FISICA/MENTE

 

 

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barbara_ricostruzione_analisi_RAPIMENTO_MORO=25marzo2008.htm

Trent'anni dal caso Moro

1

ricostruzione e analisi
 
Di Barbara Fois
 

Sono passati trent’anni da quel giorno di marzo che cambiò la vita di questo paese. Ed è ormai rituale chiedersi “tu come l’hai saputo? Dov’eri?” come si fa per i grandi eventi epocali.

Erano circa le 9,30 quel giovedì 16 marzo 1978 ed io ero appena entrata nell’atrio di Facoltà, quando una collega mi si avvicinò stravolta “Hai sentito la notizia terribile?” io scossi la testa in silenzio, allarmata, lei continuò con la voce soffocata “Hanno rapito Moro e massacrato la sua scorta. Li hanno ammazzati tutti!!” Rimasi lì come un’allocca, cercando di inghiottire la notizia, mentre lei correva via e, come un’ape operosa che vola di fiore in fiore, si fermava a parlare con un’altra persona. Mi sedetti sulla panca di marmo, lì nell’atrio, cercando di riordinare i pensieri, che sembravano volare impazziti nella mia testa gridando, come uno stormo di rondini. Salire su nel mio studio e fare le cose che avevo in scaletta nell’agenda mi sembrava impossibile: non potevo accettare la normalità di un giorno qualsiasi. Perché niente era più normale. E in quel momento di così forti emozioni, di angoscia e confusione, solo una cosa era chiara, solo di una cosa ero certa: che da quel momento niente sarebbe più stato normale, niente avrebbe potuto essere come prima. Mai più.

Avevo ragione, purtroppo. Quel giorno è stato un punto di svolta, che ha cambiato la rotta nella vita di questo paese. Perché quello di Moro non è stato solo un rapimento con strage, finito con l’ esecuzione crudele di un ostaggio inerme ( e già così sarebbe stato mostruoso e intollerabile in un paese civile), ma è stato molto, molto di più. Le radici oscure di quel fatto arrivano in profondità e si intrecciano ad altri fatti altrettanto oscuri e spaventosi, che hanno insanguinato e avvelenato questo paese per anni e che ancora ne inquinano la vita sociale e politica. Come in un quadro di Bosch, in quella vicenda niente è come appare e se ci si avvicina si notano dei particolari inquietanti e figure mostruose. Ogni avvenimento ha diversi livelli di lettura, più o meno profonda e non è facile sintetizzare e capire. E quando ti sembra di aver capito davvero, ecco che viene fuori un altro elemento, un tassello che confonde di nuovo tutto il disegno. Proveremo qui a seguire passo passo tutta quanta la vicenda.

 

Il rapimento e la strage
 

Dagli atti delle inchieste, dalle sentenze (23),dai verbali dei processi (siamo al “Moro 6”) e della commissione stragi, sembra che ancora non si sia potuta ricostruire con assoluta certezza tutta la meccanica del rapimento.

Per chi non è romano come me capire anche topograficamente la dinamica dell’agguato è fondamentale. Così ho preso alcune cartine di Roma e ho scoperto che in nessuna di esse compare né via Fani, né via Stresa. Solo sul web si trova tutta la mappa, anche se divisa così a quadrati è difficile da visualizzare. Volevo seguire il percorso del “convoglio” di Moro, formato da due macchine, dalla sua abitazione a via Fani. E così scopro la prima di una serie di inesattezze che costellano questa storia e si perpetuano in articoli e testimonianze: la macchina di Moro – seguita da quella della sua scorta – non arriva da via Trionfale, ma da via Forte Trionfale ( dove c’è la casa di Moro e che è molto più a nord dell’altra strada quasi omonima), che si immette curvando a sinistra in via Pieve di Cadore, che a sua volta gira a destra e diventa via Mario Fani. Se non si è precisi c’è il caso di finire in una serie di equivoci : infatti la via Fani scendendo incrocia la via Stresa e, continuando a scendere, si immette ( questa volta sì) in via Trionfale. Dunque quando leggiamo le cronache dell’agguato, con le posizioni dei brigatisti, dobbiamo tener conto di questo particolare logistico, se vogliamo capire. Ci sono già abbastanza cose non chiare e sicure in questa storia!

Per esempio non si sa per certo nemmeno quanti fossero i brigatisti che componevano il commando che agì in via Fani. Perfino i brigatisti che ne facevano parte non sono stati concordi nel numero. Moretti in una intervista a Carla Mosca ha anche sbagliato i nomi e poi si è corretto: la memoria negli anni non è più la stessa…in cose così marginali, poi…

Valerio Morucci – il “postino” delle BR , ma anche uno degli assassini di via Fani, autore di un memoriale e personaggio assai più complesso di quanto abbia voluto apparire – ha raccontato in diversi tempi la dinamica della strage, facendo prima i nomi di 7 uomini: Mario Moretti, Raffaele Fiore, Bruno Seghetti, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani e lui stesso, a cui, diversi anni dopo,aggiunse altri due nomi: Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Infine Mario Moretti ha tirato fuori il nome di Rita Algranati, che – in sella a un motorino – doveva segnalare al commando l’arrivo dell’auto di Moro e della sua scorta. L’Algranati è stata arrestata solo nel 2004 e il Casimirri invece continua a vivere beato in Nicaragua.

Del ruolo della Algranati nella strage di via Fani hanno parlato nel corso degli anni sia Valerio Morucci che Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato la Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con la via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128 in via Stresa. Casimirri e Loiacono erano di copertura sulla parte alta di via Fani, la Balzerani, invece, era di copertura nella parte bassa all'incrocio con via Stresa; Morucci, Gallinari Bonisoli e Fiore stavano sul marciapiede di fronte al fioraio: loro erano il gruppo di fuoco. Poi c'era Seghetti in via Stresa, nella 132 che doveva servire a portare via l'ostaggio”. La Faranda, come si evince, parla per sentito dire, dato che non si trovava sul luogo dell’agguato. Altrimenti non direbbe una inesattezza come questa: perché l’Algranati avrebbe dovuto stare all’incrocio con via Trionfale, giù in basso, visto che Moro arrivava dall’alto?- Ma anche nei racconti di Morucci e della Balzerani ci sono delle confusioni, delle imprecisioni, delle inesattezze nella ricostruzione della dinamica. Vale la pena di leggersi tutte queste versioni, riportate negli atti dei processi “Moro ter” e “Moro quater”, linkati alla fine di questo articolo.

Il problema del numero dei partecipanti non è certo secondario, visto che c’è il sospetto di partecipazioni “esterne”. Inoltre ci sono ben tre testimoni che parlano di una moto Honda presente sul luogo della strage, con due uomini a bordo. Uno dei testimoni, l'ingegner Alessandro Marini, che arrivava sul suo motorino, si era visto addirittura sparare una raffica di mitra contro, dall'uomo seduto sul sellino posteriore della Honda. I brigatisti però negano, tutti: non c’era nessuna moto, in via Fani.

“Non tutti gli attentatori di via Fani sono stati individuati''.Ha ribadito dal canto suo Antonio Marini, pubblico ministero ai processi 'Moro ter' e 'Moro quater', nel corso del Tg2 dossier, intitolato '1978, l'inverno più lungo', andato in onda domenica 2 marzo scorso su Raidue alle 18. "Per anni- ricorda il pm Marini - i brigatisti individuati erano stati in tutto nove. Poi ne sono stati identificati altri due, che stazionavano in alto, per bloccare il traffico su via Fani: Lojacono e Casimirri… ". e poi tornando ai due attentatori non identificati, "dopo che la macchina, guidata da Seghetti, con a bordo Moro, riparti', fu seguita da altri due brigatisti a bordo di una moto Honda. Uno dei due sparo' contro un passante in motorino, un certo Alessandro Marini, che era stato fermato poco prima all'incrocio dalla Balzerani. E Marini, per evitare di essere colpito, fu costretto ad abbandonare il motorino e a buttarsi a terra. Ora, i brigatisti hanno sempre negato l'esistenza di questa moto, ma gia' il primo processo Moro condanno' i terroristi anche per il tentato omicidio di Marini. Riconoscendo, dunque, implicitamente, l'esistenza della Honda''.

Domanda: ma perché due erano travestiti da personale dell’Alitalia? Che senso aveva? Forse lo aveva nel caso che le persone in divisa non fossero conosciute dagli altri e quello fosse il segno di riconoscimento concordato, giusto per evitare di spararsi fra loro….

A proposito del numero dei brigatisti presenti a via Fani sono illuminanti le considerazioni di Alberto Franceschini, fondatore con Curcio delle BR:

“... per il sequestro Sossi, che era abbastanza facile da compiere, nel senso che era una persona

che si muoveva senza scorta, il rapimento fu effettuato di sera in una viuzza. Semmai, si

presentavano problemi per la via di fuga, ma non tanto per la presa del soggetto. Comunque,

per compiere questa operazione, noi eravamo diciotto persone, stando anche a ciò che dice

Bonavita nella sua ricostruzione. Quindi, mi sembra assolutamente improponibile che

un'operazione militare complessa come quella di via Fani sia stata compiuta solo da dodici

persone”.

Ma si sa qualcosa di certo? Si sa che la macchina di Moro, una FIAT 130 non blindata, era la prima del piccolo convoglio e che dietro stava quella della sua scorta. Con lui c’è il capo scorta maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi e alla guida l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci. Nell’alfetta che segue ha preso posto la scorta: la guardia Raffaele Iozzino, il brigadiere Francesco Zizzi e la guardia Giulio Rivera che la guida; tutti e tre appartengono alla Polizia di Stato, che allora si chiama ancora Pubblica Sicurezza. Percorrono tranquilli la via Fani, quando all’improvviso una 128 bianca che era parcheggiata a lato della strada, guidata da Mario Moretti, a marcia indietro taglia la strada alla 130 di Moro. Ricci non riesce a frenare e la tampona e viene a sua volta tamponato dall’alfetta della scorta. E’ un attimo e dal lato opposto della strada due uomini travestiti con divise dell’Alitaliasi avvicinano alle macchine. Dai cespugli davanti a un barescono altri quattro armati fino ai denti, mentre ai due capi di via Fani, altri brigatisti armati impediscono l’accesso dall’alto e dal basso. In un attimo il convoglio è circondato e il commando spara all’impazzata, in un fuoco incrociato, ben 93 colpi sulle due macchine. La scorta di Moro non fa nemmeno in tempo a rispondere. Solo Iozzino esce ferito dalla macchina in una eroica estrema reazione, con la pistola d’ordinanza in pugno, ma viene abbattuto. Nessuno di noi, credo, dimenticherà mai quell’immagine tremenda: quel ragazzo di 25 anni steso sull’asfalto con le braccia spalancate e le caviglie incrociate, come fosse in croce.

Ma come hanno fatto a non colpire anche Moro? Tutti abbiamo visto come erano conciate le macchine e quei poveri corpi. Come hanno fatto a non colpire Moro nemmeno di striscio? Se davvero fossero stati quei dilettanti che hanno sempre sostenuto di essere, non ci sarebbero mai riusciti. Infatti Moretti e Franceschini hanno ammesso durante un’intervista televisiva di qualche tempo fa, che le BR avevano gravi problemi con le armi e non erano assolutamente in grado di sparare con precisione. Il brigatista Bonisoli a Sergio Zavoli che lo intervistava in TV confidò “ Noi avevamo una preparazione militare approssimativa. C’eravamo allenati ogni tanto a sparare alle bottiglie, in periferia, il mio mitra si inceppò e io non sapevo che fare.” Dal mucchio di bossoli in terra si potrà ricostruire che a sparare furono: una Smith & Wesson calibro 9 parabellum (8 colpi), una Beretta 52 calibro 7,65 (4 colpi), una pistola mitragliatrice calibro 9 parabellum, una Tz 45 (5 colpi),una Beretta M12 (3 colpi), un Fna o uno Stern (49 colpi). Sono ben 45 i colpi che investono gli uomini della scorta; Ricci, Rivera e Iozzino hanno ricevuto il colpo di grazia. Si fa strada l’idea non certo peregrina che chi ha sparato i 49 colpi sia un professionista, anche grazie alla ormai famosa testimonianza del benzinaio Lalli, che si intende di armi e che afferma:

"Ho notato un giovane che all'incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa 15 colpi poi

faceva un passo indietro per allargare il tiro e sparava in direzione di un'Alfetta [...] L'uomo che

ha sparato con il mitra, dal modo con cui l'ha fatto mi è sembrato un conoscitore dell'arma in

quanto con la destra la impugnava e con la sinistra posta sopra la canna faceva in modo che

questa non s'impennasse inoltre ha sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e

precisi".

Un professionista, la cui identità è ancora dubbia: il pentito calabrese Saverio Morabito sosterrà poi che si tratta di Antonio Nirta, detto "duenasi" per la sua capacità di usare la lupara. Alcune testimonianze più recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono, anch'egli calabrese ed esperto tiratore.

Che tutta l’operazione non sia frutto di improvvisazione del resto è palese. L’agguato è stato teso in modo perfetto: perfino il fioraio che staziona giornalmente all’angolo fra via Fani e via Stresa ( da cui è uscita la macchina guidata da Moretti) è stato messo nell’impossibilità di essere presente: le 4 ruote del suo furgoncino sono state squarciate durante la notte. Ma come facevano a sapere in anticipo che il percorso dell’auto di Moro quella mattina sarebbe stato proprio quello? Eh sì, perché dagli atti dei sei processi e delle inchieste viene fuori proprio questo: che il percorso della macchina fu deciso quella mattina e solo allora la scorta seppe che sarebbe passata per via Fani. Ma chi decideva i percorsi da fare? E chi ne era a conoscenza? E come mai non si è indagato in questa direzione? Se quel percorso non poteva essere previsto, come maine erano a conoscenza un gruppetto di esaltati brigatisti, ignoranti e disinformati? Perché questo è il quadro che ha dato di sé e dei suoi compagni ancora una volta Franco Bonisoli, in una intervista a Giorgio Bocca del 14 marzo del 1998. “….La nostra preparazione militare era modesta, qualche esercitazione nei 'covi' o in montagna, ma la coesione del gruppo e la determinazione era superiore a quella di un normale commando. È vero, molti dei mitra impiegati nell'attacco si incepparono, ma la rapidità della esecuzione, la complessità della operazione furono notevoli. Non è vero che la scorta fosse imbelle e impreparata. Il fatto che uno dei poliziotti riuscì a uscire dall'auto di scorta e a sparare nonostante la sorpresa lo dimostra". Questi disperati hanno creato un piano così perfetto? Incredibile. Parlare di fortuna in condizioni simili sarebbe eufemistico! E inoltre si badi bene: nessuno dei testimoni viene ferito, nemmeno il povero Marini sul suo motorino. Nemmeno Moro, nella sua macchina, a 50 cm dai corpi crivellati di Leonardi e Ricci. Poi il presidente della DC viene fatto salire su una macchina blu scuro, che si dirige verso via Trionfale, ma senza strattonamenti, senza fretta. Lo testimonia una donna presente alle ultime fasi del sequestro. Giuseppe Marrazzo la intervisterà per il TG2 e lei affermerà che Moro camminava affianco a un giovane, ma tranquillamente, non in modo concitato. Dirà anche che ha sentito distintamente la voce di una donna e qualcuno che gridava “lasciatemi!”. Altri testi parleranno di un uomo che parla in lingua straniera, in tedesco, pare. Ma le inchieste non approdano a nulla. Come si evince dalla relazione della Commissione Stragi presieduta dall’onorevole Pellegrino.

Nello stesso tempo, sul terrazzino di casa sua, al numero 109 di via Fani, il signor Gherardo Nucci ( o Lucci?) scatta una dozzina di foto della scena della strage, a pochi secondi dalla fuga del commando. Sua moglie è una giornalista dell’Asca, una delle cinque maggiori agenzie di stampa italiane, e consegna il rullino alla magistratura, dopo un colloquio col giudice Luciano Infelisi. Ma le foto spariscono e di loro non si saprà più nulla. Perché sono sparite: cosa o meglio: chi era stato immortalato in quel rullino? Per esempio il colonnello Camillo Guglielmi, della VII divisione del Sismi, legata a Gladio, una organizzazione paramilitare segreta della NATO, fondata per evitare la diffusione del comunismo nell’Europa occidentale? Dagli atti della commissione d’inchiesta infatti appare chiaro che alle 9 di quella mattina fosse lì, in via Stresa, a 200 metri dal luogo della strage. Interrogato dalla Commissione d’inchiesta rispose che era lì per un invito a pranzo a casa di un amico ( alle 9 del mattino?!?). Interrogato su questo Moretti rispose che il motivo di quella presenza era “possibilissimo”….già. Un dipendente di Guglielmi, Pier Luigi Ravasio, dirà davanti alla Commissione parlamentare che il suo capo sarebbe stato informato prima della data e del luogo del rapimento. E come mai non fu sventato, allora?? E come mai parte dei proiettili sparati in via Fani aveva una particolare vernice protettiva, come quella usata per le armi di Gladio? E’ solo un’altra coincidenza? Certo il Ravasio ne disse di cose alla Commissione stragi! Per esempio che il sequestro di Moro era stato commesso da una banda di delinquenti comuni, la cosiddetta banda della Magliana (ma và?!)e “ Venuti a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini furono fermate da un ordine proveniente da Andreotti e Cossiga, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, i rapporti bruciati "

Ma c’è anche chi sostiene che a essere immortalato sul posto fu un esponente di spicco di una cosca mafiosa calabrese. O almeno è quello che si deduce da una intercettazione telefonica fra Sereno Freato e l’on. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro:

Cazora: Un'altra questione, non so se posso dirtelo.

Freato: Si, si, capiamo.

Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo.

Freato: Quelle del posto, lì?

Cazora: Si, perchè loro... [nastro parzialmente cancellato]...perché uno stia proprio lì, mi è stato

comunicato da giù.

Freato: E' che non ci sono... ah, le foto di quelli, dei nove

Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto

quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro.

Freato: Capito. E' un po’ un problema adesso.

Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare?

Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire.

Cazora: Dire al ministro.

Freato: Saran tante!

Anche le domande sono tante: perché la DC teneva contatti con la malavita calabrese per cercare notizie su Moro? Cosa le faceva pensare che ne sapessero tanto? E come faceva la malavita calabrese a sapere delle foto e perfino che c’era immortalato un “picciotto” che non si doveva sapere che c’era?? Ma soprattutto perché una volta che Cazora dà finalmente notizia del covo di via Gradoli, indicatogli da un certo Rocco, un calabrese malavitoso, della notizia se ne infischiano tutti??

Più ci si addentra in questa storia e più si complica. Continuamente si inciampa in domande inevase: tante, troppe in questo maledetto caso. Cominciamo con quella principale: perché proprio Moro? Di tutti gli esponenti della DC è quello che più di tutti ha cercato l’accordo con la sinistra e quella mattina del 16 marzo si stava recando, come abbiamo detto, alla Camera dei deputati per partecipare al dibattito sulla fiducia al IV governo Andreotti; questo  nuovo Governo era costituito con l'appoggio del PCI, ampiamente favorito da Moro, che poi sarebbe entrato, a pieno titolo, nella maggioranza programmatica e parlamentare. Inoltre a giugno il presidente della Repubblica Leone avrebbe dovuto rimettere il mandato e il nome più accreditato del suo successore era quello di Moro. Il compromesso storico era quanto mai vicino e le destre erano invelenite. E non solo loro. Quando Moro era stato in visita negli USA era stato trattato malissimo da Kissinger: sua moglie racconta che tornò prima del previsto e sconvolto dagli insulti e dalle minacce ricevute. Kissinger non faceva mistero di disprezzare Moro e ne parlò persino in un colloquio con il leader cinese Den Xiaoping, durante il quale espresse la ferma volontà degli USA di non permettere alla sinistra europea di andare al governo dei rispettivi paesi. Parlò del Portogallo, ma anche dell’Italia e della Francia. L’unione della DC col PCI non piaceva agli americani, ma – per opposti motivi – neppure ai russi. E tuttavia l’impressione che se ne ricava è che questa storia sia una storia tutta italiana. Ma torniamo al 16 marzo.

C’è da chiedersi : perché tutti gli uomini della scorta furono uccisi ( addirittura fu dato anche il colpo di grazia, un gesto più militare che civile e poco in carattere con gente poco avvezza alle armi, come si dipingono gli stessi brigatisti)? Per un atto dimostrativo? Perché se no avrebbero reagito? O perchè il capo scorta Leonardi che era stato, fin dal 1957, istruttore principale della Scuola di Paracadutisti Sabotatori dei Carabinieri al centro militare di Viterbo, poteva riconoscere qualcuno? Sotto di lui, in vent’anni, erano passati tutti: ufficiali, sottoufficiali, ufficiali superiori…. Era anche direttore di lancio, dunque conosceva tutti coloro che avevano frequentato quel centro di addestramento, che allora era l’unico in Italia. Se così fosse sarebbe un punto in favore di chi sostiene la teoria del complotto. Ma perché arrivare a questo, quando si poteva rapire Moro tranquillamente e senza tutto questo sangue? Spesso infatti Moro andava a passeggiare al Foro Italico, in compagnia del solo maresciallo Leonardi. E allora perché non rapirlo in una occasione come questa? O anche: perché non ucciderlo subito, insieme alla sua scorta? Questa è la domanda più interessante. Perché – a quanto detto da diversi brigatisti, come vedremo – tenerlo prigioniero non servì ad avere maggiori informazioni: molti brigatisti nemmeno sapevano dei verbali degli interrogatori. Ed è sempre il Bonisoli a dire che non c’era nelle cose dette da Moro, proprio niente di eclatante. Perché ci vogliono far credere che era una “ragazzata” e che qualcuno giocava a fare il terrorista senza sapere bene cosa stava facendo? Ma andiamo! Piuttosto c’è da chiedersi come mai i brigatisti non resero pubbliche tutte le cose dette da Moro: Gladio per prima. Ma non dovevano essere i Robin Hood della politica? Ma non dovevano mostrare al popolo quanto era corrotto il sistema delle multinazionali imperialiste? E allora perché tacere e nascondere le rivelazioni così importanti su cose di cui – appunto come Gladio – ancora non si sapeva niente? E perché55 giorni di prigionia?

 

La prigionia e i “piani d’emergenza”
ovvero: ancora una volta niente è quello che sembra
 

Moro è appena sparito nella macchina blu (c’è chi parla di una FIAT 128 e chi di una FIAT 132) verso il suo destino, che una voce al telefono annuncia il rapimento e la strage della scorta. E’ possibile perché la linea telefonica è stata appena ripristinata. Infatti dalle 9 tutta la zona è rimasta isolata: una bella coincidenza e molto utile anche, infatti così nessuno può avvisare la polizia o i carabinieri di quanto sta avvenendo in via Fani. Sul ruolo della Sip in questo rapimento è stato scritto molto: come mai non riuscirono mai a rintracciare i telefoni dai quali venivano fatti i comunicati? Qualcuno sottolinea che il direttore generale della Sip allora era Michele Principe, un “fratello” della P2. Del centralino della Sip si occupò il commissario Antonio Esposito, anche lui della P2. Il suo numero di telefono fu trovato nell’abitazione del capo della colonna romana Valerio Morucci insieme a quello di Marchinkus.

Scrive Roberto Bartali “. Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni de Matteo - ma anche per gli stessi brigatisti - l'interruzione venne provocata volontariamente, tutto il contrario di quanto sostenuto dall'allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al "sovraccarico nelle comunicazioni". Su questo punto i brigatisti hanno affermato che il merito di tale interruzione era da attribuirsi a dei "compagni" che lavoravano all'interno della compagnia telefonica. Però coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle 16:45) la struttura della SIP che era collegata al servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in stato di allarme, proprio come doveva accadere in situazioni di emergenza quali crisi nazionali internazionali, eventi bellici e ... atti di terrorismo. Una strana premonizione visto che era giusto il giorno prima del rapimento di Moro.”

Nonostante questo ritardo la notizia del massacro e del rapimento arriva folgorante attraverso la radio ed è subito costernazione e panico. I sindacati indicono immediatamente lo sciopero generale. In realtà è solo un modo per prendere le distanze dagli assassini e nel contempo per mobilitare tutti i militanti di sinistra: le sedi della CGIL e le federazioni del PCI e del PSI vengono presidiate. L’incertezza regna sovrana e si temono colpi di stato militari con la copertura dello stato d’assedio. Ogni cosa sembra possibile, ormai, perché questo avvenimento terribile ha scaraventato tutti nel dubbio e nell’angoscia, destabilizzando il quadro politico generale. Ci si chiede con angoscia : ma chi sono questi brigatisti? E cosa vogliono davvero? E cosa farà lo stato?

Lo Stato nella persona del presidente del consiglio Andreotti non ci mette molto a dire che non tratterà con le BR. La DC si accoda e perfino il PCI. Forse la sua dirigenza ha troppa paura di venir confusa coi brigatisti, che qualcuno pensi che sta coprendo dei terroristi e così prende le distanze e si colloca in una posizione di intransigenza. Solo il PSI si dichiarerà disposto a trattare coi brigatisti e comincia a trattare in segreto con le BR. Una delle figure ambigue di queste trattative, un intermediario il cui ruolo resta ancora oscuro e che è passato indenne, nonostante un processo, è Lanfranco Pace, sì proprio quello che scrive sul foglio dell’ ex spia della CIA Giuliano Ferrara. Proprio quello che lo sostituisce nella rubrica TV “Otto e mezzo” mentre il titolare fa il Savonarola d’accatto nelle piazze. Poi, per favore, non parliamo più di coincidenze.

Ma torniamo sempre a quella mattina: mentre si dà l’annuncio al mondo dell’eccidio di via Fani, Mario Moretti e immaginiamo anche altri brigatisti ( per logica almeno altri due e armati)portano via Aldo Moro. Lo hanno incappucciato? E’ seduto sul sedile? O è stato obbligato ad accucciarsi in terra, coperto da un plaid come racconta Morucci? Lo hanno legato? E le sue borse dove sono? La signora Moro ha testimoniato che suo marito non si allontanava mai senza ben 5 borse: una con dentro documenti riservati, una seconda con medicinali e effetti personali e le altre con ritagli di giornale e le tesi dei suoi laureandi. Sul luogo del sequestro ne furono trovate solo tre: i brigatisti avevano preso quelle due che erano più utili e interessanti. Se sapevano quali prendere voleva dire che c’era qualcuno fra i sequestratori che conosceva Moro benissimo, talmente bene da sapere cosa prendere. Se non le conoscevano, d’altra parte, la logica ci dice che le avrebbero prese tutte e poi si sarebbero disfatti di quelle inutili. Nessuno dotato di un normale buonsenso infatti si sarebbe fermato a frugarci dentro e a scegliere, in un momento in cui anche ogni secondo era prezioso. Corrado Guerzoni, che allora era il braccio destro di Moro, sostiene che nella borsa dei documenti riservati c’erano anche le prove dell’identità della persona che aveva cercato di coivolgere Moro nello “scandalo Lockeed”, che allora avvelenava il paese. Di questi e di altri, ma nemmeno delle borse vuote, si è mai trovato traccia nei covi BR.

Dunque Moretti & c. si stanno portando via Moro, così, in pieno giorno, in una macchina qualsiasi e lo portano non lontano: in via Montalcini, nel quartiere Portuense, vicino alla Magliana. Già. La Magliana: ritorna di nuovo questo nome, legato alla famosa banda del quartiere, coinvolta nella vicenda del processo Pecorelli. Di più: Francesco Biscione, nel suo libro “Il delitto Moro” sostiene che a pochi passi dal covo BR abitavano numerosi esponenti della “Banda della Magliana” e ne allega nomi e indirizzi. Ma pensa un po’ che coincidenza.

Ma torniamo a quel mattino, perché ancora siamo per strada: il massacro e il rapimento sono avvenuti, ma ora dell’ostaggio che si fa? A proposito del come Moro arrivò in via Montalcini abbiamo diverse versioni. Scrive Bartali:

“Secondo un racconto fatto dai terroristi, il trasbordo dell'on. Moro sul furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via Montalcini avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una delle più trafficate e per giunta piena zeppa di esercizi commerciali a quell'ora già aperti, mentre il furgone che doveva ospitare il rapito (e del quale, al contrario delle altre auto usate, non verrà mai ritrovata traccia) era stato lasciato privo di custodia, in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in doppia fila, le Br avrebbero compromesso tutta l'operazione.

Adriana Faranda in merito a questo particolare - anche di fronte alla Commissione stragi - ha

risposto che in caso di contrattempi di questo tipo Moretti avrebbe portato il prigioniero alla

prigione del popolo con l'auto che aveva in quel momento, un'affermazione alla quale non mi

sento di credere visto l'inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e considerando anche che,

come hanno invece dimostrato, essi non erano affatto degli sprovveduti.”

Dunque – almeno nel racconto dei brigatisti – Moro è stato fatto trasbordare dalla macchina in un furgone e chiuso in una cassa. Il furgone era guidato da Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era Morucci. Ma come mai si azzardarono a fare un cambio del genere a quell’ora del mattino? In una strada, con la gente che passava…. Sarebbe bastato che Moro gridasse e non staremmo qui a parlarne. Questi signori mentono, eccome. In realtà non si sono mai pentiti. Ci hanno solo preso per i fondelli. Quelli che davvero sapevano. Gli altri erano solo degli utili idioti sapientemente manovrati. Dei fanatici, convinti di fare la rivoluzione. Allora c’era gente così.

Mi ricordo – era forse il 1970 – un mio compagno di università: un ragazzo tranquillo che amava la pesca e il calcio. Cadde sulla via di Damasco dell’UCI m-l (più conosciuta come “Servire il popolo”) e cambiò completamente. Aveva lo sguardo allucinato e parlava per slogan come un pazzo e no: non era drogato, era solo indottrinato, plagiato, fanatizzato… lui e i suoi compagni fuori di testa facevano perfino il bagno al mare con la bandiera rossa, per fare un bagno comunista. Noi del Movimento Studentesco ridevamo come matti e li chiamavamo “ quelli del maestrale” ( il vento di Maestro viene segnalato nelle spiagge con la bandiera rossa del pericolo, perché porta al largo).

Tendiamo a dimenticare questi aspetti “folkloristici”, considerandoli marginali, grotteschi e ininfluenti, ma è un errore, perché proprio su questi personaggi plagiabili e sulla loro fideistica e ottusa certezza rivoluzionaria e antimperialista si basava la strategia di chi li ha usati come carne da cannone.

Provate a leggervi alcuni loro documenti o giornali dell’epoca: sono illeggibili, insopportabili nella loro fanatica vacuità, nel loro lessico a dir poco modesto e nei loro scritti infarciti di banalità. di slogan ottusi e di frasi fatte. Ma era la migliore mano d'opera per chi volesse usarla per ben altri scopi. Bastava dire loro che era quello che voleva il popolo e che quello che facevano era per il bene della rivoluzione e contro il capitale imperialista e loro avrebbero fatto qualsiasi cosa. QUALSIASI. E sicuramente zitti e muti. Salvo poi a capire, col tempo, l’inganno e la beffa e a restare allora ancora più zitti, più silenziosi, più cupi.

Ma abbiamo lasciato il povero Moro dentro una cassa: sembra proprio che in via Gradoli non ci sia mai stato: la sua prigione era stata costruita, tramezzando una stanza, dentro l’appartamento di via Montalcini 8, di proprietà della brigatista Anna Laura Braghetti. L’appartamento era stato acquistato nel giugno del 1977 e la brigatista era andata ad abitarci nel dicembre di quello stesso anno, insieme ad un brigatista noto con lo pseudonimo di ingegner Altobelli. Prospero Gallinari asserì poi di essere lui, ma gli inquilini che avevano visto l’Altobelli negarono che fossero la stessa persona. Solo nel 1993 venne fuori il nome di Germano Maccari, che fino a questo momento era assolutamente sconosciuto.

Sembra logico che a via Montalcini, nella sua piccolissima, claustrofobica cella, in quell’utero ostile e gelido, dove rimase rinchiuso per 55 lunghissimi giorni, il prigioniero Moro ci sia arrivato di notte, bendato. Sarà stato stanco, spaventato, angosciato, lontano dalle sue rassicuranti abitudini, dal calore della propria casa, dall’affetto dei suoi cari. Avrà sentito dietro il tramezzo la gente che si muoveva, i rumori rassicuranti della quotidianità altrui. Chissà se sapeva dov’era, oppure per ore lo avevano fatto girare a vuoto, chiuso in quel furgone, in modo che pensasse di essere chissà dove lontano. E chissà se aveva ragione Sciascia invece di credere che lui avesse indovinato di essere a Roma, in un qualsiasi condominio. In un condominio che ignorava che l’ing. Altobelli e gentile signora avevano un ospite importante.

In via Gradoli invece abitava Moretti con Barbara Balzerani. La cosa assurda è che Moretti ogni giorno faceva la spola fra i due appartamenti, tranquillo e indisturbato. Eppure di “soffiate” su entrambi i covi ce n’erano state da subito. Ma chissà perché nessuno le prese mai in considerazione.

Soprattutto colpisce tutto il polverone su via Gradoli: soffiate, sedute spiritiche, denunce anonime… è evidente che queste indicazioni venivano da dentro le BR, o da qualcuno che stava molto vicino. Ma non è chiaro il motivo e nemmeno il fine. Perché si voleva che venisse scoperto il covo di via Gradoli, se Moro stava in via Montalcini? Si potrebbe pensare a un depistaggio: si concentra l’attenzione lì, così non si cerca l’altro covo, ma è completamente privo di senso! Perché infatti attirare l’attenzione comunque su di sé? Piuttosto potrebbe essere invece il segno di una spaccatura in seno alle BR. E questa ipotesi si accorda con chi pensa a una doppia partecipazione e direzione di tutta l’operazione: una delle BR “autentiche” e una di infiltrati dei SS. E questo scollamento si evidenzierà meglio col passar del tempo e il doppio comunicato n. 7 – come vedremo – ne è un esempio lampante.

Intanto il ministro dell’Interno in questo momento è Francesco Cossiga, che organizza subito un comitato di crisi: i nomi di quasi tutti i componenti di questo Consiglio si troveranno anche nelle liste della P2. Perfino Licio Gelli fa parte di questo scelto gruppo di “consigliori”. Cossiga ha appena intrapreso un rinnovamento dei Servizi Segreti, decapitandoli dei loro più alti funzionari: in queste condizioni non sono in grado di essere d’aiuto. Come abbiamo già scritto parlando di Dalla Chiesa: il generale che conosce tanto bene le BR verrà tenuto fuori dalla vicenda fino alla morte di Moro, inoltre Steve Pieczenik, l’esperto mandato dagli USA in Italia, non crede nella liberazione dell’ostaggio: il pover’uomo è spacciato. Nessuno lo salverà. Ma lui ancora non lo sa e spera che qualcuno lo liberi. Non sa nemmeno che Cossiga ha approntato due piani: un piano Mike e un piano Victor. Mike: m come morto, se Moro viene ucciso e Victor, v come vivo, se il leader dc ce la dovesse fare. Ma in questo caso è previsto che verrà rinchiuso in un ospedale, isolato da tutti. Non ha scampo in ogni caso.

Non pare che ci fosse pronto altro, se non un vecchio piano anticomunista dell’ormai dimenticato governo Scelba degli anni ‘50, nonostante che il 1977 avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni. Quello che appare con agghiacciante chiarezza invece è l’incredibile cialtroneria, la pochezza avvilente e senza professionalità di coloro che dovevano guidare le indagini e preparare una strategia per liberare l’ostaggio. Eh sì, perché nei casi di sequestro come questi, o si libera l’ostaggio con un atto di forza, o si tratta coi rapitori. Ma nel caso di Moro niente di tutto ciò è stato fatto. Nonostante le soffiate ripetute sugli indirizzi dei covi, nonostante telefonate e messaggi dei rapitori, nonostante i messaggeri che facevano da tramite ( vedi appunto gente come Pace), che bastava venissero seguiti, nonostante tutto questo sia durato per ben 55 giorni (!!!) dunque dando un ampio margine di tempo agli inquirenti, le forze di polizia coordinate dal ministro degli Interni Cossiga, sotto la supervisione strategica del Presidente del consiglio Andreotti, non riescono a trovare il rapito. E nemmeno si preoccupano di trattare coi sequestratori. E’ una follia incredibile! Lo guardano annaspare e disperarsi nel gorgo di una morsa mortale, senza fare nulla: lui è il capro espiatorio, la sua morte frenerà i voti alla sinistra e rimanderà ancora di un po’ lo sfascio della DC. Lui è la trasfusione di sangue arrivata al capezzale moribondo della grande balena bianca. Sugli spalti lividi del cinismo lo guardano gelidi e poi fanno pollice verso. E allora lui li morde con parole terribili e li maledice con un anatema agghiacciante e una profezia che sarà veritiera: “il mio sangue ricadrà su di voi!”

Cossiga tuttavia ancora oggi sostiene che non si poteva trattare e che loro hanno fatto tutto il possibile ( ma cosa???). Teatralmente dice che la colpa è sua se Moro è morto, ma che non poteva fare altro o il paese sarebbe caduto nel caos. Bisogna leggerla bene questa intervista e infatti in coda all’articolo fornirò il link necessario. Peccato che non si prenda anche le responsabilità penali di quella scelta sciagurata.

Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questa brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati. I comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava ala prigione di Moro”.

Ma c’era chi stava trattando ed era sul punto di liberare l’ostaggio, come vedremo poi.  

Comunicati delle BR e lettere di Moro
 

Il primo messaggio arriva dopo due giorni di dubbi e di angoscia, verso mezzogiorno di sabato 18 marzo. In una busta arancione di formato commerciale, poggiata sul tetto di un apparecchio per fotografie formato tessera in un sottopassaggio di largo Argentina, un giornalista del Messaggero, avvertito telefonicamente, trova cinque copie del comunicato e una foto Polaroid che ritrae Moro in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera con la stella a cinque punte e la scritta "Brigate rosse". Circola una leggenda metropolitana su una citazione da “Il mio canto libero” di Mogol- Battisti in questo comunicato: è falsa. Non ce n’è traccia nemmeno negli altri. Avrebbe costituito una traccia anche questa citazione: Battisti, all’epoca, è considerato infatti un cantautore di destra e in certi ambienti estremisti lo si ascolta in assoluta segretezza.

I comunicati delle BR saranno in tutto 9 più il doppio comunicato n.7, falsificato da Toni Chicchiarelli, un falsario della banda della Magliana, morto poi tragicamente ( ma và?!). Molte, molte di più furono le lettere scritte da Moro e non tutte recapitate.

Il già citato Sergio Flamigni, deputato del PCI, che a suo tempo fu membro della Commissione stagi che indagava sul caso Moro, ne ha pubblicato una edizione completa.

In questo stesso 18 marzo a Milano due ragazzi giovanissimi: Lorenzo Iannucci (Iaio) e Fausto Tinelli vengono massacrati da ignoti sicari, in via Mancinelli. Il fatto che i ragazzi si stessero recando a casa di Fausto, in via Montenevoso al 9 è un dettaglio che non può significare ancora nulla per gli inquirenti. Infatti il covo delle BR ( o SS travestiti da BR?) di via Montenevoso n.8, proprio di fronte alle finestre di Fausto, ancora non è stato scoperto.

Forse è solo una coincidenza, ma noi non riusciamo a crederci. Non crediamo più nelle coincidenze, in questo maledetto caso. In questi giorni è uscito un libro di Maria Iannucci, la sorella di Iaio, su questa terribile storia.

A questo proposito, in coda al comunicato n.2 del 25 marzo 1978, le BR scrivono: “Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime.” Frase interessante:

“sicari del regime”, molto interessante, dato che in quei giorni non si parla affatto di piste politiche: tutt’altro! Una frase su cui sarebbe il caso di riflettere meglio.

 

Trent'anni dal caso Moro

2

ricostruzione e analisi
 
Di Barbara Fois

 

Il processo all’ostaggio Aldo Moro

Già dal primo comunicato, le BR annunciano il processo allo Stato Imperialista delle Multinazionali ( che chiamano con la sigla SIM), attraverso quello del suo rappresentante, nella persona dell’on. Moro. E’ un testo lungo, verboso, confuso e terribilmente noioso. Ma, spogliato da tutto il pattume pseudo rivoluzionario, si intravede una analisi politica non troppo banale. Aldilà dei nomi ridicoli e delle sigle il discorso è che si sta passando a forme di organizzazione politica ed economica mondiale che travalicano i confini del vecchio stato-nazione “Questo ambizioso progetto per potersi affermare necessita di una condizione pregiudiziale: la creazione di un personale politico-economico-militare che lo realizzi. Negli ultimi anni questo personale politico strettamente legato ai circoli imperialisti e' emerso in modo egemone in tutti i partiti del cosiddetto "arco costituzionale", ma ha la sua massima concentrazione e il suo punto di riferimento principale nella Democrazia Cristiana. La DC e' cosi' la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato... E' sulla macchina del potere democristiano, trasformata e "rinnovata", e' sul nuovo regime da essa imposto che dovra' marciare la riconversione dello Stato-nazione in anello efficiente della catena imperialista e potranno essere imposte le feroci politiche economiche e le profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: Usa, RFT. “

Insomma stiamo parlando di globalizzazione, di creazione di una casta politica trasversale ai partiti e siamo nel 1978. Qualcosa non torna con l’immagine di “ alcuni giovani di poca cultura e di pochi mezzi “ come li ha definiti Bocca, dando retta a Moretti. Eppure è così che si sono descritti alcuni brigatisti. “"Forse gli interpreti politici e intellettuali del caso Moro sono stati fuorviati dai nostri documenti, dalle nostre risoluzioni strategiche in cui, per ragioni di propaganda, entravamo nei dettagli della politica italiana, sembravamo interessati a tutti i suoi risvolti. In realtà eravamo molti più schematici. Per noi la Democrazia Cristiana era lo Stato che faceva parte del Sim, Stato imperialista delle multinazionali e il Partito comunista, il compromesso storico non erano che una delle forme, delle manovre di questo superpotere". Ha detto Bonisoli, in una intervista sempre a Giorgio Bocca e ha continuato “Nei nostri documenti ideologici e propagandistici noi fingevamo di avere delle visioni globali. Non a caso la nostra direzione si chiamava strategica. In realtà seguivamo la logica del passo dopo passo seguita nel crescere delle Brigate rosse. Per noi qualsiasi azione destabilizzante dello Stato era un passo avanti, un passo che doveva essere fatto". Insomma: si tratta di un gruppo di ragazzotti che gioca alla rivoluzione e tutto quel che fa è frutto del caso, di fortuna o di stupidità degli altri. Nella sua audizione alla Commissione stragi, Morucci addirittura sostiene che quel giorno in via Fani loro non sapevano nemmeno se le macchine di Moro e della scorta sarebbero passate da lì e che quindi se avessero fatto un’altra strada loro avrebbero provato l’indomani o i giorni a seguire. E che sono stati fortunati che sia successo proprio il primo giorno che provavano l’agguato. Ma questa non è semplice fortuna, questa è fortuna con la C maiuscola!! E se il convoglio non fosse passato da via Fani? Avrebbero bucato le gomme del furgoncino del fioraio ogni notte? Il colonnello Guglielmi sarebbe andato a pranzo dal suo fantomatico amico alle 9 del mattino tutte le mattine a venire? La Sip avrebbe interrotto il servizio telefonico ogni mattina alle 9? E quelli travestiti da personale dell’Alitalia avrebbero mantenuto quel travestimento, o che altra divisa avrebbero messo? Si sarebbero vestiti da pompieri, crocerossine, cuochi o che altro?

E’ evidente che questi signori mentono ancora una volta e preferiscono minimizzare, normalizzare, banalizzare, il proprio ruolo e le proprie imprese. E non certo per timore di finire in galera! Sono tutti già stati processati, giudicati e scarcerati da un bel pezzo. Ognuno ha scritto le sue memorie, è stato in TV, ha rilasciato interviste, eppure non ha smesso di coprire, nascondere, proteggere qualcosa ( o qualcuno) che c’è dietro e che solo si intuisce, ma che, pena la loro vita, non deve essere conosciuto da altri e tanto meno da quel “popolo”, abusivamente in nome del quale dicevano di agire.

Anche il pm Antonio Marini, che assieme a Franco Ionta continua a indagare su quella strage, è di questo parere "i brigatisti proteggono ancora qualcuno", insiste con sicurezza.

Ma torniamo al processo: ogni comunicato BR aggiorna sullo “status quaestionis”, cioè su a che punto sta l’interrogatorio del prigioniero. Dall’altra parte abbiamo le lettere dell’ostaggio e quindi è possibile vedere lo svilupparsi della vicenda, osservata da due punti di vista diversi.

Nel secondo comunicato delle BR, del 25 marzo, c’è poi quella indicazione finale sull’uccisione di Fausto e Iaio, di cui parlavamo prima, e mentre le ricerche in questi primissimi giorni si occupano della pista degli spacciatori di droga e del mondo dei drogati, a cui si pensa i due ragazzi abbiano dato noia, con il loro lavoro al Leoncavallo proprio contro il mondo dello spaccio, i brigatisti già parlano dei “sicari del regime”. Cosa sanno che nessuno sa ancora? E chi sono questi sicari? I fascisti? I servizi segreti? Dei killer prezzolati? Ma da chi? O è solo l’ennesima sparata così, a caso ( o a naso)?

Fino a questo momento Moro non ha ancora scritto niente. La prima lettera, anzi le prime tre lettere vengono recapitate il 29 marzo.

Nel frattempo il 26 marzo è stata domenica di Pasqua, ma nell’omelia del papa non c’è alcun cenno a Moro e agli uomini della sua scorta. Eppure sono passati solo dieci giorni. E’ davvero incredibile e inquietante questo silenzio: una situazione così straordinaria forse avrebbe giustificato una infrazione alla rituale liturgia. Sarebbe stato un segno di umanità. Ma forse si pensò che potesse essere interpretato come un atto di debolezza. Ignorando tutta la faccenda si voleva forse apparire forti e superiori agli occhi dei terroristi. Ma agli occhi delle vittime nessuno pensò. Nessuno si occupò di come potevano sentirsi tradite e abbandonate quelle povere famiglie affrante dal dolore, quel pover’uomo chiuso in un budello senz’aria. E’ vero quello di cui si lamentano i familiari delle vittime, di tutte le vittime di tutti i terrorismi: si parla sempre degli assassini ma non di loro. Si analizzano le motivazioni, i sentimenti, i pensieri dei carnefici, ma non quelli delle vittime e dei loro familiari. Quindi tacere il giorno di Pasqua di tutto quello che era avvenuto e stava avvenendo non è stato un atto di forza, ma un atto di debolezza. Nascondere un problema lo è sempre.

Lo Stato e la chiesa hanno fatto questo enorme errore: quello di credere di poter nascondere la loro debolezza, indecisione, incapacità dietro il muro dell’intransigenza e che questa fosse di per sé una dimostrazione di forza. Si sono lasciati trascinare sul piano della violenza a fare un braccio di ferro con degli assassini, invece che scegliere la via del ragionamento, della trattativa, dell’umanità. Sollevare il tono dello scontro, spostarlo su un piano più alto di civiltà e di umanità, avrebbe destabilizzato le BR, già divise al loro interno e le avrebbe isolate Se lo avessero fatto sarebbero stati vincitori. Vincitori davanti alla gente e davanti alla Storia. E almeno Moro sarebbe stato salvo. Ma proprio in quella scelta sbagliata si è dimostrata tutta la loro pochezza… o la loro malafede.

Infondo ha ragione Morucci quando dice che le BR “credevano più loro nello Stato di quanti erano nello Stato”. Forse è anche per questa cinica disumanità, che cominciò a circolare fra la gente uno slogan molto pericoloso “né con lo Stato, né con le BR”. Non ci si voleva schierare con degli assassini, ma nemmeno con la classe politica che rappresentava lo stato, uno stato freddo, insensibile e disumano, così lontano dal cuore, dai sentimenti e dalle paure della gente in quel momento. Quell’errore, quell’eccesso di durezza è costato caro agli uni e agli altri. Ha allontanato la gente da entrambi i fronti.

Ma torniamo a quelle prime tre lettere, perché rappresentano gli archetipi di tutta la corrispondenza di Moro: lettere ai familiari, agli amici e ai potenti del suo partito e della politica in genere. Nella prima lettera, indirizzata alla moglie fa gli auguri pasquali a lei e alla sua famiglia e poi dice di sé “Io discretamente, bene alimentato ed assistito con premura.” Il prigioniero dice la verità? Parrebbe di no, da quanto raccontato dall’onorevole Fragalà alla Commissione Moro, all’interno della Commissione stragi (CM, da adesso. Le audizioni che citiamo risalgono agli anni intorno al 1998 ). L’informazione arriva da una intercettazione “ambientale” su due brigatisti all’Asinara, ma si ignorano le identità dei due brigatisti, il che è grottesco: si mettono sotto sorveglianza dei brigatisti, si ascolta e si trascrive quel che dicono IN UN CARCERE, non in una strada di passaggio e non si sa chi siano?? Assurdità su assurdità. Leggere gli atti per credere. Comunque, da queste intercettazioni parrebbe che, almeno nella fase iniziale, le cose si siano svolte in modo diverso dalla cortese premura di cui parla l’ostaggio. Riportiamo qui la notizia per dovere di cronaca, ma date le circostanze in cui queste informazioni sono state acquisite e riportate ( la trascrizione di questa intercettazione, approdata agli atti della CM senza il nome di chi la fece e nemmeno quello dei due brigatisti che parlavano), ci sentiremmo di dire che sembra più una leggenda metropolitana, che una realtà appurata:

FRAGALA’. Signor Presidente, secondo me dalla lettura emerge che si tratta di brigatisti che avevano partecipato al sequestro Moro perché per esempio, dicono che per tutta la prima notte Moro - al quale non fu torto un capello e fu sempre trattato bene, servito e riverito -, per distruggerlo psicologicamente, fu fatto rimanere in piedi e insonne e che per quel fatto ebbe un crollo psicologico; parlavano poi ampiamente delle famose bobine delle quali lo stesso Valerio Morucci ha confermato l'esistenza nel 1993, le bobine dell'interrogatorio di Moro... La domanda è questa, queste bobine furono bruciate a Moiano oppure no?”

MORUCCI. No. A quanto mi sembra di aver letto da qualche parte su dichiarazioni di Bonisoli e di Azzolini, sembra che la registrazione si sia interrotta praticamente subito vista l'impossibilità di interrogare Moro. Non si era all'altezza e il tentativo è stato abbandonato. Si è lasciata poi una serie di domande all'onorevole Moro il quale poi rispondendo ha scritto quel suo memoriale successivamente rintracciato in via Monte Nevoso. Queste bobine registrate nei primi giorni costituivano poca cosa…”

Sembra che Moro non rispondesse subito alle domande. Che ci pensasse per tempi lunghissimi, per delle ore. Così la registrazione era impossibile e inutile. Nella sua audizione anche Maccari parlerà della fatica di trascrivere poi questo primo interrogatorio, registrato con apparecchi di fortuna. Una fatica tanto grande quanto inutile, tanto che da subito si lasciò perdere. Ma nessuno dei brigatisti ha mai detto che fine fece quel nastro o quei nastri.

Si lasciò dunque che il prigioniero mettesse per scritto le proprie risposte, con tutte le sue argomentazioni e i suoi commenti. Questi scritti costituiscono il cosiddetto “Memoriale”, il cui testo completo fu ritrovato nel covo di via Montenevoso, a Milano, e solo casualmente, nel 1990.

Ma di che si parlava negli interrogatori? Che cosa volevano sapere i Brigatisti?

Dice Morucci nella sua audizione:” Si trattava di domande per esteso del tipo: «Quanto la Democrazia cristiana è coinvolta con il Sim? Quanto è coinvolta nelle stragi di stato? Quali sono i canali decisionali?” al che il Presidente della Commissione Pellegrino dice “Lei e altri brigatisti avete sempre sostenuto che in realtà Moro non vi avesse detto sostanzialmente nulla o che, per lo meno, non avesse dato conferma dell'esattezza del modello teorico del Sim, che era la cosa cui voi tenevate. Si tratta di una valutazione che personalmente non condivido. Non mi sembra affatto che Moro non vi abbia detto niente, anzi vi ha detto moltissime cose e soprattutto abbiamo capito che ciò era accaduto quando a via Monte Nevoso è stata trovata la seconda parte del memoriale, l'edizione integrale e non quella purgata. La mia domanda è questa: potevano essere così cieche le Brigate rosse da non capire la deterrenza politica che era all'interno delle cose che Moro riconosceva, perché parlò di Gladio, parlò con estrema precisione della strategia della tensione, parlò della connivenza e della compiacenza di settori della Democrazia cristiana con la strategia della tensione, parlò di responsabilità interne e internazionali nella strategia della tensione. Perché avete sempre detto, e in qualche modo confermato un’opinione comune, a mio avviso sbagliata, che Moro non aveva detto nulla? O che per lo meno che le cose che diceva non erano utili? Ad un certo punto poi in una delle sue successive audizioni sul memoriale diceste: «Ad un certo punto avemmo l'impressione che il Sim avesse condannato a morte Moro». Questi in qualche modo in una dimensione internazionale poneva le sue dichiarazioni e l'idea che quel mondo lo condannasse a morte non avrebbe dovuto fungere da deterrente all'intenzione di ucciderlo?

Al che Morucci ribatte:” Signor Presidente, a questa domanda potrebbe rispondere molto meglio di me la «Sfinge», ossia Mario Moretti. All'epoca non ero messo a conoscenza di quanto Moro andasse scrivendo o dicendo. Ho letto parte di questo memoriale in carcere quando è stato allegato agli atti durante il processo. Posso dire che Moro non ha detto ciò che le Brigate rosse volevano sentire: ha parlato di una Democrazia cristiana completamente disorganizzata, di sezioni che non c'erano, di enormi difficoltà a far marciare le cose, di una Democrazia cristiana connivente in traffici, come ha detto lei, connivente con la strategia della tensione. Bene, tutte queste cose - per quanto viste oggi e viste con un'altra ottica possono essere rilevanti - contraddicevano l'assunto teorico delle Brigate rosse perché mostravano una Democrazia cristiana assolutamente impastoiata nei problemi di sempre. …… Posso immaginare la delusione di Moretti nel leggere quello che scriveva Moro, perché Moro stava dicendo la verità, ma non era quella che volevano le Brigate rosse. La fine di questa vicenda mostra la scarsa capacità di analisi politica del ceto dirigente delle Br (altrimenti non sarebbe finita in quel modo), il quale non ha saputo neanche cogliere, in un momento di contraddizione dell'assunto, degli elementi che potevano comunque essere utilizzati e reinquadrati, rivisitando le teorie per corroborare la propria azione. Anche perché, oltre alla scarsità di capacità politica, c'era anche una certa pressione, cioè si stava attenti a ciò che succedeva rispetto alla conclusione, allo svilupparsi di quella vicenda molto più che non a quanto Moro potesse corroborare le ipotesi delle Brigate rosse. Quindi, la concomitanza di questi due fatti probabilmente ha condotto all'incapacità di leggere ciò che lì era scritto…..”

A questo punto interviene di nuovo l’on. Fragalà e riportiamo qui per intero l’interessante dialogo:

FRAGALA’: “Mi scusi, Morucci, lei ha appena detto al Presidente di non conoscere ciò che scriveva e diceva Moro. Ma lei era il postino, che addirittura portava delle lettere i cui destinatari, dopo averle lette, le restituivano. E’ vero questo?” …………

MORUCCI. E’ abbastanza improbabile. Io lasciavo in alcuni posti le lettere che poi venivano ritirate da queste persone.

FRAGALA’. Lei non ha mai consegnato direttamente queste lettere?

MORUCCI. Assolutamente, questo sarebbe fuori da ogni criterio di sensatezza, più che di sicurezza.

FRAGALA’. Lei leggeva le lettere?

MORUCCI. Certo.

FRAGALA’. Quindi lei conosceva tutte le lettere di Moro, nel cc del sequestro.

MORUCCI. Onorevole Fragalà, visionando le carte ritrovate in via Monte Nevoso, ho scoperto che molte delle lettere scritte da Moro non mi erano state consegnate. Quindi, a monte, c'era un vaglio di queste lettere e una decisione da parte di Moretti di darmele per la consegna o meno. Le lettere scritte da Moro sono molte di più di quelle che ho consegnato. Ma io questo l'ho scoperto successivamente: all'epoca ero convinto che tutte le lettere scritte da Moro venissero consegnate. Invece non era così.

FRAGALA’. Lei ha fatto le fotocopie delle lettere che ha consegnato? ……………

MORUCCI. Sì, ma le restituivo a Moretti.

Dunque le lettere venivano collocate e nascoste in alcuni posti e poi venivano avvisati gli interessati di ritirarle, un po’ come per i comunicati, insomma. Degli originali si facevano le fotocopie in modo che costituissero tutte insieme una sorta di dossier…. Il testo di alcune lettere autografe è stato ritrovato anche dattiloscritto: è evidente che se ne voleva avere anche una copia più leggibile. Perché ci sembra non credibile che il testo fosse scritto dalle BR e poi fatto copiare da Moro: lo stile di scrittura, il lessico, la scelta degli aggettivi direi che sono del leader democristiano, confrontando quello delle lettere ad altri scritti. Ma la cosa più interessante è che perfino Morucci, il “postino”, non era a conoscenza di quali e quante lettere fossero state scritte da Moro. E lui stesso dice che lo ha saputo solo dopo, quando sono uscite fuori tutte le carte dal covo di via Montenevoso. Era Moretti a scegliere ciò che doveva essere consegnato, non si sa secondo quale criterio. Infatti a leggere quelle non consegnate si vede che sono state scartate soprattutto le lettere personali alla famiglia, o quelle a politici, ma che comunque erano, nella sostanza, una ripetizione di altre già spedite. Ma era Moretti a scegliere o l’Esecutivo nazionale, con sede a Firenze? E chi ne faceva parte? E dove si riuniva il gotha delle BR? Domande che non hanno ancora avuto risposta, dato che Moretti non ha mai parlato davanti alla commissione d’inchiesta.

L’organizzazione delle BR era divisa gerarchicamente in brigate di quartiere che poi tutte insieme davano vita a una colonna, ma ciascuna di queste “cellule” è come una monade leibniziana, ha una attività interna, ma non legami esterni. Poi ciascuna di queste colonne aveva un capo e al sommo di tutto stava un esecutivo. Ma ciascuna di queste parti, brigate di quartiere, colonne o come si chiamino, non conosceva le altre né chi stava in cima alla piramide. Solo il responsabile di ciascuna cellula conosceva il suo diretto superiore e basta. Tutto questo per motivi di segretezza e sicurezza: dato che nessuno – se non i vertici – conosceva tutti gli appartenenti all’organizzazione, questa non poteva essere distrutta da una singola denuncia. Ma questo sistema aveva un rovescio preoccupante: era una pacchia per chi si volesse infiltrare in “alto loco”! E sì, perchè più si stava in basso nella piramide e meno si sapeva e si doveva solo obbedire pedissequamente agli ordini. Ma se gli ordini venivano da chi non era affatto un brigatista? Come avrebbero potuto saperlo i manovali del crimine? Se ne sarebbero accorti solo dopo, quando era troppo tardi, quando il male era fatto e potevano solo dissociarsi e uscirne…… Quindi io sarei propensa a credere che più che una “etero” conduzione, ci fosse una conduzione unica, che sapeva benissimo cosa fare e dove andare e si servisse di ragazzotti – quelli sì – di poca sostanza e intelligenza, ma di molto fanatismo. Alcuni di questi si sono resi conto che c’era qualcosa che non andava e ha cercato di opporsi, anche durante lo stesso sequestro, ma senza poterne evitare l’epilogo tragico.

Nel primo gruppo delle lettere di Moro consegnate il 29 marzo ce n’è anche una indirizzata a Cossiga e che doveva restare riservata e che invece fu resa pubblica insieme al terzo messaggio delle BR del 29 marzo. Scrive Moro “….Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione - mi è stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare quindi fino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere. Nella circostanza sopra descritta entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato….. io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni….” Quindi argomenta l’utilità e la necessità di una trattativa, utilizzando anche la Santa sede:” Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d'intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti” Lascia perplessi questa ammissione di Moro: cosa vuol dire che non conosce il modo del suo “prelevamento”? E’ stato narcotizzato? Non ha visto nulla di quanto è successo? Parrebbe così, visto che in una lettera parlerà della sua scorta in termini duri, sottolineandone l’inadeguatezza. Sembra assurdo che parli così di cinque uomini che sono morti per lui. D’altra parte nella sua audizione Maccari nega assolutamente che Moro sia mai stato narcotizzato. Parla invece di un suo stato confusionale di shock e di una sua desolata rassegnazione, di una sua incapacità a reagire, di una sua disarmante mitezza. Forse coi suoi sequestratori, ma non certamente coi suoi compagni di partito, che non a torto considera i maggiori colpevoli del suo attuale stato di prigionia.

L’assunto di Moro è questo: hanno preso me solo perché sono il presidente della DC, non perché io sia più colpevole di altri. Tutta la sua autodifesa si basa su questo: sul fatto che stanno processando non lui ma tutta la DC e dunque il suo partito deve farsene carico e fare quadrato attorno a lui, come lui l’ha difeso e salvato anni prima, nel pieno di una serie di scandali, quando pronunciò il famoso discorso che arrogantemente diceva “noi non ci faremo processare nelle piazze”. Ma adesso invece il processo si svolge nel chiuso di una piccolissima stanza, senza finestre, senza respiro. E il suo grido d’aiuto ai suoi compagni di ventura cade nel loro silenzio più assoluto, scivola sulla loro indifferenza: con cinismo lasciano che sia lui a pagare per tutti. E così sia.

Nelle sue lettere ai suoi compagni di partito un po’ prega e un po’ minaccia, ma è consapevole di essere disarmato e che le sue più o meno velate minacce di rivelare chissà che segreti, non possono preoccuparli più di tanto. A loro basterà dire che in realtà non è lui che scrive, ma un uomo plagiato e costretto dai suoi carcerieri a dire cose insensate. E infatti questa è la linea di difesa della DC. Abbandonano Moro al suo destino e si preoccupano solo della figura che possono fare loro. “Aggiustano” la verità, come hanno sempre fatto. Scalfaro ricorda di aver detto a Zaccagnini “ Ma se ci fossi tu al suo posto, lui che farebbe? Tratterebbe?” e Zaccagnini risponde solo col silenzio. Certo, perché sa bene che Moro avrebbe trattato, lui il grande mediatore, lo avrebbe fatto senz’altro e sarebbe arrivato certamente ad un accordo. Ma gli altri? Gli altri come Piccoli si lasciano scappare frasi come “Se torna per noi son dolori!!”, mentre c’è chi afferma convinto “Che torni a casa o lo uccidano, comunque politicamente è già morto.” Insomma, la DC, il suo partito, che lui ha difeso sempre con passione, si dimostra quello che è sempre stato: un partito di ometti, cinici e spregiudicati, corrotti e vili. Non valeva la pena di finire così per difenderli! Questa è la consapevole amarezza del leader prigioniero e scriverà nel suo memoriale pagine di fuoco sui suoi compagni di partito. Soprattutto in una lettera amara e tagliente, nella quale passa in rivista i propri compagni di partito e il loro atteggiamento nei suoi confronti e poi annuncia le proprie dimissioni dalla DC: “. Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l'umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all'estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant'altro ancora. Che significava in presenza di tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della D.C.? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significava niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza. Andreotti sarebbe stato il padrone della D.C., anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la D.C.
Non parlo delle figure di contorno che non meritano l'onore della citazione
……. Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo del Governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell'insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po' più, un po' meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice……….. Questa essendo la situazione, io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della D.C. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla D.C., chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della D.C. al gruppo misto.”

Come si vede il povero Moro è stato rassicurato dalle BR che tornerà sano e salvo, o è quello che lui ha capito, e infatti in un altro scritto si vedrà tutta l’amarezza e la delusione di sapersi ancora in pericolo.

Le BR dal canto loro non ci pensano affatto a lasciare l’ostaggio e nemmeno vogliono trattare. Intanto è cominciata l’offensiva democristiana con la sconfessione delle lettere di Moro. Leggiamo quello che scrivono le BR ( comunicato n.4 del 4 aprile): “…….La manovra messa in atto dalla stampa di regime, attribuendo alla nostra Organizzazione quanto Moro ha scritto di suo pugno nella lettera a Cossiga, e' stata subdola quanto maldestra. Lo scritto rivela invece, con una chiarezza che sembra non gradita alla cosca democristiana, il suo punto di vista e non il nostro. Egli si rivolge agli altri democristiani (nella seconda lettera che ha chiesto di scrivere a Zaccagnini e che noi recapitiamo e rendiamo pubblica, li chiama tutti per nome), li invita ad assumersi le loro responsabilita' presenti e passate (le responsabilita' che essi dovranno assumersi di fronte al Movimento Rivoluzionario, e che nel corso dell'interrogatorio il prigioniero sta chiarendo, sono ben altre da quelle accennate da Moro nella sua lettera), li invita a considerare la sua posizione di prigioniero politico in relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri nelle carceri di regime. Questa e' la sua posizione che, se non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni di classe oggi in Italia, e' utile chiarire che non e' la nostra. Abbiamo piu' volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione e' la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime…….. Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dallo Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro cio' che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti. Per quel che ci riguarda il processo ad Aldo Moro andra' regolarmente avanti, e non saranno le mistificazioni degli specialisti della controguerriglia-psicologica che potranno modificare il giudizio che verra' emesso.”
Come emerge bene le BR non solo sottolineano che quello che scrive Moro è farina del suo sacco, ma che nemmeno condividono il suo contenuto e la sua richiesta, perchè loro non sono disposti a trattative segrete. Vogliono che tutto sia alla luce del sole. O almeno è quello che dicono.

Il fatto è che le motivazioni di questo sequestro sono fumose, oscure, inspiegate. Non hanno senso. Hanno rapito Moro per avere notizie da lui sulla DC e sul SIM? Ma poi quello che da lui vengono a sapere non lo usano né lo diffondono, nonostante quello che hanno sempre proclamato. Perché? Quanto all’altra motivazione: la liberazione dei compagni in galera è la cosa più cretina e incredibile che potessero trovare, visto che non vogliono trattare. Inoltre vogliono il riconoscimento politico da un “regime” che disprezzano e ritengono illegittimo: ma che senso ha? Non si capisce che cosa vogliano realmente. Tutta la storia non sta in piedi. Sono motivazioni e obiettivi abborracciati, insensati, contradditori e stupidi. Ma se cambiamo i termini della questione, se al rapimento diamo obiettivi diversi, allora tutto di colpo ha un senso. Per esempio: se si volesse togliersi dai piedi un personaggio ingombrante e potente come Moro, ridimensionare una sinistra che cresce in maniera esponenziale, ricompattare una DC che si sta sfasciando sotto il peso degli scandali e ridarle una verginità politica…. Beh, ci pare che questi obiettivi siano stati raggiunti. Fra l’altro la ferocia delle BR equilibra quella della destra eversiva e dà maggior credibilità alla teoria degli “opposti estremismi”, rafforzando le posizioni centriste e dunque ancora una volta la DC. Insomma queste BR hanno fatto la fortuna del proprio nemico. Ma guarda che combinazione. In mezzo c’è l’agnello sacrificale, l’uomo delle mediazioni, che cerca di giocare la partita più importante della sua vita, da una posizione decisamente penalizzata.

Moro sta facendo davvero di tutto per salvarsi: nelle lettere che ha mandato ha indicato modi, strade, persone da contattare e da coivolgere. I suoi familiari e i pochi amici che gli sono rimasti fedeli seguiranno le sue direttive e si daranno molto da fare e anche con qualche risultato: come il coinvolgere il segretario generale dell’ONU, per esempio, che chiederà alle BR di liberare il prigioniero, dando loro dunque un insperato ( ma evidentemente inutile) riconoscimento internazionale. Ma il coinvolgimento del papa, tanto ambito e cercato, quando arriverà darà un frutto amaro: nella sua lettera alle BR, infatti, il papa infila una frase che rende il messaggio nullo o addirittura controproducente: “…vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni…” Sembra che questa frase sia stata imposta dal governo, ma non è certo quel che c’è stato dietro la stesura di questa lettera. Il tono è apparentemente umile, ma il significato è chiaro e arrogante: nessuna trattativa, resa senza condizioni. Le BR tornino all’ovile della bontà cristiana, si ammantino di umiltà e di misericordia. Lo facciano almeno loro, perché tanto gli altri a trattare non ci pensano proprio. Questo è detto fra le righe e questo capiscono tutti. E’ una porta sbattuta in faccia a qualsiasi posizione di mediazione.

Eppure, nonostante tutto, qualcosa si muove nel campo delle trattative. E’ ancora la CM la nostra fonte principale su questo aspetto e soprattutto l’audizione Morucci.

FRAGALÀ “… uno degli argomenti meno approfonditi del caso Moro, di cui la Commissione ha avuto recentemente la prova, è quello relativo alla trattativa segreta fra Brigate rosse, Vaticano e la famiglia di Moro….. Nell'audizione dell'onorevole Forlani, per la prima volta un uomo politico democristiano ha riconosciuto che c'era una trattativa segreta fra le Brigate rosse, il Vaticano e la famiglia…. Mentre il senatore Andreotti, a mia specifica domanda, ha negato l'esistenza di questa trattativa. Ora, le chiedo se è vero che questa trattativa stava per giungere ad un risultato concreto, addirittura alla sua conclusione. Se lei sa, perché si interruppe all'improvviso? E come mai lo straziante appello di Paolo VI non venne raccolto? Cosa fece fallire questa trattativa che era giunta quasi a conclusione?

MORUCCI. Non ho idea di dove fosse arrivata questa trattativa. Posso supporre che fosse un canale attivato nelle carceri, quindi non con le Brigate rosse ma con i detenuti appartenuti alle Brigate rosse, che sono ben altra cosa. Non so nulla di questa trattativa, non posso sapere dove fosse arrivata e dubito che potesse arrivare in qualsiasi posto, perché i detenuti delle Brigate rosse non avevano alcun potere di condizionamento.

PRESIDENTE. Quindi lei conferma che non c'è stato alcun contatto diretto tra lei e don Mennini?

MORUCCI. Assolutamente, non c'è stato alcun contatto diretto tra me e don Mennini, né tra elementi al momento in libertà delle Brigate rosse e emissari di qualsiasi natura, fatta esclusione per i miei rapporti con Lanfranco Pace, ovviamente.

PRESIDENTE. Noi dobbiamo dare una valutazione sull'efficienza dell'azione di contrasto. La domanda però è come fece Pace a trovarla.

MORUCCI. Alcuni elementi delle Brigate rosse a Roma erano conosciuti e rintracciabili all'interno del movimento da chi era all'interno di esso.

PRESIDENTE. La componente del Partito socialista facente capo a Signorile, però, sapeva con quali persone doveva parlare?

MORUCCI. No, parlavano con Pace e con Piperno, quindi non sapevano con chi parlare, perché Pace e Piperno non erano le Brigate rosse, Vitalone parla con Pifano.

FRAGALA’……..Lei è in grado di chiarire i termini della trattativa avviata tra il Partito socialista tramite Pace e Piperno con le Brigate rosse?

MORUCCI. Non c'è stata alcuna trattativa tra Pace, Piperno, Craxi e le Brigate rosse. Io ero semplicemente l'altra sponda di questa cosa e dall'altra parte c'era Mario Moretti che non voleva saperne assolutamente nulla. E’ stata una mia iniziativa, censurata peraltro, perché appena l'ha saputo mi disse: «Blocca immediatamente questi rapporti esterni non autorizzati con non appartenenti alle Brigate rosse».

Ma quello che dice Morucci della trattativa è un po’ diverso da quanto raccontato da Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso, che quella trattativa aprì, per conto di Claudio Signorile: “….un giorno Claudio Signorile, che era vicesegretario del Psi, parla con Livio Zanetti, a quell'epoca direttore dell'Espresso. Possibile, dice Signorile, che non c'e' un modo, una via? E Zanetti gli fa il mio nome. Avevo seguito le vicende delle Br, ero esperto dei movimenti autonomi, insomma conoscevo bene tutta l'area dell'estrema sinistra". Ma conosceva anche qualche brigatista? "Brigatisti no, pero' conoscevo persone che secondo me potevano arrivare a loro. Cosi' ci vedemmo tutti e tre, io, Zanetti e Signorile. L'incontro avvenne a casa di Zanetti. E io dissi che forse le persone giuste potevano essere Scalzone e Franco Piperno". E Signorile come reagi'? "Disse di provare. Allora io mi misi in contatto con Piperno, gliene parlai, e lui accetto' di incontrare Signorile. Quando li presentai, mi ricordo che Signorile disse a Piperno se per lui era possibile attivare un canale di comunicazione con le Br allo scopo di trovare una soluzione per salvare la vita di Moro". Piperno disse che era possibile? "Si', sembro' ottimista. Disse che alcuni militanti di Potere operaio, di cui era stato un leader, avevano contatti con i brigatisti e attraverso di loro sarebbe stato sicuramente possibile far arrivare dei messaggi. Si mise al lavoro. Non ricordo esattamente, ma il periodo di quell'incontro puo' essere collocato all'incirca una quindicina di giorni dopo il rapimento, diciamo tra la fine di marzo e l'inizio di aprile. Nei giorni successivi Signorile e Piperno continuarono a vedersi senza di me, anche se io mi tenevo informato".

Un’altra testimonianza viene dall’avvocato Giannino Guiso. Il suo ingresso in scena avvenne tra la fine di marzo e l'inizio di aprile di quell'anno. A Torino si celebrava il processo al gruppo storico delle Br, da Renato Curcio ad Alberto Franceschini a Prospero Gallinari, "io ero il loro difensore", ricorda Guiso. "Contemporaneamente in citta' c'era un congresso del Partito socialista. Io conoscevo Craxi. Mi fu chiesto da Maria Magnani Noja se pensavo che ci fosse uno spiraglio per salvare il presidente dc. Parlai con i miei assistiti e mi resi conto che la trattativa era senz'altro possibile. Purche' si cedesse un po'. Almeno un po'". Queste sono cose, aggiunge l'avvocato Guiso, "che dissi allora e che scrissi in un libro uscito poco dopo la morte dello statista….ma allora pochi erano diposti a seguire la linea del dialogo. Sarebbe stato sufficiente condurre una trattiva seria, senza ipocrisie, senza nascondersi dietro la montatura di uno Stato che non poteva cedere. Il paradosso fu che la salvezza di un uomo veniva vista come una sconfitta". Chi voleva salvare Aldo Moro "resto' sempre piu' solo. Quando Craxi mi mostro' la lettera di Paolo VI capii che anche la Chiesa si era schierata con il partito della fermezza"…….". "Dopo il primo maggio - continua l'avvocato Guiso - Renato Curcio mi disse che dovevamo stringere i tempi, che non potevamo perdere altri giorni preziosi. I brigatisti avevano chiesto in un primo momento la liberazione dei 12 condannati del gruppo "22 ottobre". Il no fu perentorio. Faticosamente si continuo' a tenere un filo di collegamento. Dopo trenta, quaranta giorni dal sequestro, i vertici Br non aspettavano che un segnale di apertura. Li' mi resi conto che un gesto simbolico avrebbe smosso la situazione. La liberta' provvisoria di Paola Besuschio, che avevo difeso in altri processi, poteva salvare la vita di Aldo Moro". La ragazza, ex militante comunista, laureata a Trento alla facolta' di sociologia, "era in carcere malata. Non aveva commesso reati di sangue, era una donna, l'unica inserita nella lista delle persone da liberare. Fu una delle ultime trattative possibili. "Non mi stanchero' mai di ripetere che sarebbe bastato l'atto discrezionale di un magistrato. Niente di piu'. Altro che crollo dello Stato. La morte di Moro - attacca l'avvocato Guiso - divenne funzionale alla salvezza di una classe politica corrotta. Basta sfogliare le raccolte dei giornali di quel periodo. Erano gli anni del processo Lockheed, degli ex ministri sul banco degli imputati, dell'Antelope Cobbler, degli scandali del petrolio, delle bustarelle" insomma, quella che stava scoppiando era una vera e propria Tangentopoli, come quella scoppiata 15 anni dopo. La morte di Moro riaggrego' e cancello' tutto".

Ma le cose stanno evolvendosi in ogni senso. Qualcosa sta covando nel seno delle BR : una frattura insanabile che si manifesta in modo eclatante con il doppio comunicato n.7 e la “fortunosa” scoperta del covo di via Gradoli.

 

Trent'anni dal caso Moro

3

ricostruzione e analisi
 
di Barbara Fois

 

Da via Gradoli a via Caetani

Il comunicato BR n.5 del 10 aprile si apre, come sempre, con le notizie sugli interrogatori del prigioniero “L' interrogatorio del prigioniero prosegue e, come abbiamo gia’ detto, ci aiuta validamente a chiarire le linee antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro Paese (che Moro ha sempre coperto), ad individuare con esattezza le responsabilita’ dei vari boss democristiani, le loro complicita’, i loro protettori internazionali, gli equilibri di potere che sono stati alla base di trent'anni di regime DC, e quelli che dovranno stare a sostegno della ristrutturazione dello SIM. L' informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti a un tribunale del popolo. Mentre confermiamo che tutto verra’ reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che sapra’ utilizzarlo opportunamente, anticipiamo tra le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani….” E più oltre “Nonostante quanto gia’ abbiamo detto nei precedenti comunicati, gli organi di stampa del regime continuano la loro campagna di mistificazione, volendo far credere l'esistenza di “trattative segrete" o di misteriosi "patteggiamenti"; riteniamo necessario ribadire che questo e’ cio’ che vorrebbe il REGIME, mentre la posizione della nostra Organizzazione e’ sempre stata e rimane: NESSUNA TRATTATIVA SEGRETA. NIENTE DEVE ESSERE NASCOSTO AL POPOLO!” Curioso che le BR parlino dell’on. Taviani, un pesce piccolo se paragonato a Fanfani o Andreotti e che già si era ritirato dalla vita politica attiva, come dice lo stesso Moro nel memoriale. La notizia importante non è questa, ma che Moro sta parlando: di tutto e di tutti, perfino dei pesci piccoli. E inoltre che c’è qualcuno che sta cercando di trattare sottobanco.

Ed è vero. Qualcuno sta trattando sottobanco: il PSI ci sta provando. Ne abbiamo testimonianza dalle audizioni di Franceschini e di Morucci. Franceschini, che allora era in carcere, racconta dei contatti che Craxi ha cercato con lui e con Curcio ( anch’egli detenuto) attraverso il loro avvocato Guiso, nella cui audizione si trova conferma. E Morucci parla di un contatto stabilito fra lui e Lanfranco Pace, per conto di Claudio Signorile. A dimostrazione che non era poi così difficile né stabilire un contatto, che trovare i contattati! Ma il fatto ormai è chiaro: non si voleva trovare nessuno.

Fin dal 18 marzo, cioè due giorni dopo il rapimento, ci sono soffiate sul covo di via Gradoli 96. Addirittura l’on. Cazora della DC verrà portato da un certo Rocco, esponente della criminalità calabrese, all’incrocio fra la via Cassia e via Gradoli e gli sarà detto che il covo è lì. E’ incredibile la quantità di soffiate su via Gradoli: ci si inventa perfino una opportunamente depistante seduta spiritica che porta alle inutili perquisizioni del paese di Gradoli, mentre non si indaga sulla via Gradoli, negando perfino che esista. E quando finalmente si fa la perquisizione quell’appartamento non viene perquisito. Un appartamento che sta in un complesso edilizio in cui 24 appartamenti appartengono, attraverso una agenzia di facciata ( la Savellia, oggi di proprietà del Sovrano ordine militare di Malta), ai SS. E perfino il capo della polizia di allora Parisi possiede due mini appartamenti in via Gradoli 96 e 75. E’ un’altra di quelle coincidenze incredibili. Come quella che la stessa Immobiliare Savellia possieda appartamenti anche vicino a via Caetani, in via Monte Savello. Come quella che la stampatrice nella tipografia delle Brigate rosse di via Foà appartenesse al cosiddetto Rus, Raggruppamento unità speciali, l'ufficio del servizio segreto militare che gestiva l'addestramento di Gladio. E che ci fosse, in quella stessa tipografia, una fotocopiatrice proveniente dal Ministero dei trasporti. Tanto che nell’audizione di Morucci gli viene chiesto “ Lei conviene sul fatto che quella tipografia a questo punto sembri un'azienda a partecipazione statale? Oppure sono bugie?” . Al che Morucci risponde “…Si spiega con il fatto che lo Stato dismette apparecchiature, le quali vanno sul libero mercato e lì vengono acquistate, così com'è stata spiegata processualmente. E’ stata acquistata presso un rivenditore di macchine tipografiche, e non a Forte Braschi….. Lo Stato dismette tante macchine, ce ne sono tantissime in giro. Si potrebbero verificare infiniti casi di questo genere in qualsiasi processo e non solo in quello Moro.”

Ma non è un caso che quelle macchine stampatrici furono portate in quella tipografia da Maurizio, alias Moretti, con un autofurgone di colore chiaro. A Morucci vien chiesto “Lei sa se si trattasse dello stesso con il quale Moro fu trasportato nella prigione dopo il suo rapimento?” e lui tranquillo: “No, quello fu rubato successivamente.” Ma è lo stesso personaggio che interrogato sulla vicenda della seduta spiritica afferma di credere nelle sedute spiritiche e parafrasando l’Amleto di Shakespeare ipotizza che fra terra e cielo ci siano molte cose che la scienza non può spiegare. Infatti la scienza non può spiegare come mai la “testina” della macchina da scrivere IBM con cui sono stati scritti i comunicati BR appartenesse ai SS. La scienza no, la politica sì.

Ma torniamo a via Gradoli: perché tanto accanimento su via Gradoli, quando il sequestrato stava a via Montalcini? Su questo è opportuno soffermarsi un attimo. In quel covo ci stava “Maurizio”, alias Mario Moretti, insieme a Barbara Balzerani. E allora bisogna chiedersi: chi ci teneva tanto che questo covo fosse scoperto? E perché? Non certo i SS. Se diamo retta all’ipotesi di Franceschini che "Moretti sia un uomo dei SS è evidente che non possono essere loro. Se loro hanno montato tutto il rapimento, ma non solo: se si sono impadroniti della direzione delle BR, facendo arrestare Franceschini e Curcio e quindi lasciando il solo Moretti a capo dell’organizzazione, allora è evidente che non hanno nessun interesse a farlo scoprire. Allora le spiegazioni possono essere diverse: i SS che vogliono morto Moro non sono i soli dentro questa storia. C’è anche la criminalità comune. Quella che ha fatto le prime soffiate, quella di cui parlerà il pentito Bontade. Ma c’è anche chi dentro le BR forse ha capito tutto, ha capito che l’uccisione di Moro è un errore politico clamoroso e invece cerca disperatamente di trattare. Allora è lì, nel ramo dissidente che va cercato chi fa scoprire il covo di via Gradoli in quel modo teatrale? Difficile. Allora forse ci sono altri SS e in questo caso sarebbe una lotta interna. O forse sono SS stranieri: si è parlato della CIA, del KGB, dei cecoslovacchi, dei SS israeliani del Mossad. Franceschini ha raccontato che, nella fase iniziale delle BR, erano stati contattati da questi ultimi e che si erano detti disposti a sovvenzionarli, a farli addestrare in campi speciali e anche a lasciarli liberi di fare quello che volevano, purchè gli dessero una serie di informazioni. Ma loro, duri e puri, rifiutarono indignati, però possono esserci stati altri, di bocca buona, invece. Oppure è per questo che furono “rimossi”? Chissà… Comunque chiunque sia andato in via Gradoli a preparare il sabotaggio, aveva la chiave o sapeva come aprire una porta senza lasciar traccia e aveva abbastanza materiale con sé da lasciare sul posto.

Il “telefono” di una doccia aperto e poggiato su una scopa rovesciata, con lo schizzo diretto ad una crepa nel muro, che fa allagare l’appartamento sottostante, è il sistema trovato per far saltare il covo. E infatti è la signora del piano di sotto che, dopo aver inutilmente bussato alla porta del dottor Borghi, alias Moretti, chiama i pompieri. E’ così che avviene la scoperta del covo. Potevano infatti ignorare che quello fosse un covo delle BR, dato che c’erano in bellavista bombe, armi, bandiere e copie dei comunicati con tanto di stella a 5 punte? Nemmeno un idiota poteva sbagliarsi! Ora: ma quando mai un terrorista serio lascia su tavoli e mensole, come in un mercatino dell’usato, tutto questo armamentario? Ma non è l’unica cosa strana: sul covo arrivano volanti di polizia e carabinieri a sirene spiegate e la TV, che gira filmati e dà subito notizia del ritrovamento, in modo che i due terroristi lo sappiano in tempo e non tornino a casa. Tanto è vero che Moretti, che si trova a Firenze a prender ordini dal comitato esecutivo delle BR ( di cui non si sa quasi niente e nemmeno dove si riunisse), apprende della scoperta dal telegiornale e esclama che è una fortuna che abbia visto la notizia in TV, o sarebbe tornato tranquillo e l’avrebbero beccato. E’ lui stesso a raccontarlo nel suo libro. Invece di tendere un agguato ai brigatisti che ci abitano e beccarli entrambi, si fa una gran cagnara in modo che scappino. Una operazione volpina. Nel covo si troveranno anche degli elenchi di nomi. Si penserà a gente sotto l’occhio dei brigatisti, solo quando usciranno gli elenchi della P2 si capirà che caspita fossero quegli elenchi di nomi di via Gradoli. Ora: anche questo è un indizio importante: chi poteva avere quegli elenchi? Difficilmente le BR, quelle “autentiche”! Questa potrebbe essere una prova che forse anche all’interno dei SS c’era una spaccatura. O che c’erano implicati più SS…. dio che storia!

La scoperta del covo avviene il 18 aprile e nel comunicato n.6 delle BR del 15 aprile era stato detto che l’interrogatorio era terminato, che l’ostaggio aveva vuotato il sacco e che era stato condannato a morte. Si aggiunge inoltre che tutto quello che ha detto “sarà reso noto al popolo” ma non attraverso la stampa, no perché quella è serva del regime: tutti i particolari saranno resi noti attraverso “i mezzi di divulgazione clandestini delle Organizzazioni Combattenti”. Ora, anche un idiota capirebbe che questa è una balla colossale. Oppure che questi brigatisti sono dei coglioni incredibili. Hanno fra le mani i documenti che possono mandare a casa tutta una classe dirigente e li pubblicano in clandestinità?? E solo per i 4 gatti di una inesistente Organizzazione?? Ma andiamo! E infatti nemmeno Morucci, nemmeno Maccari, neppure quelli che avevano partecipato all’agguato di via Fani e alla custodia dell’ostaggio sapranno mai nulla di quello che aveva detto Moro. Lo leggeranno anni dopo, con la pubblicazione delle carte trovate a Milano, nel covo di via Montenevoso. Alla faccia dell’informazione del popolo! Ma questa è una notizia interessante per qualcuno: Moro ha parlato, ha raccontato e ha scritto. Esiste una documentazione. Molto appetibile.

Il fatto che la scoperta del covo arrivi dopo il comunicato n.6 che parla della fine dell’interrogatorio e anche della condanna a morte di Moro, non può essere casuale. C’è chi non vuole che l’ostaggio muoia e cerca di far di tutto per salvarlo? Se c’è questo qualcuno non è la DC. Quella è terrorizzata all’idea che Moro torni e faccia giustizia. Non può tornare come una scheggia impazzita a distruggere il partito, a mostrane ogni scandalo, ogni inciucio, ogni piaga putrida. A parlare della strategia della tensione, delle stragi, della mafia…. E allora chi è?

Ma questa data, il 18 aprile, non vede solo la scoperta del covo di via Gradoli, segna anche il punto di svolta di tutta questa lunga prigionia: col “falso” comunicato n. 7. E’ ovvio che è falso: non ha le stesse caratteristiche “estrinseche” degli altri documenti BR e anche il linguaggio è diverso. Inoltre è brevissimo e annuncia la soppressione dell’ostaggio mediante suicidio e si indirizza il recupero della salma nei fondali limacciosi del lago Duchessa. Nel testo si fa riferimento al suicidio dei capi della banda terroristica tedesca Baader Meinhof (“suicidati” nelle loro celle), dicendo che a quello di Moro seguiranno altri “suicidi”.

Ora, questo comunicato contiene evidentemente un messaggio ben preciso e non certo quello - diretto alla stampa e al pubblico - palesemente falso della soppressione di Moro, ma diretto a chi e che vuol dire? C’è chi dice che segnala lo spostamento dell’ostaggio da via Montalcini nella casa della duchessa Caetani, a via Caetani dove poi si troverà la Renault4 col corpo di Moro. La duchessa Tazia Caetani era sposata con il musicista Igor Markevitch, considerato la mente occulta delle BR, il Grande Vecchio di cui ipotizzarono a lungo i giornali dell’epoca. Che il personaggio fosse un tipo strano, che avesse casa a Firenze e casa a Roma in via Caetani è vero. Che dietro a lui ci sia l’ombra dell’Hyperion, una sedicente scuola di lingue di Parigi, dietro cui si nasconde una sorta di zona franca frequentata dai diversi SS di mezzo mondo, è possibile, che una sezione dell’Hyperion sia aperta a Roma e duri giusto il tempo del sequestro Moro è anche un fatto certo, ma tutta la cosa sembra più la trama di un libro di Jan Fleming, che la realtà. D’accordo: questo sequestro è molto più complesso di quanto sembri, ma non esageriamo. Ma se vogliamo proprio indulgere nella retrologia, allora preferiamo pensare alle carte trovate nel 2003 e che parlavano di una esercitazione avvenuta nel febbraio 1978 da parte delle forze operative di Gladio nel campo Imperatore, vicino al lago Duchessa, che l’ operazione si chiamava Rescue Imperator ( Salvataggio Imperatore) e che era diventata nel marzo 1978 l’operazione “Smeraldo”. Questa operazione – stessi reparti e uomini dell’esercitazione – partita il 21 marzo 1978 avrebbe dovuto liberare Moro. Ma nemmeno decollata fu fermata e annullata. Parte della documentazione relativa a questa operazione fu acquisita dalla Commissione Stragi già dal 1998. Ora: sembra una curiosa coincidenza che l’esercitazione si sia svolta proprio sulle sponde del lago in cui il falso comunicato indicava la sepoltura del suicida Moro. Allora forse il messaggio celato nel falso comunicato n.7 va letto così: sappiamo chi siete davvero e cosa volete fare di quel poveraccio. E con la “scoperta” del covo di via Gradoli si sia data anche una dimostrazione di forza ulteriore “ e sappiamo anche dove siete”. Ma chi manda questo messaggio? E a chi? Quanto al suicidio: è il sistema tradizionalmente usato dai SS per liberarsi delle persone scomode….

Riguardo allo spostamento dell’ostaggio da via Montalcini prima della sua esecuzione è un fatto negato dagli stessi carcerieri di Moro. Germano Maccari, il cosiddetto “quarto uomo” del sequestro Moro, la cui identità si conoscerà ben 18 anni dopo quegli avvenimenti, nella sua audizione nega che ci sia stato uno spostamento dell’ostaggio da via Montalcini, prima del suo rinvenimento a via Caetani. Racconta che lui fu reclutato giusto per questo “lavoro”, che lui – bravo carpentiere – ha costruito il tramezzo nella stanza di via Montalcini, per ricavare la cella segreta dell’ostaggio. Che non ha mai saputo chi fosse la persona sequestrata fino a che non la tirarono fuori – bendata – dalla cassa e lui vide che era Moro. Una audizione sofferta che parla di come sia cresciuta la stima per quest’uomo mite e dignitoso nei giorni della sua prigionia. Racconta che a parlare con lui era solo Moretti e poi racconta la terribile scena dell’uccisione di Moro, avvenuta nel box auto di via Montalcini, nella R4 in cui poi fu trovato. Racconta di come uscì dalle BR dopo quella tremenda esperienza. Non avrebbe senso che avesse mentito: per anni nessuno l’ha denunciato, ne accennò la Faranda nel suo libro, ma fu lo stesso Maccari ad autodenunciarsi. Parlò dopo tanti anni perché, disse, non ce la faceva più tirare avanti con questo peso. Voleva ricominciare a vivere, pagando la sua parte di colpa, anche se lui era sempre stato contrario all’omicidio di Moro e si era battuto apertamente contro. Come aveva fatto anche Morucci. Ma lui era stato testimone diretto di quell’assassinio, aveva visto Moretti coprire il volto dell’ostaggio con una coperta e poi sparargli. Che la sua arma si era inceppata, che lui gli aveva dovuto passare la sua, che Gallinari aveva una crisi di nervi e che quel pover’uomo fu abbattuto come un cane rabbioso. Una scena tremenda. Aveva taciuto per tanti anni e adesso raccontava tutto, con dovizia di particolari. Perché mentire su questo punto? La sua audizione avvenne nel marzo del 2001, qualche mese dopo, il 25 agosto, alla vigilia della sua prima licenza, morì molto opportunamente di infarto nel carcere di Rebibbia. I suoi avvocati dissero che non ci credevano nemmeno un po’ e che volevano l’autopsia. Ma sui giornali dell’epoca non c’è traccia del suo esito. Finchè era stato zitto, gli era andata bene, insomma. Poi cominciava a diventare scomodo. Pochi giorni dopo, il 5 settembre, con una zelante, encomiabile ansia collaborativa Lanfranco Pace si precipitò a dire che in realtà ad uccidere Moro era stato Maccari e non Moretti, che l’arma si era inceppata e che Moretti si era agitato, che Gallinari aveva una crisi di nervi e che allora ci aveva pensato Maccari. Glielo aveva raccontato proprio Maccari stesso e che fino ad ora lui aveva taciuto perché aveva dato la sua parola (!), ma che ora che era morto non si sentiva più obbligato a tacere. Ma guarda un po’. Peccato che nella sua audizione Maccari parlando di Pace lo abbia descritto come un tipo di cui nessuno si fidava, un pariolino “giocatore di poker e vitellone”, così lo definì. E un uomo del genere viene scelto da uno come Maccari - che ha taciuto per 18 anni, che non si è confidato nemmeno con sua madre, neppure con la sua donna - come confidente?? Ma per favore, non diciamo stupidaggini. Certo però così, la posizione processuale di Moretti sarebbe di molto alleviata…ma và?! Moretti, l’unico brigatista che non viene dalle file del PCI o del sindacato e nemmeno dal mondo cattolico, ma dalla destra. Moretti e due zii fascisti. Moretti che è l’unico depositario dei documenti di Moro, l’unico che conosce chi sta a capo delle BR, Moretti “la sfinge” come lo ha definito Morucci, “Maurizio il macellaio” come lo indicò Pecorelli, il freddo, incolto, violento Moretti, che si agita perché gli si è inceppata l’arma? Non riusciamo proprio a immaginarcelo. La nostra fantasia non giunge a tanto.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a quel 18 aprile, così denso di avvenimenti. Dopo il falso comunicato ( che poi pare fosse stato scritto da un certo Toni Chicchiarelli, un falsario che sguazzava nello stagno della banda della Magliana….eh? sì, sembra la fiera della coincidenza, questa vicenda), tutte le forze di polizia si diressero sul lago Duchessa, che era gelato. Già da questo doveva essere chiaro che nessuno ci aveva potuto buttare niente, ma i poveri sub fecero un buco nel ghiaccio e andarono a vedere. Non si sa mai. Evidentemente non c’era niente da trovare, ma intanto l’opinione pubblica era deviata su questo fatto. L’attenzione del pubblico e quello della polizia. E intanto i sequestratori che facevano? Ponzavano un comunicato, che venne alla luce il 20 aprile. Un documento come sempre lungo e verboso, ma in cui pare esserci una apertura “Il rilascio del prigioniero Aldo Moro puo' essere preso in considerazione solo in relazione della LIBERAZIONE DI PRIGIONIERI COMUNISTI. La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo ed in caso di un ennesima viltà della DC noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell'esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.”

Che succede? La determinazione sembra che traballi un po’. Si sta prendendo tempo. Il messaggio del 18 aprile è arrivato forte e chiaro. Fra l’altro a Torino si sta svolgendo il processo a Curcio e Franceschini e forse si teme che, continuando la linea dura, questi sconfessino l’operato delle BR romane e allora addio copertura!!! Già sono in sospetto: queste BR così efficienti nell’agguato di via Fani non assomigliano per niente a quelle che hanno fondato. Franceschini lo dirà più volte, anche nella sua audizione alla Commissione stragi. E lo ammetterà perfino Girotto, “Frate Mitra”, l’infiltrato che lo ha fatto arrestare. I sequestratori a questo punto ci vanno coi piedi di piombo e cercano di saggiare il terreno intorno: provano ad ammorbidire la posizione, ad aprire alla trattativa e a capire chi hanno davanti, o meglio chi sta dietro al settimo comunicato e alla scoperta del covo di via Gradoli. Cosa vogliono? Moro? O i verbali di Moro? O aver capito chi c’è dietro il sequestro è diventato l’arma di un ricatto? Intanto si può cominciare a prender tempo, parlando di scambi.

Il giornalista Scialoja, sia nella sua audizione, che in una intervista sostiene che si parlò a lungo di uno scambio di prigionieri: “… dell'uno contro uno, e cioe' la liberazione di un brigatista detenuto contro la vita di Aldo Moro. "Questa condizione in realta' era stata superata, posso dirlo con certezza. In base ai messaggi che venivano diramati attraverso Piperno, le Brigate rosse si accontentavano di molto meno". Cosa volevano esattamente? "A loro interessava un riconoscimento politico. E volevano ottenerlo da un capo democristiano. Gli interessava poco quello che dicevano i socialisti, pretendevano in un certo senso una legittimazione dal partito contro il quale erano ferocemente in guerra. Allora Signorile trasmise questa richiesta alla Dc. E mi risulta che Fanfani si disse disponibile, pronto a non parlare piu' delle Br come di terroristi, ma di un gruppo che in qualche modo aveva dignita' politica". Perche' poi non se ne fece nulla? "Fanfani pensava di fare il suo discorso la mattina del 9 maggio, quando doveva riunirsi la direzione della Dc. Senonche' l'8, un deputato democristiano di secondo piano, forse nel tentativo di fare una timida apertura verso le Br, rilascio' una dichiarazione in cui sostanzialmente non diceva nulla di nuovo. Le Br la interpretarono come la risposta alle loro richieste. Senza un contenuto che le accontentasse, detta da un dc senza peso, quella frase provoco' l'interruzione della trattativa. Il giorno dopo uccisero Moro. Chissa', senza quel malinteso...".

Nessun malinteso. Non è casuale che appena si ventila una apertura reale, appena una parte della DC si apre al dialogo per liberare Moro, questi venga ucciso. No. Basta con le coincidenze. Non ci possiamo più credere. Moro è morto perché doveva morire. Ormai nessuno può più avere dubbi. Vivo non serviva più a nessuno, anzi: era un pericolo. Lui doveva morire e tutto sarebbe andato bene, per tutti. Sulla sua morte avrebbe lucrato un bel po’ di gente. E chiunque si sia avvicinato alla verità è morto. Due esempi per tutti: Mino Pecorelli che dalle pagine di OP manda messaggi precisi e ha sorprendenti intuizioni e agghiaccianti premonizioni e Dalla Chiesa che troverà le carte di Moro nel covo di via Montenevoso a Milano.

Anche la scoperta di quel covo ha qualcosa di funambolico: Lauro Azzolini, brigatista sbadato dimentica un borsello su un autobus di Firenze. Un borsello con chiavi, indirizzi, una agenda con un appuntamento con un dentista di Milano, documenti, fogli dattiloscritti con riferimenti al partito armato, un’arma col colpo in canna ( per chi fosse duro di comprendonio)…. Ma ne abbiamo già parlato altrove. Quelle carte contese portano male, sono come segnate da una maledizione. Ma siccome noi non crediamo in queste cose, siamo più propensi a credere che ci fosse qualcuno molto seccato di averle dovute cedere ad altri e voleva riprendersele.

Ma torniamo al 9 maggio. Adesso siamo all’ultimo atto, alla eliminazione dell’ostaggio. Non serve più a nessuno, può essere eliminato. Del come ha parlato Moretti, autoaccusandosi dell’omicidio, e anche Maccari ha raccontato la stessa versione, ma con ben altro pathos: «...Moretti aveva la sua Walther Ppk, la puntò contro Moro che era stato coperto con un plaid. Io strinsi i denti e mi voltai dall' altra parte. Sentii due colpi secchi, poi un' imprecazione. Moretti mi tirò per un braccio e disse: "La pistola si è inceppata, dammi la Skorpion". Mi sentivo male, avevo il cuore in gola. Moretti mi strappò di mano la mitraglietta, mi voltai appena in tempo. Due raffiche si abbatterono su Moro...». Toccherà a lui guidare la Renault rossa fino in via Caetani, con Moretti seduto accanto in silenzio. «Avvertivo la netta e tremenda sensazione di aver appena compiuto un gesto terribile - racconterà poi - che mi avrebbe segnato per tutta la vita». Ma prima di rituffarsi nel suo anonimato pieno di rimorsi, c' era ancora da fare. «Mi rimaneva da smantellare la prigione, riportare l' appartamento alla normalità. La mattina del 10 maggio tutto, in qualche modo, ricominciava. Ma in me si era fermata... forse si era fermata la mia giovinezza. Uscivo da quella esperienza per iniziare una vita della quale non conoscevo i contorni, lo scopo».

Quella mattina del 9 maggio, davanti a quel povero corpo rannicchiato nel bagagliaio della macchina qualcosa è cambiato in questo paese. “Ils ont osé” così titolò LeMonde “Loro hanno osato”.Già: lo avevano fatto davvero. Gli avevano sparato a sangue freddo come avevano minacciato. E lui poveretto non era nemmeno morto subito: l’autopsia dimostrò che ci aveva messo circa mezz’ora a morire, dissanguato. L’orrore fu immenso. Ma non è maggiore di quello che si prova oggi a pensare a chi ha operato fra le quinte. Perché è probabile che faccia ancora il puparo. Con altri pupi, magari.

Quando la sua sentenza era diventata esecutiva, Maccari si era presentato in carcere senza esitare: «Non offenderei mai con una fuga la memoria di chi è morto e il dolore di chi gli è sopravvissuto», aveva detto prima di varcare il cancello di Rebibbia. E’ morto anche lui.

Di tutti gli altri nessuno è ancora in carcere.


Approfondimenti:

Per l’agguato:

http://www.pagine70.com/vmnews/wmview.php?ArtID=512

http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=154

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1978a5a.htm


 

Per leggere le lettere di Moro:

http://www.macchianera.net/2005/09/11/lettere_di_aldo_moro_dalla_pri.html

http://www.macchianera.net/2005/09/21/lettere_di_aldo_moro_dalla_pri_10.html

http://www.misteriditalia.it/casomoro/

http://archiviostorico.corriere.it/searchresultsArchivio.jsp


 

per leggere tutte le audizioni

http://www.parlamento.it/bicam/terror/audizioni/aud.htm


 

video:

intervista parenti delle vittime

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=307


 

intervista Bonisoli

http://www.rifondazione-cinecitta.org/moro-verita1.html

altre:

http://www.archivio900.it/it/news.aspx?r=relauto&id=2002

http://isole.ecn.org/rete.sprigionare/moro/C160398c.htm

http://blog.panorama.it/italia/2008/03/06/caso-moro-la-storia-segreta/?socialbmarks=1

http://solleviamoci.wordpress.com/2008/03/10/cossiga-non-potevo-trattare-cosi-ho-concorso-ad-ammazzare-moro/

http://www.fisicamente.net/index-1241.htm

http://www.parlamento.it/bicam/terror/stenografici/steno66.htm

http://www.wittgenstein.it/html/ext140303.html

http://www.parlamento.it/bicam/terror/stenografici/steno28.htm

 http://www.stragi80.it/rassegna/servizivari/bozzo.html

http://frillieditori.com/books/neisecolifedele_prefa.htm

http://www.micciacorta.it/articolo.php?id_news=89

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/stampa/stampaPuntata.aspx?id=350

http://www.repubblica.it/online/dossier/moro/moro/moro.html


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