FISICA/MENTE

 

CASO MORO

PRENDERE TUTTI GLI ASSASSINI !

 

Ho vissuto quegli anni, quei mesi, quei giorni e quei momenti. Da allora non penso ad altro che a riuscire a sapere cosa c'è stato dietro quel barbaro rituale assassinio. Alcuni idioti BR che si sono prestati li conosciamo e, per somma loro fortuna, sono tutti liberi e pontificanti. Conosciamo alcuni politici di ispirazione cattolica che certamente e quanto meno erano accondiscendenti. Alcuni millantatori, ma fino a che punto ?, giravano intorno. Poi vi sono stati i servizi segreti di vari Paesi che, per vari, differenti ed a volte convergenti motivi volevano sbarazzarsi di un politico scomodo. Sta di fatto che con l'acquiescenza silente e sorridente di alcuni delinquenti ancora non sapp0iamo nulla di quel momento che ha cambiato il corso della politica italiana, indirizzandolo verso i lidi sicuri di Craxi/Berlusconi. Naturalmente non dimentico i silenzi e l'inazione del PCI, come non dimentico i molti atti delinquenziali scatenatisi sul movimento di lotta nel Paese in quegli anni, per coprire i veri colpevoli di quel barbaro evento.

Scriverò su questo sito ogni cosa che troverò a proposito di quelle vicende. Ho già pubblicato gli atti che sono stato in grado di recepire di varie Commissioni parlamentari che si sono occupate della cosa. Inizio ora a pubblicare anche brevi interventi trovati sul web, insieme a ricostruzioni dei più vari personaggi e/o istituzioni. Con la speranza che qualcuno riesca un giorno a trarne le fila per colpire con ogni durezza i responsabili.

Roberto Renzetti

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Vediamo di situare alcuni personaggi e vicende all'epoca del rapimento ed assassinio di Moro (marzo-maggio 1978)

ANDREOTTI

Lo scandalo del petrolio

II 4 febbraio 1974 i rappresentanti dei partiti politici si riuniscono a Montecitorio. Sono indignati contro i «pretori d'assalto» perché stanno screditando tutta la classe politica. I pretori Almerighi. Brusco, Sansa, indagando a Genova sui fenomeni di imboscamento del petrolio subito dopo la guerra del Kippur (ottobre 1973), hanno messo le mani negli uffici del petroliere Garrone, su scottanti documenti. Tutti i partiti politici (escluso il PCI) sono stati finanziati dai petrolieri in cambio di «favori legislativi».

I petrolieri hanno avuto da vari governi dei provvedimenti legislativi a loro favore che hanno dell'incredibile: un decreto del 2 ottobre 1967 che assegnava ai petrolieri un contributo dello stato di 90 miliardi per rimborsarli dei maggiori costi di trasporto del greggio a causa della chiusura del canale di Suez; una legge del 28 marzo 1968 con la quale si concedeva ai petrolieri di pagare l'imposta di fabbricazione e l'IGE (Imposta Generale sull'Entrata) con tre mesi di ritardo; un decreto legge del 12 maggio 1971 con cui furono loro concessi una notevole quantità di sgravi fiscali.

Tutte queste cose evidentemente fanno bene rendere conto di quanto nelle pagine precedenti ho accennato: le sette sorelle nel nostro Paese dettano letteralmente legge. Dopo essersi tolti di mezzo Mattei ed Ippolito ci hanno pesantemente fatto scegliere  la via del petrolio condizionando poi le leggi in modo che fossero sempre a loro favore. In cambio di tutto ciò quando potevano pagavano, quando non potevano creavano casi giudiziari ma, l'ultima risorsa era (ed è) l'omicidio.

     Ebbene i partiti politici si agitavano in quel febbraio 1974 perché era stata intaccata la loro «onorabilità».  Dicevano:

 «Fuori i nomi dei corrotti, altrimenti basta con lo scandalismo, statevi zitti». Almerighi,  Brusco e Sansa non chiedevano  di meglio.

     Il 9 febbraio  del 1974  degli  agenti  in  borghese  si  recano all'ingresso della villa del dottor Vincenzo Cazzaniga (abita a fianco a Cefis, uno dei "liquidatori" di Mattei) ma non lo trovano (è negli Usa). Contro di lui è stato emesso un mandato di arresto per corruzione aggravata ed associazione a delinquere. È accusato di aver corrotto dirigenti dell'Enel e partiti del centro-sinistra affinché si servissero del petrolio invece dell'energia nucleare per far funzionare le centrali  elettriche.

     Cazzaniga è stato fino al 1972 presidente della Esso e della  Unione petrolifera ed era definito «l'uomo del petrolio americano in Italia». Egli era molto ben introdotto nel mondo politico, soprattutto democristiano, tanto da diventare (!) consulente del governo per i rifornimenti petroliferi.

     Il 13 febbraio 1974 vengono inviate 20 comunicazioni giudiziarie per corruzione aggravata: riguardano i massimi dirigenti ed i consiglieri di amministrazione dell'Enel (tra cui il presidente Di Cagno) e gli amministratori dei quattro partiti di centro-sinistra (DC -PSI - PSDI - PRI).

     Il 20  febbraio  portano  al  presidente  della  camera  Sandro Pertini gli atti di accusa contro ministri o ex ministri che avevano favorito i padroni del petrolio con provvedimenti legislativi. Si tratta di: Giulio Andreotti (DC), Giacinto Bosco (DC), Ferrari Aggradi (DC), Athos Valsecchi (DC), Luigi Preti (ritorna il simpaticone PSDI), Mauro Ferri (PSDI).

     Seguendo l'iter previsto dalla Costituzione il giorno 21 febbraio inizia il procedimento davanti alla commissione inquirente. Il giorno 8 marzo la commissione proscioglie Andreotti,  Ferrari Aggradi, Bosco e Preti. Rimangono in stato di accusa i più deboli politicamente: Valsecchi e Ferri.

    Ancora oggi comunque  anche a questi benemeriti del petrolio non è accaduto nulla. È del 22 giugno 1977 la richiesta da parte del PCI di riaprire l'inchiesta sullo scandalo del petrolio, ma si tenga conto che per alcuni dei ministri in oggetto è già scattata o sta per scattare la prescrizione poiché i reati  a loro  ascritti risalgono a molti anni fa. E che qualcuno provi a parlare di qualunquismo quando si dice: «rubano e si assolvono»!

    Ebbene i rappresentanti dei partiti politici (escluso il PCI) presero 45 miliardi per farsi ripetutamente corrompere, mentre l'Enel, oltre alla primitiva corruzione relativa alla scelta termo- elettrica e per la quale non ho dati, prese più di un miliardo per maggiorare il prezzo di acquisto dell'olio combustibile e per riversare questo aumento di prezzo sulle tariffe pagate dagli utenti. Anche qui iniziò un'istruttoria il 26 marzo ma, di fatto e miseramente, essa viene chiusa il 24 ottobre.

Processo per mafia  

Nell'Appello che Andreotti ha fatto contro la sua condanna per associazione mafiosa in Primo grado, si legge:

"L'imputato ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi. In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione all' associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale. di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese è estraneo all' ambiente siciliano, il quale, nell' arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di un'esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi i:: favore di un' organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell'Isola:

a) chieda e ottenga, per conto di suoi sodali, a esponenti è.. spicco dell' associazione interventi paralegali, ancorché per finalità non riprovevoli;

b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione;

c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti;

d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso;

e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi;

g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori [ ... ] di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento dell' organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale.

E allora, fino al 1980, niente assoluzione, ma prescrizione del reato «commesso», e solo grazie alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti, che la accorciano:

Alla stregua dell' esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pm appellanti. Non resta allora che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del seno Andreotti estinto per prescrizione
."

Naturalmente Andreotti ricorre in Cassazione e quest'ultima conferma tutto:

"Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione".

In definitiva Andreotti ha collaborato con la mafia FINO AL 1980 ed il reato è prescritto e la prescrizione viene assegnata solo perché ad Andreotti vengono riconosciute le attenuanti generiche e tali attenuanti si concedono solo ai colpevoli e non agli innocenti.

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LA P 2 E COSSIGA

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 un gruppo di neofascisti, capeggiati dal "principe nero" Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS, mise in atto un tentativo di colpo di stato, nome in codice "Tora, Tora", passato alle cronache come il "Golpe Borghese".
Il tentativo di colpo di stato fallì e ancora oggi per molti aspetti appare velato di "misteri".
Il neo capo del SID, il gen. Vito Miceli, molto legato ad Aldo Moro e nemico giurato del potente democristiano on. Giulio Andreotti, tacque di quel tentativo di golpe, prima di tutto con la magistratura.
Quando nel 1975 l'inchiesta giudiziaria sul golpe Borghese arriverà alla sua stretta finale, Miceli aveva già lasciato il servizio, a causa delle incriminazioni che lo porteranno ad essere arrestato per altri fatti, ancora oggi non del tutto chiariti, come la creazione della Rosa dei Venti, un'altra struttura militare para-golpista e dello scontro durissimo col capo dell'ufficio D, un fedelissimo di Andreotti, il gen. Gianadelio Maletti.
Gli anni della gestione Miceli furono gli anni dello stragismo in Italia: da Peteano, alla strage alla Questura di Milano, dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, all'Italicus. Come era già accaduto a De Lorenzo, anche Miceli finirà la sua carriera in Parlamento: eletto, anche lui, nelle file del MSI-DN di Giorgio Almirante, così come anni dopo capiterà ad un altro capo dei servizi segreti, il gen. Antonio Ramponi, nelle file dell'Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini.

La prima riforma organica dei servizi segreti risale al 1977.
Sempre più vicino all'area di governo, impegnato in una politica improntata al consociativismo, il PCI partecipa direttamente, nella persona del sen. Ugo Pecchioli, alla riforma.
Per la prima volta venne introdotta una figura responsabile dell'attività dei servizi segreti di fronte al Parlamento: è il Presidente del Consiglio che si avvale della collaborazione di un consiglio interministeriale, il CESIS, che ha anche un compito di coordinamento. Inoltre i servizi devono rispondere delle loro attività ad un Comitato parlamentare.
Una importante novità, introdotta dalla riforma dei servizi segreti, riguarda lo sdoppiamento dei servizi stessi: al SISMI (Servizio d'Informazioni per la Sicurezza Militare) il compito di occuparsi della sicurezza nei confronti dell'esterno, al SISDE (Servizio d'Informazioni per la Sicurezza Democratica) quello di vigilare all'interno. Con in più un'altra differenza: se il SISMI restava completamente affidato a personale militare, il SISDE diventava una struttura civile, affidata alla polizia, nel frattempo trasformata in corpo smilitarizzato.
Quindi, a prima vista, una riforma buona nelle intenzioni, ma gli uomini che andranno a far parte del SISMI e del SISDE saranno gli stessi del SIFAR e del SID e, per quanto riguarda il servizio civile, del disciolto - e famigerato - Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno.
Dal 1978 il SISMI sarà retto dal gen. Giuseppe Santovito, già stretto collaboratore del gen. De Lorenzo.
Il SISDE, pur essendo una struttura non militare, finirà proprio per essere assegnata alla direzione di un militare, il generale dei carabinieri Giulio Grassini.

Regista di questa inutile riforma fu il ministro dell'Interno on. Francesco Cossiga, che in quel momento diede l'impressione di subire potenti pressioni da chi aveva interesse di far fallire l'operazione di "pulizia".
 

Il primo scandalo in cui incapparono i servizi riformati è quello della Loggia P2. Come abbiamo già detto, i nomi di tutti i comandanti al vertice dei servizi segreti (SISMI, SISDE ed anche del CESIS, l'organo di coordinamento) sono compresi nella famosa lista della Loggia P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli, scoperta nella villa del Gelli a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 dai magistrati milanesi che indagano su Michele Sindona.
Di certo oggi sappiamo che entrambi i servizi segreti furono coinvolti fino al collo nel caso Moro, in quei 55 giorni che trascorsero fra il sequestro del presidente della DC da parte di un commando delle Brigate rosse e l'uccisione dell'uomo politico (16 marzo-9 maggio 1978).
Nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro accaddero una incredibile serie di stranezze, misteri, coincidenze, buchi nelle indagini, che ebbero l'effetto di agevolare il compito dei brigatisti, al punto da far pensare che il sequestro Moro fosse stato ispirato, e in qualche modo teleguidato, da qualcuno che nulla aveva a che fare con i brigatisti "puri".

Era ministro dell'Interno sempre l'on. Cossiga, che la mattina del rapimento di Moro stava andando in Parlamento dove doveva nascere un governo con l'appoggio esterno del Partito comunista, il primo importante passo verso l'ingresso del PCI di Berlinguer nella maggioranza.
Qualche settimana prima, Aldo Moro era uscito sconvolto da un colloquio avuto negli USA con Henry Kissinger, allora segretario di Stato. "Mi ha intimato di non fare il governo con l'appoggio dei comunisti", dirà ai suoi collaboratori Moro.
Sarà il piduista Miceli che si recherà in USA a prendere ordini.
  
MICELI FECE UN VIAGGIO SEGRETO NEGLI USA.

Dopo essere stato incriminato e assolto per avere coperto il golpe Borghese, accusato dal rapporto Pike di avere avuto 500 milioni per eseguire operazioni segrete in Italia, nell'aprile 1978 (dopo il rapimento Moro) fece un viaggio segreto negli Usa e si incontrò con politici americani. Negli incontri egli chiese di mettere in atto dispositivi della Nato per evitare che l'Italia finisse nell'orbita di Mosca la quale avrebbe ordito un piano per la presa del potere con l'appoggio di una parte del Pci e delle Br.

Miceli potè lanciare il proprio proclama negli ambienti del congresso Usa introdotto da una lobby denominata 'Americans for democratic Italy' capeggiata da due italoamericani, Philip Guarino e Marcello Nisi che forniva appoggi economici al partito repubblicano di reagan e Bush. Philip Guarino presentò Miceli agli esponenti repubblicani riuniti il 7 aprile 1978 in una sala del Capital hill club di Washington, il club dei deputati repubblicani nei pressi del congresso. Coi trenta deputati repubblicani Miceli fu molto esplicito, affermando: "Perché la Nato non interviene per bloccare il processo di destabilizzazione comunista? Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio atto di aggressione da parte del patto di Varsavia".

In Usa Miceli incontrò uomini della Cia come l'ex direttore William Colby e Ray Cline ex direttore del servizio informazioni del Dipartimento di stato, poi alto funzionario della Cia e nel 1978 direttore dell'Institute for international and strategic studies, che compie ricerche per il Pentagono e i servizi di spionaggio Usa di cui fa parte Henry Kissinger. Questo istituto è stato promotore di una campagna di pressione su Kennedy perché impedisse che in Italia vi fosse un'apertura nei confronti del Pci. L'esperto di cose italiane dell'istituto è Michel Leaden.

Durante la visita di Miceli negli Usa, un gruppo di intellettuali democratici, tra cui Noam Comsky e Paul Sweezy resero pubblico un documento contro le ingerenze Usa in Italia ed i pronunciamenti contrari all'ingresso del Pci nel governo.

 Al processo contro Miceli, uno dei golpisti, Amos Spaizzi, dirà: "Confermo che in Italia esistevano agli ordini di Miceli oltre 500 cellule attivabili sparse per la penisola, generali e colonnelli che frequentavano terroristi e bombardieri; e non si può negare che Miceli avesse creato il Supersid di tutto rispetto".


Anche in Italia, molti la pensavano come Kissinger: la massoneria, la destra DC, larghi settori del mondo industriale.
Durante il rapimento Moro venne costituito un comitato di crisi presso il ministero dell'Interno, comitato che risulterà composto tutto da aderenti alla P2. ( N.B.:Gelli operava con un proprio ufficio presso la Marina Militare. Gladio era mobilitata.).
Tra gli esperti, chiamati da Cossiga per il comitato di crisi nei giorni del sequestro, c'era Steve Pieczenick, del dipartimento di Stato americano. Cossiga lodò il consulente americano. Non disse nulla, però, della attività svolta da Pieczenick, che in un documento, di cui esiste copia presso l'ambasciata americana di Roma, così si esprimeva: "E' essenziale dimostrare che nessun uomo è indispensabile alla vita della Nazione". Sembra, insomma, che Piecznick fosse interessato più alla svalutazione di Moro nella politica italiana che alla sua liberazione.
Un altro consulente di Cossiga, Franco Ferracuti, criminologo, piduista e collaboratore della CIA, con la sua perizia convinse gli Italiani che il Moro che scriveva dal carcere brigatista era "fuori di sé" e che ,quindi, non andavano presi in considerazione i suoi scritti, contenenti, invece, preziose indicazioni sulla sua prigionia e sui suoi carcerieri.
Pare che, in seguito, il riferimento dello scrittore Gianni Flamini a Pieczenick e a Ferracuti, nel suo libro "Il partito del Golpe", abbia infastidito particolarmente l'on. Cossiga. Forse gli ha ricordato le parole che Aldo Moro scrisse dal carcere delle Br sul futuro Capo dello Stato:" La posizione gli era evocata per suggestione e in certo modo, inconsapevolmente imposta…Insomma, non era persuaso ma subiva. Forse se gli avessi potuto parlare l'avrei bloccato, invece è rimasto con la sua decisione sbagliata che gli peserà a lungo".
Comunque, come mai non si fece di tutto per individuare la prigione di Moro, ma si fece di tutto per depistare le ricerche?
Diversi elementi, emersi 12 anni dopo, faranno sospettare di un coinvolgimento assolutamente non limpido dei servizi segreti, e della P2 in particolare.
Francesco Cossiga e i suoi legami con la ragnatela

Francesco Cossiga appartiene al gruppo dei "presidenzialisti puri".
Già nei primi anni sessanta si legava ad un gruppo eterogeneo, composto da politici, militari, costituzionalisti, avventurieri che voleva instaurare una Repubblica presidenziale. Lo stesso tema che Cossiga, da Presidente della Repubblica, riproporrà con scalpore, seguito da Bettino Craxi, che diverrà suo alleato in questa battaglia.
Il gen. De Lorenzo, nei giorni del luglio 1964 in cui pianificava il golpe, si recava spesso al Quirinale, oppure comunicava con il Presidente Segni per mezzo di Cossiga.
"Un gruppo di potere che agisce all'ombra di uno stuolo di protettori politici" annotava nel suo diario il generale Manes, inviso a De Lorenzo, incaricato di fare luce sulle deviazioni dei servizi segreti.
Tra questi "protettori", secondo Manes, c'era Francesco Cossiga, che alla commissione d'inchiesta sul "piano Solo" garantì sulla "affidabilità democratica" di quel gruppo di ufficiali infedeli; e che negli anni successivi sponsorizzerà ampiamente le loro carriere.
Nel 1966 Cossiga diventò sottosegretario alla Difesa nel governo guidato da Moro. Iniziò così a destreggiarsi fra i sottoscala del potere in cui si fa la storia dell'Italia, parallela e segreta.
Svolgeva volentieri una serie di lavoretti "di coraggio", come quello di apporre gli omissis ai risultati della commissione d'inchiesta sul "piano Solo", in modo da coprire le responsabilità di De Lorenzo, e partecipava alla formazione di atti amministrativi concernenti Gladio, come lui stesso ha in seguito ammesso.

Dunque Cossiga era legato anche agli uomini del "partito del Golpe":

Il colonnello D'Ambrosio, secondo i documenti in mano alla commissione P2, era stato coinvolto in un progetto di colpo di Stato.
Tutti costoro, nel 1992, si entusiasmeranno alle "picconate" di Cossiga e lo inviteranno a mettersi alla testa di un fantomatico "fronte degli Italiani onesti". Questi erano i compagni di Cossiga in quegli anni.

Capo dei servizi segreti in quegli anni è il generale Vito Miceli, anch'egli facente parte della strategia della tensione e grande amico di Cossiga. Quando Miceli, il 30 novembre 1990, morirà, Cossiga renderà omaggio alla sua salma ufficialmente, ignorando la manifestazione dei parenti delle vittime delle stragi che contemporaneamente si svolgeva davanti a Montecitorio.
Anni in cui, come scrive lo storico Giuseppe De Lutiis nel suo "Storia dei servizi segreti", cambiava anche la strategia dei poteri occulti: "Fino ad allora, la ricetta che i servizi segreti avevano seguito per curare i mali d'Italia, aveva previsto un potenziamento dell'estrema destra, con il concomitante sviluppo di atti terroristici e di rivolte, come quella di Reggio Calabria, gestite dalle strutture parallele."
 

La P2 e Licio Gelli
 

È molto probabile che la Loggia P2, che si è delineata come un vero e proprio servizio segreto atlantico, fosse stata trasformata anche in una sede di raccordo e di incontro tra tutte le strutture parallele che gestivano il potere reale in Italia.

Nelle liste della P2, rinvenute il 17 marzo 1981 nella villa di Gelli di Castiglion Fibocchi, risultavano iscritti numerosi nomi di dirigenti dei servizi segreti: Miceli, Maletti, La Bruna, D'Amato, Fanelli, Viezzer.
Vi risultavano anche Giuseppe Santovito, Grassini e Walter Pelosi, capo del CESIS dal maggio 1978.
C'erano i nomi di numerosi altri dirigenti, tra cui Musumeci, capo della segreteria di Santovito, Sergio Di Donato e Salacone, dell'ufficio amministrativo…

Nelle liste della P2 c'era anche una nutrita schiera di funzionari del SISDE.

Secondo la commissione parlamentare d'inchiesta, l'elenco completo degli iscritti alla P2 era all'incirca di 2500 nomi; ne mancano 1650. Solo la magistratura ha avuto il coraggio di punire gli appartenenti alla P2.
L'assoluzione più sconcertante è stata quella dei militari, voluta dal ministro della Difesa Lagorio, socialista e iscritto alla massoneria.

Tra i 962 iscritti c'è anche il "nostro" ex presidente del consiglio dal 2001 al 2006, l'on. Cav. Silvio Berlusconi.
Silvio Berlusconi risulta iscritto alla loggia P2, con la tessera numero 1816, codice e.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, il 26 Gennaio del 1978.

Per molti iscritti la data di iniziazione era immediatamente precedente o successiva al passaggio nei servizi segreti.
Nel 1962-64 il generale De Lorenzo e il SIFAR predisposero principalmente un'attività di schedatura dei cittadini e di preparazione di un possibile colpo di Stato.
Negli anni settanta i dirigenti del SID (mutamento del nome del servizio segreto da SIFAR a SID, dopo lo scandalo del "piano Solo") esplicarono soprattutto azioni per proteggere eversori di destra e sospetti autori di stragi.
Gli ufficiali del SISMI, che ne costituirono le strutture occulte, nel 1978-81 spaziarono dalla trattativa trilaterale con Br e camorra per la liberazione di Cirillo, al depistaggio dei giudici impegnati nelle indagini sulla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, dalla operazione "Billygate" al peculato, dalle macchinazioni nei confronti dei collaboratori del capo dello Stato alla diffusione di notizie calunniose attraverso la stampa, da loro stessi finanziata.
A somiglianza della P2, della quale per altro la struttura era una articolazione, il SUPERSISMI svolgeva un amplissimo ventaglio di attività, tutte direttamente o indirettamente finalizzate a intervenire nella sfera politica, il che era, con tutta evidenza, incompatibile con le finalità d'istituto.

L'attività della P2 negli anni '70 era frenetica.


C'era la pratica costante della raccomandazione e c'erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che lo alimentavano.

Degli affari citiamo i più noti: l' Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la scalata al "Corriere della Sera", tutti collegati a scandali e cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.

A volte gli uomini della P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, 'ndrangheta.
Collegamenti accertati dalle inchieste giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del rapido 904, sull'omicidio di Roberto Calvi.
I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d'Italia: la strage sul treno Italicus, il caso Moro, la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il delitto Mattarella, il traffico di armi e droga, solo per citarne alcuni.

Il neofascismo terrorista era coinvolto nella grande operazione presidenzialista, che rappresentava e rappresenterà lo scopo principale a cui tende, trasversalmente a tutti i partiti, la politica italiana.

I giudici milanesi Turone e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona.
I giudici milanesi, come quelli di Palmi, che indagavano sulle nuove logge coperte, scoprirono che attraverso la P2 passavano molti dei misteri e degli scandali italiani di quegli anni, e furono costretti a suddividere in capitoli il materiale raccolto:
· la P2 e lo scandalo Eni;
· la P2 e il Banco Ambrosiano;
· la P2 e lo scandalo dei petroli;
· la P2 e la magistratura;
· la P2 e la Rizzoli;
· la P2 e i segreti di Stato;
· la P2 e i finanziamenti all'eversione nera;
· la P2 e le stragi;
· la P2 e il sequestro Moro;
· la P2 e il caso Pecorelli.

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Ma la P2 era implicata in molti altri casi:

Elenco, quasi completo, delle vicende in cui è stata implicata la loggia P2

- Strage del treno Italicus
- strage di Bologna
- strage di Ustica
- strage di Piazza Fontana
- strage del rapido 904
- omicidio Calvi
- omicidio Pecorelli
- omicidio Olof Palme
- omicidio Semerari
- colpo di stato militare in Argentina
- tentativo di colpo di stato di Junio Valerio Borghese
- tentativo di colpo di stato della Rosa dei Venti
- caso dei dossier illegali del SIFAR
- operazione Minareto
- falso rapimento Sindona
- tentativo di depistaggio durante il rapimento Moro
- rapimento Bulgari
- rapimento Ortolani
- rapimento Amedeo
- rapimento Danesi
- rapimento Amati
- rapporti con la banda della Magliana
- rapporti con la banda dei marsigliesi
- inchiesta sul traffico di armi e droga del giudice Carlo Palermo
- riciclaggio narcodollari (caso Locascio)
- caso Cavalieri del Lavoro di Catania
- fuga di Herbert Kappler
- crack Sindona
- crack Banco Ambrosiano
- crack Finabank
- scandali finanziari legati allo IOR
- caso Rizzoli-Corriere della Sera
- caso SIPRA-Rizzoli
- scandalo dei Petroli
- caso M. Fo. Biali
- caso Eni-Petronim
- caso Kollbrunner
- cospirazione politica e truffa di Antonio Viezzer
- cospirazione politica di Raffaele Giudice
- cospirazione politica di Pietro Musumeci
- cospirazione politica e falsificazione documenti di Antonio La Bruna
- finanziamenti FIAT alla massoneria


Un altro gigantesco capitolo fu aperto dall'inchiesta del giudice Carlo Palermo sul traffico di armi, che coinvolgeva molti piduisti e da cui trasparivano forti legami con la criminalità organizzata e col traffico di droga………….
Un intreccio solido quello che traspare dalle inchieste giudiziarie su mafia e massoneria.
Inesplorata resta la questione delle coperture assicurate a Gelli dai politici, a cominciare da Andreotti, suo grande amico, poi da Cossiga, da Fanfani, da Craxi, da Forlani e da molti altri.
La P2,quindi, risultò coinvolta in molte inchieste giudiziarie sulle stragi e su alcuni omicidi politici
Non è un caso che a Castiglion Fibocchi, alla villa di Gelli, perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, il 17 marzo 1981, i giudici milanesi siano arrivati, indagando sul misterioso soggiorno in Sicilia di Michele Sindona, il bancarottiere di Patti, iscritto alla P2 e legato a filo doppio ad Andreotti.
Nel corso del suo finto sequestro, Sindona si era avvalso dell'appoggio, tanto della massoneria quanto della mafia.
 

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GLADIO

 

William Colby, che fu capo della CIA dal 1973 al 1976, riferendosi al 1948 scrive:

 

"La possibilità di una presa del potere comunista in Italia come risultato elettorale aveva preoccupato molto gli ambienti politici di Washington prima delle elezioni italiane del 1948. Anzi, era stata soprattutto questa paura a portare alla creazione dell'Office of Policy Coordination, che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche, propagandistiche e paramilitari segrete".  

Nella X legislatura, all'interno del dibattito in Commissione che condusse all'approvazione della prerelazione sull'inchiesta in ordine alle vicende connesse all'operazione Gladio, fu acutamente sottolineata la difficoltà di comprendere le vicende più recenti relative alla strategia della tensione e delle stragi nel nostro paese, senza fare fino in fondo i conti con il quadro uscito dalla seconda guerra mondiale, e cioè non soltanto con la divisione del mondo in due sfere di influenza. Le prime indicazioni circa l'esistenza di una struttura occulta, parallela al Servizio Segreto Militare, all'epoca unico Servizio Segreto italiano, emersero in sede giudiziaria intorno alla metà degli anni settanta. Devono però trascorrere altri dieci anni perché da parte di estremisti di destra (in particolare Vincenzo Vinciguerra) giungano alla Magistratura inquirente più precise indicazioni circa l'esistenza di una struttura segreta, costituita in ambito NATO, da civili e da militari a scopo di condizionamento del quadro politico. Sarà infine Andreotti a comunicare ufficialmente alla Commissione stragi, l'esistenza di Gladio.

Il 26 febbraio 1991 Giulio Andreotti, all’epoca presidente del Consiglio, prendendo tutti in contropiede – specie l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nonché i vertici del SISMI - invia alla commissione Stragi una relazione su GLADIO nella quale l'organizzazione assume carattere eversivo al servizio degli USA.

Un documento con molte lacune, ma il segreto della Repubblica, ormai, è stato violato.

L'allora presidente della Repubblica, Cossiga, è di parere diverso sulla Gladio, ne prende infatti impavido le difese ("erano patrioti quelli della Gladio, brava gente") e ne parlerà perfino nel tradizionale messaggio di fine anno, interrompendo, a sorpresa, la lettura del testo ufficiale e leggendo un foglietto di carta tirato fuori dalla tasca. Da notare che il 23 dicembre la Nato ha posto il segreto di stato internazionale sull'attività e i fini di Gladio

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Da La Voce della Campania del 01/01/2005

 

Caso Moro. Morire di Gladio

 

Quella del gladiatore G.71 è una storia scomoda, per anni tenuta sotto silenzio. Una storia tipicamente italiana, fatta di spie, imprevedibili retroscena, rivelazioni importanti e supportate da documenti. Una vicenda talmente scomoda che anche quando, per frammenti, è arrivata sulle pagine di alcuni giornali nazionali, non ha causato alcun sommovimento politico: il solito muro di gomma l'ha fatta tornare nell'ombra. E’ la storia di Antonino Arconte, 47 anni di Cabras, che fin dal 1997 ha affidato al web il racconto della sua vita all'interno dell'organizzazione Gladio. Agente di una struttura militare segreta facente capo al Sid, Arconte è stato protagonista di operazioni che si sono svolte in mezzo mondo: dal Vietnam alla Russia, dalla Cecoslovacchia al Libano, dagli Stati Uniti all'Africa. Dalla sua testimonianza è emersa una struttura profondamente diversa da quella svelata in Parlamento da Giulio Andreotti il 2 agosto del 1990: non una rete ideata per fronteggiare una possibile invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia (la “Stay Behind”), ma una struttura informativa e operativa che agiva esclusivamente all'estero. La storia ha cominciato a emergere dall'ombra lentamente e a fatica. L'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella, rispondendo a un'interrogazione del senatore di Rifondazione Giovanni Russo Spena sulla struttura supersegreta alla quale apparteneva Arconte, si è limitato a rispondere burocraticamente: «Dagli atti del Servizio non sono emerse evidenze in ordine a...». Risposta assolutamente insoddisfacente. Ma il racconto di Arconte non si ferma qui e qualche mese più avanti infittisce di nuovi particolari alcuni dei misteri italiani. Il "caso Moro" in particolare. G.71 ha infatti svelato che, nel marzo del 1978, venne inviato in missione in Libano per consegnare un documento al gladiatore G.219. Si trattava del colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, morto misteriosamente nel luglio del 1995, «suicidato», come si dice in gergo militare, visto che è stato ritrovato impiccato alla maniglia della porta del bagno benché fosse alto 1 metro e 90. Nel documento "a distruzione immediata" (Arconte non ha mai distrutto il documento e lo ha esibito alla magistratura inquirente, dalla quale attendiamo ancora un giudizio certo sull'autenticità) viene ordinato di «cercare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro». L'aspetto inquietante di questa missione è che il documento è datato 2 marzo 1978. Cioé 14 giorni prima del rapimento del presidente della Dc. Qualcuno, quindi, sapeva che Moro sarebbe stato rapito.

GLADIO & CENTURIE
Facciamo qualche passo indietro. Gladio è il nome dato in Italia ad una struttura segreta, collegata con la Nato e istituita nel dopoguerra con la denominazione "Stay Behind" (stare indietro), che aveva il compito di attivare una resistenza armata in caso di invasione sovietica. L'esistenza di questa struttura segreta venne scoperta nel 1990 e successivamente confermata pubblicamente, nel febbraio del 1991, dall'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Secondo quanto riferito in quell'anno dall'ex primo ministro italiano, la Gladio "Stay Behind" sarebbe stata composta da 622 membri civili i quali avevano il compito di svolgere operazioni dentro il territorio nazionale riguardanti attività informative a carattere difensivo e sotto le direttive della Nato. Quella che racconta Antonino Arconte nel suo memoriale, invece, è tutta un'altra storia. Accanto alla cosiddetta Gladio "civile", infatti, sarebbe stata istituita nel nostro Paese una struttura armata dei servizi segreti militari, tenuta per 50 anni nascosta, che avrebbe operato al di là dei confini italiani attraverso un'attività regolata da direttive nazionali e non dalla Nato. Nel memoriale, Arconte spiega che Gladio era in realtà divisa in tre centurie. «La Prima Centuria era chiamata Aquile, erano cioé aviatori, alcuni paracadutisti della Folgore - scrive Arconte - la Seconda Centuria era chiamata Lupi, io appartenevo a questa, composta da quelli provenienti dalla Marina e dall'Esercito. Poi c'era la Terza Centuria detta Colombe. Non era composta da militari ma da civili, anche donne, che dovevano fare da supporto per le informazioni». Per conto dello Stato italiano, il "gladiatore" G-71 avrebbe partecipato a diverse operazioni estere: dalle repubbliche dell'Est comunista al Nord Africa, dal Sahara spagnolo al Vietnam. Arconte rivela, tra l'altro, del ruolo svolto dai nostri agenti segreti armati in Maghreb per la destituzione del presidente Burghiba. G-71 racconta anche di aver ricevuto un riconoscimento formale da parte di Bettino Craxi il quale lo avrebbe invitato, come si evincerebbe da documenti, a tacere per il bene del Paese. L'attività di questa Gladio si svolgeva presso il ministero della Difesa, direzione generale Stay Behind-personale militare della Marina e la mobilitazione dei gladiatori avveniva tramite Consubin (comando subaquei incursori di La Spezia). Un'attività segreta cosى come quella degli Ossi (operatori speciali servizio informazioni, alle dipendenze di Gladio) che operavano armati e i cui compiti sono stati ritenuti “eversivi dell'ordine costituzionale” da due pronunciamenti della magistratura.

DA ARCONTE A MORO
Arconte è forse depositario di alcuni dei segreti che formano il filo nero che ha cucito e legato il potere dello Stato allo Stato occulto, attraverso il terrorismo nazionale e internazionale, attraverso insabbiamenti e “suicidi” misteriosi. Il libro di Arconte, pubblicato qualche anno fa negli Stati Uniti (ottenendo peraltro un discreto successo e diventando oggetto di studio), ha aperto nuovi, inquietanti scenari sulla Gladio segreta. Vi compare anche l’immagine del documento top secret sul caso Moro. In quel documento si legge che il 2 marzo 1978 - e cioè 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell'uccisione della sua scorta - la X Divisione "S.B." (Stay Behind) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del capitano di vascello, capo della divisione stessa, inviava l'agente G71 appartenente alla Gladio "Stay Behind" (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all'agente G 129, ivi dislocato, dipendente dal capocentro, colonnello Stefano Giovannone, affinchè prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perchè questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro. Il nome del "gladiatore" G-71, Antonino Arconte, non figura nella lista dei 622 resa nota in Parlamento, lista risultata, comunque, "del tutto inattendibile". «Non è vero - ha scritto più volte Falco Accame, ex presidente della commissione difesa - che il "gladiatore" Arconte sia un "signor Nessuno": lo puٍ testimoniare un altro agente di Gladio che operava come civile, il cui nome di battaglia è "Franz». Nel 1997 "Franz" si fece ricevere a Tunisi da Craxi e portٍ la lettera di Arconte e di un altro gladiatore, Tano Giacomina (ucciso in circostanze misteriose a Capoverde) che chiedeva al leader socialista di rendere pubblica la storia della "Gladio delle Centurie". Secondo "Franz", Craxi aveva chiesto di essere ascoltato dalla Commissione Stragi (cosa che era stata concessa al generale Maletti) e intendeva riferire in quella sede sulla Gladio, ma l'incontro con la commissione non fu mai possibile. L'ipotesi di una Gladio “segreta” che operasse all'estero con modalità di guerra non-ortodossa non è affatto peregrina, anzi, è in linea con modelli operativi ispirati a quelli della Cia. I contatti con la Cia sono documentati fin dall'inizio della nascita di Gladio, negli anni '50, e si svilupparono con il memorandum di Roma del 20 dicembre '72, di cui parla nel suo libro il generale Serravalle, capo dell’organizzazione dal '71 al '74”. Di Gladio come "scuola di eversione" aveva parlato, nel dicembre 1991, Antonio Maria Mira in un articolo sull'Avvenire, in relazione all'Operazione Delfino e a «uno strano documento di Gladio che - scriveva Mira - sta preoccupando i magistrati padovani e romani, il Comitato di controllo sui Servizi e la Commissione Stragi. E' datato aprile '66 e riguarda un'esercitazione denominata "Delfino" che si svolse nella zona di Trieste dal 15 al 24 aprile 1966, e che doveva procedere ad un programma di "attività provocatorie" coordinate dai servizi segreti ed in accordo con la Cia, che prevedevano la partecipazione delle unità di Gladio». Sull'argomento interveniva Antonio Garzotto nel '92, scrivendo: «La "Delfino" altro non sarebbe che un "vademecum per la guerriglia", messo a punto dalla Cia e concepito dal generale Westmoreland, il comandante Usa in Vietnam. Si trattava di un vero e proprio manuale di strategia della tensione: agenti della Gladio avrebbero dovuto infiltrarsi sia nelle file e nelle manifestazioni del Pci, ma pure nelle frange della sinistra estrema per provocare "azioni violente, moti di piazza, uccisioni". Fare, insomma, "insorgenza", in modo tale da sollecitare una forte reazione, la "controinsorgenza", e legittimare un intervento di "stabilizzazione del potere" da parte dell'Autorità di Governo».

GRADOLI STRASSE
Recentemente è sempre Falco Accame, in qualita' di presidente dell'Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, a sollecitare la commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin, per approfondire gli elementi riguardanti la vicenda Moro, che non si esauriscono con le dichiarazioni di Arconte. Nel silenzio generale, infatti, alle affermazioni di Arconte (ricordiamo, sempre supportate dal documento “a distruzione immediata” ancora da valutare), si sono aggiunte negli ultimi mesi anche le dichiarazioni di un altro dei gladiatori che operava all'Est in maniera segreta, Pierfrancesco Cangedda, il quale ha più volte dichiarato di aver ricevuto, mentre operava nella Repubblica democratica tedesca durante i 55 giorni del sequestro Moro, una informazione che proveniva dalla Stasi, contenente un'indicazione specifica sulla base dei brigatisti in via Gradoli. Una base che era situata in “Gradoli Strasse”. Questa informazione, come risulta anche da alcune inchieste ancora in corso alla Procura di Roma, venne raccolta dal “terminale” della struttura, l'ufficiale dei servizi segreti Tonino La Bruna, l'uomo che avrebbe reclutato personalmente lo stesso Arconte. Le due “metà” della storia sembrano combaciare perfettamente. Vista la portata di queste dichiarazioni, e le importanti conseguenze che potrebbero avere qualora ottenessero ulteriori riscontri, è giusto cominciare a fare chiarezza da subito senza tenere lontano i riflettori dei media nazionali dalla vicenda. Siamo a un bivio nella ricostruzione della storia italiana degli anni '70 e '80, a partire dalla genesi del terrorismo rosso fino al caso Moro. O i due gladiatori sono dei cialtroni mitomani, e vanno perseguiti dalla magistratura; oppure si dovrà tener conto di quello che dicono e finalmente si arriverà ad aprire un varco nel “muro di gomma”.

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Alla ricerca della prigione di Moro.

Prima che lo rapiscano

(Rivelazioni, non si sa quanto attendibili di un gladiatore, Nino Arconte, al settimanale GQ).

 

 

Da un cassetto, Nino tira fuori un quadretto con la copertina verde rigida.   Dentro ci sono tante pagine piene di date, luoghi di partenza, destinazioni, firme, timbri. Sono le missioni a cui, di volta in volta, il macchinista o fuochista Arconte era comandato. Sfoglia alcune pagine, poi si ferma. "Ecco qui ! cercavo proprio questo. Leggi, leggi, Marco" C'è scritto che il 6 marzo 1978 è pronto a La Spezia un imbarco per lui: destinazione Libano. Beirut. "Il contatto a Beirut era un italiano vestito da arabo. Mi consegno una busta contenente, credo, alcuni passaporti, che avrei dovuto consegnare ad Alessandria d'Egitto". Ma c'era una seconda parte della missione, che Nino racconta per la prima volta a GQ. "Avrei dovuto prendere contatti con i miei informatori. Seguendo la solita procedura: vicino all'aeroporto c'era una profumeria. La commessa, in realtà, era il tramite per le mie fonti. Una volta stabilito il contatto, secondo le disposizioni, avrei dovuto attivare la mia rete affinché fornisse la possibilità di una mediazione per liberare Aldo Moro. La busta con quegli ordini di prendere contatti con guerriglieri islamici o terroristi palestinesi per liberare Moro, o almeno per cercare la sua prigione, ordini nascosti tra alcuni passaporti senza fotografia che avevo portato dall'Italia, li consegnai a un uomo che avevo già incontrato una volta. Seppi dopo che era un colonnello della Folgore, un gladiatore che si chiamava Mario Ferraro. E' stato suicidato nel 1995, impiccato alla porta del suo bagno. Un marcantonio di un metro e novanta! (vedi più avanti a pagina 188)". A Beirut, almeno tre giorni prima che Moro fosse rapito. "Eh, si, perché ero partito da La Spezia il 6. E il 16. marzo, quando seppi da un fonogramma che Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse, mi trovavo già ad Alessandria, a consegnare, in una profumeria nella casbah, i documenti ricevuti a Beirut. Per essere ancora più chiari: io vivevo tra un campo militare e un altro. Addestravo profughi. Di Moro non mi ero mai occupato". Quando riceve l'ordine di cercare la prigione di Moro (ribadiamo: ordine ricevuto prima che l'allora presidente della Democrazia cristiana fosse rapito), Arconte è all’oscuro di un altro fatto: il 30 Aprile 1977 il Sid di Vito Miceli è stato sciolto. "Avevo parlato con Miceli, l'ultima volta, da Lgayoune, nel Sahara spagnolo, mentre rientrava da un'operazione in Sudafrica. Ora so, perché lo ha detto in tv Giuliano Ferrara, che Miceli era molto legato proprio al Aldo Moro".

 


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LA BANDA DELLA MAGLIANA
 

Quando il boss della mafia, Di Cristina, fu ucciso, nell’estate del 1980, addosso al cadavere del boss nisseno furono trovati due assegni di cinque milioni , emessi dalla SIR di Nino Rovelli e girati alla Sofint, società che faceva capo a Carboni,Balducci,e Florent Ravello Ley e dietro cui si celava come socio “occulto” Pippo Calò. Gli assegni facevano parte di un’operazione legata all’acquisto di un terreno sulla Costa Smeralda, cui era interessato il giovane Paolo Berlusconi, ma rientravano anche in quella vicenda di “Assegni del Presidente” di cui Mino Pecorelli, la sera in cui fu ucciso si apprestava a pubblicare la seconda puntata. I magistrati romani, nel chiedere l’autorizzazione a procedere contro Andreotti, hanno sottolineato  che il giornalista aveva scoperto come <<intorno alle vicende della Italcasse e assegni della SIR si fosse determinata la convergenza di interessi di gruppi mafiosi riconducibili a Pippo Calò e Domenico Balducci. Dalle indagini è emerso che Andreotti aveva la disponibilità di questi assegni, che negoziò personalmente cedendoli a diverse persone>>.

La sera del 20 marzo 1979 Pecorelli stava per tornare sull’argomento, con nuove travolgenti rivelazioni, ma l’articolo sparì. Rimase soltanto la copertina con la foto di Andreotti, poi scomparsa in seguito. Il direttore di <OP> sapeva che il presidente aveva ricevuto finanziamenti in “nero” da Rovelli, sotto forma di assegni di piccolo taglio, parte dei quali erano stati riciclati in società appartenenti o in odor di mafia, come la Sofint, una scatola finanziaria che aveva i terminali nell’ufficio di Lugano di Florent Ravello Ley , in piazza Pepinè, e riconducibili allo scandalo Italcasse.

Usura, droga, riciclaggio. Rapporti con personaggi della politica, dell'alta finanza, dei servizi segreti, della mafia, della destra eversiva. Le attività della "banda della Magliana", nella seconda metà degli anni Settanta, trasformano Roma in un "crocevia eversivo", una "zona grigia non ancora conoscibile nei dettagli e con indagini ancora in corso, come quella sull'omicidio di Roberto Calvi", come la definisce la relazione della Commissione stragi.
Ecco in sintesi il ruolo noto della "banda della Magliana" nel sequestro e omicidio Moro
Era legato alla banda il falsario Chichiarelli, autore del falso comunicato del lago della Duchessa e organizzatore e autore della rapina del marzo 1984 alla Brink's Securmark che fruttò un bottino di circa 30 miliardi di lire. A Chichiarelli sono attribuiti due messaggi: un borsello contenente oggetti che alludevano all'omicidio Pecorelli, al sequestro Moro e al depistaggio del Lago della Duchessa.
 

A metà degli anni settanta, decaduta l’egemonia dei Marsigliesi, i “capoccia” della mala romana assumono l’iniziativa e decidono di proseguire nella strada dei sequestri di persona, intrapresa dai colleghi d’oltralpe all’ombra della P2. Ma i rapimenti sono un capitolo perdente della holding del crimine .Del primo nucleo della Banda della Magliana, a detta degli storiografi, facevano parte Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis detto Renatino, Raffaele Pernasetti, Ettore Maragnoli e Danilo Abbruciati. Stiamo parlando della “batteria” che si muoveva tra Trastevere e Testaccio.

Al gruppo ben presto si aggregarono Maurizio Abbatino, Marcello Colatigli, Enrico Mastropietro, che facevano capo proprio alla zona della Magliana.

Poi la mala capitolina, grazie alle conoscenza di faccendieri  ben introdotti al Vaticano, come Flavio Carboni, approdò alla speculazione edilizia sulla Costa Smeralda. Alle spalle agivano società fantasma,pure scatole finanziarie come la SOFINT , proprio quella che aveva messo nei guai Giulio Andreotti per aver inghiottito nelle sue casse  i “piccoli” assegni dati al Presidente da Nino Rovelli (imi-sir).

Quello che distingueva la Banda della Magliana da una pura gang criminale erano intrecci con ambienti politici e imprenditoriali. Il pentito nero Rolando Battistini raccontò: "Nell’ambiente sapevamo, lo si diceva tra pochi intimi, che c’erano avvocati, magistrati e uomini importanti a fare da traìt d’union tra ambienti politici e la Banda della Magliana". Un altro terrorista, Paolo Bianchi, disse:

Il professor Aldo Semerari era figura di spicco come ideologo e politico e per le conoscenze che aveva con il mondo giudiziario e politico,ma partecipava anche a riunioni di vertice sull’organizzazione di attentati. Il suo lavoro di perito psichiatrico gli consentì di assicurare contratti tra la destra eversiva e grossi personaggi della mafia, della camorra e della malavita comune.

L’identikit di Semerari assomiglia molto a quello di un agente sotto copertura: comunista in giovane età, diviene massone negli anni “60”, poi grazie a l’intervento del Gran Maestro Gamberoni approda alla P2.Nell’80, poco prima della tragica morte , lo troviamo impegnato a organizzare attentati con l’estrema destra, ma anche in un’altra straordinaria attività: pensate un po’, l’indottrinamento ideologico dei boss della Magliana, una vera scuola di quadri, organizzata dal massone Fabio De Felice ( lo stesso che aveva sollecitato l’ex parà Saccucci del golpe Borghese ad indagare sulle nascenti formazioni di sinistra). I “corsi di formazione” si svolgevano in una villa del reatino. Sembra fossero presenti uomini dei servizi segreti.

Altri intrecci pericolosi conducono all’entourage andreottiano. Per fare un esempio , le ricchezze accumulate in maniera illecita erano talmente ingenti da richiedere l’intervento di veri banchieri ed esperti riciclatori di denaro sporco. Il migliore era Enrico Nicoletti imprenditore e costruttore che funzionava proprio come una banca, da sempre in affari con Giuseppe Ciarrapico, personaggio di spicco della “gens Giulia”. Rapporti tempestosi, in qualche caso. Nel dossier che ha portato in carcere il costruttore, si accenna a una riappaficicazione tra Nicoletti e il re delle acque minerali, intimo di Andreotti, nell’affollatissimo studio di Franco Evangelisti (tuttofare di Andreotti). Ma in un rapporto dei carabinieri dell’88 Nicoletti viene anche indicato come personaggio legato all’ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel Febbraio 1990 (e sepolto in una cappella della Chiesa romana di Sant'Apollinare per interessamento diretto del Primo Ministro del Vaticano, Agostino Casaroli).

I rapporti con il venerabile Gelli

L’ombra de Venerabile, nella storia della Banda della Magliana, ha fatto una fugace apparizione dietro il centro studi del Pof.De Felice dove, all’ombra di mitra e svastiche, vengono indottrinati i boss. Ma quali erano i rapporti tra Gelli e la Banda? Molteplici, complessi, come sempre indecifrabili.

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NOTIZIE VARIE

Caso Moro: Cia e Mossad complici delle BR?
Interrogazione di Gigi Malabarba (Capogruppo PRC al Senato) al Presidente del Consiglio

"Se CIA e Mossad avevano infiltrato le BR prima del rapimento di Moro e ciò era noto ai servizi segreti deviati italiani e a giornalisti ad essi legati come Mino Pecorelli, esiste una complicità di Stati Uniti e Israele nella fine dello statista DC, reo di voler aprire le porte del governo ai comunisti"
Commenta così Gigi Malabarba, capogruppo PRC al Senato e membro del COPACO, le affermazioni dell' ex vicepresidente del CSM e vicepresidente vicario della DC, Giovanni Galloni, in un'intervista a RAI NEWS 24.
"Ho presentato un'interrogazione al Presidente del Consiglio perché USA e Israele ai loro massimi livelli politici e di intelligence forniscano informazioni immediate, perché, se ciò fosse confermato, la storia del nostro paese andrebbe riscritta e personaggi screditati come Antonino Arconte (inviato dai servizi in Medio Oriente prima del rapimento di Moro per trattare il suo rilascio) presi in seria considerazione - aggiunge Malabarba -".
"Alla luce dei recenti episodi di azione illegale della CIA nel nostro paese, come il rapimento dell'imam egiziano Abu Omar, il governo deve smettere di essere latitante e porre in atto tutte le iniziative adeguate a far luce su episodi che mettono in luce una condizione dell'Italia a sovranità limitata, in cui  agivano un tempo "servizi deviati" e oggi "accordi segreti" Usa - governo italiano per aggirare costituzione, leggi e trattati internazionali - conclude Malabarba. "

Roma 6-7-2005                      
L'Ufficio Stampa  del Gruppo PRC Senato

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Intervista a Giovanni Galloni


Tratto da RaiNews24 - www.rainews24.it/ran24/magazine/next/default.htm 

L’eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate martedì 5 luglio dall’On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa accadde in quella primavera del 1978. Perché uno dei più importanti leader politici italiani fu rapito? Perché rimase 55 giorni nelle mani degli uomini delle Brigate Rosse senza che i servizi segreti riuscissero a trovare il covo dove era detenuto? Perché uno Stato sovrano come il nostro non riuscì a salvare la vita di uno dei suoi politici di maggior prestigio? Quale è stato il vero ruolo giocato dai servizi segreti stranieri sull’intera vicenda? Quale era il quadro storico-politico di riferimento che determinò le scelte e in ultima analisi il destino di Aldo Moro e della Repubblica? Di fronte agli eventi di queste ore, sembrano domande relegate al passato remoto della nostra memoria collettiva, ma anche di fronte ad una generazione intera di italiani che non sa o non ricorda che cosa accadde non si può lasciare che questi interrogativi rimangano tali in eterno. Fino a quando ci sarà qualcuno a conoscenza di fatti che possono illuminare un tratto di quel buio e sia disposto a parlarne, abbiamo il dovere di ascoltarlo.

A questo link potete ascoltare l'intervista a Giovanni Galloni sul Caso Moro. 
Dice Galloni: "Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati all'interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di questo"
http://www.rainews24.it/ran24/clips/Video/galloni.asx

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USA - Italia. Galloni a "Next":

Moro mi disse che sapeva di infiltrati CIA e Mossad nelle BR

Roma, 5 luglio 2005

"Non posso dimenticare un discorso con Moro poche settimane prima del suo rapimento: si discuteva delle BR, delle difficoltà di trovare i covi. E Moro mi disse: 'La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti sia americani che israeliani hanno infiltrati nelle BR ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati' ". Davanti alle telecamere di NEXT, l'approfondimento quotidiano di Rainews24 curato da Piero Di Pasquale, l'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni confida un ricordo degli anni di piombo che suggerisce paragoni con la vicenda del rapimento dell'imam della moschea milanese da parte della CIA. 

"Me ne sono ricordato proprio ora, perché nei 55 giorni di prigionia di Moro ebbimo grandi difficoltà a metterci in contatto con i servizi americani, difficoltà che non incontrammo poi durante il rapimento del generale Dozier", racconta Galloni.

L'internazionalizzazione della sfida delle BR 
Il generale James Lee Dozier venne rapito a Verona il 17 dicembre 1981: fu liberato con un blitz delle forze dell'ordine italiane, con i Nocs, il 28 gennaio 1982. Più di vent'anni dopo, alcuni documenti della CIA pubblicati mostreranno la scarsa fiducia di quest'ultima nelle possibilità di ritrovare vivo l'alto ufficiale e nelle capacità investigative italiane, nonché la preoccupazione per una internazionalizzazione in chiave anti americana del terrorismo italiano ed europeo. Ma anche, almeno stando a quanto è stato reso noto, la relativa scarsa conoscenza dei servizi americani, fino ai primi anni '80, delle BR: 

"Nonostante alcune speculazioni sul trasferimento di Dozier in un paese vicino, le autorità italiane credono che il generale sia in Italia, forse nell'area tra Milano, Verona e Venezia - si legge ad esempio in un documento CIA del dicembre 1981 - Noi non abbiamo prove che nel passato le Brigate Rosse abbiano cercato di spostare i loro rapiti oltre i confini nazionali. La prigione del popolo dove fu detenuto Aldo Moro non è mai stata localizzata, ma la maggior parte degli esperti di sicurezza è convinta che il leader democristiano non sia mai stato lontano da Roma, e forse lo hanno tenuto sempre dentro Roma stessa".

L'altro dubbio di Galloni
'Ma allora qualche informazione sul rapimento Moro allora dagli americani poteva arrivare?', chiede Di Pasquale. "E' possibile - risponde Galloni - d'altronde Pecorelli (il giornalista di OP assassinato in circostanze misteriose il 20 marzo 1979) scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima... (Moro venne rapito il 16 marzo , ndr.) . L'assassinio di Pecorelli - ha aggiunto Galloni - potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare". Anni di indagini sulla morte di Pecorelli hanno portato di volta in volta a seguire piste dell'estremismo di destra, della Loggia P2, della mafia, fino al processo al senatore a vita Giulio Andreotti e all'ex magistrato Vitalone, chiuso dalla definitiva assoluzione sancita dalla Corte di Cassazione il 30 ottobre 2003.

"Del resto - ha proseguito Galloni - tutti i magistrati che hanno lavorato sul rapimento Moro hanno detto che le dichiarazioni delle BR non hanno avuto dichiarazioni del tutto convincenti. Qualcosa ci hanno nascosto. E l'interrogativo nasce in relazione anche ai servizi segreti deviati italiani, che rispondevano prima ai colleghi americani della CIA che ai loro superiori".
Una tesi che si ricollega ai molti che negli anni scorsi hanno sostenuto che durante il rapimento Moro i servizi americani non offirono la massima collaborazione, per ostacolare il 'compromesso storico' che avrebbe portato al governo il PCI.

Rapporti paritari 
"Dalla fine '78 al 1984 ho fatto numerosi viaggi negli USA (...)  - ha spiegato Galloni - Lì venni a sapere che la CIA era estremamente preoccupata per l'Italia, per il fatto che se i comunisti arrivavano al governo loro non avrebbero potuto mettere certe basi in Italia: una questione di vita o di morte per loro, rispetto alla quale qualunque atto sarebbe stato giustificabile. O si superano questi limiti o i rapporti non si svilupperanno mai su un piano di democrazia e parità".

"Per difendere la democrazia non bisogna uscire dalla democrazia. Bisogna trovare collegamenti e coordinamenti adeguati fra i Paesi. Quando nascono equivoci ... Il nostro Paese è parte dell'Occidente - ha detto ancora Galloni - ma si sa benissimo che alcune cose in Italia non si possono fare".

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La procura romana ha riaperto il caso Moro.

http://www.rifondazione-cinecitta.org/mariomoretti.html

 La notizia era filtrata durante la presentazione, nella sala della libreria trasteverina Bibli, del libro di Fasanella & Rocca “Il misterioso intermediario – Igor Markevitch e il caso Moro”, per i tipi Einaudi. Adesso, la conferma. Con buona pace di Repubblica e Corriere della Sera (ma perché i due maggiori quotidiani italiani vanno ripetendo da settimane che su Moro ormai non c'é più nulla da sapere? bisognerà porsi questa domanda, e dare una risposta,prima o poi).

Nella nuova inchiesta, per ora, figura un solo imputato: Innocente Salvoni

Salvoni é un personaggio assai interessante. Marito di Francoise Tuscher, segretaria del famigerato istituto di lingue parigino Hyperion e nipote dell'Abbé Pierre, il 16 marzo del 1978, venne riconosciuto da due testimoni come uno dei membri del commando brigatista che, in via Fani, sequestrò Moro. Ma l'Abbé Pierre si precipito a Roma, nella sede democristiana di piazza del Gesù, per incontrare alcuni membri della segreteria scudocrociata. Il risultato di quella visita fu che il nome del nipote venne cancellato dalla lista dei brigatisti ricercati.
Ora la magistratura torna ad occuparsi di lui e dell'istituto Hyperion.
Durante il caso Moro, l'Hyperion era collegato a un altro istituto di lingue francese che aveva sede in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani – dove fu ritrovato il cadavere di Moro. Poche settimane prima del sequestro, nel mese di febbraio, l'Hyperion aveva aperto un ufficio di rappresentanza a Roma, in via Nicotera 26 (in quello stesso edificio, c'erano alcune società coperte del Sismi). Quell'ufficio fu chiuso subito dopo il sequestro.
Ma che cos'era in realtà l'Hyperion? L'istituto, con ogni probabilità, era in rapporto con servizi segreti di diversi paesi (dell'est, dell'ovest e israeliano). il sospetto - già affiorato in altre inchieste giudiziarie poi abortite - é che intellettuali ad esso collegati facessero parte del cervello politico delle brigate rosse.
Significative, a questo proposito, due cose dette dal giudice Rosario Priore (titolare di ben 4 inchieste sul caso Moro) intervenendo alla presentazione del libro di Fasanella & Rocca chez Bibli.
La prima: i servizi segreti di diversi paesi sapevano che in Italia si stava preparando il sequestro Moro.
La seconda: il direttore d'orchestra Igor Markevitch aveva rapporti con l'Hyperion.

Febbraio 2002

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Memo Hyperion

L'Hyperion di Parigi é una scuola di lingue fondata da tre esponenti della sinistra extraparlamentare italiana, Vanni Molinaris, Corrado Simioni e Duccio Berio. Tre personaggi ambigui che ebbero un ruolo nella storia delle Brigate rosse. Nel 1969 (con Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti), parteciparono al convegno del Collettivo politico metropolitano, in cui venne decisa la nascita delle Br. Secondo quanto dichiarato quasi trent'anni dopo da Franceschini nella sua audizione in Commissione Stragi, Molinaris, Simioni e Berio, malvisti dagli altri brigatisti perché ritenuti troppo violenti, avevano però un rapporto speciale con Moretti a un livello ancora più occulto delle Br: facevano parte di una struttura iperclandestina e dai contorni oggi ancora misteriosi denominata Superclan.
Un rapporto che si sarebbe ulteriormente rinsaldato dopo il 1974, quando dopo l'arresto di Curcio e Franceschini avvenuto alla stazione di Pinerolo, Moretti divenne il nuovo leader dell'organizzazione (doveva esserci anche lui, alla stazione, ma una provvidenziale telefonata anonima lo aveva avvertito della trappola preparata dai carabinieri: così non si presentò all'appuntamento con Curcio e Franceschini, e si guardò bene dall'avvisare i due compagni).
Con Moretti capo, le Brigate rosse alzarono sempre più il tiro, passando, dalla “propaganda armata“, al terrorismo più brutale. Il punto più alto della nuova strategia fu il sequestro Moro, operazione preparata sin dal 1975.
E' stato ancora Franceschini ad avanzare sospetti sui legami tra l'Hyperion e servizi segreti stranieri. In particolare il Mossad, che prima della loro cattura avvicinò Curcio e Franceschini offrendo loro appoggi e protezione, purché le Br accentuassero il loro carattere militare: “Colpite chi volete, purché colpiate: a noi interessa solo che voi esistiate“, era stata la richiesta del Mossad. Ha dichiarato Franceschini alla Commissione Stragi, il 17 marzo 1999: «Duccio Berio era il braccio destro di Simioni: suo padre era un famoso medico milanese a suo dire legato ai servizi segreti israeliani. Ho quasi la certezza che il canale attraverso cui fummo contattati passava per questa persona». Berio, tra l'altro, era anche il genero di Alberto Malagugini, esponente di primo piano del vecchio Pci.
Sull'Hyperion indagò anche il giudice padovano Guido Calogero, convinto che lì fosse il cervello politico delle Brigate rosse. Ma la sua inchiesta abortì, perché la notizia di una sua visita segreta a Parigi trapelò e i Servizi segreti francesi negarono ogni aiuto al giudice italiano.
In Segreto di Stato, il libro-intervista pubblicato nel 2000 (Einaudi, autori Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri), Giovanni Pellegrino per 7 anni alla guida della Commissione Stragi, avanza il sospetto che Hyperion fosse un punto d'incrocio tra Servizi segreti dell'Ovest e dell'Est, assolutamente necessario nella logica del mantenimento degli equilibri di Yalta. Hyperion, in altre parole, poteva essere uno strumento per operazioni comuni contro i nemici di Yalta. E Moro, con la sua politica di apertura al Pci, lo era.
Dagospia. 7 Aprile 2002

 

Giovanni Pellegrino su L’Hyperion

L’Hyperion è uno dei grossi nodi con  cui  in Commissione ci siamo misurati per sei anni, senza giungere a risultati soddisfacenti. Sappiamo che la scuola francese era stata fondata anche su impulso di personaggi che avevano partecipato al convegno di Chiavari, nel ’69, organizzato dal Collettivo Politico Metropolitano che segnò la nascita delle Brigate Rosse. Erano Vanni Mulinarsi, Corrado Simioni e Duccio Berio. genero di Alberto Malagugini, un esponente di primo piano del PCI. Gli stessi fondarono Superclan, e questo è importante: Franceschini ad esempio ha raccontato che L’Hyperion non guidava le Brigate Rosse, ma aveva uno stretto contatto con Mario Moretti sin dall’inizio. Detto questo, continuo a nutrire una serie di dubbi e nessuna certezza: l’ècole ha certamente goduto della protezione di apparati istituzionali, non solo italiani. Quando il giudice Guido Calogero andò a Parigi per indagare su questa struttura ottenendo la collaborazione dela polizia, Silvano Russomanno, il numero due di Federico Umberto D’Amato, fece filtrare la notizia sui giornali. Il personale dell’Hyperion sembrava di matrice di sinistra, ma a un livello superiore di responsabilità è possibile che sia stata gestita da quella tecnostruttura, come la chiama Franceschini, di cui facevano parte elementi che avevano poco a che fare con la sinistra. Il generale Maletti ha rivelato l’esistenza di un vecchio rapporto che risale al ’75-76 in cui denunciava il rischio che le BR potessero rinascere sotto la direzione di uomini di maggior peso culturale, ma a prezzo di mutare considerevolmente la propria matrice politica. E credo che facesse riferimento proprio all’Hyperion.

 

Moretti era una spia?

La caccia << all’infiltrato>> da parte delle Brigate Rosse non ha risparmiato alcun personaggio di rilievo delle BR, ed anzi è stata focalizzata in buona parte proprio sull’uomo che può essere considerato il loro capo nel periodo del sequestro Moro: Mario Moretti. Il principale ispiratore di sospetti contro di lui attualmente sembra essere Franceschini. Quest’ultimo in Commisione Stragi ha fatto balenare alternativamente due ipotesi ben distinte, senza prendere chiaramente partito per l’una o per l’alta : che Moretti sia stato una spia; che avrebbe procurato svariati arresti; la seconda, che sia stato un agente attraverso il quale la scuola di lingue parigini <<Hyperion >> avrebbe egemonizzato le BR, imponendo loro la propria strategia, così come a livello europeo essa faceva con IRA, RAF ed altri gruppi ancora.

Durante la sua audizione parlamentare, peraltro, Franceschini disconobbe la paternità delle congetture su Moretti in veste di delatore : “” E’ stata costruita un’interpretazione anche pubblica – e Curcio in questo ha le sue responsabilità – da cui sembra che io abbia sempre pensato che Moretti fosse una soia. No è vero. La prima persona che mi ha detto questo è stato Renato, e sono pronto a sottopormi ad un confronto con lui e documentarlo.

Nel’ 76 eravamo alle carceri Nuove di Torino… .durante l’ora d’aria ci dirigiamo verso il VI braccio, al secondo piano, e prima di entrare in cella Renato mi ferma, perché deve dirmi qualcosa di importante. Quindi prima di entrare in cella facciamo una passeggiata ( sic) e Renato mi dice – e lo fa con un’espressione sconvolta – di avere la certezza che Mario è una spia, e mi racconta l’episodio poi citato da Flamigni

Il confronto diretto con Curcio non c’è mai stato, ma in compenso si può fare riferimento alle posizioni pubblicamente assunte da quest’ultimo a commento delle tesi del suo compagno: “ Il fatto grave,,,, è che sotto questa montagna di chiacchiere, di evanescenti sospetti, venga seppellito un uomo, Mario Moretti, che la giustizia di Stato, già per conto suo, ha provveduto a sotterrare sotto montagne di ergastoli. Ora, non sta a me giudicare Franceschini. Devo però che personalmente non ho alcun motivo per condividere l’operato e le parole di chi getta fango, discredito o sospetti su Mario Moretti. E perciò provo molta amarezza quando altri, con cui ho condiviso una parte importante della mia vita, lo fanno”

Per Gallinari, non fu “ il gruppo dei capi storici in carcere” a mettere in circolazione le inquietanti voci sul conto di Moretti, bensì “ una notizia uscita su un giornale (?)  poco dopo la strage del maggio 1974 a Brescia, Secondo Gallinari, era una “ provocazione”, di fronte alla quale i brigatisti, già vaccinati sul problema che aveva portato all’arresto di Franceschini e Curcio ( il primo arresto), attraverso <<Frate mitra>>, si erano “ posti il problema di capire perchè. E basta.

Ancora più pesanti le critiche di altri ex-brigatisti nei confronti di Franceschini e delle illazioni da lui disseminate. Si veda ad esempio un eloquente passaggio dell’intervista resa da Antonio Bellavista, nel luglio 1999, al giornalista Mario Scialoja: ScialojaFranceschini, sempre in Commissione Stragi, ha rilanciato anche la sua vecchia tesi secondo la quale Mario Moretti era un infiltrato nelle BR, per conto di oscuri mandanti. Lei, che è stato inquirente dell’organizzazione, che ne pensa?

Bellavita – Ritengo che di oscuro ci siano solo i motivi per cui Franceschini dice queste cose. Quello che ha fatto Moretti è criticabilissimo, ed io l’ho criticato aspramente. Ma no esiste il benché minimo elemento concreto per sostenere che sia stato un infiltrato.

Anche gli altri ex terroristi direttamente interpellati dalla Commissione – in ordine cronologico: Morucci, Faranda e Maccari – hanno giudicato assolutamente infondata l’ipotesi che Moretti facesse il gioco di qualcuno che stava al di fuori della loro organizzazione. Del resto persino Franceschini, raccontando che le BR avevano aperto un’inchiesta interna su Moretti, - a seguito di sollecitazioni provenienti sia dai carcerati di Torino tra i quali lui stesso, sia Giorgio Semeriadovette riconoscere che essa “ non portò ad alcun risultato”.

L’altra versione di Franceschini, come si è accennato, dipingeva Moretti quale emissario dell’istituto << Hyperion>>. Già la Commissione Moro aveva” fissato la sua attenzione” su questo centro, “ a ciò stimolata anche dalle dichiarazioni dell’onorevole Craxi che aveva ammonito a non cercare lontano il << grande vecchio>>, ma a concentrare la ricerca sui personaggi che, dopo aver svolto attività politica in Italia, si erano ritrovati in Francia”; il che aveva indotto la stampa a fare il nome di Corrado Scimmioni. “ ricordando la sua giovane milizia nel PSI e la sua successiva attività eversiva. Invero, una volta posto di fronte a questa ipotesi, lo stesso Craxi ripiegò su una linea di estrema prudenza”

La scuola di lingue venne fondata a Parigi, appunto, da Corrado Simioni insieme ad altri italiani che, fino al 1970, avevano stretti contatti con Renato Curcio, Franceschini e le nascenti Brigate rosse, dopo di che si erano allontanati e si erano trasferiti all’estero. Si deve notare che la data di nascita dell’istituto << Hyperion>>, collocata da Franceschini subito dopo il “ 1973-1974”, non si accorda con l’idea che esso possa avere condizionato le BR, nate prima, e che ciò sia avvenuto tramite Moretti, il quale sempre secondo Franceschini sarebbe entrato definitivamente nelle BR solo nel 1971.

Ammesso e non concesso che in un secondo tempo i dirigenti dello << Hyperion>> siano riusciti a recuperare il ritardo iniziale , e che fossero effettivamente dediti ad attività politica clandestina,  - il che non risulta in sede giudiziaria, laddove essi nel 1990 sono stati assolti da ogni accusa -, in che cosa sarebbe consistito il loro progetto? Ed in quale modo si sarebbero avvalsi di Moretti?

 

L’appartamento di via Gradoli, 96

L’ingegner Mario Borghi, alias Mario Moretti,acquista un appartamento a Roma in via Gradoli, nel 1975. Una zona residenziale a Nord di Roma. Zona elegante e molto tranquilla, qui Mario Moretti vi installerà la prima base del nucleo operativo per il rapimento di Aldo Moro. L’elegante condominio composto da 68 appartamenti, di cui ben 24 risultano intestati a società immobiliari,  tra i cui amministratori figuravano personaggi che saranno poi individuati come elementi appartenenti ai servizi segreti italiani.

Nella stesa palazzina al secondo piano vi è un’informatrice della polizia, al 89 di via Gradoli abita un ex ufficiale dei carabinieri, agente segreto militare e compaesano di Moretti,

Sono solo alcune delle particolarità di una scelta inquietante, che, anche al di là della verificabilità dei singoli particolari, fa porre legittimamente l’interrogativo sul perchè, in una città enorme con migliaia di appartamenti, le Brigate rosse abbiano scelto come base proprio un luogo così “ particolare” contravvenendo peraltro a tutte le proprie regole di riservatezza.

Unica attenuante in favore della scelta di Moretti di acquistare l’appartamento di via Gradoli è che la via si trova a pochissimi chilometri ( 7) da via Fani e dalla abitazione di Aldo Moro, forse strategicamente una scelta valida per evitare di percorrere moli chilometri nei mesi che l’organizzazione pedinava il presidente della DC.

 

Breve biografia  di Mario Moretti

Mario Moretti nasce a Porto San Giorgio in provincia di Ascoli Piceno nel 1946 da una famiglia di tradizioni comuniste. Termina gli studi grazie all'interessamento della marchesa Casati Stampa e nel 1966 si trasferisce a Milano. Presso la Sit-Siemens, dove viene assunto, partecipa alle prime mobilitazioni degli operai per le rivendicazioni sindacali. In fabbrica incontra Corrado Alunni, Giorgio Semeria e Paola Besuschio. Con loro entra a far parte del Collettivo politico metropolitano di Renato Curcio e di Margherita Cagol. Tra l'estate e l'autunno del 1970 il gruppo della Sit-Siemens e del Cpm dà vita a quello che sarà il nucleo storico delle Brigate Rosse. A pieno titolo nell'organizzazione terroristica, Moretti sarà protagonista di tutte le più importanti operazioni del gruppo, sfuggendo fortunosamente all'agguato di Pinerolo del 1974 dove furono arrestati gli altri leader delle Br. In seguito assume la guida della formazione per condurre nel 1978 la cosiddetta "campagna di primavera" che porterà al sequestro e all'uccisione dell'onorevole Aldo Moro. Arrestato nel 1981 dal 1993 è in regime di semilibertà. Pochi mesi dopo l'arresto del 1981 Mario Moretti è vittima di una misteriosa aggressione all'interno del carcere di Cuneo. Nel 1994 rilascia una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda dove spiega il punto di vista sulla vicenda storica delle Br e sulla scelta della lotta armata.


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