contro il terrorismo faremmo un regalo proprio ai dissennati teorici delle Br. Noi dobbiamo invece riprendere subito l'iniziativa per l'occupazione, il Mezzogiorno, gli investimenti. Abbiamo bisogno assoluto di alcuni risultati concreti e fisseremo le linee di lotta nel direttivo della federazione unitaria la settimana prossima". Da parte di alcune componenti della federazione, specialmente dalla parte della Cisl, vi viene mossa la critica di un eccessiva propensione ad appoggiare il governo perché è sostenuto dai comunisti. La questione verrà risollevata certamente anche nelle prossime riunioni. Come risponderete? "Certamente riconosciamo che il quadro politico odierno costituisce una premessa per una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi dei lavoratori. Ma detto questo, il giudizio resta affidato ai fatti concreti. Il programma ultimo di Andreotti contiene affermazioni di principio assai migliori di quelle che ci erano state presentate in un primo momento. Il problema a questo punto è quello degli strumenti operativi e della gestione immediata. Vogliamo sapere con precisione quanti miliardi ci sono realmente da spendere nel '78 e in quali settori, vogliamo che vengano realizzate svolte effettive nelle partecipazioni statali, che si fissino i programmi di possibile risanamento delle imprese, che ci venga presentato un vero piano chimico con una definizione del problema Montedison, che si avviino alcuni progetti di sviluppo agricolo e industriale nel mezzogiorno. Non vogliamo indeterminati elenchi che lasciano il tempo che trovano, ma precisi impegni di gestione. Su questo siamo pronti a chiamare il sindacato a lottare".


Intervista a Scalzone, uno dei leader della linea dura del movimento.
Che cosa vuole autonomia

Stefano Jesurum e Carlo Rivolta, la Repubblica 12 aprile

 

Non vi sembra, voi dell'Autonomia, di avere fini e obiettivi concomitanti con quelli dei terroristi? Non vi ritenete dei fiancheggiatori? "Se per obiettivo intendiamo i fini generali, cioè quello che è dichiarato nel manifesto dei comunisti, “sovvertire violentemente l'ordine sociale esistente”, se cioè parliamo in senso generale e ideologico della finalità rivoluzionaria, indubbiamente sì. Ma il problema di fondo è che la sinistra si è sempre divisa sui mezzi, sul tipo di percorso, sull'analisi, sul tipo di valutazione della fase politica... Ma se accettate il mezzo "violenza", è aperta la possibilità di avvitarsi in una spirale senza fine. Che differenza c'è tra chi spara in piazza, durante una manifestazione, e provoca la morte di un agente di polizia, e chi ha massacrato la scorta di Moro? "Nei confronti della lotta armata abbiamo un giudizio che deriva da tutto quello della tradizione del marxismo rivoluzionario: siamo cioè assolutamente consapevoli della necessità dell'uso della violenza e della lotta armata come possibilità di aprire gli spazi a un processo di liberazione comunista. Si tratta in pratica di spezzare la macchina dello Stato. Questo però non vuol dire ideologia della violenza. Noi pensiamo che l'ideologia sia sempre un fatto negativo di organizzazione. Quindi, quando la violenza diventa comportamento indiscriminato, o appunto ideologia, perde i connotati dell'intelligenza. Non è più strumento di una intelligenza progettuale, teorica, messa al servizio di un processo di emancipazione proletaria. Pensiamo che il concetto di lotta armata vada nel senso che la lotta armata può significare la guerra civile dispiegata, oppure può essere l'inserimento, all'interno dello sviluppo della lotta di classe, di una serie di iniziative che accelerino ed esasperino la situazione. Evidentemente la calibratura è estremamente diversa da fase a fase". Come si fa a protestare contro la violenza dello Stato e al tempo stesso utilizzare la violenza come mezzo per distruggerlo? Come si può difendere con la morte il diritto alla vita? "Questa obiezione è già stata sollevata ad esempio da Bernard Levy, ma, anche se non si tratta di una posizione da liquidare come riedizione del legalitarismo tradizionale, non la condivido. A me viene subito in mente un'affermazione un po' rozza, forse da comizio, ma efficace. Pensate, per esempio, ad un proletario che si metta a ragionare sui 600 mila morti della guerra del '15-'18. Quale insurrezione, quale guerra civile, anche delle più sanguinose avrebbe provocato il dissanguamento del proletariato in Italia paragonabile a quel periodo storico? Per non parlare delle statistiche sugli incidenti mortali sul lavoro. In Italia ogni giorno muoiono 8-9 proletari in 'incidenti sul lavoro'. Francamente mi sento molto più diminuito e comunque colpito, e lo dico senza demagogia, dall'operaio anonimo che cade nella vasca dell'acido solforico che non, al limite, dallo stesso compagno che cade nelle piazze". Gli incidenti sul lavoro sono certamente gravi e deprecabili e ogni sforzo per rendere il lavoro più sicuro va fatto. Ma l'argomento che lei porta non ha molto peso. Con la stessa logica si potrebbe deprecare e attribuire al sistema il fatto che gli incidenti stradali o qualunque altro tipo di incidenti colpiscono di più le classi più numerose e proletarie della popolazione. Che senso politico può avere un ragionamento di questo genere? Comunque, secondo lei, a secondo di come si muore, la vita ha un valore diverso? "In un certo senso sì, anche se andremmo, parlando di questo, a sconfinare in termini filosofici. La violenza - anche nella forma preordinata militare - esercitata dai proletari per abbattere la forma sociale capitalistica ha un contenuto diverso da quella opposta, ha un contenuto di liberazione". C'è un problema su cui voi non vi misurate onestamente. A prescindere da qualunque giudizio politico è evidente che l'ingresso del Pci nell'area del governo garantisce allo Stato, quale esso è oggi, un consenso certamente più vasto di quello che aveva prima. Questo proletario, a cui vi riferite, nella sua maggioranza, si riconosce nel Partito comunista. Non credete quindi che il consenso intorno alle istituzioni democratiche v'imponga di abbandonare la linea della violenza per porvi il problema di come erodere questo consenso e coagularlo intorno a voi? "Ora che il campo sembra essere sgombro dagli esorcismi sulla Cia o il Kgb, ci si comincia a rendere conto che il terrorismo (chiamiamolo pure così, fuor d'ideologia) c'è, è un fenomeno organico alle società più diverse, dai simbionesi americani ai palestinesi. E' un fenomeno endogeno, quindi si tratta di passare ad un altro discorso. Il problema che io ponevo in assemblea a Roma, in termini molto spregiudicati era come, dal punto di vista dei rivoluzionari, sia possibile, dicevo provocatoriamente, un uso del terrorismo". Ma scusi, torniamo alla questione del consenso. "In pratica tu sostieni che, se c'è l'impressione dello sfascio di alcuni apparati, in prospettiva c'è una forza ristabilizzante. Indubbiamente oggi il Pci si presenta come unica forza in grado di legittimare questo Stato, e questo lo capiscono anche i liberali tradizionali. Ora il problema è capire se noi possiamo riuscire (e questo vuol dire abbandonare alcuni schemi estremisti) a inserirci in questo quadro della situazione in modo da impedire che il Pci funzioni per legittimare lo Stato nuovo del capitale". Molotov, revolverate, vetrine sfasciate nelle strade. Non credete che la paura faccia arretrare la democrazia e quindi anche lo sviluppo dell'opposizione al regime democristiano che vi proponete di creare? "C'è al fondo di questo problema la questione dell'ineliminabilità d'un atteggiamento antagonistico di classe che a volte si presenta in modo contraddittorio. Secondo me oggi convivono nelle stessa persona, addirittura nello stesso operaio, contemporaneamente un impianto ideologico favorevole al mantenimento del compromesso democratico, e un atteggiamento per cui si vede di buon occhio la pratica del terrorismo. Non perché molti operai condividano la pratica delle Brigate rosse coscientemente, ma perché a molti va bene che la gerarchia di fabbrica sia sotto tiro. E' il caso di larghi strati operai torinesi, rivelato anche da Pansa. Insomma, sono in molti a vedere queste cose non come una strategia rivoluzionaria, ma come il cacciavite dentro la macchina, come il sabotaggio delle macchine che ferma la produzione. Il problema è che gli occhiali estremisti che spesso portiamo, ci impediscono di lavorare su questa contraddizione. Io non me la sento di regalare all'avversario le masse che hanno partecipato alle manifestazioni del 16 marzo. Cioè la motivazione di sostegno delle istituzioni non era maggioritaria in queste mobilitazioni, ma la gente ha reagito ai più disparati impulsi. Che so? La paura del golpe e altro". L'autonomia intensificherà, visto che non ha respinto al mittente il messaggio delle Br, come hanno fatto altri settori del movimento, le sue mobilitazioni e la sua azione politica nei prossimi mesi? "Per quanto è possibile i nostri ritmi saranno indipendenti dai fatti recenti. Io credo che noi dobbiamo continuare a sviluppare la tematica del contropotere, che non deve assolutamente subire arresti. Dobbiamo far crescere il contrapotere, addirittura la controsocietà, non nel senso di una cosa separata che vive negli anfratti della società capitalistica, ma nel senso di uno sviluppo dell'antagonismo sociale. Quindi il senso non è quello di dire: c'è questa crisi, diamo una spallata e facciamola precipitare, ma interveniamoci sopra, utilizziamola, approfondiamola, rendendo irreversibile questa ingovernabilità".


Lo stato di vita di Moro e le colombe
Intervista a Luigi Pintor

G. Pansa, la Repubblica 15 aprile

 

ROMA -Trattare o non trattare con le Brigate rosse? Cedere ai terroristi non comporta il pericolo di far saltare quel tanto di sistema democratico che siamo riusciti a tenere in piedi? E quanti vogliono trattare, ossia le "colombe", non rischiano di diventare, loro malgrado, dei "falchi"? La storia cominciata il 16 marzo ripropone ogni giorno domande sempre più aspre. E allora andiamo a sentire che cosa risponde, dopo le prime polemiche, una "colomba" di sinistra, Luigi Pintor. Pintor ormai ha una faccia che sembra tagliata nel legno, come asciugata. "Falco colomba... - replica a bassa voce, quasi parlando a se stesso -. Sempre i soliti schemi. Non ci sforziamo mai di capire le cose. Questo è un paese dove tutti invocano lo spirito critico. Ma appena si presenta un problema, ecco che entrano in campo soltanto le grandi categorie astratte". Va bene, partiamo dal "problema"... "La storia di Moro, con la strage e il sequestro è paurosa - dice Pintor -. Questa storia ha fatto toccare alla gente una dimensione di problemi che prima non esisteva, oppure è soltanto un episodio molto grave ma che in qualche modo rientra nella normalità.? Io credo che sia vera la prima cosa. Eppure, se leggi i giornali, se ascolti la radio, senti soltanto risposte meschine, rituali, mistificate, bugiarde, come è tutta la politica italiana. Ascoltiamo parole vuote, che non sono all'altezza dei problemi esplosi il 16 marzo". D'accordo, Pintor, ma anche tu hai pronunciato delle parole. Hai detto che forse può essere giusto trattare con le Brigate rosse per salvare Moro. Pintor risponde: "Per prima cosa io penso che dobbiamo uscire da questo dilemma del 'trattare o non trattare' anche perché è proprio il dilemma che vogliono imporci loro, le Br. E poi io non dico: bisogna trattare ad ogni costo e pagare qualsiasi prezzo. La mia risposta è diversa: dobbiamo fare tutto il possibile per salvare la vita di un uomo. Il possibile. Soltanto se loro ti chiederanno una cosa impossibile, allora deciderei di non farla. Non prima". "Quello che non posso accettare e voglio attaccare - dice Pintor -è il modo 'duro', da piccola Prussia, di porsi davanti al problema. Tra l'altro, è un modo bugiardo, perché la trattativa nascosta quasi certamente ci sarà. E poi la risposta prussiana diventa una copertura per le porcherie politiche: e infatti si stanno già facendo i nuovi organigrammi dentro la Dc, i democristiani già pensano al 'dopo Moro', a come spartirsi il potere all'interno del loro partito. Non solo: la linea 'prussiana' funziona da barriera per impedire l'autocritica su che cosa è questo Stato oggi. Altro che difesa di astratti principi statali! ". "Vedi - continua Pintor - forse io immagino una classe dirigente che non esiste da noi, forte, credibile. Pensa se dopo il 16 marzo chi governa questo paese avesse detto: è accaduto un fatto di enorme gravità". "Cercheremo di salvare quell'uomo, ci sono alcune cose che potremo fare e altre no, non andremo al di là di un certo limite. Allora si che, dopo aver affermato il diritto alla vita, puoi mettere in moto, e legittimamente, le difese dello Stato". "Insomma, la risposta al dramma del 16 marzo e al terrorismo dovrebbe essere data su tre livelli - spiega Pintor -. Primo: far sentire all'opinione pubblica che si è sensibili all'appello estremo di un cittadino in pericolo e rifiutare il clima da western, da ultima battaglia, che le Br ci vogliono imporre. Secondo: discutere cosa si può fare anche con i metodi tradizionali, per disinnescare la violenza. Terzo: cogliere l'occasione per accelerare i tempi di un'autocritica sullo Stato, su come in tutti questi anni si è operato di fronte ai problemi gravissimi della società nazionale". Non pensi che trattare e poi magari cedere serva soltanto ad aprire una spirale senza fine, con altri colpi del terrorismo ed altre trattative, passando di cedimento in cedimento? "Sì, questo rischio c'è. Ma c'è in ogni caso. Le Br fanno quello che fanno in sé, e non per ricattare, e continuerebbero a farlo comunque. E poi, te lo ripeto, io penso a tre livelli di risposta, e non soltanto alla trattativa. Il 16 marzo una sconfitta c'è stata, e con questo dato storico bisogna fare i conti". "Stai attento - mi avverte Pintor - io dico quello che dico non partendo dall'argomento che questo Stato è uno Stato di merda tanto vale... Sarebbe un argomento troppo facile, meccanico. Io lo uso nel senso contrario: dico quello che dico perché immagino che questo Stato possa essere diverso, migliore. Però ciascuno di noi deve fare la propria parte. Lo spirito di trincea non serve, soprattutto quando la trincea è di cartone...". Tu ritieni che la gente capirebbe una trattativa per Moro? Non direbbe: perché per Moro sì e per gli altri no? "E' probabile. Ed è quasi giusto che non capisca. Troppe volte abbiamo visto la Dc fare i propri affari, fregandosene delle posizioni di principio. Troppe volte abbiamo visto il potere politico muoversi pro domo sua, in base ad una sua logica, curandosi soltanto della propria convenienza". "Questo però non mi convince a cambiare opinione - continua Pintor -. E io lo dico proprio a te, dopo l'attentato a Casalegno, hai raccolto quei giudizi di operai davanti ai cancelli di Mirafiore. Bene: quel tipo di posizione non la ricuperi giocando alla piccola Prussia. Puoi attenuare la sfiducia della gente soltanto se gli dai un'immagine diversa dello Stato. Ed è possibile tentare di darla soltanto lavorando sui tre livelli che ti ho detto". "Siamo tutti in un angolo - dice Pintor -. Ma la posizione più sbagliata è fingere di non essere nell'angolo, di non riconoscere la 'novità' del dramma cominciato il 16 marzo. Vedi, per tutto gennaio e febbraio e per altri giorni ancora, abbiamo discusso all'infinito su come fare questo nuovo governo. E poi, di colpo, le Brigate rosse ti portano via l'uomo che era stato al centro di tutto". "Questo ti dà la sensazione fisica che tra il modo di essere della nostra società e la sua faccia pubblica, la sua dimensione politico-formale, non c'è più rapporto, che tutte le regole sono sconvolte. Prima ne avevamo la certezza logica, adesso lo vediamo nei fatti. Non scriviamo più il futuribile: stiamo vivendo una realtà terribile, disorientante. Per questo mi fa paura non soltanto la storia in sé, ma l'insufficienza della risposta". "E' un discorso da anrchico-individualista il mio? - domanda Pintor, con un sorriso agro -. Mi pare proprio di no. Ad ogni modo, per non correre questo rischio offro alla tua valutazione un concetto più politico. Nel dopoguerra, l'anticomunismo è servito per garantire la continuità dello Stato fascista. Adesso non vorrei che l'antibrigatismo diventasse l'alibi per assicurare la continuità dello Stato democristiano". "Il problema, dunque, mi sembra molto più complesso della formula 'trattare o non trattare', 'falchi o colombe'. Ma forse la constatazione più amara è un'altra, - conclude Pintor -. Qui siamo seduti tutti su di un vulcano che nessuno di noi controlla. Fra un'ora può succedere qualcosa, all'improvviso, per cui, questa intervista non avrà più senso e l'unica cosa da fare sarà di buttarla via".


Un prezzo che lo Stato non deve pagare
Editoriale, la Repubblica 18 aprile

 

Di fronte alla crudeltà della “condanna a morte” di Aldo Moro, la famiglia e la Dc hanno deciso di far intervenire le organizzazioni internazionali che per statuto si prendono cura dei prigionieri, del loro trattamento, della loro sorte: anzitutto “Amnesty International” e poi - se sarà necessario - la “Caritas” vaticana e la Croce Rossa Internazionale. Questa nuova linea di condotta pone due problemi: 1) Sarà sufficiente a distogliere le Br dai loro sanguinosi propositi? 2) Modificherà, e in quale senso, lo “status” giuridico-politico dei brigatisti di fronte allo Stato italiano? Alla seconda domanda si può dare una risposta negativa: l'intervento di Amnesty è stato sollecitato dai parenti e dalla “famiglia politica” di Moro per ragioni umanitarie; lo Stato non c'entra in nessun modo, non si è assunto impegni di nessun genere, non può e non deve pagare alcun prezzo. Le Br, da questo punto di vista, restano quello che sono: un gruppo di terroristi, soggetti alle leggi della Repubblica per i crimini commessi. Ma questa constatazione diminuisce notevolmente l'efficacia che tali interventi si ripromettono di raggiungere. I brigatisti, a meno che non si trovino in gravi difficoltà per ragioni a noi ignote, non sono certo uomini sensibili ad appelli umanitari. Cercano una contropartita ed essa non può che essere una qualche forma di “riconoscimento” giuridico-politico. Ma questa strada, ovviamente, è preclusa.


Sacrificare un uomo o perdere lo Stato
Editoriale, la Repubblica 21 aprile

 

Sapevamo tutti, fin dall'inizio di questa orribile vicenda, che sarebbe arrivato il momento dell'ultimatum. C'era un'alternativa: che Moro rivelasse infami segreti e crimini di Stato. Se lo avesse fatto - o perché quei crimini di Stato esistono oppure inventandoli pur d'aver salva la vita - i terroristi l'avrebbero certamente rilasciato, essendo la sua presenza da vivo assai più ingombrante che il suo cadavere. Ma Moro, evidentemente, non ha parlato. Perciò i terroristi hanno scelto la via dell'ultimatum, puntando sulla divisione delle forze politiche e sulla gravissima crisi che ne conseguirebbe. Il dramma di queste ore si svolge soprattutto nella famiglia Moro, alla quale deve andare il rispetto e la solidarietà degli italiani, e dentro la Democrazia cristiana. Ma sono ore gravi ed impegnative per tutti. La decisione da prendere è infatti terribile perché si tratta di sacrificare la vita di un uomo o di perdere la repubblica. Purtroppo, per i democratici la scelta non consente dubbi.


In minoranza nel movimento chi vuole sfruttare la crisi aperta dalle Br
Carlo Rivolta, la Repubblica 21 aprile

 

ROMA - Il movimento è diventato sotterraneo, e sotto l'incalzare della crisi è sempre più difficile distinguere gli stati d'animo e le linee politiche che si intrecciano nel magma confuso di quel che resta dei militanti del '77. Al contrario di quanto avvenne per l'annuncio del falso messaggio (quello che annunciava la morte di Moro) ieri non ci sono state assemblee: le decisioni politiche, il dibattito, e persino lo scambio di opinioni, sono ormai delegati ai vertici delle organizzazioni politiche e ai giornali della nuova sinistra. Unica novità visibile, l'offensiva di chi vuole 'utilizzare' la crisi aperta dalle Br. Fin dalle primissime ore successive alla diffusione del falso comunicato l'area dell'Autonomia organizzata ha sostenuto che non poteva trattarsi che di una "provocazione" contro "i compagni delle Brigate rosse ". Oggi radio Onda rossa è tornata sull'argomento spiegando che l'uccisione di Moro non sarebbe stata organica alla linea di indebolimento dello Stato fin qui seguita dalle Brigate rosse. L'opportunità di trattare con le Br per ottenere lo scambio di prigionieri politici è considerata dall'area di Autonomia molto favorevolmente: non sono ragioni umanitarie a spingere verso questa posizione, ma considerazioni di natura strategica e politica. Non viene nascosta, infatti, la soddisfazione di un riconoscimento dell'esistenza di "detenuti politici nelle carceri del rgime". Accanto a questo atteggiamento dell'area più oltranzista del movimento, c'è da segnalare il rientro sulla scena politica di altri vecchi leader operaisti che hanno fatto propria la posizione "leninista" di Oreste Scalzone ("Utilizzare il terrorismo, come Lenin diceva di utilizzare il terremoto"). I vecchi capi dell'estremismo post-sessantottesco ritengono che lo Stato sia ormai vicino al collasso, sostengono che il terrorismo ha mostrato di aver un alto potere destabilizzante che, insomma, è tempo di scendere in campo. Qualcuno parla anche di un documento di risposta al comunicato delle Br che chiedeva al movimento di operare una saldatura con il terrorismo. Che peso reale hanno queste voci? Intorno al gruppo dei capi storici dell'operaismo non si muovono molti militanti anche se, dall'interno di "Lotta Continua" c'è chi chiede di ripristinare le vecchie proposte politiche di organizzazione per intervenire nella crisi (andava letto forse in questo senso anche un intervento di Guido Viale al seminario sul giornale). Il movimento romano è arrivato in questi giorni al culmine di un processo iniziato nel marzo del '77: il suo progressivo "svuotamento" e la sua sparizione dalla scena politica della città. Ad ogni manifestazione violenta è corrisposto, infatti, un calo verticale delle presenze in piazza alla manifestazione successiva, ad ogni assemblea con scontri, polemiche e prevaricazioni, un calo di partecipazione al dibattito politico. La punta più alta di questo processo: venerdì 7 aprile un'assemblea di duemila persone, dell'area di autonomia, ha votato una manifestazione di piazza "dura". E' completamente fallita. La "delega" dei duemila presenti ai gruppetti dei servizi d'ordine è rimasta inutilizzata. Segno di una crisi molto profonda. che investe ora anche chi ha fatto l'apologia della 1otta armata. Per oggi, comunque, gli autonomi hanno indetto un'assemblea all'Università. Sul versante opposto, dalla parte di quelli che finora si sono opposti alle proposte di Autonomia operaia, gli atteggiamenti e le reazioni alla notizia del nuovo comunicato delle Br sono stati diversi. Molti, soprattutto fra quelli che avevano appoggiato nella prima fase gli autonomi sostengono che è impossibile "utilizzare" la crisi aperta dalle Brigate rosse. "Saranno semmai loro ad utilizzare l'autonomia", sostengono, e spiegano subito dopo che le Br sono inequivocabilmente pilotate politicamente da una potenza imperialista (il riferimento però al contrario di quanto avveniva anni fa, è rivolto essenzialmente all'Unione sovietica). L'area del coordinamento di Lettere, quello che resta del movimento del ' 77, anch'essa ridotta ad un pugno di delegati (meno numerosi degli autonomi, ma con una ben più vasta area di opinione), insiste in un giudizio politico molto severo sulle Brigate rosse, che, a prescindere da ogni dibattito sulla loro origine, "forniscono automaticamente spazio per una svolta a destra". Secondo quest'area lo Stato, anche se si mostra debole e contraddittorio in questa vicenda, è ancora in grado di controllare saldamente la situazione. Infine quest'area pone di problema del consenso al centro della sua polemica, e ribadisce la sua estraneità alle Br. Infine "Lotta Continua". Sul giornale oggi in edicola il tema centrale resta quello della trattativa: Lc insiste nello sviluppo delle tematiche personali, potremmo definirle della "rivoluzione umanitaria", che sono state anche al centro del dibattito nel seminario sul giornale che si è svolto la settimana scorsa a Roma. Attestata sulla linea promotrice della trattativa per salvare Moro, Lc è prevalentemente spinta a questa campagna da considerazioni che riguardano "la vita del cittadino Moro". Per ora il gruppo che nel giornale e in quello che resta dell'organizzazione "simpatizza con le posizioni degli autonomi, non è riuscito a far prevalere la sua voce. "Il pericolo maggiore", spiegano diversi militanti che si oppongono alla linea di autonomia, "è che altri giovani militanti siano spinti sulla strada della clandestinità, in questo senso sono certamente irresponsabili quelli che, cinicamente, vogliono utilizzare le Br". Ma ci sono anche problemi più gravi, come la moltiplicazione delle cellule terroriste che potrebbero far diventare il fenomeno, finora endemico, una vera e propria epidemia.


I vescovi, spiegano perché hanno i firmato l'appello proposto da "Febbraio '74" e pubblicato da Lotta continua
Lo Stato ora scelga il primato della vita

Domenico Del Rio, la Repubblica 22 aprile

 

"HO CREDUTO di interpretare esattamente l'impegno per la non violenza della nostra associazione", dice il vescovo d'Ivrea, "lo stesso impegno che viene espresso da Amnesty International e che conduce alla considerazione della centralità della vita umana. Non scendo ai particolari, i modi concreti non li saprei indicare, ma il nostro appello vuol dire un invito allo Stato Italiano a trovare il modo, pur nella salvaguardia delle sue strutture, di non sacrificare una vita umana. Questo non lo chiediamo per Moro il politico, lo statista, ma per l'uomo Moro, che in questo momento vediamo come simbolo di tutte le vite umane. Ma su questo punto, il nostro è anche un appello alle Brigate rosse. A loro che affermano di avere una visione diversa del futuro noi diciamo che una diversità non ci potrà essere se non terranno presente la centralità della vita umana". Filippo Franceschi, vescovo di Ferrara, dichiara, invece, di aver firmato per un "motivo affettivo". "La mia adesione nasce più dal cuore che dalla fredda ragione", afferma il vescovo ferrarese, "Se non avessi conosciuto il fratello di Moro, durante la mia permanenza a Roma, forse la mia pena non sarebbe così grande. Non conosco e non sento motivi politici. Questi sono estranei al mio stile di vescovo. Sono sulla stessa linea umanitaria e morale su cui si muove tutto l'episcopato italiano". Marlo Magrassi, il nuovo arcivescovo di Bari, dopo la partenza per Torino di Alberto Ballestrero, capeggia per autorità il gruppo dei vescovi firmatari pugliesi, ma è stato esitante prima di sottoscrivere. Aveva già rifiutato di firmare un analogo documento di Bari perché lo aveva giudicato troppo politico. Poi l'ha convinto il fatto che, pur partendo da diverse posizioni ideologiche, si convergeva in un atto urnanitario. Magrassi dice che il dilemma che viene posto allo Stato, "capitolare o no", è un dilemma che si pone anche dentro di lui come un'acuta sofferenza. Tuttavia, sostiene il vescovo di Bari, "è troppo drastico ridurre tutta la questione all'affermazione che lo Stato non deve cedere. E' dovere dello Stato anche non rinunciare a salvare l'uomo". Aldo Garzia, vescovo di Molfetta, ha già aderito con un telegramma a un altro appello pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno". A questo secondo appello ha aderito "per solidarietà umana e cristiana". "Non posso approvare questo assolutismo di Stato", prosegue il vescovo, "per me ciò che è importante è che si salvi una vita umana. Come, ciò in concreto si possa fare, io non lo so, ma ci saranno pure le persone adatte che sapranno risolvere questa drammatica situazione". "E' importante porsi sulla via delle trattative", sostiene Salvatore Isgrò, vescovo di Gravina, fratello di un ex deputato sardo moroteo, "senza, tuttavia, cedere a ricatti assurdi". Quali potrebbero essere i ricatti assurdi? "Quello, per esempio, di un riconoscimento ufficiale delle Brigate rosse da parte dello Stato. Ma se chiedessero denaro, immunità per qualcuno, ospitalità in altri paesi, non vedo perché non si dovrebbe trattare". Giuseppe Carata, vescovo di Trani e Barletta, da giorni gira i grossi centri della sua diocesi per organizzare riunioni di preghiere per la salvezza della vita di Moro. "Oltre tutto, è mio concittadino" dichiara il vescovo, "bisogna trovare una via privata, amichevole, per esempio la Santa Sede". La posizione del vescovo Carata è, infatti, intransigente per quanto riguarda l'atteggiamento dello Stato: "Lo Stato non deve trattare col suo personale nemico. Qui siamo di fronte a forze occulte, misteriose, che non usano la ragione, ma che mettono a repentaglio la vita della nazione. Lo Stato devo difendersi, perché lo Stato siamo tutti noi". Anche Michele Mincuzzi, vescovo di Santa Maria di Leuca, sostiene la non abdicazione dello Stato, ma a un certo punto il suo discorso prende una direzione tutta particolare, quella della giustificazione cristiana del sacrificio di una vita umana. "Gli italiani sono famosi per trovare sempre soluzioni brillanti", commenta il vescovo, "ma questa volta ci troviamo tutti a brancolare nel buio. E' chiaro, per me, che lo Stato non deve trattare. Si tratta tra eguali, tra chi ha la stessa dignità, non con chi si pone contro la nazione, con chi ferisce la comunità nazionale. E, tuttavia, io spero ancora di ottenere l'impossibile, forse l'inimmaginabile. Ma anche se ciò non avvenisse, cerco di capire questo mistero. Conosco Moro da 35 anni, il Moro cristiano che celebrava l'eucarestia tutti i giorni, cioè celebrava la passione di Cristo, e quindi sapeva portare dentro di sé questa dimensione drammatica cristiana. Io adesso immagino di dialogare con lui, con l'uomo intatto, non manipolato dalle Brigate rosse, e mi sento chiedere da lui come deve comportarsi, e io non so suggerirgli altro che la parola di Cristo: non c'è amore più grande che donare la vita per i propri fratelli. Io sono sicuro che la risposta a tutte le domande laceranti che ci poniamo in questo momento si trova nel cuore stesso di Moro. Se lui potesse parlare liberamente, direbbe: non pensate a me, io sono pronto al sacrificio, pensate al bene del popolo, continuate voi a vivere". Sul Moro manipolato e pronto al sacrifIcio non sembra, invece, d'accordo Gianni Baget Bozzo, uno dei più noti firmatari dell'appello, che sulla trattativa sta costruendo una sua filosofia politica. "Condurre le Br sul terreno della trattativa, non avendo ora alcun mezzo per isolarle e batterle militarmente", sostiene il teologo genovese "è una scelta politica, che rientra nei compiti e nella figura dello Stato. Aldo Moro si è sforzato di fare comprendere questa logica: e ritengo una menzogna il tentativo di fare passare delle tesi lucide mere estorsioni di una pesonalità moralmente distrutta. Rifiutare di trattare vuol dire dividere in due il paese, su un piano di principio. E i principi che si oppongono sono, da un lato, una concezione astratta dello Stato, che non può non isolarsi nella veste insostituibile del suo ordinamento, nato dalla Resistenza, dalla "ribellione per amore", e fondato sul primato della persona".


Alla Spa-Stura assemblea sul terrorismo,
sbandamento nella “base” sul caso Moro
e tanta rabbia verso i governi della Dc
Fiat: il sindacato alle prese con “l'indifferenza operaia”

Salvatore Tropea, la Repubblica 29 aprile

 

TORINO, 28. - Nel grande capannone della Fiat Spa-Stura, dove ieri mattina Bruno Trentin ha parlato a circa cinquemila operai riuniti assemblea per discutere dei terrorismo, c'era un grande cartello sul quale si leggeva: "Contro ogni terrorismo per migliorare questo Stato". Ma è possibile migliorare lo Stato facendo i discorsi ascoltati in quella assemblea? E' ciò che Trentin si deve essere chiesto lasciando la Spa-Stura. Il cronista che rilegge sul taccuino gli interventi annotati nel corso di quel dibattito ha l'impressione che nelle fabbriche si stia diffondendo un pericoloso senso di indifferenza, qualcosa di simile alla neutralità nel confronti del terrorismo. E' vero? Di certo le voci contro il terrorismo appaiono sommesse e anche se non lo si ammette ufficialmente ciò è dovuto alla paura che a Torino ha indubbiamente una sua comprensibile ancorché umana giustificazione. LA CONDANNA ufficiale non manca, ma fa pensare più a una specie di rabbia contro il governo o meglio contro i governi che si sono succeduti in questi ultimi trent'anni. E questa rabbia sovente porta a confondere irrazionalmente lo Stato col governo, dimenticando che il primo, come dice Norberto Bobbio, per quanto degenerato, può essere sempre modificato "sine effusione sanguinis" e che fuori da questa strada c'è il dispotismo e la guerra civile. Dal che, come avvenuto ieri mattina, può capitare di veder nel silenzio la notizia dell'ultimo attentato delle Brigate rosse contro un dirigente Fiat. Il rappresentante del consiglio di fabbrica non ha dubbi sul fatto che le Brigate rosse e il terrorismo in generale tendono a sovvertire le istituzioni democratiche e può gridare alle Br che "le loro imprese non ci rappresentano oggi né ci rappresenteranno mai". Ma l'operaio che prende la parola subito dopo afferma che "queste istituzioni non meritano il nostro appoggio". Forse non c'è convinzione nelle parole di quest'ultimo, ma solo rabbia, delusione, amarezza per questa Italia e per i suoi problemi e per i problemi che sembrano doverla sommergere da un giorno all'altro. E' una voce isolata? Non sembra poiché l'intervento che segue è quello di un operaio per il quale "da trent'anni noi subiamo il terrorismo nelle fabbriche, con i capi fascisti, con la pensione che si aspetta per mesi, con l'emigrazione selvaggia". E' quasi uno sfogo che approda a dichiarazioni pericolose e ad affermazioni contraddittore. "Io non condanno le Brigate rosse e non condanno nessuno. Sono contro il terrorismo, ma so che bisogna subito fare le riforme". Dalle tenebre di questo oscuro malessere affiora la linea del movimento sindacale, il desiderio di rinnovamento del paese. Un desiderio così forte che induce un operaio a ipotizzare una assurda applicazione della legge del taglione. "Se non liberano Moro e lo uccidono allora lo Stato deve fare altrettanto con i tredici per i quali è stato chiesto lo scambio". E' possibile che un operaio sindacalizzato e politicizzato della Fiat faccia una simile proposta? "Non ci credo neppure io a una soluzione di questo genere - aggiunge lo stesso che l'ha fatta - . E' che non si sa come uscire fuori da questa situazione". Certo si avverte uno sbandamento che però non dovrebbe essere difficile recuperare, poiché alla base di tutto c'è una diffusa insoddisfazione e la volontà di rifondare questo Stato. "Questa situazione drammatica - osserva un altro operaio- non è nata ieri: essa è la conseguenza del non governo, delle storture di questo Stato. Non si può assolvere Ordine nuovo e poi dire che si vogliono battere le Brigate rosse". Altri ancora chiedono che siano processati i politici colpevoli, che si ponga fine al fenomeno tutto italiano dell'insabbiamento degli scandali, che sia cambiata questa classe politica corrotta e corruttibile. "Il processo di Torino - tuona un operaio non più giovane - deve andare avanti, ma devono andare avanti anche i processi di Catanzaro, della Lockheed e tanti altri". Forse alla Spa Stura hanno parlato solo gli “arrabbiati”, ma nessuno li ha certamente contestati; mentre il rappresentante della Democrazia cristiana è stato fischiato anche quando ha detto che Moro è un uomo che ha avuto riconoscimenti da tutto il mondo.


Democrazia contro terrorismo
Editoriale, la Repubblica 6 maggio

 

La folle logica delle Br sembra purtroppo esser arrivata alla sua tragica conclusione. Il testo del comunicato numero 9, oltre all'annuncio che la condanna a morte di Moro è “in corso di esecuzione”, contiene un appello all'insurrezione vera e propria: "...Estendere l'attività di combattimento, concentrare l'attacco armato contro i centri vitali dello Stato imperialista... questo bisogna fare per fermare gli assassini capeggiati da Andreotti..." Il problema di queste ore sta tutto nella risposta che il governo e le forze politiche daranno ad una sfida che preannuncia ormai il terrorismo di massa congiunto alla sommossa di piazza. Se alle parole seguiranno i fatti (ma i fatti in realtà stanno da tempo precedendo le parole) ci troveremo tra poche ore con il corpo di Moro abbandonato chi sa dove e con un infittirsi di attentati sanguinosi, collegati gli uni con gli altri in un unico disegno eversivo. Di fronte ad una fosca realtà di questo genere bisogna innanzi tutto non perdere il controllo dei nervi e non cedere a spinte emotive. Le forze di pubblica sicurezza non hanno certo brillato in questi cinquanta giorni per efficacia nelle indagini. E' stato il loro, un fallimento totale, che accresce il senso di impotenza e di frustrazione che tutti proviamo. La gestione politica del ministro dell'Interno ha invece avuto il merito di non esasperare la situazione oltre il limite dell'irreparabile. Sappiamo che Cossiga ha trasmesso da alcuni giorni al presidente del Consiglio, agli altri ministri che fanno parte del Comitato di sicurezza interna e segretari di partiti della maggioranza, un documento nel quale è indicata la strategia che il ministro dell'Interno intende adottare nell'ipotesi che “l'esecuzione” di Moro abbia effettivamente luogo. Per quanto ne sappiamo, il ministro dell'Interno ribadisce l'inutilità e la pericolosità insieme di misure eccezionali, "fino a quando, ovviamente, al terrorismo non si affiancassero vere e proprie azioni di guerriglia allo scoperto che richiederebbero mezzi di repressione diversi da quelli propri delle forze di pubblica sicurezza". Concordiamo completamente con questa strategia. Governo, partiti democratici, opinione pubblica, mezzi di comunicazione, affrontano in queste ore una prova decisiva. E' in gioco la sopravvivenza delle istituzioni repubblicane. E sul comportamento di tutti, individuale e collettivo, grava un'enorme responsabilità. Sono momenti, questi, nei quali il destino della nazione sta nelle mani di ogni cittadino. Tutti ne sono consapevoli.


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